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	<description>Dal 2011 Arte Eccetera Eccetera</description>
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		<title>Fiori calpestati, corpi di vetro e una chitarra: a Milano la rabbia diventa una mostra </title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/2026/10/caterina-gobbi-mostra-milano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Radkevych]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-performance-bene-vediamo-un-po-come-fiorisci-1-1-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Red Lab Gallery presenta la prima mostra personale di Caterina Gobbi. Un percorso visitabile fino al 31 ottobre e composto da sculture, suoni e performance, in cui le emozioni attraversano i corpi e lasciano tracce nella materia </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/10/caterina-gobbi-mostra-milano/">Fiori calpestati, corpi di vetro e una chitarra: a Milano la rabbia diventa una mostra </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-performance-bene-vediamo-un-po-come-fiorisci-1-1-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">A un anno dal <strong>Premio Villa Filanda Antonini</strong>, ricevuto ad <strong><a href="https://www.artribune.com/arti-visive/2025/10/artverona-2025-migliori-stand/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/arti-visive/2025/10/artverona-2025-migliori-stand/" rel="noreferrer noopener">ArtVerona 2025</a></strong> con <strong>Red Lab Gallery</strong>, <a href="https://www.artribune.com/artista-mostre-biografia/caterina-gobbi/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/artista-mostre-biografia/caterina-gobbi/" rel="noreferrer noopener"><strong>Caterina Gobbi</strong> </a>(Courmayeur, 1988) presenta la sua prima personale negli spazi milanesi della galleria. <a href="https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/caterina-gobbi-bene-vediamo-un-po-come-fiorisci/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/caterina-gobbi-bene-vediamo-un-po-come-fiorisci/" rel="noreferrer noopener"><em>Bene, vediamo un po’ come fiorisci</em> riunisce</a> opere di nuova produzione e nasce da una ricerca avviata dall’artista proprio durante la residenza a Villa Filanda Antonini. Ad accompagnare la mostra è un testo curatoriale di <a href="https://www.artribune.com/curatore-critico-arte/laura-lamonea/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/curatore-critico-arte/laura-lamonea/" rel="noreferrer noopener"><strong>Laura Lamonea</strong>,</a> mentre il titolo è tratto da una poesia di Patrizia Cavalli. Corpo, emozioni, materia e suono attraversano il progetto. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-performance-bene-vediamo-un-po-come-fiorisci-1024x576.jpg" alt="Caterina Gobbi, Bene, vediamo un po’ come fiorisci, Red Lab Gallery" class="wp-image-1261562" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-performance-bene-vediamo-un-po-come-fiorisci-1024x576.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-performance-bene-vediamo-un-po-come-fiorisci-300x169.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-performance-bene-vediamo-un-po-come-fiorisci-150x84.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-performance-bene-vediamo-un-po-come-fiorisci-768x432.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-performance-bene-vediamo-un-po-come-fiorisci-1536x864.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-performance-bene-vediamo-un-po-come-fiorisci-2048x1152.jpg 2048w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-performance-bene-vediamo-un-po-come-fiorisci-1280x720.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Caterina Gobbi, Bene, vediamo un po’ come fiorisci, Red Lab Gallery</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Caterina Gobbi a Milano: i fiori calpestati della performance </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Un vaso di fiori freschi, un paio di stivali e dello scotch da cantiere. Inizia così <em>She was a rose, and lived, as roses do</em>. Caterina Gobbi lega i fiori alle scarpe e comincia a calpestare la terra al ritmo della musica rock, disperdendoli sul pavimento. Poi, per qualche istante, sfila. Mentre la Fashion Week scandisce la vita della città, questa breve sfilata sembra sfidarne le convenzioni. Il corpo femminile e l’ornamento floreale restano al centro, ma i fiori finiscono sul cemento, calpestati e distrutti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È attraverso il <strong>corpo</strong> che Gobbi affronta una delle questioni centrali della mostra: come dare forma alle emozioni e, soprattutto, cosa farne una volta che emergono. Contenerle o lasciarle esplodere, conservare o distruggere, nascondere o rendere visibile la rabbia diventano azioni concrete. Anche i fiori costruiscono una sorta di vocabolario emotivo, scelti per le associazioni tradizionali con stati diversi, dall’amore alla rabbia. Come osserva Laura Lamonea, “<em>le emozioni sono profondamente incarnate: qualcosa che si prova fisicamente e che si registra materialmente mentre attraversa il corpo, lasciando tracce tangibili”</em>. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I corpi e le tracce nella mostra di Caterina Gobbi a Red Lab Gallery</strong> </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il movimento continua all’interno della galleria. Gobbi conduce il pubblico attraverso gli spazi, invitandolo a cambiare continuamente punto di osservazione. È una modalità che ritorna spesso nel suo lavoro: la camminata permette di esplorare luoghi diversi e, allo stesso tempo, di interrompere una narrazione troppo lineare. <br>Anche le opere sono legate attraverso <strong>il movimento e la materia</strong>. In <em>Fioritura (turns out I can feel my feelings without dying)</em>, i corpi delle atlete sono realizzati in vetro: uno si ricompone sulla parete nella figura di una donna che corre, mentre l’altro giace scomposto al centro dello spazio. Durante la lavorazione, Gobbi ha tracciato fiori e piante sulla sabbia utilizzata come matrice per la vetrofusione, lasciandone le impronte sulla superficie. La sabbia ritorna sul pavimento in <em>per una strana coincidenza di congiunture astrali</em>, dove registra a sua volta le impronte e gli spostamenti dei visitatori. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche <strong>la performance lascia una traccia</strong>. Gobbi indossa <em>I sing the body electric</em>, un abito-scultura in rete di rame decorato con piccoli fiori, e conduce il pubblico sul tetto. Qui usa i fiori come stencil, spruzzando la vernice sul muro. Una volta rimossi, restano le loro sagome, simili a bruciature. Come le impronte nella sabbia, sono il segno di qualcosa che ha attraversato lo spazio e vi ha lasciato la propria presenza. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-fioritura-vetro-rosa-di-murano-strutture-in-acciaio-spazzolato-1024x683.jpg" alt="Caterina Gobbi, Bene, vediamo un po’ come fiorisci, Red Lab Gallery, Fioritura, vetro rosa di murano strutture in acciaio spazzolato" class="wp-image-1261564" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-fioritura-vetro-rosa-di-murano-strutture-in-acciaio-spazzolato-1024x683.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-fioritura-vetro-rosa-di-murano-strutture-in-acciaio-spazzolato-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-fioritura-vetro-rosa-di-murano-strutture-in-acciaio-spazzolato-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-fioritura-vetro-rosa-di-murano-strutture-in-acciaio-spazzolato-768x512.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-fioritura-vetro-rosa-di-murano-strutture-in-acciaio-spazzolato-1536x1024.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/caterina-gobbi-fioritura-vetro-rosa-di-murano-strutture-in-acciaio-spazzolato-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Caterina Gobbi, Bene, vediamo un po’ come fiorisci, Red Lab Gallery, Fioritura, vetro rosa di murano strutture in acciaio spazzolato</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il suono e l’elettricità nella poetica di Caterina Gobbi</strong> </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il suono attraversa la mostra insieme all’elettricità. In <em>L’anima non è nient’altro che una rosa</em>, una Stratocaster rivestita di rame porta sulla superficie le tracce di fiori bruciati. Non è il fiore carbonizzato a produrre direttamente il segno: è il cambiamento di temperatura a modificare il metallo. Esposta a parete, la chitarra viene inoltre continuamente sollecitata da un fiore mosso da un meccanismo elettrico. L’elettricità ritorna in <em>I sing the body electric</em>, l’abito in rete di rame indossato da Gobbi durante la performance, come una forza che “<em>trasporta il suono e unisce i corpi nell’ascolto”</em>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante la performance è Gobbi a imbracciare la chitarra e suonarla. Il gesto conduce verso la parte conclusiva, quando abbandona lo strumento e canta lentamente, a cappella, <em>Running Up That Hill</em>. Dopo il rock, il calpestio e il movimento attraverso gli spazi, rimane soltanto la voce. <br>I fiori hanno intanto attraversato la mostra in condizioni diverse: freschi, calpestati, impressi, bruciati, indossati. Nella poesia di Patrizia Cavalli da cui proviene il titolo, la fioritura può essere “languida o violenta”. È questa ambivalenza che sembra attraversare anche il lavoro di Gobbi: la trasformazione può essere vitale e insieme violenta. <br><br><em>Valeria Radkevych</em> <br><br>Milano // Fino al 31 ottobre 2026 <br><em>Bene, vediamo un po’ come fiorisci. Caterina Gobbi</em> <br>Red Lab Gallery, Via Andrea Solari 46 <br><a href="https://www.redlabgallery.com/esposizioni/bene-vediamo-un-po-come-fiorisci/" data-type="link" data-id="https://www.redlabgallery.com/esposizioni/bene-vediamo-un-po-come-fiorisci/" target="_blank" rel="noopener">Scopri di più </a></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>La luce diventa scultura. Ecco com’è il territorio del monregalese nella visione di un artista</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/10/jacopo-benassi-landandart-territorio-del-monregalese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Palmieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Land Art]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/01immagine-di-lucejacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Si chiama “Immagine di luce” l’opera con cui Jacopo Benassi entra nel percorso di Landandart, il progetto ideato nel 2023 dall’associazione culturale VIA per valorizzare il territorio attraverso l’arte contemporanea </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/01immagine-di-lucejacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">È <strong>Jacopo Benassi</strong> (La Spezia, 1970) il quinto artista protagonista di <strong><em>Landandart – andar per arte</em></strong>, il progetto ideato nel 2023 da <strong>Giulia Carbone</strong> per portare l’arte contemporanea nel <strong>territorio del monregalese</strong>. Nato dall’incontro tra l’amore per il luogo e quello per l’arte,<em>Landandart</em> crea un dialogo tra questi due elementi<em>,</em> valorizzando<strong>l’area delle Langhe tra Mondovì e Vicoforte</strong> (Cuneo), ricca di testimonianze storiche, artistiche e naturalistiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Promosso <strong>dall’associazione culturale non profit VIA</strong>, <em>Landandart</em> mette al centro la cultura intrecciando <strong>storia, arte e natura.