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	<title>Alfabeta2</title>
	
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		<title>Un piccolo popolo in lotta</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 06:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em><strong>Michele Emmer</strong></em></p>
<p><em>Conoscono i primi nomi del fiume Rio Preto?<br />
No. I suoi veri nomi: Adowina, Hokosewina e Kayawinalo.<br />
E noi, gli Enawene Nawe, siamo i suoi veri proprietari.<br />
Non sapevamo che i Bianchi si stavano prendendo la nostra terra.<br />
Non sapevamo nulla della deforestazione.<br />
Non sapevamo nulla delle leggi dell’uomo bianco.<br />
La mia conoscenza è antica.</em> [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Michele Emmer</strong></em></p>
<p><em>Conoscono i primi nomi del fiume Rio Preto?<br />
No. I suoi veri nomi: Adowina, Hokosewina e Kayawinalo.<br />
E noi, gli Enawene Nawe, siamo i suoi veri proprietari.<br />
Non sapevamo che i Bianchi si stavano prendendo la nostra terra.<br />
Non sapevamo nulla della deforestazione.<br />
Non sapevamo nulla delle leggi dell’uomo bianco.<br />
La mia conoscenza è antica. So queste cose da molto tempo.<br />
Non ho conosciuto l’Adowina recentemente, ma tantissimo tempo fa.<br />
Non sono nato da poco.</em></p>
<p>Chi parla è Kawari, un anziano Enawene Nawe. Le parole di Kawari sono state riportate da Joanna Eede della associazione <em>Survival International</em> e pubblicate nel sito del <a href="http://newswatch.nationalgeographic.com/2012/04/27/new-dams-threaten-amazonian-tribe/"><em>National Geographic “Water Currents</em>”</a> il 27 aprile scorso. Chi sono gli Enawene Nawe? Le prime notizie risalgono al 1962, il primo villaggio venne scoperto nel 1973, solo nel 1983 i missionari gesuiti individuarono con certezza questo nuovo gruppo che era chiamato Saluma. Il nome che questa popolazione utilizzava per autoindentificarsi era però Enawene Nawe. Si stima che la poloazione totale sia di circa 550 persone, in costante aumento negli ultimi anni. Ma un grave pericolo li minaccia.</p>
<p>Abitano nella foresta tropicale del Brasile, nello stato del Mato Grosso, ai confini dell’Amazzonia, nella valle del fiume Juruena. Il governo dello stato del Mato Grosso sta costruendo una serie di dighe idroelettriche a monte del loro territorio. Le dighe minacciano la foresta degli Enawene Nawe, il pesce di cui si nutrono e lo <em>Yãkwa</em>, il loro rituale sacro. Secondo le notizie raccolte da Joanna Eede per Survival International <span style="font-family: Times New Roman,serif;">«</span>le prime impressioni, raccolte nell’aprile 2012, fanno pensare che anche quest’anno le riserve di pesce della tribù potrebbero scarseggiare, così come è accaduto per la prima volta nel 2009<span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span>.</p>
<p>Così descrive la cerimonia la Eede: «Alle prime luci dell’alba, gli uomini Enawene Nawe si riuniscono davanti alla <em>haiti</em>: la casa dei flauti sacri. Sono ritornati da poco dagli accampamenti nella foresta per celebrare la cerimonia di pesca più importante dell’anno: il banchetto dello <em>Yãkwa</em>. Gli Enawene Nawe sono una delle pochissime tribù al mondo a non mangiare carni rosse. All’inizio dello <em>Yãkwa</em>, gli Enawene Nawe costruiscono le <em>waitiwina</em> (dighe) sull’<em>Adowina </em>(il fiume Rio Preto). Gli sbarramenti sono costruiti con un sapiente intreccio di tronchi, tra i quali gli Indiani infilano decine di nasse di forma conica. Per legare la struttura usano viti e cortecce. L’acqua risucchiata dalle nasse scorre poi via, lasciando intrappolati i pesci diretti a valle dopo la fase di riproduzione presso le sorgenti del fiume. I pesci sono accumulati in piccole ceste di foglie di palma intrecciate e affumicati in capanne speciali. Alla fine, vengono trasportati al villaggio con le canoe. Terminato lo <em>Yãkwa</em> le dighe vengono distrutte per permettere ai pesci di risalire liberamente la corrente e continuare a riprodursi. L’UNESCO ha recentemente richiamato l’attenzione sulla urgenza di salvaguardare lo Yãkwa, definendolo patrimonio culturale d’incalcolabile valore. Negli ultimi anni, tuttavia, la tribù ha fatto fatica a praticare il rituale a causa della diminuzione della popolazione ittica, dovuta alla deforestazione e alla costruzione di una diga idroelettrica<span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span>. Per ironia della sorte il Ministero della Cultura Brasiliano ha riconosciuto lo <em>Yãkwa </em>come patrimonio culturale del paese. Per vedere le foto della cerimonia ed il volto dell’anziano Kawari basta collegarsi a questo <a href="http://www.survival.it/galleria/yakwa">sito </a>.</p>
<p>Proprio in questi giorni (7-18 maggio) si sta svolgendo a New York, nella sede centrale delle Nazioni Unite, l’undicesima sessione del UNPFII (<em>United Nation Permanent Forum of Indigenous Issues</em>), il Forum permanente per le questioni che riguardano i popoli indigeni. Solo il 13 settembre del 2007 è stata adottata dall’ONU <em>The Declaration on the Rights of Indigenous Peoples</em> (la dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni, con una maggioranza di 144 stati a favore, 4 contrari, Australia, Canada, New Zealand, United States) e 11 astensioni (Azerbaijan, Bangladesh, Bhutan, Burundi, Colombia, Georgia, Kenya, Nigeria, Russian Federation, Samoa e Ukraine). In seguito Australia, New Zealand, Canada, United States, Colombia e Samoa l’hanno ratificata. Alla conferenza di Durban del 2009 182 stati del mondo hanno votato una risoluzione in cui affermano che la dichiarazione dell’ONU sui diritti dei popoli indigeni ha avuto un buon impatto per la protezione delle vittime e impegnano gli Stati ad adottare tutte le misure necessarie ad aumentare le misure a favore dei diritti degli indigeni in accordo con gli strumenti di difesa dei diritti umani.</p>
<p>Nella nuova sessione di questi giorni tra le altre cose si parlerà della «Dottrina della scoperta: quale grave impatto ha sui popoli indigeni» che, come spesse volte è accaduto nel corso dei secoli, non avevano nessuna voglia di essere scoperti.<em> Quando ero piccolo, andavo sempre alle dighe insieme a mio padre, noi lasciamo che il pesce risalga fino alla sorgente per deporre le uova. Ma se verranno costruite le dighe idroelettriche, le uova scompariranno e il pesce morirà.</em> Dice sempre Kawari. Chissà se anche il grido di aiuto degli Enawene Nawi verrà ascoltato. Loro che non hanno alcuna colpa della globalizzazione finanziaria del mondo.</p>
<p><a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/17/2649/emmer/" rel="attachment wp-att-2651"><img class="aligncenter size-full wp-image-2651" title="emmer" src="http://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2012/05/emmer.jpg" alt="" width="600" height="400" /></a></p>
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		<title>Nell’acquario di Facebook</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 06:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em><strong>Carlo Formenti</strong></em></p>
<p>Anarco capitalismo: questa definizione dal sapore vagamente ossimorico è ormai entrata nel lessico corrente di coloro che si occupano di economia della Rete. Si autodefinisce anarco capitalista uno dei più noti guru della Net Economy come Yochai Benkler, che associa al termine un mix di motivazioni non economiche alla produzione (l’economia del dono delle comunità open source e dei redattori di Wikipedia), antistatalismo e laissez faire come veicoli di una (immaginaria) rivincita di start up e innovatori tecnologici nei confronti dei monopoli hi tech. [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Carlo Formenti</strong></em></p>
<p>Anarco capitalismo: questa definizione dal sapore vagamente ossimorico è ormai entrata nel lessico corrente di coloro che si occupano di economia della Rete. Si autodefinisce anarco capitalista uno dei più noti guru della Net Economy come Yochai Benkler, che associa al termine un mix di motivazioni non economiche alla produzione (l’economia del dono delle comunità open source e dei redattori di Wikipedia), antistatalismo e laissez faire come veicoli di una (immaginaria) rivincita di start up e innovatori tecnologici nei confronti dei monopoli hi tech. Né si offenderebbero di essere così chiamati autori come Kevin Kelly, Don Tapscott, Clay Shirky e tanti altri apologeti della «rivoluzione» 2.0. Capitalisti perché non si sognano nemmeno lontanamente di mettere in discussione le «leggi» del libero mercato (che anzi, dal loro punto di vista, hanno finalmente potuto trovare attuazione ed esercitare i loro benefici effetti grazie alla Rete, regno della libertà dove ogni transazione avviene in condizioni di assoluta parità e trasparenza cognitiva, offrendo a tutti le stesse opportunità e, quindi, premiando i più meritevoli). Anarchici perché sostenitori di un «individualismo metodologico» in base al quale i veri soggetti della storia sono i singoli individui, cui va garantita la più totale libertà di agire, comunicare, informarsi e vivere <em>iuxta propria principia</em>, al riparo delle indebite ingerenze del potere politico.</p>
<p>Ma a furia di sentire questa litania, è finita che i «veri» anarchici si sono incazzati e hanno deciso di mettere i puntini sulle i. Questo il senso di un pamphlet dal titolo «<a href="http://www.ippolita.net/it/nellacquario-di-facebook">Nell’acquario di Facebook</a>» appena pubblicato in versione e.book (lo si può acquistare o leggere liberamente) dal gruppo Ippolita (gli stessi che qualche anno fa hanno dato alle stampe «<a href="http://www.ippolita.net/it/luci-e-ombre-di-google">Luci e ombre di Google</a>»). A finire sotto gli strali della critica di questa puntuale e argomentata denuncia non sono tuttavia solo i libertariani (preferiscono chiamarli così, per evitare qualsiasi confusione con il vecchio, glorioso «marchio» libertario) di destra, ma anche quelli «di sinistra». Esiste davvero, si chiedono quelli di Ippolita, una differenza fra cyber utopisti di destra e cyber utopisti di sinistra? L’unico merito che può essere riconosciuto ai secondi, rispondono, consiste nella sincera volontà di contrastare i «poteri forti» di Stati e Corporation e dei loro sforzi per trasformare consumatori e cittadini della Rete in sudditi. Per il resto gli uni e gli altri sono accomunati dalla stessa, perniciosa ideologia secondo cui, a regalare la libertà al mondo, facendo crollare regimi autoritari e sventando i piani di governi solo nominalmente democratici, basterebbe il puro e semplice diffondersi della possibilità di accedere alla Rete.</p>
<p>Una volta messi in condizione di connettersi e interagire liberamente, ci penseranno i <em>netizen</em> a emanciparsi da ogni vincolo sovraordinato. Peccato, argomenta il Gruppo Ippolita, che questi presunti strumenti neutri (l’attenzione è concentrata soprattutto su Facebook, come testimonia il titolo, ma ce n’è per tutte le altre icone della New Economy, da Google a Apple) siano i detentori di un poderoso <em>default power</em>, cioè della possibilità di decidere, in assenza di ogni vincolo e controllo, che cosa possono e che cosa non possono fare i loro sudditi-utenti. La colpa dei falsi cyber anarchici, tuttavia, non è solo quella di ignorare tale verità (che, per inciso, il vecchio McLuhan aveva già colto con il suo fin troppo citato ma raramente analizzato detto «il medium è il messaggio»), è anche e soprattutto quella di avere scelto modalità di azione e organizzazione politica che poco hanno a che vedere con i valori della tradizione anarchica: i vari Wikileaks, Anonymous e via hackerando, per proteggersi dalla repressione, sono costretti ad ammantarsi (in modo non molto dissimile dalle formazioni terroriste di qualche decennio fa) di segreti e ad agire nell’ombra, al di fuori di qualsiasi reale rapporto di scambio con il movimento (e anche al di fuori di qualsiasi controllo) e, spesso, adottano strutture gerarchiche che somigliano in modo inquietante a quelle dei «nemici».</p>
<p>Sottoscrivo. Meno simpatetico mi trovano invece certe conclusioni (del resto classicissime, ove considerate dal punto di vista della tradizione anarchica), secondo cui l’unico modo giusto di lottare contro il potere consisterebbe nel praticare l’esodo di piccole comunità conviviali, dove a tutti sia realmente consentito di far pesare il proprio punto di vista, perché ogni velleità di scontro frontale – masse contro masse – sarebbe fatalmente destinata a degenerare in pratica mimetica. Ma se le cose stessero davvero così, la sopravvivenza del capitale sarebbe garantita per l’eternità.</p>
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		<title>Nel vuoto politico</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 06:30:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em><strong>G.B. Zorzoli</strong></em></p>
<p align="JUSTIFY">Lo straordinario successo alle recenti amministrative del movimento Cinque Stelle lungi dall’essere il trionfo dell’antipolitica è la riproposizione dell’unica politica possibile nella situazione attuale. Articolato in una rete di gruppi locali autoorganizzati, ai quali Grillo si è sostanzialmente limitato a fornire il logo e un mix di critiche politiche feroci, ma corrette, e di messaggi politici inframmezzati da svarioni e da invettive ingiuriose in stile plebeo (alla Bossi, tanto per intenderci), dove ha conseguito risultati elettorali di rilievo il movimento è rappresentato da persone abbastanza giovani, tendenzialmente di livello culturale e/o professionale superiore alla media, inserite nel contesto locale, che in un linguaggio depurato dal tradizionale lessico politico sono state capaci di proporre soluzioni a problemi sentiti tali dalle comunità a cui si rivolgevano. [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>G.B. Zorzoli</strong></em></p>
<p align="JUSTIFY">Lo straordinario successo alle recenti amministrative del movimento Cinque Stelle lungi dall’essere il trionfo dell’antipolitica è la riproposizione dell’unica politica possibile nella situazione attuale. Articolato in una rete di gruppi locali autoorganizzati, ai quali Grillo si è sostanzialmente limitato a fornire il logo e un mix di critiche politiche feroci, ma corrette, e di messaggi politici inframmezzati da svarioni e da invettive ingiuriose in stile plebeo (alla Bossi, tanto per intenderci), dove ha conseguito risultati elettorali di rilievo il movimento è rappresentato da persone abbastanza giovani, tendenzialmente di livello culturale e/o professionale superiore alla media, inserite nel contesto locale, che in un linguaggio depurato dal tradizionale lessico politico sono state capaci di proporre soluzioni a problemi sentiti tali dalle comunità a cui si rivolgevano.</p>
