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	<title>Dillinger</title>
	
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		<title>Stage e formazione: eterni apprendisti quindi eterni stagisti?</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 13:53:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Patruno</dc:creator>
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<p><a rel="nofollow" href="http://www.dillinger.it/wp-content/uploads/lavoro1.jpg#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed"><img class="alignleft size-medium wp-image-51423" title="lavoro" src="http://www.dillinger.it/wp-content/uploads/lavoro1-300x278.jpg" alt="" width="300" height="278" /></a>Apprendere e formarsi è un processo dinamico e continuo. In una società dove l&#8217;evoluzione del sapere e della tecnologia avviene in tempi rapidi, anzi rapidissimi gli individui non smettono mai di imparare. La freschezza delle nozioni e competenze acquisite ha la durata di un colpo di vento. E probabilmente passeremo il resto della nostra vita ad apprendere e formarci senza fermarci un secondo.</p>
<p>Quindi diventa d&#8217;obbligo una domanda: si può giustificare la necessità funzionale degli stage sulla base dell&#8217;esigenza di formare un soggetto? Un progetto formativo valido basta a dirci che lo stage che stiamo facendo è uno strumento utile? Cercherò di rispondere alle due domande in modo chiaro e semplice anche se non mi illudo di essere compreso da tutti. Anzi, forse saranno in pochi a capirmi.</p>
<p>Prima di tutto. Mi sembra importante insistere su un punto. La natura non esclusivamente formativa degli stage. Qui la legge si mostra assai lontana dalla realtà perché chi è stato stagista sa benissimo sulla propria pelle che da stagisti si lavora e come si lavora e a volte più degli stessi dipendenti con un regolare contratto di lavoro. Lavoro e formazione sono due fasi indissociabile e strettamente correlate tra loro. La “separazione legislativa” tra formazione e lavoro è un non senso e non tiene conto della realtà. Ed è in questa separazione che risiedono molti malanni e usi distorti degli stage.</p>
<p>L&#8217;esigenza di formare o di formarsi è antica quanto l&#8217;umanità. Anche i nostri nonni e genitori si sono formati senza essere necessariamente stagisti. Anche mio fratello da dieci anni circa fa corsi di formazione e aggiornamento, ma allo stesso tempo ha un regolare contratto di lavoro come operaio metalmeccanico. Quindi, togliamoci dalla testa l&#8217;idea che gli stage sono l&#8217;unica maniera per entrare sul mercato del lavoro. E una idea, o meglio, o una barriera mentale che ci siamo costruiti in questi ultimi anni.</p>
<p>Un progetto formativo (lavorativo) valido significa che lo stage è valido? Direi è piuttosto semplicistico e banale pensare ciò. Un progetto formativo serio e articolato è il punto di partenza di uno stage valido. Un stage valido deve porre lo stagista nella condizione di operare autonomamente sul mercato del lavoro. Tale autonomia non viene conquistata soltanto attraverso l&#8217;acquisizione di competenze, ma dalla libertà di poter esprimere tali competenze. Riducendo lo stagista ad uno schiavo morto di fame difficilmente tale libertà viene mamifestata e tanto meno la formazione e l&#8217;acquisizione di tali competenza servirebbero a qualcosa. La formazione non può essere considerata la “moneta “dello stagista perché la formazione non ha alcun valore legale per la compravendita delle cose. Quindi uno stagista deve essere regolarmente retribuito alla pari di un qualsiasi altro lavoratore senza distinzione di età, genere, etnia.</p>
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		<title>L’Undici settembre Ugandese</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 12:05:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Beltrami</dc:creator>
				<category><![CDATA[Denunce]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[Al Shabaab Museveni Kampala Unione Africana CIA]]></category>
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L’Undici settembre Ugandese
Domenica 11 luglio, l’Uganda ha conosciuto l’orrore dell’undici settembre americano. Il duplice attentato di Kampala nasconde purtroppo una serie d’incompetenze e circostanze misteriose, dove attori nazionali e internazionali, pur essendo ...]]></description>
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<p><strong>L’Undici settembre Ugandese</strong></p>
<p><em>Domenica 11 luglio, l’Uganda ha conosciuto l’orrore dell’undici settembre americano. Il duplice attentato di Kampala nasconde purtroppo una serie d’incompetenze e circostanze misteriose, dove attori nazionali e internazionali, pur essendo a conoscenza della minaccia, hanno semplicemente giocato con le vite degli ugandesi, per motivi ancora sconosciuti. </em></p>
<p>Domenica 11 luglio ore 22.00. Kampala è deserta, rare le macchine per strada, i passanti in ritardo si affrettano al rientro. Tutti stanno seguendo la finale tra Spagna e Olanda giocata nel FNB Stadium a <a rel="nofollow" title="Johannesburg" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Johannesburg">Johannesburg</a> in Sud Africa. Qualcuno a casa sua, comodamente seduto sulla sua poltrona in compagnia dei suoi cari, la maggioranza nei bar, nei ristoranti, nelle discoteche.</p>
<p>Gli Ugandesi, pur non avendo una squadra nazionale e un campionato importanti, nutrono un amore maniacale per il calcio. Ogni partita del torneo calcistico europeo, del Torneo Africano e soprattutto del campionato mondiale è seguita con un entusiasmo e una devozione mistici.</p>
<p>Per l’occasione dei mondiali tutti i proprietari dei locali pubblici si sono dotati di schermi giganti al plasma, ordinati a Dubai. Nelle osterie dei quartieri popolari le mama’<a rel="nofollow" href="#_ftn1#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[1]</a> hanno addirittura comprato dei nuovi gruppi elettrogeni e un’adeguata scorta di carburante per assicurare ai loro clienti uno spettacolo senza inconvenienti dovuti alle normali interruzioni di corrente nei quartieri poveri.</p>
<p>Durante la partita si respira un clima teso tra le due squadre che per la prima volta arrivano a una finale di campionato mondiale. Tra fiumi di Niles, Bells, Clubs,<a rel="nofollow" href="#_ftn2#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[2]</a> migliaia di spettatori seguono la partita sostenendo una delle due squadre come se fossero loro stessi degli spagnoli o degli olandesi. Qualcuno, fingendosi un grande esperto calcistico, tenta di impressionare la ragazza vicina per continuare in allegria la serata dopo la partita.</p>
<p>Improvvisamente verso le 23.00 due agghiaccianti attentati terroristici interrompono questo clima di festa lasciando una scia di sangue indelebile nella memoria dei cittadini di Kampala.</p>
