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		<author>
			<name>Emanuele Piccardo</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Federica Doglio. Architetture scalabilissime]]></title>
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		<published>2026-03-03T17:21:24Z</published>
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		<summary type="html"><![CDATA[<p>Vi è mai capitato di guardare all’architettura costruita, al mondo reale e tangibile attorno a voi, da un punto di vista diverso? Avete mai pensato, per esempio, che una facciata, un prospetto così realizzato non solo abbia una ragione compositiva e tecnologica più o meno caratterizzanti, ma possa esser anche visto come una prova ...</p>
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					<content type="html" xml:base="https://www.archphoto.it/federica-doglio-architetture-scalabilissime/"><![CDATA[<div class="fusion-fullwidth fullwidth-box fusion-builder-row-1 fusion-flex-container hundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling fusion-animated fusion-custom-z-index" style="--awb-border-radius-top-left:0px;--awb-border-radius-top-right:0px;--awb-border-radius-bottom-right:0px;--awb-border-radius-bottom-left:0px;--awb-z-index:2;--awb-padding-right:28.5%;--awb-padding-left:28%;--awb-padding-right-small:40px;--awb-padding-left-small:40px;--awb-margin-top:30px;--awb-background-color:rgba(17,17,17,0);--awb-flex-wrap:wrap;" data-animationType="fadeIn" data-animationDuration="1.0" data-animationOffset="top-into-view" ><div class="fusion-builder-row fusion-row fusion-flex-align-items-flex-start fusion-flex-content-wrap" style="width:104% !important;max-width:104% !important;margin-left: calc(-4% / 2 );margin-right: calc(-4% / 2 );"><div class="fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-0 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-flex-column" style="--awb-bg-color:#111111;--awb-bg-color-hover:#111111;--awb-bg-size:cover;--awb-width-large:100%;--awb-margin-top-large:0px;--awb-spacing-right-large:1.92%;--awb-margin-bottom-large:40px;--awb-spacing-left-large:1.92%;--awb-width-medium:100%;--awb-order-medium:0;--awb-spacing-right-medium:1.92%;--awb-spacing-left-medium:1.92%;--awb-width-small:100%;--awb-order-small:0;--awb-spacing-right-small:1.92%;--awb-spacing-left-small:1.92%;"><div class="fusion-column-wrapper fusion-column-has-shadow fusion-flex-justify-content-flex-start fusion-content-layout-column"><div class="fusion-text fusion-text-1" style="--awb-text-transform:none;"><p>Vi è mai capitato di guardare all’architettura costruita, al mondo reale e tangibile attorno a voi, da un punto di vista diverso?</p>
<p>Avete mai pensato, per esempio, che una facciata, un prospetto così realizzato non solo abbia una ragione compositiva e tecnologica più o meno caratterizzanti, ma possa esser anche visto come una prova da superare, come un gigante oggetto da scalare? Se questo pensiero vi ha anche solo tangenzialmente toccato la mente una volta, allora forse conoscerete qualcuno dei personaggi qui citati. Se invece questo pensiero non vi ha mai toccato, spero abbiate comunque la curiosità per continuare.</p>
<p>Ci sono stati diversi momenti in cui due mondi, quello dell’architettura e quello dell’arrampicata, si sono incontrati. Sembra un ossimoro, ma non è così.</p>
<p>Per salire verso l’alto, verso la “vetta” della prossima impresa, si può anche pensare di non ricercare solo prese nette e appigli sicuri in roccia naturale, ma ecco che anche il profilo di un serramento, la fascia marcapiano di un edificio o una particolare decorazione possono diventare scalini, appigli e modi per arrivare più in alto, sempre alla ricerca di un gesto estetico e di un nuovo equilibrio di un movimento di ascesa. Dal 25 gennaio 2026 è disponibile sulla piattaforma internazionale di streaming Netflix un particolare filmato. Al netto di tutti i minuti di più o meno consapevole cronaca di contorno, il cuore di “Skyscraper live” è la salita in <em>free solo</em> di Alex Honnold sul grattacielo di Taipei 101, che lo scalatore e attivista statunitense, classe 1985, ha percorso da quota terreno fino alla sua cima a quota 509 m, da solo e slegato. Impresa più che straordinaria, ma non qualcosa di nuovo per Honnold che vanta all’attivo imprese epocali sempre in <em>free solo</em> di pareti leggendarie, e solo per citare la più famosa, quella di El Capitan in Yosemite (US), nella via <em>Freerider</em> (900m, di grado 5.12d) ascesa nel 2017 in sole 3 ore e 56 minuti, in una silenziosa scalata ripresa dall’attento sguardo munito di telecamera dell’amico fotografo, scalatore e regista Jummy Chin, con il supporto allora di National Geographic. In quell’anno il film era visibile al cinema, e poi successivamente su piattaforme streaming. Allora è stato un salto, quasi anche uno schiaffo a tutta la storia dell’alpinismo e dell’arrampicata libera, che in Yosemite e sul Capitan hanno scritto la loro storia.</p>
<p>Torniamo a Taiwan. Il Taipei 101, è oggi l&#8217;undicesimo grattacielo al mondo per altezza, ed ha avuto il primato di più alto dal 2004 al 2010. Opera dell’architetto cinese con formazione statunitense Chung Ping Wang, all’interno dello studio C.Y.Lee &amp; Partners, è un’architettura assai riconoscibile, quasi iconica.</p>
<p>Che cosa avrà portato Honnold alla scelta di questa particolare architettura? Gli otto volumi identici tronco piramidali rovesciati impilati non sono stati probabilmente letti come una ricerca formale tra Oriente e Occidente, quanto come la possibilità di essere scalabili, proprio per i grandi riposi, “cengie”, piccole piattaforme orizzontali tra gli otto elementi che potevano permettere di riposare i muscoli e di concentrarsi sulla prossima parte dell’ascesa, e anche di dare ritmo alla scalata. Forse anche le cornici dei serramenti particolarmente prominenti hanno aiutato Alex nella scelta di un’ascesa tutta su uno spigolo dell’edificio.</p>
<p>Ora, proviamo a togliere la folla osannante che è contenuta dietro le transenne attorno al grattacielo, folla che Alex, mentre fa una pausa a decine di metri di altezza, si gira e saluta. Proviamo ad immaginare un mondo senza diretta streaming e universo Netflix.</p>
<p>Se andiamo indietro fino agli anni Novanta ci ritroviamo nel mondo di un altro protagonista del <em>free solo</em>: Alain Robert, soprannominato addirittura lo <em>Spiderman</em> francese. Anch’egli scalatore professionista, classe 1962, con la grande passione per la scalata libera e senza protezioni. Robert non si può ascrivere al movimento <em>parkour</em>, che usa sì liberamente l’ambiente urbano come sfondo per azioni singole o collettive volte al superamento di ostacoli, limiti o barriere. Egli è qualcosa di diverso. Opera in solitaria, arriva in momenti inaspettati in luoghi centralissimi, spesso di notte, trova metodi brillanti per evadere la sicurezza di infrastrutture o edifici molto alti e molto rappresentativi e inizia a scalare, pantaloni aderenti e solo un sacchetto di magnesite legato alla vita, per asciugare il sudore delle mani quando necessario. A volte gli viene anche impedito di terminare la scalata, a volte arriva, scende e trova direttamente la polizia con le manette che puntualmente lo porta in prigione. Pare sia stato arrestato più di 170 volte. Ma non per tutto questo si scoraggia.</p>
<p>Non solo edifici molto alti diventano la meta per le ascensioni in <em>free solo</em> di Robert, ma può annoverare tra le sue azioni anche le scalate del Golden Gate Bridge di San Francisco, della sorvegliatissima Tour Eiffel di Parigi, del liscissimo obelisco di Luxor (collocato a Parigi in centro a Place de la Concorde). Non un film, ma la realtà sono le sue scalate delle Petronas Towers di Kuala Lumpur in Malesia, o della Torre di Montparnasse di Parigi.</p>
<p>La sua è una pratica di dissenso, messa in atto attraverso un eclatante gesto estetico, quasi teatrale, che porta sempre con sé un messaggio, nelle singole ascensioni così come nelle campagne di sensibilizzazione da lui organizzate attorno alle sue performances. Memorabile, per esempio, la sua azione datata 2008 in cui salendo gli elementi orizzontali (quasi scalini per lui) della sede newyorkese del New York Times progettata da Renzo Piano, risale la facciata tenendo addirittura in mano un banner con il messaggio: “<em>Global warming kills more people than 9/11 every week</em>”.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-1861" src="https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2026/03/2.jpg" alt="" width="1543" height="1095" srcset="https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2026/03/2-200x142.jpg 200w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2026/03/2-300x214.jpg 300w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2026/03/2-400x284.jpg 400w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2026/03/2-600x426.jpg 600w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2026/03/2-768x545.jpg 768w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2026/03/2-800x568.jpg 800w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2026/03/2-1024x727.jpg 1024w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2026/03/2-1200x852.jpg 1200w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2026/03/2-1536x1090.jpg 1536w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2026/03/2.jpg 1543w" sizes="(max-width: 1543px) 100vw, 1543px" />Alain Robert, Four Seasons Hotel Hong Kong, 2008</p>
<p>Robert ha la passione per imprese con un grado molto alto di difficoltà, in cui gli elementi strutturali o decorativi emergenti dalle facciate a volte sono davvero poco di aiuto come appigli per le mani o appoggi per i piedi, così a volte usa la composizione delle pareti, il loro orientamento, gli spigoli o i diedri che formano per salire. A questo eccellente scalatore e <em>performer</em> davvero sui generis sono stati dedicati documentari e film dagli anni ’90 fino agli anni 10 del Duemila, così come interviste o libri e articoli. Esiste una interessantissima intervista di inizio gennaio 2026 a Alain Robert e Alex Honnold (su “Climbing Gold”), in cui Robert si dice felice di vedere la sua <em>legacy</em> nell’opera che Alex stava preparando per Taipei, e nell’attitudine che entrambi hanno per il <em>free solo</em>. Qui Honnold spiega il suo progetto di Taipei e cita la leggenda vivente di Alain Robert che fece l’impresa prima di lui. Come sono stati recepiti in diversi momenti storici questi due diversi personaggi? Grazie a internet, social media e il mondo che oggi tutti conosciamo, e grazie alla simpatia di Alex anche, il nostro scalatore statunitense è davvero molto conosciuto, intervistato, filmato, seguito. Alain Robert è parte di una cultura <em>underground</em> di <em>urban</em> <em>climbers</em>, che porta avanti azioni illegali e dimostrative, che ha cominciato negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, in un mondo in cui le notizie circolavano molto più lentamente. Inoltre, ricorda come nessuna rivista francese di arrampicata lo volesse pubblicare: le sue imprese non erano ascrivibili ai loro interessi, non si poteva pubblicare qualcosa di così tanto pericoloso, e per di più legato ad un mondo urbano. Anche le sue imprese su roccia naturale in <em>free solo</em> non trovavano spazio. Ascoltando le loro voci è davvero impressionante come ricordino l’importanza di essere concentrati di essere estremamente focalizzati, tutto sta nella testa e, sicuramente, nell’eccellente competenza tecnica. Alcune curiosità dall’intervista: la totale illegalità delle imprese di Alain, le super incuriosita voce di Alex, e il ricordo che entrambi hanno delle città viste dall’alto, momento in cui ci invitano a riflettere, in cui le persone non si vedono, sono troppo piccole, e si vede solo una distesa infinita di automobili.</p>
<p>Cosa vedano lui, Honnold e pochissimi altri che forse si sono cimentati con queste pratiche pericolosissime e riservate a un minutissimo gruppo di esperti assai coraggiosi, cosa li spinga è probabilmente difficile da comprendere a tutti coloro che quotidianamente provano con umiltà a praticare uno sport outdoor. Sicuramente però, in conclusione, il Taipei 101 si dimostra un grattacielo “scalabilissimo”, dato che sia Alain Robert, sia Alex Honnold ci hanno messo mani, piedi e magnesite sopra.</p>
<p><a href="mailto:federica_doglio@docenti.naba.it"><strong>Federica Doglio</strong></a></p>
<p>3.3.26</p>
<p><strong>Bibliografia: </strong></p>
<p>Alain Robert, <em>With Bare Hands: The true story of Alain Robert, the real-life Spiderman</em>, 2010</p>
<p>Alex Honnold, <em>Alone on the Wall</em>, 2018 (seconda edizione)</p>
<p>David Chambre, Laurent Belluard, <em>L&#8217;homme araignée, Alain Robert, libre et sans attache</em>, Editions Du MonT Blanc Caterine Destivelle, 2024</p>
<p><a href="https://www.cylee.com/">https://www.cylee.com/</a></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=dwlg26QyX08">https://www.youtube.com/watch?v=dwlg26QyX08</a></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=zb6Jj8WYyYE">https://www.youtube.com/watch?v=zb6Jj8WYyYE</a></p>
<p><a href="https://www.instagram.com/alainrobertofficial/?utm_source=ig_embed">https://www.instagram.com/alainrobertofficial/?utm_source=ig_embed</a></p>
<p><a href="https://www.instagram.com/alexhonnold/">https://www.instagram.com/alexhonnold/</a></p>
<p>Fotografia di copertina: 25 gennaio 2026, Alex Honnold di fronte alla sua prossima impresa in free solo</p>
</div></div></div></div></div>
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			<name>Emanuele Piccardo</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Lapo Binazzi. Caro Zio Umberto]]></title>
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		<summary type="html"><![CDATA[<p>Caro zio Umberto… Cominciavo così una mia recensione su Domus al tuo libro sul “Segno”. Il pezzo era accompagnato da una foto in cui ti si vedeva ‘fatto segno a numerosi colpi di forchetta’ da parte dei tuoi allievi, in stile assassinio di Cesare. Eravamo, noi UFO e te , in una trattoria in Brera a ...</p>
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Cominciavo così una mia recensione su Domus al tuo libro sul “Segno”. Il pezzo era accompagnato da una foto in cui ti si vedeva ‘fatto segno a numerosi colpi di forchetta’ da parte dei tuoi allievi, in stile assassinio di Cesare. Eravamo, noi UFO e te , in una trattoria in Brera a Milano, mi sembra in Via dei Fiori Chiari, che avevamo preso a frequentare assieme. Ci andavamo spesso con Vittorio Gregotti e il suo studio, tra una Triennale e l’altra. Correva l’anno 1968. In quell’epoca, anzi in quell’anno fatidico, vivevamo a stretto contatto, tra le tue lezioni di semiologia alla Facoltà di Architettura di Firenze, dove insegnavi, e i nostri esperimenti ‘ludici’. Ci sentivamo privilegiati della tua conoscenza, studenti forse un poco irrequieti, ma illuminati dalla condivisione della tua sapienza e della tua ironia.<br />
Ci sentivamo degli avamposti, delle avanguardie delle tue teorie fatte di significanti e di significati, e cercavamo di applicarle nei nostri interventi, happenings, allestimenti, architetture e quant’altro. Avevamo la sensazione di agire sotto il tuo sguardo benevolo, e di scoprire il mondo attraverso di te e delle tue teorie. Condividevamo oltre alla tua amicizia, altri personaggi di grande spessore culturale, come il tuo carissimo assistente Paolo Fabbri. Ma anche veri e propri numi tutelari della cultura internazionale come Furio Colombo, che tu ci presentasti. Mi si affastellano nella memoria i ricordi di quell’epoca che sembrava non finire mai. Nel luglio 1968 partecipammo con un superhappening al premio Masaccio di S.Giovanni val D’Arno, e, dopo esserci salvati da un quasi linciaggio si fa per dire, per aver provocato la cittadinanza con un improbabile confronto tra i polli del valdarno e i polli venusiani, partecipammo insieme al convegno-dibattito per stemperare gli animi. Furio scrisse un articolo sull’ happening, su L’Espresso formato lenzuolo, e i sangiovannesi si ricordano ancora di quell’evento con evidente nostalgia.<br />
Ma che dire: mi torna alla mente una lettera che mio padre ti scrisse nel tentativo di sapere da te che diavolo stessi facendo ad Architettura, e tu con grande gentilezza gli rispondesti con una lettera che ho conservato a lungo, ma che ora non riesco a trovare, in cui lo tranquillizzavi. Di questo ti sono sempre stato enormemente grato.<br />
Poi mi ricordo della tua intervista con la RAI nel 1970, quando scegliesti come set televisivo il ‘Ristorante Sherwood’ a Firenze in S.Croce, arredato da noi UFO.</p>
<p>Mi piacerebbe tanto avere il filmato ma non sono mai riuscito a rintracciarlo. Eppoi nel 1971 Facemmo un finto questionario che tu pubblicasti nel libro intitolato ‘Dalla periferia dell’impero’ (americano naturalmente). Poi fosti così gentile di portarlo a un convegno sulla letteratura italiana a New York nel 1973, di cui sono stati pubblicati gli atti da parte della casa editrice Olscki di Firenze, come esempio di sperimentazione letteraria delle giovani generazioni.</p>
<p>Potrei continuare a lungo con aneddoti e citazioni da cui verrebbe comunque fuori la tua disponibilità verso i giovani e in particolare verso noi UFO in un epoca che vedeva radicali cambiamenti tra le generazioni, tra i padri e i figli, tra i professori e gli studenti.</p>
<p>Ci mancherai tantissimo, perché ci sentiremo per sempre privi del nostro Nume Tutelare.</p>
<p>Con imperituro affetto anche a nome degli altri UFO,</p>
<p>Lapo Binazzi (UFO)</p>
<p>Firenze, 23 febbraio 2016</p>
<p>La fotografia è stata pubblicata su “UFO Story. Dall’architettura radicale al design globale”, a cura di Stefano Pezzato, edito dal Centro Pecci per l’arte contemporanea.</p>
</div></div></div></div></div>
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		<author>
			<name>Emanuele Piccardo</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Luca Guido. Gehry: impara l&#8217;arte e mettila da parte]]></title>
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		<updated>2025-12-08T13:45:42Z</updated>
		<published>2025-12-08T13:37:20Z</published>
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		<summary type="html"><![CDATA[<p>Parlare di Frank Gehry alla notizia della sua morte, avvenuta il 5 dicembre 2025, è un esercizio delicato poiché la notorietà del personaggio spinge ad essere celebrativi, con il rischio di diventare retorici. Eppure qualcosa va detto, perché ripercorrere mentalmente la carriera professionale di Gehry vuol dire riflettere sia sulla storia dell’architettura del Novecento ...</p>
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					<content type="html" xml:base="https://www.archphoto.it/luca-guido-gehry-impara-larte-e-mettila-da-parte/"><![CDATA[<div class="fusion-fullwidth fullwidth-box fusion-builder-row-3 fusion-flex-container hundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling fusion-animated fusion-custom-z-index" style="--awb-border-radius-top-left:0px;--awb-border-radius-top-right:0px;--awb-border-radius-bottom-right:0px;--awb-border-radius-bottom-left:0px;--awb-z-index:2;--awb-padding-right:28.5%;--awb-padding-left:28%;--awb-padding-right-small:40px;--awb-padding-left-small:40px;--awb-margin-top:30px;--awb-background-color:rgba(17,17,17,0);--awb-flex-wrap:wrap;" data-animationType="fadeIn" data-animationDuration="1.0" data-animationOffset="top-into-view" ><div class="fusion-builder-row fusion-row fusion-flex-align-items-flex-start fusion-flex-content-wrap" style="width:104% !important;max-width:104% !important;margin-left: calc(-4% / 2 );margin-right: calc(-4% / 2 );"><div class="fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-2 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-flex-column" style="--awb-bg-color:#111111;--awb-bg-color-hover:#111111;--awb-bg-size:cover;--awb-width-large:100%;--awb-margin-top-large:0px;--awb-spacing-right-large:1.92%;--awb-margin-bottom-large:40px;--awb-spacing-left-large:1.92%;--awb-width-medium:100%;--awb-order-medium:0;--awb-spacing-right-medium:1.92%;--awb-spacing-left-medium:1.92%;--awb-width-small:100%;--awb-order-small:0;--awb-spacing-right-small:1.92%;--awb-spacing-left-small:1.92%;"><div class="fusion-column-wrapper fusion-column-has-shadow fusion-flex-justify-content-flex-start fusion-content-layout-column"><div class="fusion-text fusion-text-3" style="--awb-text-transform:none;"><p>Parlare di Frank Gehry alla notizia della sua morte, avvenuta il 5 dicembre 2025, è un esercizio delicato poiché la notorietà del personaggio spinge ad essere celebrativi, con il rischio di diventare retorici. Eppure qualcosa va detto, perché ripercorrere mentalmente la carriera professionale di Gehry vuol dire riflettere sia sulla storia dell’architettura del Novecento che sulla traiettoria di quella attuale. Tra i progettisti che hanno sconvolto la scena architettonica globale negli ultimi decenni, Gehry è quello che più ostinatamente ha portato avanti un linguaggio riconoscibile. A dispetto di quanto credono i suoi detrattori, i suoi edifici non sono mai stati capricci formali, ma hanno creato una grammatica e una sintassi nuova, del tutto intellegibile, utile sotto il profilo critico e perfino sul piano didattico. La lingua di Gehry è fatta di frammenti, slittamenti, pieghe e materiali esibiti senza pudore nel tentativo di conferire movimento ai volumi architettonici.<br />
