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	<title>Artribune</title>
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	<description>Dal 2011 Arte Eccetera Eccetera</description>
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		<title>Un borgo delle Marche ospiterà una residenza focalizzata sulla produzione cinematografica</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-performative/2026/03/marche-residenza-cinema-olobionte-val-di-fiastra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arti performative]]></category>
		<category><![CDATA[Marche]]></category>
		<category><![CDATA[residenze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/olobionte-qui-val-di-fiastra.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Ci troviamo in Val di Fiastra, dove prenderà forma l'ultima tappa di Olobionte, la residenza dedicata al cinema e alla sceneggiatura, parte di un più ampio progetto di rigenerazione urbana </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/2026/03/marche-residenza-cinema-olobionte-val-di-fiastra/">Un borgo delle Marche ospiterà una residenza focalizzata sulla produzione cinematografica</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/olobionte-qui-val-di-fiastra.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Non un semplice programma di residenze, ma un dispositivo di coabitazione. Con il progetto dedicato al cinema si conclude <em>Olobionte</em>, un percorso di ricerca e produzione artistica che ha attraversato linguaggi e comunità nella <strong>Val di Fiastra</strong>, nelle Marche, interrogando le diverse sfumature del territorio, riscrivendolo, con l&#8217;ultima tappa che si svolgerà nel borgo marchigiano dall&#8217;8 al 29 marzo.</p><h2 class="wp-block-heading"><strong>La residenza dedicata al cinema “Olobionte” in Val di Fiastra nelle Marche</strong></h2><p>Il termine “olobionte” proviene dalla biologia e descrive un’entità composta da un organismo ospite e dai microrganismi che vivono in simbiosi con esso. Declinato nella dimensione territoriale, il concetto diventa chiave critica per leggere la Val di Fiastra come organismo vivente: un assemblaggio dinamico di corpi, geografie, economie, memorie e immaginari. In questo quadro si inserisce <em>Qui Val di Fiastra</em>, progetto di rigenerazione culturale e sociale che, grazie ai fondi del PNRR Borghi, sperimenta un modello in cui la produzione artistica agisce come attivatore di relazioni e visioni.<br>Il programma <em>Olobionte</em> si è articolato in quattro moduli disciplinari, costruiti in collaborazione con realtà radicate nel contesto marchigiano: la musica con <strong>Borgofuturo</strong>, le arti performative con <strong>Teatro Rebis,</strong> l’illustrazione e arti visive con <strong>Ratatà</strong> e infine il cinema con <strong>Officine Mattoli</strong>. Una rete che ribalta la narrazione delle aree interne come margini, proponendole invece come spazi di sperimentazione e innovazione culturale.</p><h2 class="wp-block-heading"><strong>La residenza cinema: produzione e sguardo documentario nelle Marche</strong></h2><p>L’esito previsto è la realizzazione di un cortometraggio o di un teaser concepito come primo passo verso un lungometraggio, con un orientamento dichiarato verso il documentario cinematografico contemporaneo.<br>La residenza si pone come un dispositivo produttivo: tre settimane immersive in cui ricerca autoriale e accompagnamento tecnico procedono insieme.</p><h2 class="wp-block-heading"><strong>Tra cinema, formazione e collettività</strong></h2><p>A guidare il percorso sarà il regista <strong>Daniele Gaglianone</strong>, che inaugura la residenza con una giornata formativa e cui segue &#8211; da remoto &#8211; lo sviluppo dei diversi progetti. In loco, il tutor<strong> Lorenzo Raponi</strong> — attivo in Officine Mattoli dal 2014 e autore di cortometraggi e documentari — affiancherà i partecipanti con un lavoro intensivo di supporto tecnico e formazione.<br>Attraverso il linguaggio audiovisivo, <em>Olobionte</em> ambisce così a contribuire alla costruzione di un nuovo immaginario della Val di Fiastra, intrecciando memoria e trasformazione, radicamento e apertura. In un momento in cui le politiche culturali tornano a interrogare il destino delle aree interne italiane, il progetto si propone come piattaforma critica e narrativa: un esercizio di ascolto e coabitazione in cui il cinema diventa strumento di relazione e possibilità.</p><p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/2026/03/marche-residenza-cinema-olobionte-val-di-fiastra/">Un borgo delle Marche ospiterà una residenza focalizzata sulla produzione cinematografica</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Artribune compie 15 anni. Ecco cosa faremo nei prossimi 15</title>
		<link>https://www.artribune.com/editoria/2026/03/15-anni-bilancio-progetti-futuri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 22:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[artribune]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2022/11/artissima-2022-stand-artribune-3.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>In questo articolo il punto su quanto siamo riusciti a fare in questo quindicennio e soprattutto tante anticipazioni e spoiler su quello che abbiamo in programma per il prossimo quindicennio</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/editoria/2026/03/15-anni-bilancio-progetti-futuri/">Artribune compie 15 anni. Ecco cosa faremo nei prossimi 15</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2022/11/artissima-2022-stand-artribune-3.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Il 15 marzo del 2026 Artribune soffia sulle sue prime 15 candeline: le pubblicazioni iniziarono&nbsp;proprio il 15 marzo del 2011. La partenza fu a razzo, anche grazie all’entusiasmo di uno straordinario gruppo di professioniste e professionisti, poi seguirono anni difficili come è sempre difficile e impegnativo far germogliare un progetto neonato.&nbsp;</p><p>Siamo stati bravi e fortunati, e quindi ben presto&nbsp;il giornale aveva conquistato, sebbene con fatica, la sua sostenibilità economica da una parte e la sua autorevolezza giornalistica dall’altra. Tutti questi aspetti negli anni si sono consolidati sempre di più e ci hanno permesso di allargare il bacino delle nostre attività. Vediamole.</p><h2 class="wp-block-heading">Tutto quello che Artribune ha fatto in questi 15 anni</h2><p>Il&nbsp;<strong>sito</strong>&nbsp;ha migliorato sempre le sue prestazioni mantenendosi attuale grazie ad accorti e continui interventi di manutenzione. Partito come un portale per l’arte è ben presto diventato una piattaforma di approfondimento, informazione e dibattito su mille temi culturali: architettura, archeologia, artigianato, cinema, design, musica, fumetto, teatro, politica&#8230; I&nbsp;<strong>social</strong>&nbsp;sono stati gestiti con una grande attenzione avendo cura di non concentrarsi solo su <a href="https://www.instagram.com/artribune/" target="_blank" rel="noopener">Instagram</a> o <a href="https://www.facebook.com/artribune/?locale=it_IT" target="_blank" rel="noopener">Facebook</a>, ma lavorando anche su <a href="https://www.tiktok.com/@artribune" target="_blank" rel="noopener">TikTok</a>, <a href="https://www.twitch.tv/artribune?lang=it" target="_blank" rel="noopener">Twitch</a>, <a href="https://it.linkedin.com/company/artribune" target="_blank" rel="noopener">LinkedIn</a> con palinsesti pensati ad hoc e seguitando ad aggiornare ogni ora i nostri profili su <a href="https://x.com/artribune?lang=it" target="_blank">X</a> e <a href="https://www.threads.com/@artribune?hl=it" target="_blank" rel="noopener">Threads</a>. Non ci siamo fatti mancare i sistemi di messaggistica istantanea con una seguita presenza su&nbsp;<a href="https://t.me/s/artribuneofficial" target="_blank">Telegram</a> e WhatsApp. Oggi questo ecosistema di profili social è per numero di follower e per coinvolgimento degli&nbsp;stessi qualcosa di ineguagliabile nel settore delle cultura. In questi 15 anni poi non abbiamo mai smesso di pubblicare il nostro&nbsp;<strong><a href="https://www.artribune.com/magazine/">magazine cartaceo</a></strong>, ogni due mesi, aggiungendo una serie di numeri speciali e di collane dedicate, come quella sulla&nbsp;<strong><a href="https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/03/artribune-moda-novita/">moda</a> e sul design</strong>. Negli ultimi tempi, dopo la pandemia, la solidità economica dell’azienda è ulteriormente migliorata permettendoci di investire su ulteriori progetti e prodotti editoriali per arrivare ad ancor più lettori e utenti: sono nate così le nostre&nbsp;<strong>newsletter verticali</strong>&nbsp;sul mercato dell’arte, sulla rigenerazione urbana, sulla moda e sul turismo culturale. E da pochissimo è spuntata anche&nbsp;<strong><a href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/02/art-radar-mappe-culturali-milano-roma/">Art Radar</a></strong>, una mappa cartacea delle mostre in corso che sta cambiando il modo di fruire gli eventi d’arte a Milano, Roma, Bologna e Torino. Abbiamo poi percorso delle strade extra-editoriali misurandoci nel campo dell’arte pubblica come consulenti e curatori soprattutto a beneficio dei grandi gruppi di sviluppo immobiliare (<strong><a href="https://www.artribune.com/artribune-produzioni/">Artribune Produzioni</a></strong>); nel campo della formazioni (<strong><a href="https://www.artribune.com/artribune-university/">Artribune University</a></strong>) e nel campo dell’organizzazione di viaggi (<strong><a href="https://www.artribune.com/artribune-travel/">Artribune Travel</a></strong>): queste ultime sono tutte attività nuove ma già partite e in fase di consolidamento. Ultimo ma non ultimo, il nostro rapporto con Sky Italia che ci vede partner di&nbsp;<strong><a href="https://arte.sky.it/" target="_blank" rel="noopener">Sky Arte</a></strong>&nbsp;dal primo giorno della sua fondazione: la redazione del sito dell&#8217;emittente culturale più importante d&#8217;Italia siamo noi, da sempre.</p><h2 class="wp-block-heading">Tutto quello che Artribune farà nei prossimi 15 anni</h2><p>Fin qui, molto in sintesi, quanto abbiamo fatto in questi 15 anni, ma cosa vogliamo fare nei prossimi 15? Eccoci dunque ad anticiparvi tutti i nostri&nbsp;<em>segreti industriali</em>, tutti i progetti in fase di ideazione, di analisi, di studio, di dibattito interno. Ce ne sono alcuni pronti a partire in questo 2026 e altri che necessiteranno di tempi maggiori e di risorse ancora da trovare. Però su tutti questi progetti (elencati qui di seguito e che ci sembra generoso anticipare a lettrici e lettori&nbsp;in occasione di questo compleanno: soprattutto per chiedere il loro parere)&nbsp;stiamo lavorando: testimoniano il modo con cui interpretiamo questo quindicennio ovvero come un punto di partenza più che di arrivo.</p><p><strong>UNA CASA EDITRICE PER FARE LIBRI</strong><br><br>Proprio così: vogliamo iniziare anche noi a fare libri. Abbiamo tanti contenuti, tante firme di talento, tante idee e la convinzione della immortale centralità del libro di carta. E siamo convinti che il nostro ecosistema (tra web, carta, mail, social) abbia grandi potenzialità nel comunicare e promuovere al giusto target le uscite librarie che proporremo. I lavori per far partire Artribune Books sono in fase avanzata.