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	<title>Daimon | Content Design</title>
	
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	<description>consulenza di comunicazione in Rete</description>
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		<title>la fine del copyright</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 14:01:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>daimon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[scritto da Joost Smiers e Marieke van Schijndel (i nordeuropei sono anni avanti a noi su queste cose), tradotto e pubblicato in Italia da Stampa Alternativa, la fine del copyright è il saggio che mancava per fare il punto dello stato dei lavori su quel ginepraio di sensi, di norme e soprattutto di fraintendimenti che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>scritto da Joost Smiers e Marieke van Schijndel (i nordeuropei sono <em>anni</em> avanti a noi su queste cose), tradotto e pubblicato in Italia da Stampa Alternativa,<em> <a href="http://www.stampalternativa.it/libri/978-88-6222-108-5/joost-smiers-/la-fine-del-copyright.html">la fine del copyright</a></em> è il saggio che mancava per fare il punto dello stato dei lavori su quel ginepraio di sensi, di norme e soprattutto di fraintendimenti che è la questione diritto d&#8217;autore/copyright/diritti di distribuzione nell&#8217;era della riproducibilità tecnica, della diffusione digitale e della scomparsa dei supporti.</p>
<p>con pragmatismo, senza peli sulla lingua, senza falsi pudori e senza la piaggeria verso i poteri forti che contraddistingue spesso l&#8217;editoria tradizionale italiana (e fa sì che vengano prodotti testi monchi, timidi e zeppi di omissioni, al limite del comico), Smiers e la van Schijndel analizzano da un punto di vista finalmente schietto e attuale &#8211; per quanto schierato &#8211; la situazione del mercato allo stato reale delle cose, non a quello desiderato dalle major.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" style="margin-top: 50px; margin-bottom: 0px;" title="copyleft di zio fabio" src="http://farm4.static.flickr.com/3249/3138351581_3eb6e59ffd_o.jpg" alt="" width="50" height="125" /></p>
<p>ne esce un quadro che toglie molte illusioni e che, lungi da dare una soluzione (che chiaramente è ancora tutta da trovare, o meglio deve ancora spontaneamente emergere) lascia comprendere chiaramente quanto il modello attuale sia insostenibile e quanto è necessario che gli editori e gli autori si <em>aprano la testa</em> per accettare ribaltamenti di ruoli e di modelli &#8211; anche di business &#8211; che stravolgeranno letteralmente il mercato dei media e delle opere d&#8217;ingegno in pochissimi anni. facendo anche delle vittime. un libro semplicemente necessario per chiunque lavori in qualche forma di editoria.</p>
<p>il saggio, venduto al prezzo non modico di 12 eurini &#8211; reso presumibilmente necessario dai costi di stampa e distribuzione per un piccolo editore indipendente &#8211; si compra in libreria e <a href="http://www.ibs.it/code/9788862221085/smiers-joost/fine-del-copyright.html">sui principali siti di ecommerce</a>, ma è (e ci mancherebbe) anche scaricabile gratuitamente in formato digitale, con licenza creative commons, <a href="http://dl.dropbox.com/u/215828/final.pdf">qui (PDF 597 Kb)</a>.</p>
<p style="text-align: right;"><em>foto di <strong><a href="http://www.flickr.com/photos/ziofabio/3138351581/">zio Fabio</a><a title="Link to Horia Varlan's photostream" rel="dc:creator cc:attributionURL" href="http://www.flickr.com/photos/horiavarlan/"><strong> </strong></a></strong> da flickr</em></p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/DaimonContentDesign/~4/V2UTvScek1c" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>le community per l’editoria: un futuro possibile</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 16:11:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>daimon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Non sarà cercare di ricreare le condizioni di scarsità del mercato pre-Internet che salverà l&#8217;editoria: quello in cui gli unici canali in grado di distribuire l&#8217;informazione sono controllabili o difficilmente replicabili è un mondo passato. La rianimazione di modelli defunti non ha speranze, tantomeno l&#8217;approccio repressivo. Invece di lamentarsi bisogna cercare, con umiltà, di intuire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sarà cercare di ricreare le condizioni di scarsità del mercato pre-Internet che salverà l&#8217;editoria: quello in cui gli unici canali in grado di distribuire l&#8217;informazione sono controllabili o difficilmente replicabili è un mondo passato. La rianimazione di modelli defunti non ha speranze, tantomeno l&#8217;approccio repressivo. Invece di lamentarsi bisogna cercare, con umiltà, di intuire i nuovi modelli di business su cui si baserà l&#8217;editoria del 21mo secolo.</p>
<p>Uno di questi è la community editoriale: la parte più attiva, propositiva e appassionata del proprio mercato, aggregata online, non solo contribuisce attivamente al prodotto editoriale e alle revenue che esso genera, ma entra a far parte del modello di business futuro dell&#8217;editoria.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://farm5.static.flickr.com/4002/4376335200_735083fea0.jpg" alt="" width="301" height="200" /></p>
<p>Linkato qui sotto, un post lungo (o un paper corto)  in pdf che cerca di esplorare i vantaggi e le potenzialità della collaborazione tra editoria e community. Uno sguardo oltre la situazione attuale per intuire modelli di business basati sulle comunità verticali e locali, forme di collaborazione possibili tra la capacità di produrre news e inchieste dell&#8217;editoria professionale e la capacità di arricchirle di contenuti originali, punti di vista alternativi, interpretazioni locali e di nicchia da parte di un ampio pubblico di appassionati e competenti lettori.</p>
<h2 style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.scribd.com/doc/27757269/Editoria-e-Community">social publishing 2010: editoria + community</a></strong></h2>
