<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" >

<channel>
	<title>Artribune</title>
	<atom:link href="https://www.artribune.com/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.artribune.com</link>
	<description>Dal 2011 Arte Eccetera Eccetera</description>
	<lastBuildDate>Fri, 25 Sep 2026 21:14:08 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.1</generator>
	<item>
		<title>Ci vorrà ancora un mesetto per scegliere il direttore per l’arte del MAXXI di Roma. Tutto il totonomi </title>
		<link>https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/2026/09/nuovo-direttore-museo-maxxi-roma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 21:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Professioni]]></category>
		<category><![CDATA[Maxxi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1257834</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/03maxximuseonazionaledelleartidelxxisecolophmusacchioianniello.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Dopo l’uscita dell’ex direttore artistico Francesco Stocchi e l’approvazione della nuova governance della Fondazione, si apre la partita per la guida di MAXXI Arte. Tra i nomi che circolano ci sono una serie di curatori e direttori con profili molto diversi</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/2026/09/nuovo-direttore-museo-maxxi-roma/">Ci vorrà ancora un mesetto per scegliere il direttore per l’arte del MAXXI di Roma. Tutto il totonomi </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/03maxximuseonazionaledelleartidelxxisecolophmusacchioianniello.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">Dopo tre anni di direzione artistica, alla fine di giugno 2026 il curatore <strong><a href="https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/2026/06/francesco-stocchi-direttore-artistico-maxxi-roma-non-rinnovato-mandato/">Francesco Stocchi </a></strong>ha lasciato il Museo MAXXI di Roma. La decisione non facile ma maturata di comune accordo con la Fondazione, ha aperto una nuova fase per il museo romano. Nel frattempo, però, è cambiato anche il modo in cui il MAXXI organizzerà la propria direzione: con la revisione dello Statuto sono state abolite le figure del direttore artistico e del segretario generale ed è stata introdotta quella del direttore generale, mentre le competenze artistiche vengono redistribuite tra i dipartimenti e il nuovo Comitato di gestione.<br>Insomma, la <em>casella</em> da riempire non sarebbe più esattamente quella che occupava Stocchi, eppure è necessaria. E mentre il MAXXI completa il nuovo assetto di governance, iniziano a circolare i primi nomi. Come sempre in questi casi, prendiamoli con le pinze: nessuna nomina è stata annunciata e tutto, per ora, in assenza di una procedura trasparente da parte della Fondazione rientra nel campo delle ipotesi. Ma un toto-MAXXI, a quanto sembra, è già partito.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le modalità per la scelta del nuovo direttore arte del MAXXI a Roma</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">A quanto pare la Fondazione &#8211; dopo aver ipotizzato di effettuare una nomina diretta &#8211; avrebbe deciso di fare una chiamata ad una decina di professionisti. Metà uomini e metà donne. A tutti sarebbe stato chiesto un programma breve e una progettualità. Tra i maschietti hanno girato insistentemente i nomi di Andrea Bellini, Cesare Biasini Selvaggi, Lorenzo Bruni, Valentino Catricalà, Saverio Verini e di Marco Delogu che nelle ultime ore &#8211; proprio a causa di questa candidatura &#8211; è stato oggetto di qualche attacco su ipotetici appoggi che gli sarebbero garantiti dal Quirinale. Appoggi che gli interessati hanno smentito. E poi ci sono quelle che un tempo si chiamavano quote rosa: i nomi invitati a presentare una candidatura e un progetto sarebbero stati quelli di<a href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/05/intervista-cecilia-canziani-padiglione-italia/"> Cecilia Canziani,</a> <a href="https://www.artribune.com/tag/marta-papini/">Marta Papini</a>, <a href="https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2022/07/osservatorio-curatori-giuliana-benassi/">Giuliana Benassi,</a> <a href="https://www.artribune.com/tag/marcella-beccaria/">Marcella Beccaria </a>e <a href="https://www.artribune.com/tag/eva-fabbris/">Eva Fabbris.</a></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Chi sono i curatori arrivati “in finale” per dirigere il MAXXI Arte a Roma?</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’arrivo dei progetti avrebbe generato una prima scrematura con l’arrivo in finale di 4 favoriti tra questi. Stando alle voci di corridoio, che come tali vanno prese, si tratterebbe di <strong>Giuliana Benassi, Marco Delogu, Valentino Catricalà</strong>, <strong>Cecilia Canziani. </strong>Un poker tutto di area molto romana con i pregi e i difetti che questo determina. Con figure di estrazione, storia, formazione, curriculum e generazione eterogenea. Tra questi quattro nomi spunterà con ogni probabilità il nuovo direttore. I colloqui &#8211; da qui il nostro titolo &#8211; dovrebbero svolgersi nella settimana centrale di ottobre dopodiché finalmente il museo tornerà ad avere la sua pianta organica completa e iniziare a funzionare col nuovo modello gestionale e col nuovo Statuto.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché gestire questi processi in maniera segreta e poco trasparente?</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Questi articoli interessano molto i lettori, dunque tutta questa segretezza potrebbe anche farci gioco nella nostra attitudine di andare poi a scovare ciò che non è ufficiale ma è rilevante rispetto a chi ci segue. Tuttavia rinunceremmo volentieri ai click in cambio di un po’ di maggiore trasparenza da parte delle istituzioni quando si parla di nomine. Se inviti un tot di curatori a presentare un progetto, dillo. Se fai una short list, dillo. Se fai delle audizioni, pubblica la data e rendile aperte a chi è interessato a partecipare. Forse per un museo pubblico sarebbe più giusto così: non è un appunto diretto al MAXXI ma una riflessione di sistema.</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/2026/09/nuovo-direttore-museo-maxxi-roma/">Ci vorrà ancora un mesetto per scegliere il direttore per l’arte del MAXXI di Roma. Tutto il totonomi </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cinque botteghe veneziane si raccontano per salvare un mestiere: i documentari</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-performative/cinema/2026/09/video-maker-tales/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Pisa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 20:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema & TV]]></category>
		<category><![CDATA[Television]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[documentari]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1257760</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/makertales-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Dal battiloro alla merlettaia, fino all’impiraressa, sono diversi e unici gli artigiani che tra le calli della laguna svolgono ancora le loro attività, tramandando mestieri purtroppo in via di estinzione. I cortometraggi di Maker Tales li raccontano, affinché non si perdano</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/cinema/2026/09/video-maker-tales/">Cinque botteghe veneziane si raccontano per salvare un mestiere: i documentari</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/makertales-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Marisa Convento - Gli Artigiani di Sestiere" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/G5b5Ulo-pVE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Passeggiando per <strong>Venezia</strong>, si ha sempre più l’impressione che il turismo abbia alterato la sua essenza &#8211; come quella di molte altre città d’arte italiane – affibbiandole un’immagine artefatta e consumistica che poco ha a che fare con la sua tradizione e identità. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Capita allora di tentare di perdersi per le calli alla ricerca di quel <em>genius loci</em>, capace ancora di regalare atmosfere uniche e sensazioni che restituiscono la tipicità del posto, quella ormai rara consapevolezza del <em>“solo e soltanto lì”</em>. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Maker Tales: gli artigiani di Venezia si raccontano </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’artigianato è tra queste peculiarità tanto ricercate, eppure tra quelle più in pericolo di perdersi nel dimenticatoio. Per questo sono nate realtà come <a href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2025/08/maker-mile-progetto-laguna/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Maker Mile</strong></a>, associazione no-profit fondata e diretta da <strong>Ilaria Marcatelli</strong>, volta a valorizzare le attività artigiane veneziane in maniera trasversale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le iniziative avviate in tal senso c’è la realizzazione di <strong>Maker Tales</strong>, una serie di documentari che mostrano il lavoro di sapienti maestri di mestieri antichi. Sabato <strong>26 settembre</strong>, in occasione della quarta edizione di<a href="https://www.artribune.com/progettazione/2026/08/homo-faber-2026-programma-isola-san-giorgio-venezia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <strong>Homo Faber</strong></a>, saranno presentati cinque documentari Maker Tales dedicati ad altrettanti artigiani &#8211; <strong>Daniela Levera</strong>, ceramista, <strong>Marino Menegazzo</strong>, battiloro, <strong>Fernando Masone</strong>, artista cartaio, <strong>Marisa Convento</strong>, impiraressa, <strong>Riccardo Guaraldi</strong>, liutaio &#8211; con la regia di <strong>Chiara Becattini</strong>, per dare continuità ad un progetto che restituisce voce a chi porta avanti saperi preziosi, con tenacia e passione. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Impiraressa: colei che infila le perle di vetro </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i contenuti proposti da Maker Tales c’è ad esempio la storia di <strong>Marisa Convento</strong>, tra le ultime impiraresse della laguna. La sua attività consiste nell’infilare le perline di vetro di Murano per creare decorazioni, gioielli, merletti, oggetti tridimensionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre “impira”, Marisa racconta come le sue colleghe di un tempo praticassero il mestiere fuori dalle case, lungo le calli, costituendo una comunità coesa, con tanto di canzoni tradizionali a loro dedicate. <em>“Praticare un mestiere tradizionale significa anche mantenere la qualità di vita di un luogo”</em>, afferma l’artigiana, e come darle torto? </p>



<p class="wp-block-paragraph">La presenza di queste microsocietà che popolano il territorio, garantisce che questo sia presidiato, valorizzato, connotato. Non a caso molte antiche vie prendono il nome dalle botteghe che lì si trovavano.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le merlettaie di Burano</strong></h2>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Sandra Mavaracchio - Gli Artigiani di Sestiere" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/LpQtYAK2EE4?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Anche <strong>Sandra Mavaracchio </strong>racconta del lavoro delle merlettaie come lei, sulla pubblica via di <strong>Burano</strong>. Il ricamo di queste donne animava le calli dell’isola, come uno di quei merletti da loro realizzati al tombolo. Oggi invece sono rimaste solo lei e una collega a conoscere questo mestiere, dal disegno all’orditura.<br><br>Sandra ricorda che c’erano diverse scuole di merletto che formavano le nuove generazioni di artigiane, mentre ora si impartiscono lezioni solo per hobby e non per garantire un impiego. Questo rischia di far scomparire i segreti del punto in aria, del punto a rade o dello sbarì, tipici dei merletti di Burano, ma anche di impedire che lavori antichi vengano riparati e rammendati da chi sa come intervenire su un <em>fatto a mano</em>. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Gli altri artigiani di Venezia</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le storie raccontate da Maker Tales non poteva mancare quella del maestro vetraio <strong>Stefano Morasso</strong>, ma ci sono anche le testimonianze dei <strong>fabbri Zanon</strong>, del forcolaio <strong>Piero Dri</strong> e di molti altri.<br><br>Ad accomunarli, oltre all’amore e alla dedizione per il loro lavoro, è quell’alone magico che li avvolge, tra suoni tipici, odori e movimenti manuali divenuti ormai una sorta di gesti rituali. A chi li guarda appaiono come sacerdoti contemporanei, detentori di saperi arcaici, esseri rari e quasi mitologici che rappresentano un patrimonio prezioso da preservare e promuovere. E da scovare come tesori tra le calli veneziane, fuori dai circuiti turistici mainstream.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Roberta Pisa</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em><a href="https://www.thehumansafetynet.org/the-venice-home/whats-on/2026/Maker-Tales-Gli-Artigiani-di-Sestiere" target="_blank" rel="noopener">Maker Tales – Gli Artigiani di Sestiere (Seconda edizione)</a></em></strong><br><em>The Home of The Human Safety Net – Piazza San Marco 105, Venezia<br>Sabato 26 settembre 2026, ore 15.30 – 19.30<br>Ingresso libero fino a esaurimento posti</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/cinema/2026/09/video-maker-tales/">Cinque botteghe veneziane si raccontano per salvare un mestiere: i documentari</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<media:content url="https://www.youtube.com/embed/G5b5Ulo-pVE" medium="video">
			<media:player url="https://www.youtube.com/embed/G5b5Ulo-pVE" />
			<media:title type="plain">Maker Tales: i documentari sull’artigianato veneziano</media:title>
			<media:description type="html"><![CDATA[Enjoy the videos and music that you love, upload original content and share it all with friends, family and the world on YouTube.]]></media:description>
			<media:thumbnail url="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/makertales-scaled.jpg" />
