<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/" xmlns:blogger="http://schemas.google.com/blogger/2008" xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:gd="http://schemas.google.com/g/2005" xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0" version="2.0"><channel><atom:id>tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151</atom:id><lastBuildDate>Mon, 27 Apr 2026 06:42:43 +0000</lastBuildDate><category>Popoff</category><category>Cronache Umbre</category><category>Micropolis</category><title>chissacosa</title><description></description><link>https://chissacosa.blogspot.com/</link><managingEditor>noreply@blogger.com (Fabrizio)</managingEditor><generator>Blogger</generator><openSearch:totalResults>1062</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-1361079776037213858</guid><pubDate>Sat, 12 Nov 2022 11:44:00 +0000</pubDate><atom:updated>2022-11-12T12:44:38.591+01:00</atom:updated><title>La bozza di accordo Italia-Francia</title><description>&lt;p&gt;Una possibile soluzione alla crisi diplomatica tra Francia e Italia è stata messa a punto da Giorgia Meloni e Marine Le Pen. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A
 dire il vero la leader della destra francese aveva chiamato Palazzo 
Chigi per capire come si potessero vincere le elezioni con parole 
d’ordine bizzarre come «Difendiamo i confini dall’invasione» in un paese
 che non vede truppe straniere sul proprio territorio da più di 
settant’anni, o come si riesca a far credere che la misura di innalzare 
il limite dei pagamenti in contanti a 5 mila euro sia una misura per 
favorire i poveri che non possono permettersi di avere il bancomat. 
L’altra curiosità di Le Pen era sapere come si possano illudere milioni 
di elettori che un governo fondi tutto sul merito avendo al proprio 
interno Daniela Santanchè e Gennaro Sangiuliano. «Io sono tre volte che 
provo a diventare capo dello Stato, sparo cazzate anche più grosse, 
eppure non ci sono ancora riuscita», si era sfogata con i suoi 
collaboratori Le Pen in preda a una crisi di nervi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La
 videoconferenza con Parigi non è iniziata nel migliore dei modi. Il 
collaboratore di Le Pen diceva di cercare «Madame la présidente», ma 
dall’altro capo gli è stato risposto: «Qui non c’avemo nessuna madame, 
qui c’avemo er presidente del Consiglio, mica semo froci». C’è voluto 
l’intervento di Crosetto, che ha minacciato il segretario di Meloni con 
la fiamma ossidrica e ha preso in mano la situazione, per ristabilire la
 calma. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo i primi convenevoli («Come ti trovo bene, cara», ha
 detto Le Pen; «Chiamami caro, sono diventato presidente», ha 
puntualizzato Meloni), le due hanno affrontato la questione dei rapporti
 tesi tra i due paesi. Quando gli è stato chiesto di procurare 
l’occorrente per stendere una bozza, l’assistente di Meloni si è 
presentato con un manganello. Crosetto, torcendogli il braccio dietro la
 schiena per non farsi vedere, gli ha sussurrato all’orecchio che si 
trattava di una metafora: occorrevano carta e penna. L’assistente ha 
brontolato sostenendo che questa metafora doveva essere proprio 
leggerina se bastava una penna per stenderla. A quel punto il ministro 
della Difesa ha usato le maniere forti: «Ti costringo per un mese a 
guardare tutte le sere Damilano», così l’assistente ha eseguito 
l’ordine. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lodo Meloni-Le Pen prevedeva originariamente che la
 Francia e l’Italia si scambiassero di posto. Ma a quel punto è 
intervenuto Raffaele Fitto, che rispolverando delle reminiscenze di 
geografia astronomica, ha detto che la cosa gli pareva di difficile 
applicabilità. È stato allora deciso che gli italiani verranno 
trasferiti in Francia e viceversa. «Noi abbiamo la Legione straniera, 
che sa farsi valere sicuramente meglio dei vostri soldati contro 
l’esercito di donne, bambini e uomini reduci dalle torture in Libia che 
sta invadendo l’Europa», ha detto Le Pen. A quel punto Crosetto, che fa 
il ministro della Difesa ma non poteva dire la sua, per sfogarsi ha dato
 una gomitata sulla bocca dello stomaco all’assistente di Meloni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il
 governo italiano, scartata la prima ipotesi di stabilirsi a Vichy, 
andrà all’Eliseo. Si conta che Macron accetti lo scambio poiché pare che
 la moglie sia innamorata di Roma. Le Pen si accontenterebbe in un primo
 momento di guidare l’opposizione da Salò. Salvini, per acclimatarsi, si
 è subito recato nell’estremo nord della Francia, a Calais, dove è 
rimasto deluso poiché si aspettava di vedere in lontananza le Alpi, 
invece ha trovato il mare. Il leader della Lega ha esclamato «L’aria è 
cambiata!». «Grazie al cazzo, siamo a mille chilometri da casa», gli ha 
risposto Fedriga che faceva parte della delegazione leghista e punta 
adesso ad accorpare Bretagna, Normandia e Alta Francia per staccarle dal
 resto del paese. Rimarrebbe a quel punto il problema di dove collocare 
Attilio Fontana, ma si confida di lasciarlo in Lombardia continuando a 
illuderlo di governarla. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La proposta pare piaccia ai due 
presidenti del Senato e della Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo 
Fontana, che sono riusciti ad emendarla facendo inserire degli esami 
obbligatori di mascolinità per tutta la popolazione di sesso maschile al
 compimento del diciottesimo anno e dei campi di recupero per chi 
presenti rischi di effeminatezza.&lt;span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2022/11/la-bozza-di-accordo-italia-francia.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-3440049041586922649</guid><pubDate>Wed, 04 May 2022 14:10:00 +0000</pubDate><atom:updated>2022-05-04T19:17:36.504+02:00</atom:updated><title>In ordine sparso, sette cose che ho imparato in due mesi di guerra</title><description>&lt;p&gt;1) Siccome piacciono, si citano le parole di papa Francesco contro la guerra, in alcuni casi le si trasforma in meme e molto spesso ci si fa prendere la mano e se ne conclude che Bergoglio è una «autorità morale». Si tratta dello stesso papa che rappresenta la chiesa cattolica contro l’eutanasia e l’interruzione volontaria della gravidanza da parte delle donne. Se lo si eleva ad «autorità morale», è per sempre. Per molti che sono contro la guerra ma a favore di eutanasia e interruzione volontaria della gravidanza, dunque, sarebbe più opportuno dire: sono d’accordo con le parole del papa contro la guerra. Invece no. Enfaticamente si elegge Bergoglio a leader morale &lt;i&gt;tout court&lt;/i&gt;.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;p&gt;2) Illustri opinionisti, su quotidiani che hanno fatto la storia del giornalismo, vergano liste di proscrizione elencando i cognomi di chi, per il solo opporsi alla retorica guerresca o caldeggiare una soluzione diplomatica, viene spinto d’ufficio nelle file putiniane. Altri, più modesti twittatori, elencano i partecipanti all’evento di Santoro tacciandoli di aver «scelto gli assassini, i torturatori, gli stupratori». Dubitare è delinquere, problematizzare è schierarsi. Siamo alla metaguerra. All’importazione della logica di guerra anche tra noi, che non saremmo in guerra. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3) Illustri leader politici sentenziano che il ministro di Putin, Lavrov, non doveva essere intervistato. Cioè: non si contesta ciò che Lavrov ha detto, o al limite il modo in cui è stata condotta l’intervista. Si applica la censura. Cioè la stessa pratica che si contesta a Putin, contro cui, al tempo stesso, si invita alla guerra. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4) Si sbandierano sondaggi che confermano la propria opinione, salvo poi contestare la credibilità dei sondaggi in tutte le occasioni in cui indicano tendenze che non collimano con le proprie prospettive. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;5) Le responsabilità della Nato e dell’amministrazione Usa vengono sottolineate da più di qualcuno con un’acribia tale che si finisce per renderle un alibi per Putin che, poverino, a quel punto non poteva fare altro che aggredire l’Ucraina. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;6) L’irragionevolezza sulla quale si regge tutto il teatrino fa sì che non di rado si accendano discussioni sulla tenuta psichiatrica di Putin o sul passato di attore di Zelenski, come se fossero elementi davvero dirimenti per comprendere la situazione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;7) Gran parte degli atteggiamenti irragionevoli appena elencati, sono propalati quotidianamente da maschi, benestanti, intorno ai sessant’anni detentori di un potere immenso nel circuito dei mass media e non solo. Cosa che ne fa una categoria a) tendenzialmente tuttologa e b) le cui esigenze e paranoie sono estremamente sovrarappresentate rispetto a quelle del resto della popolazione. Si tratta di un problema serio, che esisteva già prima, ma che la guerra, col suo esplodere d’irragionevolezza, ha amplificato sbattendocelo in faccia come uno schiaffo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;/p&gt;&lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2022/05/in-ordine-sparso-sette-cose-che-ho.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-4221029554797916</guid><pubDate>Mon, 03 Jan 2022 16:04:00 +0000</pubDate><atom:updated>2022-01-03T17:31:29.435+01:00</atom:updated><title>Evviva! Le mascherine a 0,75 €</title><description> Il prezzo calmierato delle mascherine porterà a spendere una ventina di euro al mese a persona, sempre che non si esca tutti i giorni. Se si ha la ventura di avere un figlio o una figlia a carico i venti euro, ovviamente, raddoppiano e arrivano a 40. Lo stipendio medio in Italia è di circa 1.200 euro al mese (che per qualcuno rappresentano un sogno). Chiedere a una persona che sta in quelle condizioni (e ripeto, in molti stanno pure peggio) di spendere 40 euro al mese equivale a decurtare il suo potere d’acquisto del 3 per cento. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;La cosa che mi ha messo più tristezza di questo post è che prima di scriverlo ho esitato e mi sono chiesto: ma vale la pena scrivere per cifre così basse? Ovviamente ho scelto che sì, vale la pena, perché la povertà o le difficoltà letterali di arrivare a fine mese non esistono nel racconto collettivo che ci facciamo di noi stessi, se non come folclore o modo di dire. Si parla tantissimo dei ricchi che si lamentano di pagare troppe tasse e quindi, va da sé, sono giustificati per evaderle tasse; molto meno dei tantissimi che si dannano la vita dietro a un tozzo di pane e non sono giustificati per niente, neanche per la colpa più lieve, neanche per prendere un sussidio che è un’elemosina (sì, sto parlando del reddito di cittadinanza). Perché i ricchi non si vergognano di essere tali, perché la ricchezza è ritenuta un premio anche se i soldi li hai fatti nel modo peggiore; la povertà invece, è sempre una colpa, e n qualche modo la devi pagare, anche se non te lo dicono espressamente. Ovviamente io so che non è cosi: non si sceglie di essere poveri, e la ricchezza non è un premio, e ci sono ricchi che sono arrivati a essere tali rubando e sfruttando. Ma sta di fatto che mi sono chiesto se valesse la pena di “scrivere per cifre così basse”. E questo la dice lunga. </description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2022/01/evviva-le-mascherine-075.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-8920981497768582946</guid><pubDate>Fri, 31 Dec 2021 17:37:00 +0000</pubDate><atom:updated>2022-01-02T13:34:31.136+01:00</atom:updated><title>Buon anno</title><description>&lt;p&gt;Stanotte ho sognato che mentre il 2021 passava il testimone al 2022 il testimone cadeva e il 2021 e il 2022 venivano squalificati. Poi però facevano ricorso e il giudice aveva aggiornato la seduta a sei mesi dopo per un difetto di notifica. Sei mesi dopo la seduta era stata riaggiornata a tre mesi dopo perché il cancelliere aveva avuto un disturbo intestinale, e tre mesi dopo si era nel pieno della pausa estiva e i tribunali erano chiusi, e quindi si era andati a finire al 2023. &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;Nel frattempo una vecchia Simca che pare fosse appartenuta negli anni settanta a Mario Draghi era stata eletta presidente della Repubblica. Matteo Renzi si era intestato il merito di aver contribuito ad eleggere la prima donna al Quirinale, mentre Matteo Salvini aveva dichiarato che lui per le vecchie Simca aveva un debole fin da bambino. Giorgia Meloni aveva italianamente statuito che secondo lei la Simca non era abbastanza patriota e che non poteva votarla. Il Pd aveva votato con la maggioranza come sempre gli era accaduto da quando era nato. I Cinque stelle non avevano votato perché non esistevano più e al loro posto Berlusconi aveva costruito un immenso campo da golf. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era anche uscito un film, o una serie, non mi ricordo bene, e all’inizio c’era chi diceva “a me è piaciuto” o “a me non è piaciuto”. Poi però quelli che dicevano “a me è piaciuto” avevano cominciato a dire a quelli del “non m’è piaciuto”, “aho, che cazzo c’hai da guarda’?”, ed era finita che sui social e in tutti i talk show per due mesi non s&#39;era fatto altro che parlare di questo film o questa serie che non mi ricordo di che parlava ma mi ricordo che c’erano le risse proprio tra chi gli era piaciuto e chi no. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla fine si tenne l’udienza per il ricorso, era il 2024, e il 2021 e il 2022 vennero riammessi perché, secondo quanto si lesse nella motivazione, &quot;quel giorno era particolarmente umido e il testimone era molto scivoloso e poi e poi gli immigrati, il Pil, le troppe tasse, le cavallette”. Al riferimento alle cavallette una parte di opinione pubblica scese in piazza con i cartelli che recitavano: “Ma che cazzo stai a di’?”. E a quel punto il giudice uscì allo scoperto e disse: “Guardate che è una citazione dei Blues Brothers”. E l’opinione pubblica rispose: “Ah, vabbè, se è così”. &lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2021/12/buon-anno.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-4650617246894949140</guid><pubDate>Wed, 29 Dec 2021 17:47:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-12-29T18:47:38.975+01:00</atom:updated><title>Le code ai tamponi, l&#39;anacronismo di Tesei</title><description>&lt;p&gt;&lt;br /&gt; Temo che criticare la giunta regionale dell’Umbria perché siamo nel caos nella gestione del Covid non colga il punto. Nel caos c’è più o meno tutta l’Italia, non solo l’Umbria. E infatti il punto non è quello. La questione è che nel programma della attuale presidente della regione, nel capitolo sanità, si leggeva questo: «Sarà strategico potenziare il tasso di coinvolgimento del privato, che in Umbria è pari a meno di 1/3 di quello della Lombardia». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;Nell’arco di un paio d’anni la realtà si è incaricata di fare di quelle parole la pietra tombale non tanto di un programma elettorale, quanto di un modello di governo. La Lombardia è stata travolta e il suo presidente - forse lo si sarà notato, ma giova sottolinearlo - è scomparso dalle cronache; un inabissamento che la dice lunga su quanto la sua figura sia diventata scomoda anche per i suoi stessi alleati e colleghi di partito, che confidano sull’oblio per liberarsi da tutto ciò che Fontana oggi rappresenta. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’emergenza covid da parte sua ha dimostrato quanto sia fondamentale la presenza pubblica nei settori strategici. Questo è il punto, che la critica a Coletto e Tesei limitata solo alla loro goffaggine nella gestione della pandemia rischia di non far emergere adeguatamente. Anzi, potrebbe diventare per loro un alibi, sotto l’adagio: tutta l’Italia è in difficoltà. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il punto invece è che la pandemia sta dimostrando che senza il &lt;i&gt;pubblico &lt;/i&gt;saremmo in braghe peggiori rispetto a quelle in cui ci troviamo. E il pubblico che abbiamo oggi è stato pesantemente ridimensionato dall’ideologia del “più mercato meno stato” e spolpato da un personale politico che non di rado ne hanno fatto carne di porco per diversi lustri. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Coletto e Tesei sono squalificanti non perché oggi ci sono le code per i tamponi, ma per quella frase in un programma elettorale che ha appena due anni ma ne dimostra duecento. E quella frase, identificativo di un’ideologia anacronistica, va rispolverata sempre, come il fantasma di Fontana, per dire che il pubblico non dev’essere né ridimensionato né spolpato, ma ne va fatta un’eccellenza inedita, mai vista.&lt;p&gt;&lt;/p&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2021/12/le-code-ai-tamponi-lanacronismo-di-tesei.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-1819674286678892644</guid><pubDate>Fri, 17 Dec 2021 15:30:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-12-17T17:25:50.279+01:00</atom:updated><title>Scrivo per fatto personale</title><description>&lt;br /&gt; Mezza vita fa io insieme a oltre venti colleghe e colleghi venimmo licenziati dal giornale in cui lavoravamo. La notizia ci arrivò con una lettera del direttore, Luigi Camilloni, diventato nel frattempo liquidatore dell’azienda che aveva deciso di terminare le pubblicazioni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il quotidiano si chiamava “Giornale dell’Umbria”, ed era stato ceduto alla Gifer di Giuseppe Incarnato appena cinque mesi prima. La vecchia società, nella quale figurava la famiglia Colaiacovo, proprietaria di Colacem, una delle principali aziende italiane produttrici di cemento, si disfece del giornale nel cuore dell’estate, il 27 agosto 2015, al termine di una trattativa di cui i lavoratori furono avvisati solo a cose fatte. Il 31 gennaio 2016, dopo un periodo a dir poco rocambolesco, il Giornale dell’Umbria cessò le pubblicazioni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi Giuseppe Incarnato, un avvocato a lui legato, Francesco Marrocco, il prima direttore e poi liquidatore Luigi Camilloni e altri sono stati rinviati a giudizio per bancarotta fraudolenta in relazione a quella vicenda. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ognuno di quelli che hanno vissuto quei mesi ha una sua memoria ben scolpita dell’accaduto; vedere oggi sancito da un tribunale che ci sono gli estremi per processare qualcuno per una bancarotta fraudolenta che avrebbe contribuito a farti perdere il lavoro (avrebbe, ché si è innocenti fino al terzo grado di giudizio) aggiunge amarezza ad amarezza. E pure un po’ di veleno. </description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2021/12/scrivo-per-fatto-personale.