<h3 style="text-align: center;">(<a href="http://www.scribd.com/doc/27757269/Editoria-e-Community">leggilo online su scribd</a> &#8211; <a href="http://www.daimon.it/contentdesign/wp-content/uploads/2010/03/editoria_e_community.pdf">download qui</a>)</h3>
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		<title>regalare è meglio che vendere ovvero del perché cory doctorow è meglio di michael crichton</title>
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		<comments>http://www.daimon.it/2010/02/23/regalare-e-meglio-che-vendere/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 14:26:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>daimon</dc:creator>
				<category><![CDATA[MKTG]]></category>
		<category><![CDATA[SOCIAL]]></category>

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		<description><![CDATA[a me piace la fantascienza, soprattutto quella sociale (più philip dick che asimov, per capirci). tra gli ormai pochi autori che riesco a leggere ce n&#8217;è uno che si chiama cory doctorow, di cui ho recentemente comprato l&#8217;ultimo romanzo, makers. ora si dà il fatto che, per ragioni mie, a casa non trovi il tempo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a me piace la fantascienza, soprattutto quella sociale (più philip dick che asimov, per capirci). tra gli ormai pochi autori che riesco a leggere ce n&#8217;è uno che si chiama <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Cory_Doctorow">cory doctorow</a>, di cui ho recentemente comprato l&#8217;ultimo romanzo, <a href="http://www.play.com/Books/Books/4-/10769921/Makers/Product.html"><em>makers</em></a>. ora si dà il fatto che, per ragioni mie, a casa non trovi il tempo di leggere, mentre sui mezzi pubblici sì. se cory doctorow fosse uno scrittore normale sarei costretto a scaricarmi una copia pirata in formato ebook del suo romanzo, cosa che considererei mio diritto in quanto ho comprato il libro di carta e non avrei la<em> minima intenzione</em> di ripagare la stessa cifra per gli stessi contenuti. per l&#8217;autore/editore medio avrei compiuto un reato, mentre per cory doctorow no: lui mette i suoi ebook da <a href="http://craphound.com/">scaricare grauitamente sul suo sito</a> (per tutti: anche chi non li ha già comprati), cosa che mi ha permesso di scoprirlo, di apprezzarlo e fa sì che io compri i suoi libri di carta. perché mi piacciono, ma soprattutto perché cory doctorow mi è simpatico e si è comportato in modo onesto e disponibile con me.</p>
<p>l&#8217;ultimo romanzo di cory doctorow<em> </em>(<a href="http://craphound.com/makers/download/">qui in ebook gratis</a>), mi ricorda un po&#8217; un altro scrittore che leggevo in passato, michael crichton. michael crichton all&#8217;inizio non mi era né simpatico né antipatico, poi è successo che si è espresso più volte e con toni molto duri (e dicendo pure qualche grossolana idiozia) contro internet in generale e contro quelli che scaricano i file in particolare. micheal crichton era uno di quegli autori che se potessero porterebbero in tribunale i loro lettori. da quel momento in poi ho smesso di comprare i libri di michael crichton: non solo perché mi era improvvisamente diventato molto antipatico, ma perché se aveva intenzione denunciarmi non mi sembrava saggio dargli i mezzi economici per farlo.</p>
<p>questa cosa gli editori, i discografici, le major del cinema non l&#8217;hanno mica ancora capita. non solo questa, ma anche altre: ci sono almeno 5 cose che cory doctorow ha capito e le corporation no, ed è la ragione per cui io e tanti altri come me diamo e i futuro daremo sempre più volentieri i nostri soldi ai cory doctorow di questo mondo e sempre meno ai michael crichton, fino al momento in cui solo i cory doctorow potranno permettersi di restare sul mercato.</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/moriza/96724309/"><img class="aligncenter" title="foto di moriza da flickr" src="http://farm1.static.flickr.com/12/96724309_985b8acd3f_m.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a></p>
<p><em>il file sharing non si può fermare</em><br />
per quanto ci si possa provare, con le buone o le cattive, con le tecnologie o le legislazioni, il libero scambio di contenuti digitali è reso possibile dalle tecnologie e quando una tecnologia si è evoluta non la si può far devolvere. teenager, ventenni e anche molti adulti oggi non hanno &#8211; e per quanto ci si provi non avranno mai più &#8211; la percezione che il file sharing sia un reato. più o meno tutti scaricano o scaricheranno da qui a due anni, e non è possibile mettere in galera tutta la popolazione mondiale.</p>
<p><em>denunciare i propri lettori non è una buona strategia di marketing</em><br />
rifiutare la strada del confronto e scegliere quella dello scontro non avrà l&#8217;effetto di convincere le persone a smettere di scambiare i file, ma avrà quasi certamente altri due effetti: convincere intere generazioni a scaricare ancora di più e in modi sempre più furbi, e infondere in loro la convinzione che gli adulti sono degli idioti liberticidi e che le loro regole sono senza senso. il consumatore oggi ha il controllo del mercato: se si dipende dal mercato, minacciare chi lo controlla non è una buona idea.</p>
<p><em>regalare è meglio che vendere</em><br />
se non sei l&#8217;autore più famoso del mondo è meglio essere conosciuti che vendere, perché se prima di tutto non sei conosciuto, non venderai mai, e l&#8217;offerta di contenuti sta esplodendo quindi la concorrenza è sempre di più. ma anche se sei l&#8217;autore più famoso del mondo, chi vuole scaricare i tuoi contenuti senza pagarli lo farà lo stesso: fattene una ragione. invece di minacciarlo investi la tua testa e i tuoi soldi nel dare buone ragioni a quelli che vogliono pagarti per farlo (fai prezzi onesti, regala i contenuti in altri formati per usi alternativi, inventati extra e  da allegare ai prodotti fisici, investi sull&#8217;esperienza dal vivo, conversa con la tua base di fan più appassionata).</p>
