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	<description>La corsa alla Casa Bianca: Edizione 2016</description>
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		<title>Caffe America</title>
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		<title>PRESTITI IPOTECARI: rischi e virtù</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Pasquali]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jan 2016 14:35:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Business]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[prestiti vitalizi ipotecari]]></category>
		<category><![CDATA[Reverse mortgage]]></category>
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					<description><![CDATA[Pubblicato originariamente su I Diavoli Nati negli anni Novanta nei paesi anglosassoni, ora tentano il decollo anche in Italia 20 GENNAIO 2016 – I prestiti vitalizi ipotecari esistono negli Stati Uniti da decenni, per la precisione dal 1990, ma rimangono uno degli strumenti finanziari meno conosciuti, e meno utilizzati, dai consumatori americani. Un fatto questo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblicato originariamente su <a href="http://www.idiavoli.com/prestiti-vitalizi-ipotecari-rischi-e-virtu/" target="_blank">I Diavoli</a></p>
<h3 class="post-sub-title"><em>Nati negli anni Novanta nei paesi anglosassoni, ora tentano il decollo anche in Italia</em></h3>
<p><strong>20 GENNAIO 2016 –</strong> I prestiti vitalizi ipotecari esistono negli Stati Uniti da decenni, per la precisione dal 1990, ma rimangono uno degli strumenti finanziari meno conosciuti, e meno utilizzati, dai consumatori americani. Un fatto questo che, tra sconvolgimenti demografici e transizioni economiche, è in tutta probabilità destinato a cambiare negli anni a venire.</p>
<p>Questo tipo di mutuo (in inglese <em><a href="http://www.consumer.ftc.gov/articles/0192-reverse-mortgages" target="_blank">reverse mortgage</a></em>), appena approdato anche in Italia, consente a coloro che hanno i requisiti per accedervi di usare la casa di proprietà come collaterale per un prestito, che viene loro erogato nella forma di un pagamento una tantum, di rate mensili, oppure ancora di una linea di credito di cui il debitore può o meno servirsi a seconda delle necessità. Si tratta insomma di una sorta di ipoteca, che può essere utilizzata ad esempio per saldare altri debiti, per ristrutturare casa, per far fronte a costi medici in salita o di emergenza o, in generale, per avere più denaro a disposizione.</p>
<p><span id="more-3881"></span></p>
<p>Solitamente, la somma ricevuta attraverso un prestito vitalizio ipotecario non è tassata, né rientra nei calcoli sul reddito che poi determinano l’esborso dei benefit pensionistici e sanitari (maturano però gli interessi). Inoltre, non deve essere ripagata fino a che l’immobile di riferimento non cambia di mano. Nel caso di vendita, essa viene detratta dall’incasso complessivo. Lo stesso meccanismo scatta anche alla morte del proprietario, nel qual caso l’ammontare del prestito viene decurtato dall’eredità. Laddove il prestito equivalga al prezzo di mercato, o lo superi, gli eredi non ricevono nulla mentre il creditore prende possesso della proprietà per intero.</p>
<p>Negli Stati Uniti, possono avvantaggiarsi del reverse mortgage tutti coloro che hanno almeno sessantadue anni di età, sono proprietari di casa, controllano una porzione sufficiente dell’equità dell’immobile, anche a fronte di mutui ancora accesi, e hanno i mezzi finanziari per coprire i costi normalmente legati alla gestione di una casa, come l’assicurazione, le tasse e la manutenzione ordinaria.</p>
<p>Questi criteri sono il risultato di un <a href="http://money.usnews.com/money/blogs/my-money/2014/02/24/what-to-know-about-the-changes-in-reverse-mortgages" target="_blank">irrigidimento</a> delle norme che regolano i prestiti vitalizi ipotecari. Così come nel caso dei mutui subprime, il governo americano si è mosso in tal senso in seguito, e in risposta, alla crisi finanziaria del 2008-2009. Allora il crollo del mercato immobiliare e la conseguente esplosione del numero di debitori insolventi sui propri mutui casa portarono i reverse mortgage sull’orlo dell’estinzione.</p>
<p>Le nuove regole sono state codificate nel <a href="https://www.congress.gov/bill/113th-congress/house-bill/2167" target="_blank">Reverse Mortgage Stabilization Act</a>, approvato dal Congresso nel 2013 e poi entrato gradualmente in vigore nei due anni successivi. Tra le altre cose, questa legge limita anche la porzione del totale che si può richiedere al momento della stipulazione del prestito, e nei suoi primi dodici mesi di vita. Misura questa presa per evitare che chi usufruisce di un reverse mortgage non lo esaurisca tutto subito.</p>
<p>Le clausole, i costi e i dettagli esatti variano comunque a seconda del tipo. Ve ne sono infatti in tre categorie principali. I meno cari (cosiddetti “Single-purpose reverse mortgages”) sono offerti dai governi statali e locali, se non addirittura dalle organizzazioni non-profit. Non esistono però dappertutto. Inoltre limitano spesso il tipo di uso che si può fare dei fondi ricevuti, che possono quindi andare, ad esempio, solo a fini medici o fiscali. I “Proprietary reverse mortgages” stanno all’estremo opposto: sono erogati da società finanziarie private e disponibili solitamente solo ai proprietari di case dal valore elevato. Infine, c’è il programma noto come Home Equity Conversion Mortgages (HECMs), che offre prestiti assicurati dal governo federale e a cui si applicano in particolare le regole contenute nel Reverse Mortgage Stabilization Act.</p>
<p>Comunque la si metta, queste ipoteche sono esose, più di altri tipi di finanziamenti. Per questa ragione, e date le storie che il pubblico è solito sentire in proposito, di anziani che hanno mandato in rovina sé stessi e le proprie famiglie, i reverse mortgage non godono di buona fama. Qualche anno fa erano noti soprattutto per via di <a href="https://www.youtube.com/watch?v=-5Bw3gB7o9E" target="_blank">uno spot televisivo</a> in cui li promuoveva l’ex senatore repubblicano del Tennessee, ed ex candidato repubblicano alla Casa Bianca, Fred Thompson (anche protagonista di varie stagioni della serie televisiva Law &amp; Order. Gli esperti, per conto loro, li considerano uno strumento migliore di quanto si pensi, pur consigliandoli più come un’ultima spiaggia che come la soluzione a ogni problema.</p>
<p><a href="http://www.idiavoli.com/wp-content/uploads/2016/01/Schermata-2016-01-20-alle-11.39.37.png"><img class="wp-image-6050 " src="https://i0.wp.com/www.idiavoli.com/wp-content/uploads/2016/01/Schermata-2016-01-20-alle-11.39.37-618x450.png" alt="grafico prestiti ipotecari" width="389" height="283" /></a></p>
<p>Di recente, in parallelo all’economia americana si è ripreso anche il mercato dei reverse mortgage.</p>
<p>Un rapporto della rivista Mortgage Finance, <a href="http://www.huffingtonpost.com/michael-lazar/reverse-mortgages-for-ret_b_9005754.html" target="_blank">citato</a> dall’Huffington Post, stima che nel 2014 gli americani hanno attinto a questi prestiti per 15 miliardi di dollari, un aumento del 20% sul 2012. Si tratta comunque di un livello inferiore al picco del 2009, quando ne furono erogati 30 miliardi di dollari. Ad ogni modo, questi dati sono destinati ad aumentare rapidamente nei prossimi anni.</p>
<p>Il progressivo raggiungimento dell’età pensionabile da parte dei baby boomer rende i reverse mortgage sempre più appetibili. In particolare perché molti di essi arrivano a questo traguardo con redditi e risparmi duramente colpiti dalla recessione, e in un’era in cui i mercati finanziari producono molta instabilità e ritorni deludenti. L’invecchiamento della popolazione accentuerà ulteriormente questa tendenza. Si stima che 72 milioni di americani compiranno 65 anni nei prossimi venti anni, circa 8.000 al giorno. Milioni di essi non saranno attrezzati, dal punto di vista finanziario, ad affrontare le spese della terza età (il sito web del mensile <em>The Atlantic</em> <a href="http://www.theatlantic.com/business/archive/2015/12/elderly-poverty-america/422235/" target="_blank">profetizza</a> che gli Stati Uniti conteranno addirittura 25 milioni di anziani poveri al 2050). Al contempo, una fetta sostanziale di costoro avrà finito, o quasi, di pagare il mutuo sulla casa. Si può quindi immaginare che la tentazione di attingere al proprio patrimonio immobiliare si faccia sempre più forte, in particolare a fronte di un numero di discendenti per famiglia, e quindi di eredi, in calo.</p>
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		<title>La scuola americana alla disfida dei quiz</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Pasquali]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Dec 2015 11:39:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Il 114mo Congresso]]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[L&#039;eredità di George W. Bush]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[Tra i tanti “successi” politici riconosciuti all’amministrazione del presidente Barack Obama, dal disgelo con Cuba alla riforma sanitaria, dall’accordo sul nucleare con l’Iran alla nuova più rigida normativa sul sistema finanziario, non figura però l’istruzione. L’agenda riformista portata avanti dalla Casa Bianca negli ultimi anni è stata ideata e poi sostenuta da una strana coalizione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra i tanti “successi” politici riconosciuti all’amministrazione del presidente Barack Obama, dal disgelo con Cuba alla riforma sanitaria, dall’accordo sul nucleare con l’Iran alla nuova più rigida normativa sul sistema finanziario, non figura però l’istruzione. L’agenda riformista portata avanti dalla Casa Bianca negli ultimi anni è stata ideata e poi sostenuta da una strana coalizione di conservatori e liberal che, per motivi molto diversi gli uni dagli altri, avevano perso fiducia nel sistema di scuole pubbliche e ne hanno quindi incoraggiato varie forme di privatizzazione (o perlomeno di forte intervento privato nel contesto locale, statale e federale). Questa spinta ha però sollevato molte critiche e forte opposizione, provenienti anche in questo caso sia da destra sia da sinistra. I conservatori sempre più preoccupati per quello che percepisce come diktat imposti da Washington sui distretti scolastici di tutto il Paese senza alcun riguardo per la loro autonomia e quella dei singoli Stati; i democratici guardano inquieti alla graduale implosione del sistema pubblico e all’implacabile attacco alla categoria degli insegnanti e ai loro sindacati.<span id="more-3877"></span></p>
<p>Il dibattito sulla riforma dell’istruzione si è fatto talmente intenso negli ultimi mesi che ora Obama ha deciso di fare, in parte, marcia indietro. Oggetto del ripensamento del presidente sono i nuovi standard curriculari del Common Core, che sono entrati in vigore a partire dal 2010 e che impongono obiettivi più ambiziosi rispetto a quello che gli studenti di ogni ordine e grado devono saper fare alla fine di ogni anno scolastico. Più precisamente, l’amministrazione ha deciso di rivedere la grande quantità di test standardizzati che sono scaturiti dall’attuazione del Common Core e i cui risultati sono usati non solo per valutare il livello di apprendimento degli alunni, ma anche per giudicare la performance didattica dei singoli docenti e delle scuole per intero (pena rispettivamente il licenziamento e la chiusura totale).</p>
<p>In una <a href="https://www.whitehouse.gov/blog/2015/10/26/open-letter-americas-parents-and-teachers-lets-make-our-testing-smarter">dichiarazione</a> pubblicata sul sito della Casa Bianca, accompagnata anche da un video su Facebook, Obama ha parlato delle ampie opportunità che esistono oggi per “eliminare test ripetitivi e non coordinati gli uni agli altri in modo da creare più spazio per l’insegnamento e l’apprendimento”. Queste le chiavi per la formazione delle future generazioni di americani. “Quando mi guardo indietro e ripenso ai grandi educatori che hanno influenzato la mia vita – ha affermato il Presidente &#8211; quello che ricordo non è il modo in cui mi hanno preparato a sostenere i test standardizzati. Quello che ricordo è il modo in cui mi hanno insegnato a credere in me stesso. A essere curioso del mondo. A sentirmi responsabile della mia educazione in maniera da esplorare appieno il mio potenziale”.  Al fine di mettere un freno all’esplosione nel numero dei test, l’amministrazione ha presentato un nuovo <a href="http://www.ed.gov/news/press-releases/fact-sheet-testing-action-plan">piano di azione</a>, che non è coercitivo ma va inteso come guida per i distretti scolastici che faticano a razionalizzarne l’uso. In pratica, questo piano di azione si traduce in una raccomandazione che gli studenti non siano costretti a dedicare alla preparazione dei test più del 2% del tempo di lezione complessivo.</p>
<p>Questa mossa della Casa Bianca è concisa, non casualmente, con la pubblicazione di un <a href="http://www.cgcs.org/cms/lib/DC00001581/Centricity/Domain/87/Testing%2520Report.pdf">rapporto</a> del <em>Council of the Great City Schools</em> che ha rivelato che, in media, i giovani americani devono superare più di 112 test standardizzati da quando iniziano la prima elementare fino a quando si diplomano alle superiori. Il rapporto suggerisce che, quando si confrontano gli Stati Uniti con altre nazioni del mondo, non ci sono prove tangibili che tutti i test organizzati in questo Paese contribuiscano a migliorare la performance accademica dei ragazzi.</p>