</strong> Nell’ambito di un paesaggio inteso in senso ampio, come una realtà da attraversare e vivere attraverso i cinque sensi, in cui l’arte viene declinata nei suoi molteplici linguaggi, si inserisce il nuovo intervento di Jacopo Benassi. Un lavoro che, collocandosi in linea con quelli di Emilio Ferro, Giovanni Ozzola, Antonio Capaccio e Carlo D’Oria, che l’hanno preceduto, è stato ideato in dialogo con il territorio, andando oltre a quello che ci si aspetterebbe da una tradizionale (e silenziosa) opera di land art. Artista fuori dagli schemi, Benassi, dopo aver iniziato come fotografo, ha fatto della luce un elemento centrale della sua ricerca, e qui, a Vicoforte, si è spinto addirittura oltre…</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/jacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via-1024x683.jpg" alt="Jacopo Benassi. Photo Francesco Capitani_courtesy of Associazione VIA" class="wp-image-1261585" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/jacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via-1024x683.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/jacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/jacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/jacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via-768x512.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/jacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via-1536x1025.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/jacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via-2048x1366.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Jacopo Benassi. Photo Francesco Capitani. Courtesy of Associazione VIA</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le parole di Antonio Grulli sull’installazione di Jacopo Benassi per Landandart</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Come ha osservato <strong>Antonio Grulli</strong>, curatore e autore del testo critico a corredo dell’opera, “<em>la ricerca di Benassi si sviluppa lungo due direzioni apparentemente distanti, ma entrambe orientate a dare corpo alla fotografia. Da una parte, le sue installazioni puntano sulla fisicità, attraverso cornici dalla presenza quasi scultorea e assemblaggi monumentali che sovrappongono elementi pittorici e fotografici, risultando al tempo stesso imponenti e fragili. Dall’altro, ed è questo il caso”</em> continua “<em>l’artista segue un percorso <strong>concettuale</strong> legato soprattutto alla luce. Partendo dall’etimologia della parola ‘fotografia’, intesa come ‘scrittura di luce’, Benassi fa un uso particolarmente accentuato del flash. In ‘Immagine di luce’, questa modalità, ricorrente nella sua pratica, diventa preponderante, fino a trasformarsi nell’elemento cardine dell’opera</em>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>“Immagine di luce” l’opera di Jacopo Benassi per Landandart nel monregalese</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Benassi ha concepito <em>Immagine di luce,</em> per la suggestiva <strong>Fontana del Foo</strong>, una sorgente antica, immersa nel bosco e avvolta da un’aura esoterica, facendo della <strong>luce la protagonista assoluta</strong> dell’intervento. Per quanto la luce rivesta da sempre un ruolo centrale nella sua pratica, in questa occasione ha scelto di spingersi oltre, rinunciando per la prima volta alla macchina fotografica e a qualsiasi supporto. Come ha osservato lui stesso: “<em>La fotografia è fisicamente data dalla luce e ‘Immagine di luce’ è un flash che si fa scultura”.</em><br>Realizzata in condizioni di totale oscurità, l’installazione consiste in un <strong>lampo</strong> <strong>di luce espanso</strong>, talmente importante da andare a <strong>scolpire l&#8217;ambiente</strong> in cui divampa. La sua manifestazione dura pochi secondi, ma l’esperienza, che investe l’ambiente, ridisegnandone temporaneamente i contorni, è destinata a prolungarsi nella memoria di chi vi assiste. La luce scolpisce così lo spazio a intermittenza, trasformando l’intervento in una sorta di rituale. Nel rispetto della memoria del luogo, il 10 ottobre, giorno dell’opening, Benassi non si è solo inserito nella tradizione, ma ha contribuito a riattivarla attraverso la performance sonora <em>Light is life!</em> <strong>Coinvolgendo la comunità</strong>, l’artista ha orchestrato la performance con dei membri della banda comunale che hanno intonato una canzone popolare, alternando voci e strumenti in relazione al ritmo della luce, traducendo così l’installazione in partitura sonora.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/performance-light-is-lifejacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via-1024x683.jpg" alt="Performance Light is life_Jacopo Benassi_ph Francesco Capitani_courtesy of Associazione VIA" class="wp-image-1261584" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/performance-light-is-lifejacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via-1024x683.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/performance-light-is-lifejacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/performance-light-is-lifejacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/performance-light-is-lifejacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via-768x512.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/performance-light-is-lifejacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via-1536x1025.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/performance-light-is-lifejacopo-benassiph-francesco-capitanicourtesy-of-associazione-via-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">La performance Light is life di Jacopo Benassi. Photo Francesco Capitani. Courtesy of Associazione VIA</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il valore della Fontana del Foo per il territorio e nella visione di Jacopo Benassi</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Con <em>Immagine di luce</em>, Benassi restituisce visibilità a un luogo magico che, dopo essere stato a lungo dimenticato, conserva un particolare significato per la storia della comunità. La fontana, una delle principali fonti di acqua potabile della zona, era un tempo un frequentato punto d’incontro, per diventare nell’Ottocento scenografia naturale per rappresentazioni teatrali e momenti performativi.<br>L’artista, inserendosi nel solco di questa tradizione, lungi dal concepire un’opera statica, è tornato ad attivare la sorgente facendone nuovamente un luogo di produzione culturale. I visitatori, infatti, non sono semplici osservatori, ma partecipando diventano protagonisti di un’esperienza la cui esistenza è legata anche alla loro presenza e che, come a teatro, non rimane mai uguale a se stessa.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Landandart: il percorso d’arte dell’Associazione Culturale VIA tra Vicoforte e Mondovì</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’intervento di Benassi si inserisce in un itinerario che permette di scoprire il territorio a piedi o in bicicletta attraverso l’arte contemporanea. Ideato dall’associazione culturale VIA, il percorso prende avvio dal centro di Vicoforte, dove il maestoso Santuario costituisce una tappa fondamentale, e prosegue lungo la strada verso San Rocco, dove si trova il primo nucleo di opere.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/flusso-pellegrinocarlo-doria-1024x683.jpg" alt="Carlo D'Oria, Flusso Pellegrino" class="wp-image-1261583" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/flusso-pellegrinocarlo-doria-1024x683.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/flusso-pellegrinocarlo-doria-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/flusso-pellegrinocarlo-doria-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/flusso-pellegrinocarlo-doria-768x512.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/flusso-pellegrinocarlo-doria.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Carlo D&#8217;Oria, Flusso Pellegrino</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Gli interventi di Emilio Ferro, Giovanni Ozzola, Carlo D’Oria e Antonio Capaccio per Landandart</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’antica cappella si trova <em>Miracle</em> (2024), installazione luminosa e sonora di <strong>Emilio Ferro</strong> (Alba, 1978). Attraversando longitudinalmente lo spazio architettonico, l’opera assume la forma di una freccia ideale che indica la direzione del Santuario.<br>Nel parco Dietro San Rocco, oggi centrale nel progetto Landandart, l’installazione di <strong>Giovanni Ozzola</strong> (Firenze, 1982), <em>Atto unico – campane</em> (2024), diventa parte del paesaggio, entrando in simbiosi con un ciliegio, da cui le campane dell’artista pendono in maniera pressoché naturale, accentuando la dimensione toccante ed evocativa della scena.<br>Nello stesso parco si trova <em>Flusso Pellegrino</em> (2025) di <strong>Carlo D’Oria</strong> (Torino, 1979), una scultura in corten che richiama alcuni elementi centrali della ricerca dell’artista: il viaggio, le persone e l’unione come fonte di forza e resilienza.<br>Proseguendo verso il centro abitato si incontra la Confraternita dei Battuti, edificio ricco di storia che nel corso degli anni ha assolto diverse funzioni, fino a essere utilizzato anche come magazzino e a diventare, dopo il restauro, negli Anni Ottanta, una sala conferenze. Qui abita <em>La Vergine dei Battuti</em> (2025) di <strong>Antonio Capaccio</strong> (Civitavecchia, 1956) che, ispirato dal seicentesco stendardo devozionale, ne ha realizzato una versione contemporanea. Opera che si può leggere anche come una summa del suo linguaggio multidisciplinare.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I totem di Carlo D’Oria che guidano il percorso Landandart</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’esperienza di visita è arricchita da <strong>totem informativi</strong> progettati da Carlo D’Oria come sculture integrate nel contesto. Vere e proprie pietre miliari, i totem delineano il tracciato e, grazie ai QR code di cui sono dotati, lo valorizzano, invitando le persone a sostare per ascoltare le storie dei luoghi e delle opere che li abitano.<br><br><em>Ludovica Palmieri</em><br><br><a href="https://www.associazionevia.org/" target="_blank" rel="noopener">Scopri di più</a></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/10/jacopo-benassi-landandart-territorio-del-monregalese/">La luce diventa scultura. Ecco com’è il territorio del monregalese nella visione di un artista</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Un dirompente spettacolo di Jan Fabre in prima mondiale a Milano</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-performative/teatro-danza/2026/10/jan-fabre-spettacolo-milano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Palmieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Teatro & Danza]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[spettacoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1261523</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/who-shall-speak-my-thought-photograher-mario-leko6-2048x1365-1.