<p><em>essere simpatici è meglio che essere antipatici</em><br />
c&#8217;è bisogno di spiegarlo, che se ho la scelta di premiare qualcuno premierò chi mi è simpatico, è stato onesto e generoso con me, e non chi si è comportato in modo minaccioso, avaro e odioso?</p>
<p><em>forse &#8220;vendere&#8221; non è vitale</em><br />
è ormai chiaro che il futuro è dei modelli di business alternativi che emergono in corso d&#8217;opera. il mercato cambia a velocità impensate e incomprensibili, e così le modalità di fornitura, rientro dagli investimenti e remunerazione dei servizi. twitter, facebook, youtube e persino google non avevano un modello di business tradizionale e chiaro, all&#8217;inizio: l&#8217;hanno trovato strada facendo (alcuni lo stanno ancora cercando, il che non li rende meno meritevoli o di minor successo presso il loro pubblico, anzi).</p>
<p><em>se il tema di questo post ti interessa, ti consiglio un altro libro di cory doctorow, che mi pare anche il  migliore da far leggere a un teenager in questo momento: <a href="http://www.play.com/Books/Books/4-/6061531/Little-Brother/Product.html">little brother</a>.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em><a href="http://www.flickr.com/photos/moriza/96724309/">foto by moriza from flickr</a></em></p>
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		<title>l’insostenibile inutilità del comunicare alla stampa (e non attraverso la stampa)</title>
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		<comments>http://www.daimon.it/2010/02/18/linsostenibile-inutilita-del-comunicare-alla-stampa/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 07:46:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>daimon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[che il comunicato stampa, questa simpatica è un po&#8217; bizzarra tradizione che è retaggio del ventesimo secolo e della comunicazione ai tempi dei nostri nonni, non viene letto dal nostro mercato lo sappiamo tutti, vero? che gli effettivi clienti (o potenziali tali) del prodotto non lo leggono, e che gli unici a leggerlo sono lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>che il comunicato stampa, questa simpatica è un po&#8217; bizzarra tradizione che è retaggio del ventesimo secolo e della comunicazione ai tempi dei nostri nonni, non viene letto dal nostro mercato lo sappiamo tutti, vero? che gli effettivi clienti (o potenziali tali) del prodotto non lo leggono, e che gli unici a leggerlo sono lo stagista incaricato di impaginarlo e i professionisti del nostro settore che non hanno niente di meglio da fare, sappiamo anche questo? sappiamo magari anche che il comunicato non è progettato per essere letto dai nostri clienti o futuri tali, perché contiene informazioni assolutamente irrilevanti, del tutto non credibili ed espresse in un linguaggio da capostazione, è noto pure questo? e anche che il vero scopo del comunicato stampa è cercare di far credere internamente (al management) e esternamente (alla concorrenza) che si sta facendo qualcosa? se a tutto ciò poi aggiungiamo il fatto che da un rapido esame del più noto sito di comunicati stampa italiano emerge che meno di uno su cinque ha un link al prodotto di cui il comunicato starebbe teoricamente parlando, possiamo finalmente dirci del tutto convinti che il comunicato stampa è un ottimo modo per investire nel nulla risorse aziendali e far perdere tempo a persone che potrebbero essere impiegate &#8211; a costo zero &#8211; a raccontare il prodotto al mercato, quindi a vendere?</p>
<p>perché, importante è che ce ne rendiamo conto, poi ognuno coi suoi soldi fa quello che vuole.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="foto di Mykl Roventine da flickr" src="http://farm4.static.flickr.com/3615/3545127104_c8bf6264e6_m.jpg" alt="" width="240" height="199" /></p>
<p><em>nel corso della compilazione di questo post non è stato sfruttato alcuno stagista di agenzia di comunicazione né sminuito o reso irrilevante alcun prodotto. eventuali effetti collaterali da eccessiva esposizione a comunicati stampa possono essere curati <a href="http://sethgodin.typepad.com/seths_blog/">leggendo</a> <a href="http://www.hyperorg.com/blogger/">alcuni</a> <a href="http://www.buzzmachine.com/">blog</a>.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>foto di </em><a href="http://www.flickr.com/photos/myklroventine/"><strong>Mykl Roventine</strong></a> da flickr</p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/DaimonContentDesign/~4/AJU6fCGZmpQ" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>a proposito di Schmidt ovvero perché Google ha sminchiato la privacy di Buzz</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 11:55:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vanz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Google Buzz non è una nuova piattaforma di social networking, ma piuttosto una sorta di espansione/upgrade di protocollo che cerca di adattare la &#8220;vecchia&#8221; e-mail alle nuove esigenze del social networking. il che lo rende già meno assimilabile a Friendfeed e forse anche a Facebook dal punto di vista della gestione privacy (Buzz è più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.google.com/buzz">Google Buzz</a> non è una nuova piattaforma di social networking, ma piuttosto una sorta di <em>espansione/upgrade di protocollo</em> che cerca di adattare la &#8220;vecchia&#8221; e-mail alle nuove esigenze del social networking. il che lo rende già meno assimilabile a Friendfeed e forse anche a Facebook dal punto di vista della gestione privacy (Buzz è più <em>personale</em> come scopi e obiettivi). progettandolo, Google ha compiuto almeno un grave errore, rendendo visibile di default il social network &#8220;automatico&#8221; dell&#8217;utente basato sulla frequenza delle sue conversazioni su gmail. (le altre critiche fatte su una presunta impossibilità di disattivarlo mi paiono meno fondate).</p>