<p>Tre esplosivi ad alto potenziale sono esplosi  nel Ristorante Etiopian Village a Kapalagala.<a rel="nofollow" href="#_ftn3#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[3]</a> e nel Kyadondo Rugby Club<a rel="nofollow" href="#_ftn4#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[4]</a>, dove centinaia di persone stavano seguendo la finale di calcio.</p>
<p>Subito dopo le esplosioni scene apocalittiche sostituiscono il clima di allegria di qualche minuto prima. Persone che fuggono piene di sangue, urla di disperazione dei feriti, lamenti dei moribondi, sangue e membra umane sparse ovunque.</p>
<p>Il bilancio definitivo delle vittime ammonta a 80 morti, la maggioranza di nazionalità ugandese. Tra le vittime si contano anche undici tra etiopi ed eritrei, un americano, un irlandese e un asiatico. Più di duecento feriti sono registrati presso gli ospedali.</p>
<p>L’esplosivo utilizzato è di tipo organico e gli ordigni contenevano le micidiali ball bearings.<a rel="nofollow" href="#_ftn5#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[5]</a> L’utilizzo di questo esplosivo spiega la carneficina provocata.</p>
<p>L’intera nazione, esterrefatta, si sente violentata. Il Presidente Museveni dichiara una settimana di lutto nazionale.</p>
<p>Esperti del FBI, della CIA dei servizi segreti e antiterrorismo britannici sono arrivati martedì 13 luglio per aiutare i colleghi ugandesi sulle indagini.</p>
<p><strong>Al Shabaab rivendica l’attentato. </strong></p>
<p>Il gruppo estremista islamico somalo Al Shabaab, tramite il suo leader, lo Sceicco Ali Mohamed Raghe (noto come Sheikh Ali Dhere), ha rivendicato il duplice attentato durante una teleconferenza a Mogadiscio svoltasi il lunedì successivo alla tragedia.</p>
<p>“<em>La benedizione di Allah e la mia sono rivolte ai mujahideen che hanno portato a termine l’assalto agli infedeli. Hanno agito per vendicare le centinaia di fratelli e sorelle mussulmani somali trucidati dalle truppe di occupazione Ugandesi e Burundesi con l’appoggio dei terroristi americani. Il nostro obiettivo è di infliggere il più possibile morte e distruzione nelle case dei nostri nemici. I Burundesi saranno i prossimi a soffrire della vendetta di Allah. I nostri attacchi non sono disumani. Da anni stiano avvertendo i due paesi infedeli che l’ira divina si abbatterà su di loro, proponendo un ritiro delle loro truppe per evitarsi la punizione. I nostri avvertimenti misericordiosi sono stati ignorati e la responsabilità della vendetta divina ricadrà sui dirigenti di questi paesi.</em>”</p>
<p>L’evoluzione del gruppo islamico Al Shabaab è un tipico esempio degli errori strategici americani compiuti nel Corno d’Africa.</p>
<p>Il gruppo nasce durante l’invasione etiope nel Natale del 2006 e dalle ceneri della moderata Corte Islamica che durante la sua gestione della Somalia aveva sempre controllato i suoi elementi più radicali ed estremisti.</p>
<p>La loro opposizione armata alle truppe di occupazione etiopi ha aumentato la loro credibilità e popolarità presso la popolazione somala.</p>
<p>Gli obiettivi principali di Al Shabaab sono: la distruzione del governo provvisorio, la sconfitta degli eserciti stranieri presenti in Somalia, la creazione di uno stato teocratico che realizzi il sogno della Grande Somalia.<a rel="nofollow" href="#_ftn6#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[6]</a></p>
<p>La svolta di questo gruppo islamico avviene grazie alle offensive NATO e Americane delle zone frontaliere tra Afghanistan e Pakistan abitate dall’etnia Pashtun che sostengono i Talebani e in misura minore Al Qaeda.</p>
<p>Tallonati dalle offensive militari nella regione intensificatesi a partire del 2007 i militanti di Al-Qaeda per la maggior parte abbandonano l’aera per cercare posti più sicuri. Uno di questi sarà la Somalia priva di un vero e proprio governo da più di vent’anni.<a rel="nofollow" href="#_ftn7#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[7]</a></p>
<p>Al contrario i Talebani restano nella regione per portare avanti la resistenza in Afghanistan e per allargare il conflitto al Pakistan<a rel="nofollow" href="#_ftn8#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[8]</a>.</p>
<p>Le tecniche degli attentati suicidi, totalmente sconosciute in Somalia, diventeranno pratica comune a Mogadiscio. Gli esplosivi utilizzati in Iraq e in Afganistan fanno la loro comparsa anche in Somalia.</p>
<p>Il leader del gruppo islamico Al Shabaab collabora strettamente con Sheikh Mukhtar Abu Zubayr e con il suo braccio destro Muktar Robow, presenti in Somalia. Molte fonti comprese quelle somale, affermano che le due sinistre figure siano di nazionalità afgana e inviate nel paese per l’estensione del conflitto della Jihad mondiale per la creazione di un califfato Islamico che incorpori la Grande Somalia e la penisola araba.</p>
<p>Il duplice attentato a Kampala è il primo atto bellico di Al Shabaab compiuto all’estero.</p>
<p><strong>Errori e circostanze misteriose del dramma.</strong></p>
<p>Il duplice attentato del 11 luglio a Kampala ha profondamente scosso gli ugandesi. Mai nella sua storia la nazione ha dovuto affrontare un attentato terroristico.</p>
<p>L’Uganda ha conosciuto il regno del terrore di Idi Amin, dove uomini politici o semplici cittadini sparivano nel nulla per finire in prigioni sotterranee torturati a morte.</p>
<p>Un decennio più tardi ha conosciuto la violenza barbarica del Lord Resistent Army guidato da un comandante pazzo, Kony, convinto di essere stato inviato dal Signore per punire Museveni. Kony fu l’autore di orribili massacri nei villaggi del nord, di mutilazioni facciali, di reclutamento di bambini, di rapimento di bambine trasformate in prostitute all’età’ di otto anni per il piacere delle sue truppe drogate e assetate di sangue.</p>
<p>Ma nulla di tutto ciò è paragonabile a un atto terroristico.</p>
<p>Nelle settimane che seguiranno questo dramma collettivo la parte più indipendente e progressista della stampa, le testimonianze dei cittadini comuni, i mormorii bisbigliati nei corridoi del potere fanno emergere vari errori e circostanze misteriose che hanno preceduto e seguito il duplice attentato.</p>
<p><em>La mancanza di un piano di emergenza sanitaria nazionale.</em></p>
<p>Subito dopo le esplosioni, gli aiuti arrivano immediatamente ma non sono organizzati. La mancata coordinazione dei soccorsi è incredibile ed evidenzia che nella capitale non esiste un piano di emergenza sanitaria per rispondere a simili tragedie.</p>
<p>Le forze dell’ordine sono come paralizzate dal terrore o si muovono in tutte le direzioni senza un obiettivo preciso. Alcuni di loro sono evidentemente ubriachi. I loro superiori urlano ordini incoerenti. Nessuno di loro si è mai trovato di fronte ad un attentato terroristico. Centinaia di civili sopraggiungono con la buona intenzione di prestare soccorso creando però ancora più confusione.</p>
<p>Il sistema d’emergenza sanitaria non viene attivato. Gli ospedali non sono avvertiti in tempo per inviare le ambulanze e personale sanitario per dare i primi soccorsi.<a rel="nofollow" href="#_ftn9#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[9]</a> I poliziotti, sotto shock psicologico e privi delle elementari nozioni di pronto soccorso, afferrano a caso le vittime ancora in vita e, caricandole sui cellulari, le trasportano verso gli ospedali.</p>
