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	<description>Dal 2011 Arte Eccetera Eccetera</description>
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		<title>Intervista a Marco Montemaggi, pioniere in Italia dei musei d’impresa</title>
		<link>https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2026/06/intervista-marco-montemaggi-pioniere-italia-musei-impresa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristiana Colli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Who's Who]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[musei d'impresa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/screenshot-2026-06-08-090244.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Tra i primi a parlare di heritage marketing e company lands nel nostro Paese, Montemaggi ci racconta la sua esperienza e i suoi ultimi progetti, con un focus sul Museo Zordan e il progetto “Timelines” di Tecnica prefigurano un salto di specie, un nuovo paradigma</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2026/06/intervista-marco-montemaggi-pioniere-italia-musei-impresa/">Intervista a Marco Montemaggi, pioniere in Italia dei musei d’impresa</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/screenshot-2026-06-08-090244.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>Frequenta gli immaginari incarnati negli oggetti della manifattura e nei servizi del business b2b; conosce l’antropologia dei capitali coraggiosi che abitano i distretti industriali del made in Italy; ha visto arrivare le filiere e ha imparato che le storie del valore poggiano sempre su un sistema di valori. <a href="https://www.artribune.com/curatore-critico-arte/marco-montemaggi/"><strong>Marco Montemaggi</strong></a> è un <strong>pioniere</strong>, tra i primi in Italia a parlare di <strong>musei d’impresa</strong>, heritage marketing, company lands. Ogni suo progetto è un incrocio di talenti, intuizioni, comunità &#8211; tra l’unicum e l’ecosistema. Il <a href="https://www.artribune.com/arti-visive/2023/07/museo-zordan-museo-impresa/"><strong>Museo Zordan</strong></a> e il progetto<em>Timelines </em>di Tecnica prefigurano un salto di specie, un nuovo paradigma. Il primo è un <strong>innovativo museo d&#8217;impresa</strong> a Valdagno, in provincia di Vicenza, all&#8217;interno della sede dell&#8217;omonima azienda specializzata nella realizzazione di spazi commerciali per i brand del lusso più che presentare delle opere si propone come <strong>spazio esperienziale focalizzato su processi aziendali e sostenibilità;</strong> mentre, il progetto <em>Timelines </em>è la prima sessione del percorso, non tanto una linea del tempo aziendale, ma un intreccio tra la storia dell&#8217;impresa e quella del territorio, che mostra come i valori della Zordan si colleghino e si sviluppino in parallelo agli eventi storici locali e globali.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/timelines-archivio-storico-tecnica-group-1024x768.jpeg" alt="Timelines, Archivio Storico Tecnica Group" class="wp-image-1238539" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/timelines-archivio-storico-tecnica-group-1024x768.jpeg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/timelines-archivio-storico-tecnica-group-300x225.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/timelines-archivio-storico-tecnica-group-150x113.jpeg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/timelines-archivio-storico-tecnica-group-768x576.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/timelines-archivio-storico-tecnica-group.jpeg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Timelines, Archivio Storico Tecnica Group</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Intervista a Marco Montemaggi il pioniere dei musei d’impresa<em></em></strong></h2>



<p><strong>Il valore della cultura industriale e l’iconografia della fabbrica sono entrati nell’immaginario culturale. Una bella novità&#8230;</strong><br>Il valore della cultura d’impresa oggi è conclamato per moltissime aziende, in Italia e nel mondo, ma questa sensibilità è iniziata già nel secolo scorso – un nome su tutti, <strong>Adriano Olivetti</strong>. Penso che questo tipo di cultura, a lungo considerata funzione e strumento corporate di brand identity, si è affiancata a obiettivi e significati più ampi in ambito territoriale, sociale e istituzionale. È nato così, ad esempio, il turismo industriale, una mappa ulteriore per leggere i territori.</p>



<p><strong>Riconoscere che la cultura d’impresa è un capitale cognitivo tout court, umanistico e politecnico insieme, un ambiente del problem solving, è una conquista recente?</strong><br>La <strong>cultura industriale</strong> ha un significato simbolico più ampio della singola azienda, lì coabitano il particolare e l’area territoriale, la <strong>visione</strong> col sistema produttivo e socio-economico. In uno dei miei ultimi libri parlo di “Company Lands”, cioè di territori che diventano espressioni di una tradizione “del fare”. Questo coté culturale è importante perché rappresenta un tipo di cultura identitaria che traccia, con i confini geografici di una comunità le <strong>espansioni simboliche e relazionali</strong>. Network come Motor Valley in Emilia Romagna, il Paesaggio dell’Eccellenza nelle Marche o il Distretto dello Sportsystem in Veneto praticano questo interscambio, con visione sistemica e organica.</p>



<p><strong>I network di Musei e Archivi aziendali ormai sono molto estesi. Come intercettano il futuro?</strong><br>Fondazioni, Archivi e Musei d’impresa sono network importanti, fra tutti ricordo <strong>l’Associazione Nazionale Museimpresa</strong> &#8211; una delle più grandi e dinamiche in Europa. Agiscono di solito in direzioni complementari: verso i territori e le Istituzioni attivano consapevolezza e valorizzazione su un Patrimonio culturale importante per l’Italia, e fra gli iscritti favoriscono lo scambio e la conoscenza di saperi e metodologie. È un dialogo che può svilupparsi con esperienze simili al di fuori dei confini nazionali, in fondo è una forma di diplomazia nuova a base culturale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="682" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/museo-zordan-archivio-storico-zordan-1024x682.jpeg" alt="Museo Zordan, Archivio storico Zordan" class="wp-image-1238540" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/museo-zordan-archivio-storico-zordan-1024x682.jpeg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/museo-zordan-archivio-storico-zordan-300x200.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/museo-zordan-archivio-storico-zordan-150x100.jpeg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/museo-zordan-archivio-storico-zordan-768x512.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/museo-zordan-archivio-storico-zordan.jpeg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Museo Zordan, Archivio storico Zordan</figcaption></figure>



<p><strong>La tua esperienza è legata alla centralità della cultura d’impresa come asset strategico. Quali sono le tappe più significative, le sperimentazioni, i prototipi progettuali?</strong><br>L’inizio del mio lavoro risale a circa trent’anni fa. Il primo incarico fu in Ducati per la costituzione del Museo aziendale, un passaggio significativo sul piano professionale e umano. Poi sono arrivate collaborazioni nel campo della valorizzazione dell’Heritage con brand iconici del made in Italy – come Borsalino, Riva Yacht, Diesel, Montegrappa, Misano World Circuit &#8211; esperienze e confronti con storie, dimensioni e settori merceologici differenti che hanno strutturato un approccio metodologico solido e trasversale. Oggi collaboro con Tecnica Group, un gruppo leader mondiale nel campo della calzatura outdoor e dell’attrezzatura da sci, con un percepito e una storia lunga, complessa, immensa. Abbiamo costituito l’Heritage Department e stiamo sviluppando una strategia di valorizzazione complessiva &#8211; holding e galassia dei marchi di proprietà – e un’infrastruttura di relazioni che dialoga con istituzioni, musei, università. Il progetto “Timelines”, ad esempio, è una storia per immagini e narrazioni puntuali su grandi superfici in tutti i siti produttivi del Gruppo in Europa, per un dialogo diretto con tutte le communities professionali. Un <strong>lavoro sul prodotto il processo e l’appartenenza</strong>, l’identità e la relazione, a partire dalla memoria viva che si rigenera. La modalità che stiamo sperimentando dimostra che il patrimonio storico è un valore di conoscenza e consapevolezza, uno strumento di comunicazione d’impresa verso l’esterno &#8211; clienti, appassionati, stakeholder, media &#8211; e verso l’interno per chi lavora, anche se lontano dall’Headquarter.</p>



<p><strong>Il Museo Zordan, il tuo ultimo spazio museale realizzato, è un luogo dinamico e in evoluzione, temporaneo e permanente insieme?</strong><br>Una sfida a partire dal modello di <strong>business b2b</strong> &#8211; l’azienda produce spazi retail per marchi del lusso e non si rivolge quindi al consumatore finale. Questa diversità e la mancanza di un prodotto/oggetto mi hanno portato a un <strong>concept completamente nuovo</strong>, con una strategia espositiva basata sui valori, i processi, le relazioni a geometria variabile &#8211; dal territorio al mondo. E a considerazioni sull’idea di tempo, con un’area temporary di committenza a cadenza biennale. È un cambio di paradigma per un museo d’impresa, un’esperienza “idealtipica” considerato che aziende con queste caratteristiche sono migliaia in Italia. Del resto i format e le tendenze più interessanti guardano sia alle <strong>ibridazioni e ai linguaggi interpretativi</strong> &#8211; il gaming, l’uso della tecnologia che permette interazioni molteplici con i visitatori &#8211; sia alla reputazione e alla responsabilità sociale. Una postura da soggetti economici e culturali attivi che ridisegna le mappe dei “distretti di cultura industriale” in chiave contemporanea.</p>



<p><strong>Da tanti anni rifletti sullo spazio museale: qual è oggi la sua funzione principale?</strong><br>I Musei vivono di tempi lunghi, come gli alberi. Raccontano, educano, coinvolgono, emozionano. In sostanza rendono le persone migliori e quindi rendono migliore il mondo.<br><br><em>Cristiana Colli</em></p>



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		<title>Jafar Panahi condannato a un anno. La scure del regime sul maestro del cinema iraniano</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-performative/cinema/2026/06/regista-iraniano-jafar-panahi-condannato-carcere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Margherita Bordino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema & TV]]></category>
		<category><![CDATA[Jafar panahi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/jafar-panahi-al-festival-di-cannes-2025-foto-kacy-bao-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Il Tribunale di Teheran ha respinto il ricorso del regista, fresco vincitore della Palma d’Oro a Cannes 2025, confermando la pena detentiva e il divieto di espatrio. Ritratto di un cineasta che, con i suoi film più recenti, ha trasformato la censura in un'inarrestabile forma di resistenza artistica</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/cinema/2026/06/regista-iraniano-jafar-panahi-condannato-carcere/">Jafar Panahi condannato a un anno. La scure del regime sul maestro del cinema iraniano</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/jafar-panahi-al-festival-di-cannes-2025-foto-kacy-bao-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>La Sezione 26 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran ha confermato<strong> la condanna a un anno di reclusione per il famoso regista iraniano <a href="https://www.artribune.com/tag/jafar-panahi/">Jafar Panahi</a>,</strong> respingendo il ricorso contro la sentenza emessa in contumacia lo scorso dicembre. Oltre alla pena detentiva, il provvedimento prevede il divieto di espatrio e l’interdizione per due anni da partiti, gruppi e associazioni politiche e sociali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Accusato di propaganda contro la Repubblica Islamica</h2>



<p>Panahi, tra i massimi esponenti del cinema contemporaneo iraniano, nel 2025 ha vinto la <strong><a href="https://www.artribune.com/arti-performative/cinema/2025/05/cannes-78-palma-oro-jafar-panahi/">Palma d’Oro al Festival di Cannes</a> con il suo ultimo film, <em>Un semplice incidente</em></strong>. Le accuse a suo carico includono la diffusione di propaganda contro la Repubblica Islamica, il sostegno a dissidenti e prigionieri politici, la realizzazione di un film considerato clandestino e l&#8217;appoggio al movimento di protesta &#8220;Donna, Vita, Libertà&#8221;, nato in seguito alla morte di Mahsa Amini. A firmare la condanna è stato il giudice Iman Afshari, già sanzionato dall’Unione Europea per i suoi provvedimenti contro gli oppositori del regime. La sentenza resta appellabile entro venti giorni dalla notifica.</p>



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<h2 class="wp-block-heading">Panahi e un cinema impegnato, sociale e umanista</h2>



<p>Il cinema di Jafar Panahi è da sempre caratterizzato da uno sguardo umanista e <strong>profondamente radicato nella complessa realtà sociale iraniana.</strong> Erede della tradizione “neorealista” del suo Paese, il regista usa la macchina da presa per raccontare la vita quotidiana e le contraddizioni del sistema, <strong>dando voce a chi si trova ai margini, non dimenticando la condizione femminile e l&#8217;infanzia</strong>. Le sue opere sono sapientemente costruite. Oscillano sul confine tra documentario e finzione, impiegando spesso attori non professionisti e scenari autentici per restituire un ritratto lucido e poetico della società contemporanea.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un regista che da decenni convive con limitazioni alla propria libertà creativa</h2>