<p>sarebbe una follia pensare che Google abbia messo consapevolmente a rischio il proprio modello di business, che prima che sull&#8217;accesso a dati personali e contenuti sensibili si basa sulla fiducia delle persone: a Mountain View sanno benissimo che tradire la fiducia delle persone significa perdere il mercato, e non essendo scemi non hanno fatto questa scelta per ingordigia di dati: mi pare più ingenuità che dolo. è stata dovuta, credo, in parte al fatto che hanno meno esperienza di progettazione di social network di altre realtà, che hanno imparato da errori compiuti in passato (Facebook e Twitter hanno compiuto errori simili: ce lo ricordiamo, oggi?).</p>
<p>ma l&#8217;errore è dovuto anche e soprattutto al fatto che, <a href="http://web2expo.blip.tv/file/1277460/">come dice Clay Shirky</a> (parafrasando), <em>il problema della privacy è che per la prima volta stiamo passando da un sistema evoluto, sociale di gestione delle informazioni sensibili, a un sistema ingegnerizzato: è un problema di filtraggio delle informazioni, non di troppe informazioni o troppo accesso alle informazioni</em>. la verità è che stanno tutti sperimentando, cercando di tradurre e imbrigliare in piattaforme e protocolli rigidi un sistema complesso, flessibile ed evolutivo di gestione delle informazioni sensibili che nel mondo fisico si basa su un mix intelligente di buon senso comune, intelligenza emotiva e sensibilità collettiva.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-483" title="buzz2" src="http://www.daimon.it/contentdesign/wp-content/uploads/2010/02/buzz2.png" alt="buzz2" width="333" height="187" /></p>
<p>ciò non toglie che quello di Buzz errore è e errore resta, ma quello che inquieta è che esista un precedente che lo rende molto, molto più grave e sospetto: la <a href="http://www.huffingtonpost.com/2009/12/07/google-ceo-on-privacy-if_n_383105.html">sconsiderata e irresponsabile affermazione</a> del CEO di Google <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Eric_E._Schmidt">Eric Schmidt </a>dello scorso dicembre in cui sostanzialmente affermava che <em>se vuoi che non si sappia cosa hai fatto, l&#8217;unico modo è non farlo</em>. è questa solenne minchiata, non l&#8217;errore di progettazione di Buzz, che getta una pessima luce su tutta la questione Google/Privacy: sono proprio le parole di Schmidt, che consentono di pensare al dolo. quella dichiarazione, a suo tempo probabilmente non stigmatizzata a sufficienza, potrebbe costare a Google la credibilità sui media e presso un pubblico che è fondamentale per la diffusione di Buzz.</p>
<p>quella dichiarazione, e il fatto che, dopo la débacle della prima giornata di Buzz, Google non sia stata in grado di scusarsi pubblicamente e per voce della sua carica più alta nonostante il numero e il peso delle voci che lamentavano una grave violazione, dimostra non solo che oggi Google ha difficoltà di trasparenza e di comunicazione simili a quelle che affliggono realtà concorrenti considerate molto più rigide, reticenti e chiuse come Microsoft o Apple (il che è un serio colpo all&#8217;immagine di G come realtà aperta e <em>not evil</em>), ma soprattutto &#8211; a mio parere, ovviamente &#8211; che Eric Schmidt, per quanto rassicurante per i mercati azionari, forse non è più la persona adatta a rappresentare pubblicamente l&#8217;immagine positiva di Google, che forse ha bisogno di una figura che sia più in linea sia con la sua vera vocazione (<em>geek, smart, open</em>), che con l&#8217;immagine che vuole e può ancora proiettare sul mercato. ancora, ma forse non ancora per molto.</p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/DaimonContentDesign/~4/CvFrylGMcU0" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>capire sarebbe meglio che combattere, ovvero quando i social media son tutti chiodi</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 14:00:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[con gli attuali tassi di crescita dell&#8217;accesso a Internet e la rapidità con cui si diffondono le nuove risorse, si assiste sempre più spesso a fenomeni di rigetto immediato dei nuovi media. un po&#8217; il fatto che il primo impatto con una nuova interfaccia mette sempre ansia, un po&#8217; che in Italia per carattere e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>con gli attuali tassi di crescita dell&#8217;accesso a Internet e la rapidità con cui si diffondono le nuove risorse, si assiste sempre più spesso a fenomeni di rigetto immediato dei nuovi media. un po&#8217; il fatto che il primo impatto con una nuova interfaccia mette sempre ansia, un po&#8217; che in Italia per carattere e cultura ci sentiamo tutti in dovere di esprimere un&#8217;opinione su qualunque cosa, ogni restyling di interfaccia di strumenti diffusi e ogni introduzione di nuovi strumenti ha l&#8217;effetto immediato di suscitare un coro di:</p>
<p><em>&#8220;era meglio prima&#8221;<br />
&#8220;non si capisce&#8221;<br />
&#8220;non serve a niente&#8221;<br />
&#8220;c&#8217;era già il&#8230;</em> (social media preferito di chi parla)&#8221;<em><br />
&#8220;non avrà mai il successo di&#8230; </em>(social media preferito di chi parla)&#8221;</p>
<p>seguono lazzi e frizzi derivanti sull&#8217;ingenuità di chi ha progettato lo strumento in questione, espressi ben prima di essersi dati il tempo non solo di imparare a usare il nuovo strumento/interfaccia, ma anche solo di aver cercato di capire che cos&#8217;è, per che cosa è progettato, quali sono i suoi ambiti di utilizzo e il suo pubblico di riferimento, qual è l&#8217;obiettivo che si sono dati i suoi autori. per non parlare delle critiche alla gestione della privacy* di strumenti sostanzialmente innocui, mentre quasi nessuno sembra preoccuparsi del fatto che siamo il paese più illegalmente intercettato del mondo, che i Servizi hanno dossier su metà della popolazione e che provider e telcom italiane (sì: il <em>tuo</em> provider e la <em>tua</em> telcom) consegnano allegramente i nostri dati più privati, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_Telecom-Sismi">spesso anche illecitamente</a>.</p>
