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	<title>DailyBlog.it» Con Scienza</title>
	
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		<title>Il parco auto in Italia non è verde</title>
		<link>http://www.dailyblog.it/il-parco-auto-in-italia-non-e-verde/12/09/2011/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 09:04:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“La coscienza ecologica degli italiani sta crescendo, ma è necessario fare di più” sostiene l&#8217;Osservatorio Metanauto (l&#8217;ente che si occupa delle ricerche sul metano per auto) a seguito della diffusione dei dati del parco auto in Italia. Delle 36.651.669 autovetture circolanti in Italia all&#8217;inizio del 2011 ben il 93,58% era costituito da modelli con alimentazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“La coscienza ecologica degli italiani sta crescendo, ma è necessario fare di più” sostiene l&#8217;Osservatorio Metanauto (l&#8217;ente che si occupa delle ricerche sul metano per auto) a seguito della diffusione dei dati del parco auto in Italia. Delle 36.651.669 autovetture circolanti in Italia all&#8217;inizio del 2011 ben il 93,58% era costituito da modelli con alimentazione tradizionale, cioè a benzina o a gasolio. La presenza di auto “verdi” sulle strade italiane è quindi irrisoria:  le vetture a metano costituiscono, infatti, l’1,80% del parco, quelle a gpl sono il 4,62%, mentre per le auto elettriche la quota è praticamente nulla (0,003%), dato che, secondo l’Aci, gli esemplari circolanti all’inizio del 2011 erano soltanto 1.279.</p>
<p>&#8220;Veramente pochi – commenta l&#8217;Osservatorio &#8211; se si pensa al gran parlare che si fa da anni delle virtù taumaturgiche dell&#8217;auto elettrica e se si pensa ai consistenti investimenti fatti da molti Stati per favorire la mobilità elettrica&#8221;. Un ruolo importante nello stop alla diffusione delle auto ecologiche lo ha giocato sicuramente la decisione del Governo di porre fine agli incentivi. Confrontando infatti i dati delle vendite di auto a metano negli anni scorsi “emerge con grande chiarezza l&#8217;importanza degli aiuti pubblici alle scelte ecologiche” dice l&#8217;Osservatorio Metanaut. Nel 2008 la quota delle vetture a metano sulle immatricolazioni era del 3,66%, nel 2009 con gli incentivi è passata al 5,92%, nel 2010 (quando già non c&#8217;erano più gli incentivi) è scesa a 3,34% e nei primi cinque mesi del 2011 è scesa ulteriormente all&#8217;1,92%&#8221;.</p>
<p>La conclusione sembra quindi scontata, nonostante &#8220;la coscienza ecologica delle persone stia crescendo, se si vuole affrontare veramente la questione ambientale occorre che ci sia anche un sistema di premi (incentivi) per chi sceglie l&#8217;auto verde&#8221;. &#8220;Sarebbe quindi opportuno -sostiene Dante Natali, a capo dell&#8217;Osservatorio Metanauto e presidente di Federmetano- che si creassero nuovamente le condizioni per rilanciare tutti i possibili consumi automobilistici virtuosi in termini ambientali, considerando anche che ci sono soluzioni, come il metano, che hanno già dimostrato la loro efficacia nella riduzione delle emissioni&#8221;.</p>
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		<title>Nazioni Unite: rinnovare il futuro si può, sono le lobby petrolifere a non volerlo</title>
		<link>http://www.dailyblog.it/nazioni-unite-rinnovare-il-futuro-si-puo-sono-le-lobby-petrolifere-a-non-volerlo/16/05/2011/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 07:29:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mentre nel mare Adriatico si cerca il petrolio, le Nazioni Unite cambiano rotta e vanno nella direzione delle energie rinnovabili. Il 9 maggio è stato presentato a Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, il rapporto “Relazione speciale sulle fonti energetiche rinnovabili” redatto dall&#8217;Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), un istituto delle Nazioni Unite che si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre nel mare Adriatico <a href="http://www.dailyblog.it/petrolio-a-rischio-le-isole-tremiti/13/04/2011/" target="_blank">si cerca il petrolio</a>, le Nazioni Unite cambiano rotta e vanno nella direzione delle energie rinnovabili. Il 9 maggio è stato presentato a Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, il rapporto “Relazione speciale sulle fonti energetiche rinnovabili” redatto dall&#8217;<em>Intergovernmental Panel on Climate Change </em>(IPCC), un istituto delle Nazioni Unite che si occupa di monitorare il global worming, meglio conosciuto come riscaldamento globale.</p>
<p>Secondo gli studiosi le energie rinnovabili potrebbero soddisfare tutte le richieste energetiche del pianeta. Già <a href="http://www.dailyblog.it/il-pianeta-rinnovato/09/02/2011/" target="_blank">altri studi</a> avevano dimostrato la possibilità di sostituire completamente le fonti fossili con energie pulite, come acqua, sole e vento. Questa volta però a dirlo sono le Nazioni Unite.</p>
<p>Attualmente le energie rinnovabili ricoprono il 13% del fabbisogno mondiale, con punte del 19% per la produzione di elettricità. Non è un dato soddisfacente. Secondo il WWF, infatti, l’energia eolica potrebbe soddisfare da sola il doppio dell’attuale domanda energetica mondiale, quella geotermica più del doppio e quella solare potrebbe fornire una quantità di energia da 3 a 100 volte superiore rispetto al consumo energetico globale.</p>
<p>Le tecnologie per la transizione verde non mancano. Già oggi sarebbero pronte per una simile prestazione. Cosa limita tale passo avanti è spiegato dalle Nazioni Unite . Nel rapporto infatti si legge che la transizione pulita sarebbe “osteggiata da forti barriere di ordine politico che impediscono di utilizzare interamente questo potenziale”. Non è certo questa la novità. Il vero passo avanti è che questa volta ad affermarlo non è un&#8217;associazione ambientalista o un estremista ecologista, ma un organismo istituzionale come le Nazioni Unite attraverso un proprio istituto, l&#8217;IPCC appunto.</p>
<p>Secondo gli esperti delle Nazioni Unite le fonti rinnovabili sono la nuova frontiera, non solo in fatto di disponibilità e competitività dei costi, ma anche per una concezione più democratica dell’assetto energetico mondiale: tutti i  Paesi hanno infatti “accesso a una o più fonti di energia rinnovabile, a differenza dei combustibili fossili e nucleari”. Non solo, l&#8217;utilizzo delle fonti rinnovabili aiuta a contrastare il surriscaldamento globale, considerando che “per mantenere il pianeta al di sotto della soglia di pericolo dei 2 gradi, approvata dalla <em>Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici</em> (UNFCCC), le emissioni di gas serra globali devono cominciare a diminuire entro il 2015”.</p>
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		<title>Nucleare. Il Governo ci ripensa, o forse no?</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Apr 2011 08:43:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Governo ci ripensa, e dopo quasi tre anni dal decreto legge che rilanciava il nucleare in Italia (n. 112 del 25 giugno 2008, ndr) ha inserito nel decreto Omnibus l&#8217;abrogazione delle norme necessarie per la costruzione di nuovi impianti. Con questa modifica il governo propone &#8220;l&#8217;abrogazione di disposizioni relative alla realizzazione di nuovi impianti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/04/nucleare.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-79190" style="margin: 5px" src="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/04/nucleare-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il Governo ci ripensa, e dopo quasi tre anni dal decreto legge che rilanciava il nucleare in Italia (n. 112 del 25 giugno 2008, <em>ndr</em>) ha inserito nel decreto Omnibus l&#8217;abrogazione delle norme necessarie per la costruzione di nuovi impianti. Con questa modifica il governo propone &#8220;l&#8217;abrogazione di disposizioni relative alla realizzazione di nuovi impianti nucleari&#8221; e di non procedere &#8220;alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare&#8221;.</p>
<p>Le prime valutazioni di questo ripensamento sono positive. Secondo il WWF, infatti, “dopo decine di dichiarazioni caratterizzate da inossidabili certezze, dopo aver messo a rischio proprio nella prospettiva del nucleare anche la crescita delle energie rinnovabili, il Governo ci ripensa”. L&#8217;associazione coglie l&#8217;occasione per precisare: “I motivi di questa scelta sono fin troppo evidenti, ma nel merito è comunque una straordinaria vittoria del Paese che ha dato un segnale inequivocabile con la mobilitazione referendaria”.</p>