In un mondo in cui gli studi di architettura si caratterizzano per l’anonimato delle soluzioni tecnologiche e per l’uso disinibito ed eclettico di forme e soluzioni funzionali, Gehry ha tenuto fermo il timone ed è andato nella direzione indicata dalla sua bussola.</p>
<p>Con il successo ottenuto per la costruzione della sua casa a Santa Monica (1978) avrebbe potuto adagiarsi sugli allori e ridurre la sua architettura ad una facile formula per il successo. L’operazione condotta da Gehry era semplice ed allo stesso tempo radicale. Intorno a una villetta preesistente, Gehry costruì un esperimento che sembrava più un gesto di disobbedienza che un progetto residenziale: volumi inclinati, porzioni “incompiute” che lasciavano intravedere pezzi di strutture, materiali insoliti generavano un’architettura in trasformazione, determinando un aspetto da cantiere, affascinante ed effimero. Attorno alla casa aleggiava qualcosa di mitico, tanto da alimentare leggende metropolitane, ma Gehry trovò lì una vera direzione professionale: non la certezza del risultato o il rigore della geometria, ma il diritto di rimettere in discussione gli stereotipi dell’architettura.</p>
<p>Proprio per questo motivo, Gehry ha preferito continuare a sperimentare per indagare tecnologie e forme sempre differenti. Il progetto del Guggenheim di Bilbao (1997) e quello della Fondazione Louis Vuitton a Parigi (2014) segnano dunque dei momenti di avanzamento ed evoluzione della sua opera. A Bilbao Gehry compie un grande salto di scala, con notevoli implicazioni urbane e sociali, dando vita a quello che fu chiamato “effetto Bilbao”. Più che un museo, l’architetto californiano costruisce un dispositivo culturale e mediatico che dimostra come forme complesse possano produrre un effetto di rigenerazione territoriale, identitaria ed economica. La Fondazione Louis Vuitton rappresenta un altro momento di maturazione, quasi una dichiarazione d’amore alle origini dell’architettura moderna attraverso un lessico totalmente gehriano. Le “vele” di vetro da lui immaginate riprendono la memoria delle architetture leggere delle serre dei giardini ottocenteschi e insieme ribadiscono la sua idea di edificio come grande oggetto in tensione, tra nave, nuvola e creatura onirica. Naturalmente Gehry è un architetto divisivo, e in Italia molti si sono spesso irrigiditi in un rifiuto preventivo. Questa opposizione ha trovato terreno fertile nel contesto universitario, dove pochi l’hanno compreso e ancora meno l’hanno studiato cercando di interpretarne l’azione critica e progettuale.</p>
<p>Se siete cresciuti pensando che l’architettura sia espressione di dogmi e regole o di principi come quelli stabiliti dalla triade vitruviana –firmitas, utilitas e venustas- l’architettura di Gehry vi apparirà come una provocazione permanente e fastidiosa. Se cercate di comprendere i suoi progetti tenendo a mente i paradigmi della modernità degli anni ‘20 del secolo scorso, rimarrete delusi. Se preferite l’angolo retto e cercate di dare ordine alla confusione che regna sovrana nelle forme di questo mondo, Gehry vi apparirà incomprensibile, eccessivo e soprattutto arbitrario. Ma vi dovrete rassegnare al fatto che apparirete ridicoli a quanti riconoscono in lui un genio dell’architettura contemporanea. Per comprendere Gehry davvero occorre immaginare i suoi edifici non solo come l’esito di una personale ricerca artistica, ma anche come l’affermazione di una genealogia architettonica precisa: si parte dalla materia robusta dell’architettura romanica e si arriva alle masse articolate di Henry Hobson Richardson, alla libertà plastica di Frank Lloyd Wright, alle fratture spaziali di Rudolf Schindler, per approdare alle complessità e contraddizioni del postmodernismo e dunque del decostruttivismo, etichette che non chiariscono pienamente l’approccio di Gehry. Limitare la sua architettura ad un fenomeno pop della West Coast è inevitabilmente riduttivo, poiché gli edifici di Gehry hanno incrinato molti dei luoghi comuni dell’architettura moderna e contemporanea, dimostrando che l’innovazione non è solo tecnica, sostenibilità o programmazione funzionale: l’innovazione in architettura è capacità di ampliare il campo di azione dell’architetto, lavorando sulla percezione e sulle emozioni dei fruitori.</p>
<p>Tuttavia, se Gehry ci lascia qualcosa, non può essere solamente un catalogo di icone architettoniche. Studenti di architettura e architetti praticanti hanno molto da imparare poiché il messaggio più profondo che la sua opera e la sua biografia emanano insiste su almeno 5 punti: 1) Architettura= Arte. Gehry ha costruito un lessico che non trae ispirazione solo da riferimenti architettonici. Il suo lavoro è profondamente radicato nella cultura artistica e stimola gli architetti a non guardare solo edifici, ma li invoglia a frequentare artisti e interessarsi di arte. 2) In architettura è necessario avere coraggio liberandosi dalle convenzioni. Ne consegue che fare architettura è un atto sociale. 3) L’architettura è spazio, ma ha un valore scultoreo, ovvero può essere ironica, gioiosa e contraddittoria. 4) Fare architettura vuol dire sperimentare con i materiali, quelli riciclati, quelli a basso costo e quelli costosi. 5) La tecnologia non deve limitare il processo creativo, ma lo deve sostenere.<br />
Ma adesso che Gehry non è più tra noi, l’urgenza non è capire se ci piaccia o meno la sua architettura. Gehry è importante perché la sua opera è significativa per capire la nostra contemporaneità.</p>
<p><a href="mailto:lucguido@gmail.com"><strong>Luca Guido</strong></a><br />
8.12.25</p>
<p>Fotografia di copertina: Guggenheim Museum, Bilbao (1997), ph. E.Piccardo (2024)</p>
<p>ENG</p>
<p>Speaking about Frank Gehry upon the news of his death on December 5, 2025, is a delicate exercise, as the fame of the figure invites celebratory tones with the risk of slipping into rhetoric. And yet something must be said, because mentally retracing Gehry’s professional career means reflecting both on the history of twentieth-century architecture and on the trajectory of architecture today. Among the designers who have shaken the global architectural scene in recent decades, Gehry is the one who most stubbornly pursued a recognizable language. Contrary to what his detractors believe, his buildings were never formal whims, but rather created a new grammar and syntax—fully intelligible, critically useful, and even didactically valuable. Gehry’s language is made of fragments, shifts, folds, and materials displayed without shame in an attempt to give motion to architectural volumes.</p>
<p>In a world in which architectural firms often rely on anonymous technological solutions and an uninhibited, eclectic use of forms and functional strategies, Gehry held the rudder steady and continued in the direction indicated by his own inner compass.</p>
<p>After the success of the house he built in Santa Monica (1978), he could have rested on his laurels and reduced his architecture to an easy recipe for success. The operation he undertook was simple and at the same time radical. Around an existing small house, Gehry constructed an experiment that resembled more an act of disobedience than a residential project: slanted volumes, “unfinished” portions that revealed glimpses of structure, unusual materials generated an architecture in transformation, giving it the fascinating, ephemeral appearance of a construction site. Something mythical hovered around the house, even fueling urban legends, but Gehry found in it a true professional direction: not the certainty of results or the rigor of geometry, but the right to question architectural stereotypes.</p>
<p>For this very reason, Gehry preferred to continue experimenting, exploring ever-changing technologies and forms. The Guggenheim Museum in Bilbao (1997) and the Louis Vuitton Foundation in Paris (2014) thus mark moments of advancement and evolution in his work. In Bilbao, Gehry made a great leap in scale, with significant urban and social implications, giving rise to what became known as the “Bilbao effect.” More than a museum, the Californian architect created a cultural and media device that demonstrated how complex forms could produce territorial, identity-based, and economic regeneration. The Louis Vuitton Foundation represents another moment of maturation, almost a love letter to the origins of modern architecture through an entirely Gehry-like lexicon. The glass “sails” he conceived echo the memory of the light architecture of nineteenth-century garden greenhouses and at the same time reaffirm his idea of the building as a great object in tension—somewhere between ship, cloud, and dreamlike creature. Naturally, Gehry is a divisive architect, and in Italy many have often stiffened into a stance of preventive rejection. This opposition found fertile ground in academia, where few understood him and even fewer studied him with the aim of interpreting his critical and design approach.</p>
<p>If you grew up believing that architecture is the expression of dogmas and rules, or of principles like those established by Vitruvius’ triad—firmitas, utilitas, and venustas—Gehry’s architecture will appear to you as a constant, irritating provocation. If you try to understand his projects by keeping in mind the paradigms of 1920s modernity, you will be disappointed. If you prefer the right angle and seek to bring order to the confusion that reigns supreme in the forms of this world, Gehry will seem incomprehensible, excessive, and above all arbitrary. But you will have to resign yourself to appearing ridiculous to those who recognize in him a genius of contemporary architecture. To truly understand Gehry, one must imagine his buildings not only as the result of a personal artistic investigation, but also as the affirmation of a precise architectural genealogy: beginning with the sturdy materiality of Romanesque architecture, passing through the articulated masses of Henry Hobson Richardson, the plastic freedom of Frank Lloyd Wright, the spatial fractures of Rudolf Schindler, and arriving at the complexities and contradictions of postmodernism and then deconstructivism—labels that do not fully clarify Gehry’s approach. Reducing his architecture to a West Coast pop phenomenon is inevitably limiting, for Gehry’s buildings have cracked many of the clichés of modern and contemporary architecture, demonstrating that innovation is not merely technical, sustainable, or functionally programmatic: innovation in architecture is the ability to broaden the architect’s field of action, working on the perception and emotions of those who experience the space.</p>
<p>However, if Gehry leaves us anything, it cannot be merely a catalogue of architectural icons. Architecture students and practicing architects have much to learn, for the deepest message conveyed by his work and biography rests on at least five points:</p>
<p>1.Architecture = Art. Gehry built a lexicon that draws not only from architectural references. His work is deeply rooted in artistic culture and encourages architects to look beyond buildings, to spend time with artists, and to take an interest in art.</p>
<p>2.Architecture requires courage and freedom from conventions. Consequently, making architecture is a social act.</p>
<p>3.Architecture is space, but it also has sculptural value—it can be ironic, joyful, and contradictory.</p>
<p>4.To make architecture is to experiment with materials: recycled, low-cost, and expensive ones alike.</p>
<p>5.Technology must not limit the creative process, but support it.</p>
<p>Now that Gehry is no longer with us, the urgent question is not whether we like his architecture or not. Gehry matters because his work is essential for understanding our contemporaneity.</p>
</div></div></div></div></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.archphoto.it/luca-guido-gehry-impara-larte-e-mettila-da-parte/">Luca Guido. Gehry: impara l&#8217;arte e mettila da parte</a> proviene da <a href="https://www.archphoto.it">archphoto</a>.</p>
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		<author>
			<name>Emanuele Piccardo</name>
					</author>

		<title type="html"><![CDATA[Emanuele Piccardo. La lezione di Frank O. Gehry]]></title>
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		<updated>2025-12-06T14:01:18Z</updated>
		<published>2025-12-06T14:01:18Z</published>
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<p>L'articolo <a href="https://www.archphoto.it/emanuele-piccardo-la-lezione-di-frank-o-gehry/">Emanuele Piccardo. La lezione di Frank O. Gehry</a> proviene da <a href="https://www.archphoto.it">archphoto</a>.</p>
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					<content type="html" xml:base="https://www.archphoto.it/emanuele-piccardo-la-lezione-di-frank-o-gehry/"><![CDATA[<div class="fusion-fullwidth fullwidth-box fusion-builder-row-4 fusion-flex-container hundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling fusion-animated fusion-custom-z-index" style="--awb-border-radius-top-left:0px;--awb-border-radius-top-right:0px;--awb-border-radius-bottom-right:0px;--awb-border-radius-bottom-left:0px;--awb-z-index:2;--awb-padding-right:28.5%;--awb-padding-left:28%;--awb-padding-right-small:40px;--awb-padding-left-small:40px;--awb-margin-top:30px;--awb-background-color:rgba(17,17,17,0);--awb-flex-wrap:wrap;" data-animationType="fadeIn" data-animationDuration="1.0" data-animationOffset="top-into-view" ><div class="fusion-builder-row fusion-row fusion-flex-align-items-flex-start fusion-flex-content-wrap" style="width:104% !important;max-width:104% !important;margin-left: calc(-4% / 2 );margin-right: calc(-4% / 2 );"><div class="fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-3 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-flex-column" style="--awb-bg-color:#111111;--awb-bg-color-hover:#111111;--awb-bg-size:cover;--awb-width-large:100%;--awb-margin-top-large:0px;--awb-spacing-right-large:1.92%;--awb-margin-bottom-large:40px;--awb-spacing-left-large:1.92%;--awb-width-medium:100%;--awb-order-medium:0;--awb-spacing-right-medium:1.92%;--awb-spacing-left-medium:1.92%;--awb-width-small:100%;--awb-order-small:0;--awb-spacing-right-small:1.92%;--awb-spacing-left-small:1.92%;"><div class="fusion-column-wrapper fusion-column-has-shadow fusion-flex-justify-content-flex-start fusion-content-layout-column"><div class="fusion-text fusion-text-4" style="--awb-text-transform:none;"><p>Frank O.Gehry era canadese e poi americano. Questo è evidente nel modo in cui si è sempre posto nei confronti della cultura architettonica americana. Quando ero studente e mi stavo formando come critico di architettura, non ero in accordo con la sua idea decostruttivista del volume, le sue idee mi apparivano come eccessivi formalismi. Non avevo capito il Guggenheim di Bilbao e le successive architetture, traviato, anche, da una percezione iconografica (fotografica) che ne alterava il reale effetto nel contesto fisico dei luoghi. Questo è accaduto, per esempio, con il Chiat/Day Building realizzato con un intervento degli artisti Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen, autori di un binocolo gigante. Così quando l’ho visitato dal vero le dimensioni erano molto più ridotte.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-1842" src="https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2041-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="1912" srcset="https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2041-200x149.jpg 200w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2041-300x224.jpg 300w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2041-400x299.jpg 400w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2041-600x448.jpg 600w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2041-768x574.jpg 768w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2041-800x598.jpg 800w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2041-1024x765.jpg 1024w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2041-1200x896.jpg 1200w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2041-1536x1147.jpg 1536w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2041-scaled.jpg 2560w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p>Gehry House, Santa Monica (1978-1992), ph. Emanuele Piccardo</p>
<p>Nel 2014 mi trovavo a Los Angeles per curare la mostra Beyond Environment alla LACE Gallery di Hollywood Boulevard sull’architetto radicale Gianni Pettena. In quella occasione, insieme all’amico storico dell’architettura Luca Guido andammo a Santa Monica per vedere due case di Gehry. La sua casa e la Norton House a Venice beach. Ogni mia convinzione venne spazzata via dalla visita dei due siti e la mia considerazione verso questo architetto irriverente e rivoluzionario cambiò. Girare attorno alla Gehry House fu una esperienza utile a comprendere la sua idea di architettura. In primis la zona residenziale in cui si inseriva era densa di casette unifamiliari, tipiche della middle class americana. Come reagì Gehry? Prendendo la sua casa e trasformandola rompendo la simmetria. Ha inserito un cubo fatto con la rete metallica che cinge i campi da basket nelle aree suburbane. Inserito volumi fatti con materiali non convenzionali e poveri come la lamiera ondulata. Rotto l’angolo inserendo un infisso fatto di segmenti, contro ogni regola di simmetria. Porsi contro la razionalità e l’angolo retto, retaggio del movimento moderno, contrapponendo un linguaggio nuovo plasmato grazie all’uso del computer e in particolare del software CATIA, usato nel settore aerospaziale, rappresenta l’innovazione di Gehry.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-1841" src="https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2048.jpg" alt="" width="1936" height="1936" srcset="https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2048-66x66.jpg 66w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2048-150x150.jpg 150w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2048-200x200.jpg 200w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2048-300x300.jpg 300w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2048-400x400.jpg 400w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2048-600x600.jpg 600w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2048-768x768.jpg 768w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2048-800x800.jpg 800w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2048-1024x1024.jpg 1024w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2048-1200x1200.jpg 1200w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2048-1536x1536.jpg 1536w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_2048.jpg 1936w" sizes="(max-width: 1936px) 100vw, 1936px" /></p>
<p>Gehry House, Santa Monica (1978-1992), ph. Emanuele Piccardo</p>
<p>“L’operazione da lui condotta- scrive Luca Guido-è quella di ampliare alcune funzioni della casa attaccandosi alle facciate esterne con nuove stanze. L’edificio preesistente viene avvolto da una serie di strutture e volumi che agiscono in maniera conflittuale, alterando proporzioni e schema distributivo del vecchio edificio”. Scelte dettate da un budget limitato, anche se Gehry in origine voleva mantenere intatto l’edificio per poi stravolgerlo radicalmente al suo interno. Questa casa  realizzata nel 1978 e con altre modifiche nel 1992, ci racconta il pensiero di questo straordinario architetto che ha cambiato il modo di fare architettura. Diverso è il discorso per la Norton House che realizza a Venice beach. Una piccola torre  sollevata da terra con una tettoia che rappresenta la visiera di un cappello che ripara dal sole e traguarda l’orizzonte. Una idea che in qualche modo ritroviamo anche a Genova, con la Torre Piloti progettata da Renzo Piano Building Workshop nel 2024. Infatti, Piano e Gehry erano amici e avevano in comune la sensibilità per i luoghi adattando e proporzionando le loro architetture rispetto al contesto urbano esistente.</p>
