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	<title>2duerighe</title>
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	<description>Un quotidiano sottosopra</description>
	<lastBuildDate>Sun, 17 May 2026 18:27:42 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Modena, Mattarella e Meloni visitano i feriti dall’attacco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Guacci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 03:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Modena arriva in una fase ancora segnata dall’incertezza investigativa e dalla gestione dell’emergenza sanitaria successiva all’attacco avvenuto nel centro cittadino. La giornata successiva ai fatti è stata caratterizzata da un clima di forte tensione emotiva, mentre proseguono gli accertamenti [&#8230;]</p>
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<p>La visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Modena arriva in una fase ancora segnata dall’incertezza investigativa e dalla gestione dell’emergenza sanitaria successiva all’attacco avvenuto nel centro cittadino. La giornata successiva ai fatti è stata caratterizzata da un clima di forte tensione emotiva, mentre proseguono gli accertamenti sul profilo dell’uomo fermato e sulle motivazioni del gesto.</p>



<p>Secondo le ricostruzioni disponibili, un’automobile ha investito diversi passanti in una zona centrale della città, provocando numerosi feriti, alcuni dei quali in condizioni gravi. Dopo l’impatto, il conducente avrebbe tentato di allontanarsi e avrebbe aggredito con un coltello una persona intervenuta per fermarlo. L’uomo arrestato è Salim El Koudri, 31 anni, cittadino italiano di origine marocchina. La procura procede con accuse che includono tentata strage e lesioni aggravate.</p>



<p>Sul piano investigativo, gli inquirenti mantengono aperte più ipotesi, anche se nelle ultime ore ha assunto maggiore rilievo la pista legata a un possibile disagio psichico. Secondo le informazioni emerse, l’uomo avrebbe avuto precedenti percorsi di assistenza sanitaria collegati alla salute mentale. Al momento non risultano elementi concreti che confermino un movente terroristico o collegamenti organizzati.</p>



<p>Questa distinzione ha un impatto rilevante anche sul piano pubblico e politico. Episodi di questo tipo tendono infatti a essere immediatamente assorbiti nel dibattito sulla sicurezza, sull’immigrazione e sulla radicalizzazione. Tuttavia, la natura ancora incerta del movente rende più complessa una lettura univoca della vicenda.</p>



<p>La risposta istituzionale si è concentrata soprattutto sul sostegno ai feriti e sul riconoscimento del lavoro svolto dai soccorritori e dal personale sanitario. Mattarella e Meloni hanno visitato l’ospedale di Baggiovara, dove sono ricoverate diverse persone coinvolte nell’attacco. La visita si è svolta in forma sobria, senza dichiarazioni estese, e ha avuto principalmente un valore simbolico e istituzionale.</p>



<p>Secondo quanto riferito dalle autorità sanitarie, alcuni feriti restano in condizioni particolarmente critiche. In almeno due casi si è reso necessario un intervento chirurgico con amputazione degli arti inferiori, elemento che conferma la gravità dell’impatto e delle conseguenze fisiche dell’attacco.</p>



<p>La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di crescente attenzione europea verso gli episodi di violenza improvvisa in spazi urbani ad alta frequentazione. Negli ultimi anni, diversi Paesi europei hanno registrato casi in cui veicoli sono stati utilizzati per colpire civili in aree pedonali o centrali delle città. In molti casi, le motivazioni si sono rivelate eterogenee: terrorismo, disturbi psichiatrici, radicalizzazione individuale o combinazioni di più fattori.</p>



<p>Proprio questa sovrapposizione tra sicurezza pubblica e salute mentale rappresenta uno degli aspetti più delicati anche nel caso di Modena. La gestione politica e comunicativa di episodi di questo tipo tende infatti a oscillare tra due approcci: quello esclusivamente securitario e quello centrato sulla fragilità individuale. Le informazioni disponibili finora non consentono ancora una definizione conclusiva del quadro.</p>



<p>Sul piano politico, la vicenda riapre comunque il dibattito sulle misure di prevenzione e sul monitoraggio dei soggetti considerati potenzialmente pericolosi. Alcune forze della maggioranza hanno già rilanciato il tema della sicurezza urbana e dei controlli preventivi. Tuttavia, il profilo dell’aggressore rende più difficile collegare il caso esclusivamente alle dinamiche migratorie o alla radicalizzazione religiosa.</p>



<p>Dal punto di vista sociale, la città resta fortemente colpita dall’accaduto. Le immagini diffuse nelle ore successive hanno avuto un impatto significativo sull’opinione pubblica, anche per la modalità improvvisa dell’attacco e per il luogo in cui è avvenuto, una zona centrale abitualmente molto frequentata.</p>



<p>Un elemento sottolineato anche dalle autorità locali riguarda il comportamento dei primi soccorritori e dei cittadini intervenuti subito dopo l’attacco. Alcuni passanti hanno cercato di bloccare il conducente e di prestare assistenza ai feriti prima dell’arrivo delle forze dell’ordine e dei mezzi di emergenza.</p>



<p>Nel breve periodo, l’attenzione resta concentrata soprattutto sulle condizioni dei ricoverati e sull’evoluzione dell’indagine. Gli accertamenti psichiatrici e l’analisi del profilo personale dell’aggressore saranno centrali per chiarire le motivazioni del gesto e definire con maggiore precisione il contesto in cui è maturato.</p>