<p align="JUSTIFY">Soltanto i<em> rentier </em>della politica potevano stupirsi di un risultato che sarebbe stato ancora più eclatante senza l’inerzia che tradizionalmente caratterizza la traduzione in consensi elettorali di messaggi politici dirompenti. A breve i grillini dovranno però darsi un programma per le elezioni politiche ed è alto il rischio che l’assenza di un modello interpretativo della società italiana (per tacere di quanto si muove a livello internazionale) e di una consolidata abitudine al confronto interno esalti l’eterogeneità delle esperienze e degli orientamenti maturati localmente. Gli effetti inerziali potrebbero comunque garantire un’affermazione elettorale, tuttavia difficilissima da gestire, come conferma un’esperienza analoga, consumatasi in una fase simile all’attuale.</p>
<p align="JUSTIFY">In reazione alla crisi della prima repubblica e alla degenerazione dei partiti che l’avevano provocata, all’inizio degli anni ’90 si sviluppò in Italia una <span style="font-family: Times New Roman,serif;">«</span>rete di presenze<span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span>, inizialmente di matrice cattolico-democratica, nella quale in pochi mesi confluirono gruppi di diversa estrazione politica ed esponenti della cosiddetta <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Societ%C3%A0_civile">società civile</a>, che diedero vita al <span style="font-family: Times New Roman,serif;">«</span>Movimento per la Democrazia &#8211; La Rete<span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span>.</p>
<p align="JUSTIFY">Oggi quasi nessuno se ne ricorda più, ma i successi nelle elezioni amministrative dei primi anni &#8217;90 proiettarono i <span style="font-family: Times New Roman,serif;">«</span>retini<span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span> al centro dell’interesse del mondo politico e dei media. Presentata come alternativa <span style="font-family: Times New Roman,serif;">«</span>di sinistra<span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span> ai partiti tradizionali, alle elezioni del 1994 la Rete riuscì ad avere una rappresentanza parlamentare, che ebbe però vita breve. Quando il movimento dovette cimentarsi con i problemi posti dalla crisi politico-economica, a coprire l’eterogeneità della <span style="font-family: Times New Roman,serif;">«</span>rete di presenze<span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span> non bastarono più i messaggi predicatori di Leoluca Orlando (chi si rivede!), che svolse allora un ruolo analogo a quello ricoperto oggi da Grillo.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel vuoto di una proposta politica alternativa le elezioni del 1994 le vinse Berlusconi. Anche dell’illusione che bastasse il crollo della DC per aprire spazi a sinistra, è opportuno ricordarci oggi, con il Pdl ai minimi storici. Perché la storia non si ripeta, dobbiamo misurarci <em>anche </em>con il non facile compito di concepire modelli interpretativi non troppo semplificati (o settoriali) rispetto alla complessità economico-sociale che devono analizzare. E imparare dagli informatici la capacità di fare <em>networking</em> per affrontare problemi altrimenti insolubili.</p>
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		<title>Maurizio Nannucci, galleria fotografica</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 08:04:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Maurizio Nannucci]]></category>
		<category><![CDATA[n° 19]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/05/sommario-del-n-19-maggio-2012/"><img class="alignleft  wp-image-2564" title="copertina-Alfabeta2-19-500" src="http://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2012/02/copertina-Alfabeta2-19-500-216x300.jpg" alt="" width="130" height="180" /></a>Le opere riprodotte nel numero <strong>19</strong> di <strong>alfabeta2</strong> (maggio 2012) sono dell&#8217;artista Maurizio Nannucci.</p>
<p>Qui una galleria delle immagini pubblicate: per vedere e sfogliare le diapositive a pieno schermo, fare clic sull’immagine di anteprima.<span id="more-2598"></span> [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/05/sommario-del-n-19-maggio-2012/"><img class="alignleft  wp-image-2564" title="copertina-Alfabeta2-19-500" src="http://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2012/02/copertina-Alfabeta2-19-500-216x300.jpg" alt="" width="130" height="180" /></a>Le opere riprodotte nel numero <strong>19</strong> di <strong>alfabeta2</strong> (maggio 2012) sono dell&#8217;artista Maurizio Nannucci.</p>
<p>Qui una galleria delle immagini pubblicate: per vedere e sfogliare le diapositive a pieno schermo, fare clic sull’immagine di anteprima.<span id="more-2598"></span></p>

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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
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<p>La lentezza è un valore morale. A nessun italiano salterebbe in mente di fare mille chilometri con treni regionali per raggiungere il luogo di vacanza né ad un milanese di andare a un appuntamento di lavoro a Torino con la bicicletta. Tutti i servizi sono esclusi da questo ordine di misura e l’attesa di un’ora per ricevere il primo piatto in un ristorante non lo qualifica come lento ma come infrequentabile. [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Alberto Capatti</strong></em></p>
<p>La lentezza è un valore morale. A nessun italiano salterebbe in mente di fare mille chilometri con treni regionali per raggiungere il luogo di vacanza né ad un milanese di andare a un appuntamento di lavoro a Torino con la bicicletta. Tutti i servizi sono esclusi da questo ordine di misura e l’attesa di un’ora per ricevere il primo piatto in un ristorante non lo qualifica come lento ma come infrequentabile. C’è, è vero, la questione della TAV ma concerne culture valligiane che hanno ritmi e velocità proprie, tagliate vie da linee che servono stazioni e città esterne: in Val di Susa motociclette, automobili e autobus assicurano spostamenti rapidi. Quando si parla di lentezza non si allude né ai trasporti né ai servizi e persino in chiesa, una messa di tre ore metterebbe in imbarazzo e in fuga i fedeli.</p>
<p>Che cosa significa allora slow un termine che circola in riferimento all’ambiente, al tempo e all&#8217;alimentazione? Non è sinonimo di sonnacchioso, torpido, pesante. <span style="font-family: Times New Roman,serif;">È</span> stato lanciato oltre vent’anni fa dall’associazione <em>Slow Food,</em> come antifrasi di <em>fastfood</em>, alludendo a cucine e pasti che domandano il loro tempo, ed esteso a un modo di osservare la vita. Lente sono la crescita di una pianta, la raccolta delle erbe selvatiche o dei funghi, e la cottura di un minestrone o meglio, lenta è l’immagine che ce ne facciamo. Preferire un zuppa cotta a lungo, significa valorizzare non solo la preparazione minuziosa degli ingredienti o la fonte di calore che eroga basse temperature e permette un protratto bollore, ma la pazienza e la dedizione della cuoca lodate dai commensali nel quarto d’ora, al massimo, che vuoteranno la fondina. Questi esempi rivelano un doppio registro di valori: rapidità e lentezza coesistono, ma in campo alimentare non vengono assegnati ai medesimi oggetti alimentari.</p>
<p>Quanti minuti domanda la cottura di un filetto <span style="font-family: Times New Roman,serif;">«</span>al sangue<span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span>? Pochissimi, e non per questo è carne da <em>fastfood</em>. Non può essere solo dal cibo <em>preparato pronto, da mangiare,</em> che nasce questa filosofia. <em>Lento</em> acquista un significato particolare se rapportato all’ambiente, alle piante, alla maturazione di un frutto colto dopo un&#8217; attesa prolungata. Di fronte alle contraddizioni del sistema culinario, lento è sinonimo di naturale, anzi ne è un&#8217;accezione, estesa a tanti valori quali la stagione (degli ortaggi), la crescita (degli animali), l’invecchiamento (dei formaggi o dei vini). Sono tutte pratiche umane, ma qualificandole come <em>naturali</em> si riconosce il rispetto a quell’altra concezione del tempo che hanno una pianta e una pecora, prima della rispettiva morte.</p>
<p>La lentezza è un valore morale, a seguito di una iniziazione, in nome di alcuni principi. Come in qualsiasi religione naturale, il contadino, la cuoca, il degustatore ne sono impregnati. Per questa ragione, non c’è contrasto fra il raggiungere in auto il proprio orticello e passare una giornata a coltivarlo: il tempo consacrato a Dio e quello dedicato al proprio lavoro, non si misurano con la stessa scala, e fanno parte di un registro a variabili multiple. Ma non si darà mai che un verdelento, <em>green </em>e <em>slow</em>, si riconosca semplicemente pio, e devoto ad un culto boschereccio o sativo, pànico o pastorile; si arroga invece un senso pratico, più saggio, una funzione polemica estesa dal fastfood al supermercato, ai surgelati, al proprio cucinino. Se semina l’orticello o una cassetta sul balcone di casa, milita contro l’agroalimentare e la grande distribuzione. Nelle forme di religiosità della nostra epoca, si praticano culto e critica simultaneamente, con gli scenari alterni del declino e della rinascita.</p>
<p>Nell’oratoria di associazioni come <em>Slowfood</em>, il richiamo a <em>slow</em> funge da parola d’ordine, da enunciato poliglotta, ed è una di quelle forme di autocompiacimento che, per l’oratore, danno valore alla vita e alla natura. <span style="font-family: Times New Roman,serif;">«</span>Seguite questa via<span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span> – una pausa, un sorriso paterno – <span style="font-family: Times New Roman,serif;">«</span>ma, vi raccomando, slow&#8230; adagino&#8230; <span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span>. Siccome ogni aggettivo ha i propri contrari, da esso si scivola mentalmente all’esame del mondo, una diabolica macchina genetica, impazzita. <em>Slow </em>è entrato in un codice di cui stiamo commentando gli assiomi: <em>sostenibilità, chilometro zero, decrescita</em>… Con le inverosimiglianze che i pensatori e i funzionari associativi si guardano bene dall’evidenziare. Solo i teologi montano e smontano i principi divini, molti preti si contentano delle preghiere.</p>
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		<title>Turbativa d’incanto</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 06:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em><strong>Giancarlo Alfano</strong></em></p>
<p><span style="font-size: small;">S</span>in dall’esordio di <em>Sciarra amara</em> (1977), nella poesia di Jolanda Insana c’è stato uno scontro. Uno scontro teatrale, proiettato verso l’esterno; e uno scontro covato nella più fonda interiorità, dove non c’è più un «io», ma si agitano le forze della biologia. Nei sei poemetti dell’ultimo libro della poetessa messinese, si ritrova questo medesimo scontro: estroflesso (con la contrapposizione di due voci, ma intercambiabili) e rivolto verso lo sfondo biologico: «umani per il 10 per cento / e microbi per il resto / conviviamo con miliardi di vite minime / ignorando le comunità che ospitiamo». [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Giancarlo Alfano</strong></em></p>
<p><span style="font-size: small;">S</span>in dall’esordio di <em>Sciarra amara</em> (1977), nella poesia di Jolanda Insana c’è stato uno scontro. Uno scontro teatrale, proiettato verso l’esterno; e uno scontro covato nella più fonda interiorità, dove non c’è più un «io», ma si agitano le forze della biologia. Nei sei poemetti dell’ultimo libro della poetessa messinese, si ritrova questo medesimo scontro: estroflesso (con la contrapposizione di due voci, ma intercambiabili) e rivolto verso lo sfondo biologico: «umani per il 10 per cento / e microbi per il resto / conviviamo con miliardi di vite minime / ignorando le comunità che ospitiamo».</p>
<p>Polarizzazione e materialità restano dunque i caratteri principali di una poesia tesa alla manipolazione energica della lingua, sia attingendo alla tradizione sia spingendo in direzione deformante. Troviamo così ricordi da Dante («e se non piangi di questo / di che piangi»: cfr. XXXIII dell’<em>Inferno</em>), o allusioni a un lessico arcaico («penurietà» invece che «penuria») o il ricorso al repertorio espressionistico («putassa mutangola smargossa»), nonché sezioni in cui ripullula la «s prefissale intensiva e sottrattiva (Bello Minciacchi). Insomma, il «disagio al cospetto di una voce assolutamente non conciliante» che ha confessato Roberto Galaverni si spiega anche con la sua autonomia rispetto alla «tradizione del Novecento», accolta e stravolta al pari di ogni altro elemento linguistico e ritmico.</p>
<p>Ma il fatto formale è tutt’uno con la disposizione ideologica. In questo libro, in particolare, colpisce la scelta di annettere, all’interno dello scontro teatralizzato, materiali, scene, episodi della realtà storica. Anche negli altri libri appariva la contemporaneità, ma veniva canalizzata in sezioni distinte rispetto al dialogo/<em>sciarra </em>tra i due io ed era spesso risolta in epigrammi (cfr. <em>Satura di cartuscelle</em>, 2009). Qui invece il riferimento allo strazio delle popolazioni divise che dialogano a distanza sulle alture del Golan o l’orrore di Baghdad e dell’Afghanistan (vi allude Maria Antonietta Grignani nel risvolto di copertina) sono direttamente assunti nello scambio dialogico, non più materiali separati ma fatto bruciante che irrompe nel vociare conflittuale e paraonoico che attraversa la raccolta.</p>
<p>Questa spinta a non distinguere tra interno ed esterno, tra dialogicità e monologo, diventa infine interrogazione sul fare poetico. Se la poesia è da sempre lavoro della memoria, se cioè la poesia è la risorsa con cui gli uomini combattono il trascorrere del tempo affidandolo alla icasticità e alla ripetibilità, ebbene colpisce che <em>Turbativa d’incanto</em> si muova tra memorabilità e flusso, tra incisività della formula («Se sono fiori marciranno», etc.) e dispersione delle voci. Anche per questo il lavoro di Insana sembra arrivato a una delle sue configurazioni più risolte: inscenando lo scontro delle due vocine – soprano e contralto – è il lavoro stesso della poesia che avanza sul proscenio. E c’interroga, lasciandoci sospesi tra l’assunzione del fatto increscioso e lo scivolamento costante che è la vita.<br />
Qui, tra Storia e Biologia, scriveva Roland Barthes più di cinquant’anni fa, si colloca la Scrittura. Qui il suo insegnamento.</p>
<p>IL LIBRO<br />
Jolanda Insana<em><br />
Turbativa d’incanto</em><br />
Garzanti (2012), pp. 131<br />
€ 16.60</p>
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		<title>La Repubblica del 99%</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 06:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em><strong>Amador Fernández</strong></em><strong>-</strong><em><strong>Savater</strong></em></p>
<p>«Più legna, siamo in guerra!». Il treno dei Fratelli Marx è una straordinaria metafora del capitalismo odierno. Senza freni, lanciato nella sua fuga in avanti, pur di continuare ad alimentare la caldaia della locomotiva perde pezzi e smantella tutto: diritti, garanzie, vite, ricchezze, risorse, cure, legami, l&#8217;intero edificio della moderna civiltà sociale. [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Amador Fernández</strong></em><strong>-</strong><em><strong>Savater</strong></em></p>
