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	<title>Daimon | Content Design</title>
	
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	<description>consulenza di comunicazione in Rete</description>
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		<title>i social media come autoanalisi</title>
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		<comments>http://www.daimon.it/2010/09/02/social-media-come-autoanalisi/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 12:36:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vanz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ci sono molte ragioni per cui si può decidere di fare una cosa, e molti modi in cui la si può fare. si può decidere di farla perché ce l&#8217;hanno ordinato, o si può farla per smarcare un punto in una lista di to-do. si può farla per fare qualcosa di nuovo. per guadagnare punti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ci sono molte ragioni per cui si può decidere di fare una cosa, e molti modi in cui la si può fare. si può decidere di farla perché ce l&#8217;hanno ordinato, o si può farla per smarcare un punto in una lista di <em>to-do</em>. si può farla per fare qualcosa di nuovo. per guadagnare punti con i nostri capi. per metterla in curriculum. per avere una cosa in più di un concorrente. si può farla perché &#8220;va fatta&#8221;. si può farla perché la fanno tutti. perché il mercato la richiede. perché &#8220;fa bene per il business&#8221;. la si può fare per dare lavoro a qualcuno. perché c&#8217;è budget. per accontentare un consulente. per assecondare un collega. perchè sì. si può fare una cosa anche non capendola. si può farla non volendola capire. la si può fare delegandola ad altri.</p>
<p>nessuna di queste è una buona ragione per aprire una presenza sui social media. anzi spesso sono buone ragioni per non farlo.</p>
<p>la comunicazione (meglio: partecipazione. meglio: conversazione) sui social media è come le relazioni di coppia: richiede impegno, dedizione, a volte  sacrificio. richiede &#8211; sempre &#8211; di esserci con la testa e con la buona volontà.</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/themacinator/3446682056/in/photostream/"><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3587/3446682056_3379c00634_m.jpg" alt="" width="240" height="160" /></a></p>
<p>in modo impersonale, svogliato, delegando a terzi si possono fare tante cose (la manutenzione della macchina, la dichiarazione dei redditi, le riparazioni di casa) ma non si può gestire una relazione soddisfacente in modo svogliato, impersonale o delegando. così come non si può fare conversazione sui social media: come nel matrimonio, è necessario esserci, essere presenti, in prima persona, stare ad ascoltare, saper rispondere quando è opportuno e saper stare zitti quando è il caso.</p>
<p>non l&#8217;ha ordinato il dottore di essere su facebook, di aprire un blog, di postare su twitter, ma chi ha deciso di farlo sappia che non si può fare con l&#8217;atteggiamento con cui si chiama l&#8217;idraulico per riparare il lavello della cucina: va fatto scrivendo in prima persona, in modo personale e coinvolto, appassionandosi a quello che si racconta, parlando con trasparenza, trattando i propri clienti con <em>genuino</em> rispetto e da pari, rischiando di rivelare più di quanto si era preparati a fare, rischiando di scoprire che si sono commessi degli errori, rischiando anche di fare degli errori per cui si verrà ripresi.</p>
<p>queste sono tutte cose che chi ha una posizione subalterna, chi non ha libertà d&#8217;azione, o chi in caso di errore teme di essere ripreso (se non licenziato) non riuscirà mai a fare. conversare apertamente, sinceramente e in modo appassionato sui social media, prendendosi le responsbilità per conto dell&#8217;azienda, è un compito che richiede una dispensa particolare. richiede un&#8217;investitura e molto coraggio.</p>
<p>la presenza sui social media è l&#8217;autoanalisi pubblica dell&#8217;azienda. non meraviglia che siano così poche quelle in grado di farla bene.</p>
<p style="text-align: right;"><em>foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/themacinator/">greenkozi</a> da flickr</em></p>
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		<title>le letture di agosto</title>
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		<comments>http://www.daimon.it/2010/07/30/le-letture-di-agosto/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 11:39:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>daimon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[come tutti, questo blog chiude (&#8221;tira giù la clèr&#8220;, si dice a milano) perché noi qui c&#8217;abbiam caldo, e inoltre à sem stòf (come si dice a Modena).