<p>Visto che i cellulari della polizia non bastavano, più altri feriti sono stati caricati dentro macchine private, taxi e motociclette per trasportarli negli ospedali.</p>
<p>Alcuni poliziotti hanno ordinato di trasportare i feriti dal ristorante Ethiopian Village a Kapalagala all’ospedale statale di Mulago al lato opposto della città invece di trasportarli al Kampala International Hospital (KHI) che dista soltanto un kilometro da Kapalagala. I poliziotti credevano che il modernissimo complesso ospedaliero privato KHI avrebbe rifiutato i feriti, ignorando che l’ospedale ha firmato una convenzione con il Ministero della Sanità che lo obbliga a dare assistenza sanitaria immediata durante le tragedie nazionali senza seguire la normale procedura interna di ammissione all’ospedale che prevede l’accertamento di solvibilità finanziaria del “cliente”.<a rel="nofollow" href="#_ftn10#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[10]</a></p>
<p>Solo l’arrivo della Guardia Presidenziale e degli agenti del Dipartimento d’Investigazione Criminale riuscirà a rendere sicure le aree dell’esplosione e a organizzare l’arrivo tardivo delle ambulanze.</p>
<p>Il settimanale dell’Africa dell’est “The East African” in un articolo comparso il 19 luglio, denuncia che il 70% dei decessi registrati presso I due ospedali sono stati causati da profonde ferite provocate dalle schegge, combinate dall’eccessiva consumazione di alcool che ha favorito emorragie interne ed esterne, dall’assenza di assistenza sanitaria sul luogo secondo protocollo nazionale<a rel="nofollow" href="#_ftn11#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[11]</a>, da un inadeguato trasporto presso gli ospedali e dall’incapacità’ dei poliziotti di fornire un quadro clinico di base per ogni ferito.</p>
<p><em>L’intelligence ugandese e la CIA  erano a conoscenza dell’attentato. </em></p>
<p>Sempre il settimanale <em>The East African</em> riporta che il Capo della Polizia, il Generale Maggiore Kale Kayihura aveva ricevuto il 18 giugno una circolare del Commando Regionale e di Distretto della Polizia Nazionale redatta sulla base d’informazioni provenienti dai servizi segreti ugandesi e confermate da agenti della CIA americana operativi in Uganda.</p>
<p>La circolare avvertiva di un possibile attacco terroristico attuato dalle milizie islamiche somale, sul territorio ugandese e in particolare a Kampala. L’attentato era previsto tra il 19 giugno e l’ottobre 2010.</p>
<p>L’intelligence ugandese non era riuscita a identificare gli obiettivi dell’imminente attacco terroristico, quindi la circolare chiedeva di adottare tutte le necessarie misure preventive per sventare l’attacco e di rafforzare la sorveglianza presso gli edifici governativi, impianti industriali e luoghi pubblici. Particolare accento era posto sull’organizzazione del summit dei capi di stato dell’Unione Africana previsto a Kampala verso la metà di luglio.</p>
<p>Un’analisi unilaterale e parziale fatta dalla Polizia individuava come probabili bersagli, gli edifici governativi, le istallazioni di petrolio, i depositi di carburante e i centri commerciali. Nella lista dei probabili bersagli i luoghi pubblici di divertimento non comparivano. Quest’analisi non è stata sottoposta all’esame dei servizi segreti e dei reparti speciali anti terrorismo.</p>
<p>L’esclusione dei luoghi pubblici di divertimento da questa lista ha indirettamente facilitato gli attentatori.</p>
<p>Occorre non dimenticare che il governo ugandese era stato già avvertito da Al Shabaab sul rischio di attentati terroristici in Uganda sia nel 2008 sia nell’ottobre del 2009, dove ufficialmentem il leader del gruppo estremista aveva minacciato di colpire Kampala e Bujumbura (la capitale del Burundi) se i rispettivi paesi non avessero ritirato le loro forze armate dalla Somalia.</p>
<p>Dal preavviso dato al duplice attentato, sono passati dieci mesi e il Governo si è fatto trovare totalmente impreparato di fronte alla minaccia.</p>
<p>Il Ministro degli Interni Matia Kasaija, ha ammesso il lunedì successivo in un’intervista rilasciata al New Vision che nonostante i numerosi avvertimenti ricevuti da Al Shabaab, l’Uganda ha sottovalutato la minaccia terroristica.</p>
<p><em>Le misure di sicurezza inadeguate durante la finale di calcio.</em></p>
<p>Pur essendo a conoscenza della minaccia terroristica, il governo durante la finale di calcio non attiva le unità speciali anti terrorismo recentemente addestrate in America dal US Army, FBI e CIA.</p>
<p>Secondo fonti riportate al settimanale <em>Independent</em> la sera del 11 luglio il compito di assicurare la sicurezza nella capitale durante quest’atteso evento calcistico è stata affidata a giovani e inesperti poliziotti che si sono limitati a fare delle ronde per la capitale.</p>
<p>Alle forze di polizia (seppur composte da giovani inesperti) è stata negata la protezione all’esterno e all’interno del Kyadondo Rugby Club e del Ristorante Ethiopian Village. I gestori di questi due famosi locali pubblici hanno preferito compagnie private di sicurezza prive di metal detector per non allarmare i clienti. L’assenza di metal detector ha reso possibile per gli attentatori introdurre gli ordigni all’interno dei due locali senza essere scoperti.</p>
<p><em>Gli Stati Uniti negano l’evidenza.</em></p>
<p>Il giorno dopo l’attentato, la stampa nazionale riporta la morte di un giovane volontario di nazionalità americana che lavorava in Uganda presso una ONG internazionale. Altri tre americani, membri di un gruppo religioso della Pennsylvania, gravemente feriti vengono trasferiti a Nairobi. I tre feriti si trovano in prognosi riservata.</p>
<p>La scelta dei luoghi per l’attentato non è stata casuale. Il Ristorante Ethiopian Village è frequentato da molti etiopi e il Kyadondo Rugby Club è il ritrovo preferito degli espatriati americani.</p>
<p>E’ evidente che Al Shabaab aveva come obiettivo colpire civili etiopi e americani oltre a quelli ugandesi per dare un chiaro segnale ai tre paesi coinvolti nel conflitto Somalo.<a rel="nofollow" href="#_ftn12#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[12]</a></p>
<p>Di fronte a questa chiara strategia il porta voce della Casa Bianca Robert Gibbs ha negato che uno degli obiettivi dei terroristi sia stato quello di colpire dei cittadini americani.</p>
<p>Questa dichiarazione, oltre a essere facilmente smentita dalla realtà, è per lo meno strana. Gli Stati Uniti hanno sempre dato gran rilievo a minacce dirette o indirette, presunte o reali che siano, contro i suoi cittadini. E’ sempre stato un ottimo argomento per rafforzare la necessità della lotta contro il terrorismo internazionale che sta dissanguando le casse governative dando scarsi risultati. Come mai nel duplice attentato a Kampala la Casa Bianca ha negato quello che non è un’ipotesi ma un’evidenza?</p>
