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	<description>Dal 2011 Arte Eccetera Eccetera</description>
	<lastBuildDate>Fri, 01 May 2026 14:34:43 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Un nuovo centro culturale e residenza d’artista nasce in un’ex chiesa di Venezia</title>
		<link>https://www.artribune.com/progettazione/2026/05/venezia-etnia-house-arts-ex-chiesa-abbazia-misericordia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Caterina Angelucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 21:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Progetto]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/c1-1-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Più che una semplice riconversione funzionale, si tratta di una più radicale ridefinizione del ruolo dello spazio della ex Chiesa dell’Abbazia della Misericordia: da luogo storico a piattaforma dove l’arte non viene soltanto ospitata ma prodotta in tempo reale</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/2026/05/venezia-etnia-house-arts-ex-chiesa-abbazia-misericordia/">Un nuovo centro culturale e residenza d’artista nasce in un’ex chiesa di Venezia</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/c1-1-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>È nel sestiere di Cannaregio a Venezia che un edificio in stile gotico del XIII Secolo, dopo un lungo e articolato intervento di restauro (realizzato dagli architetti Piero Vespignani e Alessia Semenzato di <strong>Studio Anfibio</strong>), è al centro di un nuovo progetto legato all’arte e alla produzione culturale. Dal 5 maggio 2026, infatti, <strong>l’ex Chiesa dell’Abbazia della Misericordia</strong> riapre come <strong>Etnia House of Arts</strong>, promosso dal brand di occhialeria spagnolo Etnia Eyewear Culture che propone residenze d’artista, incontri pubblici e interventi site-specific. Non solo riconversione funzionale, ma una più radicale ridefinizione del ruolo dello spazio: da luogo storico a piattaforma dove l’arte non viene soltanto ospitata ma prodotta in tempo reale, esposta nel suo farsi e condivisa come processo. Così, l’obiettivo è proporre un ambiente in cui la dimensione espositiva e quella del lavoro convivano senza gerarchie, trasformando la Misericordia in un organismo culturale poroso e attraversabile.</p>



<p>“<em>Venezia rappresenta per noi una dichiarazione di intenti. Quando ho scelto di acquisire e restaurare la Chiesa della Misericordia, l’ambizione era quella di contribuire con qualcosa di significativo a una città che incarna l’incontro tra arte, storia e creatività radicale. Questo progetto nasce da un’evoluzione molto personale: dopo 25 anni dedicati alla costruzione di Etnia Eyewear Culture, ho sentito il bisogno di passare dal celebrare la creatività al sostenerla attivamente. La Misericordia è un gigante dormiente, portatore di secoli di memoria culturale. Il nostro ruolo è quello di riattivarla con rispetto e visione, trasformandola in una piattaforma culturale viva, dove discipline come arte, musica e letteratura possano coesistere e influenzarsi a vicenda. L’apertura, in concomitanza con la Biennale di Venezia, ci colloca all’interno di un dialogo culturale globale, permettendoci al tempo stesso di esprimere un punto di vista chiaro e indipendente</em>”, racconta ad Artribune <strong>David Pellicer</strong>, fondatore di Etnia Eyewear Culture.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La storia dell’ex Chiesa dell’Abbazia della Misericordia e il nuovo progetto&nbsp;</h2>



<p>L’edificio porta con sé una complessità architettonica e funzionale che riflette la sua lunga storia di trasformazioni: da spazio religioso a luogo assistenziale, fino agli usi più recenti. Questa condizione di continua mutazione diventa oggi la base concettuale del progetto, che legge la stratificazione non come vincolo ma come possibilità operativa. E anche il programma si articola come <strong>un sistema aperto di attività</strong>: residenze internazionali, performance, installazioni, momenti di confronto e collaborazioni con istituzioni e operatori della produzione culturale. L’idea è quella di un calendario non lineare, in cui i diversi linguaggi si sovrappongono e generano zone di contatto impreviste tra artisti, pubblico e spazio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il programma di residenze di Etnia House of Arts con al centro l’occhiale&nbsp;</h2>



<p>Al centro del progetto si colloca <strong>il programma di residenze</strong>, che introduce un elemento di lavoro volutamente non convenzionale: l’occhiale. Non come oggetto di design ma come campo simbolico attraverso cui indagare i meccanismi della visione, dell’identità e della rappresentazione. Gli artisti sono invitati a partire da questa prospettiva per sviluppare pratiche che mettano in discussione il modo stesso in cui osserviamo e costruiamo le immagini.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="725" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/conxi-sane-725x1024.png" alt="Un nuovo centro culturale e residenza d’artista nasce in un’ex chiesa di Venezia" class="wp-image-1229628" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/conxi-sane-725x1024.png 725w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/conxi-sane-300x424.png 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/conxi-sane-106x150.png 106w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/conxi-sane-768x1085.png 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/conxi-sane-1087x1536.png 1087w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/conxi-sane.png 1200w" sizes="(max-width: 725px) 100vw, 725px" /><figcaption class="wp-element-caption">Conxi Sane</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Le artiste del primo ciclo di residenze di Etnia House of Arts</h2>



<p>Le prime due artiste coinvolte sono <strong>Conxi Sane e Greta Pllana</strong>, chiamate ad aprire il percorso inaugurale con interventi distinti per approccio e linguaggio, ma accomunati dall’interesse per la percezione e le sue deviazioni. Le loro residenze segneranno l’avvio di una programmazione pensata come accumulo progressivo di esperienze, più che come sequenza di eventi. Dietro il progetto c’è la volontà di Etnia Eyewear Culture di <strong>estendere la propria ricerca oltre il prodotto</strong>, costruendo un contesto in cui la cultura visiva diventi pratica condivisa. Come sottolinea la direzione del brand, l’idea è quella di trasformare la Misericordia in uno spazio dove la visione non venga semplicemente rappresentata, ma continuamente messa in crisi e riattivata attraverso l’incontro.</p>



<p>“<em>La selezione dei primi artisti è un momento determinante. Ci stiamo concentrando su individui che abbiano una profonda comprensione del contesto: artisti in grado di confrontarsi con l’architettura, la storia e la risonanza emotiva della Misericordia. Ciò che conta è la loro capacità di sviluppare opere site-specific, di entrare in un dialogo autentico con lo spazio e di affrontare questo progetto con sensibilità e audacia. Il processo è importante quanto il risultato: presenza, ricerca e intenzione guidano la selezione. Allo stesso tempo, questo progetto è costruito con una prospettiva a lungo termine. L’obiettivo è quello di creare un ecosistema culturale credibile, riunendo curatori, advisor e istituzioni per garantire rigore, continuità e rilevanza internazionale. I primi artisti definiranno il tono del progetto, plasmando sia la sua direzione estetica sia il</em> <em>suo posizionamento culturale</em>”, continua Pellicer.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="720" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/greta-pllana-720x1024.png" alt="Un nuovo centro culturale e residenza d’artista nasce in un’ex chiesa di Venezia" class="wp-image-1229627" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/greta-pllana-720x1024.png 720w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/greta-pllana-300x427.png 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/greta-pllana-105x150.png 105w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/greta-pllana-768x1092.png 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/greta-pllana-1080x1536.png 1080w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/greta-pllana.png 1200w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption class="wp-element-caption">Greta Pllana</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Etnia Eyewear Culture e il connubio tra arte e impresa&nbsp;</h2>



<p>“<em>Questa iniziativa riflette un cambiamento più ampio nel modo in cui vedo il nostro ruolo come azienda. Stiamo evolvendo dalla produzione di oggetti alla produzione di cultura. La cultura richiede spazio, tempo e libertà, e Venezia offre un contesto unico in cui tutto questo può esistere con profondità e autenticità. È questa la responsabilità che abbiamo scelto di assumerci</em>”, conclude David Pellicer. <br><br><em>Caterina Angelucci</em><br><br><em>Etnia House of Arts<br>Campo de l&#8217;Abazia, 3550</em><br><em>Cannaregio<br>Venezia VE</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/2026/05/venezia-etnia-house-arts-ex-chiesa-abbazia-misericordia/">Un nuovo centro culturale e residenza d’artista nasce in un’ex chiesa di Venezia</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>C’è un problema di salute mentale nei lavoratori del mondo della moda e questo progetto ne parla</title>
		<link>https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/05/mental-health-in-fashion-campagna-salute-mentale-moda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Margherita Cuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 20:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Moda]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1229606</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/screenshot-2026-04-28-alle-121453-1.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>L’iniziativa “One Person. One Voice” affronta un tema fin troppo taciuto nell’universo del fashion. Ecco il trailer video e l’intervista ai suoi ideatori</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/05/mental-health-in-fashion-campagna-salute-mentale-moda/">C’è un problema di salute mentale nei lavoratori del mondo della moda e questo progetto ne parla</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/screenshot-2026-04-28-alle-121453-1.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

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<p>Nel mondo della moda, dove tutto sembra costruito per essere perfetto, desiderato e irraggiungibile, <strong>esiste una grande zona d’ombra difficile da nominare: quella della salute mentale</strong>. Un tema che per troppo tempo è rimasto ai margini, un tabù quasi incompatibile con un sistema che vive di immagine, impeccabilità e performance. Eppure, proprio lì &#8211; dietro le quinte, tra scadenze serrate, aspettative elevate e una costante esposizione al giudizio &#8211; si accumulano pressioni profonde e dolorose, spesso invisibili, che si traducono in ritmi di lavoro non sostenibili, precarietà diffusa e una pressione continua sull’immagine e sull’identità personale. Non si tratta solo di fragilità individuali, ma di <strong>dinamiche strutturali che attraversano tutta la filiera</strong>: dalla produzione al consumo, dagli studi creativi alle passerelle, fino a chi, pur non facendo parte diretta del sistema, ne assorbe immaginari e standard.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il progetto “One Person. One Voice” di Florian Müller</h2>



<p>Da questa consapevolezza nasce il progetto <strong><em>One Person. One Voice.</em></strong>, ideato da <strong>Florian Müller</strong>, fondatore della campagna internazionale <em>Mental Health in Fashion</em> insieme all’artista <strong>Claudia Malecka</strong>. L’iniziativa fotografica, che rientra all’interno della stessa campagna, è finanziata da Projekt Zukunft, programma del Dipartimento per l’Economia, l’Energia e le Imprese Pubbliche del Senato di Berlino. Con oltre vent’anni di esperienza nella comunicazione del settore moda &#8211; attraverso la Müller PR &amp; Consulting &#8211; e una formazione che unisce economia e psicologia, Müller lavora da anni per portare alla luce le pressioni psicologiche taciute all’interno dell’industria.</p>



<p>Il progetto mira a<strong> un cambiamento strutturale, coinvolgendo università, aziende e istituzioni attraverso conferenze, workshop, programmi educativi e pratiche creative</strong>, come la sezione curata da Müller sulla salute mentale all’interno del festival <strong>A Shaded View on Fashion Film</strong>. “<em>Quello che cerco di fare è creare consapevolezza. Rendere normale parlare di salute mentale, ma anche offrire strumenti concreti: dove trovare aiuto e come affrontare certe situazioni</em>”, afferma Müller.</p>


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<h2 class="wp-block-heading">Le fotografie di Claudia Malecka sulla salute mentale&nbsp;</h2>



<p>Accanto a lui, la regista, artista e fotografa Claudia Malecka traduce questa visione in un linguaggio visivo essenziale. <strong>La serie di trentacinque ritratti, </strong>realizzati durante la Berlin Fashion Week, costruisce uno spazio sospeso, neutro, in cui ogni distrazione viene eliminata per lasciare emergere solo le persone e le loro parole. “<em>Dovevo rendere visibile qualcosa di invisibile. L’idea della tela sospesa nasce da lì: un elemento che sembra stabile, ma che in realtà è fragile, fluttuante, si muove con il vento. È una metafora del tema stesso</em>”, spiega Malecka.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La pressione performativa e gli standard identitari imposti nel mondo del fashion</h2>