vi lascio con la lista dei libri che mi porto l&#8217;ombrellone, si sa mai che possano essere di stimolo a qualcuno (no, l&#8217;iPad non ce l&#8217;ho, e comunque [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>come tutti, questo blog chiude (&#8221;<a href="http://forum.wordreference.com/showthread.php?t=893362">tira giù la clèr</a>&#8220;, si dice a milano) perché noi qui c&#8217;abbiam caldo, e inoltre<em> à sem stòf</em> (come si dice a Modena).</p>
<p>vi lascio con la lista dei libri che mi porto l&#8217;ombrellone, si sa mai che possano essere di stimolo a qualcuno (no, l&#8217;iPad non ce l&#8217;ho, e comunque lo schermo dell&#8217;iPad non si vede in spiaggia).</p>
<p>- <strong><a href="http://www.play.com/Books/Books/4-/277143/Fiesta/Product.html">Fiesta (the sun also rises)</a></strong> di Ernest Hemingway</p>
<p>- <strong><a href="http://www.play.com/Books/Books/4-/14641949/Imperial-Bedrooms/Product.html">Imperial Bedrooms di Bret Easton Ellis </a></strong><a href="http://www.flickr.com/photos/cilesuns92/3153568730/in/photostream/"><img class="alignright" src="http://farm4.static.flickr.com/3212/3153568730_72e6f6ba99_m.jpg" alt="" width="173" height="231" /></a></p>
<p>- <strong><a href="http://www.play.com/Books/Books/4-/1730970/Leaving-Las-Vegas/Product.html">Leaving Las Vegas di John O&#8217;Brien</a></strong></p>
<p>- <strong><a href="http://www.play.com/Books/Books/4-/6035319/Grown-Up-Digital-How-the-Net-Generation-is-Changing-Your-World/Product.html">Grown Up Digital: How the Net Generation<br />
is Changing Your World</a> </strong>di Don Tapscott</p>
<p>- <strong><a href="http://www.play.com/Books/Books/4-/421151/A-Short-History-of-Nearly-Everything/Product.html">A Short History of Nearly Everything</a> </strong>di Bill Bryson</p>
<p>- <strong><a href="http://www.play.com/Books/Books/4-/288903/Generation-X/Product.html">Generation X</a></strong> di Douglas Coupland</p>
<p>- <strong><a href="http://www.play.com/Books/Books/4-/266945/End-Zone/Product.html">End Zone</a> </strong>di Don DeLillo</p>
<p>- <strong><a href="http://www.play.com/Books/Books/4-/11602987/Connections/Product.html?ptsl=1&amp;ob=Price&amp;fb=0">Connections</a></strong> di James Burke</p>
<p>- <strong><a href="http://www.play.com/Books/Books/4-/399286/Quicksilver/Product.html">Quicksilver</a></strong> di Neal Stephenson</p>
<p>se ne riparla a settembre, nel frattempo buon agosto, dovunque tu sia.</p>
<p style="text-align: right;"><em>foto di <span id="yui_3_1_0_1_1280320814040936"><strong id="yui_3_1_0_1_1280320814040892"><a id="yui_3_1_0_1_1280320814040889" href="http://www.flickr.com/photos/cilesuns92/">♪ Sleeping Sun ♪</a></strong></span> da flickr</em></p>
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		<title>perché le aziende odiano i prodotti che vendono?</title>
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		<comments>http://www.daimon.it/2010/07/23/perche-le-aziende-odiano-i-prodotti-che-vendono/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 17:01:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vanz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[mi colpisce sempre come la prima preoccupazione delle aziende riguardo ai social media sia &#8220;e se poi parlano male del mio prodotto?&#8221; quando mi sembra abbastanza chiaro che alla maggior parte delle aziende in realtà del prodotto importa pochissimo, tanto da ignorarlo quasi totalmente, almeno online.
se ci dichiariamo d&#8217;accordo sul il fatto che le aziende [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>mi colpisce sempre come la prima preoccupazione delle aziende riguardo ai social media sia &#8220;e se poi parlano male del mio prodotto?&#8221; quando mi sembra abbastanza chiaro che alla maggior parte delle aziende in realtà del prodotto importa pochissimo, tanto da ignorarlo quasi totalmente, almeno online.</p>
<p>se ci dichiariamo d&#8217;accordo sul il fatto che le aziende sono fatte di esseri umani,  e che la normale reazione di un umano, quando gli piace o tiene a qualcosa, è di parlarne e consigliarlo il più possibile agli altri, dal comportamento medio posso solo dedurre che all&#8217;azienda media o non interessa o non piace quello che vende. cosa che puoi anche permetterti se sei Apple, meno se hai una concorrenza.</p>
<p>perché al di là della comunicazione tradizionale (che NON è comunicazione, infatti non a caso si chiama con un altro nome: pubblicità o PR, e non <em>parla</em> agli umani) non ho presente quasi nessun caso di persona che faccia la cosa che viene naturale a qualunque utente o consumatore soddisfatto: usare la Rete per parlare alle altre persone del prodotto che sta usando e di cui è sodddisfatto, consigliarlo, aiutare gli altri a sceglierlo, capirlo, a usarlo.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.flickr.com/photos/yorkjason/2839753354"><img class="   aligncenter" style="width: 241px; height: 160px;" src="http://farm4.static.flickr.com/3065/2839753354_bc1d0d9d8e.jpg" alt="http://www.flickr.com/photos/yorkjason/2839753354" width="241" height="160" /></a></p>
<p>siamo tutti lì a sperare e lambiccarci il cervello per fare in modo che le persone parlino dei nostri prodotti, e a corteggiare i blogger, e a rimpinzare di tramezzini gli influenti, e a progettare i video virali, e il guerrilla marketing, e la minchia fritta, ma quasi nessuno che si prenda la bringa di partire, quotidianamente, con umiltà, dalla cosa più ovvia: condividere la propria soddisfazione di utilizzatore del proprio prodotto o servizio.</p>