<p>Infine l’Ambasciatore Statunitense a Kampala ha mentito sull’arrivo degli esperti della CIA. Secondo le sue dichiarazioni alla stampa ugandese una decina di agenti della CIA sarebbero arrivati assieme ad esperti del FBI il lunedì successivo all’attentato per collaborare nelle indagini.</p>
<p>Al contrario il settimanale ugandese The Independent rivela che gli agenti della CIA erano già presenti in Uganda e sarebbero arrivati a fine giugno per coordinare un’offensiva militare in Congo contro dei ribelli ugandesi islamici.</p>
<p><em>Attentati suicidi.</em></p>
<p>La polizia ha affermato che gli autori dell’attentato sono dei terroristi suicidi che si sono immolati alla causa di Allah facendo esplodere l’esplosivo legato alle loro cinture. Come supporto a quest’affermazione sostengono che due corpi ritrovati presso il ristorante Ethiopian Village non sono stati rivendicati da familiari o parenti, quindi si tratta dei corpi degli attentatori suicidi.  Al contrario presso il Kyadondo Rugby Club tutti i corpi sono stati identificati e rivendicati.</p>
<p>Quest’affermazione è in netto contrasto con la terza bomba ritrovata inesplosa il lunedì successivo al massacro all’interno del famoso bar popolare Makindye House. Identica alle prime due, la polizia ha potuto costatare la presenza di un detonatore a distanza collegato ad un cellulare. La terza bomba doveva esplodere assieme alle prime due ma per qualche ragione (forse tecnica) non è stato possibile attivarla.</p>
<p>Il ritrovamento della terza bomba inesplosa induce a pensare che anche i primi due ordigni sono stati concepiti per un’attivazione a distanza, quindi i terroristi non hanno utilizzato dei kamikaze. I due corpi non rivendicati ritrovati presso l’Ethiopian Village sono una prova molto debole dell’utilizzo dei kamikaze.</p>
<p>Come fa notare il settimanale <em>Independent</em>, è già difficile per il governo ammettere che dei kamikaze siano riusciti ad introdursi in questi due famosi locali pubblici del tutto indisturbati. Impossibile ammettere la realtà che gli ordigni sono stati tranquillamente introdotti all’interno da attentatori che sono tranquillamente usciti e per farli esplodere a distanza.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Gli attentatori non sono somali. </em></p>
<p>Nonostante che il gruppo islamico estremista Al Shabaab abbia prontamente rivendicato l’attentato, non esiste alcuna prova certa che gli autori siano di nazionalità somala.</p>
<p>Il settimanale <em>The East African </em>riporta che numerosi testimoni oculari hanno visto alcuni giovani ugandesi uscire dai locali subito dopo l’inizio della partita. Al contrario non è stata notata la presenza di somali all’interno dei locali o nelle loro vicinanze.</p>
<p>La polizia keniota ha arrestato un ugandese sospettato di essere coinvolto nell’attentato.</p>
<p>Il settimanale lancia l’allarmante ipotesi che il gruppo terroristico somalo abbia utilizzato per compiere l’attentato  dei giovani ugandesi disoccupati recentemente aggregati al gruppo terroristico ADF<a rel="nofollow" href="#_ftn13#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[13]</a></p>
<p>Anche il settimanale ugandese The Independent sostiene l’ipotesi che gli attentatori siano ugandesi e mette in rilievo la possibilità che Al Shabaab abbia stretto un’alleanza con il gruppo terroristico ugandese ADF.</p>
<p>Nel marzo 2010 il Joint Anti-Terrorism Taskforce<a rel="nofollow" href="#_ftn14#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[14]</a> avrebbe avvertito il governo ugandese che l’ADF aveva attivato delle cellule terroristiche a Kampala e che si stava preparando a lanciare una serie di attentati nella capitale.</p>
<p>Nonostante che i mass media e il governo pubblicamente  preferiscano addossare la colpa del duplice attentato a somali e arabi l’esercito e i servizi segreti sono persuasi che membri dell’ADF siano i veri autori del massacro.</p>
<p><em>Un network terrorista si nasconderebbe nel vicino Congo. </em></p>
<p>Secondo fonti dell’intelligence ugandese il legami tra l’ADF e Al Shabaab si sarebbero rafforzati verso la metà del 2009. Alcuni dei combattenti dell’ADF sono stati formati militarmente in Afghanistan e i leaders dell’ADF si sono affiliati alla setta islamista estremista di Salaf entrando così a far parte del network di Al Qaeda.</p>
<p>Assieme ad un altro gruppuscolo ribelle, il PRA<a rel="nofollow" href="#_ftn15#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[15]</a> e ad alcuni veterani dell’esercito ugandese che avrebbero disertato durante la guerra Pan Africana condotta sul territorio congolese tra il 1998 e il 2002, il ADF avrebbe creato una network terrorista finanziato da Al Qaeda che si nasconderebbe nella regione del Nord Kivu in Congo.</p>
<p>L’obiettivo  di questo network terroristico sarebbe quello di colpire dei punti d’interesse strategici per gli occidentali e i loro alleati nelle capitali africane di  Kampala, Nairobi, Bujumbura e in Sud Africa a Johannesburg.</p>
<p>Per realizzare quest’obiettivo il network terroristico prevedrebbe di assassinare leaders politici e militari e civili occidentali soprattutto di nazionalità americana, di lanciare attacchi dinamitardi in luoghi pubblici e di reclutare giovani disoccupati che vivono negli slum delle capitali africane prescelte per la loro strategia di destabilizzazione.</p>
<p>Esperti dell’American Central Intelligence Agency (CIA), inviati in Uganda alla fine di giugno 2010 per coordinare un’offensiva contro i ribelli ADF nell’est del Congo, avanzano l’ipotesi che inizialmente l’obiettivo terroristico fosse il Summit dei capi di stato dell’Unione Africana che si sta tenendo in questi giorni a Kampala.</p>
<p>L’obiettivo sarebbe stato cambiato a causa dell’imponenti misure di sicurezza adottate per l’evento e l’attentato sarebbe stato anticipato scegliendo di colpire il maggior numero di civili durante la finale del Campionato Mondiale.</p>
<p><em>L’offensiva in Congo come specchietto per le allodole. </em></p>
<p>Il 25 giugno scorso ribelli dell’ADF hanno attaccato l’esercito regolare congolese nell’est del Congo nelle zone di Wicha, Erengeti e Mwarika, un’area controllata da un warlord congolese, Edward Nyamwisi, il fratello maggiore del ex warlord Mbusa Nyamwisi che è stato usato dall’Uganda per combattere il governo di Kinshasa durante la guerra Pan Africana.<a rel="nofollow" href="#_ftn16#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[16]</a></p>
<p>Durante i combattimenti contro l’esercito regolare congolese i ribelli dell’ADF hanno massacrato sei civili in un villaggio della zona.</p>
<p>Subito dopo aver ricevuto la notizia delle operazioni militari contro l’ADF, Museveni ha immediatamente inviato una brigata di fanteria in Congo per aiutare l’esercito di Kinshasa a distruggere i ribelli ADF. L’obiettivo di Museveni era di impedire ai ribelli di oltrepassare il confine e iniziare attività militari in territorio ugandese.</p>