<p>«Più legna, siamo in guerra!». Il treno dei Fratelli Marx è una straordinaria metafora del capitalismo odierno. Senza freni, lanciato nella sua fuga in avanti, pur di continuare ad alimentare la caldaia della locomotiva perde pezzi e smantella tutto: diritti, garanzie, vite, ricchezze, risorse, cure, legami, l&#8217;intero edificio della moderna civiltà sociale. La folle corsa del capitalismo minaccia di divorare tutto. Non esiste nessuna pianificazione possibile e tanto meno a lunga scadenza: l&#8217;unica strategia in opera è quella di usare tutta la legna necessaria per continuare a far correre la locomotiva. Il capitalismo è diventato completamente punk: <em>«No future».</em></p>
<p>Qualcosa si è rotto. Facciamo finta di niente, ma in fondo lo sappiamo. C&#8217;è una sensazione diffusa, ed è che: «tutto è possibile»: che l&#8217;Unione Europea estrometta dall&#8217;euro uno di paesi PIGS, un ulteriore e drastico giro di vite, un&#8217;insurrezione, qualsiasi cosa. E però continuiamo ad aggrapparci con forza all&#8217;eventualità più remota, ovvero che nulla cambi e tutto resti così com&#8217;è, che si riesca a tornare alla «normalità». Il capitalismo improvvisa, ma anche i movimenti di opposizione fanno lo stesso. Le bussole sono inutili, le mappe che abbiamo sono inservibili, non sappiamo dove stiamo andando. Sembra che l&#8217;unica possibilità rimasta sia quella di seguire ciò che accade giorno per giorno: la cronaca politica più spicciola, domani poi si vedrà. <em>Il tempo è fuori asse</em> diceva Shakespeare.</p>
<p>Protestare sembra ormai inutile. I greci hanno organizzato più di dieci scioperi generali senza riuscire a frenare neanche di un punto l&#8217;assurda corsa della locomotiva e la sua terribile forza di devastazione. È come se il potere si fosse ormai sganciato dalla società e non esistesse più alcuna possibilità di colpirlo. Dal 2008 a oggi la velocità di distruzione del capitalismo si è moltiplicata per mille, è davvero pauroso: in pochi secondi è capace di distruggere conquiste sociali costate anni di lavoro e di lotte. E non sappiamo come fermare tutto questo. Se tutto precipita, partecipiamo almeno al crollo. Un amico di Barcellona mi fa notare che durante l&#8217;ultimo sciopero generale le azioni violente hanno goduto di un appoggio consistente: «Tu tagli, io brucio». Una risposta legittima. Cos&#8217;è un cassonetto bruciato di fronte a milioni di vite bruciate? Più legna, siamo in guerra: tagli, repressioni, bugie. La rabbia, l&#8217;odio, la violenza, sono normali, ovvie. È vero, sono risposte legittime, però inutili. Testate al muro, sempre più forti, cieche e disperate. La parete però non cede.<em></em></p>
<p><em>A porre le questioni, a decidere i tempi e disegnare gli scenari, sono loro. Sempre loro. Noi ci limitiamo a reagire.</em></p>
<div id="attachment_2620" class="wp-caption aligncenter" style="width: 1034px"><a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/12/la-repubblica/claire-fontaine-pigs/" rel="attachment wp-att-2620"><img class="size-large wp-image-2620" title="Claire Fontaine PIGS" src="http://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2012/05/Claire-Fontaine-PIGS-1024x681.jpg" alt="" width="1024" height="681" /></a><p class="wp-caption-text">Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)</p></div>
<p>Qualcuno ha visto <em>Michael Collins</em>? Il film sulla vita del leader rivoluzionario irlandese inizia con la rivolta di Pasqua del 1916. L&#8217;IRA occupa una serie di edifici, ma gli inglesi riescono a sbaragliarli. Non è la priva volta, sul terreno della guerra convenzionale l&#8217;IRA è condannata alla sconfitta. Nell&#8217;organizzazione c&#8217;è chi pensa che il continuo «sacrificio di sangue» finirà per aiutare la nascita della nazione irlandese, perché la repressione provocherà adesioni alla causa e quindi nuove insurrezioni. Tanto peggio tanto meglio. Michael Collins la pensa diversamente. In carcere riflette e propone di cambiare radicalmente strategia: «D&#8217;ora in avanti ci comporteremo come se la Repubblica Irlandese fosse già una realtà. Combatteremo l&#8217;Impero Britannico ignorandolo. Non seguiremo più le sue regole, inventeremo le nostre». Ha inizio così una guerra di guerriglia che metterà in scacco gli inglesi per anni, costringendoli alla fine a negoziare il primo trattato di pace e indipendenza con gli irlandesi.</p>
<p>Quello che propone Collins è di smettere di sbattere la testa al muro. Non gli basta avere ragione, e non vuole sacrificare nessuno in nome di un futuro migliore. Vuole vivere e vincere. E questo significa: produrre realtà. <em>Il vero contrattacco consiste nel creare una nuova realtà</em>. È in questo senso che Collins propone di mettere in atto una finzione paradossale: facciamo «come se» la Repubblica irlandese fosse già un dato di fatto.</p>
<p>Le finzioni sono cose serie. I rivoluzionari francesi del XVIII secolo decisero di fare «come se» non fossero più sudditi dell&#8217;Ancien Régime, comportandosi come cittadini capaci di pensare e di redigere una Costituzione. I proletari del XIX secolo decisero di fare «come se» non fossero quelle bestie da soma che la realtà li costringeva a essere, ma persone uguali a tutte le altre, capaci di leggere, di scrivere, discutere e autorganizzarsi. E hanno cambiato il mondo. La finzione diventa una forza materiale quando crediamo in essa e ci organizziamo di conseguenza. È finito il tempo per indignarsi, reagire e rivendicare. Bisogna piuttosto comportarsi da subito come se la <em>Repubblica del 99% </em>fosse già una realtà, combattere il potere ignorandolo, non seguire più le sue regole, ma inventare le nostre. Che cosa potrebbe significare tutto questo?</p>
<p>Immaginiamo che tutte le piazze insieme si dichiarino pronte a una rottura netta con la realtà ormai putrida dell&#8217;economia e della politica. Un gesto sereno, tranquillo: «Siete licenziati, addio». Sarà il nostro giuramento della Pallacorda. Quindi dovremo trarne tutte le conseguenze pratiche: la Repubblica del 99% è una realtà, cosa comporta questo? Decidere noi i tempi, porre noi le questioni, disegnare noi gli scenari. Fargli esistere e rispettare, durare e crescere. Abitare già da subito un altro paese: reale e fittizio, visibile e invisibile, intermittente e continuo allo stesso tempo.<em></em></p>
<p style="text-align: left;" align="RIGHT"><em>Il modo migliore di difendere qualcosa è reinventarlo completamente. Non solo per te e per i tuoi compagni, ma per il 99% (viaggiamo tutti sullo stesso treno). La nostra vendetta è essere felici.</em></p>
<p align="RIGHT"><em>Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino</em></p>
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		<title>(IN)DOGMA</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 06:30:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Indy: gli indipendenti fanno la differenza</strong><br />
Indy è il prototipo di una fiera del «gusto non omologato», che raduna produttori indipendenti provenienti da diversi settori: editori, produttori cinematografici e musicali, vignaioli e birrai. Risponde all’esigenza di mettere a confronto le esperienze di settori diversi eppure accomunati dallo stesso problema: la pressione dei monopoli e della grande distribuzione, di un mercato che cancella le differenze e impone la stessa uniformità di gusto. [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Indy: gli indipendenti fanno la differenza</strong><br />
Indy è il prototipo di una fiera del «gusto non omologato», che raduna produttori indipendenti provenienti da diversi settori: editori, produttori cinematografici e musicali, vignaioli e birrai. Risponde all’esigenza di mettere a confronto le esperienze di settori diversi eppure accomunati dallo stesso problema: la pressione dei monopoli e della grande distribuzione, di un mercato che cancella le differenze e impone la stessa uniformità di gusto.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Indy: per consumatori critici</strong><br />
Indy è un luogo di incontro per «consumatori non omologati», per chi in un vino o in un film, in un libro o in una birra, è ancora capace di trovarci un’anima. Indy vuole essere il modello di una diversa fiera del gusto. Uno spazio di riflessione tra produttori provenienti da ambiti eterogenei e di incontro con un bacino di «consumatori» attento e in cerca di diversità, capaci di superare la povertà di esperienza delle produzioni massificate. Non una mostra di prodotti o un nuovo salone dell’edonismo. Ma un percorso dentro quelle filiere produttive attente a ciò che fanno, consapevoli del modello culturale, relazionale e ambientale di cui sono portatrici.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Indy: per produttori artigiani</strong><br />
Indy è un luogo di valorizzazione di esperienze produttive autonome e artigiane che rifiutano la serialità e le regole di una produzione «di catena». Di quei produttori che in ciò che fanno investono la propria cultura, la propria passione e la propria abilità e che attraverso un prodotto veicolano un’idea di mondo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Indy: per produttori indipendenti liberi, creativi e antimonopolisti</strong><br />
Indy è un momento di aggregazione e visibilità di realtà produttive che sono espressione di una ricchezza sociale e culturale sempre meno valorizzata e sempre più schiacciata dai monopoli distributivi e commerciali. Le sale cinematografiche, le librerie di catena, gli scaffali dei supermercati, i media e i giornali propongono gli stessi prodotti culturali e materiali, prodotti serializzati e privi di ogni peculiarità. I produttori indipendenti, a prescindere dal settore in cui sono impegnati, sembrano oggi avere poche alternative per sopravvivere: accettare le regole e adeguare quello che fanno – il loro sapere, la loro competenza – a un «mercato» che è tutto fuorché «libero».<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Indy: contro la semplificazione del gusto e la sua omologazione, a difesa della molteplicità</strong><br />
Indy è una fiera del «gusto» che rifiuta le regole della standardizzazione e rivendica il diritto alla differenza. Una differenza che traduce in un libro, in un vino, in una birra, in un film o in un brano musicale la cultura e la sapienza di chi li produce. Indy è una fiera di «produttori» che vedono stringersi i margini della loro libertà, perché il mercato, oltre al gusto, impone prezzi e forme di produzione.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Indy: contro la nocività</strong><br />
Indy vuole essere l’occasione per pensare alle nuove forme della nocività. L’edonismo e una certa cultura del «gusto buono» sono l’altra faccia della medaglia di una produzione materiale e immateriale che diffonde e vende nocività. Indy rivendica il diritto a una «vita buona», a prescindere dalle forme di piacere ed edonismo diffuse dal mercato.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Indy: un atto di aggregazione</strong><br />
Indy è anche il luogo di un conflitto: tra i produttori indipendenti di cultura, tanto immateriale che materiale, e le grandi concentrazioni monopolistiche. L’indipendenza, l’artigianalità, l’autonomia sono spesso sinonimo di creatività e innovazione, di ricchezza culturale e sociale. Nella loro battaglia quotidiana per esistere, i produttori indipendenti non possono contare su politiche pubbliche, né locali né nazionali, che li favoriscano. Indy vuole essere una forma «primitiva» di aggregazione, un modo per dire: «sono gli indipendenti a fare la differenza e vogliamo continuare a esistere». Indy vuole rompere con l’idea di un mondo di piccoli «imprenditori di se stessi» in competizione fra loro. Indy rivendichi la valorizzazione di questa molteplicità, vero motore della ricchezza sociale.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Indy: un&#8217;azione di salvataggio</strong><br />
Indy afferma una cultura della differenza e dell’indipendenza. È un modo per difendere chi la produce, dandogli visibilità in un contesto metropolitano. È un modo per offrire qualità e accessibilità, un «modo altro» di consumare e di stare dentro il mercato.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Indy: un’idea di tre realtà indipendenti</strong><br />
Indy è promosso da tre realtà che dell’indipendenza culturale hanno fatto la loro ragione d’essere: la rivista mensile «alfabeta2», la casa editrice DeriveApprodi, Radio Popolare Roma, organizzate in un coordinamento progettuale e operativo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Indy: per cominciare, con tre giorni di fiera</strong><br />
Indy è per tre giorni: performance artistiche, letture, dibattiti, esposizioni, mostre, concerti, proiezioni, degustazioni, incontri con cantine e mastri birrai, narrazioni, proiezioni di film… Un flusso di iniziative dentro un’unica programmazione, per lasciar parlare le culture della differenza.</p>
<p><em>Pubblichiamo il manifesto di <a href="http://www.indyarea.org/">INDY &#8211; Fiera dei gusti non omologati</a> dedicata alle produzioni indipendenti. INDY è un&#8217;iniziativa promossa dal mensile alfabeta2, dalla casa editrice <a href="http://www.deriveapprodi.org/">DeriveApprodi</a> e da <a href="http://www.radiopopolareroma.it/">Radio Popolare Roma</a> ed è ospitata negli spazi del <a href="http://www.brancaleone.it/">centro sociale Brancaleone</a></em><em> a Roma dal 1 al 3 giugno 2012.</em><br />
<a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/11/indy/indy-logo-h-2/" rel="attachment wp-att-2610"><img class="aligncenter size-full wp-image-2610" title="indy" src="http://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2012/05/indy-logo-h1.png" alt="" width="246" height="160" /></a></p>
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		<title>Modesta proposta a proposito dei suicidi</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 06:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[Augusto Illuminati]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo finanziario]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><em><strong>Augusto Illuminati</strong></em></p>
<p>Il suicidio sembra essere un fenomeno prevalentemente umano e individuale, per quanto vi siano casi di disperazione e rifiuto di vivere in esemplari animali sottoposti a imprigionamento o tortura da parte degli uomini ed esistano casi o leggende di annientamento collettivo. È il caso dei lemmings che si buttano a mare, anche se molti studiosi ritengono trattarsi piuttosto di un errore di valutazione sull’ampiezza dello specchio d’acqua da attraversare. [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Augusto Illuminati</strong></em></p>