<p>I<strong> trentacinque partecipanti </strong>legati all’industria o che con essa interagiscono (provenienti da design, media, artigianato, educazione e attivismo) contribuiscono con dichiarazioni personali che che affrontano la pressione performativa, l’impatto degli standard imposti sull’identità e sull’autostima, e l’urgenza di riportare ascolto, cura e spazio umano all’interno dell’industria. Tra loro figurano voci consolidate e voci nuove: Diane Pernet, pioniera del fashion film e fondatrice di ASVOFF, tra le prime piattaforme dedicate al genere; Sara Sozzani Maino, curatrice e talent scout da anni impegnata nella scoperta dei nuovi talenti della moda; il designer Julian Zigerli; il giornalista e critico di moda Alfons Kaiser, insieme ad altri nomi di creativi e operatori culturali attivi nel settore. Infatti uno degli elementi più significativi emersi dal progetto riguarda <strong>la risonanza trasversale delle testimonianze</strong>. Müller racconta: “<em>Sono rimasto sorpreso da una cosa: ogni volta che usciva un articolo sulla campagna, ricevevo messaggi da persone molto diverse tra loro. Alcune erano figure affermate nell’industria, altre voci meno visibili ma altrettanto significative. Tutte mi dicevano la stessa cosa: </em><strong><em>non sono l’unica a stare così</em></strong><em>. Non era più una questione individuale, ma qualcosa che superava le singole esperienze. Questo, per molte persone, ha aperto uno spazio di speranza”. </em>Il fondatore evidenzia una contraddizione interna al sistema: “<em>Mi colpiva vedere che anche</em><strong><em> persone con grande potere, che potrebbero cambiare le cose, si limitano spesso a esprimere supporto</em></strong><em> senza riuscire ad agire davvero. Dimostrando quanto il problema sia diffuso e strutturale. Sappiamo tutti cosa accade nell’industria della moda eppure continuiamo a far finta di niente</em>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Rappresentazione e salute mentale: un’urgenza per il sistema moda</h2>



<p>Nel dialogo emerge con forza il tema della rappresentazione. Voci molto diverse convivono all’interno dello stesso progetto. Per Müller, è proprio questa coesistenza a rendere il quadro reale.<em>“Da lì ho iniziato a costruire il progetto, ma sempre con molta attenzione. Non volevo attaccare persone specifiche, né esporre individui vulnerabili. È un equilibrio delicato quello di raccontare il problema </em><strong><em>senza strumentalizzare le persone coinvolte</em></strong><em>, restituendo la complessità del sistema.” </em>La moda funziona attraverso un’immagine idealizzata, quasi impermeabile alla fragilità. Le persone, dentro questo sistema, spesso non hanno nemmeno gli strumenti per riconoscere il proprio disagio. E dall’esterno, la stessa illusione continua a essere alimentata.</p>



<p>Partendo da queste riflessioni Muller costruisce la sua campagna, facendo attenzione a non attaccare con aggressività persone o situazioni specifiche ma attraverso un equilibrio delicato parlando, come vuole il titolo del progetto, come un problema condiviso come fosse “<strong>un unica persona</strong>”, uno spazio che dia voce a chi non riesce a parlare. La salute mentale, oggi, non può più essere marginalizzata ma è il punto da cui ripensare <strong>una moda più responsabile, lucida e soprattutto umana</strong> e Florian Muller &#8211; che ha già rifiutato due volte l’acquisto della campagna da lui fondata &#8211; è determinato a non fermarsi.<br><br><em>Margherita Cuccia</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/05/mental-health-in-fashion-campagna-salute-mentale-moda/">C’è un problema di salute mentale nei lavoratori del mondo della moda e questo progetto ne parla</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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			<media:title type="plain">La campagna “Mental Health in Fashion” affronta il tema della salute mentale nel mondo della moda</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>Una mostra a Milano fa dialogare visionari paesaggi contemporanei con un acquerello del grande Turner. Recensione e intervista </title>
		<link>https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/05/mostra-kreyn-milano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Bianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[mostra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1229823</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-6-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Nella sua mostra personale da Robilant+Voena, Maria Kreyn presenta nuovi paesaggi le cui chiavi di lettura sono il mutamento costante e la rigenerazione, in relazione a un’opera dell’artista inglese. E Kreyn ci ha raccontato la mostra </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/05/mostra-kreyn-milano/">Una mostra a Milano fa dialogare visionari paesaggi contemporanei con un acquerello del grande Turner. Recensione e intervista </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-6-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>Riscoprire l’importanza del tempo e di un dialogo attivo col&nbsp;passato. La mostra di&nbsp;<strong><a href="https://www.artribune.com/artista-mostre-biografia/maria-kreyn/" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/artista-mostre-biografia/maria-kreyn/">Maria&nbsp;Kreyn</a></strong>&nbsp;(Nizhny Novgorod, 1987),&nbsp;<a href="https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/maria-kreyn-continuum/" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/maria-kreyn-continuum/"><em>Continuum</em>,</a> è&nbsp;la prima personale&nbsp;dell’artista statunitense a Milano&nbsp;e riunisce&nbsp;paesaggi carichi di&nbsp;pathos&nbsp;che riflettono stati d’animo e&nbsp;mischiano&nbsp;figurazione, geometrie astratte,&nbsp;atmosfere conturbanti&nbsp;e riferimenti alla storia dell’arte, con un acquerello del celebre pittore inglese di paesaggi&nbsp;<strong><a href="https://www.artribune.com/tag/william-turner/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/tag/william-turner/" rel="noreferrer noopener">William Turner</a></strong>.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-2-1024x768.jpg" alt="Maria Kreyn: Continuum, Robilant+Voena, installation view" class="wp-image-1229825" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-2-1024x768.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-2-300x225.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-2-150x113.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-2-768x576.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-2-1536x1152.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-2-2048x1536.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Maria Kreyn: Continuum, Robilant+Voena, installation view</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Maria&nbsp;Kreyn&nbsp;e William Turner a Milano</strong>&nbsp;</h2>



<p>La mostra offre al pubblico un’interessante&nbsp;selezione di <strong>nuovi lavori</strong> dell’artista&nbsp;che&nbsp;dialogano, all’interno di spazi ricchi di storia,&nbsp;con un&nbsp;pregiato&nbsp;acquerello di<strong>&nbsp;</strong>Turner<strong>,</strong>&nbsp;raffigurante un passo&nbsp;alpino.&nbsp;l’acquerello&nbsp;è&nbsp;<em>The&nbsp;Splügen&nbsp;Pass&nbsp;</em>(1842–43),&nbsp;che&nbsp;venne&nbsp;definito&nbsp;da&nbsp;<strong>John Ruskin&nbsp;</strong>“<em>il&nbsp;miglior&nbsp;paesaggio svizzero mai dipinto dall’Uomo</em>”.&nbsp;L’accostamento mette in relazione le&nbsp;<strong>rese atmosferiche</strong>&nbsp;che caratterizzano le opere di&nbsp;Kreyn&nbsp;con la&nbsp;<strong>visione romantica del paesaggio</strong>, propria del pittore inglese.&nbsp;L’esposizione si concentra&nbsp;in particolare&nbsp;sulle&nbsp;marine<strong>&nbsp;</strong>di&nbsp;Kreyn: composizioni che attingono&nbsp;a&nbsp;un ampio ventaglio&nbsp;di riferimenti,&nbsp;dalla storia dell’arte alla cultura contemporanea,&nbsp;reinterpretati attraverso un linguaggio pittorico&nbsp;immediatamente riconoscibile.&nbsp;Mari&nbsp;impetuosi dai colori accesi, le cui onde si alzano fin quasi a sfiorare i cieli&nbsp;carichi di nubi. Spesso&nbsp;sono&nbsp;attraversati da segni ovoidali,&nbsp;parabolici o lineari, che ricordano un diagramma della sezione aurea o un disegno&nbsp;rinascimentale.&nbsp;In questi lavori il paesaggio&nbsp;sembra&nbsp;non trasmettere quiete&nbsp;e&nbsp;silenzio, ma piuttosto tensione ed&nbsp;un’inquietudine&nbsp;latente.&nbsp;Le opere&nbsp;risultano&nbsp;influenzate&nbsp;dalla&nbsp;sua&nbsp;formazione&nbsp;–&nbsp;autodidatta nella pittura, ha studiato&nbsp;matematica e filosofia presso l’Università di Chicago&nbsp;– e&nbsp;dai suoi&nbsp;interessi per le neuroscienze e la mitologia.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Motivi e significati della mostra di Maria&nbsp;Kreyn&nbsp;</strong>&nbsp;</h2>



<p>Le opere in mostra sono attraversate da visioni di portali, geometrici e ovoidali:&nbsp;simboli che per l’artista rappresentano l’ingresso in nuove realtà e la possibilità di attingere a&nbsp;una sorgente più ampia. Da qui il titolo&nbsp;<strong><em>Continuum</em></strong><strong>, che evoca una rigenerazione costante&nbsp;</strong>e&nbsp;un dialogo con la storia,&nbsp;una riflessione sul fatto che&nbsp;menti umane prima di noi&nbsp;abbiano&nbsp;osservato gli stessi&nbsp;luoghi&nbsp;e condiviso emozioni simili. Il dialogo che si crea tra il paesaggio di Turner e le opere&nbsp;di&nbsp;Kreyn&nbsp;invita&nbsp;il visitatore&nbsp;a&nbsp;chiedersi&nbsp;qual è il&nbsp;<strong>rapporto&nbsp;tra</strong>&nbsp;<strong>l’essere</strong>&nbsp;<strong>umano e&nbsp;la&nbsp;natura</strong>.&nbsp;“The&nbsp;Splügen&nbsp;Pass<em>&nbsp;è&nbsp;raffigurato come un valico sublime, dalla bellezza drammatica e pericolosa</em>”, spiega l’artista. “<em>Nel delicato acquerello di Turner vediamo una città che guarda verso un varco, un’ampia soglia tra le montagne. Posso immaginare come i viaggiatori abbiano attraversato questo stesso passaggio per molti secoli, tutti immersi nella natura selvaggia delle Alpi, che dall’altro lato si apre sul caldo paesaggio italiano</em>”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-5-768x1024.jpg" alt="Maria Kreyn: Continuum, Robilant+Voena, installation view" class="wp-image-1229828" style="width:783px;height:auto" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-5-768x1024.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-5-300x400.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-5-113x150.jpg 113w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-5-1152x1536.jpg 1152w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-5-1536x2048.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/maria-kreyn-rv-5-scaled.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">Maria Kreyn: Continuum, Robilant+Voena, installation view</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>“Continuum”:&nbsp;l’importanza della memoria e del dialogo con il passato&nbsp;</strong></h2>



<p>Con questa mostra si realizza un dialogo tra opere di epoche diverse, in apparenza molto lontane tra loro. Il confronto offre al visitatore spunti di riflessione degni di nota su cosa caratterizzi il&nbsp;<strong>paesaggio</strong>, come il modo in cui questo viene percepito sia cambiato nel tempo<em>&nbsp;</em>e come alcuni temi riescano ad unire personalità distanti nel&nbsp;<strong>tempo</strong>; un<em>&nbsp;</em>denominatore comune che lega il sentire di&nbsp;<strong>personalità affini</strong>.&nbsp;“<em>È un po&#8217; la cifra estetica della galleria, questo accostamento tra antico, moderno e contemporaneo non solo da un punto di vista estetico, ma anche contenutistico</em>”, spiega&nbsp;<strong>Andrea Sandri</strong>, direttore della sede di Milano. “<em>All’artista&nbsp;è piaciuto subito il nostro spazio e quest’idea di mettersi in relazione, in dialogo, anche in confronto-scontro quasi, con un grande maestro come Turner. Non è una competizione:&nbsp;c&#8217;è una crescita insieme</em>”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il catalogo della mostra di Maria&nbsp;Kreyn</strong>&nbsp;</h2>



