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	<title>Contrordine compagni</title>
	
	<link>http://www.cottica.net</link>
	<description>Il blog di Alberto Cottica: creatività e economia nella grande rete</description>
	<lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 23:09:58 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Io sfondo porte: estendere i limiti del coinvolgimento dei cittadini nell’azione di governo</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2012 12:21:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Venerdì ero di nuovo in Italia, per tenere un keynote su Wikicrazia al ForumPA. Ho fatto bene ad accettare, perché mi sono divertito tantissimo: ho parlato davanti a una sala molto motivata (anche troppo: ho cominciato alle 13 e mi hanno tenuto sulla corda con le domande fino alle 14.30) e soprattutto piena di gente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="width:425px" id="__ss_13011118">  <iframe src="http://www.slideshare.net/slideshow/embed_code/13011118" width="425" height="355" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe> </div>
<p>Venerdì ero di nuovo in Italia, per tenere un keynote su <a href="http://www.cottica.net/wikicrazia">Wikicrazia</a> al ForumPA. Ho fatto bene ad accettare, perché mi sono divertito tantissimo: ho parlato davanti a una sala molto motivata (anche troppo: ho cominciato alle 13 e mi hanno tenuto sulla corda con le domande fino alle 14.30) e soprattutto piena di gente diversa dai policy geeks che mi seguono di solito. La discussione seguita alla presentazione mi è sembrata particolarmente calda, sincera e utile – certamente a me, ma spero anche agli intervenuti. </p>
<p>Ho deciso di puntare su ciò che è accaduto a valle del libro: cioè, sui nuovi e interessanti problemi che si aprono quando un&#8217;amministrazione decide di muoversi in modo wikicratico. L&#8217;esperienza a cui ho fatto più riferimento è quella di <a href="http://edgeryders.ppa.coe.int">Edgeryders</a>: in quella sede stiamo provando a dare più peso alla partecipazione dei cittadini integrando il software sociale con software per l&#8217;analisi scientifica. Questo ha l&#8217;effetto di dare al contributo del <em>citizen expert</em> la stessa veste di autorevolezza e di verifica indipendente dei contributi degli esperti di professione, e quindi si traduce in un empowerment del cittadino che partecipa al dialogo. Abbiamo anche parlato della necessità di &#8220;sfondare porte&#8221;, utilizzando politici e funzionari innovatori (spesso con contratti a tempo, in modo che non abbiano troppa paura di contraddire la struttura dove serve) per aprire nuovi canali di lavoro, estendendo lo spazio delle azioni percepite come possibili dall&#8217;amminsitrazione.</p>
<p>Tutto questo si traduce nella necessità di un ecosistema della governance necessariamente più complesso di una burocrazia weberiana; il settore pubblico da solo non può produrlo senza riforme profondissime, dolorose e forse impossibili. Io stesso ho fatto la scelta di donare un (bel) po&#8217; di tempo a iniziative di società civile, come Spaghetti Open Data e soprattutto Wikitalia. La mia presentazione è stata un&#8217;ottima occasione per parlare un po&#8217; di Wikitalia, e presentare a tutti il suo nuovo segretario generale, Antonella Pizzaleo. </p>
<p><a href="http://www.innovatv.it/video/2666079/alberto-cottica/forum-pa-2012-wikigrazia-lazione-di-governo-al-tempo-della-rete">Clicca qui per vedere il video della presentazione</a> (molto professionale, complimenti!).</p>
<p>È stato bello anche rivedere un po&#8217; di policy geeks italiani, come Flavia Marzano, Matteo Brunati, Ernesto Belisario e Gigi Cogo, che ormai inizio a sentire come amici. Grazie a Forum PA e Gianni Dominici di avermi invitato! Qui sotto trovate le slides dell&#8217;intervento, che in diversi mi hanno chiesto.</p>
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		<title>Il draghetto esce dall’uovo: progettare dinamiche emergenti in una comunità online (lungo)</title>
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		<comments>http://www.cottica.net/2012/05/07/meet-the-dragon-hatchling-herding-emergent-behavior-in-a-community-of-innovators/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 07 May 2012 20:26:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[complexity economics]]></category>
		<category><![CDATA[Dragon Trainer]]></category>
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		<category><![CDATA[emergence]]></category>
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		<category><![CDATA[Kublai]]></category>
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		<category><![CDATA[University of Alicante]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo non è un post, ma un saggio, più lungo di un post normale. Riguarda il progetto Dragon Trainer, di cui ho già parlato qui: insieme ai colleghi di Università di Alicante e European Center for Living Technology sto cercando di sviluppare un software in grado di diagnosticare le dinamiche sociali emergenti nelle comunità online, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2012/05/Baby-dragon-by-Brenbot.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4620" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="Photo: brenbot @ flickr.com" src="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2012/05/Baby-dragon-by-Brenbot.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a><em>Questo non è un post, ma un saggio, più lungo di un post normale. Riguarda il progetto Dragon Trainer, di cui ho già parlato qui: insieme ai colleghi di Università di Alicante e <a href="http://www.ecltech.org/ecltech_j/">European Center for Living Technology</a> sto cercando di sviluppare un software in grado di diagnosticare le dinamiche sociali emergenti nelle comunità online, e di aiutare i rispettivi community managers a prendere decisioni informate. Penso che sarà solo il primo di una serie. È solo in inglese, mi spiace!</em></p>
<h2>Why is this important?</h2>
<p>For some time now policy makers have been fascinated by entities like Wikipedia: non-organizations, loose communities of individuals with almost no money and no command structure that manage, despite this apparent lack of cohesion, to collaborate everyday in producing complex, coherent artifacts. Such phenomena are made even more tantalizing by the uncanny speed and efficiency with which they do what they do. Can we summon Wikipedia-like entities into existence, and order them to produce public goods? Can we steer them? Can we do public policy with them?</p>
<p>In order to do so, we will need to learn to craft policy into a new space, which – following Lane and others – we call the meso level. Such policies will not be targeted at individual behavioral change (micro policies); nor at the economy or the whole society (macro policies). They will be targeted at achieving certain patterns of interaction between a large group of people. Individual may and will move in and out of these patterns, just like individual water molecules move in and out of clouds; but this does not much affect the behavior of the cloud.</p>
<p>Operating at the meso level – running an online community of innovators, for example – entails managing a paradox. Structuring interaction among participants as a network of relationships, of which participants themselves are the nodes, can result in extremely effective and rewarding participation, because – under certain circumstances – each participant is exposed to information that is relevant to them, while not having to browse all the information the community knows. This results in a very high signal to noise ratio from the point of view of the participants; they often report experiences of greatly enhanced serendipity, as they seem to stumble into useful information that they did not know they were looking for and was sent their way by other participants.</p>
