<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/" xmlns:blogger="http://schemas.google.com/blogger/2008" xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:gd="http://schemas.google.com/g/2005" xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0" version="2.0"><channel><atom:id>tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343</atom:id><lastBuildDate>Fri, 01 Nov 2024 10:34:51 +0000</lastBuildDate><category>Cgil</category><category>art. 18</category><category>governo tecnico</category><category>confindustria Pd</category><category>mercato del lavoro</category><category>Antipolitica</category><category>Pd</category><category>classe</category><category>democrazia</category><category>Astensionismo</category><category>Bersani salva Italia</category><category>Confindustria</category><category>Costituzione</category><category>Fiat</category><category>Grillo</category><category>IX congresso</category><category>Legge 300</category><category>Liberalizzazione orari commercio</category><category>Marcegaglia. Confindustria. Riforme.</category><category>Marchionne</category><category>Opposizione</category><category>Pomigliano</category><category>Vendola</category><category>art. 31 salva italia</category><category>assenteisti cronici</category><category>austerità</category><category>banche</category><category>coesione nazionale</category><category>crescere si può</category><category>decentramento amministrativo</category><category>decisioni impopolari</category><category>default</category><category>elezioni amministrative</category><category>esodati</category><category>eurostat</category><category>finta sinistra. 15 ottobre.violenza.</category><category>folclore</category><category>giorno del ricordo</category><category>invidia sociale</category><category>ladri</category><category>lavoratori in mobilità</category><category>libertà uguaglianza</category><category>manifestazione 13 aprile</category><category>manovra</category><category>mercato globale</category><category>mercato lavoro</category><category>movimento cinque stelle</category><category>onu</category><category>opposizione sociale</category><category>paelstinesi</category><category>partito democratico</category><category>politica</category><category>produttivita</category><category>progetto per l&#39;Italia</category><category>raid</category><category>referendum</category><category>resistenza</category><category>ricongiunzioni</category><category>salvezza dell&#39;italia</category><category>sinistra</category><category>speculazione finanziaria</category><category>stabilità</category><category>tecnici</category><category>voto</category><title>Blogomotiva</title><description>Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore, &#xa;mentre fa correr via la macchina a vapore &#xa;e che ci giunga un giorno ancora la notizia &#xa;di una locomotiva, come una cosa viva, &#xa;lanciata a bomba contro l&#39;ingiustizia, &#xa;lanciata a bomba contro l&#39;ingiustizia, &#xa;lanciata a bomba contro l&#39;ingiustizia!</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/</link><managingEditor>noreply@blogger.com (Locomotiva)</managingEditor><generator>Blogger</generator><openSearch:totalResults>194</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-3486575280887021408</guid><pubDate>Tue, 08 Apr 2014 13:23:00 +0000</pubDate><atom:updated>2014-04-08T15:23:01.723+02:00</atom:updated><title>Il ministro della Repubblica Guidi paladina della libertà. Di quella dei padroni! </title><description>Televideo RAI 8 aprile 2014 
 GUIDI: &quot;FIAT E&#39; PRIVATA FA COME VUOLE&quot; 

 &quot;Nessuna azienda può essere obbligata per legge a investire, nessuna azienda può essere trattenuta a forza&quot; in Italia e &quot;Fiat è privata e può fare quello che vuole&quot;. Bisogna &quot;creare condizioni perché qualsiasi azienda ritrovi un valore aggiunto per investire nel nostro Paese&quot;: l’ha detto a &quot;2Next&quot; il ministro dello Sviluppo economico (e delle delocalizzazioni) Guidi.  
E’ quanto va teorizzando “l’innovativo, giovanile e moderno”, nonché di centro”sinistra” Governo Renzi, attraverso i suoi Ministri, giovani e le innovative donne in quote rosa. Il Ministro, nonché padrone Guidi, ha affermato proprio questo enunciando l’ennesima inedita e innovativa teoria: Le aziende (leggi padroni) non possono essere obbligati a investire e a rimanere a forza in Italia, esse sono libere. Anzi occorre creare un valore aggiunto (leggi abbassare ulteriormente salari e diritti di chi lavora e ultimare la cancellazione dello stato sociale) per convincere le aziende a investire nel nostro Paese.
Tutto questo in barba alla tanto decantata, quanto teorica e perennemente inapplicata Costituzione che nell’art. 42 sostiene: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e &lt;b&gt;i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale &lt;/b&gt;e di renderla accessibile a tutti”. Occorrerebbe che il Ministro spiegasse quale è la funzione sociale di una azienda che de localizza o che riduce alla fame i lavoratori sotto il ricatto del lavoro.
I ministri saranno anche giovani, i volti in buona parte sconosciuti, le teorie e il pensiero però, sono vecchi e stantii. Sono quelli propri del liberismo di stampo ottocentesco.
Non sono ancora sufficienti i salari di fame, i diritti negati, primo fra tutti quello a un lavoro stabile e dignitosamente retribuito. Non è sufficiente il loro continuo e costante arricchimento ottenuto attraverso leggi classiste che tagliano i redditi fissi e premiano i profitti. Non sono sufficienti i tagli sulla spesa pubblica, sanità, scuola, trasporti e servizi. Non bastano le privatizzazioni. Non basta il regime di esenzione fiscale di cui godono i padroni che, miserabili denunciano al fisco redditi inferiori a quelli dei loro dipendenti, nello stesso momento in cui svolgono, su incarico dello Stato, nei confronti dei dipendenti, il ruolo d’implacabili ed esosi sostituti d’imposta. Non bastano i finanziamenti diretti e indiretti. Non basta il meccanismo di cassa integrazione che permette ai padroni, prima di godere dei frutti del lavoro dei dipendenti quando il mercato tira, e poi di scaricarli sulla previdenza e sulla collettività con gli attuali sistemi previdenziali, nei momenti di difficoltà. Non bastano gli scudi, i condoni e i cunei fiscali. 
Occorre fare di più. Occorre creare un valore aggiunto ulteriore per convincere le aziende a investire i capitali che hanno lucrato sulla pelle dei lavoratori. Capitali che tengono ben stretti e che investono in piena libertà laddove la manodopera costa ancora meno che in Italia, garantendosi così più alti profitti. 
Ancora non lo dicono ma fra poco proporranno come innovativa la reintroduzione della schiavitù e il ripristino della servitù della gleba.
Questa è la loro libertà!
La sinistra in tutto questo dov’è? I comunisti dove sono?  Non hanno nulla da eccepire?
E’ arrivato il momento di smettere di parlare e di praticare l’austerità a senso unico che ci impone il padronato. Questa non è austerità ma oppressione di classe e ingiustizia.
E’ arrivato il momento di ricominciare a parlare della libertà: Di quella dei lavoratori, dei pensionati e dei disoccupati. Di una libertà di classe, cioè, che è contrapposta a quella dei ricchi e dei padroni. Della libertà degli sfruttati e dei discriminati che vogliono finalmente vedere riconosciuti i loro diritti e le loro libertà in alternativa ed in sostituzione a quelli del profitto e dello sfruttamento padronale che lucra e affama con il pretesto del bene (il loro) del Paese e che vuole continuare a prosperare sulla pelle dei discriminati.
</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2014/04/il-ministro-della-repubblica-guidi.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-9005144246281616362</guid><pubDate>Wed, 12 Feb 2014 11:57:00 +0000</pubDate><atom:updated>2014-02-12T13:01:46.240+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">giorno del ricordo</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">resistenza</category><title>10 febbraio giorno del ricordo o dell’oblio?</title><description>La giornata del ricordo sulle foibe, voluta da un governo di centrodestra e fatta propria dai partiti di centro”sinistra”, si celebra puntualmente da dieci anni in Italia il 10 febbraio. Essa segue di pochi giorni quella della memoria del 27 gennaio, dedicata alle vittime dell’olocausto nazista. Queste due date diventano l’occasione non per ricordare ma per inculcare negli italiani di oggi su quei fatti, convinzioni distorte e unilaterali, da utilizzare a fini politici e di parte, per sferrare un ennesimo  attacco alla Resistenza e ai comunisti che ne furono i principali protagonisti. 
In queste giornate è sollecitato il ricorso alla memoria per ricordare ai cittadini colpevolmente distolti secondo i promotori, da una sinistra troppo impegnata, a lodare la Resistenza e la lotta Partigiana, lo sterminio di milioni di ebrei e i morti delle foibe.
Di queste due occasioni si sono impossessati tutti quelli che hanno combattuto o che avversano più o meno esplicitamente, le idee e i principi che furono alla base della rivolta contro il fascismo e il nazismo. Essi hanno creato ad hoc queste occasioni di ricordo per denigrare e insultare in primo luogo il comunismo e i comunisti e la stessa Lotta di Liberazione.
La giornata della memoria si è tradotta nel ricordo pur doveroso dello sterminio di sei milioni di ebrei. L&#39;Olocausto, come genocidio degli ebrei, è identificato anche con il termine Shoah (&quot;catastrofe&quot;, &quot;distruzione&quot;). Esso consistette nello sterminio di un numero compreso tra i 5 e i 6 milioni di ebrei, di ogni sesso ed età.  Da queste mostruose cifre non emerge però per “dimenticanza” che il numero delle vittime nei campi di sterminio fu enormemente maggiore, pari a circa 15 milioni di morti in pochi anni. ( Enc. Wikipedia) 
Quando ci si riferisce all’Olocausto perciò si  debbono includere anche tutti coloro che venivano considerati nemici o inferiori dai nazisti prima e poi dai fascisti. Di tutti questi il Terzo Reich, in collaborazione con i fascisti nostrani, aveva previsto e perseguito il totale annientamento. Tutte queste vittime non sono da dimenticare, perché oltre gli ebrei furono sterminati gli oppositori politici (primi fra tutti i comunisti), i prigionieri di guerra sovietici, nazioni e gruppi etnici quali Rom, Sinti, Jenisch, gruppi religiosi come testimoni di Geova e pentecostali, omosessuali, malati di mente e portatori di handicap. 
Limitare o incentrare la memoria su una visione parziale della tragedia e incentrarne il ricordo solo su una, pur drammatica porzione, vuole dire travisare la realtà e farne un uso strumentale politico e fazioso di parte.
La giornata del ricordo sulle foibe è usata non per ricordare chi scatenò il secondo conflitto mondiale e prima ancora persecuzioni, assassini, arresti e deportazioni, e discriminazioni. Non è fatta per ricordare quali furono le dottrine alla sua base, quali i metodi e gli episodi e quante le vittime della guerra in generale o in particolare in Italia. 
Le vittime che invece devono essere ricordate nel giorno del ricordo, sono solo quelle in particolare causate “dai partigiani comunisti jugoslavi di Tito&quot; così è detto da tutti i mezzi di comunicazione.  
Il ricordo consiste specificatamente nel sottoliniare la “ferocia” astratta dei comunisti che invece di contribuire con un altissimo contributo di sangue alla lotta contro la barbarie nazista e fascista, diventano massacratori di povere vittime italiane. Tutto questo è accompagnato da immagini e “testimonianze” crudeli che ogni episodio di guerra può evocare. 
Il metodo è quello di affrontare e discutere di singoli episodi di guerra astraendoli dal contesto in cui essi si sono svolti. Al di la dei fatti e dei numeri che sono largamente interpretabili e che variano secondo le lenti che usa chi legge la storia, quello emerge è il tentativo di controbilanciare le iniziative e le ricorrenze della Resistenza a partire da quella del 25 aprile.
Leggendo la storia a suon di giornate del ricordo parziali quello che si evidenzia è il tentativo subdolo e inaccettabile di dimostrare che se i fascisti erano dei violenti ed hanno fatto cose orrende, ma di cui nell’occasione del ricordo non c’è traccia, anche i comunisti e i partigiani non scherzavano, anzi erano, al pari dei fascisti, anche loro responsabili di eccidi e massacri indiscriminati. Con il preciso scopo di accreditare l’idea secondo cui la violenza era bipartisan e che conseguentemente se tutti erano colpevoli nessuno lo era.
Esistono guerre giuste? E’ questa una domanda cui è difficile rispondere. Certamente è legittimo lottare e combattere per la libertà, contro l’oppressione, contro l’ingiustizia e la prevaricazione e contro la violenza e lo sterminio. Non è invece legittimo imporre con le armi e con la forza e la violenza il proprio interesse e volontà.
Furono proprio queste però le basi del nazismo e del fascismo: La negazione dell’uguaglianza e dei diritti di tutti gli uomini e le politiche razziste conseguenti; l’intolleranza verso le diversità politiche, religiose, sessuali, etniche, ecc; la legittimazione della violenza e la conseguente teorizzazione dell’eliminazione cieca e fisica del diverso o dell’avversario; il diritto imperialista e prepotente di assoggettare con la forza delle armi interi popoli e nazioni privandoli della libertà per crearsi posti al sole, ecc. 
E’ proprio attraverso la guerra e la violenza, incuranti della ragione, che i fascisti e i nazisti, volevano imporre le loro teorie e dottrine.
Questi sono stati alcuni i cardini sui quali i fascisti e i nazisti scatenarono la violenza e la guerra. Guerra che provocò la morte violenta di 71.090.060 persone (enc. Wikipedia), fra vittime, la stragrande maggioranza, e carnefici.
Ogni guerra è sopraffazione di una parte sull’altra, non vince chi ha ragione ma chi è più forte, la guerra è morte e distruzione non un ricevimento o una occasione mondana dove si sfoggia eleganza e cortesia. Contro tutto ciò è stato giusto e legittimo combattere .Hanno fatto bene allora i Partigiani ed i Comunisti a prendere le armi contro la barbarie nazi-fascista. 
I fascisti ed i nazisti portano interamente sulle proprie spalle la responsabilità morale, etica e politica di quello che è accaduto, coloro che la guerra hanno teorizzato, voluto e fatto.  
I partiti politici italiani e le massime cariche dello Stato, al Senato della Repubblica nata dalla Resistenza non hanno avuto di meglio da fare invece che ricordare come atto di ricordo, in seduta solenne con tanto di violino, i soli morti dimenticati delle foibe, sterminati “dai partigiani comunisti jugoslavi di Tito&quot;!
La lotta e la guerra per la libertà, non sono state un capriccio per chi è stato costretto a parteciparvi, ma la forma più alta di un impegno sociale e civile di chi mette la propria vita al servizio di un ideale di civiltà e di libertà, ma la guerra è comunque violenza. Qualunque eccesso è rigorosamente da evitare ed è condannabile. Certamente però non mistificando o usando la storia, a distanza di decine di anni per fini politici legati alla realtà del momento. 
E’ ciò che con questi ricordi di memoria corta e di parte si sta facendo con il solo e unico scopo di attaccare ancora una volta direttamente e apertamente i comunisti e in forma più mascherata la Resistenza.
</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2014/02/10-febbraio-giorno-del-ricordo-o.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-6894839300778294943</guid><pubDate>Mon, 16 Dec 2013 15:59:00 +0000</pubDate><atom:updated>2013-12-16T17:18:21.698+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">austerità</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">classe</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">IX congresso</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">opposizione sociale</category><title>La sinistra e le classi</title><description>Alcune considerazioni attorno all’evoluzione politica di Rifondazione Comunista. Il partito è nato con l’obiettivo di rifondare il comunismo, arriva a registrare però, nel documento conclusivo del suo IX Congresso “l’assenza del conflitto sociale organizzato”. Non è questa una considerazione di secondaria importanza, ma il sintomo di una grave sconfitta per un partito di classe che ha l’ambizioso progetto di cui sopra.  Allora o non esistono i presupposti  di un conflitto sociale o il partito è incapace di interpretarlo, orientarlo e dirigerlo, visto che periodicamente questo conflitto esplode, anche se in forme e modi non sempre ortodossi come ad esempio con il “fenomeno Grillo “ o con quello dei forconi. 
Questa incapacità ha determinato il rischio che la protesta sia cavalcata dalla destra più becera e nera o da un populismo interclassista da uomo qualunque. A proposito delle ricorrenti difficoltà dei gruppi dirigenti dei partiti è utile rileggere un testo di Antonio Gramsci che sembra scritto oggi (Quaderno 3, nota 48. Passato e presente. Spontaneità e direzione consapevole) afferma: &quot;... Trascurare o peggio disprezzare i movimenti cosi detti &quot;spontanei&quot;, cioè rinunciare a dare loro una direzione consapevole, a elevarli a un piano superiore, inserendoli nella politica, può avere spesso conseguenze molto serie e gravi. Avviene quasi sempre che ad un movimento &quot;spontaneo&quot; delle classi subalterne si accompagna un movimento reazionario della destra della classe dominante, per motivi concomitanti. Una crisi economica, per esempio, determina malcontento nelle classi subalterne e movimenti spontanei di massa da una parte e
dall&#39;altra complotti dei gruppi reazionari che approfittano dell&#39;indebolimento obiettivo del governo per tentare colpi di stato.
Tra le cause efficienti è da porre la rinuncia dei gruppi responsabili a dare una direzione consapevole.&quot; Rinuncia dovuta &quot; alla paura delle responsabilità concrete, nessuna riunione con la classe rappresentata, nessuna comprensione dei suoi bisogni fondamentali, delle sue aspirazioni, delle sue energie latenti, c&#39;è un partito paternalistico di piccoli borghesi che fanno le mosche cocchiere...&quot;
“Il comunismo è un insieme di idee economiche, sociali e politiche, accomunate dalla prospettiva di una stratificazione sociale egualitaria, che presuppone la comunanza dei mezzi di produzione e l&#39;organizzazione collettiva del lavoro, spesso affiancando a questi fondamenti anche opzioni internazionaliste”. Questa è una definizione data dalle enciclopedie al termine comunismo. Secondo questa definizione compito dei comunisti è costruire linee e azioni politiche, sociali ed economiche tese al perseguimento dell’uguaglianza fra i cittadini e i lavoratori di un paese e del mondo partendo dal presupposto che uguaglianza non c’è.
Questa necessità si evidenzia oggi più che mai perché le differenze sociali invece di diminuire crescono e si cristallizzano.
Compito dei comunisti sarebbe allora analizzare la realtà sociale ed economica e attivare tutte le iniziative necessarie per perseguire l’obiettivo dell’uguaglianza. Vedere come la realtà sociale influisce nel determinare o meno le differenze sociali, quali classi ne subiscono le conseguenze e quali invece ne traggono benefici.
Nel documento del IX congresso di RC si evidenzia l’esistenza della crisi: “Una crisi che vede drammaticamente crescere il divario e insopportabili disuguaglianze fra aree del paese e classi sociali. Una crisi che colpisce le fasce più deboli della popolazione, fra cui giovani, donne, con una disoccupazione ai massimi storici e una precarietà divenuta esistenziale”. Viene individuato poi il che fare, in cosa si deve impegnare cioè RC:” Nella costruzione di un movimento di massa contro l’austerità, il PRC deve impegnarsi nel ridare centralità al conflitto sociale e di classe. I caratteri della crisi dimostrano l’attualità della critica marxista dell’economia politica e delle teorie economiche dominanti, della centralità del conflitto di classe, pur nelle rinnovate forme derivate dalla nuova composizione sociale del blocco sociale di riferimento”.
E’ proprio in queste affermazioni che si rivela la debolezza dell’impianto di analisi.
Si denuncia cioè l’esistenza di un conflitto di classe, ma non sono individuate le classi in conflitto, né in che modo si manifesta il conflitto stesso. Non si individua soprattutto chi è che determina la crescita della disuguaglianza sociale che si denuncia.  
Se la crisi fa crescere il divario sociale significa che c’è chi vede peggiorare le proprie condizioni economiche e sociali, mentre altri invece le migliorano. 
Chi sono gli uni e chi gli altri? Quali sono le classi in conflitto? Come si manifesta inoltre il conflitto stesso?
E’ sufficiente individuare come fasce deboli i giovani, le donne e i disoccupati? Tutti i giovani?, Tutte le donne? A prescindere dalla loro condizione economica e sociale?  La crisi ha inciso allo stesso modo su tutti i giovani e su tutte le donne oppure alcuni di loro non hanno risentito per niente della crisi, anzi hanno migliorato le proprie condizioni economiche? Se è così allora la crisi non ha colpito tutti i giovani e le donne ma solo alcuni. Ai giovani e alle donne vanno, però aggiunti tutti quelli che, a prescindere dall’età e dal sesso, non sono più in condizione di garantire a se stessi e ai propri cari un’esistenza libera dal bisogno e dignitosa: I disoccupati, i cassintegrati, i licenziati o i collocati in mobilità, i pensionati e tutti quelli che anche se hanno un lavoro sono costretti alla fame e alla miseria. 
Si può sostenere che tutti quelli che hanno pagato i costi della crisi appartengano alla stessa classe dei discriminati o dei nuovi proletari mentre quelli che hanno approfittato appartengano a un’altra classe: quella dei privilegiati perennemente in lotta per mantenere la condizione acquisita?
La crisi, come dicono tutti gli indicatori economici, ha determinato un immenso spostamento di ricchezza a danno dei discriminati e a vantaggio dei vecchi e nuovi ricchi: I capitalisti di sempre, gli industriali, i ricchi e i padroni. Come hanno fatto questi ultimi a imporre “democraticamente”: Il taglio dei salari e delle pensioni, la disoccupazione, un sistema fiscale iniquo e di classe che dissangua i redditi fissi, il taglio non degli sprechi e delle ruberie ma della spesa pubblica a partire dallo stato sociale, sanità scuola, servizi e del decentramento amministrativo, senza scatenare un conflitto sociale. 