<p>La visita congiunta di Mattarella e Meloni riflette la volontà delle istituzioni di mantenere un approccio unitario di fronte a un episodio che ha avuto un forte impatto emotivo e mediatico. Allo stesso tempo, la vicenda evidenzia quanto sia complesso gestire casi in cui sicurezza pubblica, disagio individuale e tensione politica tendono a sovrapporsi rapidamente.</p>
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		<title>A che punto siamo con il campo largo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Cristiano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 18:27:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In seguito ai risultati del referendum del 22-23 marzo e in previsione delle elezioni politiche nazionali previste per il 2027 ci sembra opportuno chiederci: a che punto siamo con il campo largo? La prevista coalizione di centro-sinistra di cui si parla da ben prima della pandemia e che aveva avuto una sua espressione nel governo [&#8230;]</p>
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<p>In seguito ai risultati del referendum del 22-23 marzo e in previsione delle elezioni politiche nazionali previste per il 2027 ci sembra opportuno chiederci: a che punto siamo con il campo largo? La prevista coalizione di centro-sinistra di cui si parla da ben prima della pandemia e che aveva avuto una sua espressione nel governo Conte II a che punto è? Essa è in grado o no di costituire una alternativa credibile alla coalizione di centro-destra guidata da Giorgia Meloni?</p>



<p>I principali partiti che andrebbero a comporre la base di questa coalizione di governo, unica via strategica e pragmatica per opporsi alle destre, sono il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi Sinistra. Intorno a questo nucleo fondante si parla anche di piccoli partiti che potrebbero aggiungersi al progetto come Più Europa, Italia Viva e Rifondazione Comunista, realtà che rendono il dibattito sulla coalizione più vivo che mai a causa di divergenze non trascurabili sulle politiche di governo che si intende attuare sia interne che estere.</p>



<p>Il punto fondamentale è che si dovrebbe redigere un programma comune, ancora ben lungi dall’essere stato elaborato e tantomeno presentato agli elettori. In cosa dovrebbe consistere questo programma? La risposta è molto semplice, ovvero pochi punti programmatici e molto chiari: l’innalzamento dei salari per fare fronte all’aumento del costo della vita dei cittadini, da perseguire con strumenti come l’attuazione del salario minimo, un piano di investimenti massiccio nella sanità e nell’istruzione e soprattutto la postura internazionale nei confronti dei conflitti in corso in Palestina, in Ucraina e in Iran. Nel caso palestinese la postura dovrà essere necessariamente di condanna netta nei confronti del genocidio in corso a Gaza e in Cisgiordania da attuare con strumenti concreti come ad esempio ha fatto la Spagna di Pedro Sanchez: sostegno alle indagini della Corte Penale Internazionale, rescissione dell’accordo di associazione UE-Israele, promozione di sanzioni nei confronti di Israele allo stesso modo di come si è fatto nei confronti della Russia, ritiro dell’adesione italiana dal Board of Peace di Donald Trump per Gaza e riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina con l’instaurazione di rapporti bilaterali e relative ambasciate. Sul fronte russo-ucraino la postura dovrà essere necessariamente volta all’instaurazione di un dialogo tra Ucraina e Russia e soprattutto tra Unione Europea e Russia. Ciò dovrebbe condurre a ritirare l’appoggio al piano di riarmo europeo che non porterà a nulla se non ad un aumento delle tensioni tra Europa e Russia con il rischio concreto dello scoppio di un conflitto dagli esiti imprevedibili e catastrofici. Questa postura dovrà essere attuata quanto prima allo scopo di evitare la distruzione totale dell’Ucraina e allo scopo di riaprire alle forniture di gas russo fondamentali per il fabbisogno europeo. Nel caso iraniano la postura dovrà necessariamente essere di totale denuncia nei confronti dei paesi che hanno aggredito la Repubblica Islamica e di totale rifiuto di supporto logistico nei confronti di questa operazione, anche qui da portare avanti sul modello spagnolo al fine di tutelare il diritto internazionale e porre un freno all’esplosione dei prezzi del petrolio greggio e del gas causati dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.</p>



<p>Ora, questi punti fondamentali, purtroppo, non sono condivisi da tutte le forze del campo largo. Gli unici partiti che potrebbero sostenere senza riserve questo programma sarebbero solo il M5S e AVS. Per il PD la situazione è molto più problematica a causa delle varie correnti interne, soprattutto la cosiddetta “base riformista” che fa riferimento a figure come Pina Picierno, Lorenzo Guerini, Graziano Del Rio e altri, i quali sono molto critici sulla postura internazionale da adottare e che preferiscono un approccio più filo-israeliano e meno dialogante nel conflitto russo-ucraino. Da tempo si parla di una possibile scissione e alcune figure hanno già dato le proprie dimissioni come Marianna Madia, Elisabetta Gualmini e come ha ventilato di poter fare Emanuele Fiano. Ebbene, che così sia, che queste persone escano se pensano di non condividere il programma del campo largo e la stessa cosa dovrebbe valere nei confronti di Italia Viva di Matteo Renzi, del quale abbiamo già apprezzato la fedeltà e la regia nella caduta del governo Conte II. Le posizioni di Renzi e del suo partito così come quelle di Più Europa non sono conciliabili con il programma che il campo largo potrebbe o vorrebbe fare. In questo senso le dimissioni che stanno arrivando in uscita dal PD da parte dei membri delle correnti a cui facevamo riferimento prima vuol dire che la linea della segretaria Elly Schlein di sostegno a questa coalizione si sta lentamente imponendo ma comunque bisogna fare ancora di più, occorre esporsi in maniera netta sull’attuazione del programma che si vuole realizzare mettendolo nero su bianco e firmando un vero e proprio contratto di governo tra i partiti contraenti. Occorre altresì definire chi tra i leader sarà il Presidente del Consiglio in caso di vittoria e in questo senso sarebbe avvantaggiata Elly Schlein considerando che il PD ha più voti del M5S, tuttavia, è necessario considerare che in caso di primarie tra i leader, secondo i sondaggi sarebbe Giuseppe Conte a vincere e questa discrasia tra il partito più votato e il leader con più consensi deve essere necessariamente sanata. Ciò potrebbe avvenire mettendo nero su bianco che il ruolo di premier sarà ricoperto dal leader del partito che avrà più voti oppure facendo delle elezioni primarie in modo che siano gli elettori e i cittadini a decidere.</p>