<p>This extraordinary efficiency cannot be planned a priori by community managers, who – after all – do not and cannot know what each individual participant knows and what she wants to know. The desirable properties of networks as information sharing tools arise from the link structure being emergent from the community’s endogenous social dynamics. The paradox stems from the fact that endogenous social dynamics can and often do steer online communities away from its goals and onto idle chitchat or “hanging out”, that seems to be the default attractor for large online networks. So, managers of communities of innovators need to let endogenous dynamics create a link structure to transport information efficiently across the network while ensuring that the community does not lose its focus on helping members to do what they participate in it to do.</p>
<h2>Building Dragon Trainer: a case study</h2>
<p>With this in mind, I joined forces with emergence theorists, network scientists and developers to build the prototype of Dragon Trainer, an online community management augmentation tool. It models an online community as a network of relationships, and uses network analysis as its main tool for drawing inferences about what goes on in the community. Generally speaking community managers build knowledge of their communities by spending a lot of time participating rather than using formal analysis; and they act on the basis of that knowledge by resorting to a repertoire of steering techniques learned by trial and error. The error component in trial-and-error is usually fairly large, because by construction there is no top-down control in online communities; the community manager can only attempt to direct emergent social dynamics towards the result that she sees as desirable. Control over the software does give her top-down control in the trivial case of prohibition: by disabling access, or comments, she can always dampen activity directly. What she cannot do without directing emergence is enhancing activity – which is what online communities of innovators are for.</p>
<p>DT aims at augmenting this approach in two ways. Firstly, it allows the community manager to enrich the “local” knowledge she acquires by simply spending time interacting with the community. Such knowledge is extremely rich and fairly accurate for small communities, but it does not scale well as the network grows. Network analysis, on the other hand, scales well: computing network metrics on large networks is conceptually not harder than doing it on small ones, though it can get computationally more intensive. In an ideal situation, a community manager might start to use DT when her network is still small and she has a good informal understanding of what goes on therein simply by participating in it; she could then build a repertoire of recipes. We define recipes as formalisms that map from changes in the mathematical characteristics of the network to social phenomena in the community represented by that network. Recipes of this kind enhance the community manager’s diagnostic abilities, and take the form:</p>
<blockquote><p>Network metric A is a signature of social phenomenon B.</p></blockquote>
<p>As she tries out different management techniques to yield her desired results, she would then proceed to build more recipes, this time mapping from management techniques to their outcomes – the latter being also be measured in terms of changes in the metrics of the network representing the community. Recipes of this kind enhance the community manager’s policy making, and take the form:</p>
<blockquote><p>To get to social outcome C, try doing D. Success or failure would show up in network metric E.</p></blockquote>
<p>She then might be able to lean on repertoires of recipes of both kinds to run the network as it gets larger, because the software does not lose its ability to monitor those changes. These repertoires of correspondences are going to be built by integrating inputs from two different sources. The first one is theoretical: the systemic theory of emergence in the social world that some of my colleagues are engaged in developing. The second one is practical: the firsthand experience of community managers, myself included. Once built, the two repertoires would make up DT’s knowledge base, its computational intelligence core.</p>
<p>What follows is an account of a concrete case in which network science helped formulate a policy goal, the completion of which could then be monitored through, again, network analysis. It is only a small example, but we believe directed emergence is at work in it. And if emergence can really be directed then yes, in principle public policies can happen in the mesolevel and become closer to Wikipedia.</p>
<h2>Context</h2>
<p>In March 2009 I was the director of an online community called Kublai, a project of the Italian Ministry of Economic Development. People use Kublai to develop business plans for creative industries projects or companies. At the time it was about 10 months old; we had about 600 registered members working on 80 projects. I directed a small team that did its best to encourage people to try and think out new things, and to help each other to do so. Most creatives find it hard to achieve critical distance from their pet ideas, and an external, disenchanted eye might help them become aware of weaknesses or untapped sources of strength. Even simple questions like “why do we need your project?” or “how do I know this is better than the competition?” can help.</p>
<p>These conversations happen online, in the context of a small, dedicated social network that used the Ning software-as-service platform. We customized Ning’s translation to change the names of the “groups” functionality into “projects”: the object in the database was still the same, but rhetorically we were encouraging people to come together to collaborate to a project’s business plan. Ning groups lent themselves well to the task, because each sports (1) a project wall for comments; (2) a forum for threaded discussion; (3) group-wide broadcast message functionalities at the disposal of the group creator. In March 2009 the largets projects/groups in Kublai had about 60/70 members.</p>
<p>Ruggero Rossi, like me, is passionate about self-organizing behavior in the social world. When he proposed to do his thesis by running a network analysis of the Kublai social graph, I supported him in every way I could. The thesis was supervised by David Lane, a complexity economist I admire, which was an added bonus.</p>
<h2>March 2009: diagnosis</h2>
<p>The first problem was to specify our network. We decided nodes would correspond to people: each user is a node. The links could be several things, since there are several types of relationships between members of a Ning social network: relationships might be created by adding someone as a friend, leaving a comment on her wall, sending her a message, joining the same group/project etcetera. We decided to focus on collaboration in writing business plans, which is Kublai’s core business; we also decided that, in the context of Kublai, only writing in the context of a group/project counts as collaboration.</p>
<p>So we defined the link as follows: Alice is connected to Bob if they both have posted a comment on the same project. This is a somewhat bold assumption, because positing some kind of communication between the two implies that everybody who ever posted anything within a project reads absolutely everything that is posted in that project. I thought that was reasonable in the context of Kublai, also given the short time frame in which the comments had been piling up. This implies a bidirectional relationship: in network parlance, the graph is called undirected, and its links are called edges. The edges are weighted: the edge connecting Alice to Bob has an intensity, or weight, equal to the number of comments posted by Alice on the project times the number of comments posted by Bob on the same project. If they collaborate on more than one project, we simply add the weight of the link created across all projects on which they are both posting comments.</p>
<p>Eventually Ruggero crunched the data and showed me his results, that boil down to this:</p>