<p>Costretto da decenni a convivere con pesanti limitazioni alla propria libertà creativa, Panahi <strong>ha saputo trasformare l&#8217;ostacolo della censura nel vero motore della sua arte</strong>. Impossibilitato a lavorare su set tradizionali, ha reinventato il proprio linguaggio visivo realizzando pellicole clandestine ambientate all&#8217;interno di un taxi, tra le mura domestiche o in villaggi isolati. Questa forma di &#8220;cinema di resistenza&#8221;, in cui il regista stesso appare spesso in scena sfidando le convenzioni narrative, non solo ribadisce la forza dell&#8217;arte contro l&#8217;oppressione, ma testimonia il suo inesauribile bisogno di dialogare con il mondo.</p>



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<h2 class="wp-block-heading">Il cinema di Panahi come resilienza</h2>



<p>Questa <strong>ostinata necessità di raccontare</strong> si ritrova impressa nelle sue pellicole, che delineano <strong>un percorso di pura resilienza artistica</strong>. In <em>Taxi a Teheran</em> (2015), il regista si fa autista per raccogliere le confessioni e le micro-storie dei passeggeri, trasformando l&#8217;abitacolo dell&#8217;auto in un palcoscenico mobile per le tensioni del Paese. Un approccio meta-cinematografico che si fa ancora più cupo e complesso ne <em>Gli orsi non esistono</em> (2022), dove lo stesso Panahi dirige a distanza un set oltre il confine turco, riflettendo sulle conseguenze invisibili del potere, della paura e delle superstizioni. Infine, con il recente trionfo a Cannes nel 2025 di <em>Un semplice incidente</em>,<strong> il cineasta ha dimostrato ancora una volta come l&#8217;ingegno e la profondità etica possano superare qualsiasi sbarramento</strong>, firmando un&#8217;opera che eleva il dramma quotidiano a un livello universale.<br><br><em>Margherita Bordino</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/cinema/2026/06/regista-iraniano-jafar-panahi-condannato-carcere/">Jafar Panahi condannato a un anno. La scure del regime sul maestro del cinema iraniano</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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			<media:title type="plain">Il grande regista iraniano Jafar Panahi è stato condannato al carcere</media:title>
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		<item>
		<title>L&#8217;artista-poeta che pubblica un libro con i suoi versi (e sceglie di farlo su Amazon)</title>
		<link>https://www.artribune.com/editoria/2026/06/libro-poesie-reverie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Villa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2021/06/Reverie-Sogno-3.-La-camera-degli-specchi.-Triennale-Milano-Teatro-13-giugno-2021.-Photo-L.-Mugri-_1.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Dopo aver pubblicato nel 2020 il diario Librosogni con Skira, l’artista visiva e performer Reverie torna al libro, ma con una raccolta di poesie e sceglie di pubblicarla con Amazon. Mentre prepara una personale a Milano e una performance di stand up. Ci racconta tutto in questa intervista </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/editoria/2026/06/libro-poesie-reverie/">L&#8217;artista-poeta che pubblica un libro con i suoi versi (e sceglie di farlo su Amazon)</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2021/06/Reverie-Sogno-3.-La-camera-degli-specchi.-Triennale-Milano-Teatro-13-giugno-2021.-Photo-L.-Mugri-_1.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>Reverie è un’artista visiva conosciuta anche per la pratica della performance. Classe<strong> </strong>1994, nata a Vinci, crea lì le sue opere mentre abita stabilmente nella sua casa studio<strong> </strong>di Milano. <br>Scrive di sé: <em>Ha sposato Arte il 6 luglio 2016 e vivono insieme in un matrimonio aperto.</em><strong> </strong><em>Lavora per cicli tematici: “Sacramenti atei”, “Sogno” e l’attuale è “Il rito</em><strong> </strong><em>quotidiano”. </em>Nella sua produzione non ha limiti espressivi: realizza sculture con<strong> </strong>qualsiasi oggetto e corpo (anche di animali vivi come la stella marina o deceduti<strong> </strong>come la placenta di agnellina o il teschio di una puledra): dalla parola ossessiva e<strong> </strong>costante all’istallazione, dalla fotografia al video, dall’abito alla malattia. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La pratica artistica di Reverie</strong> </h2>



<p>La sua arte è radicale, disturbante e collettiva. Lei stessa sostiene che l’arte visiva è<strong> </strong>l’unica arte che si possa chiamare tale, che l’arte non deve curare e che non esiste<strong> </strong>l’arte-terapia; che esorcizza le esistenze di tutti attraverso la propria e solo così le sue<strong> </strong>opere possono essere lette da tutti attraverso le più personali visioni e concorrere così<strong> </strong>a rappresentare l’universale.<strong> </strong>Dopo nove anni bui Reverie racconta la sua nuova nascita nel mondo: sporca, sbagliata, fragile, viva. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="819" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-2-819x1024.jpeg" alt="Courtesy Reverie" class="wp-image-1238629" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-2-819x1024.jpeg 819w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-2-300x375.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-2-120x150.jpeg 120w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-2-768x961.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-2.jpeg 960w" sizes="auto, (max-width: 819px) 100vw, 819px" /><figcaption class="wp-element-caption">Courtesy Reverie </figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">La poesia e il nuovo libro di Reverie </h2>



<p>L’artista ha ripreso a scrivere dopo un lungo blocco durante il secondo ricovero in psichiatria. Nasce da qui il nuovo libro <em>Poesia Malata</em>, in pubblicazione e distribuzione su Amazon. I testi di questo volume partono dal momento in cui si è rialzata davvero. Le abbiamo chiesto di raccontare questo progetto che si intreccia profondamente con la sua pratica artistica. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="842" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/reverie-842x1024.jpeg" alt="Reverie" class="wp-image-1238617" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/reverie-842x1024.jpeg 842w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/reverie-300x365.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/reverie-123x150.jpeg 123w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/reverie-768x934.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/reverie-1264x1536.jpeg 1264w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/reverie.jpeg 1378w" sizes="auto, (max-width: 842px) 100vw, 842px" /><figcaption class="wp-element-caption">Reverie</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Intervista a Reverie </h2>



<p><strong>Reverie, il tuo Poesia Malata, in questa rubrica dedicata alla poesia italiana contemporanea, rappresenta una bella sorta di stranezza. Questo perché la tua opera non si limiterà alla raccoltacartacea ma farà parte di un progetto più ampio legato a una mostra personale e una performance. Ci racconti di cosa si tratta?</strong> <br>Ho ripreso a scrivere poesie durante il mio secondo ricovero in psichiatria, ma “Poesia malata” comprende i testi a partire da giugno 2025 quando sono tornata a Milano e ho ripreso in mano la mia vita perché erostanca di stare male e di sopravvivere e basta. L’intero corpus di lavori, opere e parole che da adesso, maggio, fino a settembre porterò alla luce parte da qui, da questo volume. Mi sono ritagliata i mesi estivi per elaborare poi non solo una mostra, “Amare non mi sazia” (che inaugura il 17 settembre 2026 presso C+N Gallery CANEPANERI a Milano accompagnata dal testo critico di Milovan Farronato), ma anche unaperformance, “<em>Mangiata viva</em>” (il 15 settembre 2026 presso <a href="https://link.dice.fm/bdkJUPNzH3b?sharer_id=6836f3796d077a0001931e7e" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Salone 14 Yellowsquare a Milano</a>) che trattassero le stesse tematiche di fame, amore e salute mentale ma in modo diverso e con media diversi. <br><br><strong>Ovvero?</strong> <br>Nelle poesie sono cinica, disillusa, una neo-diciottenne che scopre il sesso e il mondo nella sua interezza dopo dieci anni di castità a seguito di due abusi sessuali, cinque anni di bullismo e altri traumi anche sociali, cercando se stessa ma perdendo l’innocenza e il suo essere sognatrice per definizione (il mio nome è anagrafico, non d’arte) nella brutalità delle dinamiche che si trova a subire. <br>Nella mostra racconto senza filtri questa educazione affettiva e fisica, gli abusi subiti, il rapporto con la morte e col tempo, il mio corpo, l’illusione degli uomini che pensano di dominarti e usarti; invece sei tu a creare, con la loro saliva, opere e illusioni. <br><br><strong>E nella performance?</strong> <br>Userò la stand up, che studio da settembre e con cui ultimamente faccio diversi open mic che mi hanno fatto scoprire, inaspettatamente, quanto ami questo linguaggio, per veicolare gli stessi messaggi: mi sputtanerò dandomi in pasto al pubblico, parliamoci chiaro, raccontando i miei date più rovinosi, il <em>love bombing</em>, i tentativi malandati di trovare escamotage per cancellare la mia dipendenza da cibo, che non mi lascerà mai, la risalita, le cadute, i giudizi… ma facendo assolutamente ridere. <br>In generale ciò che lega questa triade di progetti sarà la schiettezza e la cristallinità: sarò oscena e scomoda, estrema e sbagliata, e mi metterò alla pubblica gogna. <br>Mi piace pensarmi come un “Incendiario” di Palazzeschi nel 2026 nel centro di Milano: voglio che bruciamo tutti insieme, anche se io sono e resterò in gabbia. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="819" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-5-819x1024.jpeg" alt="Courtesy Reverie" class="wp-image-1238632" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-5-819x1024.jpeg 819w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-5-300x375.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-5-120x150.jpeg 120w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-5-768x961.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-5.jpeg 960w" sizes="auto, (max-width: 819px) 100vw, 819px" /><figcaption class="wp-element-caption">Courtesy Reverie </figcaption></figure>



<p><strong>Hai scelto di pubblicare la tua raccolta tramite Amazon senza passare dal sistema delle case editrici. Perché?</strong> <br>Non sono nuova nella pubblicazione di libri. Prima del Covid uscii con <em>librosogni</em> insieme a Skira Editore. Per <em>Poesia Malata</em> non nego essermi mossa nello stesso senso inizialmente e di aver attirato l’attenzione di importanti case editrici. Era una sfida data la schiettezza della raccolta e sinceramente sono stata subito stupita dell’apprezzamento e di trovare persone che credessero nel progetto. C’erano anche diversi nomi del mondo dell’arte interessati a scrivere il testo critico di apertura. Ma poi ho capito che a differenza del libro precedente o del mio primo libro d’artista, <em>Sacramenti Atei</em>, desideravo che questo fosse composto solo di parole che arrivassero direttamente e il più velocemente possibile al pubblico: una dose dritta in vena e senza possibilità di distrazione. <br><br><strong>Spiegaci meglio</strong>.<br>Ho scelto quindi questa formula pop e il libro verrà presentato con un reading nella galleria che segue il mio lavoro, e in contemporanea con una diretta YouTube sul mio canale, Reverie in Arte. Ho voluto che nonavesse editore, non avesse testo critico introduttivo e che non avesse copertina. Infatti, come prima cosa chiedo a chi acquisterà il volume di strappare la copertina che considero provvisoria: è un obbligo, non semplicemente una volontà dell’autrice, solo così <em>Poesia Malata</em> potrà dirsi pronto per essere letto. Nel caso poi ci dovessimo incontrare, potrò fare una dedica speciale a chi mi porterà il libro acquistato e con strappo iniziale. <br><br><strong>Che cosa è <em>Poesia Malata</em>?</strong> <br>È il diario di una persona malata che decide per la prima volta di vivere davvero e non più soltanto di sopravvivere. È il racconto di uno studio antropologico attraverso le dating app e i rapporti umani, usando gliuomini al posto delle sigarette, mentre loro vogliono soltanto l’esperienza di incontrare un animale esotico nella gabbia di un circo per poi lasciarlo lì e andarsene in silenzio. <br>Racconta un tentativo di rinascita, non ancora totalmente riuscito, e la scoperta di un amore che avevo conosciuto soltanto nella sua forma non consensuale. Ma credo possa dare anche speranza: che una persona, pur vivendo realmente all’inferno (e non lo dico in senso attraente o poetico), possa trovare il proprio equilibrio e almeno qualche attimo di purgatorio. <br><br><strong>Perché?</strong> <br>Perché il paradiso è noioso e non interessante e perché io amo il fatto di essere speciale come uno scarto sociale. Vado nell’umido, accanto agli avanzi della cena della sera prima e ai fazzoletti usati. Ma io qui ci stobene e soprattutto sono consapevole della mia esistenza fisica e mentale. D’altronde dal letame nascono le rose dalle spine più vere. Se in “librosogni” scrivevo che il mio corpo è il mio muro e in generale ho sempre ritenuto e riterrò sempre lo stomaco il primo cervello, adesso sento che l’organo principale è la pelle: assorbo tutto, cambio colore, ma io non cambio mai. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="811" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-811x1024.jpeg" alt="Courtesy Reverie" class="wp-image-1238634" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-811x1024.jpeg 811w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-300x379.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-119x150.jpeg 119w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-768x970.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie.jpeg 961w" sizes="auto, (max-width: 811px) 100vw, 811px" /><figcaption class="wp-element-caption">Courtesy Reverie </figcaption></figure>



