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	<title>Centro Synthesis</title>
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	<description>Centro Studi e Ricerca Synthesis</description>
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		<title>CARE ACADEMY 2026 &#8211; &#8220;L&#8217;Elefante Invisibile – Dialoghi sulla complessità e sulla diversità&#8221;</title>
		<link>https://www.centrosynthesis.it/2026/02/care-academy-2026/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 17:48:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CARE ACADEMY]]></category>
		<category><![CDATA[per insegnanti: L'INSEGNANTE CONSAPEVOLE]]></category>
		<category><![CDATA[2026]]></category>
		<category><![CDATA[care academy]]></category>
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					<description><![CDATA[Care Academy è una scuola speciale dedicata alla “relazione” pensata specialmente (manon solo) per tutti i professionisti e volontari della Relazione di Aiuto che voglionomigliorare il modo in cui si relazionano con le persone che assistono, e per tutti coloro chevogliono approfondire gli argomenti proposti. L’edizione 2026 prevede 4 seminari esperienziali, Ciò che rende speciale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-center has-pale-cyan-blue-background-color has-background"><strong>Care Academy è una scuola speciale dedicata alla “relazione” pensata specialmente (ma<br>non solo) per tutti i professionisti e volontari della Relazione di Aiuto che vogliono<br>migliorare il modo in cui si relazionano con le persone che assistono, e per tutti coloro che<br>vogliono approfondire gli argomenti proposti.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/09/image0-1.jpeg"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="408" src="https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/09/image0-1-1024x408.jpeg" alt="" class="wp-image-2644" srcset="https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/09/image0-1-1024x408.jpeg 1024w, https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/09/image0-1-300x120.jpeg 300w, https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/09/image0-1-768x306.jpeg 768w, https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/09/image0-1.jpeg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>L’edizione 2026 prevede <strong>4 seminari esperienziali</strong>,</p>



<p>Ciò che rende speciale la Care Academy è il gruppo internazionale dei docenti, provenienti<br>da Italia, Irlanda e Regno Unito, che apportano una prospettiva unica e arricchente.<br><br>I seminari si terranno online su&nbsp;<strong>ZOOM&nbsp;dalle 9:00 alle 13:00</strong> nei seguenti giorni:</p>



<p><br><strong>19/10/24</strong>: <strong><em>Cultura,  Lingua,  Identità꞉  Quando  le Differenze  Contano. <br>COME  BIAS  E  PREGIUDIZI  POSSONO  OSTACOLARE  LA  RELAZIONE <br>D’AIUTO  E  COSA  POSSIAMO  FARE  PER  EVITARLO</em></strong> con Erika Agresti e Paolo Assandri</p>



<p><strong>21/2/26</strong>: L<strong><em>a  Professione  d’Aiuto  e la  Comunità  LGBTQ+. TRASFORMARE  IL  PREGIUDIZIO  IN  ALLEANZA</em></strong> con <em>Marco  Pilia,</em>  psicoterapeuta  e  counselor  psicologico  a  Londra<br></p>



<p>Un’occasione unica per chi desidera approfondire le dinamiche della relazione di aiuto (e<br>non solo) con un approccio internazionale e innovativo.</p>



<p>E’ possibile partecipare con un’<strong>offerta libera</strong> per ogni singolo seminario, che ci aiuterà a<br>coprire le spese organizzative e a supportare i nostri fantastici docenti. Ogni contributo è<br>apprezzato e ci permette di continuare ad offrire contenuti di qualità.</p>



<p><strong>Per bonifici bancari:</strong> Associazione Sul Sentiero APS – IBAN<br>IT74M0103002803000002079120 con causale “Donazione”</p>



<p><strong>Per informazioni e iscrizioni:</strong><br>Potete scrivere a: careacademy.ass@gmail.com<br>Potete scrivere tramite WhatsApp ai seguenti numeri (si prega di inviare un mesaggio):<br>Cinzia Daviddi 370 305 9068 – Donella Bramanti 328 05 59 217 – Paolo Assandri (+44)<br>7843 117413</p>



<p><br><strong>Modalità di Svolgimento degli incontri:</strong> Workshop on-line su Zoom</p>



<p><strong>Destinatari: </strong>operatori impegnati nella relazione di aiuto (insegnanti, counselor, coach,<br>psicologi, psicoterapeuti, medici, fisioterapisti, nutrizionisti, operatori sanitari, personal<br>trainer, orientatori professionali, mediatori familiari, etc.), volontari di organizzazioni no-<br>profit e tutti coloro che sono interessati agli argomenti proposti.</p>
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		<title>COSA POSSIAMO IMPARARE DALL&#8217;INCONTRO TRA CULTURE &#8211; appunti del seminario del 10 Gennaio 2026 &#8211; Erika Agresti e Paolo Assandri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 17:37:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[care academy]]></category>
		<category><![CDATA[culture]]></category>
		<category><![CDATA[Erika Agresti]]></category>
		<category><![CDATA[incontro]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Assandri]]></category>
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					<description><![CDATA[Cosa possiamo imparare dell’incontro tra culture: appunti del seminario del 10 Gennaio 2026. Viviamo in una società in cui la dimensione interculturale non è più un’ipotesi astratta, ma una realtà quotidiana. Lo vediamo nelle scuole, nei servizi sociali, negli ambulatori, nei luoghi di lavoro. Sempre più spesso incontriamo persone con storie, lingue e riferimenti culturali [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Cosa possiamo imparare dell’incontro tra culture: appunti del seminario del 10 Gennaio 2026.</strong></p>



<p>Viviamo in una società in cui la dimensione interculturale non è più un’ipotesi astratta, ma una realtà quotidiana. Lo vediamo nelle scuole, nei servizi sociali, negli ambulatori, nei luoghi di lavoro. Sempre più spesso incontriamo persone con storie, lingue e riferimenti culturali differenti dai nostri.</p>



<p>È in questo contesto che il seminario del 10 gennaio 2026 (dal titolo “<strong><em>Cultura, Lingua, Identità: Quando le Differenze Contano. </em></strong><em><strong>Come bias e pregiudizi possono ostacolare la relazione&nbsp; d’aiuto e cosa possiamo fare per evitarlo</strong></em><em>)</em> ha offerto uno spazio vivo e partecipato di riflessione su cosa accade quando la diversità culturale non resta un tema teorico, ma entra nel corpo, nelle emozioni e nella pratica professionale.</p>



<span id="more-2680"></span>



<p>Il cuore della giornata è stato un continuo dialogo tra vissuti personali e sguardo professionale, con l’obiettivo di sviluppare uno sguardo più consapevole sull’altro, riconoscere i propri automatismi culturali e aprirsi a modi più autentici e meno difensivi di vivere la relazione.</p>



<p><strong>Transculturalità: quando i mondi si incontrano</strong></p>



<p>Il concetto di transculturalità è emerso come una chiave importante per leggere il presente. Non significa solo riconoscere che esistono culture diverse, ma comprendere che, nella vita reale delle persone, queste culture si incontrano, si mescolano e si trasformano continuamente. Le esperienze di ciascuno diventano così uniche, modellate da relazioni e contesti sempre nuovi.&nbsp;</p>



<p>L’incontro tra persone provenienti da mondi culturali differenti non è mai neutro: porta con sé aspettative, possibili fraintendimenti ma anche opportunità di cambiamento e crescita.</p>



<p>Durante il seminario, l’invito è stato quello di <strong>abitare lo spaesamento</strong>: riconoscere la fatica e la bellezza degli incontri che ci mettono in discussione e ci allontanano dalle nostre certezze.</p>



<p><strong>Spaesamento culturale: un’esperienza da valorizzare</strong></p>



<p>Lo spaesamento non riguarda solo chi arriva in un nuovo paese. Anche chi accoglie o lavora nella relazione d’aiuto può sperimentarlo. Un’operatrice raccontava, ad esempio, quanto sia difficile sostenere un colloquio quando le parole non bastano e si ha la sensazione di non riuscire davvero a capirsi.</p>



<p>Nel lavoro interculturale, saper restare nello spaesamento senza volerlo subito “sistemare” diventa una risorsa. È proprio lì che ci accorgiamo del limite del nostro punto di vista e possiamo iniziare a entrare nella prospettiva dell’altro.</p>



<p><strong>Identità e appartenenze: un intreccio dinamico</strong></p>



<p>Un tema centrale ha riguardato il rischio di ridurre le persone alla loro provenienza geografica o religiosa. L’identità non è mai un blocco fisso: è relazionale, situata, intersezionale.</p>



<p>Le testimonianze hanno mostrato quanto le appartenenze possano essere molteplici: persone cresciute tra più paesi, famiglie che attraversano migrazioni interne, individui che si sentono a casa in più culture contemporaneamente. Praticare la transculturalità significa rinunciare alla tentazione di classificare l’altro con categorie rigide.</p>



<p><strong>Linguaggio e potere: chi parla e chi viene ascoltato</strong></p>



<p>Il tema del linguaggio è emerso come uno dei nodi più sensibili. Chi non parla bene l’italiano, o lo parla con accento, spesso viene percepito come meno competente o meno affidabile. Ma come è stato sottolineato nel seminario, la lingua è anche uno strumento di potere, capace di includere o escludere.</p>



<p>È stato ricordato quanto sia importante, nel lavoro di relazione, porre attenzione anche ai linguaggi non verbali e paraverbali: il tono della voce, la postura, il ritmo del discorso. Talvolta, un sorriso o uno sguardo attento valgono più di mille parole corrette.</p>



<p><strong>La ruota del potere: rendere visibile ciò che non vediamo</strong></p>



<p>Un momento particolarmente significativo è stato il lavoro con la <em>ruota del potere</em>, uno strumento che aiuta a visualizzare la posizione di vantaggio o svantaggio che ciascuno occupa nella società.</p>



<p>L’esercizio ha avuto un forte impatto emotivo. Molti hanno scoperto quanti privilegi possiedono senza averne mai avuto piena consapevolezza; altri hanno contattato esperienze di esclusione o marginalità.</p>



<p>È emerso con chiarezza che nella relazione d’aiuto non esiste neutralità: prendere coscienza del proprio posizionamento è un atto etico, oltre che professionale.</p>



<p>Il privilegio, inoltre, non è immutabile. Può cambiare nel corso della vita: con l’invecchiamento, ad esempio, o quando una famiglia si trova ad affrontare esperienze che la espongono a nuove forme di marginalità.</p>



<p><strong>Privilegio: non colpa, ma responsabilità</strong></p>



<p>Avere un privilegio non significa aver fatto qualcosa di sbagliato. Significa riconoscere di beneficiare di vantaggi strutturali che spesso diamo per scontati. Durante la riflessione è emersa l’immagine della <em>“lotteria della vita”</em>: molte condizioni non dipendono dalle nostre scelte.</p>



<p>Riconoscere i propri privilegi non deve generare senso di colpa paralizzante, ma una responsabilità consapevole. Solo da qui può nascere una relazione autentica, capace di disattivare le dinamiche inconsapevoli di superiorità o inferiorità che spesso attraversano anche il lavoro sociale ed educativo. Finché il tema del potere resta implicito, infatti, le relazioni continuano a muoversi dentro gerarchie e appartenenze sociali non dichiarate</p>



<p>Allo stesso tempo, è importante che chi vive condizioni di svantaggio individui gli spazi che permettono di ampliare la propria libertà di movimento. Per un ragazzo, ad esempio, lo studio può diventare una strada concreta per aumentare le proprie possibilità sociali.</p>



<p>Per alcune persone del gruppo è stato significativo riconoscere di aver avuto molti privilegi senza averli sempre utilizzati. Tuttavia, proprio questi vantaggi hanno garantito la possibilità di scegliere: la libertà di poter attivare o meno le risorse disponibili.</p>



<p><strong>Intersezionalità: siamo più di una sola etichetta</strong></p>



<p>Attraverso l’intero seminario, si è insistito sulla complessità dell’identità umana. L’approccio intersezionale ci invita a non guardare le persone secondo una sola dimensione, come immigrato, donna, omosessuale, ma a considerare come le varie dimensioni si intersechino, si influenzino e generino esperienze uniche.</p>



<p>L’intersezionalità è una lente fondamentale per chi lavora nella relazione d’aiuto, perché impedisce la semplificazione e stimola una curiosità rispettosa verso la storia di vita di ogni persona.</p>



<p><strong>Rabbia, colpa, vergogna: emozioni da ascoltare</strong></p>



<p>La giornata non è stata solo concettuale ma anche emotiva. Sono emersi vissuti di rabbia per le ingiustizie, senso di colpa per i privilegi, vergogna per atteggiamenti inconsapevoli.</p>



<p>Queste emozioni sono state accolte come segnali di un processo in atto. In particolare, la rabbia è stata riletta come un’energia preziosa: una forza che può aiutare a reagire alla marginalità e a trovare il coraggio di affermarsi e prendere spazio nella relazione e nella società.</p>



<p><strong>Formazione continua e supervisione: condizioni essenziali</strong></p>



<p>Molti partecipanti hanno sottolineato il bisogno di formazione continua e supervisione per affrontare la complessità del lavoro interculturale. La supervisione non è un lusso, ma una pratica di cura del sé professionale: uno spazio per fermarsi, rileggere, ricevere feedback e disinnescare automatismi e pregiudizi.</p>



<p><strong>Verso una postura più umana e consapevole</strong></p>



<p>In conclusione, il seminario ha lasciato un messaggio chiaro. Non esiste una tecnica perfetta per la relazione d’aiuto interculturale, ma esiste una postura. Una postura fatta di umiltà, ascolto, attenzione al contesto, disponibilità a mettersi in discussione.</p>



<p>Fare spazio all’altro senza farsi da parte, tenere insieme fermezza e flessibilità, saper restare nello spaesamento senza fretta di uscirne. È questa, forse, la sfida più grande e più bella del nostro tempo: poter partecipare noi stessi a questo processo di trasformazione sulla frontiera di più mondi.</p>



<p class="has-text-color has-link-color wp-elements-c9cfdba036489d73132331f8e6ba97e2" style="color:#1eac46"><strong>Autori.</strong><br><br><strong>Erika Agresti</strong> è una psicologa e psicoterapeuta con formazione in Psicosintesi. Da oltre vent’anni lavora in ambito clinico e transculturale, occupandosi di adozioni internazionali, migrazione e formazione, con particolare attenzione alle pratiche consapevolezza, all’incontro tra culture.<br><br><strong>Paolo Assandri</strong> è uno psicologo-psicoterapeuta italiano a Londra, registrato HCPC e accreditato UKCP. Lavora da 20 anni in ambito clinico e formativo tra UK e Italia. Insegna psicosintesi e si occupa di psicoterapia breve, con particolare interesse per ansia, dolore cronico e sul ruolo dei pregiudizi e dei bias nella relazione di cura.<br><br></p>
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			</item>
		<item>
		<title>MOTIVAZIONE, VOLONTA’, AUTOCONTROLLO IN DONNE CON DIFFICOLTA’ AD ADERIRE E A SEGUIRE I PROGRAMMI NUTRIZIONALI PER LA PREVENZIONE TERZIARIA DI TUMORI AL SENO</title>
		<link>https://www.centrosynthesis.it/2024/11/motivazione-volonta-autocontrollo-in-donne-con-difficolta-ad-aderire-e-a-seguire-i-programmi-nutrizionali-per-la-prevenzione-terziaria-di-tumori-al-seno/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Nov 2024 17:14:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attuali progetti di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[dieta]]></category>
		<category><![CDATA[dietistica]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[volontà]]></category>
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					<description><![CDATA[Promotore: Centro Studi e Ricerca Synthesis &#8211; Sul Sentiero Associazione di Promozione SocialeVia Stenterello 10, Firenze www.centrosynthesis.it info@associazionesulsentiero.ittel. 3383330100 Sperimentatore Principale: Andrea BonacchiCentro Studi e Ricerca Synthesis &#8211; Sul Sentiero APSTel. : 3487522690 email: andreabonacchi@centrosynthesis.it Altri Sperimentatori:Carlotta TagliaferroCentro Studi e Ricerca Synthesis &#8211; Sul Sentiero APSDonella BramantiCentro Studi e Ricerca Synthesis &#8211; Sul Sentiero APSLisa [&#8230;]]]></description>
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<p><strong><em>Promotore: </em></strong>Centro Studi e Ricerca Synthesis &#8211; Sul Sentiero Associazione di Promozione Sociale<br>Via Stenterello 10, Firenze    www.centrosynthesis.it   info@associazionesulsentiero.it<br>tel. 3383330100</p>