<ul>
<li>all active (posting) members of Kublai were connected in a giant component: there was no “island”.</li>
<li>a kernel of people who were highly connected to each other acted as Kublai’s hub, connecting each participant to everybody else in the network. All of the paid team members were part of this kernel: no surprise here. More surprisingly, many non-team members were also part of the kernel. So many, in fact, that if you removed all of the team members from the graph it would still not break down; everybody would still be connected to everybody else.</li>
</ul>
<h2>Summer-fall 2009: policy</h2>
<p>This was an epiphany for me. I discussed these results with the team, and our interpretation was this: a core of dedicated community members was forming that was buying into Kublai’s peering ethics. They took time off developing their own projects to help others with theirs. This was a very good thing, in two ways.</p>
<ol>
<li>it implied efficiency. With more people participating in more than one project, Kublai could do a better job of transporting information from one project to another, and that is the whole point of the exercise. Alice is stuck with her project on some issue, and it turns out that Charlie, somewhere else in the network, has run into the same problem before. Alice does not know this, but she does collaborate with Bob, and Bob is a collaborator on Charlie’s project. So Bob can point Alice to what Charlie already did: Alice needs not walk Charlie’s learning curve all over again.</li>
<li>it implied resilience. If enough people do this, we thought, maybe the Ministry can turn Kublai over to the community, which will keep running it at little or no cost to the taxpayer. This would have created a public good out of thin air. Not bad!</li>
</ol>
<p>So, we decided to encourage this self-organizing feature. How to do it? A way to go about it was to encourage especially people who were developing projects (progettisti) to interact more. What could bring them together? Purely social stuff like football or celebrities discussion groups were not even considered: they would mar the informal, yet hardworking atmosphere of Kublai. According to my readings on the early days of online communities, something that any community loves to do is discussing itself. So, we thought we would turn over some of the control over the rules of Kublai to the community, and we would put a significant effort in it. We created a special group in Kublai, the only one that was not a project at that point, and called it “Club dei Progettisti”. Joining was unrestricted; also, we actively invited everybody in the kernel and everybody who had started a project up to that point. We did things like coordinate to welcome newcomers and discuss the renovation of the Second Life island we used for synchronous meetings. The atmosphere was that of the inner circle, the “tribe elders” of our community. This went on from about May to the end of 2009.</p>
<h2>December 2009: policy assessment</h2>
<p>Was the policy working? It was hard to say. The Club dei Progettisti grew to be by far the largest and most active in Kublai, but that does not mean that people interacting more in that context would then go on to collaborate on business plans in the context of individual projects, that was our real goal. It did feel like we had a vibrant community going – but not all the time. And then vibrant with respect to what? And how does vibrancy translate into effectiveness? We spent a lot of time online, and sailed by instinct. Instinct checked green, but let’s face it – after one thousand users and 150 projects it was hard not to lose the overview.</p>
<p>With another round of network analysis I would have been able to have a stab at policy assessment. In network terms, I wanted the kernel to be bigger: more people not from the Kublai team, collaborating across more projects, would facilitate the information flow across projects and improve efficiency. But Ruggero had finished his thesis, and the administrative structure running Kublai was at this point so rigid that contracting him was next to impossible.</p>
<p>Only recently, two years later, did I get the chance to crunch an export of the Kublai database. We at the Dragon Trainer group extracted a snapshot of Kublai at March 23rd 2009 (the same day Ruggero scraped it for his thesis) and one at December 31st 2009.</p>
<div id="__ss_12513816" style="width: 510px;"><strong style="display: block; margin: 12px 0 4px;"><a title="Kublai community graph 2009" href="http://www.slideshare.net/haiku66/kublai-community-graph-2009" target="_blank">Kublai community graph 2009</a></strong> <iframe src="http://www.slideshare.net/slideshow/embed_code/12513816?rel=0" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no" width="510" height="426"></iframe>
</div>
<p>In these two images the nodes, representing members of the Kublai community, have been color coded according to a measure called betweenness centrality, indicating how often the node is in the shortest paths connecting other nodes (it is often interpreted as an indicator of brokerage efficacy). Yellow nodes are the least central and blue nodes the most central, with orange ones in an intermediate position; nodes representing the Kublai team employees (typically very central) have been dropped from the graph altogether. In March 2009, a handful of community members, less than ten, collaborated on several projects on a regular basis – and, as a result, did most of the brokerage of information across the network. In December, however, their number had about doubled, despite the fact that attaining orange or blue “status” required a lot more work (the most central node in the March network has betweenness centrality 1791, the one in the December network 7740). At the end of the year, Kublai’s kernel was both larger and more connected than it had been in March. This growth is an emergent social dynamics: there is no top-down control in these graphs, anybody I could tell “go form a link with X” has been dropped from the dataset. But this emergence is somehow directed: we <em>wanted</em> to get to a social arrangement whose graph looks like this.</p>
<p>You can see how powerful this thing is. We can already say something just by looking at the graph; we have not even started to crunch the numbers, let alone do more sophisticated things. We could (and we will) compute and compare measures of network centralization; respecify the network in many different ways, allowing for link impermanence (if Alice and Bob are linked but don’t keep interacting, after a while the edge fades out), bipartite networks (what about a people-project graph?) directed graphs (links representing monodirectional help rather than bidirectional collaboration: if Alice posts on Bob’s project, she is helping him, but Bob might not reciprocate); and play with the data in as many ways as we can think of.</p>
<p>We keep working on this, and we will continue to share our results and our thoughts. If you want to be a part of this effort, you can, and are absolutely welcome. Everything we do (the data, the code, the papers, even the mailing list) is open source and reusable. Download what takes your fancy and let us know what you are doing. We are looking forward to learning from you.</p>
<ul>
<li>Download the <a href="https://github.com/dragontrainer/dt_kublai_mapper/tree/master/data">raw data</a> (database dump, anonymized).</li>
<li>Download and improve<a href="https://github.com/dragontrainer/dt_kublai_mapper">the code to export the data</a> into file formats supported by the main network analysis software.</li>
<li>Download <a href="https://github.com/dragontrainer/dt_kublai_mapper/tree/master/data/extracted">the exported data</a> if you would like to jump right into the network analysis. .net files (Pajek projects) are importable also in Gephi and Tulip.</li>