<p>Sul tema delle primarie è stato fatto il nome di Silvia Salis, attuale sindaca di Genova, la quale ultimamente è stata spinta molto dai giornali che velatamente la indicano come possibile figura terza per guidare la coalizione. Nessuno qui dubita della buona fede e delle qualità della sindaca di Genova ma è del tutto fuori luogo questa celebrazione mediatica eccessiva che dopo un solo anno da sindaca la magnifica come il baluardo anti-Meloni. Quello che appare qui è l’utilizzo di una persona onesta come Silvia Salis e l’utilizzo della sua buona fede per inceppare le riforme del campo largo. Non a caso la sua figura viene caldeggiata da ambienti molto vicini a Matteo Renzi e molto vicini alle correnti del PD polemiche verso Elly Schlein. Posto che una sindaca debba durare cinque anni, non si capisce il motivo per cui una sindaca eletta da poco e che, con il massimo rispetto, fino allo scorso anno non si sapeva neanche chi fosse, dovrebbe lasciare la sua carica per fare la leader della coalizione. Di solito queste procedure dovrebbero accadere per evidenti meriti di gestione e del lavoro svolto dopo anni alla guida di una città mentre qui siamo a meno di un anno di governo da quando è stata eletta. Certo, alcuni provvedimenti presi dalla sindaca sono stati apprezzabili e del tutto condivisibili ma parliamo di provvedimenti non così decisivi, cioè siamo ancora in una fase di rodaggio da quando la sindaca è stata eletta. Quindi la cosa migliore sarebbe lasciare lavorare in pace Silvia Salis e giudicare il suo operato dopo i canonici cinque anni previsti per legge e solo allora valutare la sua eventuale efficienza, vale a dire nel 2030 e non nel 2027.</p>
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		<title>SPYNE: il thriller d’esordio di Anna Antonelli arriva nei cinema italiani dal 21 maggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 15:32:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema e tv]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un ex agente segreto corso, una tetraplegia, e i fantasmi di un passato che non perdona. Arriva nelle sale italiane dal 21 maggio Spyne, thriller d&#8217;esordio della regista Anna Antonelli, prodotto e distribuito da Creations Factory. Ispirato a una storia vera, il film racconta di Pierre, ex spia corsa che, dopo essere diventato tetraplegico a [&#8230;]</p>
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<p><em>Un ex agente segreto corso, una tetraplegia, e i fantasmi di un passato che non perdona.</em></p>



<p>Arriva nelle sale italiane dal 21 maggio <em>Spyne</em>, thriller d&#8217;esordio della regista Anna Antonelli, prodotto e distribuito da Creations Factory. Ispirato a una storia vera, il film racconta di Pierre, ex spia corsa che, dopo essere diventato tetraplegico a seguito di una grave malattia, si ritrova a fare i conti con segreti che credeva sepolti. Forze oscure tornano a reclamarli, trascinandolo in una resa dei conti che mette in gioco la sua vita e la verità su un sistema di intelligence spietato.</p>



<p>Nel ruolo del protagonista c&#8217;è Stefano Cassetti, noto al pubblico internazionale per <em>Into The Night</em>, <em>Anthracite</em> e <em>The Twisted Tale of Amanda Knox</em>. Al suo fianco un cast di tutto rispetto: Giorgia Fiori (<em>Ancora volano le farfalle</em>, <em>La spiaggia dei gabbiani</em>), Andrea Bruschi (già in <em>Ferrari</em>, <em>Lamborghini</em> e <em>House of Gucci</em>), Ivan Franek (<em>La grande bellezza</em>, <em>Il Sol dell&#8217;avvenire</em>) e Alessandro Cremona (<em>007 Spectre</em>, <em>Romanzo criminale</em>, <em>Padre Pio</em>).</p>



<p>Girato interamente in Liguria, il film affronta con sguardo autentico anche il tema delle lesioni spinali e della disabilità, grazie al supporto del dottor Antonino Massone, che ha aperto le porte dell&#8217;unità spinale dell&#8217;ASL 2 di Pietra Ligure per le riprese. La sceneggiatura è firmata da Paolo Fittipaldi; la fotografia è di Matteo De Angelis, il montaggio di Angelo D&#8217;Agata, le musiche di Filippo Quaglia e Raffaele Rebaudengo. La distribuzione internazionale è affidata a Blue Eyes Film. Il progetto è finanziato nell&#8217;ambito del PR FESR Liguria 2021–2027.</p>



<p>Il film sarà presentato in anteprima lunedì 18 maggio al Cinema Adriano di Roma (Piazza Cavour 22): photocall alle 20:00, proiezione alle 20:30, con la presenza in sala della regista Anna Antonelli e degli attori Stefano Cassetti, Giorgia Fiori e Alessandro Cremona. La premiere milanese è fissata per il 21 maggio alle 21:00 al Cinema Anteo (Piazza XXV Aprile), mentre il 24 maggio il cast sarà al Cinema Sivori di Genova (Salita Santa Caterina 54) per una proiezione con il pubblico a partire dalle 20:00.</p>



