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	<description>o: Il rimbambito illustrato</description>
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		<title>Fair game</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 18:05:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri, 15 agosto, su un quotidiano napoletano, è uscito un raccontino estivo del vostro titolare. Data la data e la estrema improbabilità che lo abbiate letto numerosi (qui il link al pdf online), lo ripubblico qui. Buone vacanze. “Noi veneriamo il silenzio”. Il cartello, stampato in grossi caratteri azzurrini ed incorniciato in legno scuro, torreggiava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ieri, 15 agosto, su un quotidiano napoletano, è uscito un raccontino estivo del vostro titolare. Data la data e la estrema improbabilità che lo abbiate letto numerosi (<a title="Fair Game, racconto di Marco Alfano, sul Roma del 15-8-2010" href="http://93.63.239.228/archivio/2010/Agosto/14/Roma/15-10-K1.pdf" target="_blank">qui il link al pdf online</a>), lo ripubblico qui. Buone vacanze.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em><a href="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/08/angelo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-686" title="angelo del silenzio" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/08/angelo.jpg" alt="angelo del silenzio" width="350" height="394" /></a>“Noi veneriamo il silenzio”.</em></p>
<p>Il cartello, stampato in grossi caratteri azzurrini ed incorniciato in legno scuro, torreggiava sulla parete della sala esattamente in corrispondenza dell’austero chignon della bibliotecaria, l’irreprensibile miss Eunice Bartlett. Ora va precisato, per amor di verità, che non ci troviamo in una nebbiosa città britannica, magari in un solenne edificio vittoriano, odoroso di polveri secolari accumulatesi tra le pagine di pregiati volumi. No. La scena testé descritta ha luogo nella biblioteca comunale di Carditello, ridente paesino dell’entroterra campano, e, ci duole dirlo, il nome della bibliotecaria, che avevamo contraffatto per creare un’illusione romanzesca, è in realtà quello di Maria Addolorata Cannatiello, coniugata Piscopo. Era il quindici di luglio, e dalle finestre della non ampia sala, spalancate per il caldo e per la mancanza di climatizzazione, giungevano garrule le voci di giovani carditellesi intenti al giuoco del football (questo si, indubitabilmente britannico), ora incitantisi l’un l’altro nella tensione agonistica, ora veementemente recriminanti per occasioni perse o ingiustizie subite.<br />
Si capirà dunque come il cartello descritto all’inizio, visto nel suo contesto, suoni come la rassegnata venerazione di un nume assente, di un dio che rifiuta di mostrarsi, piuttosto che un invito a non far baccano.<br />
Cappiello Anna si avvicinò al banco e chiese a Mary – diminutivo anglosassone della signora Piscopo &#8211; <em>se teneva il libro di quello scrittore russo che aveva scritto guerreppàce, ma no però guerreppàce, quell’altro con quella che poi alla fine si votta sotto al treno.<br />
</em>-  Ah, Anna Karenina?<br />
-  Eh, si, quello. Chella cessa della Cacace ce l’ha assegnato per le vacanze. Speriamo che non è troppo grosso.<br />
La pseudo-Eunice guardò Anna – curiosamente omonima della sfortunata eroina tolstoiana &#8211;  con un’espressione di biasimo nel sopracciglio e si avviò verso gl’impolverati scaffali di fronte al finestrone.<br />
Nel preciso istante in cui, individuato il volume, lo estraeva con piglio professionale, fu raggiunta in piena nuca da un Super Santos introdottosi fulmineo dalla finestra a seguito di un mal calibrato cross di Caramiello Eduardo, che per inciso era stato rimandato in tre materie, ed in quel momento avrebbe dovuto essere dal professore Caso a fare ripetizione.<br />
- <em>Chella granda bucchìn’ ‘e mammeta!&#8230;<br />
</em>La frase volteggiò leggiadra dallo spiazzo sottostante fino alle delicate orecchie di Maria Addolorata – nomen omen, almeno in questa circostanza –, che era rovinata sul linoleum verdolino. Fu seguita però da un più ragionato e supplichevole <em>Signurì, scusate, ce lo ributtate il pallone?<br />
</em>Anna si era intanto precipitata a soccorrere la sventurata bibliotecaria e, presa da un moto di insorgenza civile, urlò verso la finestra: <em>Vuò veré che mò t’o schiatto?! E manco chiede scusa! Ma siete proprio degli zulù!<br />
</em>Questa frase ebbe un effetto insperato.<br />
Il Venerato Silenzio fece finalmente la sua comparsa. In lontananza, dalle verdi campagne dell’agro atellano, arrivavano smorzate le voci di cicale e cardellini, accompagnatori angelici del dio che aveva conquistato, temporaneamente ma con abbacinante gloria, quei settanta metri quadri di legno, muratura e alluminio anodizzato.<br />
Mary Piscopo si rialzò, e spolverandosi la gonna lanciò uno sguardo di approvazione alla giudiziosa ragazza. Le porse il libro (pp. 804), suscitando nella giovane un fremito d’orrore, e le disse a bassa voce: &#8211; E’ bello, ti piacerà.<br />
Ma il Venerato sparì così come si era presentato. I giovani <em>sportsmen</em> vociavano di sotto, dopo essersi ripresi dallo <em>stupor mundi</em> che li aveva attanagliati. La signora Cannatiello in Piscopo si aggiustò di nuovo la gonna e, rinunciando ad un proposito pedagogico più drastico per mancanza di forbici a portata di mano, gettò il pallone dalla finestra. Una barbarica ovazione lo accolse.<br />
Anna salutò Mary, uscì dalla sala, si rimise le cuffiette e riprese l’ascolto di Antonacci.<br />
La bibliotecaria si sedette dietro al banco e riprese a leggere l’articolo di <em>Donna Moderna </em>intitolato <em>“Evasione fiscale e matrimoni omosessuali: le emozioni della settimana”.<br />
</em>Fuori, l’estate risplendeva sui verdi campi di asparagi e sulle placide bufale al pascolo.</p>

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</ul>

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		<title>Freud, Freud….</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 17:42:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questa non posso proprio esimermi dal segnalarla: leggo su Repubblica (dico: Repubblica) online l&#8217;articolo sulla reazione di Gianfranco Fini alla sua cacciata dal Pdl e m&#8217;imbatto in questa rara perla: Legalità, giustizia sociale, amore di Patria. Eccole le linee giuda dei finiani. Mi affretto ad aggiungere lo screenshot, hai visto mai se ne accorgano, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" title="Giuda" src="http://digilander.libero.it/DolceAmaraMelannas/giuda_giotto_s.jpg" alt="Giuda" width="205" height="223" />Questa non posso proprio esimermi dal segnalarla: leggo su Repubblica (dico: Repubblica) online <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/07/30/news/fini_parla-5956177/?ref=HREA-1" target="_blank">l&#8217;articolo sulla reazione di Gianfranco Fini alla sua cacciata dal Pdl</a> e m&#8217;imbatto in questa rara perla:</p>
<blockquote><p><strong>Legalità, giustizia sociale, amore di Patria. Eccole le linee giuda dei finiani.</strong></p></blockquote>
<p>Mi affretto ad <a title="Legalità, giustizia sociale, amore di Patria. Eccole le linee giuda dei finiani" href="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/07/giuda.jpg" target="_blank">aggiungere lo screenshot</a>, hai visto mai se ne accorgano, a futura memoria.</p>

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		<title>Bambine in fiamme ed elefanti capovolti</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 21:26:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chi ci ricorda / 7 La gloriosa rubrica di confronti canzonettari ritorna qui con un bizzarro accoppiamento vintage-camp. Nell&#8217;anno di grazia 1974, Brian Eno, fuoriuscito dai Roxy Music ancora carico di piume e paillettes ma già geniale manipolatore di suoni, mette mano alla sua prima prova da solista, lato canzoni pop eterodosse, tra residui di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Chi ci ricorda / 7</em></p>
<p><em></em>La gloriosa rubrica di confronti canzonettari ritorna qui con un bizzarro accoppiamento vintage-camp.</p>
<p><img class="alignleft" title="Brian Eno" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/07/specialreports_2edb.brian-eno-1.jpg" alt="Brian Eno" width="275" height="195" /></p>
<p>Nell&#8217;anno di grazia 1974, <strong>Brian Eno, </strong>fuoriuscito dai Roxy Music ancora carico di piume e paillettes ma già geniale manipolatore di suoni, mette mano alla sua prima prova da solista, lato canzoni pop eterodosse, tra residui di glam e sperimentazioni geniali, che anticipano e tracciano la via di quasi tutto ciò che di buono sarebbe apparso sulla scena nei successivi vent&#8217;anni o giù di lì. <strong>Baby&#8217;s on fire</strong> è il suo primo singolo, che vede tra gli altri illustri ospiti <strong>Robert Fripp</strong> alla chitarra.</p>
<p><a href="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/07/IvanCatt.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-651" title="Ivan Cattaneo" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/07/IvanCatt.jpg" alt="Ivan Cattaneo" width="169" height="250" /></a>In quegli stessi anni, un giovane artista milanese,<strong> Ivan Cattaneo</strong>, cantante tra i primissimi a dichiararsi gay militante, si muoveva nei territori &#8220;alternativi&#8221; e creativi, anch&#8217;egli saturo di fondotinta e buone idee. Apparentemente originalissime, ma in realtà con un orecchio e forse due rivolte oltremanica, e proprio lì dove Eno aveva cominciato a seminare le sue intuizioni da <em>non musicista</em> mentre stappava il flacone di struccante. La somiglianza di <strong>L&#8217;elefante è capovolto?</strong>, uscito come singolo nel 1976 per la produzione di <strong>Roberto Colombo</strong>, allora considerato il Frank Zappa italiano, col brano di Eno, oggi pare evidente. Ma in un contesto nazionale in cui i modelli dominanti erano tristissimi cantautorate &#8220;impegnate&#8221; o terribili prolissità <em>progressive</em>, quel riferimento era una boccata d&#8217;aria fresca.<br />
Poi venne <em>Italian graffiati</em>, e poi ancora <em>Music Farm, <span style="font-style: normal;">e poi  non saprei. Ma questa è un&#8217;altra storia.</span></em></p>
<p><a href="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/07/enocattaneo2.mp3">Brian Eno: Baby&#8217;s on fire / Ivan Cattaneo: L&#8217;elefante è capovolto?</a></p>
<ol>
<li>Brian Eno: <em>Baby&#8217;s on fire (single version)</em><em> </em>(1974)</li>
<li>Ivan Cattaneo: <em>L&#8217;elefante è capovolto? </em>(1976)</li>
</ol>