			<media:rating scheme="urn:simple">nonadult</media:rating>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Il pubblico diventa complice: all’Aquila torna in scena il fascismo visto dal grande artista Fabio Mauri</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/2026/09/fabio-mauri-mostra-maxxi-laquila/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Livia Montagnoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 19:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Mauri]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1257749</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-che-cosa-e-il-fascismo-festa-in-onore-del-generale-ernst-von-hussel-di-passaggio-per-roma-1971-performance-ph-marcella-galassi-courtesy-fabio-mauri-estate-and-hauser-wirth.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Dal 26 settembre fino a gennaio 2027, il MAXXI L’Aquila ospita un percorso curato da Maruzio Cattelan e Marta Papini che approfondisce gli anni aquilani dell’artista e intellettuale che dedicò la sua ricerca a interrogarsi sul fascino dell’ideologia e sulla difficoltà di fare i conti con la Storia</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/09/fabio-mauri-mostra-maxxi-laquila/">Il pubblico diventa complice: all’Aquila torna in scena il fascismo visto dal grande artista Fabio Mauri</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-che-cosa-e-il-fascismo-festa-in-onore-del-generale-ernst-von-hussel-di-passaggio-per-roma-1971-performance-ph-marcella-galassi-courtesy-fabio-mauri-estate-and-hauser-wirth.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">A <a href="https://www.artribune.com/tag/fabio-mauri/"><strong>Fabio Mauri</strong></a>, che nel 2026 avrebbe compiuto 100 anni, anche Artribune ha dedicato quest’anno <a href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/06/centenario-fabio-mauri/">una copertina</a> – quella del numero 90 di Artribune Magazine – per riflettere <a href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/06/intervista-carolyn-christov-bakargiev-fabio-mauri/">sul significato del suo lavoro</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il fascino pericoloso dell’ideologia nella ricerca di Fabio Mauri</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nato a Roma il 1° aprile 1926 e cresciuto a Milano e a Bologna, seguendo la carriera del padre Umberto nell’editoria, Fabio Mauri conobbe da vicino il fascismo. E tutta la sua ricerca fu orientata sullo scardinare l’ideologia, attraverso la pittura, la performance, l’installazione, la scrittura, la regia, da artista e intellettuale multiforme qual era, votato a fare della sua arte un impegno attivo per interpretare il mondo contemporaneo alla luce di quanto successo nella storia recente. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="950" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-copertina-io-sono-un-ariano-2009-edizioni-volume-lampi-di-stampa-courtesy-fabio-mauri-estate-1024x950.jpg" alt="Fabio Mauri, Copertina Io sono un ariano, 2009, Edizioni Volume!, Lampi di stampa, Courtesy Fabio Mauri Estate" class="wp-image-1257751" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-copertina-io-sono-un-ariano-2009-edizioni-volume-lampi-di-stampa-courtesy-fabio-mauri-estate-1024x950.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-copertina-io-sono-un-ariano-2009-edizioni-volume-lampi-di-stampa-courtesy-fabio-mauri-estate-300x278.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-copertina-io-sono-un-ariano-2009-edizioni-volume-lampi-di-stampa-courtesy-fabio-mauri-estate-150x139.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-copertina-io-sono-un-ariano-2009-edizioni-volume-lampi-di-stampa-courtesy-fabio-mauri-estate-768x712.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-copertina-io-sono-un-ariano-2009-edizioni-volume-lampi-di-stampa-courtesy-fabio-mauri-estate-1536x1425.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-copertina-io-sono-un-ariano-2009-edizioni-volume-lampi-di-stampa-courtesy-fabio-mauri-estate.jpg 2000w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fabio Mauri, Copertina Io sono un ariano, 2009, Edizioni Volume!, Lampi di stampa, Courtesy Fabio Mauri Estate</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">La mostra su Fabio Mauri al MAXXI L’Aquila</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>MAXXI</strong>, nell’anno dell’Aquila Capitale italiana della Cultura, gli dedica una grande mostra allestita negli spazi di Palazzo Ardinghelli, per ricordare gli anni trascorsi nel capoluogo abruzzese, dove Mauri insegnò Estetica della Sperimentazione all’Accademia di Belle Arti, dal 1979 al 1999, costruendo un legame profondo con il territorio, gli studenti e i suoi abitanti. <strong><em>Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila</em></strong> è il titolo del progetto curato da <strong>Maurizio Cattelan e Marta Papini</strong>, che inaugura il 26 settembre e sarà visitabile fino al 24 gennaio 2027. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La performance “Che cosa è il fascismo” di Fabio Mauri</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio il 26 settembre, tornerà in scena, dopo quasi 30 anni, la performance più celebre dell’artista: proposta per la prima volta il 2 aprile del 1971 agli <strong>Stabilimenti Safa Palatino di Roma</strong> <em>Che cosa è il fascismo. Festa in onore del generale Ernst Von Hussel di passaggio per Roma</em> si proponeva di portare all’attenzione il potere seduttivo del fascismo, spingendo il pubblico a riflettere sul proprio ruolo di spettatore-complice e testimone. “<em>Qui si sperimenta in poco tempo l&#8217;ideologia falsa, l&#8217;abisso della superficialità istituzionalizzata, la tautologia del potere assoluto, la malignità intima della bugia nascosta nell&#8217;ordine, la vergogna della confusione culturale, l&#8217;irresponsabilità di chi avoca a sé la libertà di giudizio collettivo, l&#8217;inganno della giovinezza che porta grazia e fiducia a fare da preludio ad ogni proprio massacro</em>”, scrisse Mauri nel testo distribuito in sala. <strong>All’Aquila, la performance sarà replicata in doppio appuntamento</strong>, alle 11.30 e alle 17.30 (all’Istituto Amedeo D’Aosta, con ingresso da Via Mezzanotte; prenotazione obbligatoria) portando in scena il ricordo della visita di Hitler a Firenze nel 1938 attraverso la ricostruzione dei <em>Ludi Juveniles</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="528" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-entartete-kunst-1985-olio-su-tela-e-scultura-in-bronzo-ph-timothy-doyon-courtesy-fabio-mauri-estate-and-hauser-wirth-1024x528.png" alt="Fabio Mauri, Entartete Kunst, 1985, Olio su tela e scultura in bronzo, ph Timothy Doyon, Courtesy Fabio Mauri Estate and Hauser &amp; Wirth" class="wp-image-1257752" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-entartete-kunst-1985-olio-su-tela-e-scultura-in-bronzo-ph-timothy-doyon-courtesy-fabio-mauri-estate-and-hauser-wirth-1024x528.png 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-entartete-kunst-1985-olio-su-tela-e-scultura-in-bronzo-ph-timothy-doyon-courtesy-fabio-mauri-estate-and-hauser-wirth-300x155.png 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-entartete-kunst-1985-olio-su-tela-e-scultura-in-bronzo-ph-timothy-doyon-courtesy-fabio-mauri-estate-and-hauser-wirth-150x77.png 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-entartete-kunst-1985-olio-su-tela-e-scultura-in-bronzo-ph-timothy-doyon-courtesy-fabio-mauri-estate-and-hauser-wirth-768x396.png 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-entartete-kunst-1985-olio-su-tela-e-scultura-in-bronzo-ph-timothy-doyon-courtesy-fabio-mauri-estate-and-hauser-wirth-1536x791.png 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/fabio-mauri-entartete-kunst-1985-olio-su-tela-e-scultura-in-bronzo-ph-timothy-doyon-courtesy-fabio-mauri-estate-and-hauser-wirth-2048x1055.png 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fabio Mauri, Entartete Kunst, 1985, Olio su tela e scultura in bronzo, ph Timothy Doyon, Courtesy Fabio Mauri Estate and Hauser &#038; Wirth</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Il percorso di visita a Palazzo Ardinghelli. Dalle installazioni a “Io sono un ariano”</h2>



<p class="wp-block-paragraph">A Palazzo Ardinghelli, la mostra approfondisce la forza critica della ricerca di Mauri sul rapporto tra immagine, ideologia e memoria storica, indagando in particolare i meccanismi attraverso cui le rappresentazioni influenzano la coscienza individuale e collettiva. L’allestimento non segue un ordine cronologico o filologico, ma si articola come una sequenza di immagini attraverso associazioni visive, risonanze e contrasti. <strong>I lavori esposti sono quelli realizzati negli anni trascorsi all’Aquila</strong>, ed esplorano diversi temi cruciali per la società contemporanea di allora e di oggi: la posizione ambigua e di confine dell’Europa, il legame tra arte e politica, la memoria delle atrocità della guerra e la tentazione di rimuoverle, il fascino pericoloso dell’ideologia fascista. <strong>Opere che inducono chi le guarda a sentirsi scomodo</strong>, al tempo stesso testimone e complice. Accanto a sculture e installazioni quali <em>Muro d’Europa / La barca</em> (1979), <em>Entarkete Kunst</em> (1985), la serie <em>Arierwiege </em>(1995) e <em>La Resa</em> (2002), la mostra presenta anche un’altra performance emblematica del pensiero dell’artista, <em>Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo</em> (1989), presentata l’ultima volta nel 2012 a Documenta.<br>Ma snodo centrale dell’allestimento è l’ultimo progetto editoriale di Fabio Mauri, <strong><em>Io sono un ariano</em></strong>, pubblicato proprio nel 2009, quando l’artista morì dopo una lunga malattia. Si tratta di un diario visivo composto quasi interamente da immagini, “<em>una filiera di idee nate come successione di altre</em>”, esposto integralmente a Palazzo Ardinghelli. “<em>Fabio Mauri ha interrogato con straordinaria lucidità il rapporto tra simboli, narrazioni e apparati visivi</em>” spiegano Cattelan e Papini “<em>Con questa mostra vogliamo restituire l’attualità di quel discorso, a partire dal valore decisivo che le immagini assumono nella sua produzione e, in modo particolare, in Io sono un ariano, dove diventano una forma di pensiero, testimonianza e responsabilità dello sguardo</em>”.<br>Per approfondire oltre la mostra, si rimanda al catalogo generale messo in rete dallo Studio Mauri, che permette di navigare negli oltre 50 anni di carriera di Fabio Mauri.<br><br><em>Livia Montagnoli</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Fabio Mauri. Gli anni all’Aquila // dal 26 settembre 2026 al 24 gennaio 2027<br>MAXXI L’Aquila, Palazzo Ardinghelli</em> <br><br><a href="https://maxxilaquila.art/evento/fabio-mauri/" target="_blank" rel="noopener">Scopri di più</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">        <div>
            <strong>Libri consigliati:</strong><br>        <div class="c-amazon-affiliates" style="margin-top:10px">
                            <a href="https://amzn.to/3LynzQV " class="u-space:p-cover u-space:xs u-border:cover u-text:s u-light" target="_blank" rel="noopener noreferrer">
                    ACQUISTA QUI il libro Fabio Mauri. Ideologia e memoria                </a>
                    </div>
            <span style="font-size:0.6em">(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)</span>        </div>
        </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/09/fabio-mauri-mostra-maxxi-laquila/">Il pubblico diventa complice: all’Aquila torna in scena il fascismo visto dal grande artista Fabio Mauri</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>A Torino la nuova edizione del festival di musica sperimentale parte bene ma non benissimo</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-performative/musica/2026/09/to-listen-to-2026-festival-musica-sperimentale-torino-polemiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valerio Veneruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 19:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[torino]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1257857</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/screenshot-2026-09-25-alle-203957.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Il festival torinese dedicato all’ascolto sperimentale, To Listen To, torna in città con laboratori, concerti, e installazioni sonore. Ma qualcosa pare ancora non funzionare del tutto: lo dimostra il flop della serata inaugurale alle OGR dedicata al compositore statunitense David Tudor</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/musica/2026/09/to-listen-to-2026-festival-musica-sperimentale-torino-polemiche/">A Torino la nuova edizione del festival di musica sperimentale parte bene ma non benissimo</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/screenshot-2026-09-25-alle-203957.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">Dalla sua prima apparizione nel 2022, fino a oggi, <strong>il festival di musica sperimentale To Listen To</strong> ha sempre destato una certa curiosità portando nel capoluogo piemontese strumenti, progetti e artisti a dir poco particolari. Fra questi è impossibile non menzionare l’edizione del 2023, quando alle Gallerie d’Italia fu organizzato un <a href="https://www.artribune.com/arti-performative/musica/2023/09/gallerie-italia-torino-festival-to-listen-to/">concerto per intonarumori</a>, o quella del 2025 che ha visto il Conservatorio Giuseppe Verdi ospitare il mitologico <a href="https://www.artribune.com/arti-performative/2025/09/torino-festival-to-listen-to-parigi/">Acousmonium di Parigi</a>. Per non parlare delle performance di figure centrali dell’avanguardia musicale del calibro di <strong>Jérôme Noetinger</strong>, <a href="https://www.artribune.com/arti-performative/musica/2023/04/intervista-jim-orourke-festival-jazz-is-dead-torino/"><strong>Jim O’Rourke</strong> ed <strong>Eiko Ishibashi</strong></a>. Nonostante gli sforzi e le buone intenzioni però, il festival concepito dalla <strong>Scuola di Musica Elettronica del Conservatorio (SMET)</strong> sembra avere ancora qualche difficoltà nel decollare a pieno; e l’inaugurazione della nuova edizione non fa purtroppo che confermare questa tesi. Ma andiamo con ordine.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La nuova edizione del festival To Listen To a Torino</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Anticipata da due eventi pubblici organizzati tra il 21 e il 22 settembre (rispettivamente, la presentazione del libro di <strong>Marco Moiraghi</strong> <em>Ascoltare il XXI secolo</em>, al Circolo dei Lettori, e un workshop al PAV condotto da <strong>Dario Bruna</strong>, <strong>Francesca Bruna</strong> e la cooperativa <strong>CLG Ensemble</strong> poi annullato), la V edizione di To Listen To è ufficialmente partita mercoledì 23 settembre per proseguire fino al 4 ottobre in varie sedi della città. Protagonista della serata inaugurale, un’installazione sonora allestita nella sala Duomo delle <a href="https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2024/05/exposed-torino-foto-festival-ogr/"><strong>OGR</strong></a>. Stiamo parlando di <strong><em>Rainforest V</em></strong>, un’opera presentata dall’Ensemble Elettroacustico SMET nata da un progetto sviluppato dal grande sperimentatore americano <strong>David Tudor</strong> sul finire degli Anni ’60.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La storia dell’opera “Rainforest” di David Tudor</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Concepita inizialmente nel 1968, quando Tudor era al lavoro per la musica di una coreografia di <strong>Merce Cunningham</strong> con la scenografia dei celeberrimi cuscini argentati fluttuanti di <strong>Andy Warhol</strong>, <em>Rainforest</em> si presentava come un insieme di piccoli oggetti messi in vibrazione da trasduttori elettromagnetici in grado di trasmettere un segnale audio a dei corpi fisici. Trasformata in un’orchestra di oggetti riverberanti, l’opera si è evoluta nel corso del tempo grazie anche alla collaborazione di numerosi artisti come <strong>Bill Viola</strong>, <strong>Nicholas Collins</strong> e <strong>Phil Edelstein</strong> (che formeranno poi il collettivo <strong>Composers Inside Electronics</strong> &#8211; <strong>CIE</strong> &#8211; autore, nel 1973, della composizione <em>Rainforest IV</em>). Pensata come una foresta di altoparlanti, nella quale poter contemplare versi animaleschi dal sapore elettronico, nel 2015 <em>Rainforest IV</em> si evolve in un quinto capitolo grazie all’intuizione di alcuni membri del CIE di trasformare l’installazione performativa – con musicisti disseminati nell’ambiente –, in un’installazione permanente gestita da un algoritmo in grado di determinarne l’esecuzione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’adattamento di “Rainforest V” per To Listen To</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Scelta per aprire le danze di To Listen To, <em>Rainforest V</em> è stata adesso reinterpretata da SMET e riproposta all’interno delle Officine Grandi Riparazioni in una versione, però, che <strong>ha destato molte perplessità, nate sia da una comunicazione fuorviante, sia da una resa estetica di dubbio gusto.