<p>In apparenza, il dietrofront di Obama è molto significativo, in particolare perché arriva in congiunzione alla uscita di scena, prevista per gennaio, del suo fidato segretario all’Istruzione Arne Duncan, convinto riformista e molto criticato dal pubblico. In realtà si tratta più di una mano di vernice fresca sullo stesso muro diroccato di prima che non un vero programma di ristrutturazione. “L’annuncio di Obama è più un <em>pivot</em> che una inversione di marcia – dice Ashley Jochim, analista al Center on Reinventing Public Education dell’università dello Stato di Washington – È una risposta naturale alla pressione in crescita tra i ranghi democratici e probabilmente offrirà copertura politica a quegli Stati che desiderano diminuire l’impatto dei test sulle scuole e sugli studenti”. Ma, come nota giustamente Jochim, il successore designato di Duncan, John King, è anch’egli un fan entusiasta del Common Core. Inoltre, a leggere tra le righe del nuovo piano d’azione della Casa Bianca, ci si accorge che di idee originali e diverse ce ne sono ben poche e, quelle che ci sono, sono <a href="http://www.theatlantic.com/education/archive/2015/10/testing-testing/412735/">molto vaghe</a> (è importante che si amministrino solo i test che “valgono davvero la pena” e che sono di “alta qualità”). Il limite del 2% poi, quello relativo al tempo massimo che gli studenti dovrebbero passare a prepararsi per i test, è appena inferiore a quello che già si nota effettivamente sul campo: pari al 2,34% secondo il <em>Council of the Great City Schools</em> .</p>
<p>Infine, bisogna ricordare che&#8230;Prosegue<span class="field-content"> su <a href="http://www.unipd.it/ilbo/scuola-americana-disfida-quiz" target="_blank">IlBo</a></span></p>
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		<title>Elezioni americane, il momento del gender</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Pasquali]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Nov 2015 14:27:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Campagna elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[Hillary Clinton]]></category>
		<category><![CDATA[Le Presidenziali 2016]]></category>
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					<description><![CDATA[I primi dibattiti democratici della campagna per le Presidenziali 2016 negli Stati Uniti hanno messo in evidenza il ruolo chiave che l’elettorato femminile potrebbe avere l’anno prossimo: Hillary Clinton in particolare sta indirizzando gran parte del proprio messaggio alle donne americane, ben più esplicitamente di quanto avesse fatto durante la prima corsa alla Casa Bianca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I primi dibattiti democratici della campagna per le Presidenziali 2016 negli Stati Uniti hanno messo in evidenza il ruolo chiave che l’elettorato femminile potrebbe avere l’anno prossimo: Hillary Clinton in particolare sta indirizzando gran parte del proprio messaggio alle donne americane, ben più esplicitamente di quanto avesse fatto durante la prima corsa alla Casa Bianca nel 2008. “Penso che diventare la prima donna presidente sarebbe un bel cambiamento rispetto ai presidenti che abbiamo avuto in passato, incluso il presidente Obama”, ha <a href="http://www.huffingtonpost.com/entry/hillary-clinton-first-woman-president_561dbf71e4b028dd7ea5af6c">risposto</a> Clinton quando durante il dibattito le è stato chiesto come una sua eventuale amministrazione si differenzierebbe da quella attuale. Tra le proposte politiche da lei avanzate, inoltre, rivestono una funzione centrale quelle legate alla sfera della famiglia, a partire dal progetto di una legge che istituisca permessi di <a href="http://www.fastcompany.com/3052304/second-shift/how-potential-democratic-presidents-would-change-parental-leave-policies-in-201">maternità e paternità</a> pagati per tutti i lavoratori americani (oggi questo diritto non è sancito a livello federale e sta ai singoli datori di lavoro decidere se e come accordare tali congedi).</p>
<p><span id="more-3874"></span></p>
<p>Per Clinton, ovviamente, questa è una disposizione naturale, sia in quanto donna sia come culmine di una lunga carriera in politica e al governo durante la quale si è spesso adoperata su questi temi. Ma è anche una tattica intelligente, giacché le donne rappresentano una fetta <a href="http://quickfacts.census.gov/qfd/states/00000.html">maggioritaria</a> della popolazione degli Stati Uniti. Nel 2014, ne costituivano il 50,8%. Esse, inoltre, votano storicamente in percentuali più alte degli uomini. Nel novembre 1984, ad esempio, quando Ronald Reagan venne rieletto a un nuovo mandato, andò alle urne il 63,5% delle donne e il 61,7% degli uomini. Nel 1992, quando si impose per la prima volta Bill Clinton, votò il 66,3% dell’elettorato femminile e il 64,6% di quello maschile. Nel 2012, parteciparono al voto che vide la seconda vittoria di Barack Obama 71,4 milioni di elettrici, il 63,7% di quelle che ne avevano i requisiti, contro 61,6 milioni di elettori, il 59,8% degli aventi diritto.</p>
<p>Si tratta di un panorama particolarmente fertile per Clinton anche perché le donne americane sono da sempre più vicine al Partito Democratico che non al Partito Repubblicano. “Anche questa volta gli uomini saranno più repubblicani e le donne più democratiche – dice Kyle Kondik, Managing Editor del sito web di proiezioni elettorali <a href="http://www.centerforpolitics.org/crystalball/">Sabato’s Crystal Ball</a>, un progetto del Center for Politics dell’Università della Virginia – È così nella politica americana almeno a partire dal 1980, quando emerse il primo gender gap [basato sulla differenza nelle preferenze politiche dell’uno e dell’altro sesso, <em>ndr</em>]. In generale, le donne sono più liberal e gli uomini più conservatori rispetto a una lunga serie di questioni”. Se, nel 1988, votarono per il primo Bush, George H. W., il 50% delle donne e il 57% degli uomini, nel 1992 votarono per Clinton il 45% delle donne e il 41% degli uomini (va ricordato che hanno preso parte a quella tornata elettorale tre candidati, Clinton, Bush e l’indipendente Ross Perot). E ancora, nel 2000, il 53% degli elettori, ma solo il 43% delle elettrici, scelse George W. Bush, mentre nel 2008 si espressero per Obama il 56% di donne e il 49% di uomini.</p>
<p>Non sorprende quindi che Hillary Clinton, donna e democratica, sia data come favorita tra le elettrici, sia a livello di elezioni primarie sia per quanto riguarda il voto dell’8 novembre prossimo. Già nelle primarie del 2008, aveva <a href="http://www.hartwick.edu/Documents/POSC/POLITICALSCICaitlinHillThesisFa08.pdf">ottenuto</a> più voti femminili di Obama, anche se in numero non sufficiente a consentirle di conquistare la nomination di partito. I suoi più pericolosi rivali di quest’anno, il senatore del Vermont Bernie Sanders, il governatore del Maryland Martin O’Malley e chissà, il vice-presidente Joe Biden, hanno senz’altro meno appeal di Clinton tra le democratiche americane. “Penso che [per vincere tra le donne] gli altri candidati avrebbero bisogno che la campagna prendesse una piega nuova e inattesa, come ad esempio nuovi scandali in casa Clinton”, dice Kondik.</p>
<p>Grazie in particolare al sostegno delle elettrici, Clinton è considerata&#8230;Prosegue su <a href="http://www.unipd.it/ilbo/elezioni-americane-momento-gender" target="_blank">IlBo</a></p>
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		<title>Stati Uniti, abili nei quiz, rimandati in scrittura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Pasquali]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2015 11:31:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel 2013, Natalie Wexler, consulente, attivista e blogger che si occupa di educazione a Washington DC, cominciò a condurre un corso supplementare di scrittura in un istituto pubblico della capitale americana tra quelli a più alto tasso di povertà, i cui alunni provengono prevalentemente da famiglie con mezzi finanziari limitati e ne soffrono le ben [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2013, Natalie Wexler, consulente, attivista e blogger che si occupa di educazione a Washington DC, cominciò a condurre un corso supplementare di scrittura in un istituto pubblico della capitale americana tra quelli a più alto tasso di povertà, i cui alunni provengono prevalentemente da famiglie con mezzi finanziari limitati e ne soffrono le ben note <a href="http://www.unipd.it/ilbo/content/un-disastro-poveri-le-vacanze-scolastiche-negli-usa">conseguenze</a>. Pur conscia, già prima di iniziare, delle grosse difficoltà con cui si sarebbe scontrata, Wexler <a href="https://www.washingtonpost.com/opinions/if-students-cant-write-how-can-they-learn/2013/11/01/48165da0-36ab-11e3-80c6-7e6dd8d22d8f_story.html">scrisse</a> qualche mese più tardi sul proprio blog di essere rimasta “scioccata” dal livello di competenze linguistiche mostrato dai ragazzi. E commentò: “I problemi sono più profondi dell’ignoranza delle regole di grammatica, ortografia e punteggiatura. Molti studenti non hanno idea di come si scrive un paragrafo completo, figuriamoci un tema di cinque paragrafi che sia coerente nel suo complesso. Non capiscono come fare un collegamento tra un’affermazione e la sua dimostrazione, una necessità assoluta quando si costruisce un’argomentazione logica. Queste non sono solo competenze che riguardano la scrittura. Ma piuttosto la capacità di pensare nella maniera di cui gli studenti hanno bisogno per avere successo all’università, sul lavoro, o anche solo per potere contestare un addebito sulla carta di credito o per poter esercitare il diritto di voto in maniera consapevole”. Il disagio espresso con la scrittura mostrato dagli studenti di Wrexler, inoltre, non era limitato solo a quelli poveri. Tutt’altro: questo è un fenomeno che colpisce tutti i giovani americani che, a quanto pare, non sanno proprio scrivere.</p>
<p><span id="more-3872"></span></p>
<p>Il <em>National Center for Education Statistics (NCES)</em> produce regolarmente valutazioni delle competenze possedute dagli studenti al primo e all’ultimo anno di scuola superiore nelle varie discipline. L’ultimo <a href="http://nces.ed.gov/nationsreportcard/pdf/main2011/2012470.pdf">rapporto</a> sulla scrittura risale al 2011 e rivela che, a livello nazionale, meno di un quarto di essi era capace di scrivere in maniera appropriata al proprio grado di istruzione (“<em>proficient</em>” in inglese), e appena il 3% era da considerarsi avanzato. Poco più del 50% aveva abilità rudimentali. Secondo la definizione di NCES, essi padroneggiavano, e solo parzialmente, i concetti di base, quelli su cui eventualmente si può costruire una preparazione dignitosa. E il 20% circa non arrivava nemmeno a quello. Tra gli studenti meno abbienti, i risultati erano ancora peggiori, con l’11% che si mostrava competente, l’1% avanzato, il 56% con abilità minime e ben il 32% che non possedeva neanche quelle. Questi risultati rimanevano piuttosto costanti dalla prima alla quarta superiore (il nostro quinto anno non ha equivalenti negli Stati Uniti). Il che suggerisce che gli studenti progrediscono sì di pari passo, ma anche che la scuola fa poco per aiutare chi resta indietro a mettersi in pari. Sembra invece superiore l’impatto positivo dell’università. Se l’81% dei datori di lavoro dichiarava, in uno <a href="http://www.p21.org/storage/documents/FINAL_REPORT_PDF09-29-06.pdf">studio</a> statistico di The Conference Board pubblicato nel 2006, che i neo-diplomati erano “carenti” quanto alla comunicazione scritta, meno del 28% diceva lo stesso dei neo-laureati (1 su tre rimane comunque un dato molto elevato).</p>
<p>“In generale, gli Stati Uniti non hanno mai sposato l’idea, che è invece diffusa in Europa, che saper scrivere testi lunghi e complessi sia la maniera migliore di mostrare le proprie conoscenze in una determinata materia – dice Judith Langer, docente alla State University of New York di Albany – non si tratta di un fenomeno nuovo. È un problema che esiste da molto tempo, almeno negli ultime tre, quattro decenni. Ci sono stati peggioramenti e miglioramenti temporanei, ma non è mai stato davvero risolto, così come non si è nemmeno aggravato particolarmente”.  Secondo un rapporto del NCES <a href="http://nces.ed.gov/nationsreportcard//pdf/main1998/1999462.pdf">del 1998</a>, ad esempio, meno del 25% degli studenti americani che frequentava il primo o l’ultimo anno di superiori aveva abilità di scrittura “<em>proficient</em>”, l’1% aveva competenze avanzate, il 58% basilari e un po’ meno del 20% insufficienti.</p>