<p><strong><em>Sperimentatore Principale:</em></strong> Andrea Bonacchi<br>Centro Studi e Ricerca Synthesis &#8211; Sul Sentiero APS<br>Tel. : 3487522690   email: andreabonacchi@centrosynthesis.it</p>



<p><strong>Altri Sperimentatori:</strong><br><em>Carlotta Tagliaferro</em><br>Centro Studi e Ricerca Synthesis &#8211; Sul Sentiero APS<br><em>Donella Bramanti</em><br>Centro Studi e Ricerca Synthesis &#8211; Sul Sentiero APS<br><em>Lisa Sequi</em><br>Ambulatorio Nutrizionale CeRiOn (Centro Riabilitazione Oncologica) di villa le Rose, Firenze<br><em>Francesca Chiesi</em><br>Università di Firenze (UNIFI) – Dipartimento NEUROFARBA, e-mail francesca.chiesi@unifi.it telefono: <br><em>Giovanna Masala</em><br>direttore S.C. Epidemiologia Clinica e di supporto al Governo Clinico; Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (ISPRO)<br><em>Isolina Bracciali</em>   responsabile SS Centro Riabilitazione Oncologica; Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (ISPRO)<br><br><em>Centro Partecipante</em> Ambulatorio Nutrizionale CeRiOn (Centro Riabilitazione Oncologica) di villa le Rose,<br>Istituto per lo Studio, la Prevenzione e la Rete Oncologica, Firenze</p>



<p><strong><em>Background e razionale</em></strong></p>



<p>Il tumore al seno è la neoplasia più frequente in assoluto per incidenza nella popolazione femminile. Secondo i dati del report “I numeri del cancro in Italia 2020” in Italia sono state stimate circa 55.000 nuove diagnosi di carcinomi della mammella femminile nel 2020, con una sopravvivenza netta a 5 anni dalla diagnosi pari all’88% (Tumori A.I.R, 2012).<br>Molteplici studi presenti in letteratura hanno mostrato come il rischio di poter contrarre cancro al seno sia correlato a fattori modificabili appartenenti allo stile di vita (Linos et al., 2007; Duncan, 2007; Cummings, 2007; Mokbel, 2003). In particolare, studi osservazionali suggeriscono come l&#8217;esercizio fisico regolare, la riduzione del peso corporeo e la diminuzione o l&#8217;interruzione dell&#8217;assunzione di alcolici possano ridurre il rischio di sviluppare questa patologia (McTiernan et al., 2003; Eliassen et al., 2006; Smith-Warner et al., 2998). Per quanto concerne lo stile alimentare adottato, la dieta occidentale, composta prevalentemente da carne, uova, latticini, è stata riscontrata tra le probabili cause dell&#8217;aumento dell&#8217;incidenza di questa malattia e della relativa mortalità (Cui et al., 2007; Ronco et al., 2006). Inoltre, alimenti quali frutta e verdura contengono un&#8217;ampia gamma di componenti che possono avere effetti di prevenzione del tumore, tra cui vitamine antiossidanti come la vitamina C e la vitamina E (Steinmetz &amp; Potter, 1996).<br>Gli interventi comportamentali contro il cancro si sono concentrati prevalentemente sulla prevenzione primaria, e, il ruolo dei cambiamenti dello stile di vita dopo il trattamento della neoplasia nella prevenzione della morbilità e della mortalità ha ricevuto un&#8217;attenzione empirica limitata. Questa mancanza di evidenze risulta un aspetto fondamentale su cui intervenire dal punto di vista della ricerca, poichè le pazienti che hanno avuto il cancro al seno che modificano uno stile di vita sedentario, o perdono peso in eccesso, non solo ridurranno il rischio di malattie croniche, come le malattie cardiovascolari (National Research Council, 1989; Manley, 1996), ma ridurranno anche il rischio di recidiva. Di contro, le pazienti che hanno avuto ill cancro al seno che sono in sovrappeso tendono ad avere prognosi più sfavorevoli e tassi di recidiva più elevati rispetto a quelle che non lo sono (Bastarrachea et al., 1994; Donegan et al., 1978).<br>In linea con queste evidenze, le raccomandazioni dell&#8217;AICR e dell&#8217;American Cancer Society (ACS) per coloro che hanno avuto malattie oncologiche includono un&#8217;alimentazione ricca di frutta e verdura, povera di grassi e zuccheri aggiunti, e l&#8217;impegno in una regolare attività fisica (Rock et al., 2022). Nonostante siano a conoscenza di questo, molte pazienti che hanno avuto tumore al seno, non seguono gli accorgimenti indicati (Cho &amp; Park, 2018; Arem et al., 2020), e a cambiare i comportamenti a rischio nel medio e lungo termine (Contento, 2007). D’altro canto, i programmi di educazione alla nutrizione e all&#8217;attività fisica sembrano essere più efficaci se incentrati sul comportamento specifico e sulla cultura di riferimento delle singole pazienti (Contento et al., 1995; Atkins &amp; Michie, 2013). Prima di progettare gli interventi, sarebbe quindi necessario esplorare meglio gli obiettivi, i bisogni, le caratteristiche e le barriere al cambiamento presenti nella popolazione di riferimento. Nello specifico, l’autoefficacia, intesa in ambito psicologico come la convinzione di una persona di essere in grado di eseguire uno specifico comportamento (Bandura, 1977) e l’autocontrollo, la capacità di orientare le proprie risposte, nonché di interrompere le tendenze comportamentali indesiderate e di astenersi dall&#8217;agirle (Tangney et al., 2018), sono componenti fondamentali nei modelli di cambiamento del comportamento e predittori coerenti della perdita di peso (Armitage &amp; Conner, 2000; Teixera et al., 2005; Kinnunen et al., 2012; Konttinen et al., 2009). Tra le caratteristiche personali di rilievo nell’intraprendere e mantenere uno stile di vita sano, è possibile trovare anche la volontà, intesa come “l’insieme dei meccanismi utilizzati nella formazione nel mantenimento e nell’attuazione di obiettivi e intenzioni” (Heckhausen, 2007, citato da Brass et al.,2013, p.13), il cui ruolo nell’ambito nutrizionale necessita ancora di maggiori approfondimenti.<br>L’identificazione di predittori modificabili della perdita di peso sarebbe importante per migliorare l&#8217;efficacia dei programmi stessi, in quanto potrebbero essere utilizzati sia per selezionare le persone che si troveranno bene nei programmi, sia per mettere in risalto le persone che potrebbero richiedere un ulteriore supporto (ad esempio, modificando questi predittori) (Armitage et al., 2014).</p>



<p><strong><em>Obiettivi dello studio</em></strong></p>



<p>All’ambulatorio nutrizionale di Villa Le Rose afferiscono ogni anno circa 150 nuove pazienti che hanno avuto carcinoma al seno; poiché circa il 50 % di queste pazienti mostrano alle visite di controllo una scarsa aderenza alle proposte, non raggiungendo il calo ponderale suggerito e poichè per esse non è previsto al momento nessun approfondimento per comprendere le ragioni del fallimento, lo scopo principale del presente studio è comprendere attraverso questionari autosomministrati gli aspetti che portano al successo / insuccesso nel raggiungimento degli obiettivi nutrizionali. Una attenzione particolare verrà data alla valutazione degli aspetti psico-sociali e al ruolo della motivazione, della volontà e della capacità di autocontrollo nel raggiungimento o meno degli obiettivi nutrizionali.</p>



<p><strong><em>Disegno dello studio</em></strong></p>



<p>Il presente studio si caratterizza per essere uno studio osservazionale prospettico.</p>



<p>Lo studio sarà monocentrico e coinvolgerà l’ambulatorio nutrizionale di Villa Le Rose a Firenze.<br>Lo studio avrà durata di 3 anni dalla progettazione alla pubblicazione dei risultati.<br>Data presunta dell’inizio della raccolta dati: 1 aprile 2023.</p>



<p>Durante la prima visita ambulatoriale, la nutrizionista compilerà una scheda con i dati socio-demografici, clinici e nutrizionali delle pazienti coinvolte nello studio (vedi modulo: “Scheda raccolta dati_1”).<br>Alle pazienti sarà somministrato, durante l’attesa della prima visita all’ambulatorio nutrizionale, da parte dei ricercatori un questionario composto da scale per la valutazione di:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>del benessere percepito: Well-Being Numerical Rating Scales (WB-NRSs; Bonacchi et al., 2021)</li>



<li>della volontà: Will Scale (WS; Bonacchi et al., in preparation)</li>



<li>dell’ottimismo disposizionale: Life Orientation Test – Revised (LOT-R; Scheier et al., 1994; versione italiana: Chiesi et al., 2013)</li>



<li>della percezione di controllo sulla propria vita: Pearlin-Schooler Mastery Scale (PSMS; Pearlin &amp; Schooler, 1978)</li>



<li>di un tratto di resilienza denominato “Sense of Coherence”: Sense of Coherence Scale 3 (SOC-3; Lundberg &amp; Nystrom Peck, 1995; versione italiana: Chiesi et al., 2016)</li>



<li>del senso generale di autoefficacia percepita: General Self Efficacy Scale (Schwarzer &amp; Jerusalem, 1995; versione italiana: Sibilia et al., 1995)</li>



<li>di personalità: Ten Item Personality Inventory (TIPI; Gosling et al., 2003; versione italiana: Chiorri et al., 2014)</li>



<li>dell’inflessibilità psicologica: Acceptance and Action Questionnaire (AAQ-II, Bond et al., 2009; versione italiana: Pennato et al., 2015)</li>



<li>dell’autocontrollo: Brief Self-Control Scale (BSCS; Tangney et al., 2004; versione italiana: Chiesi et al., 2020)</li>



<li>di depressione, ansia e stress: Depression Anxiety Stress Scale – Short (DASS-21; Henry &amp; Crawford, 2005; versione italiana: Bottesi et al., 2015) Grazie alla scelta di scale agili e di facile comprensione la compilazione dei questionari richiede circa quindici &#8211; venti minuti.</li>
</ul>



<p>Durante le quattro visite ambulatoriali successive alla prima (che si tengono con una cadenza circa bimestrale), la nutrizionista compilerà una scheda con i dati clinici e nutrizionali aggiornati (vedi modulo: “Scheda raccolta dati_2”).</p>



<p>Durante la quinta visita saranno inoltre somministrati nuovamente i questionari.</p>



<p>In questo modo le pazienti saranno seguite per circa un anno dalla prima visita ambulatoriale e compileranno in questionari ad inizio e conclusione di questo periodo.</p>



<p>I semestre II semestre III semestre IV semestre V semestre VI semestre<br>Preparazione studio e comitato etico<br>Raccolta dati Raccolta dati Raccolta dati<br>Ciclo incontri psico-educazionali Analisi dati<br>Presentazione risultati</p>



<p><strong><em>Popolazione in studio</em></strong></p>



<p>Il presente studio monocentrico coinvolgerà 150 nuove pazienti afferenti all’Ambulatorio Nutrizionale del CeRiOn di Villa Le Rose; la numerosità dei partecipanti allo studio è stata ritenuta sufficiente sulla base di similari studi descrittivi osservazionali presenti in letteratura con finalità e metodologia analoghe.</p>



<p><strong><em>Criteri di eleggibilità</em></strong><br>Criteri d’inclusione:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>Pazienti seguiti nell’ ambulatorio nutrizionale di Villa Le Rose a Careggi per interventi di prevenzione terziaria;</li>



<li>Pazienti con diagnosi di carcinoma al seno;</li>



<li>Pazienti che dopo essere state informate ed aver ricevuto il documento con l’informativa sullo studio, decidono di firmare il consenso informato alla partecipazione allo studio.<br>Criteri d’esclusione:</li>



<li>età sotto i 18 anni e sopra gli 85;</li>



<li>ridotte capacità cognitive;</li>



<li>stato generale di salute compromesso in modo tale da rendere impossibile la compilazione autonoma dei questionari;</li>



<li>diagnosi psichiatrica.</li>
</ol>



<p><strong><em>Endpoint dello studio</em></strong></p>



<p>Endpoint primario<br>Endpoint primario è l’ efficacia dell’intervento nutrizionale in relazione a tratti psicologici soggettivi ed in particolare: autocontrollo, motivazione, volontà<br>La parte dell’efficacia dell’intervento nutrizionale verrà valutata attraverso le schede nutrizionali (All.1 e 2)<br>Per gli obiettivi descrittivi saranno considerate le consuete statistiche descrittive sui dati raccolti attraverso le scale utilizzate.</p>



<p><strong><em>Progettazione dello studio</em></strong></p>



<p><em>Dimensione del campione</em><br>Il presente studio coinvolgerà 150 nuove pazienti afferenti all’ambulatorio nutrizionale di Villa Le Rose, la numerosità dei partecipanti allo studio è stata ritenuta sufficiente sulla base di similari studi descrittivi osservazionali presenti in letteratura con finalità e metodologia analoghe.</p>



<p><em>Procedura di arruolamento</em><br>Lo studio verrà proposto a tutte le pazienti che accedono per la prima volta all’ambulatorio nutrizionale e che rispettino i criteri di inclusione e non abbiano aspetti assimilabili ai criteri di esclusione. Verranno arruolate le pazienti che avranno firmato il consenso informato..</p>



<p><strong><em>Gestione dei dati</em></strong><br>Raccolta dei dati<br>La raccolta dati socio-anagrafici e nutrizionali avverrà utilizzando una scheda di raccolta per la prima visita (All.1) e una scheda raccolta dati per le visite successive (All.2). Gli aspetti psico- sociali verranno rilevati attraverso l’uso delle scale sopra specificate. Ad ogni partecipante verrà assegnato da parte della nutrizionista, un codice, tramite il quale sarà possibile accorpare le risposte ai questionari iniziali sia con la scheda anamnestica sia con le successive somministrazioni e schede nutrizionali. Tutti questi dati verranno inclusi in un database Excel del quale sono responsabili lo Sperimentatore Principale, il Centro Promotore e il Centro Partecipante. Soltanto la nutrizionista sarà a conoscenza dell’identità dei pazienti che decideranno di partecipare allo Studio e non li comunicherà alla responsabile delle Analisi Statistiche. La gestione dell’elaborazione e della sicurezza dei dati raccolti sarà conforme all’art. 28 del GDPR.</p>



<p><em>Gestione dei dati</em></p>



<p>I dati verranno forniti al Responsabile delle analisi statistiche (Francesca Chiesi) in forma anonimizzata, ovvero lo Studio non presuppone alcuna comunicazione di Dati Personali dei pazienti aderenti allo Studio in quanto in questionari verranno, conformemente al principio di minimizzazione di cui all’art. 5 del Regolamento UE 2016/679 relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al Trattamento dei Dai Personali, resi anonimi eliminando i riferimenti identificativi della persona partecipante allo Studio.</p>