<p>La mostra è accompagnata da un<strong> catalogo digitale</strong> illustrato,&nbsp;che&nbsp;comprende&nbsp;un&nbsp;saggio di&nbsp;<strong><a href="https://www.artribune.com/tag/marco-voena/" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/tag/marco-voena/">Marco&nbsp;Voena</a></strong>&nbsp;che&nbsp;aiuta&nbsp;a contestualizzare&nbsp;il lavoro&nbsp;di Maria&nbsp;Kreyn&nbsp;rispetto alla storia del paesaggio, a partire&nbsp;da Leonardo.&nbsp;Il&nbsp;paesaggio&nbsp;è&nbsp;inteso&nbsp;non solo&nbsp;come la&nbsp;rappresentazione della realtà fenomenica, ma anche di ciò che sentiamo,&nbsp;<strong>la&nbsp;rappresentazione&nbsp;fisica&nbsp;dei</strong>&nbsp;<strong>moti interiori&nbsp;</strong>che ci contraddistinguono. Passando per l&#8217;Arte&nbsp;Veneta, il Gran tour, l&#8217;Arte&nbsp;Russa&nbsp;e osservando&nbsp;le rappresentazioni dei grandi fenomeni naturali tra Sette e Ottocento,&nbsp;quali&nbsp;le eruzioni dei vulcani in Italia,&nbsp;come&nbsp;il Vesuvio.&nbsp;Il catalogo contiene altresì un saggio molto attuale dell’ex rettore&nbsp;dell’Università di&nbsp;Bologna,&nbsp;il professore<strong>&nbsp;Ivano Dionigi</strong>, sul rapporto tra&nbsp;<strong>tecnologia e umanesimo</strong>, nel quale configura un novello&nbsp;Prometeo con l’ultima versione del fuoco:&nbsp;l’intelligenza artificiale.&nbsp;&nbsp;</p>


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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Intervista a Maria&nbsp;Kreyn</strong>&nbsp;</h2>



<p><strong>È la sua prima mostra a Milano:&nbsp;qual è il&nbsp;suo legame con la città?&nbsp;</strong>&nbsp;<br>La adoro. Credo di essere&nbsp;stata&nbsp;legata all’Italia fin dall’infanzia, senza rendermene conto, perché da tantissimo tempo ammiro i dipinti dei grandi maestri del passato, in particolare quelli italiani. Quindi mi sembra davvero appropriato tornare in questo Paese, che è uno dei miei posti preferiti al mondo.&nbsp;</p>



<p><strong>Com’è stato esporre a Milano?</strong>&nbsp;<br>Bellissimo.&nbsp;Lavorare con&nbsp;<strong>Robilant+Voena</strong>&nbsp;è davvero semplice&nbsp;e hanno&nbsp;questa incredibile visione di unire le opere dei grandi maestri con l&#8217;arte contemporanea, che ti permette di fare un viaggio nel tempo con i tuoi eroi.&nbsp;</p>



<p><strong>Ci parli di questo&nbsp;dialogo.</strong>&nbsp;<br>Sono cresciuto guardando i capolavori figurativi dei maestri del passato, molti ritratti e opere di stampo barocco. Poi, quando ho scoperto Turner un po’ più tardi,&nbsp;e&nbsp;ho iniziato a dipingere dopo l’università, mi è sembrato che lui facesse con il paesaggio ciò che Rembrandt faceva con la figura. Le mie opere si trasformano in queste due direzioni contemporaneamente, è come dipingere la figura e il paesaggio, e questo è stato un percorso davvero bellissimo per me. Mi piace molto il dialogo con la storia ed è davvero meraviglioso averla proprio davanti a te in una sola stanza.&nbsp;</p>



<p><strong>Che</strong><em>&nbsp;</em><strong>mi dice&nbsp;delle emozioni&nbsp;presenti&nbsp;nelle&nbsp;sue opere?&nbsp;</strong>&nbsp;<br>Mi piacerebbe commuovervi.&nbsp;Voglio davvero creare spazi in cui le persone possano sentirsi a casa e in cui possano provare tante cose contemporaneamente e riversare tutti i loro sentimenti nell’opera, come se fosse un amico con cui possono parlare. La gamma delle esperienze umane è così vasta. Il&nbsp;mio obiettivo è cercare di racchiudere tutto in questa finestra, in questo universo.&nbsp;</p>



<p><strong>Può&nbsp;raccontarci qualcosa sul processo&nbsp;di creazione delle sue opere?</strong>&nbsp;<br>Inizia in modo caotico e si trasforma in qualcosa di specifico e controllato. Faccio molta&nbsp;pianificazione, ma il processo fisico di realizzazione di questi dipinti è in realtà meravigliosamente caotico e inizia come una sorta di tempesta e poi, man mano che l&#8217;idea si cristallizza, mi concentro su ciò che vedete.&nbsp;<br><br><em>Giulia Bianco</em>&nbsp;</p>



<p>Milano // fino all’8 maggio 2026&nbsp;<br><em>Maria&nbsp;Kreyn: Continuum</em>&nbsp;<br>ROBILANT+VOENA – Via della Spiga, 1&nbsp;<br><a href="https://www.robilantvoena.com/exhibitions/maria-kreyn-continuum" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Scopri di più</a><strong></strong>&nbsp;</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/05/mostra-kreyn-milano/">Una mostra a Milano fa dialogare visionari paesaggi contemporanei con un acquerello del grande Turner. Recensione e intervista </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Il Mediterraneo protagonista al 52° Festival della Valle d’Itria. Ecco il programma, tra miti e riscoperte</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-performative/2026/05/festival-valle-itria-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arti performative]]></category>
		<category><![CDATA[Puglia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1229844</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/festival-della-valle-ditriarepertorioil-giocatore-2022-1200x800-1.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Uno degli appuntamenti culturali più interessanti della Puglia torna a Martina Franca e in alcuni luoghi del territorio durante l’estate. Quest’anno esplora il tema del Mediterraneo</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/2026/05/festival-valle-itria-2026/">Il Mediterraneo protagonista al 52° Festival della Valle d’Itria. Ecco il programma, tra miti e riscoperte</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/festival-della-valle-ditriarepertorioil-giocatore-2022-1200x800-1.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>La <strong>Valle d’Itria</strong> si prepara a diventare, ancora una volta, teatro dell’omonimo festival musicale che da decenni rappresenta un’opportunità di crescita per il territorio che lo ospita e le persone che lo vivono. Stiamo parlando del <strong>Festival della Valle d’Itria</strong> che si terrà a Martina Franca (in provincia di Taranto) e in alcuni luoghi del territorio pugliese dal 14 luglio al 2 agosto 2026. Organizzata dalla <strong>Fondazione Paolo Grassi</strong>, la 52esima edizione del Festival è curata per il secondo anno dalla direttrice artistica e compositrice <strong>Silvia Colasanti</strong> ed esplora quest’anno il tema del <strong>Mediterraneo</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Festival della Valle d’Itria: Mediterraneo è il tema di quest’anno</h2>



<p>“<em>La riflessione sul presente, l’attenzione e il rispetto dei percorsi compositivi degli autori, lo spazio alla musica del XX e XXI Secolo, la curiosità, l’ampliamento degli orizzonti culturali: così proseguo il percorso intrapreso nella precedente edizione del festival</em>”, ha spiegato la direttrice artistica <strong>Silvia</strong> <strong>Colasanti</strong>. “<em>Il tema di quest’anno, <strong>Mediterraneo</strong>, scorre nelle opere e nei concerti presentandosi sotto diverse sfaccettature: il mito come </em><strong><em><strong><em>radice</em></strong></em></strong><em> e specchio della nostra identità, </em><strong><em><strong><em>l’incontro</em></strong></em></strong><em> prezioso tra culture differenti e lo scambio proficuo di idee che ne deriva, e infine </em><strong><em><strong><em>l’accoglienza</em></strong></em></strong><em>, il più solido e autentico tramite per l’assimilazione delle diversità. La musica ci pone domande, emoziona, incuriosisce, attraversando quattro secoli, con particolare attenzione al Novecento storico italiano ed europeo. Oggi il Mediterraneo è anche il luogo in cui si intrecciano <strong>storie e destini spesso drammatici.</strong> La musica è la voce che racconta queste storie, che sa esprimere speranze e paure di chi attraversa il mare in cerca di una vita migliore e il nostro festival vuole sollecitare una riflessione su questa complessità</em>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Festival della Valle d’Itria: le tre grandi produzioni liriche</h2>



<p>Il cuore del programma è rappresentato da <strong>tre nuovi allestimenti che spaziano dal Barocco al Novecento</strong>. Il 14 luglio sono previste le opere novecentesche <em>Pulcinella </em>di <strong>Igor</strong> <strong>Stravinskij</strong> e <em>La favola di Orfeo</em> di <strong>Alfredo Casella</strong>: un viaggio nelle radici della cultura mediterranea attraverso la rilettura del mito e della tradizione napoletana. La riscoperta barocca&nbsp; sarà, invece, il tema affrontato il 24 luglio con l’opera <em>Il schiavo di sua moglie</em> (1672) di <strong>Francesco Provenzale</strong>: una rarità del Seicento napoletano portata in scena dal complesso barocco <strong>Cappella Neapolitana</strong> diretto da <strong>Antonio Florio</strong>. Infine, la storia sarà protagonista il 25 luglio con la <em>Carmen</em> di <strong>Bizet</strong>: l&#8217;opera viene presentata per la prima volta in forma scenica nella partitura originale del 1874, prima dei tagli imposti dall&#8217;Opéra Comique. La direzione è affidata al Maestro <strong>Fabio Luisi</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Non solo Opera: i concerti delle grandi Orchestre e il teatro di ricerca</h2>



<p>Il Festival si diffonde nel territorio tra masserie, chiostri e basiliche con un programma ricchissimo e delle iniziative speciali. Alle tre produzioni liriche si affianca innanzitutto un progetto che il Festival ha commissionato a <strong>Marco Baliani</strong>, scrittore, attore e regista dedito a un teatro di ricerca e di impegno civile: per l’occasione presenta <em>Vennero da ogni dove</em>, un <strong>racconto in musica sull&#8217;umanità in cammino</strong> che andrà in scena il 20 e 21 luglio al Chiostro di San Domenico. Poi, saranno protagoniste l&#8217;Orchestra del Teatro Petruzzelli, l&#8217;Orchestra della Magna Grecia e il ritorno dell&#8217;Orchestra dell&#8217;Accademia Teatro alla Scala con<strong>concerti diffusi nel territorio</strong> della Valle d’Itria. Infine, il progetto <em>In Orbita</em> (10-12 luglio) porterà <strong>spettacoli e musica nelle piazze e nelle contrade,</strong> uscendo dai circuiti elitari per incontrare i cittadini nel loro quotidiano.<br><br><em>Dal 14 luglio al 2 agosto 2026<br>Festival della Valle d’Itria<br>Martina Franca (Taranto)</em><br>www.festivaldellavalleditria.it </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-performative/2026/05/festival-valle-itria-2026/">Il Mediterraneo protagonista al 52° Festival della Valle d’Itria. Ecco il programma, tra miti e riscoperte</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Veneto: al posto di un caffè liberty di Recoaro Terme apre un centro d’arte contemporanea. Intervista alla curatrice</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/05/recoaro-terme-apre-cantiere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 15:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[recoaro terme]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1229850</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/schermata-2026-05-01-alle-145015.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Dedicato alla ricerca e alla sperimentazione, Cantiere del Contemporaneo apre le sue porte al pubblico negli spazi dello storico Caffè Nazionale. Al centro del progetto ci sono le residenze d’artista, pensate per aprire un dialogo tra artisti e territorio </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/05/recoaro-terme-apre-cantiere/">Veneto: al posto di un caffè liberty di Recoaro Terme apre un centro d’arte contemporanea. Intervista alla curatrice</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/schermata-2026-05-01-alle-145015.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>Adagiata in una conca verdeggiante, incorniciata dalle “Piccole Dolomiti”, in provincia di Vicenza, <strong>Recoaro Terme</strong> è un piccolo borgo noto per le sue acque termali minerali e per suggestivi percorsi paesaggistici. Negli ultimi anni, purtroppo, si è registrato un progressivo ridimensionamento dell’attività termale e un lento spopolamento del territorio. Al fine di valorizzarne la storia del borgo, l’amministrazione locale ha deciso di avviare un progetto di rigenerazione dello storico <strong>Palazzo Caffè Nazionale</strong>, dando forma a <strong>Cantiere del Contemporaneo</strong>, il nuovo polo d’arte contemporanea in apertura il il 2 maggio 2026 che intreccia ricerca artistica, sviluppo locale e rigenerazione culturale. Curato da <strong>Elisabetta Bacchin</strong>, il programma ruota attorno a residenze d’artista, capaci di mettere in dialogo artisti e territorio.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Apre Cantiere del Contemporaneo a Recoaro Terme</strong></h2>



