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	<title>Africa Express: notizie dal continente dimenticato</title>
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		<title>Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Africa ExPress]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 11:32:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Speciale Per Africa ExPress Davide Banfi* 11 aprile 2026 Attraverso immagini sul campo e interviste esclusive, il servizio della BBC che postiamo qui sotto esplora la nuova frontiera del jihadismo in Somalia, mostrando come la provincia somala dello Stato Islamico stia cercando di consolidare la sua presenza nelle montagne del Puntland e come le forze [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-78140" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/03/Davide-Banfi-e1774696718147-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/03/Davide-Banfi-e1774696718147-150x150.jpeg 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/03/Davide-Banfi-e1774696718147-300x300.jpeg 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/03/Davide-Banfi-e1774696718147-900x900.jpeg 900w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/03/Davide-Banfi-e1774696718147-696x696.jpeg 696w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/03/Davide-Banfi-e1774696718147-1068x1068.jpeg 1068w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/03/Davide-Banfi-e1774696718147.jpeg 1152w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />Speciale Per Africa ExPress<br />
<strong>Davide Banfi*</strong><br />
11 aprile 2026</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Attraverso immagini sul campo</strong> e interviste esclusive, il servizio della BBC che postiamo qui sotto esplora la nuova frontiera del jihadismo in Somalia, mostrando come la provincia somala dello Stato Islamico stia cercando di consolidare la sua presenza nelle montagne del Puntland e come le forze locali e le comunità dei villaggi affrontino la minaccia quotidiana.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>A nord-est del Corno d’Africa</strong>, nel Puntland, Stato federale semiautonomo della Somalia, opera una delle cellule africane dello stato islamico: la cosiddetta provincia somala dell’ISIS.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-78451" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/WEB_MAP_SOMALIA_PUNTLAND-1000X562-1687342838-900x506.webp" alt="" width="696" height="391" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/WEB_MAP_SOMALIA_PUNTLAND-1000X562-1687342838-900x506.webp 900w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/WEB_MAP_SOMALIA_PUNTLAND-1000X562-1687342838-300x169.webp 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/WEB_MAP_SOMALIA_PUNTLAND-1000X562-1687342838-150x84.webp 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/WEB_MAP_SOMALIA_PUNTLAND-1000X562-1687342838-696x392.webp 696w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/WEB_MAP_SOMALIA_PUNTLAND-1000X562-1687342838-1068x601.webp 1068w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/WEB_MAP_SOMALIA_PUNTLAND-1000X562-1687342838.webp 1200w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Dopo le sconfitte subite tra il 2017 e il 2019</strong> in Iraq e Siria, l’organizzazione ha cercato nuove aree di influenza per portare avanti il progetto di un califfato globale, trovando nel continente africano uno dei suoi principali spazi di espansione.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Oggi alcune delle sue ramificazioni</strong> più attive operano nella zona del Sahel tra Burkina Faso, Mali, Niger e Nigeria e più a sud nell’Africa subsahariana, tra la Repubblica Democratica del Congo, Uganda, il Mozambico e la stessa Somalia.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="wmIsgTIoW3I"><iframe title="Shadow War: Islamic State Group in Africa - BBC Africa Eye Documentary" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/wmIsgTIoW3I?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il reportage della BBC si inserisce in un contesto</strong> già segnato dall’insurrezione di Al-Shebab, il gruppo jihadista somalo legato ad Al-Qaeda. Il documentario mostra però come anche lo Stato Islamico stia tentando di ritagliarsi uno spazio nel Paese. La sua presenza risale al 2015, quando una fazione di combattenti di Al-Shebab disertò l’organizzazione, giurando fedeltà all’ISIS e dando vita alla provincia somala del gruppo, guidata dal predicatore Abdul Qadir Mumin.</p>
<h3><strong>Instabilità</strong></h3>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Da quasi un decennio</strong> la presenza dello stato islamico ha contribuito ad aggravare l’instabilità della Somalia, un Paese segnato da una guerra civile che dura dal 1991, anno della caduta del regime di Siad Barre.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Da allora il conflitto si è frammentato</strong> in molteplici fronti e attori armati. Negli ultimi anni, mentre le forze di sicurezza somale concentravano gran parte dei loro sforzi contro l’insurrezione di Al-Shebab, nuove cellule jihadiste legate all&#8217;ISIS hanno iniziato a stabilirsi nel nord del Paese, in particolare a nord est, nel Puntland.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>In questo contesto la Somalia appare sempre</strong> più come una sorta di scacchiera violenta, dove milizie jihadiste, forze governative e gruppi armati locali si confrontano su più fronti contemporaneamente. Una situazione che rende la vita dei civili profondamente instabile e imprevedibile.</p>
<h3><strong>Ampliamento rete</strong></h3>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Con il passare degli anni la filiale somala dell’ISIS</strong> ha progressivamente ampliato la propria rete, riuscendo ad arruolare combattenti provenienti sia dall’estero sia dalle file di Al-Shebab. Una presenza che ha contribuito a trasformare le montagne di Cal Miskaad, nel Puntland, in uno dei principali centri operativi del gruppo nella regione. In quest’area, secondo quanto mostrato anche nel documentario della BBC, sorgono campi di addestramento e basi logistiche da cui l’organizzazione produce e diffonde materiale di propaganda.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Nei primi mesi del 2025</strong> le forze autonome del Puntland hanno lanciato una serie di operazioni nella regione di Bari, riuscendo a scacciare i militanti jihadisti sia dal territorio regionale sia dalla città portuale di Bosaso. Nonostante questi successi, il gruppo mantiene ancora la propria presenza in piccole città, villaggi remoti e nelle aree montuose difficili da controllare.</p>
<h3><strong>Miliziani dettano legge</strong></h3>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Proprio tra questi villaggi c&#8217;è anche</strong> <strong>Dardar</strong>, che conta poco più di 600 abitanti. Questo centro abitato è stato messo a soqquadro dalle milizie dell’ISIS, che in poco tempo hanno preso il controllo, dettando le proprie direttive. Ne parla l’imam locale Said Mohamud Ibrahim, testimone dell’affissione delle nuove regole su una lavagna, dove venivano elencate le norme di comportamento che gli abitanti di Dardar avrebbero dovuto seguire durante l’occupazione dei terroristi.</p>
<figure id="attachment_78452" aria-describedby="caption-attachment-78452" style="width: 696px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-78452" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/8-1-900x507.jpg" alt="" width="696" height="392" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/8-1-900x507.jpg 900w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/8-1-300x169.jpg 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/8-1-150x84.jpg 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/8-1-1536x865.jpg 1536w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/8-1-696x392.jpg 696w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/8-1-1068x601.jpg 1068w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/8-1.jpg 1643w" sizes="auto, (max-width: 696px) 100vw, 696px" /><figcaption id="caption-attachment-78452" class="wp-caption-text">Miliziani dell&#8217;ISIS in Puntland</figcaption></figure>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Tra le regole imposte figuravano</strong> il divieto per uomini e donne di incontrarsi in pubblico, interdizione per gli uomini di indossare pantaloni lunghi fino alle caviglie o di portare acconciature considerate “alla moda”. Alle donne veniva invece imposto di indossare un tipo specifico di hijab, accompagnato da guanti e calze per coprire mani e caviglie, inoltre, anche la musica era vietata.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Nell’intervista realizzata dalla BBC,</strong> lo stesso imam racconta che i miliziani si erano autoproclamati guide spirituali del villaggio, intimandogli di lasciare la moschea e di attenersi alle loro istruzioni. “Ho capito bene il significato reale: o mi avrebbero decapitato o mi avrebbero rapito”, ha affermato Said Mohamud Ibrahim.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Nonostante la presenza dei miliziani sia progressivamente diminuita,</strong> grazie al coraggio delle forze del Puntland, che difendono con determinazione il loro territorio, la minaccia rimane attiva, soprattutto tra le montagne e le alture, dove i miliziani si nascondono in caverne e rifugi isolati.</p>
<h3><strong>Forze del Puntland</strong></h3>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Tra i militari regolari c’è anche Muna Ali Dahir</strong>, 32 anni, una delle poche donne presenti, che pur avendo già combattuto in passato, resta alla base pronta a fronteggiare eventuali perdite. Nei momenti di quiete tra una battaglia e l’altra, Dahir telefona alla sua famiglia: ha otto figli, ma li ha visti solo due volte nell’ultimo anno. Nonostante la lontananza e il dolore, la sua motivazione resta intatta: “Tutto questo mi fa capire che sto facendo la cosa giusta”.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Non possiamo prevedere come si concluderà</strong> il conflitto, ma la lotta contro lo stato islamico in Puntland continua senza tregua, dimostrando la resilienza del gruppo, capace di riorganizzarsi nonostante le perdite, e la determinazione delle forze locali nel difendere il loro territorio e proteggere la popolazione.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Davide Banfi<br />
</strong><em>davidebanfi02@gmail.com</em><strong><br />
</strong><em>© RIPRODUZIONE RISERVATA</em></p>
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		<title>Il New York Times svela come Trump e Netanyahu hanno  portato gli Stati Uniti alla guerra con l&#8217;Iran</title>
		<link>https://www.africa-express.info/2026/04/10/il-new-york-times-svela-come-trump-e-netanyahu-hanno-portato-gli-stati-uniti-alla-guerra-con-liran/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[maxalb]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 22:46:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dal New York Times Maggie Haberman* e Jonethan Swan* Washington, 7 aprile 2026 Il SUV nero che trasportava il primo ministro Benjamin Netanyahu è arrivato alla Casa Bianca poco prima delle 11 del mattino dell&#8217;11 febbraio. Il leader israeliano, che da mesi esercitava pressioni affinché gli Stati Uniti acconsentissero a un attacco su larga scala [&#8230;]</p>
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<strong>Maggie Haberman*</strong> e <strong>Jonethan Swan*</strong><br />
Washington, 7 aprile 2026</p>
</div>
<p><strong>Il SUV nero che trasportava il primo ministro Benjamin Netanyahu</strong> è arrivato alla Casa Bianca poco prima delle 11 del mattino dell&#8217;11 febbraio. Il leader israeliano, che da mesi esercitava pressioni affinché gli Stati Uniti acconsentissero a un attacco su larga scala contro l&#8217;Iran, è stato accompagnato all&#8217;interno senza troppe cerimonie, lontano dagli occhi dei giornalisti, pronto per uno dei momenti più cruciali della sua lunga carriera.</p>
<p><strong>I funzionari statunitensi</strong> e israeliani si sono riuniti prima nella Sala del Gabinetto, adiacente allo Studio Ovale. Poi Netanyahu si è recato al piano di sotto per l’evento principale: una presentazione altamente riservata sull’Iran per il presidente Trump e il suo team nella Sala Operativa della Casa Bianca, che veniva usata raramente per incontri di persona con leader stranieri.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/00dc-trump-war-kmtc/00dc-trump-war-kmtc-articleLarge.jpg?quality=75&amp;auto=webp&amp;disable=upscale" /></p>
<p><strong>Trump si è seduto</strong>, ma non nella sua solita posizione a capotavola del tavolo da conferenza in mogano. Il presidente ha invece preso posto su un lato, di fronte ai grandi schermi montati lungo la parete. Netanyahu si è seduto dall’altro lato, proprio di fronte al presidente.</p>
<p><strong>Sullo schermo dietro al primo ministro</strong> apparivano David Barnea, direttore del Mossad, l’agenzia di intelligence estera israeliana, e alcuni funzionari militari israeliani. Disposte visivamente dietro a Netanyahu, creavano l’immagine di un leader in tempo di guerra circondato dal suo team.</p>
<p><strong>Susie Wiles, capo di gabinetto della Casa Bianca</strong>, era seduta all’estremità del tavolo. Il segretario di Stato Marco Rubio, che ricopriva anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale, aveva preso il suo posto abituale.</p>
<p><strong>Il segretario alla Difesa</strong> Pete Hegseth e il generale Dan Caine, presidente del Joint Chiefs of Staff, che in genere sedevano insieme in contesti simili, erano da un lato; con loro c’era John Ratcliffe, direttore della CIA. Jared Kushner, genero del presidente, e Steve Witkoff, inviato speciale di Trump, che aveva negoziato con gli iraniani, completavano il gruppo principale.</p>
<h3><strong>Riunione ristretta</strong></h3>
<p><strong>L&#8217;incontro era stato volutamente ristretto</strong> per evitare fughe di notizie. Gli altri principali membri del gabinetto non avevano idea che si stesse svolgendo. Assente era anche il vicepresidente. JD Vance si trovava in Azerbaigian e l’incontro era stato programmato con così poco preavviso che non era riuscito a tornare in tempo.</p>
<p><strong>La presentazione che Netanyahu avrebbe fatto</strong> nell’ora successiva sarebbe stata fondamentale per avviare gli Stati Uniti e Israele sulla strada verso un grave conflitto armato nel mezzo di una delle regioni più instabili del mondo.</p>
<p><strong>E avrebbe portato a una serie di discussioni</strong> all&#8217;interno della Casa Bianca nei giorni e nelle settimane successive, i cui dettagli non sono stati riportati in precedenza, in cui Trump ha valutato le sue opzioni e i rischi prima di dare il via libera per unirsi a Israele nell&#8217;attacco all&#8217;Iran.</p>
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<picture id="grid-image-0-" class="grid-image-0" data-credit="Amir Cohen/Reuters"><source srcset="https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-8-lbwm/dc-trump-war-8-lbwm-superJumbo.jpg?auto=webp&amp;quality=90" media="(min-width: 600px)" /><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-8-lbwm/dc-trump-war-8-lbwm-mobileMasterAt3x.jpg?auto=webp&amp;quality=90" alt="" /></picture><picture class="grid-image-1" data-credit="Eric Lee for The New York Times"><source srcset="https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-9-chlm/dc-trump-war-9-chlm-superJumbo.jpg?auto=webp&amp;quality=90" media="(min-width: 600px)" /></picture>