<li><a href="https://groups.google.com/d/forum/emergence-by-design">join our mailing list</a> if you want to be involved in our discussion. Everyone welcome, no technical background is required. We are online community managers mathematicians, coders, public policy practictioners, committed to being interdisciplinary and therefore to going out of our way to make anyone feel welcome.</li>
</ul>
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		<title>Are you serious about lifestyle innovation? Collaborative living in Brussels</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 10:27:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[La vita, l'universo e tutto quanto]]></category>
		<category><![CDATA[Social innovation]]></category>
		<category><![CDATA[Brussels]]></category>
		<category><![CDATA[innovation]]></category>
		<category><![CDATA[lifestyle]]></category>
		<category><![CDATA[living]]></category>

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		<description><![CDATA[At the end of June Nadia and I will leave Strasbourg and relocate to Brussels. We are picking up good vibes about the city: it feels vibrant, it offers interesting professional and learning opportunities and &#8211; critically &#8211; we know quite a lot of people from all over the world who have moved there and [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2012/05/albertonadiawedding1.jpeg"><img class="alignright  wp-image-4604" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="albertonadiawedding" src="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2012/05/albertonadiawedding1.jpeg" alt="" width="295" height="354" /></a></p>
<p>At the end of June Nadia and I will leave Strasbourg and relocate to Brussels. We are picking up good vibes about the city: it feels vibrant, it offers interesting professional and learning opportunities and &#8211; critically &#8211; we know quite a lot of people from all over the world who have moved there and have felt welcome. So why not us?</p>
<p>The thing is, we would like this relocation to be somewhat different from last year&#8217;s, when we moved out of Milan to set up camp in Strasbourg. In France, we are the typical migrant nuclear family. We rented a nice apartment overlooking the river, it&#8217;s great but we feel very lonely. Our families are scattered over two continents and four countries, none of which is France; many of our common friends are back in Milan, others are dispersed all over the globe. Our life here is simply too isolated. So, this time, we would like to rent a large living space and share it with others. We have been hosting people, on and off, for a year now, and we have grown to appreciate the company of our guests in our apartment, so we know having others in the living room does not feel like an invasion of privacy.</p>
<p>Now, this is lifestyle innovation we are talking about. We all shared apartments as students, or at the beginning of our working lives: that was great, but we now are adults, we have a greater need for personal spaces to balance with our need for socialization. We also have a bit more money than we did as students. So, ideally, we would want a 3-4 bedroom, and at least two bathrooms apartment to share with another person, or two. We would have one bedroom each (or two per couple); a bathroom per family unit; and share the living room, the kitchen and the terrace (if any). We would interact with our housemate(s) with the greatest respect and consideration, but allowing – and actually hoping – to grow closer to them as we live our lives. We have been looking at available housing in Brussels, and we have found several possible solutions.</p>
<p>There is no book to do this by: we were raised in a context of nuclear families, where adults simply do not share living space unless they are married to each other. But the world is changing fast, and we are happy and proud to try to break new ground, exploring living arrangements that make sense with our ever more globally mobile professional lives. If you feel the same, maybe you will consider moving in with us. We are a Swedish-Italian couple, no children, friendly and well-traveled. We speak mostly English to each other, but we are able to communicate in several other languages. If you are curious to know more, you can have a look at <a href="https://www.facebook.com/CollaborativeLivingInBrussels">this Facebook page</a>, where we post some interesting living spaces we have come across If you are interested, leave us a comment here, on the Facebook page, or just write to alberto[at]cottica[dot]net. If you think a friend of yours might be interested, please feel free to pass the links along. Brussels, here we come!</p>
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		<title>Racconto, divinazione, perdono: le mie abilità più importanti e come le ho imparate</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 08:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[La vita, l'universo e tutto quanto]]></category>
		<category><![CDATA[abilità]]></category>
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		<category><![CDATA[istruzione]]></category>
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		<description><![CDATA[Ho scritto questo post come una missione di Edgeryders sul come si impara. L&#8217;idea è di fare una specie di test sull&#8217;istruzione: quali sono le nostre abilità più importanti? E dove, come le impariamo? In teoria io dovrei dirigere Edgeryders, non giocarci, ma questa missione era così intrigante che non ho resistito. Se volete vedere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ho scritto questo post come una missione di <a href="http://edgeryders.ppa.coe.int">Edgeryders</a> sul come si impara. L&#8217;idea è di fare una specie di test sull&#8217;istruzione: quali sono le nostre abilità più importanti? E dove, come le impariamo? In teoria io dovrei dirigere Edgeryders, non giocarci, ma questa missione era così intrigante che non ho resistito. Se volete vedere come altri rispondono alla stessa domanda, <a href="http://edgeryders.ppa.coe.int/learning/reality-check">guardate qui</a>.</em></p>
<p>Sono un lavoratore delle conoscenza. Passo la maggior parte del mio tempo a interagire (per lo più online) con altri umani per produrre e manipolare informazione, e trasformarla in conoscenza. Quindi, in prima approssimazione, le abilità che uso ogni giorno sono leggere, scrivere, sintetizzare, ricercercare informazioni. Uso molto l&#8217;inglese, occasionalmente il francese. Leggo e scrivo budgets e contratti. In qualche caso uso la matematica (teoria dei giochi, teoria del grafi o calcolo differenziale o algebra lineare standard) per decodificare un modello teorico. Ma questo non dice molto: è solo un elenco di attività, non un modello di ciò che faccio. Credo che possa essere riassunto in tre &#8220;abilità composite&#8221;, i miei strumenti di lavoro più preziosi.</p>
<p><img style="width: 275px; height: 309px; float: right; margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://images1.fanpop.com/images/photos/1900000/Morpheus-Red-or-Blue-Pill-the-matrix-1957140-500-568.jpg" alt="Making a difficult decision with storytelling" />La prima è <strong>raccontare</strong>. Le scienze cognitive ci dicono che noi umani pensiamo in termini di storie, e risolviamo le incertezze collegate al fatto che viviamo in un mondo in rapido cambiamento immaginandoci come personaggi di una storia (presa da un repertorio abbastanza piccolo di storie archetipiche, tipo &#8220;lo straniero cavalca in città, risolve il problema e riparte al tramonto&#8221;). Immagina di dovere decidere tra un percorso professionale sicuro, magari un po&#8217; noioso, e uno più rischioso, ma che può avere un impatto sociale rilevante. Calcolare probabilità è impossibile: semplicemente non puoi soppesare tutto ciò che potrebbe succedere lungo i due percorsi. Ma sai che sei come Neo in <em>Matrix</em>, e Morpheus è lì che ti guarda con in mano una pillola rossa e una blu, e a quel punto la scelta è ovvia. Sei l&#8217;Eletto, questo è il tuo percorso, e non c&#8217;è altro da dire.</p>