<p>Cuore del progetto è il programma di residenze: a inaugurarlo sono <strong>Romesh Bothalage, Pietro Chiarello, Francesco Pizzocchero e Virginia Stevenin</strong>, giovani artisti invitati a conoscere e a lavorare per due mesi all’interno degli spazi del polo d&#8217;arte, trasformati in atelier e luoghi di produzione. Il loro lavoro prende forma da una riflessione sul senso del luogo, inteso come organismo vivo e stratificato. Acqua, paesaggio montano, memoria architettonica e tradizioni locali diventano quindi elementi di indagine per una ricerca volta alla trasformazione in chiave contemporanea del borgo. Non a caso, proprio l’acqua — elemento distintivo di Recoaro — diventa metafora di cura e rinascita, mentre il contesto naturale si pone come spazio di responsabilità e relazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Intervista alla curatrice Elisabetta Bacchin</strong></h2>



<p><strong>Come nasce il progetto Cantiere del Contemporaneo a Recoaro Terme?</strong><strong><br></strong>L’iniziativa si inserisce all’interno di un macro-progetto voluto dall’amministrazione comunale di Recoaro Terme, volto alla rigenerazione culturale, sociale ed economica del borgo, promosso dal Piano Nazionale Borghi e finanziato dall’Unione Europea con fondi del PNRR. L’obiettivo è quello di creare una nuova identità culturale del territorio, recuperando il Palazzo Caffè Nazionale, luogo simbolo del borgo. La seconda fase del progetto, invece, vedrà un investimento da parte dell’amministrazione locale, fortemente orientata alla promozione del territorio e della cultura contemporanea.</p>



<p><strong>Come è strutturato il polo d’arte contemporanea?</strong><strong><br></strong>Il palazzo liberty è composto da tre piani e comprende un piano di accoglienza e bookshop, un piano dedicato agli appartamenti per gli artisti in residenza, a cui si aggiunge uno spazio di condivisione per gli artisti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cantiere del Contemporaneo: tra mostre, nuovi spazi espositivi e open call per artisti emergenti</strong></h2>



<p><strong>Per gli anni successivi è prevista una call per partecipare alla residenza?</strong> <br>Sì, assolutamente. Per avviare il progetto abbiamo optato per un processo di selezione diretto, ma il programma di residenze artistiche prevederà due cicli annuali. Per il prossimo turno di residenze (in partenza a ottobre) apriremo una open call in estate. L’obiettivo è quello di investire sulle nuove generazioni, le uniche capaci di offrire nuove chiavi di lettura per lo storico borgo.</p>



<p><strong>Tra i linguaggi delle arti contemporanee ce n’è uno che predilige rispetto ad altri?</strong><strong><br></strong>I medium artistici sono tutti importanti e degni di una profonda ricerca e sperimentazione. All’interno di Cantiere del Contemporaneo, però, vorrei che fosse dedicata un’attenzione particolare alla <strong>videoarte</strong>.</p>



<p><strong>Le opere di restituzione faranno parte di una collezione locale?</strong> <br>Sì, non sarà un processo a breve termine, ma l’obiettivo è quello di creare una collezione d’arte contemporanea locale che sarà custodita in uno spazio apposito.</p>



<p><strong>Ci dica di più…</strong><strong><br></strong>Nell’ambito del progetto del PNRR, l’amministrazione intende attivare anche nuovi spazi all’interno del borgo, alcuni dei quali saranno adibiti a spazi espositivi.</p>



<p><strong>Ci saranno attività collaterali che accompagneranno il debutto di Cantiere del Contemporaneo?<br></strong>Sì, il primo appuntamento è a fine giugno 2026, quando verrà realizzata una mostra a cielo aperto e diffusa nel borgo, con opere di artisti emergenti affiancate ad altre di artisti affermati.<br><br><em>Dal 2 maggio 2026</em><br><em>Cantiere del Contemporaneo</em><br><em>Via Vittorio Emanuele, 4</em><br><em>Recoaro Terme VI</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/05/recoaro-terme-apre-cantiere/">Veneto: al posto di un caffè liberty di Recoaro Terme apre un centro d’arte contemporanea. Intervista alla curatrice</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Alle Terme di Diocleziano di Roma spopola la mostra di un’artista cinese. Il curatore spiega perché</title>
		<link>https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/05/intervista-umberto-croppi-curatore-mostra-wu-jianan-museo-nazionale-romano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Palmieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/metamorpheses01-1536x864-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Si fonda su solide basi teoriche il successo di “Metamorphoses.L’arte che trasforma”, personale di Wu Jian’an nelle Aule più suggestive della sede del Museo Nazionale Romano. E, per approfondire, abbiamo parlato direttamente con Umberto Croppi, curatore di questo progetto ardito e visionario</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/05/intervista-umberto-croppi-curatore-mostra-wu-jianan-museo-nazionale-romano/">Alle Terme di Diocleziano di Roma spopola la mostra di un’artista cinese. Il curatore spiega perché</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/metamorpheses01-1536x864-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>Dopo il periodo di prolungata chiusura è <strong>Wu Jian&#8217;an</strong>, Pechino classe 1980, l’artista protagonista alle <strong><a href="https://www.artribune.com/tag/terme-di-diocleziano/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/tag/terme-di-diocleziano/" rel="noreferrer noopener">Terme di Diocleziano</a></strong>, forse il più giovane a cui sia mai stata dedicata una personale nella suggestiva sede del Museo Nazionale Romano. E dato il successo che sta avendo questo progetto che, intitolato <em>Metamorphoses. L’arte che trasforma</em>, mette in luce i punti di contatto tra la cultura cinese e quella italiana e, ancor più, tra le tradizioni di matrice orientale ed europee, abbiamo chiesto proprio al curatore <strong>Umberto Croppi</strong>, Presidente dell&#8217;Accademia di Belle Arti di Roma, di raccontarci com’è nato e com’è si è sviluppato…</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/masks31metamorphosesterme-di-dioclezianopressphotoph-monkeys-video-lab-1024x683.jpg" alt="Masks, Metamorphoses, Terme di Diocleziano. Ph: Monkeys Video Lab" class="wp-image-1229669" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/masks31metamorphosesterme-di-dioclezianopressphotoph-monkeys-video-lab-1024x683.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/masks31metamorphosesterme-di-dioclezianopressphotoph-monkeys-video-lab-300x200.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/masks31metamorphosesterme-di-dioclezianopressphotoph-monkeys-video-lab-150x100.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/masks31metamorphosesterme-di-dioclezianopressphotoph-monkeys-video-lab-768x512.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/04/masks31metamorphosesterme-di-dioclezianopressphotoph-monkeys-video-lab-1536x1025.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Masks, Metamorphoses, Terme di Diocleziano. Ph: Monkeys Video Lab</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Intervista a Umberto Croppi, curatore della mostra di Wu Jian’an a Roma</strong></h2>



<p><strong>Com’è nata l’idea di invitare Wu Jian&#8217;an a fare una mostra a Roma?</strong><br>Ho avuto l’occasione di approfondire la conoscenza di Wu Jian&#8217;an (Pechino, 1980) a Venezia, dove aveva rappresentato la Cina nel 2017 alla 57ª Biennale d’Arte, presso il Berengo studio di Murano con cui collaboro da tempo. In quell’occasione ha iniziato a raccontarmi della sua ricerca sulla mitologia, prima cinese e poi occidentale, così è sorta l’idea di invitarlo a visitare le Terme di Diocleziano.</p>



<p><strong>Come ha reagito</strong> <strong>Wu Jian&#8217;an alla visita delle antiche Terme romane?<br></strong>Con il massimo entusiasmo. È stato immediatamente conquistato dalla maestosità e bellezza delle Aule X-XI-XI bis del <strong>Museo Nazionale Romano</strong> che ha trovato perfette per ambientare una sua mostra. Wu Jian&#8217;an è un teorico, un artista studioso, non lavora solo il vetro; la sua ricerca, fondata su solide <strong>basi storiche e letterarie</strong>, spazia tra diverse tecniche e materiali, dunque nelle antiche terme ha trovato uno spazio ideale in grado di dialogare con le sue opere a livello visivo e concettuale.</p>



<p><strong>Il progetto della mostra “Metamorphoses”, che trae materia dall’omonimo testo di Ovidio, è stato proposto dall’artista oppure è stato formulato da lui insieme al team curatoriale?</strong><br>L&#8217;idea è dell&#8217;artista che si è lasciato suggestionare dallo spazio; poi abbiamo lavorato insieme per affinare il tema sulla base delle opere in loco e creare quindi la massima organicità tra l’ambiente e i lavori esposti. Nella sala principale, il grande <strong>mosaico di Ercole e Acheloo</strong>, ampio 80 mq, del III Secolo d.C. dialoga perfettamente con <em>The Heaven of Nine Levels</em> (2008–2009), monumentale installazione in cuoio traforato che, installata perpendicolarmente rispetto alla preziosa pavimentazione, riflette su di essa la propria ombra, amplificando il valore concettuale della complessa cosmologia che rappresenta e creando un dialogo con l’antico, tra luce, ombra, caos e ordine.</p>


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<p><strong>Ci può dire di più anche della serie “The Eternal Cycle – Running Through the Seasons”</strong>?<br>Si tratta di quattro opere che, realizzate tra il 2024 e il 2025, rientrano nella serie <em>Incarnations</em>, iniziatadaWu Jian&#8217;an nel 2011 e caratterizzata da una <strong>tecnica unica</strong> ed estremamente articolata che sarebbe riduttivo definire semplicemente collage. L’artista crea <strong>strutture complesse</strong>, ma leggere, sovrapponendo su una tela di seta <strong>migliaia di figurine in carta</strong> finemente intagliata, dipinte con acquerello, acrilico, impregnate di cera d’api e cucite con filo di cotone. Per l’Aula XI delle terme di Diocleziano ha coniato due cicli in cui confluiscono iconografie proprie dell’arte classica, greca e romana e altre di matrice orientale. <em>The Eternal Cycle – Running Through the Seasons</em> come suggerisce il titolo, allude allo <strong>scorrere del tempo</strong> con quattro monumentali pannelli, giocati su variazioni cromatiche che evocano le singole stagioni, popolati da miriadi di piccole figure che corrono in avanti con slancio dinamico e vitale, in un forsennato movimento che ricorda quello eterno e inarrestabile del cosmo. Un contemporaneo <strong>memento mori</strong> che si pone in rapporto diretto con il mosaico romano del II Secolo d.C. che, nella lapidaria iscrizione sotto lo scheletro &#8220;γνῶθι σαυτόν&#8221;, <em>Gnothi Sauton, </em>ricorda come, di fronte all’effimera vanità del tutto, l’unica cosa che conti sia <em>conoscere se stessi</em>.</p>



<p><strong>E l’altro ciclo della serie “Incarnations” cosa rappresenta?</strong><br>Sono sette opere che reinterpretano la leggenda del famoso eroe mitologico cinese, dal cui nome <em>Xíng Tiān</em> (2021–2022) traggono il titolo. Noto per il suo coraggio e la sua indole indomita, l’eroe diventa <strong>metafora di una forza spirituale innata</strong> negli esseri umani che, proprio come l’energia, cambia forma ma non si esaurisce mai, riapparendo in diversi territori di luce e colore che evocano geografie e temporalità mutevoli, simbolicamente rappresentate in mostra dalla variazione degli spettri cromatici nei singoli pannelli.</p>



<p><strong>Certo, dalle sue parole emerge quanto la formazione teorica di Wu Jian’an abbia influito sul progetto…</strong><br>Esatto, lui proviene da studi classici ed è direttore di un&#8217;accademia d&#8217;arte di Pechino, dunque la <strong>formazione culturale</strong> rappresenta una <strong>componente essenziale</strong> della sua ricerca artistica.</p>



