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	<description>Un quotidiano sottosopra</description>
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		<title>Quando il termometro riscrive la geografia dei campi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maurizi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 09:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è qualcosa di profondamente paradossale nel modo in cui il clima sta ridisegnando l&#8217;agricoltura italiana, e il recente rapporto congiunto della FAO e dell&#8217;Organizzazione meteorologica mondiale ce lo ricorda con la forza dei numeri. Il documento, intitolato &#8220;Calore estremo e agricoltura&#8221;, descrive il caldo come un moltiplicatore di rischio che esercita una pressione crescente su [&#8230;]</p>
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<p>C&#8217;è qualcosa di profondamente paradossale nel modo in cui il clima sta ridisegnando l&#8217;agricoltura italiana, e il recente rapporto congiunto della FAO e dell&#8217;Organizzazione meteorologica mondiale ce lo ricorda con la forza dei numeri. Il documento, intitolato &#8220;Calore estremo e agricoltura&#8221;, descrive il caldo come un moltiplicatore di rischio che esercita una pressione crescente su colture, bestiame, pesca e foreste, e stima che gli episodi di calore estremo minaccino ormai i mezzi di sussistenza di oltre un miliardo di persone, causando ogni anno la perdita di mezzo trilione di ore lavorative. Eppure, mentre le proiezioni globali parlano di rese in calo e raccolti compromessi, nel nostro Paese sta accadendo qualcosa di inatteso e per certi versi affascinante. Il paesaggio agrario siciliano sta cambiando pelle, e avocado, mango, papaya e litchi sono diventati residenti stabili tra le province di Messina, Catania e Palermo. I muretti a secco che per secoli hanno protetto agrumeti e distese di grano fanno oggi da cornice a foglie larghe e lucide, decisamente tropicali. Come racconta Stefano Masini, responsabile ambiente di Coldiretti, un gruppo di produttori siciliani di mango e avocado ha realizzato da zero un fatturato di tre milioni di euro nella grande distribuzione locale, segno che la sperimentazione ha già superato la soglia dell&#8217;aneddoto per diventare economia reale. I consumi di avocado in Italia negli ultimi cinque anni sono cresciuti del 179 per cento, facendo del nostro Paese il sesto consumatore europeo con circa quarantamila tonnellate, e i volumi complessivi di frutta tropicale venduti sono aumentati del trenta per cento dal 2017. Ma la metamorfosi non riguarda soltanto il Meridione. L&#8217;olivicoltura si sta espandendo in regioni tradizionalmente considerate troppo fredde, e secondo i dati ISMEA la superficie dedicata all&#8217;olivo in Veneto è cresciuta del quindici per cento negli ultimi cinque anni, raggiungendo i cinquemila ettari. In Piemonte l&#8217;aumento è stato addirittura del quaranta per cento tra il 2020 e il 2023, mentre in Trentino-Alto Adige i produttori stanno piantando ulivi in aree a lungo dominate da meli e vigneti. Tutto questo, naturalmente, ha un rovescio amaro. La produzione di pere in Italia è crollata del settantacinque per cento nel 2023 rispetto al 2018, e gli ettari coltivati a kiwi si sono dimezzati nell&#8217;ultimo decennio, mentre al Sud la siccità colpisce il ventinove per cento della superficie agricola di cinque regioni, con picchi del sessantanove per cento in Sicilia. Per Coldiretti la risposta passa dalle tecniche di evoluzione assistita, da nuove cultivar capaci di reggere le condizioni che verranno, e da una strumentazione assicurativa completamente diversa da quella tradizionale. Il punto, in fondo, è che l&#8217;agricoltura italiana si trova di fronte a una trasformazione che somiglia meno a un&#8217;emergenza e più a una migrazione silenziosa delle vocazioni territoriali, dove chi saprà adattarsi in tempo avrà colto, nel senso più letterale, un&#8217;opportunità seminata dal disastro.</p>



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		<title>Taghiyev: Petrolio, celebrazione, dramma umano e spiritualità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ivan Guidi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 08:39:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 Mondi]]></category>
		<category><![CDATA[Azerbaigian]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;epica della lotta, La dottrina del sacrificio, Il perseguimento di un obiettivo e il racconto di una figura storica. Questo e tanto altro è &#8220;Taghiyev: Petrolio&#8221;, proiettato per la prima volta in Italia alla Casa del Cinema di Villa Borghese in occasione delle celebrazioni legate alla cultura azera. Primo di una serie di sette lungometraggi [&#8230;]</p>
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<p>L&#8217;epica della lotta, La dottrina del sacrificio, Il perseguimento di un obiettivo e il racconto di una figura storica.</p>



<p>Questo e tanto altro è &#8220;Taghiyev: Petrolio&#8221;, proiettato per la prima volta in Italia alla Casa del Cinema di Villa Borghese in occasione delle celebrazioni legate alla cultura azera. Primo di una serie di sette lungometraggi usciti a partire dal 2024, è dedicato alla figura di Zeynalabdin Taghiyev, imprenditore petrolifero e filantropo, una delle figure più importanti della storia dell&#8217;Azerbaigian.</p>