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	<li><a href="http://www.cronopio.info/pinguini-sulla-spiaggia/" title="Pinguini sulla spiaggia (24 febbraio 2006)">Pinguini sulla spiaggia</a> </li>
	<li><a href="http://www.cronopio.info/dito-cattivo-spezzato-in-due-e-pure-muto/" title="Giorno dopo giorno, mi spezzo in due e mi scimunisco (15 gennaio 2006)">Giorno dopo giorno, mi spezzo in due e mi scimunisco</a> </li>
	<li><a href="http://www.cronopio.info/chi-ci-ricorda/" title="Chi ci ricorda? (15 gennaio 2006)">Chi ci ricorda?</a> </li>
	<li><a href="http://www.cronopio.info/when-im-65/" title="When I&#8217;m 65 (20 giugno 2007)">When I&#8217;m 65</a> </li>
</ul>

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		<title>Flaiano e la libertà</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 21:34:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ricopio qui, per la pazienza di coloro che vorranno leggerselo tutto (è piuttosto lungo) l&#8217;articolo di Ennio Flaiano che ho letto durante la manifestazione di cui parlavo qui. Ci vuole un po&#8217; di pazienza, ma ne vale la pena. Signor Direttore, collaborando al Suo giornale con queste note di diario mi sono fatto una piccola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ricopio qui, per la pazienza di coloro che vorranno leggerselo tutto (è piuttosto lungo) l&#8217;articolo di <strong>Ennio Flaiano </strong>che ho letto durante la manifestazione di cui parlavo <a title="Liberi e belli" href="http://www.cronopio.info?p=482" target="_self">qui</a>. Ci vuole un po&#8217; di pazienza, ma ne vale la pena.</em></p>
<p><a href="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/07/flaiano-sorride.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-634" title="flaiano-sorride" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/07/flaiano-sorride-300x225.jpg" alt="Ennio Flaiano" width="240" height="180" /></a>Signor Direttore, collaborando al Suo giornale con queste note di diario mi sono fatto una piccola e riprovevole fama di uomo forse intelligente ma arido. La verità è il contrario: sono certamente un cretino, ma umido. Debbo infatti ammettere che credo ancora nelle idee che mi sono state inculcate da ragazzo, sui banchi della scuola, e non saprei non dico tradirle, ma nemmeno immaginare altre che le sostituissero: segno quindi che sono inadatto ai tempi, i quali richiedono versatilità e immaginazione.  Io credo, per esempio, nella Libertà e di questo vorrei parlarle. Uno dei momenti più felici della mia disordinata giovinezza fu quando lessi questa semplice frase, che mi spiegava tutto il mio amore: &#8220;La Storia è storia della lotta per la libertà&#8221;. Quest’amore per la parola Libertà non sopportava aggettivi né associazioni: io non volevo una libertà sorvegliata, difesa, personale, intellettuale; né gradivo che le si accoppiassero concetti, altrettanto nobili, come Giustizia e Democrazia, parendomi che la libertà li contenesse tutti, anzi li proteggesse. Quest’amore per la libertà è l’unico errore giovanile che io non rifiuto e che condiziona tutti i miei errori di oggi. Ma poiché questi errori mi aiutano a vivere, mi rendono anzi la vita sopportabile, io li difendo. Ora che le ho fatto il quadro abbastanza desolato povero della mia filosofia, siamo maturi per giudicarla. Purtroppo, dovremo prendere le cose un po’ alla larga<span id="more-613"></span> e ripetere argomenti ovvi, ma possiamo permettercelo.<br />
Da tempo il mondo ha in sospetto la Libertà; e i popoli, attraverso i loro rappresentanti, fanno di tutto per darle un altro nome, meno risibile: col risultato che ideologie contrarie e opposte vengono chiamate con lo stesso nome, portando la confusione delle idee a quel punto critico che impedì ai costruttori della Torre di Babele di proseguire la fabbrica. Ma che cos’è questa confusione di idee se non una delle prove più smaglianti dell’esistenza della Libertà e del poco rispetto di cui viene circondata? Lei potrà rimproverarmi che la Libertà che io amo è una pura astrazione e che con argomenti simili non si costruisce il mondo di domani, anzi se ne distruggono i progetti. Perché amare una parola, per se stessa, non porta a nulla se non ad un’adorazione assurda, lontana dalla vita e dal suo svolgersi, quindi dalla Storia.<br />
Io dunque, limitandomi ad un culto privato della Libertà, non sono inserito nei miei tempi. Vorrei cavarmela, insomma, e salvare la faccia, amando la Libertà: impegno che non mi costa nulla, perché l’amiamo tutti ovviamente, anche se ognuno dandole un diverso scopo e significato. Per difendere questa Libertà che io dico di amare, io dovrò invece definirla, darle un programma, rifletterla nei miei scritti, farle dei proseliti. Ebbene, direi di no. Questo mi sembrerebbe il più assurdo dei disegni perché io penso (guardi fin dove giunge il mio amore) che la Libertà è una forza vitale che può essere oscurata, mortificata ma non soppressa e che ogni uomo, in un preciso momento della vita, impara veramente ad amarla; ma che pretendere di anticipare questo momento è avventato anzi illiberale. La libertà, voglio dire, per alcuni è un dono, che trovano sul cuscino nascendo, portato da un benefico caso, per altri è una conquista, che tentano – qui è il punto – di ostacolare essi stessi con tutte le loro forze, di rifiutare con ogni argomento, dal più facile al più capzioso, dal più onesto al più politico. Noi della nostra generazione, signor direttore, abbiamo avuto un privilegio (non diciamo triste perché da esso tiriamo le nostre poche soddisfazioni) di credere subito nella Libertà e quindi di poter prevedere quello che sarebbe accaduto, molto prima che realmente accadesse. Povere Cassandre in un mondo mobilitato per le guerre, stimiamo un vero successo l’essere sopravvissuti alle nostre facili profezie sul trionfo finale della Libertà. Noi eravamo tra i pochi, anzi pochissimi, che nel settembre del ’39, quando la guerra scoppiò, sapevamo l’intreccio della tragedia e volentieri avremmo saltato i primi quattro atti per arrivare al quinto, poiché era nel quinto che entrava in scena il nostro amato personaggio, con la fiaccola in mano. Noi fummo quei pochi che ridemmo (un riso ben amaro, ma del resto non si poteva piangere) quando Mussolini, dall’alto del suo balcone, disse che l’entrata in guerra dell’America lo lasciava perfettamente indifferente. Noi pensammo, allora, che restare indifferenti a tale notizia era il segno che la Libertà rende ciechi coloro che vuol perdere.  col volgere degli anni ci toccò fare altre profezie, tutte malinconicamente esatte, e dalle quali non c&#8217;era da tirar vanto, perché si trattava sempre della prima profezia, che doveva esaurirsi. Tuttavia l&#8217;essere restati fedeli a quell&#8217;idea ci ha attirato dapprima il disprezzo e infine l&#8217;odio di coloro che, adattandosi giorno per giorno alla realtà apparente (e quindi mendace), finiscono per dimenticare che c&#8217;è una realtà superiore, che muove i popoli e gli avvenimenti, e che questa realtà è una scienza esatta, coi suoi postulati, teoremi e corollari che si chiama&#8230; ma si, ripetiamolo, che si chiama Libertà.<br />
Un tale disprezzo ha finito talvolta per inorgoglirci. Nelle lotte dei popoli, come in una sinfonia che ormai conosciamo a memoria, finito il chiasso degli ottoni, sappiamo che gli archi riprenderanno il semplice enunciato del teorema, che ispirò il musicista e che per dimostrare il quale, ha dovuto scrivere la sinfonia, anche eccedendo in sonorità e interpolazioni. Noi guardiamo oggi ai paesi d&#8217;oltre cortina. Pochi anni sono bastati a quei popoli per dimostrare,<em> per assurdo</em>, il nostro teorema: una dimostrazione tanto facile, che quasi ci sgomenta, perché non l&#8217;avevamo prevista così rapida. E benché sappiamo che quei popoli saranno ancora per lungo tempo sottomessi al giog0 che hanno accettato pieni di speranza, sappiamo anche che oggi lo trovano innaturale e che una luce si sta facendo strada nel loro ragionamento. Questo ci basta. Perché la Libertà ha un sapore che non si dimentica facilmente e che spinge a tutti gli eccessi coloro che ne restano privi, o che se ne sono voluti privare nella certezza di poterne fare a meno. Noi ora aspettiamo l&#8217;evoluzione di questi eccessi. A questo punto lei, pur convenendo col mio modesto ragionamento, mi pregherà di volerne tirare il succo, per quel che ci riguarda. G1usto. Noi siamo un popolo in pace con la Libertà, siamo un Paese libero, con una stampa libera e un Parlamento liberamente eletto. Ma la Libertà per noi, ottenuto il suo primo successo di curiosità, è oggi divenuta una realtà talmente quotidiana che quasi ci infastidisce con i suoi eccessi e della quale talvolta elenchiamo i difetti. Pretendiamo anche che ci dia tutto, col nostro minimo sacrifcio, la consideriamo come qualcosa di estraneo, un Ente, di cui qualcun altro farà le spese. Non siamo ancora riusciti ad accettare questo postulato, il più importante di tutti:<em> che la Libertà siamo noi</em>. Ci consideriamo staccati da essa, non più suoi amanti, ma padroni e già in quel pericoloso stato danimo di insoddisfazione che una fedeltà troppo facile e alla lunga pesante istilla nei coniugi: <em>«Faute de mieux nous couchons avec la Liberté»</em>. Per noia, arriviamo ad augurarle la morte o almeno una malattia grave. Così oggi in ogni italiano sonnecchia un infedele, pronto a sottomettere «temporaneamente» la Libertà, per poterla restaurare, abbellire, ampliare, completare. Abbiamo da una parte il forte partito comunista che ha per disperato scopo di spiegarci, con un ritardo di dieci anni, quel che ci succederebbe se si instaurasse qui un governo comunista: come se noi non lo sapessimo. Ma questa eventualità non ci preoccupa. Il partito comunista noi lo rispettiamo non per le conclusioni alle quali non arriverà mai, ma per il semplice fatto che esiste. Oggi il comunista è un partito conservatore e reazionario, che non vuole fare rivoluzioni e si accontenta che gli altri partiti lo credano capace di farle. E i pochi futuri amanti della Libertà che l’avvenire ci riserba oggi soffrono la loro crisi proprio nelle file di questo partito.<br />
Dall’atra parte abbiamo un partito confessionale – economico, talmente vasto che lo si potrebbe scambiare per la volontà degli italiani, se non sapessimo che a dirigerlo è una volontà che ha sempre avversata l’idea stessa di un’Italia libera. Questo partito, fortemente involuzionario, dovrà ricorrere alla rivoluzione per mantenersi al potere e scacciare quella libertà che sa di eresia e puzza di zolfo. Non credo, signor direttore, che nessun altro Paese al mondo si trovi in una simile assurda antistorica situazione: i due partiti più forti del nostro Paese non amano il loro Paese, non lo amano cioè libero, ma occupato, da loro beninteso, per poterlo rendere degno di questa Terra e di quel Cielo.<br />
C’è da chiedersi: come si è potuta creare una situazione tanto assurda e pericolosa? La risposta è una sola: il nostro sospetto per la Libertà. Noi non abbiamo ancora esaurito tutto il disgusto per una Libertà che non volevamo, che ci è stata imposta dagli avvenimenti e che usiamo a consumazione, aspettando che si esaurisca. Noi italiani odiamo la Libertà; e la prova maggiore che io porto a sostegno di tale tesi è il gran numero di monumenti eretti nel nostro Paese ai martiri della Libertà, <em>che sono sempre morti per difenderla</em>. Noi amiamo la Forza e la Libertà sta sempre dalla parte dei deboli, <em>che muoiono.<br />
<span style="font-style: normal;">Se oggi voglio trovare una persona che condivida il mio stesso totale amore per la Libertà debbo, signor direttore, interrogarne duecento: questo ci dicono le statistiche. Dunque la mia posizione, come sembrava in un primo momento, non è affatto comoda, potendo io restare senza interlocutori, quasi isolato, facilmente deriso e probabilmente morto. Né ci resta il conforto d&#8217;aspettare le rivoluzioni. Le rivoluzioni che l&#8217;Italia può oggi permettersi e che fatalmente si permetterà, sono di ripiego, timide, rivoluzioni approvate dallo stato, fatte con l&#8217;aiuto dello stato e dirette contro la Libertà, ma proclamate in nome della Libertà: un sinistro pasticcio. Da qui il mio sentimento verso la Libertà, che io amo senza illudermi di poterla sposare, sapendo anzi che dovrò prepararmi ad un&#8217;altra (ventennale?) relazione clandestina: una relazione disapprovata da tutti, in alto e in basso, a destra e a sinistra. Questo dunque il mio impegno che, dandomi una certa lucidità nel giudicare gli avvenimenti, mi spinge a fare della Libertà un culto privato, personale, niente affatto arido (perché mi sorregge la speranza di essere imitato dalla maggioranza degli italiani) ma purtroppo cretino (perché la maggioranza degli italiani ha altro a che pensare). </span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">« Il Mondo ››, 6 novembre 1956<br />
Incluso ne &#8220;<a title="La solitudine del satiro" href="http://www.ibs.it/code/9788845912214/flaiano-ennio/solitudine-del-satiro.html" target="_blank"><strong>La solitudine del Satiro</strong></a>&#8221; </span></em></p>