<p><strong>…che in effetti nel percorso espositivo emerge anche nella varietà di tecniche e materiali adoperati.<br></strong>Proprio così. Wu Jian’an ha costruito un <strong>linguaggio visivo personale</strong>, lavorando con materiali e tecniche diversi per costruire <strong>intricati sistemi visivi</strong> in cui tradizione orientale e occidentale si fondono, riflettendo il suo costante interesse per la natura, gli animali e le dimensioni inconsce degli esseri umani che, in fondo sono elementi comuni a tutti, indipendentemente da epoche e latitudini; come dimostra anche l’attualità delle sue antichissime fonti.</p>



<p><strong>Possiamo approfondire il dialogo che l’artista crea tra due tradizioni culturali?<br></strong>In <em>Metamorphoses</em>, come suggerisce il titolo, è proprio il <strong>tema che fa da collante</strong>. Perché sebbene per la distanza fisica i contatti tra l’Europa e la Cina si siano infittiti solo recentemente, è innegabile che entrambi i paesi <strong>condividano cruciali temi di riflessione</strong>. Tra questi il concetto di <strong>metamorfosi</strong>, come cambiamento fisiologico e inevitabile, è sicuramente un momento di incontro tra le due culture; come dimostrano le analogie tra i due testi di riferimento il <em>Libro dei Monti e dei Mari</em>, <em>han Hai Jing</em>, 山海經, risalente a oltre 2000 anni fa che parla di metamorfosi (<em>hua</em>&nbsp;化) e le <em>Metamorfosi</em> di Ovidio a noi ben familiari, la cui affermazione che “<em>nec species sua cuique manet</em>” “nessun essere mantiene la propria forma”, intrecciata alle <strong>nozioni taoiste</strong> di trasformazione e cambiamento generativo 化生, huàshēng, si può considerare il concept dell’esposizione anche in relazione alla memoria storica del luogo che la accoglie che, nel corso dei Secoli, ha cambiato più volte funzione e identità, diventando un emblema di mutamento, continuità e rinascita, attraverso la reinvenzione.</p>


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<p><strong>In che modo il pensiero taoista della trasformazione 化生 (huàshēng) si riflette nel lavoro dell’artista?</strong><br>Tutta la sua ricerca è ispirata al <strong>taoismo. </strong>I riferimenti sono vivi e presenti in tutte le opere. Nell’imponente <em>The Heaven of Nine Levels</em>in cui il cuoio è lavorato come fosse un merletto, una delle figure centrali che spicca maggiormente è quella del <strong>corpo astrale</strong> che si ritrova anche nella nostra cultura esoterica e che è centrale nel taoismo perché mette in connessione la natura fisica e spirituale dell’uomo con il cosmo. Ancora il materiale impiegato, presente anche in <em>Masks</em> (2017–2018), installazione monumentale composta da 360 sculture <strong>intagliate nel cuoio</strong>, che accoglie i visitatori nell’Aula X e li accompagna nella XI, era utilizzato in antico per realizzare tamburi che, oltre a essere strumenti musicali, erano dei veri e propri <strong>apparati rituali</strong> per mettere in collegamento cielo, terra e umanità. Il suono del tamburo simboleggiava la risonanza tra gli esseri umani, la natura e il cosmo. Oggi queste opere riflettono sulle relazioni tra materia e spirito, tra il primitivo e il civilizzato e sui costumi dell’umanità in relazione alle leggi della natura.</p>



<p><strong>Le opere in vetro come si inseriscono nel percorso?</strong><br>Le cinque sculture della serie <em>Invisible Faces, </em>iniziata nel 2019, rappresentano le metamorfosi attraverso le proprietà del <strong>vetro soffiato</strong>, la cui trasparenza permette non solo di cogliere il processo nella sua fase cruciale ma di rappresentarlo come se fosse in fieri grazie alle <strong>vibrazioni luminose</strong> che, animando l’opera ad ogni variazione di intensità e angolazione visiva, creano un senso di movimento all’interno della stessa. E, collocate in prossimità dell’ingresso nell’Aula XIbis, le <em>Invisible Faces,</em> ricordano proprio strani visitatori provenienti da un altro pianeta e, al tempo stesso, apparizioni soprannaturali di antichi miti.</p>



<p><strong>Qual è la risposta del pubblico alla mostra?</strong><br>Sbalorditiva, al di sopra delle aspettative, un dato che emerge in maniera lampante guardando i social. In termini di numeri poi ho perso il conto. Quello che colpisce non sono tanto le visite o le visualizzazioni, quanto la mole inattesa di interazioni positive, da parte di visitatori e addetti ai lavori, in termini di recensioni e commenti; un fenomeno alquanto raro, perché in genere ci si limita al “like”, quindi rilevante per capire l’impatto dell’iniziativa.</p>



<p><strong>Per concludere, con quale messaggio si augura che i visitatori escano dalla mostra?</strong><br>Escludendo ogni intenzione pedagogica e didattica, spero che la forza dell&#8217;artista e della sua ricerca possa suscitare la <strong>curiosità</strong> di approfondire la <strong>conoscenza reciproca</strong> tra le nostre plurimillenarie culture. Due Paesi che si sono evoluti e sviluppati separatamente ma tra cui i punti di contatto sono decisamente più numerosi di quanto si sia soliti pensare.<br><br><em>Ludovica Palmieri</em><br><br>Roma // fino al 17 maggio 2026<br><em>Metamorphoses. Wu Jian’an</em><br>TERME DI DIOCLEAZIANO – Via Enrico de Nicola, 78<br><a href="https://museonazionaleromano.it/evento/metamorphoses-di-wu-jianan/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://museonazionaleromano.it/evento/metamorphoses-di-wu-jianan/" rel="noreferrer noopener">Scopri di più</a><br></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/05/intervista-umberto-croppi-curatore-mostra-wu-jianan-museo-nazionale-romano/">Alle Terme di Diocleziano di Roma spopola la mostra di un’artista cinese. Il curatore spiega perché</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Sta per uscire la nuova newsletter TAILOR tra crisi del lusso, nuove generazioni creative e salute mentale (abbonatevi!)</title>
		<link>https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/05/tailor-newsletter-moda-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Moda]]></category>
		<category><![CDATA[newsletter]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1229847</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/schermata-2026-05-01-alle-144444.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Il nuovo appuntamento con TAILOR, la newsletter di Artribune dedicata ai linguaggi della moda contemporanea e alle sue intersezioni con arte e cultura, arriva domenica 3 maggio. Iscrivetevi, è gratuita! </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/05/tailor-newsletter-moda-2/">Sta per uscire la nuova newsletter TAILOR tra crisi del lusso, nuove generazioni creative e salute mentale (abbonatevi!)</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/schermata-2026-05-01-alle-144444.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>Un’edizione che osserva le trasformazioni del sistema moda globale tra crisi dei modelli consolidati, ridefinizione del lusso e nuove traiettorie creative emergenti, includendo una riflessione sempre più centrale sul tema della salute mentale come questione strutturale del settore. Dinamiche economiche, cambiamenti nei consumi e nuove forme di produzione culturale ridefiniscono oggi il perimetro della moda contemporanea.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Dal declino del lusso alla nuova creatività</strong></h2>



<p>Il punto di partenza è la crisi del lusso, oggi sempre più evidente nei dati e nelle strategie dei grandi gruppi. Tra contrazione del ceto medio globale, mutamenti geopolitici e nuovi modelli di consumo, il sistema riorganizza le proprie logiche, aprendo a forme ibride tra accessibilità e posizionamento. In questo contesto, la <strong>Paris Fashion Week</strong> rimane un osservatorio privilegiato sulle nuove generazioni di designer, che stanno progressivamente spostando il focus dal prodotto alla narrazione, dalla forma al linguaggio, dal sistema alla sua messa in discussione. Nel focus, cinque designer che, con approcci differenti, segnano alcune delle direzioni più attuali.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il progetto “One Person. One Voice”</strong></h2>



<p>Debutta per la prima volta in Italia su <strong>Artribune Television</strong> <em>One Person. One Voice</em>, il progetto sviluppato nell’ambito della campagna internazionale <em>Mental Health in Fashion</em>, ideata da <strong>Florian Müller </strong>insieme all’artista <strong>Claudia Malecka,</strong> affrontando il tema della salute mentale nel sistema moda come questione strutturale e non individuale. Attraverso una serie di ritratti e testimonianze, costruisce uno spazio visivo essenziale in cui emergono le pressioni, spesso invisibili, che attraversano l’intera filiera del settore. Il numero include inoltre un’intervista esclusiva a uno degli stylist più influenti della scena internazionale: <strong>Tom Eerebout</strong>. Dopo aver collaborato con<strong>Lady Gaga, Austin Butler e Kylie Minogue</strong>, lo incontriamo anche nella veste di curatore in occasione della mostra in corso da ITS Arcademy a Trieste.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una mappa del sistema moda contemporaneo</strong></h2>



<p>Accanto ai focus principali, la newsletter attraversa progetti, appuntamenti internazionali e pratiche indipendenti che interrogano il rapporto tra moda, istituzioni e cultura visiva. In vista della Biennale, uno sguardo particolare è dedicato agli eventi e ai contesti in cui la moda entra in dialogo con il sistema dell’arte. TAILOR, curata da <strong>Margherita Cuccia </strong>e <strong>Giulio Solfrizzi</strong>, è la newsletter di Artribune dedicata alla moda contemporanea come sistema culturale e progettuale. Uno spazio di osservazione sulle dinamiche che attraversano l’industria, dai modelli produttivi alle pratiche indipendenti, dalle istituzioni ai linguaggi emergenti, fino alle nuove forme di responsabilità estetica e sociale. L’iscrizione è gratuita e se non siete ancora abbonati, <a href="https://www.artribune.com/newsletter-tailor/">potete farlo qui</a>. Per tutte le vostre segnalazioni e opinioni scriveteci all’indirizzo: <a href="mailto:tailor@artribune.com">tailor@artribune.com</a> e se avete perso i numeri passati sono disponibili all’interno del nostro <a href="https://www.artribune.com/archivio-tailor/">Archivio</a>.<br><br>Courtesy <em>“One Person. One Voice” overview. Courtesy Mental Health in Fashion. Content direction Florian Müller. Photo Claudia Malecka</em></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/progettazione/moda/2026/05/tailor-newsletter-moda-2/">Sta per uscire la nuova newsletter TAILOR tra crisi del lusso, nuove generazioni creative e salute mentale (abbonatevi!)</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>A Londra si può scoprire un Luigi Ghirri inedito in una mostra fatta di fotografie e parole. Recensione </title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2026/05/luigi-ghirri-mostra-londra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Annarita Genova]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Londra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1229838</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026.webp" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Tra scatti mai visti e saggi teorici, il fotografo italiano è protagonista di una seconda mostra nella sede londinese della Thomas Dane Gallery. Frammenti, cartoline e riflessi costruiscono un mondo inesauribile osservato dagli occhi di Ghirri </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2026/05/luigi-ghirri-mostra-londra/">A Londra si può scoprire un Luigi Ghirri inedito in una mostra fatta di fotografie e parole. Recensione </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026.webp" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>La parola “<em>Felicità</em>”, ritagliata da un giornale, è stata lasciata per strada, caduta forse da una tasca. Questa è l’immagine di copertina della mostra alla Thomas Dane Gallery di Londra, che ospita un viaggio nell’universo fotografico – ancora inedito – di <strong>Luigi Ghirri</strong> (Scandiano, 1943 – Roncocesi, 1992). Curata da Alessio Bolzoni e Luca Guadagnino, <a href="https://www.thomasdanegallery.com/artists/367-luigi-ghirri/exhibitions/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la mostra <em>Felicità</em></a> raccoglie <strong>scatti mai pubblicati e meno conosciuti</strong>, frammenti di atlanti, cartoline, manifesti, specchi che si riflettono in altri specchi: strumenti con cui il fotografo italiano ha trasformato momenti ordinari in istantanee ancora inattese. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="791" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-modena-1971-the-estate-of-luigi-ghirri-courtesy-thomas-dane-gallery-matthew-marks-gallery-new-york-and-los-angeles-and-mai-36-galerie-zurich-and-madrid-791x1024.jpg" alt="Luigi Ghirri, Modena, 1971, The Estate of Luigi Ghirri. Courtesy Thomas Dane Gallery, Matthew Marks Gallery, New York and Los Angeles, and Mai 36 Galerie, Zurich and Madrid" class="wp-image-1229841" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-modena-1971-the-estate-of-luigi-ghirri-courtesy-thomas-dane-gallery-matthew-marks-gallery-new-york-and-los-angeles-and-mai-36-galerie-zurich-and-madrid-791x1024.jpg 791w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-modena-1971-the-estate-of-luigi-ghirri-courtesy-thomas-dane-gallery-matthew-marks-gallery-new-york-and-los-angeles-and-mai-36-galerie-zurich-and-madrid-300x388.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-modena-1971-the-estate-of-luigi-ghirri-courtesy-thomas-dane-gallery-matthew-marks-gallery-new-york-and-los-angeles-and-mai-36-galerie-zurich-and-madrid-116x150.jpg 116w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-modena-1971-the-estate-of-luigi-ghirri-courtesy-thomas-dane-gallery-matthew-marks-gallery-new-york-and-los-angeles-and-mai-36-galerie-zurich-and-madrid-768x994.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-modena-1971-the-estate-of-luigi-ghirri-courtesy-thomas-dane-gallery-matthew-marks-gallery-new-york-and-los-angeles-and-mai-36-galerie-zurich-and-madrid-1186x1536.jpg 1186w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-modena-1971-the-estate-of-luigi-ghirri-courtesy-thomas-dane-gallery-matthew-marks-gallery-new-york-and-los-angeles-and-mai-36-galerie-zurich-and-madrid-1582x2048.jpg 1582w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-modena-1971-the-estate-of-luigi-ghirri-courtesy-thomas-dane-gallery-matthew-marks-gallery-new-york-and-los-angeles-and-mai-36-galerie-zurich-and-madrid-scaled.jpg 1977w" sizes="auto, (max-width: 791px) 100vw, 791px" /><figcaption class="wp-element-caption">Luigi Ghirri, Modena, 1971, The Estate of Luigi Ghirri. Courtesy Thomas Dane Gallery, Matthew Marks Gallery, New York and Los Angeles, and Mai 36 Galerie, Zurich and Madrid</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La&nbsp;mostra&nbsp;di Luigi&nbsp;Ghirri&nbsp;a Londra</strong>&nbsp;</h2>