<p>Gehry fu il fautore del landmark contemporaneo con la sede spagnola del Guggenheim nella cittadina basca di Bilbao, inaugurato nel 1997. Per trent’anni è stato eletto simbolo della rinascita economica della città, citato ogni qualvolta si vuole riqualificare un luogo architettonicamente, economicamente e socialmente. È l’opera che proietta Gehry nel mondo degli architetti internazionali: le archistars. Il Guggenheim è per Gehry quello che è stato il Pompidou per Piano&amp;Rogers. Non è casuale che entrambi siano spazi museali. Il Pompidou per costruire un centro di cultura contemporanea che traguarda il XX Secolo e il Guggenheim per ospitare una collezione in continua mutazione. Tuttavia vi è un altro legame tra Piano e Gehry come la capacità di costruire edifici urbani, ovvero che intessono relazioni con la città, attraverso spazi pubblici come i percorsi e le piazze. A Bilbao l’architetto canadese-americano riesce a disegnare delle forme che si incastrano perfettamente le une dentro le altre in cui la luce filtra tra le fenditure, ma viene anche riflessa dalle scandole di titanio che riverberano nel fiume l’impatto del sole, facendo vibrare la facciata decostruita. Stessa operazione che viene fatta nella parigina Foundation Louis Vitton, un altro landmark urbano anche se meno potente del Guggenheim.<br />
Se di Le Corbusier ricordiamo due architetture iconiche come la Villa Savoye e l’Unité d’habitation di Marsiglia, per Frank Gehry il Guggenheim rimarrà la più significativa opera di questo straordinario rivoluzionario creatore di forme.</p>
<p><a href="mailto:piccardo@archphoto.it"><strong>Emanuele Piccardo</strong></a></p>
<p>6.12.25</p>
<p>Fotografia di copertina: Guggenheim Museum, Bilbao, 2024, ph. E.Piccardo</p>
<p>ENG</p>
<p>Frank O. Gehry was Canadian and then American. This is evident in the way he has always positioned himself in relation to American architectural culture. When I was a student, training as an architecture critic, I did not agree with his deconstructivist idea of volume; his ideas seemed to me like excessive formalism. I had not understood the Guggenheim in Bilbao or the works that followed it—misled, also, by an iconographic (photographic) perception that distorted their actual effect in the physical context of their sites. This happened, for example, with the Chiat/Day Building, created with the intervention of artists Claes Oldenburg and Coosje van Bruggen, authors of a giant pair of binoculars. When I finally visited it in person, its dimensions were much smaller.</p>
<p>In 2014 I was in Los Angeles to curate the exhibition *Beyond Environment* at the LACE Gallery on Hollywood Boulevard, dedicated to the radical architect Gianni Pettena. On that occasion, together with my friend, the architectural historian Luca Guido, we went to Santa Monica to see two of Gehry’s houses: his own residence and the Norton House at Venice Beach. Every conviction I had was swept away by visiting these two sites, and my view of this irreverent, revolutionary architect changed. Walking around the Gehry House was a useful experience for understanding his idea of architecture. First of all, the residential neighborhood in which it stands is dense with single-family homes typical of the American middle class. How did Gehry respond? By taking his house and transforming it, breaking its symmetry. He inserted a cube made from the wire mesh that encloses basketball courts in suburban areas. He added volumes built with unconventional, inexpensive materials such as corrugated metal. He broke the corner by inserting a window frame made of segments, against every rule of symmetry. Setting himself against rationality and the right angle—legacies of the modernist movement—while proposing a new language shaped through the use of the computer, and in particular the CATIA software used in the aerospace sector, represents Gehry’s innovation.</p>
<p>“The operation he carried out,” writes Luca Guido, “is one of enlarging certain domestic functions by attaching new rooms to the exterior façades. The pre-existing building is wrapped by a series of structures and volumes that act in a conflicting manner, altering the proportions and the distribution scheme of the old building.” These choices were dictated by a limited budget, since Gehry originally wanted to keep the building intact and then radically transform it from within. This house, built between 1978 and 1992, more than any other of his works, tells us about the thinking of this extraordinary architect who changed the way architecture is made. The discourse is different for the Norton House he built at Venice Beach. It is a small lookout tower for the baywatcher, raised above the ground with a canopy representing the visor of a cap that shields from the sun while framing the horizon. It is an idea that, in some way, we find again in Genoa with the Torre Piloti designed by the Renzo Piano Building Workshop in 2024. In fact, Piano and Gehry were friends and shared a sensitivity to place, adapting and proportioning their architectures to the existing urban context. Indeed, Gehry was the creator of the contemporary landmark with the Spanish headquarters of the Guggenheim in the Basque town of Bilbao, inaugurated in 1997. For thirty years it has been celebrated as the symbol of the city’s economic rebirth, cited whenever one seeks to redevelop a place architecturally, economically, or socially. It is the work that projected Gehry into the world of international architects—the *archistars*. The Guggenheim is to Gehry what the Pompidou was to Piano &amp; Rogers. It is no coincidence that both are museum spaces: the Pompidou to create a center for contemporary culture projecting into the 20th century, and the Guggenheim to house a constantly evolving collection.</p>
<p>However, there is another link between Piano and Gehry: the ability to build urban buildings—that is, buildings that weave relationships with the city through public spaces such as pathways and squares. In Bilbao, the Canadian-American architect manages to draw shapes that fit perfectly into one another, where light filters through the fissures but is also reflected by the titanium shingles, which reverberate the sun’s impact onto the river, making the deconstructed façade vibrate. The same operation is carried out in the Fondation Louis Vuitton in Paris, another urban landmark, though less powerful than the Guggenheim.</p>
<p>If we remember Le Corbusier through two iconic works—the Villa Savoye and the Unité d’Habitation in Marseille—then for Frank Gehry the Guggenheim will remain the most significant work of this extraordinary, revolutionary creator of forms.</p>
</div></div></div></div></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.archphoto.it/emanuele-piccardo-la-lezione-di-frank-o-gehry/">Emanuele Piccardo. La lezione di Frank O. Gehry</a> proviene da <a href="https://www.archphoto.it">archphoto</a>.</p>
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			<name>Emanuele Piccardo</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Emanuele Piccardo. L&#8217;arte sopra il cielo di Torino]]></title>
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		<updated>2025-11-25T18:19:36Z</updated>
		<published>2025-11-25T18:13:07Z</published>
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		<summary type="html"><![CDATA[<p>"Tiro su il volume, che non sento me A Torino il cielo sembra cenere C'è qualcosa della notte che somiglia alla mia casa In mezzo a vetri e lucille Stringersi ancora e smettere Fare un respiro, lasciarsi perdere". Samuel, Elettronica, 2022 Torino e l'arte contemporanea sono una relazione che dura dagli anni sessanta, dall'Arte ...</p>
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					<content type="html" xml:base="https://www.archphoto.it/emanuele-piccardo-larte-sopra-il-cielo-di-torino/"><![CDATA[<div class="fusion-fullwidth fullwidth-box fusion-builder-row-5 fusion-flex-container hundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling fusion-animated fusion-custom-z-index" style="--awb-border-radius-top-left:0px;--awb-border-radius-top-right:0px;--awb-border-radius-bottom-right:0px;--awb-border-radius-bottom-left:0px;--awb-z-index:2;--awb-padding-right:28.5%;--awb-padding-left:28%;--awb-padding-right-small:40px;--awb-padding-left-small:40px;--awb-margin-top:30px;--awb-background-color:rgba(17,17,17,0);--awb-flex-wrap:wrap;" data-animationType="fadeIn" data-animationDuration="1.0" data-animationOffset="top-into-view" ><div class="fusion-builder-row fusion-row fusion-flex-align-items-flex-start fusion-flex-content-wrap" style="width:104% !important;max-width:104% !important;margin-left: calc(-4% / 2 );margin-right: calc(-4% / 2 );"><div class="fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-4 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-flex-column" style="--awb-bg-color:#111111;--awb-bg-color-hover:#111111;--awb-bg-size:cover;--awb-width-large:100%;--awb-margin-top-large:0px;--awb-spacing-right-large:1.92%;--awb-margin-bottom-large:40px;--awb-spacing-left-large:1.92%;--awb-width-medium:100%;--awb-order-medium:0;--awb-spacing-right-medium:1.92%;--awb-spacing-left-medium:1.92%;--awb-width-small:100%;--awb-order-small:0;--awb-spacing-right-small:1.92%;--awb-spacing-left-small:1.92%;"><div class="fusion-column-wrapper fusion-column-has-shadow fusion-flex-justify-content-flex-start fusion-content-layout-column"><div class="fusion-text fusion-text-5" style="--awb-text-transform:none;"><p>&#8220;Tiro su il volume, che non sento me<br />
A Torino il cielo sembra cenere<br />
C&#8217;è qualcosa della notte che somiglia alla mia casa<br />
In mezzo a vetri e lucille<br />
Stringersi ancora e smettere<br />
Fare un respiro, lasciarsi perdere&#8221;.<br />
<a href="https://www.youtube.com/watch?v=A-IYRxjew1c"><strong>Samuel, Elettronica, 2022</strong></a></p>
<p>Torino e l&#8217;arte contemporanea sono una relazione che dura dagli anni sessanta, dall&#8217;Arte Povera che la storica dell&#8217;arte Mirella Bandini ha raccolto in un delizioso librettino dalla copertina verde, pubblicato da Allemandi nel 2002. Una raccolta di undici interviste a Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Piero Gilardi, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Gianni Piacentino, Salvo, Gilberto Zorio, gli artisti residenti a Torino. &#8220;Era il periodo eroico- scrive Bandini-in cui questi artisti dialogavano tra di loro, partecipavano insieme alle mostre, procedevano nella ricerca scambiandosi opinioni, critiche, solidarietà[&#8230;]&#8221;. Dialogano ancora oggi gli artisti tra loro? Oppure il mercato li fa dialogare solo con i mecenati? La recente fiera di Artissima, diretta da Luigi Fassi, ha preso ispirazione dal teorico, sperimentatore e progettista americano Richard Buckminster Fuller, elaborando il tema Manuale operativo per Nave Spaziale Terra.</p>
<p>&#8220;Il concetto di Manuale operativo- afferma Fassi a Flash Art- invita a riflettere sulla nostra presenza sul pianeta Terra, una &#8216;nave spaziale&#8217; affidata alla responsabilità collettiva di chi la abita e che ci rende tutti suoi piloti. Come possiamo prendercene cura bilanciandone risorse e sostenibilità per tutti i viventi? Il destino non ci ha lasciato istruzioni, ma Fuller ci esorta a superare le barriere tra discipline e cooperare con uno sguardo più ampio e consapevole. Sono i grandi visionari come gli artisti a tracciare nuove rotte per comprendere il nostro ruolo di timonieri della nave spaziale terra. Gli artisti pensano in modo olistico e indipendente, intuitivo e creativo: sanno trascendere gli specialismi e il valore d’uso immediato, immaginando soluzioni oltre i confini disciplinari. Proprio loro potranno ispirare la stesura di un Manuale operativo. Artissima, crocevia di mondi e personalità che ruotano intorno al sistema dell’arte contemporanea, invita la sua comunità – partecipanti e visitatori – a riflettere su questo tema, per guidare il nostro pianeta nel viaggio attraverso le sfide del presente&#8221;.</p>
<p>Tuttavia, l&#8217;ottimismo di Fassi appare un appello nel vuoto, sono poche le eccezioni di artisti che hanno una visione potente. Uno di questi è l&#8217;americano Peter Fend con l&#8217;insegna luminosa Global Desert, che rappresenta l&#8217;unico spunto utopico insieme alle tele di ragno di Tomás Saraceno. D&#8217;altronde Artissima è una fiera dove l&#8217;obiettivo è mettere in contatto i galleristi e gli artisti con i compratori, ovvero musei e collezionisti. Dunque, caricare di significato una manifestazione commerciale rappresenta un paradosso oppure una velleità di atteggiarsi come un museo che organizza una mostra, ma il mercato dell&#8217;arte è più interessato al valore commerciale di un&#8217;artista che, difficilmente, coincide con una qualità di una opera. Infatti, molte gallerie portano pezzi storicizzati prodotti negli anni Settanta che suscitano, sempre, maggiore interesse. Artissima rimane uno spazio di networking in cui si incontrano gli operatori culturali, dai direttori di musei ai curatori fino all&#8217;editoria specializzata e alle librerie in cui puoi trovare delle vere chicche, come il libro disegnato da Eduardo Paolozzi, inventore della Pop Art insieme a Richard Hamilton. Artissima giunge alla fine di un percorso politico che ha visto la fondazione del Castello di Rivoli come primo museo di arte contemporanea nel 1984. A cui seguirono il Museo di Villa Croce a Genova nel 1985 e il Centro Pecci a Prato nel 1988. Questa avanguardia di Torino ha consolidato nel tempo la predisposizione della città alle arti visive, che resta un unicum italiano anche rispetto a Milano.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-1831" src="https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_4249-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="1920" srcset="https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_4249-200x150.jpg 200w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_4249-300x225.jpg 300w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_4249-400x300.jpg 400w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_4249-600x450.jpg 600w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_4249-768x576.jpg 768w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_4249-800x600.jpg 800w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_4249-1024x768.jpg 1024w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_4249-1200x900.jpg 1200w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_4249-1536x1152.jpg 1536w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_4249-scaled.jpg 2560w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p>Electric Dreams. Art and Technology Before the Internet, ph. E. Piccardo</p>
<p>La fiera torinese riesce ad essere propulsiva di altre attività espositive come Paratissima, alla riscoperta di luoghi abbandonati in cui gli artisti li rivitalizzano con le loro opere o The Others. Tuttavia, c&#8217;è un progetto che più di altri sta riscontrando il gradimento del pubblico e delle istituzioni: Flashback. Ideato da Stefania Poddighe e Ginevra Pucci, con la direzione dell&#8217;artista Alessandro Bulgini, nata come fiera dell&#8217;antiquariato si è trasformata in un continuo dialogo tra passato e futuro. Questo è avvenuto quando Flashback ha ottenuto in gestione l&#8217;ex Istituto Provinciale per l&#8217;Infanzia, un complesso architettonico sulla collina, trasformato in centro di sperimentazione contemporanea attivo tutto l&#8217;anno, con workshop, mostre, concerti, ma che nella settimana dell&#8217;arte torinese ospita la fiera dell&#8217;antiquariato che si mischia con le installazioni degli artisti nelle stanze che ospitavano i piccoli orfani. Uno spazio aperto alle intersezioni transdisciplinari.<br />
L&#8217;occasione del focus sull&#8217;arte consente alla città e al sistema dei musei comunali e alle fondazioni private di organizzare mostre di grande rilievo: E<em>lectric Dreams. Art and Technology Before the Internet</em> e <em>Notti. Cinque secoli di stelle, sogni, pleniluni</em>. <em>Electric Dreams</em> alle OGR, prodotta dalla Tate Modern per la curatela di Val Ravaglia, a cui si è affiancato il curatore dello spazio ospitante Samuele Piazza, è un viaggio, tra gli anni Cinquanta e Novanta del XX secolo, per evidenziare la relazione tra arte, scienza e tecnologia prima della diffusione del World Wide Web avvenuto nel 1989. Così dagli artisti cine visuali italiani come Marina Apollonio, Grazia Varisco, Davide Boriani, Nanda Vigo si passa a Jean Tinguely e le sue macchine, fino alle performance di Heinz Mack nel deserto del Sahara, alle immagini ossessive di François Morellet. Il decennio cinquanta-sessanta è un periodo in cui vi è una estrema fiducia nell&#8217;utopia tecnologica, ben descritto dalla storica Lara Vinca Masini quando parlava degli architetti radicali. Questa fiducia si riverbera proprio in funzione delle invenzioni tecnologiche come la videocamera e i primi computer. &#8220;Nel corso di questi decenni &#8211; scrive Val Ravaglia &#8211; l&#8217;elettronica di consumo si diffuse tra fasce sempre più ampie della popolazione mondiale, diventando onnipresente (almeno nei centri urbani più agiati) e talmente radicata nella vita di tutti i giorni da diventare qualcosa di abituale, quasi una seconda natura: &#8216;estensioni&#8217; non solo delle persone, come suggeriva il sottotitolo del libro Understanding Media di Marshall McLuhan (1964) ma anche degli ambienti in cui vivono&#8221;. A rimarcare queste considerazioni ricordiamo che lo storico dell&#8217;arte Tommaso Trini aveva parlato delle discoteche, i piper, come quello torinese progettato da Pietro Derossi (1933-2025) nel 1966, definendoli<em> divertimentifici</em> in cui la tecnologia ha un ruolo fondamentale. &#8220;Elettricamente esteso &#8211; scrive Trini &#8211; pare, ma di sicuro psicovestito in perfetta letizia, e sempre più desideroso di raccogliersi nella stereoestasi dell’alta fedeltà musicale, questo nostro corpo (circuito) umano viene liberandosi proprio dappertutto&#8221;. Le parole di Trini sintetizzano bene sia il periodo storico sia gli artisti presenti nella mostra torinese.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-1832" src="https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/deguberna1.jpg" alt="" width="1022" height="709" srcset="https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/deguberna1-200x139.jpg 200w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/deguberna1-300x208.jpg 300w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/deguberna1-400x277.jpg 400w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/deguberna1-600x416.jpg 600w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/deguberna1-768x533.jpg 768w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/deguberna1-800x555.jpg 800w, https://www.archphoto.it/wp-content/uploads/2025/11/deguberna1.jpg 1022w" sizes="(max-width: 1022px) 100vw, 1022px" /><br />
Giovanni Battista De Gubernatis, Paesaggio invernale con castello gotico su rupe a picco, Ph. Studio Fotografico Gonella</p>
<p>In un altro contesto, alla GAM (Galleria Civica d&#8217;Arte Moderna e Contemporanea), si sviluppa una mostra dal titolo evocativo <em>Notti. Cinque secoli di stelle, sogni, pleniluni</em>, a cura di Elena Volpato e Fabio Cafagna. Raccontare la notte &#8220;significa coglierne, in varie forme, anche la prossemica &#8211; scrive Cafagna nel catalogo &#8211; il cosmo, immagine per eccellenza della distanza, si fa più vicino grazie agli strumenti ottici; il buio, impedendo la visione in profondità, avvantaggia la concentrazione e rende più prossimo, tangibile e luminoso ciò che si scruta&#8221;. Un viaggio nella notte tra pitture di secoli diversi, strumenti per l&#8217;osservazione dell&#8217;universo, fino a pitture contemporanee come nei casi di Giulio Paolini e Jackson Pollock. Tra i pittori emerge una figura poco nota al grande pubblico, il torinese Giovanni Battista De Gubernatis (1774-1837), con i suoi notturni dalle dominanti blu nei paesaggi alpini e in quelli boschivi, con la costante presenza della luna, la cui luce irradia la notte.La notte viene declinata con una unica disciplina, la pittura, non c’è la fotografia, ad eccezione del cielo stellato di Thomas Ruff, non c’è il cinema. Una precisa scelta curatoriale privilegiando materiali della collezione del museo, nonostante Torino abbia avuto un ruolo anche nelle altre arti visive.</p>
<p>Questa tendenza degli storici dell’arte, alle OGR come alla GAM, che non escono dal loro recinto disciplinare rappresenta una base di riflessione critica. Premesso che è impossibile essere esaustivi per la vastità della produzione artistica e architettonica, ad esempio nel caso di <em>Electric Dreams</em> assistiamo all’assenza di alcuni sperimentatori che hanno usato la tecnologia. Pensiamo a Ugo La Pietra con i suoi caschi sonori per la Triennale di Milano del 1968, al suo commutatore, e ancora alle sperimentazioni tecnologiche dei 9999, nella discoteca Space Electronic e nel concorso per l’Università di Firenze. Mentre nel contesto internazionale spiccano le assenze di Archigram e Yona Friedman. Tuttavia, queste assenze non vanificano la dimensione sperimentale che si respira in questa esposizione. Un discorso analogo ma diverso si può fare per la GAM. La fotografia, in questo caso, non ha avuto residenza, senza comprenderne le motivazioni teoriche, proprio per il significato che la notte ha avuto a partire dal lavoro del fotografo Mario Gabinio, il cui fondo è parte della collezione museale. Allo stesso modo il cinema che annovera i più grandi capolavori girati di notte, da L’infernale Quinlan (1958) di Orson Welles, realizzato in Mexico, a Sabotaggio (1936) di Alfred Hitchcock, ambientato a Londra durante, appunto, un sabotaggio con la metropoli rimasta al buio. Buio nel quale i criminali e i sovversivi hanno la meglio. Dobbiamo recuperare una dimensione intima con la notte, che ci fa percepire diversamente i nostri habitat rurali e urbani, che da sola la pittura non riesce a restituirci. Saremo capaci di vivere il nostro tempo senza la nostalgia ma attualizzando il passato verso il futuro?</p>