<figure style="width: 1185px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-9-chlm/dc-trump-war-9-chlm-mobileMasterAt3x.jpg?auto=webp&amp;quality=90" alt="" width="1185" height="1778" /><figcaption class="wp-caption-text">Il alto David Barnea, direttore del Mossad, l’agenzia di intelligence estera israeliana. In baso Netanyahu. Alcuni funzionari militari israeliani hanno partecipato all’incontro cruciale con Trump nella Situation Room della Casa Bianca. Crediti&#8230; Amir Cohen/Reuters; Eric Lee per il New York Times</figcaption></figure>
</div>
</div>
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<p><strong>Questo resoconto di come Trump</strong> abbia portato gli Stati Uniti in guerra è tratto da un libro di prossima pubblicazione, “Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump”. Esso rivela come le deliberazioni all’interno dell’amministrazione abbiano messo in luce l’istinto del presidente, le fratture nella sua cerchia ristretta e il modo in cui gestisce la Casa Bianca.</p>
<p><strong>Si basa su interviste approfondite</strong> condotte a condizione di anonimato per raccontare discussioni interne e questioni delicate.</p>
<p><strong>Il resoconto sottolinea</strong> quanto il pensiero bellicoso di Trump fosse allineato a quello di Netanyahu nel corso di molti mesi, più di quanto persino alcuni dei principali consiglieri del presidente avessero riconosciuto. La loro stretta collaborazione è stata una caratteristica costante in due amministrazioni, e quella dinamica — per quanto a volte tesa — ha alimentato intense critiche e sospetti sia a sinistra che a destra della politica americana.</p>
<p><strong>E dimostra come, alla fine</strong>, anche i membri più scettici del gabinetto di guerra di Trump – con la netta eccezione di Vance, la figura all’interno della Casa Bianca più contraria a una guerra su vasta scala – abbiano ceduto all’istinto del presidente, compresa la sua grande fiducia nel fatto che la guerra sarebbe stata rapida e decisiva. La Casa Bianca ha rifiutato di commentare.</p>
<p><strong>L&#8217;11 febbraio, nella Situation Room</strong>, Netanyahu ha fatto una forte pressione, suggerendo che l&#8217;Iran fosse maturo per un cambio di regime ed esprimendo la convinzione che una missione congiunta USA-Israele potesse finalmente porre fine alla Repubblica Islamica.</p>
<p><strong>A un certo punto</strong>, gli israeliani hanno mostrato a Trump un breve video che includeva un montaggio di potenziali nuovi leader che avrebbero potuto prendere il controllo del Paese se il governo della linea dura fosse caduto.</p>
<p><strong>Tra i personaggi presenti</strong> c&#8217;era Reza Pahlavi, il figlio in esilio dell&#8217;ultimo scià dell&#8217;Iran, ora un dissidente con sede a Washington che aveva cercato di accreditarsi come leader laico in grado di guidare l&#8217;Iran verso un governo post-teocratico.</p>
<p><strong>Netanyahu e il suo team</strong> hanno delineato una serie di condizioni che, secondo loro, avrebbero garantito una vittoria quasi certa: il programma missilistico balistico dell’Iran avrebbe potuto essere distrutto nel giro di poche settimane.</p>
<p><strong>Il regime sarebbe stato talmente indebolito</strong> da non poter bloccare lo Stretto di Hormuz, e la probabilità che l’Iran potesse sferrare attacchi contro gli interessi statunitensi nei Paesi confinanti era stata valutata come minima.</p>
<p><strong>Inoltre, le informazioni del Mossad</strong> indicavano che le proteste di piazza all’interno dell’Iran sarebbero ricominciate e – con l’impulso dell’agenzia di spionaggio israeliana che avrebbe contribuito a fomentare rivolte e ribellioni – un’intensa campagna di bombardamenti avrebbe potuto creare le condizioni affinché l’opposizione iraniana rovesciasse il regime.</p>
<p><strong>Gli israeliani sollevarono anche la prospettiva</strong> che combattenti curdi iraniani attraversassero il confine dall’Iraq per aprire un fronte terrestre nel nord-ovest, allungando ulteriormente le forze del regime e accelerandone il crollo.</p>
<p><strong>Netanyahu ha tenuto la sua presentazione</strong> con tono sicuro e monotono. Sembrava aver fatto colpo sulla persona più importante nella sala, il presidente americano.</p>
<p><strong>Mi sembra una buona idea</strong>, ha detto Trump al primo ministro. Per Netanyahu, questo ha segnalato un probabile via libera per un&#8217;operazione congiunta tra Stati Uniti e Israele.</p>
<p><strong>Netanyahu non è stato l’unico a uscire dall’incontro</strong> con l’impressione che Trump avesse praticamente già preso una decisione. I consiglieri del presidente hanno potuto constatare che era rimasto profondamente impressionato dalla promessa di ciò che i servizi militari e di intelligence di Netanyahu potevano fare, proprio come era successo quando i due uomini avevano parlato prima della guerra di 12 giorni con l’Iran a giugno.</p>
<p><strong>All&#8217;inizio della sua visita alla Casa Bianca</strong> l&#8217;11 febbraio, Netanyahu aveva cercato di concentrare l&#8217;attenzione degli americani riuniti nella Sala del Gabinetto sulla minaccia esistenziale rappresentata dall&#8217;86enne leader supremo dell&#8217;Iran, l&#8217;Ayatollah Ali Khamenei.</p>
<p><strong>Quando altri presenti nella sala</strong> hanno chiesto al primo ministro quali fossero i possibili rischi dell’operazione, Netanyahu li ha riconosciuti, ma ha sottolineato un punto centrale: a suo avviso, i rischi dell’inazione erano maggiori di quelli dell’azione.</p>
<p><strong>Ha sostenuto che il prezzo</strong> dell’azione sarebbe solo aumentato se avessero ritardato l’attacco e concesso all’Iran più tempo per accelerare la produzione di missili e creare uno scudo di immunità attorno al suo programma nucleare.</p>
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<p><strong>Tutti i presenti nella sala</strong> capivano che l’Iran aveva la capacità di accumulare scorte di missili e droni a un costo molto inferiore e molto più rapidamente di quanto gli Stati Uniti potessero costruire e fornire gli intercettori, molto più costosi, per proteggere gli interessi americani e gli alleati nella regione.</p>
<p><strong>Le presentazioni di Netanyahu</strong> — e la risposta positiva di Trump — hanno creato un compito urgente per la comunità di intelligence statunitense. Durante la notte, gli analisti hanno lavorato per valutare la fattibilità di quanto il team israeliano aveva riferito al presidente.</p>
<h3><strong>&#8220;Farsesco&#8221;</strong></h3>
<p><strong>I risultati dell’analisi dell’intelligence statunitense</strong> sono stati condivisi il giorno seguente, il 12 febbraio, in un’altra riunione riservata ai soli funzionari americani nella Situation Room. Prima dell’arrivo di Trump, due alti funzionari dell’intelligence hanno informato la cerchia ristretta del presidente.</p>
<p><strong>I funzionari dell’intelligence</strong> avevano una profonda competenza sulle capacità militari statunitensi e conoscevano alla perfezione il sistema iraniano e i suoi attori. Avevano suddiviso la presentazione di Netanyahu in quattro parti.</p>
<p><strong>La prima era la decapitazione</strong>: uccidere l’ayatollah. La seconda era paralizzare la capacità dell’Iran di proiettare potere e minacciare i suoi vicini. La terza era una rivolta popolare all’interno dell’Iran. E la quarta era un cambio di regime, con l’insediamento di un leader laico a governare il Paese.</p>
<p><strong>I funzionari statunitensi hanno valutato</strong> che i primi due obiettivi fossero realizzabili con l’intelligence e la potenza militare americane. Hanno ritenuto che la terza e la quarta parte della proposta di Netanyahu, che includevano la possibilità che i curdi organizzassero un’invasione terrestre dell’Iran, fossero distaccate dalla realtà.</p>
<p><strong>Quando Trump si è unito alla riunione</strong>, Ratcliffe lo ha informato della valutazione. Il direttore della CIA ha usato una sola parola per descrivere gli scenari di cambio di regime del primo ministro israeliano: &#8220;Ridicoli&#8221;.</p>
<figure style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="css-r3fift" src="https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-3-zqpc/dc-trump-war-3-zqpc-articleLarge.jpg?quality=75&amp;auto=webp&amp;disable=upscale" sizes="auto, ((min-width: 600px) and (max-width: 1004px)) 84vw, (min-width: 1005px) 60vw, 100vw" srcset="https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-3-zqpc/dc-trump-war-3-zqpc-articleLarge.jpg?quality=75&amp;auto=webp 600w,https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-3-zqpc/dc-trump-war-3-zqpc-jumbo.jpg?quality=75&amp;auto=webp 1024w,https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-3-zqpc/dc-trump-war-3-zqpc-superJumbo.jpg?quality=75&amp;auto=webp 2048w" alt="" width="600" height="400" /><figcaption class="wp-caption-text">John Ratcliffe, direttore della CIA, ha messo in guardia dal considerare il cambio di regime un obiettivo realizzabile durante una riunione tenutasi il giorno successivo nella Situation Room. Foto: Doug Mills/The New York Times</figcaption></figure>
<p><strong style="font-size: 15px;">A quel punto, Rubioè </strong><b>intervenuto: &#8220;</b><span style="font-size: 15px;">In altre parole, sono stronzate&#8221;, ha detto. </span>Ratcliffe ha aggiunto che, data l’imprevedibilità degli eventi in qualsiasi conflitto, un cambio di regime poteva verificarsi, ma non doveva essere considerato un obiettivo realizzabile.</p>
<p><strong>Sono poi intervenut</strong>i anche altri partecipanti, tra cui Vance, appena tornato dall’Azerbaigian, che ha espresso anch’egli forte scetticismo riguardo alla prospettiva di un cambio di regime.</p>
<p><strong>Il presidente si è quindi rivolto</strong> al generale Caine. &#8220;Generale, cosa ne pensa?&#8221;</p>
<p><strong>Il generale Caine ha risposto</strong>: &#8220;Signore, secondo la mia esperienza, questa è la procedura operativa standard per gli israeliani. Esagerano, e i loro piani non sono sempre ben sviluppati. Sanno di aver bisogno di noi, ed è per questo che insistono così tanto&#8221;.</p>
<p><strong>Trump dopo aver </strong><strong>ha valutato rapidamente la situazione, </strong>ha commentato così: &#8220;È un loro problema&#8221;. Non è chiaro se si riferisse agli israeliani o al popolo iraniano. Ma il punto fondamentale è che la sua decisione di entrare in guerra contro l’Iran non sarebbe dipesa dalla fattibilità delle parti 3 e 4 della presentazione di Netanyahu.</p>
<p><strong>Trump sembrava continuare</strong> a nutrire un forte interesse per la realizzazione delle parti 1 e 2: l’eliminazione dell’ayatollah e dei massimi leader iraniani e lo smantellamento delle forze armate iraniane.</p>
<p><strong>Il generale Caine</strong> — l’uomo che Trump amava chiamare «Razin’ Caine» — aveva impressionato il presidente anni prima, assicurandogli che lo Stato Islamico avrebbe potuto essere sconfitto molto più rapidamente di quanto altri avessero previsto. Trump ricompensò quella fiducia promuovendo il generale, che era stato un pilota di caccia dell’Aeronautica Militare, a suo principale consigliere militare. Il generale Caine non era un fedelissimo politico e nutriva serie preoccupazioni riguardo a una guerra con l’Iran. Ma era molto cauto nel modo in cui presentava le sue opinioni al presidente.</p>
<p><strong>Mentre la piccola squadra di consiglieri</strong> coinvolti nei piani deliberava nei giorni successivi, il generale Caine condivide con Trump e altri l’allarmante valutazione militare secondo cui una grande campagna contro l’Iran avrebbe drasticamente esaurito le scorte di armamenti americani, compresi i missili intercettori, la cui disponibilità era già sotto pressione dopo anni di sostegno all’Ucraina e a Israele. Il generale Caine non vedeva una via chiara per rifornire rapidamente queste scorte.</p>
<p><strong>Segnala inoltre l’enorme difficoltà</strong> di mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz e i rischi che l’Iran lo blocchi. Trump aveva scartato quella possibilità partendo dal presupposto che il regime sarebbe capitolato prima che si arrivasse a quel punto. Il presidente sembrava pensare che sarebbe stata una guerra molto breve — un’impressione che era stata rafforzata dalla tiepida reazione al bombardamento statunitense degli impianti nucleari iraniani a giugno.</p>
<p><strong>Il ruolo del generale Caine</strong> nella fase preparatoria della guerra ha messo in luce una classica tensione tra il consiglio militare e il processo decisionale presidenziale. Il presidente del comitato era così ostinato nel non prendere posizione – ripetendo che non era suo compito dire al presidente cosa fare, ma piuttosto presentare opzioni insieme ai potenziali rischi e alle possibili conseguenze di secondo e terzo ordine – che ad alcuni di coloro che lo ascoltavano poteva sembrare che stesse argomentando contemporaneamente tutti i lati di una questione.</p>
<p><strong>Chiedeva costantemente:</strong> &#8220;E poi cosa succede?&#8221;. Ma Trump spesso sembrava sentire solo ciò che voleva sentire.</p>
<p><strong>Il generale Caine differiva</strong> in quasi tutto dal suo predecessore, il generale Mark A. Milley, che aveva discusso animatamente con Trump durante il suo primo mandato e che vedeva il proprio ruolo nell’impedire al presidente di intraprendere azioni pericolose o avventate.</p>
<p><strong>Una persona a conoscenza</strong> delle loro interazioni ha osservato che Trump aveva l’abitudine di confondere i consigli tattici del generale Caine con quelli strategici. In pratica, ciò significava che il generale poteva mettere in guardia in un primo momento sulle difficoltà di un aspetto dell’operazione, per poi sottolineare subito dopo che gli Stati Uniti disponevano di una scorta praticamente illimitata di bombe a guida di precisione a basso costo e avrebbero potuto colpire l’Iran per settimane una volta raggiunta la superiorità aerea.</p>
<p><strong>Per il chief of staff</strong> si trattava di osservazioni distinte. Ma Trump sembrava pensare che la seconda annullasse la prima.</p>
<p><strong>In nessun momento durante le deliberazioni</strong> il chief of staff ha detto direttamente al presidente che la guerra con l’Iran era un’idea terribile — anche se alcuni colleghi del generale Caine credevano che fosse esattamente ciò che pensava.</p>
<h3><strong>Trump il falco</strong></h3>
<p><strong>Per quanto Netanyahu</strong> fosse visto con diffidenza da molti dei consiglieri del presidente, la visione del primo ministro sulla situazione era molto più vicina all’opinione di Trump di quanto gli anti-interventisti del team di Trump o del più ampio movimento “America First” volessero ammettere. Questo era vero da molti anni.</p>
<p><strong>Tra tutte le sfide di politica estera</strong> che Trump aveva affrontato nel corso dei suoi due mandati presidenziali, l’Iran spiccava su tutte. Lo considerava un avversario particolarmente pericoloso ed era disposto a correre grandi rischi per ostacolare la capacità del regime di fare la guerra o di acquisire un&#8217;arma nucleare.</p>
<p><strong>Inoltre, la posizione di Netanyahu</strong> si era sposata perfettamente con il desiderio di Trump di smantellare la teocrazia iraniana, che aveva preso il potere nel 1979, quando Trump aveva 32 anni. Da allora era stata una spina nel fianco degli Stati Uniti</p>
<p><strong>Ora, potrebbe diventare il primo presidente</strong>, da quando la leadership clericale ha preso il potere 47 anni fa, a realizzare un cambio di regime in Iran. Di solito non menzionata, ma sempre presente sullo sfondo, c&#8217;era l&#8217;ulteriore motivazione che l&#8217;Iran aveva complottato per uccidere Trump come vendetta per l&#8217;assassinio, nel gennaio 2020, del generale Qassim Suleimani, considerato negli Stati Uniti la forza trainante della campagna iraniana di terrorismo internazionale.</p>
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<p><strong>Trump sembrava continuare a nutrire</strong> un forte interesse per la realizzazione delle parti 1 e 2: l’eliminazione dell’ayatollah e dei massimi leader iraniani e lo smantellamento delle forze armate iraniane.</p>