<p>se fossi un CEO istituirei l&#8217;ora obbligatoria di comunicazione sociale in azienda, in cui le persone possono andare sui social media (invece di chiuderglieli come se fossero capre in un recinto) e scrivere qualcosa, qualunque cosa credano sinceramente e intimamente sui prodotti dell&#8217;azienda. anche se non è del tutto positivo, o ne evidenzia lati migliorabili.</p>
<p>ma neanche sui prodotti: mi basterebbe che scrivessero qualcosa di sincero, che imparassero a raccontarsi. perché siamo tutti parte del mercato. perché la diffusione e la comunicazione sui social media la puoi delegare, e sei a posto con la coscienza e col tuo capo, ma a delegare la narrazione di quello che sei a qualcuno che non è te, alla fine quello che ti resta in mano è sempre una roba fatta a metà, una biografia non autorizzata, un coitus interruptus.</p>
<p>ve lo dice chi per lavoro fa proprio questo: raccontare cose altrui. infatti l&#8217;obiettivo finale di ogni nostro progetto è: mettere il cliente nella condizione di raccontarsi in prima persona, online, al suo mercato. e va detto che forse sono più le volte che non ci riusciamo di quelle che sì.</p>
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		<title>l’e-book prossimo venturo</title>
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		<comments>http://www.daimon.it/2010/07/14/le-book-prossimo-venturo/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 14:29:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vanz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[sulla questione della distribuzione dei contenuti digitali, grande continua a essere la confusione sotto il cielo. quando nel luglio del 2001 fu chiuso Napster era ormai chiaro che il file sharing di brani musicali non poteva essere fermato, e si pensava che si sarebbe presto giunti a una soluzione che salvaguardasse il diritto d&#8217;autore nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>sulla questione della distribuzione dei contenuti digitali, grande continua a essere la confusione sotto il cielo. quando nel luglio del 2001 fu chiuso Napster era ormai chiaro che il file sharing di brani musicali non poteva essere fermato, e si pensava che si sarebbe presto giunti a una soluzione che salvaguardasse il diritto d&#8217;autore nel contesto delle tecnologie esistenti.</p>
<p>nove anni dopo, le major della musica sono ancora arroccate in difesa del copyright come nel 2001, le ipotesi di licenze alternative come le <a href="http://creativecommons.it/">Creative Commons</a> e la <a href="http://www.eff.org/wp/better-way-forward-voluntary-collective-licensing-music-file-sharing">Licenza Collettiva</a> sono ancora ben lungi da essere prese in considerazione dai distributori, e lo sviluppo della tecnologia ha consentito che ai contenuti musicali scaricati si affiancassero quelli cinematografici, tanto da mettere in discussione un modello di business &#8211; già in calo costante &#8211; come quello del cinema.</p>
<p>ora è il momento degli e-book: con l&#8217;arrivo sui mercati di Kindle e iPad come lettori di libri digitali, il traffico di e-book sulle reti di condivisione come emule e bittorrent si moltiplica ogni mese che passa, mentre i distributori storici, che finora sono rimasti aggrappati alla distribuzione fisica, corrono rapidamente ai ripari commettendo gli stessi errori che furono delle major (cioè cercare di replicare in digitale il modello di business della distribuzione fisica mantenendo prezzi assurdi e proteggendo i contenuti con DRM). questa volta però c&#8217;è un pugno di piccole realtà indipendenti che ha capito quelle cose che per arroganza e/o carenza di cultura di Rete sfuggono a Mondadori, RCS, Feltrinelli &amp; co:</p>
<p>- che la percezione presso il pubblico del <em>costo di produzione</em> del contenuto digitale è che sia nettamente inferiore a quella del libro di carta, e che di conseguenza il suo prezzo deve essere <em>sensibilmente ridotto</em> rispetto all&#8217;edizione cartacea.</p>
<p>- cle le licenze di utilizzo e ridistribuzione devono essere sensate e consentire la citazione, il prestito, il<em> fair use</em> (quindi no al copyright restrittivo).</p>
<p>- che c&#8217;è spazio per modalità alternative alla vendita unitaria (l&#8217;abbonamento, il noleggio).</p>
<p>- che il DRM non solo è inefficace ma indispone il lettore, quindi bisogna lavorare sulla fiducia nel lettore e sul <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Honor_system">sistema d&#8217;onore</a>.</p>
<p>- che se il tuo concorrente è il <em>file sharing</em>, non puoi vincere sull&#8217;ampiezza dell&#8217;offerta: quello che fa la differenza è il SERVIZIO che associ al prodotto.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.flickr.com/photos/atalaya/10063784/"><img class="aligncenter" src="http://farm1.static.flickr.com/5/10063784_719c3df6c6.jpg" alt="" width="266" height="133" /></a></p>
<p>il mercato in lingua italiana è un&#8217;enclave linguistica che richiede un prodotto tradotto che non ha mercato altrove, ed è al momento forse troppo piccolo per interessare da subito i grossi player (Apple, Amazon): la situazione è ideale per occupare le posizioni in campo.</p>