La politica economica di costoro si è imposta perché non è stata contrastata ne sul piano politico ne sul piano sociale. Non è stato denunciato l’egoismo e l’ingordigia che ha determinato il loro privilegio. Essi infatti spostano i loro capitali e aziende senza una opposizione di classe. E’ diventato prassi normale, grazie alla loro propaganda di classe, che un giovane sia senza lavoro, senza salario e futuro, mentre un vecchio sia costretto a subire con salari di fame e a lavorare fino alla fine dei suoi giorni. E’ diventato normale che anche davanti a una disoccupazione a limiti insopportabili, le aziende possano sotto pagare, precarizzare o condizionare il lavoro in base alla militanza politica dei propri dipendenti. Nessuno ha pensato di proporre, al momento del taglio delle pensioni, ad esempio, un limite ai profitti o imporne il reinvestimento per creare posti di lavoro.
Il Parlamento di tecnici e partiti, al soldo dei capitalisti, con il loro operato e la loro demagogia fintamente interclassista, hanno tagliato solo da una parte, salari e diritti ai lavoratori per “salvare il Paese”, dall’altra hanno invece consentito alle imprese e ai padroni e ai privilegiati in generale, la massima libertà di azione e sfruttamento, per piegare i lavoratori a salari e condizioni di lavoro ai limiti della schiavitù. Se diminuisce il “costo del lavoro”, non si incrementa l’occupazione ma il profitto e si è visto. 
Le “riforme” Treu e Biagi, che precarizzano il lavoro, la “riforma” Fornero, che demolisce lo stato sociale, non sono leggi sbagliate, che alla luce dei fatti non hanno risolto il problema dell’occupazione giovanile, tutt’altro. Sono operazioni di classe attraverso le quali il padronato, servendosi del ceto politico e delle istituzioni, toglie diritti, libertà e reddito ai lavoratori per destinarli al profitto dei capitalisti che spadroneggiano nelle loro aziende e aumentano i loro profitti con i risparmi connessi. Queste, e tutte le altre “riforme”, che hanno peggiorato le condizioni dei lavoratori e pensionati, non sono il risultato di una politica di austerità per tutti. Sono viceversa gli strumenti attraverso i quali il padronato ha imposto i propri interessi, con il beneplacito di quella sinistra che si ostina a parlare di austerità o di quella che ha tradito.
E’ prevalsa incontrastata sia sul piano culturale sia economico una linea di classe che ha favorito i ricchi e i padroni e danneggiato i nuovi proletari. La sinistra non ha inciso nei processi o si è invischiata in discorsi fumosi, da salotto e da elite.
Ad affossare le condizioni economiche e i diritti dei discriminati non è l’austerità come è affermato nel documento congressuale Rc: “ L’austerità colpisce i diritti sociali anche attraverso il patto di stabilità imposto agli enti locali”. L’austerità è dovuta certamente alle politiche finanziarie dell’UE e delle banche, ma è soprattutto il risultato di un sistema economico, egoista e di classe che agisce con le logiche del mercato e che ritiene giusto e possibile che ci sia chi si possa arricchire a dismisura mentre altri non siano costretti a vivere senza nemmeno il necessario. Sono le leggi del mercato.
Non va costruito quindi un movimento di massa contro l’austerità, ma contro coloro che determinano la crisi e la sfruttano a proprio vantaggio. Questi sono i grandi industriali a partire dalla Fiat e tutti quelli che, per il loro profitto e tornaconto, chiudono le loro aziende e de localizzano per andare a sfruttare discriminati (proletari) di altri paesi. Sono le banche e il capitale assicurativo e finanziario che investono se e dove a loro conviene. Costoro non sono costretti ad alcuna austerità e non subiscono la crisi. 
Invece di socializzare le perdite e privatizzare i profitti, come è stato fatto, va lanciata una politica di alternativa sociale e di classe. Va lanciata una campagna per la redistribuzione della ricchezza, vanno tassati i patrimoni, vanno rinnovati i CCNL con forti aumenti contrattuali, va ripristinata la scala mobile, va abolito il sostituto di imposta per i soli redditi fissi e vanno fissate imposte fortemente progressive sui patrimoni, vanno abolite le leggi Treu e Biagi, va cancellata la “riforma” delle pensioni Fornero, va ripristinato l’art. 18, ecc. 
Questo potrà essere possibile solo attraverso la chiara denuncia dell’esistenza dell’ingiustizia sociale e dello scontro di classe in atto e la costruzione di una forte opposizione sociale. Scontro sociale che vede il padronato all’attacco deve vedere i lavoratori alla riscossa e alla lotta invece che  disorientati da sindacati e da una sinistra che li hanno svenduti alle ragioni del mercato e delle compatibilità capitaliste. Vanno perciò denunciati come nemici di classe coloro che attuano le politiche di sottomissione culturale, sociale ed economica dei lavoratori. Va denunciato chi, sotto la pelle di pecora di amico dei lavoratori, collabora attivamente per far passare il disegno di classe del padrone. 
La loro politica mercantile, sia in campo economico sia politico e sociale rappresenta lo strumento di sopraffazione di classe dei capitalisti sui proletari. Contro di essa va costruita la più larga opposizione, mobilitazione e lotta. Contro di essa va costruito il conflitto sociale su basi di classe. Questo sarà possibile se alle teorie incontrastate del mercato e del liberismo, la sinistra e i comunisti vorranno e sapranno contrapporre le loro teorie a partire da quelle dell’uguaglianza e della libertà dal bisogno e dal conseguente superamento della proprietà privata dei mezzi di produzione.

</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2013/12/la-sinistra-e-le-classi.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-7999753409819167972</guid><pubDate>Mon, 28 Oct 2013 13:34:00 +0000</pubDate><atom:updated>2013-10-29T10:06:11.084+01:00</atom:updated><title>Una sinistra che non cambia è di destra</title><description>E’ una battuta a effetto, pronunciata spudoratamente e spavaldamente da un “moderno e innovatore” astro nascente della “sinistra”. Il suo modernismo e la sua innovazione si misurano nelle capacità di svendita e di tradimento dei diritti e degli interessi dei discriminati.
E’ l’assenza di una sinistra vera a determinare che personaggi e soggetti politici della destra più retriva passassero per innovatori e artefici di cambiamento. La politica oggi è fatta non da persone o soggetti politici che hanno qualcosa da dire, ma da personaggi di spettacolo, cabarettisti, comici e imbonitori, al servizio dei ricchi e dei privilegiati, che con la maschera di innovatori e per gli interessi del Paese, cercano con ogni mezzo di abbagliare i cittadini per far digerire loro le politiche antipopolari basate sulla discriminazione sociale che hanno condannato e portato la massa degli  italiani alla fame, alla miseria e all’assenza di libertà.
Tutto questo è stato possibile grazie all’assenza di progetti e soggetti politici alternativi, che avessero gli strumenti di analisi utili a denunciare l’imponente attacco di classe in atto ai danni dei lavoratori. Questo ha fatto si che il modello liberista con le sue leggi spietate delle compatibilità del mercato, le “riforme”, le privatizzazioni, i tagli sulla spesa pubblica, che hanno distrutto e azzerato i diritti e le condizioni economiche dei lavoratori, disoccupati e pensionati, potessero diventare accettabili  e quindi considerate necessari per “uscire dalla crisi” nonché strumenti di modernità e innovazione per il bene di tutti.
Grazie a questi truffatori sociali sono potute passare politiche antipopolari che in questi ultimi decenni hanno prodotto il più grande spostamento di ricchezza immaginabile a vantaggio di pochi privilegiati e a danno di tanti discriminati. 
Il ceto politico ed economico si è permesso anzi ha alimentato, privilegi e ricchezze spropositate insultanti a vantaggio di pochi “fortunati”, nello stesso tempo ha condannato la stragrande massa di cittadini alla fame, alla miseria e alla disperazione. I salari e le pensioni, per chi è fortunato di averli, vedono il loro potere di acquisto continuamente eroso dall’inflazione, perché scoperti da indicizzazioni e contingenza. Stipendi e pensioni, in barba alla decantata Costituzione, non sono sufficienti a garantire alcuna vita dignitosa a chi li percepisce. I giovani e chi perde il lavoro non hanno alcuna prospettiva e il loro futuro è azzerato. Essi sono completamente in balia della prepotenza padronale. Padronato che utilizzando l’arma del ricatto economico e del lavoro, approfitta dell’aiuto della “sinistra che cambia e si rinnova” (sindacati e partiti) impone i suoi interessi e convenienze per far passare le proprie linee e politiche. E’ stato così cancellato senza colpo ferire il diritto a una sanità e una scuola gratuite e uguali per tutti. I tagli sulla spesa pubblica, lungi dall’incidere sul debito pubblico che continua a crescere, cancellano servizi e civiltà. Tutto questo mentre il sistema fiscale iniquo e discriminatorio anch’esso, vessa e deruba i redditi fissi con pugno di ferro mentre grazia tutti gli altri redditi.  Il lavoro è sempre più condizionato alla rinuncia di diritti e salario. 
Tutto questo non è determinato dalla crisi. La crisi è il pretesto per legare al carro del capitalismo italiano e mondiale e alle convenienze dei capitalisti e del mercato il tenore di vita, i diritti e le speranze della classe degli oppressi e degli sfruttati.  Quello che ai capitalisti conviene, che fa aumentare i loro potere, i loro profitti e guadagni, diventa legge: L’azzeramento del sistema pensionistico, la precarizzazione dei rapporti di lavoro, la cancellazione del sistema sanitario e scolastico nazionali, i diritti dei lavoratori, il diritto alla casa e a un ambiente sano, ecc.
Le divisioni e le differenze sociali sono cresciute perché la crisi non ha riguardato tutti ma solo la gran massa di cittadini. Per pochi privilegiati non c’è stata mai crisi. Essi hanno continuato e continuano ad arricchirsi, a percepire profitti, rendite e ricchezze enormi e senza vincolo o limite mentre impongono a tutti gli altri restrizioni e tagli insopportabili.
Dove sta la sinistra? Quella sinistra che si batte in difesa degli oppressi e contro gli oppressori. Quella sinistra di classe che si schiera a fianco dei discriminati contro il privilegio e la rendita di cui denuncia l’iniquità e l’ingiustizia. Quella sinistra che individua nel superamento della proprietà privata dei mezzi di produzione, la condizione per la costruzione di una società di diversi e uguali. Quella che non rinnega le sue origini, le sue lotte e le sue bandiere. Quella sinistra che non imbroglia che non inganna i lavoratori, i disoccupati e i pensionati, facendo credere loro di condurli verso il futuro e il benessere, mentre li tradisce e lega i loro bisogni e le loro aspettative al carro degli interessi degli speculatori, profittatori e prevaricatori padronali e dei loro servi politici. Servi capaci di imbonire il popolo facendogli credere che se si muore di fame è per il bene del Paese e per la collettività.
La Costituzione non può essere considerata un feticcio immodificabile lasciando solo alla destra conservatrice che mai l’ha digerita e che oggi coglie l’occasione per spostarne l’asse ancora di più a destra, la bandiera del cambiamento. La Costituzione può essere veramente cambiata e innovata anche e soprattutto da sinistra, cancellando ad esempio gli artt.41 e 42 che riconoscono e garantiscono la proprietà privata, e determinano le condizioni e i caratteri della società capitalista attuale che è costruita sull’ineguaglianza, sullo sfruttamento e sull’ingiustizia sociale operati da pochi a danno di tutti gli altri. Questi due articoli cancellano tutti gli altri a partire dall’art. 1 diritto al lavoro (diritto che la Costituzione riconosce ma non garantisce, altra modifica necessaria)   e dalla garanzia a una retribuzione equa e capace di assicurare a sé e alla famiglia un&#39;esistenza libera e dignitosa.
Questo potrebbe essere un obiettivo di lotta qualificante su cui ricostruire un’identità alternativa e antagonista al sistema su basi di classe e di sinistra.
</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2013/10/una-sinistra-che-non-cambia-e-di-destra.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-4820696181324499103</guid><pubDate>Tue, 17 Sep 2013 18:02:00 +0000</pubDate><atom:updated>2013-09-17T20:02:03.848+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Costituzione</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">democrazia</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">libertà uguaglianza</category><title>Una Costituzione assolutamente meravigliosa</title><description>Il tentativo di stravolgere la Costituzione italiana, e di spostarne l’asse su posizioni restauratrici, messo in atto, su incarico del padronato, da parte di una classe politica priva di alcun mandato e completamente screditata nell’opinione pubblica, ha determinato la proliferazione di comitati in difesa della Costituzione. Comitati che coinvolgono anche figure rappresentative e dignitose della sinistra italiana oltre a quei cittadini che vedono in pericolo principi fondamentali della libertà e della democrazia. 
Difendere la Costituzione dagli attacchi rappresenta, per questi comitati, una battaglia determinante che va combattuta sulla quale tentare di ricostruire una qualche soggettività politica di sinistra.
Questa sinistra assume cioè come manifesto la difesa dei principi di libertà, uguaglianza e democrazia sanciti dalla Costituzione che, in questo modo diventa bene assoluto e punto più alto di civiltà e progresso realizzabile. Questa scelta esclude altri modelli costituzionali utili a garantire diverse forme di libertà e di uguaglianza, a partire dal comunismo.
Non occorre addentrarsi in un confronto ideologico, come avvenne al decimo congresso del Partito Comunista Italiano con la polemica fra l’allora segretario Togliatti e i dirigenti del Partito Comunista Cinese di Mao Tse Tung, per rendersi conto che certamente qualcosa che non va c’è stato e c’è. 
La Costituzione italiana è nata dalla Resistenza e afferma solennemente dei principi di libertà, uguaglianza e democrazia assolutamente condivisibili, anche se essa quando fu pensata rappresentò il punto massimo di mediazione e di compromesso specie per quelle forze partigiane che avevano lottato e dato la vita per un obiettivo ben diverso da quello realizzato, quello della nascita di una società socialista in Italia. 
La realtà ci dimostra che tali principi sono rimasti soltanto delle vuote enunciazioni e non hanno trovato applicazione in Italia in questi 65 anni. Perché le ingiustizie e le differenziazioni o discriminazioni sociali invece che diminuire sono aumentate. Perché i ricchi sono sempre più ricchi e la povertà è in aumento. Perché esiste la disoccupazione che è in continua crescita. Perché sono cancellati principi e diritti elementari di uguaglianza e civiltà come quello al lavoro o a una sanità e una scuola uguali per tutti. Perché è stato precarizzato il rapporto di lavoro. Perché sono state tagliate le pensioni e aumentate le età pensionabili. Perché non si sono mai colpiti i grandi patrimoni, ricchezze e privilegi che sono continuati ad esistere e prosperare. Perché il sistema fiscale colpisce solo i redditi fissi. Si potrebbe continuare.
La causa sta nell’art. 42 della Costituzione. Esso prevede testualmente: ” La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge”. Questo semplice articolo ha determinato la completa vanificazione e l’annullamento di quei principi di libertà e uguaglianza che la Costituzione stessa sancisce.
Com’è possibile solo pensare che ci possa essere uguaglianza fra chi possiede beni e chi non ne possiede? Fra chi è in lotta per la sopravvivenza e non ha nemmeno i mezzi per garantire a se stesso e ai propri cari un’esistenza dignitosa e chi non sa nemmeno a quanto ammontano le proprie ricchezze? 
E’ vero che esistono articoli appositi che prevedono l’intervento dello Stato a favore di chi è costretto a lavorare perché non possiede affatto proprietà o ne possiede in misura insufficiente per consentire a questi di essere ugualmente liberi o addirittura consentire loro l’accesso al diritto alla proprietà. L’art. 36 recita infatti: ” Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un&#39;esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.
All’apparenza sembrerebbe che la Costituzione non tuteli solo il diritto della proprietà ma anche quello di coloro che proprietà non hanno!
Il principio sembrerebbe giusto. Solo che nella realtà mentre la proprietà, a partire da quella sui mezzi di produzione è effettivamente garantita dalla legge e dalle forze dell’ordine; il diritto a un lavoro e a una retribuzione equa e sufficiente, no e tantomeno quello del godimento di ferie riposi, malattie, maternità, ecc. no. Ne sa qualcosa chi lavora oggi in condizioni economiche e normative che sono state rese flessibili e compatibili con le esigenze di guadagno delle imprese e dei padroni, e del mercato. E’ un dato di fatto che anche chi ha la fortuna di avere un lavoro percepisce una retribuzione di sotto il livello di povertà e comunque insufficiente. 
I lavoratori non hanno più diritto al posto fisso. I licenziamenti individuali sono tornati a essere arbitrari. Per licenziare non sono più necessari giusta causa o giustificato motivo. Con queste norme reintrodotte tutti i lavoratori sono diventati precari, senza un salario adeguato e senza quei diritti conquistati a prezzo di dure lotte. Con queste “riforme” il “datore di lavoro” ha svelato il suo vero volto: Quello di padrone. Addirittura il padronato è tornato a scegliersi gli interlocutori sindacali che più gli aggradano con la complicità fattiva di Cgil, Cisl e Uil che hanno tradito i lavoratori lasciandoli privi di tutela e hanno collaborato con il padronato nell’opera di smantellamento delle conquiste sindacali. Ne sanno qualcosa anche i pensionati le cui pensioni, la maggioranza, sono al di sotto del limite di povertà e scoperte anch’esse da ogni strumento di tutela contro l’inflazione. 
Se però per alcuni la libertà è diminuita, è aumentata quella degli altri, di quelli che essendo esenti dal bisogno, non hanno la necessità di lavorare alle dipendenze di qualcuno: Essi anzi impongono a tutti i propri voleri e interessi.
L’art. 3 della Costituzione recita: ”È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#39;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#39;organizzazione politica, economica e sociale del Paese” E’ quanto sta avvenendo? 
Se esistono ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza…, a partire dal diritto al lavoro, lo Stato cosa ha fatto finora per l’occupazione? Ha tagliato i salari, pensioni e diritti ha cancellato la scala mobile e annullato lo stato sociale, mentre ha favorito il profitto, la ricchezza e il privilegio di pochi. L’uguaglianza che il padronato e i governi che si sono succeduti intendono realizzare parte proprio da ciò. Il diritto al lavoro dei discriminati si può realizzare solo attraverso il loro arretramento economico, politico e sociale. E’ così che secondo costoro si rispetta il dettato costituzionale.
 Le leggi Treu e Biagi che precarizzano il lavoro non vanno forse in questa direzione? La “Riforma delle pensioni” ultima quella operata dal Governo Monti, non è forse in linea con questa politica di classe che sposta la ricchezza dalle tasche di molti in quelle di pochi?
Rapportare cioè il tenore di vita, le retribuzioni, le pensioni e i diritti alle compatibilità economiche di chi possiede proprietà, alle sue brame insaziabili di arricchimento e profitto, rappresenta la priorità del diritto alla proprietà, alla sua integrità e al suo incremento rispetto a quello di tutti gli altri cittadini privi di proprietà e di mezzi per vivere e quindi condannati per questo al continuo arretramento sociale e alla povertà. 
L’art. 4 riconosce certo il diritto al lavoro: ”La Repubblica riconosce a tutti i cittadini, il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Nel mentre il diritto alla proprietà e al profitto sono garantiti dallo Stato, questo non avviene per il diritto al lavoro che non è garantito ma solo riconosciuto. Non garantire il diritto al lavoro, significa impedire al singolo cittadino privo di proprietà di essere eguale agli altri a causa delle sue condizioni personali e condannarlo ad una perenne subalternità sociale.
Perché nessun Presidente della Repubblica, figura garante della Costituzione, è intervenuto a difesa del diritto al lavoro del singolo cittadino, se questo è lo strumento della sua libertà?
In sostanza se esistono differenze economiche e di reddito, questo vuole dire che le libertà e i diritti dei cittadini dipendono solo dalla loro condizione economica e che essi sono detentori di libertà e di diritti differenti, direttamente rapportati alla quantità o meno delle proprietà possedute.
In questo modo, l’impegno teorico della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza …. dove va a finire? Si accetta semplicemente la differenziazione sociale come un dato di fatto immutabile. Come d’altra parte è sostanzialmente avvenuto dal 1948 in poi.
I principi di uguaglianza della Costituzione si stanno dimostrando per quello che realmente sono: Affermazioni valide ma solamente teoriche e completamente inapplicate. Chi e cosa ha impedito la loro realizzazione? Chi è che cosa ha permesso che della Costituzione prevalesse su tutti gli altri solo il diritto alla proprietà?  
Si perché è un dato di fatto che è prevalso il diritto alla proprietà. Questo diritto liberista è antitetico con il diritto all’uguaglianza, alla libertà e alla democrazia per i cittadini privi di proprietà.
I partigiani hanno combattuto nella Resistenza per realizzare questo?
Difendere semplicemente la Costituzione da chi vorrebbe addirittura modificarla in senso peggiorativo, diventa perciò una battaglia perdente di difesa e di retroguardia che oltretutto nega la possibilità di altre forme di stato possibili, a partire dal comunismo. 
Occorre modificare la Costituzione. Occorre garantire il diritto alla libertà e all’uguaglianza dei cittadini e questo può avvenire solo slegandolo dalle condizioni economiche e sociali. Eliminando pertanto il diritto alla proprietà a partire da quella dei mezzi di produzione.