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Scritto nel 1980 e proposto oggi al Teatro OutOff con una messa in scena inedita concepita per la protagonista Ivette Codina, “Who Shall Speak My Thought?” è uno spettacolo che, affondando negli angoli reconditi della mente, è destinato a urtare, sconvolgere e turbare gli animi degli spettatori</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/teatro-danza/2026/10/jan-fabre-spettacolo-milano/">Un dirompente spettacolo di Jan Fabre in prima mondiale a Milano</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/who-shall-speak-my-thought-photograher-mario-leko6-2048x1365-1.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">Il ritmo è serrato. I passaggi sono rapidissimi. La protagonista, <strong>Ivette Codina</strong>, è sola sul palco, a tratti illuminata. Il pavimento è costellato di panetti di burro, accostati a semplici lampadine. L’incontro tra i due elementi è fatale. Per non dire “illuminante”. Viene presentato come un monologo, ma in realtà è un vero e proprio dialogo con se stessi, <a><strong><em>Who Shall Speak My Thought?</em></strong>,</a> spettacolo scritto e concepito da <strong><a href="https://www.artribune.com/tag/jan-fabre/" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/tag/jan-fabre/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Jan Fabre</a></strong> (Anversa, 1958)<strong>,</strong> nel 1980 e presentato in questa inedita messa in scena, in prima mondiale, al teatro <strong>OutOFF di Milano</strong>, nell’ambito dell’annuale <a href="https://www.artribune.com/arti-performative/teatro-danza/2025/10/teatro-out-off-milano-jan-fabre-presenta-spettacolo/" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/arti-performative/teatro-danza/2025/10/teatro-out-off-milano-jan-fabre-presenta-spettacolo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">rassegna a lui dedicata</a>. Adattato per la talentuosa protagonista e presentato in spagnolo, il testo rimane irruento, dirompente e provocatorio, capace di <strong>mettere alla prova attori e pubblico</strong>. La forza dello spettacolo risiede nell’essere interamente corpo: nella regia di Fabre anche la parola e la musica si fanno carne. Questo <strong>approccio fisico, viscerale e a tratti violento</strong> si riflette storicamente nel suo rapporto con la compagnia Troubleyn. Proprio a causa di tali metodi, nel 2022 il regista è stato accusato da alcuni ex collaboratori per molestie e violazione delle norme sulla tutela dei lavoratori, ricevendo poi una sospensione della pena dal Tribunale di Anversa, per 5 violazioni delle norme sul benessere dei lavoratori e, nei riguardi di una donna, per attentato al pudore (un bacio con la lingua). Sebbene Jan Fabre non abbia presentato appello contro la condanna, 175 dipendenti ed ex collaboratori si sono schierati in sua difesa, dichiarando che quella emersa dalla vicenda processuale fosse una rappresentazione distorta di Fabre.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/who-shall-speak-my-thought-photograher-mario-leko8-2048x1365-1-1024x683.jpg" alt="Un dirompente spettacolo di Jan Fabre in prima mondiale a Milano" class="wp-image-1261525" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/who-shall-speak-my-thought-photograher-mario-leko8-2048x1365-1-1024x683.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/who-shall-speak-my-thought-photograher-mario-leko8-2048x1365-1-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/who-shall-speak-my-thought-photograher-mario-leko8-2048x1365-1-299x199.jpg 299w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/who-shall-speak-my-thought-photograher-mario-leko8-2048x1365-1-577x385.jpg 577w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/who-shall-speak-my-thought-photograher-mario-leko8-2048x1365-1-767x511.jpg 767w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/who-shall-speak-my-thought-photograher-mario-leko8-2048x1365-1-1536x1024.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/who-shall-speak-my-thought-photograher-mario-leko8-2048x1365-1.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Lo spettacolo &#8220;Who shall speak my thought?&#8221; di Jan Fabre a Milano. Ph: Mario Leko</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le parole di Jan Fabre sullo spettacolo al teatro OutOFF di Milano</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Come ha spiegato l’artista, “<em>è stata una sfida impegnativa riproporre questo spettacolo nato negli Anni Ottanta, in un periodo difficile in cui soffrivo di iperventilazione, ero colpito da convulsioni, e ritrovarlo ancora attuale, capace di parlare al presente</em>”. Scritto originariamente per due uomini, qui è presentato in una messa in scena completamente nuova che, come anticipato, vede una <strong>donna protagonista</strong>, elemento che aggiunge un <strong>ulteriore livello di significato</strong>, dal momento che il femminile rappresenta la potenza vitale, creativa, attraverso cui l’artista approfondisce il rapporto con l’alchimia. <em>“Tutta la pièce</em>” ha osservato “<em>ruota intorno alla <strong>dicotomia tra razionalità e irrazionalità</strong>, rappresentate dal burro e dalle lampadine, rispettivamente metafora del corpo, della trasformazione e del pensiero lucido e razionale. Il percorso narrativo segue i <strong>cinque stadi dell’alchimia</strong> che si sviluppano lungo le 11 tappe rappresentate dai panetti di burro sul palco</em>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>“Who Shall Speak My Thought?”,</strong> <strong>un viaggio nella mente umana</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Who Shall Speak My Thought?</em> si rivela quindi un assolo con cui Fabre non si smentisce e rilancia, andando a esplorare gli <strong>angoli più reconditi della mente</strong>, il conflitto tra essere e dover essere, tra forma e sostanza, tra conscio e inconscio. In linea con la tradizione alchemica a cui si richiama da sempre, l’artista costruisce un <strong>climax ascendente</strong>, portando in scena la tensione irrisolta tra il perbenismo di matrice borghese e religiosa e una natura istintiva e primordiale, che spinge l’individuo a cercare appagamento e piacere.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="459" height="669" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/images-11.jpg" alt="Ritratto di Jan Fabre" class="wp-image-1261526" style="aspect-ratio:0.6861073480637174;width:604px;height:auto" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/images-11.jpg 459w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/images-11-300x437.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/images-11-103x150.jpg 103w" sizes="auto, (max-width: 459px) 100vw, 459px" /><figcaption class="wp-element-caption">Ritratto di Jan Fabre</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Musica e drammaturgia nello spettacolo di Jan Fabre al Teatro OutOff</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il conflitto si traduce sul palco in un crescendo di passioni, a tratti volutamente esasperante. Ivette Codina si muove con fulminea agilità tra registri opposti: il riso si trasforma in spasmo, mentre il piacere sembra traboccare nell’orgasmo. Le sensazioni si fanno tangibili e il clima si carica di una tensione febbrile e sinestesica, amplificata dalle musiche originali di Alma Auer. Da una parte, queste evocano quasi un’atmosfera religiosa, come se il flusso dei pensieri rimandasse a una confessione; dall’altra, riportano inesorabilmente al corpo, facendosi respiro, affanno e palpito. La drammaturgia di <strong>Miet Martens</strong>, con il suo linguaggio poetico e le ripetizioni ossessive, si può leggere come “<em>un’ode a coloro che provano emozioni troppo intense, sentono troppo, vedono troppo e che continuano a cercare la bellezza e il significato nel caos travolgente dell’esistenza”</em> per riprendere le parole dell’artista.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/gaburro-jan-fabre-2-hdr-modifica-copia-1024x768.jpg" alt="Jan Fabre, Death Keeps me Awake, installation views della mostra a cura di Melania Rossi presso la sede della Galleria Gaburro di Via Cerva 25 a Milano. Photo: Zima Studio; Courtesy: l’artista e Galleria Gaburro" class="wp-image-1261546" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/gaburro-jan-fabre-2-hdr-modifica-copia-1024x768.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/gaburro-jan-fabre-2-hdr-modifica-copia-300x225.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/gaburro-jan-fabre-2-hdr-modifica-copia-150x113.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/gaburro-jan-fabre-2-hdr-modifica-copia-768x576.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/gaburro-jan-fabre-2-hdr-modifica-copia-1536x1152.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/gaburro-jan-fabre-2-hdr-modifica-copia.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Jan Fabre, Death Keeps me Awake, installation views della mostra a cura di Melania Rossi presso la sede della Galleria Gaburro di Via Cerva 25 a Milano. Photo: Zima Studio; Courtesy: l’artista e Galleria Gaburro</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Alchimia e trasformazione: il legame tra teatro e arti visive</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Come ha notato la protagonista, Ivette Codina, il fulcro di <em>Who Shall Speak My Thought?</em> è la trasformazione che per lei non è stata solo mentale, ma proprio fisica. “Q<em>uesto spettacolo è una sorta di rituale di passaggio. Ogni rappresentazione ha un impatto trasformativo sul mio corpo, il mio essere; come se ogni bacio, morso, carezza o pugno contribuisse a un’impercettibile ma inesorabile metamorfosi che, partendo dal corpo, tocca l’essenza dell’anima”.</em> Ed è proprio questa dinamica del cambiamento che Fabre, come un moderno alchimista, cerca da sempre nel teatro e nelle arti visive. Un concetto che nello spettacolo prende forma attraverso la presenza del burro, sublimato come nella ricerca di Joseph Beuys, in elemento simbolico, curativo, ancestrale. <strong>Materia primordiale e dinamica</strong> che, associata alla forza vitale del femminino, diventa al culmine dello spettacolo pura energia, potenza di luce. Nell’arte, la stessa idea di metamorfosi è pienamente espressa nella mostra <a href="https://www.galleriagaburro.com/eventi/84/Jan-Fabre.-Death-Keeps-me-Awake" target="_blank" rel="noopener"><em>Death Keeps Me Awake</em></a> attualmente in corso, fino al 22 gennaio, alla Galleria Gaburro di Milano, a cura di <a href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/06/still-life-mostra-roma/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/06/still-life-mostra-roma/" rel="noreferrer noopener">Melania Rossi</a>, dove l’artista fiammingo presenta un corpus di opere, inedite e storiche, realizzate con elitre di scarabei gioiello. Un progetto che ruota intorno a una riflessione sulla vita e la morte, due realtà opposte ma indissolubili che traggono la propria ragion d’essere l’una nell’altra.<br><br><em>Ludovica Palmieri</em><br><br><a href="https://teatrooutoff.it/stagione-2025-2026-2/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Scopri di più</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Cos’è l’enogeoturismo. Viaggiare tra le vigne italiane approfondendo cosa c’è sotto terra</title>
		<link>https://www.artribune.com/turismo/2026/10/enogeoturismo-tre-itinerari-langhe-toscana-sicilia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Taliento]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Turismo]]></category>