<p>Il problema sta dunque, secondo Langer e altri <a href="http://www.salon.com/2011/05/11/death_to_high_school_english/">esperti</a>, nel modo in cui viene insegnata la scrittura nelle scuole americane. “Le composizioni più lunghe con cui si cimentano gli studenti con un po’ di regolarità sono di un paragrafo al massimo – dice la direttrice dell’Albany Institute for Research in Education e del Center on English Learning and Achievement – E con esercizi di scrittura ci si riferisce anche al compilare le parti mancanti di testi già redatti e al prendere appunti mentre i docenti fanno lezione”. Al massimo agli alunni viene data di quando in quando la possibilità di scrivere un “tema libero” sulle proprie esperienze ed emozioni personali.</p>
<p>Se questo approccio è diffuso nel Paese almeno dagli anni Settanta, l’ossessione con i test standardizzati, spesso a crocetta multipla, è cresciuta in particolare da quando l’ex presidente George W. Bush fece approvare la legge <a href="http://www2.ed.gov/nclb/landing.jhtml">No Child Left Behind</a> – che in sintesi collega i punteggi con cui gli studenti superano gli esami statali ai finanziamenti federali erogati alle scuole. Sotto pressione del governo di Washington, i docenti si sono ritrovati così obbligati a&#8230;Prosegue su <a href="http://www.unipd.it/ilbo/stati-uniti-abili-nei-quiz-rimandati-scrittura" target="_blank">IlBo</a></p>
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		<title>Università, più debiti che istruzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Pasquali]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2015 11:03:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>
		<category><![CDATA[Debito Studentesco]]></category>
		<category><![CDATA[Kalamazoo Promise]]></category>
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					<description><![CDATA[Jheresa Lewis si è diplomata a maggio nella scuola superiore di Baldwin, un paesino di poco più di mille anime nel Michigan occidentale. Durante l’estate, ha accettato un lavoro in un cantiere edile per guadagnare qualche quattrino, un’assoluta necessità in una famiglia come la sua, con il padre in galera e il conto in banca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Jheresa Lewis si è diplomata a maggio nella scuola superiore di Baldwin, un paesino di poco più di mille anime nel Michigan occidentale. Durante l’estate, ha accettato un lavoro in un cantiere edile per guadagnare qualche quattrino, un’assoluta necessità in una famiglia come la sua, con il padre in galera e il conto in banca sempre vuoto. Ma Lewis, di cui <a href="http://www.citylab.com/politics/2015/08/the-town-that-decided-to-send-all-its-kids-to-college/401618/">ci racconta</a> il mensile <em>The Atlantic</em>, è anche una brava studentessa, determinata a iscriversi all’università. Date le ristrettezze finanziarie, Lewis aveva inizialmente deciso di frequentare il <a href="http://www.westshore.edu/">West Shore Community College</a>: due anni di studi e vicino a Baldwin, così da rimanere vicino a casa e non dover spendere una montagna di soldi. Ma durante le visite ai college effettuate durante l’ultimo anno di liceo, Lewis aveva messo gli occhi, e il cuore, anche su <a href="http://wwwp.oakland.edu/">Oakland University</a>, un’istituzione quadriennale, e più costosa, nella più lontana area metropolitana di Detroit. Per sua fortuna, Lewis ha completato i propri studi alla <a href="http://www.baldwin.k12.mi.us/baldwin%2520high%2520school.asp">Baldwin High School</a> in una nuova era, l’era della cosiddetta <a href="http://www.baldwinpromise.org/content/baldwin-promise">Baldwin Promise</a>. Questo programma garantisce a tutti i diplomati locali una borsa di studio di 5.000 dollari l’anno per un massimo di quattro anni, da spendere in qualsiasi università pubblica o privata in Michigan. La “Promise”, insomma, è un tentativo da parte di questa piccola comunità di aiutare i propri ragazzi a far fronte ai costi montanti dell’università in America e ha già fatto sì che, in appena qualche anno (è stata lanciata nel 2009-2010), la percentuale di diplomati di Baldwin che va al college sia salita da un misero 30% a quasi il 100%. E ha permesso quest’anno a Jheresa Lewis di partire per la Oakland University.</p>
<p><span id="more-3870"></span></p>
<p>“Sono una convinta sostenitrice di qualsiasi sforzo per rendere il college meno costoso – dice <a href="http://www.brookings.edu/experts/soliza">Adela Soliz</a>, una studiosa del Brown Center on Education Policy a Washington DC – Dobbiamo però valutare con attenzione quale sia il modo migliore di raggiungere questo obiettivo, che impieghi i nostri soldi il più efficientemente possibile e che aiuti la popolazione di studenti che ne ha davvero bisogno”.</p>
<p>Il debito accumulato dagli americani per frequentare l’università ha ormai raggiunto proporzioni epiche, con oltre 1.300 miliardi di dollari. I laureati del 2015 avranno, <a href="http://www.marketwatch.com/story/class-of-2015-has-the-most-student-debt-in-us-history-2015-05-08">in media</a>, 35.000 dollari di passivo a testa, 2.000 dollari in più dei colleghi che hanno finito gli studi nel 2014. Questi numeri si scontrano con i proclami dei governi federale e statali di voler vedere più ragazzi andare all’università e con i dati che dimostrano che una laurea può fare una differenza enorme a livello di reddito. Una <a href="http://www.frbsf.org/economic-research/publications/economic-letter/2014/may/is-college-worth-it-education-tuition-wages/">stima</a> della Federal Reserve Bank di San Francisco quantifica tale gap: nel corso della propria carriera il laureato tipico guadagna circa 800.000 dollari in più di un semplice diplomato.</p>
<p>Nonostante la crisi del debito studentesco non accenni a migliorare, negli ultimi anni si sono cominciati a registrare alcuni interessanti movimenti su questo fronte, sia a livello nazionale sia a livello locale. L’aAmministrazione Obama ha attuato negli ultimi anni diverse <a href="http://www.washingtonpost.com/news/get-there/wp/2015/07/10/the-obama-administrations-plan-to-lower-the-student-debt-payments-of-millions-more-americans/">iniziative</a> per cercare di alleviare il problema, agendo in particolare sui prestiti che sono erogati, o perlomeno garantiti, dal governo di Washington. La Casa Bianca ha dunque offerto a diversi gruppi di laureati-debitori termini di pagamento più favorevoli, e in alcuni casi anche la cancellazione completa del debito ancora pendente. Intanto, i candidati democratici alle elezioni presidenziali del 2016 stanno mettendo a punto le proprie proposte sull’istruzione. Il senatore del Vermont Bernie Sanders ha così <a href="http://www.cnsnews.com/news/article/cnsnewscom-staff/bernie-sanders-i-will-fight-tomake-every-public-college-and-university">dichiarato</a> di voler rendere gratuite tutte le università e college pubblici americani, mentre Hillary Clinton <a href="http://www.cnn.com/2015/08/10/politics/hillary-clinton-college-affordability/">vuole</a> mettere a disposizione degli studenti americani un maggior numero di borse di studio, che non devono essere ripagate, e di prestiti con tassi di interesse particolarmente bassi.</p>
<p>Nel tentativo di mettere un punto al costo impazzito dell’università, si stanno inoltre adoperando anche una serie di amministrazioni statali e municipali in giro per il Paese. Come quella di Baldwin, e quella della vicina Kalamazoo, sempre in Michigan, con la sua più famosa <a href="https://www.kalamazoopromise.com/">Kalamazoo Promise</a>, e ancora in <a href="http://www.tnpromise.gov/">Tennessee</a>, e <a href="http://www.wweek.com/portland/blog-33425-oregon_will_become_second_state_to_offer_free_community_college.html">in Oregon</a>. Trentacinque programmi di questo genere sono <a href="http://www.upjohn.org/sites/default/files/promise/brochure-4-pg.pdf">nati</a> negli Stati Uniti tra il 2006 e il 2014. “Ognuno di essi ha le proprie caratteristiche e il panorama è molto variegato – dice Soliz – Quello che li accomuna è il fatto che si rivolgono a tutti gli studenti di una certa municipalità o stato e non sono in alcun modo legati alla performance dei borsisti durante gli anni di scuola superiore, il che li distingue dall’ondata di iniziative basate sul ‘merito’ che ha caratterizzato invece gli anni ‘90 e 2000”. Tale approccio è stato molto criticato perché tende a favorire gli studenti della classe media anziché quelli poveri che ne avrebbero più bisogno. I primi, infatti, ricevono solitamente maggior sostegno dalle famiglie e tendono a diplomarsi con maggior agevolezza dei secondi. Le ‘Promise’ impongono però anch’esse alcune condizioni: sono quasi sempre disponibili solo a chi risiede in loco da un determinato numero di anni e, una volta al college, impongono ai ragazzi che ricevono i finanziamenti di frequentare le lezioni a tempo pieno e di mantenere una media minima di voti (GPA), solitamente pari ad almeno 2.0 su 4.0.</p>
<p>A parte questi tratti comuni, le differenze rimangono. Al contrario della Baldwin Promise con i suoi 5.000 dollari l’anno, la Kalamazoo Promise, anch’essa finanziata privatamente, copre completamente le tasse di iscrizione e frequenza dell’università per i diplomati della città, indipendentemente da quanto siano alte o basse. La Tennessee Promise, invece, stanzia solo i soldi necessari a ottenere i diplomi di laurea biennali offerti dai community college. Variano inoltre le modalità con cui questi fondi possono essere usati in parallelo con quelli federali (in alcuni casi, gli studenti sono obbligati prima a ottenere le borse di studio finanziate da Washington, e solo al loro esaurimento possono attingere alle casse locali; in altri casi, le due fonti di finanziamento possono essere utilizzate simultaneamente).</p>
<p>Rimangono infine alcuni dubbi sull’efficacia di&#8230;Prosegue su <a href="http://www.unipd.it/ilbo/universita-piu-debiti-che-istruzione" target="_blank">IlBo</a></p>
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		<title>Scuola: in America la lezione si compra online</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Pasquali]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2015 12:33:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[“Cosa hanno in comune Harry Potter, Frodo e Katniss Everdeen (la protagonista di Hunger Games)? Tutte le loro avventure seguono il modello narrativo classico del viaggio eroico descritto dal famoso studioso americano Joseph Cambpell.” È questa la premessa di una lezione multimediale di un’ora che mira a spiegare agli studenti delle scuole medie o superiori [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Cosa hanno in comune Harry Potter, Frodo e Katniss Everdeen (la protagonista di Hunger Games)? Tutte le loro avventure seguono il modello narrativo classico del viaggio eroico descritto dal famoso studioso americano Joseph Cambpell.” È questa la premessa di una <a href="https://prezi.com/k6bxm9naoxbb/the-heros-journey/">lezione multimediale</a> di un’ora che mira a spiegare agli studenti delle scuole medie o superiori “gli elementi portanti la tradizione narrativa della Grecia Antica”, e la costruzione di archetipi e miti, attraverso l’esplorazione “delle storie che stanno loro più a cuore, da Matrix a Guerre Stellari passando per Alla Ricerca di Nemo.” Ricco di animazioni e video, “Hero’s Journey”, così è intitolato il file a firma della docente californiana Laura Randazzo, è uno di quasi 2 milioni di piani di lezione, analogici e digitali, per ogni classe, grado e materia, che si possono scaricare da <a href="https://www.teacherspayteachers.com/">TeachersPayTeachers.com</a>, un sito web che ha deciso di applicare i fondamenti della sharing economy, l‘economia della condivisione, anche all’insegnamento.</p>
<p><span id="more-3868"></span></p>
<p>TeachersPayTeachers (TpT) è nato nel 2006 su iniziativa di Paul Edelman, che all’epoca era professore di Comprensione e scrittura per la seconda media in una scuola pubblica a East Flatbush, un quartiere di Brooklyn. “Insegnare è davvero difficile e uno degli aspetti più complessi è la preparazione delle lezioni: Che argomenti trattare domani? Come trattarli? Che materiali e contenuti usare? Come testare l’apprendimento dei ragazzi? – dice Edelman – Ci vogliono anni per diventare veramente bravi a farlo. Nel frattempo, si chiede aiuto ai colleghi, di persona o su Internet”. Giacché nel 2006 di risorse online di questo tipo ce ne erano poche, Edelman decise di crearne una lui, TpT, che descrive come “un sistema di libero mercato per risolvere il problema e motivare i docenti migliori a mettere a disposizione di tutti gli altri il proprio lavoro di più alta qualità”.</p>
<p>Oggi, TpT vanta 3,4 milioni di membri. L’azienda prevede che, nel 2015, un insegnante americano su tre farà uso del sito. Alcuni piani di lezioni, e altri materiali utili all’insegnamento, sono scaricabili gratuitamente, ma la maggior parte ha prezzi che variano dal centesimo agli oltre 3.000 dollari, concentrati soprattutto nelle fasce basse, tra i 2 e i 5 dollari circa. “Sapevo che un piano di lezione fatto bene sarebbe valso facilmente tra i 3 e i 4 dollari a quegli insegnanti che volessero risparmiare tempo e diventare più efficaci – dice Edelman – Quindi sapevo che il progetto avrebbe funzionato. E infatti ha funzionato”. Grazie alle economie di scala, i nuovi docenti-imprenditori hanno <a href="http://www.nytimes.com/2015/09/06/technology/a-sharing-economy-where-teachers-win.html">incassato</a> ad oggi 175 milioni di dollari di vendite. Dodici di essi sono diventati milionari e 300 altri circa, tra cui anche Randazzo, hanno guadagnato più di 100.000 dollari a testa.</p>