<p>Nella settimana che ha preceduto il duplice attentato l’Uganda ha rafforzato il contingente già operazionale all’Est del Congo, visto i scarsi risultati ottenuti nel smantellare i ribelli ADF a causa dell’inadeguata collaborazione dell’esercito congolese.<a rel="nofollow" href="#_ftn17#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[17]</a></p>
<p>Il settimanale The Independent avanza l’ipotesi che l’offensiva ADF in Congo sarebbe servita per distrarre il servizio di sicurezza ugandese e la CIA dalla minaccia di attentati terroristici a Kampala.</p>
<p>Questa strategia sembra aver funzionato. Le forze di sicurezza e la CIA erano così occupate dall’offensiva in Congo da lasciare i terroristi liberamente agire a Kampala.</p>
<p><em>As we wait, we die</em></p>
<p>Giovani universitari, normalmente critici nei confronti del governo, si chiedono se questa serie di errori e circostanze misteriose siano dovute ad una totale impreparazione ed incapacità delle forze di sicurezza a fronteggiare il pericolo terroristico più volte annunciato o se si tratta di un cinico piano degno della strategia della tensione con l’obiettivo di rendere possible agli attentatori di adempire al loro mandato criminale.</p>
<p>Come è possibile che nemmeno gli esperti americani della CIA non siano stati in grado di prevedere il duplice attentato?</p>
<p>Seppur consapevoli che ci inoltriamo sul scivoloso terreno della fantapolitica è innegabile che indirettamente il duplice attentato ha rafforzato la posizione del Presidente Museveni in prossimità delle elezioni presidenziali.</p>
<p>Precedentemente all’attentato Museveni stava affrontando un calo di popolarità e grosse tensioni con l’etnia Buganda che normalmente rappresenta un’importante percentuale della sua base elettorale<a rel="nofollow" href="#_ftn18#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[18]</a>.</p>
<p>Museveni stava anche cercando di risolvere dei profondi dissidi con gli Stati Uniti che dall’inizio del 2010 hanno cominciato a mettere in dubbio l’efficacia della politica del governo rispetto ai loro interessi nella regione.</p>
<p>La Casa Bianca nel primo semestre 2010 ha seriamente criticato il Presidente Museveni a causa di una serie di scandali finanziari in cui erano coinvolti vari ministri del governo che dal 2009 hanno preso di mira i finanziamenti bilaterali americani nel paese. La Casa Bianca non ha gradito il recente avvicinamento politico ed economico all’Iran voluto da Museveni.</p>
<p>Dopo l’attentato il Presidente, grazie ad una campagna dei mass media improntata sull’emozione,  è visto dalla popolazione ugandese come l’unica attore politico capace di difenderli. Gli errori e le circostanze misteriose che si celano dietro questo duplice attentato sono stati abilmente messi in secondo piano dai molti mass media nazionali.</p>
<p>Gli Stati Uniti lo hanno rapidamente rimesso nella lista dei loro migliori alleati africani levando ogni dubbio in nome della lotta contro il terrorismo internazionale. Nei corridoi del potere si mormora che la contro partita chiesta da Obama sia di lanciare una guerra su vasta scala in Somalia per eliminare ogni resistenza islamica.</p>
<p>Sempre restando nella labile confine della fantapolitica dobbiamo evidenziare che il duplice attentato ha facilitato le richieste degli Stati Uniti rivolte all’Unione Africana affinché assicuri un maggior impegno militare in Somalia contro gli insorgenti islamici.</p>
<p>In queste settimane Il Governo e il Presidente ripetono continuamente che l’Uganda non si farà intimorire dai terroristi.</p>
<p>“<em>Penso che Al Shabaab ha sottostimato la nostra capacità di reazione . Non resteremo preda del terrore e del dolore da loro causato. Stiamo valutando ogni opzione militare. L’attacco terroristico ha decretato la fine di Al Shabaab per mano dell’esercito Ugandese” </em> dichiara giovane Ministro degli Esteri Ugandese Okello Oryem la settimanale <em>The East African.</em></p>
<p>Durante il convegno dell’Unione Africana i vari capi di stato hanno dichiarato che occorre trasformare l’attuale mandato dell’AMISOM da peacekeeper a mandato operazionale per un’azione militare su vasta scala al fine di sconfiggere definitivamente Al Shabaab.</p>
<p><strong> </strong>Le misure di sorveglianza (tardive) hanno trasformato la capitale in una città sotto assedio creando una pericolosa fobia tra la popolazione terrorizzata.</p>
<p>In questi giorni Kampala non è certo il posto ideale da frequentare per i somali. Basta avere dei tratti facciali simili che la polizia ti arresta come sospetto terrorista.</p>
<p>La maggioranza della popolazione ugandese ha fiducia in Museveni, una minoranza, come il giovane Kalundi Serumaga, nutre meno aspettative.</p>
<p>In un blog del <em>The East African </em>in<em> </em>un suo intervento del 19 luglio intotolato: “<em>All AMISOM’s men and all Obana’s guns can’t put Somalia together again</em>”<a rel="nofollow" href="#_ftn19#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[19]</a> Kalundi conclude con una frase  che è  pietra tombale: “<em>Il governo ha promesso di difenderci e di vendicarci. Non ci rimane che aspettare. And as we wait, we die… E mentre aspettiamo, moriamo”</em></p>
<p>Fulvio Beltrami</p>
<p>Kampala 26 luglio 2010</p>
<p><a rel="nofollow" href="mailto:fulviobeltrami@gmail.com#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">fulviobeltrami@gmail.com</a></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<hr size="1" /><a rel="nofollow" href="#_ftnref1#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[1]</a> Le osterie dei quartieri popolari sono delle infrastrutture provvisorie in legno gestite prevalentemente da ex prostitute che dopo anni di lavoro  si sono convertite a business più rispettabili. Normalmente sono donne sulla quarantina, cinquantina di anni chiamate mama’, dalla fisionomia felliniana: grasse, seni voluminosi, trucco pesante e grottesco, che indossano abiti sgargianti da teenager e note per la loro incredibile dote d’offrire ai clienti un clima di simpatia e cordialità.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref2#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[2]</a> Marche di birre ugandesi.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref3#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[3]</a> Assieme al quartiere Kasanga è il centro nevralgico dei divertimenti notturni di Kampala.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref4#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[4]</a> Club esclusivo nel quartiere residenziale di Lugogo creato durante l’ultimo decennio del colonialismo inglese e frequentato dall’elite ugandese e espatriati che lavorano presso le ambasciate o Agenzie ONU.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref5#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[5]</a> <em>Ball bearings bombs</em> (note anche come bombe a frammentazione multipla). Ordigno composto da centinaia di palline d’acciaio che all’esplosione si propagano per un raggio di cinque cento metri. Le ball bearings bombs sono la versione “terreno” delle bombe a frammentazione multipla dell’aviazione americana utilizzate per la prima volta durante il conflitto del Vietnam.  