<p></p>
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		<title>Trionfo a Torino per Maria Sofia Palmieri: “L’equilibrio delle stelle” incanta il Salone del Libro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 15:11:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è chiusa con un bilancio estremamente positivo la XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, svoltasi dal 14 al 18 maggio negli storici spazi di Lingotto Fiere. Tra i momenti più significativi della kermesse, dedicata quest&#8217;anno al tema &#8220;Il mondo salvato dai ragazzini&#8221;, spicca l&#8217;eccezionale accoglienza riservata a Maria Sofia Palmieri e [&#8230;]</p>
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<p>Si è chiusa con un bilancio estremamente positivo la XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, svoltasi dal 14 al 18 maggio negli storici spazi di Lingotto Fiere. Tra i momenti più significativi della kermesse, dedicata quest&#8217;anno al tema &#8220;Il mondo salvato dai ragazzini&#8221;, spicca l&#8217;eccezionale accoglienza riservata a Maria Sofia Palmieri e alla sua ultima fatica letteraria, &#8220;L&#8217;equilibrio delle stelle&#8221;.<br><br>​L&#8217;evento di presentazione, tenutosi giovedì 14 maggio alle ore 15:00 presso lo Spazio Incontri della Regione Lazio (Padiglione Oval, Stand X102), ha visto una partecipazione di pubblico che è andata ben oltre le aspettative.<br><br>La sala, gremita in ogni ordine di posto, ha testimoniato il crescente interesse verso la voce narrativa della Palmieri, capace di tessere trame delicate e profonde che sembrano aver trovato una risonanza perfetta con lo spirito della manifestazione.<br><br>​&#8221;Vedere così tanti giovani e lettori appassionati riuniti per discutere dell&#8217;equilibrio che cerchiamo tra i nostri sogni e la realtà è stata un&#8217;emozione indescrivibile,&#8221; ha dichiarato l&#8217;autrice a margine dell&#8217;incontro.<br><br>​Durante il dibattito, Maria Sofia Palmieri ha esplorato i temi centrali del volume, soffermandosi sulla metafora delle stelle come guida e specchio delle aspirazioni umane. La critica ha lodato la maturità stilistica dell&#8217;opera e la capacità dell&#8217;autrice di dialogare con un pubblico eterogeneo, dai giovanissimi ai lettori più esperti.<br><br>Lo stand della Regione Lazio è diventato per tutto il pomeriggio un punto di riferimento per il firmacopie, con lunghe code di lettori desiderosi di scambiare una parola con l&#8217;autrice.<br>​Il successo torinese di Maria Sofia Palmieri conferma la vitalità della letteratura contemporanea italiana e la forza di attrazione di un Salone che, anche in questa edizione 2026, si è confermato il cuore pulsante della cultura editoriale nazionale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.2duerighe.com/cultura/198736-trionfo-a-torino-per-maria-sofia-palmieri-lequilibrio-delle-stelle-incanta-il-salone-del-libro.html">Trionfo a Torino per Maria Sofia Palmieri: &#8220;L&#8217;equilibrio delle stelle&#8221; incanta il Salone del Libro</a> proviene da <a href="https://www.2duerighe.com">2duerighe</a>.</p>
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		<title>Carbone, l’addio rimandato: le centrali italiane resteranno accese fino al 2038</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Palmieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 09:39:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interno 2]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Doveva essere il 2025 l&#8217;anno della svolta. La data cerchiata in rosso sul calendario della transizione energetica, quella in cui l&#8217;Italia avrebbe spento per sempre le sue centrali a carbone, salutando un capitolo del Novecento industriale che ormai sembrava chiuso. E invece no. Quella data si è spostata, poi si è spostata ancora, e oggi [&#8230;]</p>
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<p>Doveva essere il 2025 l&#8217;anno della svolta. La data cerchiata in rosso sul calendario della transizione energetica, quella in cui l&#8217;Italia avrebbe spento per sempre le sue centrali a carbone, salutando un capitolo del Novecento industriale che ormai sembrava chiuso. E invece no. Quella data si è spostata, poi si è spostata ancora, e oggi parlare di &#8220;uscita dal carbone&#8221; significa guardare avanti fino al 2038. Tredici anni in più. Tredici anni che cambiano tutto.</p>



<p>La notizia, in realtà, non ha sorpreso più di tanto chi segue da vicino il dossier energetico. I segnali c&#8217;erano già da tempo. Dopo il 2022, con la guerra in Ucraina e il taglio del gas russo, le centrali di Brindisi, Civitavecchia e La Spezia sono state riaccese in fretta e furia, presentate come una toppa temporanea. Una soluzione di emergenza, ci avevano detto. Ma le emergenze, in Italia, hanno la curiosa abitudine di durare a lungo.</p>



<p>Il governo difende la scelta parlando di &#8220;sicurezza energetica&#8221; e di &#8220;gradualità&#8221;. L&#8217;argomento è semplice, e per certi versi anche difficile da smontare: spegnere il carbone troppo in fretta significherebbe restare scoperti nei momenti di picco, soprattutto d&#8217;inverno, quando il fabbisogno elettrico schizza alle stelle e le rinnovabili non bastano. In Sardegna, dove l&#8217;isola energetica resta una questione spinosa, la centrale di Fiume Santo continua a essere considerata un pilastro insostituibile, almeno finché il Tyrrhenian Link non sarà davvero operativo e capace di reggere il carico.</p>