<p>Leggendo più attentamente il decreto si scopre che “l&#8217;emendamento di sospensione <em>sine die</em> del programma nucleare presentato al Senato – spiega Stefano Leoni, presidente di WWF Italia &#8211; ha le conseguenze di un&#8217;abrogazione delle disposizioni sottoposte a quesito referendario, ma non del complesso di norme che hanno rilanciato il nucleare in Italia. Questo significa che in realtà si dovrebbe andare in ogni caso alle urne&#8221;.</p>
<p>Della stessa idea è Greenpeace che parla di &#8216;furbizia preventiva&#8217;. Il direttore esecutivo di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, commenta così la notizia: “Il Governo ha paura dell&#8217;opinione degli elettori. È un caso di &#8216;furbizia preventiva&#8217; che coglie un dato reale: la forte opposizione degli italiani al nucleare”. Il via libera a questa modifica potrebbe portare a un superamento del referendum sul nucleare del prossimo 12-13 giugno, il Governo quindi vorrebbe “prendere tempo, abrogando solo alcuni punti della legge, per evitare che gli italiani si esprimano attraverso il referendum e poi tornare a riproporre il nucleare tra un anno&#8221; conclude Onufrio.</p>
<p>L&#8217;idea delle associazioni che si sono sempre battute contro il ritorno del nucleare, quindi, è quella che il tentativo nascosto di questa scelta del Governo, sarebbe quella di depotenziare i fondamentali referendum del 12 e 13 giugno. Oltre al quesito sul nucleare, gli italiani dovranno decidere su lodo Alfano e acqua pubblica. Quest&#8217;ultimo un “tema di assoluta importanza, simbolo anche di una tendenza alla privatizzazione spinta che mette in gioco anche beni comuni essenziali da cui dipende la qualità della vita di tutti” conclude Leoni.</p>
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		<title>Petrolio: a rischio le Isole Tremiti</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2011 15:16:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il mediterraneo è a rischio secondo associazioni, partiti politici, sindaci e cittadini. La causa è il decreto 126 del 29 marzo 2011, con il quale la Ministra dell&#8217;Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha dato l&#8217;autorizzazione alla perforazione dei fondali marini al largo delle Isole Tremiti. Già un anno fa regione Puglia, provincia di Foggia, parlamentari italiani ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/04/tremiti.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-77991" style="margin: 5px;" src="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/04/tremiti-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> Il mediterraneo è a rischio secondo associazioni, partiti politici, sindaci e cittadini. La causa è il decreto 126 del 29 marzo 2011, con il quale la Ministra dell&#8217;Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha dato l&#8217;autorizzazione alla perforazione dei fondali marini al largo delle Isole Tremiti.</p>
<p>Già un anno fa regione Puglia, provincia di Foggia, parlamentari italiani ed europei si erano mobilitati per evitare che si svolgessero ricerche petrolifere al largo delle isole Tremiti, paradiso naturale tutelato dal parco nazionale del Gargano. Il caso pareva risolto. Dopo lo sversamento in mare di oltre 5 milioni di litri di petrolio dalla piattaforma Deepwater Horizon, esattamente un anno fa, il via libera era stato cancellato.</p>
<p>Ora però la Petroceltic Elsa, multinazionale irlandese, potrà quindi iniziare le trivellazioni nel mare Adriatico, a 26 chilometri dalle isole Tremiti e a circa 40 dalle spiagge Termoli.</p>
<p>Dopo la scoperta di grandi giacimenti di gas e altri idrocarburi sui fondali profondi del Mediterraneo, al largo di Israele e al largo del delta del Nilo, si è aperta una caccia al tesoro che rischia di danneggiare irrimediabilmente ambienti unici per la biodiversità marina, protetti in base a convenzioni internazionali.</p>
<p>&#8220;Si è dimostrata per l&#8217;ennesima volta l&#8217;incapacità di raccogliere gli insegnamenti che derivano dai disastri, come quello recente della BP nel Golfo del Messico, per arrivare a fare scelte compatibili con l&#8217;ambiente”, ha dichiarato Antonio de Feo, presidente di WWF Puglia. Quello che arriva dalla Puglia è quindi un muro di no contro le trivellazioni nell&#8217;Adriatico, a partire dal governatore della regione, Nichi Vendola, che ha criticato il Ministro: “E’ semplicemente assurdo autorizzare una ricerca di petrolio a poca distanza dalle isole Tremiti e dal quel magnifico patrimonio ambientale che è la riserva marina presente”. Il governatore pugliese ha poi fatto sapere che farà “tutto il possibile per opporsi alla ricerca di petrolio nel mare delle Isole Tremiti”.</p>
<p>Il rischio principale è quello dei danni che la ricerca di petrolio potrebbe portare all&#8217;ecosistema marino. Le ricerche saranno svolte con una tecnica detta “air gun”, che consiste nella generazione di onde sonore e potrebbe creare gravi problemi alla fauna marina. &#8220;I fondali nel Mediterraneo sono ricchi di vita, di specie uniche presenti nel nostro mare. Non possiamo permettere che prospezioni ‘alla cieca’ provochino danni irreversibili alla biodiversità delle acque profonde&#8221;, dichiara Marco Costantini, responsabile del Programma Mare del WWF Italia. &#8220;Questi ecosistemi marini esistono solo nel nostro mare, sono fragili e vulnerabili ad ogni interferenza con le attività umane, si sono evoluti in una condizione stabile dove la scarsa disponibilità energetica ha condotto alla nascita di ecosistemi particolarmente rari”.</p>
<p>Intanto dalla Puglia arriva un monito alle regioni Abruzzo e Molise. &#8220;Trovo singolare che le Regioni Molise e Abruzzo non abbiano avuto la sensibilità, l&#8217;attenzione ed il tempo per esprimersi”, ha infatti dichiarato Nichi Vendola. Perplessità sull&#8217;operato della regione Abruzzo arrivano anche da Pio Luigi Staniscia, presidente dell&#8217;associazione Le Cinque Isole: “Cosa sta facendo il vostro governatore per impedire le trivellazioni? Se mettono le petroliere al largo del mare di Vasto (provincia di Chieti, ndr) noi non le vedremmo nemmeno, ma sarebbe una catastrofe per chi vive essenzialmente di turismo”.</p>
<p>Insieme ai sindaci pugliesi, all&#8217;ente Parco Nazionale del Gargano e alla regione Puglia, si schiera anche il Touring Club Italiano per dire no al progetto. “Siamo al fianco delle maggiori istituzioni pugliesi e, come un anno fa, ci appelliamo nuovamente al Ministero affinché non confermi il via libera alle trivellazioni” &#8211; afferma Fabrizio Galeotti, direttore generale del Tci &#8211; “A nome del Touring invito il Ministero a tutelare il patrimonio prezioso che la natura ci ha regalato e a rivedere l’autorizzazione al progetto per le trivellazioni. La terra e il mare da consegnare integri alle generazioni future sono un bene pubblico che deve essere rispettato e protetto, in primis dallo Stato”.</p>
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		<title>Acqua. Le sorgenti private</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Mar 2011 07:37:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che l&#8217;acqua e la sua gestione sono questioni centrali in Italia è stato confermato da un milione e 400 mila cittadini, impegnati in prima persona per chiedere attraverso un referendum, di modificare la legge che obbliga la privatizzazione del servizio idrico. Ma mentre il dibattito tra pubblico e privato per la gestione del servizio idrico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che l&#8217;acqua e la sua gestione sono questioni centrali in Italia è stato confermato da un milione e 400 mila cittadini, impegnati in prima persona per chiedere attraverso un <a href="http://www.dailyblog.it/referendum-il-governo-fissa-la-data-si-votera-12-e-13-giugno-italiani-alle-urne-su-nucleare-acqua-e-legittimo-impedimento/23/03/2011/">referendum</a>, di modificare la legge che obbliga la privatizzazione del servizio idrico. Ma mentre il dibattito tra pubblico e privato per la gestione del servizio idrico è ancora in corso, in Italia esiste già una forma di privatizzazione dell’acqua, quella delle sorgenti.</p>