<figure id="attachment_78397" aria-describedby="caption-attachment-78397" style="width: 875px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-78397 size-full" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/NYT-2026-04-09-alle-00.48.52-scaled-e1775688843359.png" alt="" width="875" height="1557" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/NYT-2026-04-09-alle-00.48.52-scaled-e1775688843359.png 875w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/NYT-2026-04-09-alle-00.48.52-scaled-e1775688843359-169x300.png 169w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/NYT-2026-04-09-alle-00.48.52-scaled-e1775688843359-575x1024.png 575w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/NYT-2026-04-09-alle-00.48.52-scaled-e1775688843359-84x150.png 84w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/NYT-2026-04-09-alle-00.48.52-scaled-e1775688843359-863x1536.png 863w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/NYT-2026-04-09-alle-00.48.52-scaled-e1775688843359-150x267.png 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/NYT-2026-04-09-alle-00.48.52-scaled-e1775688843359-300x534.png 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/NYT-2026-04-09-alle-00.48.52-scaled-e1775688843359-696x1238.png 696w" sizes="auto, (max-width: 875px) 100vw, 875px" /><figcaption id="caption-attachment-78397" class="wp-caption-text">La prima pagina del New York Times con l&#8217;articolo che pubblichiamo qui tradotto</figcaption></figure>
<p><strong>Di ritorno in carica per un secondo mandato</strong>, la fiducia di Trump nelle capacità dell’esercito statunitense era solo cresciuta. Era stato particolarmente incoraggiato dallo spettacolare raid dei commando per catturare il leader venezuelano Nicolás Maduro dal suo compound il 3 gennaio. Nessun americano aveva perso la vita nell’operazione, un’ulteriore prova per il presidente dell’ineguagliabile abilità delle forze statunitensi.</p>
<p><strong>All&#8217;interno del gabinetto</strong>, Hegseth era il principale sostenitore di una campagna militare contro l&#8217;Iran.</p>
<p><strong>Il senatore Rubio ha fatto capire ai colleghi</strong> di nutrire sentimenti molto più contrastanti. Non riteneva che gli iraniani avrebbero accettato un accordo negoziato, ma preferiva proseguire con una campagna di massima pressione piuttosto che dare il via a una guerra su vasta scala.</p>
<p><strong>Il senatore Rubio,</strong> tuttavia, non ha cercato di dissuadere il presidente Trump dall’operazione e, una volta iniziata la guerra, ha esposto le motivazioni dell’amministrazione con piena convinzione.</p>
<p><strong>La signora Wiles era preoccupata</strong> per le possibili conseguenze di un nuovo conflitto all&#8217;estero, ma non era solita intervenire con forza sulle questioni militari nelle riunioni più ampie; piuttosto, incoraggiava i consiglieri a condividere le loro opinioni e preoccupazioni con il presidente in quelle occasioni.</p>
<p><strong>La signora Wiles avrebbe esercitato</strong> la sua influenza su molte altre questioni, ma nella stanza con il signor Trump e i generali, se ne stava in disparte. Chi le era vicino ha detto che non riteneva fosse suo compito condividere le sue preoccupazioni con il presidente su una decisione militare di fronte agli altri. E credeva che fosse più importante per il presidente ascoltare le competenze di consiglieri come il generale Caine, il signor Ratcliffe e il signor Rubio.</p>
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<p><strong>Ciononostante, la signora Wiles aveva confidato</strong> ai colleghi di temere che gli Stati Uniti potessero essere trascinati in un’altra guerra in Medio Oriente. Un attacco all’Iran avrebbe potuto provocare un’impennata dei prezzi del carburante a pochi mesi dalle elezioni di medio termine, che avrebbero potuto determinare se gli ultimi due anni del secondo mandato di Trump sarebbero stati anni di successi o di mandati di comparizione da parte dei democratici alla Camera. Ma alla fine, la signora Wiles si è allineata all’operazione.</p>
<h3><strong>Vance lo scettico</strong></h3>
<p><strong>Nessuno nella cerchia ristretta di Trump</strong> era più preoccupato dalla prospettiva di una guerra con l’Iran, o ha fatto di più per cercare di fermarla, del vicepresidente.</p>
<p><strong>Vance aveva costruito la sua carriera politica</strong> opponendosi proprio al tipo di avventurismo militare che ora era oggetto di seria considerazione. Aveva descritto una guerra con l’Iran come «un’enorme distrazione di risorse» e «estremamente costosa».</p>
<p><strong>Non era, tuttavia, un pacifista a tutto tondo.</strong> A gennaio, quando Trump aveva pubblicamente avvertito l’Iran di smettere di uccidere i manifestanti e aveva promesso che gli aiuti erano in arrivo, Vance aveva incoraggiato in privato il presidente a far rispettare la sua linea rossa. Ma ciò che il vicepresidente sosteneva era un attacco punitivo e limitato, qualcosa di più vicino al modello dell’attacco missilistico di Trump contro la Siria nel 2017 per l’uso di armi chimiche contro i civili.</p>
<p><strong>Il vicepresidente riteneva</strong> che una guerra per il cambio di regime con l’Iran sarebbe stata un disastro. La sua preferenza era di non effettuare alcun attacco. Ma sapendo che Trump avrebbe probabilmente intervenuto in qualche modo, ha cercato di orientarlo verso un’azione più limitata. In seguito, quando è sembrato certo che il presidente fosse deciso a intraprendere una campagna su larga scala, Vance ha sostenuto che avrebbe dovuto farlo con una forza schiacciante, nella speranza di raggiungere rapidamente i suoi obiettivi.</p>
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<figure style="width: 634px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="css-1m50asq" src="https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-25-kjmv/dc-trump-war-25-kjmv-articleLarge.jpg?quality=75&amp;auto=webp&amp;disable=upscale" sizes="auto, ((min-width: 600px) and (max-width: 1004px)) 84vw, (min-width: 1005px) 60vw, 100vw" srcset="https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-25-kjmv/dc-trump-war-25-kjmv-articleLarge.jpg?quality=75&amp;auto=webp 600w,https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-25-kjmv/dc-trump-war-25-kjmv-jumbo.jpg?quality=75&amp;auto=webp 683w,https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-25-kjmv/dc-trump-war-25-kjmv-superJumbo.jpg?quality=75&amp;auto=webp 1366w" alt="" width="634" height="950" /><figcaption class="wp-caption-text">Il vicepresidente JD Vance, la figura all’interno della Casa Bianca più contraria a una guerra su vasta scala, l’ha definita «un enorme spreco di risorse» e «estremamente costosa». Crediti&#8230; Doug Mills/The New York Times</figcaption></figure>
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<p><strong>Di fronte ai suoi colleghi</strong>, Vance ha avvertito Trump che una guerra contro l’Iran avrebbe potuto causare il caos nella regione e un numero incalcolabile di vittime. Avrebbe potuto inoltre frantumare la coalizione politica di Trump perchè sarebbe vista come un tradimento da molti elettori che avevano creduto alla promessa di non intraprendere nuove guerre.</p>
<p><strong>Vance ha sollevato anche altre preoccupazioni.</strong> In qualità di vicepresidente, era consapevole della portata del problema delle munizioni degli Stati Uniti. Una guerra contro un regime con un&#8217;enorme volontà di sopravvivenza avrebbe potuto lasciare gli Stati Uniti in una posizione ben peggiore per affrontare eventuali conflitti per alcuni anni.</p>
<p><strong>Il vicepresidente disse ai suoi collaboratori</strong> che nessuna conoscenza militare avrebbe potuto davvero valutare cosa avrebbe fatto l&#8217;Iran per vendicarsi quando fosse stata in gioco la sopravvivenza del regime. Una guerra avrebbe potuto facilmente prendere direzioni imprevedibili. Inoltre, riteneva che ci fossero poche possibilità di costruire un Iran pacifico all&#8217;indomani del conflitto.</p>
<p><strong>Al di là di tutto questo</strong> c&#8217;era forse il rischio più grande di tutti: l&#8217;Iran aveva il vantaggio quando si trattava dello Stretto di Hormuz. Se questo stretto braccio di mare che trasporta vaste quantità di petrolio e gas naturale fosse stato bloccato, le conseguenze interne negli Stati Uniti sarebbero state gravi, a cominciare dall&#8217;aumento dei prezzi della benzina.</p>
<p><strong>Tucker Carlson, il commentatore che era emerso</strong> come un altro importante scettico dell’intervento all’interno della destra, si era recato allo Studio Ovale diverse volte nel corso dell’anno precedente per avvertire Trump che una guerra con l’Iran avrebbe distrutto la sua presidenza.</p>
<p><strong>Un paio di settimane prima</strong> dell’inizio della guerra, Trump, che conosceva Carlson da anni, aveva cercato di rassicurarlo al telefono. &#8220;So che sei preoccupato, ma andrà tutto bene&#8221;, aveva detto il presidente. E alla domanda di Carlson su come facesse a saperlo, Trumop aveva risposto: &#8220;Perché va sempre così&#8221;.</p>
<p><strong>Negli ultimi giorni di febbraio,</strong> gli americani e gli israeliani avevano discussusso di una nuova informazione che avrebbe accelerato significativamente i loro tempi. L’ayatollah si sarebbe incontrato in superficie con altri alti funzionari del regime, in pieno giorno e completamente esposto a un attacco aereo. Era un’occasione fugace per colpire il cuore della leadership iraniana, il tipo di obiettivo che forse non si sarebbe più presentato.</p>
<p><strong>Trump ha concesso all’Iran</strong> un’altra possibilità di raggiungere un accordo che ne bloccasse il percorso verso le armi nucleari. La diplomazia ha anche dato agli Stati Uniti più tempo per spostare le risorse militari in Medio Oriente.</p>
<p><strong>Il presidente aveva di fatto preso</strong> la sua decisione settimane prima, hanno detto diversi suoi consiglieri. Ma non aveva ancora deciso esattamente quando. Ora, Netanyahu lo esortava ad agire in fretta.</p>
<p><strong>Quella stessa settimana</strong>, Kushner e Witkoff avevano chiamato da Ginevra dopo gli ultimi colloqui con i funzionari iraniani. Nel corso di tre round di negoziati in Oman e in Svizzera, i due avevano messo alla prova la disponibilità dell’Iran a raggiungere un accordo.</p>
<p><strong>A un certo punto</strong>, avevano offerto agli iraniani combustibile nucleare gratuito per tutta la durata del loro programma — una prova per capire se l’insistenza di Teheran sull’arricchimento fosse davvero finalizzata all’energia civile o alla conservazione della capacità di costruire una bomba.</p>
<p><strong>Gli iraniani avevano respinto l’offerta</strong>, definendola un attacco alla loro dignità.</p>
<p><strong>Kushner e Witkoff hanno illustrato</strong> la situazione al presidente. Probabilmente avrebbero potuto negoziare qualcosa, ma ci sarebbero voluti mesi, hanno detto. Se Trump stava chiedendo se potevano guardarlo negli occhi e dirgli che avrebbero risolto il problema, ci sarebbe voluto molto per arrivarci, gli ha detto Kushner, perché gli iraniani stavano giocando.</p>
<p>&#8220;<strong>Penso che dobbiamo farlo&#8221;</strong></p>
<p><strong>Giovedì 26 febbraio, verso le 17:00,</strong> ha inizio l’ultima riunione nella Situation Room. Ormai, le posizioni di tutti i presenti nella stanza sono chiare. Tutto era stato discusso nelle riunioni precedenti; ognuno conosceva la posizione degli altri. La discussione sarebbe durata circa un’ora e mezza.</p>
<p><strong>Trump era al suo solito posto</strong> a capotavola. Alla sua destra sedeva il vicepresidente; accanto al signor Vance c&#8217;era la signora Wiles, poi il signor Ratcliffe, poi il consigliere della Casa Bianca, David Warrington, e infine Steven Cheung, il direttore della comunicazione della Casa Bianca. Di fronte al signor Cheung c&#8217;era Karoline Leavitt, l&#8217;addetta stampa della Casa Bianca; alla sua destra c&#8217;era il generale Caine, poi il signor Hegseth e il signor Rubio.</p>
<p><strong>Il gruppo di pianificazione bellica</strong> era stato tenuto così ristretto che i due funzionari chiave che avrebbero dovuto gestire la più grande interruzione dell&#8217;approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale, il segretario al Tesoro Scott Bessent e il segretario all&#8217;Energia Chris Wright, erano stati esclusi, così come Tulsi Gabbard, la direttrice dell&#8217;intelligence nazionale.</p>
<p><strong>Il presidente</strong> ha aperto la riunione chiedendo: &#8220;Ok, cosa abbiamo?&#8221;.</p>
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<picture class="grid-image-0" data-credit="Eric Lee for The New York Times"><source srcset="https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-12-tvpf/dc-trump-war-12-tvpf-superJumbo.jpg?auto=webp&amp;quality=90" media="(min-width: 600px)" /></picture>
<figure style="width: 1166px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-12-tvpf/dc-trump-war-12-tvpf-mobileMasterAt3x.jpg?auto=webp&amp;quality=90" alt="" width="1166" height="1750" /><figcaption class="wp-caption-text">Il segretario alla Difesa Pete Hegseth (in alto) era il principale sostenitore di una campagna militare contro l&#8217;Iran all&#8217;interno del governo. Il segretario di Stato Marco Rubio (qui sotto) ha fatto capire ai colleghi di nutrire sentimenti molto più contrastanti. Crediti&#8230; Fotografie di Eric Lee per il New York Times</figcaption></figure>
<picture id="grid-image-1-" class="grid-image-1" data-credit="Eric Lee for The New York Times"><source srcset="https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-50-pmbw/dc-trump-war-50-pmbw-superJumbo.jpg?auto=webp&amp;quality=90" media="(min-width: 600px)" /><img decoding="async" src="https://static01.nyt.com/images/2026/04/07/multimedia/dc-trump-war-50-pmbw/dc-trump-war-50-pmbw-mobileMasterAt3x.jpg?auto=webp&amp;quality=90" alt="" /></picture>
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<p><strong>Il signor Hegseth</strong> e il signor Caine hanno illustrato la sequenza degli attacchi. A quel punto il signor Trump ha detto di voler fare un giro di tavolo per ascoltare il parere di tutti.</p>
<p><strong>Il signor Vance, il cui disaccordo</strong> con l’intera premessa era ben noto, si è rivolto al presidente: &#8220;Sa che penso sia una cattiva idea, ma se vuole farlo, la sosterrò&#8221;.</p>
<p><strong>La signora Wiles</strong> ha detto al signor Trump che se riteneva di dover procedere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, allora avrebbe dovuto farlo.</p>
<p><strong>Il signor Ratcliffe</strong> non ha espresso alcuna opinione sull’opportunità di procedere, ma ha discusso delle nuove, sbalorditive informazioni secondo cui la leadership iraniana stava per riunirsi nel complesso dell’ayatollah a Teheran. Il direttore della CIA ha spiegato al presidente che un cambio di regime era possibile a seconda di come si sarebbe definito il termine: &#8220;Se intendiamo semplicemente uccidere la guida suprema, probabilmente possiamo farlo&#8221;.</p>
<p><strong>Quando è stato interpellato</strong>, il signor Warrington, il consulente legale della Casa Bianca, ha affermato che si trattava di un&#8217;opzione legalmente ammissibile in base a come il piano era stato concepito dai funzionari statunitensi e presentato al presidente. Non ha espresso un’opinione personale, ma quando il presidente lo ha sollecitato a fornirne una, ha detto che, in qualità di veterano dei Marines, aveva conosciuto un militare americano ucciso dall’Iran anni prima. La questione rimaneva profondamente personale. Aveva commentato al presidente che se Israele intendeva procedere a prescindere, anche gli Stati Uniti avrebbero dovuto farlo.</p>