<p>Eppure, a sentire le associazioni ambientaliste, la storia è un&#8217;altra. Legambiente parla di &#8220;occasione mancata&#8221;, Greenpeace usa parole più dure e accusa il governo di aver ceduto al peso delle utility. C&#8217;è poi chi fa notare un dettaglio che fa rumore: il 2038 è la stessa data scelta dalla Germania. Solo che la Germania, di carbone, ne brucia molto, molto di più. E ha una struttura industriale che, su questo fronte, non è paragonabile alla nostra. Copiare quella scadenza, dicono i critici, è una scorciatoia politica più che una scelta tecnica.</p>



<p>Sul piano dei numeri, la partita è meno chiara di quanto sembri. Le centrali a carbone oggi producono meno del 5% dell&#8217;elettricità italiana, una quota tutto sommato marginale. Ma quella quota emette in proporzione molta più CO2 rispetto al gas, e i conti sul carbon budget, cioè la quantità di anidride carbonica che possiamo ancora permetterci di emettere se vogliamo restare sotto la soglia degli accordi di Parigi, non perdonano. Ogni anno in più di carbone significa meno spazio per gli anni a venire. Una specie di mutuo climatico, con interessi che paghiamo tutti.</p>



<p>C&#8217;è poi il tema dei territori. Brindisi convive da decenni con la sua centrale, e le posizioni sono divise come ci si aspetta. Da una parte chi denuncia l&#8217;impatto sulla salute, gli studi epidemiologici, gli odori, la cenere. Dall&#8217;altra chi teme che la chiusura significhi la fine di centinaia di posti di lavoro, in un&#8217;area dove le alternative scarseggiano. La cosiddetta &#8220;just transition&#8221;, la transizione giusta, è una bella espressione da convegno, ma quando si scende nei capannoni vuoti e nei bar di periferia diventa subito una promessa che fatica a mantenersi.</p>



<p>Qualche speranza, però, c&#8217;è. Il piano nazionale sull&#8217;energia prevede investimenti importanti su eolico offshore, fotovoltaico e accumuli. Se i tempi delle autorizzazioni si sbloccassero davvero, e qui sta il vero nodo, perché i progetti restano fermi per anni nei meandri burocratici, il 2038 potrebbe trasformarsi in un orizzonte di compromesso, magari da anticipare di qualche anno con sorprese tecnologiche o con un calo strutturale della domanda. Non sarebbe la prima volta che le previsioni vengono superate dai fatti, in un senso o nell&#8217;altro.</p>



<p>Per ora, le ciminiere restano accese. Non sbuffano come una volta, lavorano a regime ridotto, ma sono lì. Pronte a riprendere fiato ogni volta che la rete chiama. E forse il vero punto non è la data sul calendario, ma la sensazione, sempre più diffusa, che la transizione ecologica italiana proceda così: un passo avanti, mezzo passo indietro, e tante promesse rinviate al decennio successivo. Fino a quando il decennio successivo, semplicemente, finirà.</p>
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		<title>Il tesoro nascosto degli abissi che può riscrivere l’economia mondiale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maurizi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 03:18:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per decenni gli abissi oceanici sono stati considerati una frontiera scientifica, un territorio quasi mitologico utile soprattutto alla ricerca geologica e alla comprensione degli ecosistemi estremi. Oggi, invece, rischiano di diventare il nuovo centro della competizione economica globale. Il Giappone, attraverso una serie di perforazioni condotte nei fondali del Pacifico attorno all’isola di Minamitorishima, sta [&#8230;]</p>
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<p>Per decenni gli abissi oceanici sono stati considerati una frontiera scientifica, un territorio quasi mitologico utile soprattutto alla ricerca geologica e alla comprensione degli ecosistemi estremi. Oggi, invece, rischiano di diventare il nuovo centro della competizione economica globale. Il Giappone, attraverso una serie di perforazioni condotte nei fondali del Pacifico attorno all’isola di Minamitorishima, sta sperimentando quella che potrebbe trasformarsi nella più importante operazione mineraria sottomarina del secolo. A quasi seimila metri di profondità, la nave scientifica Chikyu ha recuperato sedimenti straordinariamente ricchi di terre rare, elementi indispensabili per la produzione delle tecnologie che sostengono l’economia contemporanea. Secondo le stime diffuse dai ricercatori giapponesi e rilanciate da numerose analisi internazionali, il giacimento conterrebbe oltre 16 milioni di tonnellate di materiali strategici, una disponibilità che per alcuni elementi sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno mondiale per centinaia di anni. La notizia assume un peso enorme perché le terre rare rappresentano ormai l’infrastruttura invisibile della transizione tecnologica. Nonostante il nome, molti di questi elementi non sono particolarmente rari in natura, ma la loro concentrazione in giacimenti economicamente sfruttabili è limitata e soprattutto fortemente concentrata in poche aree del pianeta. Neodimio e disprosio vengono impiegati nei magneti permanenti delle auto elettriche e delle turbine eoliche, il terbio è fondamentale per alcune applicazioni elettroniche avanzate, l’ittrio entra nei sistemi laser e nelle telecomunicazioni, mentre altri minerali sono indispensabili per radar, satelliti, semiconduttori e tecnologie militari sofisticate. Dietro ogni smartphone, server o batteria di nuova generazione esiste una catena produttiva che dipende da queste risorse in modo molto più profondo di quanto il consumatore percepisca. Negli ultimi vent’anni la Cina ha costruito una posizione dominante nel settore, controllando gran parte dell’estrazione mondiale e soprattutto la raffinazione, il segmento industriale più delicato e tecnologicamente avanzato. Stati Uniti, Unione Europea e Giappone osservano da tempo con crescente inquietudine questa dipendenza strategica, resa ancora più evidente dalle tensioni geopolitiche degli ultimi anni e dalle restrizioni all’export introdotte da Pechino su alcuni materiali critici. Per Tokyo il progetto nei fondali del Pacifico non rappresenta soltanto un investimento industriale, ma una forma di autonomia geopolitica in un’epoca nella quale le materie prime stanno tornando a essere uno strumento di potere internazionale al pari del petrolio nel Novecento. Resta però enorme l’incognita tecnologica e ambientale. Estrarre minerali a profondità simili significa operare in condizioni estreme, con pressioni gigantesche, temperature rigide e costi ancora molto elevati. Gli scienziati stanno studiando sistemi robotici capaci di aspirare i sedimenti dal fondale e trasferirli in superficie senza compromettere la stabilità degli ecosistemi abissali, che rimangono tra gli ambienti meno conosciuti della Terra. Diverse organizzazioni ambientaliste chiedono prudenza, sostenendo che l’estrazione mineraria oceanica potrebbe provocare danni irreversibili a specie ancora inesplorate e alterare equilibri biologici formatisi nel corso di milioni di anni. Il Giappone, tuttavia, sembra deciso ad accelerare. I primi test operativi su larga scala potrebbero partire entro pochi anni e segnare l’inizio di una nuova corsa globale alle risorse sottomarine. Se il Novecento è stato dominato dai pozzi petroliferi del Medio Oriente, il XXI secolo potrebbe essere ricordato come l’epoca nella quale il potere economico ha iniziato a spostarsi silenziosamente verso gli abissi del Pacifico.</p>
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		<title>Quando il vento soffia troppo forte: il paradosso dell’energia verde sprecata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Di Filippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2026 09:41:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Eppure il vento soffia ancora”, cantava Pierangelo Bertoli in un autentico capolavoro musicale: ebbene, c&#8217;è qualcosa di profondamente contraddittorio nel cuore del sistema energetico europeo, perché mentre i prezzi dell&#8217;elettricità continuano a salire e la dipendenza dai combustibili fossili si rivela sempre più rischiosa, miliardi di euro in energia pulita vengono letteralmente buttati via ogni [&#8230;]</p>
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<p>“Eppure il vento soffia ancora”, cantava Pierangelo Bertoli in un autentico capolavoro musicale: ebbene, c&#8217;è qualcosa di profondamente contraddittorio nel cuore del sistema energetico europeo, perché mentre i prezzi dell&#8217;elettricità continuano a salire e la dipendenza dai combustibili fossili si rivela sempre più rischiosa, miliardi di euro in energia pulita vengono letteralmente buttati via ogni anno, non perché manchi il vento o il sole, ma perché le reti elettriche del continente non riescono a gestire tutta quella energia.</p>