<p>La denuncia arriva dall&#8217;annuale rapporto di Legambiente e Altreconomia, “Acque minerali: la privatizzazione delle sorgenti in Italia”, in cui si fa il quadro aggiornato sulle concessioni rilasciate dalle Regioni alle società che imbottigliano l’acqua. Il rapporto, realizzato attraverso un questionario inviato a tutte le amministrazioni regionali e alle province autonome di Trento e Bolzano – da notare che solo la regione Sicilia non ha risposto – mette in evidenza il netto contrasto esistente tra il volume di affari del settore e i prezzi molto bassi che le aziende che imbottigliano l&#8217;acqua pagano per lo sfruttamento delle sorgenti.</p>
<p>L’Italia, con 192 litri di acqua minerale procapite, si conferma il Paese con il più alto consumo di acqua in bottiglia in Europa, il doppio rispetto alla media europea. Subito dopo troviamo la Germania (160 litri procapite), Spagna (123), Belgio (122) e Svizzera (120) e all’ultimo posto Russia e Regno Unito dove si consumano rispettivamente 22 e 25 litri per abitante. Per soddisfare l&#8217;elevato tasso di consumo, nel 2009 in Italia sono stati imbottigliati 12,4 miliardi di litri generando un volume di affari di 2,3 miliardi di euro nel 2009, rimasto invariato rispetto all’anno precedente, ma in continua ascesa negli ultimi trent’anni. Alla crescita smisurata dei consumi non è corrisposta un proporzionale aumento dei canoni versati alle Regioni. In alcuni casi, infatti, le tariffe che le società imbottigliatrici versano alle amministrazioni sono stabilite per un regio decreto, come in Molise, o da regolamenti di oltre 30 anni fa, come la legge regionale del 1977 della Liguria.</p>
<p>Un primo passo che le amministrazioni dovrebbero compiere è, quindi, l&#8217;aggiornamento delle tariffe. Secondo il dossier di Legambiente e Altroconsumo, però, l&#8217;Italia è ancora lontana dall&#8217;adeguamento delle leggi regionali sui canoni di concessione delle sorgenti alle linee guida nazionali del 2006, che prevedono tre tariffe: da 1 a 2,5 euro per metro cubo o frazione di acqua imbottigliata; da 0,5 a 2 euro per metro cubo o frazione di acqua utilizzata; almeno 30 euro per ettaro o frazione di superficie concessa.</p>
<p>Le Regioni dovrebbero quindi avviare un processo di revisione dei canoni di concessione che porterebbe un aumento dei fondi incassati necessari per i controlli e lo smaltimento delle bottiglie di plastica. Con le tariffe attuali molte amministrazioni locali non riescono a coprire le spese di gestione dell&#8217;imbottigliamento.</p>
<p>Dal 2006 ad oggi sono solo 13 le Regioni che hanno varato una nuova normativa per adeguarsi alle linee guida nazionali, mentre alcune regolano ancora i canoni di concessione con leggi del secolo scorso. Le uniche regioni promosse da Legambiente e Altroconsumo sono infatti il Lazio, perché ha previsto i maggiori canoni per le concessioni sulle acque minerali, e l&#8217;Abruzzo che ha adeguato i canoni alle linee guida nazionali. Piemonte, Basilicata e Campania, sono rimandate perché prevedono canoni molto bassi, al di sotto di 1 euro per metro cubo imbottigliato. Mentre è prevista la bocciatura per chi ha tariffe sulla base della superficie concessa, come avviene per la Liguria, il Molise, l&#8217;Emilia Romagna, la Sardegna, la Puglia e la Provincia autonoma di Bolzano.</p>
<p>&#8220;Nonostante alcune novità, sono ancora irrisori i canoni che le aziende imbottigliatrici corrispondono alle Regioni &#8211; dichiara Pietro Raitano, direttore del mensile Altreconomia- Se venissero fissate tariffe adeguate, assisteremmo a un riallineamento dei prezzi al consumo, che sarebbero più corrispondenti ai reali costi dell&#8217;acqua minerale. Il bisogno di acqua in bottiglia diminuirebbe, portando il nostro Paese nella media europea”. I vantaggi di una diminuzione del consumo di acqua in bottiglia sono molti, a partire da una riduzione dell&#8217;inquinamento. “Vedremo in giro meno camion carichi di bottiglie e meno plastica tra i rifiuti &#8211; continua Raitano &#8211; È giunto il momento di ribadire che le esigenze dei cittadini vengono prima di quelle delle aziende imbottigliatrici, alle quali pertanto non dovrà più essere permesso di privatizzare di fatto le fonti togliendo acqua ai cittadini, come invece è accaduto e accade ancora per alcune concessioni, al Nord come al Sud Italia&#8221;.</p>
<p>Il &#8216;business dell’oro blu in bottiglia&#8217;, infatti continua ad essere insostenibile per la collettività dal punto di vista economico e ambientale poiché prevede l’utilizzo di oltre 350mila tonnellate di PET, per un consumo di circa 700mila tonnellate di petrolio e l’emissione di quasi 1 milione di tonnellate di CO2. Delle bottiglie utilizzate il 78% sono in plastica e solo un terzo viene riciclato mentre i restanti due terzi finiscono in discarica o in un inceneritore. Ad alto impatto ambientale è anche il trasporto visto che solo il 15% delle bottiglie viaggia su ferro, mentre il resto si muove sul territorio nazionale su gomma, su grandi e inquinanti TIR. Proprio per questo secondo Legambiente e Altreconomia, un processo di revisione e innalzamento dei canoni consentirebbe anche di “ripagare” il territorio dell’impatto di queste attività, recuperando fondi da destinare a nuove finalità ambientali.</p>
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		<title>Le bugie sul nucleare</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Mar 2011 09:57:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[SONDAGGIO &#124; “Inutile farsi prendere dalle emozioni” ha dichiarato il Ministro per l&#8217;Ambiente Stefania Prestigiacomo, perché ciò che è accaduto in Giappone è un fatto straordinario e “non potrà mai avvenire da noi” in Italia. Questo è il consiglio di esponenti del Governo Italiano dopo i danni alla centrale nucleare di Fukishiama. Una dichiarazione che, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/03/nucleare.jpg"><img class="alignleft" style="margin: 5px;" src="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/03/nucleare-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.dailyblog.it/sondaggio-sei-pro-o-contro-il-nucleare-in-italia/04/05/2010/" target="_blank">SONDAGGIO</a> | “Inutile farsi prendere dalle emozioni” ha dichiarato  il Ministro per l&#8217;Ambiente Stefania Prestigiacomo, perché ciò che è accaduto in Giappone è un fatto straordinario e “non potrà mai avvenire da noi” in Italia. Questo è il consiglio di esponenti del Governo Italiano dopo i danni alla centrale nucleare di Fukishiama. Una dichiarazione che, nonostante vada in direzione opposta rispetto alla volontà generale, dice con chiarezza che il “nucleare s&#8217;ha da fare”.</p>
<p>Senza farsi prendere dalle emozioni del momento, il WWF ha bollato come “Cinismo disinformato” le dichiarazioni dei nuclearisti, di Governo e non, che ribadiscono la scelta atomica come fondamentale per il futuro energetico del Paese. Disinformato perché si basa su fonti non vere, a partire dal pericolo tsunami. In Italia, infatti, a seguito del terremoto avvenuto nello Stretto di Messina nel 1908, si è verificato un maremoto con onde alte fino a 12 metri. “Cosa sarebbe avvenuto se lungo la costa ci sarebbero state centrali nucleari?” è la domanda che si pone il WWF.</p>
<p>Anche la sicurezza delle nuove centrali sembra essere smentita, “poiché il reattore EPR (quello di ultima generazione,<em> ndr</em>) in realtà è ancora un prototipo e non ha ancora risolto questioni fondamentali di sicurezza come hanno rilevato le Autorità per la sicurezza nucleare di Francia, Gran Bretagna e Finlandia”, dichiara l&#8217;associazione ambientalista. Gli gli EPR, sostengono i nuclearisti, sono impianti che darebbero un contributo in termini di sostenibilità ambientale – possono utilizzare combustibili come  il MOX (mixed oxide fuel), ovvero combustibile a ossidi misti di uranio e plutonio recuperati dal riprocessamento delle scorie provenienti da altri impianti o da armi nucleari – ma anche, e soprattutto, di sicurezza. Questi reattori, i più grandi mai progettati con 1600 Mw di potenza, presentano clamorose falle nel sistema di sicurezza, si legge nel dossier redatto dalle Autorità per la sicurezza nucleare di Francia, Gran Bretagna e Finlandia. I reattori Epr sono costruiti con tecnologie digitali, e non più analogici come in passato, e per questo non assicurano una affidabilità adeguata e rischiano perciò di non garantire il controllo del reattore in caso di necessità; inoltre il sistema di sicurezza potrebbe non entrare in funzione in caso di necessità perché dipendente dal sistema di controllo ordinario.</p>