<p>Ma cosa racconta &#8220;Taghiyev: Petrolio&#8221; oltre alla biografia di una figura storica?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il Petroliere</h2>



<p>Siamo alla fine del diciannovesimo secolo. L&#8217;imprenditore e benefattore Zeynalabdin Taghiyev (Parviz Mammadrzayev) ha appena acquistato un lotto di terreno nel quale effettuare uno scavo per estrarre il petrolio. Tuttavia nell&#8217;arco di cinque anni, gli scavi non portano alcun risultato, e l&#8217;incrollabile volontà di Taghiyev va inevitabilmente a scontrarsi con le rinunce di tutti coloro che lo circondano, e con una situazione sempre meno rosea.</p>



<p>Già da questo breve sunto appare evidente come il regista Zaur Gasimli abbia voluto fare del suo film qualcosa di più di una semplice opera apologetica. Sono infatti molteplici i sottotesti di &#8220;Taghiyev: Petrolio.&#8221;</p>



<p>L&#8217;elogio allo spirito degli uomini di buona volontà. Una forza talmente incontenibile da plasmare i destini degli individui, e, talvolta, di interi popoli e nazioni. Una forza così forte da non essere fiaccato, ma anzi ulteriormente temprato dalle difficoltà riscontrate, siano esse di natura economica, spirituale o personale.</p>



<p>E profondamente personale e umano è il dramma che vediamo messo in scena sullo schermo. &#8220;Taghiyev: Petrolio&#8221; infatti non è semplicemente la storia di un uomo che persegue un obiettivo, è la storia di un&#8217;impresa folle che richiede alcuni tra i tributi più pesanti e amari. Tra questi la possibilità di poter stare accanto alle persone che amiamo o di vivere con serenità i lutti più pesanti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il Libro di Giobbe</h2>



<p>E infine la spiritualità. Ebbene sì. Nonostante si parli di economia e di petrolio, questo film include una sottotesto profondamente religioso. Taghiyev appare non soltanto come un imprenditore, ma anche come un individuo capace di opporsi ai deliri del fanatismo, abbracciando i lati più sani della religione e della spiritualità.</p>



<p>Nel corso del film è lui stesso a paragonare la sua vicenda a quella del profeta Giobbe, l&#8217;uomo capace di mantenere intatta la fede in Dio e la sua volontà nonostante le logoranti prove cui fu sottoposto il suo stesso Signore. Una volontà premiata da guadagno abbondante e meritata fortuna, i quali però, ce lo racconta la Storia, furono usati esclusivamente per il bene comune. Una lezione che, nei tempi bui in cui viviamo, è sempre più importante seguire.</p>
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		<title>La corsa ai segreti dell’Antartide: la Cina conquista le profondità del lago Qilin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Di Filippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 03:34:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Cina ha compiuto un importante passo avanti nella ricerca polare, riuscendo a raggiungere un lago subglaciale situato a più di 3.400 metri sotto la superficie dell&#8217;Antartide orientale. L&#8217;impresa, realizzata nell&#8217;ambito della 42ª spedizione antartica cinese, rappresenta un nuovo record mondiale per la perforazione del ghiaccio mediante tecnologia ad acqua calda, e colloca dunque il [&#8230;]</p>
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<p>La Cina ha compiuto un importante passo avanti nella ricerca polare, riuscendo a raggiungere un lago subglaciale situato a più di 3.400 metri sotto la superficie dell&#8217;Antartide orientale.</p>



<p>L&#8217;impresa, realizzata nell&#8217;ambito della 42ª spedizione antartica cinese, rappresenta un nuovo record mondiale per la perforazione del ghiaccio mediante tecnologia ad acqua calda, e colloca dunque il Dragone tra i pochi Paesi in grado di operare a profondità estreme nelle regioni polari.</p>



<p>L&#8217;obiettivo della missione in questione è stato il lago subglaciale Qilin, un bacino d&#8217;acqua rimasto isolato dal mondo esterno per milioni di anni sotto la calotta glaciale. Per raggiungerlo gli scienziati hanno utilizzato una tecnica innovativa, la quale evita l&#8217;impiego di trivelle meccaniche tradizionali mediante un sistema che consiste nel riscaldare grandi quantità d&#8217;acqua e pomparle ad alta pressione attraverso una lunga tubazione. In questo modo l&#8217;acqua calda scioglie progressivamente il ghiaccio consentendo la formazione di un pozzo verticale pulito e di grande profondità.</p>