<p><strong>Cheung ha illustrato le probabili ripercussioni</strong> in termini di pubbliche relazioni: Trump si era candidato opponendosi a ulteriori guerre. La gente non aveva votato per un conflitto all’estero. I piani erano in contrasto anche con tutto ciò che l’amministrazione aveva affermato dopo la campagna di bombardamenti contro l’Iran a giugno.</p>
<p><strong>Come avrebbero giustificato</strong> otto mesi passati a insistere sul fatto che gli impianti nucleari iraniani fossero stati completamente distrutti? Il signor Cheung non ha dato né un sì né un no, ma ha detto che qualunque decisione avesse preso il signor Trump sarebbe stata quella giusta.</p>
<p><strong>La signora Leavitt</strong> ha detto al presidente che la decisione spettava a lui e che il team addetto alla stampa avrebbe gestito la situazione al meglio.</p>
<p><strong>Il signor Hegseth ha adottato una posizione restrittiva</strong>: prima o poi avrebbero dovuto occuparsi degli iraniani, quindi tanto valeva farlo subito. Ha offerto valutazioni tecniche: avrebbero potuto condurre la campagna in un determinato lasso di tempo con un dato livello di forze.</p>
<p><strong>Il generale Caine era sobrio e</strong> ha illustrato i rischi e ciò che la campagna avrebbe significato in termini di esaurimento delle munizioni. Non ha espresso alcuna opinione; la sua posizione era che se il signor Trump avesse ordinato l’operazione, l’esercito l’avrebbe eseguita. Entrambi i principali vertici militari del presidente illustrarono come si sarebbe svolta la campagna e la capacità degli Stati Uniti di indebolire le capacità militari dell’Iran.</p>
<p><strong>Quando è il suo turno di parlare</strong>, Rubio ha offerto maggiore chiarezza, dicendo al presidente: se il nostro obiettivo è un cambio di regime o una rivolta, non dovremmo farlo. Ma se l’obiettivo è distruggere il programma missilistico dell’Iran, quello è un obiettivo che possiamo raggiungere.</p>
<p>T<strong>utti si sono rimessi all’istinto del presidente</strong>. Lo avevano visto prendere decisioni audaci, assumersi rischi incalcolabili e in qualche modo uscirne vincitore. Nessuno lo avrebbe ostacolato ora.</p>
<p><strong>&#8220;Penso che dobbiamo farlo&#8221;</strong>, ha sentenziato il presidente alla sala affermando che dovevano assicurarsi che l’Iran non potesse avere un’arma nucleare e che non potesse semplicemente lanciare missili contro Israele o in tutta la regione.</p>
<p><strong>Il generale Caine</strong> ha detto a Trump che aveva un po’ di tempo; non doveva dare il via libera prima delle 16:00 del giorno seguente.</p>
<p><strong>A bordo dell’Air Force One il pomeriggio successivo</strong>, 22 minuti prima della scadenza chiesta dal generale Caine, Trump ha inviato il seguente ordine: “L’operazione Epic Fury è approvata. Nessun annullamento. Buona fortuna.”</p>
<p><strong>Maggie Haberman* e Jonathan Swan**</strong><br />
* Maggie Haberman è una corrispondente del Times alla Casa Bianca che si occupa del presidente Trump.<br />
** Jonathan Swan è un giornalista del Times alla Casa Bianca che si occupa dell’amministrazione di Donald J. Trump. Contattatelo in modo sicuro su Signal: @jonathan.941</p>
<p>Jonathan Swan e Maggie Haberman, entrambi inviati alla Casa Bianca per il *Times*, sono i coautori del libro di prossima pubblicazione *Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump*. Questo articolo è tratto dal lavoro di ricerca svolto per quel libro.</p>
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<div id="enhanced-byline" class="css-8atqhb"><strong style="font-size: 15px;">L&#8217;articolo originale si trova qui</strong><span style="font-size: 15px;">:</span></div>
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</div>
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<p>https://www.nytimes.com/2026/04/07/us/politics/trump-iran-war.html</p>
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		<title>Traoré (Burkina Faso) chiude alla democrazia: &#8220;Non ci appartiene è roba degli occidentali&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cornelia Toelgyes]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 06:50:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 9 aprile 2026 Una settimana fa, durante la sua ultima apparizione nella TV nazionale del Burkina Faso, il presidente della giunta militare di transizione di Ouagadougou, Ibrahim Troré, salito al potere nel 2022 dopo un colpo di Stato, rivolgendosi alla popolazione, ha affermato: “Dimenticatevi della democrazia, non fa [&#8230;]</p>
<p>The post <a href="https://www.africa-express.info/2026/04/09/traore-burkina-faso-chiude-alla-democrazia-non-ci-appartiene-e-roba-degli-occidentali/">Traoré (Burkina Faso) chiude alla democrazia: &#8220;Non ci appartiene è roba degli occidentali&#8221;</a> appeared first on <a href="https://www.africa-express.info">Africa Express: notizie dal continente dimenticato</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-71202" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2025/02/cornelia_fototessera.jpg" alt="" width="150" height="150" />Speciale per Africa ExPress<br />
<strong>Cornelia I. Toelgyes</strong><br />
9 aprile 2026</p>
<p><strong>Una settimana fa, durante la sua ultima apparizione </strong>nella TV nazionale del Burkina Faso, il presidente della giunta militare di transizione di Ouagadougou, Ibrahim Troré, salito al potere nel 2022 dopo un colpo di Stato, rivolgendosi alla popolazione, ha affermato: “Dimenticatevi della democrazia, non fa per noi”.</p>
<p><strong>Pur godendo di parecchio consenso in patria e</strong> in altri Paesi del continente per la sua visione panafricana e le sue aspre critiche nei confronti dell’influenza dei Paesi occidentali in Africa, molti sono rimasti di stucco per questa sua affermazione.</p>
<h3><strong>Partiti sciolti</strong></h3>
<p><strong>Va sottolineato che qualcosa del genere</strong> era nell’aria da tempo, visto che nell’ottobre 2025 la Giunta militare ha sciolto la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente. Stessa sorte è poi toccata ai raggruppamenti politici a febbraio di quest’anno, ma le attività di tutti partiti erano già state sospese in precedenza.</p>
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<p><strong>Traoré, leader del Paese,</strong> appena salito al potere, ha manifestato immediatamente il suo dissenso nei confronti dell’Occidente, in particolare verso la Francia. Ha inoltre sospeso o addirittura vietato la diffusione di parecchi giornali e emittenti internazionali, espellendo pure alcuni loro giornalisti.</p>
<p><strong>Come i putschisti del vicino Mali e Niger</strong>, dopo i golpe, anche i leader burkinabè si sono rivolti alla Russia, siglando accordi commerciali e, ovviamente anche militari. Ouagadougou, Bamako e Niamey hanno poi lasciato anche definitivamente ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), creando AES (Alleanza degli Stati del Sahel). La nuova organizzazione ha pure formato un nuovo contingente di difesa comune, FU-AES (Forza unificata dell’Alleanza degli Stati del Sahel, composto da cinquemila soldati), volto alla lotta contro il terrorismo.</p>
<h3><strong>Mercenari russi</strong></h3>
<p><strong>Africa Corps, che ha sostituito i mercenari di Wagner</strong> in vari Paesi africani, è pure presente negli Stati AES, anche se il modus operandi di questi soldati di ventura, direttamente controllati dal ministero della Difesa di Mosca, è meno appariscente dei loro predecessori, pur combattendo accanto ai militari regolari dei Paesi dove operano. In sostanza però mercenari sono e restano. I russi hanno cambiato solo la divisa. Anzi, meglio, solamente lo scudetto sul braccio.</p>
<p><strong>Ma non finisce qui.</strong> Traoré e i suoi compagni del Sahel hanno sempre sostenuto, appena saliti al potere, che avrebbero dato la priorità alla lotta contro il terrorismo. Qualcuno ci ha pure creduto. Tuttavia da quando in Burkina Faso, Mali e Niger sono al potere le giunte militari, gli attacchi di JNIM (<em>Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani</em>, legato a al Qaeda) e EIGS (Stato Islamico nel Grande Sahara) sono aumentati sensibilmente e molte aree non sono ancora sotto il controllo del governo centrale.</p>
<h3><strong>Accuse di ONG per i diritti umani</strong></h3>
<p><strong>Tant’è vero, che, la ONG <em>Human Rights Watch</em></strong> (HRW) in un suo recente rapporto ha puntato il dito proprio sul Burkina Faso, accusando i militari regolari di aver ammazzato più civili dei terroristi.</p>
<figure id="attachment_78384" aria-describedby="caption-attachment-78384" style="width: 1280px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-78384" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/000_32KY9DR.jpg" alt="" width="1280" height="1280" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/000_32KY9DR.jpg 1280w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/000_32KY9DR-300x300.jpg 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/000_32KY9DR-900x900.jpg 900w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/000_32KY9DR-150x150.jpg 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/000_32KY9DR-696x696.jpg 696w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/000_32KY9DR-1068x1068.jpg 1068w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-78384" class="wp-caption-text">Militari dell&#8217;esercito del Burkina Faso</figcaption></figure>
<p><strong>La ONG nella sua relazione</strong>, stilata nei minimi dettagli, citando testimoni oculari e fatti, ha riporta che le truppe regolari e i VDP (Volontari per le Difesa della Patria, civili reclutati per aiutare le forze di difesa e di sicurezza nella lotta contro i terroristi) tra il 2023 e agosto 2025 hanno ammazzato più civili dei terroristi</p>
<p><strong>HRW denuncia la morte di oltre 1.800</strong> persone brutalmente uccise. Tra questi 1.255, compresi 193 bambini, dalle truppe di Ouagadougou e i VDP.</p>
<h3><strong>Crimini contro l&#8217;umanità</strong></h3>
<p><strong>Secondo HRW</strong>, il capitano Ibrahim Traoré e sei alti ufficiali del Burkina Faso, nonché Iyad ag Ghaly (fondatore di JNIM) e altri quattro capi del raggruppamento jihadista, possano essere penalmente responsabili di gravi violazioni e debbano essere oggetto di indagini, in virtù della responsabilità di comando. “Hanno commesso crimini di guerra e contro l’umanità”, ha precisato la ONG.</p>
<p><strong>Ovviamente Ouagadougou respinge tutte le accuse</strong>. E il portavoce del governo,  Pingdwendé Gilbert Ouedraogo, rincalza la dose: Si tratta di un rapporto falso” e di “un intreccio di congetture e gravi accuse infondate”.  E, per screditare ancora maggiormente HRW, ha qualificato la ONG come una Organizzazione scollegata dalla realtà: &#8220;È un giornale scandalistico intriso di odio viscerale”. &#8220;Si tratta di &#8216;una manovra volta a minare gli sforzi del dignitoso popolo burkinabè'&#8221;, ha aggiunto infine il portavoce.</p>
<p><strong>Insomma quel rapporto non è piaciuto per nulla</strong> a Traoré, che non sopporta e non tollera le critiche.</p>
<p><strong>A questo punto va ricordato</strong> che recentemente gli USA hanno tentato di riallacciare i rapporti con il <a href="https://www.africa-express.info/2026/03/17/prove-di-riconciliazione-tra-usa-e-i-paesi-del-sahel-in-guerra-con-gli-estremisti-islamici/">Niger</a> che dopo il golpe ha messo alla porta gli americani dalle basi di Niamey e Agadez. Mentre a fine febbraio l&#8217;amministrazione Trump ha siglato un protocollo di intesa con la controparte di Ouagadougou per un finanziamento di 147 milioni di dollari in campo sanitario.</p>
<p><strong>Sia da Parigi, sia da Washington</strong> continuano a piovere attacchi negativi sull&#8217;operato dei tre golpisti. Non vedono di buon occhio le giunte militari al potere in Sahel e, specie gli USA, insistono con propaganda negativa nei loro confronti. Mentre Mosca, ora in prima linea con i Paesi AES, li sostiene su tutti fronti.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Cornelia Toelgyes</strong><br />
<em><a href="mailto:corneliacit@hotmail.it">corneliacit@hotmail.it</a></em><br />
<em>X: @cotoelgyes</em><br />
<em>© RIPRODUZIONE RISERVATA</em></p>
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<p><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Prove di riconciliazione tra USA e i Paesi del Sahel, in guerra con gli estremisti islamici&#8221; &#8212; Africa Express: notizie dal continente dimenticato" src="https://www.africa-express.info/2026/03/17/prove-di-riconciliazione-tra-usa-e-i-paesi-del-sahel-in-guerra-con-gli-estremisti-islamici/embed/#?secret=HzGfLY8gZs#?secret=DJxkuirIKL" data-secret="DJxkuirIKL" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="KarrduPYZN"><p><a href="https://www.africa-express.info/2025/05/22/burkina-faso-jihadisti-in-azione-dopo-la-visita-del-presidente-a-mosca/">Burkina Faso: jihadisti in azione dopo la visita del presidente a Mosca</a></p></blockquote>
<p><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Burkina Faso: jihadisti in azione dopo la visita del presidente a Mosca&#8221; &#8212; Africa Express: notizie dal continente dimenticato" src="https://www.africa-express.info/2025/05/22/burkina-faso-jihadisti-in-azione-dopo-la-visita-del-presidente-a-mosca/embed/#?secret=GHb38SPTQR#?secret=KarrduPYZN" data-secret="KarrduPYZN" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
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		<title>La notte infinita del Medio Oriente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Africa ExPress]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 12:34:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È indubbiamente una fragile tregua giunta in extremis quella raggiunta nella scorsa, lunghissima notte in Medio Oriente tra gli Usa da una parte (con Israele che l’ha parzialmente accettata obtorto collo) e l’Iran. Una tregua – prepariamoci – che da diverse parti rischierà di venir sabotata. [&#8230;]</p>
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<strong>Fabrizio Cassinelli</strong><br />
8 aprile 2026</p>
<p><strong>È indubbiamente una fragile tregua</strong> giunta in extremis quella raggiunta nella scorsa, lunghissima notte in Medio Oriente tra gli Usa da una parte (con Israele che l’ha parzialmente accettata obtorto collo) e l’Iran.</p>
<p><strong>Una tregua – prepariamoci –</strong> che da diverse parti rischierà di venir sabotata. Di certo in una sola notte siamo passati dalla minaccia del presidente americano, Donald Trump, di “distruggere un’intera civiltà”, quella persiana, a un accordo preliminare che si basa sulla piattaforma dei 10 punti iraniani e che prevede il controllo dello Stretto di Hormuz da parte della Repubblica islamica. Che prima non aveva mai avuto. Un discreto contrappasso per chi pretendeva di fare il bello e il cattivo tempo nella regione.</p>
<figure id="attachment_78372" aria-describedby="caption-attachment-78372" style="width: 750px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-78372" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/69d3bcd4a554c.image_.jpg" alt="" width="750" height="500" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/69d3bcd4a554c.image_.jpg 750w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/69d3bcd4a554c.image_-300x200.jpg 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/69d3bcd4a554c.image_-150x100.jpg 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/69d3bcd4a554c.image_-696x464.jpg 696w" sizes="auto, (max-width: 750px) 100vw, 750px" /><figcaption id="caption-attachment-78372" class="wp-caption-text">Tregua per due settimana in Iran</figcaption></figure>
<p><strong>A fermare i bombardieri B52 già in volo</strong> (dall’Europa, forse con cacciabombardieri anche da Aviano) verso la Repubblica Islamica è stata la mediazione del Pakistan, ma soprattutto, pare, l’intervento della Cina, ancora una volta decisiva.</p>