</strong> Presentata come un’installazione avveniristica e immersiva, l’opera si è di fatto concretizzata in un modesto cubo di americane al quale sono stati appesi oggetti disparati: un cartello stradale, un cestello della lavatrice, dei tubi di plastica, dei barattoli di latta, e così via. Il tutto accompagnato da suoni fievoli e difficili da comprendere. Nella titubanza più totale, il pubblico non ha saputo bene cosa fare all’interno del congegno meccanico rumoroso, a metà strada fra i <em>Mobiles</em> di <a href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2023/04/50-nuove-opere-alexander-calder-donazione-seattle-art-museum/">Calder</a> e un art-attack. <strong>A salvare la situazione sono stati alcuni bambini</strong> che, invogliati dall’entrare in contatto con l’opera, hanno deciso di toccare qualunque cosa andando contro le previsioni degli organizzatori, ma rendendo finalmente interessante un lavoro così statico e anacronistico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il programma di To Listen To 2026</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Fortunatamente questa è stata solo l’anteprima dell’intera kermesse (<a href="https://www.to-listen-to.it/" target="_blank" rel="noopener">qui il programma completo</a>) che, ci si augura, dovrebbe riservare appuntamenti più stimolanti. Oltre al concerto andato in scena il 24 settembre alla GAM, rivolto al lavoro <em>Crippled Symmetry</em> di <strong>Morton Feldman</strong>, segnaliamo l’opera di teatro musicale per tuba, tre attori-mimi, oggetti di scena e nastro magnetico, <em>Tuba Mirum</em>, la sera di venerdì 25 alla Sala Concerti del Conservatorio, e le rassegne <em>Sonologie</em>, e <em>Contatti</em>, sempre al Conservatorio, ma rispettivamente sabato 26 settembre e venerdì 3 ottobre. Da segnare in agenda anche il concerto di <strong>Carl Stone</strong> prodotto da To Listen To e previsto per il I novembre alle OGR, in occasione della prossima edizione di <a href="https://www.artribune.com/arti-performative/musica/2025/11/c2c-torino-festival-report/">C2C</a>.<br><br><em>Valerio Veneruso</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/musica/2026/09/to-listen-to-2026-festival-musica-sperimentale-torino-polemiche/">A Torino la nuova edizione del festival di musica sperimentale parte bene ma non benissimo</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>A Torino la nuova galleria Ciaccia Levi apre in un attico parlando della domesticità delle opere d’arte. La recensione </title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/2026/09/ciaccia-levi-nuova-sede-torino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Fattore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[galleria]]></category>
		<category><![CDATA[torino]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1257721</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/ibuki-inouevacances-loophole-dett.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Nell’edificio noto come Bottega d'Erasmo di Gabetti e Isola, la galleria parigina inaugura la nuova sede italiana con “Bonheur du jour”, mostra collettiva dei suoi artisti allestita fra cucina, camere e terrazze. Su appuntamento, fino al 24 ottobre 2026 </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/09/ciaccia-levi-nuova-sede-torino/">A Torino la nuova galleria Ciaccia Levi apre in un attico parlando della domesticità delle opere d’arte. La recensione </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/ibuki-inouevacances-loophole-dett.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">Si arriva con la Mole alle spalle e un citofono davanti. Sul citofono compare il nome della galleria tra quelli degli inquilini, e per un momento si esita. Al sesto piano si apre una porta. Nessuna vetrina, desk o assistenti. La prima cosa che si vede è un uomo in camicia bianca che affiora da un verde liquido. <em>Autoritratto su menta (con camicia bianca)</em> di <strong>Francesco Gennari</strong> (Fano, 1973), stampa in cui l&#8217;artista si specchia in uno sciroppo e ne esce con il volto sciolto, tappa di una ricerca che dal 1995 insegue l&#8217;autoritratto come misura interiore. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo nell&#8217;attico della <strong>Bottega d&#8217;Erasmo</strong>, l&#8217;edificio che <a href="https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2020/12/gabetti-isola-storia-italia/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2020/12/gabetti-isola-storia-italia/" rel="noreferrer noopener">Roberto Gabetti e Aimaro Isola </a>costruirono fra il 1953 e il 1956 su un lotto svuotato dai bombardamenti, <a href="https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/mercato/2026/05/galleria-ciaccialevi-chiusura-milano-nuova-apertura-torino/" target="_blank" rel="noopener">nella nuova sede torinese di <strong>Ciaccia Levi</strong></a><strong>.</strong> Galleria fondata a Parigi nel 2013 da Nerina Ciaccia e Antoine Levi che dopo la chiusura dello <a href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2023/11/srijon-chowdhury-mostra-ciaccia-levi-milano/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2023/11/srijon-chowdhury-mostra-ciaccia-levi-milano/" rel="noreferrer noopener">spazio milanes</a>e di via Rossini, conservando la base francese, in Italia <strong>sceglie una casa</strong>, visitabile su appuntamento, a Torino. <em>Bonheur du jour</em>, la mostra inaugurale, prende il nome dallo scrittoio da salotto del Settecento, mobile pensato per scrivere e raccogliersi. <strong>Senza curatore, né testo</strong>, la collettiva riunisce <strong>quindici artisti</strong> del programma e lascia al titolo l&#8217;unica dichiarazione d&#8217;intenti. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/ingressofrancesco-gennari-768x1024.jpg" alt="Francesco Gennari, Autoritratto su menta (con camicia bianca), 2023, Inkjet print on 100% cotton paper, Cortesia degli Artisti e di Ciaccia Levi, Paris - Torino" class="wp-image-1257729" style="width:804px;height:auto" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/ingressofrancesco-gennari-768x1024.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/ingressofrancesco-gennari-300x400.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/ingressofrancesco-gennari-113x150.jpg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/ingressofrancesco-gennari.jpg 975w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">Francesco Gennari, Autoritratto su menta (con camicia bianca), 2023, Inkjet print on 100% cotton paper, Cortesia degli Artisti e di Ciaccia Levi, Paris &#8211; Torino</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La luce domestica nella mostra di Ciaccia Levi a Torino</strong> </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il white cube lavora per sottrazione. L&#8217;opera resta identica dalle undici alle diciassette, autonoma, liberata dal contesto, tautologica. <strong>Una casa è illuminata per viverci</strong>. La luce cambia con l&#8217;ora e il cielo, la sera si accendono le lampade. Il significante scivola. Quello che in galleria appariva chiuso dentro il perimetro della tela include qui il marmo, il legno degli infissi e <strong>l&#8217;opera smette di enunciare per rispondere.</strong> Lo si misura su <em>Round and round</em> di <strong>Garance Fr</strong><strong>üh</strong> (Strasburgo, 1992), appesa a parete come un piccolo trofeo. Una scarpa aperta, la stecca di un busto che la scavalca ad arco, un uovo da rammendo in legno incastrato nella cavità. Früh smonta gli oggetti che modellano il corpo femminile e li rimonta in forme sospese <strong>tra il nido e la gabbia</strong>, il cui volume vive di scavo e curva. Con il sole l&#8217;ombra scende netta e la cavità si fa profonda, in un pomeriggio grigio il rilievo si appiattisce fino a sembrare un disegno. Sotto un faretto puntato, la stessa scultura avrebbe una forma sola per sette settimane. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="630" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/garance-fruehpeeling-630x1024.jpg" alt="Garance Früh, Peeling, 2026, Shoe, nail, Cortesia degli Artisti e di Ciaccia Levi, Paris - Torino" class="wp-image-1257727" style="aspect-ratio:0.6152385473534299;width:775px;height:auto" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/garance-fruehpeeling-630x1024.jpg 630w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/garance-fruehpeeling-300x488.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/garance-fruehpeeling-92x150.jpg 92w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/garance-fruehpeeling.jpg 738w" sizes="auto, (max-width: 630px) 100vw, 630px" /><figcaption class="wp-element-caption">Garance Früh, Peeling, 2026, Shoe, nail, Cortesia degli Artisti e di Ciaccia Levi, Paris &#8211; Torino</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Lisetta Carmi e Kenny Dunkan nella zona giorno della nuova sede di Ciaccia Levi</strong> </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nella zona giorno una stampa dai <em>Travestiti</em> di <a href="https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2026/08/lisetta-carmi-mostra-perugia/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2026/08/lisetta-carmi-mostra-perugia/" rel="noreferrer noopener"><strong>Lisetta Carmi</strong> </a>(Genova, 1924 – Cisternino, 2022) porta la ricerca condotta nel Ghetto genovese fra il 1965 e il 1970. Due figure in una camera, carta da parati a fiori, una gamba che sfiora il bordo del letto. <strong>Interno domestico dentro interno domestico</strong>, e la coincidenza sfiora la tautologia finché non si ricorda come quelle immagini sono nate. Carmi frequentò quelle stanze per anni prima di fotografarle, <strong>e la fiducia è il materiale di ogni suo scatto</strong>. Un attico poggia sulla stessa premessa. Poco oltre, <em>Higher Frequencies</em> di <strong>Kenny Dunkan</strong> (Guadalupa, 1988) allinea due stampe in cornice di noce, l&#8217;artista inarcato sulla battigia, il corpo scuro contro la sabbia ocra, il mare a occupare la fascia alta. Dunkan mette in scena il proprio corpo nero attingendo al carnevale caraibico e alle sue inversioni di ruolo, e <strong>il salotto borghese torinese gli offre la parete meno neutra possibile.</strong> </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="777" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/kenny-dunkanhigh-frequency-777x1024.jpg" alt="Kenny Dunkan, HIGHER FREQUENCIES, 2026, Canson Prestige Baryta II, Cortesia degli Artisti e di Ciaccia Levi, Paris - Torino" class="wp-image-1257730" style="width:796px;height:auto" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/kenny-dunkanhigh-frequency-777x1024.jpg 777w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/kenny-dunkanhigh-frequency-300x396.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/kenny-dunkanhigh-frequency-114x150.jpg 114w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/kenny-dunkanhigh-frequency-768x1013.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/kenny-dunkanhigh-frequency.jpg 986w" sizes="auto, (max-width: 777px) 100vw, 777px" /><figcaption class="wp-element-caption">Kenny Dunkan, HIGHER FREQUENCIES, 2026, Canson Prestige Baryta II, Cortesia degli Artisti e di Ciaccia Levi, Paris &#8211; Torino</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Ovunque, e senza annuncio, i piccoli lavori di <strong>Zoe Williams</strong> (Londra, 1973). Panetti di burro fusi in bronzo con il solco del dito ancora dentro, una goccia nera che cola da un anello, due pugni in ceramica invetriata di un giallo da cucina Anni Sessanta. Appoggiati su mobili e mensole <strong>come cose lasciate lì da chi abita</strong>, si trovano con la coda dell&#8217;occhio, dopo che si è già guardato altro. Il metallo li tradisce appena, e per un attimo resta il dubbio che qualcuno abbia dimenticato la colazione sul tavolo. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ibuki Inoue e Chalis</strong><strong>é</strong><strong>e Naamani nella camera da letto della galleria</strong> </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sopra il letto stanno due tele di <strong>Ibuki Inoue</strong> (Giappone, 2002), il più giovane tra gli artisti in mostra, che ad aprile la galleria aveva portato a Paris Internationale Milano. In <em>Vacances</em> una donna con gli occhiali scuri pedala dentro un azzurro piatto, il pelo giallo della giacca scomposto come una fiamma. In <em>Loophole</em> un roseto notturno si apre su un vuoto nero, con il tetto di una casa che affiora tra i rami. Due fughe, una in pieno sole e una nel buio, e i cuscini bianchi sotto le tele fanno il resto. Nell&#8217;armadio, <em>I Promised You</em> di <strong>Chalis</strong><strong>é</strong><strong>e Naamani</strong> (Parigi, 1995) appende alla barra una custodia porta-abiti in rete nera, dentro un vestito di lycra su cui un abbraccio neoclassico si sovrappone al selfie di una donna che si copre il volto con il telefono. Accanto, sulla rastrelliera, una cintura ripete <em>You&#8217;ll grow into it.</em> Naamani chiama i suoi lavori <em>vêtements-images</em>, abiti fatti per lo sguardo, e qui <strong>il vestito è tornato nell&#8217;unico posto in cui può stare</strong>. Chi guarda dentro l&#8217;armadio lo trova. Chi passa oltre, no. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una genealogia torinese</strong> </h2>