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-2053433851029977693</guid><pubDate>Mon, 22 Nov 2021 19:10:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-11-22T20:10:38.957+01:00</atom:updated><title>7, 9 e 14</title><description>&lt;p&gt;&lt;br /&gt; Tra sabato e domenica scorsi ho sentito e/o letto da fonti diverse che chi si vaccina rischia 7, 9 e 14 volte in meno di contrarre il covid, e/o di finire in ospedale, e/o in terapia intensiva, e/o di morire rispetto a chi non è vaccinato. Se già vi siete persi, non vi preoccupate: è un effetto voluto per dire che da questa lavatrice in centrifuga permanente in cui siamo entrati da venti mesi ci sono ottime probabilità di uscire più stupidi di come siamo entrati, e già eravamo messi abbastanza bene. Ho anche sentito una tipa in una delle manifestazioni no green pass e/o novax che, intervistata, diceva di aver sentito tutto e il contrario di tutto, e questo era di fatto il motivo della sua protesta: non si fida. Provate a darle torto.&amp;nbsp;&lt;span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sia chiaro: ognuno è libero di fare i titoli che vuole e le trasmissioni che vuole, ognuno è libero di credere e dire ciò che vuole. Sta di fatto che in questo delirio di evangelizzatori pro vax e di protestatari no vax e no green pass disposti a manifestare tutte le settimane anche se quando gli hanno tolto l’articolo 18 non c’hanno neanche pensato a scendere in piazza, per dire; in questo delirio, dicevo, dove ti scorrono senza soluzione di continuità l’opinione der caciotta e quella di uno che fa ricerca da una vita, l’unica a vincere è la stupidità che stiamo erigendo a sistema. Perché se perdi pure quella poca ragione che di tanto in tanto ti contraddistingue, non puoi puntare neanche a pareggiare, vince lei: la stupidità. Sia quella degli evangelizzatori che vorrebbero chiudere allo zoo chi non si vaccina, sia di quelli che pensano che col vaccino si trasformano in ET. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una responsabilità micidiale ce l’ha chi ha gestito le comunicazioni da posti di responsabilità e questo circo da informazione permanente che si è autocondannato ad aggiornarci ogni tre minuti su qualcosa che sappiamo già da quando abbiamo acceso la radio alle 7 di mattina ma ce lo presenta ogni volta, decine di volte al giorno, tra una pubblicità e l’altra, come un qualcosa che se non ti aggiorni in tempo reale Dante torna in vita e pubblica un’edizione aggiornata della Divina Commedia mettendoti nel girone dei coglioni e come pena del contrappasso ti costringe per il resto dei tuoi giorni ad ascoltare Gigi D’Alessio e, nelle pause, a guardare Barbara D’Urso. Oh, per carità, il casino è stato tale che qualche scivolata ci stava, è fisiologico, soprattutto da parte di si è trovato a governare la situazione (il circo dell’informazione, conoscendolo un po’ da vicino, lo giustifico meno). Sta di fatto che a venti mesi dall’inizio del delirio, stiamo ancora a 7, 9 e 14. Bum! &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci sarebbero dei numeri che aiutano platealmente a capire perché conviene vaccinarsi, basterebbe darli una volta, e pace, senza rincoglionire le persone. Dice, e quali sarebbero ‘sti numeri? Eccoli: oggi, per dire, proprio oggi eh, 22 novembre 2021, sono stati registrati 9.351 nuovi contagi da covid. Il 22 novembre 2020 i nuovi contagiati furono 33.713. I morti di oggi sono stati 57, lo stesso giorno dell’anno scorso furono 654. In terapia intensiva oggi ci stanno 549 persone, l’anno scorso a quest’ora erano 3.801. Tutto questo succede mentre oggi andiamo a scuola, al lavoro (chi ce l’ha) al cinema e al ristorante (chi se lo può permettere), e possiamo pure andare a trovare zia Marietta che c’ha fatto la crostata; l’anno scorso invece c’avevamo Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Calabria in zona rossa; Puglia e Sicilia in arancione e il resto d’Italia in giallo (e qui era dad per tutti e cinema e teatri chiusi, così, per dire). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora, di fronte a questo, o proprio pensi di essere immensamente più intelligente della media, e allora tu ne sai di più e il vaccino non te lo fai perché sennò rischi che ti si bruciano i neuroni in più che ti consentono di vedere complotti dove i comuni mortali non vedono una cippa, oppure, se ti ritieni nella media, ti vai a fare la terza dose e festeggi pure con una birretta. E poi vai a fare qualsiasi cosa che non sia mettersi a guardare notiziari o tolcsciò, dove 7, 9 e 14. &lt;/p&gt;&lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2021/11/7-9-e-14.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-167227463205647227</guid><pubDate>Thu, 28 Oct 2021 09:18:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-10-28T11:18:18.672+02:00</atom:updated><title>Novecentisti e no</title><description> Dunque: l’&lt;a href=&quot;https://bit.ly/3vPQO62&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;articolo pubblicato da Cronache Umbre&lt;/a&gt; su piazza Birago, Zerocalcare, PopUp e la fine del Novecento (che ci ho messo io) ha suscitato cose. Qui nel mio profilo e altrove. Questa doveva essere una risposta a delle sollecitazioni, in origine, e doveva andare a finire in risposta a dei commenti fatti in questa bacheca facebook. Poi sono andato lungo, e allora ho pensato di farci un post, del tutto inadeguato qui su facebook, e forse inadeguato &lt;i&gt;tout court&lt;/i&gt;, infatti per l’occasione ho rispolverato anche il mio blogghettino d’antan. &lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;Ciao Elvio, e a questo punto, ciao Giovanni e tutti gli altri che mi guardano come un marziano, quando non con antipatia, quando scrivo certe cose. Anche io mi sono formato nel XX secolo e mi trovo oggi a tollerarla, la fluidità dentro cui non sono nato. Nel senso che quando dico che il Novecento è finito, il mio non è un moto di gioia, ma neanche di abbattimento. È piuttosto un invito che rivolgo a me stesso e a chi ha tempo e voglia di leggere a guardare la realtà con lenti da adeguare, se si viene dal Novecento. Perché, se ci guardiamo attorno, cosa accade? Che gli over 50-60 osservano, parlano e ragionano come se fossimo ancora negli anni ottanta del secolo scorso. Da qui deriva quello che mi è capitato di definire il “lamentismo dei reduci”. Gli under 40-50 invece - e man mano che l’età si fa più giovane il fenomeno diventa più marcato - che non hanno vissuto l’esperienza dei “partitoni” e della politica che gli girava attorno (anche quella dei movimenti, per molti versi), prendono strade diverse, che della realtà novecentesca non tengono conto perché: 1) quella realtà non esiste più; 2) di ciò che ne resta loro (gli under 40) hanno assaporato la coda inerziale e più deteriore. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo quadro gli over si vedono smarriti perché la realtà non si adegua alle loro lenti e gli under, condannati al precariato che è diventato esistenziale, tentano di battere strade a loro più congeniali se e quando gli rimane il tempo per guardarsi attorno dopo essersi sbattuti tra lavoretti e collaborazioni pagati in maniera indecente. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutto questo contribuisce a una divaricazione e a una incomunicabilità che non sono adeguatamente rappresentate, secondo me, ma sono verticali. A certi appuntamenti trovi solo over, ad altri solo under. E occhio, non è la solita questione giovani vs. vecchi: stiamo parlando sia per ciò che riguarda gli under che gli over di persone adulte. Gli over inseguono i bei tempi andati e non trovando coincidenza con la realtà sbattono contro la frustrazione; gli under ci provano, si sbattono, a volte riescono, la maggior parte si trovano davanti porte chiuse derivanti anche dalla ottusità degli over, e a loro volta si fanno prendere dalla frustrazione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La piazza piena di sabato scorso davanti a PopUp per l’incontro con Zerocalcare e Chiara Cruciati è una metafora di questa situazione – e una speranza – perché in essa si è rappresentata la contemporaneità: i partiti-ectoplasmi-fini-a-se-stessi fuori, le persone autorganizzate dentro (perdonate la semplificazione). C’è insomma “voglia di politica” (chiedo ancora scusa per la retorica insulsa dovuta alla necessità di non allungare troppo il brodo) che si esprime in modi del tutto differenti dal Novecento. Il fatto che tranne eccezioni il personale politico sia composto da over, e quando è under assume le fattezze degli over, testimonierà pur qualcosa. Oggi un under piuttosto che entrare in un partito mette in piedi un’associazione, fa mutuo soccorso, fonda una cooperativa per aprire un cinema, fa riqualificazione urbana, apre una libreria indipendente, prova a scrivere da qualche parte (sto citando tutte cose che accadono a Perugia). In questo senso dico che il Novecento è finito: l’anelito alla trasformazione non passa più per i partiti attuali, che dire inadeguati, e pure dannosi, è poco. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I partiti, dite tu e Giovanni e altri, però; senza partiti non è immaginabile la politica, la trasformazione, dite. Non sono d’accordo: non vedere una cosa, non riuscire a immaginarla, non significa che non possa esistere. E della trasformazione in atto ci sono dei segnali, che non volendo rubare il mestiere ai politologi mi permetto di segnalare. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le novità più macroscopiche di questi ultimi anni a livello europeo (parlo per quel poco e male che conosco) sono state Podemos in Spagna, Syriza in Grecia e il M5S in Italia. In tutti e tre i casi (diversi tra loro) abbiamo davanti forme lontanissime dai partiti tradizionali. Podemos è un’organizzazione trainata da un gruppo di docenti universitari attivi da anni che ha trovato il suo catalizzatore nel movimento di protesta degli Indignados che ha scosso la Spagna nel 2011. Il M5S nasce sulla base di istanze ambientaliste radicali, prende la forma dei meet-up ed è intriso di una critica verticale ai partiti tradizionali. Syriza è una confederazione di piccole formazioni radicali che a un certo punto della crisi in Grecia trasforma le sedi di partito in centri di mutualismo con distribuzione di farmaci e alimenti. Tutte quelle formazioni hanno conosciuto un momento di successo, in molti vi hanno guardato con interesse; tutte hanno le loro contraddizioni, tutte agiscono e/o hanno agito tenendosi lontanissime dalle liturgie novecentesche. Che voglio dire? Che si tratta di tentativi di uscita dal Novecento, imperfetti ovviamente, che però ci dicono, a me pare, che le forme sono già cambiate, e i Novecentisti non se ne rendono conto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PS: il guaio è che la voce degli over, ancorché fuori tempo, è pressoché l’unica che si sente: sono gli over che scrivono nei giornali, che vanno nei talk show e che fanno politica in senso tradizionale; sono gli over che parlano degli over e se parlano degli under lo fanno con un misto di paternalismo e incomprensione. E questo contribuisce ad acuire la distorsione con cui gran parte dell’opinione pubblica guarda alla realtà. &lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2021/10/novecentisti-e-no.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-14277378549602901</guid><pubDate>Thu, 11 Feb 2021 15:07:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-02-11T16:07:18.239+01:00</atom:updated><title>L&#39;inerte e la vita</title><description>Vale la pena sottolinearla, questa cosa che sta succedendo in Umbria. La regione ha chiesto aiuto al governo nazionale per reperire medici e infermieri senza i quali la sanità si è inceppata e l’ospedale da campo di Perugia, inaugurato diverse settimane fa, è rimasto vuoto; cosa che con i contagi che galoppano e la saturazione delle terapie intensive a livello di guardia, assume i contorni della auto-beffa. &lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;La mancata programmazione delle assunzioni da parte dei vertici della sanità regionale è stata già ampiamente sottolineata, e non è qui il caso di reiterare quelle critiche. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fatto è che la richiesta d’aiuto per il reperimento di donne e uomini senza i quali le strutture non sono in grado di funzionare riporta in luce il tema del lavoro, cosa questa su cui invece nessuno (o quasi) si è soffermato. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lavoro infatti, semplicemente, non esiste. È una cosa solidissima, che fa incazzare, ammalare, morire, campare, dannarsi; eppure non compare né sotto la forma dei corpi che materialmente lo agiscono o ne sono esclusi, né come tema pubblico. Esistono i consumatori, categoria sotto la quale sono schiacciati lavoratrici, lavoratori, disoccupate e disoccupati. Ed esiste l’impresa, continuamente evocata, dispensatrice di ricchezze, progresso e benessere; una entità che nel discorso pubblico non ha macchie, e che soprattutto è risolta in sé, autosufficiente. Una distorsione, questa. Perché da un lato cozza contro le continue richieste di sgravi, incentivi e misure ad hoc da parte dagli imprenditori; ma soprattutto elude completamente il fatto che l’impresa per campare ha bisogno di mani, braccia, teste, corpi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È l’assunzione dell’entità-impresa come principio ordinatore che per certi versi ha portato all’inaugurazione di quell’ospedale senza curarsi dei corpi e delle intelligenze che sarebbero stati necessari per farlo funzionare, cioè del lavoro. È il relegamento dei lavoratori e delle lavoratrici a meri strumenti della produzione che non li fa entrare nel discorso pubblico, come avviene per un trattore, un altoforno, un cacciavite, un trapano. I lavoratori e le lavoratrici si reperiscono sul mercato e quando non servono si mettono via, come un qualsiasi altro utensile che infatti non occupa spazio alcuno nel discorso pubblico dominato dalla centralità dell’impresa. Tanto che gli stessi ospedali sono diventati “aziende”, una neo-blasfemia accettata da tutti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco, quella richiesta d’aiuto per avere lavoratori da parte di una presidente attanagliata dalla morsa covid vale la pena di sottolinearla perché è un implicito e del tutto involontario - un accidente, si direbbe – riconoscimento della necessità delle persone in carne e ossa, della loro opera, delle loro competenze, dei loro cervelli senza i quali l’inerzialità dei respiratori, dei letti, dei saturimetri, delle medicine da somministrare rimarrebbe tale: inerte, appunto, inservibile. Servono le persone, la loro vita, a mettere in moto l’inerte. Così come l’entità-impresa rimarrebbe inerte senza la vita dei lavoratori e delle lavoratici. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Contrapporre l’inerte alla vita potrebbe risultare forse utile per tentare di ribaltare quel controsenso inumano che fa della venerazione dell’inerte un tratto di questo tempo che svuota le vite. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Potrebbe sembrare vano tutto questo, oppure ovvio. Si potrebbe però misurarne la portata contando le volte che in un qualsiasi dibattito o in un qualsiasi sito di informazione o su un vetusto giornale di carta s’incontrano la parola impresa e i suoi derivati (imprenditori, azienda, competitività eccetera) e la parola lavoro e i suoi derivati (lavoratrici, lavoratori, precarie e precari, disoccupate e disoccupati eccetera). Provateci, se vi va. &lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2021/02/linerte-e-la-vita.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-6226369878681148329</guid><pubDate>Tue, 02 Feb 2021 18:36:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-02-03T11:16:15.624+01:00</atom:updated><title>Non siamo mica gli americani</title><description>&lt;p&gt; Mentre metabolizzavo il libro di Giovanni Dozzini (“Qui dovevo stare”, Fandango libri) mi venivano in mente “Birdman”, poi “Non siamo mica gli americani”, e poi ancora “Padania” (“Due ciminiere e un campo di neve fradicia, qui è dove sono nato e qui morirò”). Come si possono mescolare un film di Iñárritu, una canzone del primo Vasco Rossi e una dei più recenti Afterhours? Succede: nelle teste delle persone si mescolano un sacco di cose, spesso molto diverse l’una dall’altra. E pure le vite sono un sacco di cose, e anche all’interno della stessa ci trovi un sacco di cose molto diverse l’una dall’altra.&amp;nbsp;&lt;span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;“Birdman” è perché l’opera è concepita come quel film: un unico piano sequenza girato dall’angolo visuale del protagonista. “Non siamo mica gli americani” perché, semplicemente, noi non siamo come gli americani, e quando cerchiamo di scimmiottarli spesso facciamo del male a noi stessi, magari senza neanche capirlo. “Padania” perché c’è una circolarità di ambienti nel libro (“Qui è dove sono nato e qui morirò”) che sembrano sempre gli stessi e che invece cambiano, e pure parecchio. Se un libro ti rimanda a tutte queste cose eterogenee, non è perché l’autore ha copiato, ovviamente. Giovanni ha scritto un romanzo di un’originalità irriducibile, per questo accende molte lampadine. E i rimandi musicali potrebbero avere qualcosa a che fare con l’imprinting che io ebbi con lui, un pezzo di vita fa, quando uno dei primi giorni in cui ero appena entrato in una redazione nuova, in mezzo a gente nuova, sentii squillare un telefono a cui il proprietario aveva collegato come suoneria “No surprises” dei Radiohead. A dispetto del titolo, mi voltai con sorpresa a cercare chi fosse quello che, visti i gusti comuni, avrebbe potuto essere un primo gancio in quell’ambiente inedito: era Giovanni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A pensarci bene, “Non siamo mica gli americani” m’è venuta in mente perché il romanzo si apre in una notte solitaria e si chiude in una piazza affollata di giorno. Sembrerebbe un percorso di apertura. Invece è la descrizione di una corsa involontaria verso il solipsismo. Sembra disegnare la parabola al contrario del sasso che gettato su uno specchio d’acqua genera cerchi concentrici che si allargano sempre più. In “Qui dovevo stare” i cerchi seguono, all’inverso, un itinerario centripeto: si restringono via via sempre più intorno a “Brego” fino a diventare un cappio intorno al collo di un protagonista sempre più solo. Lui, come gli altri nella piazza, sembrerebbe cercare un’unione, una messa in comune che nonostante tutto non si riesce a trovare, essendo il percorso di ognuno verso il monadismo ormai pressoché irreversibile, ed essendo ognuno un satellite solitario che gira attorno all’unico sole che c’è in quella piazza. Soli. Come gli americani davanti all’Ovest sterminato con la pistola a portata di mano per difendersi da sé. Ma noi non siamo gli americani, appunto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi siamo quelli delle sagre, delle feste dell’unità, della spezzatura del maiale, del lavoro in fabbrica gomito a gomito, dell’istituto di previdenza sociale. Siamo quelli dei riti collettivi. E nell’atomismo ci navighiamo male. Malissimo. Ed è proprio quello il male che il romanzo tenta di scandagliare. Da dove nasce, perché nasce, a cosa porta. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per farlo l’autore ci porta letteralmente dentro la testa di un imbianchino quarantenne senza particolari pregi né difetti. Uno che avrebbe coronato i suoi sogni: un lavoro, una casa, una moglie, una figlia. Solo che “se un sogno si attacca come una colla all’anima, tutto diventa vero, tu invece no”, come canta Manuel Agnelli in “Padania”. I sogni si rimpiccioliscono sempre più, fino a scomparire per coincidere con uno svegliati-lavora-mangia-dormi che li schiaccia in una insopportabilità quotidiana accompagnata dal dissolvimento di un mondo che non c’è più, come la mamma andata via troppo presto che fa capolino dentro la testa del “Brego”, tra il sopracciglio e la tempia accanto all’occhio destro. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo sgualcimento dell’esistenza è parallelo a quello della sfera pubblica, del &lt;i&gt;comune&lt;/i&gt;: il bar del paese era di Antonio, e ci si andava a giocare a flipper o a carte; ora c’è un cinese chiamato Mario, e al posto del flipper ci stanno le macchinette succhia-soldi che divorano le esistenze di poveri cristi. Nelle case tirate su dai paesani cento anni fa ora si parlano lingue sconosciute e le cucine evaporano di spezie lontane e qui sono tutti rumeni-marocchini-negri e bisogna difendersi da loro, perché si arrampicano su per le tubature e vanno a rubare nelle case: se ne italianizzano i nomi, di questa massa di persone venute a cercar fortuna, come a volerne disinnescare il potenziale sovversivo della diversità, come a volerli integrare; ma quello che prevale è un continuo &lt;i&gt;noi &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;loro &lt;/i&gt;che moltiplica lo smarrimento. Il decadimento è dentro e fuori e i due processi sono collegati alla totale inadeguatezza del Partito (con la P maiuscola) che da queste parti (siamo a Perugia, città rossa per una vita) come pressoché ovunque è diventato pista per carrieristi che “rimangono sempre in piedi” e apparato del tutto disconnesso dalla vita reale. Un Partito, a dire il vero, che non era ‘sto granché manco nei bei tempi andati, quando dal centro i funzionari scendevano quaggiù, al paese, a dettare la linea a quella che veniva considerata una massa di obbedienti, serbatoio di voti o poco più.&lt;/p&gt;&lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;&lt;p&gt;Alla fine gli obbedienti hanno cominciato però a disobbedire a quello che non capivano più. L’hanno fatto sotto i colpi di un deterioramento di tutto: delle strade, delle facciate dei palazzi, della corruzione imperante, delle condizioni di vita. È successo quando il Partito è diventato più realista del re e si è chiuso in se stesso come se desiderasse la morte per asfissia. È successo sotto il parallelo schiacciamento dei sogni che hanno ridotto la vita a quell’insopportabile svegliati-lavora-mangia-dormi mentre sotto scorre Masha e Orso, che è utile a tenere buona una figlia davanti alla tv tutta la settimana e da portare al centro commerciale la domenica insieme alla mamma troppo nervosa perché più di qualcosa stride pure dentro lei, e allora conviene farla sfogare con l’acquisto di camicie e pantaloni utili a nascondere i chili ammonticchiati in un’esistenza troppo immobile. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È un romanzo sullo smarrimento, &quot;Qui dovevo stare&quot;. Sulla perdita di senso delle vite private e collettive; forse perché il privato e il collettivo hanno preso due strade troppo divergenti, e a noi questa cosa ci guasta, perché non siamo gli americani, abituati ad andare soli con la pistola nel cinturone. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualcuno sostiene che per capire la realtà occorre leggere più romanzi che saggi. E del resto quello è un metodo adottato dagli storici. Il romanzo di Giovanni Dozzini è di sicuro uno di quelli da leggere per tentare di comprendere da dove, come e perché è arrivato quello smarrimento diventato la cicatrice distintiva della nostra epoca. È profondissimo e pop al tempo stesso, come le canzoni migliori. E ha alla base una scelta stilistica e narrativa che già da sola varrebbe il prezzo del volume. Perché lo smarrimento lo racconta da dentro. Dalla radice.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Niente di già visto, niente di già sentito. Tutto molto utile. E bello. &lt;/p&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2021/02/non-siamo-mica-gli-americani.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-708460732651232897</guid><pubDate>Sat, 09 Jan 2021 19:27:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-01-09T20:27:24.278+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Cronache Umbre</category><title>L’abisso della stampa umbra, occupazione dimezzata in dieci anni</title><description> Da più di un decennio è in atto una crisi industriale strisciante e silenziosa che sta producendo in Umbria effetti tanto dannosi quanto poco avvertiti. Nel 2009, sul nascere di quella che sarebbe stata la grande ondata della stampa on line, il Comitato regionale per le comunicazioni dell’Umbria (Corecom) si prese la briga di &lt;a href=&quot;http://www.corecom.umbria.it/sites/www.corecom.umbria.it/files/allegati_pubblicazioni/ricerca_umbriait.pdf&quot;&gt;censire i mezzi di comunicazione presenti in &lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;http://www.corecom.umbria.it/sites/www.corecom.umbria.it/files/allegati_pubblicazioni/ricerca_umbriait.pdf&quot;&gt;regione&lt;/a&gt; in una ricerca dal titolo allora evocativo:“Umbria.it”. Da quelle pagine emerge che all’epoca c’erano quattro quotidiani che si dedicavano alla cronaca locale; vi lavoravano complessivamente cento giornalisti e giornaliste con regolare contratto. Dieci anni dopo, nel 2019, una di quelle quattro testate non esisteva più, le altre avevano via via ridotto (e continuano a farlo) la forza lavoro, cosicché il numero di persone impiegate si è drasticamente ridotto arrivando a 49 unità. Una contrazione di metà della forza lavoro che è sintomo di una crisi che va molto oltre i numeri, sia per quantità che per qualità. &lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima di andare oltre però, è necessario un chiarimento: perché parliamo solo di carta stampata? Perché quello è il settore in cui è più agevole un monitoraggio attendibile. Per capirne il motivo, conviene affidarsi a una citazione tratta da un’altra pubblicazione del Corecom Umbria, risalente al 2013: &lt;a href=&quot;http://www.corecom.umbria.it/files/allegati_pubblicazioni/il_sistema_dei_media_locali_in_umbria.pdf&quot;&gt;“&lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;http://www.corecom.umbria.it/files/allegati_pubblicazioni/il_sistema_dei_media_locali_in_umbria.pdf&quot;&gt;Il sistema dei media locali in Umbria”&lt;/a&gt;. «Difficile stimare quanti (...) svolgano effettivamente la professione di giornalisti e ne ricevano un compenso – vi si legge -. La situazione è resa ancora più complicata a causa di una generale dequalificazione della categoria del giornalista: spesso i praticanti pubblicisti sono coinvolti in una corsa al ribasso dei prezzari, vengono sottopagati o non pagati affatto (...). A questi si aggiunga l’esercito silenzioso di coloro che, mandati in prepensionamento, continuano a svolgere la professione percependo compensi inferiori, spesso non dichiarati». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quello del giornalismo è insomma già di suo un settore in cui ci sono un livello di precariato con compensi minimi e un tasso di irregolarità altissimi. Perché, allora, prendiamo come punto di riferimento i soli giornali cartacei? Perché la carta stampata è l’ambito nel quale, nonostante questi fenomeni siano presenti, c’è (c’è stata?) una contrattualizzazione sufficientemente estesa e omogenea che consente un confronto su anni diversi per capire l’andamento del settore nel suo complesso. Una parte della metà dei giornalisti (molte le donne) che ha perso il lavoro negli ultimi dieci anni sta svolgendo lavori come addetti stampa, collaboratori e corrispondenti o è entrata in una delle decine di siti web che sono spuntati come funghi dopo la pioggia in questi anni. Il punto che occorre sottolineare qui è che quella massa di persone costretta a riconvertirsi, invariabilmente, non ha ottenuto una forma contrattuale analoga a quella di cui usufruiva nei rispettivi giornali di provenienza e ha dovuto accettare condizioni peggiori sia economiche che contrattuali. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non si sta assistendo insomma a un rimescolamento delle carte dovuto all’innovazione tecnologica; siamo lontanissimi dall’esempio classico che piace tanto ai fautori del mercato a tutti i costi per cui, tra diciannovesimo e ventesimo secolo, la declinante industria di carrozze per cavalli veniva sostituita dalle aziende in ascesa che producevano auto. Dal 2009 al 2019 le vendite dei quotidiani locali in questa regione sono crollate del 60 per cento: dalle 29 mila giornaliere del 2009 a poco più di 11 mila; un fenomeno analogo a quello registrato per i quotidiani nazionali. Ciò ha innescato una spirale al ribasso. Il circolo vizioso è questo: meno vendite – meno occupazione – meno investimenti - meno qualità – ulteriore contrazione delle vendite; in una ripetizione continua che a ogni giro ricomincia da un gradino più basso. All’inizio si è ritenuto che la quota di mercato pubblicitario che veniva persa dalla carta stampata fosse destinata a riversarsi automaticamente nel web; da qui il proliferare di siti. Non è stato così. Oggi, secondo i dati forniti da Iab Italia, l’osservatorio sulla pubblicità digitale, &lt;a href=&quot;https://www.corriere.it/economia/consumi/20_novembre_12/iab-italia-google-facebook-78percento-pubblicita-online-noseda-serve-ribilanciamento-39c832b2-24cb-11eb-9615-de24e09c8a4a.shtml&quot;&gt;il 78 per cento degli investimenti in pubblicità &lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;https://www.corriere.it/economia/consumi/20_novembre_12/iab-italia-google-facebook-78percento-pubblicita-online-noseda-serve-ribilanciamento-39c832b2-24cb-11eb-9615-de24e09c8a4a.shtml&quot;&gt;online&lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;https://www.corriere.it/economia/consumi/20_novembre_12/iab-italia-google-facebook-78percento-pubblicita-online-noseda-serve-ribilanciamento-39c832b2-24cb-11eb-9615-de24e09c8a4a.shtml&quot;&gt; fatti in Italia entra nelle casse di &lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;https://www.corriere.it/economia/consumi/20_novembre_12/iab-italia-google-facebook-78percento-pubblicita-online-noseda-serve-ribilanciamento-39c832b2-24cb-11eb-9615-de24e09c8a4a.shtml&quot;&gt;Google e Facebook&lt;/a&gt;. Si sta assistendo cioè a un processo di concentrazione in cui i grandi diventano sempre più grandi ingoiando i piccoli. Con il paradosso di assistere a una estrazione di reddito che dalla regione migra verso giganti che in Italia non pagano neanche le tasse. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciò ha determinato e sta determinando le conseguenze che si vivono in questa regione che già scontava sue difficoltà peculiari. Conseguenze che, si badi, non hanno effetti solo sugli addetti ai lavori ma coinvolgono più in generale la società regionale nel suo complesso sotto diversi aspetti. La crisi del giornalismo locale in questa regione è una crisi sociale. Cancellare posti di lavoro o intere testate, oppure ridimensionarle pesantemente, è come abbattere una foresta: non si crea solo un vuoto, si produce più inquinamento perché gli alberi (leggi: le varie testate) non assorbiranno più anidride carbonica (leggi: l’intossicazione dei comunicati stampa e delle fake news); specie animali verranno meno (leggi: giornalismo d’inchiesta e approfondimento); il clima ne risentirà (leggi: la qualità del dibattito pubblico) e un intero ecosistema ne uscirà squilibrato. Così è per la stampa locale, che è parte della costituzione materiale di un paese e di una comunità. Vediamo di illustrarne alcuni dei motivi e delle implicazioni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intanto, si è giocata una partita in cui l’imprenditoria regionale, &lt;a href=&quot;https://www.cronacheumbre.it/2021/01/07/imprese-arretrate-amministratori-irretiti-tesei-double-face/&quot;&gt;che &lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;https://www.cronacheumbre.it/2021/01/07/imprese-arretrate-amministratori-irretiti-tesei-double-face/&quot;&gt;come abbiamo avuto modo di rilevare, &lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;https://www.cronacheumbre.it/2021/01/07/imprese-arretrate-amministratori-irretiti-tesei-double-face/&quot;&gt;già non brilla di per sé&lt;/a&gt;, ha confermato la sua mancanza di capacità innovativa e di fronteggiare difficoltà. I due giornali a vocazione prettamente regionale, Corriere dell’Umbria e Giornale dell’Umbria, all’inizio della crisi erano sotto il controllo delle due maggiori aziende di produzione del cemento della regione, rispettivamente: Barbetti e Colacem (controllata dalla famiglia Colaiacovo). I Barbetti (28 milioni di fatturato nel 2018) hanno ceduto il Corriere dell’Umbria ad Angelucci, editore di Libero, nonché titolare di un impero nel settore della sanità privata. Da allora il quotidiano è passato di crisi in crisi attraverso vari ridimensionamenti della forza lavoro che l’hanno portato da 36 a 28 giornalisti e al ricorso massiccio ai contratti di solidarietà e alla cassa integrazione. Il Giornale dell’Umbria, fino all’agosto del 2015 in mano alla potente famiglia Colaiacovo - ottavo gruppo industriale dell’Umbria nel 2018 con &lt;a href=&quot;https://www.reportaziende.it/umbria?start=0&amp;amp;pagina=1&amp;amp;idDiv=_1867879393&amp;amp;tipoQuery=areaRegione#areaRegione&quot;&gt;232 milioni di fatturato&lt;/a&gt; - è stato ceduto a una compagine societaria che nell’arco di cinque mesi l’ha portato alla fine delle pubblicazioni con il licenziamento in tronco di 27 persone. Da segnalare, a proposito dei Colaiacovo, che la famiglia detiene anche la proprietà di Tele Radio Gubbio, passata attraverso una ristrutturazione drastica che l’ha portata da sette a due dipendenti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma cosa succede quando una redazione si impoverisce di risorse, come sta avvenendo a quelle umbre da più di un decennio? È un processo piuttosto semplice quanto spietato. Si ha meno tempo per fare inchiesta, si deve rinunciare a fare reportage in cui si raccontano le persone, i loro problemi e le loro aspirazioni perché la gente non si ha più tempo di incontrarla, chiusi nelle redazioni e costretti a mandare avanti la macchina. Si è strozzati al punto di non poter più verificare le notizie e di essere costretti ad affidarsi ai comunicati stampa di aziende, personaggi politici e amministratori che ovviamente portano acqua al loro mulino. In questo modo i media diventano bacheche per comunicazioni di soggetti più o meno potenti che si autocostruiscono la propria immagine pubblica al riparo da qualsiasi critica; perché per criticare occorre il tempo di vagliare, e quel tempo si assottiglia al diminuire degli occupati e all’aumentare della ricattabilità dei superstiti nelle redazioni. L’informazione si trasforma in comunicazione, con un effetto copia e incolla che assume punte grottesche, e di cui i giornalisti sono vittime tanto quanto i lettori che vi si rivolgono. &lt;a href=&quot;https://www.cronacheumbre.it/wp-content/uploads/2020/11/Comunicato-Acea.pdf&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt; ne trovate un esempio: un colosso multinazionale con interessi pesantissimi nei servizi pubblici della regione emette un comunicato stampa in cui si balugina un finanziamento milionario frutto di una complicata operazione finanziaria. La stragrande maggioranza delle testate è costretta a pubblicare il comunicato così com’è senza avere minimamente il tempo di vagliare le informazioni in esso contenute. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È evidente che un processo del genere abbassa la qualità del servizio prodotto e porta siti e giornali ad avvicinarsi pericolosamente, nel sentire comune, ai livelli di produttori di notizie privi di professionalità e scrupoli. Il risultato è la forza di condizionamento sull’opinione pubblica dei social con, in testa, di facebook. O meglio, come lo definisce il &lt;a href=&quot;https://www.agcom.it/documents/10179/9629936/Studio-Ricerca+19-02-2018/72cf58fc-77fc-44ae-b0a6-1d174ac2054f?version=1.0&quot;&gt;Rapporto sul consumo di informazione&lt;/a&gt; dell’Agcom, degli «strumenti governati da algoritmi». L’algoritmo propone al consumatore-lettore contenuti in base alla probabilità, calcolata dallo stesso algoritmo, che al consumatore-lettore piacciano facendo riferimento allo “storico” delle preferenze del consumatore-lettore stesso. Ne consegue una dipendenza dall’algoritmo di cui la maggior parte delle persone non sono coscienti, e ne consegue soprattutto una mancanza di vaglio delle fonti e una sostanziale cecità della scelta perché l’algoritmo è calcolo che non conosce le sfumature dell’umano: Bauman lì vale quanto Cetto Laqualunque. Ciò, ovviamente, penalizza in misura maggiore le fasce più vulnerabili: quelle con titolo di studio più basso, con minor reddito eccetera. Il tutto, condito dalla “gratuità” dell’informazione via social, che è un altro formidabile specchio per le allodole. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco come dalla dequalificazione della professione giornalistica, secondo l’appropriata definizione del Corecom, si arriva a un inaridimento complessivo della società, della circolazione dei saperi al suo interno, e alla riduzione di capacità di scelta consapevole delle persone. Ed ecco perché l’inabissamento dei posti di lavoro, la precarizzazione del settore e la voragine sociale che si è aperta nel settore della stampa dovrebbero essere preoccupazione della comunità regionale nel suo complesso, danneggiata a sua volta da scelte editoriali miopi e da volontà di potere che vedono nel ridimensionamento della stampa indipendente una possibilità di estensione dei propri margini di manovra. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giornalisti e giornaliste hanno subìto questo processo senza comunicare adeguatamente all’opinione pubblica i rischi che si annidano dentro questo processo che sta intossicando il dibattito pubblico da più di un decennio e di cui si vedono i frutti malati. È una questione di rapporti di forza, di trascuratezz, di mancate prese di coscienza. Troppo forti gli editori, quegli editori presenti in Umbria, rispetto a una categoria poco numerosa e altrettanto poco compatta perché sottoposta al ricatto: accetta le condizioni o quella è la porta. Solo che la porta si è spalancata per tutti, anche per quelli che hanno accettato le condizioni. E ora si è aperta su un abisso che rischia di inghiottire, oltre a coloro che lavorano nell’informazione, l’intera comunità regionale, il suo sapere collettivo, il suo saper discutere con discernimento, il suo decidere consapevolmente. In una parola: la democrazia. </description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2021/01/labisso-della-stampa-umbra-occupazione.