<p>Il nucleare non sarebbe necessario neanche per garantire l&#8217;indipendenza energetica italiana, è l&#8217;ultima bugia svelata dal WWF, visto che il Bel Paese può contare su una potenza installata di oltre 105mila MW, mentre  il picco dei consumi ha superato di poco i 50.000 Mw. E non ne avrà bisogno neanche in futuro, nonostante il trend consumi siano in netta crescita. Secondo la “<a href="http://www.dailyblog.it/road-map-to-2050-le-linee-guida-per-leconomia-verde/11/03/2011/">Road Map to 2050”</a>, infatti, nei prossimi 40 anni sarà possibile la transizione ad un&#8217;economia verde, con basso consumo di fonti fossili e nucleare.</p>
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		<title>Road map to 2050: le linee guida per l’economia verde</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Mar 2011 08:47:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un obiettivo ambizioso quello che si è posto la Commissione Europea, ma, per dirla con le parole del Commissario Europeo per il Clima, “operativamente e tecnicamente conveniente”. Entro il 2020 i Paesi dell&#8217;Unione dovranno ridurre le emissioni di gas serra del 20%, ricavare il 20% dell&#8217;energia da fonti rinnovabili e tagliare del 20% il consumo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un obiettivo ambizioso quello che si è posto la Commissione Europea, ma, per dirla con le parole del Commissario Europeo per il Clima, “operativamente e tecnicamente conveniente”. Entro il 2020 i Paesi dell&#8217;Unione dovranno ridurre le emissioni di gas serra del 20%, ricavare il 20% dell&#8217;energia da fonti rinnovabili e tagliare del 20% il consumo energetico. Queste le nuove proposte per accrescere entro il 2020 l&#8217;efficienza energetica e creare entro il 2050 una vera economia a basse emissioni di CO2, con un risparmio per le famiglie di 1000 euro all&#8217;anno e la creazione di 2 milioni di nuovi posti di lavoro.</p>
<p>“Dobbiamo iniziare il passaggio verso un&#8217;economia low carbon da subito. Più si aspetta, più sarà costosa l&#8217;operazione. La buona notizia è che non abbiamo bisogno di aspettare innovazioni tecnologiche: questo tipo di economia può nascere sviluppando ulteriormente tecnologie già esistenti – ha spiegato Connie Hedegaard, Commissario europeo per il Clima &#8211; Ma in questa fase più che mai è necessario il concorso di tutte le forze, incluse agricoltura, trasporti e costruzioni”. Transizione quanto mai necessaria: l&#8217;Europa è fortemente dipendente dall&#8217;importazione di petrolio e, in questo periodo di instabilità, il prezzo è salito vertiginosamente. Le conseguenze è il Commissario europeo a spiegarle: “L&#8217;Europa paga ogni anno di più per la sua bolletta energetica, diventando sempre più vulnerabile agli shock energetici”.</p>
<p>Le linee guida per il raggiungimento di questi obiettivi sono contenute all’interno della “Roadmap to 2050”, il documento programmatico per un&#8217;economia europea green, presentato l&#8217;8 marzo scorso  a Bruxelles. “L&#8217;impegno dell&#8217;Ue è quello di porre in essere politiche che portino a un&#8217;economia sempre più verde, limitando l&#8217;incremento della temperatura globale sotto i 2° indicati dalle conferenze sul clima di Copenhagen e Cancun” ha spiegato Nathalie Creste Manservisi della Direzione Generale Clima della Commissione nel suo intervento presso la Rappresentanza italiana della Commissione.</p>
<p>Il nuovo piano per l&#8217;efficienza energetica prevede alcune misure atte al raggiungimento degli obiettivi fissati: potenziare le tecnologie pulite già esistenti, diffondere le energie rinnovabili e promuovere la distribuzione dell&#8217;energia elettrica attraverso sistemi di smart grid. &#8220;Verranno previsti strumenti di finanza innovativa per fare sì che i fondi pubblici siano di stimolo al contributo dei privati. Investimenti che non rappresentano dei costi per i paesi Ue. Al contrario, permetteranno di creare occupazione e di dimezzare le importazioni di idrocarburi, proteggendo il Pil europeo da eventuali shock energetici&#8221; continua Nathalie Creste Manservisi.</p>
<p>Infatti, secondo le stime dell&#8217;Ue, la “Roadmap to 2050” permetterà un risparmio medio annuo sui combustibili compreso tra i 175 e i 320 miliardi di euro nei prossimi quarant&#8217;anni, con una riduzione di circa il 30% del consumo primario di energia rispetto al 2005, senza alcun peggioramento dei servizi energetici. Nel 2050 sarà possibile risparmiare 400 miliardi sull&#8217;acquisto di petrolio e di gas (oltre il 3% del Pil odierno). La diffusione delle rinnovabili migliorerà la qualità dell&#8217;aria e quindi la salute dei cittadini, con un alleggerimento della spesa sanitaria di 27 miliardi nel 2030 e 88 miliardi nel 2050.</p>
<p>Nei prossimi mesi la Commissione Europea dovrà trasformare le indicazioni in una vera e propria proposta legislativa, che punti a “creare da qua al 2050 un’economia decarbonizzata che utilizza efficacemente le risorse e per collocare l’UE alla punta dell’innovazione” ha dichiarato Günther Oettinger, commissario Ue per l’Energia.</p>
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		<title>Inchiesta: Il viaggio della marea nera</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 10:22:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dove viene smaltito l&#8217;olio combustibile che si è riversato in mare dopo l&#8217;incidente avvenuto a Porto Torres a gennaio? E&#8217; la domanda che si pone l&#8217;associazione Civiltà Futura. Nonostante non si sia data molta importanza alla marea nera sarda, gli abitanti dell&#8217;isola continuano a chiedersi chi pagherà i danni causati dal combustibile nel mare del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/03/portotorres.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-69419" style="margin: 5px;" src="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/03/portotorres-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Dove viene smaltito l&#8217;olio combustibile che si è riversato in mare dopo l&#8217;incidente avvenuto a Porto Torres a gennaio? E&#8217; la domanda che si pone l&#8217;associazione Civiltà Futura. Nonostante non si sia data molta importanza alla marea nera sarda, gli abitanti dell&#8217;isola continuano a chiedersi chi pagherà i danni causati dal combustibile nel mare del bel Paese.</p>
<p>Il rispetto per l&#8217;ambiente dichiarato sul proprio sito dall&#8217;E-On, l&#8217;azienda responsabile della fuoriuscita dell&#8217;olio combustibile, fa a &#8216;cazzotti&#8217; con la proposta avanzata per valutare la quantità di petrolio ancora presente nelle acque sarde: allevare cozze nelle aree contaminate per poi pescarle ed esaminarle. Le cozze fanno da &#8216;filtro&#8217; all&#8217;ambiente in cui vivono, quindi, se all&#8217;interno dei mitili verrà trovato del catrame bisognerà ripartire con la bonifica delle acque. Questa è per il momento solo una proposta, manca ancora il via libera da parte degli enti locali, ma ha già sollevato dei dubbi e le reazioni degli abitanti della zona. “Fate mangiare le cozze di Porto Torres ai vertici dell&#8217;E-On” si legge si legge sul gruppo Facebook &#8216;Disastro ambientale a Porto Torres e Platamona: vogliamo risposte!&#8217;.</p>
<p>I problemi derivanti dalla piccola Louisiana italiana, quindi, non sono ancora risolti. Le segnalazioni di avvistamento di petrolio derivante dalla centrale dell&#8217;E-On arrivano da diverse parti delle coste. Qualche giorno fa il combustibile si è materializzato a Baja Sardinia e ci sono tracce di catrame anche nel vicino borgo di Cannigione.</p>
<p>“Le nostre squadre hanno raccolto altri sacchetti di catrame da Cala Battistoni” ha diciarato il sindaco del borgo Piero Filigheddu. Ma le preoccupazioni più grandi non derivano dal “materiale spiaggiato perché sulla sabbia possiamo intervenire”, ma dalle scogliere macchiate dal catrame. “Per le scogliere macchiate serve un intervento diverso, bisogna capire subito quanto sia esteso il problema. E soprattutto bisogna fare presto” conclude Filigheddu.</p>
<p>Intanto la Regione ha dichiarato la fine dell&#8217;emergenza legata allo sversamento in mare dei 50 mila litri di olio combustibile, ma è evidente che la macchia nera si aggiri ancora tra le onda del mare sardo.</p>
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		<title>La casa del futuro produce più energia di quanto ne consumi</title>
		<link>http://www.dailyblog.it/la-casa-del-futuro-produce-piu-energia-di-quanto-ne-consumi/22/02/2011/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 08:14:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[energia]]></category>