<p>Grazie a questo metodo, il team di ricerca è riuscito a perforare 3.413 metri di ghiaccio, superando il precedente primato internazionale e ampliando notevolmente le capacità operative della ricerca polare cinese, che apre così nuove possibilità di studio in alcune delle aree più inaccessibili del pianeta, poiché la tecnologia ad acqua calda presenta vantaggi significativi rispetto alle tecniche tradizionali, infatti questa riduce il rischio di contaminazione degli ambienti sotterranei, un aspetto fondamentale quando si esplorano ecosistemi rimasti isolati per tempi geologici, e, inoltre, l&#8217;assenza di componenti meccaniche a contatto diretto con il ghiaccio limita l&#8217;introduzione di batteri, sostanze chimiche o residui provenienti dalla superficie, preservando l&#8217;integrità scientifica dei campioni raccolti.</p>



<p>Non si trascuri però come l&#8217;interesse per i laghi subglaciali vada ben oltre la geologia, in quanto questi ambienti estremi costituiscono veri e propri archivi naturali del passato terrestre. Le loro acque e i sedimenti depositati sul fondo possono conservare informazioni preziose sull&#8217;evoluzione climatica del pianeta, sulle trasformazioni della calotta antartica e sui processi geologici che hanno modellato il continente nel corso di milioni di anni, ma, soprattutto, particolare attenzione è rivolta anche alla possibile presenza di forme di vita microbica adattate a condizioni eccezionali, le quali, isolate dalla luce solare, sottoposte a pressioni elevate e a temperature prossime al congelamento, potrebbero offrire indicazioni fondamentali sui limiti della vita sulla Terra.</p>



<p>Non a caso i laghi subglaciali dell&#8217;Antartide sono considerati dagli scienziati analoghi naturali degli oceani nascosti sotto le croste ghiacciate di alcune lune del Sistema Solare, come Europa, satellite di Giove, ed Encelado, luna di Saturno, e comprendere come eventuali microrganismi riescano a sopravvivere in questi ambienti estremi potrebbe fornire indizi preziosi nella ricerca di vita extraterrestre. Pertanto, la perforazione del lago Qilin rappresenta, se ben sfruttata, una nuova opportunità per approfondire la conoscenza della storia climatica della Terra e delle possibili forme di vita che potrebbero esistere in ambienti simili, sia sul nostro pianeta sia oltre i suoi confini.</p>
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		<title>Quella firma gialla nascosta nel marmo di Michelangelo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maurizi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 08:56:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Succede che un capocava di Colonnata, uno di quegli uomini che ogni giorno maneggiano il bianco più celebre del mondo, si imbatta in qualcosa di anomalo e decida di portarlo ai laboratori dell&#8217;Università di Pisa. Succede che quel campione, analizzato nei laboratori del Cisup, il centro per l&#8217;integrazione della strumentazione scientifica dell&#8217;ateneo, riveli una composizione [&#8230;]</p>
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<p>Succede che un capocava di Colonnata, uno di quegli uomini che ogni giorno maneggiano il bianco più celebre del mondo, si imbatta in qualcosa di anomalo e decida di portarlo ai laboratori dell&#8217;Università di Pisa. Succede che quel campione, analizzato nei laboratori del Cisup, il centro per l&#8217;integrazione della strumentazione scientifica dell&#8217;ateneo, riveli una composizione chimica che non corrisponde a nessuna delle oltre seimila specie minerali catalogate sul pianeta. Succede, insomma, che dalle viscere delle Alpi Apuane emerga un minerale che nessuno aveva mai visto, né in natura né in un laboratorio, e che la comunità scientifica internazionale debba aggiornare i propri registri. Il nome scelto è delchiaroite, omaggio a Lorenzo Del Chiaro, figura che per anni ha contribuito a far emergere la ricchezza mineralogica di queste montagne, e il simbolo ufficiale è Dch. L&#8217;eccezionalità della scoperta risiede nella chimica insolita di questo composto, che mette insieme lo iodio e una componente organica, il metantiolato, in un equilibrio che fino a oggi sembrava impossibile. La formula, Cu₃I(CH₃S)₂, descrive il primo ioduro-metantiolato di rame mai rinvenuto in un contesto naturale. Si presenta sotto forma di minuscoli cristalli gialli, la cui lunghezza non raggiunge nemmeno il decimo di millimetro, eppure dentro quella dimensione quasi invisibile si concentra un&#8217;informazione geologica formidabile. Lo iodio, va detto, è un elemento che forma molto raramente minerali propri, e tra le oltre seimilacento specie oggi conosciute appena trentuno lo contengono come costituente chimico. Il marmo di Carrara, d&#8217;altra parte, risulta straordinariamente arricchito in iodio, probabilmente a causa della presenza di sostanza organica nei sedimenti giurassici da cui, dopo complesse vicende tettoniche, si sono originati i marmi apuani. È proprio questo legame tra materia vivente e trasformazione geologica a rendere la delchiaroite qualcosa di più di una curiosità da collezione. I ricercatori la considerano una sorta di biofirma, la prova tangibile che soltanto un pianeta capace di ospitare la vita può generare minerali con composizioni chimiche così peculiari, una testimonianza del dialogo profondo tra l&#8217;evoluzione biologica e quella della crosta terrestre. Nel corso dei secoli, nelle minuscole cavità e nei cristalli nascosti nel marmo carrarese, sono stati rinvenuti oltre centoventi minerali diversi, un numero che la delchiaroite ha appena fatto crescere e che sembra destinato ad aumentare ancora grazie a strumenti di analisi sempre più raffinati. Il professor Cristian Biagioni, docente di Mineralogia a Pisa e tra i principali autori dello studio pubblicato sull&#8217;European Journal of Mineralogy, ha definito il ritrovamento un evento di eccezionale rarità, sottolineando come la coesistenza di rame, iodio e un gruppo organico in un contesto geologico così antico rappresenti una sfida aperta alle conoscenze consolidate della mineralogia sistematica. La scoperta ha intanto contribuito a rafforzare l&#8217;idea che le Alpi Apuane rappresentino un territorio di straordinaria geodiversità, un luogo dove la Terra ha sperimentato soluzioni chimiche che altrove non si sono mai verificate. Accanto al valore scientifico, il ritrovamento si inserisce peraltro in un contesto più ampio, considerando che le stesse aree in cui è stato individuato il minerale sono al centro di un dibattito acceso legato all&#8217;attività estrattiva. Un paradosso tutto italiano, in fondo, dove ciò che si cerca di proteggere e ciò che si continua a scavare abitano la stessa montagna.</p>
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		<title>Se è vero che la storia si ripete attenzione al riarmo tedesco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Di Filippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 03:02:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Germania cambia pelle. Con la nuova strategia militare presentata dal governo, Berlino punta a trasformare la Bundeswehr nella forza armata convenzionale più attrezzata d’Europa entro il 2039, attraverso una revisione profonda della dottrina di difesa tedesca, costruita finora più sulla gestione della pace che sulla preparazione a un conflitto ad alta intensità. La nuova [&#8230;]</p>
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<p>La Germania cambia pelle. Con la nuova strategia militare presentata dal governo, Berlino punta a trasformare la Bundeswehr nella forza armata convenzionale più attrezzata d’Europa entro il 2039, attraverso una revisione profonda della dottrina di difesa tedesca, costruita finora più sulla gestione della pace che sulla preparazione a un conflitto ad alta intensità.</p>