<p class="wp-block-paragraph">In un angolo, sopra una sedia di cuoio e ferro, <strong>Srijon Chowdhury</strong> (Dacca, 1987) ha appeso <em>My Good Ear</em>, un orecchio alto un metro dipinto a olio su lino, la conca aperta su una piega di carne dove sembra annidarsi qualcosa. Viene dalla serie di organi di senso esposta al Frye Art Museum nel 2022, e in quell&#8217;angolo, con la sedia sotto, diventa <strong>un invito a sedersi e ascoltare la stanza</strong>. Nelle grandi gallerie di Chelsea la voce si abbassa da sola appena varcata la porta, come in chiesa, e nessuno lo ha chiesto. Qui si parla a volume pieno, ci si siede, si domanda ai galleristi da dove viene una stampa. La soglia si alza, l&#8217;appuntamento seleziona chi entra, e all’interno la distanza fra visitatore, opera e gallerista <strong>si accorcia fino a sparire</strong>. Ciaccia e Levi hanno indicato Margherita Stein fra i riferimenti del progetto, e il nome pesa in una città dove la galleria in appartamento precede di mezzo secolo la moda internazionale. Le fiere lavorano sul flusso, dieci minuti fra un appuntamento e l&#8217;altro. <strong>Un attico lavora sulla durata</strong>, sulla conversazione che si allunga mentre la luce si sposta sul pavimento. Si scende con lo stesso ascensore e sul pianerottolo resta una porta di casa indistinguibile dalle altre. <br><br><em>Riccardo Fattore</em> <br> <br>Torino // Fino al 24 ottobre 2026 <br><em>Bonheur du jour. Amber Andrews, Lisetta Carmi, Alina Chaiderov, Srijon Chowdhury, Leonardo Devito, Romane de Watteville, Kenny Dunkan, Garance Früh, Francesco Gennari, Ibuki Inoue, Daniel Jacoby, Chalisée Naamani, Olve Sande, Sean Townley, Zoe Williams</em> <br>GALLERIA CIACCIA LEVI, Via Gaudenzio Ferrari, 11 | Visita su appuntamento <br><a href="https://ciaccialevi.com/" target="_blank" rel="noopener">Scopri di più</a> </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/2026/09/ciaccia-levi-nuova-sede-torino/">A Torino la nuova galleria Ciaccia Levi apre in un attico parlando della domesticità delle opere d’arte. La recensione </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nuove scoperte archeologiche in Italia e nel mondo. Dai fulmini sacri per i Romani al mausoleo peruviano del regno Chimù</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/archeologia-arte-antica/2026/09/scoperte-archeologiche-fulgur-conditum-spighe-bolsena-chan-chan-peru/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 15:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Archeologia & Arte antica]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1257669</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-sito-archeologico-di-chan-chan-nellantico-regno-dei-chimu.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Prosegue incessante il lavoro di archeologi e studiosi dell’antichità, che restituisce nuovi ritrovamenti per comprendere meglio le civiltà antiche. Le scoperte più recenti conducono alle porte di Roma e sui fondali del lago di Bolsena, fino alla costa nord del Perù</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/archeologia-arte-antica/2026/09/scoperte-archeologiche-fulgur-conditum-spighe-bolsena-chan-chan-peru/">Nuove scoperte archeologiche in Italia e nel mondo. Dai fulmini sacri per i Romani al mausoleo peruviano del regno Chimù</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-sito-archeologico-di-chan-chan-nellantico-regno-dei-chimu.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">Persino un premio, l’<strong>International Archaeological Discovery Award Palmyra</strong>, promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo a partire dal 2015 a seguito della tragica distruzione del sito di Palmira, individua ogni anno le migliori scoperte archeologiche. Nel 2026, il riconoscimento sarà consegnato il 30 ottobre, nel corso della XXVIII BMTA in programma a Paestum, e spetterà a una tra le cinque scoperte finaliste in concorso per il 2025: l’ipogeo-mausoleo romano rinvenuto in Albania nella Valle del Bulqize; il porto sommerso di Taposiris Magna in Egitto; la sala da banchetto affrescata della Regio IX di Pompei; la testa di fanciulla in marmo greco da Vulci; i mosaici con animali che decoravano il frigidarium delle terme di Eraclea, sulle pendici del Latmo, nell’odierna Turchia.<br>In Italia e nel mondo, però, il ritmo delle scoperte archeologiche – e l’impegno di chi conduce gli scavi, spesso sopperendo con la dedizione alla mancanza di finanziamenti per le campagne – è tale da offrire sempre nuovi aggiornamenti e punti di vista sul mondo antico. Qui una ricognizione degli ultimi ritrovamenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il rituale del <em>fulgur conditum</em> a Villa Adriana</h2>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="921" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/villa-adriana-a-tivoli-la-lastra-del-fulgur-submanium.jpeg" alt="Scoperte archeologiche: Villa Adriana a Tivoli, la lastra del Fulgur Submanium" class="wp-image-1257677" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/villa-adriana-a-tivoli-la-lastra-del-fulgur-submanium.jpeg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/villa-adriana-a-tivoli-la-lastra-del-fulgur-submanium-300x270.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/villa-adriana-a-tivoli-la-lastra-del-fulgur-submanium-150x135.jpeg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/villa-adriana-a-tivoli-la-lastra-del-fulgur-submanium-768x691.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Villa Adriana a Tivoli, la lastra del Fulgur Submanium</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’Antica Roma, il rito del <strong><em>fulgur conditum</em></strong> consacrava i luoghi colpiti da un fulmine, ricollegato all’intervento della divinità: le tracce materiali interessate dall’evento naturale venivano dunque raccolte e deposte nella terra, accompagnate da formule rituali e sacrifici. E a <strong>Villa Adriana</strong>, nella <a href="https://www.artribune.com/tag/tivoli/">Tivoli</a> del circuito museale delle Villae, le indagini archeologiche condotte nell’area dell’Anfiteatro dall’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo hanno rinvenuto un’iscrizione relativa a un <em>fulgur submanium</em>: un fulmine attribuito a Summano, la divinità romana dei fulmini notturni. La lastra iscritta – in lettere capitali su due righe: FVLGVR SVBMANIVM – è ancora nella sua posizione originaria, inserita nella struttura cui apparteneva, probabilmente proprio per segnalare la presenza di uno spazio sacro connesso all’evento. La scoperta potrà aiutare a comprendere come l’area dell’Anfiteatro sia cambiata nel tempo, anche in funzione della presenza di un luogo consacrato alla divinità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un acquedotto preromano di grande ingegno nel territorio Reatino</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="577" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/lacquedotto-preromano-di-monteleone-sabino-courtesy-soprintendenza-abap-577x1024.jpg" alt="Scoperte archeologiche: L'acquedotto preromano di Monteleone Sabino. Courtesy Soprintendenza ABAP" class="wp-image-1257678" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/lacquedotto-preromano-di-monteleone-sabino-courtesy-soprintendenza-abap-577x1024.jpg 577w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/lacquedotto-preromano-di-monteleone-sabino-courtesy-soprintendenza-abap-300x533.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/lacquedotto-preromano-di-monteleone-sabino-courtesy-soprintendenza-abap-84x150.jpg 84w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/lacquedotto-preromano-di-monteleone-sabino-courtesy-soprintendenza-abap-768x1364.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/lacquedotto-preromano-di-monteleone-sabino-courtesy-soprintendenza-abap-865x1536.jpg 865w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/lacquedotto-preromano-di-monteleone-sabino-courtesy-soprintendenza-abap.jpg 1126w" sizes="auto, (max-width: 577px) 100vw, 577px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;acquedotto preromano di Monteleone Sabino. Courtesy Soprintendenza ABAP</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Che i Romani fossero grandi costruttori lo dimostrano con particolare evidenza gli acquedotti che coprivano enormi distanze trasportando acqua “semplicemente” grazie alla forza di gravità. Il risultato di una capacità ingegneristica con pochi eguali nell’antichità (“<em>Nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso”,</em> scriveva Plinio il Vecchio magnificandone le qualità). Il recente rinvenimento di un acquedotto nel territorio di <strong>Monteleone Sabino</strong>, nel Reatino, fa però riferimento all’epoca preromana. All’inizio dell’anno, la stessa area restituiva agli speleologi sabini l’acquedotto di pertinenza della Villa romana dei Casoni: la nuova scoperta, invece, riconduce a un condotto idraulico a sezione ogivale, ispezionabile per circa cento metri, interamente scavato all’interno di banchi conglomeratici alternati a livelli marnoso-argillosi di epoca plio-pleistocenica. E stupisce, anche in questo caso, la notevole perizia ingegneristica: le ricerche hanno infatti permesso di risalire alle sofisticate tecniche di realizzazione dell’infrastruttura, importante anche in quanto testimonianza di una precoce antropizzazione del territorio Sabino, articolata in una serie di piccoli centri abitati (i <em>vici</em>). L’acquedotto doveva avere finalità agricola e di regimentazione delle acque.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dal fondale del lago di Bolsena riemergono spighe di farro di 3000 anni fa</h2>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/linsediamento-villanoviano-del-gran-carro-nel-lago-di-bolsena-1024x576.webp" alt="Scoperte archeologiche: L'insediamento villanoviano del Gran Carro nel lago di Bolsena" class="wp-image-1257686" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/linsediamento-villanoviano-del-gran-carro-nel-lago-di-bolsena-1024x576.webp 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/linsediamento-villanoviano-del-gran-carro-nel-lago-di-bolsena-300x169.webp 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/linsediamento-villanoviano-del-gran-carro-nel-lago-di-bolsena-150x84.webp 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/linsediamento-villanoviano-del-gran-carro-nel-lago-di-bolsena-768x432.webp 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/linsediamento-villanoviano-del-gran-carro-nel-lago-di-bolsena.webp 1280w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;insediamento villanoviano del Gran Carro nel lago di Bolsena</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora nell’Alto Lazio, riaffiorano dalle acque del lago di Bolsena, grazie alle indagini subacquee nei fondali dell’area archeologica del <strong>Gran Carro</strong>, alcuni recipienti in ceramica contenenti spighe di farro di 3000 anni fa, ancora conservate. Proprio le condizioni dell’ambiente subacqueo avrebbero preservato il materiale organico, riconducibile a un insediamento del <strong>periodo protovillanoviano</strong> (nella zona gli studiosi collocano la presenza di un villaggio abitato tra la fine dell’Età del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro). Le spighe sarebbero riconducibili a pratiche rituali, come dimostra la contestuale scoperta di manufatti votivi legati all’esistenza di un’area sacra.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La rara tomba a cubo dalla città etrusca di Pontecagnano</h2>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="980" height="613" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/la-tomba-a-cubo-rinvenuta-nel-sito-di-pontecagnano-faiano.jpg" alt="Scoperte archeologiche: La tomba a cubo rinvenuta nel sito di Pontecagnano Faiano" class="wp-image-1257681" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/la-tomba-a-cubo-rinvenuta-nel-sito-di-pontecagnano-faiano.jpg 980w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/la-tomba-a-cubo-rinvenuta-nel-sito-di-pontecagnano-faiano-300x188.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/la-tomba-a-cubo-rinvenuta-nel-sito-di-pontecagnano-faiano-150x94.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/la-tomba-a-cubo-rinvenuta-nel-sito-di-pontecagnano-faiano-768x480.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption">La tomba a cubo rinvenuta nel sito di Pontecagnano Faiano</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">È definita “rarissima” dagli archeologi che l’hanno scoperta nell’ambito della campagna di scavi dell’antica <strong>Pontecagnano</strong>, nel Salernitano, la tomba a cubo risalente alla seconda metà del VI Secolo a.C. e riconducibile a <strong>uno dei più importanti centri etruschi della Campania</strong>. Realizzata con blocchi di travertino e chiusa da una grande lastra, la tomba ha una caratteristica forma a parallelepipedo, ed era inviolata: al suo interno, gli archeologi hanno rinvenuto un cratere figurato di produzione corinzia, utilizzato come contenitore per i resti del defunto – probabilmente esponente di una famiglia prestigiosa, data la raffinatezza dell’oggetto – sottoposto al rito della cremazione. Finora il sito aveva restituito solo altre due tombe della medesima tipologia, e il nuovo ritrovamento offre l’opportunità di approfondire la conoscenza delle pratiche funerarie in uso presso la comunità etrusca di Pontecagnano, oltre a evidenziare la consuetudine degli scambi commerciali con altre aree del Mediterraneo, come attesta l’utilizzo di un cratere di produzione corinzia. I reperti recuperati sono stati trasferiti al Museo Archeologico Nazionale di Pontecagnano, per le attività di studio e restauro.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il Perù prima degli Inca: il regno dei Chimù e lo sfarzo dei mausolei funerari</h2>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/nellantica-citta-di-chan-chan-in-peru-1024x683.jpg" alt="Scoperte archeologiche: Nell'antica città di Chan Chan, in Perù" class="wp-image-1257682" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/nellantica-citta-di-chan-chan-in-peru-1024x683.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/nellantica-citta-di-chan-chan-in-peru-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/nellantica-citta-di-chan-chan-in-peru-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/nellantica-citta-di-chan-chan-in-peru-768x512.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/nellantica-citta-di-chan-chan-in-peru.jpg 1072w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Nell&#8217;antica città di Chan Chan, in Perù</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Anche dal Perù arriva notizia di un ritrovamento eccezionale collegato alla ritualità funeraria, nel caso specifico della civiltà stanziata sulla costa settentrionale del Paese prima dell’arrivo degli Inca, nel Quattrocento. <strong>Il sito archeologico di Chan Chan</strong>, nelle vicinanze della moderna Trujillo (siamo a circa 500 chilometri da Lima), ci riporta infatti alla capitale del regno pre-colombiano dei <strong>Chimù</strong>, oggetto di scavi da decenni. La città, nel periodo di massimo splendore, fu la più grande e sfarzosa delle Americhe, con giardini, piramidi e mausolei a caratterizzare lo spazio pubblico. E sebbene saccheggi e abbandono abbiano causato la dispersione di gran parte del patrimonio antico, gli archeologi hanno riportato alla luce di recente un mausoleo ancora inviolato, risalente a seicento anni fa. Al suo interno sono stati rinvenuti i resti di 38 corpi (tra cui uno scheletro disposto in posizione distesa) e molte offerte devozionali, pietre preziose, vasellame e oggetti in argento e rame appartenenti ai corredi funerari dei defunti, appartenenti con grande probabilità all’elite del regno. La scoperta, localizzata <strong>nel complesso murato di Utzh An</strong>, è stata propiziata dal programma di scavi Proyecto Especial Complejo Arqueológico Chan Chan, promosso dal Ministero della Cultura del Perù.<br><br></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/archeologia-arte-antica/2026/09/scoperte-archeologiche-fulgur-conditum-spighe-bolsena-chan-chan-peru/">Nuove scoperte archeologiche in Italia e nel mondo. Dai fulmini sacri per i Romani al mausoleo peruviano del regno Chimù</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Paciano, il paesino umbro medievale dove si dorme in teatro e si mangia nell’orto</title>
		<link>https://www.artribune.com/turismo/2026/09/paciano-umbria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Turismo]]></category>