<p><strong>David Foster Wallace diceva che la letteratura gli serviva per sentirsi meno solo. È così anche per te? Che legame senti con chi ti legge e cosa senti di provare per lei o lui?</strong> <br>Il grande motivo che muove la mia arte è indagare ed esorcizzare le vite di tutti e lo faccio concretamente attraverso la mia. Per me significa condividere tempo, l’unica cosa che realmente possediamo perchéneanche il nostro corpo ci appartiene. Potrei vivere serena e imperturbabile, “nascosta” come avrebbe voluto Epicuro, anche perché tutto ciò che ho attraversato e che vivo l’ho metabolizzato da tempo. L’arte è sociale e politica, non esiste l’arte-terapia e infatti non la concepisco. <br>Metto la mia vita in vetrina e a disposizione perché possa far respirare tutti: siamo tutti sulla stessa barca nell’oceano, siamo insieme malgrado le nostre solitudini e malgrado ciascuno si salvi da solo. Ciò che mi muove quando scrivo poesie o creo opere è arrivare al momento ultimo: quello della fruizione. Non amo spiegare i miei lavori, ritengo che ciascuno col proprio bagaglio possa percepire ciò che queste opere gli comunicano. <br><br><strong>Qual è la tua relazione con il lettore?</strong> <br>Provo nei suoi confronti un grande legame, un filo rosso invisibile e indistruttibile. Ma la poesia non mi aiuta a sentirmi meno sola. Anzi. Ogni volta che rileggo i miei scritti, che ho volutamente buttato giù di getto in pochi secondi senza una grammatica corretta e con alcuni neologismi o onomatopee, a volte provo dispiacere, pena o stima per il mio coraggio e la mia incoscienza. <em>Poesia Malata</em> sono io negli ultimi dodici mesi in cui mi sono veramente buttata a vivere nel mondo senza paracadute per ritrovarmi. Dopo la malattia mi sono ritrovata a rinascere nel fango, scoprire me stessa, difendermi dalla malattia mentale e dalla dipendenza, provare finalmente piacere e incontrare l’altro. Mi piace pensare che questa raccolta porti alla luce ciò che ciascuno di noi vive ma non vuole dire a se stesso: non deve esserci vergogna, non devono esserci tabù con noi stessi e soprattutto non deve esserci giudizio. <br><br><strong>Cosa intendi nello specifico?</strong> <br>Per il mio aspetto fisico ho subito giudizi costanti da parte di vecchie amicizie e nuovi amanti e ritengo che nessuno dovrebbe vivere una situazione simile: non accetto specchi non richiesti, fanno più male dellospecchio in bagno ogni mattina, che per mesi comunque ho tenuto coperto. <br>Di recente ho ripreso il mio “diario di specchi” e ho imparato a mandare a fanculo chiunque abbia da dare un’opinione non richiesta: è necessaria una certa dose di intelligenza emotiva, ma nel mondo di oggiscarseggia terribilmente. E appunto ciascuno si salva e si vive da solo, l’ho già detto e lo ribadisco. Io so chi sono e come sono fatta e a chi legge i libri dalla copertina posso solo dire di imparare a strapparla e a volte anche a cucirsi la bocca, o a ingoiare, dipende dalle circostanze… </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="819" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-4-819x1024.jpeg" alt="Courtesy Reverie" class="wp-image-1238631" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-4-819x1024.jpeg 819w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-4-300x375.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-4-120x150.jpeg 120w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-4-768x961.jpeg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/courtesy-reverie-4.jpeg 960w" sizes="auto, (max-width: 819px) 100vw, 819px" /><figcaption class="wp-element-caption">Courtesy Reverie </figcaption></figure>



<p><strong>A chi scrive si tende, talvolta, a chiedere quanto di vero e autobiografico ci sia nell&#8217;artificio del testo &#8211; che sia poesia o prosa. A me, invece, verrebbe da farti esattamente la domanda opposta: in &#8220;Poesia Malata&#8221; c&#8217;è qualcosa di te che hai lasciato non detto?</strong> <br>Assolutamente niente. Nella vita, nella virtualità, nelle opere, nella poesia non riesco a non essere cristallina. Mi sono cresciuta imponendomi di essere sempre e solo me stessa e con lo stesso approccio mi sono spogliata in questi mesi intensi e in “Poesia malata”. <br>Potete leggere del mio odio per i medici che trattano i pazienti nei ricoveri in psichiatria come deportati in campi di concentramento; del mio percorso con la terapia che nel mio caso è stata un flop; deglipsicofarmaci che ho smesso di prendere da sola; del tempo di cui mi sono riappropriata; della conservatorship alla <strong>Britney Spears</strong> in cui mi trovo e che mi pone in una prigione dorata in cui non decido niente e in cui dipendo da altri per tutto; della scoperta del sesso dopo due violenze subite a 15 e 21 anni; dello studio sociologico tramite le dating app e attraverso gli uomini che incontravo; dei giudizi subiti sul mio corpo e aspetto che, dopo anni di depressione e dipendenza da cibo, si erano trasformati; del mio tornare a riconoscermi; delle mie vittorie e delle mie ricadute; della mia solitudine; del lavorare, dell’innamorarmi e poiilludermi; del ghosting continuo ricevuto; della fame costante che non mi abbandona, perché sono come una cocainomane sempre in cerca di una dose e non sarò mai sazia soprattutto dopo l’ennesima abbuffata; del piacere nel farmi male; del non piacere nello scopare (perché appunto “amare non mi sazia”); dei graffiti illegali di notte; dei furti dalla spazzatura; del tentativo di fumare per cancellare l’altra dipendenza; deitentativi di suicidio prima col cibo o pensando all’impiccagione… <br><br><strong>Cosa vorresti che arrivasse?</strong> <br>Un riflesso chiaro di me: non sono la gentile donzella stile Beatrice dantesca che molti pensano non conoscendomi, non lo sono mai stata. Io sono strega, una creatura aliena, una santa sbagliata, come tutti. E non ho paura di dirlo ad alta voce. <br>Con la mostra e col libro faccio male, lo riconosco, ma con la performance <em>Mangiata viva</em> farò ridere, lo prometto. <br><br><strong>In una parola, cos&#8217;è la poesia per te? Ha più a che fare con la gioia o con il dolore?</strong> <br>La poesia è un tramite. <br>Ho sempre scritto, non solo poesia, e credevo che la scrittura sarebbe stata il mio lavoro. Poi ho trovato Arte, ci siamo sposate nel 2016 e il mio percorso è stato diverso e sì, ritengo di non poter far altro se non quello che faccio, e continuerò a lottare per questo. <br>Così attualmente uso la poesia come forma di espressione. Nel libro precedente avevo scelto la raccolta di sogni per raggiungere questo obiettivo. Nelle opere di adesso uso parti del corpo e anatomie. A volte si è trattato di un paracadute della Seconda guerra mondiale (come figura del mio “Icaro contemporaneo”), altre può essere la parola “antifame” scritta con gli strass su un perizoma e condivisa con una polaroid che inquadra il mio culo a veicolare un messaggio. La poesia ha a che fare con qualsiasi emozione. È universale e assoluta. Dovremmo cibarcene tutti. <br><br><em>Perché adesso che mi sento bene</em> <br><em>È una condanna più atroce</em> <br><em>Mi manca essere hummus</em> <br><em>Umida e bagnata</em> <br><em>Dalle lacrime</em> <br><em>Invece adesso è il sudore</em> <br><em>Che mi lubrifica il mediastino</em> <br><em>Dove stava il cuore</em> <br><em>Che non ho più</em> <br><em>Perché l’ho buttato</em> <br><em>In un sacchetto dell’umido</em> <br><em>E non l’ho mai recuperato</em> <br><br><em>Maria Oppo</em> </p>


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<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/editoria/2026/06/libro-poesie-reverie/">L&#8217;artista-poeta che pubblica un libro con i suoi versi (e sceglie di farlo su Amazon)</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Riparte l’Estate Teatrale Veronese. &#8220;Il teatro ha perso la capacità di essere popolare” dice nell’intervista il direttore Fabrizio Arcuri</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-performative/2026/06/intervista-direttore-estate-teatrale-veronese-2026-fabrizio-arcuri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessia de Antoniis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arti performative]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1238544</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/fabrizio-arcuri.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Una nuova direzione artistica inaugura la 78ª edizione dell’Estate Teatrale Veronese, affidata a Fabrizio Arcuri, regista innovativo e curatore di festival e stagioni teatrali all’insegna di un dialogo aperto tra i linguaggi del contemporaneo</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/2026/06/intervista-direttore-estate-teatrale-veronese-2026-fabrizio-arcuri/">Riparte l’Estate Teatrale Veronese. &#8220;Il teatro ha perso la capacità di essere popolare” dice nell’intervista il direttore Fabrizio Arcuri</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/fabrizio-arcuri.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>Fabrizio Arcuri arriva all’<strong>Estate Teatrale Veronese</strong>, aperta fino al 18 settembre 2026, da strade diverse. Fondatore di Short Theatre, già al Teatro della Tosse e al CSS del Friuli Venezia Giulia, è il nuovo direttore artistico del festival più longevo d’Italia: 78 edizioni, una tradizione shakespeariana consolidata. E lui che cerca, da subito, di farlo uscire dai luoghi deputati.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/peepingtomtriptychphoto-nath-martin-full-size-683x1024.jpg" alt="Riparte l’Estate Teatrale Veronese. &quot;Il teatro ha perso la capacità di essere popolare” dice nell’intervista il direttore Fabrizio Arcuri" class="wp-image-1238546" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/peepingtomtriptychphoto-nath-martin-full-size-683x1024.jpg 683w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/peepingtomtriptychphoto-nath-martin-full-size-300x450.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/peepingtomtriptychphoto-nath-martin-full-size-100x150.jpg 100w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/peepingtomtriptychphoto-nath-martin-full-size-768x1152.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/peepingtomtriptychphoto-nath-martin-full-size-1024x1536.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/peepingtomtriptychphoto-nath-martin-full-size-1365x2048.jpg 1365w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/peepingtomtriptychphoto-nath-martin-full-size-scaled.jpg 1707w" sizes="auto, (max-width: 683px) 100vw, 683px" /><figcaption class="wp-element-caption">PEEPINGTOM Triptych Photo Nath Martin</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Intervista al direttore dell’Estate Teatrale Veronese 2026 Fabrizio Arcuri</h2>



<p><strong>Lei entra in un festival molto radicato. Qual è il primo rischio che ha scelto di assumersi?</strong><strong><br></strong>Renderlo più contemporaneo, e quindi farlo parlare a più pubblici. L&#8217;obiettivo era inserirlo tra i festival con un panorama davvero internazionale, partendo dall&#8217;identità e dalla storia del festival ma traghettandolo verso una dimensione più globale. Questo è stato il primo rischio condiviso con l&#8217;amministrazione. E immagino che sia stato anche il motivo per cui hanno scelto me.</p>



<p><strong>Come lega Arcuri di Short Theatre con Arcuri direttore di un festival storico?</strong><strong><br></strong>Sono esperienze diverse. Nel corso degli anni mi è capitato di dirigere il Teatro della Tosse a Genova, il CSS. Sono dimensioni che costringono a un confronto con la realtà e il territorio. La mia tendenza è sempre lavorare sul contemporaneo e sulle dimensioni più interessanti che la nuova scena propone. Ma per evitare di sembrare un&#8217;astronave atterrata in un posto sbagliato, bisogna capire dove ci si trova. Short Theatre l&#8217;ho inventato io, a Roma, in un territorio dove ci si poteva permettere di guardare in una direzione lacunosa. Arrivando altrove, bisogna vedere cosa è successo lì, e capire come connettere lentamente quel territorio alla nuova scena europea. In Italia questo non è normale, semplicemente perché le persone che finiscono in un luogo ci rimangono a vita e lo fanno diventare a loro immagine e somiglianza. Per fortuna la vita mi ha offerto la possibilità di essere nomade, com&#8217;è giusto che sia per chi fa questo lavoro.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="840" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/vivamomixjohnkane1-1024x840.jpg" alt="Riparte l’Estate Teatrale Veronese. &quot;Il teatro ha perso la capacità di essere popolare” dice nell’intervista il direttore Fabrizio Arcuri" class="wp-image-1238548" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/vivamomixjohnkane1-1024x840.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/vivamomixjohnkane1-300x246.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/vivamomixjohnkane1-150x123.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/vivamomixjohnkane1-768x630.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/vivamomixjohnkane1-1536x1260.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/vivamomixjohnkane1-2048x1679.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">VIVAMOMIX JohnKane</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Shakespeare al centro dell’Estate Teatrale Veronese </h2>