	<h4>Vedi anche:</h4>
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		<title>Quando un italiano si scatena</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 17:19:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Succedono cose strane. Mi è capitato di fare una scoperta molto interessante. Un caso bizzaro di metaletteratura di cui nessuno, finora, pare essersi accorto.  Ma andiamo per ordine. Non so se tutti abbiate seguito la recente vicenda che coinvolge Philip Roth e il fino a poco fa oscuro giornalista italiano Tommaso Debenedetti.  Per arrivare dove [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/07/01_roth.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-596" title="Philip Roth" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/07/01_roth.jpg" alt="Philip Roth" width="250" height="250" /></a>Succedono cose strane. Mi è capitato di fare una scoperta molto interessante. Un caso bizzaro di metaletteratura di cui nessuno, finora, pare essersi accorto.  Ma andiamo per ordine.</p>
<p>Non so se tutti abbiate seguito la recente vicenda che coinvolge <strong>Philip Roth</strong> e il fino a poco fa oscuro giornalista italiano <strong>Tommaso Debenedetti</strong>.  Per arrivare dove voglio arrivare, è necessario conoscerla. Stavo per riassumervela, quando provvidenzialmente mi è giunto in soccorso <strong>Luca Sofri</strong> che <a title="Wittgenstein.it - Luca Sofri sulla vicenda Roth Debenedetti" href="http://www.wittgenstein.it/2010/07/03/notizie-che-non-lo-erano-111/" target="_blank">l&#8217;ha ricapitolata ed aggiornata ieri sul suo blog</a>. Quindi ricopio, sintetizzando, e risparmio la fatica. Se sapete già tutto, potete saltarla.</p>
<blockquote><p>(&#8230;) sviluppi nella (&#8230;) <a href="http://www.wittgenstein.it/2010/04/04/diario-debenedetti/">storia</a> delle interviste inventate dal giornalista Tommaso Debenedetti. Riassunto delle puntate precedenti: lo scorso novembre Libero pubblica un’intervista a Philip Roth, (&#8230;). Nell’intervista c’è uno scoop: Roth si dichiara deluso dal presidente Barack Obama, che aveva appoggiato in campagna elettorale. Libero ci fa il titolo, e il giorno dopo la notizia è persino commentata dal Corriere della Sera. Ma due mesi fa Roth rilascia un’altra intervista (&#8230;) durante la quale (&#8230;) cade dalle nuvole e afferma di non aver mai parlato con Libero né con Debenedetti. Nelle settimana successive si rivelano false decine di interviste dello stesso Debenedetti con altri celebri scrittori. Lui, interpellato, nega di averle inventate e <a href="http://www.ilpost.it/2010/05/09/tommaso-debenedetti-il-genio-della-truffa/">dice</a> cose confuse e contraddittorie.<br />
Il mese scorso, dopo che la stampa internazionale si era appassionata a questa storia, Debenedetti ha rilasciato <a href="http://www.ilpost.it/2010/06/06/tommaso-debenedetti-confessione-el-pais/">un’intervista</a> a (&#8230;) El Pais (una vera intervista) in cui infine ammette di aver inventato i suoi articoli. La sua analisi sulle ragioni appare piuttosto pretestuosa, e insieme piuttosto fondata.</p>
<p><em>“L’informazione in questo paese è basata sulle bugie, sulla falsificazione. Se chi parla dice cose che corrispondono alla linea editoriale, se viene visto come uno dei nostri, si può dire tutto. Io mi sono semplicemente prestato a questo gioco, per poter lavorare, e ho giocato fino alla fine per denunciare questo stato di cose. Ma mi piace essere il campione italiano della menzogna”.</em></p></blockquote>
<p>Orbene, il caso ha voluto che proprio in questi giorni io abbia letto il libro di Roth <strong><a title="Zuckerman" href="http://www.ibs.it/code/9788806196608/roth-philip/zuckerman-lo-scrittore-fantasma-zuckerman.html?shop=3132" target="_blank">Zuckerman scatenato</a></strong>, uno dei molti romanzi che hanno come protagonista lo scrittore Zuckerman, che è una sorta di alter ego dello stesso Roth. Il romanzo è del <strong>1981</strong>, e racconta tra le altre cose del repentino arrivo al successo dello scrittore, col suo corollario di popolarità, ricchezza, molestie e disagi. Zuckerman assume una segretaria che gli filtri le molte telefonate che cominciano ad arrivare dai personaggi più disparati. All&#8217;inizio del secondo capitolo, c&#8217;è il seguente dialogo tra lo scrittore e la segretaria (il grassetto è mio):</p>
<blockquote><p>- Ci sono altri messaggi? &#8211; L&#8217;italiano. Due volte in mattinata, due volte nel pomeriggio &#8211; . Se Zuckerman non gli avesse concesso l&#8217;intervista, l&#8217;italiano, giornalista di Roma, avrebbe perso il posto. &#8211; Lei crede che sia vero, tesoro? &#8211; Lo spero. &#8211; Dice che non capisce perché lei debba trattarlo così. Si è molto innervosito quando gli ho detto che ero solo una segreteria telefonica. Sa qual&#8217;è il mio timore? <strong>Che stia meditando d&#8217;inventarsela, un&#8217;intervista con Nathan Zuckerman</strong>, e che a Roma gliela passino come un&#8217;intervista vera. &#8211;  E&#8217; una cosa che ha proposto lui come possibilità? &#8211; Ha proposto tante cose. Sa, quando un italiano si scatena&#8230;.</p>
<p style="text-align: right; font-size: -10%;"><em>Da &#8220;Zuckerman scatenato&#8221;, in &#8220;<a title="Zuckerman" href="http://www.ibs.it/code/9788806196608/roth-philip/zuckerman-lo-scrittore-fantasma-zuckerman.html?shop=3132" target="_blank">Zuckerman</a></em><em>&#8220;, Einaudi 2009, pag. 186</em></p>
</blockquote>
<p>Sorprendente, vero? Ma la cosa più sorprendente è che <span id="more-576"></span>pare nessuno se ne sia accorto finora. Si potrebbe fare una inclemente battutaccia sul fatto che il giornalismo letterario, anche quando sbugiarda se stesso, è più attento alla superficie scandalistica che a ciò che dovrebbe essere il suo oggetto d&#8217;elezione (i testi, i libri). Ma è troppo inclemente, e non la farò.</p>
<p><a href="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/07/070206_CL_JorgeLuisBorgesEX.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-597" title="Jorge Luis Borges" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/07/070206_CL_JorgeLuisBorgesEX.jpg" alt="Jorge Luis Borges" width="295" height="450" /></a>Piuttosto, mi pare assai suggestivo fantasticarci sopra, a questa coincidenza, e ipotizzare -romanzescamente, beninteso, ché di complotti presi sul serio non ne possiamo più- che coincidenza non sia. Che magari Roth e Debenedetti siano daccordo. E volevano metter su una messinscena letteraria autoreferenziale per vedere chi se ne accorgeva. Oppure, Borgesianamente, che Debenedetti non esista, e sia una creatura nata dalla fantasia di Roth nel 1981 e oggi fatta incarnare da un attore. O magari il contrario: Roth inesistente. Esattamente come <strong>Borges</strong>, del quale, nei primi anni &#8217;80 (attenzione) <a title="Anécdota sobre la inexistencia de Borges  " href="http://forodeespanol.com/Archive/AnecdotaSobreInexistencia-Borges/cqknq/post.htm" target="_blank">si scrisse da più parti che </a><em><a title="Anécdota sobre la inexistencia de Borges  " href="http://forodeespanol.com/Archive/AnecdotaSobreInexistencia-Borges/cqknq/post.htm" target="_blank">non esistesse</a></em><em>, </em>ma che fosse un personaggio nato dalla fantasia di un gruppo di scrittori argentini ed impersonato per il mondo da un attore di scarsa fama, tale <strong>Aquiles Scatamacchia</strong>.<strong> Leonardo Sciascia</strong> ne scrisse nelle sue <em><a title="Cronachette  -  Leonardo Sciascia" href="http://www.ibs.it/code/9788845914171/sciascia-leonardo/cronachette.html?shop=3132" target="_blank">Cronachette</a></em>, ipotizzando che</p>
<blockquote><p>l&#8217;invenzione della inesistenza di Borges  possa avere avuto come autore lo stesso Borges: una specie di scorciatoia da lui escogitata per raggiungere in anticipo l&#8217;inesistenza.</p></blockquote>
<p>Non c&#8217;è molto da aggiungere. In ogni caso J.L.B., ovunque sia in questo momento, in uno qualsiasi dei vertiginosi universi che ha ipotizzato, se la ride di gusto.</p>