<p>Per&nbsp;Ghirri&nbsp;il&nbsp;sistema&nbsp;delle&nbsp;immagini&nbsp;trasformava&nbsp;la&nbsp;realtà&nbsp;in un&nbsp;catalogo&nbsp;e il&nbsp;paesaggio&nbsp;in&nbsp;indice&nbsp;di se&nbsp;stesso. Oggi la&nbsp;sua&nbsp;inquadratura&nbsp;dialoga&nbsp;con la nostra&nbsp;percezione&nbsp;e con&nbsp;l’intera&nbsp;cultura&nbsp;visiva&nbsp;contemporanea,&nbsp;aprendo&nbsp;<strong>unariflessione&nbsp;su&nbsp;ciò&nbsp;che&nbsp;l’immagine&nbsp;può&nbsp;ancora&nbsp;essere</strong>.&nbsp;<em>Felicit</em><em>à</em>&nbsp;apre&nbsp;uno&nbsp;sguardo&nbsp;inedito&nbsp;sul&nbsp;lavoro&nbsp;di&nbsp;<a href="https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2025/03/fondazione-luigi-ghirri/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Luigi Ghirri</a>,&nbsp;mostrando&nbsp;come la&nbsp;quotidianità&nbsp;si&nbsp;trasformi&nbsp;sempre in&nbsp;scoperta&nbsp;visiva. La&nbsp;mostra&nbsp;si&nbsp;sviluppa&nbsp;nei&nbsp;due&nbsp;spazidella Thomas Dane Gallery&nbsp;su&nbsp;Duke Street,&nbsp;attraversando&nbsp;immagini&nbsp;di&nbsp;interni&nbsp;ed&nbsp;esterni,&nbsp;tra&nbsp;realtà&nbsp;e&nbsp;mondi&nbsp;possibili.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026-1-1024x768.webp" alt="Luigi Ghirri, Felicità, installation view, Thomas Dane Gallery, Londra, 2026" class="wp-image-1229839" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026-1-1024x768.webp 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026-1-300x225.webp 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026-1-150x113.webp 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026-1-768x576.webp 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026-1-1536x1152.webp 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026-1.webp 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Luigi Ghirri, Felicità, installation view, Thomas Dane Gallery, Londra, 2026</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tutti&nbsp;i&nbsp;mondi&nbsp;di&nbsp;Luigi&nbsp;Ghirri&nbsp;</strong>&nbsp;</h2>



<p>Nella prima galleria&nbsp;emerge&nbsp;il&nbsp;lavoro&nbsp;su&nbsp;superficie&nbsp;e&nbsp;rappresentazione,&nbsp;che&nbsp;è al&nbsp;centro&nbsp;della&nbsp;riflessione&nbsp;dell’artista&nbsp;sulla&nbsp;banalità&nbsp;con cui le&nbsp;immagini&nbsp;circolano. Qui le&nbsp;fotografie, quasi&nbsp;astratte,&nbsp;raccolgono&nbsp;<strong>frammenti&nbsp;di&nbsp;giornalie&nbsp;cartoline&nbsp;fuori&nbsp;contesto,&nbsp;specchi&nbsp;che&nbsp;riflettono&nbsp;altri&nbsp;specchi,&nbsp;manifesti&nbsp;strappati</strong>&nbsp;che&nbsp;lasciano&nbsp;intravedere&nbsp;strati di&nbsp;immagini,&nbsp;segnali&nbsp;stradali&nbsp;che&nbsp;suggeriscono&nbsp;ciò&nbsp;che&nbsp;sta&nbsp;oltre&nbsp;il&nbsp;quadro.&nbsp;Dettagli&nbsp;tratti&nbsp;dagli&nbsp;atlanti,&nbsp;sfogliaticome&nbsp;mappe&nbsp;di&nbsp;mondi&nbsp;possibili,&nbsp;completano&nbsp;poi la&nbsp;mostra&nbsp;evocando&nbsp;i&nbsp;racconti&nbsp;di Jorge Luis Borges.&nbsp;La&nbsp;seconda&nbsp;galleria&nbsp;esplora&nbsp;<strong>interni,&nbsp;esterni,&nbsp;dettagli&nbsp;domestici&nbsp;e&nbsp;paesaggi</strong>. Carte da&nbsp;parati&nbsp;e&nbsp;pannelli&nbsp;trasformano&nbsp;le&nbsp;stanzequasi in&nbsp;pagine&nbsp;di un&nbsp;libro,&nbsp;mentre&nbsp;scritte&nbsp;sui muri e&nbsp;sulla&nbsp;carta&nbsp;assomigliano&nbsp;a&nbsp;immagini&nbsp;su&nbsp;uno&nbsp;schermo,&nbsp;bidimensionali&nbsp;e&nbsp;riflettenti. Qui&nbsp;trovano&nbsp;spazio&nbsp;anche&nbsp;<strong>dialoghi&nbsp;con&nbsp;altri&nbsp;artisti</strong>&nbsp;concettuali, come Félix&nbsp;González-Torrescon due&nbsp;lavori&nbsp;a puzzle&nbsp;–&nbsp;<em>Untitled</em>&nbsp;(1988)&nbsp;e&nbsp;<em>Untitled&nbsp;(Key West)</em>&nbsp;(1992) –&nbsp;e quattro&nbsp;fotografie&nbsp;dallo&nbsp;studio di Giorgio Morandi,&nbsp;che&nbsp;ricordano&nbsp;le&nbsp;connessioni&nbsp;di&nbsp;Ghirri&nbsp;con&nbsp;altri&nbsp;artisti&nbsp;italiani&nbsp;del&nbsp;suo&nbsp;tempo, tutti alle prese con la&nbsp;modernità.&nbsp;L’ultima&nbsp;parte&nbsp;della&nbsp;mostra&nbsp;mette&nbsp;in luce le sue&nbsp;<strong>serie&nbsp;più&nbsp;famose</strong>, come&nbsp;<em>Paesaggio&nbsp;Italiano</em>&nbsp;degli anni&nbsp;Ottanta,&nbsp;offrendo&nbsp;uno&nbsp;sguardo&nbsp;maturo&nbsp;sul&nbsp;territorio&nbsp;e&nbsp;sul&nbsp;modo di&nbsp;rappresentarlo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="813" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-campogalliano-1985-the-estate-of-luigi-ghirri-courtesy-thomas-dane-gallery-matthew-marks-gallery-new-york-and-los-angeles-and-mai-36-galerie-zurich-and-madrid-1024x813.jpg" alt="Luigi Ghirri, Campogalliano, 1985, The Estate of Luigi Ghirri. Courtesy Thomas Dane Gallery, Matthew Marks Gallery, New York and Los Angeles, and Mai 36 Galerie, Zurich and Madrid" class="wp-image-1229842" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-campogalliano-1985-the-estate-of-luigi-ghirri-courtesy-thomas-dane-gallery-matthew-marks-gallery-new-york-and-los-angeles-and-mai-36-galerie-zurich-and-madrid-1024x813.jpg 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-campogalliano-1985-the-estate-of-luigi-ghirri-courtesy-thomas-dane-gallery-matthew-marks-gallery-new-york-and-los-angeles-and-mai-36-galerie-zurich-and-madrid-300x238.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-campogalliano-1985-the-estate-of-luigi-ghirri-courtesy-thomas-dane-gallery-matthew-marks-gallery-new-york-and-los-angeles-and-mai-36-galerie-zurich-and-madrid-150x119.jpg 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-campogalliano-1985-the-estate-of-luigi-ghirri-courtesy-thomas-dane-gallery-matthew-marks-gallery-new-york-and-los-angeles-and-mai-36-galerie-zurich-and-madrid-768x610.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-campogalliano-1985-the-estate-of-luigi-ghirri-courtesy-thomas-dane-gallery-matthew-marks-gallery-new-york-and-los-angeles-and-mai-36-galerie-zurich-and-madrid-1536x1220.jpg 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-campogalliano-1985-the-estate-of-luigi-ghirri-courtesy-thomas-dane-gallery-matthew-marks-gallery-new-york-and-los-angeles-and-mai-36-galerie-zurich-and-madrid-2048x1627.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Luigi Ghirri, Campogalliano, 1985, The Estate of Luigi Ghirri. Courtesy Thomas Dane Gallery, Matthew Marks Gallery, New York and Los Angeles, and Mai 36 Galerie, Zurich and Madrid</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Luigi&nbsp;Ghirri&nbsp;tra&nbsp;fotografia&nbsp;e&nbsp;parola&nbsp;scritta</strong>&nbsp;</h2>



<p>Dal percorso espositivo londinese, ne risulta allora un Ghirri inedito, italiano e internazionale, che parla attraverso le immagini e anche attraverso <strong>tre saggi con linguaggio filosofico e contemporaneo</strong>. A corredo della mostra è stato, infatti, pubblicato il libro<em> </em><a href="https://mackbooks.eu/collections/luigi-ghirri/products/luigi-ghirri-felicita" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Luigi Ghirri. Felicità</em> (MACK</a>, edizione bilingue), che colleziona, in una veste soft blonde e lino rigido, le opere esposte e tre saggi dell’artista. Attento e curioso osservatore della cultura, il fotografo intreccia infatti nei suoi saggi riferimenti a cinema, letteratura, filosofia e musica. Eppure, la presenza più importante rimane quella di Jorge Luis Borges; in questo caso, le sue narrazioni del mondo come biblioteca senza fine o mappa in espansione diventano una chiave per leggere i media come specchio dell’identità moderna. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026-2jpg-1024x768.webp" alt="Luigi Ghirri, Felicità, installation view, Thomas Dane Gallery, Londra, 2026 " class="wp-image-1229843" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026-2jpg-1024x768.webp 1024w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026-2jpg-300x225.webp 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026-2jpg-150x113.webp 150w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026-2jpg-768x576.webp 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026-2jpg-1536x1152.webp 1536w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/luigi-ghirri-felicita-installation-view-thomas-dane-gallery-londra-2026-2jpg.webp 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Luigi Ghirri, Felicità, installation view, Thomas Dane Gallery, Londra, 2026 </figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’inesauribilità&nbsp;delle&nbsp;immagini&nbsp;di Luigi&nbsp;Ghirri</strong>&nbsp;</h2>