</p><p><strong>EVENTI E FESTIVAL</strong><br><br>Ci stiamo dicendo sempre di più di quanto siamo rimasti colpevolmente fermi sugli eventi. Ormai le case editrici più complete ed evolute e quelle che stimiamo e apprezziamo maggiormente si misurano sempre di più su questo fronte: dobbiamo farlo anche noi. Cosa stiamo progettando? Due festival: il primo festival del mercato dell’arte e il primo festival sul turismo culturale.</p><p><strong>UNA NUOVA RIVISTA</strong><br><br>La nostra rivista Artribune Magazine continua a darci straordinarie soddisfazioni. Dopo gli anni d’oro della freepress culturale, è praticamente rimasta l’unica a resistere, e ogni due mesi ci sorprendiamo della qualità che riusciamo a mettere in questo prodotto e ci rallegriamo che sponsor e inserzionisti continuino a sostenerla così continuativamente. Ecco perché vogliamo provare a fare un’altra cosa sul fronte dell’editoria periodica culturale: una rivista diversa che si affianchi e che sia complementare a quella che già facciamo, con carta di qualità, con una distribuzione mirata nei luoghi (sempre più diffusi) dedicati ai magazine indipendenti e alle riviste di qualità. E con ambizioni di essere ben diffusa all’estero. L’argomento? Sarà l’artigianato. Un magazine internazionale con testi chiari e approfonditi e foto straordinarie e inedite che racconterà storie di artigiani storici, di giovani maker, di distretti, di materiali antichi e tecnologici. Uscirà probabilmente due volte l’anno, pronta per il tavolino basso di fronte al vostro divano.</p><p><strong>NUOVE NEWSLETTER A TEMA</strong><br><br>Abbiamo vissuto 12 anni avendo ‘solo’ una newsletter, quella che si chiama “Lettera”, che probabilmente conoscete e che esce ogni mattina. Poi abbiamo provato timidamente con la prima newsletter periodica, <strong><a href="https://www.artribune.com/newsletter-mercato-arte-incanti/">Incanti</a></strong>, dedicata al mercato dell’arte. Il successo è stato così inatteso e dilagante che abbiamo dal 2023 in poi lanciato altre tre newsletter: <strong><a href="https://www.artribune.com/newsletter-render/">Render</a></strong>, sulla rigenerazione urbana a base culturale, <strong><a href="https://www.artribune.com/newsletter-tailor/">Tailor</a></strong>, sui rapporti tra moda e cultura, e infine <strong><a href="https://www.artribune.com/newsletter-pax/">Pax</a></strong>, sul turismo culturale. Questo network sta funzionando così bene che vogliamo arricchirlo ancora: già sono in cantiere una newsletter sui festival culturali (in Italia ce ne sono tantissimi al punto che siamo un caso mondiale, ma non c’è un luogo che faccia ordine: produrremo una mail a cui iscriversi per avere la certezza di non perdersi nulla) e una sul mondo della didattica museale a livello italiano e internazionale.</p><p><strong>ESPANSIONE INTERNAZIONALE</strong><br><br>Continuiamo infine a immaginare un’espansione internazionale di questa piattaforma o per lo meno di alcune sue parti. Vogliamo farlo però in maniera peculiare e con un angolo specifico. Cercheremo di trasferire il nostro modello &#8211; individuando volta per volta dei partner locali &#8211; non come si è spesso fatto in contesti maturi e già saturi di editoria di qualità (Londra, New York…), bensì in aree dove c’è una vivace vita culturale ma dove il mercato editoriale non è ancora troppo affollato: dopo l&#8217;esperimento di Artribune Israel, abbiamo ragionato con la Polonia, l’Albania, il Portogallo e la Turchia. E speriamo che nascerà prestissimo un Artribune fuori dall&#8217;Italia.<br><br>Verificheremo tra 15 anni cosa siamo davvero riusciti a fare. Per il momento auguri ad Artribune.</p><p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/editoria/2026/03/15-anni-bilancio-progetti-futuri/">Artribune compie 15 anni. Ecco cosa faremo nei prossimi 15</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<item>
		<title>L’Archivio di Stato di Venezia apre per la prima volta come sede espositiva. Prima mostra su una grande fotografa</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/2026/03/archivio-stato-venezia-sede-espositiva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Livia Montagnoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 22:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/archivio-di-stato-di-venezia.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Inaugura alla metà di aprile 2026, poco prima dell’avvio della Biennale d’Arte 2026, la mostra che riflette sulla costruzione della memoria culturale partendo dal ruolo degli archivi. A ospitare il progetto della fotografa indiana sarà l’Archivio di Stato ospitato nell’ex convento dei Frari. Un’occasione per scoprirlo in chiave inedita</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/03/archivio-stato-venezia-sede-espositiva/">L’Archivio di Stato di Venezia apre per la prima volta come sede espositiva. Prima mostra su una grande fotografa</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/archivio-di-stato-di-venezia.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Nel sestiere di San Polo, proprio accanto alla chiesa dei Frari, <strong>l’Archivio di Stato di Venezia</strong> è ospitato all’interno di un grande complesso duecentesco, fino all’inizio dell’Ottocento parte del <strong>convento di Santa Maria Gloriosa dei Frari</strong>.&nbsp;</p><h2 class="wp-block-heading">La storia dell’Archivio di Stato di Venezia ai Frari</h2><p>Quando nel 1810, durante la seconda dominazione francese, Napoleone impose la soppressione della maggior parte dei conventi e dei monasteri di Venezia, completando il processo di secolarizzazione avviato nel 1797 nel Nord della Penisola, il complesso restò sguarnito; e nel 1815, dopo necessari lavori di adeguamento degli ambienti supervisionati da Jacopo Chiodo, l’edificio riaprì come Archivio Generale, riunendo tutti i documenti antichi provenienti dai più prestigiosi archivi dei palazzi veneziani.<br>Oggi l’ingresso all’Archivio è in Campo dei Frari, attiguo alla Basilica. Ma è la facciata nord del complesso – che all’interno si articola intorno a due chiostri – a segnalare con evidenza l’esistenza dell’istituto, con i suoi tre piani sviluppati in altezza e l’effige a grandi lettere Archivio di Stato. Il patrimonio documentario custodito al suo interno aiuta a ricostruire l’intera storia della Serenissima, grazie a testimonianze che dalle origini della città si spingono fino all’età contemporanea.&nbsp;</p><h2 class="wp-block-heading">L’Archivio di Stato di Venezia apre per la prima volta come sede espositiva</h2><p>Finora riservato alla consultazione dei documenti, frequentato principalmente da studiosi e ricercatori, in concomitanza con la Biennale d’Arte 2026, l’Archivio di Stato aprirà per la prima volta al pubblico come sede espositiva, ospitando il progetto <em>ARCHIVIO</em> di <strong>Dayanita Singh</strong> (New Delhi, 1961).<br>La mostra, a ingresso libero, inaugurerà il 16 aprile e si protrarrà fino al 31 luglio e rappresenta da un lato una summa del lungo impegno di Singh con gli archivi istituzionali, dall’altro una riflessione della fotografa indiana sull’architettura, gli spazi interni, le opere d’arte, gli amici, gli archivisti, i fiori e altro ancora. Un tributo tanto agli archivi italiani che Singh ha fotografato negli ultimi dieci anni, che al suo archivio di immagini realizzate in Italia negli ultimi venticinque.</p><div class="c-gallery js-gallery">
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Dayanita Singh, Blue Measures pillar, 2025 © Dayanita Singh/Archivio</span>
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                    <figcaption>Dayanita Singh, From Venice Pillar 2, 2026 © Dayanita Singh/Archivio</figcaption>
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</div><h2 class="wp-block-heading">Il lavoro sugli archivi di Dayanita Singh in mostra all’Archivio di Stato di Venezia</h2><p>La mostra è curata da <strong>Andrea Anastasio</strong> e dopo Venezia si sposterà al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, al MAO-Museo d’Arte Orientale di Torino e all’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi (che sostiene la realizzazione del progetto).<br>Il progetto legge l’atto di fotografare come forma di catalogazione, tentativo continuo di comprendere come la memoria viene plasmata, strutturata e conservata. Singh rivisita le immagini che ha realizzato nelle città italiane dalla fine degli Anni ‘90, mettendole in dialogo con i suoi approfonditi studi sugli archivi. Dunque l’esposizione mostra l’archivio non come un magazzino statico, ma come un organismo vivente, continuamente riorganizzato attraverso il processo editoriale dell’artista, le strutture espositive e la variazione di sequenza delle immagini. Come si costruisce la memoria culturale? Il progetto cerca di rispondere a questa domanda. A curare il progetto grafico è lo Studio Sonnoli di Irene Bacchi e Leonardo Sonnoli.</p><h2 class="wp-block-heading">Il public program legato alla mostra “ARCHIVIO”</h2><p>La mostra, che sarà aperta durante la 19esima edizione di <em>Incroci di civiltà</em>, sarà accompagnata da un Public Program di incontri, conferenze e presentazioni di libri, ideato dall’artista e da <strong>Chiara Spangaro</strong>, in collaborazione con le università veneziane di<strong> Ca’ Foscari </strong>e<strong> Iuav. </strong>Inoltre, Singh sarà impegnata in un programma di mentoring per studentesse e studenti universitari, ideato e diretto con la collaborazione di Università Iuav di Venezia in occasione del centenario dell’istituzione, e con i dipartimenti di Filosofia e Beni Culturali e di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari Venezia.<br><br><em>Livia Montagnoli</em><br><br><em>ARCHIVIO. Dayanita Singh<br>Dal 16 aprile al 31 luglio 2026<br>Archivio di Stato di Venezia<br>Campo dei Frari 3002</em><br><br></p><p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/03/archivio-stato-venezia-sede-espositiva/">L’Archivio di Stato di Venezia apre per la prima volta come sede espositiva. Prima mostra su una grande fotografa</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>In provincia di Modena c’è una mostra dedicata ad Amleto e allestita in un teatro </title>
		<link>https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/03/mostra-saltini-modena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marta Santacatterina]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 18:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro & Danza]]></category>
		<category><![CDATA[modena]]></category>