<p><a href="mailto:piccardo@archphoto.it"><strong>Emanuele Piccardo</strong></a></p>
<p>25.11.25</p>
<p>Fotografia di copertina: Giovanni Battista De Gubernatis, Luna piena, due figure sulla strada, 1880 ca.,GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino Ph. Studio Fotografico Gonella</p>
</div></div></div></div></div>
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		<author>
			<name>Emanuele Piccardo</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Alessandro Bianchi. Biennale d&#8217;Architettura o tracce di apocalisse?]]></title>
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		<updated>2025-10-27T09:08:35Z</updated>
		<published>2025-10-27T07:15:08Z</published>
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		<summary type="html"><![CDATA[<p>Il verde urbano non è più un dispositivo ornamentale come nella città otto-novecentesca, ma il sintomo più evidente di una ridefinizione problematica della disciplina architettonica. La Biennale di Architettura 2025 curata da Carlo Ratti lo dimostra con chiarezza: le installazioni all’Arsenale esibiscono un’architettura che ha smarrito l’autonomia formale e simbolica e si riconfigura come ...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.archphoto.it/alessandro-bianchi-biennale-darchitettura-o-tracce-di-apocalisse/">Alessandro Bianchi. Biennale d&#8217;Architettura o tracce di apocalisse?</a> proviene da <a href="https://www.archphoto.it">archphoto</a>.</p>
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					<content type="html" xml:base="https://www.archphoto.it/alessandro-bianchi-biennale-darchitettura-o-tracce-di-apocalisse/"><![CDATA[<div class="fusion-fullwidth fullwidth-box fusion-builder-row-6 fusion-flex-container hundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling fusion-animated fusion-custom-z-index" style="--awb-border-radius-top-left:0px;--awb-border-radius-top-right:0px;--awb-border-radius-bottom-right:0px;--awb-border-radius-bottom-left:0px;--awb-z-index:2;--awb-padding-right:28.5%;--awb-padding-left:28%;--awb-padding-right-small:40px;--awb-padding-left-small:40px;--awb-margin-top:30px;--awb-background-color:rgba(17,17,17,0);--awb-flex-wrap:wrap;" data-animationType="fadeIn" data-animationDuration="1.0" data-animationOffset="top-into-view" ><div class="fusion-builder-row fusion-row fusion-flex-align-items-flex-start fusion-flex-content-wrap" style="width:104% !important;max-width:104% !important;margin-left: calc(-4% / 2 );margin-right: calc(-4% / 2 );"><div class="fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-5 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-flex-column" style="--awb-bg-color:#111111;--awb-bg-color-hover:#111111;--awb-bg-size:cover;--awb-width-large:100%;--awb-margin-top-large:0px;--awb-spacing-right-large:1.92%;--awb-margin-bottom-large:40px;--awb-spacing-left-large:1.92%;--awb-width-medium:100%;--awb-order-medium:0;--awb-spacing-right-medium:1.92%;--awb-spacing-left-medium:1.92%;--awb-width-small:100%;--awb-order-small:0;--awb-spacing-right-small:1.92%;--awb-spacing-left-small:1.92%;"><div class="fusion-column-wrapper fusion-column-has-shadow fusion-flex-justify-content-flex-start fusion-content-layout-column"><div class="fusion-text fusion-text-6" style="--awb-text-transform:none;"><p>Il verde urbano non è più un dispositivo ornamentale come nella città otto-novecentesca, ma il sintomo più evidente di una ridefinizione problematica della disciplina architettonica. La Biennale di Architettura 2025 curata da Carlo Ratti lo dimostra con chiarezza: le installazioni all’Arsenale esibiscono un’architettura che ha smarrito l’autonomia formale e simbolica e si riconfigura come agente di adattamento ecologico, spesso subalterno all’emergenza climatica. Il titolo stesso della mostra, “Intelligens. Natural. Artificial. Collective”, mette in scena questa frammentazione: l’intelligenza non è più un attributo dell’architetto-autore, ma una condizione diffusa tra materiali viventi, macchine, comunità, dati e processi biologici. Nella sezione dedicata all’Intelligenza Naturale, installazioni come <em>Elephant Chapel</em> di Boonserm Premthada rendono esplicito il rovesciamento di prospettiva: non è l’architettura a modellare la materia, ma la materia biologica – in questo caso lo sterco di elefante trasformato in mattone – a imporre nuove forme e nuovi limiti.</p>
<p>Qui riecheggiano le intuizioni di Emilio Sereni nel fondamentale saggio del 1961 (Storia del paesaggio agrario italiano): il paesaggio non è un dato naturale, ma il risultato storico delle interazioni tra comunità umane, ambiente e tecniche. Tuttavia, ciò che Sereni leggeva come sedimentazione culturale oggi si trasforma in un’urgenza riflessa, dove l’innovazione edilizia nasce dalla scarsità e dal riuso più che da una visione di lungo periodo. Analogamente, progetti come <em>Architecture as Trees – Trees as Architecture</em> sviluppano un’idea di paesaggio che supera il confine tra costruito e vivente, in linea con quella concezione del “terzo paesaggio” teorizzata da Gilles Clément: residui, margini, zone informali diventano laboratorio ecologico e progettuale. Ma ciò che Clément leggeva come potenzialità critica e libertaria diventa alla Biennale uno spazio di transizione, dove l’architettura sembra arretrare di fronte alla superiorità adattiva della natura. Non c’è più l’albero come metafora, ma l’albero come modello, sostituto, supplenza.</p>
<p>La sezione sull’Intelligenza Artificiale conferma la perdita di una centralità disciplinare. I robot antropomorfi e i sistemi di edilizia automatizzata, le sperimentazioni di materiali riciclati come i FRICKS di Juliana Mariz de Oliveira Simantob, o le ibridazioni bio-digitali di Palm Onto- Intelligence, mostrano una progettazione che si affida alla macchina, al dato, alla simulazione. Il futuro dell’architettura sembra delegato ai processi, più che alle forme. Ma l’uso del digitale non illumina necessariamente una nuova identità: spesso maschera il vuoto decisionale lasciato dall’arretramento politico delle città. Le installazioni che mostrano condizionatori d’aria rovesciati, con flussi caldi che investono i visitatori, non sono semplici allegorie: rivelano che l’architettura è diventata reazione termica, non azione culturale. Qui si intrecciano le denunce di Italo Calvino ne <em>La speculazione edilizia</em> e Antonio Cederna: la città del cemento ha divorato il suolo e ora rincorre il disastro che ha prodotto. Nella sezione dedicata all’Intelligenza Collettiva la crisi si fa esplicita.</p>
<p><em>Vela Celeste</em>, il progetto di CRA per la riqualificazione delle Vele di Scampia, utilizza l’intelligenza artificiale per rielaborare testimonianze e desideri degli abitanti. Ma ciò che appare come partecipazione rischia di essere la prova dell’abdicazione dell’architettura dal ruolo di interprete del collettivo. Non è più il progetto a generare comunità, ma la comunità a fornire i dati per ricostruire il progetto. L’eco di Salvatore Settis è forte: paesaggio e democrazia sono inseparabili, ma qui la democrazia è chiamata a supplire a un immaginario urbano smarrito. Questa dinamica trova un parallelo concreto nella città di Milano, dove la tutela e la gestione del verde urbano sono diventate emergenza quotidiana. Come ribadito dal Garante del verde del Comune di Milano nel comunicato del giugno 2025 (<a href="https://www.comune.milano.it/-/ambiente.-il-comunicato-del-garante-del-verde-del-suolo-e-degli-alberi-4">https://www.comune.milano.it/- /ambiente.-il-comunicato-del-garante-del-verde-del-suolo-e-degli-alberi-4</a>), è fondamentale ridurre le isole di calore, aumentare alberi e superfici drenanti, creare spazi verdi diffusi e curati. Non basta piantare nuova vegetazione: occorre una pianificazione capillare e condivisa, con gestione pubblica e coinvolgimento dei cittadini, perché il verde diventi davvero infrastruttura ecologica e sociale. L’Arsenale mostra cosa significa pensare l’intelligenza collettiva applicata al verde urbano: la tecnologia, i dati e la comunità possono guidare scelte sostenibili, ma solo se la manutenzione e la cura quotidiana non restano marginali. Lo stesso vale per installazioni come <em>The Other Side of the Hill</em> o <em>HouseEurope!</em>, che esplorano forme condivise dell’abitare e dell’identità europea.</p>
<p>L’architettura collettiva appare come risposta etica al collasso ambientale, ma spesso resta confinata alla dimensione simbolica della mostra, senza incidere sulle pratiche reali delle metropoli. Milano, con la sua rete frammentata di parchi e superfici impermeabilizzate, mostra quanto le linee guida del Garante del verde siano essenziali ma insufficienti senza un progetto urbano che ridia centralità culturale al paesaggio. Così, mentre le reti ecologiche urbane vengono evocate come infrastrutture necessarie, è nella Biennale che si consuma il paradosso: l’architettura diventa interprete di un’intelligenza diffusa solo nel momento in cui rinuncia a essere forma che costruisce storia. Le Corderie dell’Arsenale, con interventi come Speakers’ Corner di Hawthorne, Johnston Marklee e Rodriguez, trasformano lo spazio espositivo in luogo di dibattito pubblico, ma il rischio è che la parola sostituisca il progetto. In questo orizzonte la riflessione di Rosario Assunto sul giardino come esperienza estetica e spirituale risuona in modo ambiguo. Il verde urbano, nelle mostre e nelle città, non è più progetto simbolico: è hardware climatico, dispositivo di sopravvivenza. La rinaturalizzazione delle infrastrutture, la vegetazione spontanea, i tetti verdi, le facciate vegetali che nell’Arsenale sono suggeriti come scenari possibili, richiedono decenni di cura, suolo vivo, continuità politica. Ma l’immagine del verde nelle installazioni – come nei rendering urbani – è quasi sempre adulta, compiuta, senza la fatica della crescita. Lucidissima e straordinariamente drammatica, per intensità evocativa e winckelmanniana profondità, la chiusa sull’architettura contemporanea nell’editoriale di Platform #54, <em>New Humanism, </em>di Luca Molinari: “… perché solo così si potrà percepire nella maniera più ampia il contributo che questa disciplina così antica e insieme contemporanea potrà oJrire a un mondo che cambia passeggiando con leggerezza sul filo tagliente dell’apocalisse”.</p>
<p>In conclusione, le parole di Settis e Cederna trovano così una tragica conferma: la distruzione del paesaggio è distruzione di cittadinanza. La Biennale mette in scena la possibilità di un’architettura rinnovata, ma solo se l’intelligenza naturale, artificiale e collettiva non diventa l’ennesima estetica del rimedio. Il verde urbano deve tornare a essere progetto di identità, non solo terapia. Finché l’architettura resterà subordinata alle conseguenze del cambiamento climatico, e non parte attiva della trasformazione culturale che questo impone, la sua intelligenza – naturale, artificiale o collettiva – resterà sospesa tra installazione e resa.</p>
<p><a href="mailto:abianchi@abad.it"><strong>Alessandro Bianchi</strong></a></p>
<p>27.10.25</p>
<p>Fotografia di copertina di Luca Guido.</p>
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		<author>
			<name>Emanuele Piccardo</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Emanuele Piccardo. Intervista a Agostino Petrillo]]></title>
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		<updated>2025-08-20T08:17:35Z</updated>
		<published>2025-08-20T07:48:39Z</published>
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					<content type="html" xml:base="https://www.archphoto.it/emanuele-piccardo-intervista-a-agostino-petrillo/"><![CDATA[<div class="fusion-fullwidth fullwidth-box fusion-builder-row-7 fusion-flex-container hundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling fusion-animated fusion-custom-z-index" style="--awb-border-radius-top-left:0px;--awb-border-radius-top-right:0px;--awb-border-radius-bottom-right:0px;--awb-border-radius-bottom-left:0px;--awb-z-index:2;--awb-padding-right:28.5%;--awb-padding-left:28%;--awb-padding-right-small:40px;--awb-padding-left-small:40px;--awb-margin-top:30px;--awb-background-color:rgba(17,17,17,0);--awb-flex-wrap:wrap;" data-animationType="fadeIn" data-animationDuration="1.0" data-animationOffset="top-into-view" ><div class="fusion-builder-row fusion-row fusion-flex-align-items-flex-start fusion-flex-content-wrap" style="width:104% !important;max-width:104% !important;margin-left: calc(-4% / 2 );margin-right: calc(-4% / 2 );"><div class="fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-6 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-flex-column" style="--awb-bg-color:#111111;--awb-bg-color-hover:#111111;--awb-bg-size:cover;--awb-width-large:100%;--awb-margin-top-large:0px;--awb-spacing-right-large:1.92%;--awb-margin-bottom-large:40px;--awb-spacing-left-large:1.92%;--awb-width-medium:100%;--awb-order-medium:0;--awb-spacing-right-medium:1.92%;--awb-spacing-left-medium:1.92%;--awb-width-small:100%;--awb-order-small:0;--awb-spacing-right-small:1.92%;--awb-spacing-left-small:1.92%;"><div class="fusion-column-wrapper fusion-column-has-shadow fusion-flex-justify-content-flex-start fusion-content-layout-column"><div class="fusion-text fusion-text-7" style="--awb-text-transform:none;"><p style="text-align: left;">EP: L&#8217;attualità delle inchieste milanesi sull&#8217;urbanistica mette in evidenza una crisi del governo del territorio, laddove la magistratura colma i vuoti della politica. Come usciamo da questa situazione?</p>
<p style="text-align: left;">AP: La vocazione suppletiva della magistratura è indicativa di una crisi al contempo ideale e ideativa della politica e in particolare della sinistra. Sarebbe però ingiusto gettare la croce unicamente sul PD milanese, che sconta a mio avviso gli stessi gravissimi limiti che il partito manifesta in tutto il Paese.<br />
Sono limiti non solo politici, ma tristemente anche culturali. Scarso aggiornamento, visioni miopi e legate alla contingenza, incapacità di pensare la città con un respiro ampio, con un qualunque tipo di progetto alternativo, al limite anche discutibile, ma dotato di una sua visibilità e di una sua autonomia rispetto alla mera amministrazione di quel che capita. Ho recentemente polemizzato su Facebook con Pierfrancesco Majorino che di quel PD è esponente &#8211; forse in termini anche troppo accesi rispetto alla rilevanza del suo intervento- perché mi hanno irritato le retoriche della “ingenuità” e del “non capire” che emergevano dall’intervista da lui rilasciata a “Repubblica” qualche giorno fa. Non c’era molto da capire in quanto stava avvenendo, che era, come dicevano gli antichi, coram populo. Non era possibile non rendersene conto, a meno che non si pensasse sotto sotto che quel modo di gestire la città fosse uno dei pochi possibili, e che in un certo modo andasse se non sostenuto, almeno “coperto”. Non so come se ne esce. La cultura politica della sinistra è tutta da ricostruire, certo può giovare ricucire i rapporti con il variegato mondo dei comitati e dell’associazionismo, ma a costo di apparire “Novecentesco” come si dice orribilmente oggi penso che solo la rinascita di ideologie, di linee di pensiero forte possa porre rimedio a quanto si è lacerato nei rapporti tra partiti e masse, tra partiti storici e movimenti sociali. Diceva Max Weber che la differenza tra il politico e l’amministratore è che il primo indica in che direzione bisogna andare, l’altro fa funzionare la macchina. Può darsi sia una visione rétro, ma sono convinto che i partiti storici dovrebbero cominciare a guardare maggiormente alla loro base e alle aree che non sono coperte dalla loro azione, seguendo peraltro un trend di lungo periodo, che ha visto la storia dei partiti politici continuamente segnata da una serie di cesure, di modificazioni e di trasformazioni interne. Oggi occorre una energica ripoliticizzazione della sinistra, altrimenti si lascia l’iniziativa politica di base nelle mani di Alternative fuer Deutschland e compagnia bella…</p>
<p style="text-align: left;">EP: Il modello Milano osannato da molti come salvifico della città, in realtà si è dimostrato inutile sul piano urbanistico e architettonico producendo edilizia e favorendo la costruzione della non città&#8230;</p>
<p style="text-align: left;">AP: Sì, anche se io ritengo che l’errore sia stato in un certo senso “obbligato”, se si partiva da una determinata concezione dell’economia e dello “sviluppo”. Non credo che Sala sia uno sciocco, e non sta a me dire se si sia direttamente macchiato di irregolarità e di infrazioni della legge; ho già scritto diverse volte, per esempio sulle pagine di “Terzogiornale” e di “Machina” che penso che sapesse molto bene quel che stava facendo, e che la responsabilità principale del sindaco sia stata quella di avere spinto Milano su di un percorso sbagliato. Forse è una responsabilità ancora più grave di quelle che gli vengono ora addossate, dato che ha conseguenze non solo per il passato, ma anche per il futuro. Penso che sia più sensato chiedersi il perché di quanto avvenuto, e domandarsi se la strada imboccata da Milano e dal Paese negli ultimi decenni conduca da qualche parte. Se nella ex “capitale morale” succede il misero pasticcio che succede ci deve essere una ragione, che va al di là del fatto che Catella non sia uno stinco di santo, e neppure lo sia Sala. Certo il ricorso alle SCIA per costruire grattacieli è stato un mezzuccio tutto sommato squallido, ma in fondo rientra in una “via del mattone” che è stata invece perseguita con metodo per oltre un decennio, e che affonda le sue radici ancora nella precedente giunta Pisapia. Dopo la Expo del 2015, che ha rappresentato uno spartiacque, Milano è uscita dalla palude in cui si era impantanata con la crisi del 2008, e si è incamminata su di un percorso classico di finanziarizzazione del capitale edilizio, già descritto dettagliatamente da studiosi come David Harvey, e di iper-gentrificazione mascherata da “rigenerazione urbana”. Sul terreno della città sono stati operati interventi “a macchie di leopardo”, senza una reale pianificazione dello sviluppo urbano, alimentati da un rivolo di quattrini provenienti dalle parti più disparate, da un flusso continuo di capitali pronti a investire. Per come la vedo io non si è trattato solo di una faccenda locale, di “cattiva politica”, e rimane da comprendere quanto si sia trattato di una scelta per alcuni versi “condizionata” da elementi contingenti, e quanto ci fossero invece delle alternative a questo modello di “sviluppo”. Un modello Milano che nell’affermarsi ha finito per divorare le altre potenzialità presenti, riducendosi a poco più di una monocoltura del mattone con una spruzzata di Grandi Eventi. Se voleva rimanere “Global City” la città doveva inventarsi qualcosa. Il capoluogo lombardo ha resistito al declino complessivo del Paese proprio in virtù della sua posizione particolare, in quanto ganglio delle grandi economie urbane planetarie, gateway dei capitali in cerca di valorizzazione nell’Europa meridionale. Economie cui ha cercato disperatamente di rimanere attaccato. Certo Milano sotto questo profilo non è l’unica ad avere perseguito questa via, altre città italiane, sia pure in maniera meno appariscente si sono mosse in direzioni analoghe, magari ricorrendo come ha fatto Firenze alla svendita del patrimonio storico e alla turistificazione del centro. Ma questo è il triste risultato di scelte politiche di governo che hanno portato negli ultimi decenni a un fenomeno di “autocannibalismo” e di premio alla rendita, altra faccia della progressiva desertificazione industriale del paese. E va ricordato che il mattone, oltre a essere soggetto ad andamenti ciclici, non si può esportare…</p>
<p style="text-align: left;">EP: Rem Koolhaas parlando di Città generica ha sempre affermato che il mercato non lo si cambia. Lui lo ha sfruttato a suo vantaggio, forse è l&#8217;unico esempio in cui si riesce a parlare di architettura. Cosa ne pensi?</p>