		<category><![CDATA[Umbria]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1257640</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/pacianomar30202402.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Uno sguardo da vicino al borgo di Paciano, poco lontano dal Lago Trasimeno, in Umbria. Tra urbanistica medievale e tradizioni, vi raccontiamo la ricchezza storica di questo luogo</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/turismo/2026/09/paciano-umbria/">Paciano, il paesino umbro medievale dove si dorme in teatro e si mangia nell’orto</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/pacianomar30202402.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">C’è un’Umbria fatta di micro-paesi arroccati che si aprono su vallate e laghi. Paciano, tra i <strong>Borghi più Belli d&#8217;Italia</strong>, ha saputo combattere lo svuotamento puntando su un turismo consapevole che ricerca luoghi genuini e veri.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La Paciano medievale</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le origini di <strong>Paciano</strong> affondano le radici in un passato remoto. Sebbene il nome richiami la gens latina <em>Paccia</em> o la divinità Giano (<em>Pax Jani</em>, il tempio della pace), il primo documento ufficiale risale al 917, quando l&#8217;Imperatore Berengario I donò queste terre al marchese Uguccione di Bourbon. Il borgo attuale, tuttavia, prese forma nel corso del XIV Secolo, quando gli abitanti decisero di spostarsi dal nucleo originario di Paciano Vecchio, situato più in alto sul Monte Petrarvella, per ricostruire il castello più a valle. L’impianto urbano di Paciano è un saggio di <strong>urbanistica medievale</strong> con la tipica cinta muraria trecentesca che racchiude una griglia geometrica definita da tre strade principali parallele, tagliate ortogonalmente da piccoli vicoli. <strong>Palazzo Baldeschi</strong> è il Centro comunale polivalente. È una struttura tardo-gotica e rinascimentale, oggi sede del Museo del Territorio e della Banca della Memoria, progetto d&#8217;avanguardia antropologica mirato a digitalizzare il patrimonio immateriale artigiano e contadino.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/img2801-1024x768.jpeg" alt="Il borgo di Paciano" class="wp-image-1257642" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/img2801-1024x768.jpeg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/img2801-150x112.jpeg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/img2801-300x225.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/img2801-768x576.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/img2801-513x385.jpeg 513w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/img2801-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/img2801-2048x1536.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Il borgo di Paciano</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Edifici religiosi a Paciano fra apparizioni, capolavori e misteri</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>Chiesa di San Giuseppe</strong> chiamata dai locals “Chiesa Dentro” è un nucleo religioso che custodisce la trecentesca <em>Madonna della Misericordia</em>, opera di scuola umbra che ridefinisce lo spazio sacro come pinacoteca comunitaria. Nella Sala della Confraternita del Santissimo Sacramento si trova l’imponente affresco che raffigura la <em>Crocifissione</em>, dipinto nel 1452 da Niccolò Francesco di Bonifazio da Castel della Pieve. La <strong>Chiesa della Madonna della Stella</strong>, invece, è situata fuori le mura, sull’altare c’è un l’affresco mariano sopra il quale, narra la leggenda, sia apparsa la Stella. In questa mappa del sacro e della memoria si inserisce una delle architetture più enigmatiche del borgo: la <strong>Chiesa di San Carlo Borromeo</strong>. Costruita entro il 1612 e consacrata nel 1629 per volontà del Cardinale Francesco Cennini, allora nunzio apostolico a Madrid, la chiesa si distingue nel tessuto urbano per un rigoroso portale in pietra serena. Sede della Confraternita del Santissimo Crocefisso, la chiesa resta chiusa per quasi tutto l’anno, aprendosi al pubblico e al culto nel periodo pasquale e nella Settimana Santa. Quando le porte si schiudono, le pareti e i decori ottocenteschi appaiono interamente rivestiti da paramenti luttuosi e drappi funebri. La navata è punteggiata da vasi di veccia (<em>vicia sativa</em>): una pianta erbacea che i fedeli fanno germogliare al buio. Privata della luce solare, la pianta perde la sua clorofilla e cresce filiforme, di un bianco spettrale, trasformandosi nel simbolo paleocristiano della vita che sconfigge le tenebre del sepolcro. Ai piedi dell&#8217;altare maggiore viene esposto il prezioso simulacro del <strong>Cristo Morto</strong>. Si tratta di un antico e pregevole crocifisso ligneo policromo intagliato a mano risalente al 1620-1628. La sera del Venerdì Santo, questo capolavoro scultoreo lascia la chiesa per essere portato a spalla in una solenne processione notturna.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Antico Sipario, un hotel per riposare nell’arte</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Se la conservazione è il corpo di Paciano, la sua rigenerazione passa da interventi privati ad alto valore speculativo e culturale. L’<strong>Antico Sipario Boutique Hotel</strong> è il manifesto di questo approccio. L&#8217;edificio, un palazzo quattrocentesco originariamente fulcro della vita comunitaria, nel corso del Novecento aveva ospitato il &#8220;teatrino&#8221; del paese prima di cadere in un lungo oblio. Il progetto di restauro architettonico ha trasformato la struttura in un design hotel concettuale. Il recupero non ha cancellato le stratificazioni del tempo mantenendo le travi lignee a vista, le pareti in pietra originaria e il chiostro interno, ma ha rifunzionalizzato gli spazi attorno all&#8217;idea di messinscena. Il <strong>ritrovamento dell&#8217;originale sipario in tela</strong> del vecchio teatro ha dettato la linea curatoriale delle camere e delle aree comuni. Ogni stanza è dedicata a una specifica declinazione delle arti sceniche. Non si tratta di una semplice operazione di hospitality, ma di un&#8217;estensione del tessuto museale del borgo, un presidio che ospita simposi, incontri culturali e micro-residenze artistiche.</p>


<div class="c-gallery js-gallery">
    <div class="c-gallery_full swiper js-gallery-main js-lightbox">
        <div class="swiper-wrapper">
                            <figure class="swiper-slide c-image">
                    <a class="c-image_wrap" href="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/rocca-buitoni-paciano.jpg" data-pswp-width="1150" data-pswp-height="862" data-cropped="true">
                        <img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="576" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/rocca-buitoni-paciano-768x576.jpg" class="attachment-medium_large size-medium_large" alt="La Rocca Buitoni di Paciano" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/rocca-buitoni-paciano-768x576.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/rocca-buitoni-paciano-300x225.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/rocca-buitoni-paciano-1024x768.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/rocca-buitoni-paciano-150x112.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/rocca-buitoni-paciano.jpg 1150w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" />                        <span>1 / 9</span>
                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">La Rocca Buitoni di Paciano</span>
                    </a>
                    <figcaption>La Rocca Buitoni di Paciano</figcaption>
                </figure>
                            <figure class="swiper-slide c-image">
                    <a class="c-image_wrap" href="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antico-sipario-scaled.jpeg" data-pswp-width="1920" data-pswp-height="2560" data-cropped="true">
                        <img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antico-sipario-768x1024.jpeg" class="attachment-medium_large size-medium_large" alt="L&#039;antico sipario di Paciano" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antico-sipario-768x1024.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antico-sipario-300x400.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antico-sipario-113x150.jpeg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antico-sipario-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antico-sipario-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antico-sipario-scaled.jpeg 1920w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" />                        <span>2 / 9</span>
                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">L&#8217;antico sipario di Paciano</span>
                    </a>
                    <figcaption>L&#8217;antico sipario di Paciano</figcaption>
                </figure>
                            <figure class="swiper-slide c-image">
                    <a class="c-image_wrap" href="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/affresco-crocefissione-sala-della-cofraternita-scaled.jpeg" data-pswp-width="1920" data-pswp-height="2560" data-cropped="true">
                        <img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/affresco-crocefissione-sala-della-cofraternita-768x1024.jpeg" class="attachment-medium_large size-medium_large" alt="Affresco della Crocefissione nella Sala della Confraternita" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/affresco-crocefissione-sala-della-cofraternita-768x1024.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/affresco-crocefissione-sala-della-cofraternita-300x400.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/affresco-crocefissione-sala-della-cofraternita-113x150.jpeg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/affresco-crocefissione-sala-della-cofraternita-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/affresco-crocefissione-sala-della-cofraternita-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/affresco-crocefissione-sala-della-cofraternita-scaled.jpeg 1920w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" />                        <span>3 / 9</span>
                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Affresco della Crocefissione nella Sala della Confraternita</span>
                    </a>
                    <figcaption>Affresco della Crocefissione nella Sala della Confraternita</figcaption>
                </figure>
                            <figure class="swiper-slide c-image">
                    <a class="c-image_wrap" href="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/cappella-della-nativita-chiesa-della-madonna-della-stella-scaled.jpeg" data-pswp-width="1920" data-pswp-height="2560" data-cropped="true">
                        <img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/cappella-della-nativita-chiesa-della-madonna-della-stella-768x1024.jpeg" class="attachment-medium_large size-medium_large" alt="La cappella della Natività nella chiesa della Madonna della Stella" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/cappella-della-nativita-chiesa-della-madonna-della-stella-768x1024.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/cappella-della-nativita-chiesa-della-madonna-della-stella-300x400.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/cappella-della-nativita-chiesa-della-madonna-della-stella-113x150.jpeg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/cappella-della-nativita-chiesa-della-madonna-della-stella-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/cappella-della-nativita-chiesa-della-madonna-della-stella-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/cappella-della-nativita-chiesa-della-madonna-della-stella-scaled.jpeg 1920w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" />                        <span>4 / 9</span>
                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">La cappella della Natività nella chiesa della Madonna della Stella</span>
                    </a>
                    <figcaption>La cappella della Natività nella chiesa della Madonna della Stella</figcaption>
                </figure>
                            <figure class="swiper-slide c-image">
                    <a class="c-image_wrap" href="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/crocesiffo-ligneo-chiesa-di-san-carlo-scaled.jpeg" data-pswp-width="2560" data-pswp-height="1920" data-cropped="true">
                        <img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="576" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/crocesiffo-ligneo-chiesa-di-san-carlo-768x576.jpeg" class="attachment-medium_large size-medium_large" alt="Il crocesiffo ligneo nella chiesa di San Carlo" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/crocesiffo-ligneo-chiesa-di-san-carlo-768x576.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/crocesiffo-ligneo-chiesa-di-san-carlo-300x225.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/crocesiffo-ligneo-chiesa-di-san-carlo-1024x768.jpeg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/crocesiffo-ligneo-chiesa-di-san-carlo-150x113.jpeg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/crocesiffo-ligneo-chiesa-di-san-carlo-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/crocesiffo-ligneo-chiesa-di-san-carlo-2048x1536.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" />                        <span>5 / 9</span>
                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Il crocesiffo ligneo nella chiesa di San Carlo</span>
                    </a>
                    <figcaption>Il crocesiffo ligneo nella chiesa di San Carlo</figcaption>
                </figure>
                            <figure class="swiper-slide c-image">
                    <a class="c-image_wrap" href="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-pozzo-paciano-scaled.jpeg" data-pswp-width="1920" data-pswp-height="2560" data-cropped="true">
                        <img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-pozzo-paciano-768x1024.jpeg" class="attachment-medium_large size-medium_large" alt="Il pozzo Paciano" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-pozzo-paciano-768x1024.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-pozzo-paciano-300x400.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-pozzo-paciano-113x150.jpeg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-pozzo-paciano-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-pozzo-paciano-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-pozzo-paciano-scaled.jpeg 1920w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" />                        <span>6 / 9</span>
                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Il pozzo Paciano</span>
                    </a>
                    <figcaption>Il pozzo Paciano</figcaption>
                </figure>
                            <figure class="swiper-slide c-image">
                    <a class="c-image_wrap" href="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-misericordia-chiesa-di-san-giuseppe-scaled.jpeg" data-pswp-width="1920" data-pswp-height="2560" data-cropped="true">