		<category><![CDATA[mostra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1217881</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/7-andrea-saltini-hamlet-suite-2026-ph-nicole-pizzetti-3.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Il Teatro Sociale di Novi di Modena, chiuso da decenni, riapre le sue porte con una mostra-suite di Andrea Saltini. Ispirandosi anche a Carmelo Bene, l’artista rilegge i personaggi della tragedia shakespeariana </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/03/mostra-saltini-modena/">In provincia di Modena c’è una mostra dedicata ad Amleto e allestita in un teatro </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/7-andrea-saltini-hamlet-suite-2026-ph-nicole-pizzetti-3.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>“<em>Ho letto mille volte l’Amleto e per tanto tempo ho avuto una sorta di ossessione per Ofelia. Di recente però mi sono reso conto di non aver prestato abbastanza attenzione agli altri personaggi</em>”, racconta <strong><a href="https://www.artribune.com/artista-mostre-biografia/andrea-saltini-2/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/artista-mostre-biografia/andrea-saltini-2/" rel="noreferrer noopener">Andrea Saltini</a></strong> (Carpi, 1974) nel foyer del <a href="https://www.artribune.com/museo-galleria-arte/teatro-sociale-6/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/museo-galleria-arte/teatro-sociale-6/" rel="noreferrer noopener">Teatro Sociale</a> di Novi di Modena, una struttura chiusa fin dai primi Anni Ottanta e che, al termine della mostra <a href="https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/andrea-saltini-hamlet-suite/" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/andrea-saltini-hamlet-suite/"><strong><em>Hamlet Suite</em></strong>,</a> sarà oggetto di una ristrutturazione finalizzata alla <strong>riapertura</strong>. “<em>Appena ho visto l’interno di questo teatro</em>”, continua l’artista, “<em>ho accettato la proposta di allestirvi una mostra e ho scelto dipingere proprio coloro che partecipano alla tragedia di Shakespeare</em>”. </p><h2 class="wp-block-heading"><strong>L’allestimento della mostra nel teatro di Novi di Modena</strong>&nbsp;</h2><p>Se nel&nbsp;ridotto&nbsp;i&nbsp;dipinti&nbsp;contemporanei si posizionano in un registro inferiore rispetto alle eleganti ballerine dipinte nella seconda metà degli&nbsp;Anni Venti&nbsp;in&nbsp;<strong>stile tardo Liberty</strong>, nella sala a ferro di cavallo&nbsp;del teatro&nbsp;sono l’intricato intreccio di ponteggi – il terremoto&nbsp;del 2012&nbsp;in Emilia&nbsp;qui ha&nbsp;picchiato duro – e&nbsp;un’illuminazione “total&nbsp;red”&nbsp;ad accogliere tre&nbsp;grandi&nbsp;<strong>tele con Amleto, Ofelia e Laerte</strong>.&nbsp;Il risultato è spettacolare.&nbsp;</p><div class="c-gallery js-gallery">
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Veduta della mostra Andrea Saltini. Hamlet Suite, 2026, ph. Nicole Pizzetti</span>
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                    <figcaption>Veduta della mostra Andrea Saltini. Hamlet Suite, 2026, ph. Nicole Pizzetti</figcaption>
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</div><h2 class="wp-block-heading"><strong>Le opere di&nbsp;Andrea Saltini tra testi&nbsp;e immagini</strong>&nbsp;</h2><p>Il dramma shakespeariano non è l’unica fonte a cui si è&nbsp;rivolto&nbsp;Saltini per mettere a punto&nbsp;il suo&nbsp;progetto:&nbsp;gli studi del critico danese&nbsp;<strong>Georges Brandes</strong>, ma soprattutto la rilettura di&nbsp;<strong>Jules Laforgue</strong>&nbsp;e, inevitabilmente, le trasposizioni di&nbsp;<strong>Carmelo Bene</strong>,&nbsp;hanno ispirato&nbsp;la&nbsp;sequenza&nbsp;di&nbsp;volti&nbsp;che popolano&nbsp;la&nbsp;“suite”, e&nbsp;lo sottolinea&nbsp;pure&nbsp;il testo della curatrice&nbsp;Anna Vittoria Zuliani in catalogo.&nbsp;L’impianto letterario trova riscontro evidente in&nbsp;<em>Kate (… Bella Helen)</em>,&nbsp;ovvero&nbsp;un’Ofelia&nbsp;con soprabito leopardato e fuseaux azzurri&nbsp;che assomiglia un po’ a&nbsp;<strong>Monica Vitti</strong>,&nbsp;ricalcando&nbsp;l’interpretazione di Laforgue&nbsp;che&nbsp;trasforma la sventurata fanciulla in&nbsp;attrice&nbsp;(in altre opere&nbsp;Ofelia&nbsp;veste una armatura sopra il pigiama&nbsp;o ancora&nbsp;si copre con una pelle di leopardo).&nbsp;</p><h2 class="wp-block-heading"><strong>I personaggi di Shakespeare riletti da Andrea Saltini</strong>&nbsp;</h2><p>Accanto&nbsp;troviamo&nbsp;<strong>Gertrude</strong>, fiera con la sua&nbsp;enorme gorgiera, circondata da una vegetazione quasi espressionista e con lo sguardo corrucciato, mentre i cortigiani&nbsp;Rosencrantz&nbsp;e&nbsp;Guildenstern, giovani e bellissimi, “non sono morti”, parafrasando il titolo dell’opera.&nbsp;<strong>Orazio</strong>, fedele amico di Amleto,&nbsp;assume le sembianze di&nbsp;un cane e il principe di Norvegia&nbsp;<strong>Fortebraccio</strong>&nbsp;ci osserva dall’alto al basso, stagliandosi su un cielo nerissimo&nbsp;con&nbsp;nubi&nbsp;tempestose (è un quadro magnifico). Altre tele compongono la mostra e&nbsp;nell’allestimento&nbsp;fanno la loro comparsa anche delle piccole sculture che riprendono&nbsp;in forma tridimensionale&nbsp;i personaggi&nbsp;di Shakespeare:&nbsp;composti anche da&nbsp;<em>objets&nbsp;trouvés</em>, sembrano quasi usciti da una&nbsp;Wunderkammern.&nbsp;</p><div class="c-gallery js-gallery">
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Andrea Saltini, Giovane Ofelia, 2025, ph. Nicole Pizzetti, courtesy l’artista  </span>
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                    <figcaption>Andrea Saltini, Giovane Ofelia, 2025, ph. Nicole Pizzetti, courtesy l’artista  </figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Andrea Saltini, Ofelia, 2025, tecnica mista su tela, 225&#215;190 cm. Ph. Nicole Pizzetti</span>
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                    <figcaption>Andrea Saltini, Ofelia, 2025, tecnica mista su tela, 225&#215;190 cm. Ph. Nicole Pizzetti</figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Andrea Saltini, Yorik, 2025, ph. Nicole Pizzetti, courtesy l’artista </span>
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                    <figcaption>Andrea Saltini, Yorik, 2025, ph. Nicole Pizzetti, courtesy l’artista </figcaption>
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</div><h2 class="wp-block-heading"><strong>I soggetti&nbsp;sono&nbsp;classici, ma le&nbsp;tecniche sperimentali</strong>&nbsp;</h2><p>Andrea Saltini è sempre stato un artista visionario: lo percepiamo dal dipinto in cui il fantasma del padre di<a href="https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/amleto/" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/amleto/"> Amleto</a> prende forma dal cavo delle cuffie del principe, nonostante nell’attuale mostra la fantasia sembri tenuta un po’ a freno. L’artista è anche un instancabile <strong>studioso di arte, letteratura, critica</strong> <strong>e un inguaribile raccoglitore, oltre che uno sperimentatore tecnico</strong>, come rivelano le opere di <em>Hamlet Suite</em>, piuttosto differenti dai lavori di qualche anno fa. “<em>Ora sto lavorando su tele preparate con gesso e con parti di scagliola, che assorbe in modo diverso i colori e mi permette questa resa. Utilizzo anche materiali naturali, come il caffè, e poi il bolo che adopero da tanto tempo per i neri</em>”, spiega l’artista, che è anche curatore di rassegne dedicate alla promozione dei giovani artisti nel territorio modenese (lo affianca nell’organizzazione l’artista e designer Daniel Bund). <br><br><em>Marta Santacatterina</em> </p>        <div>
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        <p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/03/mostra-saltini-modena/">In provincia di Modena c’è una mostra dedicata ad Amleto e allestita in un teatro </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Storia dell’ex fabbrica in provincia di Milano diventata spazio per l’arte contemporanea</title>
		<link>https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/03/sac-spazio-robecchetto-storia-mostre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Caterina Angelucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1218033</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/09mostra-frammenti.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Fin dall’apertura, SAC – Spazio Arte Contemporanea ha impostato la propria attività come una piattaforma multifunzionale. Non soltanto mostre, ma anche workshop, incontri, laboratori e progetti educativi pensati per coinvolgere pubblici diversi e avvicinare all’arte anche chi normalmente ne resta ai margini</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/03/sac-spazio-robecchetto-storia-mostre/">Storia dell’ex fabbrica in provincia di Milano diventata spazio per l’arte contemporanea</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/09mostra-frammenti.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>È a Robecchetto con Induno (a circa 40 chilometri da Milano) che un ex complesso produttivo ha trovato negli ultimi anni una nuova destinazione a vocazione culturale. Si chiama SAC – Spazio Arte Contemporanea, ideato nel 2019 da <strong>Nicoletta Candiani</strong> con l’obiettivo di trasformare una struttura storicamente legata all’attività industriale della famiglia in un centro dedicato alla ricerca artistica contemporanea. L’edificio, infatti, appartenuto al bisnonno della fondatrice e utilizzato nel corso del tempo prima come stabilimento tessile e poi come conceria, è stato ripensato come luogo di incontro e restituzione al territorio. Su <strong>una superficie di circa 1.400 metri quadrati</strong>, gli ambienti oggi accolgono sale espositive, spazi per laboratori e aree dedicate alla formazione, configurandosi come un punto di riferimento culturale in un contesto periferico rispetto ai grandi circuiti dell’arte.</p><div class="c-gallery js-gallery">
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                    <figcaption>FRAMMENTI. Bipersonale di Silvia Beltrami e Giuseppe Gallace, Robecchetto con Induno (MI), SAC – Spazio Arte Contemporanea, 2026</figcaption>