Grazie alla sua semplicità di realizzazione tecnica, questo tipo di ordigno è stato facilmente replicato dagli insorgenti durante la guerra di resistenza Irakena dopo la caduta di Saddam Hussein. Per i suoi effetti devastanti è uno dei ordigni preferiti sia dall’esercito americano sia dai terroristi&#8230;</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref6#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[6]</a> La Grande Somalia comprenderebbe oltre ai territori nazionali parte dei territori frontalieri dell’Etiopia, di Djibouti e del Kenya abitati da minoranze somale. Era uno slogan politico di Siad Barre causa principale del conflitto Somalo Etiope negli anni ’80. Questo delirio nazionalistico, recentemente ripreso da vari gruppi islamici estremisti, è difficilmente realizzabile. All’interno della ex Somalia due regioni si sono dichiarate indipendenti: la Somalia Land et il Putland, i somali che vivono nelle regioni frontaliere in Kenya non hanno alcun desiderio di essere annessi alla Somalia.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref7#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[7]</a> Altri gruppi terroristici preferiranno lo Yemen e le regioni africane del Sahara e del Sahel. Uno dei gruppi Al Qaeda attivi nel Sahel ha giustiziato in territorio maliano il 25 luglio l’ostaggio francese Michel Germaneau, nonostante un raid militare dell’esercito mauritaniano e truppe d’elite francesi per liberarlo.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref8#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[8]</a> La scelta di continuare a combattere nella regione fatta dai Talebani risulterà vincente. Attualmente la maggior parte del territorio Afghano è controllato dai Talebani che aspettano solo il ritiro delle truppe straniere per farla finita con il governo fantoccio di Kabul. Il Pakisthan è in serie difficoltà, costretto ad affrontare una vera e propria guerra di frontiera contro il Talebani pakistani.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref9#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[9]</a> Il Kampala International Hospital, seppur vicinissimo al luogo dell’esplosione a Kapalagala, non riceve alcun allarme. L’esiguo personale di turno al pronto soccorso improvvisamente vede l’ospedale invaso dai cellulari della polizia che consegnano decine e decine di feriti, dando spiegazioni confuse ed incomprensibili.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref10#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[10]</a> L’accordo prevede che lo stato garantisca a posteriori la copertura finanziaria delle prestazioni sanitarie a tariffe agevolate al fine di evitare che un insolvenza finanziaria da parte dei familiari delle vittime decreti i loro decesso.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref11#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[11]</a> Nei casi di incidenti stradali, crollo di abitazioni, esplosioni teoricamente il protocollo sanitario nazionale prevede l’invio di un team sanitario di pronto soccorso, composto da personale qualificato proveniente dai principali ospedali pubblici e privati, che ha il compito di stabilizzare i feriti sul luogo del disastro per assicurare le condizioni del loro trasporto al pronto soccorso. Secondo le condizioni delle vittime il team sanitario avverte l’ospedale più vicino al luogo del disastro affinché sia in grado di preparare le sale operatorie, conoscere la tipologia dell’intervento chirurgico e per  reperire in tempo i chirurghi necessari per le operazioni. L’ospedale più vicino deve ricevere i casi più gravi, gli altri casi devono essere riferiti a altri ospedali per non saturare la capacità d’intervento di pronto soccorso della prima struttura sanitaria.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref12#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[12]</a> L’Etiopia ha invaso nel dicembre 2006 la Somalia rovesciando l’allora governo delle Corti Islamiche e supporta indirettamente l’intervento militare dell’Unione Africana in corso. L’Uganda è la colonna portante del contingente miliare dell’Unione Africana in Somalia. Gli Stati Uniti hanno una lunga storia in Somalia, che inizia con l’appoggio scandaloso del dittatore Siad Barre (assieme all’Italia), passa per l’intervento diretto durante il periodo UNISOM per completarsi  con l’attuale supporto finanziario, logistico e militare all’intervento dell’Unione Africana e la lotta contro la pirateria somala. Dal 2007 a più riprese l’aviazione militare americana ha bombardato villaggi e città somale in cerca di terroristi causando numerose vittime tra i civili.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref13#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[13]</a> ADF Allied Democratic Forces (Alleanza delle Forze Democratiche) un gruppo guerrigliero ugandese di ispirazione islamica che dal 1996 si è opposto militarmente al governo di Museveni. Verso il 2002, ormai sconfitto militarmente sul territorio ugandese l’ADF ripiega nel vicino Congo Kinshasa. Ormai privo di una vera e propria forza militare e del sostegno della comunità mussulmana ugandese, l’ADF si abbandona ad atti di banditismo in territorio congolese. Esperti dell’intelligence ugandese e americana concordano che l’ADF si sia trasformato in un gruppo terroristico.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref14#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[14]</a> Joint Anti-Terrorism Taskforce la Task-force anti terrorista che opera all’interno dei servizi segreti e dell’esercito ugandese.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref15#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[15]</a> PRA Peoples Redemption Army L’esercito Popolare di Redenzione.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref16#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[16]</a> Mbusa Nyamwisi, a seguito degli accordi di pace tra il Congo, l’Uganda e il Rwanda è stato sacrificato da Museveni, che ha interrotto il sostegno finanziario ed è sparito nel nulla.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref17#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[17]</a> Demotivato e mal pagato l’esercito congolese durante questa operazione militare si sarebbe comportato come al solito, non ingaggiandosi in combattimenti seri e scheggiando la popolazione.</p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref18#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[18]</a> Vedi articolo pubblicato su Fabionews (<a rel="nofollow" href="http://www.fabionews.info/View.php?id=8589">http://www.fabionews.info/View.php?id=8589</a>) e su DILLINGER <a rel="nofollow" href="../africa-uganda-a-rischio-implosione-etnica-45485.html#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">http://www.dillinger.it/africa-uganda-a-rischio-implosione-etnica-45485.html</a> <em>Uganda a rischio di implosione etnica </em></p>