<p>A contribuire al <a href="http://www.slate.com/blogs/schooled/2015/06/03/teachers_pay_teachers_why_the_site_for_teachers_to_sell_their_lesson_plans.html">successo</a> del sito, oltre naturalmente alla&#8230;Prosegue su <a href="http://www.unipd.it/ilbo/scuola-america-lezione-si-compra-online" target="_blank">IlBo</a></p>
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		<title>Pareggio di bilancio: ma è davvero una buona idea?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Pasquali]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2015 10:50:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Il 114mo Congresso]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[ALEC]]></category>
		<category><![CDATA[Costituzione USA]]></category>
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		<category><![CDATA[pareggio di bilancio]]></category>
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					<description><![CDATA[Arriva l’autunno e si comincia a parlare della Legge Finanziaria. Se in Italia, per le pressioni europee, il pareggio di bilancio è stato inserito in Costituzione, fino a oggi il governo degli Stati Uniti è riuscito invece a resistere alla pressione di chi vorrebbe vedere lo stesso risultato anche a Washington. Di conseguenza, la strada [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Arriva l’autunno e si comincia a parlare della Legge Finanziaria. Se in Italia, per le pressioni europee, il pareggio di bilancio è stato inserito in Costituzione, fino a oggi il governo degli Stati Uniti è riuscito invece a resistere alla pressione di chi vorrebbe vedere lo stesso risultato anche a Washington. Di conseguenza, la strada verso l’austerità passa piuttosto attraverso gli Stati, che sembrano abbastanza ricettivi verso l’idea, nonostante il parere degli economisti sia, nella maggioranza dei casi, decisamente negativo.</p>
<p><span id="more-3866"></span></p>
<p>Innanzitutto, quello del pareggio di bilancio è un concetto difficile da definire con esattezza: ad esempio, è cosa assai diversa pensarlo semplicemente come la differenza fra entrate e uscite in un determinato anno o, invece, in rapporto al Pil nazionale o, ancora, ai trend storici del debito pubblico nel Paese in questione. Il suo valore assoluto, e percentuale rispetto al Pil, varia inoltre a seconda che vi si includano o meno gli interessi pagati da una data nazione sul proprio debito. Il fatto poi che sia calcolato su base annuale è il risultato di una convenzione del tutto artificiale, che ha scarsa valenza scientifica, giacché l’economia segue cicli generalmente assai più lunghi, e molto più variabili, di dodici mesi.</p>
<p>La sensatezza del pareggio di bilancio come obiettivo politico dipende quindi tutta dall’interpretazione che si dà di questo concetto e dalle circostanze. “In generale, un bilancio primario (che non include gli interessi sul debito) ‘equilibrato’ o ‘responsabile’ è una buona idea in un paese che ha una propria moneta e un rapporto accettabile tra debito e Pil (o ancor meglio tra debito e ricchezza nazionale), e la cui economia cresce al proprio tasso naturale, ma non di più e non di meno – dice <a href="http://www.cbpp.org/richard-kogan">Richard Kogan</a> del <em>Center on budget and policy priorities</em> – Altrimenti, le autorità fiscali e monetarie devono essere in grado di spingere sull’acceleratore quando l’automobile procede troppo lentamente e frenare quando corre troppo”.</p>
<p>Ma intervenire prontamente sull’economia, per farla crescere quando in difficoltà e per tenerla sotto controllo, in modo da contenere le conseguenti pressioni inflazionistiche quando invece è in fase di espansione, non è cosa facile. “La questione di fondo è chiara: come gli esempi della Grande Depressione, e più recentemente della Grecia, dimostrano, l’austerità nel momento sbagliato, o troppo aggressiva, può far esplodere la disoccupazione, far contrarre l’economia e far aumentare il debito in rapporto al Pil anche quando il bilancio è in pareggio o addirittura in positivo – dice Kogan – In tali circostanze, l’obiettivo di pareggiare il bilancio è disastroso”.</p>
<p>Se il pareggio di bilancio è un campo minato già a livello economico, il desiderio di renderlo un obbligo costituzionale per i governanti di un Paese è secondo alcuni ancor più folle, per svariate ragioni. L’economista indipendente Bruce Bartlett ne ha analizzato una fondamentale in un <a href="http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1883491">paper</a> pubblicato nel luglio del 2011, al picco del dibattito a Washington su una proposta repubblicana di bloccare la spesa federale al 18% del Pil dell’anno fiscale precedente. “Usare il Pil per calcolare il massimo livello di spesa possibile è completamente inappropriato – scrive Bartlett – in particolare per un emendamento costituzionale, perché il termine [Pil] non è definito legalmente da nessuna parte, e non potrebbe nemmeno esserlo perché viene continuamente rivisto per ragioni sia tecniche sia concettuali”.  In sostanza il Pil è una misura economica prodotta grazie all’aggregazione di una grande quantità di dati, la cui selezione e interpretazione varia a seconda di come varia il consenso tra gli esperti di statistica.</p>
<p>Anche il professore del Massachusetts Institute of Technology ed ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale <a href="http://mitsloan.mit.edu/faculty/detail.php?in_spseqno=41226">Simon Johnson</a> si è <a href="http://economix.blogs.nytimes.com/2011/08/02/is-a-balanced-budget-amendment-a-good-idea/">interrogato</a>  sul <em>New York Times</em> in materia: “Immaginiamo che tale emendamento costituzionale sia in vigore. Cosa succederebbe se il settore finanziario esplodesse di nuovo?” Giacché la spesa pubblica si misura in questo caso in rapporto al Pil, se cala il secondo, aumenta necessariamente la prima. Nel contesto descritto da Johnson, il Pil subirebbe una contrazione e si sforerebbe quindi automaticamente il tetto del 18% anche senza fare alcuna modifica al budget. Il governo sarebbe quindi costretto ad attuare enormi tagli, quando invece è stato ampiamente dimostrato, non da ultimo con il pacchetto di stimoli economici voluto dal presidente Barack Obama nel 2009, che aumentare la spesa può aiutare a superare più in fretta una crisi economica.</p>
<p>Infine, non si capisce bene su quale base si dovrebbe decidere a che livello esattamente bloccare il rapporto tra entrate e uscite per garantire il pareggio di bilancio. Sulla media degli ultimi cinque anni, o degli ultimi quattro decenni, o sulle previsioni per l’anno in corso? Il 18% del Pil proposto dai repubblicani quattro anni fa è un numero del tutto arbitrario e serve solo, nel lungo periodo, ad assicurare ai conservatori che si prosciughino i finanziamenti alle pensioni e alla sanità (nel caso italiano, va detto che il linguaggio vago impiegato nell’Articolo 81, in cui si dichiara che “Lo Stato assicura l&#8217;equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico,” e che “il ricorso all&#8217;indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico”, può aiutare a mitigare alcuni di questi problemi).</p>
<p>Nonostante tutte queste obiezioni, i paladini americani del pareggio di bilancio non si lasciano certo demoralizzare. Tutt’altro. Oggi, questa battaglia tanto cara alla destra americana è portata avanti con grande determinazione da un’organizzazione non-governativa relativamente poco conosciuta ma&#8230;Prosegue su <a href="http://www.unipd.it/ilbo/pareggio-bilancio-e-davvero-buona-idea">IlBo</a></p>
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		<title>Salario basso? Ci pensano i milionari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Pasquali]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2015 11:21:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<category><![CDATA[disuguaglianza economica USA]]></category>
		<category><![CDATA[Fight for 15]]></category>
		<category><![CDATA[Occupy Wall Street]]></category>
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					<description><![CDATA[A fine gennaio, Jeff Green, magnate americano dell’immobiliare, ha preso moglie, figli e due babysitter ed è volato a Davos, in Svizzera, sul proprio jet privato. In questa elegante cittadina di montagna, dove ogni anno l’élite economica mondiale conviene per discutere dei problemi più pressanti del giorno al World Economic Forum, Green, che ha fatto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A fine gennaio, Jeff Green, magnate americano dell’immobiliare, ha preso moglie, figli e due babysitter ed è volato a Davos, in Svizzera, sul proprio jet privato. In questa elegante cittadina di montagna, dove ogni anno l’élite economica mondiale conviene per discutere dei problemi più pressanti del giorno al World Economic Forum, Green, che ha fatto i soldi scommettendo sul <a href="http://www.cnbc.com/id/23407363">crollo</a> dei mutui ‘subprime’, ha <a href="http://www.bloomberg.com/news/articles/2015-01-21/billionaire-greene-goes-long-on-u-s-while-bemoaning-jobs-crisis">sorpreso</a> molti dichiarando a Bloomberg in un’intervista: “La mia preoccupazione più grande per il nostro Paese è che la globalizzazione e la crescita esponenziale delle nuove tecnologie, che hanno già distrutto milioni di posti di lavoro, ne distruggeranno altri milioni e milioni negli anni a venire.” Anche grazie a un <a href="http://www.oxfam.org.uk/blogs/2015/01/richest-1-per-cent-will-own-more-than-all-the-rest-by-2016">rapporto</a> pubblicato in quei giorni dall’organizzazione non-governativa Oxfam – secondo il quale già nel 2016 l’1% più ricco della popolazione mondiale deterrà più ricchezza dell’altro 99% – il problema della <a href="http://www.pewresearch.org/fact-tank/2015/01/21/inequality-is-at-top-of-the-agenda-as-global-elites-gather-in-davos/">disuguaglianza</a> è stato così tra quelli più discussi durante il meeting.</p>
<p><span id="more-3864"></span></p>
<p>Tali scene di multimiliardari, che, seduti attorno al caminetto con in mano un bicchiere di whiskey, parlano con simpatia delle vite dei meno abbienti, appaiono a dir poco incongruenti. Eppure il professato interesse dei più ricchi per questo tema è persistito anche dopo Davos. Basti guardare ai risultati di <a href="http://www.hbs.edu/competitiveness/Documents/challenge-of-shared-prosperity.pdf">un’indagine</a> sulla competitività dell’economia americana condotta tra più di 2.000 diplomati dalla Harvard Business School e pubblicata a inizio settembre. In essa, questi ex-studenti e oggi potenti imprenditori e amministratori delegati dichiarano che a beneficiare della ripresa economica del Paese sono stati fin qui quasi esclusivamente le persone come loro, che non ne hanno per nulla bisogno. Una tendenza questa che essi pensano sia destinata a continuare. Non solo, ben due terzi degli intervistati dicono che la priorità massima per gli Stati Uniti oggi dovrebbe essere la lotta contro la disuguaglianza, contro la stagnazione dei redditi della classe media, contro la povertà, contro la limitata mobilità economica, e a favore di una maggiore redistribuzione della ricchezza. Solo un terzo sostiene che bisognerebbe concentrarsi piuttosto sull’accelerazione della crescita economica, che è invece tradizionalmente la parola chiave dell’aristocrazia americana del business.</p>
<p>Nel frattempo una serie di grandi aziende hanno cominciato negli ultimi mesi ad aumentare, <a href="http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/why-corporate-america-rethinking-minimum-wage">volontariamente</a>, il salario orario minimo dei propri dipendenti. Lo hanno fatto, tra le altre, anche Target, Gap, Walmart e Ikea, con il risultato che oggi i loro impiegati peggio pagati guadagnano tra i 9 e i 13 dollari all’ora (la <em>minimum wage</em> federale è tutt’ora bloccata ai 7 dollari e 25 cent). A fine agosto, poi, Donald Trump, multimiliardario egli stesso e improbabile capo classifica nei sondaggi per le primarie del Partito Repubblicano, <a href="http://www.nytimes.com/2015/09/07/opinion/paul-krugman-trump-is-right-on-economics.html?_r=0">ha proposto</a> di alzare le tasse sui redditi dei ricchi e di diminuire quelle sulla classe media (per il momento il rivale Jeb Bush si sta attenendo invece all’ortodossia conservatrice di una fiscalità rigorosamente <a href="http://www.vox.com/2015/9/14/9300871/jeb-bush-tax-plan">regressiva</a>).</p>
<p>Viene da chiedersi, insomma, cosa stia motivando questa improvvisa generosità da parte degli americani più facoltosi? Senz’altro, la pressione dell’opinione pubblica si fa sentire, innescata inizialmente dalla crisi finanziaria, nutrita da movimenti come Occupy Wall Street e Fight for 15 (che si batte per garantire anche ai lavoratori dell’industria del fast food un salario orario minimo di 15 dollari l’ora), e tenuta in vita oggi da figure politiche quali Bernie Sanders, socialista senatore del Vermont e candidato nelle primarie democratiche, e dalla senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren.</p>