<p><strong>Ma soprattutto, dal centro delle frenetiche trattative</strong> è stata esclusa Israele, che ha sùbito precisato di non considerare negoziabile la sua aggressione al Libano.</p>
<p><strong> L’invasione continuerà</strong> perché l’obbiettivo territoriale della Grande Israele non muta al mutare delle condizioni al contorno ormai da molti anni. E infatti oggi il governo israeliano ha dichiarato che la “guerra a hezbollah continua”.</p>
<figure id="attachment_78373" aria-describedby="caption-attachment-78373" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-78373" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/shehbaz-sharif-draft-tweet.webp" alt="" width="600" height="450" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/shehbaz-sharif-draft-tweet.webp 600w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/shehbaz-sharif-draft-tweet-300x225.webp 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/shehbaz-sharif-draft-tweet-150x113.webp 150w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-78373" class="wp-caption-text">Shehbaz Sharif, premier del Pakistan</figcaption></figure>
<p><strong>Il premier del Pakistan, Shehbaz Sharif,</strong> su X ha però già precisato che &#8220;il cessate il fuoco immediato è ovunque, inclusi il Libano e altrove&#8221;. Ad ogni modo il primo round di trattative fra Stati Uniti e Iran è previsto a Islamabad venerdì. Mercoledì si è appreso che sarà il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, il capo negoziatore, mentre il vicepresidente statunitense Vance sarà a capo della delegazione americana.</p>
<h3><strong>Controllo Stretto di Hormuz</strong></h3>
<p><strong>Ma attorno a quali punti fermi si è formato l’accordo</strong>? All&#8217;Iran resterà il controllo dello Stretto di Hormuz e sul quale vi saranno pedaggi congiunti con l&#8217;Oman su ogni singola nave commerciale o petroliera. Fondi che verranno utilizzati per la ricostruzione delle infrastrutture bombardate da USA e Israele: “I ponti verranno ricostruiti – ha detto il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, mentre aver ‘disciplinato’ gli USA è un’occasione unica”. “Il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz sarà possibile – ha aggiunto &#8211; per due settimane, ma previo coordinamento con le forze armate iraniane e tenendo debitamente conto delle limitazioni tecniche&#8221;. Insomma, sotto le armi puntate.</p>
<p><strong>Ma la più grande vittoria iraniana</strong> sta nel fatto che gli USA abbiano accettato come piattaforma dei colloqui i 10 punti posti nei giorni corsi dall’Iran e non i 15 proposti da loro. Almeno in linea teorica prevedono anche la fine delle sanzioni e il diritto al nucleare civile non militare.</p>
<h3><strong>Evitato, per ora, shock economico globale</strong></h3>
<p><strong>Intanto lo shock finanziario globale e petrolifero</strong> pare che per ora sia evitato: l’Europa, attore quasi completamente passivo, incassa questa soluzione in un’atmosfera politica sempre più slegata dal patto Atlantico ripudiato più volte da Trump. Tanto alle lobby dietro al presidente degli Stati Uniti basta che l’UE continui ad acquistare il GNL (gas naturale liquefatto) d’Oltreoceano a stelle e strisce che costa 10 volte il gas russo, e niente altro.</p>
<p><strong>La Cina torna ad avere il petrolio</strong> nuovamente a basso costo e peso geopolitico. L’Italia potrà affrontare elezioni senza l’incubo dei prezzi alla pompa. Il Pakistan conferma quello che tutti hanno capito, ormai, anche gli iraniani: se hai l’arma nucleare non ti attacca nessuno.</p>
<h3><strong>Arabia Saudita ha mollato USA</strong></h3>
<p><strong>Evidentemente lo sanno con certezza</strong> ormai anche gli iraniani, tanto che tra la gente per le strade, nella notte di festa, veniva chiesta a gran voce la riapertura del programma atomico militare. E proprio questo sarà il punto controverso che rischierà di far saltare il tavolo. Ma la fine del munizionamento di precisione di USA e Israele, l’intensificarsi dei lanci iraniani, il fallimento del raid american per l’uranio, e il rischio dell’ingresso in guerra del Pakistan nucleare dopo il patto con l’Arabia Saudita (che ha ‘mollato’ gli USA rivolgendosi ad altri, una sconfitta colossale della politica estera americana) ha suggerito a tutti di mettere la pistola nella fondina. Almeno per due settimane.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Fabrizio Cassinelli</strong><br />
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		<title>Liberata la giornalista americana Shelly Kittleson, rapita in Iraq</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 22:40:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Africa ExPress m.a.a. (+ agenzie e New York Times) Baghdad, 7 aprile 2026 La giornalista americana, Shelly Kittleson, che era stata rapita dalle milizia Hezbollah, alleate con l’Iran e tenuta in ostaggio per una settimana, è stata liberata oggi. Secondo fonti ufficiali irachene, il rilascio è avvenuto in cambio della scarcerazione di alcuni membri della [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-72469" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2025/05/Loghino-africa-express-2-e1517334943805-150x150-3.jpg" alt="" width="150" height="150" />Africa ExPress<strong><br />
m.a.a. (+ agenzie e New York Times)</strong><br />
Baghdad, 7 aprile 2026</p>
<p><strong>La giornalista americana, Shelly Kittleson,</strong> che era stata rapita dalle milizia Hezbollah, alleate con l’Iran e tenuta in ostaggio per una settimana, è stata liberata oggi. Secondo fonti ufficiali irachene, il rilascio è avvenuto in cambio della scarcerazione di alcuni membri della milizia.</p>
<p><strong>La milizia, Kateeb Hezbollah, ha dichiarato</strong> in un comunicato di aver rilasciato la giornalista, “in segno di apprezzamento per le posizioni patriottiche” del primo ministro iracheno, che aveva negoziato per il suo rilascio. Il gruppo ha affermato che la signora Kittleson deve lasciare immediatamente l’Iraq.</p>
<p><strong>&#8220;Questa iniziativa non si ripeterà in futuro &#8211;</strong> ha dichiarato nel comunicato un comandante della sicurezza del gruppo, noto come Abu Mujahid Al-Asaf -. &#8220;Siamo in uno stato di guerra dichiarato dal nemico sionista-americano contro l’Islam e in tali situazioni molte considerazioni vengono ignorate&#8221;.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-78356" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/Shelly-Kittleson-1-900x563.webp" alt="" width="696" height="435" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/Shelly-Kittleson-1-900x563.webp 900w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/Shelly-Kittleson-1-300x188.webp 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/Shelly-Kittleson-1-150x94.webp 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/Shelly-Kittleson-1-696x435.webp 696w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/Shelly-Kittleson-1-1068x668.webp 1068w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/Shelly-Kittleson-1.webp 1326w" sizes="auto, (max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><strong>Non ci sono stati commenti</strong> immediati da parte dell’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad. Kataib Hezbollah, una delle milizie più potenti in Iraq, è strettamente legata alla Forza Quds iraniana, il braccio estero del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Il rapimento della signora Kittleson, 49 anni, è il secondo di uno straniero in Iraq da parte del gruppo.</p>
<p><strong>Nel 2023, il gruppo aveva sequestrato</strong> Elizabeth Tsurkov, una dottoranda israelo-russa, e l’aveva tenuta in ostaggio per più di due anni, torturandola durante la prigionia.</p>
<p><strong>La Kittleson</strong>, che da oltre un decennio si occupa di Medio Oriente per diverse testate, è stata liberata in cambio del rilascio di numerosi membri di Kataib Hezbollah detenuti, secondo quanto riferito da due funzionari della sicurezza iracheni. Hanno chiesto di non essere identificati per poter discutere di negoziati delicati.</p>
<p><strong>Shelly è una giornalista molto esperta</strong> di Medio Oriente che ha battuto in lungo e in largo. Parla arabo ma non solo: è fluente in altre lingue, ma anche in italiano, perché abita a Roma. La conoscono tutti i corrispondenti di guerra che hanno visitato l&#8217;Iraq, la Siria e i Paesi limitrofi. Non si può certo credere che possa essere considerata filo sionista, sebbene in Italia collabori con <em>Il Foglio</em> le cui posizioni filo israeliane non hanno certo giovato alla collega americana.</p>
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<p><strong>Il giornale online di notizie mediorientali</strong> con cui collabora, <em>Al-Monitor, Shelly </em>Kittleson viene descritta come nota per &#8220;il suo coraggioso lavoro di cronista dalle zone di guerra in Afghanistan, Iraq e Siria&#8221;.</p>
<p><strong>Al di là delle mediazioni, certamente alla sua liberazione</strong> ha invece giovato la sua conoscenza con i gruppi militanti che circolano nella polveriera mediorientale. Lei conosce tutti e gode di gran prestigio e autorevolezza. <em>Africa ExPress</em> l&#8217;aveva contattata mesi fa e con lei avevamo scambiato alcune idee e opinioni.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="mUg97Yy4U2s"><iframe loading="lazy" title="الكـ ـتـ ـائب تنشر فيديو للصحفية الأمريكية كيتلسون: القنصل الأمريكي في بغداد طلب مني جمع معلومات" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/mUg97Yy4U2s?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
<p><strong>A Baghdad il suo rapimento</strong> aveva dato il via a una caccia all&#8217;uomo da parte delle forze di sicurezza irachene e del governo statunitense per ottenere il suo rilascio. Secondo fonti raccolte dagli stringer di <em>Africa ExPress</em> in loco il giorno dopo il rapimento, Kataib Hezbollah si era offerto di negoziare la libertà della giornalista in cambio del rilascio da parte del governo iracheno di diversi membri della milizia detenuti.</p>
<p><strong>Poco prima del suo rilascio</strong> il gruppo Kateeb Hezbollah ha rilasciato un video con le &#8220;confessioni&#8221; della giornalista. Shelly avrebbe ammesso che nel 2025 avrebbe seguito un addestramento di tre mesi in Siria a cura dei servizi segreti americani, con l&#8217;incarico di raccogliere informazioni sul gruppo di miliziani e in particolare sulla milizia Al Nujabaa, ufficialmente denominata 12ª Brigata, particolarmente attiva in Iraq e, in passato, nella Siria baathista.</p>
<p><strong>Kateeb Hezbollah</strong> è una delle milizie irachene più combattive negli attacchi di rappresaglia per contrastare la guerra statunitense-israeliana contro l’Iran. Ha lanciato attacchi con razzi e droni quasi quotidianamente contro obiettivi statunitensi in Iraq e nei paesi confinanti. Tra gli attacchi rivendicati figurano i lanci di missili contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad.</p>
<p><b>Ovviamente la milizia</b> è designata  dagli Stati Uniti come organizzazione terroristica straniera.</p>
<p><strong>m.a.a.<br />
</strong>(+ agenzie e New York Times)</p>
<p><em>© RIPRODUZIONE RISERVATA</em></p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Miracolo del calcio: il Congo-K dopo oltre mezzo secolo si qualifica per i mondiali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Costantino Muscau]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 21:30:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 7 aprile 2026 Il popolo congolese tutto è ebbro di felicità per una conquista mondiale. Dopo oltre mezzo secolo la nazionale di calcio di Kinshasa si è nuovamente qualificata per la Coppa del Mondo. I Leopardi hanno atteso 52 anni prima di far sentire ancora il loro grido, un suono [&#8230;]</p>
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<strong>Costantino Muscau</strong><br />
7 aprile 2026</p>
<p><strong>Il popolo congolese tutto</strong> è ebbro di felicità per una conquista mondiale. Dopo oltre mezzo secolo la nazionale di calcio di Kinshasa si è nuovamente qualificata per la Coppa del Mondo.</p>
<p><strong>I Leopardi hanno atteso 52 anni</strong> prima di far sentire ancora il loro grido, un suono ripetitivo a bassa frequenza (non chiamiamolo ruggito, potremmo essere contestati da qualche super esperto…). Gli studiosi dicono che il caratteristico urlo del meraviglioso felino è udibile fino a un chilometro di distanza. Ora i “felini” bipedi lo hanno fatto echeggiare a livello…mondiale. E in Congo è stata festa, festa nazionale per “celebrare  l&#8217;unità e l’orgoglio nazionali dopo lo storico evento”, come ha dichiarato ai primi del mese, il ministro del Lavoro nel concedere un giorno straordinario di vacanza a tutto il Paese.</p>
<h3><strong>Festa nazionale</strong></h3>
<p><strong>La nazionale della RDC (a differenza degli imbelli italiani!)</strong> sarà dunque presente alle finali della 23esima edizione della Coppa del Mondo FIFA che si disputa fra Stati Uniti, Messico e Canada dall’11 giugno al 19 luglio.</p>
<figure id="attachment_78340" aria-describedby="caption-attachment-78340" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-78340" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/544880043_17972529749927403_4904612880428363049_n-1000x600-1.jpeg" alt="" width="1000" height="600" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/544880043_17972529749927403_4904612880428363049_n-1000x600-1.jpeg 1000w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/544880043_17972529749927403_4904612880428363049_n-1000x600-1-300x180.jpeg 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/544880043_17972529749927403_4904612880428363049_n-1000x600-1-900x540.jpeg 900w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/544880043_17972529749927403_4904612880428363049_n-1000x600-1-150x90.jpeg 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/544880043_17972529749927403_4904612880428363049_n-1000x600-1-696x418.jpeg 696w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption id="caption-attachment-78340" class="wp-caption-text">&#8220;I Leopardi&#8221;, nazionale di calcio del Congo-K</figcaption></figure>
<p><strong>Un evento che rischia di battere il record di spettatori</strong> stabilito negli USA ,nel 1994 con 3,5 milioni di presenze: la vendita dei biglietti è già partita il 1° aprile!</p>
<p><strong>Si tratterà infatti di una competizione monstre</strong>: ben 104 partite in questa prima edizione con 48 squadre ospitate in 16 città. I Leopard sono stati gli ultimi africani a staccare il biglietto per l’America. Sono stati preceduti da <em>Marocco, Tunisia, Egitto,  Algeria, Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, Sud Africa</em> e dal miracoloso <em>Capo Verde</em>, il più piccolo Paese a prendere parte al mega torneo. Il Congo era assente dal 1974,  quando come Zaire fu seppellito da una marea di gol (14 in 3 partite, 9 li prese dalla Jugoslavia.</p>
<h3><strong>Calcio africano alla riscossa</strong></h3>
<p><strong>Ora il calcio del continente nero</strong> e del Congo sono ben altra cosa. E per i Leopard è l’occasione unica di farsi riconoscere a livello planetario. Il 17 giugno prossimo alle 19 (ora italiana) i calciatori della Repubblica del centro Africa faranno il loro esordio nello <em>Houston Stadium</em> in Texas contro il Portogallo di Cristiano Ronaldo. La squadra congolese fa parte del girone K che comprende anche la Colombia e l’Uzbekistan</p>
<p><strong>La qualificazione è stata raggiunta</strong> grazie alla vittoria, il 31 marzo scorso, per1-0 , sui cosiddetti “Reggae boys” della Giamaica. “È sicuramente la rete più importante della mia carriera, sono immensamente felice di averla segnata per la squadra, per la nazione e per la gioia che porta alle persone“, ha commentato l’autore, Axel Tuanzebe, 28 anni, già del Manchester United, ora del Burnley.</p>