<p>L&#8217;abilità di raccontare consente di indirizzare la tua carriera e la tua vita. Per esempio, rende possibile il fundraising: a meno che tu non faccia cose standardizzate, per cui la decisione di acquisto è semplice, otterrai risorse per i tuoi progetti quando i tuoi finanziatori riconosceranno una storia, e il loro ruolo in quella storia è di aiutarti. Un mio vecchio progetto, <a href="http://progettokublai.ning.com">Kublai</a>, si basava fortemente sulla narrativa dello &#8220;Stato buono&#8221;, che usciva dalle mura del castello per lavorare insieme ai suoi cittadini e non contro di loro. Questa storia ha avuto, credo, una parte importante nella decisione del Ministero di affidarmi la responsabilità del progetto, e in quella di tanti creativi italiani di collaborare. Oggi cerco di costruire narrative su tutte le cose importanti che faccio: i progetti professionali, ma anche quelli personali come andare a vivere all&#8217;estero.</p>
<p>Chiamerò la seconda abilità <strong>divinazione</strong>. Con questa parola denoto un atteggiamento che combina analisi formale con un atteggiamento umile, attento a non sopravvalutare il ruolo di singole persone o organizzazioni nell&#8217;infuenzare gli eventi. Quasi tutte le persone che consideriamo potenti sentono invece di avere poca presa, di essere nelle mani delle organizzazioni che, in teoria, dovrebbero dirigere, o semplicemente di eventi esterni, incontrollabili e imprevedibili. Quindi, divinazione per me significa cercare le cause profonde delle cose, e le forze con cui mi voglio allineare, alla base della società, nelle innumerevoli interazioni in cui ci impegnamo ogni giorno, e non al suo vertice. Questa abilità consente l&#8217;analisi disincantata: quando la possiedi, non ti illudi che, se solo il ministro o il presidente cambiasse idea, tutto sarebbe diverso. In più, ti fa scartare le teorie della cospirazione e ti libera dal bisogno di trovare capri espiatori (i politici, le banche, i media).</p>
<p>La terza abilità è il <strong>perdono</strong>. Con questo intendo l&#8217;accettazione profonda che non ha senso spingere le persone a conformarsi a qualche standard: le persone sono quelle che sono, ed è più costruttivo capire cosa sanno fare bene e organizzare le attività in funzione di questo piuttosto che piegare loro per adattarle alle attività (che in genere è comunque impossibile). Anni fa ho lavorato con un giovane che era matto. Non intendo solo dire che è eccentrico: a un certo punto è stato ospedalizzato di autorità e messo sotto psicofarmaci, in seguito a una diagnosi psichiatrica piuttosto pesante. Eppure, questa persona è un collega brillante nel tipo di progetti in cui tendo a essere coinvolto. Lavora moltissimo, e con entusiasmo. È un grande connettore. Ha sempre tempo per tutti, e tende a stare online 16 ore al giorno. Attenzione: non è brillante <em>nonostante</em> la sua condizione psichiatrica. È brillante <em>a causa</em> di essa. È un ossessivo, e se incanali la sua ossessione diventa una persona felice, realizzata e ammirata per i suoi risultati. Non è bravo in tutto, ma del resto questo vale anche per me o per chiunque altro. Questa abilità consente il management: una volta che abbandoni gli standard puoi cominciare a fare il lavoro che conta davvero, cioè progettare ambienti in cui le persone (le persone come sono veramente, non come sarebbero in qualche mondo ideale) ottengono risultati. È anche utile nella vita personale: se non hai standard puoi godere della compagnia di persone molto diverse da te. </p>
<ul>
<li>Ho imparato a raccontare soprattutto leggendo narrativa e fumetti. Un economista di nome David lane mi ha spiegato perché la narrazione è così importante in une seminario universitario sulla teoria dell&#8217;innovazione, molto tempo dopo che avevo terminato i miei studi. La scuola superiore mi ha in parte aiutato a sviluppare questa abilità, soprattutto attraverso lo studio della storia. In retrospettiva, se avessi avuto un buon insegnante di storia dell&#8217;arte avrei potuto imparare molto sulla narrazione dalla pittura del rinascimento, ma non ho avuto fortuna. </li>
<li>Ho imparato la divinazione dall&#8217;economia. Mi è rimasta in mente una frase di Albert Hirschman (presa dall&#8217;introduzione ad <em>Ascesa e declino dell&#8217;economia dello sviluppo</em>: spiegava di avere preso parte all&#8217;esecuzione del piano Marshall, e che quella esperienza &#8220;gli aveva inculcato un sano rispetto nell&#8217;abilità del mercato di batterti in astuzia.&#8221; Un&#8217;affermazione così umile da parte di un uomo che partecipava al più grande successo di pianificazione economica di tutti i tempi mi è rimasto impresso in profondità. Più tardi, le scienze della complessità mi hanno dato un modo rigoroso per approcciare i fenomeni sociali in questo modo.</li>
<li>Ho imparato il perdono da un collega più esperto nel mio primo lavoro; collega che, più tardi, è diventato uno dei miei migliori amici.</li>
</ul>
<p>Non vedo perché queste cose non si potrebbero imparare a scuola. Quando andavo a scuola  (anni 70-80m, nella provincia italiana) l&#8217;approccio alla conoscenza era abbastanza ottocentesco: imparavi nozioni, non abilità. Ma forse le cose sono cambiate, e adesso le insegnano.</p>
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		<title>Wikicrazia reloaded: cerco storie di collaborazione cittadini-istituzioni per un e-book</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 08:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wikicrazia]]></category>
		<category><![CDATA[collaborazione]]></category>
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		<description><![CDATA[A un anno e mezzo dalla pubblicazione di Wikicrazia, qualcosa si è mosso. La collaborazione costruttiva, abilitata da Internet, tra cittadini e istituzioni è ancora un fatto eccezionale; ma la pattuglia degli sperimentatori, che nel 2009 e 2010 in cui scrivevo era in grado di mettere insieme pochissimi progetti, si è molto allargata, e anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A un anno e mezzo dalla pubblicazione di <a href="http://www.cottica.net/wikicrazia">Wikicrazia</a>, qualcosa si è mosso. La collaborazione costruttiva, abilitata da Internet, tra cittadini e istituzioni è ancora un fatto eccezionale; ma la pattuglia degli sperimentatori, che nel 2009 e 2010 in cui scrivevo era in grado di mettere insieme pochissimi progetti, si è molto allargata, e anche tra chi non è ancora passato all&#8217;azione si sente che l&#8217;interesse è molto aumentato.</p>
<p>Il momento mi sembra propizio per fare di Wikicrazia un e-book. Nello spirito che ha sempre contraddistinto il libro (e, mi piace pensare, della mia attività in generale), vorrei fare un e-book collaborativo. In particolare, penso a due parti: Wikicrazia, cioè il libro uscito per Navarra Editore nel 2010; e Wikicrazia Reloaded, cioè una raccolta di saggi che raccontano esperienze di progetti in cui cittadini e istituzioni collaborano a attività di governo; dalla progettazione delle politiche al monitoraggio del territorio, con tutto quello che ci sta in mezzo. Che tu sia un rappresentante eletto, un cittadino, un funzionario pubblico, se hai una storia così da raccontare abbiamo una buona occasione per diventare coautori. Riccardo Luna, generosamente, ha accettato di scrivere la prefazione.</p>
<p>La cosa funziona così:</p>
<ul>
<li><strong>Scrivi una storia</strong>. Concentrati sull&#8217;esperienza: racconta cosa succede, chi ha avuto l&#8217;idea, con chi si è alleato per realizzarla, quali difficoltà ha incontrato e quali sono stati i risultati. Non c&#8217;è bisogno che sia una storia di successo, possiamo imparare anche dagli errori e dalle false partenze. Una riflessione finale è ben accetta.</li>
<li>1200 parole, in italiano. Controlla bene l&#8217;ortografia, perché <strong>non ci sarà editing.</strong> Ti consiglio di fare riferimento alle guide di scrittura: la più famosa (e buffa) è <a href="http://www.mestierediscrivere.com/index.php/articolo/eco2/">Come scrivere bene</a> di Umberto Eco, ma ce ne sono anche di più tradizionali. Consegna entro il 30 di aprile a alberto[at]cottica[punto]net.</li>