<p>oltre ai grandi editori, in queste settimane in Italia si stanno muovendo attivamente almeno tre piccole realtà che sembrano aver capito bene il mercato, e che ci piace pensare possano collaborare tra loro &#8211; invece che farsi la guerra come è tradizione tra editori &#8211; o almeno trovare un accordo sulla condivisione di alcuni punti fondamenrtali per lo sviluppo di un&#8217;offerta sana: no DRM, rispetto delle aspettative del lettore, licenze umane, servizi aggiuntivi. i tre distributori sono <a href="http://www.simplicissimus.it/">Simplicissimus</a> di Antonio Tombolini, partito anni fa su questo tema, <a href="http://www.bookrepublic.it/">BookRepublic,</a> che debutta domani, e <a href="http://www.read-me.it/">Readme.it</a>, con cui noi di Daimon stiamo provando a collaborare.</p>
<p>a questo punto resta solo da vedere se autori e editori italiani saranno in grado di capire che per non consegnare il mercato al <em>file sharing</em> è necessario rispettare le regole di cui sopra, e licenziare i contenuti di conseguenza.</p>
<p>a noi come mercato non fa una gran differenza; naturalmente siamo disposti a pagare quello che riteniamo giusto per i contenuti, e ci piacerebbe poter retribuire gli autori. sta però a autori e editori renderlo possibile. nel frattempo, lo scambio prospera e rischia di diventare la modalità predefinita per le generazioni più giovani, com&#8217;è accaduto per la musica.</p>
<p style="text-align: right;"><em>foto di</em><span style="border-collapse: collapse; font-family: Arial,Helvetica,sans-serif; font-size: 12px; line-height: 18px; text-align: left;"><em><span> </span><a style="text-decoration: none; color: #0063dc;" href="/photos/atalaya/">jmerelo</a> da flickr</em><br />
</span></p>
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		<title>La sicurezza in una password</title>
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		<comments>http://www.daimon.it/2010/07/07/la-sicurezza-in-una-password/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 14:59:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vanz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[dalla nascita di Internet, addirittura dalla nascita dei sistemi operativi, le basi dell&#8217;autenticazione non sono quasi cambiate: con la possibile eccezione dell&#8217;introduzione del codice CAPTCHA in fase di registrazione (quella siglettina da ridigitare che in realtà non ha funzioni di sicurezza ma serve a evitare lo spam) il login utente si basa da sempre sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>dalla nascita di Internet, addirittura dalla nascita dei sistemi operativi, le basi dell&#8217;autenticazione non sono quasi cambiate: con la possibile eccezione dell&#8217;introduzione del codice CAPTCHA in fase di registrazione (quella siglettina da ridigitare che in realtà non ha funzioni di sicurezza ma serve a evitare lo spam) il login utente si basa da sempre sulla semplice accoppiata username-password.</p>
<p>e questo nonostante che nel corso degli anni la capacità di elaborazione delle macchine a disposizione dei cracker per gli attacchi di questo tipo sia aumentata esponenzialmente, in base alla <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_di_Moore">legge di moore</a>. questo fa sì che oggi &#8211; come sempre, ma più che mai &#8211; una password robusta sia più che opportuna almeno per proteggere quei servizi online da cui dipendono spesso non solo attività sensibili come l&#8217;home banking, ma anche le nostre identità e relazioni online (come la gestione del nostro network sociale su facebook), e persino quelle offline: penso a come sarei perso senza mail o calendario se perdessi l&#8217;accesso al mio account google.</p>
<p>visto che recentemente ci sono stati parecchi tentativi da parte di programmi automatici di rubare profili Google (tra cui il mio), ho pensato che quanto segue possa essere utile: <em>better safe than sorry</em>, e se non vi sembra così rilevante pensate che cosa significherebbe perdere improvvisamente e irreparabilmente l&#8217;accesso agli account facebook e google, senza possibilità di backup e quindi di recupero dei dati. anni di mail e relazioni bruciati in un secondo.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://img.chan4chan.com/img/2009-04-21/dogposter.jpg" alt="" width="270" height="417" /></p>
<p>seguire poche semplici regole subito può essere sufficiente a risparmiarci un sacco, ma proprio un sacco, di problemi più tardi:</p>
<p><em>1. NON lo username!</em><br />
usare la stessa parola per username e password è il modo più rapido e sicuro di farsi rubare l&#8217;identità online, di questo spero siamo tutti consapevoli: l&#8217;account con user <em>mario</em> e password <em>mario</em> è un suicidio.</p>
<p><em>2. falla lunga, falla difficile</em><br />
più lunga e più difficile è, meglio è. il consiglio è di farla di almeno 8 caratteri, e alfanumerica (numeri + lettere). per ulteriore sicuerzza si possono usare caratteri speciali, evitando quelli che possono mandare in confusione un sistema operativo, come gli asterischi*, i cancelletti (#) e le [(parentesi)].</p>
<p><em>3. non usare parole comuni</em><br />
la parola comune è più facile da ricordare ma è anche più facile da indovinare di quella inventata, per chi prova a forzarti l&#8217;account. esistono <a href="http://www.whatsmypass.com/the-top-500-worst-passwords-of-all-time">liste delle password più comuni da evitare</a> (la più comune non è &#8220;<em>password</em>&#8220;, come uno penserebbe, ma &#8220;<em>123456</em>&#8220;: praticamente come non averla). un modo comune per mantenere parole di senso compiuto, quindi facili da  ricordare, è quello di sostituire alle vocali i numeri corrispondenti  (es.: <em>aiuole</em> diventa <em>a1u0l3</em>).</p>