<figure id="attachment_78341" aria-describedby="caption-attachment-78341" style="width: 1200px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-78341" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/bitmap_1200_nocrop_1_1_20260401112900129848_TOP_TREE.jpeg" alt="" width="1200" height="800" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/bitmap_1200_nocrop_1_1_20260401112900129848_TOP_TREE.jpeg 1200w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/bitmap_1200_nocrop_1_1_20260401112900129848_TOP_TREE-300x200.jpeg 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/bitmap_1200_nocrop_1_1_20260401112900129848_TOP_TREE-900x600.jpeg 900w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/bitmap_1200_nocrop_1_1_20260401112900129848_TOP_TREE-150x100.jpeg 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/bitmap_1200_nocrop_1_1_20260401112900129848_TOP_TREE-696x464.jpeg 696w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/bitmap_1200_nocrop_1_1_20260401112900129848_TOP_TREE-1068x712.jpeg 1068w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /><figcaption id="caption-attachment-78341" class="wp-caption-text">Festa in Congo-K dopo le qualificazioni ai mondiali</figcaption></figure>
<p><strong>Axel ha la cittadinanza inglese</strong>, ma è originario di Bunia, una città vicino al lago Alberta, che si trovò al centro della cosiddetta seconda guerra del Congo (1998-2003). Ora il Congo è coinvolto da tempo nel conflitto che insanguina l&#8217;est del Paese.</p>
<p><strong>Qui il sanguinoso confronto</strong> con il gruppo ribelle M23/AFC non è certo cessato nonostante la presunta pace inventata da Trump. Il calcio, però, come spesso succede, lenisce dolori anche delle guerre e suscita speranze o illusioni.</p>
<h3><strong>Aspirazioni di gloria malgrado il conflitto</strong></h3>
<p><strong>Per questo la festa nazionale dichiarata</strong> dal governo è stata una ubriacatura collettiva anche se non condivisa da tutti i 110 milioni di congolesi, dato che l’annuncio ufficiale è stato fatto di sera tardi. Ora si coltivano sogni di gloria sulla scena mondiale , considerato  che il girone non presenta ostacoli insormontabili .</p>
<p><strong>È  venuta l’acquolina in bocca ai giocatori</strong>, di cui si è fatto interprete &#8211; parlando con il sito della FIFA &#8211; il centrocampista Samuel Moutousamy, 30 anni, francese naturalizzato congolese (gioca nell’Atromitos greco. &#8220;Ho sempre avuto questo sogno, non posso mentire — ha detto -. Sogno questo momento da quando ho iniziato a giocare a calcio.</p>
<h3><strong>Auguri anche dal nemico</strong></h3>
<p><strong>Il giorno stesso in cui firmai con le giovanili del Lione</strong> (nel 2011), io e la mia famiglia ci dicemmo che il sogno finale era giocare un Mondiale. Ce l&#8217;abbiamo fatta&#8221;. E ora, quindi, avanti tutta. Perfino con gli auguri di un carissimo nemico: il Ruanda. È noto che tra Kigali e Kinshasa non corra buon sangue, ma scorrano insulti e sangue negli ultimi anni. Il Paese di Paul Kagame, infatti, supporta con uomini e mezzi l’M23. Ebbene, il I aprile, la portavoce del governo ruandese, Yolande Makolo, ha esaltato il risultato ottenuto dai Leopardi, sottolineando come il calcio possa unire le diversità e ha aggiunto: ”Questo spirito di unità è troppo prezioso per essere trasformato in odio”.</p>
<p><strong>È vero che il ramoscello d’olivo ruandese</strong> è stato offerto al Congo il I aprile, ma anche alla vigilia di Pasqua. Se però servisse a stemperare le tensioni e ad avviare un percorso di pace nel Kivu, si avrebbe la prova che il pallone è più potente di Trump.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Costantino Muscau</strong><br />
<a href="mailto:muskost@gmail.com"><em>muskost@gmail.com</em></a><br />
<em>© RIPRODUZIONE RISERVATA</em></p>
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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="Bj8VmTWdyz"><p><a href="https://www.africa-express.info/2026/04/02/guerra-in-congo-k-in-palio-il-controllo-di-minerali-strategici/">Guerra in Congo-K: in palio il controllo di minerali strategici</a></p></blockquote>
<p><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Guerra in Congo-K: in palio il controllo di minerali strategici&#8221; &#8212; Africa Express: notizie dal continente dimenticato" src="https://www.africa-express.info/2026/04/02/guerra-in-congo-k-in-palio-il-controllo-di-minerali-strategici/embed/#?secret=NIgckW62Rm#?secret=Bj8VmTWdyz" data-secret="Bj8VmTWdyz" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
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		<title>Chiusura Stretto di Hormuz: gravi ripercussioni economiche per l&#8217;Africa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Africa ExPress]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 21:29:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Speciale per Africa ExPress Amedeo Cortellezzi 6 aprile 2026 La guerra: a seguito di continui raid Israeliani e statunitensi in Iran, il conflitto ha preso una piega molto più profonda, andando a minare fortemente l’economia del resto del mondo. Ad oggi stiamo assistendo ad una situazione di logoramento, non solo sul piano strategico-militare, ma anche [&#8230;]</p>
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<strong>Amedeo Cortellezzi</strong><br />
6 aprile 2026</p>
<p><strong>La guerra</strong>: a seguito di continui raid Israeliani e statunitensi in Iran, il conflitto ha preso una piega molto più profonda, andando a minare fortemente l’economia del resto del mondo. Ad oggi stiamo assistendo ad una situazione di logoramento, non solo sul piano strategico-militare, ma anche su quello economico che col passare dei giorni porta intere economie verso un andamento recessivo sempre più grave.</p>
<p><strong>Le nuove strategie</strong> messe in atto da vari Stati africani portano a differenti conclusioni:</p>
<p><strong>In Sud Sudan </strong>è tutt’ora in atto un razionamento del consumo elettrico a Juba. Situazione simile si riscontra nelle Isole Mauritius, dove le riduzioni del consumo elettrico vengono ampliate specialmente nei centri urbani più affollati.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-78323" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/128548800_bbcm_south_sudan_country_profile_map_030223.png" alt="" width="976" height="549" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/128548800_bbcm_south_sudan_country_profile_map_030223.png 976w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/128548800_bbcm_south_sudan_country_profile_map_030223-300x169.png 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/128548800_bbcm_south_sudan_country_profile_map_030223-900x506.png 900w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/128548800_bbcm_south_sudan_country_profile_map_030223-150x84.png 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/128548800_bbcm_south_sudan_country_profile_map_030223-696x392.png 696w" sizes="auto, (max-width: 976px) 100vw, 976px" /></p>
<p><strong>Tuttavia ci sono alcuni Stati</strong> tra cui il Sud Sudan caratterizzato dalla presenza di una delle riserve più vaste di petrolio nell’Africa Orientale, che nonostante ciò, importano la maggior parte delle risorse dall’estero. Circa il 96 per cento viene incanalato nella produzione di elettricità. Dando quindi un’immagine di estrema dipendenza dal consumo di “Oro Nero”.</p>
<p><strong>Ripercussioni testimoniate</strong> da numerosi cittadini della capitale che subiscono costantemente blackout elettrici prolungati, andando a limitare enormemente le mansioni quotidiane e soprattutto le attività imprenditoriali ed industriali.</p>
<p><strong>Situazioni simili</strong> sono riscontrabili rispettivamente in Zimbabwe e Etiopia.</p>
<p><strong>Nella prima fattispecie</strong> il governo di Harare ha tempestivamente adottato misure per contrastare la crisi energetica, aumentando l’utilizzo di etanolo dal 5 per cento al 20. Inoltre sono state messe in atto misure di immediato intervento sul piano fiscale, abolendo alcune tasse sulle importazioni di petrolio con l’obiettivo di ridurre il prezzo del carburante, aumentato vertiginosamente del 40 per cento solo nell’ultimo mese.</p>
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<p><strong>Estremamente correlato,</strong> è il costo dei trasporti che subisce le medesime conseguenze economiche con aumenti su prodotti finali che vengono importati ed esportati dal Paese.</p>
<p><strong>Nel caso dell’Etiopia, </strong>il governo di Addis Abeba ha deciso di porre la massima priorità verso  istituzioni, dislocazioni governative ed industrie chiave per il Paese. Ciò secondo alcuni esperti potrebbe portare conseguenze enormi dal punto di vista sociale, dove in situazione di emergenza energetica, i cittadini potrebbero insorgere con rivolte di piazza o manifestazioni.</p>
<p><strong>In Uganda, il governo ha assicurato</strong> ai cittadini che sono state prese misure su petrolio e risorse energetiche per evitare una nascita di proteste e malcontento all’interno del Paese, nonostante si siano verificati negli ultimi giorni riduzioni nel consumo in varie aree.</p>
<p><strong>La dinamica in Sud Africa si colloca</strong> su un piano di momentanea stabilità per quanto concerne le riserve statali di petrolio e risorse affini al consumo energetico, nonostante ciò, il governo ha ribadito che questa situazione non si protrarrà per un periodo esteso, poiché tutto dipenderà dal conflitto in Medio Oriente, le cui conseguenze potrebbero aggravare da un momento all’altro l’intero contesto energetico.</p>
<p><strong>Ampliando l’analisi sul piano continentale</strong>, la chiusura dello stretto di Hormuz e una possibile chiusura dello stretto di Bab El-Mandeb, potrebbe apportare benefici importanti per alcuni Stati meridionali e orientali africani per quanto riguarda il passaggio di navi e container di grandi dimensioni, dando modo di ampliare notevolmente l’importanza logistica dei porti lungo il tragitto verso il Capo di Buona Speranza, situato in Sud Africa.</p>
<figure id="attachment_78327" aria-describedby="caption-attachment-78327" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-78327" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/1248175_w-3840_h-2160_q-70_m-crop.jpg" alt="" width="1000" height="667" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/1248175_w-3840_h-2160_q-70_m-crop.jpg 1000w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/1248175_w-3840_h-2160_q-70_m-crop-300x200.jpg 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/1248175_w-3840_h-2160_q-70_m-crop-900x600.jpg 900w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/1248175_w-3840_h-2160_q-70_m-crop-150x100.jpg 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/1248175_w-3840_h-2160_q-70_m-crop-696x464.jpg 696w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption id="caption-attachment-78327" class="wp-caption-text">Capo di Buona Speranza, Sud Africa</figcaption></figure>
<p><strong>Stiamo assistendo a dinamiche in continua</strong> ed imprevedibile evoluzione, che potrebbero dar vita a nuove misure cruciali, volte ad ampliare e potenziare i settori commerciali ed energetici di molteplici Stati africani. Insomma, la crisi globale si potrebbe tradurre in un futuro imminente in potenzialità uniche dal punto di vista economico.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Amedeo Cortellezzi*<br />
</strong><em>cortellezziamedeo@gmail.com<br />
© RIPRODUZIONE RISERVATA</em></p>
<p style="text-align: left;">*studente al secondo anno di magistrale in Scienze e Tecniche della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria</p>
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		<title>Caso Al Masri: la portata internazionale dello schiaffone della Corte Internazionale all&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Africa ExPress]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 21:28:59 +0000</pubDate>
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<strong>Valerio Giacoia</strong><br />
5 aprile 2026</p>
<p><strong>Sarebbe gravissimo sottovalutare</strong> – relegandolo in fretta, tra un&#8217;avventura amorosa e l’altra, a imprevisto di secondo piano politico – il deferimento dell’Italia da parte della Corte Penale Internazionale all’Assemblea degli Stati membri (è la prima volta nella storia del nostro Paese) per la mancata collaborazione sul caso Al Masri.</p>
<p><strong>Il nostro governo è stato chiamato</strong> ancora una volta a chiarire la sua posizione sul pasticciaccio che riguarda il torturatore libico lasciato tranquillamente rimpatriare su un volo dei nostri servizi segreti e per giunta senza avvisare nessuno.</p>
<p><strong>Il generale – arrestato poi comunque a Tripoli</strong> su ordine della procura libica lo scorso novembre e in attesa di processo – venne fermato dalla Digos in un hotel di Torino il 19 gennaio 2025. Era arrivato nel capoluogo piemontese dalla Germania per assistere alla partita di calcio Juventus-Milan.</p>
<figure id="attachment_78302" aria-describedby="caption-attachment-78302" style="width: 770px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-78302" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/libya-osama-najim-icc-wanted.jpg-1739354115.webp" alt="" width="770" height="433" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/libya-osama-najim-icc-wanted.jpg-1739354115.webp 770w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/libya-osama-najim-icc-wanted.jpg-1739354115-300x169.webp 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/libya-osama-najim-icc-wanted.jpg-1739354115-150x84.webp 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/libya-osama-najim-icc-wanted.jpg-1739354115-696x391.webp 696w" sizes="auto, (max-width: 770px) 100vw, 770px" /><figcaption id="caption-attachment-78302" class="wp-caption-text">Al Masri, ex capo della polizia giudiziaria libica</figcaption></figure>
<p><strong>E&#8217; stato liberato due giorni</strong> <strong>dopo</strong> dalla Corte d’Appello di Roma, grazie a un cavillo giuridico ignorato dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quando al contrario avrebbe potuto e dovuto annullare quella incredibile scappatoia.</p>
<p><strong>Siamo inadempienti</strong>, accusa in maniera definitiva la Corte (confermando perciò quanto già messo nero su bianco sei mesi fa dalla Camera preliminare dell’Aja), avendo clamorosamente violato lo Statuto di Roma.</p>
<p><strong>Infatti, leggiamo nel documento siglato</strong> tra i Paesi dell’ONU nel 1998 ed entrato in vigore nel 2002, “è dovere di ogni Stato esercitare la propria giurisdizione penale nei confronti dei responsabili di crimini internazionali”.</p>
<p><strong>La nostra presidente del Consiglio,</strong> Giorgia Meloni, all’epoca del fattaccio, si giustificò spiegando che l’Italia non avrebbe potuto che espellere immediatamente un soggetto così pericoloso, tacendo sulla liaison con un alleato magari scomodo come la Libia.</p>
<p><strong>La ex-colonia italiana è di fatto utile</strong> sia per gli inciuci economici e geopolitici e a tenere chiuse le rotte dei migranti. Gli stessi continuano a morire nel Mediterraneo ogni giorno.</p>
<p><strong>E sempre su di loro</strong> il tagliagole Al Masri, sanguinario senza scrupoli a capo della polizia giudiziaria libica, ordinò, praticandole anche in prima persona, violenze sessuali, torture, bambini compresi, e omicidi nelle carceri di Tripoli, soprattutto nella famigerata prigione di Mitiga.</p>