<p>ma su quello che avviene in Internet siamo tutti CT della Nazionale. forse è il caso di tenere presente che i social media non sono tutti uguali, non hanno tutti gli stessi usi e obiettivi, non sono tutti indirizzati allo stesso pubblico, non sono tutti progettati per la stessa cosa. ogni ambiente/strumento ha un uso progettuale a cui spesso si affiancano più usi reali anche molto diversi tra loro. e poiché Internet non è la TV &#8211; che deve uniformare l&#8217;offerta a un pubblico indistinto &#8211; i media online (che siano social o meno) possono essere mirati a pubblici anche molto ristretti, avere scopi e modalità d&#8217;uso che a prima vista non sono evidenti, rispondere a bisogni che non sono di tutti.</p>
<p><em><a href="http://wave.google.com/">google wave</a></em> non è un social media generalista: è una piattaforma di collaborazione online per piccole realtà delocalizzate che lavorano su un progetto comune e condiviso: in realtà wave è (tra altre cose in potenza) una piattaforma enterprise 2.0. <em><a href="http://www.google.com/buzz">google buzz</a></em> non è un clone di <em>friendfeed</em>: è un modo di portare su un nuovo piano (conversazionale, molti a molti, misto pubblico/privato) le relazioni e i contenuti che normalmente transitano nella casella di posta elettronica, con una rete sociale che non è necessariamente la stessa dei social media a cui sembra assomigliare più da vicino, ma spesso più personale e famigliare. si tratta di strumenti che hanno lo scopo non solo produrre ma soprattutto di <em>aggregare</em> i contenuti in modi diversi: più utili e funzionali alla gestione dell&#8217;informazione.</p>
<p>sostenere che Wave o Buzz non uccideranno twitter o friendfeed non è tanto sostenere l&#8217;ovvio, quanto sommare mele e pere, ragionare usando come paradigna soltanto il proprio uso di questo o quel media, un uso che è necessariamente personale e non universale.</p>
<p>molto più utile sarebbe cercare di capire quale dei tanti usi di quel media fa per noi, e come possiamo sfruttarlo per migliorare la nostra vita, ma per uno che ha un martello tutti i social media son chiodi.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="foto di meddygarnet da flickr" src="http://farm4.static.flickr.com/3631/3470946286_b1c1c31403.jpg" alt="" width="210" height="140" /></p>
<p style="text-align: left;">foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/meddygarnet/3470946286/">meddygarnet da flickr</a></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: center;">
<p><em>*secondo un&#8217;idea di cosa sia la privacy che ormai è completamente distorta a causa del terrorismo dei media da una parte, e dall&#8217;altra da paure irrazionali dovute al fatto, ancora una volta, di non conoscere il media. al riguardo, <a href="http://www.buzzmachine.com/2010/02/11/the-german-privacy-paradox/">cfr Jeff Jarvis.</a></em></p>
<p style="text-align: left;">
<p><em>*UPDATE per scrupolo: questo post non si vuole riferire nello specifico a Google Buzz né alle critiche sulla privacy che gli sono state rivolte: nonostante a me non abbia infastidito il sistema usato per creare il network del buzzer, il fatto che le critiche di molti fossero giustificate è confermato dalla marcia indietro di Google, che ultimamente sta agendo in modo poco meditato (e questo potrebbe costare a G il destino di Buzz, come l&#8217;errore nel marketizzare Wave è costato molto in termini di immagine del prodotto). E&#8217; chiaro che Google sta facendo sensibili errori di PR.</em></p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/DaimonContentDesign/~4/DjO2nR3gEKo" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>il modello televisivo è spacciato</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 14:34:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vanz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[su Business Insider Henry Blodget si prende la briga e di certo il gusto di mettere i puntini sulle i sullo stato dei distributori di contenuti TV (in fase di rifiuto dell&#8217;evidenza, come gli editori 5 anni fa) e ha il coraggio di mettere nero su bianco una serie di dati di fatto e sviluppi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">su <em><a href="http://www.businessinsider.com/henry-blodget-analysts-begin-to-realize-that-theres-no-way-to-save-television-2009-6">Business Insider</a></em> Henry Blodget si prende la briga e di certo il gusto di mettere i puntini sulle <em>i</em> sullo stato dei distributori di contenuti TV (in fase di rifiuto dell&#8217;evidenza, come gli editori 5 anni fa) e ha il coraggio di <a href="http://www.businessinsider.com/henry-blodget-analysts-begin-to-realize-that-theres-no-way-to-save-television-2009-6"><strong>mettere nero su bianco una serie di dati di fatto e sviluppi imminenti</strong></a> che molti non osano non solo scrivere ma nemmeno prendere in considerazione, nonostante siano sotto gli occhi di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">il pezzo è da leggere tutto, soprattutto per chi lavora nei media nuovi o vecchi che siano, perché è utile esplorare tutte le implicazioni e conseguenze delle affermazioni di Blodget. che sono:</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>analisi</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">- il vaso di Pandora è aperto: la distribuzione via Internet è possibile, esiste ed è praticata.</p>
<p style="text-align: justify;">- essa genera solo una frazione delle <em>revenue</em> della distribuzione tradizionale.</p>
<p style="text-align: justify;">- con quelle <em>revenue</em> l&#8217;industria TV non può sostenere i costi attuali.</p>
<p style="text-align: justify;">- il modello ha funzionato finché la TV era l&#8217;alternativa più semplice e divertente, era l&#8217;unico canale di distribuzione possibile sia per lo spettatore che per l&#8217;inserzionista, e il distributore era in grado di controllare gli snodi distributivi, come le onde: a creare valore erano la scarsità e il controllo del canale di distribuzione.</p>