<p><em>4. mettila anche sul computer</em><br />
il tuo computer &#8211; soprattutto il browser ma spesso anche funzioni del sistema operativo come <em>Keychain Access</em> su Mac OSX &#8211; tengono traccia di tutte le password che usi: è inutile che metti sull&#8217;account Google una password di 16 caratteri alfanumerica con caratteri speciali e che non significa nulla, se poi il tuo portatile non richiede una password d&#8217;accesso.</p>
<p><em>5. usa i software di sicurezza</em><br />
ci sono software &#8211; e estensioni per i principali browser &#8211; che consentono sia di tenere in  memoria le password dei servizi che usi, che di generare password sicure su richiesta. vale però il discorso di cui sopra: se non proteggi il sistema operativo, questi software non fanno che facilitare il lavoro al ladro. io uso <a href="http://lastpass.com/">Lastpass per Chrome</a>.</p>
<p><em>5. usane diverse</em><br />
uasare la stessa password per tutti i servizi ha un vantaggio ovvio e uno svantaggio altrettanto ovvio: te la ricordi facile, ma a chi te la rubasse basta indovinarne una per rovinarti tutte le attività online. la password deve essere <em>diversa</em> per tutti i servizi sensibili.</p>
<p><em>6. non scriverla mai</em><br />
sembra assurdo, ma al di là  di tutte le storie di hacker russi e virus e <em>phishing</em>, il sistema più frequente per entrare in account privati è e resta tuttora la password scritta da qualche parte (nel portafoglio rubato, nel cassetto) o rubata sbirciando. anche al bancomat, copri sempre la mano mentre digiti il codice, vero? ;)</p>
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		<title>CTRL-C/CTRL-V: come cambia la stampa</title>
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		<comments>http://www.daimon.it/2010/07/02/ctrl-c-ctrl-v-come-cambia-la-stampa/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 02 Jul 2010 13:54:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vanz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[l&#8217;avvento di un nuovo media, per quanto rivoluzionario e innovativo, non rende (quasi) mai obsoleti i media precedenti, ma ridefinisce la mappa della comunicazione e costringe gli editori a adeguarsi alle nuove modalità di uso che esso porta con sé.
Internet non rende obsoleta la stampa, i magazine non sono finiti, la gente non ha smesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://beenerm.wordpress.com/2010/04/28/we-surf-the-internet-we-swim-in-magazines-2/"><img class="alignright size-large wp-image-704" style="margin: 10px 15px;" title="surf" src="http://www.daimon.it/contentdesign/wp-content/uploads/2010/07/surf-422x600.jpg" alt="surf" width="274" height="419" /></a>l&#8217;avvento di un nuovo media, per quanto rivoluzionario e innovativo, non rende (quasi) mai obsoleti i media precedenti, ma ridefinisce la mappa della comunicazione e costringe gli editori a adeguarsi alle nuove modalità di uso che esso porta con sé.</p>
<p>Internet non rende obsoleta la stampa, i magazine non sono finiti, la gente non ha smesso di leggere, anzi legge più che mai. ma lo fa in modo diverso, aspettandosi contenuti diversi e con un&#8217;attitudine e una disponibilità diversa rispetto ai prezzi e alle  modalità di acquisto.</p>
<p>oggi si sceglie in modo diverso, si legge in modo diverso, ci si aspetta contenuti scritti e soprattutto serviti in modo diverso, cioè coerente con le caratteristiche e le potenzialità del media: velocità, aggiornabilità in tempo reale, modificabilità dei contenuti, possibilità e attitudine dei lettori a ripubblicarli, modificarli, integrarli, remixarli.</p>
<p>il real-time e la riproducibilità digitale cambiano le carte in tavola per gli editori, e li costringono a ripensare e ristrutturare procedure, sistemi di pensiero e pratiche che sono rimaste immutate per oltre un secolo. soprattutto li costringono a sperimentare e reinventare continuamente il prorprio ruolo e i modelli di business su cui basarsi.</p>
<p style="text-align: left;">nel documento linkato sotto, alcuni ragionamenti e alcune ipotesi sul modo corretto (positivo, produttivo) con cui gli editori potrebbero affrontare quella che, come tutte le crisi, nasconde in sé il segreto di opportunità future.<em> </em></p>
<p style="text-align: left;"><em>(nell&#8217;immagine, una bella campagna a cura degli editori di periodici USA)</em></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.scribd.com/doc/33355469/Copia-Incolla-ctrlCctrlV"><em>CTRL-C/CTRL-V &#8211; tecnologie che cambiano il mondo<br />
prospettive e necessità dell&#8217;editoria periodica nell&#8217;era della riproducibilità digitale</em></a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em><br />
</em></strong></p>
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		<title>Dare. Nomi. Sensati. Ai contenuti.</title>
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		<comments>http://www.daimon.it/2010/06/23/dare-nomi-sensati-ai-cotenuti/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 08:41:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vanz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un pezzo su User Interface Engineering esplicita un concetto ovvio quanto trascurato nella progettazione dei siti Web: dare alle sezioni sel sito nomi come &#8220;prodotti&#8221; o &#8220;clienti&#8221; è irrazionale e controproducente.