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<h2 class="wp-block-heading">L’attività di SAC – Spazio Arte Contemporanea tra premi e corsi di formazione artistica</h2><p>Fin dalla sua apertura, SAC ha impostato la propria attività come una piattaforma multifunzionale. Non soltanto mostre, ma anche <strong>workshop, incontri, laboratori e progetti educativi</strong> pensati per coinvolgere pubblici diversi e avvicinare all’arte anche chi normalmente ne resta ai margini. Tra le iniziative, per esempio, figura il <strong>Premio Luigi Candiani</strong>, concorso annuale articolato in due sezioni, una dedicata ai giovani artisti tra i 18 e i 34 anni e una rivolta agli artisti affermati oltre i 35. Il premio, aperto a linguaggi che vanno dalla pittura alla fotografia, dalla performance alla videoarte fino alle pratiche digitali, rappresenta una delle principali occasioni di visibilità per nuovi autori. Per l’edizione del biennio in corso (2025-2026) si sviluppa attorno al tema “Dentro un sogno”, invitando i partecipanti a confrontarsi con dimensioni immaginative, narrative e simboliche. Ma accanto alle attività espositive e al premio, SAC promuove anche un programma di formazione artistica strutturato in corsi semestrali. Dalla grafite alla pittura ad acrilico, fino alle tecniche a olio, i percorsi sono pensati per diverse fasce d’età, dai bambini della scuola materna agli adulti, e hanno l’obiettivo di rendere l’arte un’esperienza accessibile, fondata sulla pratica e sulla sperimentazione.</p><figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="637" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/08silvia-beltrami-1024x637.jpg" alt="Silvia Beltrami, Pregiudizio universale, 2013, collage su faesite, 216 x 141 cm" class="wp-image-1218041" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/08silvia-beltrami-1024x637.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/08silvia-beltrami-300x187.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/08silvia-beltrami-150x93.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/08silvia-beltrami-768x478.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/08silvia-beltrami-1536x956.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/08silvia-beltrami-2048x1274.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Silvia Beltrami, Pregiudizio universale, 2013, collage su faesite, 216 x 141 cm</figcaption></figure><h2 class="wp-block-heading">La mostra di Silvia Beltrami e Giuseppe Gallace al SAC – Spazio Arte Contemporanea</h2><p>In questo contesto si inserisce <em>Frammenti</em>, la mostra bipersonale di <strong>Silvia Beltrami e Giuseppe Gallace</strong>, visitabile fino al 18 aprile 2026 e curata da Nicoletta Candiani e Sofia De Pascali. I due artisti non sono estranei agli spazi del SAC: entrambi avevano già preso parte a precedenti esposizioni collettive e tornano ora come protagonisti di un confronto a due voci. Il titolo della mostra allude a una dimensione percettiva in cui memoria, sensazione e immagine si intrecciano. Nel testo curatoriale, De Pascali richiama il celebre episodio della madeleine narrato da Marcel Proust, in cui un gesto quotidiano diventa rivelatore di ricordi e visioni. Allo stesso modo, <em>Frammenti</em> indaga ciò che è parziale, discontinuo e ambiguo, interrogando lo sguardo attraverso opere che nascono da tracce e stratificazioni. <strong>La ricerca di Silvia Beltrami</strong> si muove da anni nel territorio del collage, tecnica che l’artista romana ha progressivamente arricchito con nuove sperimentazioni materiali. Nei lavori più recenti presentati al SAC, Beltrami introduce infatti lo strappo d’affresco: una pratica di derivazione conservativa che consiste nel prelevare lo strato superficiale di una parete e trasferirlo su un altro supporto. Queste presenze, spesso isolate o sospese, riflettono una condizione esistenziale fragile: identità in bilico tra controllo sociale, incomunicabilità e desiderio di trasformazione. Il riferimento teorico è il pensiero decostruzionista di Jacques Derrida, secondo cui smontare strutture e linguaggi consolidati permette di rivelarne le contraddizioni interne. Nel lavoro di Beltrami, la frattura della superficie diventa così metafora di identità in continua ridefinizione.</p><figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="865" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/03giuseppe-gallace-865x1024.jpg" alt="Giuseppe Gallace, La lettera, 2025, tecnica mista su tela, 120 x 100 cm" class="wp-image-1218040" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/03giuseppe-gallace-865x1024.jpg 865w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/03giuseppe-gallace-300x355.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/03giuseppe-gallace-127x150.jpg 127w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/03giuseppe-gallace-768x909.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/03giuseppe-gallace-1297x1536.jpg 1297w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/03giuseppe-gallace-1729x2048.jpg 1729w" sizes="auto, (max-width: 865px) 100vw, 865px" /><figcaption class="wp-element-caption">Giuseppe Gallace, La lettera, 2025, tecnica mista su tela, 120 x 100 cm</figcaption></figure><p>Diverso ma complementare l’approccio pittorico di <strong>Giuseppe Gallace</strong>, che colloca la propria ricerca in una dimensione vicina al Realismo Magico. Le sue tele presentano scene apparentemente tranquille, in cui ambienti domestici e situazioni quotidiane sono attraversati da presenze inattese. Negli ultimi lavori, l’elemento chiave è il motivo floreale. Piante e fiori irrompono negli spazi della vita familiare, insinuandosi tra oggetti e figure umane. La loro presenza, fragile e allo stesso tempo invasiva, incrina la quiete della composizione.</p><h2 class="wp-block-heading">Il SAC – Spazio Arte Contemporanea e la fragilità come strumento di conoscenza&nbsp;</h2><p>Il dialogo tra i due artisti restituisce così una riflessione comune sulla fragilità delle immagini e delle identità. Tra pareti strappate, figure in bilico e presenze vegetali che invadono lo spazio domestico, la mostra costruisce un percorso in cui <strong>il</strong> <strong>frammento diventa strumento di conoscenza</strong>: non un residuo incompleto, ma una soglia da cui emergono nuove possibilità di lettura.<br><br><em>Caterina Angelucci</em></p><p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/03/sac-spazio-robecchetto-storia-mostre/">Storia dell’ex fabbrica in provincia di Milano diventata spazio per l’arte contemporanea</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Celebrare il contributo degli afrodiscendenti nella società e nella cultura con 3 mostre a Firenze</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/03/black-history-month-firenze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Santa Nastro]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 15:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Firenze]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1217894</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/2-black-body-ancient-citybhmf-2026-mad-murate-art-district.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Torna il Black History Month Florence al MAD – Murate Art District, giunto nel 2026 alla sua undicesima edizione. Con tre mostre che parlano di corpo, architettura, relazione e di una figura mitologica del dibattito culturale internazionale, William Demby</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/03/black-history-month-firenze/">Celebrare il contributo degli afrodiscendenti nella società e nella cultura con 3 mostre a Firenze</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/2-black-body-ancient-citybhmf-2026-mad-murate-art-district.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Nato nel 2014 il <em>Black History Month Florence </em>è una rassegna co-fondata da Justin Randolph Thompson e Janine Gaëlle Dieudji con l’intento di celebrare il contributo degli afrodiscendenti nella società e nella cultura, in una città come Firenze che intreccia da sempre la propria storia con quella americana.<br>Non è un caso che l’undicesima edizione al <a href="https://www.artribune.com/museo-galleria-arte/complesso-delle-murate/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/museo-galleria-arte/complesso-delle-murate/" rel="noreferrer noopener">MAD – Murate Art District</a> diretto da Valentina Gensini, intitolata <em>Common Time</em>, dove il tempo comune è quello di una memoria collettiva, pur attraversando le epoche, sia nel 2026 in collaborazione con l’Accademia Americana a Roma, che dal Gianicolo si irradia fino al capoluogo toscano con la ricerca di due borsisti e una riflessione sull’opera di William Demby. Il risultato del progetto sono tre mostre che si dislocano dal pianoterra fino alle ex celle del vecchio carcere fiorentino, al primo piano.</p><figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="681" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/1-black-body-ancient-citybhmf-2026-mad-murate-art-district-1024x681.jpg" alt="Celebrare il contributo degli afrodiscendenti nella società e nella cultura con 3 mostre a Firenze" class="wp-image-1217905" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/1-black-body-ancient-citybhmf-2026-mad-murate-art-district-1024x681.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/1-black-body-ancient-citybhmf-2026-mad-murate-art-district-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/1-black-body-ancient-citybhmf-2026-mad-murate-art-district-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/1-black-body-ancient-citybhmf-2026-mad-murate-art-district-768x511.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/1-black-body-ancient-citybhmf-2026-mad-murate-art-district.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Black Body, Ancient City. BHMF 2026, MAD Murate Art District</figcaption></figure><h2 class="wp-block-heading">La mostra di T.J. Dedeaux-Norris</h2><p>A piano terra si colloca la mostra dell’artista e performer <strong>T.J. Dedeaux-Norris</strong>, nata in Guam, cresciuta poi in Mississippi. Nota anche Come Tameka Jenean Morris o Meka Jean, eteronimi di una ricerca che esplora il concetto di identità del corpo nero e queer, Dedeaux-Norris si confronta con lo spazio espositivo attraverso una serie di lavori su carta sviluppati nel corso della residenza a Roma. Il corpo, per lo più nudo ed esposto, si confronta con i simboli secolari di un potere che è perlopiù maschile, politico e religioso. L’architettura regge il peso dell’autorità da detournare, le forme femminili l’agente rivoluzionario, tra collage, poesia e parole in uno svolgimento beat dei significati. “<em>Gli spazi sacri di Roma – catacombe, anfiteatri e chiese -“</em>, spiega l’artista agli albori della sua residenza romana<em> “fungono da ispirazione e da sfondo mentre mi confronto con i temi del martirio, della resistenza spirituale e dell&#8217;autocreazione. La convergenza della mia narrazione personale con le storie delle Sante Perpetua e Felicita forma una cornice viscerale per esaminare la morte, la rinascita e il perseguimento del Sogno Americano”.</em> L’idea del controllo viene amplificata dal murale che si disloca sulle pareti interne della sala; chiude il cerchio la postazione dedicata a <em>The Emergence Room</em>, il podcast realizzato da Dedeaux-Norris con Jason Šimánek, conversazioni su arte, cura, creatività e su cosa significa emergere.</p><div class="c-gallery js-gallery">
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                    <img loading="lazy" decoding="async" width="150" height="100" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/4-triplet-consciousnessbhmf-2026mad-murate-art-district-1-150x100.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="Triplet Consciousness. BHMF 2026, MAD Murate Art District" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/4-triplet-consciousnessbhmf-2026mad-murate-art-district-1-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/4-triplet-consciousnessbhmf-2026mad-murate-art-district-1-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/4-triplet-consciousnessbhmf-2026mad-murate-art-district-1-768x511.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/4-triplet-consciousnessbhmf-2026mad-murate-art-district-1.jpg 1000w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" />                </div>