</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2013/09/una-costituzione-assolutamente.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-2512736505597073215</guid><pubDate>Mon, 03 Jun 2013 13:14:00 +0000</pubDate><atom:updated>2013-06-03T15:14:29.274+02:00</atom:updated><title>Confindustria si sceglie i sindacati che più gli convengono: Cgil Cisl Uil</title><description>Il 31 maggio 2013 è stato sottoscritto un cosiddetto “accordo interconfederale” fra le confederazioni “dei lavoratori” e quelle dei “datori di lavoro”. Un accordo di questo tipo poteva essere giustificato negli anni ’60 o ’70, quando il sindacato, in particolare la Cgil, era controparte del padronato. Quando la Cgil tutelava e rappresentava appieno i diritti dei lavoratori e da questi era riconosciuta e non c’era bisogno, come ora di organizzazioni sindacali diverse o di base come ora.
Quando non era necessario stabilire dei criteri di rappresentanza, perché l’adesione al sindacato avveniva non tramite delega, ma con un contatto diretto e continuo. Quando l’iscritto pesava nelle decisioni da prendere. Quando era la partecipazione alle lotte e agli scioperi contro le logiche di sfruttamento padronali a stabilire il livello di rappresentatività dei singoli sindacati e a dimostrare il reale seguito e rappresentatività di ogni sindacato. 
Il padrone non poteva scegliersi, come ora, la controparte con accordi interconfederali. Certo le discriminazioni e le persecuzioni sindacali erano molte, ciononostante il padrone era costretto a contrattare con chi altrimenti decideva ed aveva la forza di bloccargli la produzione colpendolo sul suo punto debole: I soldi.  Non certo questo avveniva con chi aveva più deleghe di pagamento della quota sindacale come avviene ora e come si rafforza con l’ultimo “accordo interconfederale”.
L’avvento della riscossione delle quote sindacali per delega ha coinciso con l’inizio della burocratizzazione del sindacato, del suo distacco dai lavoratori, con la fine delle lotte e dell’antagonismo sindacale,  con l’arretramento economico e sociale dei lavoratori e la loro sconfitta.
Il sistema delle deleghe ha tolto ai lavoratori la possibilità di incidere nella vita del sindacato, negli accordi con la controparte padronale, nella costruzione delle linee sindacali e nell’individuazione degli stessi vertici sindacali ai vari livelli. I risultati si toccano oggi con mano. 
Le certezze economiche garantite dal regolare afflusso di fondi unito ai distacchi sindacali, determinarono lo svilupparsi di un ceto sindacale che non rispondeva più ai lavoratori, ma ai vertici sindacali e tramite di essi era ed è riconosciuto dagli “interlocutori” imprenditoriali.
Il meccanismo della delega è degenerato al punto che, in alcuni settori sindacali come i braccianti e i pensionati, l’iscrizione avviene da sempre senza il consenso esplicito dell’interessato, ma con la presentazione di semplici prestazioni d’assistenza (domande di disoccupazione, di pensione, ecc.) mentre per tutti gli altri settori, dagli edili, le deleghe sottoscritte valgono e vita, a meno di un’esplicita revoca e non subiscono alcuna verifica, nemmeno in caso di contrattazioni sindacali di qualsiasi tipo.
Questo ha determinato, nel tempo, il distacco del sindacato dai lavoratori, il lento crescere di logiche burocratiche di componente politica o di gruppo, ed ha reso indipendenti i funzionari dai lavoratori, legandoli ai livelli sindacali immediatamente superiori, cui rendere conto, perché da questo dipende lo stipendio o la conferma o meno del distacco sindacale. A loro volta i massimi vertici sindacali sono riconosciuti e determinati, non dai lavoratori, ma dalla controparte che li riconosce o meno e che costruisce con essi, anche con il sistema degli organismi paritetici, una politica sindacale “moderata” più confacente ai loro interessi e convenienze.
Chi possiede questi pacchetti di tessere controlla organismi e determina le strategie sindacali, le trattative, gli “accordi” e l’esito di consultazioni, quelle rare volte che vengono attuate.
In base a queste “strategie” di “relazioni sindacali” c’è bisogno di finanziare il sindacato attraverso un meccanismo staccato dal consenso, e dalla partecipazione dei lavoratori: Le deleghe. A questo si aggiungono altre fonti di finanziamento del sindacato che rendono, economicamente, quasi superfluo il pagamento della tessera d’iscrizione dei lavoratori al sindacato. I patronati sindacali inoltre sono finanziati dallo Stato, in base alle pratiche lavorate. Lo stesso dicasi per i Caaf, centri di assistenza fiscale.
E’ chiaro che, grazie a queste entrate certe e garantite, si può fare a meno del consenso. E’ chiaro che con questi sistemi di costruzione dei “dirigenti” o del “consenso” sindacali è stata decretata la fine delle lotte e con essa della difesa degli interessi dei lavoratori, con grande gioia della Confindustria.
“L’accordo interconfederale” si guarda bene dal mettere in discussione le deleghe, e non poteva essere diversamente, prevedendone ad esempio la verifica attraverso l’obbligatorietà del loro rinnovo. Oppure legando il livello di rappresentatività di ciascuna organizzazione solo ai voti ottenuti in occasione dei rinnovi delle RSU. Al contrario proprio sulle deleghe esistenti si costruisce la base della “nuova forma di rappresentatività sindacale”. Proprio grazie a ciò si garantisce alla Confindustria “l’interlocutore” che più gli aggrada premiandolo. Nel testo dell’accordo si prevede, infatti, che esso possa riguardare esclusivamente “ le organizzazioni sindacali (federazioni di categoria) aderenti alle Confederazioni firmatarie della presente intesa, o che comunque a essa aderiscano” escludendo dalla possibilità di essere riconosciuta come soggetto trattante, qualsiasi organizzazione sindacale di base o al di fuori dei sindacati riconosciuti e sgraditi al padronato.
La stessa costruzione della “trattativa” è avvenuta senza alcun mandato e coinvolgimento dei lavoratori.  “L’accordo” sindacale è stato raggiunto clandestinamente e non sarà sottoposto all’approvazione e giudizio di essi. 
La realtà è che questo è l’ennesimo “accordo sindacale” che passa sulla testa e sulla pelle dei lavoratori, dei pensionati e dei disoccupati perché accentua l’istituzionalizzazione e il corporativismo di un sindacato che ha dimenticato e tradito gli interessi di chi lavora e dei discriminati e che tenta di impedire loro la costruzione di sindacato che stiano veramente dalla loro parte e non da quella del mercato e dei capitalisti.
</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2013/06/confindustria-si-sceglie-i-sindacati.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-1390324240318900264</guid><pubDate>Fri, 24 May 2013 13:27:00 +0000</pubDate><atom:updated>2013-05-24T15:32:56.810+02:00</atom:updated><title>SQUINZI (Presidente Confindustria): NON SIAMO LA CASTA MA LA CASA DEL CAPITALISMO REALE</title><description>La rivendicazione fatta dal presidente Confindustria è eclatante ma non inedita. Il padronato presenta con brutalità la realtà: Se il Paese vuole uscire dalla crisi, occorre dare mano libera agli industriali, campioni dell’innovazione e del sistema produttivo. Non solo occorre diminuire ancora il costo del lavoro, ma in più va contrastata “la mancanza del lavoro è la madre di ogni male sociale”, ha tuonato ancora Squinzi. Essa va affrontata in maniera strutturale e con equilibrio, intervenendo anche sulla produttività e le regole. Le imprese “sono pronte a supportare l&#39;azione del governo con investimenti e occupazione” Occorre, ha aggiunto, “riformare” poi il fisco italiano “punitivo” per le imprese. Un fisco che è &quot;quanto di peggio si possa immaginare” e che &quot;scoraggia gli investimenti e la crescita&quot;. “Chiediamo un fisco a supporto di chi crea ricchezza e la distribuisce, trasparente e rispettoso dei diritti dei cittadini e delle imprese. Questo lo aspettiamo e il paese lo merita” ha aggiunto Squinzi. 
Infine le banche. Negli ultimi 18 mesi lo stock di prestiti erogati alle imprese è calato di 50 miliardi: un taglio senza precedenti nel dopoguerra. Quasi un terzo delle imprese ha liquidità insufficiente rispetto alle esigenze operative. Dobbiamo contrastare la terza ondata di credit crunch.
Il premier Enrico Letta, intervenuto subito dopo, ha replicato: “Siamo dalla stessa parte (del capitalismo reale), la politica forse troppo tardi ha capito la lezione, ma ora deve applicare quello che ha capito”.
Il presidente della Confindustria, in un solo fiato con i rappresentanti del Governo e una schiera di ministri ossequianti, ha potuto presentare in sostanza all’intero Paese e per l’ennesima volta, la sua lista dei desideri, condita con un demagogico, finto e insultante nazionalismo, proprio mentre rivendica i meriti di classe (?) dei capitalisti italiani.
Il tentativo è di dare ad intendere ai discriminati, che gli imprenditori sono colpiti dalla crisi e dal fisco proprio come tutti gli altri cittadini. Se c’è la crisi, se il nord è sull’orlo del baratro, a rimetterci sarebbero tutti, padroni e sfruttati, perché tutti sarebbero sulla stessa barca e condividerebbero lo stesso destino. 
La falsità e la demagogia di tutto ciò sono enormi: Squinzi nel rivendicare l’appartenenza alla casa del capitalismo reale, dimentica volutamente di dire che sono proprio il mercato e il capitalismo reale a determinare la crisi e che approfittando di essa il padronato ha operato un’enorme redistribuzione della ricchezza a danno di lavoratori e pensionati e a vantaggio di pochi capitalisti. Squinzi si lamenta per la mancanza di lavoro. Non sono proprio le politiche del padronato protese alla ricerca massimo profitto ad ogni costo, anche attraverso le speculazioni finanziarie, distruggendo l’ambiente e la salute dei cittadini o riducendo in schiavitù chi lavora, a determinare la mancanza di lavoro?  Perché la Fiat invece di costruire macchine in Serbia, Polonia, Usa, ecc, sottopagando la manodopera non le fabbrica in Italia? Perché le imprese tessili italiane, che rivendicano il marchio e il made in Italy, invece di confezionare i capi in Bangladesh con manodopera a trenta euro al mese per 18 ore giornaliere di lavoro e in condizioni disumane non producono i loro capi in Italia nel rispetto delle regole, dei contratti di lavoro e dei diritti dei lavoratori? 
La &quot;fuga&quot; o il tradimento degli “imprenditori” nostrani è sotto gli occhi di tutti. Le aziende italiane “emigrate” all&#39;estero, da un’elaborazione realizzata dall&#39;Ufficio studi della CGIA di Mestre, svela che il numero delle imprese italiane che al 31-12-2011 (ultimo dato disponibile) hanno trasferito all&#39;estero una parte dell&#39;attività produttiva, è superiore alle 27.100 unità. Non dipende anche da questo l’incremento della disoccupazione? Non dipendono proprio dalle spietate regole del mercato, del capitalismo e del profitto, grazie alle quali il padronato si arricchisce, le sofferenze e le privazioni che masse crescenti di discriminati sono costretti a subire in misura sempre maggiore?
La rivendicazione di Squinzi circa l’appartenenza alla ”casa del capitalismo reale” risulta arrogante e provocatoria perché nasconde l’ingiustizia e la discriminazione sociali che sono cresciute nel paese. Il padronato italiano, che la Confindustria rappresenta, ha potuto ottenere enormi profitti grazie ai sindacati asserviti e governi di ogni colore che hanno imposto sacrifici e tagli a senso unico ai lavoratori e ai pensionati italiani, azzerando i contratti di lavoro, legando il salario alle convenienze del mercato e mettendo di nuovo in mano al padrone le redini del lavoro con la cancellazione del collocamento, dell’art. 18 e istituendo il lavoro precario a vita. Essi hanno tutti collabora toto nel cancellare diritti e nel calpestare gli stessi principi costituzionali di uguaglianza e libertà tanto più decantati quanto sempre più teorici e mai veramente applicati in Italia.
La Confindustria porta avanti la politica del padronato di sempre: Calo del costo del lavoro (meno salari), produttività (più lavoro) e meno fisco per le imprese. In soldoni meno salario e più lavoro e sfruttamento per i lavoratori, più profitto per i padroni e meno tasse per le imprese, quindi più tasse per i redditi fissi.
Non si tratta per niente di una folgorante innovazione ma è la solita trita politica padronale della ricerca del massimo profitto.
Il padronato italiano vuole presentarsi come paladino del lavoro e dei lavoratori, innovatore e lungimirante a differenza dei partiti e del sistema politico italiano corrotto e privilegiato. 
Se però il sistema politico italiano è corrotto chi lo corrompe? Chi sono i corruttori che intestano case agli ignari politici, chi è che corrompe, finanzia (vedi anche il recente scandalo dei soldi dati ai rappresentanti del Parlamento dai manager del gioco d’azzardo). Chi è che apre conti nei paradisi fiscali? Chi è che usufruisce dei condoni o degli scudi fiscali? Chi è che evade? Chi è che si arricchisce mentre condanna i redditi fissi al “rigore” a senso unico e alla fame?  
L’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello illuminante dell’Ilva di Taranto e dei suoi proprietari la famiglia Riva. Nei loro confronti sono stati operati due sequestri di beni mobili e immobili e disponibilità economiche, per un valore di 8,1 miliardi di euro dal tribunale di Taranto con l’ipotesi accusatoria, di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati ambientali plurimi e Frode fiscale, riciclaggio, intestazione fittizia e truffa ai danni dello Stato con un altro ordine di sequestro di beni per 1 miliardo e 200 milioni euro: immobili, titoli e disponibilità finanziarie “bloccati nel paradiso fiscale di Jersey” (tanto per cambiare). Somme che dovrebbero corrispondere al danno prodotto. Secondo quanto accertato nel corso delle indagini i Riva, mediante l’interposizione fittizia di alcuni trust in Italia e Svizzera, e di altre società, avrebbero nascosto la reale titolarità delle disponibilità finanziarie create con i soldi dell’Ilva, facendo risultare all’estero beni che, invece, sono nella loro disponibilità in Italia. L’obiettivo, secondo l’accusa, era di rendere applicabili i vantaggi derivanti dallo scudo fiscale: secondo le prime informazioni almeno otto operazioni.
Al di la della fondatezza o meno delle ipotesi accusatorie è insultante e immorale che in una Repubblica di cittadini che, sulla carta dovrebbero essere uguali, esistano e convivano soggetti detentori ricchezze di enormi dimensioni (pochi) insieme ad altri privi di reddito o con redditi insufficienti (la maggioranza). Come si può giustificare il possesso di ricchezze così grandi di fronte alla disoccupazione, alla fame e alla miseria?
E’ questo il capitalismo reale? Altro che “siamo” sull’orlo del baratro, come dice Squinzi: Siete. 
</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2013/05/squinzi-presidente-confindustria-non.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-8648754468451576073</guid><pubDate>Mon, 29 Apr 2013 14:17:00 +0000</pubDate><atom:updated>2013-04-29T16:28:45.314+02:00</atom:updated><title>Capitalismo reale</title><description>Bangladesh MORTE NELLA FABBRICA DEI NOSTRI JEANS. Oltre 300 operaie uccise.
L&#39;edificio formicaio chiamato Rana Plaza, secondo alcune fonti era omologato per cinque piani ( tre abusivi), dentro di esso operavano cinque ditte (in tutto 3.122 dipendenti, in gran parte donne) con produzione di 3 milioni di capi di abbigliamento all&#39;anno per grandi (e piccoli) marchi occidentali, dall&#39;Inghilterra agli Usa (dall&#39;Italia Benetton ha smentito ogni rapporto con le ditte coinvolte nel crollo). In qualche modo la Phantom, una delle cinque ditte, e le sue migliaia di sorelle (il Bangladesh è il secondo esportatore al mondo di tessile dopo la Cina) sono davvero aziende «fantasma», di cui tutti (autorità, committenti, clienti) si dimenticano fino a quando non accade una nuova tragedia. Le fabbriche-formicaio sono spesso ricavate da palazzine pseudo-residenziali, con vie di uscita inadatte o chiuse dall&#39;esterno per impedire l&#39;allontanamento dei lavoratori e delle lavoratrici.
Nel palazzo si producono le T-shirt e i jeans che troviamo nei nostri negozi o a prezzi scontati o magari con la griffe e prezzi altissimi, l&#39;orario di lavoro può lievitare dalle 8 ore di contratto alle 18 a ridosso della consegna, con uno stipendio (talvolta di 30 euro) che non è certo ogni mese. Il giorno prima del crollo sulle pareti del Plaza erano apparse crepe minacciose, nonostante ciò i manager delle ditte di abbigliamento avevano diffuso messaggi rassicuranti: “Venite a lavorare, tutto a posto” aggiungendo però una minaccia più grande di una crepa: “Altrimenti vi lasciamo a casa e vi scordate gli arretrati”. Il risultato è che allo stato attuale si contano 381 morti e sono calcolati circa 600 dispersi in gran parte donne.
Le aziende occidentali che si riforniscono in Bangladesh a ogni tragedia rispondono lanciando proclami per condizioni di lavoro migliori. Anche questa volta dall&#39;estero è arrivata una raffica di condoglianze e dinieghi che sembrano fatti apposta per non sporcarsi l&#39;immagine e, passata l’emozione e lo sdegno del momento, tutto come prima per continuare a intascare i denari lucrati sulla pelle delle lavoratrici. 
Lo scorso novembre un incendio bruciò vive 112 operaie che facevano golf e calzoncini per il mercato estero. Altri 41 «incidenti» si sono si sono susseguiti nel 2013. L&#39;Europa è il maggior mercato del tessile prodotto in Bangladesh.
Quello che emerge da eventi di questo genere è che sono calpestate tutte le norme e precauzioni a difesa della salute e dell’incolumità di ci lavora. Per 18 ore di lavoro sono corrisposti circa 30 €, pari a circa 0,075 € l’ora, per produrre beni che poi sono venduti in occidente a prezzo di mercato, garantendo così agli “imprenditori” profitti altissimi.
Queste vicende fanno emergere con brutalità il vero volto del capitalismo e i mezzi che esso mette in piedi per aumentare i propri profitti. Essi sono quelli di sempre. Quelli che si manifestarono agli albori della prima rivoluzione industriale: Giornate di lavoro lunghissime ed estenuanti in condizioni inumane, anche per donne e bambini, salari di fame e, in conclusione schiavitù. In queste realtà la vita di chi lavora vale meno di niente.
Quali considerazioni possono essere fatte a questo punto: 1) Queste attività erano svolte prima nei paesi occidentali; 2) Sono state de localizzate in aree povere sfruttando manodopera affamata e disponibile; 3) Conseguenza a tutto ciò la chiusura progressiva e inesorabile, nei paesi “sviluppati” di aziende simili che hanno preferito trasferire le loro attività in aree a più basso costo di manodopera (delocalizzazioni selvagge operate dal padronato italiano con in testa la Fiat); 4) Incremento verticale della disoccupazione nelle aree abbandonate da queste ditte.
La risposta che a questa politica aggressiva dei pescecani padronali (altro che datori di lavoro) è stata data, nei paesi capitalisti e in Italia è stata esemplare: Mano libera, e quindi nessun ostacolo alle imprese per le delocalizzazioni e politica di riduzione drastica dei salari e degli oneri riflessi (contributi previdenziali, ecc.). I salari non sono stati ridotti in cifra ma in potere di acquisto. Questo è stato possibile grazie a sindacati concertativi e alla sinistra nostrana, che hanno cancellato e rinnegato gli interessi dei lavoratori e si sono schierati per il mercato e il profitto concordando e concedendo ai loro alleati padronali l’azzeramento del meccanismo di difesa delle retribuzioni davanti all’inflazione. La scala mobile o contingenza.
La politica di tradimento dei sindacati e dei partiti della cosiddetta sinistra è proseguita con la svendita dei contratti nazionali di lavoro e gli aumenti di salari irrisori, l’art. 18, le leggi Treu e Biagi, le controriforme previdenziali, ecc.
La ricetta che costoro hanno portato avanti, per compiacere il padronato, è stata solo quella di abbassare i salari e le condizioni di lavoro dei lavoratori italiani per renderle competitive con quelle di aree del terzo mondo dove i lavoratori sono totalmente privi di ogni tutela e ridotti allo stato di schiavitù.
Questo è il libero mercato. Libero per chi? Non certo per chi lavora, costretto a sottostare a salari di fame, contratti di lavoro capestro, licenziabile in ogni momento senza giusta causa, totalmente flessibile al profitto padronale, senza ferie, malattia, festività, maternità, disoccupazione, liquidazione, pensione a 70 anni, ecc. avendo come alternativa le delocalizzazioni e la disoccupazione.
A questo il sindacato e la sinistra asservita alle ragioni del profitto stanno lavorando da troppo tempo indisturbati. La libertà del mercato e del padrone corrisponde alla sottomissione e mancanza di libertà per chi è costretto a sottostare a questo meccanismo di sfruttamento, prepotenza e prevaricazione.