                        <img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-misericordia-chiesa-di-san-giuseppe-768x1024.jpeg" class="attachment-medium_large size-medium_large" alt="La Madonna della Misericordia nella chiesa di San Giuseppe" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-misericordia-chiesa-di-san-giuseppe-768x1024.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-misericordia-chiesa-di-san-giuseppe-300x400.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-misericordia-chiesa-di-san-giuseppe-113x150.jpeg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-misericordia-chiesa-di-san-giuseppe-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-misericordia-chiesa-di-san-giuseppe-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-misericordia-chiesa-di-san-giuseppe-scaled.jpeg 1920w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" />                        <span>7 / 9</span>
                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">La Madonna della Misericordia nella chiesa di San Giuseppe</span>
                    </a>
                    <figcaption>La Madonna della Misericordia nella chiesa di San Giuseppe</figcaption>
                </figure>
                            <figure class="swiper-slide c-image">
                    <a class="c-image_wrap" href="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-stella-scaled.jpeg" data-pswp-width="1920" data-pswp-height="2560" data-cropped="true">
                        <img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-stella-768x1024.jpeg" class="attachment-medium_large size-medium_large" alt="La Madonna della Stella" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-stella-768x1024.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-stella-300x400.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-stella-113x150.jpeg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-stella-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-stella-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-stella-scaled.jpeg 1920w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" />                        <span>8 / 9</span>
                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">La Madonna della Stella</span>
                    </a>
                    <figcaption>La Madonna della Stella</figcaption>
                </figure>
                            <figure class="swiper-slide c-image">
                    <a class="c-image_wrap" href="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/scorcio-paciano-scaled.jpeg" data-pswp-width="1920" data-pswp-height="2560" data-cropped="true">
                        <img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/scorcio-paciano-768x1024.jpeg" class="attachment-medium_large size-medium_large" alt="Uno scorcio di Paciano" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/scorcio-paciano-768x1024.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/scorcio-paciano-300x400.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/scorcio-paciano-113x150.jpeg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/scorcio-paciano-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/scorcio-paciano-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/scorcio-paciano-scaled.jpeg 1920w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" />                        <span>9 / 9</span>
                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Uno scorcio di Paciano</span>
                    </a>
                    <figcaption>Uno scorcio di Paciano</figcaption>
                </figure>
                    </div>
        <div class="swiper-button-next"></div>
        <div class="swiper-button-prev"></div>
    </div>
    <div class="c-gallery_thumbs u-space:p-top u-space:xs swiper js-gallery-thumb">
        <div class="swiper-wrapper">
                            <div class="swiper-slide">
                    <img loading="lazy" decoding="async" width="150" height="112" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/rocca-buitoni-paciano-150x112.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="La Rocca Buitoni di Paciano" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/rocca-buitoni-paciano-150x112.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/rocca-buitoni-paciano-300x225.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/rocca-buitoni-paciano-1024x768.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/rocca-buitoni-paciano-768x576.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/rocca-buitoni-paciano.jpg 1150w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" />                </div>
                            <div class="swiper-slide">
                    <img loading="lazy" decoding="async" width="113" height="150" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antico-sipario-113x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="L&#039;antico sipario di Paciano" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antico-sipario-113x150.jpeg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antico-sipario-300x400.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antico-sipario-768x1024.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antico-sipario-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antico-sipario-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antico-sipario-scaled.jpeg 1920w" sizes="auto, (max-width: 113px) 100vw, 113px" />                </div>
                            <div class="swiper-slide">
                    <img loading="lazy" decoding="async" width="113" height="150" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/affresco-crocefissione-sala-della-cofraternita-113x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="Affresco della Crocefissione nella Sala della Confraternita" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/affresco-crocefissione-sala-della-cofraternita-113x150.jpeg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/affresco-crocefissione-sala-della-cofraternita-300x400.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/affresco-crocefissione-sala-della-cofraternita-768x1024.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/affresco-crocefissione-sala-della-cofraternita-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/affresco-crocefissione-sala-della-cofraternita-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/affresco-crocefissione-sala-della-cofraternita-scaled.jpeg 1920w" sizes="auto, (max-width: 113px) 100vw, 113px" />                </div>
                            <div class="swiper-slide">
                    <img loading="lazy" decoding="async" width="113" height="150" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/cappella-della-nativita-chiesa-della-madonna-della-stella-113x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="La cappella della Natività nella chiesa della Madonna della Stella" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/cappella-della-nativita-chiesa-della-madonna-della-stella-113x150.jpeg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/cappella-della-nativita-chiesa-della-madonna-della-stella-300x400.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/cappella-della-nativita-chiesa-della-madonna-della-stella-768x1024.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/cappella-della-nativita-chiesa-della-madonna-della-stella-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/cappella-della-nativita-chiesa-della-madonna-della-stella-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/cappella-della-nativita-chiesa-della-madonna-della-stella-scaled.jpeg 1920w" sizes="auto, (max-width: 113px) 100vw, 113px" />                </div>
                            <div class="swiper-slide">
                    <img loading="lazy" decoding="async" width="150" height="113" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/crocesiffo-ligneo-chiesa-di-san-carlo-150x113.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="Il crocesiffo ligneo nella chiesa di San Carlo" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/crocesiffo-ligneo-chiesa-di-san-carlo-150x113.jpeg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/crocesiffo-ligneo-chiesa-di-san-carlo-300x225.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/crocesiffo-ligneo-chiesa-di-san-carlo-1024x768.jpeg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/crocesiffo-ligneo-chiesa-di-san-carlo-768x576.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/crocesiffo-ligneo-chiesa-di-san-carlo-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/crocesiffo-ligneo-chiesa-di-san-carlo-2048x1536.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" />                </div>
                            <div class="swiper-slide">
                    <img loading="lazy" decoding="async" width="113" height="150" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-pozzo-paciano-113x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="Il pozzo Paciano" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-pozzo-paciano-113x150.jpeg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-pozzo-paciano-300x400.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-pozzo-paciano-768x1024.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-pozzo-paciano-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-pozzo-paciano-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/il-pozzo-paciano-scaled.jpeg 1920w" sizes="auto, (max-width: 113px) 100vw, 113px" />                </div>
                            <div class="swiper-slide">
                    <img loading="lazy" decoding="async" width="113" height="150" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-misericordia-chiesa-di-san-giuseppe-113x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="La Madonna della Misericordia nella chiesa di San Giuseppe" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-misericordia-chiesa-di-san-giuseppe-113x150.jpeg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-misericordia-chiesa-di-san-giuseppe-300x400.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-misericordia-chiesa-di-san-giuseppe-768x1024.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-misericordia-chiesa-di-san-giuseppe-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-misericordia-chiesa-di-san-giuseppe-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-misericordia-chiesa-di-san-giuseppe-scaled.jpeg 1920w" sizes="auto, (max-width: 113px) 100vw, 113px" />                </div>
                            <div class="swiper-slide">
                    <img loading="lazy" decoding="async" width="113" height="150" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-stella-113x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="La Madonna della Stella" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-stella-113x150.jpeg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-stella-300x400.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-stella-768x1024.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-stella-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-stella-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/madonna-della-stella-scaled.jpeg 1920w" sizes="auto, (max-width: 113px) 100vw, 113px" />                </div>
                            <div class="swiper-slide">
                    <img loading="lazy" decoding="async" width="113" height="150" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/scorcio-paciano-113x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="Uno scorcio di Paciano" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/scorcio-paciano-113x150.jpeg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/scorcio-paciano-300x400.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/scorcio-paciano-768x1024.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/scorcio-paciano-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/scorcio-paciano-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/scorcio-paciano-scaled.jpeg 1920w" sizes="auto, (max-width: 113px) 100vw, 113px" />                </div>
                    </div>
    </div>
</div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Rocca Buitoni, la casa della famiglia più dolce d’Italia</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">A ridefinire lo skyline meridionale del borgo svetta la <strong>Rocca Buitoni</strong> (nota anche come Torre Buitoni). Sfruttando la Porta Rastrella per osservarla dall&#8217;esterno in tutta la sua imponenza, l&#8217;edificio trecentesco appare perfettamente inglobato nella facciata sud del monumentale Palazzo Cennini, ristrutturato nel XVII Secolo dal Cardinale Francesco Cennini. Sviluppata su tre livelli e scrigno di preziosi affreschi del XVI Secolo e due cappelle interne, la Rocca è stata acquistata oltre un secolo fa dai fondatori dello storico marchio alimentare italiano. L&#8217;edificio è diventato una dimora d&#8217;elezione intimamente legata alle vicende personali della celebre dinastia. Questo luogo iconico, oggi censito tra i <em>I Luoghi del Cuore del FAI</em>, non si è trasformato in un museo aziendale ma è tuttora abitata dagli eredi, e apre le proprie porte e i propri giardini privati in occasione di manifestazioni culturali. In quello che era l’orto oggi c’è il ristorante <strong>L’Orto in Tavola</strong> gestito da Luigi Buitoni, in cucina, e dal fratello Bruno in sala.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>“The Garden of Peace” a Paciano, l’ulivo come segno di Pace</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La rilettura del patrimonio pacianese non si ferma all&#8217;architettura, ma investe il paesaggio agrario inteso come manifesto politico e sociale. È in questo contesto che sorge <em>The Garden of Peace</em>, un&#8217;iniziativa di respiro internazionale nata proprio a Paciano. Il progetto sfrutta la duplice eredità del luogo che vede da un lato l&#8217;etimologia del nome (legata a Giano Bifronte, divinità della pace), dall&#8217;altro la presenza monumentale degli ulivi secolari, simbolo universale di coesistenza e rigenerazione. L&#8217;iniziativa ha portato alla creazione di uno spazio verde in cui sono stati piantati <strong>21 ulivi provenienti dal Banco Mondiale del Germoplasma</strong>, rappresentando altrettanti Paesi del Mediterraneo e del mondo. Questo &#8220;mosaico verde dell&#8217;olivo&#8221; si configura come un&#8217;opera di <strong>Land Art</strong> permanente e partecipata, dove la cura della biodiversità diventa un esercizio di diplomazia culturale e cittadinanza attiva. La forza del progetto risiede nella sua replicabilità. La &#8220;sorgente&#8221; pacianese ha infatti inaugurato una rete globale che collega l&#8217;Umbria a siti di immenso valore storico come l&#8217;Alhambra di Granada, il parco del COI (Consiglio Oleicolo Internazionale) a Madrid e il sito di Cogollos Vegain in Spagna; <a href="https://www.artribune.com/tag/valle-dei-templi/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/tag/valle-dei-templi/" rel="noreferrer noopener">la Valle dei Templi di Agrigento</a> e l&#8217;Accademia Bocelli a Lajatico in Italia; Chania a Creta, Tangeri in Marocco e Toronto in Canada.<br><br><em>Alessandra Iannello</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/turismo/2026/09/paciano-umbria/">Paciano, il paesino umbro medievale dove si dorme in teatro e si mangia nell’orto</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Torna TAILOR in piena Milano Fashion Week. La newsletter di Artribune su moda, arte e cultura</title>
		<link>https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/09/tailor-newsletter-anticipazioni-27-settembre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Caterina Angelucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Moda]]></category>