<p>Come emerge dal rilevamento statistico di Harvard, però, pesa sui capitani di industria anche una seconda apprensione più immediata e più direttamente interessata. Il 71% di essi dichiara infatti che fenomeni come il gap crescente che separa i ricchi da tutti gli altri, gli stipendi della classe media che non crescono ormai da decenni, e il numero sempre più alto di americani che vive sotto la soglia di povertà, non sono solo un problema sociale, ma anche un problema finanziario per le loro aziende. “La disuguaglianza – spiega il rapporto, riassumendo le opinioni degli intervistati – riduce la domanda per i prodotti delle aziende che vendono ai lavoratori e alla classe media; provoca reazioni negative nei confronti delle imprese di successo; mina la stabilità sociale; e rende difficile agli individui investire in quella formazione di cui hanno bisogno i datori di lavoro”. A questo si aggiunge l’accresciuta necessità di programmi di assistenza pubblica a fronte di un tasso di povertà in aumento, con la conseguenza di tasse più alte anche sulle aziende. Tutti esiti che non fanno certo piacere al mondo del business.</p>
<p>Per dire la verità, alla conclusione che pagare di più i lavoratori fa solo bene alle casse aziendali ci era già arrivato&#8230;Prosegue su <a href="http://www.unipd.it/ilbo/salario-basso-ci-pensano-milionari" target="_blank">IlBo</a></p>
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			<media:title type="html">Valentina Pasquali</media:title>
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		<title>Medellin, l&#8217;arma urbanistica contro il degrado</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Pasquali]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2015 15:25:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America Latina]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Societa]]></category>
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					<description><![CDATA[Appollaiato sulle colline scoscese che circoscrivono Medellin a Ovest, il famigerato quartiere Comuna 13 è stato per quasi tre decenni uno dei palcoscenici più caldi della lunga guerra civile &#8211; tra ribelli di sinistra, gruppi paramilitari di destra, organizzazioni criminali, il signore della droga Pablo Escobar e il governo nazionale &#8211; che ha devastato la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Appollaiato sulle colline scoscese che circoscrivono Medellin a Ovest, il famigerato quartiere Comuna 13 è stato per quasi tre decenni uno dei palcoscenici più caldi della lunga guerra civile &#8211; tra ribelli di sinistra, gruppi paramilitari di destra, organizzazioni criminali, il signore della droga Pablo Escobar e il governo nazionale &#8211; che ha devastato la Colombia a partire dagli anni Cinquanta e in cui hanno perso la vita più di 220.000 persone. Qui, nel 2002, le forze dell’ordine colombiane sferrarono la dura, e controversa, <a href="http://www.bbc.com/news/magazine-30573931">Operazione Orione</a>, occupando le strade a colpi di fucile per riprenderne il controllo. Più di recente, però, Comuna 13 è diventato tra i maggiori protagonisti dell’incredibile trasformazione di Medellin, un processo di <a href="http://www.telegraph.co.uk/finance/10836478/Inside-Medellin-How-Pablo-Escobars-hometown-hopes-to-become-South-Americas-Silicon-Valley.html">rigenerazione urbana</a> che ha fatto di questo centro di 3,5 milioni di abitanti, per anni capitale mondiale degli omicidi (con un picco di 381 per 100.000 abitanti nel 1991 – a mo’ di confronto il record oggi spetta a San Pedro Sula in Honduras con 171 omicidi per 100.000 abitanti), la <a href="http://www.bbc.com/news/world-latin-america-21638308">città più innovativa dell’anno</a> nel 2013.</p>
<p><span id="more-3862"></span></p>
<p>“Sono cresciuta qui negli anni Ottanta e sapete bene come era la situazione allora – dice Catalina Castano, direttore dei programmi di RutaN, un gruppo non-profit che si occupa di innovazione a Medellin – Me ne sono andata nel 1999 e ho vissuto a New York per 12 anni, lavorando in quello spazio imprenditoriale che è il più sviluppato al mondo. Poi sono rientrata due anni fa e ho trovato tutto cambiato, ed è davvero entusiasmante quello che sta succedendo in città oggi perché abbiamo tutti gli ingredienti giusti”.</p>
<p><a href="http://citiscope.org/story/2014/how-medellin-revived-itself-part-4-road-most-innovative-city">Infrastrutture</a> e creatività sono i due pilastri dello sforzo di rinnovamento portato avanti da successive amministrazioni comunali negli ultimi quindici anni e lanciato dal matematico Sergio Fajardo Valderrama, che è stato beneamato sindaco di Medellin dal 2004 al 2007 ed è oggi governatore del dipartimento di Antioquia cui Medellin fa capo (l’attuale sindaco è Aníbal Gaviria Correa). Insomma, questa città si è fatta culla di ingegnosità e start-up, e di un’economia a impatto sociale, da prima che questi termini diventassero le parole d’ordine di politici e imprenditori di mezzo mondo. “Medellin è stata premiata come città innovativa grazie all’enfasi che ha posto sull’inclusione economica e sociale, un orientamento che ha trasformato il posto &#8211; dice Castano – E che ci rende un esperimento unico”.</p>
<p>Questo approccio visionario è ben evidente nella Comuna 13, dove, per meglio integrare i residenti di questo quartiere dalla geografia particolarmente ostica al resto della vallata, nel 2011 è stata inaugurata una serie di <a href="http://www.theguardian.com/world/2013/jul/31/medellin-colombia-fast-track-slums-escalators">sei scale mobili all’aperto</a> (ma coperte da una colorata tettoia arancione) concatenate e lunghe complessivamente 385 metri. Costate circa 7 milioni di dollari, esse consentono di inerpicarsi per le ripide pareti della collina senza fatica e in circa cinque minuti, un’impresa che prima avrebbe richiesto trenta estenuanti minuti a piedi anche ai più giovani. Da quando è entrata in funzione, inoltre, la struttura ha garantito a Comuna 13 diverse ondate di fondi pubblici, che hanno aiutato anche ad asfaltare le scalinate e il sentiero adiacenti; a riverniciare, in mille colori e con i murales di artisti locali e internazionali, le pareti delle modeste abitazioni che vi si affacciano; a rimetterne a posto i tetti; a decorarle con piante e fiori; e a costruire una sorta di centro sociale che i residenti possono utilizzare gratuitamente per organizzare corsi e attività sportive e culturali e per ospitare eventi anche privati.</p>
<p>Ma la scala mobile è solo l’esempio più pittoresco di tutto un sistema di infrastrutture alternative per il trasporto, ad esempio le teleferiche preferite alla metropolitana, pensate su misura per un centro urbano che si sviluppa a partire dal nucleo originale a valle e poi si arrampica, fitto di case e palazzi, sugli aspri pendii che lo circondano in ogni direzione e che spesso rendono impossibile il passaggio di autobus e treni. A demarcare il percorso di rinascita si sono aggiunti poi numerosi altri progetti, dal restaurato <a href="http://www.botanicomedellin.org/nuestro-jardin/historia/1575.html">Giardino Botanico</a> al limitrofo <a href="http://www.parqueexplora.org/quienes-somos/">Museo Interattivo della Scienza</a> inaugurato nel 2008 a una rete di 10 <a href="https://nextcity.org/daily/entry/finding-inspiration-in-medellins-library-parks">biblioteche pubbliche</a> costruite tra il 2008 e il 2011 con attenzione non solo ai libri, ma anche al design e all’ambiente. Una nuova iniziativa, forse la più ambiziosa tra quelle concepite finora, mira a coprire con <a href="http://www.theguardian.com/cities/2015/may/01/medellin-bury-highway-urban-intervention">un parco</a> un lungo tratto autostradale che corre lungo il Rio Medellin in centro città&#8230;Prosegue su <a href="http://www.unipd.it/ilbo/medellin-larma-urbanistica-contro-degrado" target="_blank">IlBo</a></p>
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		<title>Giovani, individualisti e privi di fede</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Pasquali]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2015 11:17:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religione]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>
		<category><![CDATA[Millennial]]></category>
		<category><![CDATA[Volontariato]]></category>
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					<description><![CDATA[Se gli adolescenti italiani vanno sempre meno spesso in chiesa, nonostante la popolarità di Papa Francesco tra i millennial, ad abbandonare la pratica religiosa a grande velocità sono anche i giovanissimi degli Stati Uniti, un paese che storicamente ha una tradizione religiosa più variegata della nostra ma forse ancor più diffusa e radicata. Oltre a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Se gli adolescenti italiani vanno sempre meno spesso <a href="http://dati.istat.it/index.aspx?queryid=262">in chiesa</a>, nonostante la <a href="http://www.washingtonpost.com/local/pope-francis-is-inspiring-millennials-to-carry-church-into-the-community/2015/04/04/6fc0950e-d994-11e4-ba28-f2a685dc7f89_story.html">popolarità</a> di Papa Francesco tra i <em>millennial</em>, ad abbandonare la pratica religiosa a grande velocità sono anche i giovanissimi degli Stati Uniti, un paese che storicamente ha una tradizione religiosa più variegata della nostra ma forse ancor più diffusa e radicata. Oltre a suonare l’allarme per le Chiese con la &#8220;c&#8221; maiuscola, analizzati in dettaglio, recenti dati fanno riflettere più complessivamente sulle preferenze delle nuove generazioni. E non solo in fatto di religione, ma in generale di partecipazione alla società e al mondo.</p>
<p><span id="more-3860"></span></p>
<p>Di recente, una squadra di ricercatori di <a href="https://www.sdsu.edu/">San Diego State University</a> in California, <a href="http://www.case.edu/">Case Western Reserve University</a> in Ohio e <a href="http://www.uga.edu/">University of Georgia</a> capeggiata da <a href="http://www.psychology.sdsu.edu/people/jean-twenge/">Jean Twenge</a>, professore di psicologia a San Diego State, ha <a href="http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0121454">riscontrato</a> che, nel 2013, quasi il 28% delle matricole universitarie americane (e circa il 21% di quelli all’ultimo anno di scuola superiore) dichiarava di non andare mai a messa, più del doppio di quanto registrato a fine anni Settanta. Lo studio ha messo a confronto quattro rilevamenti statistici effettuati tra il 1966 e il 2014 su americani dai 13 ai 18 anni, rivelando percentuali più che raddoppiate di diplomandi e matricole universitarie che dicono di non aver alcuna affiliazione religiosa. Ma ha anche registrato un aumento del 75% (sempre dagli anni Settanta a oggi) dei diciottenni che affermano che la religione non ha alcuna importanza nella loro vita.</p>
<p>Queste tendenze non sono omogenee in tutta la popolazione. Sono infatti decisamente più pronunciate tra i bianchi, tra gli individui con un profilo socio-economico più basso, tra le donne, tra gli americani provenienti dalle regioni nord-orientali del paese e tra i liberal. Sono invece molto meno pronunciate tra gli adolescenti neri e sono pressoché inesistenti (se non addirittura di segno opposto) tra i giovani conservatori.</p>
<p>Accostando queste informazioni ad altri dati sui diversi livelli di autostima, materialismo e desiderio di espressione personale, evidenziati nei sondaggi dalle varie generazioni di giovani, i ricercatori diretti da Twenge hanno identificato una correlazione tra l’accresciuto individualismo della società contemporanea e la diminuzione della religiosità. “Queste variazioni fanno parte di un più ampio contesto culturale, che spesso manca nei sondaggi sulla religione”, afferma Twenge in un’intervista apparsa su <a href="http://www.rawstory.com/2015/05/teens-are-fleeing-religion-like-never-before-massive-new-study-exposes-religions-decline/">RawStory</a>. “Osserviamo &#8211; continua lo studioso &#8211; un aumento dell’individualismo, che mette il sé davanti ad ogni cosa, e non va necessariamente d’accordo con l’impegno verso l’istituzione e le altre persone previsto dalla pratica religiosa. Diventa allora comprensibile che un minor numero di americani si dedichi alla religione con l’avanzare dell’individualismo”.</p>
<p>Attenzione però a trarre conclusioni affrettate sull’essenza dell’identità <em>millenial</em> &#8211; dice <a href="https://crcc.usc.edu/people/richard-flory/">Richard Flory</a>, direttore per la ricerca al Center for Religion and Civic Culture della University of Southern California. Con la collega <a href="http://colfa.utsa.edu/sociology/faculty/denton">Melinda Denton</a> di University of Texas San Antonio, Flory sta lavorando a un libro sulla vita religiosa dei giovani americani basato sui dati raccolti dal <a href="http://youthandreligion.nd.edu/">National Study of Youth and Religion</a>, un progetto di ricerca di University of Notre Dame in Indiana. “Se è vero che l’individualismo è aumentato, ciò non avviene necessariamente a discapito di tutto il resto – dice Flory – Quello che osserviamo è che i giovani sono in cerca di alternative. E desiderano trovare nuove modalità per mettersi al servizio di altri”.</p>