Premesso che l&#8217;accesso dai motori di ricerca è fondamentale per un&#8217;attività commerciale, e premesso che per quanto riguarda la reperibilità dei prodotti sui motori di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Un <a href="http://www.uie.com/brainsparks/2010/06/18/a-link-labeled-products-or-solutions-or-clients-is-a-bad-idea/">pezzo su User Interface Engineering</a> esplicita un concetto ovvio quanto trascurato nella progettazione dei siti Web: dare alle sezioni sel sito nomi come &#8220;prodotti&#8221; o &#8220;clienti&#8221; è irrazionale e controproducente.</p>
<p>Premesso che l&#8217;accesso dai motori di ricerca è fondamentale per un&#8217;attività commerciale, e premesso che per quanto riguarda la reperibilità dei prodotti sui motori di ricerca il SEO è tutto, perché si dà il curioso fenomeno che la maggior parte delle persone che progettano siti web ragionano come se fosssero in una biblioteca, e a dei contenuti che devono essere indicizzati semanticamente da un computer etichette che userebbero per indicare il contenuto di cassetti di legno a casa loro?</p>
<p>Ovvero, se vendi scarpe ha più senso chiamare la sezione &#8220;Scarpe&#8221; o  &#8220;Prodotti&#8221;? Prima di scegliere il nome che useresti tu, ti sei chiesto quale cercano le persone su Google? E&#8217; chiaro che se sei un produttore di scarpe, per te quelli sono prodotti: il problema è che lo  sono solo per te, per il resto del mondo quelle sono scarpe.</p>
<p>Ovvero, perché quando progettiamo l&#8217;architettura dei contenuti ragioniamo come bibliotecari dell&#8217;informazione e non come le persone che vogliamo che li trovino?</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/sophistechate/2649324362/"><img class="aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" src="http://farm4.static.flickr.com/3248/2649324362_7d80e6872f.jpg" alt="" width="179" height="239" /></a></p>
<p style="text-align: right;">foto di <strong><a title="Link to  Lisa Brewster's photostream" rel="dc:creator cc:attributionURL" href="http://www.flickr.com/photos/sophistechate/"><strong>Lisa Brewster</strong></a></strong> da flickr</p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/DaimonContentDesign/~4/bVCdISjdZdo" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>i 5 luoghi comuni sui social media</title>
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		<comments>http://www.daimon.it/2010/06/17/i-5-luoghi-comuni-sui-social-media/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 15:35:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vanz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Su Social Media Examiner un bel post di Peter Wylie che mi segnala il nostro Thomas fa il punto sui 5 principali luoghi comuni falsi che si incontrano più frequentemente in azienda quando si parla di social media. E&#8217; vero che nella maggior parte dei casi queste convizioni sono in realtà posizioni di comodo per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Su <a href="http://www.socialmediaexaminer.com/top-5-social-media-myths-debunked/">Social Media Examiner un bel post</a> di Peter Wylie che mi segnala il nostro Thomas fa il punto sui 5 principali luoghi comuni falsi che si incontrano più frequentemente in azienda quando si parla di social media. E&#8217; vero che nella maggior parte dei casi queste convizioni sono in realtà posizioni di comodo per non dover avere a che fare con qualcosa di nuovo, che non si conosce, che non si capisce e in cui non ci sono pratiche definite, protocollate, a prova d&#8217;errore. In altri casi però &#8211; e sono quelli a cui si riferisce l&#8217;articolo &#8211; si tratta di equivoci, convinzioni in buona fede che derivano da una errata lettura dei fatti o dall&#8217;inevitabile superficialità di approccio di chi non conosce e fatica a comprendere un nuovo media.</p>
<p><strong>i miei clienti o potenziali tali non sono sui social media</strong><br />
mentre chiunque abbia letto un po&#8217; di statistiche riguardanti i social media più usati sa che ormai il pubblico di questi media è vastissimo, e tutte le fasce di popolazione vi sono ampiamente rappresentate.</p>
<p><strong>non è possibile misurare il ROI dei social media</strong><br />
il dibattito sul ritorno sugli investimenti dei social media è vecchio ormai, e pur essendo facile comprendere da dove sorga questa esigenza, basta comprendere come cambiano le interazioni grazie al nuovo media e accettare dei criteri di valutazioe qualitativi, oltre che quantitativi. un buon metodo è <a href="http://www.socialmediaexaminer.com/5-easy-ways-to-drive-social-media-fans-to-action/">legare azioni offline a comportamenti online</a> anche con sistemi gratuiti (per esempio, lo sapevate che il sistema di directory delle attività commerciali integrato con google maps &#8211; e quindi presente su tutti gli smartphone &#8211; consente di <a href="http://maps.google.com/coupons/page?did=0_5495391291797698211&amp;provider=SELF&amp;cid=VSRWRIK9ZRCQJ334&amp;oi=md_coup&amp;sa=X&amp;ct=coup&amp;cd=1&amp;hl=en">emettere coupon stampabili</a>?)</p>
<p><strong>non ho tempo di gestirli</strong><br />