<p>Il suicidio sembra essere un fenomeno prevalentemente umano e individuale, per quanto vi siano casi di disperazione e rifiuto di vivere in esemplari animali sottoposti a imprigionamento o tortura da parte degli uomini ed esistano casi o leggende di annientamento collettivo. È il caso dei lemmings che si buttano a mare, anche se molti studiosi ritengono trattarsi piuttosto di un errore di valutazione sull’ampiezza dello specchio d’acqua da attraversare. In questo senso sarebbero raffrontabili al comportamento di alcune tribù semi-umane che vanno al disastro per scelte cieche, pensiamo ai leghisti della Brianza o ai pieddini alle primarie e al ballottaggio di Palermo.</p>
<p>Nella decisione individuale al suicidio si manifesta, in negativo, l’indeterminata <em>unfitness </em>umana all’ambiente e la possibilità di rapporti plurimi con un<span style="font-family: Segoe UI;"> «</span>mondo<span style="font-family: Segoe UI;">»</span>. La dissonanza cognitiva con il mondo, fra aspettative legittime e suo andamento reale o percepito, è l’<em>anomia</em> che Durkheim riteneva lo sfondo storico-naturale del suicidio. Vi rientrano molte considerazioni personali difficilmente identificabili da un osservatore esterno, che dunque deve mostrar loro pietà e rispetto, riconducendole a quell’esser vinti da cause esterne e così indotti a scegliere un male minore in confronto a uno maggiore, di cui parla Spinoza, <em>Ethica IV, pr. 20, sch.</em> Fino all’ammirato consenso in alcuni casi storici: vittime della tirannide, gesti pubblici di protesta, ma anche rifiuto di un’estrema medicalizzazione. Da Seneca a Bobby Sands, da Deleuze a Monicelli. In altri casi constatiamo che la barca dell’amore si è infranta sulla vita.</p>
<p>L’ondata di suicidi oggi concomitante con la crisi mostra invece, a livello di gruppi sociali (imprenditori in difficoltà, lavoratori precari e disoccupati cronici, tartassati dal fisco) e facendo la tara sulle fragilità psicologiche e sugli effetti di emulazione, il nesso micidiale fra indebitamento e colpevolizzazione che fa dell’<em>homme endetté</em> la figura centrale dell’economia e delle pratiche sociali del neoliberismo finanziario globale. Finché le cose vanno bene, l’indebitamento produce ricchezza per i signori della finanza, rischio e rapido degrado per gli indebitati. Quando le cose cominciano ad andar male, i finanzieri e i loro reggicoda pubblicitari (nel mondo accademico e professionale si chiamano: economisti) rastrellano bonus e si tirano indietro, e quelli che non hanno più credito ma solo debiti e mutui da rimborsare e tasse da pagare stanno alla fame, loro e le loro famiglie.</p>
<p>Stranamente, i primi non saltano giù dai grattacieli vecchiotti di Wall Street, della City e da quelli postmoderni di Pudong, mentre ad ammazzarsi sono artigiani-imprenditori veneti, precari e disoccupati assortiti, impiegati <span style="font-family: Segoe UI;">«</span>in mobilità<span style="font-family: Segoe UI;">»</span> di Telecom France, operai stremati della Foxconn. E, se non si ammazzano, sprecano la loro carica di violenza non dirigendola più contro se stessi ma scegliendo altre persone solo simbolicamente responsabili dello stato di cose che induce al suicidio: sequestri di impiegati di Equitalia, gambizzazioni di dirigenti inquinatori o tagliateste, bombette varie&#8230;</p>
<p>Ci piacerebbe persuadere suicidi e <em>shahid</em> a trattenersi, ad adottare altre forme collettive di resistenza e protesta. Ci piacerebbe altresì incoraggiare i veri responsabili a togliersi di mezzo, in senso proprio o figurato (mi sento buono stamani). I dirigenti delle banche fallite o salvate con i soldi pubblici, che hanno scaricato i debiti sui clienti e sugli Stati (dunque sui contribuenti). I dirigenti delle banche prospere, che evidentemente sono riusciti a dissanguare clienti, imprese e bilanci statali senza finire in rosso. Gli economisti accademici e mediatici, singoli e in coppie gemellari (Giavazzi-Alesina, Alesina-Ichino, Ichino 1 e 2), che hanno proclamato per decenni l’<em>homo oeconimicus</em> imprenditore di se stesso e adesso invece i sacrifici lacrime &amp; sangue, che hanno lodato le magnifiche sorti e progressive del capitalismo globale e, per l’Italia, hanno detto prima che la crisi non c’era, poi che era meno grave del resto d’Europa, infine che c’è, è gravissima e quindi occorre fronteggiarla abbassando i salari, tagliando e procrastinando le pensioni, precarizzando il lavoro, togliendo le tutele sui licenziamenti e la maternità. I giornalisti specializzati che hanno suggerito l’acquisto dei bond Cirio, Parmalat, argentini, che hanno spiegato come farsi una pensione integrativa con i fondi privati.</p>
<p>I governanti che hanno gioiosamente applicato tutte le indicazioni di cui sopra, i parlamentari di maggioranza e di opposizione che, con commovente simultaneità, difendono i loro sozzi privilegi, i rimborsi zombies e l’impunità giudiziaria, mentre introducono unanimi in Costituzione il principio del pareggio di bilancio, ovvero la messa fuori legge delle opzioni keynesiane. Una media di tre suicidi al giorno di povera gente mi sembra eccessiva. Una media di zero suicidi nel ceto politico-giornalistico-finanziario mi sembra troppo esigua.</p>
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		<title>Piccola cucina cannibale</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 06:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><strong><em>Massimiliano Manganelli</em></strong></p>
<p>Negli «appunti di poetica ragionevolmente sentimentali», un testo già apparso sul «verri» tre anni fa che apre il libro, Voce lancia un guanto di sfida alla critica. Se oggi la poesia è «un’arte della voce, del suono, del corpo» che interagisce con «altri media e altre arti», la critica è invece ferma a categorie strettamente legate alla letteratura, non ha rinnovato i propri strumenti per intendere appieno una poesia come questa. [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><strong><em>Massimiliano Manganelli</em></strong></p>
<p>Negli «appunti di poetica ragionevolmente sentimentali», un testo già apparso sul «verri» tre anni fa che apre il libro, Voce lancia un guanto di sfida alla critica. Se oggi la poesia è «un’arte della voce, del suono, del corpo» che interagisce con «altri media e altre arti», la critica è invece ferma a categorie strettamente legate alla letteratura, non ha rinnovato i propri strumenti per intendere appieno una poesia come questa. Insomma, afferma Voce, non si è ancora trasformata in «critica poetica».</p>
<p>La sfida – che non si può non raccogliere – non è contenuta soltanto nelle dichiarazioni d’apertura, bensì anche e soprattutto in <a href="http://www.squilibri.it/libri/interferenze/piccola-cucina-cannibale-376.html"><em>Piccola cucina cannibale</em></a> nella sua interezza. L’oggetto che ci si ritrova fra le mani è infatti difficile da definire (chiamarlo libro sarebbe riduttivo), perché frutto di un lavoro plurale: in copertina, accanto al nome di <a href="http://www.lellovoce.it/">Lello Voce</a>, figurano quello dell’antico sodale Frank Nemola, compositore delle musiche racchiuse nel cd allegato, e di <a href="http://www.claudiocalia.it/">Claudio Calia</a>, autore dei fumetti che costellano il libro. In questi la grafica presenta un tratto duro e incisivo che «traduce» i versi; vi appare spesso la figura dello stesso Voce, munito di microfono e leggio, quasi a sottolineare la centralità del poeta nell’intera operazione. È il poeta nella sua funzione di figura pubblica, nel «circolo di una comunità», il quale mette in gioco la propria corporeità, che è poi uno dei tratti salienti della scrittura poetica di Lello Voce.</p>
<p>Perché la poesia, appunto, non è più pensabile soltanto vincolata alla pagina: il verso risponde indubbiamente a esigenze ritmiche e foniche, ma è innanzitutto – parafrasando una vecchia ed efficace formula di Alfredo Giuliani – verso secondo il respiro. Di qui la necessità, per la poesia, di uscire da sé, di aprirsi il più possibile verso altre forme espressive, di recuperare la propria congenita oralità. Il libro, insomma, non basta più, deve trasformarsi in qualcosa d’altro. In opera multimediale, nella quale la poesia funge da motore principale; non recupero della vecchia <em>Gesamtkunstwerk</em> (tutt’al più si potrebbe parlare di <em>Gesamtdichtung</em>), bensì naturale esito di una poesia quale «arte plurale», non più circoscrivibile al singolo territorio della parola.</p>
<p>Tutto questo, si badi, non esprime sfiducia nella parola; anzi, è esattamente il contrario, giacché la parola ne esce valorizzata al massimo grado: <em>«dimmi / se senza parole non sembra di morire»</em>. E Voce dà fondo a tutte le risorse della parola, dalla rima interna alla paronomasia, figure di suono che implicano l’amplificazione della parola medesima. Come si intende anche dall’ascolto del cd (nel quale, detto per inciso, Voce raggiunge il risultato più maturo nell’interazione con la musica), il tono generale di questa scrittura poetica è quello del discorso pubblico, contrassegnato tanto dal continuo ricorso all’allocuzione, quanto da un’intrinseca qualità politica.</p>
<p>Per comprenderlo si leggano, a titolo di esempio, <em>Rivoluzione fragile</em> o il <em>Lai del ragionare lento</em>, dove è scritto: <em>«le parole sono il ritmo della riscossa / insulto autismo acre che dà la scossa». </em>Quasi ovvio, dunque, l’incontro con la canzone di protesta, che si concretizza in una notevole rilettura, anzi nella <em>«poetry dis/Cover»</em>, della <em>Canzone del maggio</em> di De André. Ma tutto è oggetto di discorso pubblico, anche l’amore, messo in scena in <em>Napoletana (serenata a dispetto)</em>. È un amore però, dice <em>Piccola cucina cannibale</em>, che <em>«non fa rima / con cuore ma con il rombo del dolore»</em>. Altrimenti sarebbe falsa poesia.</p>
<p>IL LIBRO<br />
Lello Voce, Frank Nemola e Claudio Calia<em><br />
Piccola cucina cannibale</em><br />
Squilibri (2011), pp. 156 con cd audio<br />
€ 15</p>
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		<title>MACAO! Occupy Torre Galfa</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 06:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: left;"><em><strong>Lucia Tozzi</strong></em></p>
<p>I Lavoratori dell’arte, supportati dalla rete di <a href="http://www.teatrovalleoccupato.it/">Teatro Valle</a> e <a href="http://www.nuovocinemapalazzo.it/">Cinema Palazzo</a> (Roma), <a href="http://www.saledocks.org/">Sale Docks </a>(Venezia), Teatro Garibaldi (Palermo),<a href="http://www.teatrocoppola.it/"> Teatro Coppola</a> (Catania) e <a href="http://labalena.wordpress.com/">Asilo della creatività e della conoscenza</a> (Napoli), hanno occupato la torre Galfa a Milano: non un teatro, un cinema, ma un grattacielo. E non un grattacielo qualunque, ma un edificio cruciale per la storia, per la posizione e per l’assetto proprietario. [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><em><strong>Lucia Tozzi</strong></em></p>
<p>I Lavoratori dell’arte, supportati dalla rete di <a href="http://www.teatrovalleoccupato.it/">Teatro Valle</a> e <a href="http://www.nuovocinemapalazzo.it/">Cinema Palazzo</a> (Roma), <a href="http://www.saledocks.org/">Sale Docks </a>(Venezia), Teatro Garibaldi (Palermo),<a href="http://www.teatrocoppola.it/"> Teatro Coppola</a> (Catania) e <a href="http://labalena.wordpress.com/">Asilo della creatività e della conoscenza</a> (Napoli), hanno occupato la torre Galfa a Milano: non un teatro, un cinema, ma un grattacielo. E non un grattacielo qualunque, ma un edificio cruciale per la storia, per la posizione e per l’assetto proprietario. Progettato da Melchiorre Bega alla fine degli anni ’50, immortalato ne <em>La vita agra</em>, sede prima di una compagnia petrolifera e poi di una banca, è stato abbandonato, bonificato (divelti pavimenti, bagni, controsoffittature, tutto) e acquistato nel 2006 da Fondiaria Sai, assorbito cioè nell’aura luciferina di Ligresti. La cosa più interessante è che quello che oggi è stato ribattezzato <a href="http://wmacao.tumblr.com/">MACAO</a> si trova geograficamente in uno degli epicentri dell’universo immobiliare ligrestiano, a un passo dall’immenso cantiere di Porta Nuova-Garibaldi, noto ai più per il Bosco Verticale o l’antennone psichedelico della torre Unicredit progettata da Cesar Pelli.</p>
<div id="attachment_2589" class="wp-caption aligncenter" style="width: 990px"><a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/08/macao-occupy-torre-galfa/torre-galfa-macao/" rel="attachment wp-att-2589"><img class="size-full wp-image-2589" title="torre galfa macao" src="http://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2012/05/torre-galfa-macao.jpg" alt="" width="980" height="653" /></a><p class="wp-caption-text">foto: Giulia Ticozzi / IlPost</p></div>
<p>La scelta di deviare dal modello spaziale originario della protesta – luoghi dismessi dedicati alla cultura – per aggredire un simbolo che rimanda all’economia del Real Estate e della finanza è stata accolta in modo ambivalente: al di là dell’entusiasmo smisurato degli architetti e dei fotografi, impazziti per la possibilità di scalare i trentuno piani della Galfa, sono fioccate le accuse di megalomania e di scarsa efficacia del messaggio politico, secondo l’idea che una corrispondenza biunivoca tra operatori della cultura e spazi culturali costituirebbe un’evidenza politica irrinunciabile.</p>
<p>Al contrario, la potenza di questa scelta in una città come Milano risiede nella sua implicita associazione tra la sfera culturale e le questioni urbane nel senso più ampio. Lo scopo non è solo quello di procurarsi degli spazi per<span style="font-family: Times New Roman,serif;"> «</span>fare cultura dal basso<span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span>, per potere organizzare incontri, eventi, mostre e spettacoli che il mercato culturale contemporaneo soffoca ancor prima che siano nati, né tantomeno di costruire una delle tante reti di reti che assembla precari e creativi, attivisti e intellettuali senza fornire un orizzonte comune. In questo caso diventa prioritario connettere le idee: la mancanza cronica di spazi e soldi per il welfare, il lavoro o dei progetti culturali degni di chiamarsi tali è una diretta conseguenza dell’economia dei grandi eventi, delle grandi opere e dell’assurdo imperativo della crescita immobiliare. Occupare un bellissimo grattacielo dismesso a pochi metri da nuove torri di uffici destinate a restare invendute e nutrire la bolla significa mettere in questione non solo una serie di politiche sciagurate attribuibile a una fetta dello spettro politico, ma una logica di appropriazione dei beni comuni che ha regnato sovrana e indifferenziata, plasmando un pensiero unico che va smantellato pezzo per pezzo.</p>
<div id="attachment_2590" class="wp-caption aligncenter" style="width: 990px"><a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/08/macao-occupy-torre-galfa/torregalfa4/" rel="attachment wp-att-2590"><img class="size-full wp-image-2590" title="torre galfa" src="http://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2012/05/torregalfa4.jpg" alt="" width="980" height="651" /></a><p class="wp-caption-text">foto: Ivan Carozzi</p></div>