L’unica risposta che si può dare a tutto questo è acquisire la consapevolezza che il capitalismo significa, oggi come ieri, prepotenza, prevaricazione, discriminazione e sfruttamento per chi lavora  dalla lotta di classe, questo è il mercato. Occorre pertanto ripartire da questa consapevolezza di classe perché gli interessi dei padroni, dei privilegiati e dei loro cortigiani non sono gli stessi di quelli dei discriminati ma configgono irriducibilmente con questi. Solo quando prenderemo coscienza di tutto ciò potremo finalmente iniziare una nuova stagione di lotta e di riscossa sociale.
</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2013/04/capitalismo-reale.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-2144062717404430368</guid><pubDate>Sun, 28 Apr 2013 14:40:00 +0000</pubDate><atom:updated>2013-04-29T07:18:12.916+02:00</atom:updated><title>Ci siamo</title><description>Hanno fatto finta di litigare, hanno imbrogliato spudoratamente per vent’anni gli italiani fingendo di essere fra loro alternativi ma hanno sempre lavorato per le stesse politiche classiste e padronali che sono servite a depredare i lavoratori dei loro salari, i pensionati delle loro pensioni, i giovani del loro presente e del loro futuro e tutti dei loro diritti e delle loro libertà civili, sociali e del lavoro. 
I partiti della cosiddetta sinistra italiana hanno collaborato con i partiti della destra per determinare l’impoverimento dei discriminati che sono sempre più strozzati da un fisco di classe agevolato dal sostituto di imposta, mentre hanno elargito, tutti insieme, finanziamenti a piene mani alle banche e a imprenditori privati cui hanno permesso esenzioni ed evasioni fiscali legalizzate, condoni, scudi e privilegi vari. Essi hanno sostituito indisturbati e incontrastati oltretutto, alle politiche sociali quelle militari e di guerra, proprie del capitalismo e dell’imperialismo. 
E’ prosperata la corruzione che è insita e propria del sistema capitalista e del libero mercato. Essa riguarda in forme sempre più insultanti gli imprenditori ed i ricchi corruttori e i partiti dell’intera area governativa, sempre più impegnati a cancellare le residue forme di “democrazia”. Il voto popolare non conta nulla: I referendum sono ignorati ( energia nucleare, finanziamento ai partiti, acqua pubblica, ecc), e le “coalizioni” che si presentano alle elezioni, con i loro roboanti programmi elettorali, sono cancellate subito dopo. Le istituzioni sono umiliate ed i massimi rappresentanti delle istituzioni della Repubblica, nata dalla Resistenza sono piegati agli interessi e ai giochi speculativi di banche e imprenditori più o meno grandi. 
La classe padronale ed i privilegiati di tutti i colori spadroneggiano e si arricchiscono mentre affamano il popolo e costringono gli sfruttati e gli oppressi alla fame, alla miseria gettandoli nella disperazione più nera perché negano loro qualsiasi prospettiva futura. 
I ricchi, le banche, gli imprenditori ed i loro politici di ogni “colore” costituiscono la neo classe di privilegiati che opprime e discrimina tutti gli altri ceti e classi facendo passare per interessi generali e di tutti i loro comodi e le loro convenienze.
Oggi la classe dei privilegiati e dei padroni non ha più bisogno di partiti che fingano di litigare fra di loro, mentre invece vanno sottobraccio, perché sono riusciti a convincere i cittadini che alla situazione attuale e a questo quadro politico non c’è alternativa, perlomeno al momento. Quindi basta centrodestra e centro”sinistra”, non c’è più bisogno della maschera, del resto le politiche dei vari governi “tecnici” che si sono succeduti (Amato, Dini e Monti) e dei governi “politici” (Prodi, Berlusconi ed ora Letta)si sono alternati in perfetta identità, sintonia e continuità nelle loro politiche economiche e sociali, tutelando gli stessi interessi e gli stessi ceti sociali privilegiati a danno delle masse popolari. 
Allo stato attuale non c’è alternativa. I partiti che ancora si definiscono di sinistra come Sel o fanno riferimento al comunismo, come Rifondazione ed il Partito dei comunisti italiani, non mettono in discussione il capitalismo, il mercato e la proprietà dai mezzi di produzione. In due decenni di restaurazione di classe padronale essi si sono confusi in dialoghi “unitari” col Pd cui hanno testardamente e colpevolmente continuato ad attribuire una collocazione a sinistra. Sel si è candidata alle elezioni con il Pd e Rifondazione ed il Pdci hanno dubitato fino all’ultimo se partecipare o meno alla demagogica farsa delle primarie. 
Queste aggregazioni sono palesemente interclassiste e più arretrate dello stesso Partito socialista riformista di Nenni Esse hanno cancellato dal loro agire la lotta di classe ed hanno sostituito ad essa il politicismo esasperato. Al conflitto economico e sociale hanno sostituito generiche battaglie “progressiste” sui diritti sociali o sull’ambiente, senza dare loro una lettura classe.
Questi partiti non sono stati capaci di difendere minimamente gli interessi degli sfruttati, che hanno condannato, con le loro analisi ed il loro agire, ad una serie ininterrotta di sconfitte e di arretramenti. Esse hanno la responsabilità di non aver saputo o voluto affrontare lo scontro di classe in atto su basi marxiste impedendo così ai discriminati di disporre di uno strumento di analisi diverso e alternativo su basi sociali.
Tutto questo è avvenuto in momento in cui lo scontro di classe si è accentuato ed in cui avrebbe dovuto essere più semplice la denuncia. La crisi di questi anni avrebbe dovuto far crescere consensi ed adesioni verso di loro. Questo non è avvenuto perché ne Rifondazione, ne il Pdci e ne tantomeno Sel sono stati percepiti come diversi dal sistema, come è invece avvenuto, a torto o a ragione, con il Movimento cinque stelle che almeno oggi e con tutte le sue contraddizioni è percettibilmente alternativo al sistema ed ai suoi giochetti.
I gruppi dirigenti di queste formazioni si sono completamente inglobati nel meccanismo politico parlamentare ed ai meccanismi di potere di classe a questo collegati. 
Sostituire, a questo punto, ai loro fallimenti ed alle loro responsabilità, una neo politica “unitaria” che porti ad unire le debolezze di Sel, Rifondazione e Pdci servirebbe solo a prorogare l’agonia.
Oggi più che mai c’è bisogno di un partito Comunista che stia veramente dalla parte dei discriminati e della loro classe e che alle analisi fumose ed interclassiste, di salotto o pseudointellettuali sostituisca la lotta di classe e gli interessi dei discriminati schierandosi contro l’ingiustizia, la discriminazione sociale e il privilegio insita nel mercato e nel sistema capitalista. 
Nel momento in cui sparisce, anche formalmente, ogni differenza fra false sinistre e destra si possono creare le condizioni per las ricostruzione della lotta e della vera alternativa sociale e di classe.
</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2013/04/ci-siamo.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-4317006204662703457</guid><pubDate>Sun, 31 Mar 2013 09:49:00 +0000</pubDate><atom:updated>2013-03-31T11:49:12.394+02:00</atom:updated><title>Scelta di campo</title><description>Gli ultimi anni sono stati dominati da politiche finanziarie e di mercato che hanno demolito le condizioni economiche e i diritti sociali e civili dei discriminati. Il collocamento e la scala mobile sono stati cancellati, i rinnovi dei contratti di lavoro sono stati trasformati da strumento di redistribuzione del reddito a favore dei lavoratori a fasi di scambi sindacali in perdita e cedimenti; il lavoro è stato precarizzato con l’abolizione dell’art. 18, le leggi Treu e Biagi, con i contratti “atipici”, la flessibilità, le delocalizzazioni; i sindacati più combattivi, la Fiom e le organizzazioni di base sono stati emarginati con i contratti separati. Le contro”riforme” delle pensioni, la cancellazione del diritto alla salute e all’istruzione, ecc. sono tutte fasi di un’operazione trentennale condotta da governi di ogni colore ma sotto la dettatura del padronato, unico beneficiario delle “riforme”. Tutto questo è stato possibile grazie all’apporto costruttivo delle confederazioni sindacali che hanno consentito questo scempio annullando le lotte e smorzando qualsiasi velleità di protesta emergesse, spianando la strada alla sconfitta dei lavoratori. 
Il risultato prodotto è la totale dipendenza degli interessi e delle condizioni di vita dei lavoratori dallo spread e dai mercati. I loro salari e pensioni, il lavoro, i loro diritti sono diventati man mano una variabile condizionata e dipendente da interessi economici sovranazionali accettati quasi come sovrannaturali e inevitabili. Questo ha determinato il progressivo e inarrestabile peggiorare delle loro condizioni di vita e dei loro diritti.  La disoccupazione, la povertà e la sfiducia sul futuro gettano in uno stato di disperazione, masse crescenti di cittadini e di giovani che non riescono a intravvedere alcuna via di uscita. I sacrifici imposti non hanno dato risultati e gli indici economici continuano a essere negativi: è inarrestabile la crescita della disoccupazione, dell’inflazione e lo spread e a calare i redditi e i consumi. Nuovi sacrifici vengono imposti e le nubi all’orizzonte sono sempre più nere.
Non vengono però individuate, da nessuna forza politica, le responsabilità chiare e certe della crescente sofferenza cui sono condannate senza speranza le masse sempre più vaste di lavoratori, giovani e pensionati. L’unico nemico individuato è il ceto politico contemporaneo, colpevole di prebende, vitalizi, corruzioni, amoralità, leggi ad personam e persino di mafia. Verso costoro non sono sufficienti i peggiori epiteti immaginabili. Oltre a loro, però, non sono individuate altre responsabilità. 
In questo modo è naturale che al massimo si verifichi solo una protesta generica e qualunquista, pur sacrosanta: Sono tutti uguali, mangiano tutti, si arricchiscono alle nostre spalle. 
E’ stato impedito volutamente e scientificamente alle masse di discriminati di utilizzare la chiave di lettura del conflitto di classe per analizzare la realtà attuale.
Non sono individuate ad esempio, anzi si sono nascoste le responsabilità del padronato. Addirittura c’è pure chi in questo lavoro di confusione e di mistificazione, pur dichiarandosi comunista, ha messo nel suo programma elettorale insieme ad altri che ” Vanno premiate fiscalmente le imprese che investono in ricerca, innovazione e creano occupazione a tempo indeterminato” (Rivoluzione Civile). Cioè vanno destinati alle imprese “meritorie” finanziamenti derivati dalle tasse che solo i redditi fissi pagano. E’ proprio il colmo. 
Non basta più il profitto. 
Sono invece le aziende capitaliste e i padroni che hanno richiesto e preteso le “riforme” di cui sopra. Imprese che hanno potuto usufruire così di manodopera a basso costo, senza diritti e licenziabile in ogni momento anche senza giustificato motivo, sottoscrivere accordi con sindacati di comodo, licenziare lavoratori e discriminare sindacati combattivi, precarizzare e delocalizare, godere dei cunei e scudi fiscali, condoni, sanatorie ecc., ecc., ecc. Esse attraverso tutto questo hanno accumulato ricchezze e ingrossato i loro capitali concentrando nelle mani dei loro proprietari quanto tolto alla stragrande maggioranza di cittadini e giovani.   
Nessun partito della pseudo sinistra o sindacato riconosce o denuncia le responsabilità del padronato. Tutti costoro vogliono dare ad intendere che la crisi non dipenda da loro e dal loro sistema. Hanno impedito così di far capire chi ha la vera responsabilità della crisi: il mercato liberista e la finanza internazionale di speculatori senza scrupoli.
Per far digerire le loro “riforme” hanno dato ad intendere che la crisi tocchi tutti allo stesso modo, poveri e ricchi e che il privilegio riguardi unicamente il ceto politico e istituzionale.
Sappiamo invece che la crisi è servita a produrre un gigantesco spostamento di ricchezza a favore dei più ricchi. Ricchi che con la crisi hanno fatto enormi affari, imponendo una lettura dei dati economici a loro conveniente.
Questo attacco di classe è stato facilitato dalla totale mancanza di qualsiasi denuncia sulla natura di classe della crisi e sull’uso che se ne è fatto. Del fatto cioè che se molti con la crisi hanno pagato sia in termini economici che di diritti e libertà, altri si sono serviti di essa per arricchirsi di più e aumentare il proprio potere politico e sociale.
La speculazione capitalista e finanziaria nazionale e internazionale, messa in atto da chi detiene capitali e banche, è riuscita a imporre i propri interessi a tutti. Interessi che determinano la vita e la morte di aree nazionali e di interi popoli (vedi la Grecia e Cipro, per il momento).
Alle visioni economiche, monetarie e di speculazione finanziaria non si è contrapposta alcuna visione alternativa e diversa su basi di classe. Le lotte, pur giuste contro l’abolizione dell’art. 18, se non inquadrate in un’analisi di classe sono incomprensibili. Quello che è successo a questo proposito sarebbe dipeso solo dalla “cattiveria” di una ministra piagnucolosa e non da un padronato prepotente e arrogante che così riprende saldamente il comando nei posti di lavoro e può finalmente liberarsi o minacciare di farlo dei lavoratori più combattivi che pretendono i loro diritti, dei malati, degli invalidi, delle donne in maternità, ecc.
Nessuno mette in discussione il capitalismo e le forme sociali a esso connesse. A partire da quelle formazioni politiche che continuano a definirsi comuniste. 
Le comuni enciclopedie alla parola comunismo danno questo significato: “insieme di dottrine e movimenti politici le cui basi sono la parità civile e sociale, l&#39;abolizione della proprietà privata, la comunanza dei mezzi di produzione. Condizione unica e indispensabile per l’ottenimento di parità civile e sociale, per un comunista, è l’abolizione della proprietà privata e dei mezzi di produzione”. 
Sono nate e si sono moltiplicate formazioni “comuniste” che hanno abbandonato ogni riferimento o analisi scientifica di classe sui processi in atto. Hanno più o meno volutamente confuso i ruoli e le responsabilità e impedito la nascita di una coscienza di classe fra i discriminati disorientandoli perché hanno cancellato col loro agire il metodo di analisi e di lettura dei processi economici e sociali su base di classe. Esse, pur rivendicando la matrice comunista hanno dimenticato, rinunciato o addirittura rinnegato l’opzione economica a essa collegata: La socializzazione dei mezzi di produzione. Esse sono responsabili del disorientamento e della confusione e hanno contribuito all’arretramento economico e sociale proprio dei discriminati.  La conseguenza di questa impostazione è stata la disgregazione sociale e di classe dei discriminati cui non è rimasto altro che affidarsi a movimenti di protesta generici o, peggio, accettare il mercato come unica forma sociale possibile. Altro risultato è stato il crescente scollamento e consenso dei comunisti dai discriminati e la quasi totale scomparsa dei comunisti dallo scenario politico italiano.
La socializzazione dei mezzi di produzione è un principio che si può condividere o no. Se si condivide, si è comunisti altrimenti no. Non si tratta di un approccio ideologico o dogmatico. Si tratta invece di chiamare le cose con il loro vero nome. Del resto la stessa cosa avviene per chi si colloca nel campo del mercato e del capitale. Costui è liberale, non vede discriminazioni su basi sociali e di classe per questo motivo non può essere favorevole alla socializzazione dei mezzi di produzione.
Si può essere comunisti senza mettere in discussione la proprietà dei mezzi di produzione?
E’ quanto avvenuto però negli ultimi decenni. Tanti partiti o personaggi politici hanno fatto fortune politiche e carriere istituzionali, usurpando l’appellativo di comunista. Essi si sono appropriati di questo termine svuotandolo di tutti i suoi contenuti.
Avere chiaro quali errori sono stati commessi serve per individuare la strada da intraprendere per tentare di ricominciare il cammino e lottare con forza e determinazione per costruire una realtà di liberi e uguali.
</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2013/03/scelta-di-campo.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-9061541718363278480</guid><pubDate>Thu, 28 Feb 2013 17:43:00 +0000</pubDate><atom:updated>2013-03-29T10:39:04.666+01:00</atom:updated><title>Il voto di protesta che i comunisti non hanno saputo intercettare</title><description>E’ innegabile che chi ha votato la lista Cinque stelle di Grillo, abbia voluto esprimere un radicale dissenso dalla politica attuale.  Questa domanda che saliva dal popolo non è stata capita dirigenti della cosiddetta “sinistra radicale”, perché troppo occupati a costruire alleanze anche nell’illusione di garantirsi un posto al sole. Essi hanno assunto verso il fenomeno Grillo, atteggiamenti di superiorità e di snobismo parlando sempre solo di fascismo e di matite ciucciate senza tentare di analizzare seriamente il programma di quel movimento i cui punti, per la stragrande maggioranza, potevano essere condivisi: 1) Legge anticorruzione; 2) Reddito di cittadinanza; 3) Abolizione della legge Biagi; 4) Riduzione dell’orario di lavoro fino a 30 ore settimanali con la conseguente redistribuzione del lavoro garantito a tutti; 5) Pensione a 60 anni e taglio delle pensioni sopra 4-5 mila euro; 6) Ritiro immediato delle missioni “di pace” nel mondo; 7) Introduzione di un tetto per gli stipendi del management delle aziende quotate in Borsa e di quelle con partecipazione rilevante o maggioritaria dello Stato e abolizione delle stock option; 8) Abolizione dei contributi pubblici ai partiti e ai giornali; 9) Verifica degli arricchimenti illeciti da parte della classe politica negli ultimi venti anni; 10) Massimo due mandati elettivi; 6) Legge sul conflitto d’interessi; 11) Ripristino dei fondi tagliati alla Sanità e alla scuola pubblica con tagli alle grandi opere inutili come la Tav; 12) Accesso gratuito alla rete per cittadinanza; 13) Abolizione Imu sulla prima casa.
Questo solo per citarne alcuni. Certo erano presenti alcuni punti meno condivisibili per i comunisti, fra questi la richiesta di sostenere le società no profit per creare occupazione. Del resto sullo stesso argomento Rivoluzione civile avanzava una proposta peggiorativa considerando da incentivare anche imprese profit: ” Vanno premiate fiscalmente le imprese che investono in ricerca, innovazione e creano occupazione a tempo indeterminato”.  
E’ proprio la richiesta di finanziamenti alle aziende, anche a quelle cosiddette “meritorie” che determina la contraddizione discriminante per i comunisti: Considerare cioè positiva e finanziabile con i soldi pubblici, delle tasse, l’attività di quelle imprese private a patto che rispondono a determinati requisiti. Non basta il profitto?  Sparisce o meglio si cancellano così le differenze e le discriminazioni sociali e con esse la lotta di classe perché si riconosce implicitamente che l’imprenditore non è più padrone e soggetto di sfruttamento e di profitto sulla pelle di chi lavora ma è un benefattore sociale e “datore di lavoro” da premiare e incentivare, dimenticando appunto il profitto che trae a tutti i costi compreso quello di discriminare i lavoratori che aderiscono alla Fiom. 
L’imprenditore lucra sul lavoro dipendente e per questo diminuisce i salari, precarizza, licenzia, de localizza, riduce le libertà dei lavoratori (art. 18) e quelle sindacali, è così che aumenta i propri utili in maniera spropositata infischiandosi della richiesta di lavoro dei disoccupati e della disperazione dei suoi dipendenti licenziati o de localizzati per risparmiare sulla manodopera.  Niente di tutto questo, l’imprenditore viene trasformato da padrone sfruttatore a “datore di lavoro” che deve essere finanziato con i soldi delle tasse sui redditi fissi che sono gli unici a pagare, e non deve essere tassato per la sua opera “sociale e benemerita”. 
Si cancella così il conflitto e si da ad intendere, questa volta insieme a Grillo, che il privilegio riguardi i soli parlamentari super pagati davanti ai quali non esistono differenze sociali perché il loro privilegio penalizzerebbe allo stesso modo  lavoratori e padroni. Un’assurdità.
Il movimento cinque stelle ha posto al centro della sua battaglia dei punti condivisibili. L’ha fatto però al di fuori di una visione dei rapporti sociali e di classe. La discriminazione sociale non è messa in atto dal solo ceto politico ma soprattutto da quello economico e padronale che per arricchirsi affama i lavoratori e le loro famiglie e condanna alla disoccupazione e alla disperazione i giovani, mentre taglia le pensioni. 
Visti gli esiti elettorali la segreteria nazionale di Rifondazione Comunista nel rassegnare le proprie dimissioni afferma: ”Al di là di ogni altra considerazione, l’insuccesso della lista (Rivoluzione Civile) ha quindi una precisa ragione politica nell’incapacità di interpretare e intercettare il forte disagio sociale e il largo dissenso verso le politiche di austerità.”
Il forte disagio sociale che Rc non è stato capace di intercettare, nella vicenda politica attuale, non è causato dal largo dissenso verso le politiche di austerità, che di per se possono anche essere un valore, ma dal fatto che tutte le misure economiche di “rigore” adottate colpiscono a senso unico i discriminati, lavoratori, giovani e pensionati, facendo tracollare i loro redditi e le loro condizioni di vita e cancellano anche i loro diritti come quello alla sanità e all’istruzione. 
Al di la di altri ragionamenti, come si può pensare di alzare l’età pensionabile fino a 70 anni con una disoccupazione giovanile al 37%?  A quali logiche risponde tutto ciò? A quali interessi? Non certo quello di chi lavora e, nel rischiare il proprio posto di lavoro deve continuare a farlo fino a 67-70 anni, o di chi è disoccupato che, in questo modo, non ha alcuna possibilità di trovare lavoro.