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</div><h2 class="wp-block-heading">La mostra di Heather Hart</h2><p>La Sala Anna Banti delle Murate è invece dedicata alla installazione di <strong>Heather Hart</strong> (Seattle, 1957), che si realizza nella forma ambientale che le è congeniale. “<em>Mi concentro sulla traduzione tra spazio e pubblico, tra pubblico e mio lavoro, e sullo slittamento, la costruzione e la comunicazione che si verificano tra questi due mondi”</em>, spiega l’artista<em>. “Voglio che il mio lavoro interdisciplinare agisca come un traduttore in un linguaggio tra l&#8217;architettura e l&#8217;occhio del pubblico”.</em> Ma mentre solitamente Hart va a intervenire nello spazio esterno trasformando la realtà qui, in <em>Triplet Consciousness,</em> è l’ambiente interno a modificarsi, sezionato, attraversato da rampe e impalcature, fino ad offrire un’area libera di incontro e meditazione, di riflessione e relazione, con la figura di Mercurio a fare da nume tutelare di ciò che avviene ed è imprevisto.</p><figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="681" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/6-william-demby-the-angel-in-the-death-cellbhmfmad-murate-art-district-1024x681.jpg" alt="William Demby. The Angel in the Death Cell. BHMF 2026, MAD Murate Art District" class="wp-image-1217908" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/6-william-demby-the-angel-in-the-death-cellbhmfmad-murate-art-district-1024x681.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/6-william-demby-the-angel-in-the-death-cellbhmfmad-murate-art-district-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/6-william-demby-the-angel-in-the-death-cellbhmfmad-murate-art-district-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/6-william-demby-the-angel-in-the-death-cellbhmfmad-murate-art-district-768x511.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/6-william-demby-the-angel-in-the-death-cellbhmfmad-murate-art-district.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">William Demby. The Angel in the Death Cell. BHMF 2026, MAD Murate Art District</figcaption></figure><h2 class="wp-block-heading">Il progetto dedicato a William Demby</h2><p>Chiude il cerchio il progetto dedicato a <strong>William Demby</strong> (Pittsburgh 1922 – New York, 2013), scrittore, critico d’arte, traduttore, attore e giornalista,&nbsp;Demby&nbsp;giunse a Roma nel 1943, insieme agli Alleati per poi tornarci nel 1947 diventando una figura fondamentale del dibattito pubblico con collaborazioni con artisti come Mario Schifano e registi come Fellini. Occasionalmente comparsa a Cinecittà, autore di libri fondamentali come <em>Beetlecreek</em>&nbsp;(1950) o il romanzo <em>The Catacombs </em>(1965) o ancora <em>Love Story Black</em> (1978), Demby mise tra i temi al centro della sua ricerca la situazione postcoloniale nel Corno d’Africa. Nel 2015 l’American Academy gli dedica un momento di approfondimento importante. Oggi a Firenze si torna a parlare di lui e del suo sterminato e importantissimo archivio custodito nella città toscana dal figlio James.</p><h2 class="wp-block-heading">Il dramma scritto da Willam Demby</h2><p>Al centro, il dramma teatrale pubblicato a Roma da Demby nel 1963 intitolato <em>The Angel in the Death Cell. </em>Ed è proprio grazie all’archivio, attraverso documenti originali o riprodotti, oggetti di scena, fotografie, che la mostra si snoda come una partitura tratteggiando la solidità della scrittura di Demby, la sua importanza nella storia culturale italiana e americana, il suo legame con Firenze e la potenza di un archivio che le istituzioni dovrebbero contendersi e valorizzare. Fino alla documentazione della performance realizzata da Bradly Dever Treadaway e l’adattamento filmico di <a href="https://www.artribune.com/artista-mostre-biografia/kevin-jerome-everson/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/artista-mostre-biografia/kevin-jerome-everson/" rel="noreferrer noopener">Kevin Jerome Everson</a>, girato nel Carcere Duro, che danno vita e corpo alla visita dell’angelo nel braccio della morte in parole e musica.<br><br><em>Santa Nastro</em><br><br>Firenze // fino al 12 aprile 2026<br><em>Black History Month Florence. T.J. Dedeaux-Norris, Heather Hart, William Demby</em><br>MAD &#8211; MURATE ART DISTRICT<br><a href="https://www.murateartdistrict.it/en/agenda/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.murateartdistrict.it/en/agenda/" rel="noreferrer noopener">Scopri di più</a></p><p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/03/black-history-month-firenze/">Celebrare il contributo degli afrodiscendenti nella società e nella cultura con 3 mostre a Firenze</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Alla Fondation Louis Vuitton di Parigi arriva la super mostra di Alexander Calder</title>
		<link>https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/03/mostra-alexander-calder-parigi-fondation-louis-vuitton/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Giaume]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1218023</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/calders-circus-courtesy-whitney-museum-of-american-art.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Un percorso di 300 opere ripercorre cinque decenni di creatività dell'innovativo scultore americano, inclusi i celebri mobile, che “fluttueranno” all'interno dell'architettura di Gehry</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/03/mostra-alexander-calder-parigi-fondation-louis-vuitton/">Alla Fondation Louis Vuitton di Parigi arriva la super mostra di Alexander Calder</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/calders-circus-courtesy-whitney-museum-of-american-art.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Esattamente cent&#8217;anni fa, nel 1926, arrivava in Francia uno scultore americano di grande visione, che unendo il gioco alla tecnica avrebbe innovato l&#8217;arte francese e mondiale del Novecento. Cinquant&#8217;anni dopo sarebbe morto a New York: sono questi due grandi anniversari l&#8217;occasione, per la <strong>Fondation Louis Vuitton di Parigi</strong>, di dedicare ad <strong><a href="https://www.artribune.com/progettazione/new-media/2021/03/alexander-calder-archivio-online/">Alexander Calder</a></strong> (Lawnton, 1989 &#8211; New York, 1976) una mostra che aprirà in primavera e sarà visitabile tutta l&#8217;estate.</p><figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="853" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-lily-of-force-1945-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton-853x1024.webp" alt="Alexander Calder, Lily of Force, 1945. © 2025 Calder Foundation, New York _ ADAGP, Paris. Courtesy of Fondation Louis Vuitton." class="wp-image-1218026" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-lily-of-force-1945-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton-853x1024.webp 853w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-lily-of-force-1945-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton-300x360.webp 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-lily-of-force-1945-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton-125x150.webp 125w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-lily-of-force-1945-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton-768x922.webp 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-lily-of-force-1945-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton-1279x1536.webp 1279w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-lily-of-force-1945-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton-1705x2048.webp 1705w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-lily-of-force-1945-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton.webp 1820w" sizes="auto, (max-width: 853px) 100vw, 853px" /><figcaption class="wp-element-caption">Alexander Calder, Lily of Force, 1945. © 2025 Calder Foundation, New York _ ADAGP, Paris. Courtesy of Fondation Louis Vuitton</figcaption></figure><h2 class="wp-block-heading">Calder a Parigi</h2><p>Trasferitosi nei suoi vent&#8217;anni a Montparnasse, al tempo epicentro dell&#8217;arte internazionale, Calder entrò a far parte di una fiorente comunità artistica e creativa: c&#8217;erano Fernand Léger, Jean Hélion, Le Corbusier, Jean Arp, Joan Miró e <strong>Piet</strong> <strong>Mondrian.</strong> Proprio una visita allo studio di Mondrian, nel 1930, segnò una svolta decisiva nella sua opera verso l&#8217;astrazione, prima nella pittura e poi nella scultura. Fu <strong>Marcel</strong> <strong>Duchamp</strong> a suggerirgli, l&#8217;anno dopo, il termine &#8220;<em>mobile</em>&#8221; per le sue composizioni cinetiche, prima azionate meccanicamente e poi tenute in movimento dal minimo spostamento d&#8217;aria. Opere che, ricorda Jean-Paul Sartre nel 1946, traevano “la propria vita dalla vita indistinta dell&#8217;atmosfera”. In reazione a “<em>mobile</em>”, Arp propose il termine “<em>stabile” </em>per le nuove sculture dei primi Anni Trenta. Tornato in America, Calder continuò a tornare in Europa, partecipando al Padiglione della Repubblica Spagnola nel 1937 insieme a Miró e Picasso e tornando in Francia dopo la guerra: nel 1953 aprì uno studio a Saché, nella Valle della Loira.</p><figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-black-widow-1948-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton-768x1024.webp" alt="Alexander Calder, Black Widow, 1948. © 2025 Calder Foundation, New York _ ADAGP, Paris. Courtesy of Fondation Louis Vuitton." class="wp-image-1218025" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-black-widow-1948-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton-768x1024.webp 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-black-widow-1948-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton-300x400.webp 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-black-widow-1948-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton-112x150.webp 112w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-black-widow-1948-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton-1152x1536.webp 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-black-widow-1948-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton-1536x2048.webp 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-black-widow-1948-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton.webp 1820w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">Alexander Calder, Black Widow, 1948. © 2025 Calder Foundation, New York _ ADAGP, Paris. Courtesy of Fondation Louis Vuitton</figcaption></figure><h2 class="wp-block-heading">Alla Fondation Louis Vuitton di Parigi arriva una grande mostra di Alexander Calder</h2><p>Aperta dal 15 aprile al 16 agosto 2026, la retrospettiva <em>Calder. Rêver en Équilibre </em>andrà a ripercorrere questi <strong>cinque decenni di creatività</strong> di Calder attraverso una selezione di 300 opere (in stretta collaborazione con la Fondazione Calder) che spaziano da ritratti in filo metallico a dipinti, da disegni a sculture monumentali. Un occhio di riguardo, ovviamente, sarà riservato agli <em>stabile</em> e ai <em>mobile, </em>che danzeranno all&#8217;interno dell&#8217;architettura di Frank Gehry di Rue Gandhi e, per la prima volta, nel giardino della Fondazione. Al centro di tutto, ovviamente, ci sarà il <strong>movimento</strong>, affiancato da temi ricorrenti nell&#8217;opera dell&#8217;artista statunitense come la luce, il suono, la gravità e l&#8217;interazione tra spazio positivo e negativo: “L&#8217;approccio innovativo di Calder ha ampliato le dimensioni della scultura fino a includere il tempo come quarta dimensione essenziale”, ricordano i curatori <strong>Dieter Buchhart e Anna Karina Hofbauer</strong>.