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		<description><![CDATA[Alzarsi tutte le mattine e preparare il caffè, accendere il tostapane per un toast, lavarsi prima di uscire, ovviamente usando l&#8217;acqua calda. Come tutte le mattine poi si esce. Si accende l&#8217;auto per accompagnare i figli a scuola e per poi andare a lavoro. Finita la giornata si torna a casa: televisione accesa per ascoltare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/02/energieplus.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-66871" src="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/02/energieplus-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Alzarsi tutte le mattine e preparare il caffè, accendere il tostapane per un toast, lavarsi prima di uscire, ovviamente usando l&#8217;acqua calda. Come tutte le mattine poi si esce. Si accende l&#8217;auto per accompagnare i figli a scuola e per poi andare a lavoro. Finita la giornata si torna a casa: televisione accesa per ascoltare e ultime notizie, una doccia rapida per scrollarsi di dosso la fatica della giornata. Vestiti nella lavatrice, computer per controllare la posta elettronica e la radio per un po&#8217; di musica. La giornata tipo di una famiglia tedesca è uguale a quella di una famiglia in Italia. La differenza è che la famiglia tedesca, mentre svolge le normali attività quotidiane, riesce a produrre più energia di quanto se ne stia consumando.</p>
<p>Non è un film di fantascienza e neanche una favola per bambini. E&#8217; il progetto Energie-Plus Haus (in sostanza Casa che produce più energia di quanto ne consumi), presentato dallo studio ingegneristico Werner Sobek e sostenuto dal governo tedesco con circa 3 milioni di euro. he permetterà di costruire e sperimentare una casa in grado di produrre il doppio di energia di quanto ne consuma per il riscaldamento, per gli elettrodomestici e per l&#8217;auto elettrica le cui batterie potranno essere caricate nel garage. Un esperimento che ha come obiettivo quello di valorizzare il settore della bioedilizia e di migliorare l&#8217;efficienza energetica.</p>
<p>La casa sorgerà nel quartiere “buono” di Berlino Ovest, al numero 87 di Fasanenstrasse e conterrà tutti i comfort necessari per soddisfare i bisogni di una famiglia media: padre, madre e due figli. I 130 metri quadri calpestabili sono pensati per ottimizzare la conservazione del calore e la produzione di energia: tutte le pareti esterne sono coperte da pannelli fotovoltaici, una pompa per l&#8217;assorbimento del calore permetterà di sfruttare l&#8217;energia della terra (geotermia). Sfruttando la doppia fonte di energia (solare e geotermia) si riuscirà a ottenere energia con qualsiasi condizione climatica. Inoltre i materiali impiegati per la costruzione dell&#8217;intero edificio sono completamente riciclabili.</p>
<p>L&#8217;appartamento così pensato produrrà una quantità di energia doppia rispetto a quanto la “famiglia tipo” potrà consumarne, compreso il “pieno” per l&#8217;auto o la bici elettrica. Nel garage è previsto infatti l&#8217;impianto di ricarica del proprio mezzo di trasporto. Gli autori del progetto Energy-Plus Haus sono, infatti, in contatto con i grandi costruttori d&#8217;auto tedeschi, Volkswagen, Bmw, Mercedes e Opel, per studiare il miglior modo per ottimizzare il sistema di ricarica. E l&#8217;Energie-Plus, l&#8217;energia in più, sarà distribuita mediante la rete di distribuzione elettrica.</p>
<p>L&#8217;ultimo passo del progetto dello studio ingegneristico Werner Sobek, che ha vinto il concorso federale per il progetto di casa del futuro, è il calcolo di quanto potrà costare l’acquisto o l’affitto di un appartamento di questo tipo. Quello economico è infatti un aspetto decisivo per il successo di questa idea. Un edificio così costruito avrà sicuramente un costo maggiore di uno tradizionale, ma lo sviluppo di un mercato parallelo è reale, servono però politiche abitative in grado di valorizzare questa esperienza. Politiche che per ora in Italia non sono previste: nel Piano Casa 2011 infatti si discute di cubature degli stabili, ma non si trova traccia di efficienza energetica.</p>
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		<title>‘Tutti in classe A’. La classifica energetica degli edifici italiani</title>
		<link>http://www.dailyblog.it/tutti-in-classe-a-la-classifica-energetica-degli-edifici-italiani/16/02/2011/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 19:42:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Inchieste]]></category>
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		<description><![CDATA[Pareti senza isolamento, finestre sottili e montate male, serramenti e solai che facilitano le dispersioni di calore. Questa è la fotografia degli edifici italiani scattata da Legambiente e mostra come la struttura della quasi totalità degli edifici censiti sia responsabile di rilevanti dispersioni di calore, costringendo così ad un uso eccessivo di riscaldamento e condizionatori. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/02/termofoto.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-65657" style="margin: 5px;" title="termofoto" src="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/02/termofoto-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Pareti senza isolamento, finestre sottili e montate male, serramenti e solai che facilitano le dispersioni di calore. Questa è la fotografia degli edifici italiani scattata da Legambiente e mostra come la struttura della quasi totalità degli edifici censiti sia responsabile di rilevanti dispersioni di calore, costringendo così ad un uso eccessivo di riscaldamento e condizionatori. Il risultato è più che scontato: aumento dei costi in bolletta, diminuzione del confort e della vivibilità delle abitazioni e aumento delle emissioni di gas serra.</p>
<p>I tecnici di Legambiente hanno analizzato, tramite termografia (immagini in grado di evidenziare le caratteristiche termiche ed energetiche delle pareti esterne dell’edificio), cento strutture tra appartamenti e uffici, costruiti negli ultimi dieci anni, in 15 diverse città italiane. Il risultato non lascia spazi a dubbi: in Italia manca una “cultura del costruire sostenibile” ed è ciò che l&#8217;associazione ambientalista vuole promuovere con la campagna “Tutti in classe A”. Solo 11 edifici, infatti, sono stati promossi, tutti costruiti nella provincia di Bolzano. “Con le termofoto vogliamo rendere evidente quanto sia importante avere case ben progettate e costruite &#8211; ha dichiarato Edoardo Zanchini, responsabile Energia di Legambiente – Ciò che emerge è che una casa di &#8216;Classe A&#8217;, ossia con un bassissimo fabbisogno di energia per il riscaldamento, garantisce una migliore qualità della vita agli abitanti e, a parità di comfort, può ridurre sensibilmente la spesa per il riscaldamento invernale e fare a meno dei condizionatori d’estate, permettendo un risparmio tra i 200 e i 500 euro annui a famiglia”.</p>
<p>Bocciata anche l&#8217;edilizia pubblica: dei 19 edifici presi in considerazione, l&#8217;unico costruito con standard di edificio passivo CasaClima Gold è la nuova sede amministrativa della Provincia di Bolzano. Segno questo che gli enti locali, responsabili nel definire obiettivi, prestazioni e controlli in edilizia, devono ancora fare molta strada in materia di efficienza energetica.</p>
<p>La strada che gli enti locali devono percorrere è lunga anche per quel che riguarda i controlli. Legambiente ha valutato anche l’operato delle diverse Regioni, in qualità di responsabili dei controlli, sanzioni, criteri e riferimenti in materia di prestazioni energetiche in edilizia. Tra le diverse realtà emergono notevoli differenze. Ad essere promossi sono solo le province autonome di Trento e Bolzano, la Lombardia ed il Piemonte, dove le normative affrontano in maniera completa tutti gli aspetti di rendimento e certificazione energetica degli edifici, gli obblighi, i controlli e le sanzioni. Promosse, ma con riserva, Emilia-Romagna, Liguria e Puglia, dove mancano ancora dei tasselli a completare il quadro normativo. Bocciate per alcune lacune normative: Lazio, Umbria e Valle d’Aosta. In queste regioni le Leggi Regionali prevedono indicazioni ancora troppo generiche sull’efficienza energetica. Bocciate per incompletezza e inadeguatezza della normativa: Toscana, Veneto, Marche, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Sardegna, Sicilia, Abruzzo. Si tratta di intere aree del Paese in cui non esistono Leggi Regionali con obblighi sui rendimenti energetici degli edifici, sull’uso delle rinnovabili e sulla certificazione energetica. Per cui non si va oltre una generica promozione della sostenibilità in edilizia.</p>