<p style="text-align: left;">AP: Non saprei. Mi pare che Koolhaas parlasse già di un’altra epoca, oggi tramontata. Dov’è più la “città generica”? I tempi cambiano, i venture capitals divengono più schizzinosi, le Global Cities competono in maniera sempre più accesa per accaparrarsi gli agognati investimenti esteri e si devono specializzare, si ritrovano obbligate a rinnovarsi differenziandosi. Chi resta indietro scende dalla giostra. Ed è una giostra in cui conta anche sempre più la morfologia, intesa in senso durkheimiano, come quantità, demografia. Milano ormai fa ridere se si guardano i numeri delle metropoli che veramente importano a livello planetario, e non ha alcuna specializzazione che sia unicamente sua, ormai le sfilate di moda le fanno anche a Shanghai o a Istanbul. Negli anni ruggenti della globalizzazione la questione era la capacità delle città di farsi valere nell’ aggressivo scenario della competizione globale, l’abilità delle amministrazioni nel direzionare e influenzare i mondi della finanza, della tecnologia e dell’informazione. Oggi l’impressione è che ci troviamo in un diverso scenario e le città siano sempre meno in grado di governare i flussi, è un po’ come aveva intuito che sarebbe andata a finire il sociologo Manuel Castells, e sotto questo profilo sono solo amministrazioni molto robuste e strutturate quelle che riescono ancora a condizionare lo sviluppo urbano: Monaco di Baviera, Parigi. La città spesso la fanno altri, i grandi potentati economici.</p>
<p style="text-align: left;">EP: Quello che emerge dallo sterile dibattito sull&#8217;affare Milano è che improvvisamente ci si è accorti che la città aveva adottato un modello, il grattacielo, senza definire un progetto urbano. Basta pensare all&#8217;area Garibaldi-Repubblica-Porta Nuova per farsi una idea della Coima City.</p>
<p style="text-align: left;">AP: Naturalmente quella Milano è orrenda. Ma non lo è solo sotto il profilo estetico, il che sarebbe come sempre opinabile, in quanto appunto giudizio estetico, lo è perché nata morta, priva di vita sociale. Il grattacielo per la verità non è un male in sé, al di là del fatto che possa non piacere, il disastro è stato distruggere la socialità nel centro, lasciare che chiudessero cinema d’essai e cabaret, sgomberare i centri sociali, mentre venivano progressivamente scacciati i giovani verso le periferie, e si lasciavano agonizzare le industrie creative e le realtà del piccolo artigianato. L’irrompere dei quattrini dei grandi fondi di investimento e delle piattaforme ha voluto dire la rovina di un patrimonio storico di capacità creativa. Può anche darsi che lo si sia giudicato inutile rispetto alla via che aveva scelto di prendere la città, ma oggi il centro di Milano è un cumulo di paccottiglia architettonica abitata da una ricchezza arrogante e cafona, mentre la cultura è museificata e incanaglita, basata su mostre di richiamo principalmente turistico.</p>
<p>EP: Insieme ad altri intellettuali, docenti del Politecnico di Milano, sei stato uno dei pochi a prendere posizione sul rapporto opaco tra potere politico, architetti e potere economico. Come mai c&#8217;è così tanta paura a esprimere una posizione critica?</p>
<p style="text-align: left;">AP: La cosa non data da ieri. C’è stato un lento logorio dell’intellighenzia milanese, sempre più autoreferenziale, e un progressivo sganciamento dell’Università dalla realtà sociale. Per anni le ricerche empiriche su Milano sono state poche e parziali, e spesso si è preferito sorvolare su questioni che parevano complesse o di difficile approccio. Abbiamo dovuto aspettare un bel po’ prima che qualcuno cominciasse a rendersi conto dell’esplodere di una questione abitativa senza precedenti, delle modifiche della stratificazione sociale della città, e quando ci si è trovati di fronte a una realtà profondamente mutata in parecchi hanno pensato che fosse tardi per intervenire. La paura poi è un altro discorso…diceva Hegel quando lo criticavano per la sua cautela nei confronti delle autorità, che: “anche i professori hanno i loro problemi”, e per dirla in altro modo, con un grande milanese, “se uno il coraggio non ce l’ha, non può darselo”…<br />
In ogni caso negli ultimi tempi c’è stato un risveglio, un sussulto di coscienza civile, lo testimoniano l’appello degli urbanisti, il lavoro di denuncia svolto da Lucia Tozzi, un nuovo appello che è in preparazione in questi giorni e che dovrebbe essere reso pubblico a breve, e che anche io ho sottoscritto.</p>
<p style="text-align: left;">EP: Credo che alla fine, come ci insegnano altre storie italiane, questa inchiesta finirà con una reprimenda dall&#8217;amaro sapore moralista, che non interessa nessuno, in quanto i poteri in una città come Milano si parlano e si frequentano, con la sensazione che tutto vengo assorbito in una normalità di comportamenti e azioni&#8230;</p>
<p style="text-align: left;">AP: La vera difficoltà ritengo che non risieda nella esibizione di pubbliche scuse e ammende, nel battersi il petto, nelle abiure di maniera e nel riconoscere i propri peccati, sempre che questo venga fatto. Dal mio punto di vista quel che realmente importa è un cambiamento netto di rotta, un recedere dalla follia immobiliarista, una svolta verso diversi modelli socio-economici. Non ho nulla contro Manfredi Catella, che fa il suo mestiere, ma è chiaro che i destini di una città come Milano dovevano deciderli altri, non il “re degli immobiliaristi” e la sua corte dei miracoli in Comune. Perseverare sulla strada finora percorsa è diabolico, e credo che non porterà niente di buono. Si intravede in prospettiva una sorta di “americanizzazione” in negativo della città, sempre più socialmente e spazialmente divisa, “punitiva”, ostile, ben lontana da quella realtà urbana soft e “attraversabile”, che preconizzavano i teorici postmodernisti di Milano “città infinita” solo una ventina di anni fa. Una città divisa che si è costituita a scapito di un’altra Milano che avrebbe potuto essere, e che, nelle pieghe della metropoli attuale ancora esiste e resiste. Temo però che, come tu suggerisci, le cose continueranno più o meno, magari in maniera meno clamorosa, nella direzione attuale.<br />
Per cambiare orientamento occorrerebbe un sussulto della politica e della società civile, bisognerebbe dimenticare la Milano odierna, ridimensionarne gli aspetti negativi, e pensare a nuovi processi di rinnovamento della città, che possano vedere momenti di coinvolgimento delle realtà locali, dei comitati degli abitanti, delle associazioni. Una trasformazione urbana che non si riduca a una trattativa sempre perdente tra amministrazioni e immobiliaristi. Ma perché questo avvenga occorre una svolta, occorrerebbe segnare discontinuità nette rispetto alla gestione neo-liberale della città, introdurre modalità di amministrazione, che non siano solo “governance” mirata al quattrino e partecipazionismo di facciata, ma che contemplino un’apertura al sociale, la fondazione di un sistema pattizio e dinamico tra istituzioni e realtà locali. Utopie??…</p>
<p style="text-align: left;">EP: Cosa pensi dei giovani progettisti che incontri ogni anno nei tuoi corsi, come reagiscono a questi fatti? Spesso c&#8217;è ammirazione ed emulazione nei confronti di certi comportamenti degli architetti che, pur di veder realizzato il loro progetto, solo per ragioni economiche, non certo perché vogliono fare architettura che evidentemente non riescono a produrla per manifesta incapacità, stringono alleanze, fanno pressioni. Che insegnamento lasciamo in eredità alle nuove generazioni?</p>
<p style="text-align: left;">AP: Per quanto mi riguarda cerco prima di tutto di fornire agli studenti importanti informazioni di base che permettano loro di orientarsi, sottolineando la politicità del ruolo dell’architetto e dell’urbanista. In genere le mie sollecitazioni vengono apprezzate, anche perché nell’ambito degli altri corsi che frequentano questi temi sono per lo più spesso sfiorati, ma raramente approfonditi. Non vedo cinismo, c’è molta ingenuità in loro, una sorprendente naiveté, che è peraltro un tratto generazionale: si stupiscono quando vengono mostrate dinamiche e poste in gioco delle professioni che vorrebbero andare a svolgere. C’è però anche curiosità e desiderio di sapere, anche perché, informandosi principalmente sui social, rimane loro preclusa la storicità dei processi, l’accesso a quanto avvenuto prima. Nonostante le difficoltà e la formazione pregressa spesso lacunosa, quando vengono loro presentate vicende come quella di cui parliamo oggi, anche solo per accenno, o a volte inquadrandole in un più ampio contesto, cominciano a porsi domande, qualcuno chiede anche di fare la tesi su temi che siano legati alle trasformazioni ultime della città. Insomma, c’è speranza…</p>
<p>20.8.25</p>
<p>Agostino Petrillo, architetto e sociologo urbano, Professore Associato al Politecnico di Milano.</p>
<p>Fotografia di copertina: Porta Nuova, ph. Marco Introini.</p>
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			<name>Emanuele Piccardo</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Marco Assennato. Milano : architettura e urbanistica nella crisi della democrazia.]]></title>
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		<published>2025-08-08T06:27:35Z</published>
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					<content type="html" xml:base="https://www.archphoto.it/marco-assennato-milano-architettura-e-urbanistica-nella-crisi-della-democrazia/"><![CDATA[<div class="fusion-fullwidth fullwidth-box fusion-builder-row-8 fusion-flex-container hundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling fusion-animated fusion-custom-z-index" style="--awb-border-radius-top-left:0px;--awb-border-radius-top-right:0px;--awb-border-radius-bottom-right:0px;--awb-border-radius-bottom-left:0px;--awb-z-index:2;--awb-padding-right:28.5%;--awb-padding-left:28%;--awb-padding-right-small:40px;--awb-padding-left-small:40px;--awb-margin-top:30px;--awb-background-color:rgba(17,17,17,0);--awb-flex-wrap:wrap;" data-animationType="fadeIn" data-animationDuration="1.0" data-animationOffset="top-into-view" ><div class="fusion-builder-row fusion-row fusion-flex-align-items-flex-start fusion-flex-content-wrap" style="width:104% !important;max-width:104% !important;margin-left: calc(-4% / 2 );margin-right: calc(-4% / 2 );"><div class="fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-7 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-flex-column" style="--awb-bg-color:#111111;--awb-bg-color-hover:#111111;--awb-bg-size:cover;--awb-width-large:100%;--awb-margin-top-large:0px;--awb-spacing-right-large:1.92%;--awb-margin-bottom-large:40px;--awb-spacing-left-large:1.92%;--awb-width-medium:100%;--awb-order-medium:0;--awb-spacing-right-medium:1.92%;--awb-spacing-left-medium:1.92%;--awb-width-small:100%;--awb-order-small:0;--awb-spacing-right-small:1.92%;--awb-spacing-left-small:1.92%;"><div class="fusion-column-wrapper fusion-column-has-shadow fusion-flex-justify-content-flex-start fusion-content-layout-column"><div class="fusion-text fusion-text-8" style="--awb-text-transform:none;"><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il caso Milano potrebbe essere occasione preziosa per aprire un dibattito sull’avvenire delle grandi aree metropolitane e, più in generale, potrebbe funzionare come esperimento mentale per immaginare innovative configurazioni del nesso tra sviluppo tecnologico, saperi specialistici e strategie politiche. Perché ciò accada, come è stato ampiamente notato, pare fondamentale tuttavia sgomberare il campo da falsi dibattiti, primo fra tutti quello che oppone gli alfieri del garantismo agli appassionati del tintinnar di manette. Sappiamo già, del resto, che il ginepraio polemico attorno alle scelte della Procura verrà ridimensionato da condanne certe per il conflitto di interessi e i vergognosi passaggi di danaro (diretti o indiretti) che coinvolgono alcuni protagonisti di questa vicenda; mentre ridotte saranno le responsabilità di chi si presenta come </span><em><span lang="it-IT">tecnico </span></em><span lang="it-IT">latore di consigli informati, poiché – giusto o sbagliato che sia – la familiarità, la commistione e la frequentazione tra esperti, amministratori e operatori economici non configura, di per sé, reato perseguibile dalla legge. E neppure lo è la scelta, tutta politica, di permettere il mancato pagamento di quote importanti degli oneri di urbanizzazione. Come sappiamo benissimo, altresì, che quanto avanza del discorso pubblico sulla cosiddetta </span><em><span lang="it-IT">cementificazione</span></em><span lang="it-IT"><em>,</em> sulla opportunità (o meno) delle torri e dei grattacieli, o su scelte </span><em><span lang="it-IT">stilistiche</span></em><span lang="it-IT"> (alla moda o tradizionali), verrà presto rubricato, come merita, nella sezione “specchietti per le allodole” (o per gli allocchi) della memoria collettiva.</span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">A me pare che vi siano invece due livelli di fondamentale importanza in questa vicenda. Il primo, sul quale hanno già scritto – e benissimo – Ida Dominijanni, Rossella Marchini (su </span><span lang="it-IT">Dinamopress<sup class='footnote' id='fnref-1792-1'><a href='#fn-1792-1' rel='footnote'>1</a></sup> </span><span lang="it-IT">), Alessandro Coppola (su </span><span lang="it-IT">Jacobin<sup class='footnote' id='fnref-1792-2'><a href='#fn-1792-2' rel='footnote'>2</a></sup> </span><span lang="it-IT">) e Roberto D’Agostino (su </span><span lang="it-IT">il manifesto<sup class='footnote' id='fnref-1792-3'><a href='#fn-1792-3' rel='footnote'>3</a></sup> </span><span lang="it-IT">), Elena Granata (su<a href="https://www.archphoto.it/emanuele-piccardo-intervista-a-elena-granata/"> archphoto</a>) ed al quale </span><span lang="it-IT">Effimera</span><span lang="it-IT"> dedica un copioso dossier<sup class='footnote' id='fnref-1792-4'><a href='#fn-1792-4' rel='footnote'>4</a></sup> </span><span lang="it-IT">, riguarda </span><span lang="it-IT">la <em>crisi dell’urbanistica. </em></span><span lang="it-IT">Il secondo, più raro nei commenti, concerne direttamente </span><span lang="it-IT">le<em> pratiche architettoniche</em></span><span lang="it-IT">. Entrambe queste crisi, si badi bene, sono perfettamente generalizzabili a tutte le grandi aree metropolitane del globo e incrociano questioni decisive di ordine politico e democratico.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Crisi dell’urbanistica</span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT"> Com’è ovvio lo spazio urbano, la metropoli, la città possono essere studiati, analizzati, compresi da diversi punti di vista e diverse possono essere le discipline implicate nella gestione e nella trasformazione dell’abitare umano associato. L’urbanistica è una disciplina specifica – una tra le tante – che ha una sua storia, peraltro assai recente, che non va confusa nel calderone indistinto e </span><em><span lang="it-IT">à la page</span></em><span lang="it-IT">, degli </span><em><span lang="it-IT">urban studies</span></em><span lang="it-IT">. Insomma non tutte le politiche urbane, </span>né tutti i discorsi sulla città<span style="font-family: Garamond, serif; color: #000000;">, </span><span lang="it-IT">sono (o richiedono) </span><em><span lang="it-IT">urbanistica</span></em><span lang="it-IT">. Credo valga ancora, a questo proposito, la lezione di Manfredo Tafuri<sup class='footnote' id='fnref-1792-5'><a href='#fn-1792-5' rel='footnote'>5</a></sup>, </span><span lang="it-IT">secondo il quale l’urbanistica </span><span lang="it-IT">è, </span><span lang="it-IT">essenzialmente, </span><span lang="it-IT">una tecnica per la regolazione (e la limitazione) della speculazione edilizia e fondiaria. Non a caso essa nasce insieme alle teorie liberali conseguenti allo sviluppo capitalistico europeo di fine ottocento, successivo alla grande crisi del 1870 e all’avvio dell’industrializzazione tedesca. Sviluppo industriale e organizzazione produttiva della città necessitavano di liberare i terreni da vincoli feudali, da posizioni di rendita o vantaggi speculativi che potevano agire da freno allo sviluppo o minacciavano di deformarne le dinamiche. </span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">In tal senso la storia della cultura urbanistica moderna segue (e spesso anticipa e promuove) ideologicamente i grandi principi liberali delle teorie del libero mercato perfetto (dei suoli), si riconfigura dentro</span> <span lang="it-IT">i grandi squilibri di inizio</span><span lang="it-IT"> del novecento e trova poi la sua forma matura, come </span><span lang="it-IT"><em>pianificazione</em> <em>urbana e territoriale</em></span><span lang="it-IT"> già prima della grande crisi del ’29 e delle teorie anticicliche di Lord Keynes. La posta in gioco della città </span><em><span lang="it-IT">pianificata</span></em><span lang="it-IT"> – liberale e socialdemocratica, in Europa e USA, o comunista negli esperimenti sovietici del post ’17 – è tutta interna allo sviluppo della modernizzazione capitalistica, seppure essa vi si muove a differenti gradienti di critica. Dacché sarebbe stata una modernizzazione impossibile se non integrava stato e mercato, mettendo in equilibrio (ovvero facendo funzionare insieme) conflitti sociali e interessi privati. </span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Hanno ragione, in tal senso, Dominijanni, Marchini, Coppola, Granata e D’Agostino, nel sottolineare il carattere generalmente “progressista” della cultura urbanistica, che può senza tema di smentita essere definita, come scriveva Giulio Carlo Argan in un testo seminale di fine degli anni ’50, «un capitolo della cultura riformistica europea»<sup class='footnote' id='fnref-1792-6'><a href='#fn-1792-6' rel='footnote'>6</a></sup> </span><span lang="it-IT">. Ora il caso Milano mostra all’attenzione pubblica ciò che sappiamo da almeno mezzo secolo: </span><span lang="it-IT">ovvero il completo smarrimento dell’urbanistica di fronte </span><span lang="it-IT">a dinamiche del capitale che di riformista non hanno più nulla e che si configurano, oggettivamente, come contraddittorie rispetto a qualsiasi forma di partecipazione, conflitto e decisione democratica. Qui dovremmo aprire il dibattito e chiederci con spirito del tutto disincantato: quale politica possiede la forza per sottrarre al connubio patologico tra amministrazione pubblica, fondi finanziari speculativi, attori immobiliari e </span><span lang="it-IT">expertise</span><span lang="it-IT"> tecnocratica, la trasformazione delle grandi aree metropolitane e dei nostri territori? Basta, come ha suggerito Cristina Tajani sul </span><span lang="it-IT">Corriere</span><span lang="it-IT"> del 31 luglio, far ricorso a strumenti di </span><span lang="it-IT">due diligence</span><span lang="it-IT"> che permettano a Comuni e Municipi di scegliere attori finanziari «non fortemente speculativi» e disponibili ad agire su «prospettive meno redditizie a breve termine ma di lunga durata»<sup class='footnote' id='fnref-1792-7'><a href='#fn-1792-7' rel='footnote'>7</a></sup> ? O, ancora, sono sufficienti le pur ragionevoli e necessarie modifiche delle scelte sulla fiscalità, la sospensione dei regimi d’eccezione post-Expo su cui in molti ragionano, a proposito di Milano? </span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">A me pare che per evitare qui un dibattito altrettanto sterile che quelli oggi prevalenti sulla stampa italiana, occorra domandarsi quale soggettività politica, quale </span><em><span lang="it-IT">livello istituzionale</span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span lang="it-IT">, </span></span></span><span lang="it-IT">insomma </span><em><span lang="it-IT">chi può </span></em><span lang="it-IT">(chi ha sufficientemente forza per) «rallentare, selezionare e diversificare» (come invita a fare Alessandro Coppola) «la mobilità del capitale» e la sua riproduzione urbana? Possiamo limitarci a redarguire i gestori degli enti locali – il Comune e i suoi Municipi – per la loro mancanza di coraggio e ricordare agli amministratori il loro </span><em><span lang="it-IT">dovere</span></em><span lang="it-IT"> di difesa dei pubblici diritti contro i privati interessi? O non è forse necessario chiedersi perché mai ciò non accada praticamente più? Ed avviare una ricerca, difficile, rigorosa ma possibile attorno a contropoteri efficaci e realistici rispetto alla delirante dinamica del capitale contemporaneo e delle sue politiche. </span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">La questione urbana, come ci hanno insegnato Henri Lefebvre, Manuel Castells e David Harvey, si dipana dentro alla generale contesa sulle forme della produzione, della circolazione e del consumo. Essa insomma intreccia le dinamiche della riproduzione sociale (il diritto all’abitare, alla salute, all’ambiente, al consumo etc.) e della funzione produttiva dello spazio. Quando diciamo </span><span lang="it-IT">crisi dell’urbanistica</span><span lang="it-IT"> allora dobbiamo leggere: crisi del diritto, crisi della politica. Ma non basta fare appello a un generico </span><em><span lang="it-IT">Rechtswollen</span></em><span lang="it-IT">, e neppure temo sia sufficiente individuare, come è stato già egregiamente fatto, i gruppi sociali vincenti (finanza, ceti proprietari alti, ceti medi patrimonializzati) e chi perde (precariato cognitivo e migrante) nella città della rendita, e delle «tecnologie finanziarie avanzate», per uscire dalla miseria<sup class='footnote' id='fnref-1792-8'><a href='#fn-1792-8' rel='footnote'>8</a></sup> </span><span lang="it-IT">. Occorre piuttosto individuare i livelli istituzionali corretti (con tutta probabilità multiscalari), interrogare i movimenti di soggettivazione, i conflitti esistenti, pensare la politica oltre il privato e il pubblico, per costruire un progetto comune contro la metropoli dei </span><em><span lang="it-IT">Reit</span></em><span lang="it-IT"> (</span><span lang="it-IT">Real Estate Investment Trust) e dei loro servitori</span><span lang="it-IT">. </span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Parafrasando il titolo del bellissimo padiglione Austria della (per il resto assai volgare) Biennale di Architettura di Venezia 2025, occorre immaginare una nuova </span><em><span lang="it-IT">Agency for Better Living</span></em><span lang="it-IT">: uno spazio di negoziazione collettiva tra attivisti, movimenti per la casa, conflitti urbani diffusi, forme di sindacalizzazione delle grandi reti logistiche, amministrazioni pubbliche, architetti e urbanisti capace di darsi una strategia politica. In altri termini, mi pare che nessuna politica pubblica illuminata, </span><em><span lang="it-IT">top-down</span></em><span lang="it-IT">, nessuna nuova pianificazione, nessun appello </span><em><span lang="it-IT">riformistico</span></em><span lang="it-IT">, può reggere le sfide contemporanee, senza incontrare e lasciarsi attraversare dal corpo vivo delle moltitudini precarie, del lavoro cognitivo e migrante, dall’accumulo di esperienze </span><em><span lang="it-IT">bottom-up</span></em><span lang="it-IT"> dei tanti spazi occupati, delle pratiche di riuso e solidarietà collettiva</span><span lang="it-IT">, </span><span lang="it-IT">di biodiversità urbana, di lotta antirazzista, che pure sono necessarie alla vita della metropoli biopolitica contemporanea. Ma ciò non può avvenire irenicamente. Voglio dire che non si tratta qui di un generico appello ad attivare forme di democrazia locale<sup class='footnote' id='fnref-1792-9'><a href='#fn-1792-9' rel='footnote'>9</a></sup> . La partecipazione civica, si sa, è sempre attraversata da segmenti di classe, frontiere proprietarie, <em>enclosures</em> e dispositivi di bando. Si tratta di fare irrompere la potenza democratica, la <em>mésentente</em> come la chiama Jacques Rancière<sup class='footnote' id='fnref-1792-10'><a href='#fn-1792-10' rel='footnote'>10</a></sup> , nel dibattito, di piegare e iscrivere la riflessione urbanistica all’interno dei conflitti che attraversano gli spazi metropolitani: così riscrivere la tecnica urbanistica con la politica e attrezzare il discorso politico di tecniche adeguate.