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	<li><a href="http://www.cronopio.info/zittire-borges/" title="Zittire Borges? (12 gennaio 2006)">Zittire Borges?</a> </li>
	<li><a href="http://www.cronopio.info/forche-forchette-e-forconi/" title="V-day: Forche, forchette e forconi (7 settembre 2007)">V-day: Forche, forchette e forconi</a> </li>
	<li><a href="http://www.cronopio.info/tutto-quello-che-ce-da-dire/" title="Tutto quello che c&#8217;è da dire (20 febbraio 2006)">Tutto quello che c&#8217;è da dire</a> </li>
</ul>

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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 09:23:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8230;il secondo strega (vecchio slogan pubblicitario del giallo liquore beneventano, nota necessaria per quelli che hanno meno di quarant&#8217;anni). Antonio Pennacchi ha vinto il Premio Strega 2010 col suo Canale Mussolini. A naso, se lo meritava. Di suo ho letto Il Fasciocomunista e Shaw 150, e mi sono sembrati entrambi molto belli. Pennacchi è un narratore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-564 alignleft" title="antonio_pennacchi_canale mussolini" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/07/antonio_pennacchi_canale-mussolini.jpg" alt="Antonio Pennacchi - Canale Mussolini" width="200" height="250" /></p>
<p>&#8230;il secondo strega <em>(vecchio slogan pubblicitario del giallo liquore beneventano, nota necessaria per quelli che hanno meno di quarant&#8217;anni).</em></p>
<p><strong>Antonio Pennacchi </strong>ha vinto il <strong>Premio Strega 2010</strong> col suo <strong><a title="Canale Mussolini" href="http://www.ibs.it/code/9788804546757/pennacchi-antonio/canale-mussolini.html?shop=3132" target="_blank">Canale Mussolini</a></strong>.<br />
A naso, se lo meritava. Di suo ho letto <strong><a title="Il Fasciocomunista" href="http://www.ibs.it/code/9788804565994/pennacchi-antonio/fasciocomunista-vita-scriteriata.html?shop=3132" target="_blank">Il  Fasciocomunista</a></strong><strong> </strong> e <strong><a title="Shaw 150" href="http://www.ibs.it/code/9788804558125/pennacchi-antonio/shaw-150-storie.html?shop=3132" target="_blank">Shaw 150</a></strong>, e mi sono sembrati entrambi molto belli. Pennacchi è un narratore originale e fuori dagli schemi, un <em>outsider</em> che ora per gli imperscrutabili meccanismi dell&#8217;editoria italiana avrà forse un po&#8217; più di meritata notorietà (e, gli auguro, qualche soldino in più).</p>
<p>Anni fa, quando uscì il film di Luchetti <strong>Mio fratello è figlio unico</strong>, tratto dal <strong><a title="Il Fasciocomunista" href="http://www.ibs.it/code/9788804565994/pennacchi-antonio/fasciocomunista-vita-scriteriata.html?shop=3132" target="_blank">Fasciocomunista</a></strong>, lo recensii qui. Ebbi la sorpresa ed il piacere di ritrovarmi commentato dallo stesso Pennacchi, che come me non fu tenero con i risultati della trasposizione cinematografica del suo libro. <a href="http://www.cronopio.info/?p=340" target="_blank">Qui trovate il post originale.</a></p>
<p>Di seguito, vi ricopio un estratto del primo capitolo di <a title="Canale Mussolini" href="http://www.ibs.it/code/9788804546757/pennacchi-antonio/canale-mussolini.html?shop=3132" target="_blank"><em>Canale Mussolini</em></a><em>.</em> Credo valga la pena di leggerlo.</p>
<blockquote><p>Fatto sta che dopo sposato, mio nonno s’è messo a fare il contadino. Avrà avuto ventidue anni. Prima è stato lì con loro – coi fratelli della moglie – anche per impratichirsi diciamo così, pure se impratichirsi da contadino non è così facile come a dirlo,<span id="more-565"></span> ci devi nascere sulla terra e se non ci sei nato resti sempre poco pratico, non saprai mai qual è il momento giusto di piantare o raccogliere le cose, devi guardare gli altri, e anche nei movimenti resti sempre un po’ impacciato; e forse è per questo che lui si è sempre affidato a lei. Dopo due o tre anni hanno deciso di andare via e mettersi da soli. Lei stava sempre a sentire i fratelli, però a stare voleva stare da sola, per conto suo, con la sua famiglia. A farla breve, hanno preso dei campi in affitto a Codigoro e avevano qualche vacchetta datagli dai fratelli e andavano anche a giornata fuori, come braccianti, e ogni tanto, quando capitava, mio nonno si faceva pure un viaggio col carretto, tanto in campagna governava mia nonna. Poi, un anno appresso all’altro, i figli arrivavano e crescevano, e già diventavano anche loro forza lavoro e si prendeva in affitto altra terra.<br />
Comunque quella volta – nel 1904 – mio nonno si trovava a passare per caso per Copparo durante uno di questi viaggetti. Stava sul carretto e trasportava una partita di vino con tutte le botticelle legate l’una sopra l’altra. A un certo punto ha visto confusione. C’era una manifestazione di operai: operai a giornata delle bonifiche ferraresi, terrazzieri, braccianti, scarriolanti. E lui ha visto su un palchetto l’Edmondo Rossoni che strillava gesticolando.<br />
«Fammi stare a sentire il Rossoni» s’è detto mio nonno, perché lui lo conosceva quel ragazzotto alto e segaligno, un pennellone che sulla piazza di Copparo adesso pareva un matto. Era uno di Formignana, anzi proprio di Tresigallo, quella piccola frazione tre case e una chiesetta dove stavano anche i cognati di mio nonno. Il padre faceva lo spondino – quei terrazzieri che scavavano i canali a mano – tirava su le sponde. La madre era di Comacchio e andava a giornata fuori, bracciante, a mondare il riso e a zappare l’erba via dal grano. Mio nonno lo aveva visto ragazzino, essendoci un otto o nove anni di differenza. Il Rossoni adesso ne aveva una ventina e mio nonno quasi trenta, perché era del ’75 – 1875 – e a trent’anni aveva già una barca di figli: Temistocle appunto, nato subito nel ’97, poi una femmina nel ’98, ’99 zio Pericle, 100 l’hanno saltato, ’1 zio Iseo, ’2 una femmina, ’3 un’altra femmina e ’4, come detto, zio Adelchi.<br />
Comunque il nonno ha visto il Rossoni con la giacchetta, la camicia e il fiocchetto da studente e s’è messo ad ascoltarlo dietro a tutti gli operai. Pare che qualche giorno prima – in un posto chiamato Buggerru, in Sardegna – i soldati avessero sparato sui minatori in sciopero e ne avessero ammazzati tre. O almeno così diceva il Rossoni. Ma come non bastasse, qualche giorno dopo i carabinieri a Castelluzzo in Sicilia avevano sparato su una lega di contadini ammazzandone due e ferendone dieci. «Eh no» conveniva mio nonno, «queste cose non si fanno. E che, non ho neanche il diritto di protestare?» No, non ce lo avevi. Ora sia chiaro che non è che mio nonno cadesse dal pero. Lui pure sapeva com’è che va il mondo. Faceva il carrettiere e non è che avesse un’idea politica vera e propria, lui sapeva che esistono e sono sempre esistiti i ricchi e i poveri e non c’è niente da fare, è inutile che ti fai venire idee strane, è meglio che ti rassegni e basta. Ma quando però uno si trova con l’acqua alla gola e non ce la fa a tirare avanti la famiglia e ti chiede a te che stai pieno di roba di farlo lavorare o di pagarlo una lira in più, tu non gli puoi far sparare addosso dai carabinieri o dai soldati: «E che madonna» diceva fra di sé mio nonno.<br />
Ma proprio in quel momento sono arrivati i soldati. A Copparo. In piazza. Con le guardie regie e il commissario di pubblica sicurezza. Mentre parlava il Rossoni. E lo volevano far tacere: «Questa è una manifestazione non autorizzata, lei è in arresto, scioglietevi». Allora sono cominciate le botte e i parapiglia. Mio nonno è rimasto di fianco ai portici – imbambolato – a guardare da sopra il carretto. Dietro agli operai.<br />