<p>Investire nel Salone del Mobile e nell’EXPO, ad esempio, lungi dal tradursi in crescita per le masse di lavoratori, designer, architetti, giornalisti, studenti che contribuiscono semigratuitamente alla loro realizzazione, significa attuare una sistematica spoliazione dei loro saperi, energie, lavoro, denaro a vantaggio di una élite minuscola di accaparratori, una redistribuzione verso l’alto di un’enorme produzione comune. Continuare ad alimentare il sistema della rendita fondiaria, seppure con un piano urbanistico che ha attenuato i più nefasti tra i dispositivi precedentemente elaborati, non aiuterà la popolazione ad avere una città migliore né i servizi cui legittimamente aspira, ma produrrà un’accentuazione della segregazione spaziale ed economica. Appaltare mostre, concerti, spettacoli, formazione, progetti, concorsi a curatori star appartenenti a circuiti di potere consolidato è un fenomeno dello stesso ordine, perché fondato sull’esclusione delle persone e delle idee meno allineate e, in ultima analisi, del pensiero critico.</p>
<p>Le lotte per lo spazio, il lavoro e la cultura hanno un’unica matrice, riconducibile a una nuova consapevolezza della natura squisitamente classista delle politiche degli ultimi decenni. Smascherare i meccanismi di accumulazione proprietaria ed esclusione che legano strutturalmente questi mondi apparentemente distinti è uno dei grandi obbiettivi dei nuovi movimenti. MACAO è il luogo adatto per farlo.</p>
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		<title>Violence</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 06:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em><strong>Arianna Di Genova</strong></em></p>
<p>Una violentissima lotta per il potere si sta combattendo sul corpo della donna. Gli ultimi fatti di cronaca rappresentano questo conflitto in atto senza neanche la necessità di ricorrere a categorie simboliche. L&#8217;agone politico per eccellenza del terzo millennio è fisico, apre una colluttazione con il genere femminile ed è sottoposto alla medesima tensione in ogni parte del mondo. [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Arianna Di Genova</strong></em></p>
<p>Una violentissima lotta per il potere si sta combattendo sul corpo della donna. Gli ultimi fatti di cronaca rappresentano questo conflitto in atto senza neanche la necessità di ricorrere a categorie simboliche. L&#8217;agone politico per eccellenza del terzo millennio è fisico, apre una colluttazione con il genere femminile ed è sottoposto alla medesima tensione in ogni parte del mondo. Il corpo assume così su di sé l&#8217;aspra responsabilità di fare da barriera all&#8217;anti-storia, di costituire un argine alla barbarie. Ma il prezzo da pagare per non retrocedere nella graduatoria (fasulla) della civiltà con cui ci misuriamo tutti i giorni è molto alto. Insostenibilmente alto.</p>
<p>Lo dimostra un&#8217;artista guatemalteca come<a href="http://www.reginajosegalindo.com/"> Regina José Galindo</a> che non ha mai esitato a «sacrificare» la sua pelle per non far vendere quella degli altri. «Non sono una martire», dice per sgomberare il campo da equivoci da tentazioni di letture masochistiche. Struttura filiforme, volto delicato e voce quasi mormorante, Regina è una guerriera che esplora strade pericolosissime, mettendo in gioco se stessa e sfidando il governo del suo paese con azioni estreme, sovente lasciando sgorgare il suo sangue. Color rosso intenso è, infatti, il video della ricostruzione dell&#8217;imene con il quale vinse il Leone d&#8217;oro a Venezia nel 2005, bianca trasparente invece la plastica con cui avvolge il corpo per poi buttarlo in una discarica. È solo una performance, ma c&#8217;è qualcosa di più. Perché il femminicidio in Guatemala è una delle principali cause di morte delle donne. E lei, questa condizione di sospensione dei diritti la porta al museo, facendosi scorrere drammatiche testimonianze letteralmente addosso.</p>
<div id="attachment_2559" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/07/violence/regina-jose-galindo-peso-2006/" rel="attachment wp-att-2559"><img class="size-full wp-image-2559" title="Regina Josè Galindo, Peso, 2006 (Courtesy prometeogallery di Ida Pisani, Milano/Lucca)" src="http://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2012/05/Regina-Josè-Galindo-Peso-2006.jpg" alt="" width="400" height="280" /></a><p class="wp-caption-text">Regina Josè Galindo, Peso (2006)</p></div>
<p>La <a href="http://www.biennaledonna.it/">XV Biennale di Ferrara</a> (organizzata dall&#8217;Udi presso Palazzo Massari, a cura di Lola Bonora e Silvia Cirelli, visibile fino al 10 giugno) ha scelto come tema centrale la violenza in ogni sua declinazione, comprendendo il sopruso sessuale e quello economico. È significativo questo scarto concettuale rispetto le precedenti edizioni: dopo i viaggi nomadici in mondi paralleli &#8211; per esempio l&#8217;Iran raccontato dalle trame delle sue artiste o i focus su personalità complesse come Mona Hatoum &#8211; sette autrici internazionali individuano l&#8217;abuso e lo restituiscono al pubblico. Secondo la storica e femminista americana Griselda Pollock «quando le donne esplorano le condizioni che hanno determinato le loro vite e identità, finiscono per esaminare le divisioni dello spazio fra pubblico e privato. E il significato di intimità lo declinano in sessualità, relazioni parentali, violenza domestica e, naturalmente, nel corpo». Il rischio dell&#8217;assoggettamento a una forma-mondo dominante, di stampo coloniale, torna ossessivamente e, a più riprese, nella collettiva ferrarese. Dalle armature di un fantomatico esercito che trasforma l&#8217;erotica lingerie in strumenti di tortura (installazione della pakistana <a href="http://www.naizakhan.com/">Naiza H. Khan</a>) alle teste mozzate esposte come macabri trofei décor da Nancy Spero, l&#8217;artista americana e potente teorica del <em>gender </em>scomparsa qualche anno fa. È lei a ricordare l&#8217;abbrutimento della democrazia e il dissolversi dei suoi principi in luoghi horror come Guantanamo.</p>
<div id="attachment_2561" class="wp-caption aligncenter" style="width: 330px"><a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/07/violence/valie-export/" rel="attachment wp-att-2561"><img class="size-full wp-image-2561   " title="VALIE EXPORT, Kalashnikov (2007) Photo: © Markus Krottendorfer" src="http://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2012/05/Valie-Export.jpg" alt="" width="320" height="261" /></a><p class="wp-caption-text">VALIE EXPORT, Kalashnikov (2007)</p></div>
<p>L&#8217;assenza del corpo è un refrain della mostra: la rituale sparizione del «soggetto» dal campo visivo non fa che potenziare il focus concettuale della rassegna. La violenza è anche uno strappo dell&#8217;identità, un disorientamento della propria appartenenza. Lo dice l&#8217;olandese <a href="http://www.lydiaschouten.com/">Lydia Schouten </a>nella sua «camera delle meraviglie» ansiogena e lo ribadisce l&#8217;austriaca <a href="http://www.valieexport.org/">VALIE EXPORT</a> con la sua celebre e architettonica piramide di kalashnikov imbevuti di olio esausto. Quel monumento minimal e «pulito», arrogante nella sua geometria senza incertezze, si erige come <em>memorial</em>, arma di seduzione fatale, cimitero celebrativo per tutti coloro che non ci sono più. Anche l&#8217;italiana <a href="http://www.loredanalongo.com/">Loredana Longo</a> (siciliana) insiste sulla mancanza, sul «body» sottratto e sulla ferita sociale di quell&#8217;evaporazione. Seppellisce brandelli di vestiti nel cemento: sono i «resti» delle operaie bruciate vive nell&#8217;incendio della fabbrica di New York ai primi del secolo scorso, ma anche le tante morti per mafia. Il suo lavoro lo incontriamo sul nostro cammino negli stessi giorni in cui vengono snocciolati i numeri delle vittime per incidenti sul posto di lavoro e quando le vedove di piccoli imprenditori e artigiani sfilano, rivendicando un «omicidio» di Stato dei danni dei loro mariti atterrati dalla crisi.</p>
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		<title>Sommario del n° 19 – maggio 2012</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 07:29:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[rivista]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeta2]]></category>
		<category><![CDATA[maggio 2012]]></category>
		<category><![CDATA[n° 19]]></category>
		<category><![CDATA[sommario]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>Generazione TQ</em> <strong>Patrimonio storico-artistico e archeologico</strong> Manifesto TQ/5<br />
<em>Alberto Scarponi</em> <strong>Quale politica culturale?</strong> Una lettura del «manifesto» del «Sole24Ore»<br />
<em>Tomaso Montanari</em> <strong>Sfruttare fino in fondo</strong><br />
<em>Marco Palladini </em><strong>Dieci anni senza Carmelo Bene</strong> L’eredità perduta di un genio della demolizione</p>
<p><span style="color: #e53299;"><strong>SERVIZIO PUBBLICO</strong></span><br />
<em>Michele Santoro</em> <strong>Una macchina da scrivere vivente</strong> Conversazione con Angelo Guglielmi<br />
<em>Davide Gallo Lassere, Roberto Ticca</em> <strong>È l’informazione bellezza!</strong> [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Generazione TQ</em> <strong>Patrimonio storico-artistico e archeologico</strong> Manifesto TQ/5<br />
<em>Alberto Scarponi</em> <strong>Quale politica culturale?</strong> Una lettura del «manifesto» del «Sole24Ore»<br />
<em>Tomaso Montanari</em> <strong>Sfruttare fino in fondo</strong><br />
<em>Marco Palladini </em><strong>Dieci anni senza Carmelo Bene</strong> L’eredità perduta di un genio della demolizione</p>
<p><span style="color: #e53299;"><strong>SERVIZIO PUBBLICO</strong></span><br />
<em>Michele Santoro</em> <strong>Una macchina da scrivere vivente</strong> Conversazione con Angelo Guglielmi<br />
<em>Davide Gallo Lassere, Roberto Ticca</em> <strong>È l’informazione bellezza!</strong> Su Les nouveaux chiens de garde (<a title="Davide Gallo Lassere, Roberto Ticca È l’informazione bellezza! Su Les nouveaux chiens de garde" href="http://www.alfabeta2.it/2012/04/10/e-linformazione-bellezza/">leggi</a>)<br />
<em>Nicola Boccianti </em><strong>Informazione e psiche</strong> Intervista di Luigi Ananìa</p>
<p><span style="color: #c29d23;"><strong>RACCONTARE LA STORIA</strong></span><br />
<em>Paolo Bertetto</em> <strong>«Il cinema è l’arma più forte»</strong> È tornato il cinema politico?<br />
<em>Daniele Vicari</em> <strong>Dentro l’inferno della Diaz</strong> Intervista di Edoardo Becattini (<a title="Daniele Vicari Dentro l’inferno della Diaz Intervista di Edoardo Becattini" href="http://www.alfabeta2.it/2012/04/13/dentro-linferno-della-diaz/">leggi</a>)<br />
<em>Marcela Villareal, Michele Emmer</em> <strong>L’acqua, le donne, il cinema</strong> (<a title="Marcela Villareal, Michele Emmer L’acqua, le donne, il cinema" href="http://www.alfabeta2.it/2012/03/22/lacqua-le-donne-il-cinema/">leggi</a>)<br />
<em>Enrico Donaggio</em> <strong>C’è qualcosa di sbagliato in questa figura</strong> Thomas Stoppard: <em>La sponda dell’utopia</em> (<a title="Enrico Donaggio C’è qualcosa di sbagliato in questa figura Thomas Stoppard: La sponda dell’utopia" href="http://www.alfabeta2.it/2012/04/14/la-sponda-dellutopia/">leggi</a>)<br />
<em>Vincenzo Ostuni</em> <strong>(Paranoia e capitale)</strong> Poesia</p>
<p><span style="color: #9fa3ce;"><strong><a href="http://www.alfabeta2.it/home/copertina-alfabeta2-19-500/" rel="attachment wp-att-2564"><img class="alignright size-full wp-image-2564" title="copertina-Alfabeta2-19-500" src="http://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2012/02/copertina-Alfabeta2-19-500.jpg" alt="" width="361" height="500" /></a>POESIA IN TEDESCO</strong></span><br />
<em>Michele Sisto</em> <strong>Un giardino in progresso</strong><br />
<em>Italo Testa</em> <strong>Il pack della prosa s’avvicina</strong><br />
<em>Camilla Miglio </em><strong>Sinopie di grandi partiture</strong> Due affondo giovanili di Ingeborg Bachmann<br />
<em>Ingeborg Bachmann</em> <strong>Manovre autunnali</strong></p>
<p><strong><span style="color: #738976;">IL MERCANTE DELL’ARTE</span></strong><br />
<em>Anna Detheridge</em> <strong>Oltre il Brand, l’Universo</strong> «Culture di frontiera» nell’arte contemporanea<br />
<em>Arianna Di Genova</em> <strong>Un mutante solidale</strong> Il critico e il mercato<br />
<em>Oliver Ressler</em> <strong>Bazar Armenia</strong> Il Socialismo ha fallito, il Capitalismo è in bancarotta, cosa verrà dopo?</p>
<p><span style="color: #e53299;"><strong>MAURIZIO NANNUCCI</strong></span><br />
<em>Conversazione con Achille Bonito Oliva</em> <strong>LISTEN TO YOUR EYES</strong></p>
<p><span style="color: #6c2e93;"><strong>IL MERCATO DEL LAVORO</strong></span><br />
<em>Collettivo Uninomade</em> <strong>Per una politica della composizione</strong> Impresa, lavoro e nuovo capitalismo<br />
<em>Giuseppe Allegri, Roberto Ciccarelli</em> <strong>Contro la subordinazione</strong> Diritti, reddito, libertà<br />
<em>Lucia Tozzi</em> <strong>Schiavi delle reti</strong> Gli effetti del networking sul lavoro indipendente<br />
<em>Laboratorio Sguardi sui generis,Torino</em> <strong>Genere e impresa</strong><br />
<em>Christian Laval</em> <strong>Neoliberismo a-democratico </strong>Intervista di Davide Gallo Lassere</p>
<p><span style="color: #9a4c12;"><strong>SIAMO TUTTI GRECI</strong></span><br />
<em>Manuela Gandini</em> <strong>Contro il Memorandum</strong> Le voci degli artisti<br />
<em>Vassilis Vassilikos</em> <strong>La dittatura ormai è globale</strong><br />
<em>Dimitri Deliolanes</em> <strong>Armi alla Grecia</strong><br />
<em>Kostas Kalfopoulos</em> <strong>L&#8217;uomo affamato sogna il pane</strong></p>
<p><span style="color: #25432a;"><strong>LE RIVOLTE ARABE</strong></span><br />
<em>Fawwaz Traboulsi</em> <strong>Un miracolo o un terremoto?</strong> Le rivolte arabe e l’Occidente<br />
<em>Mitra Azar</em> <strong>The Revolution won’t be twitted</strong> Cairo: mediattivismo e postrivoluzione<br />
<em>Rasha Salti</em> <strong>Il senso della dignità</strong> Intervista di Franco Berardi Bifo<br />
<em>Giorgio Mascitelli</em> <strong>La questione dell’immagine nell’islam</strong> (<a title="Giorgio Mascitelli La questione dell’immagine nell’islam" href="http://www.alfabeta2.it/2012/04/06/limmagine-e-lislam/">leggi</a>)<strong><br />
</strong></p>
<p><span style="color: #6c2e93;"><strong> ORDINE PUBBLICO</strong></span><br />
<em>Riccardo Venturi</em> <strong>Ai bordi dell’umano</strong> Fotografie segnaletiche e maschere mortuarie<br />
<em>Raffaella Perna</em> <strong>Ando Gilardi, eretico della fotografia</strong><br />
<em>Antonello Frongia</em> <strong>Il fotografo non è un educatore</strong></p>
<p><span style="color: #ac831c;"><strong>CIBO MIGRANTE</strong></span><br />
<em>Mariagiulia Mariani</em> <strong>Made in «Italy»</strong> Chi prepara la cucina italiana?<br />
<em>Fiammetta Mussio</em> <strong>Peones tra i filari</strong><br />
<em>Paola Gho</em> <strong>Badanti ai fornelli</strong> Cucina piemontese dei Carpazi<br />