		<category><![CDATA[enogastronomia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1261362</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/castello-di-brolio.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Tre territori, tre vini, tre paesaggi da leggere in modo diverso. Dalle colline delle Langhe alle strade bianche della Toscana, fino ai vigneti affacciati sul Tirreno, il viaggio segue le tracce della geologia per scoprire che cosa lega un vino alla terra da cui nasce. A piedi o in bicicletta, tra borghi, luoghi d’arte e tracce di antichi mari</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/turismo/2026/10/enogeoturismo-tre-itinerari-langhe-toscana-sicilia/">Cos’è l’enogeoturismo. Viaggiare tra le vigne italiane approfondendo cosa c’è sotto terra</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/castello-di-brolio.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">“C’è un legame profondo che unisce il vino al territorio in cui nasce, un duo inscindibile che lega il prodotto vinicolo a ciò che dà il suo sostentamento a partire dalla base della pianta: la geologia del suolo”, spiega <strong>Stefano Farinelli</strong>, geologo, divulgatore scientifico e ideatore del progetto <a href="https://www.instagram.com/igeoturisti/" target="_blank" rel="noopener">I Geoturisti</a>. “<em>Gli esperti lo chiamano terroir, per indicare quell’unione di rocce, suoli che derivano dalla loro alterazione, esposizione dei versanti, disponibilità d’acqua, forma del paesaggio e, non per ultimo, la mano e l’operatività dell’uomo. Tutti aspetti che contribuiscono a definire il carattere di un vino, perché è l’unicità ambientale del territorio in cui un vino nasce che rende il vino stesso un prodotto unico e irripetibile</em>”. Ma cosa succede sotto i filari? <em>“Il suolo è l’insieme di sostanze organiche e roccia alterata che con la giusta “ricetta” consente l’espansione delle radici di un vitigno. Sì, ma quale è la condizione migliore? Non una in particolare, vanno bene suoli sabbiosi o argillosi, basta che ci sia “drenaggio” e una buona pendenza generale</em>”. È da questa varietà che nasce l’idea dell’<strong>EnoGeoTurismo</strong>: “<em>La penisola italiana presenta una straordinaria varietà geologica che si riflette nella ricchezza delle sue produzioni vinicole da Nord a Sud</em>”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="427" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/barbaresco-1024x427.jpg" alt="Cos’è l’enogeoturismo. Viaggiare tra le vigne italiane approfondendo cosa c’è sotto terra" class="wp-image-1261364" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/barbaresco-1024x427.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/barbaresco-300x125.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/barbaresco-150x63.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/barbaresco-768x320.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/barbaresco-1536x640.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/barbaresco.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Barbaresco</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Enogeoturismo nelle Langhe, dove il vino nasce dal mare</h2>



<p class="wp-block-paragraph">In Piemonte il <a href="https://bartobar.it/it/" target="_blank" rel="noopener">Bar to Bar</a>, grande anello tra Barbaresco e Barolo, è <strong>un itinerario outdoor di 124 chilometri</strong> da percorrere a tappe a piedi o in bici, attraversando terreni differenti. “<em>Ci troviamo in corrispondenza di rocce e terreni sedimentari, originatisi al di sotto di antichi mari, molti milioni di anni fa</em>”. Sono rocce arenacee, marnose e argillose, che ospitano i vitigni e contribuiscono alle caratteristiche dei vini. “<em>A seconda del tipo di “granulometria”, ovvero grandezza di particelle terrigene e contenuto in minerali, si differenziano le aree vocate a Barolo e Barbaresco</em>”. E anche “<em>la quota sul livello del mare e le pendenze delle caratteristiche colline contribuiscono alla buona riuscita del prodotto finale</em>”. Lungo il percorso, il borgo di <strong>Barbaresco</strong> invita a una sosta ai piedi della sua torre medievale del Trecento, da cui lo sguardo abbraccia le colline del nebbiolo: un incontro tra storia, architettura e paesaggio del vino.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Toscana, sulle strade bianche</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il viaggio continua in Toscana, patria del vino, conosciuta in tutto il mondo. “<em>Qui si alternano formazioni geologiche profonde e in superficie suoli di vario genere</em>”. I terreni, sempre originati da rocce sedimentarie, hanno un buon drenaggio e sono modellati in dolci colline. È il paesaggio del Brunello di Montalcino e del Chianti Classico, ma anche quello dell’Eroica, il tracciato permanente per cicloturisti che attraversa il territorio tra Siena, Gaiole in Chianti e Montalcino, tra vigneti e strade bianche. “<em>Le colline assumono questo aspetto proprio grazie alle componenti geologiche argillose, limose e arenacee originate in ambienti marini che vengono modellate dalle dinamiche del nostro pianeta e dagli agenti atmosferici</em>”. Una pedalata tra strade bianche e vigne può così diventare anche un itinerario culturale, con una deviazione al <a href="https://www.ricasoli.com/castello/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Castello di Brolio</strong></a>, a Gaiole in Chianti, per scoprire la storia del Chianti Classico.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/codadivolpetindari1207202020-768x1024.jpg" alt="Cos’è l’enogeoturismo. Viaggiare tra le vigne italiane approfondendo cosa c’è sotto terra" class="wp-image-1261366" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/codadivolpetindari1207202020-768x1024.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/codadivolpetindari1207202020-300x400.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/codadivolpetindari1207202020-113x150.jpg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/codadivolpetindari1207202020.jpg 960w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sentiero Coda di Volpe. Foto Effems</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Sicilia, la sorpresa del Nocera</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’ultima tappa porta in Sicilia, <strong>tra Furnari, Patti e Tindari</strong>. Qui il protagonista è il nocera, vitigno autoctono che per molti anni ha rischiato di scomparire. “<em>Per comprendere davvero il nocera occorre guardare sotto i vigneti</em>”, racconta <strong>Silvia Ilacqua</strong>, geologa e divulgatrice scientifica. “<em>A Furnari affiorano due formazioni geologiche sedimentarie molto differenti tra loro: le argille scagliose dei Monti Peloritani e le calcareniti di Floresta</em>”. Entrambe hanno origine marina, ma raccontano come il mare abbia depositato i materiali in modi diversi. “<em>L’unione di queste due componenti geologiche, con la presenza di argilla e calcio, genera un terroir particolarmente favorevole. Da una parte la capacità delle argille di conservare l’umidità, dall’altra il contributo minerale delle calcareniti</em>”. Una vera e propria simbiosi geologica, che ha favorito nei secoli la persistenza del nocera. Ma il vino è solo una delle ragioni per arrivare fin qui. La strada conduce a Tindari, affacciata sul Tirreno, con il <strong>Santuario della Madonna Nera</strong> e l’area archeologica dell’antica città. Da qui lo sguardo si apre su alcuni geositi come i laghetti di Marinello e sulle Isole Eolie. Per chi vuole continuare a camminare c’è il <strong>Sentiero Coda di Volpe</strong>, l’antica via che collegava Marinello a Tindari.<br><br><em>Luisa Taliento</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/turismo/2026/10/enogeoturismo-tre-itinerari-langhe-toscana-sicilia/">Cos’è l’enogeoturismo. Viaggiare tra le vigne italiane approfondendo cosa c’è sotto terra</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Ecco com’è la mostra che apre un nuovo spazio per l’arte contemporanea a Cremona</title>
		<link>https://www.artribune.com/progettazione/2026/10/mostra-sala-effe-cremona-intervista-paolo-zani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Caterina Angelucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 21:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Progetto]]></category>
		<category><![CDATA[cremona]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1261253</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe09-ph-tiziano-ercoli-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>A inaugurare Sala Effe è “La terra piatta è una dimensione lirica del luogo come se regredire fosse inventare”, mostra curata da Paolo Zani e concepita fin dall’inizio come un progetto “in movimento”</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/2026/10/mostra-sala-effe-cremona-intervista-paolo-zani/">Ecco com’è la mostra che apre un nuovo spazio per l’arte contemporanea a Cremona</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe09-ph-tiziano-ercoli-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">Cremona si apre sempre più al contemporaneo con <strong>Sala Effe</strong>, il nuovo spazio dedicato all’arte dell’ultimo secolo nato <strong>all’interno del Museo del Violino</strong>, che dal 19 settembre 2026 ha inaugurato un nuovo capitolo nella programmazione culturale del museo. Il nome allude alle “effe” intagliate nella cassa armonica del violino, elementi che ne favoriscono la risonanza, ma ne svela anche gli obiettivi: uno spazio pensato per mettere in relazione linguaggi, pubblici e pratiche differenti, mantenendo un dialogo con il Museo che la accoglie ma sviluppando una programmazione autonoma. Più laboratorio che museo, Sala Effe nasce infatti come luogo aperto e in trasformazione, lontano dalle logiche del blockbuster e orientato alla sperimentazione, alle nuove produzioni, ai prestiti e alla valorizzazione di collezioni private. A inaugurare questo nuovo spazio è <em>La terra piatta è una dimensione lirica del luogo come se regredire fosse inventare</em>, mostra curata da Paolo Zani e concepita fin dall’inizio come un progetto “in movimento”. <strong>Fino al 14 marzo 2027</strong>, il percorso riunisce opere di Mariia Andreeva, Alighiero Boetti, Caleb Considine, Racheal Crowther, Giorgio de Chirico, Rineke Dijkstra, Jason Dodge, Peter Fischli e David Weiss, John Gerrard, Tarik Kiswanson, On Kawara, Paul Kos, Diego Perrone, Paola Pivi, Pietro Roccasalva, Hans Schabus e Damon Zucconi. Al centro, una riflessione sullo spazio-tempo, inteso come qualcosa che viene continuamente interpretato, modificato e rimesso in discussione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe08-ph-tiziano-ercoli-1024x683.jpg" alt="Sala Effe, installazione View Ph. Tiziano Ercoli" class="wp-image-1261264" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe08-ph-tiziano-ercoli-1024x683.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe08-ph-tiziano-ercoli-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe08-ph-tiziano-ercoli-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe08-ph-tiziano-ercoli-768x512.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe08-ph-tiziano-ercoli-1536x1025.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe08-ph-tiziano-ercoli-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sala Effe, installazione View Ph. Tiziano Ercoli</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">La mostra “La terra piatta è una dimensione lirica del luogo come se regredire fosse inventare” da Sala Effe a Cremona</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il titolo, volutamente spiazzante, introduce già una delle questioni fondamentali della mostra: il rapporto tra luogo, percezione e tempo. Lo sguardo di Zani è costruito attorno ad alcune “<em>ossessioni artistiche</em>” che portano a una mostra capace di modificarsi nel corso dei mesi. La durata, infatti, diventa uno strumento attraverso cui leggere il progetto. Alcune opere saranno sostituite, altre entreranno progressivamente nel percorso, mentre luce, suono e video contribuiranno a modificarne atmosfera e ritmo. Il primo esempio è già avvenuto nella giornata inaugurale, quando un lavoro di <strong>Paola Pivi</strong> è rimasto nello spazio soltanto per 48 ore. La sua presenza ha alterato radicalmente la percezione dell’ambiente, intervenendo sulla luce, sulla temperatura e sulla relazione tra le persone e le opere. Zani ricorda quella giornata come un momento particolarmente significativo proprio per l’imprevedibilità dell’esperienza: “<em>La presenza delle persone in qualche modo aleggiava nello spazio e diventavamo tutti un po’ come dei fantasmi e delle forme larvali che giravano alla ricerca di informazioni</em>”, ha raccontato ad Artribune.</p>