<li><strong>Non sono ammessi</strong>: asserzioni non dimostrate (&#8220;è ormai chiaro che la democrazia occidentale è in crisi irreversibile&#8221;); piagnistei (&#8220;non ce la faremo mai&#8221;), soprattutto nella variante esterofila (&#8220;A Trinidad e Tobago sì che queste cose funzionano, altroché da noi&#8221;); qualunquismo da troll (&#8220;hai voglia a fare la wikicrazia, tanto questi pensano solo alla poltrona&#8221;);  contrapposizione noi/loro (&#8220;mentre il Sindaco Casalmacchi si arroccava in un burocratismo sempre più autoreferenziale, un pugno di cittadini generosi progettava i destini del territorio sotto la guida illuminata del geometra Paladini, che aveva un cugino che era stato un anno al MIT&#8221;).</li>
<li>Licenza <strong>Creative Commons BY.</strong></li>
<li><strong>Ciascun co-autore firma il suo pezzo. </strong>Dobbiamo trovare una dicitura per tutto il lavoro. Potrebbe essere &#8220;A cura di Alberto Cottica&#8221;, ma se hai un&#8217;idea migliore ti ascolto.</li>
<li><strong>Se serve aiuto</strong> <a href="https://groups.google.com/d/forum/wikicrazia-core-group">vai qui</a>.</li>
</ul>
<p>Una volta ricevuti i contributi, impacchetto il tutto con Wikicrazia; faccio convertire il file; e pubblico su Amazon, al costo di 3 euro al download, in creative commons. Amazon lascia all&#8217;autore il 35%, cioè un euro, cioè 75 centesimi perché mi tassano all&#8217;origine, a download. Se riusciamo a vendere 150 ebook mi ripago il costo della conversione del file. Nessuno ci guadagna niente, ma abbiamo fatto insieme il punto della situazione su questa partita. Che ne dici?</p>
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		<item>
		<title>Introducing the citizen expert</title>
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		<comments>http://www.cottica.net/2012/04/10/introducing-the-citizen-expert/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 08:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ormai da qualche anno studio la collaborazione tra istituzioni e cittadini abilitata da Internet. Mi capitato di spiegarne le linee essenziali ad amministratori, accademici, rappresentanti eletti, cittadini. C&#8217;è un punto su cui quasi tutti fanno obiezioni, almeno inizialmente: quando dico che la collaborazione online funziona bene perché i partecipanti non sono selezionati da nessuno. È [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2012/04/Citizen-experts.jpg"><img src="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2012/04/Citizen-experts.jpg" alt="" title="Citizen experts" width="576" height="432" class="alignleft size-full wp-image-4560" /></a><br />
Ormai da qualche anno studio la collaborazione tra istituzioni e cittadini abilitata da Internet. Mi capitato di spiegarne le linee essenziali ad amministratori, accademici, rappresentanti eletti, cittadini. C&#8217;è un punto su cui quasi tutti fanno obiezioni, almeno inizialmente: quando dico che la collaborazione online funziona bene perché i partecipanti non sono selezionati da nessuno. È controintuitivo: come è possibile che un ambiente NON selezionato produca risultati di qualità migliore di uno in cui si effettua un rigoroso controllo qualità? Eppure, così accade, grazie alla combinazione di numeri molto più grandi (in un ambiente non selezionato c&#8217;è molta più gente) e autoselezione (le persone si presentano alle discussioni su temi di cui si sentono esperte e appassionate). So bene che dovrò ripetere l&#8217;argomentazione moltissime volte, perché sono tante le persone, ma per quanto mi riguarda la questione è risolta. La collaborazione online tra cittadini e istituzioni funziona, e se non funziona vuol dire che è progettata male. </p>
<p>Questo produce una nuova figura nei processi politici: il citizen expert. Tutte le esperienze di successo che conosco hanno prodotto figure di riferimento, cittadini che si sono appassionati alla discussione e vi hanno apportato contributi di qualità molto alta. Queste persone sono in genere dei totali sconosciuti che si rivelano preziosi per i processi a cui partecipano, e  sorprendono gli osservatori per competenza e passione, e danno, di fatto, il tono al dibattito. I grafici dell&#8217;inquinamento atmosferico pubblicati da Davide Davs <a href="http://www.cottica.net/2012/04/02/area-c-a-milano-la-conversazione-che-converge/" title="Area C a Milano: la conversazione che converge">nel gruppo di Area C</a> sono oggetto di moltissimi commenti, e fanno sì che appoggiare le proprie argomentazioni ai dati diventi, in quella discussione, il modo di discutere accettato come il migliore.  </p>
<p>Tutto questo funziona bene online. La mia squadra e io abbiamo deciso di fare un esperimento nell&#8217;ambito di <a href="http://edgeryders.ppa.coe.int">Edgeryders</a>, il progetto che dirigo al Consiglio d&#8217;Europa: portare i nostri citizen experts in un evento offline. La nostra idea è questa: </p>
<ul>
<li>prendere un gruppo di cittadini NON selezionati ma autoselezionati.</li>
<li>socializzarli attraverso una comunità online orientata alla discussione costruttiva.</li>
<li>organizzare una conferenza dove possono interagire con policy makers ed accademici.</li>
<li>trattarli come esperti: invito ufficiale, viaggio e soggiorno (basico) pagato, responsabilità di produrre dei deliverables. Il messaggio è: tu non sei un utente o (peggio ancora) un beneficiario delle politiche pubbliche, ne sei un <em>protagonista</em>, un policy maker.</li>
<li>chiedere loro di produrre proposte di riforma – nel nostro caso delle politiche europee della gioventù.</li>
</ul>
<p>Sono convinto che i risultati saranno straordinari. Le condizioni ci sono: i policy makers possono spiegare quali sono i limiti e le opportunità del loro mandato; gli accademici contribuire con dati statistici e analisi. I citizen experts mettono sul tavolo i dati vivi delle loro esperienze, più semplici di quanto non si creda da generalizzare in idee e proposte. Se sono in numero abbastanza alto, e lo saranno, possono contribuire anche con un sentire comune, come un focus group molto grande. Grazie alla discussione sulla piattaforma Edgeryders lo stile di discussione è stato depurato da pensiero normativo (&#8220;il mondo non dovrebbe essere così!&#8221;), asserzioni non dimostrate (&#8220;è chiaro che l&#8217;età del capitalismo volge alla fine&#8221;) e atteggiamenti da troll (&#8220;siete tutti al soldo delle multinazionali&#8221;). I partecipanti si sono accreditati come interlocutori gli uni degli altri (i ricercatori accademici hanno i loro profili su Edgeryders, e interagiscono con la comunità di cui sono parte) e quindi siamo liberi di cercare soluzioni e strade nuove. Del resto abbiamo fatto un prototipo il mese scorso, e la discussione è andata molto al di là delle mie aspettative: produttiva, fluida, divertente. Si vede perfino <a href="http://www.flickr.com/photos/68471000@N02/sets/72157629627134777/show/">dalle foto</a>! </p>
<p>Crediamo in questa soluzione così tanto da investire un quarto del budget di Edgeryders in questa conferenza – cioè in rimborsi per le spese di viaggio per i citizen experts. Dovremmo essere in grado di invitare 100-120 giovani da tutta Europa, che convergeranno su Strasburgo il 14 e il 15 di giugno. La comunità ha già reagito lanciando una unconference per il 16 e 17, in modo da avere più tempo per discutere e progettare il futuro insieme. Se vi interessa la transizione dei giovani alla vita adulta e indipendente, potreste fare il citizen expert: sul blog di Edgeryders trovate le <a href="http://edgeryders.ppa.coe.int/blog/get-invited/">istruzioni</a> per partecipare, il <a href="http://edgeryders.ppa.coe.int/blog/living-on-the-edge-facilitating-the-transition-of-youth-to-an-independent-active-life/">programma</a> e la <a href="http://goo.gl/HYs9Q">chiamata alle armi</a> di Vinay Gupta. Se funziona, sarete parte di una piccola innovazione: una nuova tecnologia di interazione online/offline per la collaborazione tra cittadini e istituzioni. E io credo che funzionerà.</p>