		<category><![CDATA[tailor]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1257754</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/screenshot-2026-09-25-alle-141900.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Una riflessione sulla moda, un’intervista a un importante naso della profumeria artistica. E tante news sul fashion system </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/09/tailor-newsletter-anticipazioni-27-settembre/">Torna TAILOR in piena Milano Fashion Week. La newsletter di Artribune su moda, arte e cultura</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/screenshot-2026-09-25-alle-141900.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">Domenica significa <strong>TAILOR</strong>, una volta ogni due settimane. Torna domenica, 27 settembre la newsletter di <em>Artribune</em> che tratta la moda e le sue infinite connessioni con arte e cultura, e che non si ferma neanche nel pieno della <a href="https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/09/guida-milano-fashion-week-primavera-estate-2027/"><strong>Milano Fashion Week</strong></a>. Anzi, proprio quando il sistema è più vivo che mai, analizziamo i cambiamenti di un settore altamente dinamico. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il focus del nuovo numero della newsletter TAILOR: i grandi eventi</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il Focus di questo numero di Tailor tratterà l’importanza dei grandi eventi per la moda tutta. Partendo da Vogue World: Milano, che ha vivacizzato la Galleria Vittorio Emanuele II, la sera del 22 settembre, in apertura alla settimana della moda, cerchiamo di riflettere su quanto facciano bene questi progetti al fashion system e quanto, invece, no.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’intervista del nuovo numero della newsletter TAILOR: Prin Lomros</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’Ipse Dixit è un’intervista a Prin Lomros, uno dei nomi più riconoscibili della <a href="https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2026/09/intervista-maria-candida-gentile-profumeria/">profumeria</a> indipendente asiatica. Thailandese e autodidatta, arriva alla composizione olfattiva dopo una formazione legata al cinema, che riaffiora nel modo in cui costruisce i profumi come sequenze e apparizioni progressive.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come iscriversi a TAILOR</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">TAILOR, curata da Margherita Cuccia e Giulio Solfrizzi, è la newsletter di <em>Artribune</em> dedicata alla moda contemporanea. Uno spazio di osservazione sulle trasformazioni che attraversano l’industria: dai modelli produttivi alle pratiche indipendenti, dalle istituzioni ai linguaggi emergenti, sempre quando entrano in dialogo con l’arte e la cultura. <strong>L’iscrizione è gratuita</strong> <a href="https://www.artribune.com/newsletter-tailor/"><strong></strong><strong>a questo link</strong></a><strong>.</strong> Per segnalazioni e opinioni scriveteci qui; tutti i numeri precedenti restano consultabili nell’<a href="https://www.artribune.com/archivio-tailor/">Archivio</a> di TAILOR.</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/09/tailor-newsletter-anticipazioni-27-settembre/">Torna TAILOR in piena Milano Fashion Week. La newsletter di Artribune su moda, arte e cultura</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>300 fotografi per raccontare una Sicilia mai vista: un libro ricostruisce un secolo di immagini </title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2026/09/monica-maffioli-libro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Tolaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Sicilia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1257757</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/ernesto-bazan-capizzi-1997-stampa-ai-sali-dargento-240x300-mm-cernesto-bazan-courtesy-of-the-artist-roma-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>È un vero e proprio prisma culturale quello che emerge dal volume della storica dell’arte e della fotografia Monica Maffioli che ci ha raccontato come, attraverso gli sguardi di 300 fotografi, sia riuscita a comporre un’ampia panoramica della Trinacria, un’isola affascinante dalle molteplici identità </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2026/09/monica-maffioli-libro/">300 fotografi per raccontare una Sicilia mai vista: un libro ricostruisce un secolo di immagini </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/ernesto-bazan-capizzi-1997-stampa-ai-sali-dargento-240x300-mm-cernesto-bazan-courtesy-of-the-artist-roma-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">La Sicilia classicista di von Gloeden, quella verista di Verga, Capuana e De Roberto, la Sicilia accogliente di Gaetano D’Agata, quella futurista di Luigi Pirrone, la Sicilia autentica di Fosco Maraini e quella disturbante di Letizia Battaglia. <strong><a href="https://www.artribune.com/curatore-critico-arte/monica-maffioli/" data-type="curator" data-id="746339">Monica Maffioli</a></strong> nel suo studio <em>Fotografi siciliani del Novecento</em> (<a href="https://www.google.com/search?client=safari&amp;rls=en&amp;q=giunti&amp;ie=UTF-8&amp;oe=UTF-8" data-type="link" data-id="https://www.google.com/search?client=safari&amp;rls=en&amp;q=giunti&amp;ie=UTF-8&amp;oe=UTF-8" target="_blank" rel="noopener">Giunti</a>, giugno 2026) prova a descriverla tutta, questa “isola plurale”, come la chiamava Bufalino. Protagonisti sono <strong>300 fotografi</strong>, nonché la fotografia siciliana. Un’opera che colma un vuoto, restituendo all’Italia un prisma culturale mai raccontato per intero sulla Trinacria. Maffioli, storica dell’arte e della fotografia, vicepresidente della SISF, già curatrice delle collezioni Fratelli Alinari, si cimenta in un’<strong>impresa titanica</strong> che indaga contraddizioni, stereotipi, compromessi e dinieghi di una terra che della fotografia ha fatto mezzo di suggestione e denuncia. L’abbiamo incontrata per farci guidare nella sua ricerca. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/monica-maffioli-fotografi-italiani-del-novecento-768x1024.jpg" alt="Monica Maffioli, Fotografi italiani del Novecento" class="wp-image-1257764" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/monica-maffioli-fotografi-italiani-del-novecento-768x1024.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/monica-maffioli-fotografi-italiani-del-novecento-300x400.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/monica-maffioli-fotografi-italiani-del-novecento-113x150.jpg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/monica-maffioli-fotografi-italiani-del-novecento-1152x1536.jpg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/monica-maffioli-fotografi-italiani-del-novecento.jpg 1512w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">Monica Maffioli, Fotografi italiani del Novecento</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Intervista a Monica Maffioli, storica dell’arte e della fotografia </h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lei ha messo ordine in un patrimonio visivo non solo complesso e multiforme, ma anche in gran parte sconosciuto. Da dove viene l’idea di realizzare un’opera così imponente e unica?</strong> <br>L’idea del libro è nata insieme all’amico <strong><a href="https://www.artribune.com/artista-mostre-biografia/giovanni-chiaramonte/">Giovanni Chiaramonte</a></strong>, che purtroppo è venuto a mancare nel 2023. Aveva curato una mostra nel 2003, <em>La Nuova Scuola di Fotografia Siciliana</em> esponendo 7 fotografi siciliani, consapevole che fossero troppo pochi. Mi disse: “<em>solo tu avresti la pazienza e la costanza di realizzare un’opera completa sulla fotografia del Novecento siciliano</em>”. Conosco bene la Sicilia e decisi di intraprendere questa ricerca per omaggiare sia l’isola sia lui. Il lavoro di ricerca è durato 5 anni ed è partito dal patrimonio della Biblioteca Nazionale di Firenze che ha una quantità enorme di materiali sulla Sicilia. Vorrei sottolineare che non sono siciliana e, dunque, il mio sguardo non è stato condizionato da nessun campanilismo. <br><br><strong>Nel libro richiama due tesi opposte sulla cultura siciliana: quella di Giovanni Gentile di una cultura “indigena” e quella, meno diffusa, di una Sicilia aperta ed europea.</strong> <br>I due fili conduttori dell’intera ricerca sono proprio questi, ed è altrettanto vero che ci sono moltissime difficoltà nell’affrontarli: da una parte la <strong>Sicilia nascosta e chiusa</strong>, dall’altra la <strong>Sicilia progressista</strong>, che vuole uscire, che si concede ai non-siciliani, che viene esaltata, indagata e spesso stereotipata. Inoltre, la cultura fotografica italiana non si è ancora avvicinata a sufficienza a quella siciliana. Questo lavoro mi ha permesso di confermare ciò che già percepivo: l’esistenza di una cultura fotografica siciliana sconosciuta e quindi negata all’Italia. Possediamo, purtroppo, una visione nord-centrica della storia della fotografia nazionale. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="823" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/nunzio-battaglia-caltabellotta-1995-1024x823.jpg" alt="Nunzio Battaglia, Caltabellotta, 1995, stampa C-print 300x400 mm da negativo su pellicola colore 6x7, ©Nunzio Battaglia, Courtesy of the Artist, Milano" class="wp-image-1257762" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/nunzio-battaglia-caltabellotta-1995-1024x823.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/nunzio-battaglia-caltabellotta-1995-300x241.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/nunzio-battaglia-caltabellotta-1995-150x121.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/nunzio-battaglia-caltabellotta-1995-768x617.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/nunzio-battaglia-caltabellotta-1995-1536x1235.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/nunzio-battaglia-caltabellotta-1995-2048x1646.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Nunzio Battaglia, Caltabellotta, 1995, stampa C-print 300&#215;400 mm da negativo su pellicola colore 6&#215;7, ©Nunzio Battaglia, Courtesy of the Artist, Milano</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Eppure, la fotografia siciliana ha una storia lunghissima che parte, come lei spiega, dall’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891, passando poi per la scuola di Taormina e per il grande contributo dei fotografi amatoriali…</strong> <br>Fin dagli esordi, la fotografia siciliana vive attraverso un <strong>doppio sguardo dei fotografi stranieri</strong> che scoprono l&#8217;isola, e dei <strong>fotografi siciliani </strong>che producono immagini della Sicilia per farla conoscere prima di tutto agli italiani e poi al resto del mondo. L’Esposizione non riscosse il successo auspicato in termini di affluenza nazionale, ma rese comunque noti alcuni fotografi professionisti siciliani come i palermitani Giuseppe Incorpora, Francesco Paolo Uzzo ed Eugenio Interguglielmi. Negli Anni Venti del Novecento, però, le cose cambiarono: in parallelo ai fermenti futuristi che iniziavano a percorrere l’isola, nasce a Palermo la <em>Gazzetta della Fotografia</em>, diretta dal critico Arturo Valle, figura molto legata alla rivista <em>Luci ed Ombre</em> di Torino. Valle importò in Sicilia il pittorialismo piemontese e permise il lancio della fotografia siciliana oltre lo Stretto, coinvolgendo nomi come Angelo Maltese e Gaetano D’Agata. Tuttavia, si riscontrano i primi limiti ideologici: quello turistico e quello folcloristico. <br><br><strong>Nel libro racconta anche del Club futurista catanese e della Palermo di Pippo Rizzo, curatore di mostre con Depero, Balla, Tato ed Enrico Prampolini.</strong> <br>Sì, esatto. Inoltre, il Movimento Futurista siciliano era molto vicino a Marinetti, il quale presentò alcuni fotografi a Roma e a Trieste nell’ambito delle note mostre dell’avanguardia artistica negli Anni ‘30-‘32. Il Fondo Marinetti di Yale contiene alcune interessanti fotografie che documentano un’escursione intrapresa nel 1925 da Marinetti sull’amata Etna; su questo tema, poco conosciuto, invito a leggere un eccellente lavoro pubblicato da <strong>Andrea Parasiliti</strong> nel 2020 dal titolo <em>All’ombra del vulcano. Il futurismo in Sicilia e l’Etna</em> <em>di Marinetti</em>. Tra i fotografi dell’epoca è stata una scoperta il lavoro del catanese <strong>Luigi Pirrone</strong>, esponente della fotografia futurista, ignorato dalla storia della fotografia italiana, mentre alcune sue opere, dal 1984, sono conservate al J. Paul Getty Museum, provenienti dalla collezione dell’americano Daniel Wolf. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="772" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/wilhelm-von-gloeden-taormina-giovani-sulla-terrazza-1900-1024x772.jpg" alt="Wilhelm von Gloeden, Taormina. Giovani sulla terrazza, 1900, stampa all’albumina, 285x375 mm, sul negativo firma e data dell’autore, collezione Grillo, Firenze" class="wp-image-1257759" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/wilhelm-von-gloeden-taormina-giovani-sulla-terrazza-1900-1024x772.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/wilhelm-von-gloeden-taormina-giovani-sulla-terrazza-1900-300x226.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/wilhelm-von-gloeden-taormina-giovani-sulla-terrazza-1900-150x113.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/wilhelm-von-gloeden-taormina-giovani-sulla-terrazza-1900-768x579.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/wilhelm-von-gloeden-taormina-giovani-sulla-terrazza-1900-1536x1158.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/wilhelm-von-gloeden-taormina-giovani-sulla-terrazza-1900-2048x1544.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Wilhelm von Gloeden, Taormina. Giovani sulla terrazza, 1900, stampa all’albumina, 285&#215;375 mm, sul negativo firma e data dell’autore, collezione Grillo, Firenze</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quando passa la fotografia siciliana al modernismo?</strong> <br>Il passaggio avviene probabilmente grazie a fotografi come il palermitano <strong>Eugenio Bronzetti </strong>con la campagna fotografica realizzata nel 1940 per l’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano. Reportage che illustrò un articolo di Carlo Emilio Gadda, pubblicato sulla rivista Le Vie d’Italia<em>,</em> dedicato alla consegna ai contadini dei primi 8 borghi rurali realizzati. Bronzetti ritrae, con un linguaggio formale rigoroso, il passaggio dalle prime abitazioni campestri a quelle funzionali, progettate dagli architetti del regime fascista. Le immagini sono impaginate a vivo e lo sfondo è composto da paesaggi aridi di terre inospitali. L’assalto al latifondo fallì per diverse cause, tra le quali si celava un ritorno alla mezzadria e allo sfruttamento agricolo. In quegli anni, la Sicilia cattura lo sguardo realista di <strong>Carlo Levi</strong> e l’attenzione del periodico<em> </em>Il Politecnico che consegnò – tramite la fotografiamodernista – un meridione non più paludato dal pittorialismo o idealizzato da stereotipate immagini di genere turistico.<br><br><strong>Tra tutte le riviste citate, ce n’è una in particolare che l’ha colpita?