La realtà è che mentre i discriminati sono ridotti sul lastrico dalla cosiddetta crisi, altri non sono stati toccati per niente, anzi hanno approfittato della crisi per imporre la loro egemonia sul piano economico incrementando a dismisura i propri patrimoni e questo è l’aspetto più odioso sostituendo al benessere dei cittadini quello dello spread.
Un’analisi di questo tipo non può essere pretesa da Grillo. Doveva essere pretesa da chi, come Rifondazione continua a definirsi Comunista. Non si tratta quindi solo di una questione di simbolo o di bandiera che i dirigenti si ostinano, per timore o per una convinzione sbagliata e perdente, a non mostrare nelle campagne elettorali. 
Rivoluzione Civile ha perso perché, proseguendo una vecchia prassi, non ha dato, e non poteva farlo per la diversità delle sue componenti, una lettura ed interpretazione di classe, della classe degli sfruttati, delle vicende del Paese e delle cose da fare. Mancanza di visione che isola i discriminati,  lasciandoli privi di tutela e disorientati. 
Non vengono cioè più messe in discussione le basi di questa società capitalista, che difende i suoi valori e il liberismo più selvaggio ed impone i suoi modelli culturali unici e approfitta dell’assenza sostanziale di altri progetti forti da parte di chi si ostina ad accreditare come di sinistra, seppur moderata quella del Partito Democratico che invece ha votato tutte le misure antipopolari del Governo Monti e che, insieme a Sinistra ecologia e libertà si proponeva se eletta di proseguire su quella strada.
Negli ultimi anni ed alle elezioni l’avversario di classe ed il padronato senza alcun significativo contrasto hanno potuto far emergere egemonia culturale del  capitalismo e delle classi dominanti, perché è mancata una forza politica apertamente alternativa su basi di classe ed anticapitalista.
E’ questo il motivo per cui gli italiani hanno scelto Grillo. 
Per manifestare la propria avversione alle politiche economiche imposte si sono affidati a chi hanno ritenuto al di fuori dei giochi politici, riconoscendo Grillo e il suo movimento, non in altri o in Rivoluzione Civile, come gli unici veramente alternativi al sistema capaci  credibilmente opporsi e lottare contro le ingiustizie attuali.
Occorre riconoscere onestamente questo, rimboccandosi, ancora una volta le maniche per ricostruire una forte iniziativa politica imperniata su una linea di classe alternativa non alla politica di austerità, ma alla politica del padronato che vuole, coadiuvato anche da falsi amici dei lavoratori, far credere ai discriminati che per salvarsi debbono morire. 
</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2013/02/e-innegabile-che-chi-ha-votato-la-lista.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-5858965412002627161</guid><pubDate>Tue, 05 Feb 2013 10:19:00 +0000</pubDate><atom:updated>2013-02-05T11:19:24.933+01:00</atom:updated><title>FIAT, LANDINI: PRONTI A AZIONI LEGALI       </title><description>&quot;La scelta di Fiat di pagare 19 lavoratori purché non lavorino conferma come sia in atto un’esplicita politica di discriminazione nei confronti dei lavoratori che scelgono di iscriversi alla Fiom&quot;. Così il segretario Fiom Landini che parla di &quot;schiaffo alla dignità dell&#39;Italia&quot;.                          
Quello della Fiat, dice, è &quot;un atto di arroganza inaccettabile di fronte al quale la Fiom pensa a azioni giuridiche e sindacali&quot;. Quello con la Fiat &quot;non è più un problema sindacale, perché si violano le leggi e la Costituzione: governo e forze politiche intervengano, il silenzio non è più accettabile&quot;.E su Fabbrica Italia: &quot;Non errore ma truffa&quot;.
Questo comunicato è presente sul Televideo Rai di oggi. Si riferisce alla volontà della Fiat di proseguire nella sua scelta padronale di estromettere da Pomigliano tutti coloro (lavoratori e sindacati) che ostacolano i suoi interessi e autorità.
E’ in atto una discriminazione nei confronti degli iscritti fiom, che sono stati reintegrati dal Giudice del lavoro, ma che, poi, non solo non sono stati ripresi al lavoro ma sono stati umiliati nella propria dignità dall’obbligo imposto dalla Fiat di dover ricevere il proprio salario senza lavorare.
Attraverso il suo comportamento, la Fiat, storico capofila del padronato italiano, vuole far capire chiaramente a tutti i lavoratori, chi veramente comanda in fabbrica e nel Paese. 
La protervia e la prepotenza della Fiat ricordano quella del padronato precedente alla prima rivoluzione industriale. Quando cioè la legge non permetteva il diritto di associazione sindacale perché ai lavoratori non era consentito organizzarsi per difendere i propri interessi, pena il licenziamento e la galera. 
Oggi il padronato tollera la presenza di sindacati in azienda ma solo di quelli asserviti e sottoposti alle sue volontà e interessi. Le leggi, sempre più sfavorevoli ai lavoratori, le sentenze e la stessa Costituzione sono per il padronato carta straccia e le istituzioni cui spetta il compito di intervenire, non lo fanno e tacciono. Per convenienza e complicità. 
Finora non si è vista infatti alcuna “autorità” costituita intervenire a difesa dei discriminati nonostante masse crescenti di lavoratori e di giovani siano costretti alla disoccupazione, alla precarietà o a salari indecenti e indecorosi, per far applicare i dettami (teorici) previsti dalla Costituzione. L’art. 3 ad esempio recita: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#39;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#39;organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, ancora l’art.4 “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”, o  l’art 36: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un&#39;esistenza libera e dignitosa” per citarne alcuni senza poi parlare delle disposizioni Costituzionali in materia di “libertà” e diritto “libero” di associazione sindacale.

Mantenere i lavoratori, reintegrati dal Giudice, a casa rappresenta il manifesto politico e il messaggio sonoro del padronato in Italia che spiega a chiare note chi veramente comanda nel Paese,  chi fa e applica le leggi.
Siamo arrivati a questo punto grazie a sindacati che hanno tradito il proprio ruolo e a una “sinistra” che ha mantenuto in qualche caso un riferimento nominativo alla vera sinistra storica, ma che ha poi accettato, in forma più o meno esplicita il mercato, il liberismo e l’interclassismo, ed ha  dimenticato o cancellato dal suo orizzonte politico, la lotta di classe e il superamento della proprietà privata dei mezzi di produzione, unico strumento per la costruzione di una società nuova di liberi e uguali.  
</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2013/02/fiat-landini-pronti-azioni-legali.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-6186543829912898143</guid><pubDate>Thu, 24 Jan 2013 20:14:00 +0000</pubDate><atom:updated>2013-01-24T21:14:54.613+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Cgil</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Confindustria</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">crescere si può</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">progetto per l&#39;Italia</category><title>Confindustria presenta la sua piattaforma rivendicativa</title><description>Una volta erano le organizzazioni sindacali che presentavano al padronato e al Governo le rivendicazioni per migliorare le condizioni di lavoro e vita dei lavoratori: Richieste di miglioramenti economici e normativi, di lotta all’inflazione, conquista e miglioramento di un sistema d’indicizzazioni di salari e pensioni per tutelare i redditi di lavoratori e pensionati, lotta per l’occupazione per costringere il padronato a investire i capitali per creare lavoro, di lotta alla rendita parassitaria, di detassazione dei generi di prima necessità (contro aumenti di sole 10 lire il litro erano proclamati scioperi generali di 24 ore), di nuovi servizi e potenziamento della sanità pubblica, di riforme migliorative del sistema sociale, ecc. 
Oggi, davanti alla connivente assenza e tradimento dei “sindacati ufficiali dei lavoratori” è il padronato, tramite Confindustria, che presenta le sue richieste e batte cassa.
Le richieste di Confindustria, contenute in un documento da un titolo altisonante e ammiccante ”Il progetto CONFINDUSTRIA per l’ITALIA: crescere si può, si deve” non rappresentano novità ma ricalcano sostanzialmente le posizioni tipiche che il padronato ha da sempre.  Di queste i punti più rilevanti sono:
1) Trattamento agevolato per le imprese nei pagamenti dello Stato; 
2) Detassazione Irap e taglio dell’8% del costo del lavoro (somme che le aziende versano all’Inps per ogni lavoratore occupato in base al tempo di lavoro). Questi soldi sono salario dei lavoratori differito e non delle imprese. Confindustria vuole ottenere, dal futuro Governo un 8% di risparmio, mentre dal Governo di centro “sinistra” Prodi ottenne un taglio del 5%. Dare alle imprese i risparmi ottenuti attraverso tagli del costo del lavoro significa togliere salario e soldi ai lavoratori per darli ai padroni;
3) Aumento dell’orario annuale di lavoro (40 ore);
4) Lo Stato con i soldi dei contribuenti deve aumentare del 50% gli investimenti per le infrastrutture (servizi per le imprese), finanziare le imprese per la ricerca e abbassare loro i costi dell’energia, dando soldi e incentivazioni pubbliche agli industriali (naturalmente l’utile e il profitto restano privati); ridurre il peso del fisco sulle imprese; ridurre le regole e gli “ostacoli” al fare impresa;
5) Rendere effettivamente flessibile il mercato del lavoro in entrata e in uscita;
Tutto questo in cinque anni porterebbe all’aumento dell’occupazione e dei salari, con ricadute positive sui consumi e sui dati economici dello Stato.
Il padronato presenta, con questo suo documento, ai partiti e ai suoi dirigenti candidati alle elezioni negli schieramenti di centrodestra, centro e centro”sinistra” i suoi desideri e chiede a gran voce che essi siano esauditi, non per i loro interessi e profitti ma per il bene dell’Italia, naturalmente.
Sembra di rileggere l’accordo sindacale “Sulla politica dei redditi, la lotta all&#39;inflazione e il costo del lavoro” del 31/7/1992. Con questo accordo il sindacato accettava consentiva l’abolizione dello strumento di difesa dei salari, la scala mobile, e legava i redditi dei lavoratori non più alle condizioni di vita dei lavoratori, ma a una famigerata “politica dei redditi”. Politica che doveva essere di contenimento di tutti i redditi in base “all’inflazione programmata” ma che ha determinato, grazie anche all’euro e alle politiche di aggressione del padronato e di tradimento dei sindacati ufficiali, l’arretramento e il taglio dei salari (a oggi tornati ai livelli del 1986) con il conseguente impoverimento dei chi lavora e l’aumento dei profitti con la conseguente crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi peperoni.
Il nuovo vangelo liberale vincente finora grazie alle politiche di cedimento del sindacato e di una sinistra scopertasi liberale e mercantilistica si impone trionfalmente. Tutta la campagna elettorale sarà centrata sui diktat padronali. 
La CGIL che non si è opposta alle “riforme” liberticide per i lavoratori, del Governo Monti, non chiede ne ha chiesto la cancellazione di nessuna delle controriforme del lavoro e delle pensioni di questi anni, ma solo qualche correzione e misure aggiuntive che però partono dall’accettazione di quanto sanzionato. Questo sindacato ha in programma una sua conferenza programmatica nel contesto della campagna e dei messaggi elettorali. A questa conferenza partecipano come invitati Bersani, segretario del Partito Democratico, Vendola, segretario di Sinistra ecologia e libertà e …. Giuliano Amato colui che ha varato da Presidente del Consiglio la “politica dei redditi” e la cancellazione della scala mobile, nonché pensionato di platino e futuro candidato alla presidenza della Repubblica. 
E’ proprio un bel programma.&lt;b&gt; I lavoratori possono stare tranquilli c’è chi pensa per loro e …. li sistema definitivamente. &lt;/b&gt;

</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2013/01/confindustria-presenta-la-sua.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-3720256255120026216</guid><pubDate>Wed, 05 Dec 2012 15:54:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-12-05T16:54:16.070+01:00</atom:updated><title>La politica delle alleanze o l’annacquamento dell’alternativa. </title><description>L’attuale fase politica registra continue manovre antipopolari e discriminazioni sociali inedite negli ultimi sessanta anni. Esse passano senza suscitare lo sdegno, la rabbia o le risposte di massa che sarebbero naturali e adeguate, da parte di coloro che sono colpiti. Tutto questo perché quanto avviene non è percepito come il risultato di un feroce e prolungato attacco di classe da parte del padronato, qual è quello in atto ma sacrifici e “rigore” necessari, nonostante tutto, pur se dolorosi per allontanare dal Paese prospettive peggiori. 
Il fatto che a pagare non siano tutti ma sempre i soliti non è percepito e inteso come il risultato di una cosciente strategia di classe perseguita con determinazione dal capitale, ma come conseguenza di corruzione e incapacità politiche di tutti i partiti che si scaricano su tutti, i lavoratori certo ma anche le aziende e gli imprenditori onesti.
Non c’è rabbia o protesta alcuna sul fatto che le sperequazioni e sugli impoverimenti di massa fanno il contrappeso ad arricchimenti spropositati di pochi e ingiustizie sociali crescenti. Non è avvertita la linearità e chiarezza dell’attacco di classe in atto.
Se questo è vero i comunisti e i loro partiti dovrebbero prenderne atto e interrogarsi sulle cause di tutto ciò.
Si parla in questi giorni di lista arancione o quarto polo, arricchendo il politicamente sfruttato pastello di colori, verde, viola e arancione, confondendoli con il rosso. Lo stesso discorso vale con le sigle politiche elettorali proliferate negli ultimi quindici-venti anni: Ulivi, progressisti, sinistra arcobaleno e quarto polo, annacquando fino a spegnere del tutto, il messaggio anticapitalista e antagonista su base di classe dei comunisti. Il risultato è stato non solo la fuoriuscita dei comunisti dal Parlamento ma soprattutto la perdita del consenso dei cittadini e l’immagine residuale che intorno ai comunisti si è andata costruendo. 
L’unità con le altre forze antagoniste è una preoccupazione sempre presente ai comunisti. Questa però non deve prevalere sulla chiarezza del messaggio come da troppo tempo sta avvenendo.
Il Partito Comunista Italiano, nella sua storia, ha sempre tenuto in grande considerazione la politica delle alleanze con altre forze e movimenti della sinistra. Queste poggiavano però sulla presenza e forza di un partito di massa come era il Pci, radicato e riconosciuto, anche grazie alle lotte e al contributo  dato nella lotta di Liberazione  e della Resistenza, come alternativo al sistema e a schierato a difesa dei deboli e dei discriminati. Su queste basi il Pci costruiva alleanze e aggregazioni, a partire dagli indipendenti di sinistra, con chi si opponeva al sistema. Perlomeno fino a che il Pci, o meglio i suoi dirigenti hanno “scoperto” il liberismo.
Possiamo dire che oggi vi siano le stesse condizioni? Un’infima presenza in Parlamento, annacquata all’interno di una coalizione multicolore, pur se rispettabile, se può appagare le ambizioni di qualcuno, non farà ancora per molto tempo, emergere il messaggio alternativo e di classe dei comunisti e si allontanerà la prospettiva di una stagione di riscossa. Torneranno le logiche e le “opportunità” politiche delle alleanze anche con il Partito democratico nonostante sia stato il promotore e l’artefice del massacro sociale in atto e che promette e rivendica, se vincerà le elezioni, la perfetta continuità con la politica antipopolare del Governo Monti. Questo pronunciamento è alla base del patto elettorale del centrosinistra e ne costituisce vincolo. E’ assurdo solo immaginare che una vittoria elettorale del Pd riconquisterebbe quel partito alle ragioni dei discriminati o che sia possibile e credibile modificare, con quel partito, l’attuale politica economico-finanziaria a vantaggio dei lavoratori
Occorre invece che, pur in una logica di alleanze, i comunisti con forza e determinazione sollevino la loro bandiera, i loro simboli e il loro colore. Le loro analisi rappresentano l’unica credibile forza capace di ribaltare la situazione. Occorre crederci. Può certamente essere difficile e faticoso. Si può andare certamente incontro a sconfitte elettorali, ma è indispensabile se si vuole costruire un’alternativa etica, morale e politica al sistema attraverso il coinvolgimento e il consenso delle masse. I comunisti devono con coraggio e determinazione e contrapporre al liberismo galoppante e ora vincente dei padroni, un’altra utopia, quella degli sfruttati e degli oppressi: La lotta di classe e il Comunismo. &lt;b&gt;I comunisti non rappresentano un’alternativa, ma l’alternativa al sistema capitalista e a tutte le ingiustizie che esso determina.&lt;/b&gt;
</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2012/12/la-politica-delle-alleanze-o.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-3802260941397605385</guid><pubDate>Thu, 29 Nov 2012 09:57:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-11-29T10:57:45.048+01:00</atom:updated><title>Esiste, oggi, la disuguaglianza sociale? Come si manifesta? Chi riguarda?</title><description>Articolo 3 della Costituzione italiana:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese.”.
La Costituzione riconosce che esistono differenze di condizioni sociali e ostacoli di ordine economico e che questi vanno rimossi, perché limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. 
Quali possono essere gli ostacoli economici e sociali di cui si parla?  
Uno dei primi, sicuramente, il reddito.
Com’è distribuito il reddito in Italia?
Tutti i dati statistici rilevano che in vent’anni (dal 1987 al 2008) a pagare il prezzo maggiore della crisi sono state le famiglie dei redditi fissi che hanno registrato una caduta nei livelli di ricchezza media, del 15 per cento. Questi non considerano gli effetti devastanti e drammatici dell’attuale fase economica.
Nello stesso periodo si è verificato da una parte un impoverimento delle famiglie operaie e impiegatizie e dall’altra un aumento di ricchi pari a sette volte di più rispetto al 1965.
Si sono registrati da esplosione di reddito: fasce ristrette di cittadini si sono appropriate di quote crescenti del reddito complessivo.
Le misure e le “riforme” (pensioni, welfare e fisco) adottate dai vari governi negli ultimi venticinque anni inoltre, lungi da modificare o invertire hanno accentuato questa tendenza contribuendo ad allargare la forbice fra poveri e ricchi. 
Gli ultimi dati statistici dicono che, in Italia, oramai il dato della povertà raggiunge l’11,1% della popolazione.  
È considerato povero quel nucleo familiare, composto di due persone, che percepisce un reddito inferiore a 970 € mensili, pari a 485 € pro-capite. In questa situazione si trovano, circa, 7,5 milioni di cittadini italiani.
Questo dato è impressionante ma non dice tutto. 
Va rilevato che il reddito mensile di 970 €, corrisponde alla media dei redditi mensili percepiti in Italia, questo significa che se esistono molti italiani che percepiscono di meno, ne esistono altri che percepiscono molto di più. 
A percepire meno sono i pensionati al minimo, i lavoratori precari e quelli a part-time.
Fra quelli che percepiscono di più, c’è la gran massa di lavoratori dipendenti, operai e impiegati, che hanno stipendi mensili però di poco superiori alla soglia di povertà, pari cioè a 1.000 – 1.200 € mensili.
Se si considera che questi redditi, di solito, servono per sostenere nuclei familiari di 3 – 4 persone, consegue che il reddito pro-capite diventa, di 4-300 € (nuclei di 3 o 4 persone) mensili per un reddito familiare complessivo di 1.200 €.
Se questo è vero, la fascia di povertà, in Italia, non è più di 7,5 milioni di persone, ma di un’entità molto più grande. Questa entità è difficilmente quantificabile se si tiene conto che gli unici redditi certi sono solo quelli da busta paga o da pensione.
Esiste perciò una grande massa di cittadini che vive in condizioni di povertà (questo si traduce in peggiore qualità della vita, sanità, cultura, ecc.).
Completa il quadro, il reddito di altri cittadini italiani che si trovano su una sponda ben diversa, con redditi dell’ordine dei milioni o miliardi di euro. C’è chi dichiara 7, 8, 28, 130, 180 milioni di euro annui, o oltre. Tali redditi sono dichiarati al fisco.
Questi redditi annui presuppongono l’esistenza di patrimoni enormi di miliardi di euro di cui, per la maggior parte dei cittadini è difficile, persino, rendersi conto.
Il “rigore” necessario per “salvare l’Italia” non ha riguardato, tutti perché ha colpito una parte dei cittadini, quelli cioè che hanno perso reddito e ha gratificato gli altri che l’hanno incrementato.
Tutto questo è dovuto al caso, a errore o è la conseguenza di volontà politico-economiche? In questo caso, da parte di chi? I Governi hanno sbagliato o hanno scientemente tutelato alcuni interessi e discriminato altri? 
Esiste differenza fra lo stile di vita di chi guadagna milioni di euro e quello di chi ne guadagna 10.000, oppure 20.000 annui o non ne guadagna per niente? 
Esiste differenza fra la libertà di un milionario o un miliardario e quella di un lavoratore dipendente, di un pensionato, un precario o un disoccupato?
Un milionario è un privilegiato? A quale casta o classe appartiene? Un lavoratore dipendente o un precario appartengono alla stessa casta del milionario?
Un milionario o un lavoratore dipendente o un pensionato sono cittadini uguali? Vivono in condizioni simili? Si possono permettere lo stesso stile di vita? Condividono i medesimi problemi economici?  Pagano le stesse tasse? Hanno la stessa convenienza a pagare le tasse? A tagliare la spesa pubblica? A far funzionare la macchina dello Stato (Sanità, scuola, e i servizi)? A Trovare il lavoro? Ad arrivare alla fine del mese? Sono liberi allo stesso modo? In conclusione appartengono alla stessa casta o classe?
Oppure appartengono a caste o classi differenti a ciascuna delle quali sono riconosciuti o vietati diritti differenti?