Una confusione che non le dico. Il polverone – mica c’era l’asfalto – urla, strida, e poi colpi di moschetto e la gente che scappava di qua e di là e proprio mentre mio nonno oramai stava alzando il frustino per dire in fretta al cavallo «Vai, vai, squagliamocela anche noi», gli è piombato sul carretto, sbucando come Mosè da una nuvola di polvere ma con un nugolo di guardie che gli correvano scalmanando appresso, gli è sbucato e piombato, tònf, sopra il carro il Rossoni, anche lui strillando: «Scàmpame Peruzzi, scàmpame».<br />
Che poteva fare mio nonno? Il Rossoni lo conosceva da quand’era ragazzino. Lo lasciava lì? Non s’è manco posto il pensiero mio nonno, è stato un riflesso automatico. Ha alzato il frustino e «Vai!», ha urlato al cavallo. Ma non ha fatto in tempo a dirgli «Vai» che le guardie gli sono state addosso. Chi tentava di fermare il cavallo prendendolo per il morso e chi menava di piatto con gli sciaboloni addosso al carro, al cavallo e al Rossoni.<br />
Io adesso non lo so se sono state più le botte al Rossoni o quelle al cavallo. Ma fatto sta che a mio nonno gli è saltata la mosca al naso e ha cominciato a tirare frustate con la frusta lunga a destra e a manca: guardie, borghesi, passanti, tutto quello a cui arrivava. «Fiòi de càn» strillava: «Fiòi de càn!», fuori di sé.<br />
Il cavallo non lo aveva mai visto così – glielo ho detto che era un uomo tranquillo, un pezzo di pane, dove lo mettevi stava per tutta la vita; ma chissà cosa dev’essergli preso quel giorno, la furia, forse, che da qualche parte a noi deve pure arrivare, in fin dei conti – e comunque il cavallo non lo aveva mai visto così e ha preso paura. Mica per le guardie e le bastonate sul groppone, quello s’è preso paura per il padrone e s’è imbizzarrito, ha cominciato a sgroppare come un puledro, saltava come ai rodei, s’incurvava, e il carretto saltava appresso a lui, con mio nonno e il Rossoni che si reggevano alle sponde e con mio nonno che strillava ancora «Fiòi de càn» e le funi che si rompevano e tutte le botticelle che cadevano per la strada e si sfasciavano, e il vino che andava perso, e mio nonno che pensava: «Che casso ghe digo inquò?» alla moglie, per tutti i danni del vino e delle botti che ci sarebbero stati da pagare.<br />
Per farla breve sono caduti per terra e s’è rotto anche il carretto, e poi il cavallo s’è fermato e le guardie li hanno presi e sbattuti in prigione, dopo avergli però dato un sacco di botte, soprattutto a mio nonno più che al Rossoni. Sia perché mio nonno era contadino vestito da contadino e quell’altro invece – per quanto sovversivo e rivoluzionario – era sempre vestito da persona per bene, col fiocchetto pure. Sia però per via delle frustate, perché diciamo la verità, il Rossoni le aveva solo prese ma mio nonno le aveva anche date. Poi gliele hanno restituite tutte – e un po’ anche al Rossoni – e li hanno messi in prigione. Processo e un mese di carcere.<br />
Adesso non so se il mese lo hanno scontato a Copparo o li hanno portati alle carceri di Ferrara, però so che stavano in cella assieme, una cella grande, un camerone, e per un mese hanno diviso sia il rancio schifoso che il bugliolo. Non sa cos’è il bugliolo? Era un vaso di coccio messo in un angolo, in cui ognuno andava a fare i propri bisogni. Spartivano il pane e i bisogni in pratica, e mio nonno, che non aveva mai avuto un’idea politica in vita sua – sì, i preti non gli piacevano, ma la politica era roba da signori per lui – mio nonno in quel mese, a stare a sentire il Rossoni dalla mattina alla sera, era diventato una specie di Carlo Marx pure lui, anche se ogni tanto, specie poco prima di dormire, quando ognuno stava rannicchiato nel suo cantuccio per tentare di acchiappare al volo il sonno, ogni tanto mio nonno diceva forte, da sotto la sua coperta: «Scàmpame, Peruzzi, scàmpame!» e tutta la camerata si metteva a ridere, Rossoni compreso. Poi, dopo che s’era placata l’ultima risata dal fondo della cella, mio nonno aggiungeva disperato: «Còssa ghe dìgo mo’ a mè mojère?». Gli altri ri-ridevano ancora, ma quello era il pensiero suo fisso, e man mano che passavano i giorni e finiva la pena da scontare e arrivava il momento di uscire, a mio nonno aumentava la pena di uscire: «Trenta giorni? Trent’anni dovevano darmi».<br />
Liberi comunque, rilasciati. E salutato il Rossoni al bivio di Tresigallo, mio nonno s’è avviato verso casa a Codigoro – una quindicina di chilometri a piedi – sempre con la voglia di rallentare o addirittura voltare e tornare indietro. Ma buono pure come il pane, non era però un uomo da sottrarsi al suo destino; quel che è fatto è fatto e così, lasciata la strada grande, ha preso la poderale verso casa. Lei l’ha visto da lontano – era pomeriggio inoltrato – che appariva e spariva tra l’ombra scura dei fogliami e gli sprazzi luminosi del sole che, oramai, si faceva strada a fasi alterne tra gli olmi del filare. E gli è andata incontro.<br />
Lui l’ha indovinata – percepiva solo la figura, col sole alle sue spalle; senza i lineamenti – e ha aumentato il passo: «Sia quel che sia». Ma quando a venti metri l’ha vista in viso che non era arrabbiata, che non ci sarebbe stata guerra per le botti il vino ed il carretto, che lei era solo felice di vederlo – felice e basta, e le ridevano gli occhi oltre che le labbra – allora mio nonno è corso per abbracciarla. Però appena l’ha toccata – solo le mani tese in avanti, prima ancora di abbracciarla – mio nonno s’è messo a piangere, che lei non lo aveva mai visto e neanche lui, a ricordarselo, s’era mai messo a piangere prima in vita sua. E mia nonna gli diceva: «Pagarém Peruzzi, pagarém» per consolarlo, perché pensava che lui piangesse per il dispiacere, per i pensieri, i debiti, il danno. E invece lui piangeva di contentezza: «Come te sì bèa» le diceva, «come te sì bèa». Mio nonno piangeva perché la moglie era bella. Tutto qua. Sì, certo, s’era pure sentito sollevato, placato oramai d’ogni ansia e disavventura; ma lui piangeva perché quella era bella, e non solo era bella, gli voleva anche bene. Lei non piange per queste cose qui?<br />
È stato solo dopo – a sera, a letto, dopo essersi placati d’amore e d’astinenza – che a lei è venuta voglia di qualche spiegazione in più. Prima aveva messo a letto i figli nell’altra stanza e s’era tenuta solo l’ultimo nato, l’Adelchi, nella culla a fianco al letto loro. S’era lavata col sapone profumato che teneva da una parte nel cassetto del comò, aveva dato la poppa all’Adelchi, ingozzandolo quasi: «Mangia fiòlo, mangia» che oramai gli usciva a rivoli il latte dalla bocca, finché non s’è addormentato come un sasso, sulla tetta. «Ora dorme fino a domani» aveva detto allora mia nonna e l’aveva messo nella culla, e subito alle tette ci si era messo il nonno, fino a stancarsi tutti e due dopo tutta quell’assenza, e solo dopo la nonna gli ha finalmente chiesto, ridendo quasi sotto i baffi, a canzonarlo: «Ma cos’è che t’ha preso Peruzzi, còssa te gà tòlto?». E rideva di gusto, tanto che s’è dovuta voltare pei sussulti del riso, perché erano coricati di fianco, uno dietro l’altra, e s’è voltata verso di lui, poggiata col gomito sul cuscino a chiedergli: «Ma còssa te gà tolto? Spiégheme, Peruzzi» e rideva, perché non ci aveva voluto credere quando la gente era venuta a dirle di lui che strillava sopra al carro «Fiòi de càn» e menava frustate alle guardie. E adesso stava lì a ridere, appoggiata al cuscino a immaginarsi la scena: «Còssa te gà tòlto?», con lui invece che guardava in alto al lume di candela verso una macchia del soffitto – una macchia d’umidità – con le mani giunte sotto la testa e i gomiti larghi; assorto, serio, a chiedersi anche lui cosa gli fosse preso quel giorno.<br />
«Non lo so neanch’io» le ha detto prima. Ma dopo un po’ ci ha ripensato – mentre lei ancora rideva e già ricominciava fintaindifferente a stuzzicargli con l’altra mano il cagnolino addormentato – e le ha detto voltandosi anche lui, e ricominciando a baciarla: «El cavàl, fémena, el cavàl no ghéa da tocarmelo!». E la nonna gli ha sentito nella voce un suono duro e sordo – la minaccia – che unito ai baci le rabbrividì la schiena.</p></blockquote>