<p>Anche dopo oltre cento mostre e numerosi testi su di lui, scritti anche dall’artista stesso, molte fotografie di Luigi Ghirri restano ancora da scoprire. Per <em>Felicità</em>, i curatori Alessio Bolzoni e Luca Guadagnino le hanno <strong>scelte direttamente dall’archivio di Ghirri</strong>, conservato nella sua casa dalla famiglia, portando alla luce lavori mai pubblicati prima. La mostra londinese alla Thomas Dane Gallery, seconda dopo <em>Luigi Ghirri: Colazione sull</em>’<em>Erba</em>del 2019, raccoglie immagini che contengono tutte le immagini. Ogni immagine, cioè, ci invita a guardare di nuovo, a fermarci su ciò che ci circonda e che diamo per scontato. Fotografo dall’intento artistico tanto moderno da risultare contemporaneo, sotto il suo obiettivo Ghirri trasforma anche i luoghi più familiari, anche quelli segnati dall’industrializzazione, in scene sospese, vicine ai paesaggi americani. Per Ghirri, più del paesaggio, conta quindiil modo in cui lo osserviamo. Le sue fotografie non sono infatti solo vedute: parlano del nostro sguardo e di <strong>come costruiamo la realtà che vediamo</strong>; di come, osservandola, le diamo un senso. <br><br><em>Annarita Genova</em> <br><br>Londra // fino al 9 maggio 2026 <br><em>Luigi Ghirri. Felicità</em> <br>THOMAS DANE GALLERY – Duke Street St James’s, 3; Duke Street St James’s, 11 <br><a href="https://website-artlogicwebsite0087.artlogic.net/viewing-room/69/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Scopri di più</a> </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2026/05/luigi-ghirri-mostra-londra/">A Londra si può scoprire un Luigi Ghirri inedito in una mostra fatta di fotografie e parole. Recensione </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Il mitico artista-ceramista italiano Nanni Valentini torna negli Stati Uniti con una mostra sulla sua storia. Le immagini</title>
		<link>https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/05/nanni-valentini-mostra-ny/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1229809</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/schermata-2026-05-01-alle-104430.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Ospitata negli spazi dell'Everson Museum of Art, la retrospettiva ricostruisce il percorso dell’artista italiano che ha ridefinito il linguaggio della ceramica</p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/05/nanni-valentini-mostra-ny/">Il mitico artista-ceramista italiano Nanni Valentini torna negli Stati Uniti con una mostra sulla sua storia. Le immagini</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/schermata-2026-05-01-alle-104430.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>Ci troviamo a <strong>Syracuse</strong>, nello stato di <strong>New York</strong> negli <strong>Stati Uniti d&#8217;America</strong>, e più precisamente all<strong>’Everson Museum of Art </strong>che riporta sotto i riflettori americani una figura centrale della ricerca artistica italiana del secondo Novecento. Stiamo parlando di <strong>Nanni Valentini</strong> (Sant&#8217;Angelo in Vado, 1932 – Vimercate, 1985), artista che ha rivoluzionato il linguaggio della ceramica, sia da un punto di vista materico che concettuale. Visibile sino al 6 settembre, la mostra <em>Interspaces</em> ne ripercorre la storia, sotto la supervisione dello storico dell&#8217;arte <strong>Flaminio Gualdoni</strong>, e con la curatela di<strong> Garth Johnson </strong>e di <strong>Luca Bochicchio,</strong> rispettivamente curatori dell&#8217;Everson Museum of Art e Museo del Museo della Ceramica di Savona.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il ritorno di Nanni Valentini negli Stati Uniti d&#8217;America&nbsp;</strong></h2>



<p>Non si tratta però di una scoperta tardiva, quanto piuttosto di un ritorno in un luogo che già alla fine degli Anni Cinquanta aveva contribuito a legittimarne il lavoro dell&#8217;artista sulla scena internazionale. Il riferimento è alla storica <em>Ceramic International</em> del 1958, evoluzione internazionale delle <em>Ceramic National</em> con cui l’Everson ha costruito, nel corso dei decenni, una parte significativa della <strong>storia della ceramica contemporanea.</strong> Fu anche grazie a Lucio Fontana che Valentini venne introdotto in quel contesto, ottenendo un premio e partecipando a un circuito espositivo che includeva istituzioni come il Metropolitan Museum of Art, il Museum of Fine Arts Boston, il Cleveland Museum of Art e il Detroit Institute of Arts.</p>



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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Nanni Valentini I segni della terra, 1981 Vitrified terracotta, 10 7_8 x 10 7_8 x 3 1_8 inches Courtesy of ABC-ARTE, © Nanni Valentini </span>
                    </a>
                    <figcaption>Nanni Valentini I segni della terra, 1981 Vitrified terracotta, 10 7_8 x 10 7_8 x 3 1_8 inches Courtesy of ABC-ARTE, © Nanni Valentini </figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Nanni Valentini I segni della terra, 1981, Courtesy of ABC-ARTE, © Nanni Valentini</span>
                    </a>
                    <figcaption>Nanni Valentini I segni della terra, 1981, Courtesy of ABC-ARTE, © Nanni Valentini</figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Nanni Valentini Impronta-totem, 1979 Terracotta vetrificata, 19¾ x 11 3,8 x 2 inches Courtesy of ABC-ARTE © Nanni Valentini</span>
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                    <figcaption>Nanni Valentini Impronta-totem, 1979 Terracotta vetrificata, 19¾ x 11 3,8 x 2 inches Courtesy of ABC-ARTE © Nanni Valentini</figcaption>
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                        <span class="pswp-caption-content" aria-hidden="true">Nanni Valentini Una materia per Pitagora, 1979 Vitrified terracotta, 13¾ x 31½ inches Courtesy of ABC-ARTE, © Nanni Valentini</span>
                    </a>
                    <figcaption>Nanni Valentini Una materia per Pitagora, 1979 Vitrified terracotta, 13¾ x 31½ inches Courtesy of ABC-ARTE, © Nanni Valentini</figcaption>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>La mostra dell&#8217;artista Nanni Valentini all&#8217;Everson Museum of Art di Syracuse a New York&nbsp;</strong></h2>



<p>Il percorso espositivo ospitato all&#8217;Everson Museum of Art insiste proprio su questa trasformazione concettuale della ceramica. Formatosi all’Istituto d’Arte per la Ceramica di Faenza, Valentini si distacca progressivamente dalla concezione funzionale della materia, rivendicando una posizione pienamente interna alle arti visive. In mostra compaiono così superfici ceramiche a parete, lastre attraversate da segni, incisioni e tensioni materiche, in cui la terra e lo smalto perdono ogni funzione decorativa per diventare linguaggio. Tra gli Anni Sessanta e Settanta sviluppa opere a parete e cicli concettuali che dialogano con la pittura italiana del tempo, fino alla serie <em>Trasparenza</em>, dove superficie, spazio e materia diventano strumenti di indagine critica. In collaborazione con la galleria d&#8217;arte ligure, ABC-ARTE, la mostra <em>Interspaces</em> si inserisce in un progetto più ampio che proseguirà nel 2027 in Italia, tra Savona e Albisola, rafforzando un dialogo che affonda le sue radici proprio nel secondo dopoguerra.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La ceramica: un linguaggio artistico concettuale ed espressivo&nbsp;</strong></h2>



<p><em>“L’Everson vanta una storia unica nel sostenere artisti che spingono i confini della ceramica”, </em>spiega <strong>Elizabeth Dunbar</strong>, Direttrice e CEO del museo americano. “<em>Riportare l’opera di Valentini al centro dell’attenzione non solo rende omaggio a questa eredità, ma invita anche nuovi pubblici a scoprire come la ceramica possa essere un linguaggio artistico concettuale e profondamente espressivo</em>”.<br><br><em>Syracuse// fino al 6 settembre 2026<br>Nanni Valentini: Interspaces<br>EVERSON MUSEUM OF ART &#8211; 401 Harrison St, Syracuse, New York</em><br><br><a href="https://everson.org/explore/upcoming-exhibitions/nanni-valentini-interspaces/" target="_blank" rel="noopener">Scopri di più </a></p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2026/05/nanni-valentini-mostra-ny/">Il mitico artista-ceramista italiano Nanni Valentini torna negli Stati Uniti con una mostra sulla sua storia. Le immagini</a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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		<title>Le figlie del suono. Ildegarda di Bingen e Patti Smith sono al Padiglione Vaticano alla Biennale  </title>
		<link>https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/05/padiglione-vaticano-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Spadaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[biennale 2026]]></category>
		<category><![CDATA[Padiglione Vaticano]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.artribune.com/?p=1229816</guid>

					<description><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/patty-smith-e-ildegarda-al-padiglione-vaticano-della-biennale-2026.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>
<p>Otto secoli di distanza e la stessa mistica selvaggia: le due figure saranno protagoniste del padiglione della Santa Sede a Venezia a cura di Hans Ultich Obrist. Tracciando una linea che dall’anno mille giunge fino ad oggi </p>
<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/05/padiglione-vaticano-2026/">Le figlie del suono. Ildegarda di Bingen e Patti Smith sono al Padiglione Vaticano alla Biennale  </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/05/patty-smith-e-ildegarda-al-padiglione-vaticano-della-biennale-2026.png" style="display: block; margin: 1em auto"></p>

<p>Ricordo la sagoma di <a href="https://www.artribune.com/arti-performative/musica/2023/11/patti-smith-tour-italia-libro/" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/arti-performative/musica/2023/11/patti-smith-tour-italia-libro/">Patti</a><strong> </strong>in controluce, in un caffè vicino a casa sua, lo scorso febbraio. I capelli fluttuavano nel vapore che saliva da una tazza bianca che teneva come un talismano. Ho esitato, incerto se interrompere quel momento. Che cosa cerca uno scrittore “<em>in un caffè nelle prime ore del mattino, in una sala deserta di un hotel, o scarabocchiando su un taccuino nel banco di una cattedrale silenziosa</em>”? È la domanda che <strong><a href="https://www.artribune.com/tag/patti-smith/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/tag/patti-smith/" rel="noreferrer noopener">Patti Smith</a></strong> si pone mentre si avvicina agli ottanta anni. Ed è la domanda che io silenziosamente le ponevo quella mattina in cui l’ho incontrata per colazione, che poi ha generato una conversazione pubblicata su <a href="https://www.commonwealmagazine.org/smith-patti-interview-spadaro-wonder" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Commonweal</em>.</a>  </p>



<p>La risposta mi è apparsa chiara solamente dopo, leggendo il suo nuovo libro di memorie,&nbsp;<em>Bread of&nbsp;Angels</em>&nbsp;— Pane degli Angeli. Ecco cosa cerca:&nbsp;“<em>Un improvviso fascio di luce contenente la vibrazione di un momento particolare</em>”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="879" height="1024" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/02/robert-mapplethorpe-patti-smith-1986-palazzo-reale-milano-2026-c-robert-mapplethorpe-foundation-used-by-permission-879x1024.jpg" alt="Robert Mapplethorpe, Patti Smith, 1986, Palazzo Reale, Milano, 2026. © Robert Mapplethorpe Foundation" class="wp-image-1212930" style="aspect-ratio:0.858413427054942;width:782px;height:auto" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/02/robert-mapplethorpe-patti-smith-1986-palazzo-reale-milano-2026-c-robert-mapplethorpe-foundation-used-by-permission-879x1024.jpg 879w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/02/robert-mapplethorpe-patti-smith-1986-palazzo-reale-milano-2026-c-robert-mapplethorpe-foundation-used-by-permission-300x350.jpg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/02/robert-mapplethorpe-patti-smith-1986-palazzo-reale-milano-2026-c-robert-mapplethorpe-foundation-used-by-permission-129x150.jpg 129w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/02/robert-mapplethorpe-patti-smith-1986-palazzo-reale-milano-2026-c-robert-mapplethorpe-foundation-used-by-permission-768x895.jpg 768w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/02/robert-mapplethorpe-patti-smith-1986-palazzo-reale-milano-2026-c-robert-mapplethorpe-foundation-used-by-permission-1318x1536.jpg 1318w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/02/robert-mapplethorpe-patti-smith-1986-palazzo-reale-milano-2026-c-robert-mapplethorpe-foundation-used-by-permission-1758x2048.jpg 1758w" sizes="auto, (max-width: 879px) 100vw, 879px" /><figcaption class="wp-element-caption">Robert Mapplethorpe, Patti Smith, 1986, Palazzo Reale, Milano, 2026. © Robert Mapplethorpe Foundation</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Chi era Ildegarda di Bingen&nbsp;</h2>