<p>La nuova linea strategica, illustrata dal ministro della Difesa Boris Pistorius, prevede tre fasi di sviluppo: entro il 2029 l’aumento immediato della prontezza operativa e delle capacità di combattimento; entro il 2035 l’espansione strutturale delle forze in tutti i domini operativi, in linea con gli obiettivi NATO, e infine, entro il 2039 la trasformazione della Bundeswehr in una forza tecnologicamente avanzata, capace di operare con intelligenza artificiale, robotica, sistemi autonomi e capacità multi-dominio.</p>



<p>L’obiettivo numerico è certamente ambizioso, puntando a reclutare almeno 460.000 effettivi tra militari attivi e riservisti, contro gli attuali circa 185.000 soldati in servizio. Si noti bene però, la riforma tedesca non punta soltanto ad avere più carri armati o più soldati, infatti il documento insiste soprattutto sugli effetti operativi che le forze armate dovranno essere in grado di produrre, quali difesa aerea e missilistica integrata, capacità di colpire a lungo raggio, superiorità informativa, cyber warfare e integrazione tra terra, mare, aria, spazio e dominio digitale.</p>



<p>Questa svolta di Berlino arriva a seguito di eventi noti che hanno sconvolto tutta l’Europa, rimettendo nelle mani degli Stati membri &#8211; visto l’immobilismo dell’Unione &#8211; la necessità di agire. I fattori principali in questione sono senz’altro l’invasione russa dell’Ucraina, che ha dimostrato come il modello di sicurezza tedesco costruito dopo la Guerra Fredda non sia più sufficiente, ma anche il fatto che Washington stia concentrando sempre più risorse sulla competizione con la Cina, facendo ritenere necessario rafforzare il pilastro europeo della NATO, così da ridurre la dipendenza operativa dagli americani senza mettere in discussione l’alleanza atlantica, e, infine, il dovere per l’Europa di assumersi più responsabilità, come ha ben sintetizzato Pistorius con una frase destinata a diventare centrale: “La NATO deve diventare più europea per restare transatlantica”.</p>



<p>Certamente la trasformazione della Bundeswehr ha anche una dimensione industriale, comportando maggiori investimenti in armamenti, tecnologie avanzate e produzione europea, che potrebbero dunque rafforzare l’intero settore della difesa tedesco ed europeo. Ci sono però delle difficoltà da superare, in quanto l’ambizione si scontra con problemi concreti come le difficoltà di reclutamento, la carenza di personale qualificato, la lentezza burocratica negli acquisti militari o la necessità di modernizzare infrastrutture e logistica, solo per citare alcuni degli scogli che la Germania dovrà superare, visto anche il caso specifico della Bundeswehr, che negli ultimi anni è stata spesso criticata per problemi di prontezza operativa, disponibilità dei mezzi e manutenzione.</p>