<p><em>Conservazione dei dati</em><br>I dati dei pazienti aderenti allo Studio, unitamente alla documentazione privacy sottoscritta da questi ultimi, saranno conservati dallo Sperimentatore Principale (Andrea Bonacchi). Lo Sperimentatore Principale deve provvedere alla conservazione dei documenti essenziali dello studio come specificato dalla Good Clinical Practice (GCP) e in accordo alle disposizioni normative applicabili. Lo sperimentatore / Istituzione deve adottare le misure necessarie per impedire la distruzione accidentale o prematura. Lo sperimentatore istituzione deve conservare i documenti essenziali per almeno sette anni dal termine dello studio in accordo a quanto previsto dalle GCP e in conformita al D.Lo 200 /2007 Art 18 Comma 1. Tuttavia questi documenti devono essere conservati per periodi più lunghi se richiesto dalle disposizioni normative applicabili.<br>Il Responsabile delle analisi statistiche prende atto che i dati sono anonimizzati e si impegna a mantenerne la custodia per un periodo di tempo non superiore a quello necessario alla conduzione dello studio.</p>



<p><em>Piano statistico</em></p>



<p>Saranno effettuate le analisi statistiche descrittive per la definizione delle caratteristiche del campione in relazione alle variabili oggetto dello studio. Verrà effettuato uno studio delle possibili associazioni tra variabili, in particolare tra le variabili nutrizionali e le variabili relative a volontà, motivazione, autocontrollo. Nello specifico, attraverso analisi di correlazione e regressione verrà valutato l’impatto delle variabili sopra citate sull’adesione al piano nutrizionale e la perdita ponderale. Inoltre, si osserveranno gli effetti della perdita di peso sul benessere del paziente. Infine, tale studio include la validazione delle proprietà psicometriche della Will Scale in pazienti con carcinoma al seno.</p>



<p><strong><em>Aspetti amministrativi</em></strong></p>



<p><em>Finanziamenti dello studio</em></p>



<p>Lo studio è stato finanziato da:<br>Corri la Vita-Onlus è una Associazione senza scopo di lucro che ha come principale finalità statutaria quella di sostenere iniziative per la Lotta ai Tumori al Seno sul territorio Fiorentino (www.corrilavita.it).<br>Associazione Sul Sentiero è una Associazione di Promozione Sociale che ha come scopo statutario promuovere il benessere fisico, psicologico, relazionale, sociale, esistenziale e spirituale. (www.associazionesulsentiero.it)</p>



<p><strong><em>Considerazioni etiche</em></strong></p>



<p>Gli sperimentatori assicurano che lo studio sarà condotto in piena conformità a quanto stabilito alla normativa internazionale ed al suo recepimento nazionale in merito alla sperimentazione clinica ed ai principi della Dichiarazione di Helsinki allo scopo di assicurare la massima protezione dei soggetti coinvolti. Lo sperimentatore principale si impegna affinché la sperimentazione sia condotta in conformità a quanto scritto in questo protocollo ed alle Good Clinical Practice (GCP). Il promotore dello studio si impegna alla tutela dei dati personali sensibili, clinici e non, dei soggetti coinvolti nello studio secondo quanto stabilito in materia dalla normativa nazionale [D.Lvo. 196/2003].</p>



<p><em>Consenso informato</em><br>Sarà responsabilità degli sperimentatori, o di soggetti da questi incaricati, l’ottenimento del consenso informato dei pazienti dopo adeguata informazione degli stessi circa gli scopi, i metodi, i benefici attesi ed i rischi prevedibili dello studio. Gli sperimentatori o gli incaricati dovranno altresì informare i partecipanti che la non partecipazione o l’interruzione della stessa non comporteranno pregiudizio o danno nei loro confronti.</p>



<p><em>Comitato Etico ed Autorità Competenti</em><br>Il promotore fornirà al Comitato Etico di riferimento ed alla Autorità Competente il protocollo di studio ed ogni altro documento correlato fornito al paziente (Nota Informativa e Modulo di Consenso Informato). L’approvazione del Comitato Etico e dell’Autorità Competente dovrà essere ottenuta prima dell’inizio di qualunque procedura correlata allo studio e dovrà essere documentata tramite comunicazione ufficiale allo sperimentatore. Qualora nel corso della sperimentazione, si rendessero necessarie variazioni al protocollo il promotore presenterà al Comitato Etico di riferimento adeguata richiesta di emendamento al protocollo, la cui approvazione seguirà le procedure stabilite dal regolamento dello stesso Comitato Etico.</p>



<p class="has-vivid-red-color has-text-color">Lo studio è stato approvato dal  Comitato Etico Regione Toscana Sezione: AREA VASTA CENTRO in data 26/09/2023</p>



<p><strong><em>Proprietà dei dati</em></strong></p>



<p>La proprietà dei dati, trattandosi di studio indipendente ai sensi del D.M. 17 Dicembre 2004, appartiene al Promotore dello Studio (D.M. 17 Dicembre 2004, Art. 1, comma 2, lettera c)</p>



<p><strong><em>Report finale e pubblicazione dei risultati</em></strong></p>



<p>In accordo alle ICH-GCP, il responsabile dello Studio si impegna a produrre un report sullo studio, pubblicare tutti i dati raccolti come descritto nel Protocollo e a garantire che i dati siano riportati responsabilmente e coerentemente. In particolare, la pubblicazione dei dati derivanti dal presente studio avverrà indipendentemente dai risultati ottenuti. La trasmissione o diffusione dei dati, per il tramite di pubblicazioni scientifiche e/o di presentazione in congressi, convegni e seminari, partecipazione a studi multicentrici, avverrà esclusivamente a seguito di un’elaborazione meramente statistica degli stessi, o comunque in forma assolutamente anonima. Responsabile dell’intera ricerca e quindi del trattamento dei dati sono il dott. Andrea Bonacchi, e la prof.ssa Francesca Chiesi in qualità di responsabili dello studio e delle analisi.</p>



<p><strong><em>Indipendenza dello studio</em></strong></p>



<p>Lo Studio presenta tutti i requisiti necessari secondo il D.M. 17 Dicembre 2004 (Art.1, Comma 1 e 2) per la definizione di “sperimentazione clinica finalizzata al miglioramento della pratica clinica quale parte integrante dell’assistenza sanitaria e non a fini industriali”.</p>



<p><strong><em>Bibliografia</em></strong><br>Bonacchi A, Chiesi F, Lau C, Marunic G, Saklofske DH, et al. (2021) Rapid and sound assessment of well-being within a multi-dimensional approach: The Well-being Numerical Rating Scales (WB-NRSs). PLOS ONE 16(6): e0252709. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0252709<br>Arem, H., Mama, S. K., Duan, X., Rowland, J. H., Bellizzi, K. M., &amp; Ehlers, D. K. (2020). Prevalence of Healthy Behaviors among Cancer Survivors in the United States: How Far Have We Come? Health Behaviors among Cancer Survivors. Cancer Epidemiology, Biomarkers &amp; Prevention, 29(6), 1179-1187.https://doi.org/10.1158/1055-9965.EPI-19-1318<br>Armitage, C. J., &amp; Conner, M. (2000). Social cognition models and health behaviour: A structured review. Psychology and health, 15(2), 173-189. https://doi.org/10.1080/08870440008400299<br>Armitage, C. J., Wright, C. L., Parfitt, G., Pegington, M., Donnelly, L. S., &amp; Harvie, M. N. (2014). Self-efficacy for temptations is a better predictor of weight loss than motivation and global self-efficacy: Evidence from two prospective studies among overweight/obese women at high risk of breast cancer. Patient education and counseling, 95(2), 254-258. https://doi.org/10.1016/j.pec.2014.01.015<br>Atkins, L., &amp; Michie, S. (2013). Changing eating behaviour: W hat can we learn from behavioural science?. Nutrition Bulletin, 38(1), 30-35. https://doi.org/10.1111/nbu.12004<br>Bandura, A. (1977). Self-efficacy: toward a unifying theory of behavioral change. Psychological review, 84(2), 191. https://doi.org/10.1037/0033-295X.84.2.191<br>Bastarrachea, J., Hortobagyi, G. N., Smith, T. L., Kau, S. W. C., &amp; Buzdar, A. U. (1994). Obesity as an adverse prognostic factor for patients receiving adjuvant chemotherapy for breast cancer. Annals of internal medicine, 120(1), 18-25. https://doi.org/10.7326/0003-4819-120-1-199401010-00004<br>Bonacchi A, Chiesi F, Lau C, Marunic G, Saklofske DH, et al. (2021) Rapid and sound assessment of well-being within a multi-dimensional approach: The Well-being Numerical Rating Scales (WB-NRSs). PLOS ONE 16(6): e0252709. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0252709<br>Bonacchi, A. &amp; Chiesi, F. (in preparazione). Development and Validation of an instrument for measuring individual will: the Will Scale.<br>Bond, F. W., Hayes, S. C., Baer, R. A., Carpenter, K. M., Guenole, N., Orcutt, H. K., … &amp; Zettle, R. D. (2011). Preliminary psychometric properties of the Acceptance and Action Questionnaire–II: A revised measure of psychological inflexibility and experiential avoidance. Behavior therapy, 42(4), 676-688. https://doi.org/10.1016/j.beth.2011.03.007<br>Bottesi G., Ghisi M,. Altoè G., Conforti E., Melli G., Sica C. (2015). The Italian version of the Depression Anxiety Stress Scales-21: Factor structure and psychometric properties on community and clinical samples. Comprehensive Psychiatry, 60, 170-81. https://doi.org/10.1016/j.comppsych.2015.04.005<br>Brass, M., Lynn, M. T., &amp; Demanet, J. (2013). Imaging volition: what the brain can tell us about the will.Experimental brain research, 229(3), 301–312. https://doi.org/10.1007/s00221-013-3472-x<br>Chiesi. F., Bonacchi, A., Primi, C., Toccafondi, A. &amp; Miccinesi, G. (2016). Are three items sufficient to measure Sense of Coherence? Evidence from non-clinical and clinical samples. European Journal of Psychological Assessment. https://doi.org/10.1027/1015-5759/a000337<br>Chiesi, F., Bonacchi, A., Lau, C., Tosti, A. E., Marra, F., &amp; Saklofske, D. H. (2020). Measuring self-control across gender, age, language, and clinical status: A validation study of the Italian version of the Brief Self-Control Scale (BSCS). PloS one, 15(8), https://doi.org/10.1371/journal.pone.0237729.<br>Chiesi, F., Galli, S., Primi, C., Innocenti Borgi, P., &amp; Bonacchi, A. (2013). The Accuracy of the Life Orientation Test–Revised (LOT–R) in Measuring Dispositional Optimism: Evidence From Item Response Theory Analyses. Journal of Personality Assessment, https://doi.org/10.1080/00223891.2013.781029<br>Chiorri, C., Bracco, F., Piccinno, T., Modafferi, C., &amp; Battini, V. (2015). Psychometric properties of a revised version of the Ten Item Personality Inventory. European Journal of Psychological Assessment. 31, 109 – 119. http://dx.doi.org/10.1027/1015-5759/a000215<br>Cho, D., &amp; Park, C. L. (2018). Barriers to physical activity and healthy diet among breast cancer survivors: a multilevel perspective. European journal of cancer care, 27(1). https://doi.org/10.1111/ecc.12772<br>Clinton, S. K., Giovannucci, E. L., &amp; Hursting, S. D. (2020). The world cancer research fund/American institute for cancer research third expert report on diet, nutrition, physical activity, and cancer: impact and future directions. The Journal of nutrition, 150(4), 663-671. https://doi.org/10.1093/jn/nxz268<br>Contento, I. R. (2007). Nutrition education: linking research, theory, and practice.<br>Contento, I., Balch, G. I., Bronner, Y. L., Lytle, L. A., Maloney, S. K., Olson, C. M., &amp; Swadener, S. S. (1995). The effectiveness of nutrition education and implications for nutrition education policy, programs, and research: a review of research. Journal of nutrition education (USA).<br>Cui, X., Dai, Q., Tseng, M., Shu, X. O., Gao, Y. T., &amp; Zheng, W. (2007). Dietary patterns and breast cancer risk in the shanghai breast cancer study. Cancer epidemiology, biomarkers &amp; prevention, 16(7), 1443-1448.https://doi.org/10.1158/1055-9965.EPI-07-0059<br>Cummings, S. R. (2007). Primary prevention of breast cancer: new approaches. 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		<title>LA SINDROME DELL&#8217;IMPOSTORE: ALCUNE CONSIDERAZIONI</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Nov 2024 14:26:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni e approfondimenti]]></category>
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		<category><![CDATA[Paolo Assandri]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo AssandriHCPC Reg. Counselling Psychologist, UKCP accredited Psychotherapist, Ordine degli Psicologi del Piemonte email: paolo@iamnotfreud.co.uk La Sindrome dell’Impostore è una condizione psicologica in cui le persone non riescono a interiorizzare i propri successi e vivono con la paura costante di essere &#8220;scoperte&#8221; come fraudolente, nonostante le evidenze oggettive delle loro competenze. Questo fenomeno, coniato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.centrosynthesis.it/paolo-assandri/" target="_blank">Paolo Assandri</a></strong><br><strong>HCPC Reg. Counselling Psychologist, UKCP accredited Psychotherapist, Ordine degli Psicologi del Piemonte</strong></p>



<p>email: paolo@iamnotfreud.co.uk</p>



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<p>La Sindrome dell’Impostore è una condizione psicologica in cui le persone non riescono a interiorizzare i propri successi e vivono con la paura costante di essere &#8220;scoperte&#8221; come fraudolente, nonostante le evidenze oggettive delle loro competenze. Questo fenomeno, coniato negli anni &#8217;70 da Pauline Clance e Suzanne Imes (Clance e Imes, 1978), è stato studiato principalmente tra donne di successo, ma colpisce persone di tutte le età, generi e background.</p>



<p>Ciò che rende la Sindrome dell’Impostore particolarmente complessa è il suo legame con esperienze passate e condizionamenti culturali, che contribuiscono a radicare la sensazione di inadeguatezza in profondità nel nostro essere. Capire le radici di questa condizione richiede un’analisi che abbraccia tanto l’individuo quanto il contesto sociale e culturale in cui è cresciuto.</p>



<p><strong>Che cos’è la Sindrome dell’Impostore?</strong></p>



<p>Il termine &#8220;Sindrome dell’Impostore&#8221; si riferisce a una dinamica psicologica che porta l’individuo a percepire il proprio successo come immeritato, attribuendolo a fattori esterni come la fortuna o il tempismo, piuttosto che alle proprie capacità. In altre parole, la persona sente di &#8220;ingannare&#8221; gli altri nel far credere di essere competente o capace. Anche quando ottiene risultati eccellenti, l’individuo con la Sindrome dell’Impostore vive costantemente nella paura che questi successi siano precari e che presto verrà &#8220;smascherato&#8221;.</p>



<p>Dal punto di vista psicologico, la Sindrome dell’Impostore può essere considerata una distorsione cognitiva (Beck, 1976), in cui vi è un forte divario tra la percezione soggettiva delle proprie competenze e la realtà oggettiva. Le persone che soffrono di questa sindrome non riescono a integrare i loro successi nella loro identità, mantenendo una visione distorta di sé stessi come incapaci, inadeguati o &#8220;impostori&#8221;.</p>



<p><strong>Le radici nelle esperienze passate</strong></p>



<p>Uno degli aspetti più significativi della Sindrome dell’Impostore è come le esperienze dell&#8217;infanzia e dell&#8217;adolescenza possano influenzare il modo in cui una persona percepisce il proprio valore. Alcune esperienze formative, vissute in età precoce, possono avere un impatto duraturo su come un individuo si percepisce in età adulta.</p>