<p>I numeri in materia fanno impressione. Solo nel 2025 il Regno Unito ha bruciato oltre 1,47 miliardi di sterline, riducendo la produzione delle turbine eoliche e acquistando energia da centrali a gas per compensare. In Germania la cifra si aggira sui 435 milioni di euro, e, più in generale, secondo uno studio di Aurora Energy Research i costi legati alla congestione della rete in tutta Europa hanno sfiorato i 9 miliardi di euro nel 2024, mentre, in quello stesso anno, circa 72 TWh di energia rinnovabile sono stati soppressi a causa dei colli di bottiglia, vale a dire una quantità equivalente all&#8217;intero consumo elettrico annuo dell&#8217;Austria.</p>



<p>Il paradosso è stridente, soprattutto in un momento in cui il conflitto &#8211; ennesimo &#8211; in Medio Oriente ha fatto schizzare il prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile, alimentando discussioni su nuove trivellazioni nel Mare del Nord. Un&#8217;analisi dell&#8217;Università di Oxford, però, mette le cose in prospettiva: massimizzare l&#8217;estrazione di petrolio e gas nel Mare del Nord farebbe risparmiare alle famiglie britanniche al massimo 95 euro l&#8217;anno sulle bollette, mentre puntare su un sistema energetico interamente rinnovabile potrebbe fargliene risparmiare fino a 510, e chissà di quanto ancora potrebbe alzarsi questa cifra se si immaginasse un mix energetico con anche una componente atomica.</p>



<p>Il problema è evidentemente strutturale. Le reti elettriche europee sono state progettate decenni fa attorno al carbone e al gas, realizzando grandi centrali in posizioni centrali, che producono energia distribuita in modo prevedibile, mentre i parchi eolici, spesso collocati in aree remote o in mare aperto, funzionano in modo completamente diverso, per cui quando il vento soffia forte immettono nella rete più elettricità di quanta il sistema riesca ad assorbire e distribuire. Il risultato è l’ingorgo energetico di cui sopra, che fa sì che si paghi per spegnere le turbine e poi di nuovo per riaccendere le centrali a gas. Infatti, sebbene gli investimenti nella rete siano aumentati del 47% negli ultimi cinque anni, raggiungendo circa 70 miliardi di euro annui, gli esperti concordano che ciò non basti ancora.</p>



<p>Di fronte a questo spreco, il governo britannico ha annunciato una soluzione creativa, per cui invece di pagare i parchi eolici perché si fermino, sperimenterà un sistema in cui le famiglie che vivono vicino alle zone più ventose riceveranno elettricità a prezzo ridotto o addirittura gratuita nelle giornate di sovrapproduzione.</p>