I vocabolari riportano il significato della parola “casta”: Ciascuno dei gruppi sociali che, rigidamente separati tra loro in base a leggi religiose o civili, inquadrano in un sistema sociale fisso i vari strati della popolazione. Gruppi di persone che caratterizzato da elementi comuni, hanno o pretendono il godimento esclusivo di determinati diritti o privilegi.
Se questo è vero, è vero che la condizione sociale determina lo stile di vita dei cittadini in tutti i suoi dettagli, quelli primari, le aspirazioni, i bisogni, lo stile di vita, la cultura, la salute.
Mentre alcuni cittadini sono liberi, perché liberi dal bisogno, e la loro libertà non è condizionata da alcun altro fattore, tutti gli altri cittadini possono essere liberi se hanno un lavoro. Il lavoro che diventa l’elemento fondante e indispensabile per l’affermazione e la realizzazione della libertà dell’individuo.
</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2012/11/esiste-oggi-la-disuguaglianza-sociale.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-7052346522855331809</guid><pubDate>Fri, 23 Nov 2012 13:50:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-11-23T14:52:47.796+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">produttivita</category><title>L’ultima svendita dei lavoratori</title><description>Il rito si ripete ormai da più di venticinque anni: Cisl e Uil firmano accordi capestro. La Cgil non firma ma poi si adegua, nel tempo, senza clamore.  In troppe occasioni si è consumata la ridicola messinscena di questi servi sindacali che si fanno interpreti dei desideri dei padroni con il loro complice, il Governo, per svendere i diritti di chi lavora.  Tutto queste trattative e “accordi” si sono conclusi senza che i lavoratori, diretti interessati, siano stati coinvolti e abbiano dato il benché minimo mandato a trattare ne tantomeno abbiano potuto esprimersi sui suoi contenuti conclusivi.
Ogni e qualsiasi simulacro di democrazia è calpestato da questi sindacalisti che con l’obiettivo di aumentare la produttività e di servire gli interessi dei capitalisti, cancellano i contratti nazionali di lavoro, gli inquadramenti professionali, la certezza dei livelli salariali e ogni forma di tutela del diritto di chi lavora.
Il padronato italiano, con l’aiuto dei sindacati di comodo e del Governo, è riuscito nell’intento di aumentare i suoi utili e profitti. L’unico aumento della produttività che intendono loro passa solo per la riduzione dei salari, l’aumento dei ritmi di lavoro e la compressione dei diritti e della libertà di chi lavora.
Alla luce dei fatti è dimostrato che le logiche del padronato dei nostri giorni sono le stesse di quelle del padronato di fine ottocento e che la lotta di classe non è sparita con il muro di Berlino: Nessun diritto per chi lavora (flessibilità), salari ridotti e legati al cottimo, se si lavora di più e l’azienda guadagna poi, forse, qualcosa va a chi lavora altrimenti no, controllo spionistico dei lavoratori, libertà per il padrone di de localizzare, precarizzare, di assumere o licenziare, anche in base all’adesione o meno del lavoratore a un sindacato ritenuto scomodo, a prescindere dal diritto, ecc. La prossima mossa sarà ripristinare il medico aziendale per controllare direttamente le malattie del personale.
Al padrone e imprenditore spetta ogni libertà al lavoratore invece ogni dovere e nessun diritto.   
Ancora oggi c’è chi si ostina a definire “datori di lavoro” questi pescecani che invece sono ladri di libertà, di sudore e prenditori di profitto.
Com’è stata possibile in Italia questa immensa opera di restaurazione capitalista della disuguaglianza? Come mai la classe padronale ha potuto ripristinare i suoi privilegi senza trovare opposizione degna di nota? Dove erano le organizzazioni dei lavoratori? Per quale falso ed erroneo interesse generale hanno permesso tutto ciò, senza denunciare la quantità e la qualità dell’attacco di classe attuale? Com’è possibile che di fronte a questo inedito e intollerabile massacro sociale, la classe operaia sia politicamente succube e piagata sugli interessi e ragioni delle banche e dello spread?
Padronato e Governo, con il valido aiuto dei sindacati hanno usato la crisi che hanno generato, per spostare ancora di più a loro vantaggio la ricchezza e i privilegi. E’ finita qui?

L’assenza di analisi basate su metodi scientifici degli interessi di classe dei vari soggetti sociali in campo ha permesso la vittoria del padronato e la sconfitta attuale dei lavoratori, perché essi sono privi degli strumenti di analisi e organizzativi per contrastare l’attacco del padronato e dei suoi servi.
E’ ora di denunciare con forza che, quello in atto, è un vero e proprio attacco sociale e di classe, dove gli sfruttatori vogliono far passare per interessi di tutti i loro comodi. Tutte le misure economiche, politiche e sindacali adottate dal Governo dei padroni e delle banche, non hanno lo scopo di “salvare l’Italia”, ma di arricchire ancora di più la classe dei ricchi, dei privilegiati e degli speculatori finanziari a danno della classe lavoratrice, dei pensionati, dei disoccupati e di tutti i discriminati.
I lavoratori devono prendere coscienza della differenza degli interessi fra le classi sociali, solo così potranno difendere i loro diritti e libertà e contrastare le logiche padronali. La consapevolezza cioè dell’inconciliabilità e conflitto esistenti fra i loro interessi e quelli di chi li vuole solo sfruttare per continuare ad arricchirsi. 
L’ignoranza e la sottovalutazione di questo elementare principio, ha permesso e permette che si scambiassero i comodi di Marchionne e della Fiat con gli interessi generali e di chi lavora.
</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2012/11/lultima-svendita-dei-lavoratori.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-3252873821739602264</guid><pubDate>Wed, 31 Oct 2012 16:09:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-10-31T17:09:02.014+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Astensionismo</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">banche</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">voto</category><title>Serve votare?</title><description>Le elezioni siciliane confermano la costante crescita della disaffezione che i cittadini italiani hanno verso la politica e le forme di “partecipazione popolare” perché non se ne servono nella maggior parte dei casi. 
Questa tendenza alla crescita dell’astensione è iniziata circa venti anni fa, ed è coincisa con la campagna politica sulla cosiddetta caduta delle ideologie. Essa è stata certificata a partire dalle elezioni dei primi anni ’90 effettuate con il nuovo sistema elettorale di tipo maggioritario.
La caduta del muro di Berlino e dei sistemi dei paesi del cosiddetto socialismo reale furono il pretesto per negare la validità e la necessità del confronto, politico ed elettorale, su grandi progetti utopici e alternativi essendo, così fu sostenuto, falliti tutti con la sola esclusione del liberismo.
Il sistema maggioritario e la personalizzazione della politica, a questo punto hanno sostituito il confronto e lo scontro delle idee e dei progetti. Assegnando tutti i difetti dell’ideologismo solo al marxismo. Il liberismo diventa l’ideologia dominante incontrastata cui tutti i partiti, anche quelli che continuano a dichiararsi di sinistra, fanno riferimento e si adeguano.
Da questo punto in poi l’elettore ha solo la possibilità di scegliere fra due o più candidati, di partiti diversi ma tutti ispirati al liberismo. Rimane la solo la scelta sul possesso presunto o meno della dote dell’onestà di cui i vari candidati e partiti rivendicano l’esclusiva. 
Poco importa se a sostenere ciò è un sistema politico screditato e compromesso. La cronaca di tutti i giorni dimostra che il tasso di onestà è crollato perché tutti i partiti presenti in Parlamento, chi più chi meno, sono coinvolti e travolti da scandali e forme di corruzione.
A far tracollare la partecipazione è stato però un altro grave fenomeno: La vanificazione non solo sostanziale ma anche formale dei pronunciamenti elettorali. Ciò a partire dai referendum. 1) Referendum sulla localizzazione delle centrali nucleari (8-9 novembre 1987, vinsero i sì con l’80,6%); 2) referendum sul finanziamento pubblico ai partiti e dei ministeri dell’agricoltura e turismo e spettacolo (18- 19 aprile 1993 vinse il si con il70,2 e 802,3%); 3) Referendum sull’abrogazione della norma che impedisce la liberalizzazione degli orari nel commercio (11 giugno 1995 vinse il no con il 62,5%); 4) Affidamento della gestione di servizi pubblici locali di rilevanza economica (privatizzazione dell’acqua bene comune 12 e 13 giugno 2011, il si raggiunse il 95,35%); 5) Di nuovo abrogazione norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia nucleare (12 e 13 giugno 2011, il si ottenne il 94,05%).
Degli esiti di questi pronunciamenti referendari non si è tenuto conto alcuno. Nonostante due referendum ancora, si sta tentando il nucleare in Italia, il finanziamento pubblico ai partiti è stato sostituito dal rimborso elettorale, i ministeri hanno solo cambiato nome e la privatizzazione dei servizi e dell’acqua è tuttora in cantiere e in attesa di tempi più propizi.
Il dato più indicativo però è che tutti i partiti che hanno governato in questi ultimi venti anni, sia di centrodestra sia di centrosinistra, hanno legiferato a prescindere dal mandato richiesto agli elettori. Essi hanno cancellato o stravolto leggi e diritti fondamentali frutto di anni di lotte e sacrifici, senza averne nemmeno richiesto il mandato. Stesso discorso per il governo “tecnico” che, anch’esso, senza alcun mandato ha scardinato e contro riformato le conquiste dei lavoratori e assestato un colpo mortale allo stato sociale intero.
Nessuno fra i partiti presenti in parlamento, tantomeno Monti che nemmeno è stato eletto, ha chiesto e ne ottenuto voti per cancellare le pensioni di anzianità o il sistema di calcolo delle pensioni, l’aggancio al costo della vita o, tantomeno l’elevazione dell’età pensionabile; Nessun partito è stato autorizzato dagli elettori a privatizzare scuola e sanità pubblica; Nessun partito ha chiesto e ottenuto un mandato per precarizzare i rapporti di lavoro, né per tartassare i redditi fissi e graziare tutti gli altri; Nessuno ha chiesto il consenso elettorale per mantenere le cosiddette “missioni militari di pace”.
In questi giorni Bersani saluta il risultato siciliano con un roboante: ” Vi do una bella notizia, abbiamo vinto in Sicilia. Cose da pazzi”, poi ha aggiunto: ”È la prima volta dal dopoguerra che c&#39;è la possibilità di una svolta vera” e in merito alla politica generale ha finito: ”però preservando sempre quelle linee di rigore e di credibilità che Monti ha portato. Questo lo garantiremo”. Il Partito Democratico ha ottenuto insieme all&#39;Unione di Centro di Casini e Toto Cuffaro il 30,5% dei voti di chi si è recato alle urne in Sicilia, cioè il 47,42% degli aventi diritto. Il 30,5% del 47,42% corrisponde al 14,46% (Pd + Udc) del totale dei votanti. Bella rivoluzione. Nonostante un consenso così esiguo se non minimale si sente autorizzato a giurare fedeltà eterna alla linea di “rigore” del Governo Monti e a “governare” la Sicilia. Bel concetto di democrazia. 
Questo per fare alcuni esempi.
I vari governi succedutisi in questi anni, di centrosinistra, centrodestra o i “tecnici” hanno operato, sulle questioni fondamentali autoritariamente e senza un mandato, anche perché erano coscienti che se lo avessero chiesto all’elettorato non l’avrebbero ottenuto. 
Ciò non ha impedito a Monti e a questi partiti “democratici” di “lavorare per salvare l’Italia”, e operare pressoché indisturbati la più gigantesca redistribuzione del reddito e della ricchezza a favore dei ricchi e a danno dei ceti popolari. Non ha impedito loro, inoltre, di cancellare col diritto del lavoro quello a un reddito, perlomeno a un reddito dignitoso, a una crescente fascia di cittadini e in particolare ai giovani.
&lt;b&gt;Se ai partiti non serve la legittimazione di un mandato elettorale a cosa serve votare? 
In questo caso quali sono i soggetti che decidono? Le banche e i centri del potere economico.  
Una domanda, però, va posta a questo punto: Come mai i comunisti, davanti a questo massacro sociale classista, non riescono a essere individuati come oppositori alla linea liberista montante delle banche e del padronato e strumento di difesa sociale? Perché non riescono a coagulare il crescente malcontento di chi subisce le conseguenze della crisi?  Perché questo malessere non si trasforma in consenso anche elettorale e i cittadini non votano le loro liste preferendo rinunciare al voto?&lt;/b&gt;
La causa di tutto ciò è da ricercarsi nel fatto che i comunisti e le loro organizzazioni o non sono percepiti come alternativi al sistema, ma parte di esso, peraltro, grazie anche alla campagna martellante dei mass media, sono considerati superati o residuali.
Questo perché, nonostante la presenza dei comunisti e di partiti e organizzazioni che tali si dichiarano, non si affermano ne il loro metodo di analisi, ne di interpretazione della società e dei rapporti economici e di classe. Non è chiarito cioè se la politica del “rigore” di Monti serve o meno a “salvare l’Italia?” tutta l’Italia o quale parte di essa? 
La risposta che i comunisti possono dare deve essere basata sulla analisi degli interessi in campo e sulla conseguente denuncia degli interessi delle banche e dei padroni, che non hanno nulla a che vedere con quelli dei lavoratori, perché la crisi non tocca tutti ma affama i lavoratori e arricchisce padroni e banche.
Essere quindi alternativi al sistema liberista in maniera chiara, ripartendo da analisi e da iniziative poggiate su una forte e percepibile base classista di denuncia e di lotta alle ingiustizie sociali a difesa dei diritti e degli interessi dei lavoratori e dei discriminati.
Non fare questo significherebbe rendere inutile il ruolo dei comunisti e delle loro organizzazioni e la loro stessa esistenza.  E’ l’assenza di un’impostazione di classe chiara e percepibile a livello di massa, infatti, a determinare lo stato di disorientamento e rassegnazione dei discriminati e a non permettere loro di individuare nei comunisti e nelle loro organizzazioni gli strumenti di cambiamento e di riscossa, costringendoli a preferire il qualunquismo e il non voto, con grande gioia dell’avversario di classe.
E’ questo l’unico modo che hanno i comunisti per combattere la politica antipopolare e classista del governo, dei padroni, delle banche e dei loro lacchè politici, denunciando l’inconciliabilità degli interessi in campo e opponendo agli interessi dei padroni quelli dei diseredati, degli oppressi e dei discriminati. 
</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2012/10/serve-votare.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-4410081965346289342</guid><pubDate>Sun, 14 Oct 2012 12:49:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-10-14T14:49:56.815+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">classe</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">decentramento amministrativo</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">politica</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">tecnici</category><title>I “tecnici” contro i lavoratori</title><description>La situazione politica in Italia sembra ferma. I partiti presenti in Parlamento sembrano impegnati solo a contrabbandare la propria onestà e a denunciare l’altrui disonestà o a giurare la propria fedeltà al Governo Monti e alle sue “riforme”. Riforme che dicono indispensabili a “salvare l’Italia”, nel tentativo di conquistare nonostante tutto consensi dai cittadini e di accreditarsi come i migliori esecutori della politica economica voluta dalle banche e dai finanzieri.
In realtà la situazione si evolve rapidamente attorno alla politica neoliberista dei “tecnici” e se apparentemente “la politica” si occupa di screditare ulteriormente i partiti italiani, in realtà mira a tutt’altro.
I recenti odiosi scandali politici e il pretesto di ridurre le spese (la democrazia è un lusso che non ci possiamo più permettere) agevolati dal rigetto generale dei cittadini verso i partiti, consentono, in questi giorni, l’opera di demolizione dell’impianto amministrativo decentrato dello Stato, allontanando le istituzioni con i luoghi di decisione dai cittadini e riducendo ancora le residue forme di partecipazione alla vita amministrativa. 
Stravolgere regole e prassi consolidate non è una novità. Lo stesso governo Monti è stato nominato, i suoi programmi e le sue “riforme” non hanno alcun mandato elettorale. Questo non ha impedito di modificare leggi fondamentali a prescindere da qualsiasi mandato popolare nel merito, ma solo in base a presunti costi contabili e grazie a un’opinione pubblica disgustata da tante ruberie e quindi indifferente. 
Per il decentramento amministrativo, come per la presunta “riforma elettorale” sta avvenendo quello che è accaduto per la “riforma previdenziale” e per la “riforma del mercato del lavoro”.
Leggi e regole di civiltà sono state affrontate e demolite solo in base alla logica dei conti, del rigore e dell’austerity a senso unico. La loro cancellazione autoritaria è avvenuta con la collaborazione fattiva anche dell’ex opposizione. 
Queste “operazioni politico-economiche” per “salvare” l’Italia stanno avvenendo senza alcuna partecipazione e coinvolgimento degli interessati. A un governo di tecnici nominato da partiti, che fingono di litigare fra loro e poi votano le stesse leggi antipopolari, fanno contorno sindacati ufficiali che, anche loro, fingono di contrastare la politica antipopolare in atto, mentre in realtà la agevolano e condannano i lavoratori a subire nei posti di lavoro e nel Paese mentre i padroni hanno mano libera. 
Il sindacato, da parte sua, ha assoggettato i lavoratori alle regole del mercato e della competitività capitalista, permettendo l’azzeramento dei loro diritti e delle loro libertà nei posti di lavoro e poi nella società, e quindi l’affermarsi della politica padronale.
Siamo alla democrazia del mercato, della competitività e delle banche, alla democrazia di lor padroni che con la loro prepotenza fanno diventare legge quello che loro interessa e conviene.
Quest’apparato padronale-finanziario-politico-sindacale che “tratta le masse come capre, tosando e macellando l’eccedenza”, nella sua arroganza, certo di non doverne mai rispondere, arriva nella sua tracotante sicurezza a deridere i discriminati. E’quello che sta avvenendo con la legge di stabilità, in base alla quale vogliono far credere di stare a diminuire le tasse mentre le aumentano e mentre tagliano ancora la sanità.
Non contenti di tutto ciò, oggi continuano imperterriti nella loro politica autoritaria di restaurazione per imporre più agevolmente la loro democrazia e la loro politica elitaria. Stesso discorso merita il tentativo in atto da parte di Confindustria e soci che “propone”, naturalmente per salvare l’Italia, una trattativa sulla produttività (non sull’occupazione) con il solo scopo di aumentare i ritmi di lavoro, e con essi i profitti padronali attraverso un accresciuto sfruttamento della manodopera. 
Questo vuole dire, tanto per fare un esempio, che se un operaio della Fiat vuole continuare a lavorare deve accettare condizioni contrattuali uguali a quelle che l’azienda impone in Serbia: 320 euro al mese per 12 ore al giorno di lavoro e senza diritti. E la Fiat ha sempre tracciato la strada. Altro che datori di lavoro, sono invece prenditori di profitto e ladri di sudore.
Se questo è il quadro (seppure sommario), non si può negare che siamo di fronte ad un tentativo neoautoritario, liberista, questo si di destra, che ha lo scopo di imporre una “uscita dalla crisi” sulla strada del liberismo quella che più conviene a lor signori che in crisi non sono mai stati. I padroni e i finanzieri hanno così campo libero per mettere definitivamente al centro della vita economica, politica e sindacale, l’azienda e i suoi interessi. 
Mente sapendo di mentire chi afferma che quella attuale è una politica di rigore che riguarda tutti. Mente perché il rigore è a senso unico, poi non riguarda tutti. Non riguarda i padroni e le banche che ricevono finanziamenti dalla Bce, dallo Stato, che de localizzano, che precarizzano, che cancellano contratti di lavoro e diritti dei lavoratori con il solo scopo di aumentare i propri profitti.  Mente perché alla fase attuale di sacrifici, per i lavoratori, non seguirà un periodo migliore di sviluppo. Tutta la loro politica ha come obiettivo la riduzione delle libertà, dei diritti e dei salari di lavoratori e pensionati per affermare le libertà e i privilegi economici a finanzieri, speculatori e imprenditori. 
Si tratta della loro politica di classe, nella quale i voleri, i desideri e gli interessi del mercato e dei suoi sodali, sono contrabbandati per generali e di tutti.
Va denunciata la natura classista di questa politica del Governo di tecnici e soci. Essi non sono super partes ma apertamente schierati a tutela degli interessi dei potenti e dei padroni. 
E’ su una forte base classista che va rilanciata l’iniziativa e la lotta per gli interessi dei lavoratori e dei discriminati. Interessi che sono alternativi a quelli delle banche e dei padroni.
L’assenza di un’impostazione di classe, chiara, percepibile a livello di massa, determina lo stato di disorientamento e rassegnazione dei discriminati davanti a tutte le manovre in atto e rafforza l’opera dell’avversario di classe. 
Le forze veramente di sinistra devono interpretare con questo metodo la fase in atto e il malessere esistente. E’ questo l’unico modo per contrastare e battere l’attuale politica antipopolare cui non si è ancora potuta contrapporre una cosciente e adeguata iniziativa popolare di massa.
Chi se non i comunisti può fare ciò?
</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2012/10/i-tecnici-contro-i-lavoratori.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-2160830814034842800</guid><pubDate>Sat, 04 Aug 2012 13:20:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-08-04T15:20:58.456+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Bersani salva Italia</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Pd</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Vendola</category><title>Le politiche liberiste e la finta sinistra</title><description>Ancora una volta Vendola si presta al ruolo illusionista per far credere che quella del liberismo non costituisce una ponderata e determinata scelta di campo e di classe, ma una politica temporanea che può e che deve essere adottata, come sta facendo l’attuale governo, solo in una situazione di emergenza. Tale politica dovrebbe essere abbandonata una volta superata tale emergenza.