<em>Giovanni Ruffa</em> <strong>L’arte della mimesi</strong> Cuochi giapponesi in Italia (<a title="Giovanni Ruffa L’arte della mimesi Cuochi giapponesi in Italia" href="http://www.alfabeta2.it/2012/04/09/larte-della-mimesi/">leggi l&#8217;articolo</a>)<br />
<em>Alberto Capatti</em> <strong>Made in Japan</strong></p>
<p><em>Paolo Fabbri</em> <strong>«Amici, ci sono ancora amici?»</strong> Ricordo di Omar Calabrese (<a title="in ricordo di Omar Calabrese" href="http://www.alfabeta2.it/2012/04/04/omar-calabrese-passioni-diverse-nel-segno-della-coerenza/">leggi l&#8217;articolo</a>)</p>
<p><em>Marco Rovelli</em> <strong>Günter Grass. Quello che deve essere detto </strong>(<a title="Marco Rovelli: Günter Grass. Quello che deve essere detto" href="http://www.alfabeta2.it/2012/04/21/quello-che-deve-essere-detto-2/">leggi l&#8217;articolo</a>)<strong><br />
</strong></p>
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		<title>Sommario di Alfalibro – maggio 2012</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 07:15:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[rivista]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeta2]]></category>
		<category><![CDATA[alfalibro]]></category>
		<category><![CDATA[n° 19]]></category>
		<category><![CDATA[sommario]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.alfabeta2.it/?p=2574</guid>
		<description><![CDATA[<p>Supplemento speciale al n. 19 di alfabeta2, maggio 2012. Realizzato in collaborazione con <a title="il sito di Generazione TQ" href="http://www.generazionetq.org" target="_blank">Generazione TQ</a>.</p>
<p><em> a. c.</em><br />
<span style="color: #ac831c;"> <strong>LE TRIBÙ DEL LIBRO</strong></span><br />
<em>Andrea Libero Carbone</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>I LIBRI SONO BENI COMUNI?</strong></span> Marketing militarizzato o un nuovo modello di società<br />
<em>Benedetto Vecchi</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>UNA NUOVA PRESA DI PAROLA</strong></span> Diritto d’autore e furto<br />
<em>Maria Teresa Carbone</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>OGNI GIGANTE È IL NANO DI QUALCUN ALTRO</strong></span> Viaggio in Amazonia<span id="more-2574"></span><br />
<em>Achille Mauri</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>L’ANTICICLICO</strong></span> Conversazione con Andrea Cortellessa<br />
<em>Fabio Masi</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>UN NUOVO MANIFESTO DI VENTOTENE</strong></span> Librerie indipendenti, ultima spiaggia<br />
<em>Vanni Santoni </em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>LA TONNARA DELLE VANITÀ</strong></span> Il Festival dell’Inedito, ultima frontiera del self publishing<br />
<em>Paolo Morelli</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>IL MURO DEI LIBRI</strong></span> Ovvero: il potere all’epoca della sua riproducibilità letteraria<br />
<em>Ilaria Bussoni</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>UN’ISTITUZIONE CONTRO LA LEGGE</strong></span> Un bilancio della legge Levi<br />
<em>Ginevra Bompiani</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>SCELTE PONDERATE</strong></span> Un altro bilancio della legge Levi<br />
<em>Gino Roncaglia</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong><img class="alignright size-medium wp-image-2575" title="copertina Alfalibro maggio 2012" src="http://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2012/05/copertina-Alfalibro-500-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" />COSA SUCCEDE AL LIBRO?</strong></span> [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Supplemento speciale al n. 19 di alfabeta2, maggio 2012. Realizzato in collaborazione con <a title="il sito di Generazione TQ" href="http://www.generazionetq.org" target="_blank">Generazione TQ</a>.</p>
<p><em> a. c.</em><br />
<span style="color: #ac831c;"> <strong>LE TRIBÙ DEL LIBRO</strong></span><br />
<em>Andrea Libero Carbone</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>I LIBRI SONO BENI COMUNI?</strong></span> Marketing militarizzato o un nuovo modello di società<br />
<em>Benedetto Vecchi</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>UNA NUOVA PRESA DI PAROLA</strong></span> Diritto d’autore e furto<br />
<em>Maria Teresa Carbone</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>OGNI GIGANTE È IL NANO DI QUALCUN ALTRO</strong></span> Viaggio in Amazonia<span id="more-2574"></span><br />
<em>Achille Mauri</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>L’ANTICICLICO</strong></span> Conversazione con Andrea Cortellessa<br />
<em>Fabio Masi</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>UN NUOVO MANIFESTO DI VENTOTENE</strong></span> Librerie indipendenti, ultima spiaggia<br />
<em>Vanni Santoni </em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>LA TONNARA DELLE VANITÀ</strong></span> Il Festival dell’Inedito, ultima frontiera del self publishing<br />
<em>Paolo Morelli</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>IL MURO DEI LIBRI</strong></span> Ovvero: il potere all’epoca della sua riproducibilità letteraria<br />
<em>Ilaria Bussoni</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>UN’ISTITUZIONE CONTRO LA LEGGE</strong></span> Un bilancio della legge Levi<br />
<em>Ginevra Bompiani</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>SCELTE PONDERATE</strong></span> Un altro bilancio della legge Levi<br />
<em>Gino Roncaglia</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong><img class="alignright size-medium wp-image-2575" title="copertina Alfalibro maggio 2012" src="http://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2012/05/copertina-Alfalibro-500-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" />COSA SUCCEDE AL LIBRO?</strong></span> Il mercato editoriale fra crisi del cartaceo e crescita «a scalini» dell’e-book<br />
<em>Luisa Capelli</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>QUANTO COSTA IL LIBRO?</strong></span> Come si forma il prezzo, su carta e in digitale<br />
<em>Mario Capello</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>LA VITA È ANCORA AGRA</strong></span> Un’inchiesta di TQ sul lavoro editoriale<br />
<em>Giulio Milani</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>UN SISTEMA DI GARANZIA PARTECIPATIVA</strong></span> In difesa della Bibliodiversità<br />
<em>Nanni Balestrini</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>L’AR&amp;A</strong></span> Una testimonianza<br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>FESTIVAL INDY </strong></span>(In)Dogma<br />
<em>Michele Dantini</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>NON TUTTO PUÒ ANDARE SUL TABLET</strong></span> Editoria digitale scolastica autoprodotta<br />
<em> Adriano Zamperini</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>PUBBLICARE LA SCIENZA</strong></span> Costi per tutti, guadagni per pochi<br />
<em>Christian Raimo</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>IL MONDO DEI LIBRI SECONDO GAF</strong></span> Meglio il Cepell del Cepu?<br />
<em>Nicola Crocetti</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>FACCIAMOLO NOI, UNA BUONA VOLTA, UN PREMIO VERO</strong></span> Conversazione con Vincenzo Ostuni<br />
<em>Sandra Giuliani</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>NOI, PERSONE LIBRO</strong></span> Prospettive del volontariato della lettura<br />
<em>Antonella Agnoli</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>PER UN NUOVO WELFARE DEL LIBRO</strong></span> Le biblioteche civiche come pronto soccorso culturale<br />
<em>Michele Dantini e Tomaso Montanari</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>UN REQUIEM PER IL GIORNALISMO CULTURALE</strong></span> La fine di un’epoca?<br />
<em>Andrea Cortellessa</em><br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>LE CLASSIFICHE DI QUALITÀ</strong></span> Un volontariato culturale<br />
<span style="color: #ac831c;"><strong>STEPHEN DEDALUS-PORDENONELEGGE</strong></span> Classifica opere tradotte 2011</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Atmosfera spettrale</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 06:30:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
				<category><![CDATA[alfapiù]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[Christian Caliandro]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[crisi italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Genna]]></category>
		<category><![CDATA[Ugo Tognazzi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em><strong>Christian Caliandro</strong></em></p>
<p>Regna in Italia, in queste settimane e in questi mesi, un’atmosfera stranissima e interessante. Spettrale. Tutti sono distaccati, dissociati da ciò che sta accadendo realmente. In attesa di un futuro pessimo e cupo che si dipana nel presente. Presi in trappola. L’Italia sembra infestata, dal suo passato e soprattutto dai suoi demoni più recenti. [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Christian Caliandro</strong></em></p>
<p>Regna in Italia, in queste settimane e in questi mesi, un’atmosfera stranissima e interessante. Spettrale. Tutti sono distaccati, dissociati da ciò che sta accadendo realmente. In attesa di un futuro pessimo e cupo che si dipana nel presente. Presi in trappola. L’Italia sembra infestata, dal suo passato e soprattutto dai suoi demoni più recenti. Una specie di nostalgia malsana e diffusa per ciò che ci ha condannati: un voler tornare indietro, o meglio, un non voler andare avanti a vedere quello che ci aspetta oltre la collina. Per l’ignavia di sempre, mista alla paralisi e all’immobilismo che negli ultimi venti anni si sono aggravati. Cronicizzati.</p>
<p>Così, anche le analisi e le interpretazioni si aggirano spuntate nel paesaggio di spettri che è diventata l’Italia contemporanea. «Il Paese delle interpretazioni è abitato da un popolo che non sa interpretare», come scrive Giuseppe Genna in <em>Dies Irae</em> (2006). Le macerie economiche e sociali ricordano da vicino il secondo dopoguerra (e anche questo è diventato già, con rapidità impressionante, un mantra): manca però del tutto, almeno per il momento, lo spirito della ricostruzione. La spinta della ricostruzione. Quell’entusiasmo e quell’energia impastati di disperazione, dell’aver nulla da perdere.</p>
<p>Qui, invece, si rimane agganciati a vecchie manìe (vecchie di tre quattro decenni; e in alcuni casi anche di tre quattro secoli) e a meccanismi consunti. Che non hanno mai funzionato, e a maggior ragione mai funzioneranno in un contesto mutato per sempre. La realtà è lontana, viaggia distante, e non sembriamo in grado di afferrarla nemmeno per rigirarcela fra le mani. Figuriamoci per capirla. C’è una barriera, uno schermo – ancora, sempre – tra ciò che stiamo vivendo e ciò che ci raccontiamo. Tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Ricadiamo continuamente nel dominio, e nell’equivoco, della rappresentazione. La nostra passione per la «dissimulazione» – la distanza precisa e incolmabile tra ciò che affermiamo e ciò che facciamo, tra le nostre dichiarazioni e le nostre azioni, tra i nostri obiettivi presunti e i nostri comportamenti – ci sta fregando forse definitivamente.</p>
<p>Mentre i politici continuano a blaterare e a contendersi brandelli, spoglie, un intero sistema istituzionale (che già partiva da una condizione di fragilità estrema) va placidamente in frantumi. La maggior parte dei giornalisti si concentra sistematicamente sui dettagli più sbagliati, insignificanti e «fuori tempo», perdendo di vista la gigantesca trasformazione in atto; per forza: addestrati in un’epoca frivola, l’angolazione da cui osservano è inutile – anche dannosa – per decifrare ciò che accade, o anche solo per ordinare gli elementi. L’inadeguatezza dello sguardo è la cifra dominante.</p>
<p>Gli eventi realmente importanti appaiono dunque senza senso, come razzi sparati in una notte di nebbia; quelli superficiali e impermanenti assumono una rilevanza sproporzionata, proprio perché costruiscono per una classe dirigente in preda alla depressione un’ultima barriera dietro cui rifugiarsi, pur di non affrontare direttamente i veri problemi e le difficoltà epocali (meglio concentrarsi ancora, finché si può, sui siparietti e sull’eterna commedia delle parti: un’autentica ecolalia mentale e culturale che dall’esterno può sembrare asfissiante e psicotica, ma dall’interno ha il gusto zuccheroso della rassicurazione, della consolazione).</p>
<p align="LEFT">Quella che stiamo attraversando è, del resto, una disintegrazione tipicamente nostrana, da «Paese senza»: la parte tragica si colora comunque di tinte grottesche, da film di Zampa o di Comencini. Lo spettro di Ugo Tognazzi – uno dei tanti, uno dei migliori – si aggira per questo deserto con il suo inconfondibile ghigno.</p>
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		<item>
		<title>Nuove agevolazioni ATAC</title>
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		<comments>http://www.alfabeta2.it/2012/05/04/nuove-agevolazioni-atac/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 04 May 2012 06:30:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
				<category><![CDATA[alfapiù]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[ATAC]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Emmer]]></category>
		<category><![CDATA[trasporti pubblici]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em><strong>Michele Emmer</strong></em></p>
<p>L’azienda dei trasporti pubblici di Roma ATAC ha deciso, immagino per ripianare il suo deficit, di far entrare in vigore «le nuove agevolazioni tariffarie» decise il 29 febbraio del 2012. Ovviamente quando si vede scritto «nuove agevolazioni tariffarie» bisogna ragionevolmente preoccuparsi. In effetti la decisione che è stata presa è ben difficilmente una agevolazione rispetto alla situazione attuale. [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Michele Emmer</strong></em></p>
<p>L’azienda dei trasporti pubblici di Roma ATAC ha deciso, immagino per ripianare il suo deficit, di far entrare in vigore «le nuove agevolazioni tariffarie» decise il 29 febbraio del 2012. Ovviamente quando si vede scritto «nuove agevolazioni tariffarie» bisogna ragionevolmente preoccuparsi. In effetti la decisione che è stata presa è ben difficilmente una agevolazione rispetto alla situazione attuale. «L’attuale abbonamento mensile anziani, dal costo di 18 euro riservato ai cittadini residenti a Roma capitale che abbiano compiuto il 65° anno di età, e che che Lei attualmente acquista mensilmente, non sarà più disponibile». Questo il contenuto della lettera inviati a chi usava questa possibilità avendo più di 65 anni.</p>
<p>«A partire dal 25 maggio sarà in vigore una nuova agevolazione riservata a coloro che hanno i seguenti requisiti, oltre alla residenza e i 65 anni di età. Indice ISEE inferiore o eguale a 20.000 euro». Benissimo! Basta con i ricchi che hanno più di 65 anni anni e che prendono la tessera di abbonamento mensile a 18 euro invece che 30! Una considerazione: il fatto di aver compiuto 65 anni, di aver lavorato tutta la vita pagando i contributi allo Stato, dovrebbe consentire a tutti di avere la tessera bus ridotta, magari innalzando l’età. In Francia, dove abita e lavora mio figlio da 12 anni, in tutti i musei della città, comunali cioè, chi ha 65 anni non paga. Ma la Francia, si sa, è un’altra cosa.</p>