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Crisi dell’architettura?</span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Qui, sono d’accordo con D’Agostino, incontriamo il secondo aspetto fondamentale della questione Milano: accanto alla crisi dell’urbanistica, la trasformazione neoliberale del </span><em><span lang="it-IT">fare</span></em><span lang="it-IT"> architettura. Questo aspetto è praticamente escluso dalla discussione, se si fa eccezione per alcune considerazioni preziose di <a href="https://www.archphoto.it/emanuele-piccardo-intervista-a-paolo-brescia-obr/"><strong>Emanuele Piccardo e Paolo Brescia</strong></a>. Eppure non è questione da specialisti quello dell’implicazione degli architetti, del loro argomentare oltre che del loro concretissimo operare, in questa brutta vicenda. E non è neppure una<em> variabile</em>, esterna al nostro discorso e tutto sommato marginale, quella dell’architettura. </span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Questo è quanto non solo gli architetti implicati </span><span lang="it-IT">nell’<em>affaire</em></span><span lang="it-IT"> meneghino ma la grande maggioranza dei grandi nomi del mercato architettonico internazionale, vorrebbe far credere : c’è la politica; c’è una urbanistica sguarnita, di fronte ai veri </span><em><span lang="it-IT">stakeholders </span></em><span lang="it-IT">metropolitani, che sono i grandi asset finanziari; e poi c’è l’architetto che prova, come può e in </span><span lang="it-IT">questo</span><span lang="it-IT"> contesto, a fare il suo mestiere. Politica, urbanistica, architettura: ciò è falsa coscienza. Sporca, stupida, incolta falsa coscienza. La serie logica corretta, in atti, per capire quanto accade sotto ai nostri occhi, non è : </span><span lang="it-IT"><em>politica</em>, <em>urbanistica</em> e <em>architettura</em></span><span lang="it-IT">. Ma quest’altra : </span><span lang="it-IT"><em>politica</em>, <em>architettura</em>, <em>urbanistica</em></span><span lang="it-IT">. L’architettura sta nel mezzo, come sapere, tecnica capace di tradurre in progetto, scelte politiche dentro allo spazio pubblico. Almeno ciò vale per tutta l’architettura seria, diciamo a partire dalla seconda rivoluzione industriale e di lì in avanti – insomma per tutta l’architettura cosiddetta </span><span lang="it-IT">contemporanea</span><span lang="it-IT">. La grande differenza tra architettura moderna (diciamo dal Rinascimento in avanti, per circa quattro secoli) e <em>contemporanea</em> sta tutta qui.</span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">La prima è disegno e costruzione di</span><em> <span lang="it-IT">oggetti</span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span lang="it-IT">,</span></span></span><span lang="it-IT"> che possono anche avere efficacia su scala urbana ma esistono tutto sommato in contraddizione con il costruito preesistente. Così nella Firenze del ‘400 il classico mangia la città gotica, poi le deformazioni manieriste dei comuni del centro Italia e il teatro barocco della Roma dei Papi, spiazzano il rigore classico prima di diffondersi nel nord Europa dando forma, </span><span lang="it-IT">indirettamente</span><span lang="it-IT">, alle nostre città storiche. Mentre la seconda, l’architettur</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span lang="it-IT">a </span></span></span><em><span lang="it-IT">contemporanea</span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span lang="it-IT">, </span></span></span><span lang="it-IT">è indissociabile dal tessuto metropolitano: l’architetto (almeno se fa buona architettura) non è un </span><em><span lang="it-IT">disegnatore di oggetti</span><span lang="it-IT">,</span></em><span lang="it-IT"> ma un progettista il cui lavoro serve a tradurre materialmente l’organizzazione dello spazio urbano, le forme della produzione edilizia e le sue necessarie funzioni. Perciò la storia dell’architettura contemporanea non può in alcun modo essere dissociata da quella, sopra appena tratteggiata, dell’urbanistica. Che poi i grandi progetti del novecento avessero anche qualità plastiche o estetiche va letto come<em> conseguenza</em> e non come obiettivo primo della ricerca architettonica. </span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Intendiamoci: è vero che già Leon Battista Alberti pensava</span><em> <span lang="it-IT">la città come una casa e la casa come una città</span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span lang="it-IT">. </span></span></span><span lang="it-IT">Ma la necessità di limitare o combattere gli effetti nefasti della rendita e della speculazione, la ricerca della migliore qualità per l’abitare di grandi masse, la riflessione sulla necessità di liberare suolo, garantire un equilibrio tra verde pubblico e ambiente costruito, la lotta contro la densità e la congestione urbana, la ricerca paziente, di tipo tecnico-costruttivo per innovare la produzione edilizia a grande scala sono tutte interne alla grande cultura architettonica contemporanea, a partire dai primi decenni del novecento . La innervano e ne costituiscono la ragion d’essere profonda. Come anche le latenze e le inesorabili contraddizioni tra progetto e grandi linee dei conflitti di classe.  Non a caso, persino quando si dice </span><em><span lang="it-IT">composizione</span><span lang="it-IT"> o </span><span lang="it-IT">progettazione</span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span lang="it-IT">,</span></span></span><span lang="it-IT"> è impossibile evitare di ragionare di </span><em><span lang="it-IT">tipologia, produzione in serie e distribuzione</span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span lang="it-IT">, </span></span></span><span lang="it-IT">usi e</span><span lang="it-IT"> riorganizzazione civile alle diverse scale – come si diceva: dal cucchiaio all’insieme antropogeografico. Senza questa premessa non si capisce nulla di architettura contemporanea! Ciò vale anche a dispetto di quanto vanno blaterando a destra e a manca alcuni professionisti che possono vantare, a loro merito, una buona affermazione sul mercato della costruzione. </span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">L’argomento potrebbe anche dimostrarsi per paradosso. Cos’è stata la sbornia </span><em><span lang="it-IT">postmoderna</span></em><span lang="it-IT">, con il suo pagliaccesco correlato corteo di </span><em><span lang="it-IT">archi-star</span></em><span lang="it-IT">, se non un ripiegamento disperato della cultura architettonica nel disegno di oggetti, come risposta impotente al declino dell’urbanistica avviatosi a partire dalla metà degli anni ’70, ovvero in piena crisi dello Stato-Piano? L’architettura sta in mezzo, presa, strozzata, tra politica e urbanistica, non fuori da questa tenaglia. Altrimenti essa è inutile, quando non osceno, </span><em><span lang="it-IT">maquillage</span></em><span lang="it-IT">: alberelli appesi su balconi per 26 piani; contorsioni biomorfe per balbettare incestuosamente con l’algoritmo; muscolosi cavi d’acciaio per nascondere l’abisso di analfabetismo tecnico e costruttivo in cui sta precipitando una antica disciplina, sconvolta da una rivoluzione digitale della quale non riesce manco a cogliere la direzione di massima. Neppure migliorano le cose, quando l’architettura si chiude in sterili formalismi o quando si riduce ad Arcadia: l’autoreferenzialità va a braccetto con moralistici ritorni a passati immaginari, autarchie localistiche, identitari appelli al </span><span lang="it-IT">genius loci</span><span lang="it-IT"> da svendere sul mercato al miglior offerente.</span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Ma architettura non è nulla di tutto ciò! Pensiero della tecnica, sapere civile, servizio pubblico – da tradursi in forma, certo! Ma forma funzionale a una costruzione intelligente, ad una colta e rispettosa trasformazione dell’ambiente umano. Perciò l’architettura contemporanea nasce e si sviluppa, come l’urbanistica, contro la speculazione, la rendita, l’abuso del territorio comune. Non esiste nessun serio progetto di architettura la cui forma sia indifferente o autonoma dalla sua estensione civica e civile di massa. In altri termini: nessun architetto contemporaneo può pensare il progetto </span><em><span lang="it-IT">accanto</span><span lang="it-IT"> o </span><span lang="it-IT">indipendentemente</span></em><span lang="it-IT"> dal contesto politico e urbano (e quindi dai soggetti cui esso e rivolto, nella loro concreta composizione di classe), come fosse un orpello eventualmente disponibile, un </span><em><span lang="it-IT">surplus</span></em><span lang="it-IT"> di qualità che qualche finanziatore illuminato o qualche amministratore amico, possono, indifferentemente, scegliere di far costruire o meno</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span lang="it-IT">.</span></span></span> <span lang="it-IT">Ha ragione Paolo Brescia, quando afferma che, nella vicenda milanese, «l’errore di fondo sta nel misurare il rapporto tra interesse privato e interesse pubblico in termini quantitativi (…). Se, invece, impostassimo il ragionamento in termini qualitativi, la vera domanda sarebbe: come una data operazione immobiliare contribuisce al “fare città”? Posta in questi termini, la discussione tra architetti, costruttori e amministratori si sposta sul campo dell’architettura urbana, invertendo il rapporto tra figura e sfondo, dove la figura che sta davanti è l’urbanità e lo sfondo che sta dietro è l’edificio»<sup class='footnote' id='fnref-1792-11'><a href='#fn-1792-11' rel='footnote'>11</a></sup> .</span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il grappolo di sgraziati oggetti che hanno </span><em><span lang="it-IT">rigenerato </span></em><span lang="it-IT">(sic.) settori importanti di Milano, dall’Expo in avanti, e il grumo di demenziali progetti che si apprestano a continuare il mercimonio del territorio comune della metropoli meneghina sono in fondo anch’essi espressione diretta, esatta e corretta di una politica. Proprio nella misura in cui incarnano la totale assenza (o la definitiva crisi) della cultura urbanistica e architettonica. I personaggi che li hanno firmati o ne portano la responsabilità, in tal senso, fanno bene a rivendicare il loro operato. Solo dovrebbero sapere che si tratta di una cattiva politica e di una</span><span lang="it-IT"> pessima architettura, tanto impotente quanto roboante. Mentre sarebbe urgente che i settori più avanzati (ci sono e anche in Italia) della professione, dell’accademia e delle università, come anche le studentesse e gli studenti che affollano le aule delle tante facoltà di architettura tornassero a spezzare le matite (o chiudere i computer), per dare avvio a una nuova stagione di lotte, ripensare il <em>fare progetto per la metropoli</em> di domani. Di questo, la crisi milanese, può diventare una occasione importante. Non partiamo da zero. Una lunga storia preme alle nostre spalle e chiede di essere riscattata<sup class='footnote' id='fnref-1792-12'><a href='#fn-1792-12' rel='footnote'>12</a></sup> .</span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Cade quest’anno il ventennale della scomparsa di Giancarlo De Carlo. Sarebbe forse utile rileggere i suoi scritti, meditare le sue parole. In un celebre libro-intervista egli affermava : «Noi credevamo nell’eteronomia dell’architettura, nella sua necessaria dipendenza dalle circostanze che la producono, nel suo intrinseco bisogno di essere in sintonia con la storia, con le vicende e le aspettative degli individui e dei gruppi sociali, coi ritmi arcani della natura. Negavamo che lo scopo dell’architettura fosse di produrre oggetti e sostenevamo che il suo compito fondamentale fosse di accendere processi di trasformazione dell’ambiente fisico, capaci di contribuire al miglioramento della condizione umana»<sup class='footnote' id='fnref-1792-13'><a href='#fn-1792-13' rel='footnote'>13</a></sup> . </span><em><span lang="it-IT">Reliquia desiderantur</span></em><span lang="it-IT">.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="mailto:marco.assennato@gmail.com"><strong><span lang="it-IT">Marco Assennato</span></strong></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Professore associato di filosofia e teoria dell’architettura all’ENSA Paris-Malaquais, Université PSL.</span></p>
<p align="JUSTIFY">8.8.25</p>
<p align="JUSTIFY">Fotografia di copertina: <a href="https://unsplash.com/it/@cinereo?utm_content=creditCopyText&amp;utm_medium=referral&amp;utm_source=unsplash">Gregory Smirnov</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/foto-aerea-degli-edifici-della-citta-g8lIWcjbdgU?utm_content=creditCopyText&amp;utm_medium=referral&amp;utm_source=unsplash">Unsplash</a></p>
<div id="sdfootnote1">
<p><span class='footnote' id='fn-1792-1'><a href='#fnref-1792-1'>1</a>.</span> <a href="https://www.dinamopress.it/news/milano-un-sistema-di-governo/">https://www.dinamopress.it/news/milano-un-sistema-di-governo/</a></p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p><span class='footnote' id='fn-1792-2'><a href='#fnref-1792-2'>2</a>.</span>  <a href="https://jacobinitalia.it/il-modello-milano-oltre-le-inchieste">https://jacobinitalia.it/il-modello-milano-oltre-le-inchieste</a>/</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p><span class='footnote' id='fn-1792-3'><a href='#fnref-1792-3'>3</a>.</span>  <a href="https://ilmanifesto.it/milano-e-le-altre-la-deriva-dellurbanistica">https://ilmanifesto.it/milano-e-le-altre-la-deriva-dellurbanistica</a></p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p><span class='footnote' id='fn-1792-4'><a href='#fnref-1792-4'>4</a>.</span>  <a href="https://effimera.org/">https://effimera.org/</a></p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p><span lang="it-IT"><span class='footnote' id='fn-1792-5'><a href='#fnref-1792-5'>5</a>.</span> Si veda in tal senso M. Tafuri, </span><em><span lang="it-IT">Progetto e Utopia</span></em><span lang="it-IT">, Laterza, Roma, 1974, ma poi anche tutte le pubblicazioni sulla pianificazione socialdemocratica, liberale e sovietica elaborate a IUAV tra anni Settanta e primi anni Ottanta.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote6">
<p><span class='footnote' id='fn-1792-6'><a href='#fnref-1792-6'>6</a>.</span>  Cf. G. C. Argan,<em> Progetto e Destino</em>, Il Saggiatore, Milano, 1965.</p>
<p><span class='footnote' id='fn-1792-7'><a href='#fnref-1792-7'>7</a>.</span> Su questi aspetti concordo con quanto afferma Elena Granata, cf. <a href="https://www.archphoto.it/emanuele-piccardo-intervista-a-elena-granata/"><span lang="it-IT">https://www.archphoto.it/emanuele-piccardo-intervista-a-elena-granata/</span></a></p>
</div>
<div id="sdfootnote7">
<p><span class='footnote' id='fn-1792-8'><a href='#fnref-1792-8'>8</a>.</span>  Si veda ancora Coppola in <a href="https://jacobinitalia.it/il-modello-milano-oltre-le-inchieste/">https://jacobinitalia.it/il-modello-milano-oltre-le-inchieste/</a> e anche <a href="https://www.sciencespo.fr/ecole-urbaine/sites/sciencespo.fr.ecole-urbaine/files/Rapporthousinghopofin.pdf">https://www.sciencespo.fr/ecole-urbaine/sites/sciencespo.fr.ecole-urbaine/files/Rapporthousinghopofin.pdf</a></p>
<p><span class='footnote' id='fn-1792-9'><a href='#fnref-1792-9'>9</a>.</span>Ha ragione, su questo, Alessandro Coppola quando, su Jacobin avverte che nella metropoli neoliberale «la democrazia locale è sempre più una democrazia proprietaria, che di fatto esclude centinaia di migliaia di abitanti, perché non residenti o irregolari».</p>
<p><span class='footnote' id='fn-1792-10'><a href='#fnref-1792-10'>10</a>.</span> Cf. J. Rancière,<em> La Mésentente. Politique et démocratie</em>, Paris, Galilée, 1996.</p>
<p><span class='footnote' id='fn-1792-11'><a href='#fnref-1792-11'>11</a>.</span> Emanuele Piccardo. Intervista a Paolo Brescia,<a href="https://www.archphoto.it/emanuele-piccardo-intervista-a-paolo-brescia-obr/"> https://www.archphoto.it/emanuele-piccardo-intervista-a-paolo-brescia-obr/</a></p>
<p><span class='footnote' id='fn-1792-12'><a href='#fnref-1792-12'>12</a>.</span> Si veda, per restare a Milano, quanto scrive Emanuele Piccardo: «Eppure Milano entra di diritto nella modernità con i maestri italiani del razionalismo che orientano il dibattito architettonico su Casabella e Domus. Il geniale Giò Ponti, grande intellettuale poliedrico dall’editoria all’architettura e al design, una figura unica nel panorama italiano a cui molti si sono ispirati ma senza un minimo avvicinamento culturale. Troppo distante, troppo bravo nel progettare grattacieli e case popolari, troppo bravo a innescare la vivacità nei giovani Carlo Pagani e Lina Bo dalle pagine di Lo Stile e tra i primi a occuparsi di architettura radicale. Anche altri come BBPR, Marco Zanuso, Ignazio Gardella, Luigi Figini e Gino Pollini, Franco Albini, Vico Magistretti contribuirono a rendere Milano moderna, seguiti da una serie di professionisti di alto livello come Roberto Menghi, Arrigo Arrighetti, Asnago e Vender, Luigi Caccia Dominioni, Angelo Mangiarotti». <a href="https://www.archphoto.it/emanuele-piccardo-milano-e-larchitettura-che-non-ce/">https://www.archphoto.it/emanuele-piccardo-milano-e-larchitettura-che-non-ce/</a></p>
<p><span class='footnote' id='fn-1792-13'><a href='#fnref-1792-13'>13</a>.</span> Cf. F. Bunčuga, <em>Conversazioni con Giancarlo De Carlo. Architettura e libertà</em>, elèuthera, Milano, 2000.</p>
</div>
</div></div></div></div></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.archphoto.it/marco-assennato-milano-architettura-e-urbanistica-nella-crisi-della-democrazia/">Marco Assennato. Milano : architettura e urbanistica nella crisi della democrazia.</a> proviene da <a href="https://www.archphoto.it">archphoto</a>.</p>
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		<author>
			<name>Emanuele Piccardo</name>
					</author>

		<title type="html"><![CDATA[Martina Orsini. La rigenerazione di Milano. Fragilità di lungo periodo]]></title>