<p style="text-align: justify;">- ora c&#8217;è un&#8217;alternativa anche più divertente (Internet), ci sono nuovi canali accessibili ai produttori di contenuti (<em>Hulu, Miro, Netflix</em>) e agli spettatori (<em>bittorrent, youtube</em>), gli inserzionisti hanno accesso diretto al mercato, i canali e i distributori si moltiplicano, non c&#8217;è più scarsità e cade il controllo degli snodi distributivi.</p>
<p style="text-align: justify;">- i distributori reagiscono fingendo di innovare, in realtà cercando di mantenere il controllo (sui contenuti, sull&#8217;accesso agli stessi, sul modo di diffonderli, sui mercati geografici) ma l&#8217;apertura e l&#8217;ubiquità di Internet rende vani questi sforzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" src="http://farm1.static.flickr.com/116/252772357_e5e0115d32.jpg" alt="" width="277" height="184" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em><strong>previsioni</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">- i contenuti di qualità continueranno a prosperare perché la qualità è un valore assoluto. i contenuti &#8220;di cattiva qualità&#8221; non avranno visibilità (come è oggi, peraltro).</p>
<p style="text-align: justify;">- le compagnie di distribuzione (quelle che chiamiamo reti TV, che trasmettono ma non producono) diventeranno semplici tubature senza potere sui contenuti, le compagnie telefoniche <em>resteranno</em> semplici tubature senza potere sui contenuti, gli internet e wireless provider resteranno semplici tubature senza potere sui contenuti. la competizione tra semplici tubature senza potere sui contenuti farà scendere i prezzi dell&#8217;accesso. Apple potrebbe cercare di conquistare l&#8217;accesso ai contenuti in stile vecchia TV, tramite lo snodo distributivo di una piattaforma chiusa (iPhone, iPad).</p>
<p style="text-align: justify;">- i produttori di contenuti (società di produzione, canali televisivi che producono) distribuiranno direttamente al consumatore rinunciando ai lauti contratti con i distributori. emergeranno aggregatori video intelligenti (es. youtube, hulu, netflix) ai quali ci si potrà registrare con modelli di pagamento a canone fisso.</p>
<p style="text-align: justify;">il passo successivo che Henry Blodget non fa &#8211; ma aggiungo io &#8211; è quello che individua nella licenza collettiva il modello di business sostenibile per tutti in base a queste premesse: un canone fisso annuo <em>all you can eat</em> (simile a quelo che regola la distribuzione radiofonica) che consente di usufruire di tutti i contenuti online, e che qualcuno si prende la briga di raccogliere e ridistribuire ai produttori di contenuti in base agli ascolti effettivi. questo qualcuno può essere sia l&#8217;internet provider che l&#8217;unico soggetto in grado di misurare i consumi di un mercato globale e ridistribuire equamente gli utili. qualcuno che <a href="http://www.google.com">già lo fa con l&#8217;advertising</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">è il concetto di <em>licenza volontaria collettiva</em> come <a href="http://www.eff.org/wp/better-way-forward-voluntary-collective-licensing-music-file-sharing">formalizzato nel 2003 da Electronic Frontier Foundation</a> e che è ancora difficile da accettare a chi non riesce a liberarsi degli schemi mentali basati sul modello di business esistente.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.businessinsider.com/henry-blodget-analysts-begin-to-realize-that-theres-no-way-to-save-television-2009-6">Qui il pezzo di Blodget su Business Week</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.flickr.com/photos/schmilblick/252772357/">foto: Old broken TV di schmilblick da Flickr</a></em></p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/DaimonContentDesign/~4/0ZxLpiqvxnQ" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>progettare la comfort zone</title>
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		<comments>http://www.daimon.it/2010/02/04/progettare-la-comfort-zone/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 16:31:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vanz</dc:creator>
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		<category><![CDATA[SOCIAL]]></category>
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		<description><![CDATA[nella psicologia comportamentale, la comfort zone è la condizione mentale in cui la persona agisce in uno stato di assenza di ansietà, con un livello di prestazioni costante e senza percepire un senso di rischio. in altre parole, una condizione di familiarità, confidenza e sicurezza in cui la persona si trova completamente a proprio agio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>nella <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Psicologia_comportamentale">psicologia comportamentale</a>, la <em><strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Comfort_Zone_Theory">comfort zone</a></strong></em> è la condizione mentale in cui la persona agisce in uno stato di assenza di ansietà, con un livello di prestazioni costante e senza percepire un senso di rischio. in altre parole, una condizione di familiarità, confidenza e sicurezza in cui la persona si trova completamente a proprio agio, senza percepire rischi o pericoli.</p>
<p>per la teoria del management, lo svantaggio della <em>comfort zone</em> è di non essere <em>provocatoria</em>, ovvero di non proporre stress o stimoli che possano attivare la creatività e la concentrazione. ma è chiaro che la comfort zone è spesso la condizione ideale per attività online in cui è importante la percezione di sicurezza, per esempio l&#8217;acquisto. in verità, la comfort zone è utile per un sacco di attività umane che possono avere una connotazione di rischio, di esposizione personale, di condanna sociale o anche solo di esposizione pubblica di attività intime.</p>