<p>Ma quindi la Germania sarà davvero la prima forza militare d’Europa?</p>



<p>Molto dipenderà dal criterio utilizzato, infatti sul piano convenzionale terrestre e industriale, la Germania ha le risorse economiche per diventare il principale attore militare europeo, ma sul piano del potere militare complessivo la Francia mantiene ancora vantaggi decisivi, come la deterrenza nucleare autonoma, la capacità di proiezione globale e una tradizione operativa consolidata. Dunque, più che sostituire Parigi o Londra, Berlino sembra voler diventare il fulcro della difesa convenzionale europea, mentre la Francia continuerebbe a rappresentare il principale pilastro nucleare dell’Europa continentale, creando così una nuova architettura di sicurezza europea.</p>



<p>L’Europa ormai non può più rimandare la sua preparazione a un’epoca di competizione strategica prolungata, in cui il sostegno americano resta fondamentale ma non più esclusivo. La direzione che vogliono i tedeschi è chiara: più autonomia europea, più integrazione militare continentale e una Germania molto più centrale nella deterrenza contro la Russia, ma tutti gli altri non possono restare a guardare.</p>
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		<title>Lo sport oltre lo sport. Storia e attualità del rugby</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alice Ceccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 14:36:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rugby non è soltanto uno sport: è un linguaggio fatto di regole, territori, appartenenze e relazioni umane. È una disciplina nella quale il gesto atletico conta, così come conta il contesto in cui quel gesto nasce: il club, il campo, il rapporto tra generazioni, il senso di appartenenza a una maglia. È proprio questa [&#8230;]</p>
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<p>Il rugby non è soltanto uno sport: è un linguaggio fatto di regole, territori, appartenenze e relazioni umane. È una disciplina nella quale il gesto atletico conta, così come conta il contesto in cui quel gesto nasce: il club, il campo, il rapporto tra generazioni, il senso di appartenenza a una maglia. È proprio questa dimensione più profonda a emergere da <em>Storia e attualità del rugby nel contesto veneto e internazionale</em>, volume curato da Andrea Passerini e Andrea Rinaldo, pubblicato da Viella in coedizione con Fondazione Benetton Studi Ricerche.</p>



<p>Il libro nasce da una giornata di studio che la Fondazione Benetton ha dedicato al rugby il 23 novembre 2019, in occasione della partita d’esordio tra Benetton Rugby e Northampton Saints allo stadio Monigo di Treviso nella Heineken Champions Cup. Promosso per iniziativa di Marco Tamaro, allora direttore della Fondazione Benetton, l’incontro ha riunito studiosi, esperti e protagonisti del mondo della palla ovale per interrogarsi sul significato culturale e sociale di questo sport.</p>



<p>I contributi raccolti nel volume raccontano il rugby andando oltre la dimensione sportiva. Si tratta di un’opera rivolta agli appassionati, ma anche a chi vuole comprendere perché alcune discipline riescano a diventare parte integrante dell’identità di un territorio, trasformandosi in patrimonio condiviso di una comunità.</p>



<p>In questo senso, la scelta del Veneto come punto di osservazione non è casuale. In questa regione il rugby ha infatti costruito nel tempo una presenza particolarmente forte, radicandosi nelle città, nelle province e nelle comunità, a dimostrazione di come una realtà locale possa diventare un punto di riferimento nazionale e internazionale. Il rugby diventa una storia collettiva, fatta di volontari, dirigenti, allenatori e giocatori che hanno contribuito a trasformare un campo sportivo in uno spazio di formazione e socialità. È proprio qui che il libro trova forse la sua intuizione più forte: il successo di una cultura sportiva nasce spesso lontano dai grandi palcoscenici, nei luoghi in cui una comunità decide di riconoscersi in un progetto comune.</p>



<p>Il libro affronta il rugby sotto prospettive differenti. La dimensione storica (utilizzata per interrogarsi sull’evoluzione dello sport contemporaneo e non come mezzo per idealizzare un passato lontano) si intreccia con quella filosofica e sociale, mentre l’analisi tecnica dialoga con una riflessione più ampia sul significato del gioco. Ne emerge un ritratto complesso: il rugby è una disciplina nella quale forza e controllo, confronto fisico e rispetto dell’avversario convivono in un equilibrio (o un’ecologia, come la definisce Rinaldo) particolare.</p>



<p>Lo sguardo verso il rugby internazionale rende poi possibile un confronto con le grandi realtà mondiali per leggere il percorso italiano come parte di un movimento globale in continua trasformazione. Le esperienze dei grandi paesi rugbistici diventano uno specchio attraverso cui valutare potenzialità e difficoltà del sistema italiano, chiamato a confrontarsi con cambiamenti profondi: la crescente professionalizzazione, la dimensione internazionale, il rapporto con i media e la necessità di mantenere vivo il legame con le proprie radici.</p>