<p>Il lavoro di Flory si basa su uno studio strutturato diversamente dall’analisi di Twenge. Anziché prendere in considerazione le opinioni di gruppi diversi di giovani della stessa età, distribuiti su quattro generazioni, il National Study of Youth and Religion segue l’evolversi nel tempo delle attitudini di un solo gruppo di ragazzi americani e dei loro genitori, intervistati più volte (la ricerca è già al quarto round di rilevamenti e ha un approccio sia quantitativo sia qualitativo) a partire dal 2002.  “Il numero di giovani adulti che si dichiarano ‘non religiosi’ è senz’altro aumentato. Se poi vi si aggiungono coloro che dicono di avere un’identità religiosa, ma che non praticano, si arriva ormai a oltre la metà del totale – dice Flory – Siamo di fronte a un numero enorme, che in realtà non rappresenta necessariamente una transizione al secolarismo puro e semplice”. Le interviste rivelano che, a fronte di una percentuale di atei o agnostici in crescita, essi rimangono una minoranza. Il segmento più grosso di questa popolazione di giovani è composto da chi non ha un’idea negativa della religione ma che non ha identificato un luogo adatto a praticarla. “Non c’è dubbio che gli Stati Uniti stanno attraversando una fase di grande cambiamento rispetto all’identità religiosa e spirituale e alle forme che essa può prendere”, afferma Flory.</p>
<p>Questo ragionamento si applica senz’altro anche ad <a href="http://www.pewsocialtrends.org/2014/03/07/millennials-in-adulthood/">altri aspetti</a> della vita dei giovani di oggi. Si pensi ad esempio all’impegno civile e politico. Numerose analisi sulle <a href="http://www.cbc.ca/news/canada/millennials-not-as-selfish-as-some-people-think-1.3116987">preferenze</a> dei <em>millennial</em>, dimostrano che non sono così egoisti come li si tende a descrivere. Questi ragazzi desiderano impegnarsi, ma <a href="http://www.newamerica.org/downloads/The_Civic_and_Political_Participation_of_Millennials.pdf">faticano</a> a riconoscere nelle strutture tradizionali, siano le chiese o i partiti, i giusti sbocchi per raggiungere tale obiettivo. “A livello di pratica religiosa essi preferiscono un modello più&#8230;Prosegue su <a href="http://www.unipd.it/ilbo/giovani-individualisti-privi-fede" target="_blank">IlBo</a></p>
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		<title>Il lavoro perfetto? Quello fuori classifica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Pasquali]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2015 12:54:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoratori]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>
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		<category><![CDATA[Infermieri]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro in USA]]></category>
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					<description><![CDATA[Quasi due milioni di studenti universitari americani hanno ottenuto una laurea quadriennale quest’anno, o si laureeranno entro la fine del 2015, e si preparano ad entrare nel mercato del lavoro. Dopo anni di recessione in cui l’unica preoccupazione dei neo-laureati era di trovare un impiego qualsiasi, ora che l’economia USA è in ripresa e sta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quasi <a href="https://www.naceweb.org/press/faq.aspx#graduates">due milioni</a> di studenti universitari americani hanno ottenuto una laurea quadriennale quest’anno, o si laureeranno entro la fine del 2015, e si preparano ad entrare nel mercato del lavoro. Dopo anni di recessione in cui l’unica preoccupazione dei neo-laureati era di trovare un impiego qualsiasi, ora che l’economia USA è in ripresa e sta creando ogni mese centinaia di migliaia di nuovi posti, l’attenzione dei più giovani sembra spostarsi verso un altro, più ambizioso, obiettivo: individuare la carriera “perfetta”. Ecco allora che si moltiplicano <a href="http://money.cnn.com/pf/best-jobs/2015/list/index.html">le classifiche</a> sulle professioni di qualità superiore, le più desiderabili, che garantiscono il magico mix di guadagni, stabilità e creatività.  Anche se, di fronte a una definizione così vaga, identificare le occupazioni migliori resta un’impresa ardua. Con i ranking  che possono fornire al massimo qualche indicazione generale in vista dei primi colloqui di lavoro.</p>
<p><span id="more-3857"></span></p>
<p>“Innanzitutto bisogna tenere conto che esistono grosse differenze tra le preferenze dei lavoratori rispetto alle aspettative che hanno verso un impiego – dice <a href="http://www.shatkin.com/Pages/default.aspx">Laurence Shatkin</a>, esperto del tema e autore di numerosi libri in proposito – C’è chi vuole lavorare all’aria aperta  e chi no, chi preferisce utilizzare le mani e chi la mente, chi è terrorizzato di parlare in pubblico e chi ha paura di lavorare con i numeri. Le classifiche pubblicate sulle riviste o su Internet rischiano di escludere tanta gente”.</p>
<p>Detto questo, non c’è dubbio che ci siano una serie di aspetti della vita lavorativa &#8211; a partire ovviamente <a href="http://www.huffingtonpost.com/2015/01/27/best-jobs-in-america_n_6548224.html">dal reddito</a> &#8211; importanti per tutti, anche se a livelli diversi, sui quali si possono raccogliere informazioni tangibili. Il settimanale TIME, per esempio, ha analizzato quest’anno dati del dipartimento del Lavoro sui salari e sul tasso di crescita di 40 professioni diverse &#8211; dai pompieri ai professori universitari &#8211; e li ha poi affiancati all’analisi effettuata dal sito web specializzato CareerCast.com sulle occupazioni più o meno stressanti. <a href="http://time.com/3935051/best-job-america/">La conclusione</a>? Il miglior impiego che si può trovare oggi negli Stati Uniti, almeno in quest’ottica, è quello dell’audiologo, una categoria con uno stipendio annuo mediano di quasi 70.000 dollari. E il dipartimento del Lavoro stima che questi posti di lavoro aumentaranno del 34% tra il 2012 e il 2022, in parte grazie all’invecchiamento della popolazione e in parte per l’abitudine dei <em>millennial</em> di girare sempre con gli auricolari infilati nelle orecchie.</p>
<p>Se i dati sul reddito sono generalmente piuttosto affidabili e chiari, bisogna però fare attenzione a quelli relativi alla crescita di una professione, utilizzati solitamente per identificare i settori in crescita e misurare le probabilità di essere assunti. “Si tratta senz’altro di un fattore cruciale. Non ha senso infatti cercare un’occupazione che, magari, paga straordinariamente bene, ma assume solo cinque persone all’anno in tutto il Paese”, afferma Shatkin. “È importante  &#8211; continua &#8211; valutare la questione da due angolazioni diverse: da un lato c’è la rapidità con cui una professione si sta espandendo, dall’altro va considerato il numero effettivo di offerte di lavoro”.  Una piccola azienda che cresce molto rapidamente, offre probabilmente  meno opportunità di un’impresa più grande con una crescita più moderata, o addirittura nulla. In quest’ultimo caso, infatti, nuovi spazi si aprono sempre grazie ai pensionamenti o ai dipendenti che si dimettono. Come dire, avremo anche bisogno di più audiologi in futuro, ma in termini solo relativi. In assoluto, è  infatti difficile immaginare che un giorno questo settore possa contare davvero su numeri così grandi.</p>
<p>Ecco allora che la <a href="http://money.usnews.com/careers/best-jobs/rankings/the-100-best-jobs">graduatoria</a> compilata quest’anno da <em>U.S. News</em>, pubblicazione famosa soprattutto per i ranking delle università americane, <a href="http://money.usnews.com/money/careers/articles/2014/01/22/about-the-us-news-best-jobs-ranking-methodology">tiene conto</a> non solo delle percentuali di crescita dei posti di lavoro in determinati settori, ma anche del loro numero complessivo. E  la valutazione delle qualifiche dei candidati si affianca a quella dei livelli salariali, alla misurazione dello stress e di altri fattori che incidono sulla vita lavorativa. Vincono la gara i dentisti &#8211; con uno stipendio annuo mediano di oltre 146.000 dollari &#8211; che nei prossimi sette anni vedranno crescere i propri ranghi di più di 23.000 unità. Al secondo posto gli infermieri,  il cui numero crescerà di 37.100 unità entro il 2022, seguiti a ruota dagli sviluppatori di software (140.000 posizioni in più) e dai medici (123.000 nuovi posti).</p>
<p>C’è però tutta un’altra serie di ingredienti che incidono sulla soddisfazione professionale, pressoché impossibili da quantificare con esattezza in anticipo. “Per esempio è difficile determinare in maniera obiettiva quanto un impiego lasci spazio alla creatività, e ancora misurare la piacevolezza di un posto di lavoro in termini di relazioni con i colleghi”, dice Shatkin. E anche i dati sulla “work-life balance” &#8211; il rapporto tra ore lavorate e quelle di svago &#8211; possono risultare fuorvianti. Anche se sono disponibili&#8230;Prosegue su <a href="http://www.unipd.it/ilbo/lavoro-perfetto-fuori-classifica" target="_blank">IlBo</a></p>
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		<title>Stati Uniti &#8220;Pride&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Pasquali]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2015 13:15:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La Corte Suprema]]></category>
		<category><![CDATA[Riforma sanitaria]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Anthony Kennedy]]></category>
		<category><![CDATA[Corte Suprema]]></category>
		<category><![CDATA[John Roberts]]></category>
		<category><![CDATA[Matrimonio gay USA]]></category>
		<category><![CDATA[Obamacare]]></category>
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					<description><![CDATA[Con la decisione della Corte Suprema del 26 giugno nel caso Obergefell v. Hodges, che ha stabilito che il matrimonio è un diritto costituzionale di tutti gli americani, quindi anche degli omosessuali, gli Stati Uniti sono diventati il 23mo paese al mondo a legalizzare, a livello nazionale, le unioni tra persone dello stesso sesso. Sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Con la decisione della Corte Suprema del 26 giugno nel caso <em>Obergefell v. Hodges</em>, che ha stabilito che il matrimonio è un diritto costituzionale di tutti gli americani, quindi anche degli omosessuali, gli Stati Uniti sono diventati <a href="http://qz.com/438526/countries-where-gay-marriage-is-legal-nationwide/">il 23mo</a> paese al mondo a legalizzare, a livello nazionale, le unioni tra persone dello stesso sesso. Sono cominciati così subito i festeggiamenti in ogni angolo d’America, a partire naturalmente dalla Casa Bianca e dalla Corte Suprema, dove già dalle prime ore del mattino si erano radunati gruppi di attivisti e sostenitori in attesa del verdetto dei nove massimi giudici americani. “La nostra nazione è stata fondata sul principio fondamentale che siamo tutti creati uguali – ha dichiarato il Presidente Barack Obama dal giardino delle rose della Casa Bianca – Oggi possiamo dire, senza ombra di dubbio, che abbiamo reso la nostra Unione un po’ più perfetta”.</p>
<p>Certo, il matrimonio gay era già legale in 37 stati, con una popolazione equivalente al 70% del totale, e quindi la Corte Suprema lo ha semplicemente esteso anche ai rimanenti 13. Tra essi, comunque, ve ne sono almeno due di dimensioni sostanziali, il Texas e l’Ohio. Complessivamente la decisione riguarda quindi circa <a href="http://www.washingtonpost.com/blogs/the-fix/wp/2015/06/26/about-3-million-gay-americans-just-gained-the-right-to-marry/?postshare=4141435330471079">3 milioni</a> di persone che hanno guadagnato così il diritto a sposarsi. Al di là di questi numeri, è questo un passaggio davvero storico, anche a livello simbolico, tanto più perché tutt’oggi gli Stati Uniti hanno un’influenza culturale sproporzionata sul resto del mondo. “La decisione della Corte Suprema non ha a che vedere solo con le nozze – ha commentato Frank Bruni sul <a href="http://www.nytimes.com/2015/06/28/opinion/sunday/frank-bruni-same-sex-marriage-supreme-court-our-weddings-our-worth.html">New York Times</a> – ha a che vedere con il valore [degli individui]. Dal più alto pulpito di questa nazione, nel più autorevole dei toni, una maggioranza di giudici ha detto a una minoranza di americani che essi sono normali e che fanno parte del paese – pienamente, gioiosamente e con tanto di torta”.</p>
<p>Dello stesso tenore anche la <a href="http://www.slate.com/blogs/the_slatest/2015/06/26/supreme_court_legalizes_gay_marriage_here_is_the_beautiful_last_paragraph.html">conclusione</a> della sentenza che rappresenta l’opinione dei cinque giudici favorevoli (i quattro contrari hanno redatto ognuno il proprio testo di dissenso), scritta da Anthony Kennedy e già lodata per la sua bellezza quasi elegiaca. Scrive Kennedy: “Non c’è unione più profonda del matrimonio, giacché questo incarna i più alti ideali di amore, fedeltà, devozione, sacrificio e famiglia. Nel formare un’unione matrimoniale, due individui diventano qualcosa di più grande di quanto fossero in precedenza. Come dimostrano alcuni dei richiedenti nei casi qui in discussione, il matrimonio rappresenta un amore che può durare anche dopo la morte. Si equivocano questi uomini e queste donne quando li si accusa di mancare di rispetto all’idea del matrimonio. Il loro appello è proprio che lo rispettano, lo rispettano così profondamente che desiderano trovare l’appagamento che ne deriva per se stessi. La loro speranza è di non essere condannati a vivere in solitudine, esclusi da una delle istituzioni più antiche della civiltà. Chiedono uguale dignità negli occhi della legge. La Costituzione accorda loro tale diritto”.</p>