<p>Ora dov&#8217;è la fregatura della nuova agevolazione ATAC? L’abbonamento mensile non si può più fare, si può fare solo quello annuale! Da un minimo di 120 ad un massimo di 150 euro. Ma non basta, fanno parte della nuova agevolazione alcune regole d’oro. Se avete i requisiti vi dovete recare dal 2 al 6 maggio dalle 8.30 alle 13.30 al municipio (circoscrizione) di appartenenza con un documento, la vecchia tessera e la certificazione del reddito ISEE. Nel Municipio ci sarà una postazione ATAC in cui un addetto verificherà se avete o no diritto, e rilascerà una ricevuta. La tessera sarà spedita a casa aggiornata «in tempo utile per poterla caricare a partire dal 25 maggio con il nuovo abbonamento». Sempre presso il Municipio e sempre solo tra il 2 e il 6 maggio si potrà acquistare l’abbonamento mensile di maggio al costo di 18 euro. Se entro il 10 maggio non sarà stato fatto il rinnovo scadrà la tessera.</p>
<p>Chi non ha più i requisiti per la «nuova agevolazione» potrà «per l’ultima volta rinnovare la tessera mensile a 18 euro ma presso solo le biglietterie ATAC della Metropolitana, NON nelle rivendite autorizzate. Quindi, riassumendo, l’abbonamento lo potranno rinnovare solo coloro che guadagnano meno di 20.000 MA solo se si precipitano nel municipio a rinnovare la tessera, ricevendo l’attestazione con la quale riceveranno la nuova tessera che quindi rinnoveranno MA solo annualmente. Insomma pagando tutto e subito. Si potrà prevedere, visto che le lettere sono arrivate a fine aprile, che oltre a pagare tutto e subito i fortunati dovranno fare delle file ai Municipi, luoghi dove di solito per le pratiche ci vogliono giornate intere? Era proprio necessario chiamare tutta questa operazione «nuove agevolazioni»?</p>
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		<title>Living in the Material World</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 06:30:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[musica pop]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em><strong>Rossella Catanese</strong></em></p>
<p>Dai filmati di un’Inghilterra postbellica al racconto dell’audizione su un autobus di un chitarrista diciassettenne, dal grande successo di pubblico alle suggestioni dell’esperienza in India, dalla carriera solista alla vicenda umana, il nuovo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=es5upLah1W0">documentario di Martin Scorsese </a>su <a href="http://www.georgeharrison.com/">George Harrison</a> delinea un percorso diacronico che attraversa la vita e le creazioni del chitarrista dei Beatles, scomparso per un cancro nel novembre 2001. [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Rossella Catanese</strong></em></p>
<p>Dai filmati di un’Inghilterra postbellica al racconto dell’audizione su un autobus di un chitarrista diciassettenne, dal grande successo di pubblico alle suggestioni dell’esperienza in India, dalla carriera solista alla vicenda umana, il nuovo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=es5upLah1W0">documentario di Martin Scorsese </a>su <a href="http://www.georgeharrison.com/">George Harrison</a> delinea un percorso diacronico che attraversa la vita e le creazioni del chitarrista dei Beatles, scomparso per un cancro nel novembre 2001. Il film è stato prodotto dal canale HBO ed è composto da 208 minuti di materiali eterogenei. Un eccezionale lavoro di selezione ed editing del found footage ha permesso la composizione di un mosaico variegato di ricordi e suggestioni nella linearità cronologica del viaggio artistico ed umano dell’artista George Harrison, tra fotografie, super8, video amatoriali, riprese giornalistiche e recenti interviste preparate da Scorsese ai tanti personaggi legati alla vita del musicista.</p>
<p>Il ritratto poliedrico che tali materiali riescono a configurare mostra un artista maturo, cantautore, compositore, polistrumentista, produttore discografico e cinematografico, ma soprattutto una personalità complessa, divisa tra innovazione radicale e consapevolezza pop, tra provenienza proletaria e trasgressione metropolitana, tra i vizi della Swinging London e la spiritualità conosciuta attraverso la cultura indiana, tra l’enorme affetto coltivato negli amici e la solitudine della meditazione&#8230; Le interviste a personaggi del calibro di Eric Clapton, Terry Gilliam, Eric Idle, George Martin, Paul McCartney, Yoko Ono, Tom Petty, Phil Spector, Ringo Starr, Astrid Kircherr e Jackie Stewart ricostruiscono le vicende e gli aneddoti attraverso una ricca polifonia narrativa, in una molteplicità di punti di vista, pareri, opinioni e ricordi. I racconti vanno dalle immagini dei Beatles come giovanissimi rockers nel loro primo tour ad Amburgo al fanatismo collettivo verso la band più famosa della storia, dalle esperienze lisergiche alla collaborazione con il maestro indiano di sitar Ravi Shankar, dall’affetto fraterno alle tensioni con gli altri Fab Four fino alla scissione del gruppo, dall’eclettismo musicale all’ultima fase della malattia, narrata dalla moglie Olivia Arias e da Ringo Starr.</p>
<p>Una radicale differenza rispetto alle consuetudini celebrative dei documentari televisivi anima la ricerca di Scorsese, che elabora una notevole sofisticazione concettuale nell’evocare la personalità di un artista, in un processo che si scontra con l’enigmaticità dell’individuo e con la sua ambiguità profonda, alternando dimensione corale e sentita intimità. Si problematizza così il riscontro mediatico del personaggio pubblico: il regista non vuole dare voce all’aneddotica, ma alla poesia che accompagna la sfera privata dell’artista e il suo tormento. Il titolo del documentario, <em>Living in the Material World,</em> ripreso dal quinto album solista di George Harrison, contiene la discrasia profonda della sua ricerca spirituale. Vivere nel mondo materiale, nella profonda coscienza di una cultura europea, umorista e pop, eppure aspirare ad una sorta di formula alchemica dell’anima finalizzata ad una crescita personale, attraverso le pratiche meditative apprese attraverso i riti induisti.</p>
<p>Le produzioni di Scorsese sul mondo della musica hanno già mostrato un eclettico e appassionato estimatore della seconda arte. Gli altri capitoli di queste ricerche hanno configurato suggestive esplorazioni di formule e fenomeni artistici, ma stavolta oggetto della ricerca è anche la difficile descrizione di una particolare identità soggettiva. L’attitudine del regista ha delineato, nel ritratto di un Harrison dalla personalità complessa e ambigua, le ossessioni e le tematiche ricorrenti anche nel proprio immaginario creativo e nelle sue narrazioni, da <em>Mean Streets </em>a <em>L’ultima tentazione di Cristo</em>. George Harrison era un artista completo e visionario, ma anche un altro Cristo in tentazione, diviso tra profonde contraddizioni umane, tra desiderio di assaporare l’unicità dell’esistenza e aspirazione all’ascesi interiore.</p>
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		<title>La cronaca dopo la storia</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 06:30:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Tullio Giordana]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo di una strage]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><em><strong><span style="font-size: small;">Giorgio Mascitelli</span></strong></em></p>
<p><span style="font-size: small;">L’uscita del film <em>Romanzo di una strage</em> ha scatenato numerose polemiche sulla sua attendibilità storica, come del resto è capitato in questi anni anche ad altri film o romanzi. Molti dei critici di questa pellicola ne hanno contestato il rigore storico nel ricostruire eventi anche oggettivamente complessi. La cosa più sorprendente di una polemica del genere è che tale rilievo dovrebbe essere mosso a opere storiografiche e non a prodotti della finzione cinematografica.</span> [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><span style="font-size: small;">Giorgio Mascitelli</span></strong></em></p>
<p><span style="font-size: small;">L’uscita del film <em>Romanzo di una strage</em> ha scatenato numerose polemiche sulla sua attendibilità storica, come del resto è capitato in questi anni anche ad altri film o romanzi. Molti dei critici di questa pellicola ne hanno contestato il rigore storico nel ricostruire eventi anche oggettivamente complessi. La cosa più sorprendente di una polemica del genere è che tale rilievo dovrebbe essere mosso a opere storiografiche e non a prodotti della finzione cinematografica. Naturalmente è probabile che molti interventi critici siano stati dettati dalla preoccupazione che la maggiore fruibilità del mezzo cinematografico rispetto all’analisi storiografica e l’ingenuo, ma popolare pregiudizio che le immagini dicano sempre la verità favorirebbero la diffusione di tesi non vere o parzialmente vere su vicende importanti come piazza Fontana, ma resta il fatto che un cineasta ha il diritto di proporre una propria visione dei fatti storici che va valutata esteticamente (al limite giudicando su quel piano se l’inverosimiglianza è talmente forte da inficiare la sua stessa visione artistica). Insomma il celebre vero poetico che abbiamo studiato a scuola esiste.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Il problema è però che la cultura contemporanea nel suo complesso al vero poetico non crede affatto: una prima prova ci viene offerta proprio dai titoli di coda del film di Giordana nei quali appare la dichiarazione che il film è liberamente tratto da un saggio storico (tralascio la questione dell&#8217;attendibilità contestatissima di questo libro perché non interessa il mio ragionamento). Una simile dichiarazione, nonostante la formula cautelare, indica allo spettatore che il film si pone sul piano della credibilità documentaria per fondare il proprio valore cinematografico. Ma un esempio ancora più eloquente ci è offerto dal celebre romanziere statunitense Vollmann, che nella premessa al suo ciclo storico <em>Sette sogni </em>rivendica in prima battuta il fatto che esso sia «un’interpretazione poeticamente vera di fatti reali» riaffermando dunque la propria libertà d’artista, salvo poi indebolire tale proposito con l’assicurazione al lettore di avere svolto nelle biblioteche e negli archivi un autentico lavoro da storico. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Non si tratta di posizioni personali di questi due autori o dei molti altri che sono ricorsi in questi anni a giustificazioni simili. Evidentemente l’unica forma di legittimazione che la narrativa e la cinematografia storiche hanno è quella di presentarsi come divulgazione storiografica, rinunciando così allo spazio che è proprio alle rispettive forme. Non c’è d’altronde da stupirsi: sono questi tempi in cui non si va troppo per il sottile, un’opera di finzione o è giustificata dal successo commerciale oppure, se ha ambizioni di verità, deve fondarsi su un vero esterno a essa, ma socialmente accettabile.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Se poi si tiene conto dell’idiosincrasia della cultura contemporanea dominante a percepire i fatti in una dimensione storica e politica, ogni opera storica allora rischia di avere a che fare con la cronaca più che con la storia. La cronaca ha infatti due caratteri essenziali: è estranea all’esperienza personale di ogni membro del suo pubblico e non produce una memoria fruibile collettivamente. La cronaca è esattamente ciò che resta a una cultura che non ha più un rapporto storico con il proprio passato né un rapporto politico con il proprio presente.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Nessuno può negare che la cronaca svolga una funzione utile nella cultura diffusa di una società, ma quando diventa la forma in cui si pensa la storia o addirittura la si rielabora poeticamente, si apre un equivoco sia sul piano estetico sia sul piano politico. Per provare a uscire da questo equivoco non basta esserne coscienti, bisogna aver fiducia nella verità, anche se essa talvolta si esprime meglio in forme poetiche che in quelle della cronaca.</span></p>
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		<title>Da temere abbiamo solo la paura</title>
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		<pubDate>Tue, 01 May 2012 14:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
				<category><![CDATA[rivista]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Manuela Gandini]]></category>
		<category><![CDATA[new deal]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>La risorsa dell’arte nel New Deal</em></p>
<p><em><strong>Manuela Gandini</strong></em></p>
<p>Gli agenti dei servizi segreti americani arrivarono il giorno prima dell’inaugurazione per accertarsi che il Presidente Franklin Delano Roosevelt potesse entrare con la sedia a rotelle alla mostra <em>Children of the Rich on WPA Art Project.</em> Voleva vederla a ogni costo e così arrivò la mattina della domenica in assenza di pubblico. [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La risorsa dell’arte nel New Deal</em></p>
<p><em><strong>Manuela Gandini</strong></em></p>
<p>Gli agenti dei servizi segreti americani arrivarono il giorno prima dell’inaugurazione per accertarsi che il Presidente Franklin Delano Roosevelt potesse entrare con la sedia a rotelle alla mostra <em>Children of the Rich on WPA Art Project.</em> Voleva vederla a ogni costo e così arrivò la mattina della domenica in assenza di pubblico. «Era gioioso pieno di vita, di energia. Quell’uomo aveva un’energia straordinaria», ha raccontato Holger Cahill, critico e curatore, direttore del Fap (Federal Art Project). La mostra rendeva conto del lavoro dei fotografi impiegati dallo Stato americano nel programma di sviluppo del New Deal, che fece rinascere gli Stati Uniti. È il 1935, l’America sta attraversando il <em>Big Crash</em>, il più grave tracollo che l’abbia mai colpita. Il Presidente Roosevelt ha iniziato un percorso di umanizzazione della crisi per condurre il popolo americano fuori dalla fame. Con il New Deal, letteralmente nuovo corso, il governo stanzia nuove leggi per impiegare milioni di disoccupati nella costruzione di grandi infrastrutture e di boschi, creando un sistema di occupazione che coinvolge tutte le categorie. Roosevelt si rende conto che è psicologicamente più importante creare lavoro che dare sussidi e capisce che la vittoria dell’America è la vittoria di tutti gli americani e non di una classe. «Il paese ha bisogno e, se non m’inganno sui suoi umori, chiede una coraggiosa e tenace sperimentazione», dichiara. All’interno del New Deal nasce un progetto di impiego per gli artisti americani, il Fap, costola del Wpa (Work Progress Administration). Fu George Biddle, amico d’infanzia del Presidente, pittore e muralista con Diego Rivera in Messico, a suggerirgli l’idea di un programma a sostegno della cultura, sia per la sopravvivenza degli artisti sia per l’importanza politica di creare un’arte pubblica americana. Il programma durò otto anni dal 1935 al 1943 e quando qualcuno mosse obiezioni sull’impegno verso l’arte, Harry Hopkins, consigliere del Presidente, mediatore tra Churchill e Stalin, pilastro del New Deal, rispose candidamente: «Anche gli artisti devono mangiare come ogni altra persona».</p>