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		<updated>2025-08-04T06:35:15Z</updated>
		<published>2025-08-04T06:31:44Z</published>
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		<summary type="html"><![CDATA[<p>Le recenti indagini milanesi hanno messo in luce una prassi che da tempo preoccupava professionisti e studiosi intenti a cercare di dare contributi fertili alla trasformazione della città. Oltre alle effettive responsabilità penali, e il relativo dibattito sulla normativa vigente, può essere questa l’occasione di riflettere anche su quali siano alcune delle fratture avvenute ...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.archphoto.it/martina-orsini-la-rigenerazione-di-milano-fragilita-di-lungo-periodo/">Martina Orsini. La rigenerazione di Milano. Fragilità di lungo periodo</a> proviene da <a href="https://www.archphoto.it">archphoto</a>.</p>
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					<content type="html" xml:base="https://www.archphoto.it/martina-orsini-la-rigenerazione-di-milano-fragilita-di-lungo-periodo/"><![CDATA[<div class="fusion-fullwidth fullwidth-box fusion-builder-row-9 fusion-flex-container hundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling fusion-animated fusion-custom-z-index" style="--awb-border-radius-top-left:0px;--awb-border-radius-top-right:0px;--awb-border-radius-bottom-right:0px;--awb-border-radius-bottom-left:0px;--awb-z-index:2;--awb-padding-right:28.5%;--awb-padding-left:28%;--awb-padding-right-small:40px;--awb-padding-left-small:40px;--awb-margin-top:30px;--awb-background-color:rgba(17,17,17,0);--awb-flex-wrap:wrap;" data-animationType="fadeIn" data-animationDuration="1.0" data-animationOffset="top-into-view" ><div class="fusion-builder-row fusion-row fusion-flex-align-items-flex-start fusion-flex-content-wrap" style="width:104% !important;max-width:104% !important;margin-left: calc(-4% / 2 );margin-right: calc(-4% / 2 );"><div class="fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-8 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-flex-column" style="--awb-bg-color:#111111;--awb-bg-color-hover:#111111;--awb-bg-size:cover;--awb-width-large:100%;--awb-margin-top-large:0px;--awb-spacing-right-large:1.92%;--awb-margin-bottom-large:40px;--awb-spacing-left-large:1.92%;--awb-width-medium:100%;--awb-order-medium:0;--awb-spacing-right-medium:1.92%;--awb-spacing-left-medium:1.92%;--awb-width-small:100%;--awb-order-small:0;--awb-spacing-right-small:1.92%;--awb-spacing-left-small:1.92%;"><div class="fusion-column-wrapper fusion-column-has-shadow fusion-flex-justify-content-flex-start fusion-content-layout-column"><div class="fusion-text fusion-text-9" style="--awb-text-transform:none;"><p>Le recenti indagini milanesi hanno messo in luce una prassi che da tempo preoccupava professionisti e studiosi intenti a cercare di dare contributi fertili alla trasformazione della città. Oltre alle effettive responsabilità penali, e il relativo dibattito sulla normativa vigente, può essere questa l’occasione di riflettere anche su quali siano alcune delle fratture avvenute tra città, società e progetto che, in modi differenti, contribuiscono a derive nel rapporto tra amministrazione pubblica e ruolo del privato nella modificazione dello spazio urbano. Il ricorso in questi giorni al “rito ambrosiano”, o all’ipotesi di una sorta di DNA milanese maligno che ciclicamente distruggerebbe il sistema immunitario della città, non deve allontanarci dall’approfondimento delle fragilità spaziali sempre più profonde e ramificate che affliggono la città da decenni.</p>
<p>La società milanese non è più oggetto di una comprensione a partire dalla quale concepire gli spazi della città. Se all’inizio del XX secolo la società de-individualizzata e, dall’epoca della crescita economica, re-individualizzata, aveva sempre e comunque trovato una coerenza nella forma urbana degli spazi dell’abitare, del muoversi e del produrre, questo rapporto oggi appare definitivamente incrinato<sup class='footnote' id='fnref-1785-1'><a href='#fn-1785-1' rel='footnote'>1</a></sup> . All’eterogeneità e all’atomizzazione dei soggetti urbani che abitano la città contemporanea ha corrisposto la modificazione dello spazio urbano incentrato esclusivamente sull’ edilizia abitativa per mano privata, malgrado gli appartamenti sfitti a Milano siano circa centomila a cui si aggiungono migliaia gli alloggi popolari vuoti. Nel contempo, una forte contrazione di dotazioni pubbliche e collettive ha impoverito lo spazio urbano e la vita della città. Turisti, studenti pendolari, professionisti, pensionati, giovani, separati conviventi, famiglie allargate, immigrati, disabili, stagisti e contrattisti non costituiscono più un complesso di soggetti in grado di innescare nuove spazialità. Rappresentano, invece, fette di mercato su cui il privato sceglie o meno di investire, determinandone permanenza o espulsione. Gli studenti per esempio, privi di residenze universitarie e per decenni costretti ad affitti in nero, grazie alle convenzioni pubbliche sono all’improvviso divenuti un riferimento appetibile per gli investitori, scatenando la corsa alla costruzione di studentati nei punti più disparati della città. La regia pubblica nell’organizzazione dell’habitat contemporaneo non può evidentemente essere ridotta alle sole agevolazioni, leggi salva-qualcosa, accelerazioni di tempistica e richiesta di oneri irrisori<sup class='footnote' id='fnref-1785-2'><a href='#fn-1785-2' rel='footnote'>2</a></sup> .</p>
<p>La città oggi procede attraverso una somma di singole operazioni per mano privata che, nella quasi totalità, si esprime in forme retoriche, autarchiche, autoreferenziali, decontestualizzate, introverse, con gravi conseguenze in termini di indebolimento della morfologia urbana sia per quanto riguarda gli interventi alla scala più ampia, come le grandi aree di trasformazione degli ex scali ferroviari, delle caserme e delle dismissioni produttive, sia alla scala più corporale della città. Il linguaggio della residenza, funzione ormai prevalente di ogni trasformazione, determina quasi sempre un effetto smaterializzante. Proposta generalmente recintata e arretrata dalla strada, con gli accessi da spine verdi private o zone filtro, declina i fronti sul tracciato pubblico in una sequenza di retri, ingressi di servizio ed entrate ai box che sottraggono forme di vitalità allo spazio urbano su cui affacciano, come accade per esempio lungo tutti i bordi delle residenze di CityLife in Via Senofonte, Via Spinola, Viale Berengario, Viale Cassiodoro e Piazza Giulio Cesare. In una forma differente, la stessa dinamica caratterizza il progetto di trasformazione di Porta Nuova, dove l’intera area è stata addirittura estrusa e separata dal suolo della città ribadendo, di fatto, la cesura preesistente della vecchia ferrovia. Altrettanto ripetitiva appare l’indifferenza nel proporre nuove dimensioni del collettivo in grado di superare la banalità sociale delle tipiche dotazioni di supporto alla città della rendita: piazze-centro commerciale, parchetti interclusi nel nuovo edificato, centri sportivi di lusso, strade-dehor. Le superfici interamente cementate delle nuove piazze e gli spazi di risulta pitturati in ambito periferico o, quando più centrali, in quartieri in via di gentrificazione, costituiscono, invece, le sempre più impoverite realizzazioni da parte dell’amministrazione pubblica, che pure produce preziosi studi e scenari su potenziali reti di spazio collettivo e verde ma il cui impatto, nelle scelte finali dell’amministrazione, appare marginale<sup class='footnote' id='fnref-1785-3'><a href='#fn-1785-3' rel='footnote'>3</a></sup>.</p>
<p>La frattura tra Milano e i suoi spazi pubblici è storica, soprattutto per quanto riguarda la dimensione ambientale, oggi con risvolti anche climatici. Lo spazio verde urbano di cui la città è innervata è ancora in gran parte eredità del piano Beruto, già al tempo oggetto di forti critiche. La proposta di una densa lottizzazione dell’ex Piazza d’Armi attorno al Castello, insieme a una scarsa previsione di boulevard alberati nella città, sollevarono profonde proteste da parte di soggetti diversi. Una decisione restrittiva di natura economica, dovendo il piano concentrare le risorse all’emergenza di domanda abitativa legata all’industrializzazione, poi parzialmente mitigata con la realizzazione del Parco Sempione. Ma è un precedente storico da cui la città non pare essersi più discostata. Sorte differente ha avuto il verde dei quartieri di edilizia residenziale pubblica, per decenni nel corso della prima metà del novecento terreno di sperimentazione tipologica e di suolo che ancora oggi caratterizza brani di città. L’esperienza milanese dei quartieri Iacp nel decennio tra gli anni ’30 e ‘40, del QT8 nel primissimo dopoguerra, fino ai grandi quartieri popolari degli anni ’60 situati a sud della Milano compatta come il quartiere Sant’Ambrogio o il quartiere Forlanini, proponeva il verde tra l’edificato come elemento strutturante dello spazio urbano, permeabile e di connessione, e non come enclave. Un approccio che non ha trovato forme rilevanti di evoluzione contemporanea: il suolo ambientale alla scala urbana è oggi relegato a contropartita sporadica dell’edificazione privata, perdendo ogni potenziale di definizione della forma della città.</p>
<p>Alla scala alta le condizioni ambientali dello spazio vuoto appaiono migliori, come testimoniano i grandi spazi aperti del Parco Nord e del Parco Sud, del Parco Lambro, del Parco delle Cave e in generale dei suoli verdi non centrali. Risorse pregiate ma possibili perché posizionate ai confini urbani, in punti per lungo tempo scarsamente appetibili agli investitori, spesso esito di collage di spazi residuali a diverse scale e spia, soprattutto, di quella storica difficoltà a coniugare la forma radiocentrica di Milano con il territorio vasto e le sue complesse geografie<sup class='footnote' id='fnref-1785-4'><a href='#fn-1785-4' rel='footnote'>4</a></sup> . In quello scarto di configurazioni morfologiche, densità e tipi di città, dove la forma urbana tende a sfrangiarsi, o si condensa a ridosso di infrastrutture, e dove si mescolano grandi volumi della produzione, del commercio, snodi, residui di campagna, aree dismesse, borghi e sistemi delle acque, accade un corto circuito. Potenziali terreni di sperimentazione progettuale e di crescita urbana della contemporaneità, delegati all’investitore privato si riducono a contesti di frammenti offset di città compatta in un’eterna ripetizione dei caratteri del cuore cittadino verso l’esterno. Repliche degli isolati della città borghese, delle piazze e dei boulevard commerciali cittadini, le troviamo per esempio nelle varie versioni del progetto del quartiere di Santa Giulia. Oppure, nell’adozione del linguaggio architettonico e tipologico che rimanda ai nuovi poli della centralità di Milano, come Porta Nuova o CityLife, basati sull’altezza. E’ il caso delle torri di Cascina Merlata, ennesimo tentativo di spostare una presunta idea di “centralità” verso l’esterno.</p>
<p>La mancanza di un approccio progettuale fertile e innovativo in grado di dare forma al dialogo tra città densa, frange, territorio disperso e salti di scala appare evidente anche nel nuovo distretto Mind nell’ex-area Expo, che ripropone lo schema del luogo atopico, funzionalmente autarchico, senza riferimento alcuno alla significativa localizzazione tra margini di città profondamenti differenti che si incontrano. Il suo percorso, come altri che hanno caratterizzato recenti trasformazioni strategiche di Milano, suscita inquietudine se paragonato a quello per esempio del concorso per il progetto della Bicocca bandito da Pirelli, in accordo con Comune e Regione Lombardia alla fine degli anni ’80 e curato da Bernardo Secchi. Nelle linee guida del bando di Bicocca, a seguito di una ricchissima analisi e interpretazione delle potenzialità e dei caratteri dell’area, si poneva come obiettivo la ricucitura dei tessuti urbani attraverso un progetto di suolo in grado di declinarne l’estrema complessità. Il progetto di Gregotti che, come una scacchiera, rende l’area permeabile e strutturante alle diverse scale, è stato parte di una trasformazione oggetto di un significativo ed esteso dibattito sin dai lavori preparatori del concorso, proseguito per tutta la durata della realizzazione progettuale e a posteriori. Un confronto pubblico e disciplinare prolungato che ha coinvolto cittadini, istituzioni, studiosi di tutto il mondo e diverse generazioni di studenti di architettura.</p>
<p>Il rapporto tra Milano e il suo territorio vasto, anacronisticamente costretto nella configurazione della Città Metropolitana che, lontana da ogni coerenza morfologica, ricalca i vecchi confini provinciali, è ben riassunto nella pagina di “Milano 2030” del sito del Comune di Milano e intitolata “Una città connessa, metropolitana e globale” sotto a cui campeggia una fotografia di un dettaglio di Piazza del Duomo<sup class='footnote' id='fnref-1785-5'><a href='#fn-1785-5' rel='footnote'>5</a></sup> . Una schermata simbolo della frattura tra una Milano sempre più auto-riferita e l’area vasta in cui si trova, che blocca da tempo la città in una dimensione economica, sociale e fisica estremamente limitata. Contribuiscono anche le concezioni arretrate su cui si basa la narrazione milanese. “Attrarre ricchezza” non è produrla: è piuttosto l’esito di una serie di politiche urbane e vantaggi fiscali che agevolano la speculazione, complice l’assenza di un progetto di città in grado di cogliere le immense potenzialità produttive insite nell’integrazione con il suo contesto territoriale più ampio. “Attrarre ricchezza” non è neanche sinonimo di crescita urbana. Lo si intuisce dal Pgt allo studio, che immagina Milano oggetto di un’espansione per nodi periferici di edilizia densa. Una concezione ancora una volta incapace di confrontarsi con la vera dimensione a scala vasta di Milano e dei suoi bordi eterogenei, proponendo l’ennesima configurazione per “porte” della città di ligrestiana memoria a segnare nuovi “dentro” e “fuori” attraverso confini, separazioni, rivalutazioni immobiliari. E’ questa forse la fragilità più critica di Milano, che se aspira a una dimensione internazionale deve impegnarsi in un progetto contemporaneo ampio, pensandosi come un frammento di una configurazione complessiva dove la definizione della città compatta deve essere funzionale alla messa a sistema di una scala territoriale caratterizzata da grandi spazi aperti, infrastrutture di collegamento metropolitano, reti della mobilità quotidiana minuta, spazi della produzione, dell’abitare e della mixité oggetto di profonde e delicate trasformazioni in atto.</p>
<p><a href="mailto:martina.orsini@gmail.com"><strong>Martina Orsini</strong></a></p>
<p>4.8.25</p>
<p>Fotografia di copertina: Milano, Porta Nuova, ph. M.Introini</p>
<p><span class='footnote' id='fn-1785-1'><a href='#fnref-1785-1'>1</a>.</span> Si veda B. Secchi, La città dei ricchi e dei poveri, Anticorpi Laterza, Roma-Bari, 2013, pp. 63-69</p>
<p><span class='footnote' id='fn-1785-2'><a href='#fnref-1785-2'>2</a>.</span> Si veda A. Coppola, E. Granata, A. Lanzani, A. Longo “Necrologio per l’urbanistica? Se per cercare di salvare Milano si mette a rischio tutta l’Italia, pubblicato in <a href="http://glistatigenerali.com/">glistatigenerali.com</a> il 25/11/2024</p>
<p><span class='footnote' id='fn-1785-3'><a href='#fnref-1785-3'>3</a>.</span> Si veda l’Atlante dei Quartieri reperibile sul sito del Comune di Milano al link: <a href="https://www.comune.milano.it/aree-tematiche/rigenerazione-urbana-e-urbanistica/pgt-revisione/atlante-dei-quartieri"><strong>https://www.comune.milano.it/aree-tematiche/rigenerazione-urbana-e-urbanistica/pgt-revisione/atlante-dei-quartieri</strong></a></p>
<p><span class='footnote' id='fn-1785-4'><a href='#fnref-1785-4'>4</a>.</span> Si veda M. Secchi, “Il suolo di Milano. Aree di rigenerazione e paesaggi metropolitani” in corso di pubblicazione da Milano Urban Center edizioni, Milano, 2025.</p>
<p><span class='footnote' id='fn-1785-5'><a href='#fnref-1785-5'>5</a>.</span> <strong>https://pgt.comune.milano.it/dpmilano-2030-visione-costruzione-strategie-spazi/visione/milano-2030/una-citta-connessa-metropolitana-e-globale</strong></p>
</div></div></div></div></div>
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		<author>
			<name>Emanuele Piccardo</name>
					</author>

		<title type="html"><![CDATA[Alessandro Lanzetta. Quando Milano chiama&#8230;]]></title>
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		<published>2025-08-03T08:35:47Z</published>
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		<summary type="html"><![CDATA[<p>Da molti decenni si assiste a una sorta di gioco delle parti tra le due più importanti “piccole metropoli” italiane, Roma e Milano: quando una chiama alla battaglia della speculazione edilizia, sociale ed economica, l’altra, con un ritardo di qualche anno, risponde, e viceversa. Bisogna tuttavia riconoscere che questa costante febbre edilizia presenta anche ...</p>
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					<content type="html" xml:base="https://www.archphoto.it/alessandro-lanzetta-quando-milano-chiama/"><![CDATA[<div class="fusion-fullwidth fullwidth-box fusion-builder-row-10 fusion-flex-container hundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling fusion-animated fusion-custom-z-index" style="--awb-border-radius-top-left:0px;--awb-border-radius-top-right:0px;--awb-border-radius-bottom-right:0px;--awb-border-radius-bottom-left:0px;--awb-z-index:2;--awb-padding-right:28.5%;--awb-padding-left:28%;--awb-padding-right-small:40px;--awb-padding-left-small:40px;--awb-margin-top:30px;--awb-background-color:rgba(17,17,17,0);--awb-flex-wrap:wrap;" data-animationType="fadeIn" data-animationDuration="1.0" data-animationOffset="top-into-view" ><div class="fusion-builder-row fusion-row fusion-flex-align-items-flex-start fusion-flex-content-wrap" style="width:104% !important;max-width:104% !important;margin-left: calc(-4% / 2 );margin-right: calc(-4% / 2 );"><div class="fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-9 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-flex-column" style="--awb-bg-color:#111111;--awb-bg-color-hover:#111111;--awb-bg-size:cover;--awb-width-large:100%;--awb-margin-top-large:0px;--awb-spacing-right-large:1.92%;--awb-margin-bottom-large:40px;--awb-spacing-left-large:1.92%;--awb-width-medium:100%;--awb-order-medium:0;--awb-spacing-right-medium:1.92%;--awb-spacing-left-medium:1.92%;--awb-width-small:100%;--awb-order-small:0;--awb-spacing-right-small:1.92%;--awb-spacing-left-small:1.92%;"><div class="fusion-column-wrapper fusion-column-has-shadow fusion-flex-justify-content-flex-start fusion-content-layout-column"><div class="fusion-text fusion-text-10" style="--awb-text-transform:none;"><p>Da molti decenni si assiste a una sorta di gioco delle parti tra le due più importanti “piccole metropoli” italiane, Roma e Milano: quando una chiama alla battaglia della speculazione edilizia, sociale ed economica, l’altra, con un ritardo di qualche anno, risponde, e viceversa. Bisogna tuttavia riconoscere che questa costante febbre edilizia presenta anche aspetti che vanno al di là della mera speculazione: è evidente che esiste una vera esigenza di rinnovare e “rigenerare” interi settori delle due città, resi ormai obsoleti dalla deindustrializzazione e dal mutamento di molti fattori urbani. Un’inevitabile trasformazione che, ovviamente, porta a nuove positive opportunità ma, contemporaneamente, produce molti conflitti sociali tra i cittadini e i cosiddetti stakeholders, i portatori di interessi economici delle Real Estate. Negli ultimi anni, queste ultime sembrano aver più o meno lecitamente ingaggiato molti esponenti di quello che una volta era il loro “campo avverso”: amministratori di sinistra, intellettuali, professionisti progressisti, ricercatori e professori universitari delle discipline urbanistiche e della progettazione architettonica.<br />
Così, secondo una legge non scritta, i capitali economici che agiscono sulle dinamiche urbane si spostano da una all’altra città a seconda dei cicli economici, come in un’infinita e perversa danza. A ogni nuovo passaggio, ne seguono polemiche e strascichi di natura sociale, politica, scientifica e, infine, quasi sempre giudiziaria. Di queste ultime questioni non siamo qualificati a parlarne approfonditamente, ma, tuttavia, non si può ignorare che le numerose e lunghissime indagini delle procure locali su politici di destra e di sinistra quasi sempre si concludono in prescrizioni e assoluzioni di massa, spesso a causa di una legislazione stratificata, contraddittoria e arzigogolata. Queste complesse inchieste, inoltre, durando molti anni, finiscono per essere dimenticate dai media e dalla pubblica opinione.</p>