</strong> <br>Sicuramente la rivista trimestrale Sicilia edita da Flaccovio per l’Assessorato al turismo e allo spettacolo della Regione siciliana, una delle pubblicazioni del secondo Dopoguerra meno conosciute. Un prodotto editoriale raffinato per contenuti e grafica difficilmente eguagliabile da altri dell’epoca. Nata nel 1953, fu un incredibile laboratorio di arti visive unico nel suo genere. Il pittore e grafico <strong>Bruno Caruso</strong> coinvolse – in qualità di direttoreartistico – i più eccellenti fotografi della cultura visiva siciliana. Caruso soggiornò, tra il 1949 e il 1950, a Parigi e Londra, entrando in contatto con alcune delle maggiori personalità della cultura letteraria e artistica dell’epoca, Picasso, Sartre, Camus, Chagall, Matisse, Cartier-Bresson, Brassaï, coinvolgendoli successivamente nella rivista. Ebbe l’audacia di avvicinare una fotografia di Herbert List scattata alle catacombe del Monastero dei Cappuccini di Palermo con una porzione del quadro simbolista <em>Confessioni palermitane</em> di Fabrizio Clerici. Alla rivista contribuirono molti importanti autori siciliani come Enzo Sellerio, Ferdinando Scianna, Giuseppe Leone e Melo Minnella. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/gaetano-dagata-ritratto-di-ragazza-taorminese-1900-ca-stampa-allalbumina-276x180-mm-collezione-grillo-firenze-1024x1024.jpg" alt="Gaetano D’Agata, Ritratto di ragazza taorminese, 1900 ca., stampa all’albumina, 276x180 mm, collezione Grillo, Firenze" class="wp-image-1257763" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/gaetano-dagata-ritratto-di-ragazza-taorminese-1900-ca-stampa-allalbumina-276x180-mm-collezione-grillo-firenze-1024x1024.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/gaetano-dagata-ritratto-di-ragazza-taorminese-1900-ca-stampa-allalbumina-276x180-mm-collezione-grillo-firenze-300x300.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/gaetano-dagata-ritratto-di-ragazza-taorminese-1900-ca-stampa-allalbumina-276x180-mm-collezione-grillo-firenze-150x150.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/gaetano-dagata-ritratto-di-ragazza-taorminese-1900-ca-stampa-allalbumina-276x180-mm-collezione-grillo-firenze-768x768.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/gaetano-dagata-ritratto-di-ragazza-taorminese-1900-ca-stampa-allalbumina-276x180-mm-collezione-grillo-firenze-1536x1536.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/gaetano-dagata-ritratto-di-ragazza-taorminese-1900-ca-stampa-allalbumina-276x180-mm-collezione-grillo-firenze-2048x2048.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Gaetano D’Agata, Ritratto di ragazza taorminese, 1900 ca., stampa all’albumina, 276&#215;180 mm, collezione Grillo, Firenze</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le riviste del secondo Novecento diffondono da una parte una Sicilia accogliente e turistica, e dall’altra una Sicilia mafiosa, violenta e abbandonata.</strong> <br>La Sicilia di Partinico fotografata da <strong>Enzo Sellerio</strong>, quella denunciata da <strong>Danilo Dolci</strong>, disturba i siciliani. Fotografi come<strong> Calogero Cascio</strong>, che dal dal ’61 al ’70 realizza servizi sulla mafia per editori stranieri, suscitano sdegno. Le fotografie di <strong>Nicola Scafidi </strong>e di <strong>Letizia Battaglia</strong> nel quotidiano palermitano L’Ora sono incompatibili per la loro crudezza con la fotografia turistica. La convivenza non è affatto facile. <br><br><strong>Guardando alle quasi trecento schede biografiche di fotografi raccolte nel libro, se dovesse scommettere su un nome ancora poco conosciuto ma destinato a essere riscoperto, chi indicherebbe?</strong> <br><strong>Adele Gloria</strong> è una delle figure che più mi hanno colpito. Aeropittrice, poetessa e fotografa, è una giovane catanese che vive la stagione siciliana delle avanguardie futuriste come l’occasione per affermare liberamente la propria autonomia creativa al di fuori delle strette convenzioni della società di provincia. Nelle sue <em>Composizioni</em> riprende alcune fotografie di famiglia in cui è ritratta e le destruttura ritagliandole in porzioni geometriche irregolari, frammenti della propria individualità. È una delle figure che secondo me richiamerà maggiore interesse nel prossimo futuro. <br><br><em>Martina Tolaro</em><br><br>        <div>
            <strong>Libri consigliati:</strong><br>        <div class="c-amazon-affiliates" style="margin-top:10px">
                            <a href="https://amzn.eu/d/0dhx2R8W" class="u-space:p-cover u-space:xs u-border:cover u-text:s u-light" target="_blank" rel="noopener noreferrer">
                    ACQUISTA QUI il libro Fotografi siciliani del Novecento                </a>
                    </div>
            <span style="font-size:0.6em">(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)</span>        </div>
        </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2026/09/monica-maffioli-libro/">300 fotografi per raccontare una Sicilia mai vista: un libro ricostruisce un secolo di immagini </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nel quartiere Mirafiori di Torino un rifugio antiaereo ospita l&#8217;arte contemporanea realizzata da anziani e bambini</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/09/francesco-bertele-installazione-rifugio-antiaereo-mirafiori-torino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Muzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[torino]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1257484</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelebambini-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Nei sotterranei della Chiesa della Visitazione di Maria Vergine e San Barnaba, l'artista Francesco Bertelé ha coinvolto anziani e bambini del quartiere per dare forma a una memoria collettiva del quartiere. Le immagini</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/09/francesco-bertele-installazione-rifugio-antiaereo-mirafiori-torino/">Nel quartiere Mirafiori di Torino un rifugio antiaereo ospita l&#8217;arte contemporanea realizzata da anziani e bambini</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelebambini-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p class="wp-block-paragraph">Fondata nel 1617 per iniziativa del duca Vittorio Amedeo I, la <strong>Chiesa della Visitazione di Maria Vergine e San Barnaba</strong> costituisce uno dei nuclei storici dell&#8217;antica borgata di Mirafiori a Torino. Durante la Seconda Guerra Mondiale, nei suoi sotterranei venne costruito il rifugio antiaereo destinato alla popolazione locale, lasciando in eredità uno spazio ricco di stratificazioni storiche e di memoria. È proprio da questa stratificazione che prende avvio <em>Antopia</em>, la nuova opera di <strong>Francesco Bertelé</strong> (Cantù, 1978) realizzata nell&#8217;ambito di <em>“Mirafiori dopo il Mito”</em>, il programma che dal 2019 mette in relazione memoria industriale, paesaggio e comunità.<br>Inaugurata il 17 settembre (e visitabile un sabato al mese per tutto il 2027 <a href="https://mirafioridopoilmito.it/antopia-francesco-bertele/" target="_blank" rel="noopener">su prenotazione</a>), l&#8217;opera trasforma un luogo tradizionalmente associato al silenzio e alla paura in uno spazio di ascolto e di incontro e, in occasione dell&#8217;inaugurazione, il rifugio antiaereo è stato inoltre intitolato ad <strong>Aldo Ratto</strong> (Torino, 1929-2023), abitante di Mirafiori che ha dedicato la propria vita alla conservazione della memoria e della storia del quartiere.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="769" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelerifugio-769x1024.jpeg" alt="Nel quartiere Mirafiori di Torino un rifugio antiaereo ospita l&#039;arte contemporanea realizzata da anziani e bambini" class="wp-image-1257488" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelerifugio-769x1024.jpeg 769w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelerifugio-300x400.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelerifugio-113x150.jpeg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelerifugio-768x1023.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelerifugio-1153x1536.jpeg 1153w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelerifugio.jpeg 1201w" sizes="auto, (max-width: 769px) 100vw, 769px" /><figcaption class="wp-element-caption">Nel quartiere Mirafiori di Torino un rifugio antiaereo ospita l&#8217;arte contemporanea realizzata da anziani e bambini</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;opera “Antopia” di Francesco Bertelé nel rifugio antiaereo di Mirafiori</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il titolo <em>Antopia</em> <strong></strong>richiama, attraverso un gioco ortografico, la <strong>Vanessa Antiopa</strong>, farfalla della famiglia Nymphalidae caratterizzata da un mantello scuro, bordato da colori riflettenti la luce. Alla base del progetto c&#8217;è la frase di Primo Levi <em>“Che il silenzio non sia silenzio”,</em> particolarmente cara ad Aldo Ratto. A partire da questo spunto, Francesco Bertelé ha scritto insieme a <strong>Daniele Warm</strong> una fiaba, sviluppata poi attraverso una collaborazione intergenerazionale che ha coinvolto alcuni anziani del Comitato di Borgata di Mirafiori e alcune classi delle scuole dell&#8217;infanzia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="772" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelebambini-1-1024x772.jpeg" alt="Nel quartiere Mirafiori di Torino un rifugio antiaereo ospita l&#039;arte contemporanea realizzata da anziani e bambini" class="wp-image-1257486" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelebambini-1-1024x772.jpeg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelebambini-1-300x226.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelebambini-1-150x113.jpeg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelebambini-1-768x579.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelebambini-1-1536x1158.jpeg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiabertelebambini-1.jpeg 1594w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Nel quartiere Mirafiori di Torino un rifugio antiaereo ospita l&#8217;arte contemporanea realizzata da anziani e bambini</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Gli anziani hanno condiviso ricordi, testimonianze e storie legate a Mirafiori Sud, successivamente raccolti e reinterpretati dai bambini attraverso il disegno. Le loro immagini sono state quindi trasformate in interventi sulle pareti del rifugio utilizzando pitture fotoluminescenti. Nel buio, visibili da specifici punti di osservazione, i disegni si accendono e trasformano il rifugio in un ambiente immersivo e immaginifico. L&#8217;esperienza è accompagnata da una componente sonora realizzata sulla base musicale composta da <strong>Gustaf Turmak</strong>, che intreccia il racconto di <em>Antopia</em> con le voci degli anziani e altre voci di repertorio e artificiali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Arte memoria e nuove forme di accessibilità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Unendo ricerca artistica, tecnologia e documentazione storica, <em>Antopia</em> restituisce nuova vita al rifugio antiaereo. Oltre all&#8217;opera, infatti, il <strong>Politecnico di Torino</strong> ha realizzato il rilevamento digitale del rifugio con l&#8217;obiettivo di documentarne la configurazione spaziale e sviluppare un <strong>virtual tour</strong>. Lo strumento permette così di conoscere e visitare virtualmente il luogo anche a chi ha difficoltà motorie o fatica a fruire di spazi chiusi, oltre a rendere il patrimonio accessibile anche nei periodi in cui il rifugio non è aperto al pubblico.<br>Parallelamente, la collaborazione con <strong>ASTEC (</strong>ente che conserva documenti e testimonianze legati alla memoria dei rifugi antiaerei), contribuisce a garantire una ricostruzione storica accurata del luogo e del suo contesto. L&#8217;ente partecipa inoltre alla formazione delle guide volontarie che accompagnano il pubblico durante le visite (su prenotazione).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Arte contemporanea, memoria storica, documentazione digitale e partecipazione della comunità convergono così in un progetto che restituisce il rifugio non soltanto come spazio fisico, ma come patrimonio condiviso e nuovamente accessibile. “Antopia” propone una nuova modalità per raccontare Mirafiori, mettendo in relazione la memoria del quartiere con il futuro, l&#8217;immaginazione e il dialogo tra generazioni.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="576" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiaberteleoperafoto-di-lea-laram-576x1024.jpg" alt="Nel quartiere Mirafiori di Torino un rifugio antiaereo ospita l&#039;arte contemporanea realizzata da anziani e bambini" class="wp-image-1257491" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiaberteleoperafoto-di-lea-laram-576x1024.jpg 576w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiaberteleoperafoto-di-lea-laram-300x533.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiaberteleoperafoto-di-lea-laram-84x150.jpg 84w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiaberteleoperafoto-di-lea-laram-768x1365.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiaberteleoperafoto-di-lea-laram-864x1536.jpg 864w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/09/antopiaberteleoperafoto-di-lea-laram.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 576px) 100vw, 576px" /><figcaption class="wp-element-caption">Nel quartiere Mirafiori di Torino un rifugio antiaereo ospita l&#8217;arte contemporanea realizzata da anziani e bambini</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Dal silenzio a una favola intergenerazionale</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Dal silenzio del sottosuolo, dalla prima parola, impercettibile nel buio come lo svolazzo della Vanessa Antiopa, farfalla nota per il suo mantello cupo, orlato da brillanti colori riflettenti la luce, Bertelé scrive una favola”,</em> scrive nel testo critico di accompagnamento al progetto la curatrice <strong>Orietta Brombin</strong>. “<em>Ed è questa una favola intergenerazionale, alimentata dalle voci degli anziani e descritta dai disegni dei bambini, entrambi testimoni e discendenti delle vicende del borgo. Memoria, parola, immaginazione, forma, sono gli ingredienti di un processo che vuole ribaltare ogni fattore, anche il più doloroso e incomprensibile o frutto degli incidenti di percorso di una specie smemorata: allora come oggi”.</em><br><br><em>Valentina Muzi</em><br><br><em>Antopia – Francesco Bertelé<br>Rifugio antiaereo della Chiesa della Visitazione di Maria Vergine e San Barnaba</em> <em><br>Quartiere Mirafiori</em> <em><br>Visitabile sabato 26 settembre nell’ambito del Festival del Paesaggio Fluviale</em> <em><br>dalle ore 12:30 e alle 13:15 (scrivendo a</em> <a href="mailto:prenotazioni@fondazionemirafiori.it"><em>prenotazioni@fondazionemirafiori.it</em></a><em>)</em><br><a href="https://mirafioridopoilmito.it/antopia-francesco-bertele/" target="_blank" rel="noopener"><em>Scopri di più</em></a></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/09/francesco-bertele-installazione-rifugio-antiaereo-mirafiori-torino/">Nel quartiere Mirafiori di Torino un rifugio antiaereo ospita l&#8217;arte contemporanea realizzata da anziani e bambini</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