<p><strong><em>1. Aspettative genitoriali e comparazioni</em></strong></p>



<p>In molti casi, le radici della Sindrome dell’Impostore si trovano nelle dinamiche familiari. I bambini che crescono con genitori che pongono aspettative molto elevate o che sono eccessivamente critici possono sviluppare la convinzione che i loro successi non siano mai abbastanza (Kets de Vries, 2005). Anche i bambini che sono continuamente paragonati ai fratelli o ad altri coetanei possono sviluppare sentimenti di inadeguatezza e dubbi sulle proprie capacità.</p>



<p>Oltre alle aspettative elevate o critiche, la sindrome può emergere in bambini che crescono con genitori emotivamente o fisicamente assenti. In queste situazioni, i bambini possono cercare di attirare l&#8217;attenzione dei genitori attraverso il loro comportamento, impegnandosi al massimo per ottenere riconoscimento. Può accadere che, in rare occasioni, il bambino riesca a catturare l&#8217;attenzione facendo &#8220;bene&#8221;, creando così un legame tra il successo e il valore personale. Tuttavia, la distanza emotiva dei genitori mina profondamente il senso di valore del bambino, che finisce per interiorizzare l&#8217;idea che, anche se talvolta è in grado di attirare attenzione, non è comunque intrinsecamente meritevole di amore o considerazione.</p>



<p>Ad esempio, se un bambino viene lodato solo quando ottiene risultati eccellenti, o solo in rare occasioni riceve attenzione positiva, può sviluppare la credenza che il suo valore sia legato esclusivamente alla performance. Questo crea un terreno fertile per la Sindrome dell’Impostore, poiché anche quando quel bambino diventa adulto e continua a ottenere successi, percepirà che questi successi sono condizionati e non riflettono il suo valore intrinseco.</p>



<p><strong><em>2. Perfezionismo e autovalutazione negativa</em></strong></p>



<p>Il perfezionismo è un altro fattore chiave che può emergere durante l&#8217;infanzia. I bambini a cui è stato insegnato che l&#8217;unico risultato accettabile è l&#8217;eccellenza possono sviluppare una paura paralizzante di fallire. Questa paura persiste nell&#8217;età adulta, dove il fallimento o anche il semplice rischio di fallimento viene vissuto come una minaccia all&#8217;identità stessa (Flett e Hewitt, 2002).</p>



<p>Le persone perfezioniste sono spesso le più inclini a soffrire di Sindrome dell’Impostore, perché tendono a fissare standard irrealisticamente alti per sé stesse e a interpretare qualsiasi deviazione da questi standard come una prova della propria incompetenza. Anche i successi non vengono percepiti come veri trionfi, ma come &#8220;colpi di fortuna&#8221; o momenti in cui sono stati fortunati a non essere scoperti come inadeguati.</p>



<p><strong><em>3. Esperienze di critica e fallimento</em></strong></p>



<p>Le esperienze di critica, soprattutto se ricevute in età precoce, possono lasciare cicatrici profonde. Bambini che hanno subito critiche costanti o che sono stati scoraggiati da figure autoritarie possono interiorizzare un senso di fallimento. Se a scuola, a casa o nel gruppo dei pari, la persona è stata costantemente messa in dubbio, potrebbe portare avanti la convinzione che, nonostante i successi, non è mai &#8220;veramente&#8221; competente.</p>



<p><strong><em>4. Traumi e senso di inadeguatezza</em></strong></p>



<p>Il trauma, in particolare quello legato all’abbandono emotivo, all’abuso psicologico o a esperienze di esclusione, può amplificare la sensazione di essere &#8220;un impostore&#8221;. Quando qualcuno cresce in un ambiente in cui il proprio valore non viene riconosciuto, può interiorizzare l’idea di non meritare il successo o la felicità. Questo si riflette in una bassa autostima che persiste nell’età adulta e si manifesta attraverso la Sindrome dell’Impostore (Kets de Vries, 2005).</p>



<p><strong>Condizionamenti culturali e sociali</strong></p>



<p>Oltre alle esperienze personali, la Sindrome dell’Impostore è profondamente influenzata dai condizionamenti culturali e sociali. Viviamo in società che valorizzano il successo, la performance e la competizione, ma che spesso impongono standard irrealistici su come queste qualità debbano manifestarsi. Alcuni gruppi sociali sono maggiormente soggetti a questi condizionamenti, che li rendono più vulnerabili alla Sindrome dell’Impostore.</p>



<p><strong><em>1. Il ruolo del genere</em></strong></p>



<p>Le prime ricerche sulla Sindrome dell’Impostore si sono concentrate sulle donne di successo, evidenziando come le norme di genere influenzino la percezione di sé e del proprio valore. Le donne, in molti contesti, affrontano pressioni culturali per conformarsi a ruoli tradizionali, e la loro ascesa in ambienti professionali dominati da uomini è spesso accompagnata da sensazioni di inadeguatezza. Questo può essere ulteriormente aggravato dal cosiddetto &#8220;soffitto di vetro&#8221;, un fenomeno che contribuisce alla percezione di dover lavorare il doppio per ottenere lo stesso riconoscimento</p>



<p>Le donne che riescono a superare queste barriere culturali e raggiungere il successo spesso sentono di non meritarselo. La convinzione che i loro risultati siano dovuti a fattori esterni, come il tempismo o la fortuna, può radicarsi profondamente.</p>



<p><strong><em>2. Etnia e appartenenza culturale</em></strong></p>



<p>Le minoranze etniche e culturali sono soggette a ulteriori pressioni e stereotipi. Gli individui appartenenti a gruppi marginalizzati possono sentire il peso del &#8220;tokenism&#8221;, ovvero la percezione di essere scelti o promossi solo per rappresentare la diversità, piuttosto che per meriti propri. Questo porta a una sensazione di essere &#8220;un impostore&#8221; in ambienti che tradizionalmente non sono stati inclusivi.</p>



<p>Ad esempio, una persona di colore o appartenente a un’altra minoranza potrebbe sentire di non meritare il proprio successo in un contesto professionale dominato da individui bianchi, nonostante la competenza e il talento dimostrato. Questa percezione può essere amplificata dall’assenza di modelli di ruolo o di supporto nel proprio ambiente di lavoro (Steele, 2010).</p>



<p><strong><em>3. Orientamento sessuale e identità di genere</em></strong></p>



<p>Le persone LGBTQ+ affrontano sfide uniche che possono esacerbare la Sindrome dell’Impostore. In molte culture, l&#8217;orientamento sessuale non eteronormativo e le identità di genere non conformi sono spesso soggetti a stigma e discriminazione. Coloro che appartengono a queste comunità possono interiorizzare il messaggio che la loro identità non è valida o che devono dimostrare il proprio valore per essere accettati.</p>



<p>Questa dinamica può portare a una maggiore vulnerabilità alla Sindrome dell’Impostore, poiché i successi vengono spesso visti come eccezioni piuttosto che come risultati meritati. Le persone LGBTQ+ possono sentire di dover &#8220;nascondere&#8221; una parte di sé per essere accettate o avere successo, alimentando la sensazione di essere impostori nelle proprie realizzazioni (Riggle e Rostosky, 2012).</p>



<p><strong>Il contesto professionale e la pressione sociale</strong></p>



<p>La cultura della performance e del successo influisce notevolmente sulla percezione del proprio valore. In molti ambienti lavorativi, l’accento posto sulla competizione, sull&#8217;efficienza e sui risultati può creare un clima in cui le persone sentono di dover dimostrare costantemente il proprio valore. Questo alimenta l&#8217;idea che qualsiasi passo falso o fallimento svelerà la loro presunta inadeguatezza.</p>



<p>Inoltre, l’ultimo decennio ha visto l’esplosione dei social media, dove i successi degli altri sono messi in mostra costantemente. Questa costante esposizione ai risultati altrui può creare un ciclo di confronto, in cui le persone si sentono inadeguate rispetto alle vite idealizzate che vedono online. Questo rafforza la Sindrome dell’Impostore, poiché qualsiasi successo personale sembra impallidire rispetto agli standard perfetti che vengono proiettati nel mondo digitale.</p>



<p><strong>L’Impatto della Sindrome dell’Impostore</strong></p>



<p>La Sindrome dell’Impostore non si limita alla sfera dei pensieri e delle emozioni interne. Le sue ripercussioni possono estendersi a molteplici aspetti della vita di una persona, influenzando il benessere psicologico, la carriera e persino le relazioni interpersonali. Vediamo come la Sindrome dell’Impostore può manifestarsi concretamente in diverse aree della vita.</p>



<p><strong><em>1. Vita professionale: Il peso della performance</em></strong></p>



<p>Uno dei settori in cui la Sindrome dell’Impostore ha maggior impatto è il lavoro. Le persone che soffrono di questa condizione tendono a sottovalutare le proprie competenze e a vivere con l’ansia costante di essere “smascherate” come incompetenti. Questo può portare a una serie di comportamenti dannosi per la loro crescita professionale e per il loro benessere mentale.</p>



<p>Ad esempio, Maria è una giovane manager di successo in una grande azienda di marketing. Nonostante i risultati eccellenti e i feedback positivi, Maria è convinta di non essere davvero competente e di aver ottenuto la sua posizione grazie alla fortuna o a circostanze favorevoli. Questa convinzione la spinge a lavorare incessantemente, a prendere su di sé carichi di lavoro eccessivi per dimostrare di essere all’altezza, e a evitare incarichi rischiosi per paura di fallire. Questa iperattività costante non solo mina il suo benessere, portandola a livelli elevati di stress e burn-out, ma ostacola anche la sua crescita professionale. Maria evita infatti di accettare promozioni o ruoli più ambiziosi, convinta di non essere capace di gestirli.</p>



<p>Inoltre, chi soffre di Sindrome dell’Impostore può non chiedere aiuto o supporto per timore di apparire incompetente. Questo può portare a errori evitabili, rinforzando la percezione di inadeguatezza e creando un circolo vizioso. L&#8217;incapacità di chiedere supporto in ambito lavorativo può isolare ulteriormente le persone, facendole sentire ancor più come &#8220;impostori&#8221;.</p>



<p><strong><em>2. Relazioni interpersonali: La paura di non essere “abbastanza”</em></strong></p>



<p>La Sindrome dell’Impostore non si limita al mondo del lavoro; può anche influenzare profondamente le relazioni personali. Quando una persona vive con il timore di essere scoperta come inadeguata, tende a mettere in atto meccanismi di difesa che influenzano negativamente le sue interazioni con gli altri.</p>



<p>Ad esempio, Luca è un uomo di 35 anni, che nonostante una vita sociale attiva e un solido gruppo di amici, si sente spesso fuori posto e convinto di non meritare il loro affetto e rispetto. Questo lo porta a mettere in dubbio costantemente le sue capacità relazionali, preoccupandosi che prima o poi le persone che lo circondano scopriranno di non essere così simpatico o affidabile come sembra. Di conseguenza, Luca può ritirarsi emotivamente, evitando conversazioni o situazioni in cui sente di poter essere giudicato. Questo allontanamento emotivo può creare tensioni nelle relazioni, portando gli altri a percepire un distacco o una mancanza di autenticità, mentre Luca rafforza la sua convinzione di non essere “abbastanza” per meritare le relazioni che ha.</p>



<p><strong><em>3. Crescita personale: L’autosabotaggio e la procrastinazione</em></strong></p>



<p>Un’altra area in cui la Sindrome dell’Impostore ha effetti significativi è lo sviluppo personale. Molte persone che vivono con questa sindrome evitano di assumersi nuove sfide o di cercare opportunità di crescita per paura di fallire o di essere scoperte come non all’altezza.</p>



<p>Prendiamo l’esempio di Giulia, una giovane ricercatrice con un grande potenziale. Nonostante le sue capacità, Giulia evita di candidarsi a borse di studio o di presentare i suoi lavori a conferenze prestigiose, convinta che i suoi risultati non siano abbastanza buoni. In realtà, Giulia ha già ottenuto numerosi riconoscimenti, ma dentro di sé continua a pensare che non meriti davvero quei premi. La sua procrastinazione nella ricerca di nuove opportunità non solo le impedisce di avanzare nella carriera, ma alimenta ulteriormente la sua sindrome, poiché ogni occasione persa diventa una “prova” che conferma la sua inadeguatezza.</p>



<p>La procrastinazione può diventare un modo per evitare il confronto con la realtà: non presentarsi per un incarico o una sfida significa non rischiare di fallire, ma anche non avere l&#8217;opportunità di smentire la convinzione di essere un impostore. Questo autosabotaggio limita drasticamente il potenziale di una persona e la sua capacità di realizzare i propri obiettivi.</p>



<p><strong><em>Conclusioni</em></strong></p>



<p>La Sindrome dell’Impostore non è semplicemente una sensazione passeggera di dubbio, ma una condizione profondamente radicata nelle esperienze passate, nei condizionamenti culturali e nelle pressioni sociali. Riconoscere queste radici è il primo passo verso la comprensione e, in definitiva, il superamento della sindrome. Solo comprendendo come le nostre esperienze, il nostro contesto e la società in cui viviamo hanno contribuito alla costruzione di questa narrativa, possiamo iniziare a decostruirla e trovare un senso di valore autentico e durevole.</p>



<p><strong>La Sindrome dell’Impostore: alcune considerazioni</strong><strong><br>di Paolo Assandri CPsych, psicologo-psicoterapeuta</strong></p>



<p><strong>HCPC Reg. Counselling Psychologist, UKCP accredited Psychotherapist, Ordine degli Psicologi del Piemonte</strong></p>



<p><br>La Sindrome dell’Impostore è una condizione psicologica in cui le persone non riescono a interiorizzare i propri successi e vivono con la paura costante di essere &#8220;scoperte&#8221; come fraudolente, nonostante le evidenze oggettive delle loro competenze. Questo fenomeno, coniato negli anni &#8217;70 da Pauline Clance e Suzanne Imes (Clance e Imes, 1978), è stato studiato principalmente tra donne di successo, ma colpisce persone di tutte le età, generi e background.</p>



<p>Ciò che rende la Sindrome dell’Impostore particolarmente complessa è il suo legame con esperienze passate e condizionamenti culturali, che contribuiscono a radicare la sensazione di inadeguatezza in profondità nel nostro essere. Capire le radici di questa condizione richiede un’analisi che abbraccia tanto l’individuo quanto il contesto sociale e culturale in cui è cresciuto.</p>



<p><strong>Che cos’è la Sindrome dell’Impostore?</strong></p>



<p>Il termine &#8220;Sindrome dell’Impostore&#8221; si riferisce a una dinamica psicologica che porta l’individuo a percepire il proprio successo come immeritato, attribuendolo a fattori esterni come la fortuna o il tempismo, piuttosto che alle proprie capacità. In altre parole, la persona sente di &#8220;ingannare&#8221; gli altri nel far credere di essere competente o capace. Anche quando ottiene risultati eccellenti, l’individuo con la Sindrome dell’Impostore vive costantemente nella paura che questi successi siano precari e che presto verrà &#8220;smascherato&#8221;.</p>



<p>Dal punto di vista psicologico, la Sindrome dell’Impostore può essere considerata una distorsione cognitiva (Beck, 1976), in cui vi è un forte divario tra la percezione soggettiva delle proprie competenze e la realtà oggettiva. Le persone che soffrono di questa sindrome non riescono a integrare i loro successi nella loro identità, mantenendo una visione distorta di sé stessi come incapaci, inadeguati o &#8220;impostori&#8221;.</p>



<p><strong>Le radici nelle esperienze passate</strong></p>



<p>Uno degli aspetti più significativi della Sindrome dell’Impostore è come le esperienze dell&#8217;infanzia e dell&#8217;adolescenza possano influenzare il modo in cui una persona percepisce il proprio valore. Alcune esperienze formative, vissute in età precoce, possono avere un impatto duraturo su come un individuo si percepisce in età adulta.</p>