<p>Si dice siano state create 225.000 opere tra murales, poster, quadri, fotografie e siano stati impiegati 5000 artisti. Non c’erano discriminazioni stilistiche, gli artisti potevano partecipare ai concorsi e venivano scelti in base al progetto, senza che le commissioni conoscessero i loro nomi. Gli edifici pubblici come le poste, gli ospedali, le biblioteche, erano i luoghi ai quali venivano destinati i murales con scene storiche o legate alla ripresa dalla crisi, spesso frutto di una pittura realista. Sembrava infatti urgente capire cosa stesse succedendo e come oltrepassare il baratro mappando la realtà in ogni sua parte. Il lavoro artistico diventava allora strumento cognitivo. Si era stretta un’alleanza, basata sul diritto alla felicità, tra mondo intellettuale, mondo politico e mondo economico. L’ufficio postale era il luogo dove ogni cittadino americano avrebbe messo piede e sarebbe entrato in contatto con l’opera, poiché l’arte doveva essere nutrimento per tutti, orizzontale e democratica. A ogni nuovo edificio federale, nel quale potevano esserci sino a 25 murales, veniva destinato l’1% dei costi al progetto artistico e gli artisti venivano pagati una cifra che oscillava tra i 23 e i 35 dollari a settimana. Alcuni dei loro nomi, allora sconosciuti, erano Willem De Kooning, Mark Rothko, Arshile Gorky, Philip Guston, Thomas Hart Benton, Stuart Davis, Diego Rivera, Gabriel Orozco, Robert Motherwell, Jackson Pollock, che incontrò sul lavoro la sua futura moglie Lee Krasner. E non si era ancora profilata all’orizzonte nessuna Peggy Guggenheim e nessun Leo Castelli. Gli artisti, al pari di lavoratori comuni, poterono sopravvivere, vivere e soprattutto credere in uno Stato che li stava proteggendo, che stava creando il palcoscenico di un’arte autonoma che sino ad allora aveva vissuto il complesso d’inferiorità nei confronti dell’Europa. Si stavano mettendo le basi per la nascita della Pop Art, di un arte <em>popular</em> come popolare era stato l’intervento rooseveltiano. Senza il Federal Art Project ci sarebbe mai stata la bandiera di Jasper Johns? E il suo valore simbolico e culturale, oltre che di mercato, sarebbe stato lo stesso? E infine, i governi statunitensi a venire avrebbero investito nella diffusione della nuova arte americana da usare come fiore all’occhiello per la politica internazionale?</p>
<p>John F. Kennedy nel 1963 possedeva <em>Retroactive I</em>, l’opera di Bob Rauschenberg, che lo ritraeva con Neil Armstrong. Durante il New Deal venivano commissionate anche opere da cavalletto, fotografie e poster che illustravano le condizioni di povertà estrema della popolazione e l’instabile condizione dell’artista. In questo modo si creò una forma di propaganda di ciò che il Wpa stava producendo. «Can the artist survive?», c’ era scritto sui manifesti. Tutti stavano lavorando a un unico obiettivo: uscire dallo stritolamento economico, uscirne tutti compatti senza il tentativo da parte dello Stato di mantenere i privilegi di un nugolo di persone a scapito di molti. Bisognava agire su ogni possibile terreno e temere solo, diceva Roosevelt, la paura. Il WPA promuoveva il fotogiornalismo e le campagne sociali, come quella della <em>Farm Security Administration</em> (FSA), agenzia per il riassetto agricolo, nata dalla necessità di documentare la situazione dei contadini e delle zone rurali per interventi strutturali. Trenta fotografi, tra i quali Walker Evans, Dorothea Lange, Walter Rosenbaum, Ben Shahn, hanno fermato, con i loro 270.000 scatti, un panorama unitario di documentazione sociale, contribuendo ciascuno a proprio modo e aiutandosi a vicenda. Quelle fotografie, che sono poi apparse sulle copertine di <em>Life e Fortune</em>, che sono entrate decenni dopo nelle gallerie e nei musei, che sono state riutilizzate da artiste quali Sherrie Levine in un’altra cornice concettuale, sono nate grazie a Roosevelt che ha proficuamente coinvolto tutte le forze creative dell’America. Ricordate le foto di quelle famiglie magre nelle loro baracche? I loro volti, che in bianco e nero sembrano ancora più sporchi, ci guardano come lontani parenti dalla distanza di poco meno di un secolo. Dorothea Lange nel 1936 in California ritrasse <em>The Migrant Mother</em>, alcune delle quattromila madri che lasciarono la loro terra secca e infruttuosa per cercare radici, erbe e uccellini da dar da mangiare ai figli. Una di queste, in una delle foto più famose, dimostra sessant’anni ma ne ha trentadue.</p>
<p>Il Presidente Roosevelt e il suo entourage, coscienti dell’immane sofferenza collettiva, compiono azioni pratiche, veloci, concrete per uscire dalla crisi. E gli artisti mettono l’anima. La loro non era solo una questione di sopravvivenza, volevano essere attori di un cambiamento epocale. Personalmente credo che questo spirito non possa mai tramontare, l’artista colombiana Maria Teresa Hincapiè, parlando del suo lavoro, l’anno prima di morire, mi disse: «La gente ha condiviso il mio profondo desiderio di trasformare in amore tutto il dolore del mondo. L’opera è universale, parla della natura umana, della purezza, della sensibilità e delle tradizioni». Un giorno, dopo mesi di eremitaggio, decise di scendere in città e di pulire, come fosse casa propria, l’angolo di una delle strade più sporche e pericolose di Bogotà. Hincapiè cercava la perfezione e il dominio dei movimenti, lavorava sul minimale, sui gesti piccoli e apparentemente insignificanti. È forse questa una via da intraprendere per uscire dal giogo di politiche violente e prevaricatrici? Per creare spazi di libertà e libertà dal linguaggio economico? La crisi che è innanzitutto di pensiero paralizza il cittadino che ha perso diritti, risorse e libertà, diventando debitore di un debito mai contratto. Non ci soffermeremo, in questa sede, sul disastro culturale che incombe nel nostro paese, di cui peraltro rendono conto improvvisamente tutti i media. Non parleremo neppure del linguaggio truce e repressivo nel quale affoga la nostra quotidianità, tra spread, swap, default, bond, grey market, debito, lacrime, sangue, sacrifico, né tantomeno affronteremo il problema del monopolio, delle fondazioni e delle istituzioni artistiche pubbliche e private, detenuto da un ristretto gruppo di finanzieri.</p>
<p>Ci limitiamo a mostrare una via già percorsa da uomini che avevano un profondo senso etico e concludiamo con le parole dell’economista Christian Marazzi: «Negli ultimi vent’anni si è affermato, nelle economie occidentali, quel modello antropogenetico, all’interno del quale la cultura, quindi l’arte, la formazione, la ricerca, la socialità e la sanità, sono fondamentalmente i settori che tirano di più, che generano più lavoro e più reddito. In questi settori la finalità della produzione umana non è un oggetto ma è l’uomo stesso, il suo benessere, il suo stato di felicità. Questo giustifica l’idea secondo la quale occorre ripensare a un rafforzamento di questa tendenza in termini di riconoscimento del contributo di questi settori. Riconoscimento economico, finanziario e di investimento. Ma è proprio ciò che non si fa, si tende a tagliare per poter aprire spazi di privatizzazione con tutte le conseguenze. Da una parte c’è una dimensione di resistenza e di rivendicazione all’interno di questa tendenza e dall’altra sembra che si ponga la questione del vuoto in cui ci troviamo nella produzione di forme di vita di relazione e di spazi esistenziali che sappiano andare oltre la crisi e ne prefigurino un’uscita». Marazzi rivendica infine il bisogno di un’estetica del dopo crisi che abbia una valenza concreta e pratica, recuperando la dimensione della forza-invenzione dell’artista per trasformarla in forza di progettazione in vista della fine della recessione.</p>
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		<title>L’appello del Quinto Stato</title>
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		<pubDate>Tue, 01 May 2012 06:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicolas martino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Teatro Valle Occupato]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>Se chi ci governa non sa immaginare il futuro, proveremo a farlo noi.<a href="http://www.ilquintostato.it"> Appello</a> contro il ddl Fornero e per una nuova idea di lavoro e welfare.</em></p>
<p><strong>Siamo lavoratrici e lavoratori della conoscenza</strong>, dello spettacolo, della cultura e della comunicazione, della formazione e della ricerca, autonomi e precari del terziario avanzato. Lavoriamo con la partita IVA, i contratti di collaborazione, in regime di diritto d’autore, con le borse di studio, nelle forme della microimpresa e dell’economia collaborativa. [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Se chi ci governa non sa immaginare il futuro, proveremo a farlo noi.<a href="http://www.ilquintostato.it"> Appello</a> contro il ddl Fornero e per una nuova idea di lavoro e welfare.</em></p>
<p><strong>Siamo lavoratrici e lavoratori della conoscenza</strong>, dello spettacolo, della cultura e della comunicazione, della formazione e della ricerca, autonomi e precari del terziario avanzato. Lavoriamo con la partita IVA, i contratti di collaborazione, in regime di diritto d’autore, con le borse di studio, nelle forme della microimpresa e dell’economia collaborativa.<a href="http://furiacervelli.blogspot.it/"> Siamo cervelli in lotta, non in fuga</a>, ovunque ci troviamo. Ci occupiamo di cura della persona, della tutela del patrimonio artistico. Ogni giorno produciamo beni comuni intangibili e necessari: intelligenza, relazioni, benessere sociale.</p>
<p><strong>Siamo il grande assente nel dibattito</strong> sulla riforma del mercato del lavoro, tutto concentrato sullo strumentale dibattito sull’articolo 18. Questa riforma sta facendo passare, in sordina, la decisione di aumentare l’aliquota previdenziale per le partite IVA di 6 punti, dal 27 al 33%. Una scelta gravissima, che inciderà sulla vita delle lavoratrici e dei lavoratori iscritti alla gestione separata INPS. Già dal prossimo settembre almeno un milione e trecentomila persone vedranno il proprio reddito nuovamente tagliato, senza alcuna speranza di percepire in futuro una pensione dignitosa.</p>
<p><strong>Ecco l’anomalia scandalosa </strong>del mondo del lavoro italiano: dove di fatto, a chi non ha un contratto da dipendente a tempo indeterminato, non viene riconosciuta piena cittadinanza costituzionale. In questo stato di discriminazione vivono almeno altri quattro milioni di persone la cui condizione di precarietà, tanto nella pubblica amministrazione quanto nel privato, non viene affrontata dal ddl in discussione in Parlamento se non mediante un contratto di apprendistato valido fino ai 29 anni di età. Ossia con una misura che da una parte complica il panorama delle forme contrattuali atipiche – già oggi 46! – dall’altra tenta di occultare una realtà ineludibile: nei prossimi vent’anni la nostra società sarà sempre più fondata sul lavoro indipendente.</p>
<p><strong>Invece di tutelare un terzo della forza </strong>lavoro<strong> </strong>attiva in Italia, oggi si preferisce trattare sei milioni di persone a mo’ di bancomat per tenere in vita un sistema fallimentare. Si continua a non prendere in considerazione la possibilità di un reddito di cittadinanza, una delle forme di welfare in grado di contrastare l’enorme processo di esclusione sociale in corso. L’Italia resta l’unico Paese europeo, insieme alla Grecia, a non garantire protezioni sociali per tutti i lavoratori. La<span style="font-family: Times New Roman,serif;"> «</span>nuova<span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span> assicurazione sociale (ASPI) non è che il vecchio sussidio di disoccupazione, praticamente inaccessibile a chi svolge un’attività indipendente.</p>
<p><strong>Non vogliamo restare i paria </strong>di questa società e riteniamo fondamentale fermare, e ridiscutere radicalmente, le misure contenute nel ddl del Ministro Fornero. Perché oggi è in gioco molto più di una legge: si tratta – è impossibile non vederlo – del futuro del nostro Paese e della nostra civiltà. Per questo sentiamo la necessità di creare una coalizione del lavoro indipendente e precarizzato, tra chi è a rischio di povertà e le persone alla permanente ricerca di occupazione. Questo è il momento di promuovere, oltre i confini delle singole categorie, la consapevolezza di un obiettivo comune: creare il diritto effettivo e universale di cittadinanza e un dovere di solidarietà sociale.</p>
<p><strong>Accanto alla regolazione</strong> dei rapporti contrattuali, qualsiasi riforma deve prevedere la tutela di tutte le persone nel cosiddetto <span style="font-family: Times New Roman,serif;">«</span>mercato<span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span> del lavoro. È necessario riconoscere nuovi diritti sociali fondamentali per le lavoratrici e i lavoratori autonomi in maternità o paternità, in malattia, nella transizione tra impieghi; diritti che garantiscano una retribuzione adeguata «e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa», com’è sancito dall’art. 36 della Costituzione.</p>
<p><strong>Ciò impone scelte coraggiose</strong> nelle politiche economiche, sociali e culturali, improntate alla democrazia e alla trasparenza, al rispetto della vita e della dignità di tutti i cittadini e di tutte le persone che vivono e lavorano nel nostro Paese. Richiede una visione generale della società, una visione di cui avvertiamo drammaticamente l’assenza.<strong></strong></p>
<p><strong>Invitiamo tutte le associazioni</strong>di categoria, le reti e i movimenti, oltre a tutti i singoli interessati, a sottoscrivere questo appello e a partecipare alla nostra campagna di mobilitazione, che avrà inizio con un’<a href="http://www.ilquintostato.it/tv-commons/assemblea-dei-lavorati-indipendenti-contro-il-ddl-sulla-riforma-del-mercato-del-lavoro/">assemblea nazionale</a> il prossimo 5 maggio alla <a href="http://www.cittadellaltraeconomia.org/">Città dell’Altra Economia</a> di Roma.</p>
<p>Per aderire scrivi a posta@ilquintostato.it</p>
<p align="CENTER"> <em><strong>Assemblea delle lavorat* indipendenti contro il ddl Fornero<br />
e per una nuova idea di lavoro e welfare</strong></em><strong><br />
</strong></p>
<p align="CENTER"><strong>Roma, Sabato 5 Maggio, ore 09,30<br />
Città dell’Altra Economia<br />
Largo Dino Frisullo – Roma</strong></p>
<p style="text-align: center;" align="CENTER"><a href="http://www.ilquintostato.it/tv-commons/">Questo è il momento di promuovere, oltre i confini delle singole categorie, la consapevolezza di un obiettivo comune, una coalizione del lavoro indipendente e precarizzato.</a></p>
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