</p><figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="765" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/alexander-calder-atztec-josephine-baker-1930-c-2025-calder-foundation-new-york-adagp-paris-courtesy-of-fondation-louis-vuitton-765x1024.webp" alt="Alexander Calder, Atztec Josephine Baker, 1930. © 2025 Calder Foundation, New York _ ADAGP, Paris. 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Courtesy of Fondation Louis Vuitton</figcaption></figure><h2 class="wp-block-heading">“Calder. Rêver en Équilibre”. Gli artisti in mostra</h2><p>La mostra, che si estenderà lungo un percorso cronologico su oltre 3.000 mq, includerà anche dei pezzi rari: il <strong><em>Cirque Calder</em></strong>, spettacolo circense in miniatura dal vivo (prestito eccezionale del Whitney Museum, che ne ha appena celebrato i cento anni), e una parte della serie (dedicata a Duchamp) dei mobili tridimensionali sospesi <strong><em>Constellation</em></strong>. Accanto alle opere di Calder saranno presenti anche pezzi di contemporanei e amici come Hepworth, Klee, Arp, Hélion, Mondrian e Picasso, che andranno a contestualizzare<strong> l&#8217;innovazione dell&#8217;artista americano all&#8217;interno del movimento d&#8217;avanguardia</strong>. Infine, 34 fotografie d&#8217;archivio di grandi nomi della fotografia &#8211; come Henri Cartier-Bresson, André Kertész, Gordon Parks, May Ran, Irving Penn e Agnès Varda &#8211; offriranno uno sguardo più intimo su un artista, Calder, che ha cambiato per sempre l&#8217;approccio alla scultura.<br><br><em>Giulia Giaume</em></p><p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/03/mostra-alexander-calder-parigi-fondation-louis-vuitton/">Alla Fondation Louis Vuitton di Parigi arriva la super mostra di Alexander Calder</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Napoli tra overtourism e aura di autenticità. Intervista all’artista e fotografo Fabrizio Vatieri</title>
		<link>https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2026/03/intervista-artista-fotografo-fabrizio-vatieri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulio Solfrizzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Who's Who]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1217822</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieristandards-of-livingfoto-by-carlo-banfi.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Artista e fotografo con una formazione da architetto, Vatieri attraversa linguaggi diversi per interrogare i modi in cui l’essere umano interviene nello spazio. L’abbiamo intervistato in occasione della sua ultima performance per parlare (anche) della sua città natale</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2026/03/intervista-artista-fotografo-fabrizio-vatieri/">Napoli tra overtourism e aura di autenticità. Intervista all’artista e fotografo Fabrizio Vatieri</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieristandards-of-livingfoto-by-carlo-banfi.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p><strong>Fabrizio Vatieri </strong>(Napoli, 1982) è una figura ibrida e difficilmente incasellabile: artista e fotografo, con una formazione da architetto, attraversa linguaggi e discipline per interrogare il modo in cui l’essere umano interviene — spesso in maniera invisibile ma decisiva — nello spazio domestico e urbano. La sua ricerca prende forma attraverso performance, fotografia e suono, costruendo <strong>narrazioni sospese tra gesto, corpo e ambiente</strong>. Oggi di base a Milano, abbiamo visto il suo nuovo lavoro, <strong><em>Undercore</em></strong>, durante la Milano Fashion Week Uomo, a un evento che promuoveva il volume <em><a href="https://www.artribune.com/editoria/2025/12/intervista-stilista-sabato-de-sarno-napoli-libro/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/editoria/2025/12/intervista-stilista-sabato-de-sarno-napoli-libro/" rel="noreferrer noopener">Napoli Infinita</a> </em>curato dallo stilista ed ex direttore creativo di Gucci, Sabato De Sarno. “<em>Il rapporto con lui è nato in modo molto naturale</em>”, dice Vatieri. “<em>Ha visto una mia performance, si è interessato al mio lavoro e mi ha invitato a partecipare al libro. Abbiamo fatto uno studio visit e mi ha lasciato totale libertà, scegliendo insieme le immagini. Anche per la performance mi ha dato carta bianca. È stato un promotore consapevole dell</em>’<em>operazione e del mio lavoro, che procede per capitoli e ruota intorno a questo equilibrio costante tra rappresentazione, utopia e realtà</em>”.</p><div class="c-gallery js-gallery">
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Fabrizio Vatieri, Senza titolo (Napoli, 2025)</span>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Fabrizio Vatieri, Senza titolo (Napoli, 2022)</span>
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</div><h2 class="wp-block-heading"><strong>Fabrizio Vatieri tra fotografia, editoria e performance</strong></h2><p>Negli anni il suo lavoro è approdato in contesti istituzionali e festival internazionali, dalla Biennale di Malta (2024) alla Triennale di Milano, fino alla Photo Biennale di Salonicco (2016). Le sue <strong>performance</strong>, caratterizzate da una forte tensione concettuale, sono state presentate anche a Documenta Kassel (2022), uno dei palcoscenici più rilevanti della ricerca artistica contemporanea. Tra il 2012 e il 2019 Vatieri è stato co-fondatore di <strong>Pelagica</strong>, piattaforma di ricerca dedicata al Mediterraneo, con cui ha curato mostre e programmi di residenza, inclusa una partecipazione alla Biennale del Mediterraneo di Tirana (2017). Parallelamente all’attività espositiva, ha sviluppato una <strong>pratica editoriale</strong> che include titoli come <em>Dominare Spiritualmente il Progresso</em> (2017, Nowhere Gallery), <em>Pensavo Fosse Amore</em> (2022, Volcanic Attitude), nati entrambi in occasione dei due lavori omonimi, e l’album <em>Standards of Living</em> (2023), pubblicato da Union Editions, anch’esso presentato poi con una performance.</p><h2 class="wp-block-heading"><strong>Il senso dell’insegnamento per Vatieri</strong></h2><p>Accanto alla ricerca artistica, Vatieri porta avanti l’insegnamento della fotografia nelle <strong>scuole superiori</strong> attraverso laboratori. Ma specifica: “<em>Non insegno storia della fotografia in senso accademico. Uso la storia dell</em>’<em>arte e della fotografia per <strong>stimolare una sensibilità verso ciò che solitamente non è considerato fotogenico</strong>. Credo che l</em>’<em>insegnamento sia uno degli ultimi strumenti politici reali per provare a cambiare le cose, più di tanti progetti che rischiano di restare fine a sé stessi</em>”. E, tra le altre cose, è uno dei fondatori di Palinurobar, un locale milanese dove ascolto, musica e condivisione sono le fondamenta: “<em>Non l</em>’<em>ho mai vissuto come un progetto artistico, ma come un</em>’<em>occasione per riunire persone, organizzare incontri, listening session, presentazioni</em>”. La sua carriera, però, è molto più ampia e la sua pratica artistica tocca anche <strong>temi legati all’attualità</strong>, come Napoli e l’overtourism. Ne abbiamo parlato con lui per scoprire come tutte queste cose riescono a convivere in una sola persona.</p><figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieripensavo-fosse-amore2022foto-by-davide-pompeiano-1024x576.jpg" alt="Fabrizio Vatier, Pensavo fosse amore, 2022. Ph: Davide Pompeiano" class="wp-image-1217828" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieripensavo-fosse-amore2022foto-by-davide-pompeiano-1024x576.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieripensavo-fosse-amore2022foto-by-davide-pompeiano-300x169.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieripensavo-fosse-amore2022foto-by-davide-pompeiano-150x84.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieripensavo-fosse-amore2022foto-by-davide-pompeiano-768x432.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieripensavo-fosse-amore2022foto-by-davide-pompeiano-1536x864.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieripensavo-fosse-amore2022foto-by-davide-pompeiano.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fabrizio Vatier, Pensavo fosse amore, 2022. Ph: Davide Pompeiano</figcaption></figure><h2 class="wp-block-heading"><strong>Intervista a Fabrizio Vatieri</strong></h2><p><strong>Definisciti per chi non ti conosce.</strong><br>Sono architetto di formazione, artista e fotografo nel campo dell’architettura, del design, dell’arte contemporanea e delle arti performative. La mia formazione in architettura continua a influenzare fortemente il mio lavoro, soprattutto nel modo di guardare, rappresentare e raccontare.</p><p><strong>Tanti spunti e altrettante tue letture. È mai stata problematica questa cosa per te?</strong><br>La convivenza di tutte queste pratiche è spesso un problema più per la percezione esterna che per me. Spesso mi viene chiesto come faccia a tenere insieme cose così diverse, quasi fosse una provocazione. Ma la storia dell’arte e dell’architettura è piena di figure che hanno attraversato linguaggi differenti. Anche il bar, per esempio, può essere letto come un luogo di relazione e incontro, non solo come progetto imprenditoriale. Se pensiamo a esperienze come quelle di Gordon Matta-Clark, anche lo spazio del bar può essere ricondotto a un’idea allargata di pratica artistica.</p><p><strong>Com’è iniziato tutto?</strong><br>Ho sempre avuto un’attitudine molto forte verso le arti figurative. Da bambino e da ragazzo disegnavo continuamente. Il disegno è stato una grande passione. Quando ho finito il liceo scientifico, mi sono iscritto ad architettura non perché volessi progettare edifici, ma perché mi interessava il tema della rappresentazione, del disegno come strumento di pensiero, e anche il rigore che quella disciplina comporta. Durante gli studi mi sono reso conto che non mi interessava progettare città o edifici con un approccio interventista, ma raccontare. Raccontare per innescare una presa di coscienza sulle trasformazioni del paesaggio. Da lì si sono definiti due binari che continuano a correre paralleli: da una parte il lavoro di fotografo di architettura, al servizio di progetti; dall’altra la mia pratica artistica, che utilizza la fotografia per raccontare il paesaggio in modo non sensazionalistico, a volte poetico, a volte concettuale. In questo senso, la tradizione italiana di <em>Viaggio in Italia</em> e la scuola dei New Topographics sono stati riferimenti fondamentali.</p><div class="c-gallery js-gallery">
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Fabrizio Vatieri, Dominare spiritualmente il progresso, 2017</span>
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    </div>