<p>Insomma, un momento straordinario per la comunità LGBTQ americana e internazionale. E la ciliegina sulla torta di una settimana incredibile per il presidente Obama, apertasi con gli stati del Sud che hanno finalmente iniziato ad ammainare la bandiera confederata in risposta alla tragica sparatoria del 17 giugno in una chiesa afro-americana di Charleston in South Carolina, dove hanno perso la vita nove persone, e proseguita poi con la riaffermazione, sempre da parte della Corte Suprema, della costituzionalità della sua legge di riforma sanitaria.</p>
<p>Con la fine della sua presidenza ormai prossima, e dopo anni in cui la sua eredità politica pareva in dubbio, sospesa nel limbo dell’ostruzionismo repubblicano e di alcuni suoi passi falsi, la sentenza <em>Obergefell v. Hodges</em> ha anche un altro effetto politico. Mette infatti in una luce diversa l’operato&#8230;Prosegue su <a href="http://www.unipd.it/ilbo/stati-uniti-pride" target="_blank">IlBo</a></p>
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			<media:title type="html">Valentina Pasquali</media:title>
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		<title>Poveri a scuola: gli Stati Uniti si scoprono diseguali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Pasquali]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2015 12:35:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Bible Belt]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi finanziaria USA]]></category>
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					<description><![CDATA[L’83% di studenti di scuola pubblica a Meridian, la sesta città più popolosa del Mississippi, vicino al confine con l’Alabama, ha diritto al pranzo in mensa gratuito, o a prezzi fortemente scontanti. Un’indicazione del fatto che questi ragazzi provengono da famiglie in difficoltà economica se non addirittura povere. La media statale è del 71%. Fino [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’83% di studenti di scuola pubblica <a href="http://www.google.com/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=&amp;esrc=s&amp;source=web&amp;cd=11&amp;cad=rja&amp;uact=8&amp;ved=0CB4QFjAAOAo&amp;url=http%253A%252F%252Fluc.edu%252Fmedia%252Flucedu%252Flaw%252Fstudents%252Fpublications%252Fclrj%252Fpdfs%252FPanel%25201_Johnson.pptx&amp;ei=6btwVYXFK8zysAXqhYGgCQ&amp;usg=AFQjCNFWXH8axV_eq1GsbehdAXeSRN4IUQ&amp;sig2=lQty-hS6VHvszeoXw_4HEw&amp;bvm=bv.94911696,d.b2w">a Meridian</a>, la sesta città più popolosa del Mississippi, vicino al confine con l’Alabama, ha diritto al pranzo in mensa gratuito, o a prezzi fortemente scontanti. Un’indicazione del fatto che questi ragazzi provengono da famiglie in difficoltà economica se non addirittura povere. La media statale è del 71%. Fino a qualche anno fa, questi numeri così preoccupanti erano perlomeno rappresentativi solo di una minoranza di scuole americane, concentrate in particolare nel sud del Paese, quella <em>Bible Belt</em> in cui, tra le altre cose, si fa ancora molto sentire l’eredità della segregazione razziale (gli studenti di Meridian sono per l’86% afro-americani). Più di recente, però, anche se il Mississippi continua a guidare questa classifica così poco prestigiosa, il resto degli Stati Uniti pare si sia avviato sulla stessa strada, con conseguenze profonde e di lungo periodo non solo per gli individui coinvolti ma per la società americana tutta.</p>
<p><span id="more-3853"></span></p>
<p>Secondo gli ultimi dati del <a href="http://nces.ed.gov/">National Center for Education Statistics</a>, elaborati dalla <a href="http://www.southerneducation.org/Our-Strategies/Research-and-Publications/New-Majority-Diverse-Majority-Report-Series/A-New-Majority-2015-Update-Low-Income-Students-Now">Southern Education Foundation</a>, nel 2013 la maggioranza netta, ovvero il 51%, di tutti gli alunni di scuola pubblica in America rispondeva alla definizione “a basso reddito” (i pranzi gratuiti vengono distribuiti tra i ragazzi le cui famiglie hanno un reddito corrispondente al 135% della soglia di povertà, che nel 2013 si traduceva in meno di 19.669 dollari per un minorenne che vive con un solo adulto. I pranzi a prezzo ridotto vanno invece a quelli con un reddito familiare di meno del 185% della soglia di povertà, ovvero meno di 29.991 dollari nel 2013).</p>
<p>Si tratta naturalmente di un calcolo effettuato a livello nazionale, con il rapporto tra studenti più e meno agiati che varia di stato in stato. Il numero di ragazzi con difficoltà economiche è però ormai alto ovunque: più del 50% del totale in 21 stati e tra il 40% e il 49% in altri 19. Gli Stati Uniti meridionali e occidentali continuano a rappresentare l’epicentro di questa epidemia: dei 21 stati dove la maggioranza degli studenti sono poveri 13 si trovano nel sud e sei all’ovest. Nel resto del paese, Delaware, West Virginia, Indiana, Illinois, persino il ricco stato di New York, presentano ormai un profilo simile, con circa la metà degli alunni di scuola pubblica che provengono da famiglie a basso reddito.</p>
<p>Non è stato sempre così. I numeri sono andati progressivamente peggiorando negli ultimi 25 anni, in parte a causa dell’accresciuta disuguaglianza economica. Nel 1989, ad esempio, i figli di famiglie disagiate rappresentavano solo il 32% di tutti gli studenti della scuola pubblica. Al 2000, questo tasso era ancora sotto il 40%. Poi è arrivata la grande recessione a rendere il gap tra i ricchi e i poveri più estremo e, al 2011, la percentuale ha toccato quota 48%, arrivando poi a superare la soglia del 50% nel 2013. In un <a href="http://www.southerneducation.org/News-and-Events/posts/April-2014/Juvenile-Justice-Education-Programs-in-the-United-aspx.aspx">rapporto</a> pubblicato sempre dalla Southern Education Foundation quell’anno, si scriveva: “Con differenze enormi e persistenti nella qualità dell’istruzione, le scuole nel Sud e di tutto il paese corrono ora il rischio di diventare sistemi educativi immutabili e inadeguatamente finanziati che contribuiscono solo a far aumentare la divisione che esiste in America tra chi ha e chi non ha e a mettere in pericolo il futuro della nazione tutta”.</p>
<p>La situazione si è fatta talmente difficile che 13 stati e il distretto di Columbia hanno cominciato addirittura a servire la <a href="http://www.huffingtonpost.com/2015/01/15/los-angeles-school-dinner_n_6481230.html">cena gratuita</a> a scuola, per tutti quei ragazzi che hanno i genitori che lavorano fino a tardi e a casa hanno il frigorifero vuoto.</p>
<p>Nonostante questi sforzi, però, il <a href="http://www.unipd.it/ilbo/imbroglioni-far-studiare-meglio-figli">sistema di finanziamento </a>delle scuole pubbliche in America continua a dirottare più risorse su quelle che si trovano nei quartieri ricchi e meno su quelle che si trovano nelle aree disagiate, nonostante le ultime debbano fare fronte a ragazzi che non godono del sostegno familiare su cui solitamente possono contare quelli della classe media o benestanti, delle lezioni di piano, di danza, degli insegnanti di ripetizione e via dicendo, e che, generalmente, hanno problemi personali spesso complessi, che si riflettono anche in una certa difficoltà di apprendimento.  “Non stiamo fornendo alle scuole e agli insegnanti gli strumenti che servono a educare gli alunni dal reddito basso, nonostante questi stiano diventando una parte sempre più cospicua della popolazione studentesca”, ha dichiarato al <a href="http://www.nytimes.com/2015/01/17/us/school-poverty-study-southern-education-foundation.html?_r=0">New York Times</a> Steve Suitts, vicepresidente della Southern Education Foundation.</p>
<p>Per costoro, che sin dall’infanzia sono privati di opportunità sia a casa sia a scuola, la strada della vita è <a href="http://www.nytimes.com/2015/06/03/opinion/how-do-we-get-more-people-to-have-good-lives.html?_r=0">tutta in salita</a> e le possibilità di riprendersi da più grandi sono <a href="http://www.nytimes.com/interactive/2015/05/28/upshot/you-draw-it-how-family-income-affects-childrens-college-chances.html?_r=0&amp;abt=0002&amp;abg=0">scarse</a>. Numerosi studi mostrano come sia le abilità <a href="https://www.russellsage.org/sites/all/files/Smeeding_Tables_Figures.pdf">cognitive</a> sia quelle <a href="http://graphics8.nytimes.com/images/2015/06/03/opinion/03edsall-graphics-brookings-link/03edsall-graphics-brookings-link-master1050.jpg">non-cognitive</a>, ad esempio la perseveranza e la creatività, si sviluppano nei bambini in tandem con il reddito dei genitori. Di conseguenza, anche il successo nella propria carriera scolastica e accademica, e poi in quella professionale, è determinato già in tenera età dallo&#8230;Prosegue su <a href="http://www.unipd.it/ilbo/poveri-scuola-stati-uniti-si-scoprono-diseguali">IlBo</a></p>
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			<media:title type="html">Valentina Pasquali</media:title>
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		<title>Economia on demand: il ritorno dei braccianti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Pasquali]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2015 12:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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		<category><![CDATA[uberizzazione economia USA]]></category>
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					<description><![CDATA[Ormai le si può usare per pagare il conto al ristorante, in particolare quando lo si deve dividere tra più commensali; oppure per mandare le camice al lavasecco, con raccolta e consegna a domicilio; oppure ancora per trovare un passaggio sui jet privati per un weekend esotico. Sull’onda del successo ottenuto dall’avanguardia delle varie Uber, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ormai le si può usare per pagare il <a href="https://tabpayments.co/">conto</a> al ristorante, in particolare quando lo si deve dividere tra più commensali; oppure per mandare le camice al <a href="http://www.getwashio.com/">lavasecco</a>, con raccolta e consegna a domicilio; oppure ancora per trovare un passaggio sui <a href="http://www.ubair.com/">jet privati</a> per un weekend esotico. Sull’onda del successo ottenuto dall’avanguardia delle varie <a href="https://www.uber.com/it/">Uber</a>, <a href="https://www.airbnb.com/">AirBnB</a>, <a href="https://www.taskrabbit.com/">TaskRabbit</a>, le app che sono alla base della cosiddetta “<a href="http://onpoint.wbur.org/2015/06/01/uber-for-everything-on-demand-economy">sharing economy</a>” pervadono, almeno negli Stati Uniti e in <a href="http://www.huffingtonpost.ca/2015/04/01/uberization-uber-of-everything_n_6971752.html">Canada</a>, sempre più industrie e professioni, tanto che si comincia a parlare di una nuova economia <a href="http://www.economist.com/news/leaders/21637393-rise-demand-economy-poses-difficult-questions-workers-companies-and">“on demand”</a> (ovvero “su richiesta”, giacché basta cliccare su uno schermo di telefono per avvalersi di qualsiasi servizio) o, altrimenti, di <a href="http://www.buzzfeed.com/johanabhuiyan/its-already-over-and-uber-has-won#.ug0eM5NOR">“uberizzazione”</a> dell’economia.</p>
<p><span id="more-3851"></span></p>
<p>“In realtà preferirei non utilizzare il termine uberizzazione perché i meccanismi coinvolti precedono ed eccedono il caso specifico di Uber – dice <a href="http://www.maxwell.syr.edu/soc/Purser,_Gretchen/">Gretchen Purser</a>, professore di Sociologia presso la Maxwell School of Citizenship &amp; Public Affairs di Syracuse University – Ad ogni modo, con essa ci si riferisce al predominio di forme di impiego radicalmente insicure, in cui i lavoratori lavorano non con un orario fisso e deciso in anticipo, ma in maniera flessibile o esclusivamente su richiesta. Parliamo insomma della complete soggiogazione dei lavoratori ai capricci del mercato”.Per Purser, dunque, questo non è un fenomeno nuovo, ma solo la culminazione di una tendenza cominciata anni fa e di cui conosciamo fin troppo bene le conseguenze.</p>
<p>In questo caso, il precedente sarebbe quello dei <a href="http://www.eastbayexpress.com/oakland/the-gritty-life-of-a-day-laborer/Content?oid=3810328">“day laborers”</a>, che si traduce approssimativamente, con “braccianti” o, più semplicemente, “lavoratori a giornata”. Concentrati soprattutto nel settore edile e per lo più immigrati, spesso senza permesso di soggiorno, i day laborer sono coloro che ogni mattina all’alba si recano a predeterminati punti di incontro per attendere che un qualche piccolo imprenditore specializzato venga a raccoglierli, quando e se ne ha bisogno, per metterli al lavoro in un cantiere o nell’altro per un numero imprecisato di ore. “I braccianti sono l’epitomo dell’economia su richiesta e penso che quella che osserviamo oggi sia la sua diffusione a nuovi settori dell’economia e a segmenti più ampi della forza lavoro,” dice Pusner citando in primo luogo l’esempio della <a href="http://www.unipd.it/ilbo/content/tecnologia-e-nuove-schiavitu">vendita al dettaglio</a>.</p>