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<h2 class="wp-block-heading">Il tempo da de Chirico a Kawara </h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’episodio mostra concretamente come un’opera possa diventare un agente capace di modificare ciò che le sta intorno. La visita, quindi, non esaurendosi nell’osservazione degli oggetti esposti, entra a sua volta nella dinamica. E questo principio ritorna negli avvicendamenti già programmati. Al centro del percorso è previsto un cambio di opere bidimensionali in tre momenti distinti. In apertura, il riferimento è <strong>Giorgio de Chirico</strong>, con i suoi cavalli sulla spiaggia, mentre il 22 novembre l’opera sarà sostituita da una serie di dipinti di <strong>On Kawara</strong>, artista per il quale la registrazione del giorno e della data diventa una pratica rigorosa di misurazione dell’esistenza. A gennaio sarà poi la volta delle fotografie di Rineke Dijkstra dedicate a giovani bagnanti, corpi adolescenti colti in una fase di passaggio. La successione mette così in relazione tre modi differenti di affrontare il tempo: quello sospeso e mentale di de Chirico, quello misurato di Kawara e quello corporeo e biografico di Dijkstra. Tuttavia, una parte del progetto resta volutamente affidata all’imprevisto, come per esempio l’intervento di <strong>Mariia Andreeva</strong>, giovane artista e studentessa della Städelschule di Francoforte, chiamata nello spazio in un momento ancora non stabilito e con modalità non definite in anticipo. Potrà aggiungere qualcosa oppure sottrarlo. “<em>Tutto ciò che si aggiunge in maniera rivelatoria a volte è inatteso</em>”, spiega Zani, “<em>quindi è un tentativo anche di accogliere l’imprevisto all’interno dello sviluppo della mostra</em>”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe04-ph-tiziano-ercoli-1024x683.jpg" alt="Sala Effe, installazione View Ph. Tiziano Ercoli" class="wp-image-1261260" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe04-ph-tiziano-ercoli-1024x683.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe04-ph-tiziano-ercoli-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe04-ph-tiziano-ercoli-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe04-ph-tiziano-ercoli-768x512.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe04-ph-tiziano-ercoli-1536x1025.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe04-ph-tiziano-ercoli-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sala Effe, installazione View Ph. Tiziano Ercoli</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">L’Ombra della sera a Cremona</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le opere e i riferimenti che costruiscono questo paesaggio temporale c’è anche una copia dell’<strong>Ombra della Sera</strong>, la celebre scultura etrusca conservata al Museo Guarnacci di Volterra. La figura allungata, diventata nel Novecento un oggetto di fascinazione per artisti e intellettuali, introduce una diversa idea della temporalità: un’immagine antica che continua a produrre interpretazioni nel presente. L’associazione con l’ombra di una persona al tramonto viene tradizionalmente ricondotta a <strong>Gabriele D’Annunzio</strong>, ma non esistono prove che l’opera etrusca fosse stata concepita originariamente secondo una simile lettura esistenziale. “<em>È una sorta di depotenziamento di quello che è il concetto romantico della condizione umana</em>”, osserva il curatore, “<em>sulla base di un pensiero che si definisce anche per approssimazione</em>”. La scultura introduce quindi nella mostra una riflessione sulla costruzione stessa delle interpretazioni e sul modo in cui il tempo modifica la lettura degli oggetti. La dimensione espositiva trova, poi, una prosecuzione nel public program <em>Ombre della Sera</em>, affidato agli scrittori Tommaso Di Dio, Andrea Gentile e Gabriele Sassone. Il progetto estende la mostra attraverso scrittura, editoria, incontri e laboratori.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe02-ph-tiziano-ercoli-1024x683.jpg" alt="Sala Effe, installazione View Ph. Tiziano Ercoli" class="wp-image-1261258" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe02-ph-tiziano-ercoli-1024x683.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe02-ph-tiziano-ercoli-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe02-ph-tiziano-ercoli-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe02-ph-tiziano-ercoli-768x512.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe02-ph-tiziano-ercoli-1536x1025.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/sala-effe02-ph-tiziano-ercoli-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sala Effe, installazione View Ph. Tiziano Ercoli</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Oltre la mostra: i laboratori di Sala Effe </h2>



<p class="wp-block-paragraph">I tre autori sono chiamati a produrre altrettanti racconti a partire dalle opere esposte, di volta in volta pubblicati sul quotidiano locale <strong>La Provincia</strong> e successivamente raccolti in una fanzine destinata al bookshop del Museo del Violino. Anche il calendario dei laboratori segue i tre principali cambiamenti del percorso. Il primo, dedicato a de Chirico e condotto da <strong>Gabriele Sassone</strong>, ruoterà intorno alla differenza tra il tempo della realtà e quello del sogno. Il secondo, associato a On Kawara e condotto da <strong>Andrea Gentile</strong>, affronterà il tempo che passa e il rapporto individuale con la sua percezione. Il terzo, collegato alle fotografie di <strong>Rineke Dijkstra</strong> e condotto da Tommaso Di Dio, partirà invece dalla relazione tra sguardo e scrittura.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Caterina Angelucci<br><br>Sala Effe<br>La terra piatta è una dimensione lirica del luogo come se regredire fosse inventare<br>fino al 14 marzo 2027<br>Museo del Violino, Piazza Guglielmo Marconi, Cremona<br><br>Orari di apertura:<br>giovedi e venerdi 11-17; sabato e domenica 10-18<br>Ingresso libero</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/2026/10/mostra-sala-effe-cremona-intervista-paolo-zani/">Ecco com’è la mostra che apre un nuovo spazio per l’arte contemporanea a Cremona</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L’ultimo Amleto di un attore in fin di vita diventa un film. La storia vera di Ian Charleson</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-performative/cinema/2026/10/film-elsinore-simon-stone-storia-vera-attore-ian-charleson/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Margherita Bordino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 20:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema & TV]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1261247</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/elsinore-photos-4500x3000-e-01302-r-jpg-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>La lotta contro l’AIDS, la passione per il teatro e un’ultima, straordinaria sfida: portare in scena l’Amleto. Simon Stone presenta alla Festa del Cinema di Roma il film che racconta uno dei momenti più intensi e cruciali della vita dell’attore. Nelle sale italiane dal 28 gennaio</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/cinema/2026/10/film-elsinore-simon-stone-storia-vera-attore-ian-charleson/">L’ultimo Amleto di un attore in fin di vita diventa un film. La storia vera di Ian Charleson</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/elsinore-photos-4500x3000-e-01302-r-jpg-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

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<iframe loading="lazy" title="ELSINORE (2026) | Trailer sub ita del dramma di Simon Stone con Andrew Scott" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/kZ9TrVKaRSk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Elsinore</em></strong> porta sul grande schermo la storia vera, commovente e a tratti straziante, di <strong>Ian Charleson, uno degli attori più talentuosi della sua generazione</strong>, che, di fronte a una grave malattia, sceglie di non rinunciare alla propria passione e di affrontare quella che diventerà la sfida più importante della sua carriera artistica: <strong>interpretare Amleto</strong>, uno dei ruoli più ambiti e temuti da ogni attore, e sul palcoscenico del National Theatre di Londra. Presentato alla 21esima Festa del Cinema di Roma, il film è un ritratto intimo e profondamente umano, che attraversa il dramma dell’AIDS e la realtà della comunità gay degli Anni ‘80, ma racconta soprattutto il valore dell’arte, la sua capacità di dare un senso al dolore e, talvolta, di diventare una forma di salvezza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Chi era Ian Charleson, protagonista di “Elsinore”</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ian Charleson</strong> (Edimburgo, 11 agosto 1949 – Londra, 6 gennaio 1990), noto al grande pubblico anche per il suo ruolo da protagonista in <em>Momenti di gloria</em>, nel 1989 prese il posto di Daniel Day-Lewis nell’<em>Amleto</em> del National Theatre, quando era già gravemente malato di AIDS. Aveva ricevuto la diagnosi nel 1986 e sarebbe morto nel gennaio del 1990, a soli quarant’anni, alla fine delle repliche. Eppure, nonostante il poco tempo che gli restava<strong>, riuscì a regalare al pubblico un Amleto destinato a entrare nella storia del teatro</strong> e nella memoria di chi ebbe la fortuna di assistervi. Ed è proprio questo momento della sua vita che il regista Simon Stone racconta in <em>Elsinore</em>, scegliendo per il ruolo di Charleson <strong>uno straordinario Andrew Scott, attore brillante</strong>, capace di restituirne fragilità, forza e intenso amore per il palcoscenico. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/elsinore-stills-press-photos-first-look-4500x3000-e-03144-r-jpg-1024x683.jpg" alt="Andrew Scott stars as Ian Charleson in ELSINORE, a Focus Features release.