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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 10:50:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-553" title="Manifesto de la destra in occasione del gay pride: famiglia tradizionale: uomo, donna, figli contro ogni aberrazione" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/06/aberrazione_small.jpg" alt="Manifesto de la destra in occasione del gay pride: famiglia tradizionale: uomo, donna, figli contro ogni aberrazione" width="300" height="430" />Per le strade di Napoli in questi giorni, a ridosso del Gay Pride, è comparso il grazioso manifesto che vedete qui a fianco.<br />
Ora, io credo che spesso i dettagli marginali siano altrettanto o più rivelatori che la sostanza del messaggio. Questo manifesto è aberrante, certo, per ciò che dice. Ma avete notato <em>come</em> ce lo dice? Effetto photoshopparo da quattro soldi (forse la malcapitata &#8220;famiglia tradizionale&#8221; nella foto non voleva farsi riconoscere, e te credo). Ma soprattutto, trionfa il carattere <strong>Comic Sans MT. </strong>In <em>rosso bordato bianco su fondo blu con effetto ombra. </em>Probabile Wordart.</p>
<p>Come dire. Modernità, dimestichezza con la tecnologia ed efficacia nella comunicazione.</p>
<p>Mentre mi confermo ogni giorno di più che chi usa il Comic Sans non è necessariamente un cretino (sono un tipo laico e tollerante), ma va guardato perlomeno con sospetto, scopro che  <a title="I'M COMIC SANS, ASSHOLE. Mcsweeney" href="http://www.mcsweeneys.net/links/monologues/15comicsans.html" target="_blank">c&#8217;è chi la pensa diversamente</a>. Ma spero sia solo un paradosso.</p>