<p><em>Storia e attualità del rugby nel contesto veneto e internazionale</em> racconta uno sport che non si esaurisce negli ottanta minuti di una partita, perché porta con sé memoria, educazione e identità. In un’epoca in cui molti sport rischiano di diventare soltanto spettacolo e intrattenimento, il volume ricorda che il rugby conserva ancora una dimensione umana e sociale capace di spiegare il motivo per cui, in certi territori, una palla ovale può raccontare molto più di una semplice gara.</p>



<p></p>
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		<title>Maturità 2026, seconda prova: Quintiliano spiazza il Classico, Lago di Bracciano e IA tra le tracce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Susanna Castelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 14:11:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo il tema di italiano della prima prova, uguale in tutta Italia, i maturandi del 2026 hanno affrontato oggi il secondo scritto, quello pensato per misurare la preparazione nelle materie portanti di ciascun indirizzo, scelte dal Ministero e comunicate alle scuole già a fine gennaio. I tempi a disposizione cambiano da liceo a liceo: si [&#8230;]</p>
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<p>Dopo il tema di italiano della prima prova, uguale in tutta Italia, i maturandi del 2026 hanno affrontato oggi il secondo scritto, quello pensato per misurare la preparazione nelle materie portanti di ciascun indirizzo, scelte dal Ministero e comunicate alle scuole già a fine gennaio. I tempi a disposizione cambiano da liceo a liceo: si va da un minimo di sei ore per Classico, Scientifico, Linguistico e Scienze Umane, mentre gli studenti dei licei artistici lavorano fino a tre giorni, sei ore per giornata.</p>



<p>Al Classico la sorpresa è arrivata con l&#8217;apertura del plico telematico: a tradurre non è stato né Cicerone né Seneca, gli autori più gettonati nella storia recente dell&#8217;esame, bensì Quintiliano. Con la versione di quest&#8217;anno l&#8217;autore dell&#8217;<em>Institutio oratoria </em>arriva a quota quattro presenze complessive alla Maturità, l&#8217;ultima delle quali risaliva al 2013. Si tratta comunque di una figura tutt&#8217;altro che marginale nei programmi di latino dell&#8217;ultimo anno: il passo scelto proviene dal primo libro dell&#8217;opera, una delle riflessioni pedagogiche più mature lasciateci dal mondo antico, e affronta il ruolo della musica nella formazione dell&#8217;oratore perfetto.</p>



<p>Allo Scientifico la prova di matematica ha messo sul tavolo due alternative: uno studio di funzione in forma classica oppure un caso concreto legato al Lago di Bracciano, per il quale gli studenti devono costruire un modello matematico capace di descrivere nel tempo l’andamento del livello delle acque del lago, tema collegato alla gestione delle risorse idriche del territorio romano. Il problema è introdotto da una celebre riflessione di Albert Einstein: «<em>Nella misura in cui i teoremi della matematica si riferiscono alla realtà, non sono certi; e nella misura in cui sono certi, non si riferiscono alla realtà</em>».&nbsp;</p>



<p>Tra gli otto quesiti proposti, di cui i candidati dovevano risolverne quattro, sono comparsi anche un torneo di pallavolo, una mano di scopone, il gioco &#8220;Cover the spot&#8221; e un richiamo al terremoto del Friuli, di cui quest&#8217;anno ricorre il cinquantesimo anniversario.</p>



<p>Al Linguistico la prova di inglese ha chiesto agli studenti di scrivere un pezzo di circa 300 parole per il giornale d&#8217;istituto, prendendo spunto dal messaggio con cui il Segretario generale dell&#8217;ONU Antonio Guterres ha aperto le recenti Paralimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, per riflettere sul significato di Olimpiadi e Paralimpiadi come occasione di fair play, rispetto, gioco di squadra e valorizzazione del potenziale umano.&nbsp;</p>



<p>La prova comprende anche attività di comprensione e analisi testuale. Tra i materiali proposti figurano un saggio sul dibattito bioetico legato agli OGM e un estratto del romanzo “<em>On Beauty</em>” della scrittrice Zadie Smith.&nbsp;</p>



<p>Al liceo delle Scienze Umane la traccia ha intrecciato due letture sul rapporto tra adolescenti e tecnologia: un brano firmato da Alberto Pellai ed Elisabetta Papuzza, tratto da &#8220;<em>Cyber Generation. Sfide evolutive per chi cresce online</em>&#8220;, e uno di Giuseppe Riva, dal libro &#8220;<em>Crescere connessi. Una sfida per genitori e figli</em>&#8220;. La riflessione si concentra sugli effetti della rivoluzione tecnologica nella crescita dei giovani e sul ruolo educativo di famiglie e scuola.</p>