<p>il sesso, il consumo di droga, la condivisione di predilezioni fuori dal comune come il <em>fetish</em>, ma anche la preghiera e il rito funebre si avvantaggiano &#8211; se non richiedono necessariamente &#8211; di ambienti progettati per favorire una <em>comfort zone</em>.</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/anniferrr/4282297911/"><img class="aligncenter" title="comfort zone by anna gutermuth from flickr" src="http://farm5.static.flickr.com/4002/4282297911_ab3fa573b6_m.jpg" alt="" width="240" height="142" /></a><br />
a volte addirittura lo stesso tipo di attività richiede o meno una comfort zone a seconda della sua connotazione privata o pubblica. le luci fioche, i drappeggi neri e la musica di sottofondo dei privé &#8211; in cui lo strip è eseguito privatamente &#8211;  incoraggiano la comfort zone e hanno lo scopo di rassicurare nello svolgimento di un&#8217;attività percepita come individuale; le strobo, la musica violenta e i colori squillanti dei topless bar &#8211; dove lo strip è spettacolo pubblico &#8211; hanno l&#8217;obiettivo di stimolare, nel contesto di un&#8217;attività del tutto simile a quella precedente ma socialmente percepita come collettiva.</p>
<p>nella progettazione di un ambiente online, tra le tante cose che è necessario avere razionalizzato e condiviso è opportuno considerare con attenzione l&#8217;opportunità di evocare una <em>comfort zone</em> (che è comunque sempre uno stato mentale, non un ambiente fisico). se alcune attività la richiedono necessariamente (l&#8217;ha capito bene il business del porno online che ha un attento studio dei colori e delle immagini, molto meno l&#8217;home banking, ancora legato a disumane logiche e estetiche corporate) altre attività potrebbero non avvantaggiarsene.</p>
<p>in una community online alcune caratteristiche di comfort zone possono aiutare a comunicare sicurezza e protezione, ma se non necessarie possono andare a discapito dell&#8217;attività e dello stimolo dell&#8217;utente. la comfort zone che consente a una community di mamme di sentirsi tranquille e protette può non essere necessaria &#8211; se non addirittura controproducente &#8211; per la community anarchica e conflittuale di una radio con un pubblico di maschi trentenni aggressivi.</p>
<p>progettando ambienti online è necessario conoscere e tenere presente quali sono le forme del linguaggio, gli stili di scrittura, le caratteristiche grafiche e visive e gli elementi del web design che si possono usare per costruire una comfort zone attorno <span style="text-decoration: line-through;"><a href="http://www.iamnotauser.com/">agli utenti</a></span> alle persone.</p>
<p style="text-align: right;"><em>photo: <a href="http://www.flickr.com/photos/anniferrr/4282297911/">comfort zone by anna gutermuth</a> from flickr</em></p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/DaimonContentDesign/~4/sjIRsEYQpnA" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>fatti vendere la canna, non il pesce</title>
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		<comments>http://www.daimon.it/2010/01/26/fatti-vendere-la-canna-non-il-pesce/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 13:52:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vanz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[in daimon ci occupiamo di comunicazione su Internet, in tutti gli ambienti e tutte le forme. come tutti quelli che fanno questo mestiere, con la maturazione del mercato e l&#8217;ingresso in Rete di ampie fasce di popolazione, negli ultimi anni abbiamo visto aumentare le richieste di iniziative di marketing sui social media.
molte volte queste richieste sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>in daimon ci occupiamo di comunicazione su Internet, in tutti gli ambienti e tutte le forme. come tutti quelli che fanno questo mestiere, con la maturazione del mercato e l&#8217;ingresso in Rete di ampie fasce di popolazione, negli ultimi anni abbiamo visto aumentare le richieste di iniziative di marketing sui social media.</p>
<p>molte volte queste richieste sono per eventi di pura visibilità, quasi mai si basano su una strategia organica ragionata, spesso l&#8217;unico bisogno del committente è una &#8220;campagna&#8221; che possa essere rivenduta internamente come un successo di comunicazione, un&#8217;iniziativa che dia visibilità interna. non credo ci sia bisogno di dire che <em>ottenere visibilità interna</em> non è un obiettivo sensato, né per il marketing del prodotto né per l&#8217;economia aziendale.</p>
<p>anche per quanto riguarda l&#8217;operatività, ovvero il coinvolgimento pratico dell&#8217;azienda nel processo di comunicazione e i contenuti da scrivere e condividere (nell&#8217;ottica corporate, compiti da <em>peones</em> dei quali non vale la pena di occuparsi), spesso il ragionamento è ancora quello dell&#8217;advertising tradizionale: pago un&#8217;agenzia per fare una campagna su media che non conosco e continuerò a non conoscere in quanto c&#8217;è chi se ne occupa per me.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.flickr.com/photos/jiazi/739628341/"><img class="aligncenter" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 5px;" title="foto di jiazi da flickr" src="http://farm2.static.flickr.com/1008/739628341_6fabf5d660.jpg" alt="" width="300" /><br />
</a></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p>con la pubblicità ha anche senso: non ho contenuti personali da comunicare, e se non devo dire niente di mio tanto vale non perdere tempo. ma in Rete non funziona così. puoi assumermi per scriverti un blog, per fare networking su facebook, per progettare un twitter utile, ma fare comunicazione sui social media significa raccontarsi: in prima persona, in modo caldo e coinvolgente, parlando di sé e dei propri prodotti/servizi in modo interessante per i propri lettori. se finora questo aspetto era mascherato dalla distanza che l&#8217;advertising e i media tradizionali mettevano tra l&#8217;azienda e il consumatore, non è possibile comunicare sui social media senza accettare di abbattere queste barriere.</p>