<p>Il settore edilizio è quindi strategico per ridurre i consumi energetici e le conseguenti emissioni di anidride carbonica. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha infatti calcolato che il 33 per cento dei consumi energetici totali è dovuto agli usi civili. E&#8217; dunque importantissimo intervenire per recepire la Direttiva 31/2010 dell&#8217;Unione Europea, che ha introdotto un preciso obiettivo: dal 2021 tutti i nuovi edifici dovranno avere caratteristiche tali da non aver bisogno di apporti per il riscaldamento e il raffreddamento, oppure dovranno essere in grado di soddisfarli attraverso l’uso di fonti rinnovabili.</p>
<p>“L&#8217;Italia ha tutto l&#8217;interesse a percorrere questa strada &#8211; ha detto Zanchini &#8211; e vogliamo sollecitare Governo, Regioni e Comuni affinché accompagnino con regole chiare questa prospettiva. Ci sono stati ritardi in questi anni ma oggi la certificazione degli edifici è legge in tutta Italia, e quindi dobbiamo impegnarci per migliorare progressivamente gli obiettivi e gli standard energetici in modo da partecipare attivamente al raggiungimento degli obiettivi al 2021”.</p>
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		<title>L’Europa rimane indietro in innovazione scientifica</title>
		<link>http://www.dailyblog.it/leuropa-rimane-indietro-in-innovazione-scientifica/11/02/2011/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Feb 2011 12:15:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Con Scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[Il treno dell&#8217;innovazione è partito e l&#8217;Europa non è riuscita a salire, mentre Cina, Giappone e Stati Uniti continuano ad avanzare più velocemente. L&#8217;Unione va lentamente, quindi, al punto che sono stati rinviati di un decennio, dal 2010 al 2020, gli obiettivi del Processo di Lisbona: la riduzione dello svantaggio, in materia di progresso tecnologico, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-64170" href="http://www.dailyblog.it/leuropa-rimane-indietro-in-innovazione-scientifica/11/02/2011/ricerca-2/"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-64170" title="ricerca" src="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/02/ricerca-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><br />
<a href="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/02/ricerca.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-64170" title="ricerca" src="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/02/ricerca-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il treno dell&#8217;innovazione è partito e l&#8217;Europa non è riuscita a salire, mentre Cina, Giappone e Stati Uniti continuano ad avanzare più velocemente. L&#8217;Unione va lentamente, quindi, al punto che sono stati rinviati di un decennio, dal 2010 al 2020, gli obiettivi del Processo di Lisbona: la riduzione dello svantaggio, in materia di progresso tecnologico, rispetto ai concorrenti (Stati Uniti in primis), e l&#8217;innalzamento della spesa per la ricerca al 3% del Pil (ora la media europea è al 2%). Al già grave ritardo dell&#8217;Europa si aggiungono i tagli alla ricerca attuati da diversi stati membri che potrebbero rallentare ulteriormente l&#8217;attività di ricerca.</p>
<p>A conferma di ciò c&#8217;è la pubblicazione della classifica dell&#8217;innovazione (Innovatione Union Scoreboard 2010) elaborato dal Maastricht Economic and Social Research and Training centre on Innovation and Technology (UNU-MERIT) in collaborazione con il Centro comune di ricerca della Commissione europea (CCR). Dal rapporto emerge che in materia di innovazione scientifica il Brasile continua ad avanzare, la Cina è prossima a raggiungere l&#8217;Unione Europea che invece mantiene un vantaggio consistente su India e Russia ma è ancora indietro su Giappone e Stati Uniti.</p>
<p>I rettori delle università europee sono preoccupati dello stato della ricerca, tanto che hanno lanciato un appello ai leader dell&#8217;Unione Europea a potenziare gli investimenti a lungo termine nella ricerca di base. Il trattato di Lisbona prevedeva l&#8217;innalzamento della spesa pubblica per la ricerca al 3% del Pil, mentre la media degli investimenti per i 27 paesi dell&#8217;Unione è pari al 2,01%.</p>
<p>All&#8217;interno dei paesi dell&#8217;Unione esistono delle differenze. A trainare l&#8217;Europa sono Danimarca, Finlandia, Germania e Svezia, a cui seguono Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Slovenia e Inghilterra. L&#8217;Italia rientra tra gli “innovatori moderati” insieme a Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Spagna. I paesi meno innovatori del vecchio continente sono Bulgaria, Lituania e Romania.</p>
<p>I paesi del nord Europa confermano quindi la loro vocazione verso la ricerca scientifica, ed è questa la via d&#8217;uscita da seguire per generare una crescita economica in grado di generare posti di lavoro di qualità e indipendenti dalle oscillazioni economiche. Questa è l&#8217;idea anche di Jordi Alberch, vicedirettore della ricerca dell&#8217;Università di Barcellona, secondo cui bisogna generare conoscenza attraverso gli investimenti in ricerca.</p>
<p>L&#8217;Europa ci riprova. Persa l&#8217;occasione del 2010 con il Processo di Lisbona, è stato creato un nuovo progetto hanno creato un nuovo progetto, l&#8217;Unione dell&#8217;Innovazione, con il quale ci si impegna a creare un&#8217;economia sostenibile e a finanziare progetti che dovrebbero interessare i cittadini europei, dalla salute all&#8217;efficienza energetica. &#8220;L&#8217;Europa che sta uscendo dalla crisi deve fare i conti con una fortissima concorrenza a livello mondiale e, in questo contesto, innovare riveste carattere di urgenza” hanno dichiarato Máire Geoghegan-Quinn, commissaria europea per la ricerca, l&#8217;innovazione e la scienza e il vicepresidente Antonio Tajani, responsabile per l&#8217;industria e l&#8217;imprenditoria. Secondo i responsabili della commissione europea, “l&#8217;innovazione è la chiave per una crescita sostenibile e una società più giusta ed ecologica. Un cambiamento profondo nella capacità di innovazione dell&#8217;Europa è il solo modo per creare posti di lavoro stabili e ben retribuiti che possano resistere alla pressione della globalizzazione&#8221;.</p>
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		<title>Riformare l’agricoltura per diminuire la povertà</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 20:27:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Con Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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		<description><![CDATA[Diminuire la fame e la povertà praticando un&#8217;agricoltura sostenibile è possibile, secondo il rapporto “State of the World 2011: Innovation that Nourish the Planet” dal Worldwatch Institute. Bisogna investire in innovazione e tecnologie e puntare a progetti di piccola scala. Il rapporto ha analizzato 20 casi in cui l&#8217;innovazione tecnologica ha permesso la riduzione dello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Diminuire la fame e la povertà praticando un&#8217;agricoltura sostenibile è possibile, secondo il rapporto “State of the World 2011: Innovation that Nourish the Planet” dal Worldwatch Institute. Bisogna investire in innovazione e tecnologie e puntare a progetti di piccola scala. Il rapporto ha analizzato 20 casi in cui l&#8217;innovazione tecnologica ha permesso la riduzione dello spreco di cibo, ha migliorato le pratiche agricole e la condizione femminile, e ha avuto effetti positivi nei confronti dei cambiamenti climatici.</p>
<p>Lo sguardo è rivolto in particolare all&#8217;Africa, paese in cui oltre l&#8217;80 per cento della popolazione vive in fattorie e dove gli investimenti potrebbero contribuire in modo decisivo alla diminuzione della povertà e della fame.</p>
<p>Dall&#8217;agricoltura, cita il rapporto, proviene un contributo importante all&#8217;economia globale (circa 1000 miliardi di dollari), ma anche il 70 per cento del consumo dell&#8217;acqua e il 15 per cento dei gas serra prodotti, soprattutto nei paesi economicamente più poveri. All&#8217;aumento dell&#8217;utilizzo di risorse, però,  non coincide una diminuzione della povertà. “Dal 1980 al 2009 la produzione agricola è cresciuta del 55 per cento, ma il numero di persone che soffre la fame è arrivato ad un miliardo”, si legge nel rapporto. E le soluzioni “non sono necessariamente un aumento della produzione di cibo” ha dichiarato Danielle Nierenberg, direttrice del progetto “State of the World 2011”, secondo cui “la comunità internazionale, nei suoi tentativi di ridurre la fame e la povertà, ha ignorato interi segmenti del sistema alimentare”.</p>