<p><strong>Shakespeare resta il centro del festival. Che cosa deve fare una direzione artistica per sottrarlo alla musealizzazione? E anche a utilizzi bislacchi…</strong><strong><br></strong>Cercare gli spettacoli che trattano Shakespeare come una materia viva e che lo connettono con quello che sta accadendo. Shakespeare ha scritto talmente tanto, e su tutto, che non è difficile rintracciare testi che si prestino a raccontare l’attualità. La questione è capire come fare in modo che questi classici riescano davvero a parlarci. È stato un lavoro di ricerca di figure disposte a pensare Shakespeare in questi termini. Massini, per esempio, ha deciso di riscrivere <em>Romeo e Giulietta</em> in chiave israelo-palestinese partendo dalla radice del testo: Romeo e Giulietta non sono mai esistiti, e di fatto la storia racconta contese di quartiere, simbolizzata da due figure adolescenziali senza colpa che subiscono le circostanze. Massini entra nelle maglie di un conflitto secolare che adesso è ai minimi termini. Ecco cosa vuol dire fare di Shakespeare una materia viva, non un oggetto da perpetuare.</p>



<p><strong>Estate Teatrale Veronese è un festival multidisciplinare. Qual è il rischio: aprirsi davvero o portare semplicemente l&#8217;etichetta del contemporaneo perdendo identità?</strong><strong><br></strong>L’aggiunta che ho fatto è stata tentare di farlo uscire dai luoghi deputati. Questo mi sembra uno dei tratti che distingue un festival che vuole essere davvero contemporaneo: non essere solo centripeto, ma anche centrifugo. Verona è una città invasa ogni giorno da diecimila, quindicimila turisti che rischiano di non accorgersi che esiste un festival. Ho cercato di fare in modo che ci fosse un pezzo di festival per le strade: un inciampo, per il turista sbadato che si trova coinvolto in una performance.</p>



<p><strong>A proposito di scelte non convenzionali: </strong><strong><em>Rex Destruens</em></strong><strong> porta Massimo Cacciari come interprete di Shakespeare. Perché un filosofo e non un attore?</strong><strong><br></strong>Da qualche anno Cacciari ha avviato un rapporto con il teatro: affronta dei temi utilizzando Shakespeare in un formato ibrido: un po&#8217; conferenza, un po&#8217; spettacolo. Lo ha fatto con <em>Macbeth</em>, ora con <em>Re Lear</em>. Lui non recita: tiene la conferenza. Ho trovato che completasse bene la piega che sono riuscito a dare a questa edizione. Lella Costa fa <em>Otello</em> centrato su immigrazione e femminicidio, Massini con <em>Romeo e Giulietta</em>. Cacciari dava un&#8217;ulteriore possibilità di dimostrare come Shakespeare possa ancora parlarci direttamente.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/the-two-gentlemen-of-veronahidalgosveronaescena039maxrjaviernaval-1-scaled-1-1024x683.jpg" alt="Riparte l’Estate Teatrale Veronese. &quot;Il teatro ha perso la capacità di essere popolare” dice nell’intervista il direttore Fabrizio Arcuri" class="wp-image-1238547" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/the-two-gentlemen-of-veronahidalgosveronaescena039maxrjaviernaval-1-scaled-1-1024x683.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/the-two-gentlemen-of-veronahidalgosveronaescena039maxrjaviernaval-1-scaled-1-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/the-two-gentlemen-of-veronahidalgosveronaescena039maxrjaviernaval-1-scaled-1-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/the-two-gentlemen-of-veronahidalgosveronaescena039maxrjaviernaval-1-scaled-1-768x512.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/the-two-gentlemen-of-veronahidalgosveronaescena039maxrjaviernaval-1-scaled-1-1536x1024.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/the-two-gentlemen-of-veronahidalgosveronaescena039maxrjaviernaval-1-scaled-1-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">The Two Gentlemen of Verona Foto javier naval</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Valorizzare i giovani all&#8217;Estate Teatrale Veronese 2026</h2>



<p><strong>Donnellan, Massini, Cacciari, Timi, Vacis, Latini. Ma anche giovani artisti, Premi Scenario, Nuove Orbite. Come si evita che i giovani diventino la sezione laterale del festival, mentre il centro resta occupato dai nomi forti?</strong><strong><br></strong>Non si evita facilmente. Non si evita perché il Teatro Romano è uno spazio da 1700 posti e un festival può prendersi una parte di responsabilità. Il resto lo dovrebbero fare le politiche culturali di una nazione. L&#8217;importante è mettere in cartellone giovani e personalità affermate allo stesso piano, poi agire su spazi e promozioni diverse per non mettere in difficoltà nessuno. Ma il problema dei giovani artisti in Italia non lo può risolvere un festival. È un problema strutturale, tutto italiano. E questa cosa, a me, è sempre stata abbastanza antipatica. L’età non dovrebbe essere mai un problema, né per il giovane né per l&#8217;anziano. Perché mai Romeo Castellucci dovrebbe valere più o meno di Babilonia Teatri? Un festival deve permettersi di mettere in comunicazione artisti diversi e pubblici diversi, che a quel punto vengono a conoscenza di percorsi artistici che non conoscevano. Questo era già un pallino di Short Theatre.</p>



<p><strong>Cosa ha portato della sua storia dentro Verona e cosa Verona le ha imposto di disimparare?<br></strong>Ho portato un&#8217;esperienza coltivata sul campo e un pallino che rimane: costruire contenitori trans-generazionali che propongano contenuti di accesso immediato, che non richiedano un&#8217;alfabetizzazione per essere fruiti. Credo che il teatro abbia perso la capacità di essere popolare nel momento in cui, tra l&#8217;avvento del teatro di regia e certe forme estreme di ricerca, ha preteso dallo spettatore una conoscenza come chiave di accesso. Questo fa perdere al teatro popolarità. Si può andare a vedere uno spettacolo esattamente come si va a vedere un film: non serve conoscere la storia del cinema. È ovvio che chi la conosce legge più livelli, ma la fruizione immediata ha comunque la possibilità di parlare. Spesso si parla di inclusività per essere poi estremamente esclusivi; senza rendersi conto che, proprio al grido di inclusività, si lasciano fuori fette intere di pubblici. Quanto a Verona: non è che mi abbia chiesto di disimparare qualcosa. Mi ha messo dei paletti: la tradizione shakespeariana è imprescindibile e intorno a quei paletti ho costruito qualcosa che va comunque nella direzione che rispetta la mia idea di festival. È normale. Il problema è che in Italia non è considerato normale.<br><br><em>Alessia De Antoniis</em><br><br><em>Estate Teatrale Veronese — 78ª edizione<br></em>Dal <em>25 giugno al 18 settembre 2026<br>(H)Earth of GlassVerona, Teatro Romano e spazi urbani</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/2026/06/intervista-direttore-estate-teatrale-veronese-2026-fabrizio-arcuri/">Riparte l’Estate Teatrale Veronese. &#8220;Il teatro ha perso la capacità di essere popolare” dice nell’intervista il direttore Fabrizio Arcuri</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Via libera allo sportswear. Ecco perché allenamento e benessere sono le nuove frontiere del lusso </title>
		<link>https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/06/allenamento-lusso-moda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Aldo Premoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Moda]]></category>
		<category><![CDATA[Progetto]]></category>
		<category><![CDATA[Benessere]]></category>
		<category><![CDATA[fashion]]></category>
		<category><![CDATA[lusso]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1238574</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/2-cover.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Ormai è evidente: il workout non è più una pratica riservata a pochi o un sacrificio da compiere perché prescritto dal medico, ma è il tassello centrale di uno stile di vita improntato al benessere e alla salute e i grandi brand del lusso lo hanno intuito… </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/06/allenamento-lusso-moda/">Via libera allo sportswear. Ecco perché allenamento e benessere sono le nuove frontiere del lusso </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/2-cover.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>Il <strong>piacere del possesso</strong>, un tempo imprigionato nell&#8217;oggetto di lusso, si sta spostando altrove. Altri status hanno cominciato ad impegnare tempo e denaro disponibili: tra questi avanzano inarrestabili <strong>benessere e salute psico-fisica</strong>. Fino al 60% di Millennial e Gen Z intervistati nel rapporto <a href="https://www.mckinsey.com/industries/consumer-packaged-goods/our-insights/future-of-wellness-trends" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Future of Wellness</em> di McKinsey</a> affermano che l&#8217;impegno per <strong>invecchiare in salute</strong> è una priorità &#8220;massima&#8221; o &#8220;molto importante&#8221; per loro. Se Millennial e Gen Z, in particolare donne, mostrano consapevolezza per la propria salute, padri della Gen X e i nonni Boomer hanno iniziato a considerare la loro inedita longevità status di cui andare fieri. Così l&#8217;accesso al cosiddetto &#8220;lusso&#8221; non dipende più esclusivamente dalla capacità di esibire oggetti trofeo, ma si sposta verso acquisti legati ad esperienze che hanno a che fare con il benessere fisico. </p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="592" height="738" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/4.png" alt="Alo Yoga @aloyoga benessere allenamento" class="wp-image-1238577" style="aspect-ratio:0.8021638330757341;width:782px;height:auto" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/4.png 592w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/4-300x374.png 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/4-120x150.png 120w" sizes="auto, (max-width: 592px) 100vw, 592px" /><figcaption class="wp-element-caption">Alo Yoga @aloyoga</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’allenamento come lifestyle si traduce in moda oltre che in pratica quotidiana</strong> </h2>



<p>Accade che <em>l&#8217;esercizio </em>sia sempre meno considerato come qualcosa che ha che fare con la disciplina da infliggere al proprio corpo per superarne i limiti naturali, piuttosto come un &#8220;divertimento da prendere sul serio&#8221;: è un modo di pensare che <strong>sostituisce l&#8217;esibizione all&#8217;autostima</strong>. Proprio quello di cui va in cerca chi pratica la passeggiata veloce in città o il turismo lento in bicicletta, chi imbraccia le racchette per camminare sui sentieri di montagna, chi fa yoga in casa, pilates in palestra o Tai Chi in un giardino pubblico. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il successo dei brand di lusso nello sportswear </strong> </h2>



<p>La lezione di <a href="https://www.artribune.com/attualita/2026/03/ginnastica-influencer-biblioteca-braidense-milano/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Torch’d Workout</em></a> tenutasi dal trainer <strong>Isaac Boots</strong> all&#8217;interno della Biblioteca Braidense a Milano e quelle organizzate dal brand americano <a href="https://www.artribune.com/attualita/2026/03/corsie-sistine-new-balance/," target="_blank" rel="noreferrer noopener">New Balance</a> all&#8217;interno di Santo Spirito in Sassia a Roma qualche perplessità l&#8217;hanno sollevata, ma sarebbero state inconcepibili sino a pochi anni fa. Così come inconcepibile sarebbe stato apprendere dal CEO di <a href="https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/05/collezioni-cruise/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gucci</a> il lancio di sotto-brand come <strong>Gucci Gym</strong> o <strong>Gucci Life</strong> (pillole per la longevità) </p>



<p>Il fatto è che i brand dell&#8217;abbigliamento, hanno registrato velocemente la situazione reagendo ognuno a suo modo. Se Pelagia Kolotouros (con un passato in marchi come Yeezy, The North Face e Adidas), giunta alla direzione artistica Lacoste, prova a rendere urbani i capi di un marchio nato per la terra rossa, Pier Paolo Piccioli nel gennaio scorso ha presentato un <em>lookbook </em>per Balenciaga<em> </em>dove propone ardite combinazioni di sartoriale e <em>techwear</em>. Dal canto loro giganti dello <strong>sportswear</strong><em> </em>agonistico<em> </em>come Nike e Adidas, stanno cercando di riposizionarsi in segmenti di produzione prima non attenzionati. Il successo di brand come Alo, Lululemon, Beyond Yoga o Vuori,<strong> </strong>nati nella nicchia specifica dello <strong>yoga</strong> ma divenuti fenomeno globale, hanno risvegliato il loro interesse. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="776" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/3-776x1024.png" alt="Balenciaga Fall 2026 ph: Robin Galiegue @balenciaga benessere allenamento" class="wp-image-1238578" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/3-776x1024.png 776w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/3-300x396.png 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/3-114x150.png 114w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/3-768x1013.png 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/3.png 1160w" sizes="auto, (max-width: 776px) 100vw, 776px" /><figcaption class="wp-element-caption">Balenciaga Fall 2026 ph: Robin Galiegue @balenciaga</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il caso di Alo, brand nato dalla passione per lo yoga che si sta avvicinando al lusso</strong> </h2>