<p>Per chi frequenta l&#8217;opzione economico-sociale dello stesso indirizzo, tra i materiali proposti compare anche un riferimento alla Legge 132 del 23 settembre 2025, che contiene le disposizioni e le deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale: in particolare viene richiamato l&#8217;articolo 3, dedicato ai limiti da porre ai chatbot a tutela dei diritti delle persone.</p>



<p>Il punteggio della seconda prova viene espresso in ventesimi e si somma a quello della prima prova e ai crediti scolastici già maturati, secondo le griglie di valutazione definite dal Ministero per le commissioni d&#8217;esame. I risultati, però, non saranno resi noti subito: le scuole pubblicano i quadri con i punteggi delle prove scritte solo qualche giorno dopo la conclusione degli scritti.</p>
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		<title>Giorgia Meloni su Donald Trump: “Io e l’Italia non imploriamo mai.”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ivan Guidi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 13:52:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interno 2]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Donald Trump perde un altro alleato? Il secondo mandato da presidente di Donald Trump è sicuramente caratterizzato dalla forte presenza di conflitti. A quanto pare però, ormai questi non riguardano più solo rivali storici, ma anche quelli che fino a poco tempo fa apparivano come fedeli alleati. Nel corso di un&#8217;intervista telefonica con La7, il [&#8230;]</p>
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<p>Donald Trump perde un altro alleato?</p>



<p>Il secondo mandato da presidente di Donald Trump è sicuramente caratterizzato dalla forte presenza di conflitti. A quanto pare però, ormai questi non riguardano più solo rivali storici, ma anche quelli che fino a poco tempo fa apparivano come fedeli alleati. Nel corso di un&#8217;intervista telefonica con La7, il Tycoon non ha speso parole di elogio nei confronti del primo ministro italiano Giorgia Meloni.</p>



<p>&#8220;Mi ha implorato di fare una foto con lei, mi è dispiaciuto.&#8221;</p>



<p>Non si è fatta attendere la risposta del premier, che non le ha certo mandate a dire:</p>



<p>“Sono dichiarazione completamente inventate, sono allibita e non so perché il Presidente USA si comporti così con i propri alleati. Del resto non è la prima volta che accade.&#8221;</p>



<p>Tuttavia Meloni non si è limitata a rispondere nel merito della questione. Ha anche lanciato una frecciata nei confronti del Presidente in riferimento agli ultimi eventi dello scenario internazionale. In particolare tali dichiarazioni sembrano riferirsi agli ultimi sviluppi in Medio Oriente: </p>



<p>“Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente e con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali si dimostra molto più accondiscendente. Una cosa però si deve ricordare. Io e l’Italia non imploriamo mai.”</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le risposte della politica italiana</h2>



<p>Immediate sono state le repliche del panorama politico italiano, il quale ha espresso in modo pressocché unanime vicinanza nei confronti di Meloni e condannato le parole di Trump.</p>



<p>&#8220;Non posso immaginare la Premier chiedere una fotografia a nessuno, nemmeno sotto minaccia. Posso invece immaginare quanto le sia costato mettere da parte ciò che Trump aveva detto settimane fa per fare l’interesse dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente. Ed immagino quanto le costerà non commentare come meriterebbe questa nuova caduta di stile del Presidente USA. Per quanto &#8216;caduta di stile&#8217; sia un implicito ed immeritato riconoscimento, in questo caso, ciò che ferisce è che battute di questo tipo non fanno bene a nessuno: né agli USA, né all’Italia, né all’alleanza&#8221;.</p>



<p>&#8220;I deliri di Trump su Meloni sono solo l&#8217;ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all&#8217;intero continente europeo, danneggiando non solo l&#8217;Europa ma soprattutto gli Stati Uniti&#8221;.</p>



<p>&#8220;Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio Giorgia Meloni offendono tutta l&#8217;Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno&#8221;.</p>



<p>Le suddette dichiarazioni sono state rilasciate rispettivamente dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, e dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani. Nelle ore precedenti anche il Presidente Sergio Mattarella ha telefonato a Meloni per esprimerle la propria solidarietà.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le reazioni delle opposizioni</h2>



<p>Sì, ma non solo il governo.</p>



<p>La solidarietà nei confronti del Primo Ministro è giunta anche dalle opposizioni. Tuttavia non senza alcune critiche relative al fatto che le ultime dinamiche possano essere il risultato di un presunto atteggiamento di sudditanza da parte del governo nei confronti degli Stati Uniti.</p>



<p>&#8220;L’Italia non merita di ritrovarsi così platealmente mortificata. Lo dico da cittadino italiano prima che da politico. È inaccettabile che un alleato si permetta di parlare in questo modo dei nostri vertici istituzionali&#8221;.</p>