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		<pubDate>Fri, 25 Jun 2010 14:06:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/06/leb.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-498" title="Lacca Libera e Bella" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/06/leb.gif" alt="Lacca Libera e Bella" width="160" height="608" /></a>Prologo.</p>
<blockquote><p><em>Anni fa, certamente prima dell&#8217;11 settembre 2001, quando i </em><strong><em>talebani</em></strong><em> imperversavano in Afghanistan, e si moltiplicavano gli appelli umanitari, di solidarietà soprattutto alle donne umiliate, torturate, uccise, proprio in quel periodo collaboravo con un istituto &#8220;culturale&#8221;, qui a Napoli. Ogni lunedi ci si riuniva per definire i programmi, gli eventi da organizzare eccetera. Uno di questi lunedi, una ragazza, laureata in sociologia, mi racconta il contenuto della conferenza che avrebbe dovuto tenere lì, dopo un paio di giorni. In sintesi, affermava che, al di là delle superficiali apparenze,  la condizione delle donne afghane era <strong>pressoché identica</strong></em><em> a quella delle donne occidentali. Entrambe vittime, sebbene in forma differente, del potere maschile, dell&#8217;oppressione sociale.<br />
Naturalmente </em><strong><em>trasecolai</em></strong><em>, e le chiesi se non si fosse spinta un po&#8217; troppo in là con il paradosso, con la provocazione. Mi rispose sorridendo, con l&#8217;aria compiaciuta di chi l&#8217;ha fatta grossa ma è sicura di passarla liscia, che no, non c&#8217;era nessun paradosso, nessuna provocazione. Lei davvero pensava quello. Mi guardai intorno aspettandomi stupori analoghi al mio. Invece, in quel gruppo di benestanti signore di buona famiglia e di migliori principii progressisti, di giovani e meno giovani volontari pieni di ardore, cultura e idealità, si mormoravano cose tipo </em>&#8220;vabbè, magari è un po&#8217; esagerato, ma in fondo&#8230; la società dei consumi, &#8216;sti americani&#8230; pure qua stiamo inguaiati, che mondo, che schifo&#8230; va sempre peggio&#8230;&#8221;</p></blockquote>
<p><img class="size-full wp-image-494 alignright" title="Statua della Libertà" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/06/liberty2.png" alt="Statua della Libertà" width="200" height="242" /></p>
<p>Fine del prologo.</p>
<p>Qualche giorno fa ho partecipato, come esponente della comunità degli <em>scriventi</em>, ad una manifestazione organizzata da alcune case editrici contro il ddl Alfano sulle intercettazioni, dedicata alla <em>Libertà d&#8217;espressione. </em>Si trattava di <span id="more-482"></span>leggere brani di vari autori che avessero come tema più o meno esplicito la <strong>Libertà</strong>. In molte città d&#8217;Italia contemporaneamente lo stavano facendo <em>celebrities </em>e sconosciuti, citando solennemente se stessi o altri.<br />
Di solito le <em>proteste</em> non mi entusiasmano<em>.</em> Sarà che mi sono fatto vecchio, sarà che tendo a sopportare sempre meno l&#8217;inevitabile accumulo di retorica, luoghi comuni e slogan idioti che proliferano come triste contrappasso all&#8217;incombere di Silvio sulle nostre teste. Ma in questo caso ho aderito con convinzione, sia per il merito, sia perché si trattava di un evento -almeno in teoria- di sapore letterario, più riflessivo, e soprattutto organizzato da una cara e volonterosa amica, assieme alla quale, con gli altri amati compagnucci del laboratorio di scrittura, avremmo fatto le nostre letture.<br />
Molte sono le riflessioni che mi ha provocato questa amena serata, e non vi tedierò appioppandovele tutte. Giusto un paio.</p>
<p>La prima, la butto lì veloce:  tra gli autori citati per le loro alate e vibranti parole sulla Libertà, c&#8217;erano <strong>Concetto Marchesi</strong>, latinista stalinista, <strong>Luciano Canfora</strong>, grecista forse non più stalinista ma certamente diffidente verso la democrazia e <strong>Paul Eluard</strong>, che, scrive Milan Kundera,<em>&#8220;sentii rinnegare pubblicamente e formalmente i suoi amici praghesi mandati al capestro dalla giustizia staliniana&#8221;. </em>Da cui la domanda: si può prescindere dalla coerenza razzolatoria della fonte nel citare una bella pagina predicatoria?<br />
E&#8217; probabile che nel <em>Mein Kampf</em> ci sia  più d&#8217;una frase che, presa a sé, tutti noi in astratto sottoscriveremmo. Ma che non citeremmo mai, o almeno non lo faremmo rivelandone l&#8217;autore.</p>
<p>Ma la seconda urge, bussa, è pesante, ormai irrimandabile. Devo tirarla fuori. Non posso più tacere, ahimè.</p>
<p>Appena ho saputo dell&#8217;evento, ho temuto una cosa. Che arrivasse una citazione. Una citazione inevitabile.</p>
<p>E infatti, è arrivata. Inesorabile come una barzelletta in un comizio di Berlusconi.</p>
<p><strong><a href="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/06/Giorgio-Gaber-00.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-521" title="Giorgio-Gaber" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/06/Giorgio-Gaber-00.jpg" alt="Giorgio Gaber" width="220" height="262" /></a>Gaber</strong>. <em><a title="La libertà - Giorgio Gaber - testo" href="http://www.giorgiogaber.org/testi/veditesto.php?codTesto=57" target="_blank">La libertà</a></em><a title="La libertà - Giorgio Gaber - testo" href="http://www.giorgiogaber.org/testi/veditesto.php?codTesto=57" target="_blank">.</a><br />
<strong>E&#8217; arrivato il momento di fare coming out</strong>, e lo faccio. <strong>A me questa canzone non piace</strong>. Non mi piace proprio, e la cosa mi è diventata sempre più chiara col passare degli anni. Non mi piace la musica (il ritornello mi ricorda uno di quei cori da parrocchia, e non è un caso), non mi piace il testo, e <strong>non ne condivido il senso.</strong></p>
<p>E&#8217; una canzone <strong>moralista</strong>, nel senso peggiore. Ci vuol spiegare cos&#8217;è la libertà, e cosa non è. Ci dà una <em>interpretazione corretta</em> della libertà. Per cui, se non aderiamo a questa interpretazione, non siamo liberi. Se non <em>partecipiamo</em> non siamo davvero liberi.<br />
No. No. No.<br />
Questa libertà è libertà condizionata. Libertà chiosata, aggettivata.<br />
La parola libertà, come dice Flaiano (nel testo che ho letto quella sera),</p>
<blockquote><p><em>&#8220;non sopporta aggettivi né associazioni: io non volevo una libertà sorvegliata, difesa, personale, intellettuale; né gradivo che le si accoppiassero concetti altrettanto nobili, come Giustizia e Democrazia, parendomi che la libertà li contenesse tutti, anzi li proteggesse.&#8221;</em></p></blockquote>
<p>La libertà, credo, è <strong>la responsabilità di scegliere</strong> tra le mille possibilità che la definiscono.</p>
<p>La libertà, fermo restando il rispetto degli altri e delle regole che gli danno corpo, <strong>è anche</strong> star sopra un albero. <strong>E&#8217; anche</strong> uno spazio libero. <strong>E&#8217; anche</strong>, ma non solo, <strong>partecipazione</strong>. La libertà di farsi i cazzi propri o non farseli. Di partecipare o no. Di essere simpatici o antipatici, stronzi o generosi. Attivi o passivi. Virtuosi o peccatori. Gay o etero, carnivori o vegetariani, altruisti o egoisti. L&#8217;idea che ci debba essere un principio moralmente vincolante per cui sei libero solo se la tua libertà la eserciti in una certa direzione è <strong>l&#8217;esatto contrario</strong> della libertà. E&#8217; ciò che hanno sempre predicato e praticato i totalitarismi. Nessuno di essi nega la libertà come valore, ma sempre se interpretata &#8220;nel senso giusto&#8221;, aggettivata, corretta, &#8220;morale&#8221;, &#8220;socialista&#8221;, &#8220;ariana&#8221;, &#8220;islamica&#8221; e così via. Avete presente <strong>Arancia meccanica </strong>e le riflessioni cui costringe lo spettatore sulla questione  della libertà di scelta (per inciso, Kubrick fu accusato da eccelse menti di avere fatto un film <em>fascista)</em>? Ecco. La questione è proprio quella.</p>
<p>E qui, devo allargare il discorso. Io ho amato Gaber, così come ho amato <strong>Pasolini</strong>. Ed ora riconosco chiara in entrambi un&#8217;innegabile impronta, ahimè, <strong>reazionaria</strong>, dettata sempre dalle migliori intenzioni e da una intelligenza finissima, ma spesso contraddittoria e pericolosa nelle sue conclusioni, soprattutto se maneggiate, oggi, dai loro minuscoli agiografi. Quest&#8217;impronta formalmente <em>umanistica</em> ha una chiara connotazione <strong>apocalittica</strong>, antimoderna, regressiva. Deriva perlopiù dalla <strong>Scuola di Francoforte</strong>, da <strong>Adorno</strong> e compagnia. <a href="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/06/adorno.gif"><img class="alignright size-full wp-image-547" title="Theodor W. Adorno" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/06/adorno.gif" alt="Theodor W. Adorno" width="279" height="280" /></a>Detta molto banalmente, ritiene che le libertà civili proprie delle società democratiche occidentali, siano <em>illusorie. </em>Un astuto trucco del sistema capitalista, tecnocratico e consumista, omologante. Il progresso scientifico? Produce mostri, è un continuo peggiorare verso il baratro. La tecnologia? E&#8217; pericolosa. I mass media? Il diavolo annebbiatore di menti, annichilatore di culture millenarie. Scopo di tutto ciò? Ingannare ed opprimere gli individui e renderli schiavi del consumo. Conclusione: Si stava meglio quando si stava peggio.</p>
<p>E qui forse avrete capito il perché del prologo.</p>
<p>E&#8217; davvero un&#8217;operazione facile e conveniente dirsi critici verso <em>questa </em>libertà, <strong>standoci però totalmente dentro</strong>. Ci si sente più intelligenti e più morali. &#8220;Fuori dal gregge&#8221;. Il nostro narcisismo  ne è appagato (come quello dello Jaromil de <em>La vita è altrove</em>). La sappiamo più lunga di te e siamo anche più buoni. E&#8217; davvero difficile, per molti, ammettere che la libertà è una cosa più semplice e forse banale, e non è quella di Gaber. E l&#8217;unico posto dove, pur a fatica e tra mille conflitti, può svilupparsi e cercare di affermarsi, è la stramaledetta democrazia, lo<strong> strafottuto sistema occidentale</strong>. Quello che è cominciato con lo schiavismo ed è arrivato ad un presidente di colore.</p>
<p>Ma se proprio pensate che sia sostanzialmente la stessa cosa, qui e lì, e che siamo tutti egualmente privi di libertà, magari perché non <em>partecipiamo, </em>fatemi una cortesia. Chiedete un&#8217;opinione in merito alle donne di Teheran, o di Kabul del tempo che fu. Ai Birmani, ai Nordcoreani, ai Cubani. Poi mi dite che vi rispondono.</p>
<td width="87" height="15"></td>

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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 10:18:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; uscita da poco una raccolta di racconti illustrati, Souvlaki, che comprende anche un mio contributo. So di essere giudice non imparziale, ma mi sembra un bell&#8217;oggetto. I racconti (almeno quelli degli altri) sono belli, e le illustrazioni (tutte di bravissimi illustratori italiani) forse anche di più. E&#8217; un&#8217;operazione fatta con amore e professionalità, da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/06/copertina-souvlaki233.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-471" title="Souvlaki - Antologia di racconti illustrati" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/06/copertina-souvlaki233.jpg" alt="Souvlaki - Antologia di racconti illustrati" width="170" height="250" /></a>E&#8217; uscita da poco una raccolta di racconti illustrati, <strong>Souvlaki</strong>,<strong> </strong>che comprende anche un mio contributo. So di essere giudice non imparziale, ma mi sembra un bell&#8217;oggetto. I racconti (almeno quelli degli altri) sono belli, e le illustrazioni (tutte di bravissimi illustratori italiani) forse anche di più. E&#8217; un&#8217;operazione fatta con amore e professionalità, da persone -i ragazzi di <a title="Tapirulan" href="http://www.tapirulan.it" target="_blank">Tapirulan</a>- che amano il loro mestiere.</p>
<p>Se, come spero, morite dalla voglia di leggerlo avendolo tra le mani, <a title="Souvlaki in vendita su IBS" href="http://www.ibs.it/code/9788890276798/-sartori-m/souvlaki.html?shop=3132" target="_blank">potete comprarlo qui.</a></p>
<p>Se volete leggerlo, non vi va di spendere pochi euro, e non vi fa specie uccidervi la vista sui monitor, <a title="Souvlaki Ebook" href="http://www.tapirulan.it/e-books/souvlaki/index.html" target="_blank">qui c&#8217;è una versione online</a> (in flash, carina, con le pagine sfogliabili).</p>
<p><a title="Souvlaki su Anobii" href="http://www.anobii.com/books/Souvlaki/9788890276798/01fa14e8694fa5c521/" target="_blank">Questa è la pagina del libro su Anobii.</a></p>
<p><a title="Souvlaki in vendita su IBS" href="http://www.ibs.it/code/9788890276798/-sartori-m/souvlaki.html?shop=3132" target="_blank"></a></p>

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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 09:47:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/06/ricominciamo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-465" title="Adriano Pappalardo - Ricominciamo" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2010/06/ricominciamo.jpg" alt="Adriano Pappalardo - Ricominciamo" width="200" height="200" /></a><strong>Due anni</strong>, tre mesi e una quindicina di giorni: il tempo trascorso dall&#8217;ultima volta che ho scritto qualcosa qui. Sono successe tante cose, o forse questo è un modo di dire. Ne sono successe tante, ma per altri versi è cambiato poco, nel mondo come nella mia vita. E&#8217; irrotto Facebook nelle esistenze di molti, e nella mia ha canalizzato la voglia di scrivere &#8220;sociale&#8221;, spostandola quasi sempre verso il versante cazzaro. Succede. Però poi, da un pò mi è tornata la voglia di condividere col mondo (?) alcune cose serie e facete, in uno spazio più accogliente, ampio e meno affollato. Senza applicazioni, senza Farmville, senza inviti ad eventi assurdi. Rileggevo ogni tanto il mio blog, e mi dicevo peccato. Ed eccomi qua. Speriamo che vi (ri)piaccia.</p>