<p>Il caso di Alo (acronimo di Air Land Ocean) è esemplare. Questo brand nato dalla passione per yoga e <em>mindfulness </em>nel 2007 a Los Angeles ha fatto scalpore. I suoi capi sono presenti da qualche anno in tutte le <strong><em>luxury gym</em></strong> del mondo: il design è pulito, i toni neutri, il logo discreto. Alo deve la sua fortuna iniziale ai social, ma sta provando ora ad avvicinarsi all&#8217;area tradizionale del lusso. Entro il 2026 è prevista l&#8217;apertura di un flagship store accanto all&#8217;hotel Louis Vuitton sugli Champs-Élysées,<strong> </strong>mentre<strong> </strong>in arrivo ci sono altri negozi a Capri, Saint-Tropez e Porto Cervo. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Nike e Kim Kardashian per una linea sportswear che “ti trasforma in un atleta”</strong> </h2>



<p>Così Nike nel 2025 ha dato il via a una collaborazione con<em> Skim</em> di Kim Kardashian. Per la linea <em>NikeSkims</em> è stato coniato lo slogan <em>&#8220;If you have a body, you are an athlete&#8221;</em>: la collezione, pensata per la fitness, comprende leggings che sollevano i glutei, reggiseni sportivi <em>push-up</em> e tute in <em>spandex </em>un tessuto capace di espandersi sino a otto volte la lunghezza originale: taglie previste dalla XXS alla 4XL. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="960" height="960" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/5-2.jpeg" alt="benessere Kim Karashian in NikeSkim @nikeskim allenamento" class="wp-image-1238576" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/5-2.jpeg 960w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/5-2-300x300.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/5-2-150x150.jpeg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/5-2-768x768.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption">Kim Karashian in NikeSkim @nikeskim </figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’esordio della nuova linea premium di Adidas alla New York Fashion Week</strong> </h2>



<p>Non poteva mancare la risposta di Adidas: l&#8217;azienda tedesca sta collaborando con il marchio di prêt-à-porter <em>Entire Studios</em> di Los Angeles per una linea destinata al segmento <em>performance</em><strong>.</strong> Durante l&#8217;ultima fashion week a New York il produttore tedesco ha inoltre lanciato una nuova linea premium: la <em>A-Type Adidas Originals</em> appartiene alla <strong>fascia premium</strong>: sneakers a 800 dollari, giacche in pelle a 1.500, tute a 2.700<strong>. </strong>Adidas è stato il primo player del segmento sportswear a intuire il potenziale di collaborazioni speciali: le limited edition firmate a quattro mani con Rick Owens<strong>, </strong>Craig Green<strong>, </strong>Wales Bonner<strong>, </strong>Jeremy Scott<strong> </strong>e Willy Chavarria hanno raggiunto prezzi elevati rispetto al price point medio, ma la <em>A-Type</em> rappresenta un unicum: è la prima linea interna decisamente posizionata nella fascia entry-lusso. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sportswear tra l’intramontabile eleganza italiana e l’inarrestabile avanzata cinese</strong> </h2>



<p>La moderna cultura del fitness ha origini americane. Tuttavia, nel secolo scorso, nel segmento dell&#8217;abbigliamento sportivo il nostro Paese ha espresso grandi cose. È stato quello un momento di grande successo per <strong>Ellesse</strong> e <strong>Arena</strong> (distretto umbro), Fila e Sergio Tacchini (distretto piemontese). Le polo <strong>Fila</strong> erano realizzate in filo di Scozia e la qualità dei cardigan della linea Bijon Borg risultavano irraggiungibili. Il mitico Ayrton Senna, i celeberrimi Ilie Năstase, John McEnroe, Mats Wilander indossavano in pista come in campo capi firmati da <strong>Sergio Tacchini</strong>. Del resto, non era stato <strong>Emilio Pucci</strong> nel 1947 a confezionare la prima tuta da sci e il mondo? E il mondo guardava al bellissimo Gigi Rizzi (all&#8217;alba del 1968 fidanzato di Brigitte Bardot) come a un maestro dello stile vacanziero-chic. Ne secolo scorso appunto. Perché oggi Ellesse appartiene al gruppo britannico Pentland Group, Fila e Sergio Tacchini sembrano in eterno palleggio tra proprietà coreane e cinesi, Arena è francese. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/1.webp" alt="Il techwear di Salewa @DamianoLevati benessere allenamento" class="wp-image-1238579" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/1.webp 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/1-300x200.webp 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/1-150x100.webp 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/1-768x512.webp 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Il techwear di Salewa @DamianoLevati </figcaption></figure>



<p>Tutto questo prescindendo dalla temibile <strong>avanzata del gruppo cinese</strong> <a href="https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/02/sport-moda-cina/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Anta sport</a> che si appresta a insediare la leadership mondiale di Nike e Adidas. Qualcosa tuttavia anche da noi, magari sul confine, continua a germogliare. <br><br>Così accade per <strong>Salewa</strong> un marchio specializzato in abbigliamento ed attrezzature per la montagna che sta trovando sempre nuovi estimatori anche in città. Salewa, che ha sede a Bolzano, è stata trascinata a valle da un pubblico di appassionati delle vacanze in quota: Milano è spuntata in Corso Garibaldi dove non sembra proprio voler escludere chi non arrampica su pareti a strapiombo. <br> <br><em>Aldo Premoli</em> </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/06/allenamento-lusso-moda/">Via libera allo sportswear. Ecco perché allenamento e benessere sono le nuove frontiere del lusso </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Lavorare nell’arte: opportunità da Fondazione Gori – Celle, OTO Sound Museum, Sharjah Art Foundation, Centro Pecci Prato</title>
		<link>https://www.artribune.com/jobs/2026/06/lavorare-arte-cultura-opportunita-bandi-giugno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Giraud]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Jobs]]></category>
		<category><![CDATA[bandi]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1238606</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/4-spazio-profumo.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Residenza d’arte e di curatela, ricerca musicale, illustrazione e fumetto, fundraising sono gli ambiti di interesse dei bandi, delle offerte di lavoro e delle opportunità in senso più ampio che vi proponiamo questa settimana</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/jobs/2026/06/lavorare-arte-cultura-opportunita-bandi-giugno/">Lavorare nell’arte: opportunità da Fondazione Gori – Celle, OTO Sound Museum, Sharjah Art Foundation, Centro Pecci Prato</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/4-spazio-profumo.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>Artisti del suono e curatori, illustratori e fumettisti, responsabili ricerca fondi sono i professionisti cui si rivolgono <strong>le offerte di lavoro</strong> che abbiamo selezionato per voi questa settimana. In questo spazio diamo, infatti, una breve panoramica degli ultimi bandi aperti recentemente in Italia o prossimi alla scadenza, e alle opportunità (anche senza scopo di lucro) da cogliere al volo. Vi ricordiamo che su Facebook trovate il gruppo <a href="https://www.facebook.com/groups/artribunejobs/" target="_blank" rel="noopener"><em>Artribune Jobs</em></a>: vi invitiamo a iscrivervi per poter contribuire alla condivisione di bandi, concorsi, opportunità, spunti e offerte in ambito creativo. Intanto, ecco 5 proposte da tenere presente…</p>



<h2 class="wp-block-heading">Fondazione Gori – Celle &#8211; Call di residenza per 10 artisti e curatori</h2>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="797" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/1-fondazione-gori-celle-1200x934-1-1024x797.jpg" alt="Fondazione Gori, Celle" class="wp-image-1238607" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/1-fondazione-gori-celle-1200x934-1-1024x797.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/1-fondazione-gori-celle-1200x934-1-300x234.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/1-fondazione-gori-celle-1200x934-1-150x117.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/1-fondazione-gori-celle-1200x934-1-768x598.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/1-fondazione-gori-celle-1200x934-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fondazione Gori, Celle</figcaption></figure>



<p>Da oltre 40 anni, Celle in Toscana è un luogo di sperimentazione e incontro tra arte e natura. Adesso la fondazione apre le porte a questa nuova esperienza offrendo alle future generazioni la possibilità di creare, confrontarsi e crescere insieme a professionisti del settore. È, infatti, online l’open call per la seconda residenza che ospiterà per 7 mesi presso la <strong>Fondazione Gori – Celle</strong> 10 giovani artisti e curatori, per produrre opere e testi, intitolata <em>Coabitazioni: Arte, paesaggio e comunità</em>. Previsti alloggio e una borsa di 500 euro netti al mese e fornitura di materiale per i propri lavori.</p>



<p>Scadenza: 1 luglio 2026</p>



<h2 class="wp-block-heading">OTO Sound Museum &#8211; Bando per artisti del suono palestinesi</h2>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="684" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/2-oto-sound-museum-1200x801-1-1024x684.jpg" alt="OTO Sound Museum" class="wp-image-1238609" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/2-oto-sound-museum-1200x801-1-1024x684.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/2-oto-sound-museum-1200x801-1-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/2-oto-sound-museum-1200x801-1-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/2-oto-sound-museum-1200x801-1-768x513.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/2-oto-sound-museum-1200x801-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">OTO Sound Museum </figcaption></figure>



<p>OTO Award è il premio istituito dal museo itinerante OTO SOUND Museum. Per il secondo anno il museo si impegna alla valorizzazione degli artisti del suono palestinesi (sia emergenti che affermati) con questo riconoscimento, e gli artisti selezionati lo scorso anno faranno parte del public program della mostra dedicata a Gaza a Fondazione Merz a Torino. Ora è online la seconda edizione del bando: Il vincitore riceverà 2mila franchi svizzeri, una mostra digitale presso l&#8217;OTO Sound Museum e supporto tecnico e tutoraggio durante la produzione della sua opera in vista della mostra.</p>



<p>Scadenza: 15 giugno 2026</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sharjah Art Foundation &#8211; Bando per illustratori e fumettisti del Golfo Persico</h2>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="352" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/3-corniche8banner-1200x413-1-1024x352.jpg" alt="Corniche" class="wp-image-1238611" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/3-corniche8banner-1200x413-1-1024x352.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/3-corniche8banner-1200x413-1-300x103.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/3-corniche8banner-1200x413-1-150x52.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/3-corniche8banner-1200x413-1-768x264.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/3-corniche8banner-1200x413-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Corniche</figcaption></figure>



<p>La <strong>Sharjah Art Foundation</strong> presenta un bando aperto a illustratori e fumettisti di tutto il Golfo Persico per contribuire a Corniche 8, l&#8217;ottava edizione della sua rassegna annuale di fumetti. Si invitano i candidati a presentare proposte per un fumetto di sei pagine, in inglese o in arabo, da valutare per la pubblicazione nell&#8217;ottava edizione dell&#8217;antologia. Gli artisti selezionati parteciperanno a uno scambio creativo di tre giorni a Sharjah, al termine del quale i fumetti completati verranno raccolti in una pubblicazione.</p>



<p>Scadenza: 30 giugno 2026</p>



<p><a href="https://www.sharjahart.org/en/open-calls/details/open-call-corniche-8" target="_blank" rel="noopener">https://www.sharjahart.org/en/open-calls/details/open-call-corniche-8</a></p>



<h2 class="wp-block-heading">Harley &amp; Dikkinson e Fondazione Alessandro e Cristina Ponti &#8211; Premio per artisti under 35</h2>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/4-spazio-profumo-1024x768.jpg" alt="Spazio Profumo, Milano" class="wp-image-1238610" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/4-spazio-profumo-1024x768.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/4-spazio-profumo-300x225.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/4-spazio-profumo-150x113.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/4-spazio-profumo-768x576.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/4-spazio-profumo.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Spazio Profumo, Milano</figcaption></figure>



<p>È online il <strong>premio HaHaA</strong> – Habitat Habitus Arte promosso da Harley &amp; Dikkinson in collaborazione con la Fondazione Alessandro e Cristina Ponti. Aperto ad artisti e collettivi di età compresa tra 18 e 35 anni, il premio invita a progetti interdisciplinari che affrontano il tema dell’abitare contemporaneo usando diversi linguaggi: arti visive, performance, musica, design, architettura e moda. I finalisti, selezionati a settembre 2026, parteciperanno a una mostra a novembre presso Spazio Profumo. I premi valgono fino a 5mila euro.</p>