<p>Tralasciando le questioni giuridiche, questa sostanziale impunità ha un’evidente e drammatico signi-ficato politico e sociale: abbandonati dalla classe dirigente italiana di ogni colore e tendenza, i cittadini delle due metropoli sono ormai assuefatti alla totale assenza di pratiche urbane chiare, progressiste, realmente ambientaliste e attente alle esigenze delle fasce più deboli della popolazione, come i lavoratori di-pendenti a basso reddito, gli anziani, i giovani e i nuovi cittadini arrivati da ogni parte del mondo. Tutto ciò che concerne le trasformazioni urbane, insomma, è ormai solo un fatto economico. Un qualcosa, inoltre, frutto di un’economia che non è più “di mercato” ma che è guidata unicamente dalle astratte leggi della finanza, del tutto indifferenti a ciò che accade nei territori. Nel tardo Novecento, i maggiori interventi nelle grandi città italiane sono stati quasi esclusivamente legati a quegli “eventi speciali” che distribuiscono finanziamenti pubblici a pioggia e drogano le politiche urbane: Olimpiadi estive ed invernali, manifestazioni sportive delle varie discipline (Europei, Mondiali, Coppe europee etc.), Giubilei, Expò, Colombiadi, Capitali culturali europee, etc. C’è anche stata la felice stagione delle grandi architetture pubbliche costruite a seguito del famigerato “effetto Guggenheim” per attrarre nuove ondate di turismo e stimolare lo sviluppo economico locale: nuovi palazzi delle esposizioni, auditorium, musei e fondazioni statali, comunali e private. Eventi e architetture che hanno progressiva-mente trasformato la vita sociale dei quartieri interessati, favorendo l’aumento degli affitti delle case e degli esercizi commerciali e quindi l’espulsione delle fasce più deboli dal centro città verso zone sempre più lontane. Aree urbane talmente estreme che ormai, più che periferiche, possono essere definite semplicemente disagiate, scomode, scollegate dalla rete dei trasporti pubblici e prive di qualsiasi forma di servizi. Questa deportazione delle fasce deboli verso l’hinterland milanese e verso l’oltre GRA romano è stata incrementata dalla gentrificazione delle periferie storiche, colonizzate da un ex ceto medio impoverito che non si può più permettere di vivere nei vecchi quartieri borghesi, trasformati in distretti per uffici, condomini di bed &amp; breakfast, residenze, alberghi ed esercizi commerciali di iper-lusso.</p>
<p>Milano nel corso degli anni è così diventata una delle capitali mondiali della moda e del design, attivi-tà esclusive di lusso supportate un centro fieristico importantissimo e da un’istituzione prestigiosa come la Triennale. Una piccola metropoli europea che ha recentemente beneficiato degli investimenti di un importante Expò e di molte altre manifestazioni prestigiose, e che sta per accogliere, insieme alla lontanis-ima e sciccosa Cortina d’Ampezzo, le Olimpiadi invernali. Nella seconda metà del Novecento Roma, invece, è stata trasformata quasi esclusivamente in occasione dei vari eventi speciali che ha accolto, e questo nonostante la sua storia, il suo ruolo di doppia capitale, la presenza di importantissime istituzioni nazionali e internazionali e il suo enorme patrimonio storico e archeologico. Pur non volendo tornare troppo in là con gli anni, non si può ignorare che senza gli interventi fatti per le Olimpiadi del 1960, per i mondiali del 1990 e per il Giubileo del 2000, l’Urbe Aeterna non avrebbe la maggior parte delle infrastrutture urbane che la tengono, sia pur malamente, ancora in piedi. Tuttavia, questa serie di eventi non basta a spiegare cosa sta succedendo oggi nelle due città: nel sostanziale silenzio della classe politica, dell’informazione e di gran parte degli intellettuali e degli accademici, da circa dieci anni assistiamo a un assalto senza precedenti ai tessuti urbani delle aree più pregiate, portato avanti da grosse Real Estate con enormi investimenti privati che, tuttavia, non avrebbero senso senza i servizi, le infrastrutture e gli immaginari urbani realizzati con i soldi pubblici degli eventi sopra descritti. Un assalto al bene pubblico che frutta milioni di metri cubi di residenze e uffici di lusso, privatizzazioni di pregiati edifici statali e comunali a buon mercato, assurdi cambiamenti d’uso di immobili speciali, fatti senza una logica e reale valutazione dell’impatto urbano e sociale che ne consegue. Non solo: si vedono demolizioni di architetture anche pregiate e ricostruzioni di banali palazzine, con assurde premialità di cubature e superfici spesso in quartieri “tutelati”. Tutti ottimi affari per le imprese di costruzioni e per l’imprenditoria del turismo e del commercio, fatti sostanzialmente senza restituire nulla di utile ai cittadini, se non qualche parchetto alla moda a Milano, mentre a Roma al momento neanche questo.</p>
<p>Ne vien fuori una semplice realtà, che si sta sempre più consolidando: la Roma eterna basata sull’antica immagine dell’incredibile, preziosa e bellissima area centrale è ormai una attrazione museale e commerciale per turisti; la nuova e scintillante Milano turrita, efficiente, green e smart, è semplicemente una città dormitorio per ricchi esponenti del jet set globale. La vita delle due metropoli, quella vera, si svolge in aree sempre più marginali e disagiate, con la vecchia classe media che stravolge gli spazi delle antiche classi popolari, oggi sempre più povere, abbandonate a loro stesse e relegate in quartieri attraversati da conflitti sociali innescati da un‘immigrazione incontrollata e derelitta, denigrata e mal gestita dalla classe politica di destra. Un fenomeno sostanzialmente ignorato, mal tollerato e sottostimato anche dall’intellighenzia di sinistra, utile a tutte le fazioni politiche per spostare l’attenzione dai veri problemi delle città. Siamo quindi in presenza di un radicale mutamento urbano, portato avanti attraverso un nuovo compromesso storico tra centrodestra e centrosinistra, che si fanno una finta opposizione legiferando coordinati dai vari livelli politico-amministrativi del Governo, delle Regioni e dei Comuni, cercando di adattare PRG obsoleti e normative comunali inadeguate agli appetiti dei privati. Per quanto riguarda Milano, basta leggere la cronaca giudiziaria, la proposta di legge salvaMilano e tutto quello che ne segue, ben sintetizza-to dalla bella intervista su questa stessa rivista di Emanuele Piccardo a <a href="https://www.archphoto.it/emanuele-piccardo-intervista-a-elena-granata/"><strong>Elena Granata</strong></a>: «si è affermata l’idea che le città si possano trasformare “a pezzi”, per frammenti […]. Ovviamente radicalizzare questo metodo e pensare che sommando tutti questi pezzi, spontaneamente, emergerà una città di qualità, ha prodotto risultati spesso deludenti, un collage di progetti slegati, senza una visione d’insieme. A Milano poi è passata l’idea che un grande progetto sia necessariamente un progetto “grande”, voluminoso, che si impone sul tessuto edilizio, e non un progetto “grande” per visione e capacità di tenere insieme la città».</p>
<p>Nel caso di Roma, la situazione è più complessa. Dopo decenni dominati dall’idea del «pianificar facendo» alla base del PRG del 2008 vigente, che con le “Centralità urbane” ha reso possibile la devastazione di ettari di Campagna Romana intorno al Grande Raccordo Anulare e la realizzazione di decine di quartierini di palazzine isolati nel nulla e di incontrollabili villettopoli semiabusive, finalmente si segue Milano per fare nuovi “grandi progetti privati” nelle aree pregiate. Questo, cercando di depotenziare le tutele sovranazionali, nazionali e comunali sul territorio e gli uffici preposti al loro controllo. Infatti, sfruttando i guai giudiziari della città sorella del nord e l’onda mediatica del Giubileo 2025, che ha riportato la città al centro dell’infosfera contemporanea dopo anni e anni di cronaca a dir poco ne-fasta, si cerca di attirare capitali riscrivendo le Norme Tecniche di Attuazione di un Piano Regolatore Generale non solo morto e defunto, ma nato sbagliato. In particolare, una capitolazione alle logiche di merca-to si nasconde nella modifica del comma 3 dell’art. 16 di tali norme, che prevede: «Nel caso di contrasto tra le indicazioni dell’elaborato G2 e le categorie d’intervento e le destinazioni d’uso riportate nelle norme di tessuto, prevalgono queste ultime». L’elaborato G2, per chiarezza, è la cosiddetta Carta per la qualità, attraverso cui la Sovrintendenza Capitolina cerca di guidare le trasformazioni urbane secondo principi diversi dalle mere leggi del mercato. Uno strumento di tutela che, risalendo al lontano 2003, ha sicuramente molti vizi di età, tanto da essere attualmente in revisione. Ma la modifica proposta, subordinando la Carta alle norme di tessuto del PRG, sembra proprio trasformare i pareri vincolanti della Sovrintendenza in qualcosa di trascurabile, in qualcosa di meramente consultivo e non prescrittivo, e sembra aprire le porte a interventi che possono alterare, anche pesantemente e fino alla demolizione, le architetture dei maestri del Novecento o le morfologie urbane consolidate. Insomma, qualcosa di analogo a quello che le cronache riportano su alcuni spericolati interventi fatti in quest’ultimo periodo a Milano e attualmente argomento di indagini giudiziarie.</p>
<p>Un’altra similitudine tra ciò che accade nelle due capitali d’Italia è come queste faccende sono trattate dalla politica, dalle università e dai media più importanti, spesso controllati da gruppi di potere con interessi nelle Real Estate: nessun dubbio sulla legittimità legale e sociale delle note trasformazioni urbane milanesi è stato espresso prima delle inchieste; alcun rumors è filtrato su ciò che si faceva negli uffici comunali romani preposti all’urbanistica, né sui giornali né negli ambienti culturali universitari della capita-le. Non solo: la norma delle NTA (Norme Tecniche di Attuazione) che annulla l’utilità della Carta della qualità è stato scritta escludendo dai lavori di aggiornamento sia la Soprintendenza Statale sia la Sovrintendenza Capitolina, questo fino a quando non è montata una polemica mediatica via social, poi rilanciata da alcuni giornali locali. Successivamente, chi ha fatto domande su tutto ciò è stato pubblicamente bollato dai responsabili dell’assessorato competente − in un convegno senza ovviamente fare nomi − come un “Catone il censore”, ossia come un moralista appartenente a una sinistra idealista arroccata nella torre d’avorio dell’università a cui, in sostanza, si spiegava l’antico adagio di Rino Formica: «la politica è sangue e merda». Tuttavia, rimane inespressa una qualsiasi risposta alle domande su questa nuova norma e su come sia possibile allentare la tutela senza avere una qualsiasi idea del futuro della metropoli, senza dichiarare alla cittadinanza e, per altro, anche agli addetti ai lavori e alle università, quale reale politica urbana sostiene queste “semplici varianti delle NTA”. In queste modifiche, che sembrano abbastanza opache, non si vede nessun progetto strutturante, nessuna visione del futuro, nessun intento di vera “rigenerazione urbana”.</p>
<p>Questo non vuol dire che negli ultimi anni a Milano e a Roma non si siano fatte molte lodevoli cose. Nella Capitale, per esempio, oltre alla serie di grandi architetture fatte attorno al cambio di secolo (Auditorium di Renzo Piano, MAXXI di Zaha Hadid, MACRO di Odile Decq, Museo dell’Ara Pacis e Chiesa Dives in misericordia di Richard Meyer, La Nuvola di Massimiliano Fuksas, Torre Eurosky di Franco Purini, Stazione Tiburtina e Teca del Palazzo delle Esposizioni di ABDR, Città del Sole di Labics, Orizzonte Europa headquarter BNL di 5+1AA, etc.), si sono recentemente svolti alcuni importanti concorsi sul Museo delle Scienze (Studio Adat e WSP) e sulla Città della Scienza (P. Viganò) nell’area di via Guido Reni, su Piazza dei Cinquecento (Studio TVK, It’S, M. Rustici e altri), sulla Riqualificazione ex Fiera di Roma (Acpv Architects), sul Restauro e valorizzazione della Cisterna delle Sette Sale (L. Franciosini e C. Casadei), e sono sta-te studiate o realizzate alcune importanti operazioni nell’area centrale, come il lavoro del Centro Archeologico Monumentale (CArMe), l’apertura di Piazza Augusto Imperatore (Francesco Cellini), la realizzazione dell’ultimo tratto del Sottopassino di Piazza Pia e innumerevoli ristrutturazioni di edifici a fini turisti-ci, terziari e commerciali. A Roma, come prima a Milano, molte firme architettoniche locali, nazionali ed internazionali sono infatti in campo, ben preparate a lavorare in qualsiasi situazione politica e amministrativa, ma anche, purtroppo, anche pronte a banalizzare le poetiche che anni prima li avevano portati alla ribalta, pur di costruire una torre, una struttura di servizi e commercio, un complesso di palazzine in bel-la vista, uno studentato o un albergo di extra lusso. Tra i tanti professionisti al lavoro, spiccano quindi i nomi degli studi OMA, Labics, Alvisi Kirimoto, studio TVK, studio It’s, ACPV Architects, Studio LAN, Adat Studio, Mijic Architects, MAD, Topotek 1, Francesco Cellini e Isola, Paola Viganò, Mario Cucinella e, infine, Stefano Boeri, che negli ultimi anni ha avuto molto da fare con Roma.</p>
<p>Boeri è stato chiamato nel 2022 dall’attuale giunta a dirigere un gruppo di lavoro sul futuro della capitale, intitolato «Laboratorio Roma050 – il Futuro della Metropoli Mondo», che ha prodotto un report che sostanzialmente descrive Roma come un Arcipelago, un concetto della fine degli anni Novanta del Novecento già presente in quell’enorme patrimonio prodotto negli ultimi decenni dalle ricerche e dai lavori dei ricercatori delle Facoltà di Architettura e Ingegneria dei tre Atenei romani. Il Laboratorio Roma050, che per altro vede al lavoro molti bravi giovani professionisti romani, vorrebbe: «superare la logica dell’immediato e iniziare a progettare anche il futuro prossimo, ovvero ciò che le politiche dovrebbero attivare oggi avendo come riferimento un chiaro orizzonte intenzionale». Lodevole obbiettivo, senza dubbio. Tuttavia, i tre scenari di futuro ipotizzati (Istantaneo, 2030; Strategico, 2030-2050; Ipotetico 2050 e oltre) hanno dato vita a tre documenti (Atlante delle Trasformazioni, 2030; Affresco della Roma Futura, 2030–2050; Carta per Roma, 2050 e oltre) che, come già detto, non dicono nulla di nuovo: sinceramente, non serviva un’Archistar di fama mondiale per capire che il futuro della città si baserà su tre grandi temi strategici: l’acqua, l’archeologia e il Grande Raccordo Anulare. Tralasciando le polemiche politiche orchestrate dall’opposizione di destra e dando a Boeri il giusto merito di avere compreso in solo 18 mesi qual-cosa del pazzesco contesto romano, ci si chiede se, oltre all’impatto mediatico, questa operazione abbia un minimo di senso e, soprattutto, di opportunità, visto l’interesse al nuovo sviluppo della capitale da parte di quell’imprenditoria milanese per cui spesso ha lavorato lo stesso architetto.</p>
<p>L’affresco dei nuovi interventi fatto prima sarebbe di buon auspicio per una città europea di medie dimensioni, quale di fatto è Milano, ma per Roma purtroppo non è così: tutto si svolge nelle aree centrali pregiate, mentre le enormi periferie a cavallo del Gra, formate da edilizia sociale, vecchi e nuovi quartieri residenziali di palazzine e villettopoli sono in gran parte ancora abbandonate a loro stesse, a parte qualche lodevole intervento a Corviale, a Tor Bella Monaca e al MAAM, il Museo dell&#8217;Altro e dell&#8217;Altrove di Metropoliz_città meticcia, dove sembra in atto una sorprendente operazione che accumuna Social Housing e spazi Culturali. Ribadiamo: nonostante le buone intenzioni, non si vedono molti vantaggi per i cittadini comuni, sempre più alieni al centro storico e ostaggio di gentrificazioni estreme. A una analisi spietata, quindi, quale è lo stato di salute dell’urbanistica, del paesaggio e dell’architettura delle due capitali italiane? A Milano urbanistica e paesaggio sono oggetto della cronaca giudiziaria e sono titoli di commissioni comunali che hanno dato il via libera, in maniera più o meno lecita, a surreali operazioni immobiliari, copia carbone degli ambienti urbani descritti nei più interessanti romanzi distopici del passato, come High Rise (1975) e Kingdom Come (2006) di James Graham Ballard, 1984 (1949) di George Orwell, Ravage (1943) di René Barjavel, Brave New World (1932) di Aldus Huxley. Nelle interessanti scenografie anti-urbane milanesi, già realizzate in contesti come San Paolo del Brasile, Singapore e altre metropoli globali extra occidentali, l’architettura, a onor del vero, c’è eccome, ma appare spesso come una foglia di fico: come il Bosco verticale di Boeri, una vera immagine da Istagram talmente eclatante, fashion, apparentemente green ed esteticamente convincente da avere il potere di oscurare con la sua folgorante luminosità le misere, sciatte e banali operazioni speculative dell’intorno.</p>
<p>Nella metropoli romana contemporanea del GRA, invece, l’urbanistica è quasi totalmente assente, il paesaggio sostanzialmente sta nell’azzurro del cielo e nei pratoni incolti dei parchi informali, auto-attrezzati dai cittadini, l’architettura, come al solito, è assente. Si intravede, insomma, solo là dove arriva-no i turisti, il commercio e i grandi uffici. A meno di non considerare quell’incredibile presenza dell’incompiuta Vela di Calatrava alla Città dello Sport a Tor Vergata, prima scenografia per i boss mafiosi della serie Suburra (2017-2020), oggi per ragazzi cattolici del Giubileo dei Giovani, che è tenuto dal 28 luglio al 3 agosto 2025. La situazione generale è quindi questa, ed è inutile prendersela con i costruttori “ingordi”: fanno solo il loro mestiere. Anzi, attualmente fanno molto di più: in assenza di nuovi Piani Regolatori basati su idee di sviluppo urbano volto al progresso civile, che non siano solo gestire e sfruttare l’esistente, le grandi im-prese di Real Estate italiane si stanno attrezzando. Non rinunciando, comprensibilmente, a costruire il più possibile con il minimo sforzo e il massimo profitto, stanno però cercando di guidare le politiche urbane lanciando nuovi scenari quasi utopici, come le interessanti operazioni Inspiring Cities (2024) della Fondazione Riccardo Catella di Coima e A Vision for Rome (2025) della Fondazione ROMA REgeneration dei costruttori romani. In queste operazioni, infatti, hanno chiesto a studenti, architetti, sociologi e ad altre fi-gure intellettuali di immaginare il futuro delle metropoli, che ovviamente auspicano smart, belle, pulite, funzionali, prive di conflitti e, ovviamente, green. Le Real Estate, insomma, stanno prefigurando fantastiche città ideali per ricchi, molto simili sia al faraonico progetto saudita di The Line<sup class='footnote' id='fnref-1774-1'><a href='#fn-1774-1' rel='footnote'>1</a></sup> , sia al delirante video sulla ricostruzione di Gaza, generato dalla IA per l’amministrazione americana del presidente Trump.</p>
<p>Ma forse va bene così. Non è il caso di prendere partito sui casi giudiziari senza averne competenza, di criticare più di tanto le amministrazioni che lavorano con materie così scivolose senza avere grandi risorse per manutenzionare e far funzionare i corpi urbani, di additare come mostri senza scrupoli quei pochi architetti che ancora riescono a tenere in piedi grandi studi di architettura, in un’epoca dominata delle società di ingegneria.<br />
Il mondo reale è cattivo, la metropoli è spietata, la finanza regna sovrana e il nostro mestiere ci co-stringe a sguazzare in questa palude. Solo, finiamola di chiamare «rigenerazione urbana» queste banali operazioni di speculazione di mercato e di criticare con spocchia chi, come Rem Koolhaas, aveva profetizzato che il Junk Space sarebbe diventato la condizione urbana della Generic City.</p>
<p><a href="mailto:lanzetta@archphoto.it"><strong>Alessandro Lanzetta</strong></a></p>
<p>3.8.25</p>
<p>Fotografia di copertina: Roma, ph. <a href="https://unsplash.com/it/@spencerdavis?utm_content=creditCopyText&amp;utm_medium=referral&amp;utm_source=unsplash">Spencer Davis</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/foto-aerea-di-edifici-e-alberi-in-cemento-durante-il-giorno-haLyuhP6oLE?utm_content=creditCopyText&amp;utm_medium=referral&amp;utm_source=unsplash">Unsplash</a></p>
<p><span class='footnote' id='fn-1774-1'><a href='#fnref-1774-1'>1</a>.</span> The Line&#8221; è un ambizioso progetto per una città lineare in Arabia Saudita, parte del più ampio progetto NEOM, che mira a ridefinire il concetto di sviluppo urbano. Prevista per estendersi per 170 km nel deserto, la città sarà larga 200 metri e alta 500, ospitando fino a 9 milioni di persone, con un approccio a zero emissioni e senza auto, privilegiando gli spostamenti a piedi e con un treno ad alta velocità.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.archphoto.it/alessandro-lanzetta-quando-milano-chiama/">Alessandro Lanzetta. Quando Milano chiama&#8230;</a> proviene da <a href="https://www.archphoto.it">archphoto</a>.</p>
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