la risposta più facile, frequente e anche la meno rispettosa del proprio mercato. l&#8217;articolo originale la mette sul &#8220;imparare a usarli è facile e divertente&#8221;, che è anche vero. personalmente penso che non lo sia se lo si percepisce come un lavoro sgradevole, ma la verità è che non c&#8217;è scelta e se si ha un rifiuto ideologico dei social media è meglio farselo passare, perché da qui in avanti un minimo di competenza a pratica al riguardo sarà <em>uno skill fondamentale</em> quanto l&#8217;uso di Office. il pezzo poi suggerisce software utili come HootSuite, TweetDeck e Ping.fm.</p>
<p><strong>mi massacreranno di commenti negativi</strong><br />
approccio che, se ci si pensa, riflette una scarsa opinione del proprio prodotto e della propria immagine sul mercato. naturalmente a nessuno piace leggere commenti negativi sul proprio lavoro, ma un commento negativo (statisticamente piuttosto infrequente, visto che la maggior parte delle persone che scrivono di un prodotto lo fanno per scriverne bene) è semplicemente l&#8217;occasione preziosa di rimettere in carreggiata la relazione con un cliente, e la possibilità di farlo pubblicamente è un&#8217;opportunità di comunicazione <em>preziosissima</em>.</p>
<p><strong>i social media sono faticosi</strong><br />
non se ti ci diverti :-)<br />
questa probabilmente ha un fondo di verità: la gestione della comunicazione attraverso diversi social media è impegnativa in termini di tempo necessario per impararli e per gestirli, ma come dicevamo sopra non è più una scelta ma un requirement, e ti assicuriamo che se sei una persona normale e non hai particolari tendenze antisociali, esiste sicuramente un social media, un approccio, un uso di questi strumenti che ti si rivelerà divertente e ti appassionerà: da lì in poi è tutta discesa :)</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.flickr.com/photos/collin_key/3209847940/"><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3306/3209847940_cc63af744e_m.jpg" alt="" width="240" height="207" /></a></p>
<p style="text-align: right;">foto di <strong><a href="http://www.flickr.com/photos/collin_key/"><strong>Collin  Key (busy)</strong></a></strong> da flickr</p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/DaimonContentDesign/~4/yvTA03q3z9M" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>grown up digital</title>
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		<comments>http://www.daimon.it/2010/06/09/grown-up-digital/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 16:43:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vanz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[grown up digital è un saggio scritto da don tapscott nel 2008 partire da un progetto di ricerca finanziato da alcune grandi aziende.
il libro si occupa di analizzare le differenze tra la cosiddetta Net Generation, ovvero la generazione nata tra la metà degli anni &#8216;70 e la fine degli anni &#8216;90 e la successiva &#8220;generazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.play.com/Books/Books/4-/6035319/Grown-Up-Digital-How-the-Net-Generation-is-Changing-Your-World/Product.html">grown up digital</a> è un saggio scritto da don tapscott nel 2008 partire da un progetto di ricerca finanziato da alcune grandi aziende.</p>
<p>il libro si occupa di analizzare le differenze tra la cosiddetta <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Generazione_Y">Net Generation</a>, ovvero la generazione nata tra la metà degli anni &#8216;70 e la fine degli anni &#8216;90 e la successiva &#8220;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Generazione_X">generazione Z</a>&#8220;, quella nata in un&#8217;epoca in cui Internet era già parte della vita quotidiana della nostra società.</p>
<p>il libro analizza le caratteristiche che differenziano i nativi digitali dalle generazioni precedenti &#8211; ovvero il mercato come lo conoscono le aziende &#8211; e cerca di tracciarne abitudini, tipicità e comportamenti.</p>
<p>ne risulta il quadro &#8211; probabilmente inatteso per il lettore medio della stampa generalista &#8211; di una generazione estremamente rapida nell&#8217;apprendere, con opinioni nette, capacità di giudizio e di esprimere bisogni e desideri. un popolo di giovanissimi resi ben più <em>smart</em> dei precedenti dall&#8217;uso intensivo e multitasking di tecnologie sociali, che danno loro la possibilità di comunicare, influenzare e influire sulla società in modo molto più incisivo.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.flickr.com/photos/45688888@N08/4191381737/"><img class="aligncenter" src="http://farm3.static.flickr.com/2610/4191381737_e97eef1e8c.jpg" alt="" width="299" height="199" /></a></p>