<p>Il rapporto dell&#8217;istituto internazionale fornisce un indirizzo a governi e Ong: è necessario “modificare i programmi alimentari per i bambini nelle scuole e il sistema in cui vengono processati gli alimenti” spiega Danielle Nierenberg. Servire pasti a base di colture locali nelle scuole “ha permesso la riduzione della sotto nutrizione e dell&#8217;indigenza in molte nazioni africane” continua la direttrice del programma.</p>
<p>Lo sviluppo di progetti locali per diminuire la dipendenza dalle importazioni di cibo dei paesi del Sud del Mondo è, quindi, la strada da seguire secondo il Worldwatch Institute, e “per fortuna questo sta cominciando ad avvenire in molti paesi – conclude il rapporto – solo continuando su questa strada si potranno affrontare le sfide future date dall’aumento della popolazione mondiale’’.</p>
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		<title>Deepwater Horizon: non c’è il petrolio per valutare i rischi ambientali</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 20:19:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Con Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[petrolio]]></category>

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		<description><![CDATA[Manca il petrolio per studiare le conseguenze ambientali nel Golfo del Messico dopo lo scoppio della Deepwater Horizion in aprile. È quanto denunciano alcuni ricercatori indipendenti dalle pagine di Nature. Da settembre, infatti, si legge sulla nota rivista scientifica, la British Petroleum non distribuisce più i campioni di greggio raccolti. Il petrolio non sembra mancare. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Manca il petrolio per studiare le conseguenze ambientali nel Golfo del Messico dopo lo scoppio della Deepwater Horizion in aprile. È quanto denunciano alcuni ricercatori indipendenti dalle pagine di Nature. Da settembre, infatti, si legge sulla nota rivista scientifica, la British Petroleum non distribuisce più i campioni di greggio raccolti.</p>
<p>Il petrolio non sembra mancare. Durante la fuoriuscita dei 750 milioni litri di petrolio, sia la compagnia petrolifera proprietaria della piattaforma, sia il governo, hanno raccolto molti campioni. A conferma di ciò arrivano le dichiarazioni di Greg Baker, della National Oceanic and Atmpspheric Administration (NOAA), un&#8217;ente del governo statunitense: “La NOAA ha a disposizione circa 2000 litri di campione, che dovrebbero servire per effettuare le analisi legali la BP dovrebbe averne almeno altrettanti”. Su quest&#8217;ultimo dato non c&#8217;è però certezza: la British Petroleum non ha voluto rilasciare dichiarazioni in merito.</p>
<p>Sia il governo che le British Petroleum negano quindi i campioni di greggio così “da qualche mese, almeno fin da settembre – si legge nella denuncia dei ricercatori su Nature – la BP ha iniziato ad inviare una lettera standard in cui si dichiara che le richieste di campioni saranno evase con notevole ritardo”. Con questa lettera, inoltre, la British Petroleum “assicura che sarà messo a punto un protocollo per permettere la distribuzione dei campioni necessari”.</p>
<p>Un tira e molla tra governo e compagnia petrolifera che rischia di aver conseguenze importanti. “La mancanza di materiale di studio potrebbe impedire di portare a termine ricerche importanti”, ha spiegato Andrew Whitehead, alla Louisiana State University di Baton Rouge. Whitehead sta portando avanti esperimenti per capire quali sono le conseguenze della fuoriuscita di greggio, così, dopo aver ricevuto la lettera prestampata dalla Bp, ha provato lui stesso a raccogliere i campioni. In sede legale però, la compagnia petrolifera inglese potrebbe “sostenere che i dati non sono esatti perché i campioni di petrolio non sono gli stessi”.</p>
<p>Ira Leifer, ricercatrice alla California University e membro della task force del governo che si è occupata di valutare la quantità di petrolio riversata nell&#8217;oceano, ha chiesto i campioni nei giorni successivi allo scoppio. La risposta delle Bp è stata quella di chiedere il silenzio sui risultati degli esperimenti in cambio del greggio. La resistenza della Bp nel fornire i campioni “potrebbe essere una tattica, il cui scopo è minimizzare le informazioni sull&#8217;impatto ambientale del disatro” ha dichiarato Ira Leifer, ma la Bp, attraverso il proprio portavoce Hejdi Feick, fa sapere che i campioni sono necessari per sostenere azioni legali.</p>
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		<title>Il pianeta rinnovato</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 20:08:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Con Scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[Vento, sole e acqua potrebbero soddisfare la richiesta globale di energia entro il 2030 e sostituire completamente le fonti energetiche fossili nei successivi 20 anni, a costi paragonabili ai combustibili fino ad ora utilizzati (carbone e petrolio in primis). A dirlo sono due ricercatori, Jacobson dell&#8217;Università di Stanford e Mark Delucchi dell&#8217;Università della California, con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vento, sole e acqua potrebbero soddisfare la richiesta globale di energia entro il 2030 e sostituire completamente le fonti energetiche fossili nei successivi 20 anni, a costi paragonabili ai combustibili fino ad ora utilizzati (carbone e petrolio in primis). A dirlo sono due ricercatori, Jacobson dell&#8217;Università di Stanford e Mark Delucchi dell&#8217;Università della California, con un articolo pubblicato su Nature Climate Change, prestigiosa rivista di settore.<br />
Gli autori dello studio hanno esaminato le tecnologie e le infrastrutture a disposizione e sulla base di queste considerazioni hanno potuto valutare la possibilità della transizione alle energie rinnovabili. La risposta è proprio Jacobson a darla: “base dei nostri risultati non ci sono ostacoli tecnologici o economici per convertire il mondo intero alle fonti energetiche rinnovabili”.</p>
<p>Secondo i calcoli dei due ricercatori, per produrre l&#8217;84 per cento dell&#8217;energia necessariasono necessarie milioni di turbine eoliche da 5 megawatt e 90 mila grandi centrali solari da 300 megawatt. Il restante 16 per cento dell&#8217;energia dovrebbe essere prodotta da sistemi geotermici (energia proveniente dal terreno), fonti idroelettriche e da tetti fotovoltaici (1,7 miliardi di tetti solari nel pianeta). Non sarebbero necessarie quindi centrali nucleari e centrali a biomasse.<br />
Oltre ai nuovi impianti di produzione, il passaggio alle rinnovabili necessita anche di una rete elettrica intelligente e di sistemi di stoccaggio dell&#8217;energia prodotta. Il problema principale di fonti come il sole e il vento, infatti, è la discontinuità. Questione facilmente risolvibile con l&#8217;utilizzo di altre fonti come l’acqua o la geotermia.</p>
<p>Il completo passaggio alle rinnovabili potrebbe avvenire entro il 2030, ma “più realisticamente – spiegano gli autori dello studio &#8211; entro questa data si potrebbe smettere di produrre nuove centrali a combustibili fossili, mentre in altri 20 anni si potrebbe completare lo ‘switch’ alle energie verdi”.<br />
Con questo studio, quindi, i due ricercatori hanno dimostrato che un mondo “defossilizzato” è possibile, e che “il vento, il sole e l&#8217;acqua presenti sul pianeta sono sufficienti a soddisfare la domanda di energia” spiegano Jacobson e Delucchi. Il problema principale, secondo gli autori, resta la volontà politica.</p>
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		<title>Quale energia per il futuro?</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 16:20:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Con Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>

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		<description><![CDATA[È di qualche giorno fa la notizia di una perdita di petrolio dalle condotte dell&#8217;E.On a Porto Torres e di questi giorni la denuncia, dalle pagine di Nature, di alcuni ricercatori della mancanza di campioni di greggio per lo studio dei danni ambientali per la marea nera di aprile nel Golfo del Messico. Entrambe le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È di qualche giorno fa la notizia di una perdita di petrolio dalle condotte dell&#8217;E.On a Porto Torres e di questi giorni la denuncia, dalle pagine di Nature, di alcuni ricercatori della mancanza di campioni di greggio per lo studio dei danni ambientali per la marea nera di aprile nel Golfo del Messico. Entrambe le questioni dovrebbero essere l&#8217;occasione per discutere del modello energetico che si vuole costruire per il futuro.</p>