<p>L&#8217;idea in sé ha una sua logica, tanto che Greg Jackson, amministratore delegato di Octopus Energy, una delle voci più attive nel dibattito sull&#8217;energia pulita in Gran Bretagna, ha accolto la notizia con favore, avvertendo però di come i progetti pilota rischino di avere un impatto limitato se rimangono esperimenti temporanei. Il vero cambiamento infatti, secondo Jackson, arriverà solo con misure permanenti, che diano ai consumatori la certezza necessaria per investire in pompe di calore, auto elettriche o sistemi di accumulo domestico.</p>



<p>La storia dell&#8217;energia verde europea è, in fondo, una storia di potenziale inespresso, l’ultima metafora in senso cronologico della stessa Unione europea. Le fonti rinnovabili ci sono, producono e costano sempre meno, ma manca un sistema nervoso capace di distribuire quell’energia in modo intelligente.</p>
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		<title>Al Faw, il porto che vuole riscrivere la mappa del commercio mondiale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Di Filippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2026 04:49:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel sud dell&#8217;Iraq, dove il fiume Shatt al-Arab incontra le acque del Golfo Persico, sta prendendo forma uno dei cantieri più straordinari del pianeta. Si chiama Al Faw Grand Port, sorge nella provincia di Bassora e, quando sarà completato, sarà il porto più grande del mondo arabo, superando persino il celebre Jebel Ali di Dubai. [&#8230;]</p>
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<p>Nel sud dell&#8217;Iraq, dove il fiume Shatt al-Arab incontra le acque del Golfo Persico, sta prendendo forma uno dei cantieri più straordinari del pianeta. Si chiama Al Faw Grand Port, sorge nella provincia di Bassora e, quando sarà completato, sarà il porto più grande del mondo arabo, superando persino il celebre Jebel Ali di Dubai.</p>



<p>Parliamo di un&#8217;infrastruttura da 5 miliardi di dollari, progettata per movimentare fino a 99 milioni di tonnellate di merci all&#8217;anno a pieno regime, anche se il dato che ha già fatto il giro del mondo è un altro, poiché il frangiflutti principale, lungo 14,5 chilometri, è entrato ufficialmente nel Guinness dei primati come il più lungo mai costruito. La sua funzione è quella di proteggere l&#8217;intera area portuale dal moto ondoso e dalle correnti del Golfo, garantendo acque calme per le operazioni di attracco per favorire le navi di grandi dimensioni. La prima fase dei lavori, avviata nel 2020 con la partecipazione del colosso coreano Daewoo E&amp;C e la consulenza tecnica dell&#8217;italiana Technital, è già operativa, per cui i cinque moli principali sono stati inaugurati tra la fine del 2024 e l&#8217;inizio del 2025.</p>



<p>Tuttavia, costruire un porto gigantesco in questa zona non è stata un&#8217;impresa semplice, infatti il terreno della penisola di Al-Faw è fatto di depositi alluvionali, con sabbie soffici poco adatte a reggere strutture pesanti, ragion per cui gli ingegneri hanno dovuto consolidarlo con tecniche avanzate, tra cui il &#8220;Deep Soil Mixing&#8221;, e cioè mescolando il suolo in profondità con leganti speciali che lo rendono più compatto e resistente.</p>



<p>Un&#8217;altra sfida riguarda poi la sedimentazione, dato che due grandi fiumi scaricano continuamente sabbia in quest&#8217;area, riducendo la profondità del mare. Per questo il fondale è stato dragato fino a 19,5 metri ed è stato realizzato un canale di 23 chilometri che collega il porto alle acque più profonde del Golfo, così da poter accogliere anche le navi portacontainer di ultima generazione. Infine, in corso di realizzazione c&#8217;è anche un tunnel sottomarino sotto il canale di Khor Al-Zubair, che sarà costruito per elementi prefabbricati, affondati e assemblati sul posto, così da non disturbare il traffico navale durante i lavori.</p>



<p>Il progetto per gli anni a venire è strutturato in tre grandi tappe. Tra il 2025 e il 2030 prenderà forma il cosiddetto &#8220;Canale Secco&#8221;, una rete integrata di autostrade e ferrovie che collegherà il porto fino al confine turco, trasformando l&#8217;Iraq in un nodo di transito strategico tra l&#8217;Asia e l&#8217;Europa, alternativo alle rotte marittime più congestionate. Poi, dopo il 2030 e fino al 2038 è prevista la fase di sviluppo massimo: fino a 90 moli operativi, banchine dotate di sistemi automatizzati per lo scarico dei container e il raggiungimento della piena capacità produttiva.</p>



<p>Se si considera che l&#8217;Iraq dipende oggi quasi interamente dalle entrate petrolifere e, per i propri scambi commerciali, si appoggia in larga parte ai porti dei Paesi vicini, è chiaro come l&#8217;impatto di questo progetto vada ben oltre la logistica. Al Faw permetterà di incassare diritti di transito, sviluppare zone industriali nell&#8217;area circostante e diversificare la propria economia in modo strutturale.</p>
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		<title>Silicon Box, al via l’accordo per il progetto che avrà 1,3 mld di aiuti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Palmieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 16:01:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Novara il polo per i semiconduttori: l&#8217;intervento prevede un investimento complessivo pari a 3,2 miliardi con 1.600 addetti diretti. Alla fine la firma è arrivata, e con essa la certezza che a Novara nascerà uno dei progetti industriali più ambiziosi degli ultimi vent&#8217;anni in Italia. L&#8217;accordo tra il governo italiano e Silicon Box, la [&#8230;]</p>
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<p>A Novara il polo per i semiconduttori: l&#8217;intervento prevede un investimento complessivo pari a 3,2 miliardi con 1.600 addetti diretti.</p>