<p><strong><em>1. Aspettative genitoriali e comparazioni</em></strong></p>



<p>In molti casi, le radici della Sindrome dell’Impostore si trovano nelle dinamiche familiari. I bambini che crescono con genitori che pongono aspettative molto elevate o che sono eccessivamente critici possono sviluppare la convinzione che i loro successi non siano mai abbastanza (Kets de Vries, 2005). Anche i bambini che sono continuamente paragonati ai fratelli o ad altri coetanei possono sviluppare sentimenti di inadeguatezza e dubbi sulle proprie capacità.</p>



<p>Oltre alle aspettative elevate o critiche, la sindrome può emergere in bambini che crescono con genitori emotivamente o fisicamente assenti. In queste situazioni, i bambini possono cercare di attirare l&#8217;attenzione dei genitori attraverso il loro comportamento, impegnandosi al massimo per ottenere riconoscimento. Può accadere che, in rare occasioni, il bambino riesca a catturare l&#8217;attenzione facendo &#8220;bene&#8221;, creando così un legame tra il successo e il valore personale. Tuttavia, la distanza emotiva dei genitori mina profondamente il senso di valore del bambino, che finisce per interiorizzare l&#8217;idea che, anche se talvolta è in grado di attirare attenzione, non è comunque intrinsecamente meritevole di amore o considerazione.</p>



<p>Ad esempio, se un bambino viene lodato solo quando ottiene risultati eccellenti, o solo in rare occasioni riceve attenzione positiva, può sviluppare la credenza che il suo valore sia legato esclusivamente alla performance. Questo crea un terreno fertile per la Sindrome dell’Impostore, poiché anche quando quel bambino diventa adulto e continua a ottenere successi, percepirà che questi successi sono condizionati e non riflettono il suo valore intrinseco.</p>



<p><strong><em>2. Perfezionismo e autovalutazione negativa</em></strong></p>



<p>Il perfezionismo è un altro fattore chiave che può emergere durante l&#8217;infanzia. I bambini a cui è stato insegnato che l&#8217;unico risultato accettabile è l&#8217;eccellenza possono sviluppare una paura paralizzante di fallire. Questa paura persiste nell&#8217;età adulta, dove il fallimento o anche il semplice rischio di fallimento viene vissuto come una minaccia all&#8217;identità stessa (Flett e Hewitt, 2002).</p>



<p>Le persone perfezioniste sono spesso le più inclini a soffrire di Sindrome dell’Impostore, perché tendono a fissare standard irrealisticamente alti per sé stesse e a interpretare qualsiasi deviazione da questi standard come una prova della propria incompetenza. Anche i successi non vengono percepiti come veri trionfi, ma come &#8220;colpi di fortuna&#8221; o momenti in cui sono stati fortunati a non essere scoperti come inadeguati.</p>



<p><strong><em>3. Esperienze di critica e fallimento</em></strong></p>



<p>Le esperienze di critica, soprattutto se ricevute in età precoce, possono lasciare cicatrici profonde. Bambini che hanno subito critiche costanti o che sono stati scoraggiati da figure autoritarie possono interiorizzare un senso di fallimento. Se a scuola, a casa o nel gruppo dei pari, la persona è stata costantemente messa in dubbio, potrebbe portare avanti la convinzione che, nonostante i successi, non è mai &#8220;veramente&#8221; competente.</p>



<p><strong><em>4. Traumi e senso di inadeguatezza</em></strong></p>



<p>Il trauma, in particolare quello legato all’abbandono emotivo, all’abuso psicologico o a esperienze di esclusione, può amplificare la sensazione di essere &#8220;un impostore&#8221;. Quando qualcuno cresce in un ambiente in cui il proprio valore non viene riconosciuto, può interiorizzare l’idea di non meritare il successo o la felicità. Questo si riflette in una bassa autostima che persiste nell’età adulta e si manifesta attraverso la Sindrome dell’Impostore (Kets de Vries, 2005).</p>



<p><strong>Condizionamenti culturali e sociali</strong></p>



<p>Oltre alle esperienze personali, la Sindrome dell’Impostore è profondamente influenzata dai condizionamenti culturali e sociali. Viviamo in società che valorizzano il successo, la performance e la competizione, ma che spesso impongono standard irrealistici su come queste qualità debbano manifestarsi. Alcuni gruppi sociali sono maggiormente soggetti a questi condizionamenti, che li rendono più vulnerabili alla Sindrome dell’Impostore.</p>



<p><strong><em>1. Il ruolo del genere</em></strong></p>



<p>Le prime ricerche sulla Sindrome dell’Impostore si sono concentrate sulle donne di successo, evidenziando come le norme di genere influenzino la percezione di sé e del proprio valore. Le donne, in molti contesti, affrontano pressioni culturali per conformarsi a ruoli tradizionali, e la loro ascesa in ambienti professionali dominati da uomini è spesso accompagnata da sensazioni di inadeguatezza. Questo può essere ulteriormente aggravato dal cosiddetto &#8220;soffitto di vetro&#8221;, un fenomeno che contribuisce alla percezione di dover lavorare il doppio per ottenere lo stesso riconoscimento</p>



<p>Le donne che riescono a superare queste barriere culturali e raggiungere il successo spesso sentono di non meritarselo. La convinzione che i loro risultati siano dovuti a fattori esterni, come il tempismo o la fortuna, può radicarsi profondamente.</p>



<p><strong><em>2. Etnia e appartenenza culturale</em></strong></p>



<p>Le minoranze etniche e culturali sono soggette a ulteriori pressioni e stereotipi. Gli individui appartenenti a gruppi marginalizzati possono sentire il peso del &#8220;tokenism&#8221;, ovvero la percezione di essere scelti o promossi solo per rappresentare la diversità, piuttosto che per meriti propri. Questo porta a una sensazione di essere &#8220;un impostore&#8221; in ambienti che tradizionalmente non sono stati inclusivi.</p>



<p>Ad esempio, una persona di colore o appartenente a un’altra minoranza potrebbe sentire di non meritare il proprio successo in un contesto professionale dominato da individui bianchi, nonostante la competenza e il talento dimostrato. Questa percezione può essere amplificata dall’assenza di modelli di ruolo o di supporto nel proprio ambiente di lavoro (Steele, 2010).</p>



<p><strong><em>3. Orientamento sessuale e identità di genere</em></strong></p>



<p>Le persone LGBTQ+ affrontano sfide uniche che possono esacerbare la Sindrome dell’Impostore. In molte culture, l&#8217;orientamento sessuale non eteronormativo e le identità di genere non conformi sono spesso soggetti a stigma e discriminazione. Coloro che appartengono a queste comunità possono interiorizzare il messaggio che la loro identità non è valida o che devono dimostrare il proprio valore per essere accettati.</p>



<p>Questa dinamica può portare a una maggiore vulnerabilità alla Sindrome dell’Impostore, poiché i successi vengono spesso visti come eccezioni piuttosto che come risultati meritati. Le persone LGBTQ+ possono sentire di dover &#8220;nascondere&#8221; una parte di sé per essere accettate o avere successo, alimentando la sensazione di essere impostori nelle proprie realizzazioni (Riggle e Rostosky, 2012).</p>



<p><strong>Il contesto professionale e la pressione sociale</strong></p>



<p>La cultura della performance e del successo influisce notevolmente sulla percezione del proprio valore. In molti ambienti lavorativi, l’accento posto sulla competizione, sull&#8217;efficienza e sui risultati può creare un clima in cui le persone sentono di dover dimostrare costantemente il proprio valore. Questo alimenta l&#8217;idea che qualsiasi passo falso o fallimento svelerà la loro presunta inadeguatezza.</p>



<p>Inoltre, l’ultimo decennio ha visto l’esplosione dei social media, dove i successi degli altri sono messi in mostra costantemente. Questa costante esposizione ai risultati altrui può creare un ciclo di confronto, in cui le persone si sentono inadeguate rispetto alle vite idealizzate che vedono online. Questo rafforza la Sindrome dell’Impostore, poiché qualsiasi successo personale sembra impallidire rispetto agli standard perfetti che vengono proiettati nel mondo digitale.</p>



<p><strong>L’Impatto della Sindrome dell’Impostore</strong></p>



<p>La Sindrome dell’Impostore non si limita alla sfera dei pensieri e delle emozioni interne. Le sue ripercussioni possono estendersi a molteplici aspetti della vita di una persona, influenzando il benessere psicologico, la carriera e persino le relazioni interpersonali. Vediamo come la Sindrome dell’Impostore può manifestarsi concretamente in diverse aree della vita.</p>



<p><strong><em>1. Vita professionale: Il peso della performance</em></strong></p>



<p>Uno dei settori in cui la Sindrome dell’Impostore ha maggior impatto è il lavoro. Le persone che soffrono di questa condizione tendono a sottovalutare le proprie competenze e a vivere con l’ansia costante di essere “smascherate” come incompetenti. Questo può portare a una serie di comportamenti dannosi per la loro crescita professionale e per il loro benessere mentale.</p>



<p>Ad esempio, Maria è una giovane manager di successo in una grande azienda di marketing. Nonostante i risultati eccellenti e i feedback positivi, Maria è convinta di non essere davvero competente e di aver ottenuto la sua posizione grazie alla fortuna o a circostanze favorevoli. Questa convinzione la spinge a lavorare incessantemente, a prendere su di sé carichi di lavoro eccessivi per dimostrare di essere all’altezza, e a evitare incarichi rischiosi per paura di fallire. Questa iperattività costante non solo mina il suo benessere, portandola a livelli elevati di stress e burn-out, ma ostacola anche la sua crescita professionale. Maria evita infatti di accettare promozioni o ruoli più ambiziosi, convinta di non essere capace di gestirli.</p>



<p>Inoltre, chi soffre di Sindrome dell’Impostore può non chiedere aiuto o supporto per timore di apparire incompetente. Questo può portare a errori evitabili, rinforzando la percezione di inadeguatezza e creando un circolo vizioso. L&#8217;incapacità di chiedere supporto in ambito lavorativo può isolare ulteriormente le persone, facendole sentire ancor più come &#8220;impostori&#8221;.</p>



<p><strong><em>2. Relazioni interpersonali: La paura di non essere “abbastanza”</em></strong></p>



<p>La Sindrome dell’Impostore non si limita al mondo del lavoro; può anche influenzare profondamente le relazioni personali. Quando una persona vive con il timore di essere scoperta come inadeguata, tende a mettere in atto meccanismi di difesa che influenzano negativamente le sue interazioni con gli altri.</p>



<p>Ad esempio, Luca è un uomo di 35 anni, che nonostante una vita sociale attiva e un solido gruppo di amici, si sente spesso fuori posto e convinto di non meritare il loro affetto e rispetto. Questo lo porta a mettere in dubbio costantemente le sue capacità relazionali, preoccupandosi che prima o poi le persone che lo circondano scopriranno di non essere così simpatico o affidabile come sembra. Di conseguenza, Luca può ritirarsi emotivamente, evitando conversazioni o situazioni in cui sente di poter essere giudicato. Questo allontanamento emotivo può creare tensioni nelle relazioni, portando gli altri a percepire un distacco o una mancanza di autenticità, mentre Luca rafforza la sua convinzione di non essere “abbastanza” per meritare le relazioni che ha.</p>



<p><strong><em>3. Crescita personale: L’autosabotaggio e la procrastinazione</em></strong></p>



<p>Un’altra area in cui la Sindrome dell’Impostore ha effetti significativi è lo sviluppo personale. Molte persone che vivono con questa sindrome evitano di assumersi nuove sfide o di cercare opportunità di crescita per paura di fallire o di essere scoperte come non all’altezza.</p>



<p>Prendiamo l’esempio di Giulia, una giovane ricercatrice con un grande potenziale. Nonostante le sue capacità, Giulia evita di candidarsi a borse di studio o di presentare i suoi lavori a conferenze prestigiose, convinta che i suoi risultati non siano abbastanza buoni. In realtà, Giulia ha già ottenuto numerosi riconoscimenti, ma dentro di sé continua a pensare che non meriti davvero quei premi. La sua procrastinazione nella ricerca di nuove opportunità non solo le impedisce di avanzare nella carriera, ma alimenta ulteriormente la sua sindrome, poiché ogni occasione persa diventa una “prova” che conferma la sua inadeguatezza.</p>



<p>La procrastinazione può diventare un modo per evitare il confronto con la realtà: non presentarsi per un incarico o una sfida significa non rischiare di fallire, ma anche non avere l&#8217;opportunità di smentire la convinzione di essere un impostore. Questo autosabotaggio limita drasticamente il potenziale di una persona e la sua capacità di realizzare i propri obiettivi.</p>



<p><strong><em>Conclusioni</em></strong></p>



<p>La Sindrome dell’Impostore non è semplicemente una sensazione passeggera di dubbio, ma una condizione profondamente radicata nelle esperienze passate, nei condizionamenti culturali e nelle pressioni sociali. Riconoscere queste radici è il primo passo verso la comprensione e, in definitiva, il superamento della sindrome. Solo comprendendo come le nostre esperienze, il nostro contesto e la società in cui viviamo hanno contribuito alla costruzione di questa narrativa, possiamo iniziare a decostruirla e trovare un senso di valore autentico e durevole.</p>
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		<title>CARE ACADEMY 2024-2025</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Sep 2024 07:20:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CARE ACADEMY]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri formativi]]></category>
		<category><![CDATA[care academy]]></category>
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					<description><![CDATA[Care Academy è una scuola speciale dedicata alla “relazione” pensata specialmente (manon solo) per tutti i professionisti e volontari della Relazione di Aiuto che voglionomigliorare il modo in cui si relazionano con le persone che assistono, e per tutti coloro chevogliono approfondire gli argomenti proposti. L’edizione 2024/2025 prevede 5 seminari esperienziali, pensati per aiutare i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-center has-luminous-vivid-amber-background-color has-background"><strong>Care Academy è una scuola speciale dedicata alla “relazione” pensata specialmente (ma<br>non solo) per tutti i professionisti e volontari della Relazione di Aiuto che vogliono<br>migliorare il modo in cui si relazionano con le persone che assistono, e per tutti coloro che<br>vogliono approfondire gli argomenti proposti.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/09/image0-1.jpeg"><img decoding="async" width="1024" height="408" src="https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/09/image0-1-1024x408.jpeg" alt="" class="wp-image-2644" srcset="https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/09/image0-1-1024x408.jpeg 1024w, https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/09/image0-1-300x120.jpeg 300w, https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/09/image0-1-768x306.jpeg 768w, https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/09/image0-1.jpeg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>L’edizione 2024/2025 prevede <strong>5 seminari esperienziali</strong>, pensati per aiutare i partecipanti<br>a sviluppare strategie comunicative personalizzate, e che siano rispettose del proprio stile<br>relazionale.</p>



<p>Ciò che rende speciale la Care Academy è il gruppo internazionale dei docenti, provenienti<br>da Italia, Irlanda e Regno Unito, che apportano una prospettiva unica e arricchente.<br><br>I seminari si terranno online su <strong>ZOOM dalle 9:00 alle 13:00</strong> nei seguenti giorni:</p>



<p><br><strong>19/10/24</strong>: “Superare la Sindrome dell’Impostore. Oltre l’autosabotaggio, l’autocritica<br>e il non sentirsi  mai ‘abbastanza bravi’ ” con Paolo Assandri, Psicologo e<br>Psicoterapeuta (UK)<br><strong>16/11/24</strong>: “Alla scoperta dell’intuizione: una risorsa preziosa per le relazioni di aiuto”<br>con Daniela Giovannini, Counselor Analista Transazionale, e Paolo Assandri,<br>psicologo-psicoterapeuta<br><strong>25/01/25</strong>: ” L’arte di perdere.  Dalla perdita alla riscoperta di nuovi significati di sé”<br>con Raffaella Caneparo, Medico Cardiologo e Psicoterapeuta<br><strong>15/02/25</strong>: “La vergogna: riscoprire il cuore innocente di un’emozione paradossale.”<br>Con Valeria Ballarotti. Counselor e Psicoterapeuta (Irlanda)<br><strong>15/03/25</strong>: “Gestione della rabbia e dell’aggressività nelle relazioni d’aiuto” con<br>Andrea Bonacchi, Medico e Psicoterapeuta</p>