<p>Da bambina, scrive, “<em>spaccava le pietre cercando i loro cuori segreti</em>”. Aprire la materia per scorgere la luce imprigionata dentro: questo è il gesto di una mistica selvaggia, una discendenza che condivide col poeta che ama di più, <strong>Arthur Rimbaud</strong>. Quando si legge questa espressione folgorante viene in mente un’altra donna, che otto secoli prima aveva fatto qualcosa di straordinariamente simile. <a href="https://www.artribune.com/editoria/2021/11/libri-arte-nuove-uscite/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/editoria/2021/11/libri-arte-nuove-uscite/" rel="noreferrer noopener">Ildegarda di Bingen</a>, badessa benedettina del XII Secolo, aveva concepito la musica come <em>viva resonantia</em> — risonanza vivente tra la vita umana e quella cosmica. Anche lei spaccava la superficie della realtà ordinaria per liberare qualcosa che stava sotto. Anche lei cantava per far vibrare ciò che era immobile. </p>



<p>Per Ildegarda, prima della caduta, Adamo conosceva il canto degli angeli e possedeva una voce che risuonava come un monocordo accordato sull’armonia delle sfere. Dopo il peccato quella voce si è incrinata, ma non perduta: resta in noi come una traccia, un’eredità sonora che la musica può risvegliare. Siamo tutti figli e figlie del suono — di quella vibrazione originaria in cui creatura e Creatore risuonavano all’unisono. Ildegarda e Patti lo sanno: per questo cantano.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="696" height="464" src="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2023/04/6-Copyright-Cricchi_IldegardadiBingen.jpeg" alt="Cricchi, Ildegarda di Bingen, Copyright" class="wp-image-872555" style="width:840px;height:auto" srcset="https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2023/04/6-Copyright-Cricchi_IldegardadiBingen.jpeg 696w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2023/04/6-Copyright-Cricchi_IldegardadiBingen-300x200.jpeg 300w, https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2023/04/6-Copyright-Cricchi_IldegardadiBingen-150x100.jpeg 150w" sizes="auto, (max-width: 696px) 100vw, 696px" /><figcaption class="wp-element-caption">Angelo Cricchi, Ildegarda di Bingen, Copyright   </figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Patti Smith e Antonio Spadaro&nbsp;</h2>



<p>Patti ha accettato di scrivere la prefazione al mio libro <em>A passo d’uomo. Una storia di Gesù con i piedi per terra</em> (Marsilio). Si tratta della rilettura dei Vangeli attraverso i piedi di Gesù, la sua fisicità, il camminare come atto teologico. L’ho chiesta a Patti perché lei, come Ildegarda, sa guardare l’Incarnazione come uno scandalo materiale. Nella sua prefazione, Patti ha meditato sull’Altare di Isenheim di <strong><a href="https://www.artribune.com/arti-visive/2016/11/arte-societa-critica-michele-dantini/" target="_blank" data-type="link" data-id="https://www.artribune.com/arti-visive/2016/11/arte-societa-critica-michele-dantini/" rel="noreferrer noopener">Matthias Grünewald</a></strong>, quel Cristo dalla carne lacerata e i piedi contorti in una smorfia di dolore — “<em>quasi un Urlo di Munch, ma con i piedi di Cristo</em>”. Ildegarda avrebbe capito. Anche lei rifiutava ogni idealizzazione astratta del sacro. </p>



<p>Il XII e il&nbsp;XX&nbsp; Secolo&nbsp;sembrano lontanissimi, eppure c’è un filo rosso che li attraversa. Ildegarda era una figura composita: badessa, profetessa, musicista, erborista, linguista, consigliera politica. Fu interpellata da&nbsp;<strong>Federico Barbarossa</strong>, da san Bernardo, dai papi. Scrisse ottanta composizioni liturgiche, creò un dramma sacro musicale, inventò una lingua artificiale. Una donna scomoda. Una ribelle benedettina.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">La musica di Patti Smith&nbsp;</h2>



<p>Patti Smith è sé stessa e anche&nbsp;<strong>Bob Dylan</strong>&nbsp;più&nbsp;<strong>Lou&nbsp;Reed</strong>&nbsp;più Rimbaud più Ginsberg, senza pudore. Anche lei è una figura composita: cantautrice, poetessa, fotografa, performer, icona del punk e al tempo stesso pellegrina mistica. Anche lei è scomoda, irriducibile. E come Ildegarda, anche Patti ha sempre visto nella musica qualcosa di più dell’estetica: una pratica di guarigione, un modo di abitare il sacro.&nbsp;</p>



<p><em>&#8220;Il corpo è l’indumento dell’anima, che ha una voce viva</em>&#8220;, scriveva Ildegarda. “<em>E dunque è giusto che il corpo con l’anima attraverso la voce canti le lodi di Dio</em>”. Lei fa della carne uno strumento di risonanza. Ildegarda insisteva che l’anima è sinfonica. E quando le autorità ecclesiastiche imposero il silenzio al suo monastero, lei reagì con durezza: “<em>Coloro che impongono il silenzio nei canti di lode a Dio saranno privati della comunione delle lodi angeliche nei cieli</em>”. </p>



<p>Patti avrebbe applaudito. Per lei la musica non è mai stata intrattenimento: è invocazione, preghiera fisica. Nel camerino del suo concerto romano del settembre 2025, le portai in dono insieme&nbsp;a&nbsp;<strong>Arnoldo Mosca Mondadori</strong>&nbsp;e al liutaio Enzo Romano una chitarra elettrica costruita dai detenuti del carcere di Secondigliano con i legni delle barche dei migranti. Lei la prese come una reliquia. Capiva: che la materia porta sempre una storia, che ogni oggetto può diventare sacramentale.&nbsp;</p>



<p>Patti non ricostruisce la sua vita: la resuscita. Tutto — il pianoforte perduto della nonna, il divano verde trasformato in un’arca familiare, i rifiuti recuperati dai bidoni — diventa mistero. &#8220;<em>Una goccia d’acqua che esplode come un’equazione</em>&#8220;, scrive. La realtà è abitata da presenze. Lei arriva a percepire che “<em>Dio sussurra attraverso una piega della carta da parati</em>”. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Ildegard di Bingen e Patti Smith al Padiglione Vaticano</h2>



<p>Ildegarda faceva&nbsp;qualcosa di simile. Le sue visioni mistiche erano immersioni più profonde dentro la realtà. Quando descrive lo Spirito Santo come&nbsp;<em>radice in&nbsp;omni&nbsp;creatura</em>&nbsp;non sta parlando per metafore: sta dicendo che ogni elemento della natura porta l’impronta del divino, che la materia vibra di una presenza nascosta. Ecco perché per lei non esisteva musica “sacra” in senso angusto, come se il sacro fosse un recinto separato dal resto dell’esperienza. Ogni suono, per Ildegarda, partecipava della vibrazione primordiale che tiene insieme il cosmo. Le sequenze e gli inni della sua&nbsp;<em>Symphonia&nbsp;armonie&nbsp;celestium&nbsp;revelationum</em>&nbsp;non descrivono la trascendenza: la rendono udibile, la incarnano nella voce. È un’intuizione che anticipa qualcosa che la fisica moderna ha riscoperto per altre vie: che la materia stessa è vibrazione, che il suono non è un accidente ma una struttura fondamentale del reale. Per Ildegarda la musica era l’eco della gloria celeste, il respiro di Dio che attraversa e riempie tutta la creazione.&nbsp;</p>



<p><em>Bread of&nbsp;Angels</em>&nbsp;è un atto di resistenza contro una cultura della dimenticanza. Sua madre, centro gravitazionale del libro, è una Madonna proletaria. È lei a dare a Patti&nbsp;<em>Silver Pennies</em>, una sottile antologia di poesie che diventa la sua scrittura.&nbsp;&nbsp;<br>“<em>Mia madre</em>”, ricorda Patti,&nbsp;“<em>annotò nel mio diario del bambino che ero incline alle falsità</em>”. Ma non sono bugie: sono la nascita della poesia, la scoperta che il linguaggio genera realtà.&nbsp;</p>



<p>Ildegarda avrebbe capito perfettamente. Anche lei creava realtà alternative: inventò una lingua che nessuno aveva mai parlato, compose musiche che nessuno aveva mai sentito. Entrambe hanno preso sul serio il Vangelo di Giovanni: &#8220;<em>In principio era il Verbo</em>&#8220;. La parola crea. Il suono inaugura mondi. </p>



<p>&#8220;I<em>l mio prossimo libro è la storia della mia vocazione di artista</em>&#8220;, mi disse Patti, riferendosi a <em>Bread of Angels</em>. “<em>A volte mi chiedo se abbia senso, mentre le persone soffrono, stare seduta otto ore al giorno a scrivere. Ma questa è ora la mia responsabilità: la poesia</em>”. È una carica profetica. Il libro pulsa di consapevolezza politica, eppure non perde mai di vista il fatto che le sue preghiere d’infanzia erano abbastanza potenti da “<em>interrompere l’ecosistema del destino</em>”. </p>



<p>Ildegarda conosceva questa tensione. Era una donna di clausura che viaggiava e predicava. Scriveva trattati teologici e sfidava l’imperatore. Componeva inni e curava i malati. Il corpo che prega è lo stesso corpo che lavora, che soffre, che guarisce.&nbsp;<em>Panis&nbsp;angelicus</em>&nbsp;— il pane eucaristico di&nbsp;<strong>Tommaso d’Aquino</strong>&nbsp;— aleggia sullo sfondo del libro di Patti. Ma la sua scrittura non evapora mai. È fisica, pulsante: «La penna gratta sulla pagina gobba ribelle gobba ribelle». Il suo linguaggio si muove come una partitura musicale, piena di ripetizioni e risonanze. Ildegarda scriveva esattamente così. Il suo latino è strano, quasi infantile, eppure carico di densità visionaria.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il legame tra le due figure&nbsp;</h2>



<p>Cosa lega davvero Patti Smith e Ildegarda di Bingen, al di là delle somiglianze biografiche e delle risonanze tematiche? Credo sia questo: entrambe hanno rifiutato la separazione tra materia e spirito, tra corpo e anima, tra arte e preghiera. Entrambe sono mistiche selvagge — non addomesticate, non inquadrabili, pericolose per ogni ortodossia che pretenda di ridurre la fede a dottrina o l’arte a mestiere.&nbsp;Alla Biennale di Venezia 2026 il padiglione della Santa Sede, intitolato “<em>L’orecchio è l’occhio dell’anima</em>” e dedicato proprio a Ildegarda,&nbsp;vede&nbsp;Patti Smith tra i ventiquattro artisti invitati a comporre nuove opere sonore in dialogo con i canti e le visioni della badessa renana: la preghiera sonora di un giardino mistico veneziano in cui otto secoli&nbsp;sono un unico&nbsp;respiro.&nbsp;</p>



<p>Ildegarda e Patti non sono semplicemente simili: sono le figlie del suono — quel suono originario che precede la parola, che abita il corpo prima della mente, e che quando lo ascolti davvero ti riporta al punto in cui materia e spirito non si erano ancora separati. <br><br><em>Antonio Spadaro</em> </p>



<p><em>Venezia//fino al 22 novembre 2026</em> <br><em>PADIGLIONE SANTA SEDE – 61. Biennale Arte di Venezia</em> <br><em>Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi</em> <br><em>Cannaregio 54, Venezia</em> </p>


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<p>L’articolo "<a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/05/padiglione-vaticano-2026/">Le figlie del suono. Ildegarda di Bingen e Patti Smith sono al Padiglione Vaticano alla Biennale  </a>" è apparso per la prima volta su <a rel="nofollow" href="https://www.artribune.com">Artribune</a>®.</p>
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