</div><p><strong>Ti cimenti anche nella performance…</strong><br>Per quanto riguarda la performance, tengo a precisare che non mi considero un artista performativo. Uso il linguaggio della performance in alcuni lavori, spesso legati al suono. Parallelamente a tutto il resto, ho sempre suonato, prima in gruppi punk hardcore, poi con la mia band nata a Napoli e tutt’ora esistente in forma apolide e discontinua: <em>Ne Travaillez Jamais</em>. Un’ esperienza di condivisione non solo musicale ma anche politica, di grande formazione per me, all’interno della quale è nata anche Ammagar, un’etichetta discografica e non solo dedicata alla musica sperimentale e noise, spesso in dialogo con le arti visive e performative. Questo mondo ha influenzato profondamente il mio lavoro. A un certo punto ho sentito che la mia pratica artistica aveva bisogno di uscire dall’immagine. Sentivo che nelle fotografie c’era qualcosa che volevo dire, ma che non riuscivo a esprimere completamente. Nel 2017, grazie all’incontro con Orio Vergani, ho realizzato la mia prima performance, <em>Dominare spiritualmente il progresso</em>. Era un lavoro che rifletteva sull’equilibrio — e sul disequilibrio — tra fotografia commerciale e pratica artistica, utilizzando gesti osservati nel mondo del real estate come una sorta di coreografia.</p><p><strong>E poi?</strong><br>Quel progetto è poi diventato una trilogia. Il secondo capitolo, <em>Buchi nell’acqua</em> – presentata in occasione di Artissima 2018 nell’ambito di Campo17 di Fondazione Sandretto Re Rebaudengo – era una performance di otto ore sul fallimento e sul successo, mettendo in scena una situazione lavorativa tipica per molti fotografi: produrre serie immagini apparentemente inutili. Il terzo capitolo è stato un happening, una finta galleria che vendeva buchi nell’acqua a 20 euro, fino all’epilogo con il disco <em>Standards of Living</em>, concepito come colonna sonora per un negozio di pavimenti in finto legno. Tutto il lavoro ruota intorno ai temi dell’utopia domestica, delle trasformazioni urbane, al rapporto tra spiritualità e lavoro.</p><figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="819" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieristandards-of-living2023-819x1024.jpg" alt="Fabrizio Vatieri, Standards of Living, 2023" class="wp-image-1217831" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieristandards-of-living2023-819x1024.jpg 819w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieristandards-of-living2023-300x375.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieristandards-of-living2023-120x150.jpg 120w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieristandards-of-living2023-768x960.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieristandards-of-living2023-1229x1536.jpg 1229w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieristandards-of-living2023-1638x2048.jpg 1638w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fabrizio-vatieristandards-of-living2023-scaled.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 819px) 100vw, 819px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fabrizio Vatieri, Standards of Living, 2023</figcaption></figure><p><strong>Nella tua arte tratti il tema del turismo sregolato. Che cosa ne pensi?</strong><br>L’overtourism e le dinamiche immobiliari legate a fenomeni di turistificazione sono conseguenze avanzate di processi iniziati molto prima. Il problema non è il turista, ma la gestione delle risorse locali e il <em>displacement</em> che ne consegue. A Napoli, come in molte altre città italiane ed europee, gli affitti brevi hanno espulso residenti storici. Puntare il dito contro il turista è inutile: il problema sta in chi struttura e trae profitto dalle modalità di consumo del territorio. Questo tema mi sta molto a cuore ed è anche il modo più diretto in cui mi riconnetto agli studi di architettura. Non ho la pretesa di dare risposte attraverso il mio lavoro, né mi definisco un attivista. Contribuisco al dibattito con gli strumenti che ho, cercando di sensibilizzare e porre domande.</p><p><strong>Infatti, con Napoli dici di avere un rapporto complesso…</strong><br>Quando me ne sono andato, la città stava per trasformarsi radicalmente. Per anni non ho voluto lavorare su Napoli perché era difficile non cadere nella rappresentazione-cartolina. A partire da <em>La morte è la vostra religione</em> – la cui serie fotografica è stata pubblicata in anteprima proprio su Artribune – ho iniziato a raccontare la città nel suo passaggio da luogo di cronaca a teatro di posa, da città temuta a città consumata. La performance <em>Undercore</em> che segue <em>La morte è la vostra religione</em> (2024) e <em>Vela celeste</em> (2025) parla proprio di questo passaggio, usando elementi simbolici, come il suono e l’immaginario degli anni Novanta, per raccontare un cambiamento più ampio.</p><p><strong>Si parla spesso di Napoli come </strong>“<strong>autentica” dopo l</strong>’<strong>esposizione mediatica che ha avuto, concordi?</strong><br>Credo che l’autenticità sia un concetto quasi astratto, che si aggiorna continuamente. Il successo di certe immagini dipende dal fatto che funzionano visivamente: bucano lo schermo. È sempre successo nella storia della fotografia. Napoli incarna perfettamente quell’archetipo di autenticità fatto di stratificazioni, tradizione e segni. Non credo che si possa parlare di un luogo solo se lo si abita. Lo sguardo esterno può essere interessante. Il vero nodo è la distribuzione delle risorse: chi guadagna da queste operazioni? È lì che dovrebbe concentrarsi la critica, non su una difesa territoriale che trovo conservatrice.<br><br><em>Giulio Solfrizzi</em></p><p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2026/03/intervista-artista-fotografo-fabrizio-vatieri/">Napoli tra overtourism e aura di autenticità. Intervista all’artista e fotografo Fabrizio Vatieri</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>L’Italia possibile della rigenerazione urbana e culturale documentata dalla newsletter Render: abbonatevi</title>
		<link>https://www.artribune.com/progettazione/architettura/2026/03/newsletter-render-rigenerazione-urbana-anticipazioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Architettura]]></category>
		<category><![CDATA[render]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1218020</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fcrf-ex-caserma-lupi-toscana-social-housing-260307-1websize.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Dalla rinascita di uno storico complesso manifatturiero in Piemonte al progetto del primo parco architettonico della Campania, nel segno della visione di Aldo Loris Rossi. Queste alcune delle storie in arrivo nell’unica newsletter italiana focalizzata sulla rigenerazione urbana e culturale. Ecco come iscriversi</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/architettura/2026/03/newsletter-render-rigenerazione-urbana-anticipazioni/">L’Italia possibile della rigenerazione urbana e culturale documentata dalla newsletter Render: abbonatevi</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/03/fcrf-ex-caserma-lupi-toscana-social-housing-260307-1websize.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Arrivano dalla provincia torinese e dal fragile territorio irpino le due storie protagoniste del numero 53 della newsletter <strong><em>Render</em></strong><em>. </em>In arrivo agli iscritti lunedì 16 marzo, il progetto editoriale con cui – da gennaio 2024 – <em>Artribune</em> fa il punto sul <strong>panorama della rigenerazione urbana e culturale</strong>, con focus e interviste legati anche all’architettura, si concentra su due aree geograficamente distanti, oggi al centro di esperienze meritevoli di essere monitorate.</p><h2 class="wp-block-heading">Lunedì 16 marzo 2026 torna la newsletter Render: le anticipazioni</h2><p>Si comincia da <strong>Chieri</strong> (Torino), città di circa 45mila abitanti, nella quale è in corso il processo di rigenerazione urbana della<strong> dismessa manifattura tessile Tabasso</strong>: il complesso abbandonato da oltre un trentennio e di proprietà comunale dal 1998, è oggetto di un piano che prevede il restauro conservativo degli edifici vincolati, l’introduzione di una serie di attività pubbliche e, tra gli altri interventi, la realizzazione del nuovo Museo Civico. Con il racconto di quello che potrebbe diventare il primo parco architettonico della Campania, <em>Render </em>si sposta quindi in Irpinia, in un’area entrata con forza nella memoria degli italiani in seguito al tragico terremoto del 23 novembre 1980. Proprio le<strong> opere realizzate a Bisaccia, nella fase di ricostruzione post-sisma, dall’architetto Aldo Loris Rossi</strong> costituiscono il fulcro di uno speciale parco che, secondo i promotori, potrebbe contribuito al rilancio della città con positive ricadute per la comunità locale.</p><h2 class="wp-block-heading">Le novità sulla rigenerazione urbana e culturale direttamente via mail</h2><p>La consueta sezione <em>Osservatorio Rigenerazione</em>, anche nel numero di <em>Render </em>di lunedì 16 marzo, estende l’orizzonte ai temi più rilevanti del panorama architettonico internazionale, come la recente assegnazione del <strong>Pritzker Architecture Prize</strong>. In parallelo continua a monitorare le opere di rigenerazione, riuso, recupero, riqualificazione destinate a cambiare il volto di piccole e grandi città d’Italia. Come Firenze, dove procedono in parallelo <strong>due progetti di rigenerazione urbana associati, a vario titolo, a interventi di social housing</strong>. Completano la newsletter <em>Render</em> la sezione focalizzata su bandi ed eventi di settore e i consigli di lettura.</p><h2 class="wp-block-heading">Perché vale la pena iscriversi alla newsletter Artribune Render?</h2><p>Curata fin dal primo numero da Carolina Chiatto e Valentina Silvestrini, <em>Render</em> è attualmente l’unica newsletter verticale dedicata alla rigenerazione urbana e culturale. Si tratta di un progetto editoriale completamente gratuito per i lettori, che per riceverla possono iscriversi a questo form <a href="https://www.artribune.com/newsletter-render/">https://www.artribune.com/newsletter-render/</a>. Viene inviata a lunedì alterni ed è affiancata da un archivio online, in cui sono fruibili liberamente tutti i contenuti proposti. Si consulta qui: <a href="https://www.artribune.com/archivio-render/">https://www.artribune.com/archivio-render/</a>. <em>Render</em> può essere sostenuta in vari modi: suggerendo a nuovi potenziali lettori di iscriversi (o inoltrando loro i numeri ricevuti via mail) oppure contattando le curatrici via mail, all’indirizzo <a href="mailto:render@artribune.com"><em>render@artribune.com</em></a>, per sottoporre proposte di collaborazione anche a carattere commerciale. Lo stesso indirizzo è attivo per quanti desiderano candidare un progetto, segnalare un libro o un’iniziativa, far sentire la propria voce con un commento.</p><p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/architettura/2026/03/newsletter-render-rigenerazione-urbana-anticipazioni/">L’Italia possibile della rigenerazione urbana e culturale documentata dalla newsletter Render: abbonatevi</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Chi difende gli artisti italiani? La polemica sulla loro presenza alla Biennale, spiegata </title>