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		<title>Area C a Milano: la conversazione che converge</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 08:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Area C è un’iniziativa del Comune di Milano, simile in parte alla congestion charge di Londra: si paga per entrare in centro in automobile. Riassunto delle puntate precedenti: la giunta Moratti aveva istituito in via sperimentale un’iniziativa simile, chiamata Ecopass. Alla fine della sperimentazione, con le elezioni comunali in vista, il sindaco aveva rinviato la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.slideshare.net/slideshow/embed_code/12062208" width="425" height="355" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe><br />
Area C è un’iniziativa del Comune di Milano, simile in parte alla congestion charge di Londra: si paga per entrare in centro in automobile. Riassunto delle puntate precedenti: la giunta Moratti aveva istituito in via sperimentale un’iniziativa simile, chiamata Ecopass. Alla fine della sperimentazione, con le elezioni comunali in vista, il sindaco aveva rinviato la decisione di mantenere o eliminare Ecopass. Dopo le elezioni del 2011, la giunta Pisapia ha messo mano al suo rilancio, come aveva promesso in campagna elettorale. </p>
<p>Il Comune ha aperto un <a href="https://www.facebook.com/groups/areac.info/">gruppo ufficiale di Area C</a> su Facebook. È una mossa insolita, ma molto sensata: in una città in cui tutti o quasi sono automobilisti, limitare la libertà di circolazione delle auto genera dissensi. L’idea era probabilmente di limitare il danno, incanalando il malcontento in uno spazio presidiato, moderabile e in cui il Comune avesse una voce. Circa mille persone sono entrate nel gruppo.</p>
<p>E poi è successo qualcosa di inaspettato. </p>
<p>Primo, <strong>parecchie persone si sono schierate <em>a favore</em> dell’Area C</strong>. C’è perfino un gruppo che ne rivendica l’estensione a mezza città: perché i ricchi abitanti del centro dovrebbero essere gli unici a godersi un traffico ridotto? Lo vogliamo anche noi. A pensarci, ha senso: i processi partecipativi tradizionali (offline) sono costosi e faticosi: devi attraversare la città in orario di lavoro per partecipare a noiose riunioni. Gli unici che lo fanno sono quelli che hanno interessi economici diretti in gioco – e perfino loro tendono a delegare lobbisti. Quindi, ogni  volta che una città prova a pedonalizzare il suo centro cerca il confronto con i cittadini, ma finisce per trovarsi davanti la lobby dei commercianti. Ma questa è Internet: è sempre accesa, puoi partecipare da casa tua a mezzanotte se vuoi. La soglia della partecipazione è così tanto più bassa per Area C di quanto non fosse per Ecopass che nel dibattito sulla seconda senti chiaramente la voce dei pedoni, dei ciclisti, delle mamme con bambini piccoli, perfino della minoranza di commercianti a favore del provvedimento. Il Comune – rappresentato nel gruppo da un utente chiaramente identicabile come istituzionale che si chiama “Moderatore Area C” – ha reinventato il proprio ruolo nel dibattito di conseguenza: il suo lavoro non è più vendere Area C ai cittadini, perché questo viene fatto da altri cittadini. È, piuttosto, fare domande (“qualcuno ha provato ad accedere pagando con il Telepass? Funziona bene il servizio? Come avete trovato la prima domenica senza auto?”); fare rispettare le norme di buon comportamento; fornire links con conoscenza fattuale (“ecco i dati: la velocità media dei mezzi pubblici è cresciuta del 22% nei primi due mesi”)</p>
<p>Secondo, <strong>la qualità della conversazione è cresciuta molto</strong>. Gli scontri tra pro e contro sono diminuiti: i contributi che contengono fatti e proposte, a prima vista, sembrano attirare molti più Like e commenti, e questo ha indirizzato la comunità emergente di Area C  verso un monitoraggio dell’iniziativa letteralmente strada per strada. Il traffico è diminuito in via X; è diventato impossibile parcheggiare in piazza Y, a ridosso di Area C; e così via. La gente fa fotografie con il telefono e le carica per comprovare le proprie osservazioni. La conversazione può essere tesa: alcuni partecipanti caricano fotografie di automobili in rovina dopo incidenti stradali con aggiornamenti di status tipo “ecco, questi sono i risultati della cultura dell’automobile”. Ma non supera quasi mai i confini della buona educazione (i moderatori hanno dovuto espellere alcuni trolls nei primi giorni, per dimostrare che insulti e volgarità non erano tollerati). Le persone che scrivono cose sensate e condividono informazioni fattuali sono apprezzate. Una delle stars delle comunità è Davide Davs, a cui piace scaricarsi i dati sull’inquinamento atmosferico dal sito dell’ARPA per <a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=325494667514788&#038;set=o.190879767675524&#038;type=1&#038;theater">costruire grafici colorati</a> con cui paragona i risultati di Area C con quelli di Ecopass rispetto a vari agenti inquinanti. Davide è un venticinquenne, viene da Foggia, lavora a Milano. È il tipico <em>citizen expert</em> che emerge da una comunità online ben progettata – e che non verrebbe mai invitato a un tavolo di stakeholders, perché <em>non c’è modo di sapere che esiste prima che lui stesso si faccia avanti</em>, in un contesto che lo incoraggia a farlo.</p>
<p>In qualche settimana, il gruppo era passato dalla controversia Comune-cittadini alla controversia cittadini pro Area C-cittadini contro Area C alla valutazione informata dell’iniziativa. Il passo successivo era ovvio: proposte. E le proposte sono arrivate. Ne sono arrivate tante che l’amministrazione ha deciso di organizzare un evento, battezzato <a href="http://trafficcamp.tumblr.com/">Traffic Camp</a>, dove i cittadini potessero presentare le loro proposte, di nuovo senza bisogno di inviti e senza selezione (per presentare un’idea bastava scrivere il proprio nome e il titolo dell’intervento su un wiki). Si sono iscritte a parlare ben 47 persone, che hanno presentato mappe online che ottimizzano i persorci per i ciclisti, programmi di car sharing, corrieri che usano solo biciclette e molto altro. Il primo intervento è stato tenuto da Pierfrancesco Maran, il giovane assessore responsabile politico dell’iniziativa, che ha presentato ai suoi concittadini i primi risultati di Area C. Ho letto in rete che Traffic Camp è andato benissimo: sale piene, belle idee, buone vibrazioni.</p>
<p>Terzo, <strong>è diventato chiaro che i meriti e i limiti di Area C non erano mai stati il punto cruciale</strong>. La conversazione si è spostata. Tutti i partecipanti parlano invece di mobilità. Tutti concordano che qualunque soluzione realistica per i problemi di mobilità di Milano deve usare molti strumenti, e sia indurre che basarsi su modifiche dei comportamenti quotidiani dei cittadini. Tutti concordano che le biciclette sono una parte importante di qualunque soluzione. L’Area C, probabilmente, avrà vita breve: man mano che una soluzione emergerà, dovrà essere riprogettata in modo radicale in funzione della strada scelta. La domanda era sbagliata, ma l’unico modo di arrivare alla domanda giusta era farne una sbagliata strutturare un ambiente di interazione aperto, orientato alla conoscenza e presidiato dall’istituzione e lasciare che i cittadini, grazie alla conversazione, trovassero il vero nodo del problema.</p>
<p>Nel mio libro <a href=”http://www.cottica.net/wikicrazia”>Wikicrazia</a> ho sostenuto che le conversazioni online convergono: se i valori della comunità e le regole sociali sono quelli giusti, verrà raggiunta una conclusione condivisa. È un punto essenziale: se proponi a un decisore pubblico di usare Internet come canale per la partecipazione democratica, devi convincerlo che le loro iniziative di partecipazione non verranno rovinate da troll che fanno a gara a chi urla più forte, con il risultato di allontanare tutti i cittadini che vogliono contribuire in modo costruttivo. Ho provato a sostenere che i meccanismi di una conversazione online ben strutturata premiano i contributori di valore come Davide Davs con l’attenzione della comunità ed effetti reputazione. Fa sempre piacere vedere qualcuno che mostra che ho avuto ragione.</p>