<p>Scadenza: 30 giugno 2026</p>



<p><a href="https://en.artmediaagency.com/b37b43ec26b1fa1278cb195a3035c907" target="_blank" rel="noopener">https://en.artmediaagency.com/b37b43ec26b1fa1278cb195a3035c907</a></p>



<h2 class="wp-block-heading">Il Centro Pecci di Prato cerca una figura per il fundraising</h2>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/5-centro-pecci-di-prato-1200x675-1-1024x576.jpg" alt="Centro Pecci, Prato" class="wp-image-1238608" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/5-centro-pecci-di-prato-1200x675-1-1024x576.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/5-centro-pecci-di-prato-1200x675-1-300x169.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/5-centro-pecci-di-prato-1200x675-1-150x84.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/5-centro-pecci-di-prato-1200x675-1-768x432.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/5-centro-pecci-di-prato-1200x675-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Centro Pecci, Prato</figcaption></figure>



<p>La <strong>Fondazione per le Arti Contemporanee in Toscana – Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci</strong> ha aperto una selezione per l’inserimento di una persona all’interno dell’ufficio Fundraising. La figura selezionata contribuirà allo sviluppo delle attività di raccolta fondi, sponsorship, membership e Art Bonus, collaborando con la Direzione e i diversi dipartimenti del museo. Richiesti Diploma di laurea in materie affini alla posizione e almeno 4 anni di esperienza in posizioni simili a quella proposta. Inizio lavoro previsto a partire da luglio.</p>



<p>Scadenza: 22 giugno 2026</p>



<p><a href="https://www.centropecci.it/centro-pecci-news/il-centro-pecci-cerca-una-figura-per-il-fundraising" target="_blank" rel="noopener">https://www.centropecci.it/centro-pecci-news/il-centro-pecci-cerca-una-figura-per-il-fundraising</a><br><br><em>Claudia Giraud</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/jobs/2026/06/lavorare-arte-cultura-opportunita-bandi-giugno/">Lavorare nell’arte: opportunità da Fondazione Gori – Celle, OTO Sound Museum, Sharjah Art Foundation, Centro Pecci Prato</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Tra ricostruzione e diritto alla casa, Padova riscopre l’architettura di Mansutti e Miozzo</title>
		<link>https://www.artribune.com/progettazione/architettura/2026/06/riscoprire-architettura-mansutti-miozzo-padova/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Clerici]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Architettura]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[padova]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1238524</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-2.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Cosa significa progettare città inclusive e qual è il ruolo dell'architettura nella costruzione della comunità? Questi le domande su cui si interroga la mostra dedicata agli architetti che hanno contribuito alla trasformazione urbana della città nel Secondo Dopoguerra, visitabile a Palazzo del Monte fino al 31 luglio 2026</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/architettura/2026/06/riscoprire-architettura-mansutti-miozzo-padova/">Tra ricostruzione e diritto alla casa, Padova riscopre l’architettura di Mansutti e Miozzo</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-2.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>La casa è tornata a essere un’emergenza urbana. A Padova, città universitaria, polo sanitario e centro di servizi qualificati, la domanda cresce più in fretta delle risposte. Tra il 2015 e il 2020 ATER ha investito oltre 70 milioni tra interventi di manutenzione e nuove opere; nel 2026 gestisce circa 9.000 alloggi, ma uno su cinque resta vuoto (circa 1.500). Un dato che fotografa il divario: <strong>emergenza abitativa</strong> da un lato e un patrimonio che fatica a essere rimesso in circolo. <strong>Recuperi e riqualificazioni energetiche</strong> sono iniziati, con prime sperimentazioni di housing studentesco calmierato, ma il problema è strutturale e richiede una svolta di scala e di governance.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-7-1024x683.jpg" alt="La mostra &quot;Padova, la città che cresce: Francesco Mansutti e Gino Miozzo&quot;. Photo © Celestia Studio" class="wp-image-1238527" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-7-1024x683.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-7-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-7-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-7-768x512.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-7-1536x1024.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-7-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">La mostra &#8220;Padova, la città che cresce: Francesco Mansutti e Gino Miozzo&#8221;. Photo © Celestia Studio</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Alle origini della città pubblica: il caso Padova</strong></h2>



<p>Padova possiede una lunga tradizione di <strong>edilizia sociale</strong>. Nel Cinquecento nasce la Corte di Ca’ Lando, considerata tra i primi esempi europei di abitazioni popolari organizzate. Nel Novecento, con lo IACP e soprattutto con il piano INA‑Casa del 1949, <strong>l’intervento pubblico assume una dimensione sistematica</strong>, articolata nei due settenni che segnano la più ampia operazione abitativa dell’Italia repubblicana. Nel Secondo Dopoguerra, infatti, i bombardamenti alleati hanno colpito il tessuto urbano e infrastrutturale, e le condizioni abitative in diversi quartieri popolari sono drammatiche. Intere famiglie vivono in ambienti insalubri nelle aree di via Conciapelli, nel ghetto ebraico, nei vicoli del centro storico e al Portello. Intanto l’industrializzazione attira nuova popolazione dalle campagne, mentre la crisi agricola spinge migliaia di persone verso il capoluogo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Gli architetti Mansutti e Miozzo e il loro lavoro nella ricostruzione di Padova</strong></h2>



<p>In questo scenario l’edilizia residenziale privata e pubblica diventa un motore della <strong>trasformazione urbana</strong>. Visitabile gratuitamente a Padova, nella sede di Palazzo del Monte, fino al 31 luglio 2026, la mostra dedicata agli architetti <strong>Mansutti e Miozzo</strong> consente di leggere i processi di costruzione della città moderna attraverso documenti d’archivio in gran parte conservati presso <strong>l’Archivio del ’900 del <a href="https://www.artribune.com/museo-galleria-arte/mart-museo-darte-moderna-e-contemporanea-di-trento-e-rovereto/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/museo-galleria-arte/mart-museo-darte-moderna-e-contemporanea-di-trento-e-rovereto/" rel="noreferrer noopener">Mart</a></strong>. Ma chi sono i due progettisti? <strong>Francesco Mansutti</strong> (Donada, 1899 – Padova, 1969), laureato in ingegneria, e <strong>Gino Miozzo</strong> (Padova, 1898 – Padova, 1969), diplomato all’Accademia di Belle Arti, entrambi poi abilitati architetti, stringono un sodalizio professionale negli Anni Trenta. Un legame che si consolida con gli incarichi per l’Opera Nazionale Balilla e li vede protagonisti della ricostruzione patavina. Mansutti, attivo nella vita politica e civile, nel dopoguerra guida per tre mandati l’Ordine degli Architetti; Miozzo porta una spiccata sensibilità del disegno. Operano fra committenza privata, grandi infrastrutture ed edilizia popolare, restituendo l’immagine di una Padova in pieno fermento economico e urbanistico. Via Altinate, simbolo del benessere del dopoguerra, conserva interventi significativi, dai Magazzini Coin agli edifici per abitazioni e uffici della società IRE, fondata dallo stesso Mansutti per contribuire alla ricostruzione delle aree bombardate.</p>


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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">La mostra &#8220;Padova, la città che cresce: Francesco Mansutti e Gino Miozzo&#8221;. Photo © Celestia Studio</span>
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                    <figcaption>La mostra &#8220;Padova, la città che cresce: Francesco Mansutti e Gino Miozzo&#8221;. Photo © Celestia Studio</figcaption>
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                    <figcaption>La mostra &#8220;Padova, la città che cresce: Francesco Mansutti e Gino Miozzo&#8221;. Photo © Celestia Studio</figcaption>
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                    <figcaption>La mostra &#8220;Padova, la città che cresce: Francesco Mansutti e Gino Miozzo&#8221;. Photo © Celestia Studio</figcaption>
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                    <figcaption>La mostra &#8220;Padova, la città che cresce: Francesco Mansutti e Gino Miozzo&#8221;. Photo © Celestia Studio</figcaption>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>I progetti di Mansutti e Miozzo nel contesto padovano</strong></h2>



<p>È nelle <strong>periferie </strong>che il loro lavoro incrocia un momento cruciale della trasformazione urbana del Novecento, evidenziando l’architettura come dispositivo economico, politico e collettivo. La produzione spazia dall’edilizia residenziale privata, case unifamiliari e condomini, a interventi pubblici: si va dai progetti per le sistemazioni dell’area Conciapelli, di via Goito, fino alle numerose realizzazioni per INA‑Casa. Il confronto tra i complessi di edilizia popolare di via Crescini (oggi via Vlacovich) e il quartiere di via Forcellini, dove lavorano anche altri importanti architetti padovani come Giulio Brunetta e Virginio Vallot, mette in luce l’evoluzione tipologica e insediativa: in coerenza con i due settenni <strong>INA‑Casa</strong>, si passa da edifici puntuali collocati nei vuoti urbani a veri quartieri, capaci di estendere fisicamente il perimetro cittadino. È il caso dell’asse di via Forcellini, pensato come nuova direttrice sud‑est nell’ex quartiere Terranegra, area campestre e bombardata, perfetto per ospitare un intervento integrato con edilizia a riscatto e servizi di prossimità.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il ruolo del verde urbano nell’approccio architettonico di Mansutti e Miozzo</strong></h2>



<p>In questa transizione emerge una <strong>sensibilità specifica</strong>: oltre alla dimensione civile e morale del mestiere, i due progettisti ed in particolare Mansutti, attraverso scritti e interventi pubblici, attribuiscono al <strong>verde un valore urbanistico e sociale</strong>. <em>“Il regno vegetale fa parte della vita. Ed è vita dovunque ed a tutti gli effetti: nella foresta, nel campo coltivato, nella casa, nella città”. </em>Il <strong>verde urbano</strong> viene sottratto al puro decoro e assume il ruolo di estensione dello <strong>spazio pubblico</strong>, con corti, giardini e percorsi che organizzano relazioni e continuità urbana. Emblematico il caso degli edifici di via Forcellini: una rete di percorsi pedonali immersi nel verde estende lo spazio pubblico e diventa infrastruttura quotidiana della vita collettiva. Guardare oggi quei complessi attraverso fotografie in mostra, trasformati dalla privatizzazione e da nuove esigenze abitative, significa chiedersi che cosa resti dell’idea di edilizia pubblica come infrastruttura sociale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-10-683x1024.jpg" alt="Tra ricostruzione e diritto alla casa, Padova riscopre l’architettura di Mansutti e Miozzo" class="wp-image-1238534" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-10-683x1024.jpg 683w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-10-300x450.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-10-100x150.jpg 100w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-10-768x1152.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-10-1024x1536.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-10-1365x2048.jpg 1365w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/la-mostra-padova-la-citta-che-cresce-francesco-mansutti-e-gino-miozzo-photo-ccelestia-studio-10-scaled.jpg 1707w" sizes="auto, (max-width: 683px) 100vw, 683px" /><figcaption class="wp-element-caption">La mostra &#8220;Padova, la città che cresce: Francesco Mansutti e Gino Miozzo&#8221;. Photo © Celestia Studio</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La mostra Padova, la città che cresce. Francesco Mansutti e Gino Miozzo</strong></h2>