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-3724267003355777513</guid><pubDate>Thu, 07 Jan 2021 14:49:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-01-07T16:01:01.984+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Cronache Umbre</category><title>Imprese arretrate, amministratori irretiti. Tesei double face</title><description>&lt;p&gt;È una fotografia impietosa del sistema imprenditoriale umbro quella contenuta nel &lt;a href=&quot;https://www.regione.umbria.it/documents/18/24986114/DEFR+2021-2023+DGR+1195+9dic20/e1ac62cb-554b-4f30-a676-b109dbe7d34a&quot;&gt;Documento di economia e finanza regionale 2021-2023&lt;/a&gt; (Defr, lo strumento di programmazione del prossimo triennio) che la Giunta regionale ha approvato il 9 dicembre 2020. Nel capitolo dedicato al quadro macroeconomico dell’Umbria si legge che essa «si è presentata alla sfida con la pandemia Covid-19 in una situazione complessa, per alcune debolezze e problemi anche strutturali che la espongono – più di altre realtà territoriali – alle crisi di carattere congiunturale». &lt;span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;Poi c’è l’elenco: «Scarsità di investimenti privati in ricerca e sviluppo, debole collegamento tra sistema della ricerca e sistema produttivo, basso livello di digitalizzazione delle imprese, assetti produttivi in settori a minore intensità di ricerca e sviluppo, insufficiente capacità del sistema produttivo di assorbire e impiegare i laureati e sottoutilizzazione degli istruiti, decremento demografico e invecchiamento della popolazione, bassa produttività, insufficiente dotazione infrastrutturale nel sistema della mobilità e dei trasporti, basso livello di patrimonializzazione delle imprese, bassa domanda di figure qualificate, livelli di remunerazione del lavoro dipendente mediamente più bassi del dato nazionale». &lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;Si tratta di un quaderno delle doglianze composto di undici voci; per nove di esse le responsabilità sono riconducibili al mondo delle imprese e a chi le governa; su un’altra, quella del decremento demografico, c’è lo zampino degli stessi soggetti. E dire che poco più di un anno prima la presidente della Regione, Donatella Tesei, aveva scritto nel suo &lt;a href=&quot;https://donatellatesei.it/wp-content/uploads/2019/10/TESEI-PROGRAMMA.pdf&quot;&gt;programma elettorale&lt;/a&gt; che «l’industria umbra è una industria di eccellenza, in ogni settore», e proponeva di fare del suo esecutivo «un governo regionale che rappresenti fortemente gli interessi dell’industria umbra in Italia ed in Europa». Giudizio opposto la ex sindaca di Montefalco esprimeva nei confronti della «macchina amministrativa regionale, che con circa 1.500 dipendenti è la prima azienda umbra, ma è l’ultima per l’efficienza e la rapidità dei procedimenti amministrativi e quindi per le risposte ai cittadini». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rilevare la discordanza tra quanto scritto nel programma della presidente e quello che si legge nel primo documento di programmazione in cui si è cimentata la sua giunta non è un artificio polemico. Serve a mettere a fuoco quanto e come la centralità dell’impresa privata e del mercato e la contemporanea messa all’indice della «macchina amministrativa regionale», cioè del pubblico, siano elementi aprioristici, fondativi dell’attuale maggioranza, ancorché niente affatto esclusivi. Quel furore ideologico ha sfondato i confini destra-sinistra e attecchito da tempo in ampi settori dell’attuale opposizione che fu maggioranza e, quel che è più importante, in ampissimi settori dell’opinione pubblica, assumendo le fattezze del pensiero unico in un manicheismo grossolano e senza appelli: privato bene/pubblico male. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si tratta di furore ideologico perché le convinzioni parallele della bontà del privato e della meschinità del pubblico sono destituite di fondamento nella realtà. Tanto che quando si tratta di mettere nero su bianco il principale documento di programmazione economica, anche una presidente che nel suo programma elettorale tesseva incondizionatamente le lodi dell’«industria umbra» è costretta ad ammettere ed elencare le tante criticità di quella realtà. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma come stanno davvero le cose? È più attendibile la candidata presidente che dà alle stampe il suo programma elettorale o la presidente eletta che scrive il Documento economico per il prossimo triennio? Qualche dato aiuta a capire. In Italia nel 2018 si è speso l’equivalente dell’1,4 per cento del Pil in ricerca e sviluppo; circa un terzo di quella spesa, cioè lo 0,9 per cento del Pil, è stata finanziata dalle imprese private. Questa quota è già di per sé «nettamente al di sotto della media dell’Ue», dove i privati investono l’equivalente dell’1,4 per cento del Pil in ricerca e sviluppo, &lt;a href=&quot;https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1105338.pdf?_1591284462151&quot;&gt;come rileva il Servizio studi della Camera&lt;/a&gt;. In Umbria la già bassa propensione all’investimento in ricerca e sviluppo delle imprese private si assottiglia allo 0,4 per cento del Pil regionale (dati relativi al 2017), cioè della metà [tabella 1]. In questa regione la spesa complessiva in ricerca si è attestata nel 2018 a 231 milioni, cioè l’1 per cento del Pil, ed è stata trainata al 45 per cento dalle Università pubbliche e al 47 per cento dalle imprese. In Italia quelle percentuali si ribaltano: il 63 per cento della spesa in ricerca lo investono le imprese; dalle università arriva solo il 23 per cento. Ancora, per capire l’entità del fenomeno: in Umbria nel 2018 sono stati censiti 3,2 addetti alla ricerca e sviluppo ogni 1000 abitanti, la media italiana è 5; il Friuli Venezia Giulia, regione poco più grande della nostra (l’esempio tornerà più avanti), ne conta 6,3; l’Emilia Romagna 8,9, la Toscana 5,7, le Marche 4,3 il Lazio 7,7 [tabella 2]. Siamo, e di gran lunga, l’ultima regione del centro Italia in questa graduatoria. E se si va a vedere dove vengono impiegati i ricercatori, le imprese private sono l’ennesima nota stonata: per ricercatori nelle Università l’Umbria è sesta in Italia; per quelli nelle imprese è decima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La tendenza a non innovare del sistema produttivo regionale si riflette nella composizione della forza lavoro. In Umbria nel 2017 lavoravano nelle imprese private 6.267 dipendenti laureati su 153.768 dipendenti complessivi (il 4 per cento). In Italia la media dei dipendenti laureati è del 4,4 per cento. Nella nostra regione il 64,7 per cento degli occupati nelle imprese ha la qualifica di operaio; il 5,5 quella di apprendista. Le percentuali a livello nazionale scendono rispettivamente al 54,6 e al 3,4 per cento. Quello umbro è un sistema produttivo che si colloca su segmenti bassi: innova poco, ha bisogno di manodopera tendenzialmente poco specializzata e di conseguenza tende a non assorbire laureati o ad assumerli per utilizzarli con mansioni al di sotto del loro titolo di studio. La conseguenza di questo è che negli ultimi anni si sta investendo sempre di meno in istruzione, e ciò getta una luce sinistra sulla composizione futura della popolazione regionale. Questa montagna di criticità del mondo dell’imprenditoria regionale produce conseguenze immaginabili. Vale la pena qui sottolinearne due. Fatta 100 la capacità di generare ricchezza della forza lavoro impiegata nel sistema produttivo italiano, in Umbria quel numero si abbassa a 88. Eccolo, il gap di produttività regionale che provoca a sua volta l’abbassamento delle &lt;a href=&quot;https://www.cronacheumbre.it/2020/03/07/lisola-sommersa-di-chi-lavora/&quot;&gt;medie dei salari corrisposte in Umbria&lt;/a&gt;. E se si misura la capacità di guardare avanti con un altro parametro, quello della produzione di brevetti, la musica non cambia. Nel 2020 in Italia sono stati rilasciati &lt;a href=&quot;https://statistiche.uibm.gov.it/&quot;&gt;57.691 brevetti&lt;/a&gt;: 61 in Umbria, lo 0,11 per cento; 1.592 in Friuli, il 2,7 per cento. In Umbria c’è un solo istituto &lt;a href=&quot;https://loginmiur.cineca.it/elencoistituti/front.php/autorizzati.html&quot;&gt;autorizzato dal governo nazionale&lt;/a&gt; ad accogliere ricercatori stranieri, l’Università degli studi di Perugia; in Friuli se ne contano più di dieci. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di fronte a un quadro del genere però, il Defr propone soluzioni del tutto sovrapponibili a quelle contenute nel &lt;a href=&quot;https://www.regione.umbria.it/documents/18/986143/24+DEFR+2020-2022+DGR+921+30lug19+x+Ass+Leg.pdf/f70e64f5-0f89-4a9d-a0a9-0bfb99fd3317&quot;&gt;documento di programmazione attualmente in vigore e varato tre anni fa&lt;/a&gt;: digitalizzazione, innovazione, aumento della produttività si ripetono come un ritornello, o meglio, una litanìa. Il tutto declinato sempre sotto forma di aiuti e agevolazioni economiche per le imprese. Le quali, in Umbria, hanno incassato almeno &lt;a href=&quot;https://www.cronacheumbre.it/2020/07/12/imprese-pigliatutto-la-strada-a-senso-unico-dei-fondi-europei/&quot;&gt;416 milioni dai fondi strutturali Ue nel periodo 2014-2020&lt;/a&gt;, e praticamente a ciclo continuo usufruiscono di aiuti che come si è visto sortiscono scarsissimi effetti positivi. Solo per citare gli ultimi: tre milioni per l’ennesima misura di sostegno per il &lt;a href=&quot;https://www.regione.umbria.it/attivita-produttive-e-imprese/tecnologie-dell-informazione-e-comunicazione&quot;&gt;passaggio al digitale&lt;/a&gt;, in piena pandemia, e 3,6 per (ancora) &lt;a href=&quot;https://www.regione.umbria.it/attivita-produttive-e-imprese/ricerca-e-innovazione/ricerca-e-sviluppo-2020&quot;&gt;ricerca e innovazione&lt;/a&gt;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se i risultati sono quelli abbozzati sopra, converrebbe forse cambiare strada, guardare quello che succede altrove. Anche se non nel nord Europa, dove gli investimenti in ricerca e sviluppo gravitano intorno al 3 per cento del Pil, almeno nelle regioni meglio attrezzate in Italia. Nel già ampiamente citato Friuli Venezia Giulia c’è il &lt;a href=&quot;https://www.sisfvg.it/it/chi-siamo&quot;&gt;Sistema scientifico dell’Innovazione&lt;/a&gt; che mette in rete una serie di soggetti pubblici e privati con lo scopo di tessere relazioni e disseminare i risultati della ricerca in modo che irrorino il sistema nel suo complesso. In Piemonte ci sono &lt;a href=&quot;https://www.regione.piemonte.it/web/temi/fondi-progetti-europei/fondo-europeo-sviluppo-regionale-fesr/sistema-dei-poli-innovazione-regionali&quot;&gt;sette poli di innovazione&lt;/a&gt; (biotecnologie, chimica verde, energia pulita, tecnologie dell’informazione e altro) che hanno lo scopo di individuare i bisogni di innovazione, orientare e supportare le imprese, e rendere i risultati delle ricerche patrimonio comune. In Toscana ci sono &lt;a href=&quot;http://industria40.regione.toscana.it/centricompetenzaregionale&quot;&gt;due centri di competenza&lt;/a&gt;, uno per il 5G e le competenze innovative, l’altro per la cybersicurezza. &lt;a href=&quot;http://www.regione.campania.it/regione/it/tematiche/ricerca-e-innovazione/centri-regionali-di-competenza-gh5gx829?page=1&quot;&gt;In Campania i centri di competenza sono otto&lt;/a&gt;: beni culturali, informazione e comunicazione, rischio alimentare, farmacia, biotecnologia, trasporti e altro. Cambiano i nomi, ma in ognuna di queste regioni si sono individuate le rispettive vocazioni e si è dato vita a strumenti che mettano in relazione imprese e centri di ricerca e restituiscano l’innovazione al territorio. Cosa hanno in comune il sistema del Friuli, i poli di innovazione del Piemonte e i centri di competenza di Campania e Toscana? Sono iniziative pubbliche, cioè, sostanzialmente quello che manca in Umbria, dove si delega a un sistema delle imprese pressoché asfittico un salto che quelle stesse imprese sono incapaci di realizzare. Su quelle realtà vengono fatti piovere soldi che non ottengono risultati perché è il sistema in sé a essere gracile. Solo un intervento pubblico informato, competente, efficace e cosciente delle buone pratiche sparse qua e là per l’Europa consentirebbe al sistema umbro il salto in avanti di cui ha bisogno. Con buona pace dei furori ideologici conseguenti all’ubriacatura manichea privato-bello/pubblico-brutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;p&gt;&lt;/p&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2021/01/imprese-arretrate-amministratori.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-6955243560499500154</guid><pubDate>Wed, 06 Jan 2021 15:02:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-01-07T16:03:50.289+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Micropolis</category><title>L&#39;Umbria e la mancanza di capacità di futuro</title><description> Quanto sia preoccupante lo stato dell’Umbria e quanto occorra una inversione di rotta rispetto a ricette scadenti e parole d’ordine vuote e consunte, ce lo dice anche l’Onu. Le Nazioni Unite hanno approvato cinque anni fa un’agenda per lo sviluppo sostenibile che contiene una serie di obiettivi da raggiungere entro il 2030. La definizione base dello sviluppo sostenibile, ridotta all’essenziale, è questa: lasciare il pianeta in condizioni tali da non compromettere il soddisfacimento dei bisogni alle generazioni future. &lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;Dietro questo impegno, che a prima vista potrebbe sembrare avere a che fare solo con questioni relative all’inquinamento e al corretto uso delle risorse naturali, c’è una visione di sistema. Non c’è sviluppo sostenibile, cioè, senza un innalzamento complessivo delle condizioni di vita e delle consapevolezze diffuse. Concetto che in primo luogo rimanda all’uscita dallo stato di bisogno, e quindi alla liberazione da fame e povertà; ma poi sale pian piano di livello per abbracciare questioni altrettanto vitali come l’istruzione, l’eliminazione delle disparità di genere, la salvaguardia dell’ambiente e la ricerca di modi per rendere le nostre vite e i nostri consumi sempre meno impattanti. Visione di sistema significa che ognuno di questi aspetti influenza gli altri, e tutti insieme vanno nella direzione della costruzione di futuro: sostenibile, se le azioni si riveleranno corrette, in-sostenibile se continueranno a essere impattanti; sostenibile se si va verso garanzie per un sempre maggior numero di persone; in-sostenibile se ricchezze e saperi si accumulano a beneficio solo di alcuni. Tutto questo è stato concretizzato dall’Onu nell’individuazione di 17 obiettivi da raggiungere entro il 2030, appunto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa c’entra la piccola Umbria? Bene: l’Asvis (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile) è l’organismo che oltre a lavorare nel nostro paese per il raggiungimento degli obiettivi fissati dall’agenda dell’Onu, ne monitora lo stato di avanzamento. Nel declinare questo suo lavoro, l’Alleanza ha messo a punto un prezioso database nel quale vengono collezionati una serie di indicatori che servono a interpretare la direzione intrapresa dalle varie regioni. Non staremo qui a passare in rassegna la posizione in classifica dell’Umbria nelle varie aree tematiche. Per chi fosse interessato, la documentazione si può consultare al sito &lt;a href=&quot;http://www.asvis.it/&quot;&gt;www.asvis.it&lt;/a&gt;. Quello che qui interessa rilevare è che a guardare i vari indicatori connessi l’uno all’altro appare l’immagine di una regione pericolosamente seduta su se stessa, incapace di immaginare futuro. Avviluppata in riti e liturgie d’altri tempi mentre le sfide là fuori chiedono competenze, culture, immaginazioni e autentiche innovazioni da impastare insieme per uscire dal loop ottundente di passatismo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da più di un decennio l’Umbria è immobilizzata in una crisi che è stata raccontata principalmente sotto la forma delle enormi percentuali di Pil perse e degli estenuanti dibattiti su come riacquistare ricchezza. Dibattiti tutti interni a un ceto politico e imprenditoriale che è eufemistico definire autoreferenziali e disconnessi dalla realtà regionale e globale. Nello stesso periodo in cui si è disquisito di Pil e di incentivi di vario tipo per i soliti noti, non è stato fatto nulla, ad esempio, per mitigare seriamente le condizioni di vita dell’oltre dieci per cento di famiglie cadute in povertà nell’arco di dieci anni alle quali va aggiunto il 12,5 per cento di nuclei a rischio di caderci oggi. E per capire quale sia la tendenza, vale la pena rilevare che nel 2018 il 4,7 per cento delle famiglie dichiarava «assolutamente insufficienti» le risorse economiche a disposizione; nel 2019 la percentuale era salita al 5,9. Ancora: il 7,4 per cento dei nuclei dice di «arrivare con grande difficoltà a fine mese» e il 4,2 per cento vive in condizioni di «grave deprivazione». Oltre settantamila persone vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa. Anche perché la disoccupazione, che nella prima decade degli anni Duemila si attestava poco sopra al 5 per cento, oggi si approssima al 10 per cento. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di fronte a questo disastro, si è continuato e si continua a reiterare in maniera più o meno unanime il concetto del primato dell’impresa nel creare ricchezza e ad agire e legiferare di conseguenza, senza metterla minimamente in discussione quell’entità, l’impresa, in questa regione. Un’idea che non poggia i piedi sulla realtà, perché è da quella stessa entità che si è determinata l’emorragia di occupati e di benessere. Perché? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il nono degli obiettivi dell’agenda Onu riguarda “imprese, innovazione e infrastrutture”. È un capitolo terribile per l’Umbria un tempo capace di futuro; l’Umbria protagonista della rivoluzione della psichiatria di comunità e della chiusura dei manicomi; l’Umbria che s’inventava le scale mobili all’interno della Rocca Paolina di Perugia, l’Umbria che creava Umbria jazz e che produceva l’acciaio in una fabbrica voluta dal pubblico. Tutte cose che hanno portato questa regione nel mondo e con cui l’impresa privata c’entra assai poco. Quell’impresa oggi fa di questa regione quella a più basso tasso di investimento in ricerca del Centro Italia, e comunque sotto la media nazionale. Qui lavorano 18 ricercatori ogni mille abitanti: la media nazionale è di 23, quella della confinante Toscana di 32. Qui c’è una percentuale di laureati occupati in professioni tecnico-scientifiche più bassa della media, e, ancora, la più bassa del Centro Italia. Per passare all’agricoltura: se a livello nazionale la superficie dedicata alle coltivazioni biologiche rilevata nel 2016 era del 12,3 per cento, in Umbria la percentuale si fermava al 7,9. Ancora: nonostante il tasso di femminilizzazione delle persone laureate sia molto alto; quello del mercato del lavoro vede le donne penalizzate. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quella appena fatta non è solo una fotografia della situazione. Si tratta di dati che preoccupano poiché allungano la loro ombra sul futuro che verrà. Se non si investe immaginando il nuovo; se non si producono misure innovative per fronteggiare emergenze inedite e ci si affida all’entità dell’impresa, questa impresa, è difficile che gli indicatori migliorino, che un avvenire migliore si affacci. Si prenda il caso dell’acqua. Nonostante con il referendum del 2011 i cittadini hanno deliberato di inibire profitti e privati nella gestione di quel bene essenziale, tanto nella provincia di Terni quanto in quella di Perugia ci si è messi nelle mani di Acea, un colosso nel quale comandano i francesi di Suez SA. Il risultato è che le perdite della rete sono aumentate dal 38,5 per cento del 2012 al cinquanta per cento odierno. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre le classi politiche e imprenditoriali si attardano nel mondo vecchio, in questa regione si stanno riaffacciando fenomeni da Italia degli anni Sessanta. Oltre un terzo delle persone abita in case sovraffollate e l’abusivismo edilizio è balzato dall’8 per cento del 2010 al 18,4 per cento del 2018. E ci sono segnali apparentemente sottotraccia che sono invece il sintomo di una regione pericolosamente appesantita. Nel 2018 la percentuale di persone di età superiore ai 14 anni che presentavano almeno un comportamento a rischio nel consumo di alcol è stata del 18 per cento, risalita ai livelli del 2010 dopo anni di calo costante. Nello stesso anno l’Umbria è stata la quarta regione italiana per consumo di psicofarmaci. Sono dei macroscopici indicatori di malessere che sono espunti dal dibattito pubblico. Se li si unisce al fatto che un giovane su cinque al di sotto dei 29 anni non è impegnato in attività di formazione e di lavoro e che il tasso di laureati, storicamente sempre sopra la media nazionale, nel 2018 è sceso al di sotto, si capisce come quella che definiamo “mancanza di capacità di futuro”, sia una morsa che si sta stringendo dai livelli macroeconomici alla vita quotidiana delle persone, le quali non investono neanche più per migliorare le proprie condizioni e rischiano di appannarsi nell’uso di sostanze che rendano la realtà appena più sopportabile di quella che è diventata. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come se ne esce? Di ricette miracolose non ce ne sono. Ma una cosa si può dire. La realtà che abbiamo sotto gli occhi e che in molti si rifiutano di vedere è frutto di ciò che è stato finora ed è tuttora: dibattiti sfinenti (e misure conseguenti) su infrastrutture, incentivi, appannaggi che partono dall’assunto che l’impresa privata sia il traino dello sviluppo. Per l’Umbria non è così. E se un suggerimento si può prendere dall’agenda dello sviluppo sostenibile dell’Onu per uscire da questa strada apparentemente senza uscita che la regione pare aver imbucato, è quella di una maggiore partecipazione nei processi decisionali e gestionali; non dell’impresa, ma delle persone. Cosa che già di per sé avrebbe un effetto di sparigliamento e, quindi, di innovazione rispetto al grigiore con cui da queste parti si continua a tingere il futuro. Perché se manca un ingrediente da troppo tempo in Umbria, quello è la mancanza di capacità di osare. Tagliando le unghie, se serve, a lobby e potentati che non sono di interesse pubblico. </description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2021/01/lumbria-e-la-mancanza-di-capacita-di.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-4894410646587769107</guid><pubDate>Sat, 19 Dec 2020 15:04:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-01-07T16:08:47.078+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Cronache Umbre</category><title>Umbria, il virus diseguale</title><description>&lt;p&gt;Nel suo &lt;a href=&quot;https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/economie-regionali/2020/2020-0032/2032-umbria.pdf&quot;&gt;ultimo aggiornamento&lt;/a&gt; sull’economia dell’Umbria pubblicato a novembre 2020 Bankitalia ha rilevato che nei primi sei mesi dell’anno si sono registrati il 2,9 per cento di occupati in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il saldo assunzioni/licenziamenti è stato di –3.700. Il prezzo l’hanno pagato in massima parte i titolari di un contratto a tempo determinato (circa seimila in meno rispetto al 2019), che sono in grande maggioranza giovani sotto i 29 anni. &lt;span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;Nel mese di aprile, ogni tre persone che perdevano il lavoro, due erano in quella fascia di età. I precari in questa regione sono 50 mila, e sono enormemente cresciuti nel corso degli anni. Oltre a non avere la sicurezza del posto, percepiscono un salario lordo che è di meno di 12 euro/ora, inferiore di oltre il 10 per cento rispetto alla media, secondo i dai Istat.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;h2 style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Chi perde… &lt;/h2&gt;&lt;p&gt;Si è sentito spesso reiterare in questi mesi il concetto della presunta democraticità del coronavirus, che colpirebbe nella stessa misura ricchi e poveri, chi sta coperto e chi arranca. Certo, il virus s’inchina davanti all’uguaglianza biologica degli umani. Il fatto è che su quell’uguaglianza di nascita si innestano fin dal primo giorno di vita di ognuno di noi una serie di distorsioni. La salubrità e la confortevolezza dell’ambiente in cui si vive, la possibilità di accesso a diagnosi precoci e cure, l’essere inseriti in una rete o lo stare ai margini sono tutte variabili che incidono anche su come si affronta una pandemia. Si pensi a chi ha potuto affrontare una condizione di isolamento in case con spazi adeguati e chi ha invece infettato i propri familiari perché costretto a convivere in luoghi angusti. E se reddito, potere d’acquisto e ricchezza posseduta sono fattori potenzialmente in grado di determinare il decorso di una malattia o addirittura di prevenirla, diventano ancora più decisivi dal punto di vista della tenuta economica degli individui. A questo proposito, avendo accumulato ormai qualche dato, si può concludere che no, il virus non è per niente democratico, e anzi esacerba le condizioni di disuguaglianza di partenza.&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;h2 style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;…e chi vince &lt;/h2&gt;&lt;p&gt;Negli stessi mesi del lockdown e della prima ondata in cui si contraeva in maniera così consistente la fascia di popolazione al lavoro, le banche registravano una poderosa crescita dei depositi di cui sono titolari le imprese umbre. Nel mese di settembre, è sempre il rapporto di Bankitalia a rilevarlo, si è arrivati a un +29,2 per cento di liquidità detenuta dalle aziende in conti correnti e strumenti affini rispetto al settembre 2019. Anche i depositi delle famiglie sono aumentati, ma le famiglie non licenziano nessuno. Invece, incrociando i dati sulla disoccupazione e sui contratti non rinnovati e quelli dell’aumento dei soldi in banca, si può neanche troppo grossolanamente concludere che nello stesso momento in cui trasformavano in disoccupati i loro dipendenti precari, le aziende di questa regione ingrassavano il loro conto corrente.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;h2 style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Il virus diseguale &lt;/h2&gt;&lt;p&gt;In sei mesi si è dunque redistribuita ricchezza al contrario, a causa del virus. Più soldi nelle casse delle imprese e meno a giovani e precari che perdevano il lavoro. E tantissime persone che sono cadute sul ciglio della soglia di povertà. Nel &lt;a href=&quot;https://www.lavoro.gov.it/notizie/Documents/Rapporto-annuale-Reddito-di-cittadinanza-2020.pdf&quot;&gt;Rapporto del ministero del Lavoro sul reddito di cittadinanza&lt;/a&gt; si legge che nel 2019 avevano beneficiato del reddito di cittadinanza 11.891 famiglie in Umbria. Secondo Bankitalia, nei primi nove mesi del 2020, tra il reddito di cittadinanza e il reddito di emergenza nel frattempo varato dal Governo, erano saliti a 14 mila i nuclei familiari ad aver avuto accesso ad aiuti per categorie in grave difficoltà, per un totale di persone coinvolte oscillante intorno alle 40 mila. E si tratta di un dato che fotografa solo parzialmente la situazione. Lo testimonia, a livello empirico, il gran numero di richieste che sta arrivando in questi mesi ai gruppi di solidarietà che da Perugia a Terni a Orvieto a Marsciano e in molti altri centri della regione sono spuntati come funghi a soddisfare bisogni impellenti e stanno distribuendo generi alimentari e beni di varia natura a chi è stato prepotentemente fiaccato dalla pandemia. Ma lo dice anche un altro dato: dal beneficio del reddito di cittadinanza sono esclusi i cittadini stranieri che non risiedano in Italia da almeno dieci anni. Ora: in Umbria risiedono oltre 90 mila stranieri, e nel 2012 solo un terzo di essi era residente in Italia da almeno dieci anni. Di più: la manodopera straniera è impegnata in questa regione in settori pesantemente colpiti dalla crisi e gode di un salario orario lordo che è del 18 per cento inferiore alla media di quanto percepisce un lavoratore italiano. Facile comprendere come ci sia all’interno di quella fascia di popolazione una quota consistente di persone che non potendo accedere al reddito di cittadinanza sfugge alla conta dei nuovi poveri.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;h2 style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;I diecimila più ricchi hanno quanto i duecentomila più poveri &lt;/h2&gt;&lt;p&gt;Fin qui la situazione, ma visto che le condizioni di partenza, come dicevamo all’inizio, contano, vale la pena accennare a dove eravamo quando è arrivata la pandemia. Nel 2019 i diecimila umbri più ricchi (l’1,5 per cento dei contribuenti) avevano dichiarato un reddito che equivaleva a quello dei 217 mila residenti più poveri, che rappresentavano il 34,5 per cento di coloro che avevano compilato la dichiarazione dei redditi. Dieci anni prima, lo stesso 1,5 per cento più ricco dichiarava al fisco quanto il 32,2 per cento più povero. Segno che in dieci anni (e anche quelli sono stati di crisi), c’è stata – ancora – una redistribuzione al contrario della ricchezza: di più a chi già aveva, di meno a chi aveva di meno. Nel 2014, informa l’Istat, nel quinto di famiglie umbre che spendeva di meno c’erano il 14,8 per cento dei nuclei; nel 2019 la percentuale era salita al 20,2. Secondo un’analisi del dipartimento delle Finanze sull’&lt;a href=&quot;https://www.finanze.gov.it/export/sites/finanze/.galleries/Documenti/Varie/Nota-tematica-n.-1-Impatto-del-Covid-19-sulla-disuguaglianza-dei-redditi.pdf&quot;&gt;impatto del covid sulla disuguaglianza dei redditi&lt;/a&gt; fatta a livello nazionale, la maggiore contrazione di reddito è stata subita dal 10 per cento della popolazione più povera. Solo in seguito alle misure di sostegno adottate dal governo la situazione si sarebbe parzialmente riequilibrata. Rimane il fatto che le fasce povere o poverissime di popolazione hanno subito decurtazioni che vanno dallo 0,5 per cento in su. I ricchissimi, cioè il 10 per cento più abbiente che nel 2019 deteneva secondo Eurostat il 24,5 per cento del reddito totale, avrebbe perso l’1,5 per cento. Percentuali che sono andate a erodere nel primo caso poche manciate di euro, e nel secondo redditi da decine di migliaia di euro. Il virus insomma sta allargando una forbice che già da anni si stava ampliando, e a livello locale non solo non vengono investite risorse, ma il tema non è per niente all’ordine del giorno. Nel programma elettorale dell’attuale presidente di Regione, Donatella Tesei, ad esempio, la parola povertà compariva otto volte, la maggior parte delle quali come pretesto per attaccare i governi precedenti. La parola imprese, invece, si ripeteva per 71 volte.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;h2 style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Il rischio della guerra tra poveri &lt;/h2&gt;&lt;p&gt;Si tratta delle stesse imprese che in piena pandemia hanno licenziato i dipendenti per mettersi da parte i soldi? In parte sicuramente sì. Anche se è il caso di operare delle distinzioni. Perché oltre a contribuire all’aumento delle disuguaglianze, il coronavirus rischia di non fare apprezzare nella giusta misura delle differenze che le classiche divisioni per categoria (impresa/dipendenti) non aiutano a comprendere. Non tutte le imprese sono uguali. E anzi, ci sono i piccoli, professionisti o partite Iva che siano, su cui l’impatto del covid è stato particolarmente pesante. L’universo dei lavoratori autonomi in Umbria è composto da 90 mila persone. Secondo l’&lt;a href=&quot;https://www.bancaditalia.it/media/notizie/2020/Nota-covid-2020.11.19.pdf&quot;&gt;Indagine straordinaria sulle famiglie italiane&lt;/a&gt; condotta da Bankitalia, le categorie che lamentano la maggiore erosione di reddito in seguito alla pandemia sono quelle dei disoccupati e degli autonomi. Lavoratori autonomi e disoccupati sono anche le categorie più pessimiste sul futuro prossimo. Se si incrocia questo dato con un altro, emerso dall’&lt;a href=&quot;https://www.censis.it/sites/default/files/downloads/Sintesi_la_societ%C3%A0_italiana_2020.pdf&quot;&gt;ultimo rapporto del Censis&lt;/a&gt;, si capisce come la china sia preoccupante. Secondo l’85,8 per cento del campione intervistato, «la vera disparità sociale in Italia è tra chi ha la sicurezza del posto di lavoro e chi no». Il clima venefico lo si raccoglie anche guardando il grado di insicurezza con cui i dipendenti delle piccole aziende percepiscono il loro futuro: oltre la metà di quelli che lavorano in imprese con meno di nove dipendenti non sono sicuri di mantenere il posto. Il rischio è insomma che si guardi ai dipendenti pubblici, quelli “sicuri”, come ai detentori di un privilegio che sta altrove.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;h2 style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Impiegati, insegnanti, infermieri: caccia alle streghe?&lt;br /&gt;&lt;/h2&gt;&lt;p&gt;Lo scivolamento, coadiuvato anche da una parte del sistema dei media e di opinionisti, va verso lo stato d’accusa di persone che nella stragrande maggioranza dei casi guadagnano all’incirca 1.500 euro al mese: funzionari pubblici, insegnanti, dipendenti della sanità. Questo succede perché si fa confusione tra categorie. Sì, ci sono lavoratori le cui garanzie hanno fatto da argine contro la piena della pandemia e altri che sono stati travolti; ma appunto non si possono chiedere sacrifici a chi guadagna il minimo indispensabile per arrivare a fine mese. Il punto è che pure le imprese, e con loro gli imprenditori, non sono affatto tutti uguali. C’è chi ha messo da parte i soldi licenziando e ci sono i piccoli e piccolissimi imprenditori, o autonomi, pesantemente colpiti. I soldi da redistribuire ci sono, ci sarebbero. Per le misure da prendere basterebbe guardare la mole di studi pubblicata in questi mesi. Distinguere e cercare le risorse laddove sono rintanate potrebbe essere una prima parte della soluzione; distribuirle alle categorie davvero più colpite, che di rado coincidono con quelle il cui lamento è più rappresentato dai media, è il seguito. I dati si conoscono, e ciò rende gli alibi, le propagande e i pianti dei coccodrilli dopo essersi arricchiti ancor più grotteschi, in un panorama disastrato come quello che abbiamo davanti.&lt;/p&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2020/12/nel-suo-ultimo-aggiornamento.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-4936530624253473657</guid><pubDate>Mon, 14 Dec 2020 15:09:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-01-07T16:11:08.816+01:00</atom:updated><title>Perugia, il paradosso della mobilità immobile</title><description> «In un periodo particolarmente difficile per l’economia a causa degli effetti dell’emergenza sanitaria da covid 19 questo provvedimento vuole rappresentare un contributo in favore dei commercianti, particolarmente colpiti dalle restrizioni conseguenti alla pandemia. L’obiettivo è di rendere la nostra acropoli maggiormente fruibile favorendo la presenza dei cittadini nel pieno rispetto di tutte le regole poste a tutela della salute collettiva». Sono le parole con le quali Luca Merli, assessore «alla viabilità», come lo definisce il sito istituzionale del Comune di Perugia, ha accompagnato la decisione di abolire la zona a traffico limitato fino al prossimo 31 dicembre. &lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;Parole che già alla luce di quanto è successo nel pomeriggio di domenica 13 dicembre, coi vigili urbani costretti a proibire la salita di auto nell’acropoli dove &lt;a href=&quot;https://www.umbria24.it/cronaca/perugia-in-centro-folla-file-e-sosta-selvaggia-bloccato-laccesso-prefetto-serve-responsabilita&quot;&gt; alle &lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;https://www.umbria24.it/cronaca/perugia-in-centro-folla-file-e-sosta-selvaggia-bloccato-laccesso-prefetto-serve-responsabilita&quot;&gt;17&lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;https://www.umbria24.it/cronaca/perugia-in-centro-folla-file-e-sosta-selvaggia-bloccato-laccesso-prefetto-serve-responsabilita&quot;&gt; si era già creato il caos&lt;/a&gt;, con macchine parcheggiate ovunque, come testimoniano le immagini qui sotto, assumono una venatura paradossale. Ma non si tratta solo di questo, perché la questione è assai più ampia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La premessa, a costo di sfidare il ditino alzato degli esperti di taglio dei problemi con l’accetta, è terminologica, e quindi di sostanza: Merli è &lt;a href=&quot;https://www.comune.perugia.it/pagine/luca-merli&quot;&gt;assessore alla &lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;https://www.comune.perugia.it/pagine/luca-merli&quot;&gt;viabilità&lt;/a&gt;, non alla mobilità. E viabilità e mobilità non sono sinonimi. Il primo termine rimanda allo scorrimento dei mezzi sulle strade; il secondo evoca il muoversi delle persone. Se li si considera sinonimi sfugge come la mobilità sia una questione di sistema, che coinvolge una serie di fattori: tempi e modi di utilizzo degli spazi, produzione di inquinamento, investimento in politiche e mezzi pubblici, sperimentazione di soluzioni innovative: nella mobilità insomma si riflette un’idea di città nel senso più alto e articolato del termine. La viabilità è invece operatività, rimozione di eventuali ostacoli, scorrimento regolare del traffico. La riduzione della mobilità a viabilità produce i frutti che abbiamo sotto gli occhi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sindaco attualmente in carica governa la città di Perugia ormai dal 2014, gli assessori sono cambiati, ma le politiche di mobilità e per il centro storico, le posizioni in campo e i problemi da affrontare sono stucchevolmente rimasti gli stessi, in una sospensione temporale e coazione a ripetere che rischiano di rendere stucchevole anche questo articolo. Non una azione innovativa è stata tentata in questi sei anni, nonostante il centro storico e la microcriminalità ad esso in parte connessa siano state materie di fortunata contesa per il sindaco che strappò la città ai rossi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dalle parole dell’assessore in carica trasuda una visione monodimensionale che è causa del problema. Il centro storico è visto in quanto contenitore di commerci, e le persone che lo popolano sono appiattite in un sistema binario nei ruoli di consumatrici o venditrici. Di conseguenza le politiche che lo devono governare devono avere quella priorità come stella polare: il commercio. L’acropoli e la città tutta cioè, non sono percepite come ecosistema complesso, interdipendente nelle sue varie parti, nel quale far stare bene le persone; la fortuna dei commerci non è vista come conseguenza di quella premessa, bensì come premessa essa stessa, e ciò determina un capovolgimento di senso che genera a sua volta il malessere di tutti: commercianti, residenti, persone comuni, bambini, uomini e donne con disabilità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il commercio e l’accessibilità dei luoghi – si fanno carico di esprimere quelle parole a una dimensione – si aiutano con il traffico veicolare, unico modo per muoversi («L’obiettivo è di rendere la nostra acropoli maggiormente fruibile favorendo la presenza dei cittadini»). Ne deriva un’accelerazione verso la privatizzazione degli spostamenti che deresponsabilizza il potere e illude il cittadino con una libertà posticcia che è la maschera di file interminabili, scocciature, estenuanti ricerche di parcheggio, nonché di inibizioni di fruizione di spazio pubblico per chi cammina, vive, gioca, conversa e, infine, magari, consuma. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le maggiori città europee stanno andando in direzione opposta, con la chiusura dei centri storici – e non solo – alle auto e la previsione di servizi pubblici adeguati per la mobilità delle persone e il loro benessere in spazi liberi da traffico e inquinamento. Anche Federalberghi, organizzazione associata a Confcommercio, &lt;a href=&quot;https://www.federalberghi.it/download/download.aspx?file=1400cdb7-bc90-4250-a3d1-2dc34e53cbea&amp;amp;listId=08c40f6c-b71a-4bf5-8ebf-f2a8385c81d0&quot;&gt;in un suo studio&lt;/a&gt; rivela come la maggior parte dei suoi associati non sia affatto contraria alle pedonalizzazioni e alle zone a traffico limitato, smontando così un luogo comune molto in voga tra certi amministratori e certi commercianti che vorrebbe gli operatori a favore del traffico libero. Solo nelle aree meno vivaci e più ripiegate su se stesse il dibattito e le politiche che ne conseguono rimangono appesi a concetti ormai vecchi di decenni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La reiterazione di concetti usurati e l’immobilismo delle politiche pubbliche stanno rendendo questa città sempre più piccola e autoreferenziale, e stanno diventando una zavorra in cui quello della mobilità è solo uno degli aspetti. La questione, se possibile, è aggravata dal fatto che si tratta di concetti e convinzioni che non reggono neanche la prova della realtà, come dimostra il ricorso ai vigili urbani di domenica pomeriggio per richiudere in tutta fretta una ztl che si vorrebbe sempre aperta. Eppure tutto (o quasi) continua a tacere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; </description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2020/12/perugia-il-paradosso-della-mobilita.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-9084695220244186549</guid><pubDate>Thu, 03 Dec 2020 11:31:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-01-21T12:40:33.100+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Micropolis</category><title>Un&#39;eretica ante litteram</title><description>&lt;p&gt;&lt;br /&gt; Per rispondermi al telefono Renata Stefanini Salvati interrompe la lettura mattutina dei quotidiani: «Ne leggo tre al giorno, &lt;i&gt;Repubblica&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Messaggero&lt;/i&gt;». Nel corso della chiacchierata mi dirà anche i titoli dei libri che sta leggendo in questo periodo; vale la pena citarli perché aiutano a capire il cuore delle ragioni per cui, almeno dal mio punto di vista, si è acceso l’interesse per questa donna che ha fatto la partigiana prima, la dirigente del Pci ternano poi, e l’imprenditrice di successo in seguito. I libri sono “A scuola di dissenso. Storie di resistenza al confino di polizia”, di Ilaria Poerio; “Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi”, di Mirella Serri; e “Un popolo come gli altri”, un volume di Sergio Luzzatto sulla storia degli ebrei.&amp;nbsp;&lt;span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si tratta di tre volumi che esplorano le ragioni di minoranze perseguitate, di eretici rispetto al potere egemone, gli interstizi di disobbedienze, ognuna con le sue particolarità. Non è un caso. Perché Renata Stefanini Salvati, prima donna assessora nel comune di Terni negli anni duri eppure entusiasmanti della ricostruzione post bellica, è stata in primo luogo una disobbediente. Come antifascista nel pieno del regime, come donna in un partito e in una società connotati da maschilismo, e come comunista che ha anelato a una società più giusta opponendosi a quella che aveva intorno. Ha disobbedito anche in occasione del cambio di nome del partito, lei, migliorista, e quindi “di destra”, si è schierata con chi si opponeva allo scioglimento del Pci. Oggi è una delle poche persone che si incontrano in giro che ti dica che Berlinguer non le piaceva. Ha vissuto, anzi, è stata protagonista di un’epica in cui dopo essersi sbarazzati dei fascisti a prezzo del sangue, si ricostruivano scuole in mezzo alle macerie con una cura che si soffermava anche sui particolari del portale principale degli edifici, testimonianza dell’importanza che quella generazione ha attribuito allo studio. Memorabile in questo senso la lettera che Mario Ridolfi, straordinario architetto che ha lasciato tracce indelebili nella Terni ricostruita, le scrive mentre lei, da assessora all’Istruzione, seguiva la realizzazione di quello che sarebbe diventato l’istituto “Leonardo Da Vinci”, nel cuore della città sfigurata dalle bombe. Eppure questa donna che ha cavalcato la storia del suo tempo, è capace di schermirsi quando le chiedi delle sue scelte da far tremare le vene ai polsi. «Guardi – racconta - a volte le cose avvengono per caso. Io ad esempio sono diventata partigiana perché mi trovavo rifugiata nel Chianti insieme al mio primo marito, che era renitente alla leva. Avevamo trovato rifugio grazie a un imprenditore che ci aveva messo a disposizione il piano superiore di una cascina. Un giorno, dal piano di sotto dove abitava una famiglia di contadini che era ignara dei motivi per cui eravamo lì, sento uno sparo. Mi precipito in direzione del rumore e trovo questa scena: il figlio in mezzo a pistole, bombe e munizioni mentre incrocio lo sguardo atterrito del padre. Mi dirigo verso di lui per abbracciarlo e rassicurarlo e gli dico: “Guardi, sono antifascista come voi”. È stato così che sono diventata staffetta partigiana e ho iniziato a trasportare in bicicletta armi e materiale di propaganda. Salutavo le guardie fasciste che incrociavo sorridendo, per dissimulare, ma avevo una gran paura. Ho fatto talmente tanti chilometri su quella bicicletta che dalla fine della guerra non ho mai più pedalato». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Ci sono diversi episodi che lei racconta nel libro in cui ha racchiuso i ricordi della sua attività politica (“Sono stata una rivoluzionaria di professione”, edizioni Thyrus) che sono altrettanti esempi di disobbedienza. Mi pare emerga che uno dei suoi tratti principali sia quello di essere stata una ribelle. Si riconosce in questa definizione e, se posso chiederglielo, si sente ancora così? &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Certo. Penso ad esempio che oggi siamo vittime di una classe politica incapace di fare scelte forti e di mantenerle, e non faccio distinzioni di schieramento. Guardi cosa sta succedendo col covid: ognuno vorrebbe governare l’emergenza a modo suo, quando invece servirebbero delle scelte vincolanti su tutto il territorio nazionale e poi la forza di farle rispettare. Credo di essere stata l’unica comunista ad andare a protestare nella sede nazionale quando il Pci, in Assemblea costituente, accettò l’inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Anche con il Pci ha avuto un rapporto non privo di scossoni, eppure ha continuato a fare la tessera fino al suo scioglimento, anche dopo aver terminato la sua esperienza di dirigente. &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Il Pci degli anni cinquanta era un partito austero, severo. In Federazione c’era un ufficio quadri che teneva sotto controllo la vita dei dirigenti e redigeva periodicamente relazioni che venivano inviate a Roma. Sono rimasta nel partito anche dopo che venni costretta a inspiegabilmente a dare le dimissioni da assessora, un episodio che mi ha molto amareggiata e mi ha portato a rimanere nel Pci da semplice tesserata. Ma sono rimasta anche con Berlinguer, di cui non ho mai apprezzato la mancanza di coraggio nel prendere le distanze da Mosca. Quando alla fine degli anni Cinquanta andai a mie spese in Unione sovietica vidi quello che non veniva raccontato: il popolo costretto a file interminabili per acquistare beni di prima necessità e le mogli dei funzionari di partito nei negozi dove si comprava in dollari. Tornai e cominciai a dirlo, e quella fu una cosa che non mi venne perdonata». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Però nel partito è rimasta fino alla fine. E per certi versi è stata disciplinata, almeno a guardare le cose dall’esterno. &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«I comunisti hanno dato un contributo immenso alla Resistenza, e per me il comunismo è il soldato dell’Armata Rossa che issa la bandiera sul Reichstag a Berlino, oltre che un ideale di libertà e solidarietà. Tutto questo va oltre le amarezze che ho patito. Vede, il Pci all’esterno appariva come un monolite, ma all’interno si discuteva, e molto. Solo che una volta che veniva presa una decisione, quella era la decisione di tutti, e questa è una caratteristica che la politica ha perso, e i risultati si vedono, purtroppo, con l’incapacità di prenderle, le decisioni». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Non crede che il suo essere donna e di estrazione borghese abbia potuto in qualche modo danneggiarla? &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«No, è che io non ho mai fatto passare niente, ho sempre detto come la pensavo. Ho fatto battaglie di cui vado fiera, senza le quali le condizioni misere della popolazione e in particolare quelle dei bambini privati di tutto non sarebbero state risolte, o lo sarebbero state con tempi molto più lunghi. Questo mi ha provocato dispiaceri pure a livello personale, anche se non sono mai riuscita ad odiare, fatta eccezione per i tedeschi». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Infatti a distanza di anni lei nel suo libro usa la parola &lt;i&gt;compagni&lt;/i&gt;, segno che il legame è rimasto saldo. &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«La Resistenza ha creato dei rapporti di fiducia, di amicizia, di amore, oserei dire. La parola &lt;i&gt;compagno&lt;/i&gt; non è da intendere in maniera “sovietica”, ma umana. È la traduzione del rapporto che ci legava. Ancora oggi ricordo i compagni e le compagne di quel periodo con grande affetto». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Se il rapporto con il Pci è stato turbolento, c’è stato quello con le donne che invece l’ha in qualche modo appagata. &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Sono arrivata all’Udi (Unione donne italiane, ndr) per decisione del partito. All’epoca quell’associazione era una cinghia di trasmissione, come si diceva, del Pci. E sì, quella è stata un’esperienza meravigliosa, perché c’era il meglio delle idealità del partito unito a una maggiore libertà. Le donne incrociavano in prima persona i bisogni di una società, oltre che di una città, da ricostruire: cibo, istruzione, salute, eravamo in condizioni catastrofiche e le donne erano le prime a saggiare la situazione. Insieme abbiamo protestato, preso manganellate e abbiamo fatto tantissimo per una città devastata che successivamente, negli anni cinquanta, ha dovuto fare i conti anche con l’aggressività delle acciaierie, che licenziavano gli attivisti comunisti lasciando nella miseria migliaia di famiglie. Il Comune a quei tempi spendeva più in assistenza che in lavori pubblici, tanto per darle un’idea. E il lavoro all’interno dell’Udi è stato ispirato agli stessi principi della mia vita da dirigente politica e da amministratrice. Ho sbattuto i pugni su diversi tavoli, soprattutto per garantire un futuro dignitoso ai bambini e ai giovani della città uscita dalla guerra. E questo voleva dire, oltre che assicurare l’indispensabile, pensare anche allo sviluppo umano. Di qui la grande attenzione messa sulle scuole, che dovevano risorgere in fretta: il progetto affidato a Ridolfi per la realizzazione della “Leonardo Da Vinci” e la trattativa per avere dai preti di San Pietro l’utilizzo dei locali all’inizio di via Manassei per la riconversione in scuola le ricordo come due battaglie di cui tuttora vado fiera. E le posso dire una cosa? Penso che se c’è una cosa buona in questo periodo buio è che si sia deciso di far restare le scuole aperte, almeno per i più piccoli». &lt;/p&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2020/11/uneretica-ante-litteram.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-2137788921181800362</guid><pubDate>Thu, 19 Nov 2020 15:16:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-01-07T16:17:27.435+01:00</atom:updated><title>    Per capire come sia saltato tutto</title><description>Stamattina ho inviato una email per la richiesta di ritiro domiciliare dei rifiuti per delle utenze di persone che stanno facendo la quarantena in casa e non possono smaltire attraverso le modalità ordinarie. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel giro di un’ora mi è stato risposto che la procedura era stata avviata e mi è stato inviato in allegato un opuscolo in pdf con le istruzioni per la gestione dei rifiuti urbani in caso di positività. L’opuscolo è stato fatto in ottemperanza, vi si legge, di un’ordinanza del 1 luglio 2020 del massimo organo esecutivo regionale. La data è importante perché quell’opuscolo è una testimonianza documentale di come nell’arco di quattro mesi sia saltato tutto. &lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Vi si legge che la procedura per la raccolta straordinaria dei rifiuti (pensata non decenni fa, ma lo scorso luglio) «si attiva tramite comunicazione che l’unità ASL territorialmente competente invia al Comune di appartenenza dei soggetti da porre in isolamento». Successivamente a questo passaggio, il «Comune invia ordinanza di isolamento contumaciale ed ordina la fornitura del kit per l’imballaggio dei rifiuti con le relative istruzioni ed i riferimenti per eventuali necessità di contatto». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Entrambi questi passaggi sono stati travolti dall’ondata dei contagi di cui il continuo stridere delle sirene della ambulanze nelle nostre città è testimonianza quotidiana. La Asl, sommersa dalla piena, a distanza di sei giorni dall’esito positivo dei tamponi non ha comunicato alcunché, poiché il Comune non ha inviato nessuna ordinanza contumaciale. Meno che mai è stato tentato di tracciare i contatti delle persone positive. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciò è tanto vero che lo scorso 12 novembre il Comune in cui sta accadendo tutto questo, tramite il suo ufficio stampa, ha invitato i cittadini positivi a inviare una email per attivare il servizio che secondo le disposizioni dell’ordinanza regionale di quattro mesi fa avrebbe dovuto avere il senso inverso: dall’istituzione al cittadino, e non viceversa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ometto volutamente il nome del Comune e quello della Regione perché a parte il fatto che alcuni di quelli che leggeranno questa cosa li conoscono, non è quello l’importante. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il nocciolo della questione sta nel fatto che quell’opuscolo è la testimonianza oserei dire “storica” del fatto che non c’è livello esecutivo che non abbia fatto madornali errori nell’emergenza. Governo centrale, regioni, comuni e apparati burocratici di varia natura sono appesantiti e semiparalizzati da pressioni attuali di poteri forti e storture di decenni (avallate, assecondate, e anzi pretese da quegli stessi poteri) che hanno reso strutturali difetti che rendono disumane le società nelle quali viviamo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi spiego: non è un mistero che per Confindustria si debba continuare a lavorare e produrre a prescindere da qualsiasi emergenza sanitaria. Quell’organizzazione lo sta dicendo da mesi e non riesce a recuperare resipiscenza neanche di fronte all’evidenza. Ha “convinto” il Governo di questo, che infatti la sta assecondando nei suoi appetiti immondi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma dietro questo tracollo c’è altro. Non siamo capaci da decenni di pensare l’organizzazione sociale se non a partire dai più forti: quelli che hanno potere economico, che stanno bene di salute, che sono giovani e forti. Si dà per scontato che tutti abbiano dimestichezza con le email e dispongano di connessione quando abbiamo una popolazione tra le più anziane del pianeta. Si redigono opuscoli in lingua unicamente italica nonostante ci siano famiglie in cui l’italiano non è ancora la prima lingua. Soprattutto, si dà per scontato che ci sia qualcuno che ti aiuti nel disbrigare queste faccende, perché se stai male di covid e magari ti trovi in età non più giovanissima, spesso non riesci neanche ad alzarti dal letto con le tue gambe; mentre le statistiche ci dicono che ci sono migliaia di anziani soli in casa (famiglie monoparentali, le chiamano) che se si ammalano di covid non sono avvicinabili da nessuno, e da soli non riuscirebbero a fare nulla e sarebbero condannati all’inedia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non abbiamo una rete decente da attivare in emergenza (e questa emergenza ce lo sta dimostrando) perché le risorse devono essere allocate quel tanto che basta per gestire l’ordinario, ché non ci possiamo permettere di pensare a cose che magari capitano una volta chissà ogni quanto. L’estremismo efficientista che è la vera potenza egemone da decenni, ci impone di correre e non pensare ad altro che al qui e ora. Il fatto è che quelle sono proprio le condizioni per cui le emergenze diventano strutturali. Diventa emergenza una pioggia, una siccità di qualche settimana, una nevicata, qualche migliaio di persone che approda sulle coste di un continente che ha centinaia di milioni di residenti. E ci travolge, l’emergenza, perché mai contemplata, perché la prevenzione per affrontarla assorbirebbe energie e risorse da sfruttare altrove (sfruttare è un verbo non casuale). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In una cornice del genere chi sta sotto non ha voce, la società diventa una giungla a misura del più forte; e per salvarti devi avere il culo di non essere persona con disabilità, di non essere troppo povero, di non essere troppo vecchio e di poter contare su qualcuno che ti aiuta, perché l’aiuto sociale è pressoché bandito, si chiama assistenzialismo ed è una bruttissima parola, ci hanno insegnato. Come buonismo: basta mettere un suffisso che desta antipatia (ismo) per inficiare una radice positiva (buono, assistenza). Non lo pensiamo neanche più, l’aiuto; non lo progettiamo nonostante i milioni di persone che ne hanno bisogno. Una società basata sul culo, insomma. &lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2020/11/per-capire-come-sia-saltato-tutto.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-5847713326930129842</guid><pubDate>Thu, 12 Nov 2020 15:46:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-01-07T16:18:10.018+01:00</atom:updated><title>Don Leonello</title><description>&lt;p&gt;Don Leonello è una di quelle persone che mi aprono una vergogna professionale di una certa profondità. Don Leonello è morto l’11 novembre per covid, leggo. Da tempo non era più sotto i riflettori. La curia, la diocesi, o chi per loro - non mi intendo molto di questioni religiose - aveva contribuito a questa fuoriuscita soft dopo che per anni lui, nel quartiere della Pallotta, a Perugia, si era dato da fare ventiquattr’ore al giorno per dare una mano a chi una mano non la dava nessuno.&amp;nbsp;&lt;span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Aveva una casa, don Leonello, dove ospitava chi arrivava da paesi lontani in cerca di una vita migliore e trovava solo porte in faccia. Non chiedeva nulla osta, documenti o lasciapassare, don Leonello: gli bastava la patente di essere umano per attivarsi. Questa sua ospitalità a un certo punto aveva cominciato a suscitare i pruriti di qualcuno: neo o post fascisti, benpensanti e varia umanità. Così don Leonello cominciò a essere trascinato sulle pagine della stampa locale. Sempre da chi disapprovava la sua mano tesa nei confronti degli ultimi. E lui doveva difendersi ricorrendo ad argomenti ovvi come l’umanità che diventavano però argomento di discussione: c’erano i “contro”, e c’era lui, che era “pro”. Perché la stampa locale non poteva schierarsi tra l’umanità e i pruriti disumani, si doveva rimanere equidistanti, per quello strano senso di “autonomia” che attanaglia i giornalisti quando non giudicano conveniente schierarsi contro una maggioranza disumana: ci voleva sempre un contraddittorio. E così le idee di don Leonello dovevano avere un contraltare. Come se si dovesse aprire un dibattito tra chi soccorre uno che stramazza a terra per strada e chi invece sostiene che chi stramazza a terra debba essere lasciato al suo destino. Facevamo così.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ci metto la prima persona plurale perché io ai tempi lavoravo in un giornale locale, uno delle centinaia che hanno cessato le pubblicazioni in questi anni. E guai a raccontare don Leonello “liscio”. No. Occorreva metterlo sempre a confronto con la disumanità che gli si opponeva. Perché era “scomodo”, in un mondo in cui pur di stare comodi si rinuncia a se stessi. La mia vergogna è di non avere trovato la forza necessaria di incazzarmi seriamente, in una redazione molto conformista, per rompere quella cortina insopportabile e dire che don Leonello andava raccontato così, “liscio”, senza controbilanciamenti disumani, senza ipocrisie pelose mascherate da “equidistanza”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Questo vorrebbe essere il mio omaggio postumo, che come tutte le cose postume, non serve a niente, se non a illudersi di aver pulito un po’ dello sporco sulla coscienza. Ciao, don Leonello, schifami pure, ne hai tutti i diritti.&lt;/p&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2020/11/don-leonello.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-2783473116643734325</guid><pubDate>Thu, 29 Oct 2020 11:15:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-01-07T16:19:29.290+01:00</atom:updated><title>Tamponi agli asintomatici (ripresa)</title><description>A oggi la situazione in Umbria è questa. Poniamo che si riscontri un caso di positività al coronavirus in una classe. All’esito del tampone alunni e docenti vengono messi in quarantena. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima questione: il risultato del tampone della persona risultata positiva arriva a diversi giorni di distanza dall’ultimo contatto con la classe. Quindi per diversi giorni gli alunni che avrebbero potuto contrarre il virus senza presentare sintomi, restano liberi di relazionarsi rischiando di infettare a loro volta. &lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;Seconda questione: gli alunni e i docenti entrati in contatto con la persona positiva NON vengono sottoposti a tampone. A meno che non presentino sintomi, sono soltanto tenuti alla quarantena in casa. Cosicché, sempre nel caso in cui fossero positivi asintomatici, ciò non si saprebbe, con la conseguenza che nel frattempo potrebbero infettarsi anche i congiunti, i quali, si badi, NON sono tenuti alla quarantena, e andando in giro e lavorando potrebbero a loro volta infettare innestando la catena esponenziale di contagi che ci viene sciorinata ogni volta che accendiamo radio, tv o computer. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questi sono i fatti, oggi. Passiamo a vedere cosa li ha preceduti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nei giorni scorsi il commissario covid per l’Umbria, attraverso la stampa locale, informava del “cambio di strategia” della Regione sull’uso dei tamponi. In qualche articolo ci si è spinti a scrivere – ricalcando fedelmente la ricostruzione del commissario - che il picco dei positivi in Umbria al covid “costringeva” (testualmente) a rivedere le procedure, laddove la revisione delle procedure è consistita appunto nello scegliere di NON sottoporre a tampone gli asintomatici. Lo sottolineo perché la stampa, quando si limita a riportare le fonti ufficiali, non assolve al suo ruolo ma a quello di megafono, e questo è parte del problema. Perché anche i semafori hanno capito ormai che è fondamentale in questa fase l’esatto contrario del “cambio di strategia” trionfalmente divulgato da chi sta gestendo l&#39;emergenza in Umbria. Ciò che è da fare è proprio scovare gli asintomatici, che sono diventati il veicolo principale del contagio e quindi la causa del nuovo affollamento degli ospedali e delle terapie intensive e della risalita dei decessi. Invece l’Umbria sceglie di NON fare i tamponi agli asintomatici, perché sostanzialmente, dice il commissario a mezzo stampa, sarebbero in numero eccessivo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insisto sul verbo “scegliere” perché di scelta si tratta. Ma siccome è sbagliata, antipatica, incomprensibile, e pure dannosa, viene presentata alla stampa, che a sua volta la presenta all’opinione pubblica, come una ineluttabilità. Il commissario Covid per l’Umbria, nel presentare il “cambio di strategia”, l’ha giustificato dicendo che al ritmo di 400 contagi al giorno, considerando circa venti contatti a contagiato, si dovrebbero fare ottomila tamponi. Ora: un tampone costa all’Umbria all’incirca 57 euro (personale incluso). &lt;span class=&quot;d2edcug0 hpfvmrgz qv66sw1b c1et5uql rrkovp55 a8c37x1j keod5gw0 nxhoafnm aigsh9s9 d3f4x2em fe6kdd0r mau55g9w c8b282yb iv3no6db jq4qci2q a3bd9o3v knj5qynh oo9gr5id hzawbc8m&quot; dir=&quot;auto&quot;&gt;Lo
  riportava all’inizio di settembre un giornale locale regionale  
rifacendosi a uno studio che rivelava come la media nazionale fosse di 
59  euro e in Veneto i tamponi arrivassero a costare 89 euro.&lt;/span&gt; 57 euro a ottomila tamponi al giorno, significa che in un mese si spenderebbero poco meno di 13,7 milioni. Cioè meno dell’1 per cento del fondo nazionale per la sanità umbra al netto delle risorse aggiuntive che arriveranno con il programma Next generation dell’Ue. A fronte di una spesa tutto sommato affrontabile però, in quel mese si sarebbe probabilmente contribuito a un contenimento intelligente del virus. Invece si sceglie di fare il contrario di ciò che serve, e si riesce a presentarlo come un “cambio di strategia” a cui si è “costretti”. Una meraviglia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo dentro un&#39;emergenza che sta mettendo a rischio migliaia di vite nonché l’intero sistema sanitario, se non si compiono scelte coraggiose e neanche così innovative ora, quando? Il costo dell’operazione, che in situazioni di questo tipo sarebbe peraltro l’ultima cosa da considerare, non sarebbe così problematico. Se è una questione di personale, che si assuma, anche a tempo determinato. Di professionalità che sanno somministrare un tampone e processarlo ce ne saranno, o no? Invece, quella che è una scelta in fondo ragionieristica e in linea con la politica dei tagli degli anni scorsi che ci ha portato dove siamo, viene presentata come una ineluttabilità. E ciò mentre i contagi aumentano in maniera esponenziale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un’ultima questione: quanto costerebbero i tamponi se ci fosse una centrale nazionale, invece di tante centraline regionali, ad acquistarli? E quanto se fosse direttamente lo Stato a produrli? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PS: nel presentare il “cambio di strategia” il commissario umbro al covid ha anche detto anche che “il tampone negativo è una falsa sicurezza. Ecco perché file di ore per fare il tampone, pur comprensibili sul piano emotivo, non ci aiutano”. Che è come dire che se pensi di avere la glicemia alta le analisi del sangue potrebbero anche non rivelarlo per errore, quindi le analisi del sangue non aiutano per capire se hai la glicemia alta. &lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--more--&gt;&lt;/span&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2020/10/tamponi-agli-asintomatici-ripresa.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-2816980678892973955</guid><pubDate>Fri, 23 Oct 2020 14:19:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-01-07T16:20:53.859+01:00</atom:updated><title>Però</title><description>&lt;p&gt; Sull’importanza delle scuole ci troviamo d’accordo. Sulla amputazione che rappresenta la didattica a distanza pure, soprattutto per gli alunni più piccoli e più fragili. Però.&amp;nbsp;&lt;span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Se si guardano &lt;a href=&quot;https://lab24.ilsole24ore.com/coronavirus/#&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;i dati&lt;/a&gt;, i contagi quotidiani avevano ripreso a salire sopra quota mille dalla seconda metà di agosto, precisamente dal 22 di quel mese. Probabilmente si cominciavano a vedere gli effetti delle vacanze in libertà e degli assembramenti che chiunque ha potuto osservare se ha trascorso qualche giorno al mare. I nuovi positivi hanno altalenato intorno a quota mille al giorno fino al 14 settembre, giorno di riapertura delle scuole, quando i casi di contagio registrati furono 1.008 e il rapporto positivi/tamponi del 2,2 per cento. Due settimane dopo, il 28 settembre, i casi furono 1.494 (cioè già +50 per cento) e il rapporto positivi/tamponi era salito al 2,92 per cento. Se si tiene conto che la scuola è entrata a pieno regime solo dal 24 settembre, poiché in alcune regioni è stata riaperta solo quel giorno e in molti istituti che avevano riaperto il 14 c’era stato lo stop per il referendum, la data da cui è interessante partire è il 6 ottobre, cioè due settimane dopo il 24. Bene, quel giorno eravamo a 2.677 nuovi contagi con il rapporto positivi/tamponi al 2,68 per cento. Ma quello che conta è che da lì in poi la curva dei contagi ha subito un’impennata costante che ha portato ai dati di ieri, con oltre 16 mila nuovi casi e un rapporto contagiati/tamponi del 9,44 per cento. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quello che concerne la mia esperienza, nelle scuole si sta facendo di tutto per rispettare distanziamento e igiene. Sta di fatto che quelli sono i dati. E intorno alla scuola girano trasporto pubblico e assembramenti vari alle fermate e in altri luoghi che non aiutano. Così, sulla scuola occorrerebbe secondo me ragionare. Perché imputare tutto alla movida con dati del genere mi pare un tantino fuorviante. Distorcente della realtà quanto l’omertà che regna sul fatto che alcuni luoghi di lavoro (tipo gli stabilimenti di lavorazione della carne) sono prediletti dal covid per trasmettersi. &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Detto ciò, la situazione è così delicata che francamente mi stupisco dei giudizi lapidari che sento e vedo dare su questa o su quell’altra istituzione. Mediamente nessuno è all’altezza perché questa epidemia è grave e l’unico modo per combatterla seriamente sarebbe quello di rinunciare alla socialità, che è parte del nostro essere, in attesa di cure efficaci e vaccino, con tutto quello che porterebbe una nuova reclusione soprattutto per le fasce più deboli. Altro discorso è quello dell’economia, e tralascio qui di soffermarmi sull’inumanità di un sistema economico che non tollera fermate neanche a costo della vita (ma pure su questo regna il velo dell’omertà). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sta di fatto che così mi sembrano fuori luogo e tempo i giudizi scriteriati sul governo della Meloni e di Salvini (due che in quanto a inadeguatezza sono pressoché imbattibili), rimango perplesso su quelli senza appello che vedo attribuire nei confronti della giunta di destra della mia regione, l’Umbria. È un esecutivo inadeguato, ma non più di altri di colore diverso, a cominciare da quello nazionale, che facendo sfoggio di un integralismo da crociata ha bandito in piena pandemia il concorso per la scuola a cui partecipano decine di migliaia di persone. L’epidemia sta galoppando ovunque, il dato è questo, e tutti stiamo commettendo errori, chi più chi meno. Sarebbe bene guardare ai dati reali e mantenere il sangue freddo per cercare soluzioni più che alzare il dito per accusare chi ci sta più antipatico. &lt;/p&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2020/10/pero.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-3617873599561850142</guid><pubDate>Sun, 18 Oct 2020 13:14:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-01-07T16:21:21.418+01:00</atom:updated><title>Boomerang</title><description> Ho un parente stretto che vive lontano da me in isolamento fiduciario in attesa di tampone, tre compagni di scuola dei miei figli positivi al tampone, e mi arrivano continuamente notizie di conoscenti o conoscenti di conoscenti positivi o in isolamento a loro volta. È una situazione che non avevo vissuto neanche nei mesi lugubri del blocco totale, quando c’erano morti a grappolo e andavi a fare la spesa e ti guardavi gli uni con gli altri come nemici potenziali. In quel periodo non mi era mai capitato di impattare il virus più o meno direttamente come in queste settimane, che pare la regola. Per questo, così, a naso, temo che il covid sia in circolazione molto di più oggi rispetto a qualche mese fa, al di là di quanto si palesa attraverso i numeri. Di buono c’è che la situazione negli ospedali e quella dei contagiati è mediamente migliore perché, ho letto, si sono aggiustate le cure e si tenta un minimo di tracciamento dei contatti, attività che nei primi mesi era rimasta travolta dall’emergenza. &lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;Detto questo, vivo in una regione che nell’ultima settimana ha avuto il maggior incremento percentuale di nuovi casi, e questo – noto – sta portando molti miei contatti a biasimare sindaci e amministratori regionali di destra, rei di non saper gestire la situazione. Inoltre, mi pare di osservare che l’attività di monitoraggio coi tamponi procede in maniera a volte episodica, tralasciando il controllo di contatti potenzialmente infetti o nella speranza, da parte delle autorità e delle istituzioni, che le persone si regolino da sé. Leggo e sento dagli esperti, invece, che in assenza di cure davvero risolutive e di vaccino, la cosa da fare è tamponare, tamponare, tamponare per scovare quanti più contagiati possibile e isolarli finché non tornino a essere negativi. Così, stava montando anche a me la fregola di scrivere qualcosa di corrosivo nei confronti della classe politica che sta governando la mia regione e i comuni più grandi, che, lo dico senza infingimenti, al di là della lontananza ideale che la divide da me, complessivamente non mi pare neanche cosi attrezzata tecnicamente per l’attività cui l’hanno chiamata la maggioranza degli elettori. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allora sono andato a guardare i numeri, e però ho notato che complessivamente in Umbria dall’inizio di questa iattura sono stati effettuati un numero di tamponi equivalenti al 28 per cento della popolazione, mentre la media italiana è al 22. Nell’ultima settimana infame dal punto di vista dei numeri, da queste parti sono stati effettuati 23.926 tamponi, che equivalgono al 2,7 per cento della popolazione; un’enormità se paragonata con quella dello stesso periodo nel resto d’Italia, dove i tamponi rapportati alla popolazione sono stati l’1,5 per cento. Ancora: la Fondazione Gimbe rileva che dal 12 agosto all’11 ottobre in questa regione sono stati testati 6.109 casi ogni 100 mila abitanti (sesta regione in Italia), laddove la media nazionale è di 5.360. Detto questo, i mesi in cui il covid ha dato tregua non sono stati sfruttati per aumentare né il numero di laboratori accreditati per l’esecuzione dei tamponi molecolari né i posti di terapia intensiva. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci sono luci e ombre, quindi. E seppure l’attività di test non è del tutto adeguata all’emergenza, in Umbria è sicuramente oltre la media italiana. Questi sono fatti. E l’attività di test coi tamponi è la misura principale, in questa fase. Lo rilevo perché secondo me è un errore solenne criticare una parte politica che ha tutti i possibili difetti di questo mondo per una delle poche responsabilità che non ha. Occorrerebbe fare un po’ meno propaganda e più attenzione ai fatti: contribuiremmo a sanificare un livello di dibattito insano, costringeremmo una parte politica complessivamente inadatta a fare i conti con se stessa e con l’elettorato, e faremmo del bene a noi stessi, perché guarderemmo meglio le cose e magari capiremmo anche le solenni minchiate fatte, e soprattutto cercheremmo di evitarle per il futuro. E poi la propaganda becera è un boomerang che quando meno te lo aspetti ti ritorna sui denti; un po’ come il doping, che lì per lì ti consente prestazioni strabilianti, ma poi si ripresenta per riscuotere gli interessi. </description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2020/10/boomerang.