Credit: Anthony Dickenson / © 2026 FOCUS FEATURES LLC" class="wp-image-1261250" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/elsinore-stills-press-photos-first-look-4500x3000-e-03144-r-jpg-1024x683.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/elsinore-stills-press-photos-first-look-4500x3000-e-03144-r-jpg-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/elsinore-stills-press-photos-first-look-4500x3000-e-03144-r-jpg-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/elsinore-stills-press-photos-first-look-4500x3000-e-03144-r-jpg-768x512.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/elsinore-stills-press-photos-first-look-4500x3000-e-03144-r-jpg-1536x1024.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/elsinore-stills-press-photos-first-look-4500x3000-e-03144-r-jpg-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Andrew Scott stars as Ian Charleson in ELSINORE, a Focus Features release.<br>Credit: Anthony Dickenson / © 2026 FOCUS FEATURES LLC</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Le parole di Amleto per raccontare una storia moderna</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel film, la vicenda personale dell’attore si intreccia con il testo shakespeariano, fino a far sì che <strong>le parole di Amleto diventino, di volta in volta, un monito, un presagio, una rivelazione</strong>. Come se il confine tra la vita e la scena si facesse sempre più sottile. “<em>Ogni volta che ho avuto l&#8217;opportunità di utilizzare una citazione dell&#8217;Amleto per descrivere ciò che stava accadendo a Ian in ospedale, l&#8217;ho fatto”,</em> racconta il regista. <em>“</em><strong><em>Sono andato a cercare nel testo dell&#8217;Amleto tutti i versi che potessero funzionare in questo senso.</em></strong> <em>Avevo già diretto Amleto in passato e anche Andrew aveva già interpretato Amleto. Così, insieme, abbiamo cercato quei versi che pensavamo potessero dialogare particolarmente bene con quello che accadeva nel film”.</em></p>



<h2 class="wp-block-heading">Il teatro come rifugio e forza per affrontare la malattia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Come possiamo vedere nel film, circondato dall’affetto della famiglia e degli amici più cari, <strong>Charleson trova nel teatro la forza di affrontare la malattia e di continuare a fare ciò che ama</strong>, fino a regalare al pubblico un’interpretazione, come già detto, indimenticabile. Un legame, quello tra il teatro e la possibilità di trovare un rifugio, che lo stesso Simon Stone conosce molto bene. <em>“Io sono cresciuto nel mondo del teatro</em>”, racconta il regista. <em>“</em><strong><em>Per me è sempre stato un rifugio</em></strong><em>. Dopo aver perso mio padre, quando avevo dodici anni, il teatro era il luogo in cui mi sentivo a casa. Credo che il teatro offra uno spazio in cui elaborare il dolore, la perdita, la sensazione di essere diversi, di sentirsi degli outsider. Non credo sia un caso che la comunità gay si sia sempre sentita così a casa nel mondo del teatro.</em> <strong><em>Perché il principio fondamentale della comunità teatrale è che non esiste alcun giudizio. Sei quello che sei, e noi celebriamo proprio questo</em></strong>”. Ed è forse anche per questo che l’Amleto di Ian Charleson ha lasciato un segno così profondo. Non soltanto per il talento dell’attore, ma per tutto ciò che quella interpretazione portava con sé, sul palco e fuori. <em>“Tutti ricordano quella serata. Tutti quelli che erano presenti a una di quelle rappresentazioni teatrali.</em> <strong><em>Ho parlato con moltissimi di loro e tutti mi hanno detto che nell&#8217;aria c&#8217;era qualcosa di magico.</em></strong> <em>E quei momenti non si dimenticano mai”,</em> sottolinea Stone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con <em>Elsinore</em>, quella magia trova oggi una nuova forma e può raggiungere anche chi non ha mai avuto la possibilità di vederlo recitare dal vivo. Per Stone è proprio questa una delle grandi forze dell’arte: riuscire a custodire ciò che altrimenti rischierebbe di andare perduto. Una riflessione ancora più importante in un momento storico quale quello a noi contemporaneo in cui i governi destinano sempre meno risorse alla cultura e il sostegno ai giovani artisti si fa sempre più fragile. Perché, come ricorda lo stesso regista, <strong>rinunciare all’arte <em>“significa perdere una parte fondamentale della nostra eredità culturale”</em></strong><em>.</em><br></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Margherita Bordino</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/cinema/2026/10/film-elsinore-simon-stone-storia-vera-attore-ian-charleson/">L’ultimo Amleto di un attore in fin di vita diventa un film. La storia vera di Ian Charleson</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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			<media:title type="plain">Il film “Elsinore” di Simon Stone racconta la storia vera dell’attore Ian Charleson</media:title>
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		<title>Il Rinascimento non è solo questione di storia. Lo spiega una mostra a Mantova tra Leonardo e Caravaggio </title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/2026/10/caravaggio-leonardo-palazzo-te-mantova-mostra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Pasini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[Arte moderna]]></category>
		<category><![CDATA[Mantova]]></category>
		<category><![CDATA[mostra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1261421</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/pont6028naturamostra-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>A Mantova ci si immerge in una raccolta di opere che ci fanno vedere straordinarie ricette per analizzare la molteplicità visiva del Rinascimento e le conseguenti invenzioni grazie a una mostra in corso a Palazzo Te fino al 16 gennaio </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/10/caravaggio-leonardo-palazzo-te-mantova-mostra/">Il Rinascimento non è solo questione di storia. Lo spiega una mostra a Mantova tra Leonardo e Caravaggio </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/pont6028naturamostra-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/inventare-la-natura-leonardo-arcimboldo-caravaggio-2/" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/inventare-la-natura-leonardo-arcimboldo-caravaggio-2/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Inventare la natura, Leonardo, Arcimboldo, Caravaggio</em> </a>a Palazzo Te è una gita nelle invenzioni pittorico-scientifiche di allora e ci fa immaginare quelle che stiamo vivendo. <br>Il Rinascimento è uno degli eventi più clamorosi della storia dell&#8217;arte, dell&#8217;architettura, della musica della pittura, che, secondo me, segna l&#8217;origine dell&#8217;Arte del Mondo Occidentale, non di tutto il mondo ma di quello occidentale. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="675" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/pont6051naturamostra-1024x675.jpg" alt="Inventare la natura, Leonardo, Arcimboldo, Caravaggio a Palazzo Te, Mantova, Installation view, Foto di Gian Maria Pontiroli" class="wp-image-1261425" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/pont6051naturamostra-1024x675.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/pont6051naturamostra-300x198.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/pont6051naturamostra-150x99.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/pont6051naturamostra-768x506.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/pont6051naturamostra-1536x1012.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/pont6051naturamostra-2048x1350.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Inventare la natura, Leonardo, Arcimboldo, Caravaggio a Palazzo Te, Mantova, Installation view, Foto di Gian Maria Pontiroli</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">La mostra &#8220;Inventare la natura, Leonardo, Arcimboldo, Caravaggio&#8221; a Palazzo Te </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nei secoli si è diffuso un sentimento dell&#8217;invenzione basato su scambi variabili e ripetitivi, dove l&#8217;appartenenza artistica costituiva una novità, una certezza, una sovversione del già visto. <br>Perché dico che il rinascimento coagula l&#8217;Occidente, perché è stato un cambiamento realizzato e un&#8217;integrazione al mondo greco antico. Una specie di DNA in grado di riconoscere proteine sconosciute e di metterle in circolo con lo scopo di distinguersi. E oggi, seppure in modo fantasioso, possiamo permetterci di scoprire circuiti e coincidenze tra linguaggi passati e presenti. Non si tratta di deduzioni, ma di letture intuitive, che possono entusiasmare privatamente. L&#8217;arte è per tutti, non perché è semplice, ma perché emoziona. </p>



<h2 class="wp-block-heading">I disegni di Leonardo da Vinci </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Così davanti ai disegni <em>Tempesta</em> 1513 &#8211; 1518 e <em>Terremoto</em> 1512 &#8211; 1518 di <strong><a href="https://www.artribune.com/tag/leonardo-da-vinci/" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/tag/leonardo-da-vinci/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Leonardo</a></strong> è immediato spaventarsi e proteggersi. Come scrive <strong><a href="https://www.artribune.com/artista-mostre-biografia/john-berger-2/" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/artista-mostre-biografia/john-berger-2/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">John Berger</a></strong>, &#8220;<em>L’immaginazione inizia molto presto nell&#8217;infanzia, con l&#8217;identificazione di un bambino con un giocattolo, un animale. Quella capacità di empatia è il primo frutto di quella creazione sociale, che è l&#8217;immaginazione</em>&#8221; (J Berger &#8211; Susan Sontag, <em>Raccontare una storia,</em> tr. Maria Nadotti, Il saggiatore, 2026). </p>


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<h2 class="wp-block-heading">Tra chi è artista e chi no c&#8217;è sempre uno scambio ed è questo che muove percezioni e imitazioni. </h2>



<p class="wp-block-paragraph">All&#8217;arte è attribuita una qualità sociale fin dall&#8217;antichità, di cui il teatro greco è uno dei simboli. Ma, nel corso dei millenni, l&#8217;ancoraggio della creazione all&#8217;universo cristiano, ha introdotto nell&#8217;immaginazione sociale l&#8217;enigma dell&#8217;origine, che a sua volta è diventato un carattere distintivo della personalità creatrice, ritenuta naturalmente problematica, di umore instabile, &#8220;saturnina&#8221;. <br>Si intendeva chi era nato sotto Saturno, la divinità romana che controllava il ritmo del tempo agricolo e non solo. Quel magnetismo ha modificato l&#8217;osservazione astronomica, pur trattenendo un&#8217;influenza sugli oroscopi dei destini personali, pubblici, psichici. Galileo che Saturno lo ha visto realmente, conosceva l&#8217;astrologia e tuttora è una consultazione regolare, più o meno scientifica. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Le opere in mostra a Mantova </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi questa variabilità del carattere degli artisti, evidenziata dal celebre libro di <strong>Rudolf Wittkower</strong> del 1968, <em>Nati sotto Saturno</em>, è soprattutto intrecciata alla lunga evoluzione del dialogo tra originalità terrena e infinito divino. <br>A Mantova ci si immerge in una raccolta di opere che ci fanno vedere straordinarie ricette per analizzare la molteplicità visiva del Rinascimento e le conseguenti invenzioni. L&#8217;arazzo su cartone di <strong>Raffaello</strong> ritrae San Paolo in prigione che lotta per distruggere il muro sotto il quale era rinchiuso. <strong>Bartolomeo Ammannati</strong> (1567-68) riproduce un gufo in una scultura con tratti e misure che funzionano come testimonianza biologica: sono passati 500 anni e il suo aspetto non cambia. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.artribune.com/artista-mostre-biografia/arcimboldo/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/artista-mostre-biografia/arcimboldo/" rel="noreferrer noopener"><strong>Giuseppe Arcimboldo</strong> </a>dipinge <em>Testa reversibile con cesta di frutta</em> (1590), la espone in una cornice cilindrica, inserendo uno specchio, che, riflettendola rovesciata, muta il disegno del volto. Era una tecnica pittorica per cui capovolgendo il disegno, non avevamo la stessa faccia a rovescio, ma una faccia tutta diversa. Arcimboldi dichiara l&#8217;esperimento. <br>Oggi questa mobilità dentro la stessa immagine potremmo abbinarla alla pratica virtuale. Anche in questo caso non si tratta di volontà esplicativa, ma di quei sortilegi per cui un quadro di molti anni fa ci suggerisce parole di oggi. Anche questo fa parte di quell’immaginazione sociale di cui parlava <strong>John Berger.</strong> </p>