<p>La retrospettiva <em>Padova, la città che cresce Francesco Mansutti e Gino Miozzo</em> offre una lettura della trasformazione urbana del secondo Novecento attraverso disegni, fotografie e materiali d’archivio. Promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dalla Fondazione Barbara Cappochin e curata dai professori Elena Svalduz e Stefano Zaggia (Università di Padova), si inserisce nel programma della <strong>Biennale di Architettura Barbara Cappochin</strong>. Ad affiancarla, lo scorso 5 giugno, è stato un convegno dedicato al social housing che ha approfondito i temi dell&#8217;abitare sociale, mentre installazioni diffuse in città hanno esteso il racconto nello spazio pubblico. Nel complesso si tratta di un percorso che decide di interrogare il presente: cosa significa oggi progettare città inclusive e quale ruolo può ancora avere l&#8217;architettura nella costruzione della comunità?<br><br><em>Chiara Clerici</em><br><br>Padova // fino al 31 luglio 2026<br><em>Padova, la città che cresce Francesco Mansutti e Gino Miozzo<br></em>PALAZZO DEL MONTE &#8211; Via Arco Valaresso<br><a href="https://www.barbaracappochinfoundation.net/it/" target="_blank" rel="noopener">Scopri di più</a></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/architettura/2026/06/riscoprire-architettura-mansutti-miozzo-padova/">Tra ricostruzione e diritto alla casa, Padova riscopre l’architettura di Mansutti e Miozzo</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Dall’ufficio galleggiante alla città: come Powerhouse Company sta ridisegnando Rotterdam</title>
		<link>https://www.artribune.com/progettazione/architettura/2026/06/rotterdam-powerhouse-company-ridisegna-citta-progetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carolina Chiatto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Architettura]]></category>
		<category><![CDATA[render]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1238582</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/03-birdsview-codrico-terrain-r-powerhouse-company.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Dalle torri residenziali a interi quartieri, Powerhouse Company è tra i principali protagonisti della trasformazione di Rotterdam. Li abbiamo incontrati nel loro studio galleggiante, il Floating Office, per approfondire il loro approccio e i lavori più recenti</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/architettura/2026/06/rotterdam-powerhouse-company-ridisegna-citta-progetti/">Dall’ufficio galleggiante alla città: come Powerhouse Company sta ridisegnando Rotterdam</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/03-birdsview-codrico-terrain-r-powerhouse-company.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>Rotterdam è oggi uno dei principali laboratori europei di rigenerazione urbana. Di anno in anno si aggiungono edifici che contribuiscono a ridefinire lo skyline cittadino. Un processo continuo che a tratti dà la sensazione di non riuscire a starne al passo. In questo scenario, <strong>Powerhouse Company</strong>, studio di progettazione fondato nel 2005, si inserisce come attore progettuale e sviluppatore, contribuendo a una nuova idea di città contemporanea basata su un approccio multidisciplinare. “<em>Crediamo che la collaborazione sia il modo migliore per ottenere i risultati migliori</em>”, affermano i progettisti. “<em>Solo mettendo insieme competenze diverse con architettura, ingegneria, sviluppo e costruzione si possono ottenere risultati davvero innovativi e duraturi</em>”. A raccontarci l&#8217;evoluzione dello studio, dei progetti realizzati e di quelli attualmente in corso, è <strong>Stefan Prins</strong>, Partner Associato dello studio, che ci ha accolto all’interno di uno dei loro edifici più significativi: <strong>il Floating Office</strong>, una struttura-manifesto che galleggia nell’area del Rijnhaven, oggi protagonista di un importante processo di rigenerazione urbana.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="602" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/02-powerhouse-company-the-baantower-skyline-image-by-atchain-1024x602.jpg" alt="Powerhouse Company - The BaanTower - Skyline - Image by Atchain" class="wp-image-1238558" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/02-powerhouse-company-the-baantower-skyline-image-by-atchain-1024x602.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/02-powerhouse-company-the-baantower-skyline-image-by-atchain-300x177.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/02-powerhouse-company-the-baantower-skyline-image-by-atchain-150x88.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/02-powerhouse-company-the-baantower-skyline-image-by-atchain-768x452.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/02-powerhouse-company-the-baantower-skyline-image-by-atchain-1536x904.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/02-powerhouse-company-the-baantower-skyline-image-by-atchain-2048x1205.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Powerhouse Company, The BaanTower. Image by Atchain © Powerhouse Company</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>Dalle ville all’identità integrata dello studio: i primi lavori di Powerhouse</strong></h2>



<p>Il primo grande riconoscimento di Powerhouse arriva con Villa 1, progetto candidato al Premio Mies van der Rohe nel 2008, che segna l’inizio della loro visibilità internazionale. Tuttavia, questo successo genera anche una tensione interna: il rischio di essere identificati esclusivamente come studio di ville di lusso. <strong>“<em>Il nostro peggior incubo era diventare uno studio di ville, e che poi quello fosse l’unica cosa che fai</em>”</strong>, afferma scherzosamente Prins. Il lavoro sulle residenze private tuttavia non viene abbandonato, ma evolve verso un approccio più tecnico e integrato. Villa B a Monaco rappresenta un passaggio importante in questa direzione. “<em>È stato uno sviluppo importante nel modo in cui capiamo questo tipo di design integrato e ingegneria di case su misura</em>”. All’interno di questo ambito, lo studio sviluppa anche soluzioni sperimentali sui dettagli costruttivi, come le grandi superfici vetrate senza telaio.</p>



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                    <figcaption>Powerhouse Company, ASICS, Atrium. Image by Sebastian van Damme. © Powerhouse Company</figcaption>
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<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>RED Company: architettura e sviluppo immobiliare come unico sistema</strong></h2>



<p>Esattamente dieci anni dopo la fondazione dello studio, Powerhouse Company decide di ampliare il proprio orizzonte progettuale, affiancando all’attività di progettazione anche quella di sviluppo immobiliare. <strong>L’ASICS Headquarters</strong> nei Paesi Bassi segna un passaggio fondamentale in questa direzione, portando alla nascita di RED Company. “<em>A un certo punto ci siamo resi conto di non essere più soltanto progettisti, ma parte attiva del processo di sviluppo immobiliare, con una responsabilità diretta sul modo in cui l’architettura prende forma e si realizza nel tempo</em>”, racconta Prins. Questo approccio consente di seguire i progetti in tutte le loro fasi, dalla concezione fino alla realizzazione, garantendo un controllo più ampio sul processo decisionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>Powerhouse e la costruzione della città contemporanea</strong></h2>



<p>Negli ultimi anni Powerhouse Company ha ampliato ulteriormente la propria scala operativa, lavorando sulla città verticale e sulla densità urbana. Tra questi figura la BaanTower, attualmente in costruzione. “<em>È un’iniziativa piuttosto unica</em>”, racconta Prins. “S<em>i tratta interamente di appartamenti in affitto arricchiti da un ampio sistema di servizi condivisi: una piscina, una sala comune prenotabile per eventi e spazi di lavoro individuali. L’obiettivo non è semplicemente offrire un alloggio, ma favorire la nascita di una comunità e migliorare la qualità della vita nel centro della città</em>”. <strong>Nella stessa direzione si colloca Rise</strong>, destinato a diventare entro il 2027 uno dei complessi residenziali più alti d’Europa, con un’altezza prevista di circa 280 metri. L’intervento si caratterizza per la sua articolata composizione funzionale, che combina diverse forme dell’abitare, dall’housing sociale alle residenze private, con attività complementari, tra cui hotel e uffici ospitati nel basamento dell’edificio.</p>


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<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>Floating Office a Rotterdam: costruire sull’acqua come risposta progettuale</strong></h2>



<p>Il Floating Office Rotterdam rappresenta uno dei manifesti più chiari di questo approccio integrato. Situato nel porto di Rijnhaven, nasce da un’esigenza specifica: realizzare rapidamente la <strong>sede del Global Center on Adaptation</strong>. “<em>L’istituzione aveva la sede a Rotterdam. Inizialmente avevano solo un piano concesso dal Comune per lavorare</em>”, spiega Prins. “<em>Poi nel 2017 il sindaco promise loro un ufficio galleggiante, se avessero mantenuto la sede in città. Due anni dopo però non era ancora stato fatto nulla, ma l’apertura era prevista per il 2021. La situazione era diventata urgente</em>”. Dopo una serie di tentativi per far funzionare la struttura, la soluzione definitiva vede una piattaforma composta da circa 20 cassoni in cemento armato galleggianti su cui si sviluppa una struttura in legno, leggera e regolare, suddivisa in unità flessibili. L’edificio integra solai irrigidenti, terrazze progressive verso l’esterno e una copertura altamente performante: circa 900 m² di pannelli fotovoltaici che producono più energia del fabbisogno (110–115%) e un tetto verde. Si tratta di un edificio autosufficiente sotto ogni punto di vista. “<em>Il sistema di scambio termico sfrutta direttamente l’acqua del porto, che mantiene una temperatura bassa tutto l’anno. In estate si scalda solo nei primi centimetri superficiali, mentre in profondità resta sempre fredda. È quindi un sistema energetico estremamente locale ed efficiente</em>”.</p>


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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Codrico Terrain © Powerhouse Company</span>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Codrico Terrain, boulevard © Powerhouse Company</span>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Codrico Tower © Powerhouse Company</span>
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<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>Codrico Terrain e il nuovo skyline del Rijnhaven</strong></h2>



<p>Il passaggio successivo dello studio è la scala urbana: sulla sponda opposta del Rijnhaven rispetto al Floating Office si estende <strong>un’ampia area destinata a diventare un intero quartiere</strong>. Qui, fino all’anno scorso, sorgeva lo stabilimento Codrico, uno degli ultimi grandi complessi industriali ancora attivi nel porto cittadino; nei prossimi dieci anni, invece, prenderà forma un nuovo pezzo di città. “<em>L’ambizione è quella di creare una sorta di nuovo centro attorno al porto</em>”, spiega Prins. “<em>E l’aspetto interessante è che, essendo acqua, ci sono meno problemi legati all’ombreggiamento. Quindi è più facile densificare quest’area, creando di fatto un nuovo centro urbano</em>”. Al suo interno ci saranno circa 2.000 abitazioni, oltre a una serie di funzioni commerciali e terziarie e a una torre di circa 220 metri.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>La riqualificazione del porto e il nuovo rapporto con l’acqua</strong></h2>



<p>Powerhouse, con il Floating Office Rotterdam e <strong>il masterplan del Codrico Terrain</strong>, anticipa una nuova direzione per la città: l’acqua non è più soltanto un’infrastruttura, ma diventa un elemento centrale dell’identità urbana. In questa visione, infatti, si inserisce anche la riqualificazione del Rijnhaven che, entro il 2035, trasformerà l’ex porto in un nuovo quartiere fatto di residenze, spazi pubblici, parchi sull’acqua, connessioni pedonali e addirittura una spiaggia urbana. <strong>Si tratta di una grande operazione promossa dal Comune di Rotterdam</strong>, che mira a riattivare la memoria del porto integrandola in un waterfront più accessibile e vissuto collettivamente. “<em>Rijnhaven era un grande porto, uno dei punti importanti già in passato</em>”, ricorda Prins. “<em>C’è anche l’Hotel New York: era il luogo in cui si trascorreva l’ultima notte prima di imbarcarsi per New York, con le valigie pronte</em>”. Oggi quella stessa infrastruttura storica sta per diventare il supporto per una nuova idea di città, in cui il rapporto con l’acqua si fa più diretto, quotidiano e abitabile. “<em>A Rotterdam non abbiamo un rapporto molto diretto con l’acqua: siamo sempre un po’ sopraelevati sui moli. Con queste nuove configurazioni, però, la stiamo riscoprendo sempre di più e stiamo comprendendo quanto possa essere una risorsa preziosa in un contesto urbano</em>”.<br><br><em>Carolina Chiatto</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/architettura/2026/06/rotterdam-powerhouse-company-ridisegna-citta-progetti/">Dall’ufficio galleggiante alla città: come Powerhouse Company sta ridisegnando Rotterdam</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>In Liguria si è svolta una mega festa diffusa per celebrare l’artigianato della ceramica. Reportage dal Festival della Maiolica 2026</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/arte-moderna/2026/06/festival-maiolica-2026-liguria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Giraud]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 21:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte moderna]]></category>
		<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[baia della ceramica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1238459</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/il-monumento-di-leoncillo-sul-lungomare-degli-artisti-albissola-marina-photo-claudia-giraud-1200x900-1.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Con oltre cinquanta eventi tra Savona, le due Albisole e Celle Ligure, la Riviera di Ponente si è trasformata per un weekend in un laboratorio a cielo aperto, dalle trenta sculture inedite di Ugo Nespolo alla regia della Fondazione Museo della Ceramica di Savona</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-moderna/2026/06/festival-maiolica-2026-liguria/">In Liguria si è svolta una mega festa diffusa per celebrare l’artigianato della ceramica. Reportage dal Festival della Maiolica 2026</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/il-monumento-di-leoncillo-sul-lungomare-degli-artisti-albissola-marina-photo-claudia-giraud-1200x900-1.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>C’è un’immagine che riassume la quarta edizione del <strong>Festival della Maiolica</strong> andato in scena dal 5 al 7 giugno: una tavolata collettiva in &#8220;bianco e blu&#8221; nel cuore di Albissola Marina, dove la ceramica non è un reperto da museo, ma un oggetto d&#8217;uso quotidiano. La <strong>Baia della Ceramica</strong> &#8211; il brand territoriale che unisce Savona, Albissola Marina, Albisola Superiore e Celle Ligure &#8211; dimostra come un distretto storico possa rigenerarsi attivando una progettualità diffusa che connette mostre d&#8217;avanguardia, riflessione teorica e partecipazione orizzontale. Ma anche una prospettiva orientata al futuro, come riconosce la giovane Project manager del Festival della Maiolica, <strong>Paola Gargiulo</strong>: “<em>C’è vitalità, con nuove botteghe di ceramisti trentenni che aprono sul territorio e dialogano con le storiche come Ceramiche Mazzotti e San Giorgio</em>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una cabina di regia per il territorio: il modello gestionale</h2>