<p>tapscott descrive una generazione con potenzialità rivoluzionarie, segnata da 8 caratteristiche distintive: giovani che <strong>sanno cosa vogliono</strong> (per esempio libertà di scelta e di espressione), <strong>amano personalizzare</strong> e vogliono un mondo a propria misura (e prodotti personali/zzati/bili), sanno e vogliono scegliere, <strong>analizzare, questionare</strong> i prodotti e le aziende, cercano e si aspettano dalle aziende<strong> apertura e integrità etica</strong>, voigliono una vita e un lavoro che abbiano posto per<strong> l&#8217;intrattenimento e il gioco</strong>, sono più bravi e più veloci di qualunque altra generazione nella <strong>collaborazione e nello stringere relazioni</strong>, hanno <strong>bisogno di velocità</strong>, non solo nei giochi ma anche nei prodotti, nella comunicazione, nelle risposte della politica, sono impegnati <strong>politicamente e nel sociale</strong>, non a livello di partiti ma di persone (sono stati necessari per la vittoria di Obama) e movimenti, sono <strong>innovatori radicali</strong> continuamente all&#8217;esplorazione (della Rete, del mercato, della fonti selezionate dalla collettività, della conoscenza condivisa) per trovare nuovi modi di fare le cose: meglio, più velocemente, in multitasking e in modo <strong>più sociale, più collettivo, più conversazionale</strong>.</p>
<p>sono la prima generazione a cui quelle precedenti riconoscono <strong>competenze e autorità</strong>, in casa e a scuola (per esempio nella scelta, nell&#8217;uso, nella gestione delle tecnologie), e sono la <strong>generazione più numerosa</strong> e col più <strong>rapido tasso di apprendimento </strong>che la storia recente ricordi.</p>
<p>sono, secondo il ritratto senza dubbio ottimista che ne fa tapscott, una generazione che ha i mezzi tecnologici, la curiosità, le competenze, i bisogni e la volontà di cambiare il mondo. sono certamente una generazione che sta cambiando e cambierà le modalità di relazione col mercato. sono coloro che bisogna cominciare subito a capire, insomma, mentre la maggior parte delle aziende nostrane è ancora lì a comprare pubblicità televisive per un pubblico di ultrasessantenni la cui uscita dal mercato è imminente.</p>
<p style="text-align: right;">photo by <a title="Link to P  i c t u r e Y o u t h's photostream" rel="dc:creator cc:attributionURL" href="http://www.flickr.com/photos/45688888@N08/"><strong>P i c t u r e Y o u  t h</strong></a> on flickr</p>
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		<item>
		<title>death of a smartphone</title>
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		<comments>http://www.daimon.it/2010/05/28/death-of-a-smartphone/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 28 May 2010 13:16:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vanz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[quando non ce l&#8217;hai non ci credi, e quando lo stai usando non te ne rendi conto: di quanto le tue attività quotidiane dipendano da uno smartphone lo comprendi solo quando lo usi e per qualche ragione improvvisamente non puoi usarlo più.
da quando ho mandato a riparare il mio HTC magic mi sono immediatamente, dolorosamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>quando non ce l&#8217;hai non ci credi, e quando lo stai usando non te ne rendi conto: di quanto le tue attività quotidiane dipendano da uno smartphone lo comprendi solo quando lo usi e per qualche ragione improvvisamente non puoi usarlo più.</p>
<p>da quando ho mandato a riparare il mio HTC magic mi sono immediatamente, dolorosamente reso conto che:</p>
<p>- non ho più sottomano i dati (indirizzi, numeri, mail) di tutto il mio social network. sparito. per ritrovarlo devo andare a un computer (perché lo smartphone lo indossi ed è sempre con te, ma al computer ci devi <em>andare</em>).</p>
<p>- non ho più la minima idea di quali siano i miei impegni del giorno, che appuntamenti abbia, quali impegni e cose da fare. agenda, sparita. to-do, sparito.</p>
<p>- mail, sparita. impensabile. rubrica sparita, pazzesco.</p>
<p>- social network, friendfeed, flickr, facebook: migliaia di persone a cui tengo sparite dal mio orizzonte. un&#8217;ecatombe sociale. non posso più condividere niente con nessuno. il mondo è disabitato, il mondo è <em>disabilitato</em>.</p>
<p>- non so più dove sono e in che direzione devo andare. a gps + google maps + bussola + streetview ti abitui così in fretta che l&#8217;idea di non poterli usare è improvvisamente inconcepibile.</p>
<p>- fare la spesa è diventato un trauma. una delle app più stupide e al tempo stesso utili nella vita di un umano è la shopping list. sembra poco, ma sapere cosa manca in casa ti può svoltare la serata. non saperlo, soprattutto, te la può rovinare.</p>
<p>- sui mezzi non hai niente da leggere. panico.</p>
<p>- l&#8217;unica cosa che ti è rimasta sul nokia da 35 euro che stai usando è quella che usi meno: la telefonia è l&#8217;ultimo, unico contatto col mondo. peccato che tu odii parlare al telefono. peccato che sia la feature meno utile di tutte.</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/ninjaguy82/38962291/"><img class="alignnone" src="http://farm1.static.flickr.com/31/38962291_63697ccb56.jpg" alt="" width="286" height="190" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>photo by by <a title="Link to  Wellzee's photostream" rel="dc:creator cc:attributionURL" href="http://www.flickr.com/photos/ninjaguy82/"><strong>Wellzee</strong></a> on flickr</em></p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/DaimonContentDesign/~4/MafF9m7Giyk" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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