<h2 class="wp-block-heading">Il Rinascimento non è solo questione storica </h2>



<p class="wp-block-paragraph">In un altro suo libro del 1972, <em>Questione di sguardi</em> &#8211; che avevo letto alla fine degli anni &#8217;80 &#8211; scrive: &#8220;<em>La convenzione della prospettiva, propria dell&#8217;arte europea, comparsa agli inizi del rinascimento, fa dell&#8217;occhio che osserva il centro di ogni cosa, e il mondo visibile si dispone per lo spettatore come si credeva l&#8217;universo dovesse disporsi per Dio, cioè all&#8217;infinito. E questo è definito la realtà. Ma Dio poteva trovarsi in un solo luogo per volta, quindi non esiste reciprocità. Una volta inventata la macchina fotografica questa contraddizione divenne a poco a poco evidente. Ciò che vedevi dipendeva da dove eri in quel momento. Macchina fotografica e macchina da presa dimostrarono che il centro non esiste</em>&#8221; (p. 20-22, Il Saggiatore, tr. M. Nadotti). <br>Oggi l&#8217;occhio umano converge in un infinito tecnologico, dove l&#8217;eccesso di centro è la prospettiva creata dalle multinazionali tek, bancarie, militari. La scienza ha raccontato le proprie scoperte in modo leggibile a tutti e vedo in questo un antidoto concreto all&#8217;infinito tecnologico. Negli automi, esposti a Palazzo Te, ho immaginato maestrie imitabili e non eccessi di intelligenza, che sia artificiale oppure no. Il Rinascimento non è solo questione storica e il catalogo della mostra aiuta a portarsi a casa informazioni e figure su cui tornare. <br><br><em>Francesca Pasini</em> <br><br>Mantova//fino al 16 gennaio 2027 <br><em>Inventare la natura &#8211; Leonardo &#8211; Arcimboldo &#8211; Caravaggio</em> <br>PALAZZO TE, viale Te 13 <br><a href="https://www.centropalazzote.it/" data-type="link" data-id="https://www.centropalazzote.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Scopri di più</a></p>


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<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/10/caravaggio-leonardo-palazzo-te-mantova-mostra/">Il Rinascimento non è solo questione di storia. Lo spiega una mostra a Mantova tra Leonardo e Caravaggio </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>“Cannon Fodder”: pittura e denuncia nella prima personale dell&#8217;artista Giuditta Branconi a Reggio Emilia</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/2026/10/mostra-giuditta-branconi-cannon-fodder-maramotti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Galafassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1261330</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/3-1.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>La prima personale di Giuditta Branconi è in uno spazio istituzionale: in mostra nuove opere e un'installazione di tele dipinte che si ispirano a cultura alta e cultura popolare </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/10/mostra-giuditta-branconi-cannon-fodder-maramotti/">“Cannon Fodder”: pittura e denuncia nella prima personale dell&#8217;artista Giuditta Branconi a Reggio Emilia</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/3-1.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">Le opere di <strong>Giuditta Branconi</strong> (Sant’Omero, 1998) travolgono, immergendo lo spettatore in un <strong>vortice pittorico</strong>, in una sorta di <strong>energia creativa</strong> che sovrasta e sorprende, perdendo il riguardante nelle trame dei mille segni che l&#8217;artista produce. Magari tentando di stabilire connessioni tra i frammenti di un processo creativo che da un punto di partenza si espande tra mille lettere, disegni e colori. Trovarsi di fronte ad una delle opere dell’artista abruzzese esposte alla <strong>Collezione Maramotti di Reggio Emilia</strong> nella mostra “Cannon Fodder” equivale un po&#8217; a questo. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="945" height="630" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/2-2.jpg" alt="La prima personale di Giuditta Branconi" class="wp-image-1261334" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/2-2.jpg 945w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/2-2-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/2-2-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/2-2-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 945px) 100vw, 945px" /><figcaption class="wp-element-caption">La prima personale di Giuditta Branconi</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Cuori, catene, volti, stelle e numeri sulle tele di Giuditta Branconi </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure l’aspetto sorprendente è che in questo vortice non si avverte il caos. La composizione delle opere segue un suo rigore. E più si indugia sul soggetto più lo sguardo si ritrova a riconoscere elementi distinti, parole nitide e chiare riportate in molteplici lingue differenti, simboli, stilemi. Tutto è collegato, connesso in una sorta di accumulo e di viaggio iconografico che riempie l’animo ed i pensieri. Cuori, catene, volti, stelle, numeri, t<strong>alfabeti diversi</strong>: le opere di Branconi offrono una trama per tutto questo. E poi ancora scene di caccia, fiori, uccelli, scheletri, farfalle: tutti gli elementi di queste <strong>grottesche contemporanee</strong> coesistono, ibridandosi, in un immaginario eclettico, stratificato e visionario – una sorta di <strong>media-evo fantastico</strong> che si avvicina al pensiero dello storico dell’arte Jurgis Baltrušaitis sulla potente vitalità dell’arte gotica medievale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è forse anche per questo che l’artista ha scelto e deciso di potenziare il <strong>testo</strong> come elemento centrale delle sue opere, creando così <strong>una sorta di diario</strong> grazie a cui tenere il filo delle connessioni. “<em>Nei miei dipinti tutto avviene contemporaneamente</em> &#8220;spiega l’artista. &#8220;Non voglio direzionare lo spettatore, lo spettatore può vedere ciò che vuole. Lo sguardo è anarchico”. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La tecnica e le opere di Giuditta Branconi </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nei lavori scelti dalla Collezione Maramotti che costituiscono la <strong>prima mostra personale</strong> di Giuditta Branconi in uno spazio istituzionale, c’è tanto di lei. Nata a Teramo nel 1998, l’artista si è formata tra Milano ed Urbino, dove ha sviluppato la sua tecnica pittorica che è una combinazione di pittorica e tecnica portata su tele sottili dalla superficie levigata che sono leggibili anche nella parte posteriore, fronte e retro. Per questa mostra ha realizzato una serie di <strong>nuove opere</strong> e una <strong>grande installazione</strong> composta da un trittico di dipinti disposti nello spazio. Al centro della sala c’è anche una grande installazione composta di tele dipinte, nella quale il pubblico può fisicamente entrare. Un’opera che “si attraversa” come si attraversa un pensiero. Nostro o di qualcun altro, dell’artista in questo caso. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il titolo scelto <em>Cannon Fodder,</em>(“carne da cannone”) fa riferimento a <strong>corpi sacrificabili.</strong> Il richiamo è quello ad un sistema più ampio che ci “governa” e nello slittamento dal campo militare alla dimensione visiva e simbolica, Giuditta Branconi vuole far riflettere il visitatore su un <strong>presente doloroso e violento</strong>. Fatto di guerre, di dolore. Su quanto il contesto internazionale di oggi sia opprimente. </p>


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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">La prima personale di Giuditta Branconi a Reggio Emilia</span>
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                    <figcaption>La prima personale di Giuditta Branconi a Reggio Emilia</figcaption>
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<h2 class="wp-block-heading">La mostra alla Collezione Maramotti</h2>



<p class="wp-block-paragraph">E allora le immagini che sceglie diventano come munizioni da lanciare a sua volta come atto di denuncia contro tutto questo. Una sorta di “Esplosione” emotiva e politica. Ma non solo. Sulle tele di Branconi ci sono anche riferimenti iconografici della cultura alta e di quella popolare, estratti di letteratura, fumetti, giornali, canzoni e messaggistica istantanea, l’artista marchigiana trasforma lo spazio del quadro in un luogo pullulante e ossimorico, un labirinto semiotico in cui immagini, parole e simboli apparentemente incongruenti coesistono liberamente come in un flusso di coscienza. Ci si ritrova ad oscillare tra alfabeti, registri diversi, accostamenti e continue sovrapposizioni e si ha la sensazione di entrare in una sorta di giardino segreto, di un Eden di colori, voci e significati. Un giardino, però, che costringe a riflettere. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Francesca Galafassi</em> </p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Reggio Emilia//fino all&#8217;8 novembre 2026<br>Cannon Fodder<br>Collezione Maramotti<br>Via Fratelli Cervi 66</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/10/mostra-giuditta-branconi-cannon-fodder-maramotti/">“Cannon Fodder”: pittura e denuncia nella prima personale dell&#8217;artista Giuditta Branconi a Reggio Emilia</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’immaginario afro si fa spazio nel rap italiano grazie allo stile di Fresh Mula</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-performative/musica/2026/10/fresh-mula-rap-italiano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Silvio Bellanca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[rap]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1261324</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/img5374-scaled.jpeg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Il giovane rapper italo-senegalese è al centro dell’attenzione internazionale. Il video della sua ultima canzone, realizzato insieme alla stilista di origine haitiana Kathiana Saincy, è un manifesto di cultura afro-italiana</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/musica/2026/10/fresh-mula-rap-italiano/">L’immaginario afro si fa spazio nel rap italiano grazie allo stile di Fresh Mula</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/img5374-scaled.jpeg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">Se negli ultimi anni l’Italia pare aver scoperto finalmente di avere rapper di seconda generazione ambiziosi e capaci di catalizzare la scena, è ancor più bello notare come non tutti questi musicisti siano alla ricerca di una narrazione delle periferie, ma ci sia spazio anche per chi propugna un altro immaginario sia a livello di sonorità che visivo. Il nome che questa seconda metà del 2026 pare averci voluto mettere davanti agli occhi è quello di <strong>Fresh Mula, rapper italo-senegalese cresciuto a Treviglio</strong>, che sta raccogliendo un&#8217;attenzione internazionale rara per un artista della sua generazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/img5385-1-1024x683.jpeg" alt="L’immaginario afro si fa spazio nel rap italiano grazie allo stile di Fresh Mula" class="wp-image-1261387" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/img5385-1-1024x683.jpeg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/img5385-1-300x200.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/img5385-1-150x100.jpeg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/img5385-1-767x512.jpeg 767w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/img5385-1-1536x1025.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/img5385-1-576x384.jpeg 576w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/img5385-1-2048x1367.