<p><br>Un’occasione unica per chi desidera approfondire le dinamiche della relazione di aiuto (e<br>non solo) con un approccio internazionale e innovativo.</p>



<p><br>E’ possibile partecipare con un’<strong>offerta libera</strong> per ogni singolo seminario, che ci aiuterà a<br>coprire le spese organizzative e a supportare i nostri fantastici docenti. Ogni contributo è<br>apprezzato e ci permette di continuare ad offrire contenuti di qualità.</p>



<p><br><strong>Per bonifici bancari:</strong> Associazione Sul Sentiero APS – IBAN<br>IT74M0103002803000002079120 con causale “Donazione”</p>



<p><br><strong>Per informazioni e iscrizioni:</strong><br>Potete scrivere a: careacademy.ass@gmail.com<br>Potete scrivere tramite WhatsApp ai seguenti numeri (si prega di inviare un mesaggio):<br>Cinzia Daviddi 370 305 9068 – Donella Bramanti 328 05 59 217 – Paolo Assandri (+44)<br>7843 117413</p>



<p><br><strong>Orario:</strong> dalle 9,00 alle 13,00</p>



<p><br><strong>Modalità di Svolgimento degli incontri:</strong> Workshop on-line su Zoom</p>



<p><br><strong>Destinatari: </strong>operatori impegnati nella relazione di aiuto (insegnanti, counselor, coach,<br>psicologi, psicoterapeuti, medici, fisioterapisti, nutrizionisti, operatori sanitari, personal<br>trainer, orientatori professionali, mediatori familiari, etc.), volontari di organizzazioni no-<br>profit e tutti coloro che sono interessati agli argomenti proposti.</p>
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		<title>LA “DANZA EMPATICA”</title>
		<link>https://www.centrosynthesis.it/2024/05/la-danza-empatica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 May 2024 06:58:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia: appunti di lavoro e spunti di riflessione]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Bonacchi]]></category>
		<category><![CDATA[empatia]]></category>
		<category><![CDATA[immedesimazione indotta]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[relazione aiuto]]></category>
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					<description><![CDATA[INCONTRO E SEPARAZIONE SUL PIANO EMOTIVO IN PSICOTERAPIA di Andrea Bonacchi Parole chiave: empatia, identificazione proiettiva, immedesimazione indotta, psicoterapia, relazione d&#8217;aiuto La psicoterapia si fonda sull’incontro tra due persone: una persona che soffre e desidera stare meglio; una persona che desidera curare e ha delle qualità e delle competenze che la rendono in grado di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"><strong>INCONTRO E SEPARAZIONE SUL PIANO EMOTIVO IN PSICOTERAPIA</strong></h2>



<p>di <a href="https://www.centrosynthesis.it/andrea-bonacchi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Andrea Bonacchi</a></p>



<p>Parole chiave: empatia, identificazione proiettiva, immedesimazione indotta, psicoterapia, relazione d&#8217;aiuto</p>



<p>La psicoterapia si fonda sull’incontro tra due persone: una persona che soffre e desidera stare meglio; una persona che desidera curare e ha delle qualità e delle competenze che la rendono in grado di svolgere questo compito in modo professionale. Tutto nella psicoterapia avviene all’interno della cornice di questo incontro (Alberti, 1997).</p>



<p>In ogni incontro ciascuno porta ciò che è: la sua realtà e i suoi vissuti, il proprio corpo, le proprie percezioni,&nbsp; pensieri,&nbsp; sentimenti ed emozioni, i desideri, i ricordi, la rete di relazioni sociali e i propri ruoli, le proprie convinzioni spirituali. In psicoterapia sia il terapeuta che il paziente portano quindi il loro universo individuale enormemente ampio e complesso. Grazie all’incontro, questi due universi entrano in comunicazione, compartecipazione, osmosi.</p>



<p>L’incontro paziente-terapeuta,&nbsp; e la relazione che ne scaturisce, sono lo strumento fondamentale di una possibile trasformazione verso uno stato di maggior benessere del paziente ma non ne costituiscono l’unico asse. L’altro asse portante della trasformazione è costituito dalla “separazione”. Separazione come “individuazione” ovvero come scoperta di ciò che viene percepito come&nbsp; proprio, specifico, autentico. Separazione come passaggio dalla relazione terapeutica alla relazione con il resto della realtà circostante.</p>



<p>E’ grazie a questo doppio movimento di incontro e separazione che si rende possibile il processo di psicoterapia.</p>



<p>Numerosi sono gli aspetti interessanti che emergono se si osserva la psicoterapia utilizzando come punto di vista la dinamica di “incontro e separazione”. Il setting, ad esempio, sembra nelle sue regole e nella sua strutturazione, soprattutto in relazione allo&nbsp; spazio e al tempo, una metafora dei concetti di incontro e separazione. Altro esempio: incontro e separazione del nostro personale percorso di psicoterapia e di crescita (“guaritori” impegnati in un percorso di “guarigione”) con quello del paziente.</p>



<p>&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Qui mi soffermerò in particolare su alcuni aspetti riguardanti l’incontro e la separazione di sentimenti ed emozioni suscitati dalla relazione psicoterapeutica.</p>



<p>L’<em>empatia</em> è la consapevolezza delle emozioni di un’altra persona, la capacità di percepire cosa prova l’altro. Frequentemente il termine “empatia”viene utilizzato per indicare un atteggiamento del terapeuta di “comprensione profonda, calda e accogliente”; per quanto questo atteggiamento sia fondamentale ai fini della terapia credo che costituisca una parte dell’empatia ma non esaurisca l’ampia gamma di sentimenti ed emozioni che vengono condivisi tra paziente e terapeuta.</p>



<p>L’empatia si fonda sul “principio di analogia” grazie al quale se guardiamo un film, se leggiamo un libro, se ascoltiamo un racconto siamo in grado di calarci nei vissuti emotivi che attraversano i personaggi della narrazione perché le loro emozioni sono, in qualche misura, analoghe, simili alle emozioni che abbiamo sperimentato in una parte della nostra vita.</p>



<p>Dell’empatia esistono due aspetti con i quali uno psicoterapeuta si misura continuamente nello svolgimento del suo lavoro: l’“immedesimazione” e la “risonanza”.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp; L’<em>immedesimazione</em> consiste nell’identificarsi il più possibile con i vissuti e la storia del paziente per comprenderli profondamente e dall’interno; è “<em>la capacità di immergersi nel mondo soggettivo dell’altro, di entrare nella sua pelle e partecipare alla sua esperienza in tutta la misura in cui la comunicazione verbale e non verbale lo permette. In parole più semplici: è la capacità di mettersi al posto dell’altro e vedere la realtà come la vede costui” </em>(Rogers 1969).</p>



<p>Per immergersi nel mondo soggettivo dell’altro è necessario, come terapeuti, lasciarsi alle spalle quanto più possibile del nostro mondo soggettivo.</p>



<p>Una storiella Zen esprime con chiarezza questo concetto:</p>



<h5 class="wp-block-heading"><em><strong>Una tazza di tè <br>Nan-in, un maestro giapponese dell’èra Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì a contenersi . “E’ ricolma. Non ce n’entra più!”. “Come quella tazza,” disse Nan-in “tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?”<br>(da “101 StorieZen” a cura di Nyogen Seenzaki e Paul Reps)</strong></em></h5>



<p>Come il paziente può spiegarci quello che prova se prima non vuotiamo la nostra “tazza”?</p>



<p>Le nostre identificazioni, i nostri pregiudizi e i nostri preconcetti costituiscono ostacoli all’immedesimazione. Non possiamo cogliere ciò che il paziente porta di specifico, nuovo e attuale se non mettiamo temporaneamente da parte le nostre generalizzazioni, i nostri ricordi ed esperienze. Un atteggiamento oggettivante, utile per capire e interpretare le dinamiche del paziente, è in questa fase un ostacolo alla sua comprensione profonda.</p>



<p>Un altro punto importante dell’immedesimazione riguarda l’entrare e uscire dal mondo interiore che l’altro ci dischiude senza lasciare tracce del nostro passaggio, senza contaminarlo con emozioni (quali rabbia, frustrazione, paura, imbarazzo…) che appartengono al nostro vissuto e non al suo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp; La <em>risonanza </em>consiste nell’insieme di ciò che si produce in noi, nel nostro spazio interiore, per l’incontro delle parti dell’altro con le nostre parti, della storia del paziente con la nostra storia. Ogni vissuto che il paziente ci narra inevitabilmente suscita in noi sentimenti, pensieri, ricordi ecc.&nbsp;&nbsp; L’osservazione della risonanza emotiva richiede come prerequisito la disponibilità ad accogliere e contenere in noi terapeuti il mondo emotivo dei nostri pazienti e la disponibilità a stare in contatto con ciò che proviamo. Se l’immedesimazione è cercare di vedere il mondo del paziente “dall’interno”, prendere coscienza della risonanza è abbracciare pienamente il nostro punto di vista consapevoli che è il <em>nostro</em> personale punto di vista.</p>



<p>Per il terapeuta un atteggiamento di attenzione a ciò che i vissuti del paziente producono in lui, evocano, ricordano, risuonano è di aiuto&nbsp; nella comprensione di sé stesso, del paziente e della relazione.</p>



<p>Per quanto riguarda la risonanza è utile accogliere, osservare, sentire, riflettere ma anche saper “lasciar andare”, il lasciarsi “attraversare” dai vissuti dell’altro e dai vissuti suscitati ed evocati in noi per essere successivamente pronti ad accogliere ciò che il presente della relazione, sempre nuovo, ci offre.</p>



<p>&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Immedesimazione e osservazione delle risonanze sono due punti di vista tra i quali un terapeuta, consciamente o inconsciamente, oscilla continuamente. Questa dinamica è come una danza costituita da una sequenza di fluttuanti passi avanti e passi indietro. L’immedesimazione è come un passo avanti che il terapeuta compie per addentrarsi nel mondo soggettivo del paziente lasciandosi alle spalle il proprio mondo di emozioni ed esperienze. L’osservazione della&nbsp; risonanza è come un passo indietro che il terapeuta compie per penetrare nel proprio mondo soggettivo e confrontarsi con ciò che è stato mosso dall’aver accolto in quello spazio i vissuti del paziente.</p>



<p>&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; È&nbsp; importante saper distinguere non solo cosa il paziente e cosa io, terapeuta portiamo nello spazio comune della relazione, ma anche saper disgiungere cosa io provo perché parte primitiva del mio mondo soggettivo e cosa provo perché attivamente suscitato dal paziente. A questo proposito una dinamica interessante è quella che Ogden ha descritto come “identificazione proiettiva” riferendosi ad un processo diverso e più complesso del meccanismo di difesa che viene comunemente indicato con questo nome (in tal senso per evitare confusione è auspicabile che una nuova terminologia venga coniata per indicare la dinamica descritta da Ogden; io suggerirei ad esempio i termini “immedesimazione indotta”).</p>



<p>L’“identificazione proiettiva” di Ogden è un processo in tre fasi:</p>



<ol class="wp-block-list" type="1" start="1">
<li>nella prima fase il paziente induce, di solito inconsciamente, il terapeuta a sperimentare percezioni ed emozioni simili ai propri;</li>
</ol>



<ol class="wp-block-list" type="1" start="2">
<li>nella seconda fase il terapeuta si identifica con quanto proiettato dal paziente ovvero sperimenta una percezione o una emozione simile&nbsp; a quella del paziente; in questa fase il terapeuta può giungere o meno alla consapevolezza del fatto che ciò che prova è stato suscitato dal paziente e corrisponde ad una sua proiezione;</li>
</ol>



<ol class="wp-block-list" type="1" start="3">
<li>il terapeuta contiene ed elabora le percezioni ed emozioni che sperimenta restituendole al paziente che può re-introiettarle modificate.</li>
</ol>



<p>Questo processo si osserva frequentemente durante la terapia; dinamiche simili si verificano anche in situazioni non terapeutiche. Lo scorso anno ho, ad esempio, seguito attraverso una psicoterapia breve una giovane paziente che&nbsp; per un carcinoma intestinale aveva dovuto affrontare un intervento con pesanti conseguenze sull’immagine corporea, numerose complicanze ed enormi dolori (in quanto allergica ai principali analgesici) e che era giunta al nostro primo incontro in uno stato di marcata depressione dell’umore. Una delle prime volte che ci siamo visti mi ha raccontato un episodio accaduto il&nbsp; giorno precedente il nostro primo incontro: durante l’orario delle visite il marito e la figlia erano venuti a trovarla; era un giorno particolarmente triste e penoso per la paziente e lei li ha bruscamente mandati via dicendo che la loro presenza era totalmente inutile e che non le portava nessun beneficio. In questo modo aveva fatto sentire anche a loro parte del dolore e del senso di impotenza e di abbandono che la attanagliavano. Dopo una prima reazione di smarrimento e di risentimento, il marito e la figlia si erano stretti a lei con maggior calore ed erano intervenuti presso il personale del reparto sollecitando un intervento psicologico e ottenendo l’esecuzione di nuovi accertamenti che hanno dato risultati importanti per il decorso. La paziente aveva grossi sensi di colpa per la sofferenza che aveva causato alle persone che più amava ma tali sensi di colpa si sono attenuati quando le ho fatto notare che il suo atteggiamento, in realtà, esprimeva una richiesta di aiuto, di condivisione e di comprensione, formulata nell’unica modalità che era riuscita ad attuare in quel momento di grande sofferenza. L’identificazione proiettiva è per il paziente un affidare ad altri una parte di sé sofferente e nei confronti della quale si sente impotente e smarrito per cercare aiuto nel superamento di questa parte.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp; I due movimenti di immedesimazione e risonanza costituiscono una danza che il terapeuta condivide con il paziente: la “danza empatica” è un ballo di coppia nel senso che il paziente ha, esattamente come il terapeuta e simultaneamente a lui, le proprie dinamiche empatiche di immedesimazione e risonanza.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp; Il paziente solitamente sa poco del terapeuta, delle sua vita privata, dei suoi gusti, delle sue convinzioni. Ma per quanto possa “sapere” poco del suo terapeuta, incontro dopo incontro, lo “sperimenta” nei suoi modi di essere, pensare, provare emozioni, agire e reagire; ed è proprio l’empatia il canale preferenziale usato dal paziente per conoscere il proprio terapeuta.</p>



<p>I pazienti scandagliano attentamente il mare delle emozioni del terapeuta e sono sensibili&nbsp; a tutti gli aspetti che ne sono manifestazione: espressioni del volto, atteggiamenti del corpo, tono della voce, scelta delle parole …</p>



<p>Il primo aspetto che un paziente immedesimandosi nel terapeuta va a ricercare è la <em>presenza</em> di ciò che lui stesso prova e ha narrato. Il primo dubbio cruciale per il quale cerca rassicurazione è infatti: “il mio terapeuta può sperimentare e capire quello che io provo?”. Una presenza autenticamente empatica del terapeuta permette al paziente un rassicurante appagamento del bisogno di essere capito (e quindi meno solo) e di sentire che quello che prova non è eccezionalmente anomalo poiché qualcuno è in grado di comprenderlo. La capacità del terapeuta di far percepire al paziente la propria empatia è una delle qualità psicoterapeutiche fondamentali.</p>