<figure id="attachment_27605" aria-describedby="caption-attachment-27605" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-27605" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2018/11/salvataggio-in-mare-sosmediterranee.jpg" alt="Salvataggio di migranti africani nel Mediterraneo (Courtesy Sos Mediterranée)" width="600" height="279" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2018/11/salvataggio-in-mare-sosmediterranee.jpg 600w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2018/11/salvataggio-in-mare-sosmediterranee-150x70.jpg 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2018/11/salvataggio-in-mare-sosmediterranee-300x140.jpg 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2018/11/salvataggio-in-mare-sosmediterranee-490x229.jpg 490w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-27605" class="wp-caption-text">Salvataggio di migranti africani nel Mediterraneo (Courtesy Sos Mediterranée)</figcaption></figure>
<p><strong>Orrori, commessi a partire dal 2015</strong>, evidentemente considerati meno importanti della nostra ragion di Stato. Una figuraccia mondiale, quella fuga dell’aguzzino con la passione per il calcio, di cui parlarono tutti i media internazionali.</p>
<p><strong>Ora è arrivato lo schiaffone dell’Aja,</strong> che “presenterà una relazione sulle azioni intraprese, unitamente a eventuali raccomandazioni, alla prossima sessione dell’Assemblea”.</p>
<p><strong>La stessa Procura di Roma</strong> ha formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro Nordio, accusata di false informazioni ai PM proprio nell’ambito della vicenda Al Masri.</p>
<p><strong>I procedimenti che riguardavano lo stesso Nordio</strong>, il collega, Matteo Piantedosi, e il sottosegretario Alfredo Mantovano erano stati archiviati in Parlamento dai voti della maggioranza. Ora la stessa cercherà di creare uno scudo per la ex “zarina” di via Arenula, con un voto in Aula per estenderle l’immunità e, perciò, arrivare al conflitto di attribuzione davanti alla Consulta.</p>
<p><strong>Se risulterà in suo favore</strong>, sospenderà il procedimento di piazzale Clodio. Il caso Al Masri, ripiombato con prepotenza con il deferimento dell’Italia per non aver collaborato come avrebbe dovuto è un nuovo, bel grattacapo per il governo dopo lo scossone politico del referendum e le conseguenti dimissioni a catena di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè.</p>
<p><strong>Sarà dunque un caso che i giornali cosiddetti “mainstream”</strong> riempiono le pagine d’altro, per esempio della liaison tra il ministro dell’Interno e una giornalista trentaquattrenne e suoi relativi incarichi di favore?</p>
<p><strong>Non è un dettaglio tecnico,</strong> né un semplice incidente procedurale, invece, quanto denunciato dall’Aja. Né può passare sottotraccia. Il deferimento da parte della Corte Penale Internazionale segna un passaggio politico rilevante. Non si può da un lato sostenere la giustizia internazionale, dall’altro calpestarla, quando questa entra in collisione con interessi strategici.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Valerio Giacoia</strong><br />
<em>valeriogiacoia@yahoo.it<br />
</em>©&#xfe0f; RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
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		<title>Colpo grosso messo a segno da Trump: diplomatico USA capo della missione ONU in Congo-K</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Africa ExPress]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 06:49:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Africa ExPress 4 aprile 2026 Dall&#8217;inizio di marzo il nuovo rappresentante speciale di Antonio Guterres per il Congo-K è lo statunitense James Swan. Il neo-designato è anche il capo della Missione di pace dell’ONU (MONUSCO) presente nel Paese dal 2010. Il nuovo capo di MONUSCO è stato ambasciatore degli Stati Uniti a Kinshasa durante l’amministrazione Obama [&#8230;]</p>
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</strong>4 aprile 2026</p>
<p><strong>Dall&#8217;inizio di marzo</strong> il nuovo rappresentante speciale di Antonio Guterres per il Congo-K è lo statunitense James Swan. Il neo-designato è anche il capo della Missione di pace dell’ONU (MONUSCO) presente nel Paese dal 2010.</p>
<p><strong>Il nuovo capo di MONUSCO</strong> è stato ambasciatore degli Stati Uniti a Kinshasa durante l’amministrazione Obama ed stato anche capo della missione delle Nazioni Unite (UNTMIS) in Somalia.</p>
<p><strong>Da tempo l’amministrazione Trump</strong> mostra particolare interesse per la Repubblica Democratica del Congo, e, a dicembre dello scorso anno i leader di Kinshasa e Kigali – rispettivamente Felix Tshisekedi e Paul Kagame &#8211; hanno siglato a Washington un trattato di pace, per riportare la pace nell’est del Congo-K, devastato dagli attacchi di gruppi armati, in particolare da M23/AFC, supportati dal Ruanda.</p>
<p><strong>A metà marzo rappresentanti</strong> dei due Paesi si sono nuovamente incontrati nella capitale americana per rilanciare gli accordi di dicembre, in quanto per ora la pace resta solamente una parola sulla carta. Sul campo la situazione continua a essere precaria.</p>
<figure id="attachment_78276" aria-describedby="caption-attachment-78276" style="width: 711px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-78276" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/James-Swan_USA_MONUSCO_RDCongo.jpeg" alt="" width="711" height="473" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/James-Swan_USA_MONUSCO_RDCongo.jpeg 711w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/James-Swan_USA_MONUSCO_RDCongo-300x200.jpeg 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/James-Swan_USA_MONUSCO_RDCongo-150x100.jpeg 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/James-Swan_USA_MONUSCO_RDCongo-696x463.jpeg 696w" sizes="auto, (max-width: 711px) 100vw, 711px" /><figcaption id="caption-attachment-78276" class="wp-caption-text">Lo statunitense James Swan, nuovo capo della Missione ONU in Congo-K</figcaption></figure>
<p><strong>Il gruppo armato M23 prende il nome</strong> da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda. L’M23 fa parte di una coalizione politico militare più grande l’ <em>Alleanza del Fiume Congo</em>, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya della quale fanno parte diversi gruppi minori.</p>
<h3><strong>Trattative per deportazione profughi</strong></h3>
<p><strong>E dopo i molteplici “impegni”</strong> di Trump per riportare la pace nel Paese, senza esitazioni, il suo governo ha presentato il primo conto: Washington è ora in trattative perché Kinshasa accolga richiedenti asilo che gli Stati Uniti vogliono espellere.</p>
<p><strong>In poche parole il taycoon vorrebbe deportare</strong> anche nel Congo-K persone che non hanno ottenuto regolare permesso di soggiorno negli USA. Altri Paesi del continente hanno già “accolto” parecchi &#8220;indesiderati&#8221; del governo di Washington, come eSwatini, Ghana, Camerun, Sud Sudan, Ruanda.</p>
<figure id="attachment_78293" aria-describedby="caption-attachment-78293" style="width: 696px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-78293" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/Personale-lellONU-visito-profughi--900x600.jpg" alt="" width="696" height="464" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/Personale-lellONU-visito-profughi--900x600.jpg 900w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/Personale-lellONU-visito-profughi--300x200.jpg 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/Personale-lellONU-visito-profughi--150x100.jpg 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/Personale-lellONU-visito-profughi--696x464.jpg 696w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/Personale-lellONU-visito-profughi--1068x712.jpg 1068w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/Personale-lellONU-visito-profughi-.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 696px) 100vw, 696px" /><figcaption id="caption-attachment-78293" class="wp-caption-text">Goma, Congo-K. Personale delle Nazioni Unite visita un campo per gli sfollati. Foto credit Kevin Jordan/MONUSCO)</figcaption></figure>
<p><strong>Anche l’Uganda ha già siglato l’anno scorso</strong> un accordo in tal senso con le autorità americane competenti. Le prime 8 persone “non gradite” di origini africane sono state deportate nel Paese governato da Yoweri Museveni, al suo settimo mandato, mercoledì scorso a Kampala. Secondo l’amministrazione Trump, l’Uganda è considerato un “Paese terzo sicuro” per i migranti.</p>
<h3><strong>Minerali preziosi</strong></h3>
<p><strong>Il sottosuolo del Congo-K</strong> è ricchissimo di materie prime, adocchiate con immensa attenzione dagli USA. Dunque l’interesse di Trump per una pace duratura nella ex colonia belga non è del tutto casuale. Il presidente vuole che le industrie americane possano estrarre i preziosi minerali, come coltan e cobalto, in sicurezza, senza improvvisi e pericolosi attacchi da parte di gruppi armati. E, non ultima cosa, poter appunto deportare africani senza permesso di soggiorno in un Paese amico pronto a soddisfare le sue richieste.</p>
<figure id="attachment_78279" aria-describedby="caption-attachment-78279" style="width: 480px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-78279" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/118665840_pic1.jpg.webp" alt="" width="480" height="270" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/118665840_pic1.jpg.webp 480w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/118665840_pic1.jpg-300x169.webp 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/118665840_pic1.jpg-150x84.webp 150w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /><figcaption id="caption-attachment-78279" class="wp-caption-text">Terroristi ADF in azione a Ituri, Congo-K</figcaption></figure>
<p><strong>Intanto la situazione nell’est della RDC</strong> resta molto tesa, malgrado gli sforzi diplomatici messi in campo. Oltre alla presenza di M23/AFC, negli ultimi giorni si sono ripetuti attacchi del gruppo ADF (<em>Allied Democratic Forces</em>, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995) stanno terrorizzando la popolazione a Ituri (sempre nell’est del Paese).</p>
<h3><strong>Nuovi attacchi dei terroristi islamici</strong></h3>
<p><strong>Il 1° aprile i miliziani di ADF</strong> hanno massacrato oltre cinquanta persone nel villaggio di  Bafwakoa, nel territorio di Mambasa. Alcuni giorni prima, invece, hanno rapito una trentina di residenti in diversi villaggi dell’area. Le aggressioni dei terroristi non conoscono sosta, malgrado la presenza di militari ugandesi (UPDF), inviati nel Paese nel 2021, per stanare e combattere gli estremisti islamici insieme ai soldati dell’esercito congolese (FARDC).</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Africa ExPress</strong><br />
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		<title>Rimuovere un tiranno è facile. Cambiare un regime invece è difficile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Africa ExPress]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 21:50:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Keith Richburg è stato corrispondente del Washington Post da Haiti, Nairobi e Seul. Poi vicedirettore. Ora è membro del Comitato editoriale del Washington Post, e ha dato il consenso per pubblicare questo editoriale uscito sul quotidiano americano. EDITODIALE dal Washington Post Keith B. Richburg* Washington, 14 febbraio 2025 (Original version in English at the end) [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>Keith Richburg è stato corrispondente del Washington Post<br />
da Haiti, Nairobi e Seul. Poi vicedirettore.<br />
Ora è membro del Comitato editoriale<br />
del Washington Post, e ha dato il consenso per pubblicare<br />
questo editoriale uscito sul quotidiano americano.</em></p>
<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-67971" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-Richburg-scaled-e1725971367217-150x150.jpeg" alt="Keith B. Richburg" width="150" height="150" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-Richburg-scaled-e1725971367217-150x150.jpeg 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-Richburg-scaled-e1725971367217-300x300.jpeg 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-Richburg-scaled-e1725971367217-900x900.jpeg 900w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-Richburg-scaled-e1725971367217-1536x1536.jpeg 1536w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-Richburg-scaled-e1725971367217-696x696.jpeg 696w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-Richburg-scaled-e1725971367217-1068x1068.jpeg 1068w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-Richburg-scaled-e1725971367217.jpeg 1706w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /><br />
EDITODIALE<br />
dal Washington Post<br />
<strong>Keith B. Richburg*</strong><br />
Washington, 14 febbraio 2025<br />
<em>(Original version in English at the end)</em></p>
<p><strong>Una delle domande più sconcertanti</strong> della guerra in Iran è stata perché così tante persone, sia nell’amministrazione Trump che tra gli opinionisti, pensassero che il regime sarebbe crollato non appena fossero stati uccisi i suoi più alti funzionari militari e politici.</p>
<p><strong>La risposta sta in un errore di categorizzazione comune:</strong> non tutti gli Stati autoritari sono dittature fragili.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-78267" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/659584343_4258301951074521_4030106422113233418_n.jpg" alt="" width="810" height="540" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/659584343_4258301951074521_4030106422113233418_n.jpg 810w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/659584343_4258301951074521_4030106422113233418_n-300x200.jpg 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/659584343_4258301951074521_4030106422113233418_n-150x100.jpg 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/659584343_4258301951074521_4030106422113233418_n-696x464.jpg 696w" sizes="auto, (max-width: 810px) 100vw, 810px" /></p>
<p><strong>Ho visto la mia parte di dittature</strong> crollare dopo la decapitazione. L’ho visto ad Haiti, dove ho iniziato la mia carriera di corrispondente estero seguendo la caduta del “presidente a vita” Jean-Claude “Baby Doc” Duvalier nel 1986; il Paese cadde in una violenta anarchia che persiste ancora oggi.</p>
<p><strong>All’inizio degli anni ’90 ho assistito</strong> al caos lasciato in Somalia dopo la caduta del dittatore Mohamed Siad Barre. Lo Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, è ancora uno Stato parzialmente fallito anni dopo la fuga di Mobutu Sese Seko.</p>
<p><strong>Quando quei regimi dittatoriali sono crollati</strong>, è stato perché il dittatore aveva svuotato tutti i normali organi dello Stato. Poiché il potere era concentrato nelle mani di un solo uomo, tutte le altre istituzioni si sono semplicemente atrofizzate.</p>
<p><strong>Ma il più delle volte i regimi autoritari</strong> sono profondamente istituzionalizzati. Possono governare le loro popolazioni con spietata efficienza perché sono radicati in ogni provincia, città e villaggio. Possono sopravvivere alla destituzione del leader perché il regime è decentralizzato, costruito per durare e sostenuto da una vasta élite il cui potere e la cui ricchezza dipendono dalla sopravvivenza del sistema.</p>
<p><strong>Si pensi alla Cina.</strong> Il presidente e segretario generale del <em>Partito Comunista</em>, Xi Jinping, ha accumulato più potere di qualsiasi altro leader cinese dai tempi di Mao Zedong. Ma il <em>Partito Comunista Cinese</em> conta circa 100 milioni di membri ed è profondamente radicato in ogni villaggio, aula scolastica e fabbrica.</p>
<p><strong>La Cina ha avuto la sua dose di turbolenze al vertice; </strong>mi trovavo a Pechino nel 2012 quando il carismatico capo del partito di <em>Chongqing</em>, Bo Xilai, fu destituito e successivamente incarcerato, in parte perché sospettato di complottare per far deragliare l’ascesa di Xi. I social media cinesi erano pieni di voci incontrollate su tentativi di colpo di Stato con carri armati nelle strade.</p>