<p><a rel="nofollow" href="#_ftnref19#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed">[19]</a> Tutti i soldati dell’AMISOM e le armi di Obama non posso rimettere insieme i pezzi della Somalia.</p>
<p>﻿</p>
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		<title>L’economia delle regioni italiane: la situazione a luglio 2010</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 17:37:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Notari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[bankitalia]]></category>
		<category><![CDATA[cassa integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[economia regionale]]></category>
		<category><![CDATA[Mezzogiorno]]></category>
		<category><![CDATA[quadro strategico]]></category>
		<category><![CDATA[regioni]]></category>
		<category><![CDATA[servizi pubblici]]></category>

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L’analisi dell’economia regionale resa pubblica da Banca d’Italia il 22 luglio ha evidenziato una situazione nazionale altamente provata dalla crisi mondiale e un’ulteriore aumento delle divergenze tra le diverse aree territoriali del ...]]></description>
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<p><a rel="nofollow" href="http://www.dillinger.it/wp-content/uploads/giù.jpg#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-51412" src="http://www.dillinger.it/wp-content/uploads/giù-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>L’analisi dell’economia regionale resa pubblica da Banca d’Italia il 22 luglio ha evidenziato una situazione nazionale altamente provata dalla crisi mondiale e un’ulteriore aumento delle divergenze tra le diverse aree territoriali del Paese.</p>
<p>Il documento (<a rel="nofollow" href="http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/ecore/sintesi/economieregionali_2010/economia-delle-regioni-italiane.pdf">Economie Regionali 2010</a>) analizza l’evoluzione territoriale dell’attività produttiva, del mercato del lavoro e del credito e della finanza pubblica locale nel 2009 e nei primi mesi dell’anno in corso, evidenziando le sempre più marcate differenze territoriali e i progressi raggiunti dalle regioni più monitorate.</p>
<p><strong>La contrazione del PIL e i segnali di ripresa</strong></p>
<p>Il 2009 è stato l’anno del tracollo del Prodotto Interno Lordo, sebbene già dal secondo semestre le aziende che hanno ristrutturato hanno registrato un aumento delle esportazioni e fiutato nuovi mercati di sbocco.</p>
<p>I dati peggiori hanno riguardato le aree del nord-ovest (-6,1%) e del nord-est (-5,6%), mentre Centro e Sud hanno visto una caduta, rispettivamente, del 3,9 % e del 4,1%.</p>
<p>Le differenze sono ravvisabili soprattutto nella vocazione territoriale delle aree italiane: nel nord l’industria, il settore maggiormente falcidiato dalla crisi, ha un peso maggiore sul PIL rispetto alle altre aree del Paese, nelle quali, invece, sono i servizi, ridottisi in modo uniforme nell’intera nazione, a farla da padrona.</p>
<p>Nell’industria, ancora, sono crollati principalmente la produzione, il fatturato e gli investimenti, e ciò ha fatto registrare il più basso grado di utilizzo degli impianti dall’inizio degli anni ’90 ad oggi.</p>
<p>Tra i settori tradizionali abbiamo assistito al crollo verticale del tessile e del calzaturiero, maggiormente diffusi al centro, mentre la piccola impresa è in affanno ovunque, con picchi nell’area settentrionale tutta.</p>
<p>Timidi segnali di ripresa, dicevamo, si sono visti dopo la “rovente” estate dello scorso anno, con un incoraggiante aumento delle esportazioni dopo il crollo del 1° semestre 2009 (-21%, con picchi nel nord-est e nel mezzogiorno senza precedenti).</p>
<p>Le imprese interessate dal capovolgimento della tendenza sono quelle che hanno davo avvio a veri processi di ristrutturazione, sia in termini di prodotti e servizi offerti, sia in termini di strategie (alleanze, cooperazione internazionale per la ricerca di nuovi sbocchi, etc.), mentre poco si è visto in fatto di acquisizioni di concorrenti e fornitori.</p>
<p>Per quelle aziende che, prima della crisi, avevano avviato ristrutturazioni tecniche-organizzative e/o avevano maggiormente investito in innovazione, ancora, si prevedono maggiori prospettive di crescita, indipendentemente dall’ubicazione geografica.</p>
<p><strong>Il dato occupazionale</strong></p>
<p>Il crollo del dato occupazionale è sotto gli occhi di tutti e la tendenza non si è ancora sopita. L’industria e il mezzogiorno il settore e l’area territoriale più colpiti, mentre al nord soltanto il maggior ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni ha attutito il calo in termini numerici di lavoratori occupati.</p>
<p>In tutto il Paese, comunque, si è ridotto sia il numero dei lavoratori dipendenti con contratti a termine, sia quello dei lavoratori autonomi. Calate anche le nuove assunzioni di giovani, mentre in tutto il centro-nord è cresciuto, pur rimanendo più basso rispetto al sud, il tasso di disoccupazione giovanile.</p>
<p>Solo nel mezzogiorno è diminuito il numero di lavoratori dipendenti nel settore dei servizi, anche per il maggior ricorso, rispetto alle altre aree del Paese, a contratti a termine. Dato ancor più sconcertante per quest’area è quello del numero di lavoratori che sta rinunciando a cercare attivamente un posto di lavoro (scoraggiati), fuoriuscendo così dal calcolo dei disoccupati.</p>
<p><strong>Il mercato creditizio</strong></p>
<p>I prestiti bancari sono diminuiti al nord, stabilizzatisi al centro ed aumentati, anche se in modo meno marcato rispetto agli anni precedenti, al sud.</p>
<p>Le differenze riguardano principalmente i finanziamenti alle imprese, mentre per il comparto famiglia il credito ha continuato ad espandersi, ma a ritmi inferiori del passato.</p>
<p>I finanziamenti alle imprese dei servizi sono diminuiti esclusivamente nelle regioni settentrionali.</p>
<p>Dopo l’irrigidimento del secondo semestre 2009, nei primi mesi del 2010 si è registrata una piccola ripresa dei finanziamenti bancari, che ha riguardato principalmente il Mezzogiorno e il nord del Paese e sia le imprese, sia le famiglie: ad essa è corrisposta un immediato aumento di domanda di credito.</p>
<p>Per le imprese le richieste riguardano soprattutto la ristrutturazione del debito e il finanziamento del capitale circolante (specie al sud), mentre si è ridotta drasticamente la domanda di prestiti per investimenti fissi.</p>
<p>Le condizioni di investimento sono migliorate ovunque, soprattutto nelle aree del nord e del mezzogiorno.</p>
<p>Anche durante la crisi il credito alle piccolissime aziende è stato garantito soprattutto all’attività di garanzia dei confidi: il dato è confermato in tutti i settori e in tutte le aree, soprattutto nelle regioni nord orientali e in quelle meridionali.</p>
<p><strong>La qualità dei servizi pubblici</strong></p>