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		<title>Acquari e dolori</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Feb 2008 15:20:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Per un caso abbastanza carino, capita che in questa settimana vengano presentati qui a Napoli, in occasione della loro uscita, due libri scritti da due amici ed ex colleghi del laboratorio di scrittura. Sarà perché li conosco, ma li trovo entrambi molto bravi e certamente meritevoli di acquisto e lettura (benché, nel caso specifico, i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img border="0" align="left" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2008/02/piu-male-che-altro-copertina-small.jpg" alt="Più male che altro - Massimiliano Virgilio" /><img border="0" align="left" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2008/02/acquario-small.jpg" alt="L’acquario dei cattivi -Antonella del Giudice" />Per un caso abbastanza carino, capita che in questa settimana vengano presentati qui a Napoli, in occasione della loro uscita, due libri scrit<img border="0" align="left" width="1" src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2008/02/piu-male-che-altro-copertina-small.jpg" alt="Più male che altro - Massimiliano Virgilio" height="1" />ti da due amici ed ex colleghi del laboratorio di scrittura. Sarà perché li conosco, ma li trovo entrambi molto bravi e certamente meritevoli di acquisto e lettura (benché, nel caso specifico, i due libri in questione non li abbia ancora letti). Se la cosa v&#8217;incuriosisce, siete a Napoli e vi fidate, andateci senz&#8217;altro.</p>
<p>Domani, <strong>martedi 26 febbraio</strong>, presso la Feltrinelli di piazza dei Martiri, alle 18, <strong>Antonella Cilento</strong> e <strong>Antonio Pascale</strong> presentano <strong>Più male che altro</strong> di <strong>Massimiliano Virgilio</strong> (Rizzoli). <a target="_blank" href="http://www.24sette.it/sclibro.php?isbn=1702046" title="Più male che altro">Qui la scheda sul sito 24sette</a> e <a target="_blank" href="http://www.24sette.it/contenuto.php?idcont=1389" title="Più male che altro">qui un estratto dal libro.</a></p>
<p><strong>Giovedi 28 febbraio</strong>, presso la Libreria Treves, in Piazza Plebiscito 12, <strong>Andrea Di Consoli </strong>e <strong>Marco Lombardi</strong> presentano <strong>L&#8217;acquario dei cattivi </strong>di <strong>Antonella Del Giudice</strong> (Alet). <a target="_blank" href="http://www.24sette.it/contenuto.php?idcont=1389" title="L'acquario dei cattivi">Qui la scheda del libro sul sito Alet</a>. <a target="_blank" href="http://www.aletedizioni.it/news/rassegnastampaf.asp?ISBN=978-88-7520-046-6" title="L'acquario dei cattivi">Qui alcune recensioni</a> e <a target="_blank" href="http://www.aletedizioni.it/catalogo/incipit/978-88-7520-046-6.pdf" title="L'acquario dei cattivi">qui un estratto</a>.</p>

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		<pubDate>Sat, 09 Feb 2008 17:27:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Io -il titolare di questo blog-, per quanto poco importi all&#8217;universo, solo accidentalmente ora, dopo la faccenda della lista dei professori della lobby sionista e quella della contestazione della presenza di Israele al Salone del Libro, e prima di innumerevoli altre pericolose idiozie che inevitabilmente seguiranno, sento il bisogno di dichiarare formalmente: che sono un lobbysta sionista che amo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left" style="text-align: center"><img src="http://www.cronopio.info/wp-content/uploads/2008/02/250px-flag_of_israel_svg.png" alt="Bandiera Israeliana" /></p>
<p>Io -il titolare di questo blog-, per quanto poco importi all&#8217;universo, solo accidentalmente ora, dopo la faccenda della lista dei professori della <em>lobby sionista </em>e quella della contestazione della presenza di Israele al Salone del Libro, e prima di innumerevoli altre pericolose idiozie che inevitabilmente seguiranno, sento il bisogno di dichiarare formalmente:</p>
<ul>
<li>che sono un lobbysta sionista</li>
<li>che amo appassionatamente la cultura ebraica, gli scrittori ebrei, i musicisti ebrei, gli artisti ebrei, i registi ebrei, gli sceneggiatori ebrei, gli attori ebrei, gli psicologi ebrei, i filosofi ebrei. Gli ebrei;</li>
<li>che sto dalla parte di Israele e degli israeliani contro coloro che vogliono buttarli a mare da sessant&#8217;anni, indipendentemente dal fatto che anche i palestinesi abbiano diritto ad uno stato <em>democratico</em>;</li>
<li>che sono sempre più preoccupato, e con fondati motivi, dell&#8217;antisemitismo che avvelena le menti ed i cuori di un sacco di gente, travestito da &#8220;antisionismo&#8221;, e giustificato da un idiota riflesso di presunta &#8220;giustizia&#8221;;</li>
<li>che mi piacerebbe essere -forse lo sono, non lo so- uno <em>sporco ebreo</em></li>
<li>che tutto il peggio che abbia prodotto l&#8217;umanità, nelle manifestazioni organizzate di tipo ideologico (il nazifascimo, lo stalinismo, l&#8217;integralismo islamico, l&#8217;inquisizione, ecc.), ha in comune almeno i nemici: gli ebrei. E Israele, la democrazia liberale, gli Stati Uniti;</li>
<li>che questo, anche se non solo questo, sia già un ottimo motivo per amare gli ebrei, Israele, la democrazia liberale, gli Stati Uniti.</li>
</ul>
<p>Ecco fatto. Ora va un po&#8217; meglio</p>

	<h4>Vedi anche:</h4>
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	<li><a href="http://www.cronopio.info/orologi-a-gas/" title="Orologi a gas (5 settembre 2006)">Orologi a gas</a> </li>
	<li><a href="http://www.cronopio.info/le-parole-e-le-cose/" title="Le parole e le cose (31 marzo 2007)">Le parole e le cose</a> </li>
	<li><a href="http://www.cronopio.info/presentazione-del-libro-autodafe-l11-aprile-a-napoli/" title="Presentazione del libro Autodafé l&#8217;11 aprile a Napoli (6 aprile 2007)">Presentazione del libro Autodafé l&#8217;11 aprile a Napoli</a> </li>
	<li><a href="http://www.cronopio.info/flaiano-e-la-liberta/" title="Flaiano e la libertà (19 luglio 2010)">Flaiano e la libertà</a> </li>
</ul>

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		<title>Pret a ecrire</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2008 16:52:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci sono situazioni in cui non puoi fare altro che dire &#8220;sottoscrivo&#8221;. Così risparmi pure la fatica di articolare un concetto di cui sei convinto con parole originali. Oggi mi è successo due volte, la prima con un articolo di Adriano Sofri. Ma non posso nè citarlo nè linkarlo, perchè l&#8217;ho sentito alla rassegna stampa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left">Ci sono situazioni in cui non puoi fare altro che dire &#8220;sottoscrivo&#8221;. Così risparmi pure la fatica di articolare un concetto di cui sei convinto con parole originali. Oggi mi è successo due volte, la prima con un articolo di <strong>Adriano Sofri.<strike> </strike></strong><strike>Ma non posso nè citarlo nè linkarlo, perchè l&#8217;ho sentito alla rassegna stampa di Bordin a Radio Radicale, e sul sito del Foglio oggi c&#8217;è solo un paginone sulla moratoria per l&#8217;aborto, e &#8220;<em>Il sito è in ristrutturazione&#8221;.</em> Mala tempora Currunt. Se lo trovo poi lo linko.</strike> Parla dei Radicali, di Veltroni e delle alleanze elettorali. (Trovato oggi, sul sito RnP: <a target="_blank" href="http://www.rosanelpugno.it/rosanelpugno/node/17903" title="Adriano Sofri suk Foglio: i Radicali e il PD">eccolo</a>)<br />
La seconda invece l&#8217;ho trovata sul sul <a target="_blank" href="http://www.freddynietzsche.com" title="Freddie Nietzsche">blog di Matteo Bordone</a>. <a target="_blank" href="http://www.freddynietzsche.com/2008/02/senza_sem_e_senza_cam.php">Qui</a>. E ve la sintetizzo.</p>
<blockquote><p><em>Questa questione della Fiera del Libro di Torino e la polemica relativa all&#8217;invito di Israele come paese ospite. Ecco: la polemica è una buffonata. Israele è un paese e ha una cultura. Se ne facciano una ragione sia Tariq Ramadan che quelli che gli vanno dietro e fanno dei distinguo di &#8216;sta minchia.<br />
Le richieste di boicottaggio o di bilanciamento vanno rimandate al mittente con una pernacchia. Da qualunque posto vengano e in qualunque lingua siano.<br />
Questa è la posizione di Freddy Nietzsche. Shalom. Salaam. Arrivederci.</em></p></blockquote>
<p>Ed è, nel nostro modestissimo, la posizione -se non equivocate maliziosamente- di questo irrilevante blog. </p>

	<h4>Vedi anche:</h4>
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	<li><a href="http://www.cronopio.info/quando-un-italiano-si-scatena/" title="Quando un italiano si scatena (4 luglio 2010)">Quando un italiano si scatena</a> </li>
	<li><a href="http://www.cronopio.info/presentazione-del-libro-autodafe-l11-aprile-a-napoli/" title="Presentazione del libro Autodafé l&#8217;11 aprile a Napoli (6 aprile 2007)">Presentazione del libro Autodafé l&#8217;11 aprile a Napoli</a> </li>
	<li><a href="http://www.cronopio.info/scritture/" title="Scritture (20 agosto 2007)">Scritture</a> </li>
	<li><a href="http://www.cronopio.info/per-essere-chiari/" title="Per essere chiari (9 febbraio 2008)">Per essere chiari</a> </li>
</ul>

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