<p>Certo, i vantaggi, per i consumatori, sono evidenti: le nuove tecnologie sia offrono servizi sempre nuovi e diversi a prezzi generalmente accessibili sia riorganizzano in modo più conveniente ed efficiente l’erogazione di quelli vecchi, dalle <a href="https://www.helpling.com/">pulizie di casa</a> al<a href="https://www.beepi.com/default.aspx">la compravendita di auto usate</a> alla consultazione del <a href="https://www.medicast.com/">medico di famiglia</a>. In certi casi, inoltre, l’enfasi sull’aspetto di <a href="http://www.chiarelettere.it/libro/reverse/mi-fido-di-te-9788861906624.php">“sharing”,</a> di condivisione, aggiunge una nuova dimensione più personale e meno meccanica all’esperienza di consumo.</p>
<p>Per i lavoratori è più difficile fare un bilancio altrettanto positivo. Da un lato, le aziende on demand si vantano di poter garantire alla forza lavoro su cui fanno affidamento nuove opportunità di impiego, orari flessibili e <a href="http://www.bsgco.com/work/cases/uber">massima indipendenza</a>, ingredienti molto importanti per i tanti disoccupati del dopo-Grande Recessione, per coloro che vogliono arrotondare lo stipendio ma hanno solo la sera o il weekend per farlo; per le mamme di bambini piccoli che magari hanno lasciato il posto fisso ma avrebbero comunque tempo di fare qualche lavoretto di quando in quando; e per tutti coloro che, per una ragione o per l’altra, faticano a integrarsi nel sistema lavorativo dalle 8 alle 17 e sono invece predisposti a operare ad altri orari e con altri ritmi.</p>
<p>D’altro canto, però, alla massima indipendenza corrisponde anche la quasi completa <a href="http://www.nytimes.com/2015/01/29/technology/personaltech/uber-a-rising-business-model.html">mancanza</a> di garanzie di reddito e l’assenza di una rete di protezione in caso di malattia o incidente, un fatto tanto più grave negli Stati Uniti, dove essa è offerta solitamente non dal governo ma dai datori di lavoro stessi. “L’effetto più ovvio per i lavoratori americani è la loro precarizzazione – dice Purser – Lavoro che è instabile e imprevedibile significa guadagni che sono instabili e imprevedibili, e questo devasta la vita dei lavoratori, oltre che metterli l’uno contro l’altro”.</p>
<p>Se le <a href="http://www.economist.com/news/leaders/21637393-rise-demand-economy-poses-difficult-questions-workers-companies-and">tecnologie</a> hanno fatto la loro parte nello scardinare il sistema esistente di relazioni di lavoro e nel dar quindi vita all’economia delle app, così come l’aumentata disuguaglianza economica e un mondo in cui chi ha soldi non ha tempo e chi ha tempo non ha soldi, Pusner sostiene che non bisogna sottovalutare il ruolo giocato anche da altri fattori culturali e politici. “La convinzione diffusa che la forza lavoro sia un peso ha senz’altro contribuito ad alimentare questa trasformazione nella natura stessa dell’impiego – dice la studiosa – Così come anche il mantra neoliberale secondo cui ognuno dovrebbe essere un libero imprenditore”. <a href="http://www.economist.com/news/briefing/21637355-freelance-workers-available-moments-notice-will-reshape-nature-companies-and">Liberi imprenditori</a> che, però, nella maggioranza dei casi, non sono altro che freelance senza tutele, o, come li chiamiamo già da tempo in Italia, il “popolo delle Partite Iva”.</p>
<p>L’economia on demand è giovanissima e destinata senz’altro a <a href="http://www.producthunt.com/e/uber-for-x">crescere</a> ancora. Giacché il suo punto forte è la mediazione tra chi fornisce un servizio e chi vuole farne uso, facilitandone la comunicazione reciproca e offrendo garanzie che un tempo non sarebbero state disponibili anche rispetto a lavoratori impiegati dai clienti solo su base estremamente temporanea (ad esempio i designer e programmatori di <a href="http://www.peopleperhour.com/">PeoplePerHour</a>), alcuni settori con determinate caratteristiche ne saranno travolti più che altri. Non c’è dubbio, ad esempio, che il modello Uber sia in procinto di rivoluzionare, oltre all’industria dei trasporti e del taxi, anche quella della logistica. In cinque città, Chicago, Los Angeles, New York, Toronto e Barcellona, è già partito UberEats, il servizio di consegna pasti di Uber, mentre a Washington si possono chiamare gli autisti che guidano per questo marchio per farsi portare a casa la spesa. Tremi insomma <a href="http://www.economist.com/news/business/21654068-taxi-hailing-company-likely-disrupt-delivery-business-driving-hard">la FedEx</a> e le sue centinaia di migliaia di dipendenti, avverte l’Economist.</p>
<p>Secondo la consulente californiana Yvette Romero, il cui lavoro è stato ripreso recentemente <a href="http://www.huffingtonpost.ca/2015/04/01/uberization-uber-of-everything_n_6971752.html">dall’Huffington Post Canada</a>, pare ci sia grande potenziale per una app che renda i servizi degli avvocati disponibili online su richiesta, seguiti a ruota dai lavori di casa, dal giardinaggio e dalla consegna di bevande alcoliche a domicilio. In generale, la frequenza con cui si usa solitamente un servizio e il fatto che ci se ne avvalga in maniera imprevedibile e all’ultimo minuto sono, secondo Romero, due delle caratteristiche che&#8230;Prosegue su <a href="http://www.unipd.it/ilbo/economia-demand-ritorno-braccianti">IlBo</a></p>
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			<media:title type="html">Valentina Pasquali</media:title>
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		<title>Imbroglioni, per far studiare meglio i figli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Pasquali]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2015 09:21:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2011 Kelley Williams-Bolar, insegnante di recupero a Akron in Ohio, trascorse nove giorni in galera dopo essere stata condannata per truffa. Sempre nel 2011, una <a href="http://gawker.com/5796007/homeless-mom-faces-20-years-in-jail-for-sending-kids-to-wrong-school">donna</a> senza casa a Bridgeport in Connecticut, fu arrestata per il medesimo reato. Lo stesso fato è toccato anche a Yolanda Hill di Rochester, New York, nel 2009, e, di recente, a decine e decine di altre persone in tutto il paese. Tutte queste storie, raccontate dal sito web di informazione <a href="http://hechingerreport.org/can-you-steal-an-education/">The Hechinger Report</a>, hanno un elemento in comune: riguardano genitori che hanno mentito a proposito della propria residenza nel tentativo di iscrivere i figli in scuole pubbliche migliori di quelle che sarebbero toccate loro altrimenti. Anche se i dati in proposito sono ancora insufficienti a offrire una fotografia accurata di questo fenomeno, noto oggi con il nome di “furto educativo”, l’osservazione aneddotica fatta dagli esperti pare suggerire che esso si sia molto intensificato negli ultimi anni, in parallelo all’aumento della disuguaglianza economica negli Stati Uniti.</p>
<p><span id="more-3849"></span></p>
<p>“Vediamo sempre più madri e padri che vengono perseguiti dalla legge e talvolta incarcerati per aver mandato i figli in scuole di qualità più alta rispetto a quelle del quartiere in cui abitano – dice <a href="http://west.edtrust.org/?team=ryan-j-smith">Ryan J. Smith</a>, direttore esecutivo di The Education Trust-West, un’organizzazione non-profit californiana che si occupa di avanzare gli interessi dei cittadini meno privilegiati sul fronte dell’istruzione – Naturalmente si tratta per la maggior parte di genitori poveri o appartenenti alle minoranze etniche”.</p>
<p>Questo paese spende circa 600 miliardi di dollari l’anno (<a href="http://nces.ed.gov/pubs2014/2014303.pdf">dati</a> relativi al 2011-2012) per finanziare l’istruzione elementare, media e superiore pubblica – con una media complessiva per alunno di 11.770 dollari, ed effettiva di 9.937 a testa se si escludono gli interessi sul debito e altre voci che non impattano direttamente gli studenti. Ma la maniera in cui la raccolta ed erogazione di fondi è regolata fa sì che esistano enormi differenze nelle risorse a disposizione dei vari stati, contee, città e persino singole scuole. “Il tuo codice postale è spesso un forte indicatore della qualità dell’istruzione su cui possono contare i tuoi figli – dice Smith – Laddove è maggiore la concentrazione di minoranze e di poveri, le risorse a disposizione sono generalmente inferiori”.</p>
<p>La costituzione americana sancisce che l’istruzione sia innanzitutto responsabilità dei governi statali. Anche se esistono una serie di finanziamenti federali, essi sono pensati solo per partecipare e non per sostituire la spesa locale, che dipende generalmente da imposte sulle vendite, sugli immobili e altre tasse di questo genere. In pratica, solo il 10,1% dei 600 miliardi citati proviene dalla capitale Washington, mentre il 45,1% arriva dagli erari statali e il 44,8% da quelli locali (di contea o municipalità). Con il risultato che l’Alpine School District, nei dintorni di Provo in Utah, investe poco più di 5.000 dollari per alunno, meno di qualsiasi altro Stato negli Stati Uniti, mentre quello della città di New York, che invece è in testa alla classifica, ne sborsa oltre 20.000 (numeri relativi alle spese correnti). Proprio per il fatto che parte dei finanziamenti all’istruzione dipendono da tasse iper-locali, il gap tra scuole ricche e scuole povere esiste anche all’interno dei singoli Stati. Così, ad esempio, gli istituti pubblici della contea Loudon nella Virginia settentrionale, che nei fatti non è altro che un ricco sobborgo di Washington, spendono circa 12.000 dollari l’anno per capita, mentre quelli della contea Chesterfield, subito a sud della ben più povera capitale statale Richmond (la cui popolazione è prevalentemente afro-americana), ne spendono meno di 8.500. “Fa riflettere che, nonostante siano passati ormai 60 anni dalla famosa sentenza della Corte Suprema nel caso Brown v. Board of Education che dichiarò incostituzionale la segregazione delle scuole, esse siano di fatto ancora segregate &#8211; dice Simth – Se il sistema educativo pubblico è pensato per essere gratuito e disponibile a tutti, perché creiamo tutte queste barriere che impediscono l’accesso di tanti ragazzi a un’istruzione di qualità?”.</p>
<p>Al gap nell’allocazione dei fondi &#8211; con i ragazzi di famiglie benestanti che hanno accesso gratuito alle scuole meglio finanziate e viceversa &#8211; si aggiunge il fatto che i distretti più poveri devono far fronte a esigenze educative più complesse. Essi infatti hanno il compito di formare alunni che provengono spesso da situazioni familiari difficili, se non disastrate, e che non ricevono alcuna attenzione dai genitori &#8211; i quali lavorano tre turni al giorno per arrivare a fine mese, o sono in galera, o hanno problemi di tossicodipendenza &#8211; e altri ancora che, figli di immigrati appena arrivati nel paese, non parlano inglese. Mentre nei quartieri residenziali più ricchi, i cui studenti sono più omogenei dal punto di vista etnico e dei livelli di istruzione delle famiglie di origine, più soldi vanno a servire un’utenza meno problematica.</p>
<p>Data questa situazione paradossale in cui, anche senza contare la rete sempre più vasta e costosa di istituti privati per ultra-ricchi, chi più ha più riceve, non sorprende che alcuni genitori con risorse finanziarie limitate ma una certa intraprendenza di spirito provino ad aggirare il sistema per garantire ai figli un’istruzione migliore e qualche possibilità in più di farcela. E, dato che nella maggior parte dei casi la frequentazione di una data scuola dipende dal loro luogo di residenza, essi finiscono per falsificare la documentazione relativa, ad esempio dichiarando di abitare ad un indirizzo in cui invece vive un amico o un familiare compiacente.</p>
<p>Non è del tutto chiaro perché la frequenza di queste infrazioni sia oggi in crescita. I fattori in gioco sono probabilmente molteplici. Da un lato, l’aumento della disuguaglianza all’interno della società americana e quello parallelo della competitività del mercato del lavoro globalizzato, oltre al tanto dibattere sul cosiddetto “premio” universitario (la differenza positiva di reddito garantita ai lavoratori in possesso almeno di una laurea), stanno probabilmente convincendo sempre più famiglie a fare tutto il possibile per dare ai figli un’educazione adeguata. Dall’altro, è probabile che un misto delle stesse preoccupazioni dia maggiori pensieri agli americani che sono privilegiati e privilegiati vogliono rimanere, i quali stanno <a href="http://bostonpublicschools.org/residency">spingendo</a> con sempre più fervore i propri distretti scolastici affinché facciano valere la legge, per quanto insensata. “Quelle che siano le ragioni – dice Smith &#8211; il fatto che in California il procuratore generale Kamala Harris abbia dato vita a una <a href="http://oag.ca.gov/bcj">divisione</a> ‘la giustizia dei bambini’, istruendola anche di indagare l’eccessiva criminalizzazione di queste trasgressioni, è un segnale del fatto che il problema esiste e sta peggiorando”.</p>
<p>Secondo Smith le norme in proposito sono “assurde” e vanno cambiate. “La domanda che ci dobbiamo porre è se abbia senso&#8230;Prosegue su <a href="http://www.unipd.it/ilbo/economia-demand-ritorno-braccianti">IlBo</a></p>
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