La demagogia e la mistificazione di tale posizione sono evidenti. Come è possibile ragionevolmente sostenere che alla fase delle ripetute “riforme” che l’attuale governo ha prodotto, che hanno determinato l’aumento delle disuguaglianze e dell’ingiustizia sociale e di classe, si possa pacificamente e semplicemente invertire la rotta e restituire ai discriminati il maltolto. Tanto più se è individuato come causa scatenante della crisi, visto che solo su questo ha agito il Governo per “uscire dalla crisi”? 
Il Governatore Vendola, e a Bersani non pare vero, tenta di far credere che anche la scelta del liberismo, decisa dal Partito democratico, non sia definitiva e strategica, ma sia dettata unicamente da una situazione contingente e tattica. Poco importa se questa scelta ha portato a privare la maggioranza degli italiani del diritto al lavoro o a una retribuzione dignitosa, unica condizione per un’esistenza libera, com’è teorizzato nella Costituzione italiana. Poco importa se la loro politica ha cancellato i diritti dei cittadini per renderli compatibili allo spread e all’insaziabile voracità degli speculatori finanziari.
Solo con la fiducia e la coesione sociale può esserci sviluppo. E’ quanto costoro, con l’insostituibile apporto del Presidente della Repubblica, stanno sostenendo da tempo. Coesione sociale che cercano di perseguire cercando di far credere che i “sacrifici” sono necessari per salvare il Paese nel quale siamo tutti sulla stessa barca e che è interesse di tutti nello stesso modo accettare sacrifici e rigore per uscire dalla crisi.
Tagliare però le pensioni, i salari, i diritti dei lavoratori, cancellare lo stato sociale, aumentare le tasse dirette e indirette che gravano solo sui redditi fissi di chi ha sempre pagato mentre si graziano i ricchi proprietari e gli speculatori finanziari, non è una necessità oggettiva e obbligata, ma una scelta di classe.  Essa aumenta il privilegio e l’ingiustizia sociale perché, mentre consente ai chi è ricco di continuare ad arricchirsi, getta nella fame e nella disperazione masse crescenti di lavoratori e di giovani perché li priva del lavoro e di un reddito sufficiente e con essi della loro libertà.
La violenza di classe in atto è inaudita e il padronato capitalista e confindustriale che con la collaborazione di quei partiti e personaggi politici e sindacali che si fingono di sinistra, ha goduto in questi anni di una condizione di rendita insperata che lotterà con le unghie e con i denti per mantenere.
Il presidente della Puglia invece è impegnato in tutt’altre faccende, egli si dichiara pronto a partecipare a coalizioni che comprendano “tutti quelli che vogliono modernizzare l’Italia” e che abbiano al centro “i diritti sociali e civili delle persone, come i diritti delle coppie gay”.
Anche Vendola vuole dare ad intendere che davanti alla crisi spariscono differenze sociali e di classe e che occorra semplicemente “modernizzare il Paese”  che, quindi il disoccupato, il precario, il lavoratore o il pensionato possono stare tranquilli, essi hanno gli stessi problemi del ricco e dello speculatore che determinano la crisi e che grazie a essa continuano ad arricchirsi.
Riferendosi al partito di Casini poi, dopo dichiarazioni e smentite su una possibile alleanza, Vendola sostiene di non porre veti ma fa una constatazione: ” Casini ha fatto un altro percorso e le sue posizioni, ad esempio sui diritti civili, sono sempre state antitetiche a quelle del campo progressista. Così anche per le politiche economiche, se la linea dei centristi è quella di austerity e liberismo da qui all&#39;eternità, Casini potrà essere solo un nostro avversario, mai un alleato”.
La battaglia per i diritti civili è giusta e sacrosanta ma non rappresenta una discriminante politica. Essa, infatti, non è e non è mai stata un’esclusiva delle organizzazioni dei lavoratori e dei comunisti, ma è stata oggetto di battaglia e di iniziative anche di organizzazioni politiche laiche che però nulla hanno a che vedere con la lotta di classe contro l’ingiustizia sociale. I radicali e i liberali,  in materia economica sostengono, infatti, le più agguerrite e antipopolari teorie liberiste, classiste e padronali.
Vendola volutamente sorvola sul fatto che il Pd e Bersani, con i quali l’alleanza elettorale non è in discussione hanno votato le stesse leggi liberiste che ha votato il partito di Casini. Leggi che hanno prodotto le politiche dell’austerity e del rigore a senso unico. Non è quindi il campo economico e sociale a costituire ostacolo a un patto elettorale con Casini e …. con Fini. 
Vendola e Bersani, nel mentre col centrodestra cercano di confezionarsi una legge elettorale su misura, stanno con tutte le loro forze tentando di recuperare il consenso dei discriminati che hanno essi stessi colpito con il loro voto. Tentano di far credere di voler lavorare per una coalizione progressista (?) con la prospettiva, annunciata dal leader Pd, di un patto di legislatura con i moderati del centro subito dopo le elezioni.  
Risultano giuste in proposito le parole di Di Pietro che ha definito Bersani e Vendola “furbacchioni politicanti in cerca di pubblicità” e naturalmente di voti. 
Le scelte liberiste portate avanti, infatti, indifferentemente da governi di centrodestra e di centro”sinistra” sono le sole che essi conoscono.  Essi non sono fra loro in contrapposizione, semplicemente competono per la sedia a capotavola rappresentando due variabili della stessa politica liberista del padronato.
In Italia non trovano spazio, neanche nelle cosiddette sedi istituzionali, i comunisti e le forze che si collocano su un piano antagonista al sistema capitalista nella sostanza e non solo nelle apparenze. Avere chiaro tutto ciò è indispensabile per smascherare i tentativi di chi vuole ingabbiare definitivamente all’interno delle logiche liberiste e liberticide i discriminati. E’ questa una condizione indispensabile per affrontare le future lotte basando su un punto di vista di classe e di alternativa sociale l’iniziativa politica e le lotte che ci aspettano.</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2012/08/le-politiche-liberiste-e-la-finta.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-2673444964895883098</guid><pubDate>Sun, 01 Jul 2012 09:29:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-07-01T11:29:24.244+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Fiat</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">folclore</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Marchionne</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Pomigliano</category><title>Prosegue l’aggressione ai lavoratori da parte di Marchionne del Ministro Fornero e dei padroni</title><description>Marchionne in occasione della presentazione di una vettura interamente costruita in Cina dalla Fiat, davanti a dirigenti, segretari e responsabili ai vari livelli del Partito Comunista ( sarebbe più appropriato sostituire alla definizione di comunista, quella di capitalista) Cinese, dopo i convenevoli e reciproci riconoscimenti, ha colto al volo l’occasione per mostrare ancora una volta il vero volto suo e del padronato.
Davanti, infatti, alla sentenza che obbliga la Fiat a reintegrare a Pomigliano d&#39;Arco 145 lavoratori discriminati per il solo fatto di essere iscritti alla Fiom, Marchionne ha brutalmente affermato:”Il nostro(?) paese ha un livello di complessità nell’ambito delle questioni industriali che non esiste in altre giurisdizioni. Le implicazioni di questa decisione sulla situazione del business sono abbastanza drastiche, perché tutto diventa tipicamente italiano e quindi molto difficile da gestire. Allo stesso tempo, nei miei viaggi in Cina, negli Usa o altrove non vedo nessuno veramente interessato a questa decisione, non c’è nessuno che fa la fila per venire a investire in Italia. Non credo che cambierà nulla, si renderà solo tutto più complesso”. Definendo esplicitamente “folcloristiche” le norme italiane che ancora tutelano chi lavora.
Marchionne non ha potuto fare a meno, inoltre, di affermare che un operaio cinese impiegato dalla Fiat prende cinque volte meno di un operaio italiano guadagnando circa 2mila yuan, al cambio attuale circa 250 euro il mese.
La grande contraddizione e ambiguità esistente in Cina è quella di essere un Paese governato da un partito che si ostina a definirsi comunista nonostante i dati economici che emergono e che vedono la Cina presentare un PIL (prodotto interno lordo) che, secondo il sole 24 ore, nel solo primo trimestre 2012 ha registrato un incremento dell&#39;8,1% rispetto allo stesso periodo dell&#39;anno precedente. Nonostante ciò le retribuzioni dei lavoratori cinesi sono di appena 250 euro mensili.
Questi dati sarebbero più consoni per un paese non comunista ma dichiaratamente capitalista, dove vengono anteposti alle condizioni economiche e sociali dei lavoratori e dei cittadini il profitto di pochi e il mercato e dove si relegano i lavoratori al ruolo di sfruttati e sottopagati. 
Proprio per questo i rampanti capitalisti nostrani (?), cogliendo l’aspetto sostanziale della situazione cinese non stanno a formalizzarsi su come politicamente si definisce il governo con cui fare affari, poco importa il colore della bandiera cinese, quello che conta è la situazione economica reale, quello che conta sono i loro utili. 
I lavoratori devono adattarsi a questa verità, le loro condizioni economiche, la loro libertà, i loro diritti devono essere compatibili con il loro profitto.
Sarebbe utile approfondire quest’argomento e le sue implicazioni fra le quali, la prima: Non è sufficiente dichiararsi comunista per esserlo davvero, stesso discorso per la sinistra nostrana; La seconda non è vero che, in una realtà di mercato, a parametri economici positivi, e la Cina sta lì a dimostrarlo con il più alto PIL mondiale, corrispondano retribuzioni più alte e decenti e in migliori condizioni di vita per i discriminati.
La maggiore quantità di produzione, di PIL e di ricchezza in Cina, stando ai dati, non ha favorito un benessere diffuso ma si è concentrata nelle mani di pochi capitalisti che hanno approfittato della situazione del mercato. Altro che Paese comunista.
In Italia il PIL è negativo, ma anche qui la ricchezza disponibile è nelle mani di pochi capitalisti, come in Cina, e la pseudo sinistra italiana, insieme alla destra dichiarata, collabora a un governo che smantellando le conquiste dei lavoratori, favorisce, anche in una situazione di crisi, l’accumulazione solo a pochi privilegiati capitalisti e speculatori finanziari. 
Per tornare a Marchionne, le sue ultime affermazioni, segnalano l’arroganza sua e della Fiat che snobbando e deridendo le stesse decisioni della Magistratura, in base alla sua logica economica, dietro la promessa illusoria e falsa di lavoro, lavora per peggiorare le condizioni dei lavoratori le loro libertà e ad aumentare le differenze sociali e di classe.
Non è stato sufficiente, per Marchionne, smantellare lo stato sociale italiano, demolire i diritti e le libertà dei lavoratori ( art. 18, collocamento, contratti collettivi, ecc.), precarizzare i rapporti di lavoro e condizionare l’assunzione all’adesione o meno a un sindacato amico, ora Marchionne e il padronato puntano ad attaccare i livelli salariali dei lavoratori italiani per ridurli drasticamente e per renderli competitivi con quelli di altri paesi, a partire dalla Cina, altrimenti, sostiene Marchionne non ci sarà nessun capitalista a fare la fila per investire in Italia.
In altre parole il ricatto del lavoro. Del resto quanto affermato da Marchionne fa il paio con le ultime esternazioni del Ministro del lavoro Fornero che ha testualmente dichiarato: ” Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio”, corriere della sera del 27 giugno u.s.
La realtà è quindi quella di un determinato, feroce e finora inarrestabile attacco di classe del padronato, del Governo, dei partiti che lo sostengono (Pd, Pdl e Udc) e dei sindacati che, anche quando non sottoscrivono o approvano apertamente, fingono di opporsi e fanno passare tutto quello che vuole e conviene alla Confindustria e ai capitalisti italiani.</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2012/07/prosegue-laggressione-ai-lavoratori-da.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-8431639128566911443</guid><pubDate>Tue, 12 Jun 2012 10:12:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-06-12T12:17:14.508+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">art. 18</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Cgil</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Legge 300</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Pd</category><title>Libertà e diritti diversi su basi di classe</title><description>La legge 20 maggio 1970, n.300, fu chiamata, al momento della sua approvazione in maniera significativa: Statuto dei Diritti dei Lavoratori. 
Con questa legge, fu detto, entrava la democrazia nei luoghi di lavoro e, il cittadino che diventava lavoratore dipendente, varcando la soglia del posto di lavoro, manteneva i diritti fondamentali di libertà sanciti dal Patto fondativo della Repubblica: La Costituzione.
“Norme sulla tutela della libertà e dignità del lavoratori, della libertà sindacale e dell&#39;attività sindacale nel luoghi di lavoro e norme sul collocamento”, era questo il primo capoverso della legge che al Titolo 1 riportava le nuove regole a tutela “Della libertà e dignità del lavoratore”. 
Fino allora al cittadino- lavoratore era impedito, manifestare, nel posto di lavoro, il proprio pensiero, le proprie convinzioni politiche e sindacali.
Qualora queste si fossero trovate a collidere con quelle dell’imprenditore, il cittadino-lavoratore sapeva che ne avrebbe pagato le conseguenze come non essere assunto (norme sul collocamento e la chiamata numerica), essere discriminato, nel lavoro o essere licenziato senza alcuna tutela.
Lo stesso  “democratico” trattamento poteva toccare al cittadino-lavoratore qualora le sue opinioni religiose, colore della pelle, condizione sessuale o razziale, lingua e perfino condizioni personali e sociali, potevano non essere gradite sia al momento dell’assunzione che durante il rapporto di lavoro.
Con la legge 300 furono messe le basi per superare tutto ciò, furono aboliti gli impianti audiovisivi di controllo dei lavoratori, gli accertamenti sanitari sull’idoneità e sull’infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente e le umilianti visite personali di controllo da parte di medici di fiducia del padrone.
Le sanzioni disciplinari, con l’art. 7, furono regolate in maniera da togliere dall’arbitrio e dalla prepotenza il cittadino-lavoratore. 
Fu vietata qualsiasi indagine sulle opinioni personali dei lavoratori per evitare qualsiasi che da questa fossero condizionati l’assunzione e lo svolgimento del rapporto di lavoro. Furono istituite norme per la tutela fisica dei lavoratori,e per i lavoratori studenti. Con l’art. 13 s’impediva al padrone di assegnare qualifiche professionali a suo piacimento o in base alle sue esclusive convenienze e non alle capacità professionali possedute.
Con la legge 300 si consentiva per la prima volta l’attività sindacale nei luoghi di lavoro, le assemblee retribuite durante l’orario di lavoro e si vietava al padrone di mettere in atto comportamenti discriminatori a partire dai trattamenti economici o di costituire sindacati di comodo.  Ecc.
La legge rispondeva alla realtà di arbitrio e prepotenza che esistevano allora, che il padrone metteva in atto per discriminare, punire, perseguitare o licenziare chiunque in qualsiasi modo ostacolasse la sua volontà, interesse o convenienza. 
Con la legge 300 si toglieva dalle sue mani il ricatto del lavoro.
A garanzia e tutela dell’effettivo ingresso in fabbrica dei diritti dichiarati di libertà e democrazia anche nei posti di lavoro c’era l’art. 18. Questo articolo, imponeva al padrone l’obbligo alla riassunzione in tutti i casi in cui il giudice avesse riconosciuto l’illegittimità di un licenziamento operato, e rendeva, quindi, esigibile la legge e con esso i diritti di democrazia e libertà previsti.
Cancellare l’obbligo della riassunzione, in caso di licenziamento illegittimo, con l’istituzione pressoché generalizzata delle indennità sostitutive, salvo casi limitati, non ha l’obiettivo di rendere più facile le assunzioni e rilanciare l’occupazione (sempre più legata alla rinuncia di diritti e salario) come sostengono gli imprenditori e le forze politiche che si fanno partavoce dei loro interessi, ma di ridare forza, potere e arbitrio al padrone perché vengono tolte quelle tutele ai lavoratori per renderli più docili e sottomessi e sempre più esposti alla prepotenza e arroganza padronale.
Approvare con il voto, come ha fatto il Partito Democratico, che ancora demagogicamente da ad intendere di essere di sinistra, o imbrigliare le lotte e non mettere in campo tutte le energie necessarie, per contrastare questa manovra antidemocratica, come ha fatto la Cgil, prima ancora di un errore è un tradimento degli interessi e dei diritti dei lavoratori che, essi dicono ancora di rappresentare e tutelare. 
Tradimento fondato sulla negazione dell’esistenza della divisione economica e sociale esistente e della lotta di classe, che lungi dal creare alcun posto di lavoro, priverà ancora di più i lavoratori delle loro libertà e dei loro diritti. 
La cancellazione dell’obbligo al reintegro ha, in ultimo, il fine di riaffermare e di sancire, nei fatti, l’esistenza di libertà e diritti diversi tra cittadini non solo nei posti di lavoro ma anche e soprattutto nella realtà sociale del Paese, per tutti quelli che a causa delle proprie condizioni economiche, sono o saranno costretti a cercare un lavoro o lavorare alle dipendenze di un padrone e possono godere solo di un diritto di livello inferiore.</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2012/06/liberta-e-diritti-diversi-su-basi-di.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-926403217820185150</guid><pubDate>Tue, 22 May 2012 08:44:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-05-22T10:44:06.137+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">elezioni amministrative</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Grillo</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">movimento cinque stelle</category><title>La lezione di Grillo</title><description>Le consultazioni elettorali dovrebbero essere l’occasione di massimo coinvolgimento dei cittadini, e quindi di democrazia popolare. 
L’esperienza di questi anni ci ha dimostrato che, nella realtà questo non avviene. 
I pronunciamenti popolari, anche ripetuti come nei referendum, sono tranquillamente ignorati. 
Suonano stonate le boriose, quanto ridicole, affermazioni di vittoria senza se e senza ma, del Partito democratico, incapace o peggio astutamente interessato a non cogliere la dimensione della protesta, evidenziatasi o col voto o con l’esponenziale crescita dell’astensione, contro il sistema e il Governo di cui fa parte.
I partiti sono diventati ventri molli che, con gli stessi dirigenti di sempre, cambiano continuamente di nome, in base alle leggi del marketing, e ritenendo di ottenere più consensi si intestano a singoli soggetti, questo per tentare di evitare di rendere comprensibile la comune matrice di tutti alle politiche liberiste e di mercato. 
Il Governo Tecnico, comodo parafulmine per decisioni antipopolari di centrodestra e centro”sinistra”, è indifferente dal voto, è sottratto al consenso popolare e legifera spudoratamente e impunemente senza alcun mandato stravolgendo e calpestando leggi e conquiste costate anni e anni di lotte ai lavoratori.
La cosiddetta classe politica alimenta il privilegio riservando per se e per pochi ricchi trattamenti negati al resto dei cittadini, sostiene la medesima politica antipopolare ed entra in competizione solo per la gestione del potere.
I cittadini e i lavoratori sono costretti al ruolo di spettatori passivi da indottrinare e spremere con tasse esorbitanti, servizi da terzo mondo, salari e pensioni da fame e disoccupazione.
Chi non è d’accordo con tutto questo, secondo chi detiene il potere e tutti i mezzi di comunicazione di massa, fa antipolitica, è tacciato di essere qualunquista e si schiera contro la cosiddetta coesione nazionale. Facili premesse di accuse di anti italianità e di tradimento della Patria.
Se questo succintamente è il quadro della situazione, occorre riconoscere che il movimento di Grillo, pur con tutti i difetti imputabili ad aggregazioni prive di obiettivi strategici alternativi al sistema, pur con cadute ed errori, ha mandato al Paese alcuni precisi e condivisibili messaggi:
1) La politica non è dei politici ma dei cittadini;
2) Le decisioni che riguardano il popolo devono coinvolgere il popolo;
3) E’ possibile fare politica senza alcun finanziamento pubblico e senza apparati politici autoreferenziali e interessati solo a costruire il consenso su quello che decidono loro;
4) Si può ottenere consenso e stare tra la gente anche senza ricorrere al teatrino televisivo e dei mass media, senza disporre di mezzi economici e riscoprendo il contatto continuo con le piazze.
5) Se i cittadini hanno la possibilità (e il movimento cinque stelle l’ha data), dal voto anche parziale e amministrativo, può emergere un forte messaggio di protesta e di richiesta di grande cambiamento. 
Sono solo alcuni dei messaggi emersi. Sarebbe opportuno che di questi, la sinistra, quella che si schiera apertamente e chiaramente, contro il potere del mercato e il privilegio, tenga buon conto.
Starà a questa sinistra, se lo saprà e se lo vorrà fare, cogliere il messaggio e l’occasione per svolgere il proprio compito e ruolo, contro il mercato e il privilegio, sottraendosi ai giochini dei partiti dei capitalisti e dei burocrati e ponendosi alla testa di quel movimento di protesta che c’è, ma ancora non ha rappresentanza e che è alla ricerca di una politica percettibilmente alternativa capace di lottare per il cambiamento. 
Si eviterà, se non altro, che questo movimento possa essere veramente facile preda del qualunquismo e quindi della destra.</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2012/05/la-lezione-di-grillo.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-3058709426055152855</guid><pubDate>Mon, 21 May 2012 15:01:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-05-21T17:01:25.544+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Antipolitica</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">mercato globale</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">sinistra</category><title>L&#39;impossibile unità</title><description>Dare spazio al lavoro e all’impegno per favorire la crescita. E’ questo lo slogan di fondo e la bandiera di un’iniziativa comune delle “forze sociali” viterbesi dall’Adoconsum e a seguire Adoc, Cgil, Cia, Cisl, Cna, Coldiretti, Confagricoltura, Confartigianato, Confcommercio, Confcooperative, Confesercenti, Federlazio, Legacoop, Ugl Uil e Unindustria. 