<p>Il paziente valuta poi con attenzione se il terapeuta ha uno spazio di <em>accoglienza non giudicante</em> per lui, per la sua storia, per i suoi sentimenti: “il mio terapeuta è in grado di accogliere e contenere quello che provo? È in grado di farlo senza spaventarsi e ritrarsi, senza arrabbiarsi, senza criticarmi, …?”. Il paziente è attentamente alla ricerca di ogni segno del terapeuta che possa esprimere conferme o disconferme, accuse o discolpe, critiche o approvazioni, incoraggiamenti o inviti a desistere. Un atteggiamento di accoglienza non giudicante crea uno spazio nella relazione che si pone oltre queste dicotomie; uno spazio dove ogni pensiero e ogni sentimento può essere portato, sperimentato apertamente, condiviso, vissuto.</p>



<p>I pazienti si pongono un’altra domanda fondamentale: “che cosa se ne fa il terapeuta di ciò che io condivido con lui, di ciò di cui, raccontando, lo faccio partecipe?”</p>



<p>I pazienti affidano alla elaborazione del loro terapeuta, consciamente attraverso il loro racconto o per lo più inconsciamente tramite dinamiche tipo quelle di transfert o di “identificazione proiettiva” (secondo Ogden), contenuti e modalità di funzionamento psichici particolarmente significativi e dolorosi. Si tratta di contenuti e modalità di funzionamento che i pazienti non sono riusciti ad elaborare e trasformare efficacemente da soli. Proiettandoli sul terapeuta evocano in lui una elaborazione i cui esiti&nbsp; possono essere osservati. Le risposte e le reazioni del terapeuta vengono non solo osservate ma anche introiettate entrando in risonanza con tutti i contenuti psichici preesistenti. Questa introiezione è un possibile fattore di trasformazione e costituisce uno degli assi portanti della psicoterapia.</p>



<p>Perché questa dinamica tra paziente e terapeuta possa funzionare in senso terapeutico sono fondamentali due aspetti:</p>



<ol class="wp-block-list" type="1" start="1">
<li>maturità e integrazione della personalità del terapeuta;</li>
</ol>



<ol class="wp-block-list" type="1" start="2">
<li>il maggiore grado possibile di consapevolezza da parte del terapeuta delle dinamiche in atto.</li>
</ol>



<p>Esserne consapevole permette una migliore elaborazione e consente di trovare un modo di restituzione empatica che tenga conto più della realtà psichica del paziente (immedesimazione) che della propria (risonanza) favorendo l’introiezione e facilitando il cambiamento.</p>



<p>L’empatia non è quindi per il paziente solo strumento di conoscenza di ciò che prova il terapeuta ma si rivela fonte di esperienza trasformativa.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp; La dimensione empatica si trasforma con il progredire della terapia. Se in una fase iniziale della terapia il paziente vive gran parte delle dinamiche empatiche con il proprio terapeuta a livello inconscio con il passare del tempo esse diventano sempre più consapevoli. Inoltre, piano piano, all’incontro emotivo fatto di profonda comunione e condivisione, di intensi processi proiettivi e introiettivi, si affianca un senso di separazione crescente con il crescere della consapevolezza di sé, dei propri confini e con lo svilupparsi del senso di integrazione della personalità e dell’autonomia.</p>



<p>         La “danza empatica”, costituita da innumerevoli movimenti di immedesimazione e risonanza, di incontro e separazione, avvicinamento e allontanamento è un aspetto fondamentale del processo psicoterapeutico. Nella mia esperienza clinica quanto più ne sono stato consapevole conoscitore e abile interprete tanto più efficacemente mi è parso di essere di aiuto ai miei pazienti.</p>



<p>(questo articolo è comparso originariamente sulla Rivista di Psicosintesi Terapeutica n.13 del 2006)</p>



<h5 class="wp-block-heading">BIBLIOGRAFIA</h5>



<p>Alberti A., <em>L’uomo che soffre l’uomo che cura,</em> Giampiero Pagnini Editore, Firenze, 1997.</p>



<p>Nyogen Seenzaki e Paul Reps&nbsp; (a cura di), <em>101 Storie Zen</em>”, Adelphi edizioni, 1973.</p>



<p>Ogden T.H., <em>On projective identification,</em> Int. J. Psycho-Anal., 60, 356-373, 1979.</p>



<p>Rogers K., <em>Terapia centrata sul cliente,</em> La Nuova Italia Editrice, Scandicci (Firenze), 1997.</p>



<p></p>



<p>Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@7seth?utm_content=creditCopyText&amp;utm_medium=referral&amp;utm_source=unsplash">Preillumination SeTh</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/uomo-che-indossa-giacca-del-vestito-nero-e-donna-che-indossa-vestito-rosso-che-balla-cNlQpTstCK8?utm_content=creditCopyText&amp;utm_medium=referral&amp;utm_source=unsplash">Unsplash</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>PSICOSINTESI &#8220;INTEGRATA&#8221;</title>
		<link>https://www.centrosynthesis.it/2024/01/psicosintesi-integrata/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jan 2024 09:47:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[INTRODUZIONE alla "PSICOSINTESI INTEGRATA"]]></category>
		<category><![CDATA[integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[psicosintesi]]></category>
		<category><![CDATA[psicosintesi integrata]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Bonacchi Roberto Assagioli, psichiatra italiano la cui vita ha abbracciato la fine dell&#8217;Ottocento e gran parte del Novecento (1888-1974), ha introdotto la parola &#8220;psicosintesi&#8221; nel 1926 e nel corso della sua lunga vita ne ha descritto il significato in una accezione sempre più ampia e inclusiva. Chi, individui o gruppi, oggi attua la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>di Andrea Bonacchi</strong></p>



<p>Roberto Assagioli, psichiatra italiano la cui vita ha abbracciato la fine dell&#8217;Ottocento e gran parte del Novecento (1888-1974), ha introdotto la parola &#8220;psicosintesi&#8221; nel 1926 e nel corso della sua lunga vita ne ha <a href="https://www.centrosynthesis.it/2024/01/psicosintesi-presentata-da-roberto-assagioli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">descritto il significato</a> in una accezione sempre più ampia e inclusiva. </p>



<p>Chi, individui o gruppi, oggi attua la psicosintesi nei suoi principali campi (autoformazione, medicina, psicoterapia, counseling, educazione, relazioni interpersonali e tra gruppi ecc.) lo fa (1) nel rispetto  di alcuni principi di base che lo rendono parte dell&#8217;ampio e inclusivo <em>movimento psicosintetico</em> e (2) attraverso un insieme di concezioni, metodi e tecniche che fanno parte di uno specifico modo di esprimere la psicosintesi, frutto del personale e particolare percorso di vita e formazione, delle tecniche e prassi apprese, della propria visione esistenziale.</p>



<p>Penso sia quindi giunto il momento di distinguere: (1) la&#8221;<strong><em>psicosintesi</em></strong>&#8221; come base comune di chiunque scelga di operare riconoscendosi in questo ampio movimento; (2) la &#8220;<strong><em>psicosintesi integrata</em></strong>&#8221; come espressione e applicazione individuale (o di specifici gruppi) della base comune su cui si innestano e si sviluppano in modo personale e specifico riformulazioni, concezioni, sviluppi teorici, tecniche, pratiche, approcci alla crescita personale e alla relazione d&#8217;aiuto.</p>



<p>La <strong><em>psicosintesi</em></strong> come base comune è costituita da:</p>



<p>1. una filosofia di fondo che consiste nel dare un ruolo centrale al bisogno di armonia, integrazione e sintesi in tutte le modalità nelle quali esso si può esprimere.  </p>



<p>2. una specifica visione dell&#8217;essere umano e della vita: ampia e inclusiva, dinamica ed evolutiva, positiva.</p>



<p>3. la presenza di <a href="https://www.centrosynthesis.it/2024/01/lallenamento-in-psicosintesi-roberto-assagioli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sette aspetti</a> che secondo Assagioli costituiscono il &#8220;nucleo centrale&#8221; e &#8220;originale&#8221; dell&#8217;esperienza e dell&#8217;allenamento psicosintetici: (1) disidentificazione; (2) il sé personale; (3) la volontà: forte, buona, abile; (4) il modello ideale; (5) la sintesi, nei suoi vari aspetti: (6) il supercosciente; (7) il Sé transpersonale.</p>



<p>La <strong><em>psicosintesi integrata</em></strong> è espressione del principio di integrazione e sintesi incarnato nel singolo individuo o nel singolo gruppo di lavoro. Esprimere l&#8217;aspirazione all&#8217;integrazione e sintesi vuol dire tenere insieme in modo creativo e fecondo ciò che abbiamo appreso dalle esperienze della nostra vita, quello che abbiamo studiato e imparato dalle esperienze di altri, le metodiche che sentiamo utili per il nostro e altrui benessere. La <em>psicosintesi integrata</em> è quindi l&#8217;attuazione degli aspetti di base della psicosintesi in una forma soggettiva e particolare, in uno specifico contesto, in una data epoca.</p>



<p>Volendo usare una metafora, nel movimento psicosintetico siamo come tanti alberi da frutto. Il tronco è simile per tutti gli alberi, un comune porta-innesto. Su questa base comune crescono alberi diversi per chioma, foglie, fiori e frutti espressione di diversi e particolari innesti.</p>



<p>A Roberto Assagioli siamo debitori di questo modo di vedere la psicosintesi. Lui ci ha indicato gli aspetti di base essenziali della psicosintesi. Lui stesso ha poi costruito su questa base la sua personale &#8220;psicosintesi integrata&#8221;  espressione delle sue vicende di vita, degli incontri e delle relazioni significative che ha avuto, dei suoi studi, delle sue caratteristiche di personalità, della sua visione spirituale. Con grande e sapiente umiltà Roberto Assagioli ha relativizzato l&#8217;importanza della sua personale &#8220;psicosintesi integrata&#8221; nell&#8217;ambito dell&#8217;ampio movimento psicosintetico: &#8220;<em>Non esiste ortodossia in Psicosintesi e nessuno, a partire da me stesso, può proclamarsene il vero o autentico rappresentante, capo o leader. Ognuno dei suoi esponenti cerca di esprimerla ed applicarla come meglio è in grado di fare e chiunque ne legga o ascolti il messaggio o riceva beneficio dall’uso dei metodi della Psicosintesi potrà stabilire con quanto successo ciascun esponente ne ha espresso o ne esprimerà lo “spirito</em>”.&#8221; (brano tratto dalla: <a href="https://www.centrosynthesis.it/2024/01/psicosintesi-come-tendenza-alla-integrazione-e-sintesi-in-tutti-i-campi-roberto-assagioli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Lettera inviata da Roberto Assagioli l’11 novembre 1967 ai presidenti, membri dei consigli direttivi ed agli altri collaboratori delle Fondazioni, degli Istituti e dei Centri di Psicosintesi.</em>)</a></p>



<p>A ciascun membro del movimento psicosintetico spetta il compito di costruire la propria <em>psicosintesi integrata</em> in modo saggio e creativo.</p>
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		<title>Visione dell&#8217;essere umano e della vita nel movimento psicosintetico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jan 2024 11:28:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[INTRODUZIONE alla "PSICOSINTESI INTEGRATA"]]></category>
		<category><![CDATA[psicosintesi]]></category>
		<category><![CDATA[psicosintesi integrata]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Bonacchi Roberto Assagioli, fondatore della psicosintesi, ha sviluppato una visione dell&#8217;essere umano e della vita e tale visione rappresenta uno degli aspetti che costituiscono la base comune di tutti coloro che operano e si riconoscono nel movimento psicosintetico. La visione di Assagioli dell&#8217;essere umano e della vita è descritta in numeri scritti ma [&#8230;]]]></description>
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<p><strong><a href="https://www.centrosynthesis.it/andrea-bonacchi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">di Andrea Bonacchi</a></strong></p>



<p>Roberto Assagioli, fondatore della psicosintesi, ha sviluppato una visione dell&#8217;essere umano e della vita e tale visione rappresenta uno degli aspetti che costituiscono la base comune di tutti coloro che operano e si riconoscono nel movimento psicosintetico. La visione di Assagioli dell&#8217;essere umano e della vita è descritta in numeri scritti ma soprattutto nel libro &#8220;Principi e metodi della Psicosintesi Terapeutica&#8221; e in particolare nei primi capitoli.</p>



<p>Per Assagioli:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>esperienze centrali per l&#8217;essere umano sono la <strong>presenza consapevole e la volontà amorevole</strong>, che chiama &#8220;sè personale&#8221; (dal libro: &#8220;Principi e metodi di Psicosintesi Terapeutica&#8221; ed Astrolabio p.15)</li>



<li>La vita umana include <strong>esperienze di benessere</strong> ed esperienze di sofferenza. &#8220;Le esperienze positive, creative, gioiose nella psicosintesi vengono <strong>attivamente promosse</strong> con l&#8217;uso di metodi adatti.&#8221;(dal libro: &#8220;Principi e metodi di Psicosintesi Terapeutica&#8221; ed Astrolabio p.15)</li>



<li>ciascun individuo &#8220;<em>è in <strong>costante sviluppo</strong>, è in accrescimento, e realizza successivamente numerose potenzialità latenti</em>&#8221; (dal libro: &#8220;Principi e metodi di Psicosintesi Terapeutica&#8221; ed Astrolabio p.14)</li>



<li>Il percorso di vita di ogni individuo può avere una <strong>direzione</strong>; in questa ottica i <strong>valori</strong> che ciascuno riconosce e il <strong>significato</strong> che ogni individuo dà alla vita hanno una importanza centrale  (dal libro: &#8220;Principi e metodi di Psicosintesi Terapeutica&#8221; ed Astrolabio p.14)</li>



<li>Ogni essere umano è <strong>libero</strong>, pur sperimentando dei vincoli, ed è <strong>responsabile</strong>. Nella vita emerge &#8220;Il fatto che ogni individuo si trova costantemente di fronte a scelte e decisioni con le conseguenti responsabilità che esse implicano.&#8221; (dal libro: &#8220;Principi e metodi di Psicosintesi Terapeutica&#8221; ed Astrolabio p.14)</li>



<li>è importante il &#8220;riconoscimento della <strong>particolarità di ciascun individuo</strong>&#8221; (dal libro: &#8220;Principi e metodi di Psicosintesi Terapeutica&#8221; ed Astrolabio p.14)</li>
</ul>



<p></p>
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		<title>PSICOSINTESI presentata da Roberto Assagioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jan 2024 07:28:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La PSICOSINTESI di ROBERTO ASSAGIOLI]]></category>
		<category><![CDATA[definizione]]></category>
		<category><![CDATA[presentazione]]></category>
		<category><![CDATA[psicosintesi]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Assagioli]]></category>
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					<description><![CDATA[di  Andrea Bonacchi Roberto Assagioli ha dato varie definizioni della Psicosintesi; esse nel loro insieme danno una visione caledioscopica di come la Psicosintesi era intuita, pensata e &#8220;indicata&#8221; dal suo fondatore. Assagioli ha costantemente sottolineato che la natura della Psicosintesi risiede soprattutto nell&#8217;essere una &#8220;concezione&#8221;, ovvero un modo di vedere le cose e in particolare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><em>di  <a href="https://www.centrosynthesis.it/andrea-bonacchi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Andrea Bonacchi</a></em></strong></p>



<p>Roberto Assagioli ha dato varie definizioni della Psicosintesi; esse nel loro insieme danno una visione caledioscopica di come la Psicosintesi era intuita, pensata e &#8220;indicata&#8221; dal suo fondatore.</p>