<p>Alla fine la firma è arrivata, e con essa la certezza che a Novara nascerà uno dei progetti industriali più ambiziosi degli ultimi vent&#8217;anni in Italia. L&#8217;accordo tra il governo italiano e Silicon Box, la società singaporiana specializzata nell&#8217;assemblaggio avanzato di semiconduttori, è stato siglato nelle scorse ore al ministero delle Imprese e del Made in Italy. Sul piatto ci sono 1,3 miliardi di euro di aiuti pubblici, a fronte di un investimento complessivo dell&#8217;azienda che sfiora i 3,2 miliardi. Una cifra che, per dare un&#8217;idea, vale quasi quanto l&#8217;intera manovra annuale destinata a un ministero di medio peso.</p>



<p>Il sito scelto è quello di Agognate, alla periferia ovest del capoluogo piemontese, in un&#8217;area di circa 87 ettari che da anni attendeva una destinazione produttiva all&#8217;altezza delle sue dimensioni. L&#8217;impianto si occuperà di <em>advanced packaging</em>, la fase finale e ormai decisiva nella produzione dei chip: quella in cui i singoli componenti vengono integrati, impilati e collegati tra loro per dare vita ai processori che alimentano smartphone, automobili elettriche, server per l&#8217;intelligenza artificiale. Un anello della filiera che oggi è quasi totalmente concentrato in Asia, e che l&#8217;Europa sta cercando di riportare entro i propri confini con il Chips Act.</p>



<p>I numeri del progetto raccontano da soli la portata dell&#8217;operazione. Si parla di 1.600 addetti diretti, ai quali si stima si aggiungerà un indotto compreso tra i 4.000 e i 5.000 posti di lavoro tra fornitori, manutenzione, logistica e servizi. Per il Piemonte significa una boccata d&#8217;ossigeno notevole, in un territorio che negli ultimi anni ha visto più chiusure che aperture. Non a caso il presidente della Regione ha parlato di &#8220;giornata storica&#8221;, mentre il sindaco di Novara ha ammesso, con una certa franchezza, che &#8220;fino a sei mesi fa nessuno avrebbe scommesso un euro su un esito così rapido&#8221;.</p>



<p>Il pacchetto da 1,3 miliardi di sostegno pubblico arriva tramite il fondo per i microchip istituito nell&#8217;ambito del Chips Act europeo, lo strumento che Bruxelles ha messo in piedi per raddoppiare la quota europea sul mercato mondiale dei semiconduttori entro il 2030. Roma, dal canto suo, ha messo a disposizione una corsia preferenziale per le autorizzazioni, una scelta che dovrebbe consentire di avviare i lavori già nei primi mesi del 2027. L&#8217;apertura della fabbrica, secondo il cronoprogramma fornito da Silicon Box, è prevista per il 2028, con il pieno regime produttivo atteso per il 2030.</p>



<p>Non sono mancate, come prevedibile, alcune voci critiche. Diversi comitati locali hanno sollevato dubbi sull&#8217;impatto idrico ed energetico dello stabilimento – gli impianti di questo tipo consumano enormi quantità di acqua ultrapura e di elettricità – e qualche economista ha messo in guardia sul classico rischio degli aiuti di Stato a colossi internazionali: che cosa succede se, tra dieci anni, l&#8217;azienda decidesse di spostare altrove la produzione? Il ministero ha risposto inserendo nel contratto clausole di permanenza minima e penali in caso di delocalizzazione, ma il dibattito sul tema, nelle prossime settimane, è destinato a non spegnersi.</p>



<p>Sul fronte industriale, l&#8217;arrivo di Silicon Box rappresenta una svolta anche perché completa un disegno che il governo insegue da tempo. Con STMicroelectronics che produce wafer in Sicilia, Silicon Box che farà packaging in Piemonte e una serie di centri di ricerca distribuiti tra Lombardia ed Emilia, l&#8217;Italia si avvicina al traguardo di avere una filiera dei semiconduttori sostanzialmente integrata sul proprio territorio. Una prospettiva impensabile fino a tre o quattro anni fa, quando il dibattito pubblico sui chip si limitava perlopiù ai problemi di approvvigionamento delle case automobilistiche.</p>



<p>Resta da capire come Novara, città di poco più di centomila abitanti, riuscirà ad assorbire un impatto demografico di queste proporzioni. Si stima che, tra dipendenti diretti e famiglie, possano arrivare nell&#8217;area fino a 5.000 nuovi residenti nell&#8217;arco di cinque anni. Il Comune ha già avviato un tavolo con Regione e governo per affrontare i nodi delle abitazioni, dei trasporti pubblici e delle scuole. Perché un investimento di questa portata, come ricordava ieri un funzionario del Mimit, &#8220;non è solo una fabbrica: è una piccola rivoluzione urbana&#8221;.</p>



<p>E in fondo è proprio questo, al di là delle cifre, il senso dell&#8217;accordo firmato in queste ore. Per la prima volta da molto tempo, una pianura piemontese tornerà a essere percepita non come periferia di un&#8217;Italia industriale in declino, ma come uno dei nodi di quella nuova mappa europea dei chip che a Bruxelles, fino a poco fa, sembrava un sogno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.2duerighe.com/economia/198730-silicon-box-al-via-laccordo-per-il-progetto-che-avra-13-mld-di-aiuti.html">Silicon Box, al via l&#8217;accordo per il progetto che avrà 1,3 mld di aiuti</a> proviene da <a href="https://www.2duerighe.com">2duerighe</a>.</p>
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