		<link>https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/03/italiani-biennale-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angela Vettese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[Biennal di Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[biennale 2026]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/02/padiglione-italia-biennale-venezia-1.jpeg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Dal 1985, con la mostra di Szeeman, questa è la prima volta che l’Italia torna ad essere marginalizzata, per non dire estromessa, dalla Biennale di Venezia. E allora, analizziamo la questione affrontata da un punto di vista storico, economico e, soprattutto, sistemico  </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/03/italiani-biennale-2026/">Chi difende gli artisti italiani? La polemica sulla loro presenza alla Biennale, spiegata </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/02/padiglione-italia-biennale-venezia-1.jpeg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Ancora sulla <a href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/02/artisti-italiani-biennale-2026/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/02/artisti-italiani-biennale-2026/" rel="noreferrer noopener">Biennale di Venezia</a> nella sua prossima edizione, in cui la mostra centrale, con 111 artisti,<a href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/03/biennale-arte-venezia-koyo-kouoh/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/03/biennale-arte-venezia-koyo-kouoh/" rel="noreferrer noopener"> non vede italiani </a>tra gli invitati. Su queste colonne si sono già visti alcuni interventi al proposito, ma il caso è talmente unico che vale la pena di riparlarne: <strong>è la prima volta che accade una cosa simile</strong> dal 1895, anno della prima edizione della Mostra Internazionale d’Arte. </p><h2 class="wp-block-heading">La storia della Biennale: il Padiglione italiano e Harald Szeemann </h2><p>Ci sono stati atteggiamenti simili in precedenza: la vicenda rocambolesca per la quale<a href="https://www.artribune.com/tag/harald-szeemann/" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/tag/harald-szeemann/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> Harald Szeemann</a>, nel 1999, prima negò l’esistenza di un Padiglione Italiano e poi lo ripristinò virtualmente, assemblando cinque nomi di donne artiste e dando loro persino un Leone d’Oro, è stato un primo tentativo di negare la presenza italiana a Venezia. Una disamina presso l’<a href="https://www.artribune.com/tag/asac/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/tag/asac/" rel="noreferrer noopener">ASAC</a>, l’<a href="https://www.artribune.com/arti-visive/2025/12/asac-archivio-venezia-biennale-intervista/" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/arti-visive/2025/12/asac-archivio-venezia-biennale-intervista/">archivio della Biennale </a>che finalmente è consultabile e ordinato, ci racconta di enormi infornate di artisti italiani, soprattutto nel dopoguerra, e del susseguirsi di curatori unicamente italiani dal 1895 al 1993. Ma se questa tendenza si è invertita il motivo c’è: <strong>l’evoluzione geopolitica ha marginalizzato il ruolo dell’Italia in qualsiasi campo</strong>, benché resti miracolosamente in piedi il suo ruolo di Paese manifatturiero. È sempre esistito un parallelismo abbastanza chiaro tra quanto conta un’area geografica e la presenza dei suoi artisti alla Biennale; un buon grafico potrebbe mostrare l’aumento progressivo delle nazioni rappresentate, soprattutto dal 1948 a oggi. Il mondo dell’arte contemporanea vede l’Italia farsi periferia, mentre salgono alla ribalta soprattutto gli artisti di altri continenti, purché sostenuti da attori occidentali: il Centro e Sud America, l’area di cultura araba, tutta l’Africa, da Johannesburg a Dakar a Nairobi, e poi il Lontano Oriente in cui si trovano scene artistiche importanti in India, Thailandia, Vietnam, Australia e Nuova Zelanda.  </p><h2 class="wp-block-heading">Le istanze decoloniali nelle mostre&nbsp;</h2><p>Da tempo, almeno dalla Biennale di Johannesburg curata da <strong>Okwui Enwezor</strong> nel 1997, le mostre internazionali sono caratterizzate da <strong>istanze decoloniali</strong> e da sfide al canone artistico imposto dall’Occidente; il tema è anche difendere la nuova cultura autonoma di queste zone da <strong>forme inedite di colonizzazione</strong>, meno sfacciate ma ugualmente capaci di minacciare comunità culturali e politiche, come l’acquisto massiccio di terre da parte delle maggiori potenze. Un ulteriore motivo che sta dietro alla scelta di eliminare la presenza italiana, atto di per sé sanzionabile in quanto maleducato rispetto al Paese ospitante, sono i soldi. Sempre loro. Perché sì, lo Stato italiano mette a disposizione della Biennale circa <strong>18 milioni di euro</strong>. Ma questa cifra è risibile se comparata a quella che veramente viene spesa a ogni edizione. Un vero budget della Biennale non si potrà mai fare, considerando quanto ci spendono gli artisti stessi ma soprattutto <em>donors</em> privati, sponsor corporate e le gallerie che li propongono e li espongono come parte della loro scuderia. La maggior parte dei nomi scelti per questa edizione, come del resto era accaduto per l’edizione 2024 guidata da un curatore brasiliano, non è affatto ignota. Si tratta infatti di artisti che hanno avuto già mostre in istituzioni importanti, cataloghi e monografie significativi; artisti su cui è già iniziata la danza degli investimenti, quella nutrita dalla promozione soprattutto nelle fiere da parte dei galleristi, che si riverbera poi nella curatela di grandi mostre.  </p><h2 class="wp-block-heading">Gli artisti a Venezia </h2><p>Tra questi menzioniamo ovviamente gli americani <strong>Laurie Anderson e Nick Cave</strong>, il belga <strong>Carsten</strong> <strong>Höller</strong>, il francese <strong>Kader Attia</strong>. Ma anche coloro che hanno origini più esotiche spesso vivono a New York e godono dell’attenzione del mercato: il cileno <strong>Alfredo Jaar</strong> è un nome noto con al suo attivo Documenta e Biennale;  <strong>Maria Magdalena Campons-Pons</strong>, cubana, è alla ribalta da anni, come pure il keniota <strong>Wangeki Mutu</strong>; la nigeriana <strong>Otobong Nkanga</strong> ha addirittura esposto in una personale al Museum of Modern Art di New York; il libanese <strong>Walid Raad</strong>, lo scorso giugno, era presente persino alla prestigiosa sezione Unlimited di Art Basel; <strong>Tabita Rezaire</strong> ha appena esposto una sua opera importante alla Fondation Louis Vuitton di Parigi.  <br>Se poi si sfogliano le biografie di artisti un po’ meno noti, si nota che la maggior parte di loro proviene sì, da Paesi emergenti, ma si è rilocata in città come New York, Parigi, Londra, insomma luoghi dove circolano i grandi collezionisti. Questo è sempre accaduto, s’intende: lo spagnolo Picasso o l’italiano Modigliani sarebbero arrivati poco lontano se non avessero scelto di abitare a Parigi, e ancora ricordiamo le lettere di Gino Severini agli amici futuristi che quasi intimava loro di trasferirsi, pena l’assenza dal dibattito culturale e dal mercato: le due cose non sono mai state disgiunte.  </p><h2 class="wp-block-heading">La Biennale e l’Ufficio Vendite </h2><p>La Biennale ha sempre avuto coscienza di essere anche un luogo di scambi economici, come comprova la vicenda dell’<strong>Ufficio Vendite</strong> recentemente indagata da Clarissa Ricci. Dopo il 1972 venne chiuso, con buona pace del suo attivissimo protagonista Ettore Gianferrari, perché, si dice, era contrario all’ideologia anticommerciale del nuovo trend concettuale e delle contestazioni giovanili nate nel 1968. La verità è anche un’altra, però. Già dal boom economico della Pop Art, non era più pensabile dare profitti e potere a un gallerista solo, dato che nella Biennale erano coinvolti in tanti: si pensi all’arrivo degli espressionisti astratti americani nel padiglione Grecia, nel 1948, a opera della ex gallerista, ma pur sempre mercante, Peggy Guggenheim. </p><p>Oggi allestire un’opera in una grande mostra richiede budget talvolta enormi, a cui la Biennale non può far fronte. Chi sostiene le spese può essere anche una Mondrian Foundation per l’Olanda o un British Council per il Regno Unito, ma le entità più generose sono per certo le <strong>gallerie</strong>. Che non si trovano a Nairobi o a Lagos, ma ancora nelle città e nei Paesi più prosperosi del mondo.  <br>Cosa manca quindi agli artisti italiani per farsi amare e invitare? Sicuramente l’Italia è in crisi d’identità, cosa di cui basta a dar prova la nostra supremazia, insieme al Giappone, per scarsa natalità. Sono lontane le speranze, le energie, il dibattito del baby-boom, quando, guarda caso, il mondo dell’arte produceva Lucio Fontana, Piero Manzoni, Enrico Castellani e poco più tardi l’intera Arte Povera. Non siamo più un Paese che sappia credere in sé; non abbiamo più il denaro del Piano Marshall o dell’Unione Sovietica a foraggiare le amministrazioni; non abbiamo tematiche di spicco da portare sul palcoscenico. Dopo la crisi del 1973, e nonostante il fuoco di paglia dei primi Anni Ottanta con moda e food in primo piano – non a caso gli anni della Transavanguardia – <strong>non abbiamo più avuto molto da dire</strong>. A meno che, come quel Carlo Ratti che ha diretto la Biennale Architettura dello scorso anno, non ci si trasferisca altrove.  </p><h2 class="wp-block-heading">Artisti italiani alla Biennale </h2><p>L’economia dei galleristi italiani, infine, è troppo piccola e compressa da rivali internazionali di enorme potenza; forse, nonostante la loro buona volontà, non fanno un lavoro di networking con curatori, riviste, musei, per proteggere le promesse italiane, accucciandosi su nomi noti e stranieri. <br>Chi difende davvero gli artisti italiani? Non abbiamo un museo che faccia opinione nel mondo e l’ottima azione dell’<a href="https://www.artribune.com/tag/italian-council/" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/tag/italian-council/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Italian Council </a>del MIC non può cambiare le carte in tavola da sola; l’unico vero hub italiano rimane appunto la Biennale di Venezia, dove gli artisti italiani hanno un padiglione che ha fatto spesso sospirare. Nel caso specifico di questa Biennale, <strong>chi avrebbe dovuto vigilare e protestare per l’assenza di nostri connazionali?</strong> Forse chi siede nella Biennale stessa o al MIC. Siamo vittime di una storia in cui non siamo più protagonisti, ma anche della incapacità istituzionale di difendere il territorio culturale: uno dei tanti ambiti di diplomazia soffice, in cui ciascuno si mostra per quel che è, ma deve anche saper interloquire, controllare e pretendere.  <br><br><em>Angela Vettese</em> </p><p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/03/italiani-biennale-2026/">Chi difende gli artisti italiani? La polemica sulla loro presenza alla Biennale, spiegata </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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