<p>E considerate: tutto questo si è svolto in tre mesi, e ha richiesto ben poco a parte il lavoro e l&#8217;intelligenza di un community manager (Pietro Pannone) e due strateghi (Alessio Baù e Paola Bonini, tutti di Hagakure). Un altro paio di progetti così e i processi partecipativi tradizionali (con la riunione degli stakeholders offline) saranno diventati una strada impercorribile. Per quanto mi riguarda, non ne sentirò la mancanza: la partecipazione sarà diventata molto più facile per chi non può permettersi di assumere lobbisti. Che siamo poi tutti noi.</p>
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		<title>Opengov al quadrato: il Parlamento Europeo apre ai cittadini la sua dichiarazione scritta sull’open government</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 12:52:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[e-government 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Wikicrazia]]></category>
		<category><![CDATA[European Parliament]]></category>
		<category><![CDATA[open data]]></category>
		<category><![CDATA[open government]]></category>
		<category><![CDATA[Parlamento Europeo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Parlamento Europeo si muove sul governo aperto. Lo fa con una dichiarazione scritta, uno strumento che serve ad aprire o rilanciare dibattiti su temi di competenza dell&#8217;Unione. Con una mossa molto wikicratica, i deputati europei Gianni Pittella, Rodi Kratsa-Tsagaropoulou, Marietje Schaake, Maria Matias, Katarina Nevedalova hanno caricato la bozza di testo della dichiarazione scritta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Parlamento Europeo si muove sul governo aperto. Lo fa con una <a href="http://www.europarl.europa.eu/plenary/it/written-declarations.html">dichiarazione scritta</a>, uno strumento che serve ad aprire o rilanciare dibattiti su temi di competenza dell&#8217;Unione.</p>
<p>Con una mossa molto wikicratica, i deputati europei Gianni Pittella, Rodi Kratsa-Tsagaropoulou, Marietje Schaake, Maria Matias, Katarina Nevedalova hanno caricato la bozza di testo della dichiarazione scritta sulla piattaforma per il commento collaborativo co-ment.com. Il titolo del documento scalderà il cuore a chi conosce e ama la forma di governance ultraaperta della rete: <strong><a href="https://wdopengov.co-ment.com/text/upry7mVYYxf/comments_frame/">Request for comments: Written declaration on open and collaborative government</a></strong>. </p>
<p>La RFC resterà commentabile fino al 9 aprile. Poi verrà riscritta in modo da tenere conto dei commenti, tradotta nelle varie lingue ufficiali dell&#8217;Unione e sottoposta al Parlamento. Inutile dire che più la &#8220;fase wiki&#8221; della scrittura sarà partecipata, più è probabile che gli europarlamentari la approvino, contribuendo a portare il tema open government al centro delle agende della Commissione e degli stati membri. Diamoci sotto.</p>
<p><iframe style="height: 600px; width: 99.9%; position: relative; top: 0px;" src="https://wdopengov.co-ment.com/text/upry7mVYYxf/comments_frame/?" frameborder="0" width="320" height="240"></iframe></p>
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		<title>Che futuro!</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 07:50:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[La vita, l'universo e tutto quanto]]></category>
		<category><![CDATA[Che Futuro!]]></category>
		<category><![CDATA[Spaghetti Open Data]]></category>

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		<description><![CDATA[Da oggi comincio la collaborazione con Che Futuro!, il post-quotidiano ideato e diretto da Riccardo Luna. Inizio parlando di dati aperti, di società civile, e della mailing list più amata dai civic hackers italiani: Spaghetti Open Data. Pronti? Via.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da oggi comincio la collaborazione con Che Futuro!, il post-quotidiano ideato e diretto da Riccardo Luna. Inizio parlando di dati aperti, di società civile, e della mailing list più amata dai civic hackers italiani: Spaghetti Open Data. Pronti? </p>
<p><a href="http://www.chefuturo.it/2012/03/spaghetti-open-data-una-rivoluzione-chiamata-democrazia/?utm_source=twitterfeed&#038;utm_medium=twitter">Via.</a></p>
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		<title>Introduzione all’economia di #makers12</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 08:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[industrie creative e sviluppo]]></category>
		<category><![CDATA[#makers12]]></category>
		<category><![CDATA[Arduino]]></category>
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		<description><![CDATA[Ero un economista industriale molto tempo fa, quindi trovo rinfrescante immergermi nelle conseguenze economiche della rivoluzione makers. Il video qui sopra (9 minuti) è il mio talk a World Wide Rome, conferenza che ha proiettato il mondo makers dalle cantine al mainstream grazie alla formidabile trazione di Riccardo Luna. Il concetto principale è quello di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/YTQZDlRU8Bw?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Ero un economista industriale molto tempo fa, quindi trovo rinfrescante immergermi nelle conseguenze economiche della rivoluzione makers. Il video qui sopra (9 minuti) è il mio talk a <a href="http://www.worldwiderome.it/site/">World Wide Rome</a>, conferenza che ha proiettato il mondo makers dalle cantine al mainstream grazie alla formidabile trazione di <a href="https://twitter.com/#!/RICCARDOWIRED">Riccardo Luna</a>. Il concetto principale è quello di <em>tecnologia permissiva</em>; solo tecnologie hackerabili sia legalmente che tecnicamente permettono l&#8217;innovazione di massa e dal basso che può riorganizzare l&#8217;economia manifatturiera su basi di decentralizzazione spinta. Se ti interessa saperne di più puoi leggere:</p>
<ul>
<li> <a href="http://www.cottica.net/2010/08/30/leconomia-di-makers-di-cory-doctorowthe-economics-of-cory-doctorows-makers/comment-page-1/#comment-4320">l&#8217;economia di <em>Makers</em> di Cory Doctorow</a> (in inglese), un&#8217;analisi economica del romanzo eponimo di Doctorow. Doctorow l&#8217;ha letta e mi ha ringraziato, quindi immagino che non sia troppo distante dalla sua visione. </li>
<li><a href="http://www.cottica.net/2010/09/09/la-maledizione-di-schumpeterschumpeters-curse/">la maledizione di Schumpeter</a>, un post che non parla del movimento makers ma illustra un punto chiave del mio talk: la distruzione creativa non è un modello di equilibrio, e la rivoluzione makers farà probabilmente parecchie vittime.</li>
</ul>
<p>Il mio talk è stato molto applaudito dal pubblico in sala, prevalentemente di provenienza corporate o istituzionale. Questo mi ha stupito, visto che ho annunciato instabilità economica, obsolescenza dei modelli di business basati sulla proprietà intellettuale, pianto e stridor di denti. Immagino che voglia dire che siamo così immersi nell&#8217;ideologia dell&#8217;innovazione che riusciamo a rimuovere gli elementi di conflitto nella rivoluzione makers. In questo io sto con Doctorow: ci sarà conflitto, i diritti di proprietà intellettuale (brevetti) saranno il campo di battaglia principale, e i cattivi potrebbero vincere.</p>
<p>Una nota a margine della conferenza stessa: è stato un magnifico evento, molto bene organizzato e che ha avuto l&#8217;enorme merito di celebrare i makers, in primis l&#8217;inventore di Arduino <a href="http://www.massimobanzi.com/about/">Massimo Banzi</a>. Ma ho anche una critica: ha mescolato i progetti dei makers (basati appunto su tecnologie permissive e open source, margini bassi e decentramento produttivo) da quelli delle grandi imprese come Olivetti e i clienti di Ideo e del CIID (basati su tecnologie proprietarie e non permissive, sotto il controllo di grandi imprese che fanno margini alti). Del resto, questo spazio è ancora nuovo. Impareremo.</p>
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