<p>delegare il racconto di sé significa annacquare il messaggio. significa non risultare credibili. posso raccontare un&#8217;azienda a partire dai materiali che mi vengono passati, ma se non la vivo dall&#8217;interno ciò che racconto non sarà vissuto, e di conseguenza non sarà interessante. perché mi chiedi di invitare i miei amici blogger al tuo evento quando sai benissimo che vengono per me e non per te? perché mi chiedi di  passare i contenuti che scrivo su tua commissione al mio social network? dopo, a te cosa resta? i miei amici non sono i tuoi amici, e non lo diventeranno (o se lo diventano lo faranno &#8211; temporaneamente &#8211; per me e non per te: quando me ne vado cosa ti resta?).</p>
<p>devi trovarti i tuoi, di amici. devi trovare la tua voce, devi trovare la tua storia.</p>
<p>è normale che non tutti abbiano l&#8217;istinto per i social media: è normale che tu non sappia cosa e come scrivere, lo possiamo imparare insieme. ma non chiedermi di comunicare a nome tuo: chiedimi di insegnarti a comunicare. chiedimi di darti la canna da pesca e di insegnarti a pescare, non di venderti il pesce. non ti conviene: la canna da pesca la compri una volta soltanto, il pesce devi comprarlo per tutta la vita.</p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/DaimonContentDesign/~4/SwbZ6OvCMQQ" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>la lezione di dropbox: il marketing non serve</title>
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		<comments>http://www.daimon.it/2010/01/21/la-lezione-di-dropbox-il-marketing-non-serve/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 09:22:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vanz</dc:creator>
				<category><![CDATA[MKTG]]></category>
		<category><![CDATA[TECH]]></category>

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		<description><![CDATA[il 2009 è stato un anno molto ricco di novità, sia sul versante della tecnologia e dei media sociali (il buzz su google wave, l&#8217;esplosione di facebook e twitter, i numerosi progetti messi in campo da google, l&#8217;affermazione dell&#8217;iphone, l&#8217;ingresso di android e chrome, l&#8217;assenza o perlomeno il passaggio in secondo piano &#8211; cospicuo per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>il 2009 è stato un anno molto ricco di novità, sia sul versante della tecnologia e dei media sociali (il buzz su <a href="http://wave.google.com/">google wave</a>, l&#8217;esplosione di facebook e twitter, i numerosi progetti messi in campo da google, l&#8217;affermazione dell&#8217;iphone, l&#8217;ingresso di android e chrome, l&#8217;assenza o perlomeno il passaggio in secondo piano &#8211; cospicuo per contrasto rispetto a pochi anni se non mesi prima &#8211; di big dell&#8217;IT come microsoft e nokia).</p>
<p>tanti sono stati i prodotti desiderati, ricercati, discussi, bramati, divenuti oggetto di culti quasi religiosi. solo ultimamente, l&#8217;iPhone, il Kindle e il dibattutissimo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/ISlate">iSlate</a>, fantomatico quanto l&#8217;unicorno, lo yeti e  l&#8217;ippogrifo messi assieme*. tanti i nuovi siti o servizi online (principalmente by google) rapidamente adottati e fatti propri dal popolo della rete.</p>
<p style="text-align: center;"><img style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="foto by alt1040 da flickr" src="http://farm1.static.flickr.com/8/11220515_b6460f000a_m.jpg" alt="" width="240" height="160" /></p>
<p>ma credo di poter affermare che nessun servizio, strumento o software abbia avuto un tasso di adozione spontaneo, una diffusione via passaparola così rapida dome <a href="http://www.dropbox.com">dropbox</a>. pur limitatamente a un pubblico competente e semiprofessionale, dropbox si è diffuso con la massima rapidità possibile per spontaneo suggerimento tra le persone, rendendo quasi superfluo al produttore comunicarlo. bastano due frasi e una domanda tra <em>adopter</em> e nuovo utente, e dropbox viene immediatamente adottato, senza se e senza ma.</p>
<p>dropbox non ha marketing perché &#8211; almeno in questo specifico mercato (ma anche in molti altri) &#8211; se un prodotto riempie un vuoto ed è intuitivo il marketing non serve. il marketing serve a spingere prodotti che le persone non capiscono, o non sono sicure di volere, oppure di cui non sentono un bisogno impellente (che sia perché non ne è immediatamente chiara l&#8217;utilità o perché esistono modi alternativi di fare la stessa cosa).</p>
<p>nel caso di dropbox, dopo 5 minuti che lo usi lo scopo è immediato, l&#8217;utilità palese, il vantaggio evidente.</p>
<p>forse dovremmo tutti dedicare più tempo a cercare di capire come i nostri prodotti possono diventare più simili a dropbox, invece di impiegare enormi quantità di risorse e tempo per cercare di venderli a chi non li capisce, non li vuole o non ne ha bisogno.</p>
<p>dice: la fai facile, ma come si fa a ideare e progettare un prodotto di cui le persone hanno un immediato bisogno?</p>
<p>si diventa utilizzatori fanatici e ossessivi dei propri prodotti (ovvero si <a href="http://www.daimon.it/2009/12/10/il-blog-di-daimon/">mangia il proprio cibo per cani</a>), poi si avvicina il proprio pubblico e glielo si chiede, si progetta insieme a lui, a partire da bisogni reali e verificati. perché progettare dropbox era facilissimo, ma non ci ha pensato né google &#8211; che ora <a href="http://googledocs.blogspot.com/2010/01/upload-and-store-your-files-in-cloud.html">va alla rincorsa</a> - né apple -che ci prova <a href="http://www.apple.com/mobileme/">con scarso successo da anni</a> - né microsoft &#8211; che ha fatto <a href="http://sync.live.com/">una cosa molto simile</a> con molto più spazio di storage gratis, ma nessuno se n&#8217;è accorto. chissà perché.</p>
<p style="text-align: right;">*per un elenco completo delle creature fantastiche rivolgersi a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Elenco_di_creature_leggendarie_non_umane">wikipedia</a> o a jl <a href="http://www.ibs.it/code/9788806148690/borges-jorge-l-guerrero/manuale-di-zoologia-fantastica.htmlshop=2073">borges</a></p>
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