<p><strong>Nonostante il tumulto di quell’episodio</strong> relativamente recente, esso mette in luce il paradosso degli Stati autoritari. Se Bo avesse avuto la meglio su Xi, il sistema si sarebbe molto probabilmente ricostituito attorno al nuovo leader. La posta in gioco è semplicemente troppo alta perché l’intero sistema crolli a causa di una lotta per la leadership. Se Xi venisse rimosso domani, il Partito Comunista in Cina andrebbe avanti.</p>
<p><strong>Un errore che gli osservatori commettono spesso</strong> — e mi annovero tra coloro che lo hanno commesso in passato — è quello di personalizzare i regimi e semplificare eccessivamente questioni geopolitiche complesse. Se solo questo o quel leader venisse rimosso, il Paese si trasformerebbe. Purtroppo, non è così che funzionano le cose.</p>
<p><strong>Nel 2011 vivevo a Pechino</strong> quando il leader nordcoreano, Kim Jong II, morì inaspettatamente. Ho intervistato vari analisti cinesi e occidentali che erano ottimisti sul fatto che la morte di Kim avrebbe portato a riforme e alla modernizzazione di quel Paese notoriamente chiuso.</p>
<p><strong>Molti ritenevano che il figlio</strong> ed erede di Kim, Kim Jong-un, fosse troppo giovane e inesperto per tenere le redini del potere a lungo. Altri dicevano che il giovane Kim aveva studiato in Svizzera, il che probabilmente lo aveva reso più aperto e meno dogmatico.</p>
<p><strong>Il mio articolo sul Washington Post era intitolato</strong>: “Con la morte del vecchio Kim, alcuni vedono una finestra di opportunità per il cambiamento in Corea del Nord”. Che il giovane Kim sia stato trasformato dal sistema che ha ereditato o che abbia ricevuto tutta la formazione necessaria ai piedi di suo padre, la Corea del Nord è rimasta sostanzialmente la stessa: uno Stato totalitario ereditario con un culto della personalità pervasivo, vasti campi di prigionia politici e un controllo estremo delle informazioni — e armi nucleari.</p>
<figure id="attachment_33976" aria-describedby="caption-attachment-33976" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-33976" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2019/09/robert-mugabe-in-custume-2-e1567853911479.jpg" alt="" width="600" height="400" /><figcaption id="caption-attachment-33976" class="wp-caption-text">Robert Mugabe, ex presidente dello Zimbabwe</figcaption></figure>
<p><strong>Un altro regime che pensavo dipendesse esclusivamente</strong> da un solo uomo era la dittatura trentennale di Robert Mugabe in Zimbabwe. Sotto Mugabe, un tempo acclamato combattente per la libertà, lo Zimbabwe era ormai in rovina economica negli anni 2000. Nel 2017, all’età di 93 anni, il fragile Mugabe è stato arrestato dai militari e costretto a dimettersi.</p>
<p><strong>Gli zimbabwani erano euforici</strong>. Lo ero anch’io, da lontano. Ma più di otto anni dopo, lo Zimbabwe è ancora nello stesso caos sotto un nuovo dittatore “Big Man”, Emmerson Mnangagwa, ex capo dei servizi segreti di Mugabe e noto come “il Coccodrillo”. Il nuovo presidente aveva promesso un cambiamento. Ma a 83 anni è ancora al comando, e il sistema repressivo rimane praticamente intatto.</p>
<p><strong>Israele ricorre da tempo alla strategia della “decapitazione”</strong> per eliminare i propri nemici. Uno di questi era lo sceicco Ahmed Yassin, fondatore e leader spirituale di Hamas a Gaza, ucciso nel 2004 da un attacco missilistico israeliano. I funzionari israeliani si vantavano che l’assassinio avrebbe ostacolato la capacità di Hamas di compiere futuri attacchi terroristici.</p>
<figure id="attachment_67972" aria-describedby="caption-attachment-67972" style="width: 630px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-67972" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-630x1024.jpeg" alt="" width="630" height="1024" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-630x1024.jpeg 630w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-184x300.jpeg 184w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-92x150.jpeg 92w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-944x1536.jpeg 944w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-1259x2048.jpeg 1259w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-150x244.jpeg 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-300x488.jpeg 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-696x1132.jpeg 696w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-1068x1737.jpeg 1068w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244.jpeg 1574w" sizes="auto, (max-width: 630px) 100vw, 630px" /><figcaption id="caption-attachment-67972" class="wp-caption-text">Keith, dopo aver seguito il genocidio in Ruanda, ha scritto questo libro che ha suscitato parecchie polemiche.</figcaption></figure>
<p><strong>Avevo intervistato Yassin nel suo ufficio a Gaza City</strong> quattro anni prima. Rimasi sbalordito nell’incontrare un tetraplegico malaticcio su una sedia a rotelle, la cui voce era così flebile che riuscivo a malapena a registrarla sul mio registratore. Quella figura fragile che avevo incontrato non poteva certo rappresentare l’intera essenza di Hamas. E, come previsto, Hamas non solo continuò a esistere, ma divenne ancora più feroce ed estremista sotto la nuova leadership.</p>
<p><strong>La lezione da trarne è che la destituzione dei regimi</strong> autoritari profondamente istituzionalizzati spesso non crea un vuoto. Può scatenare una lotta di potere. Ma alimenta anche la vendetta.</p>
<p><strong>Secondo quanto riferito,</strong> il presidente Donald Trump si è detto sorpreso che l’Iran abbia risposto all’uccisione del suo leader supremo non con la capitolazione, ma con la rappresaglia. Non avrebbe dovuto esserlo. I nuovi governanti dell’Iran possono essere feriti, paranoici e indeboliti. Ma regimi come quello non svaniscono quando pochi uomini al vertice vengono portati via o fatti saltare in aria. Rimuovere i leader è facile. Smantellare il sistema oppressivo che hanno costruito è molto più difficile.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Keith B. Richburg*</strong><br />
<span style="font-size: 15px;">*Keith B. Richburg è diventato membro del comitato editoriale nel 2023. È entrato a far parte di Post Opinions come editorialista di Global Opinions nel 2022. Seguitelo su <em>X@keithrichburg</em></span></p>
<p><em>Photocredit</em>: Washington Post</p>
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<h3><strong>Removing a tyrant is easy. Changing a regime is hard.</strong></h3>
<h4>It’s no surprise Iran didn’t collapse. Security states are meant to last beyond any one leader.</h4>
<p>One of the most perplexing questions of the Iran war has been why so many people, both in the Trump administration and among the punditry, thought the regime would collapse as soon as its most senior military and political officials were killed.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-78267" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/659584343_4258301951074521_4030106422113233418_n.jpg" alt="" width="810" height="540" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/659584343_4258301951074521_4030106422113233418_n.jpg 810w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/659584343_4258301951074521_4030106422113233418_n-300x200.jpg 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/659584343_4258301951074521_4030106422113233418_n-150x100.jpg 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2026/04/659584343_4258301951074521_4030106422113233418_n-696x464.jpg 696w" sizes="auto, (max-width: 810px) 100vw, 810px" /></p>
<p>The answer lies in a common category error: Not all authoritarian states are brittle dictatorships.</p>
<p>I’ve seen my share of dictatorships fall apart after decapitation. I saw it in Haiti, where I began my foreign reporting career covering the fall of “president-for-life” Jean-Claude “Baby Doc” Duvalier in 1986; the country fell into violent anarchy that persists today. In the early 1990s I witnessed the chaos left behind in Somalia following the fall of dictator Mohamed Siad Barre. Zaire, now the Democratic Republic of Congo, is still a partially failed state years after Mobutu Sese Seko was run out.</p>
<p>When those dictatorial regimes collapsed, it’s because the dictator had hollowed out all the normal organs of a state. Because power was concentrated into one man’s hands, all other institutions just atrophied.</p>
<p>But more often than not, authoritarian regimes are deeply institutionalized. They can rule their populations with ruthless efficiency because they are embedded in every province, city and village. They can survive the removal of the leader because the regime is decentralized, built to endure and buttressed by a sprawling elite whose power and wealth depend on the system’s survival.</p>
<p>Consider China. President and Communist Party General Secretary Xi Jinping has amassed more power than any Chinese leader since Mao Zedong. But the Communist Party of China consists of roughly 100 million members, and is deeply rooted in every village, classroom and factory. China has seen its share of leadership turmoil; I was in Beijing in 2012 when the charismatic Chongqing party boss Bo Xilai was sacked and later imprisoned, partly because he was suspected of plotting to derail Xi’s ascendancy. Chinese social media was filled with wild rumors of attempted coups with tanks in the streets.</p>
<p>Despite the turmoil of that relatively recent episode, it illuminates the paradox of authoritarian states. Had Bo won out over Xi, the system would in all likelihood have reconstituted itself around the new leader. There simply is too much at stake for the whole system to collapse over a leadership struggle. If Xi were removed tomorrow, the Communist Party in China would carry on.</p>
<p>A mistake observers often make — and I count myself among past offenders — is to personalize regimes and oversimplify complex geopolitical issues. If only such-and-such leader were removed, the country would be transformed. Unfortunately, it’s not how things work.</p>
<p>In 2011, I was living in Beijing when North Korean leader Kim Jong Il died unexpectedly. I interviewed various Chinese and Western analysts who were optimistic that Kim’s death would lead to reform and modernization of the notoriously closed country. Many opined that Kim’s son and heir, Kim Jong Un, was too young and untested to hold the reins of power for long. Others said the younger Kim had studied in Switzerland, likely to have made him more open, less doctrinaire.</p>
<p>My story in The Washington Post was headlined: “With elder Kim’s death, some see window for change in North Korea.” Whether the young Kim was transformed by the system he inherited or whether he received all the relevant upbringing at his father’s feet, North Korea has largely stayed the same: a hereditary totalitarian state with a pervasive cult of personality, extensive political prison camps and extreme information control — and nuclear weapons.</p>
<figure id="attachment_33976" aria-describedby="caption-attachment-33976" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-33976" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2019/09/robert-mugabe-in-custume-2-e1567853911479.jpg" alt="" width="600" height="400" /><figcaption id="caption-attachment-33976" class="wp-caption-text">Robert Mugabe, ex president of Zimbabwe</figcaption></figure>
<p>Another regime I thought was solely reliant on one man was Robert Mugabe’s 37-year dictatorship in Zimbabwe. Under Mugabe, a once-heralded liberation fighter, Zimbabwe was by the 2000s in economic shambles. In 2017, at the age of 93, the frail Mugabe was detained by his military and forced to resign. Zimbabweans were jubilant. So was I, from afar. But more than eight years later, Zimbabwe is much the same mess under a new “Big Man” dictator, Emmerson Mnangagwa, who was Mugabe’s former spy chief known as “the Crocodile.” The new president promised change. But at 83, he’s still in charge, and the repressive system remains very much intact.</p>
<p>Israel has long relied on the decapitation strategy to eliminate its enemies. One was Sheikh Ahmed Yassin, the founder and spiritual leader of Hamas in Gaza, who was killed in a 2004 Israeli missile strike. Israeli officials boasted the assassination would hamper Hamas’s ability to conduct future terrorist attacks. I had interviewed Yassin in his Gaza City office four years earlier. I was stunned to meet a sickly quadriplegic using a wheelchair whose voice was so faint, it could barely be picked up on my tape recorder. The frail figure I met could not possibly have been the sum total of Hamas. And sure enough, Hamas not only continued, but became more vicious and extreme under new leadership.</p>
<p>The lesson is that decapitation of deeply institutionalized authoritarian regimes often doesn’t create a vacuum. It may trigger a power struggle. But it also stokes vengeance.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-67972" src="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-630x1024.jpeg" alt="" width="630" height="1024" srcset="https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-630x1024.jpeg 630w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-184x300.jpeg 184w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-92x150.jpeg 92w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-944x1536.jpeg 944w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-1259x2048.jpeg 1259w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-150x244.jpeg 150w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-300x488.jpeg 300w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-696x1132.jpeg 696w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244-1068x1737.jpeg 1068w, https://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2024/09/Keith-B.-Richburg-scaled-e1725972034244.jpeg 1574w" sizes="auto, (max-width: 630px) 100vw, 630px" /></p>
<p>President Donald Trump has reportedly expressed surprise that Iran responded to the killing of its supreme leader not with capitulation but retaliation. He should not have been. Iran’s new rulers may be wounded, paranoid and diminished. But regimes like that don’t fade away when a few men at the top are carted off or blown away. Removing leaders is easy. Dismantling the oppressive system they built is much harder.</p>
<p>The lesson is that decapitation of deeply institutionalized authoritarian regimes often doesn’t create a vacuum. It may trigger a power struggle. But it also stokes vengeance.</p>
<p>President Donald Trump has reportedly expressed surprise that Iran responded to the killing of its supreme leader not with capitulation but retaliation. He should not have been. Iran’s new rulers may be wounded, paranoid and diminished. But regimes like that don’t fade away when a few men at the top are carted off or blown away. Removing leaders is easy. Dismantling the oppressive system they built is much harder.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Keith B. Richburg*<br />
</strong>*Keith B. Richburg became a member of the Editorial Board in 2023. He joined Post Opinions as a Global Opinions columnist in 2022. follow on X@keithrichburg</p>
<p>The post <a href="https://www.africa-express.info/2026/04/03/rimuovere-un-tiranno-e-facile-cambiare-un-regime-invece-e-difficile/">Rimuovere un tiranno è facile. Cambiare un regime invece è difficile</a> appeared first on <a href="https://www.africa-express.info">Africa Express: notizie dal continente dimenticato</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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