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-8394956216268451883</guid><pubDate>Mon, 31 Aug 2020 14:51:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-01-07T16:21:53.479+01:00</atom:updated><title>Parliamo di deiezioni canine</title><description>&lt;p&gt;&lt;br /&gt;Il gioco è piuttosto semplice, e di sicuro effetto. Ha diverse varianti ma il tema è più o meno lo stesso. Si può partire da una delle dichiarazioni strampalate di qualcuno di quelli “de destra”, tipo: «I migranti portano il covid». Oppure si può andare su una delle pagine di fan assatanati di quelli “de destra” e, sotto un post – per dire - contro la Azzolina corredato di fotografia pro-gogna, prendere commenti a caso: «Faccia da...», «Fatti stuprare da un branco di...» e via con amenità del genere.&amp;nbsp;&lt;span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si tratta di cose che cozzano contro il buonsenso di una nutria (quelle del primo tipo), che sono di un’abiezione psicopatologica (quelle del secondo tipo). Uno d’istinto le tratterebbe come la merda di un cane sul marciapiede: se te ne accorgi la schivi, sennò sono imprecazioni lì per lì e dopo un quarto d’ora è già passata. Invece, siccome dai diamanti non nasce niente ma il letame si ritiene dia frutti rigogliosissimi, c’è chi le raccoglie, le mer… pardon, le dichiarazioni prive di senno o i commenti dell’abiezione, e ci costruisce sopra scandalizzatissimi articoli o post sui social. Così l’equivalente di una critica a una deiezione canina si trasforma in valanghe di like, centinaia di condivisioni, migliaia di commenti. E così si costruiscono i nuovi “Zorro”, i “Robin Hood” del terzo millennio. Qualcuno ci sistema pure il conto in banca, ottiene comparsate televisive e scrive il fortunatissimo best seller che destruttura le deiezioni, le quali peraltro, essendo materiale organico, sono perfettamente biodegradabili e non necessiterebbero di trattamento. Altri ci provano, e se non altro si fanno solleticare l’ego dalle millemila adesioni alle loro pagine che chissà mai che un giorno non si trasformino in soldi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono tutti personaggi, questi, che parlano all’elettorato “de sinistra”. Ma usano esattamente le stesse tecniche di quelli “de destra”. Solleticano la parte più facilmente stimolabile, quella più lontana dall’intelletto e più vicina alle pulsioni primarie. Lo fanno sapendo che sui social funziona quel tipo di comunicazione che sollecita i manicheismi, l’istintualità. E sanno che quel tipo di comunicazione comincia a funzionare anche su altri canali. Anzi, funziona già da tempo, solo che prima il fenomeno era più mascherato. Ora invece il modello “Forum” o “Uomini e donne” vale per qualsiasi argomento, qui e in tv, cioè sui canali più frequentati: che si parli di covid o di referendum costituzionale, per ben riuscire occorre demolire il dirimpettaio; e se il dirimpettaio dice cose prive di buonsenso o da psicopatologia, il tuo compito è immensamente più facile, e tu col tuo pubblico fai un figurone. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non ci sarebbe niente di male, solo che questa roba fa parecchio male, al di là delle stesse intenzioni dei nuovi Zorro. Intanto amplifica a dismisura le dichiarazioni prive di connessioni con la realtà e le perturbazioni psichiche di una parte di pubblico che è evidentemente ottenebrata (chi, se non psicosocialmente alterato, augurerebbe lo stupro di gruppo a una persona?, chi, se non un/a politico/a a caccia di successo facile nei sondaggi, si sognerebbe di legare fenomeni lontani sideralmente come la pandemia e le migrazioni?). Poi fa il male del pubblico plaudente, il quale si eccita quando il nuovo Zorro gli dice: “Guarda che merda!”, e nello stesso momento in cui sente salire l’eccitazione si erge a qualcosa di migliore della merda che gli viene indicata e dice a se stesso: “Guarda come sono bello io, invece”. E invece sta cadendo a picco, animandosi per poco, quasi nulla, e sta regalando attenzione all’equivalente di una critica a una deiezione canina; e di conseguenza, dal momento che l’attenzione di un essere umano è qualcosa di finito, la sta sottraendo (l’attenzione) a qualcosa di meglio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine, quella roba, dà luogo al “personaggismo”: &lt;i&gt;tizio &lt;/i&gt;è bravo perché gliele canta forte alle merde, dice il pubblico plaudente. Sì, gliele canta, ma suonando la stessa musica dei deiettori, facendo leva su manicheismi uguali e contrari, e quindi, mentre cura il suo personaggio, &lt;i&gt;tizio &lt;/i&gt;fa un pessimo lavoro sociale, al di là delle sue stesse intenzioni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il tutto, al netto del fatto che questi critici delle deiezioni fanno opera costante di demolizione di chi oggi è all’opposizione, e spesso le loro uscite si trasformano in grotteschi peana al personale di governo. Ora, per carità, ognuno la pensa come vuole, ma a me, per dire, quelle cose suscitano la stessa repellenza di un editoriale di Sallusti pro Berlusconi quando Berlusconi era presidente del consiglio. Solo che loro, alla faccia del giornalismo-cane-da-guardia con cui sono soliti riempirsi la bocca, si considerano mooolto meglio di Sallusti, perché sono “de sinistra”, loro. Mica come Sallusti che è “de destra”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla fine il male sta lì, nel manicheismo vuoto in questo deserto che è il &quot;personaggismo&quot;. Anzi, c’è di peggio: questa roba è di un conformismo becero e velenoso, perché usa gli stessi identici mezzi di chi dice di voler combattere. E il conformismo è forse una delle malattie da combattere con più veemenza se vogliamo smetterla di sprecare attenzione per le deiezioni e iniziare a mettere in discussione i pilastri del nostro stare male in società. &lt;/p&gt;</description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2020/08/parliamo-di-deiezioni-canine.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-249363104345429421</guid><pubDate>Tue, 19 May 2020 10:46:00 +0000</pubDate><atom:updated>2021-01-07T16:22:13.112+01:00</atom:updated><title>Franceschino</title><description>&lt;br /&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhZ3eK3KTavz2ePv7tG2TcpzYpWeXsk_AU7GtAEnxz3goPPrKBz7MHPf4mselutyCRJZTtxZfpysg6bfFGUC4rDX4nKkXO28CERee7V33Ev9A34vrE1J1QH5bI84VoKTiY9I-EDB-raMHgi/s1600/valli.jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;1068&quot; data-original-width=&quot;1600&quot; height=&quot;213&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhZ3eK3KTavz2ePv7tG2TcpzYpWeXsk_AU7GtAEnxz3goPPrKBz7MHPf4mselutyCRJZTtxZfpysg6bfFGUC4rDX4nKkXO28CERee7V33Ev9A34vrE1J1QH5bI84VoKTiY9I-EDB-raMHgi/s320/valli.jpg&quot; width=&quot;320&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
L’ho imparato col tempo quanto era importante Francesco Valli. Fino a un certo punto per me è stato solo un adulto un po’ più grande dei miei che quando lo incrociavo per le scale mi apostrofava con un «ah regazzi!’», seguito da «che fai?» o «do’ vai?». Crescendo, ho scoperto che lo conoscevano praticamente tutti, a Terni, e che per tutti era Franceschino, non come c’era scritto sul citofono, Francesco. &lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;Era un attore in vernacolo, Franceschino, lo dico per quelli si imbattessero in ‘sto post e che con Terni non hanno dimestichezza. Quella vicinanza a una celebrità cittadina che abitava uno o due piani sopra l’appartamento dove ho vissuto coi miei fino all’adolescenza a un certo punto mi rese orgoglioso. «Ah – dicevo a me stesso – voi l’applaudite a teatro, ma io c’ho una familiarità che voi ve la sognate, con Franceschino». E mi sentivo importante. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi, niente. Teatro dialettale e adolescenza non andavano d’accordo a Terni, o almeno non nel mio caso. Figurati, tu compravi Rockerilla e ascoltavi, che ne so?, i That Petrol Emotion, leggevi Joyce e Virginia Woolf, e questi recitavano “A li cunti facemo li pianti”. Tsè. Era una rottura generazionale, in parte; un bisogno d’affermarsi. Ma era anche tracotanza gratuita – capita che ci sia, nell’adolescenza - ignoranza recuperata in parte solo poi. Perché col tempo, allontanandomi fisicamente da Terni e vivendo altrove, ho capito che quella città era, ed è ancora, ma in altre forme, popolo più che altre. È una città in cui la borghesia è pressoché inesistente, e laddove si manifesta è ancora più caricaturale della borghesia di città in cui la borghesia è ben più importante. Perché insignificante, più insignificante che in altre città. Terni è popolo perché lì ci sono stati praticamente solo la grande industria di stato e i lavoratori (operai, piccoli commercianti, artigiani). E dopo, quando è cominciata la sarabanda delle privatizzazioni, la borghesia che comprava i gioielli di famiglia era lontanissima, tanto geograficamente quanto dallo spirito della città. E quei pochi autoctoni che giocavano a fare i borghesi erano ridicoli, chiusi in un mondo piccolo. A Terni il mondo era il popolo; i quartieri erano popolo, i ragazzini che sciamavano per le strade erano popolo mescolato, le utilitarie erano popolo, i negozianti erano popolo, lo stadio era popolo. Poi le cose sono un po’ cambiate, ma non è qui il caso di scomodare Pasolini. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanto era importante Franceschino l’ho imparato dopo, dicevo. E ci ripensavo stamattina, quando ho letto della sua scomparsa. Ho imparato che Franceschino era lo spirito del popolo di Terni che io imparavo solo d’intelletto leggendo i libri di Alessandro Portelli. Lo era al di fuori di qualsiasi collocazione politica perché non si tratta qui di collocazione politica (non so neanche per chi votasse). Lo era perché cantava il popolo. E quindi cantava Terni, Franceschino, esattamente come lo faceva Portelli in tutt’altro modo e con altri mezzi e magari con altri fini; ma lo faceva. E nel cantarla, da interprete fedele, non poteva cantarne la borghesia inesistente o caricaturale. Poteva cantarne solo il popolo. Questo è stato, Franceschino Valli. Pop nel senso più profondo e fecondo del termine. E Terni lo dovrebbe ricordare proprio per quel suo essere spontaneamente popolo; per quell’essere così intriso di Terni dall’averla rappresentata, al di là di qualsiasi concettualizzazione astrusa, nella sua essenza di popolo. Così, forse, quella città imbastardita dall’esplosione del precariato esistenziale potrebbe anche aiutarsi a riconciliarsi con se stessa. </description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2020/05/franceschino.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhZ3eK3KTavz2ePv7tG2TcpzYpWeXsk_AU7GtAEnxz3goPPrKBz7MHPf4mselutyCRJZTtxZfpysg6bfFGUC4rDX4nKkXO28CERee7V33Ev9A34vrE1J1QH5bI84VoKTiY9I-EDB-raMHgi/s72-c/valli.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-6418152555146155454</guid><pubDate>Thu, 26 Mar 2020 19:19:00 +0000</pubDate><atom:updated>2020-03-26T20:19:13.382+01:00</atom:updated><title>Il Pd: salvaguardare i produttori di lana caprina</title><description>L’attività di mediazione prima di varare il decreto sulle attività considerate essenziali è stata così estenuante da portare il presidente del consiglio a rivalutare i tempi in cui i ragazzi più grandi di lui lo bullizzavano costringendolo a recuperare il pallone quando finiva in mezzo ai rovi di ortica alti fino all’inguine. Al colmo della disperazione, Conte si è giocato il jolly urlando in videoconferenza: «Basta, decido io, oppure mando Casalino a trattare al posto mio, e voi lo sapete che quello non distingue neanche un palo della luce spento da un deltaplano!». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fino a quel momento gli industriali avevano insistito per far rientrare tra le produzioni essenziali anche quelle di catene e manette. Il capo delegazione di Confindustria, Alfredo Prigionia, motivava la scelta dicendo che è sempre bene avere in azienda certi strumenti quando c’è da trattare con certi operai riottosi. Lega e Fratelli d’Italia si opponevano però alle catene con la motivazione che le manette sono più che sufficienti. Il Pd derubricava la cosa sostenendo che gli operai non esistono più. Ma a quel punto è stato fatto notare a Paolo Liberal, che stava trattando per il suo partito, di non confondere gli italiani con l’elettorato del Pd. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Momenti di tensione quando Giorgia Meloni ha chiesto di inserire i sacchi di sabbia nell’elenco delle produzioni essenziali. «Stamo in guera», è stata la laconica motivazione, e quando le è stato riferito sottovoce dal suo consigliere Evaristo Nostalgia che il coronavirus si inocula e non ha armi, Meloni ha risposto scandalizzata sgranando gli occhi: «’Sto zozzo! E noi je sparamo lo stesso!». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Flebile la resistenza di Matteo Salvini, che voleva garantire l’apertura alle fabbriche produttrici di felpe. Il leader della Lega ha desistito quando come contropartita gli è stata assicurata la possibilità di circolare indiscriminatamente per le strade di Roma con la mascherina indossata alla cazzo di cane tanto per darsi un tono. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Pd ha insistito per tenere aperte le fabbriche di lana caprina. «Sennò noi al nostro interno non sappiamo di cosa discutere», ha detto Giorgio Destri, un ex renziano che si è rifiutato di seguire l’ex leader con la motivazione che “Italia viva” è un nome di merda. Sulla lana caprina però la chiusura di Conte è stata netta: «Se faccio una scelta del genere come motivo a Vito Crimi il no alle fabbriche di liquirizia che gli piace tanto?». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nelle ore cruciali in cui si stava decidendo infine, è arrivata la minaccia di una serrata del buonsenso da parte del “Movimento dei cittadini onesti e stanchi” che chiedeva di non interrompere la produzione di rabbia e livore. Anche in questo caso la chiusura di Conte è stata decisa: «Rabbia e livore circolano liberamente in abbondanza, mentre la serrata del buonsenso è un’arma spuntata, visto che sono anni che non ce n’è». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attimi di paura in chiusura di videoconferenza per Evaristo Nostaglia che è dovuto ricorrere alle cure dei medici dopo essere stato colpito al volto dalla giugulare rigonfia di Giorgia Meloni. </description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2020/03/il-pd-salvaguardare-i-produttori-di.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1629580150656568151.post-6949850087725460605</guid><pubDate>Wed, 18 Mar 2020 17:55:00 +0000</pubDate><atom:updated>2020-03-18T22:20:28.644+01:00</atom:updated><title>Lite a Contursi, Meloni stecca l&#39;inno, xanax per Salvini</title><description>Le forze dell’ordine sono dovute intervenire per sedare una lite condominiale in una palazzina di Contursi al termine della quale si sono contati diversi feriti. Il motivo della contesa è stato il mancato accordo sul brano da cantare sui balconi alle 18 di giovedì 19 marzo. La fazione dei tradizionalisti, capeggiata da Mario Rissetti, 48enne con precedenti per vendita di cd abusivi di Gigi d’Alessio, proponeva “L’italiano” di Toto Cutugno, mentre gli autonominatisi “innovatori” volevano fortemente l’ultimo successo sanremese di Elettra Lamborghini. La situazione, già al colmo dell’esasperazione, pare sia precipitata quando un condomino ventenne si è lasciato sfuggire “Ammazza che musica de merda che sentite tutti quanti!”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il coronavirus nel frattempo sta costringendo le forze politiche a rivedere le rispettive strategie di comunicazione. Il M5S è quello che si è trovato più in difficoltà dal momento che il leader politico attuale, Vito Crimi, sta cercando di farsi spiegare il significato della parola “strategia”. «Una volta che l’avrà capita la strada sarà tutta in discesa – confidano gli spin doctor del Movimento – perché in due-tre giorni al massimo avrà imparato anche il significato di “comunicazione”». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il fatto che mezzo Pd si trovi costretto alla quarantena allevia di molto i cronisti, abituati a districarsi tra le differenti posizioni che usualmente caratterizzano le varie anime del partito: ad oggi se ne contano solo 26, anche se Anna Ascani sta per uscire dal periodo di isolamento forzato e contribuirà alla ventisettesima. Si potrebbe arrivare a 28 con l’immancabile “Ce lo chiede l’Europa”, anche se di questi tempi neanche Dario Nardella sembra propenso a farla propria. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In difficoltà Matteo Renzi, il quale è in attesa che la destra faccia la prima mossa per spararla ancora più grossa. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I due leader sovranisti dal canto loro avrebbero già fatto del loro meglio se solo non fossero stati costretti a fronteggiare degli imprevisti per cui la parte più movimentista di Lega e Fratelli d’Italia ha subito proposto la galera, salvo ricredersi quando gli è stato fatto capire che in galera ci possono andare solo le persone e non anche i nomi comuni di cosa. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
All’interno di Fratelli d’Italia una fronda, subito ribattezzata demo-pluto-massonico-eccetera-eccetera dalla maggioranza, ha proposto un flash-mob. Su di loro è caduta la scomunica di Giorgia Meloni, la quale ha espulso tutti dal partito con l’accusa di esterofilia e ha però fatto sua l’idea varando un “movimento di un istante”, questo il nome scelto per l’iniziativa da una Meloni che nel presentarla si è lasciata sfuggire “E parliamo italiano, cazzo!”. L’idea era di cantare l’inno di Mameli accompagnati dall’orchestra in tonalità di “sol”, ma quelli di Fratelli d’Italia, timorosi che quella nota potesse rimandare al “sol dell’avvenire” socialista, hanno all’ultimo momento deciso di farla in “do” dando luogo a una terribile cacofonia, parola italianissima utilizzata qui per sostituire un più volgare “figura di merda”. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Salvini invece, era da giorni in giro alla ricerca di cibo italiano da comprare. Aveva optato per una semplice e autarchica pasta al pomodoro, ma poi gli hanno spiegato che il grano per gli spaghetti arriva dall’Ucraina e la polpa di pomodoro la spremono a mano degli immigrati clandestini che prendono 3 euro per ogni quintale raccolto. A quel punto, il leader leghista, preso dal nervosismo, si è acceso una Marlboro, ma quando il capo della “Bestia” Luca Morisi gli ha sussurrato all’orecchio che la Philip Morris, produttrice del tabacco, è americana, ha avuto una crisi di panico per la quale i medici sono dovuti ricorrere a una potente dose di xanax. Una volta riavutosi, Salvini ha voluto sapere dettagliatamente che cosa gli fosse successo, e quando gli è stato riferito che lo xanax è prodotto dalla Pfizer, multinazionale farmaceutica statunitense, ha avuto un nuovo mancamento dal quale si risveglia ogni tanto solo per gridare “Allah akbar”. </description><link>https://chissacosa.blogspot.com/2020/03/lite-contursi-meloni-stecca-linno-xanax.html</link><author>noreply@blogger.com (Fabrizio)</author><thr:total>0</thr:total></item></channel></rss>