“Lo stato di sofferenza dei lavoratori, degli imprenditori e delle loro famiglie- sostiene l’insieme delle associazioni di cui sopra, in un apposito volantino- non lasciano indifferenti. Dobbiamo trovare una via d’uscita dal tunnel. Dobbiamo reagire, insieme e ciascuno per la propria parte. Possiamo farcela”.  Su queste basi venerdì 25 maggio le associazioni di categoria e i sindacati hanno organizzato una manifestazione a piazza del Plebiscito alle 19,30.
L’iniziativa parte dal presupposto per cui davanti alla crisi gli interessi dei soggetti rappresentati dalle singole “associazioni di categoria” siano indifferentemente gli stessi. Che i lavoratori e gli imprenditori e loro famiglie cioè, siano colpiti allo stesso modo e non esistano interessi configgenti fra loro. Per cui essi devono collaborare tutti insieme per uscire dalla crisi. 
Il richiamo all’unità del Paese e alla collaborazione nazionale, anche in una realtà di differenze economiche e sociali sempre più elevata, è diventato una costante nella politica dei partiti e vede impegnate anche le più alte cariche pubbliche. 
L’iniziativa del 25 maggio che tenta di unificare l’inconciliabile, lancia una serie di proposte di “alto contenuto politico”, inserendole in questo contesto, ha lo scopo di far credere a chi paga veramente la crisi, lavoratori, pensionati, precari e disoccupati di trovarsi sulla stessa barca di chi  crea, contribuisce ad alimentare o sfrutta la crisi per il proprio tornaconto: ricchi, speculatori finanziari, banche e salvatori milionari del Paese.
Che questa linea sia portata avanti da imprenditori o da organizzazioni sindacali storicamente interclassiste non rappresenta una novità. 
E’ cosa ben diversa quando questa posizione è sostenuta da organizzazioni sindacali con una storia di classe ben diversa, di lotte e di conquiste per i lavoratori e i discriminati, come la Cgil o da partiti che continuano a definirsi di sinistra.
Non si tratta di rispolverare tesi che oggi sono sbrigativamente liquidate come viziate da pregiudizi ideologici superati. Al contrario, si tratta di chiamare le cose con il loro vero nome. 
La politica di “collaborazione sociale”, del resto. non è una novità del Governo dei Tecnici e dei partiti della cosiddetta seconda Repubblica. Essa fu inaugurata dal Governo Craxi che, nel 1984 tolse quattro punti di contingenza dai salari dei lavoratori, con la scusa di creare occupazione per i giovani. Da questi quattro punti dipendevano le sorti del Paese fu sostenuto. Persi i quattro punti tutto rimase come prima, con la sostanziale differenza che il potere di acquisto dei salari cominciò a tracollare, la disoccupazione in particolare quella dei giovani, invece continuò ad aumentare. 
Da allora in poi sempre peggio. Con la stessa logica di collaborazione sociale, basata sulla cancellazione di diritti e salario, fu azzerata del tutto la scala mobile, precarizzato il rapporto di lavoro (leggi Treu e Biagi), privatizzata la previdenza, attaccati i contratti collettivi di lavoro, cancellate le pensioni di anzianità e taglieggiati i redditi fissi attraverso l’inflazione e compromesse le stesse libertà sindacali.
L’iscrizione a un sindacato “ragionevole e responsabile” è tornata a essere, come negli anni ’50, condizione o meno di lavoro. 
Il lavoro, sempre di meno, è stato sempre più condizionato alla rinuncia di diritti e salario.
I salari “compatibili” hanno portato i lavoratori italiani a percepire compensi fra i più bassi d’Europa. La flessibilità della manodopera, teorizzata, purtroppo, anche dal sindacato, ha legato completamente il diritto a una vita dignitosa all’esistenza del profitto. 
Il carico fiscale per i redditi fissi è fra i più alti dell’Ue. Stipendi e pensioni sono taglieggiati dalle tasse alla fonte mentre i percettori di altri redditi, a partire da quelli d’impresa, possono tranquillamente dichiarare redditi inferiori a quelli dei propri stessi dipendenti.    
Il sistema previdenziale italiano è stato “riformato” e reso “compatibile” col mercato da governi di ogni colore, il cui lavoro ha prodotto il bel risultato che colloca la qualità della previdenza italiana, a partire dal 2020, all’ultimo posto nella graduatoria europea. 
Il “riformato” sistema previdenziale, inoltre, costringe i vecchi a lavorare fino a 67 anni, con contribuzioni più alte e pensioni dimezzate mentre  i giovani sono condannati a essere precari a vita e a lavorare solo quando conviene al mercato e alle sue condizioni, senza avere la speranza di pensione dignitosa in vecchiaia. 
Che tipo di sorte in comune possono avere i lavoratori con “imprenditori” che de localizzano e licenziano per incrementare i propri profitti? 
Che comunanza di interessi possono avere i precari o i disoccupati, cui è negata la dignità e libertà di un lavoro, con chi per guadagnare di più, li deruba del presente e del futuro?
Che sorte comune ci può essere fra una quantità crescente di discriminati che vede tracollare le proprie condizioni economiche e sociali con la sorte di quella fetta sempre più piccola che accresce contemporaneamente e a dismisura la propria ricchezza?
Con la scusa “innovativa”del mercato globale gli imprenditori e i sindacati che hanno sposato questa tesi, vogliono in realtà convincere chi lavora che avere meno salari e meno diritti nel lavoro, significa costruire un futuro di occupazione e di progresso comune, salvare la Patria.
E’questo il tentativo di chi vuole far credere ai discriminati di stare sulla stessa barca di chi discrimina.   
Chi non condivide l’afflato unitario nazionale è fuori dal coro. E’ accusato di fare antipolitica e di sostenere tesi e posizioni ideologiche in barba alla decantata democrazia. 
E’ vero il contrario. Prendere conoscenza e coscienza della realtà reale e non di quella che immaginaria,  può contribuire a creare le condizioni per costruire una società diversa dove lo sviluppo sia rispettoso dei diritti e sia legato ai bisogni dell’uomo che lavora, non agli interessi di chi specula e di chi ha come obiettivo, solo l’arricchimento personale da perseguirsi ad ogni costo.</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2012/05/limpossibile-unita.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-585018490881182851</guid><pubDate>Mon, 16 Apr 2012 08:09:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-04-16T10:14:12.040+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Antipolitica</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">governo tecnico</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">partito democratico</category><title>Bersani: ”Se qualcuno pensa di stare al riparo dall&#39;antipolitica si sbaglia. Se non la contrastiamo, spazza via tutti.&quot;</title><description>E’ quanto va affermando il segretario del Partito Democratico lamentando la crescente disaffezione verso il suo partito che, pur essendo stato “all’opposizione”, fino all’avvento dei “tecnici”, è accomunato nel giudizio negativo che riguarda i partiti politici presenti in Parlamento giudicati come ladri e tutti uguali. Bersani paventa la possibile combinazione di una miscela esplosiva antipolitica e antiparlamentare e per questo antidemocratica che potrebbe creare le condizioni per un intervento eversivo e autoritario.&lt;br /&gt;Su queste argomentazioni, politiciste, indirizzate, non ai cittadini, ma ai soci di governo dell’ABC (Alfano e Casini, oltre Bersani) per gli atteggiamenti furbeschi assunti nel sostegno al Governo “tecnico” Monti, si è sviluppato un dibattito che ha riguardato anche personaggi di “spessore” come Reichlin e Macaluso, anch’essi, perlomeno formalmente in passato comunisti.&lt;br /&gt;No i partiti non sono tutti uguali, com’è possibile che il Pd, sostengono, possa essere accomunato e associato con quei personaggi e partiti che sono stati l’asse politico che ha governato il Paese che ha fatto vergognoso fallimento, ed ha ridicolizzato con i suoi comportamenti l’Italia in ambito internazionale?&lt;br /&gt;È il partito della destra, sostengono, che ha comprato i deputati necessari alla maggioranza, ha corrotto i giudici, ha dichiarato che pagare le tasse è un furto, ha detto che col tricolore “ci si puliva il culo”. Ha imposto alla maggioranza parlamentare di votare solennemente, nell’aula storica di Montecitorio, che la signorina Ruby era effettivamente la nipote di Mubarak. Hanno insomma portato l’Italia sull’orlo del baratro. &lt;br /&gt;Il Pd è altra cosa. Il Pd, oggi è l’unica forza consistente alternativa alla destra, che può rendere possibile un ricambio democratico. Non capire tutto questo significa fare antipolitica. L’antipolitica diffusa si combatte e si vince con la politica: se prevale la prima vuol dire che la seconda è debole. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Queste argomentazioni potrebbero essere definite miopi e primitive. Esse partono dall’assunto che l’onestà e la correttezza siano elementi caratterizzanti politicamente un partito, sufficienti per far acquisire al Pd quel consenso che invece non ha. Non perché l’onestà e la correttezza politica non siano valori. Perché non si può fondare un partito politico su queste basi. La storia lo dimostra, nessuna forza politica può rivendicarne l’esclusiva. &lt;br /&gt;Quello che ha determinato la differenza sono state le utopie e i progetti politici, anche rappresentati con più o meno coerenza, onestà e correttezza.&lt;br /&gt;L’azione politica del Pd e dei suoi esponenti, negli anni e nelle diverse denominazioni partitiche si è sempre di più caratterizzata, contrariamente da quello che ci sarebbe aspettato da un partito che, nonostante tutto, continua a definirsi di sinistra, nel sostegno dei principi del liberismo e del mercato, dei quali rivendica addirittura la rappresentanza.&lt;br /&gt;La condotta del Pd e dei governi di cui questo partito ha fatto parte, ha risentito pesantemente di questa impostazione, che è però rivendicata anche dallo schieramento contrapposto di centrodestra con il quale il Pd è in competizione non sulla base di un progetto politico alternativo, ma per la presunta maggiore capacità, competenza, onestà e correttezza nel liberalizzare e nel privatizzare. &lt;br /&gt;La competizione con il centrodestra, che a sua volta rivendica la stessa rappresentanza e politica, è su questo.&lt;br /&gt;Quello che il Pd e i suoi dirigenti fingono di non capire è che i cittadini non intravvedono nel Pd un’alternativa al partito e a Berlusconi e al centrodestra, perché entrambi legati al mercato.&lt;br /&gt;Come non considerare legate al liberismo le azioni dei governi che si sono succeduti negli ultimi venti anni? Prendiamo ad esempio il sistema previdenziale e le pensioni. La controriforma o destrutturazione, tesa a legare alle logiche di bilancio e non ai bisogni dei cittadini lo stato sociale, è stata inaugurata da un altro governo di “tecnici” presieduto da Dini,  proveniente dal centrodestra, cui poi è tornato, e sostenuto anche dai Democratici di sinistra. Nei governi susseguitisi, l’operazione è andata avanti, sostenuta alternativamente dai due “schieramenti” a seconda della loro collocazione, o al governo o all’opposizione, per arrivare in ultimo al voto palesemente comune di cui è stato gratificato il nuovo “tecnico” Monti.&lt;br /&gt;La precarizzazione del lavoro, non è forse sostanzialmente cominciata con la legge n.196 del 1997, dell’allora Ministro del Lavoro di centrosinistra, Treu e proseguita poi con la legge del centrodestra denominata Biagi n.30 del 2003?&lt;br /&gt;Le politiche di azzeramento dei diritti sindacali e di contenimento dei salari, oltre che delle pensioni, per renderli compatibili con il mercato, non sono state perseguite indifferentemente da entrambi gli schieramenti? Non è a causa di queste politiche che si è determinato un crescente impoverimento dei redditi fissi a favore degli altri redditi? Senza creare, per aggiunta, in barba alle chiacchiere e della demagogia, alcun nuovo posto di lavoro ma incrementando solamente i profitti?&lt;br /&gt;Se in Italia i lavoratori dipendenti hanno i redditi più bassi di quelli dei lavoratori degli altri paesi Ue è un fatto casuale? Se il reddito si concentra sempre di più nelle mani di pochi, a chi è da attribuirne la responsabilità? Se dal 2020 le pensioni italiane saranno le più basse d’Europa di chi è la responsabilità? Se il carico fiscale in Italia grava soprattutto sui redditi fissi ed è il più alto nel continente di chi è la responsabilità? Se sul piano fiscale il dipendente guadagna più dell’imprenditore, da cui dipende, di chi è il merito?&lt;br /&gt;I vari interventi militari, naturalmente a difesa della pace e della democrazia, che si sono susseguiti negli anni, Jugoslavia, Iraq, Afganistan e Libia, non sono forse stati portati indifferentemente avanti dai governi dei due schieramenti? Non è stato proprio il Pd a determinare, con la sua posizione apertamente interventista, l’intervento italiano in Libia?&lt;br /&gt;L’informazione, il sapere, la salute, l’energia e l’acqua, i trasporti, ecc. non rispondono sempre più a logiche di mercato e di profitto a danno della qualità e del sociale? Chi ha determinato ciò? Forse il Pd vuole cambiare questo stato di cose?&lt;br /&gt;L’attuale situazione economico-politica è il prodotto di una sorta di staffetta politico-governativa fra centrodestra e centrosinistra alternatisi nel governare e ora arrivati dopo venti anni di contrapposizioni di facciata e di teatrini, a sostenere apertamente con il voto lo stesso governo e le stesse politiche che stanno determinando una macelleria sociale senza precedenti.&lt;br /&gt;I cittadini hanno capito che il loro parere non conta e non è richiesto nemmeno. Nessun partito ha mai richiesto un mandato elettorale per tagliare le pensioni o produrre leggi di precarizzazione del lavoro o strozzare i redditi fissi con un carico fiscale insopportabile. Neanche dei molteplici pronunciamenti referendari dei cittadini i politici, di entrambi gli schieramenti, hanno tenuto o stanno tenendo conto: sul nucleare (due referendum), sul finanziamento dei partiti, sui ministeri dell’agricoltura e della sanità, ecc. Se questa è la democrazia …..&lt;br /&gt;Perché mai i cittadini, i lavoratori, i pensionati, i precari e i disoccupati dovrebbero dare il proprio consenso a un partito che si dice di sinistra e poi è totalmente schierato su posizioni politiche legate al liberismo, al mercato, alle privatizzazioni e alle compatibilità capitaliste o tipicamente di destra come avvenuto anche con le “riforme” elettorali ispirate al sistema maggioritario?&lt;br /&gt;I dirigenti del Pd ritengono che il loro punto di vista rappresenti la Politica,  sia oggettivo ed indiscutibile, mentre quello di chi non concorda con loro sia dettato, a seconda dei casi e della convenienza, o da atteggiamenti pregiudiziali e ideologici o dall’antipolitica. &lt;br /&gt;E’, invece, il confronto tra progetti alternativi credibili che può sconfiggere possibili tentazioni populiste (Berlusconi) o apertamente autoritarie. &lt;br /&gt;L’opinione pubblica non vede nel Pd e nei suoi dirigenti una alternativa al centrodestra, perché con la loro condotta essi portano tutta la responsabilità storica e politica per aver contribuito a cancellare quello che di buono c’era, e non era poco, nella sinistra della cosiddetta prima Repubblica, altro che antipolitica.</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2012/04/bersani-se-ce-qualcuno-che-pensa-di.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4485018238810169343.post-1579303727807592718</guid><pubDate>Thu, 12 Apr 2012 20:20:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-04-12T22:21:34.556+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">esodati</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">lavoratori in mobilità</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">manifestazione 13 aprile</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">ricongiunzioni</category><title>Cgil Cisl e Uil fingono di opporsi alla “riforma delle pensioni”</title><description>Il 13 aprile si terrà a Roma la manifestazione nazionale di Cgil Cisl e Uil per “ottenere soluzioni immediate per chi è rimasto: senza lavoro, senza reddito e senza pensione e per cancellare l’ingiustizia delle ricongiunzioni onerose”.&lt;br /&gt;La crisi economica ha determinato la chiusura di tantissime aziende e la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Laddove è stato possibile sono stati sottoscritti accordi sindacali, anche con la partecipazione di rappresentanti pubblici che hanno agevolato l’esodo dei lavoratori anziani.  Tantissimi lavoratori sono stati indotti a rinunciare al proprio lavoro e ad accettare il licenziamento perché prossimi alla pensione in base ai requisiti previsti dalle norme preesistenti la “riforma delle pensioni” del governo Monti.  &lt;br /&gt;Con la “riforma” Monti sono state abolite le pensioni di anzianità ed è stato elevato il limite di età e di contribuzione per l’accesso alle nuove pensioni questo ha prodotto che i lavoratori posti in esodo si sono trovati senza lavoro, senza stipendio e senza pensione a causa dell’incremento dell’età riguardante la speranza di vita.&lt;br /&gt;A questo va ad aggiungersi l’incremento scattato dal luglio del 2010 che impone ai lavoratori, in particolare quelli esodati, per andare in pensione, pesantissimi oneri di ricongiunzione molto gravosi, in molti casi, di centinaia di migliaia di euro, con la conseguenza che molti lavoratori, non potendo pagare, si trovano nella condizione di non aver diritto a pensione.&lt;br /&gt;Manifestare contro un governo che stravolge le regole pensionistiche e priva del necessario per vivere chi, dopo aver lavorato una vita, è arrivato al traguardo della pensione non solo è giusto ma sacrosanto.&lt;br /&gt;La violenza esercitata su chi è incappato nelle “nuove” regole delle pensioni credendo nei suoi diritti e nello stato di diritto che dovrebbe esistere un Paese civile è enorme. Per loro non c’è salvezza alcuna, altro che decreto “salva Italia”.&lt;br /&gt;Fa bene dunque il sindacato a manifestare contro questa palese ingiustizia e prevaricazione.&lt;br /&gt;Stupisce e indigna però che non sia oggetto della protesta la riforma delle pensioni nel suo insieme ma essa sia circoscritta ai soli obiettivi, pur giusti, relativi gli esodati e le ricongiunzioni onerose.&lt;br /&gt;Il 12 dicembre dello scorso anno Cgil, Cisl e Uil hanno indetto lo sciopero generale contro l’operato del Governo Monti, in particolare le richieste Cgil erano: La conferma dell’indicizzazione sulle pensioni medio basse; la conferma come requisito per l’accesso alle pensioni di anzianità di quaranta anni di contribuzione; la tutela dei lavoratori in mobilità o licenziati; di rendere più graduale l’innalzamento dell’età pensionabile per le lavoratrici; di rendere progressiva l’imposta sulla casa, altrimenti graverebbe soprattutto sui redditi medio bassi; di attuare la riforma degli ammortizzatori sociali.&lt;br /&gt;In aggiunta la Cgil, nel definire iniqua la manovra perché colpiva soprattutto i redditi più bassi, contraeva i consumi, accentuava la recessione, creava nuova disoccupazione, chiedeva che a pagare fossero i più ricchi e chi non ha mai pagato. Per questo richiedeva: 1) Una imposta sulle grandi ricchezze; 2) La tassazione vera dei capitali scudati; 3) La tassazione dei capitali portati in Svizzera; 4) La vendita e il canone sulle frequenze televisive; 5) La riduzione delle spese per l’acquisto di 131 bombardieri F 35; 6) L’avvio di una seria e costante battaglia contro l’evasione fiscale, tra le più alte e scandalose al mondo.  &lt;br /&gt;Di tutte le richieste, pur molto moderate, avanzate dalla Cgil, quante sono state accolte? Pressoché nessuna. La stessa richiesta di riforma degli ammortizzatori sociali si è tramutata in un ennesimo attacco ai diritti dei lavoratori che sono i soli a pagare, sull’articolo diciotto.&lt;br /&gt;Troppo poco.&lt;br /&gt;La manifestazione del 13 aprile avrebbe dovuto essere il conseguente proseguimento di quanto iniziato con lo sciopero generale di dicembre. Invece sembra il suo definitivo affossamento poiché “dimentica” le rivendicazioni che lo stesso sindacato si era dato e cancella dagli obiettivi dell’iniziativa ogni rivendicazione di equità.&lt;br /&gt;C’è da augurarsi che la manifestazione di domani coinvolga una grande massa di lavoratori che non è contro l’iniqua politica del Governo Monti e la sua politica pensionistica, ma solo sui problemi degli esodati e delle ricongiunzioni. &lt;br /&gt;Questi obiettivi parziali fanno passare in secondo piano gli stessi pronunciamenti del sindacato pronunciati nelle piazze in occasione dello sciopero generale del 12 dicembre e riducono la protesta a soli obiettivi particolari con il fine di illudere i lavoratori sui reali contenuti della lotta, da una parte, e dare un messaggio politico ben preciso, al Governo ed al padronato, dall’altra, sulla reale intenzione del sindacato: Quello di rinunciare a combattere su tutto il resto.  Del resto i pacchetti di sciopero a babbo morto lo dimostrano a pieno.</description><link>http://blogomotiva.blogspot.com/2012/04/cgil-cisl-e-uil-fingono-di-opporsi-alla.html</link><author>noreply@blogger.com (Locomotiva)</author><thr:total>0</thr:total></item></channel></rss>