<p>Dietro la complessità di un cartellone che supera i cinquanta appuntamenti c&#8217;è un modello di governance culturale ben preciso, giunto al suo secondo anno di rodaggio. Rispetto al passato, quando a organizzare il festival erano gli stessi quattro comuni liguri coinvolti più la Confcommercio locale, la sua direzione è infatti affidata dall’anno scorso alla <strong>Fondazione Museo della Ceramica di Savona ETS</strong>, ente strumentale della <strong>Fondazione De Mari CR Savona</strong>. Questa sinergia istituzionale si riflette direttamente sulla gestione del <strong>Museo della Ceramica di Savona</strong>: l&#8217;immobile storico che lo ospita — il prestigioso Palazzo del Monte di Pietà — e gran parte delle preziose collezioni esposte sono di proprietà della stessa Fondazione De Mari. Un’organizzazione che vede la Fondazione ETS muoversi in stretta collaborazione con la Cooperativa A.R.C.A., delineando un modello di cooperazione tra pubblico, privato sociale e fondazioni bancarie che si sta dimostrando capace di superare i vecchi frammentarismi locali per produrre visibilità di respiro nazionale e testare nuovi format di fruizione della ceramica appetibile per un pubblico giovane.</p>


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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Cabina d&#8217;Artista, Albissola Marina, photo Claudia Giraud </span>
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                    <figcaption>Cabina d&#8217;Artista, Albissola Marina, photo Claudia Giraud </figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Casa Museo Jorn, photo Claudia Giraud </span>
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                    <figcaption>Casa Museo Jorn, photo Claudia Giraud </figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Casa Museo Jorn, photo Claudia Giraud</span>
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                    <figcaption>Casa Museo Jorn, photo Claudia Giraud</figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Celle Ligure, photo Claudia Giraud </span>
                    </a>
                    <figcaption>Celle Ligure, photo Claudia Giraud </figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Ceramiche Mazzotti nell&#8217;edificio futurista disegnato da Diulgheroff, Albissola Marina, photo Claudia Giraud </span>
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                    <figcaption>Ceramiche Mazzotti nell&#8217;edificio futurista disegnato da Diulgheroff, Albissola Marina, photo Claudia Giraud </figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Ceramiche Pierluca, Albissola Marina, photo Claudia Giraud </span>
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                    <figcaption>Ceramiche Pierluca, Albissola Marina, photo Claudia Giraud </figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Ceramiche San Giorgio, Albissola Marina, photo Claudia Giraud</span>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Forte del Priamar, Savona, photo Claudia Giraud </span>
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                    <figcaption>Forte del Priamar, Savona, photo Claudia Giraud </figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Forte del Priamar, Savona, photo Claudia Giraud</span>
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                    <figcaption>Forte del Priamar, Savona, photo Claudia Giraud</figcaption>
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<h2 class="wp-block-heading">La mostra di Ugo Nespolo nel nuovo allestimento del MuDA</h2>



<p>L&#8217;evento centrale del festival e, più in generale, della stagione estiva in Liguria (visitabile fino al 6 settembre 2026) è senza dubbio la mostra <em>Nespolo e Albisola. Fuoco ritrovato</em>, un’ampia rassegna a cura di <strong>Riccardo Zelatore</strong> e promossa dalla Fondazione savonese insieme al Comune di Albissola Marina. Il titolo evoca tanto l’alchimia della cottura quanto il rinnovarsi di una tensione creativa che <strong>Ugo Nespolo</strong> (Mosso, Biella, 1941) coltiva fin dagli Anni Sessanta. Il percorso si articola su due sedi emblematiche. Il fulcro è il <a href="https://www.artribune.com/arti-visive/2018/09/mostra-ceramiche-lucio-fontana-muda-albissola/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Centro Esposizioni del MuDA</strong></a>, chiamato a inaugurare il nuovissimo display museografico firmato dallo studio <strong>Gianluca Peluffo &amp; Partners</strong>. Qui le opere di Nespolo — in prevalenza sculture autoportanti sferiche e cilindriche, piatti graffiti e di poesia visiva — trovano una perfetta collocazione: il MuDA sorge infatti a pochissimi metri dalle <strong>Ceramiche Pierluca</strong>, la bottega artigiana dove i pezzi sono stati forgiati, e dal celebre <strong>Lungomare degli Artisti</strong>, la galleria a cielo aperto popolata dai maestri che Nespolo ha conosciuto e frequentato, <strong>Lucio Fontana</strong> in primis.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La mostra di Ugo Nespolo al Museo della Ceramica di Savona</h2>



<p>La seconda parte della mostra (che presenta un numero di opere più contenuto) si sviluppa proprio tra le mura di Palazzo del Monte di Pietà al Museo della Ceramica di Savona, dove l&#8217;“alfabeto essenziale” delle forme di Nespolo viene inserito nell’ala più antica dell’edificio, creando un cortocircuito visivo con le maioliche rinascimentali e barocche di proprietà della Fondazione De Mari. Ad accompagnare la genesi dei lavori sono gli scatti del fotografo e architetto <strong>Marcello Campora</strong>, che restituiscono la poesia del dialogo in fornace, mentre il catalogo è firmato Moebius Books.</p>


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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Giardino di Casa Barile, Albisola Superiore, photo Claudia Giraud </span>
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                    <figcaption>Giardino di Casa Barile, Albisola Superiore, photo Claudia Giraud </figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Giardino di Villa Paola con Sfere di Lucio Fontana, Celle Ligure, photo Claudia Giraud</span>
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                    <figcaption>Giardino di Villa Paola con Sfere di Lucio Fontana, Celle Ligure, photo Claudia Giraud</figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Giardino di Villa Paola, Celle Ligure, photo Claudia Giraud </span>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Giardino di Villa Paola, Celle Ligure, photo Claudia Giraud</span>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Giardino di Villa Paola, Celle Ligure, photo Claudia Giraud</span>
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                    <figcaption>Giardino di Villa Paola, Celle Ligure, photo Claudia Giraud</figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Mostra di Ugo Nespolo al Muda di Albissola Marina, photo Claudia Giraud</span>
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                    <figcaption>Mostra di Ugo Nespolo al Muda di Albissola Marina, photo Claudia Giraud</figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Mostra di Ugo Nespolo al Museo della Ceramica di Savona, photo Claudia Giraud </span>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Piscina disegnata da Ugo Nespolo, Albissola Marina, photo Claudia Giraud</span>
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<h2 class="wp-block-heading">Giardini d&#8217;artista e parchi segreti</h2>



<p>Tornando al Festival della Maiolica, il fil rouge di quest&#8217;anno è stato il giardino d&#8217;artista, un’indagine sul rapporto tra plasticità ceramica e spazio verde. Il festival ha aperto cancelli solitamente inaccessibili, come quelli del parco privato di <strong>Villa Paola a Celle Ligure</strong>, una dimora storica liberty di fine ‘800, dove dagli Anni 80 le pavimentazioni e sculture del pittore e ceramista <strong>Gianni Celano Giannici</strong> e dell’artista svedese <strong>Ansgar Elde</strong> dialogano con la macchia mediterranea. Un giardino lussureggiante che svela anche le celebri <em>Sfere</em> di Fontana che fanno il paio con quelle presenti sul Lungomare degli Artisti. Una piacevole scoperta anche il giardino di <strong>Casa Barile</strong> ad Albissola Marina con le creazioni di animali fantastici dell’artista <strong>Paolo Anselmo</strong>. Il viaggio si conclude con un luogo sacro della modernità come Casa Museo Jorn, che conserva l&#8217;eredità selvaggia di <strong>Asger Jorn</strong> (e che ospita <em>Kotykeye</em>, personale di <strong>Luca Trevisani</strong> vincitrice dell&#8217;Italian Council). Situata sulle immediate alture di Albissola Marina, la casa dove l’artista danese ha vissuto per vent’anni è un tributo alla sua stessa filosofia di vita e arte: l’errore come forza creatrice e fusione di ambiente naturale e architettonico.<br><br><em>Claudia Giraud</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-moderna/2026/06/festival-maiolica-2026-liguria/">In Liguria si è svolta una mega festa diffusa per celebrare l’artigianato della ceramica. Reportage dal Festival della Maiolica 2026</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>La storia dell’arte può diventare un linguaggio adatto ai social? Il profilo Instagram che fa documentari con l’AI</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/06/pastel-antiques-instagram-account/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 19:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[AI]]></category>
		<category><![CDATA[Instagram]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1238423</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/schermata-2026-06-07-alle-111053.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Si chiama “pastelantiques” l'account che racconta la vita dei grandi nomi dell'arte e della cultura con reel brevi e accattivanti. Alcuni dei quali strizzano l'occhio all'estetica di Wes Anderson</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/06/pastel-antiques-instagram-account/">La storia dell’arte può diventare un linguaggio adatto ai social? Il profilo Instagram che fa documentari con l’AI</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/06/schermata-2026-06-07-alle-111053.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>Nel panorama sempre più saturo della divulgazione culturale su web, spicca pastelantiques, la pagina Instagram che negli ultimi mesi ha attirato l’attenzione di appassionati di arte e curiosi grazie a una serie di video dedicati alla vita e alle opere dei grandi artisti della storia dell’arte (e non solo).</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Nasce Pastel Antiques, la pagina Instagram che racconta la storia dell&#8217;arte</strong></h2>



<p>Non si tratta di semplici contenuti educational. I reel pubblicati dall’account utilizzano una grammatica visiva precisa. immagini pittoriche animate, dettagli ravvicinati, musica malinconica, una calda voce narrante e montaggi precisi, trasformando la narrazione artistica in esperienza emotiva. Rembrandt, Cézanne, Gauguin, Botticelli o Antonello da Messina diventano così protagonisti di micro-documentari capaci di condensare episodi storici rilevanti, mito e atmosfera in una manciata di minuti. Ma oltre ai grandi protagonisti della storia dell’arte, ci sono tanti reel che raccontano la storia e gli aneddoti più famosi di personaggi come Michael Jackson, Paul Newman, l’imprenditore Lennox Cato e collezionisti di oggetti vintage di cui si ripercorre la storia. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Pastel Antiques: qual è la forza di questa nuova forma di comunicazione?</strong></h2>



<p>I video sembrano costruiti secondo le regole del cosiddetto “slow content”, contraddistinto da ritmo rallentato, palette cromatiche morbide, dissolvenze delicate e testi brevi ma evocativi. In questo modo artisti storicizzati come <strong>Rembrandt o Paul Cézanne </strong>vengono sottratti all’impostazione accademica tradizionale per entrare in una dimensione narrativa più vicina alla cultura visuale social. L’obiettivo non è fornire una lezione frontale, ma coinvolgere il pubblico con poche ma precise informazioni. Particolarmente efficace è il modo in cui l’account utilizza il volto degli artisti e le loro vicende personali come dispositivi narrativi. La tormentata esistenza di <strong>Paul Gauguin</strong>, la spiritualità malinconica di <strong>Sandro Botticelli</strong> o il mistero psicologico dei ritratti di <strong>Antonello da Messina </strong>diventano elementi quasi cinematografici, pensati per catturare l’attenzione dello spettatore nei primi secondi del reel.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una nuova estetica della divulgazione culturale</strong></h2>



<ol class="wp-block-list"></ol>



<p>Nel caso di Pastel Antiques, la storia dell’arte viene filtrata attraverso una sensibilità che mescola nostalgia digitale e cultura editoriale. Anche per questo motivo il format dell’account ha iniziato a generare imitazioni e tutorial dedicati. Esiste persino una guida online che spiega come ricreare video simili, analizzandone struttura, montaggio e palette cromatiche: <a href="https://alici.ai/formulas/guide/how-to-make-videos-like-pastelantiques+j9j6j6xr?utm_source=chatgpt.com" target="_blank" rel="noopener">Alici.ai – How to Make Videos Like Pastel Antiques</a>. La pagina descrive nel dettaglio alcuni degli elementi ricorrenti del format: movimenti di camera lenti, color grading polveroso, testi minimali e un uso della musica pensato per amplificare il senso di nostalgia.<br><br><a href="https://www.instagram.com/pastelantiques?igsh=MW55Nmtqbjhxa2llaw%3D%3D" target="_blank" rel="noopener">Scopri di più</a></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/06/pastel-antiques-instagram-account/">La storia dell’arte può diventare un linguaggio adatto ai social? Il profilo Instagram che fa documentari con l’AI</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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