<p>I dati da valutare sono diversi: l&#8217;aumento della popolazione mondiale (nei prossimi due-tre decenni aumenterà di un terzo arrivando così a 8-9 miliardi) e del consumo pro-capite di energia. Questi due dati hanno permesso di prevedere che entro 40 anni ci sarà un raddoppio della domanda di energia. Il petrolio però, una delle principali fonti energetiche attuali, si va via via esaurendo. Alcuni sostengono infatti che siamo già arrivati alla massima capacità di estrazione, il cosiddetto picco del petrolio, altri pensano che mancano pochi anni.</p>
<p>È necessario inoltre tenere in considerazione i danni ambientali dovuti alle emissioni di CO2, che un sistema energetico come quello attuale, basato su fonti fossili (petrolio, carbone, gas) produce. Si pensi che il 40 per cento dell&#8217;energia mondiale prodotta deriva dalla combustione del carbone. Questo impone il cambiamento del paradigma energetico per costruirne uno nuovo basato su fonti carbon free. Ovviamente la transizione non è affatto semplice, e i problemi non sono tecnici. La tecnologia attualmente a disposizione, infatti, lo permetterebbe. Il cambiamento passa attraverso un cambiamento del modo in cui l&#8217;energia è consumata e delle fonti da cui attingiamo.<br />
La domanda principale a questo punto diventa il come farlo. Le risposte sono diverse e tutte importanti per la creazione del nuovo modello energetico. Innanzitutto diventa necessaria una riduzione dei consumi, quindi un cambiamento delle abitudini quotidiane: l&#8217;utilizzo di mezzi di trasporto pubblici o a consumo nullo come le bici. Il “risparmio energetico” si attua anche con l&#8217;utilizzo di tecnologie che permettono di fare le stesse cose che si fanno ora ma consumando meno: edifici autosufficienti, ad esempio dotati di pannelli fotovoltaici, costruiti con cemento trasparente; veicoli che consumano meno a parità di prestazioni sfruttando combustibili puliti come l&#8217;idrogeno.<br />
Dall&#8217;altra parte il cambiamento del paradigma energetico passa dall&#8217;utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili. Tra queste troviamo l&#8217;eolico, il solare, la geotermia. Da questo punto di vista le tecnologie attualmente a disposizione permettono una produzione di energia tale da essere competitivi con le fonti fossili, sia dal punto di vista quantitativo che economico.<br />
Esistono anche diversi esperimenti cittadini a dimostrazione di questo. Uno su tutti è il Progetto Fotovoltaico di Reggio Emilia, che in questi giorni si va concludendo, e prevede l&#8217;installazione di dieci tetti solari su altrettante edifici pubblici. La città emiliana, così, risparmierà circa 170 tonnellate di petrolio in un anno con un guadagno ambientale notevole. Ci sarà infatti una riduzione delle emissioni di anidride carbonica di circa 475 tonnellate.</p>
<p>La domanda giusta da porsi è, quindi, se c&#8217;è la volontà di cambiare e favorire la transizione verso le fonti rinnovabili coordinando gli sforzi necessari a livello politico e sociale.</p>
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		<title>Inquinamento in città: polveri sottili oltre i limiti</title>
		<link>http://www.dailyblog.it/inquinamento-in-citta-polveri-sottili-oltre-i-limiti/05/02/2011/</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Feb 2011 16:26:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomeo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Daily Life]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[smog]]></category>

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		<description><![CDATA[“Senza troppi giri di parole, la qualità dell&#8217;aria in Italia resta pessima”. Sono le parole con cui inizia il rapporto “Mal&#8217;aria di città 2011” redatto da Legambiente con la collaborazione del sito internet “La mia aria”. L&#8217;Italia, a leggere i dati, è un malato cronico ammalato di una scarsa qualità dell&#8217;aria. La città europea più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-62954" href="http://www.dailyblog.it/inquinamento-in-citta-polveri-sottili-oltre-i-limiti/05/02/2011/smog-milano/"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-62954" title="smog-milano" src="http://www.dailyblog.it/wp-content/uploads/2011/02/smog-milano-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>“Senza troppi giri di parole, la qualità dell&#8217;aria in Italia resta pessima”. Sono le parole con cui inizia il rapporto “Mal&#8217;aria di città 2011” redatto da Legambiente con la collaborazione del sito internet “La mia aria”. L&#8217;Italia, a leggere i dati, è un malato cronico ammalato di una scarsa qualità dell&#8217;aria. La città europea più inquinata è la bulgara Plovdiv, a cui seguono 17 italiane, tra cui Torino, Brescia e Milano. Un primato di cui non essere fieri, perché, prima che una questione ambientale, la scarsa qualità dell&#8217;aria è un&#8217;emergenza sanitaria.</p>
<p>A soffocare l&#8217;Italia sono le polveri sottili, sostanze inquinanti in grado di penetrare in profondità nell&#8217;apparato respiratorio. Secondo i dati della Commissione Europea, il solo PM10 causa ogni anno più di 350.000 morti premature in Europa, mentre in Italia per ogni 10.000 abitanti, più di 15 persone muoiono prematuramente solo a causa delle polveri sottili. Le polvere sottili restano quindi il principale inquinante per l&#8217;aria delle città italiane, infatti dalle rilevazioni dell&#8217;associazione ambientalista emerge che nel 2010 “solo” 48 capoluoghi di provincia hanno superato il limite di legge di polveri sottili (50  μg/m3) per più di 35 giorni, 9 in meno dell&#8217;anno precedente. Questo è sicuramente un miglioramento, ma rappresenta solo un po&#8217; di ossigeno per l&#8217;ammalata Italia.</p>
<p>Se le polveri fini restano il principale problema non sono da sottovalutare anche altre sostanze nocive, quali gli ossidi di azoto (NOx), gli ossidi di zolfo (SOx), o i microinquinanti come il benzo(a)pirene. I dati raccolti da Legambiente mostrano che la concentrazione degli ossidi di azoto, sostanze fortemente irritanti per le vie respiratorie e per gli occhi e correlate con l&#8217;aumento delle malattie polmonari, rimane invariata rispetto ai due anni precedenti. Sebbene passano da 54 a 58 le città che rispettano i limiti di legge di 40 μg/m3, la quantità di NOx, calcolata sui capoluoghi di provincia, passa da 37 a 38 μg/m3. Dal report di Legambiente emerge, inoltre, che i microinquinanti come il benzo(a)pirene &#8211; cancerogeno salito alla ribalta per l&#8217;inquinamento che caratterizza Taranto – non sono solo un problema di città industriali, ma anche di aree metropolitane come Milano e Torino.  Secondo i dati di Arpa Puglia, a Taranto la media di benzo(a)pirene in atmosfera rilevata  a fine ottobre 2010 era di 2 nanogrammi per metro cubo, il doppio del limite di legge. Ma l’inquinamento da benzo(a)pirene non riguarda solo città industriali come Taranto, Trieste o Venezia, ma anche capoluoghi come Padova o aree metropolitane come quelle di Milano e Torino, dove è rilevante anche il contributo del traffico.</p>
<p>Non cambiano i dati, ma non variano neanche le fonti degli inquinanti che compromettono la qualità dell&#8217;aria: l&#8217;industria e i trasporti. Ma un ruolo importante lo giocano anche i riscaldamenti domestici. Come intervenire dunque? Sono necessari, scrive Legambiente nel dossier, interventi strutturali, a partire dal rilancio del trasporto pubblico e incentivando forme di mobilità alternativa come il car sharing o il car pooling, ma anche la cosiddetta “mobilità dolce”, ovvero quella ciclabile e soprattutto quella pedonale. Non solo, si deve ripensare anche il trasporto privato, come la limitazione della circolazione dei veicoli più inquinanti o la riduzione dei limiti di velocità attraverso la promozione delle “zone 30” in cui il limite di velocità è 30 km/h invece che 50 km/h.<br />
Soluzioni che, secondo Legambiente, possono essere attuate in modo efficace solo se Regioni e Governo nazionale svolgono un forte ruolo di coordinamento e indirizzo nei confronti di Comuni e Province.</p>
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