<p>Assagioli ha costantemente sottolineato che la natura della Psicosintesi risiede soprattutto nell&#8217;essere una &#8220;concezione&#8221;, ovvero un modo di vedere le cose e in particolare la psiche e la personalità, il loro funzionamento, il loro divenire dinamico e loro il potenziale di crescita e sviluppo armonico:</p>



<p><em>“La psicosintesi così intesa non è una particolare dottrina psicologica, né uno specifico procedimento tecnico. Essa è anzitutto una concezione dinamica e si potrebbe dire, drammatica, della vita psichica, quale lotta tra una molteplicità di forze ribelli e contrastanti e un Centro unificatore che tende a dominarle, a comporle in armonia, a impiegarle nei modi più utili e creativi.</em></p>



<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp; La psicosintesi è poi un insieme di metodi d’azione psicologica volti a favorire e a promuovere quella integrazione e armonia della personalità umana. Così, a seconda dei suoi diversi campi d’azione, essa è o può divenire:</em></p>



<ol class="wp-block-list" start="1">
<li><em><strong>Un metodo di auto-formazione e realizzazione psico-spirituale</strong>, per tutti coloro che non vogliono accettare di restare schiavi dei loro interni fantasmi e degli impulsi esterni, di subire passivamente il gioco delle forze psichiche che si svolgono in loro, ma vogliono diventare i <strong>Signori</strong> del proprio reame interno.</em></li>



<li><em><strong>Un metodo di cura per le malattie e i disturbi neuro-psichici e psicosomatici</strong> […]</em></li>



<li><em><strong>Un metodo di educazione integrale </strong>[…]</em></li>
</ol>



<p><em>La psicosintesi inoltre può venire considerata come l’espressione individuale di un più vasto principio, di una legge generale di sintesi interindividuale e cosmica.</em></p>



<p><em>[…] Fra individui e gruppi sorgono problemi e conflitti simili a quelli che abbiamo trovato agitarsi entro ogni animo umano e le loro soluzioni (<strong>psicosintesi inter-individuali e sociali</strong>) vanno attuate con mezzi analoghi a quelli che abbiamo indicati per la psicosintesi individuale.”</em></p>



<p>(Tratto da libro “Principi e metodi della psicosintesi terapeutica” Ed. Astrolabio, pp 36-37)</p>



<p><em>&#8220;La <strong>Psicosintesi</strong> è un metodo inclusivo basato sul principio della organizzazione della personalità intorno ad un centro unificatore.&#8221;</em></p>



<p>(Tratto dall&#8217;articolo &#8220;Psychosynthesis, a new method of Healing&#8221;, 1926)</p>



<p><em>&#8220;La&nbsp;<strong>Psicosintesi</strong>&nbsp;è una concezione dell&#8217;uomo quale essere bio-psico-spirituale.&#8221;</em></p>



<p>(Tratto da: Lezioni sulla Psicosintesi, Lezione 1 del 1963, Istituto di Psicosintesi)</p>



<p><em>&#8220;La&nbsp;<strong>Psicosintesi</strong>&nbsp;è una concezione dinamica della vita psichica quale lotta fra una molteplicità di forze contrastanti e un centro unificatore che tende a comporle in armonia.&#8221;</em></p>



<p>(Tratto da libro “Principi e metodi della psicosintesi terapeutica” Ed. Astrolabio, 1965)</p>



<p><em>&#8220;La <strong>Psicosintesi</strong> non è una dottrina, né una scuola di psicologia, né un metodo esclusivo di di autorealizzazione, terapia o educazione. Può essere indicata (non uso &#8220;definita&#8221; perché tutte le definizioni  sono limitate e limitanti) soprattutto come un atteggiamento e una lenta conquista verso la integrazione e la sintesi in ogni campo, e soprattutto quelli su menzionati. Potrebbe essere chiamata un &#8220;movimento&#8221;, una &#8220;tendenza&#8221;, una &#8220;meta&#8221;.</em></p>



<p>(Tratto dalla &#8220;Lettera ai direttori dei Centri e Istituti di Psicosintesi in Italia e nel Mondo, 1967)</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><a href="https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/01/Assagioli-cut-1-scaled.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/01/Assagioli-cut-1-1024x878.jpg" alt="" class="wp-image-2564" width="370" height="317" srcset="https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/01/Assagioli-cut-1-1024x878.jpg 1024w, https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/01/Assagioli-cut-1-300x257.jpg 300w, https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/01/Assagioli-cut-1-768x658.jpg 768w, https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/01/Assagioli-cut-1-1536x1316.jpg 1536w, https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2024/01/Assagioli-cut-1-2048x1755.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 370px) 100vw, 370px" /></a></figure>
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		<title>Roberto Assagioli &#8211; Biografia</title>
		<link>https://www.centrosynthesis.it/2016/11/roberto-assagioli-biografia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Nov 2016 06:56:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La PSICOSINTESI di ROBERTO ASSAGIOLI]]></category>
		<category><![CDATA[Assagioli]]></category>
		<category><![CDATA[Biografia]]></category>
		<category><![CDATA[psicosintesi]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Assagioli]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>
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					<description><![CDATA[Cenni biografici sulla vita di Roberto Assagioli 1888, 26 febbraio: nasce a Venezia da genitori ebrei Leone Grego (Verona 1850 – Venezia 1890) ed Elena Kaula (Alessandria d’Egitto 1863 – Firenze 1924) 1890, 8 settembre muore il padre Leone 1891: il 15 settembre la madre Elena sposa Alessandro Emanuele Assagioli Todesco (1954- ) che adotta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4><strong><a href="https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2016/11/Assagioli-cut.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter  wp-image-1612" src="https://www.centrosynthesis.it/wp-content/uploads/2016/11/Assagioli-cut-300x257.jpg" alt="assagioli-cut" width="277" height="237"></a></strong></h4>
<h3 style="text-align: center;"><strong>Cenni biografici sulla vita di Roberto Assagioli</strong></h3>
<p>1888, 26 febbraio: nasce a Venezia da genitori ebrei Leone Grego (Verona 1850 – Venezia 1890) ed Elena Kaula (Alessandria d’Egitto 1863 – Firenze 1924)</p>
<p>1890, 8 settembre muore il padre Leone</p>
<p>1891: il 15 settembre la madre Elena sposa Alessandro Emanuele Assagioli Todesco (1954- ) che adotta Roberto. Elena aveva conosciuto il dott. Assagioli durante un ricovero in ospedale del piccolo Roberto, l’anno precedente.</p>
<p>1900-1904: compie a Venezia gli studi al Liceo Foscarini</p>
<p>1903: Primi scritti di Roberto Assagioli sul <em>Giornale di Venezia</em> all’età di 15 anni.</p>
<p>1904: si trasferisce con la famiglia a Firenze; nel 1905 la famiglia Assagioli acquista in Toscana, nel Chianti un casa (Villa Serena).</p>
<p>1905: inizia gli studi di Medicina all’Istituto di Studi Superiori di Firenze</p>
<p>1904-1910: collabora alle riviste “Leonardo” e “La voce”. Nel 1904 conosce Papini e inizia a collaborare alla rivista Leonardo di cui sarà poi anche Capo Redattore fino alla chiusura nel 1907.Conosce e collabora con Prezzolini.</p>
<p>In questi anni si interessa anche di filosofie e tradizioni spirituali orientali, di teosofia e di occultismo.</p>
<p>1906-1908: copre il ruolo di bibliotecario del Museo Psicologico di Firenze.</p>
<p>1906: a Roma frequenta gruppi teosofici; per tutta la vita coltiverà come visione spirituale e religiosa personale la Teosofia, studiando e scrivendo di queste tematiche, partecipando e fondando gruppi di pratica e ricerca spirituale con questo orientamento (questa era anche la visione spirituale della madre Elena).</p>
<p>1906: articolo <em>“Gli effetti del riso e le loro applicazioni pedagogiche” (Rivista di Psicologia applicata)</em></p>
<p><em>&nbsp;</em>1906: articolo “<em>L’arte della creazione” (Leonardo)</em></p>
<p>1907: articolo <em>“Fantasia in Re interiore” (Leonardo)</em></p>
<p>1907: articolo <em>“Per un nuovo umanesimo ariano” (Leonardo)</em></p>
<p>1907: articolo <em>“Il nuovo pensiero americano” (Leonardo)</em></p>
<p>1907: inizia a frequentare l’ospedale Burgholzli a Zurigo dove conosce Jung e Bleuler e dove prepara la sua tesi di laurea sulla psicoanalisi.</p>
<p>1908: frequenta i corsi di Emil Kraepelin a Monaco nella clinica per malattie nervose.</p>
<p>1908: Partecipa al <em>Convegno Internazionale sulla Storia delle Religioni</em> a Oxford e sull’<em>Educazione Morale</em> a Londra. I resoconti dei suoi interventi appaiono sulla rivista Scientia.</p>
<p>1908-10 Svolge un tirocinio nel Manicomio Fiorentino di San Salvi con il Prof. E. Tanzi.</p>
<p>1909: articolo <em>“Per una moderna psicagogia” (La Voce)</em></p>
<ol start="1909">
<li>Partecipa alle attività della <em>Biblioteca Filosofica</em> con conferenze e dibattiti e diventa socio attivo del <em>Circolo della Filosofia</em>, aderente alla Società Filosofica Italiana.</li>
</ol>
<p>1910: 1 luglio; si laurea a Firenze con una tesi sulla Psicoanalisi, seguirà la specializzazione in Psichiatria.</p>
<p>1910: 30 e 31 marzo partecipa, unico italiano, al congresso di Norimberga dove&nbsp; viene fondata la Società Psicoanaitica Internazionale e Assagioli già membro del gruppo freudiano di Zurigo vi aderisce, unico italiano. Al congresso sono presenti tra gli altri Sigmund Freud, CG Jung, S, Ferenczi, K. Abraham. E. Bleuler, O Rank, L. Biswanger. Scrive una recensione del congresso per la Rivista di Psicologia Applicata, anno VI n.3</p>
<p>1910: 31 marzo nasce a Firenze la Società Italiana di Psicologia; Assagioli è uno dei primi 53 soci.</p>
<p>1910: relazione “Trasformazione e sublimazione delle energie sessuali”, al 1° convegno Italiano sulla questione sessuale.</p>
<p>1911: Partecipa al Congresso Internazionale di Filosofia a Bologna, con una relazione su “Il supercosciente”.</p>
<p>1911-1915: fonda la rivista <em>“Psiche”</em>diretta dallo psichiatra Enrico Morselli; la rivista ha carattere bimestrale e a vita regolare per 4 anni. Nel secondo numero compare il primo scritto tradotto in italiano di Freud: “Il metodo Psicoanalitico”. La rivista verrà nuovamente pubblicata nel 1960 ma per soli tre numeri.</p>
<p>1912: Collabora alla rivista russa “Psicoterapia”.</p>
<p>1913: Con altri studiosi fiorentini fonda il <em>“Circolo di Studi Psicologici di Firenze”.</em></p>
<p>1915: è richiamato alle armi come ufficiale medico. Durante l’armistizio è vicedirettore del Centro Neurologico di Ancona.</p>
<p>1920-1926: apre uno studio professionale a Firenze</p>
<p>1922: 12 agosto, sposa Nella Ciapetti.</p>
<p>1923: nasce a Capolona il figlio Ilario Francesco (12 settembre).</p>
<p>1923: è uno dei redattori di Ultra, rivista di studi e ricerche spirituali.</p>
<p>1925: muore a Firenze la madre Elena.</p>
<p>1926: opuscolo <em>“Psychosynthesis, a new method of Healing”.</em></p>
<p>1926: la famiglia Assagioli si trasferisce a Roma in via Antonio Bosio 15. La casa diviene ritrovo teosofico della Lega Teosofica Indipendente, gruppo “Roma”.</p>
<p>Dal 1926: Assagioli usa pubblicamente la parola “Psicosintesi” per indicare “un metodo inclusivo basato sul principio della organizzazione della personalità intorno ad un centro unificatore”.</p>
<p>1926: fonda a Roma l’Istituto di Cultura e di Terapia Psichica poi dal 1933 “Istituto di Psicosintesi”.</p>
<p>1926: Incontra a Roma R. Tagore, in occasione del viaggio del poeta in Italia.</p>
<p>1928: Scrive una introduzione agli “Yoga Sutra di Patanjali”.</p>
<p>1926-1938: maturazione della concezione psicosintetica.</p>
<p>1931: pubblicazione dell’Esercizio di Disidentificazione e Autoidentificazione.</p>
<p>1934: è a New York per tenere una conferenza dal titolo “Psychoanlisis and Psychosasyinthesis” al Women University Club</p>
<p>1934: Collabora alla rivista polacca “Wiedya Duhowa”</p>
<p>1938: costretto a chiudere l’Istituto in ragione delle sue attività internazionali, pacifiste e umanitarie e della sua origine ebraica. La sua casa viene perquisita, la biblioteca in parte distrutta e numerosi opuscoli dati alle fiamme.</p>
<p>1940: vive tra Capolona e Villa Serena nel Chianti; nell’estate viene arrestato con l’accusa di pacifismo e resta tre mesi in prigione a Regina Coeli. Viene rilasciato con domicilio obbligato.</p>
<p>1938-1946: estrema povertà dei dati biografici; nel 1941 il figlio Ilario Assagioli si ammala di tubercolosi.</p>
<p>1945: Acquista la casa in Via di San Domenico a Firenze</p>
<p>1946: riapre a Firenze l’Istituto di Psicosintesi</p>
<p>1950: aprile, fonda l’Unione Italiana per L’Ebraismo Progressivo aderente alla World Union for Profressive Judaism</p>
<p>1951: muore il 6 novembre il figlio Ilario Assagioli</p>
<p>1956-1957: primi Convegni Internazionali di Psicosintesi. 1° convengo Internazionale di Psicosintesi alla Nussa.</p>
<p>1958: negli Stati Uniti si costituisce la “Psychosynthesis Research Foundation”</p>
<p>1959-1965: rapido fiorire della psicosintesi a livello internazionale</p>
<p>1959: Inaugura il Centro di Psicosintesi a Parigi</p>
<p>1960: si costituisce il Centro di Atene. Scritti sulla psicosintesi vengono tradotti in lingua greca.</p>
<p>1961: Si costituisce formalmente l’associazione denominata “Istituto di Psicosintesi” con sede ufficiale a Firenze in via di San Domenico 16.</p>
<p>1963: crea a Firenze il Centro Incontri e Collaborazione soccorso Telefonico.</p>
<p>1965: Pubblicazione negli USA del libro: “Psychosynthesis a collection of Basic Writings”</p>
<p>1965: L’Istituto di Psicosintesi viene riconosciuto come Ente Morale (Decreto del Presidente della Repubblica n 1721 del 1 agosto 1965)</p>
<p>1966: pubblicazione in italiano del libro: <em>“Per l’armonia della vita”</em></p>
<p>1966: fondazione del Centro di Biopsicosintesi in Argentina</p>
<p>Vengono aperti progressivamente diversi Centri in Italia: Roma nel 1967, Bologna 1969, Perugia, 1970, Padova 1974.</p>
<p>1972: incontra a Caletta Lama Govinda</p>
<p>1972: Si costituisce ufficialmente il Canadian Institute of Psychosythesisi a Montreal in Canada.</p>
<p>1973: pubblicazione del terzo libro: “The act of Will”</p>
<p>1973 Muore la moglie Nella Ciapetti.</p>
<p>1974: viene inaugurato in primavera a Londra l’Institute of Psychosynthesis</p>
<p>1974, 19 maggio: detta in lingua inglese gli appunti sull’Allenamento in Psicosintesi</p>
<p>1974, 23 agosto: all’alba muore a Capolona; stava lavorando al suo libro sul Sé trans-personale, rimasto incompiuto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h5><em>Andrea Bonacchi, 2016</em></h5>
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