<p>“Trump è un mentitore seriale nonché un bullo da operetta. Personalmente non credo affatto che Giorgia Meloni abbia implorato alcunché. In ogni caso questi insulti vanno respinti in quanto ledono l&#8217;onore della nazione&#8221;.</p>



<p>Queste le dichiarazioni di Giuseppe Conte (M5S) e Carlo Calenda (Azione). Più critico invece Nicola Fratoianni (AVS):</p>



<p>&#8220;Non so se essere più preoccupato per un Trump ormai senza freni o per la credibilità pari a zero di Meloni a livello internazionale. Verrebbe francamente voglia di esprimere solidarietà a Meloni, se non fosse che tutto questo è il risultato delle sue scelte e della subalternità a Trump.&#8221;</p>



<p></p>
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		<title>Il suono del Caspio incontra Roma: il jazz azerbaigiano alla Casa del Jazz</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Irene Anania]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 10:53:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 Mondi]]></category>
		<category><![CDATA[Azerbaigian]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il parco della Casa del Jazz era pieno, giovedì sera, per &#8220;Il suono del Caspio: Jazz dell&#8217;Azerbaigian&#8221;. L&#8217;ingresso era libero fino a esaurimento posti, e i posti si sono esauriti: il pubblico, eterogeneo per età e provenienza, ha riempito lo spazio all&#8217;aperto di Villa Osio per una serata che ha portato a Roma uno degli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il parco della Casa del Jazz era pieno, giovedì sera, per &#8220;Il suono del Caspio: Jazz dell&#8217;Azerbaigian&#8221;. L&#8217;ingresso era libero fino a esaurimento posti, e i posti si sono esauriti: il pubblico, eterogeneo per età e provenienza, ha riempito lo spazio all&#8217;aperto di Villa Osio per una serata che ha portato a Roma uno degli incroci musicali meno frequentati dai cartelloni italiani, quello tra l&#8217;improvvisazione jazzistica e il mugham, la tradizione musicale del Caucaso.</p>



<p>Il concerto è stato organizzato nell&#8217;ambito delle Giornate di Cultura Azerbaigiana in Italia, promosse dal Centro Culturale presso l&#8217;Ambasciata della Repubblica dell&#8217;Azerbaigian, con la collaborazione del Centro Culturale dell&#8217;Azerbaigian, di Itazercom e della Casa del Jazz stessa. Protagonista della serata Emil Afrasiyab, pianista e compositore nato a Baku nel 1982, una delle figure più riconosciute della scena jazz azerbaigiana contemporanea: formatosi all&#8217;Accademia di Musica di Baku e poi alla Berklee College of Music di Boston, premiato al Montreux Jazz Festival nel 2011, da anni porta nei festival internazionali un repertorio che fonde armonie jazzistiche e architetture sonore mugham. Ad affiancarlo sul palco, altri musicisti del suo ensemble, insieme alle voci di Aysel Teymur ed Elnur Huseynov.</p>



<p>Non è la prima volta che il jazz azerbaigiano prova a farsi conoscere fuori dai propri confini: dietro a quello che si è ascoltato ieri sera c&#8217;è una tradizione che risale agli anni Sessanta, quando compositori come Vagif Mustafazadeh iniziarono a innestare sulle strutture armoniche del jazz le scale, i microtoni e la logica improvvisativa del mugham, genere che l&#8217;UNESCO riconosce come patrimonio culturale immateriale dell&#8217;umanità. Un&#8217;eredità che artisti come Afrasiyab portano avanti oggi, in un linguaggio che non cerca la fusione a tutti i costi ma piuttosto la convivenza; il fraseggio jazzistico che si piega alle microtonalità orientali, il ritmo che asseconda la libertà dell&#8217;improvvisazione mugham senza perdere lo swing.</p>



<p>Sul piano simbolico, prima ancora che musicale, la serata ha avuto un peso che va oltre il singolo concerto. Ospitare a Roma una rassegna dedicata interamente al jazz azerbaigiano significa offrire alla città uno sguardo su un repertorio che raramente trova spazio nei cartelloni italiani, abituati a un&#8217;idea di jazz più legata alla tradizione angloamericana o alle sue declinazioni europee più consolidate. La Casa del Jazz, che da anni si propone come luogo aperto a tutti gli stili del genere e come piattaforma di incontro tra musicisti e pubblici diversi, ha trovato in questa serata una delle sue espressioni più coerenti: un palco all&#8217;aperto, in una sera di giugno, per una musica che nasce essa stessa da un incontro tra mondi lontani.</p>



<p>È proprio in questo che sta forse il valore più immediato della serata: nel ricordare che il jazz, fin dalle sue origini, è un genere costruito sulla contaminazione, e che ogni volta che incrocia una tradizione musicale diversa &#8211; il mugham caucasico, ieri sera, come in altri contesti il flamenco, la musica indiana o le tradizioni dell&#8217;Africa occidentale &#8211; non si snatura, ma trova nuove strade per restare quello che è sempre stato: una musica di frontiera.</p>
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