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il recente successo di Fresh Mula</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">In questi mesi è stato il secondo rapper italiano di sempre a esibirsi per COLORS, la piattaforma berlinese diventata uno degli osservatori più seguiti della musica globale, e ad agosto è stato <strong>scelto per aprire l&#8217;unica data italiana di Tyler The Creator</strong> a Fiera Milano Live. Ed è proprio per capitalizzare questa attenzione che il giovane rapper pare aver lanciato un nuovo singolo e soprattutto il suo video, che suona come un manifesto, portando avanti un immaginario molto lontano da quello della musica urban, e che pare voler parlare di cultura afroitaliana anche attraverso la moda.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La collaborazione tra Fresh Mula e Kathiana Saincy</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">A firmare la costruzione visiva del video è Kathiana Saincy, stilista di origine haitiana arrivata in Italia dopo il terremoto che ha colpito l’isola nel 2010 e cresciuta professionalmente prima a Trento e poi a Milano. Saincy per il <strong>video di</strong> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=QWFi_gz8x1E" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Fuori di testa</em></strong></a>, ultimo singolo di Fresh Mula, ha ricoperto insieme i ruoli di art director, stylist e hair designer, attingendo direttamente al proprio archivio personale, nato dagli <strong>abiti della madre in parte salvati dalle macerie del terremoto</strong>, oltre che alle sue creazioni, come la borsa ispirata alle percussioni tradizionali di Haiti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Lo stile afro-italiano di Fresh Mula e Kathiana Saincy</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il video in bianco e nero vede alternarsi sullo schermo diversi modelli di eleganza, che <strong>mischiano italianità e cultura (non stereotipata) africana</strong>. Da una parte il vestire classico italiano del dopoguerra, con abiti sartoriali, gessati, cravatte regimental, panciotti, coppole e baschi, accompagnati da simboli della cultura pop nazionale come la Vespa. Dall&#8217;altra, i richiami alla Sape, la Société des Ambianceurs et des Personnes Élégantes, nata tra Brazzaville e Kinshasa, dove dalla metà del Novecento i sapeur hanno fatto dell&#8217;abito occidentale portato con ricercatezza estrema una forma di dignità e di affermazione sociale, <strong>trasformando l&#8217;eleganza in gesto politico</strong>. Accostati, i due riferimenti producono un&#8217;italianità indossata da corpi afrodiscendenti e rivendicata attraverso il codice più riconoscibile del paese: il vestire bene.</p>


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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il capello come manifesto</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">I veri protagonisti del video, però, sono i capelli. Saincy li utilizza come manifesto di una cultura afro che <strong>si emancipa dal modello statunitense</strong>, a lungo riferimento quasi obbligato per la scena rap europea. Il video lo dichiara in una scena volutamente macchiettistica, in cui una ragazza si stira i capelli con un ferro da stiro, richiamo esplicito alla stagione in cui la chioma afroamericana veniva domata e lisciata per conformarsi a uno standard imposto. Il resto del video procede nella direzione opposta: trecce modellate in volute e forme geometriche che si staccano dalla testa, <strong>afro voluminosi e torreggianti</strong> come parrucche di Versailles, bigodini esibiti come ornamento. Il riferimento più evidente porta all&#8217;artista ivoriana <a href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2024/07/capelli-artista-attivista-laetitia-ky-mostra-toscana/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Laetitia Ky</a>, che ha trasformato la propria chioma in un linguaggio scultoreo e politico presentato anche alla Biennale di Venezia del 2022. In <em>Fuori di testa</em> il capello assume funzioni diverse: in alcune inquadrature diventa maschera e scudo, fino a coprire il volto; in altre si fa segno di appartenenza e di indipendenza, esibito come affermazione identitaria.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Essere afrodiscendenti in Italia</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;incontro tra Fresh Mula e Saincy restituisce così un&#8217;immagine delle seconde generazioni costruita dall&#8217;interno, attraverso <strong>storie familiari e riferimenti scelti</strong> con consapevolezza, per chiarire tanto in Italia quanto all’estero come le nuove generazioni afrodiscendenti abbiano deciso di usare le arti per imporre un linguaggio autonomo.<br><br><em>Federico Silvio Bellanca</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/musica/2026/10/fresh-mula-rap-italiano/">L’immaginario afro si fa spazio nel rap italiano grazie allo stile di Fresh Mula</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>A Venezia non ci saranno più mostre a Palazzo Grassi. Dal 2027 lo spazio ospiterà una esposizione permanente</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/2026/10/palazzo-grassi-venezia-esposizione-permanente-collezione-pinault/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 13:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[Palazzo Grassi]]></category>
		<category><![CDATA[Pinault Collection]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1261405</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/unnamed-8-1.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Oltre cento opere della raccolta del collezionista francese François Pinault andranno a Venezia in un percorso inedito. E contemporaneamente aprirà una grande mostra su Tadao Ando a Punta della Dogana</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/10/palazzo-grassi-venezia-esposizione-permanente-collezione-pinault/">A Venezia non ci saranno più mostre a Palazzo Grassi. Dal 2027 lo spazio ospiterà una esposizione permanente</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/unnamed-8-1.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">Vent’anni dopo la riapertura di <strong><a href="https://www.pinaultcollection.com/palazzograssi/it" target="_blank" rel="noopener">Palazzo Grassi</a>, a Venezia</strong>, che insieme a Punta della Dogana ospita mostre temporanee della <strong>Pinault</strong> <strong>Collection</strong>, il grande collezionista francese <strong>François Pinault ha deciso di aprirvi un&#8217;esposizione permanente di opere della sua <a href="https://www.artribune.com/tag/pinault-collection/">raccolta</a></strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="641" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2025/10/4-palazzo-grassi-1200x751-1-1024x641.jpg" alt="A Venezia non ci saranno più mostre a Palazzo Grassi. Dal 2027 lo spazio ospiterà una esposizione permanente" class="wp-image-1188129" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2025/10/4-palazzo-grassi-1200x751-1-1024x641.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2025/10/4-palazzo-grassi-1200x751-1-300x188.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2025/10/4-palazzo-grassi-1200x751-1-150x94.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2025/10/4-palazzo-grassi-1200x751-1-768x481.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2025/10/4-palazzo-grassi-1200x751-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Palazzo Grassi </figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">La vita precedente di Palazzo Grassi</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di essere acquisito da Pinault &#8211; fondatore della holding Artemis e di PPR, poi gruppo Kering (che comprende brand di lusso come Gucci, Yves Saint Laurent e Balenciaga) e di Christie&#8217;s, e <strong>collezionista d’arte contemporanea tra i più conosciuti al mondo</strong> -, Palazzo Grassi ha avuto una <a href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2019/10/la-storia-di-palazzo-grassi-raccontata-attraverso-le-sue-mostre-due-giornate-di-studi-a-venezia/">lunga storia</a>: nel solo Novecento, è passato dall&#8217;essere una residenza nobiliare a palazzo personale degli industriali svizzeri Stucky, diventando negli Anni Ottanta di proprietà della <strong>Fiat</strong>, che decise di acquistarlo e farlo ristrutturare da Gae Aulenti (aprendolo alle mostre).</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;esposizione permanente della Collezione Pinault a Palazzo Grassi</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo aver ospitato <strong>ventisette mostre dalla sua ri-apertura</strong> nel 2006, a partire dal 21 marzo 2027 Palazzo Grassi aprirà quindi un percorso espositivo fisso, che riunirà <strong>106 lavori di grande rilievo</strong>. Lo scopo è quello di creare una <strong>relazione più profonda tra le opere e la città, lasciando ai visitatori il tempo</strong> di guardare davvero ogni singolo lavoro e ritornarci sopra: &#8220;<em>Ho sempre pensato che <strong>fosse necessario dare tempo alle opere</strong>: il tempo di essere viste, riviste e talvolta comprese sotto una luce diversa. A vent’anni dall’apertura di Palazzo Grassi, ho voluto dare ad alcune di esse una collocazione duratura. Non per cristallizzare la Collezione, ma per <strong>permettere alle opere di continuare a interrogarci e rinnovare il nostro sguardo sul mondo</strong>&#8220;,</em> ha dichiarato il collezionista francese.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una collezione organica a Venezia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;idea è anche quella di <strong>comunicare l&#8217;organica unità della collezione</strong>, una presenza di primo piano sulla scena artistica internazionale con le sue 10.000 e più opere d&#8217;arte moderna e contemporanea. Un corpus tra i più importanti di questa raccolta è quello dell&#8217;Arte Povera, portato in mostra due anni fa alla Bourse de Commerce, motivo per cui il percorso espositivo è aperto da un’opera di Mario Merz. Con questa scelta il firmamento dell’offerta culturale di Pinault si riorganizza dunque con due grandi spazi per le mostre (Punta della Dogana a Venezia e la Burse de Commerce a Parigi), uno spazio per la performance (il Teatrino di Venezia) e uno spazio, Palazzo Grassi, per la collezione permanente dove verranno esposte le sue opere più rappresentative.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/unnamed-9-1-1024x1024.jpg" alt="Tadao Ando, PUNTA DELLA DOGANA, Venice, Italy, 2009. Courtesy of Tadao Ando Architect &amp; Associates" class="wp-image-1261407" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/unnamed-9-1-1024x1024.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/unnamed-9-1-300x300.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/unnamed-9-1-150x150.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/unnamed-9-1-768x768.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/10/unnamed-9-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tadao Ando, PUNTA DELLA DOGANA, Venice, Italy, 2009. Courtesy of Tadao Ando Architect &amp; Associates</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">La grande mostra dedicata a Tadao Ando</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La collezione resterà ora in dialogo con la programmazione del <strong>Teatrino</strong> e le mostre della <strong><a href="https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2026/10/barbara-kruger-bourse-commerce-parigi/">Bourse de Commerce</a></strong> di Parigi e di <strong>Punta della Dogana</strong>, che in occasione dell&#8217;inaugurazione del nuovo percorso permanente aprirà un&#8217;esposizione dedicata all&#8217;<strong>archistar giapponese Tadao Ando</strong> (Osaka, 1941). È proprio Ando, legato da oltre venticinque anni a François Pinault, ad aver progettato gli interni delle quattro sedi museali della Pinault Collection: la mostra, incentrata sulle fotografie fatte da Ando alle proprie architetture, viene messa in correlazione con le opere del movimento giapponese Mono-ha, avanguardia di fine Anni Sessanta di cui la Collezione conserva un grande numero di opere.</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/10/palazzo-grassi-venezia-esposizione-permanente-collezione-pinault/">A Venezia non ci saranno più mostre a Palazzo Grassi. Dal 2027 lo spazio ospiterà una esposizione permanente</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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