<p>Da un’indagine Eurostat circa la  percezione da parte dei cittadini della qualità dei servizi in 76 città europee è emerso come il livello di gradimento espresso per le 6 città italiane campione sia inferiore rispetto a quello medio delle altre città europee.</p>
<p>Il divario di qualità percepita all’interno del nostro Paese è molto ampio tra le due città meridionali (Napoli e Palermo), da un lato, e le città ubicate nel nord del Paese, dall’altro, che presentano livelli di soddisfazione decisamente più elevati, in qualche caso migliori della media europea.</p>
<p>La verifica intermedia sui progressi raggiunti dalle regioni meridionali riguardo al meccanismo premiale degli Obiettivi di Servizio, sistema introdotto con il Quadro Strategico Nazionale 2007-2013 che vincola l’erogazione di risorse aggiuntive al raggiungimento di specifici target indicanti la disponibilità e la qualità di quattro servizi pubblici quali l’istruzione, i servizi per la prima infanzia e per gli anziani, la gestione dei rifiuti urbani e il servizio idrico, evidenzia che gli avanzamenti più significativi sono stati raggiunti dalla Sardegna, dall’Abruzzo, dalla Calabria e dalla Basilicata. Modesti, invece, i risultati conseguiti da Sicilia e Molise.</p>
<p>La distanza tra obiettivi raggiunti e quelli da conseguire al 2013 resta ampia in molti comparti. In particolare, gli indicatori che non mostrano progressi sono quelli relativi alla riduzione dell’abbandono scolastico (uniche eccezione Basilicata e Sardegna), al numero di bambini che fruiscono dei servizi per l’infanzia (tranne l’Abruzzo), al sistema di gestione dei rifiuti urbani, alla raccolta differenziata e alle risorse idriche.</p>
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		<title>Moderazione salariale: più lavoro meno reddito?</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 08:03:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauro artibani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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Moderazione salariale e flessibilità del lavoro, recita la BCE nel bollettino mensile.
Dicono: “esiste il rischio che la creazione di posti di lavoro risulti insufficiente a ridurre la disoccupazione per un periodo di ...]]></description>
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<p><a rel="nofollow" href="http://www.dillinger.it/wp-content/uploads/salari-flessibilità-bce.jpg#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed"><img class="alignleft size-medium wp-image-51409" title="salari flessibilità bce" src="http://www.dillinger.it/wp-content/uploads/salari-flessibilità-bce-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Moderazione salariale e flessibilità del lavoro, recita la BCE nel bollettino mensile.</p>
<p>Dicono: “esiste il rischio che la creazione di posti di lavoro risulti insufficiente a ridurre la disoccupazione per un periodo di tempo significativo se la moderazione della dinamica salariale non sarà sufficiente a stimolare l’offerta di lavoro.”</p>
<p>La Banca Centrale Europea sembra intendere che solo redditi moderati e flessibilità possono dar corso ad occasioni di occupazione. Si, insomma, chi deve produrre produrrà perchè ha un costo del lavoro al minimo e la flessibilità al massimo.</p>
<p>La regola: bassi redditi, gente disposta a tutto pur di lavorare; così si produce, si cresce.</p>
<p>Altro giro, altra corsa.</p>
<p>Draghi, governatore della Banca d’Italia, intravvede: “consumi insufficienti ed investimenti deboli perché i redditi ristagnano e le prospettive di occupazione sono incerte”. Insomma, non si cresce.</p>
<p>La regola: occorrono redditi adeguati per far consumare quanto prodotto; così si cresce, si investe, si produce, si crea occupazione.</p>
<p>Ricapitolando: per la prima, si cresce se il costo e la flessibilità della forza lavoro rendono conveniente produrre; per il secondo si cresce se i redditi da lavoro sono sufficienti a smaltire quanto prodotto.</p>
<p>I  banchieri europei chiedono che si produca anche se verranno a mancare i redditi adeguati per acquistare quanto prodotto; il banchiere italiano auspica redditi adeguati che faranno consumare ma appesantiranno il costo delle merci prodotte rendendole poco appetibili.</p>
<p>Fiuuuuu: contraddizioni.</p>
<p>Due ipotesi di scuola, due mezze verità.</p>
<p>Essipperchè nell’economia dei consumi &#8211; quel sistema circolare e continuo dello scambio offerta/domanda che genera ricchezza &#8211; produzione e consumo legati da un patto di necessità hanno l’obbligo, l’uno di sacrificare il reddito al costo del lavoro per rendere competitivo il prodotto; l’altro disporre del reddito adeguato  che consenta di acquistare quanto prodotto.</p>
<p>Per uscire dall’assillo occorre individuare il punto di equilibrio tra cotanto contrasto: si può contenere il costo del lavoro di produzione per mantenere i margini di utile e continuare a produrre; si deve  retribuire altresì quel lavoro di consumazione che smaltisce e fa nuovamente produrre.</p>
<p>Il costo di questo equilibrio deve essere ascritto alla voce profitto dei bilanci aziendali.</p>
<p>Già, il  profitto, quella forma di reddito che remunera le incertezze ed il rischio di impresa.</p>
<p>La pratica di consumazione retribuita, assume l’onere dello smaltimento del prodotto et voilà meno incertezze, meno rischio d’impresa.</p>
<p>Essì, redistribuiti i  rischi ed i carichi di lavoro, stessa sorte tocca ai redditi: un riequilibrio economico tra le parti, insomma. Tutto qui.</p>
<p>Mauro Artibani</p>
<p>Per approfondire il tema trattato: PROFESSIONE CONSUMATORE</p>
<p>Paoletti D’Isidori Capponi Editori</p>
<p>Marzo 2009</p>
<p><a rel="nofollow" href="http://www.professionalconsumer.splinder.com/">www.professionalconsumer.splinder.com</a></p>
<p><a rel="nofollow" href="http://www.professioneconsumatore.org/">www.professioneconsumatore.org</a></p>
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		<title>Fidelizzare per competere: un circuito per i lavoratori dei call center</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jul 2010 10:26:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michel Martone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Outsider]]></category>
		<category><![CDATA[Freccette]]></category>
		<category><![CDATA[call center]]></category>
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Chi di noi non si è mai perso in un labirinto telefonico, ascoltando pazientemente le informazioni pronunciate dalla voce guida, salvo poi digitare l’opzione sbagliata e dover ricominciare tutto da capo?
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<p><a href="http://www.dillinger.it/wp-content/uploads/callcenter.jpg#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed"><img class="alignleft size-medium wp-image-51100" title="callcenter" src="http://www.dillinger.it/wp-content/uploads/callcenter-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" /></a>Chi di noi non si è mai perso in un labirinto telefonico, ascoltando pazientemente le informazioni pronunciate dalla voce guida, salvo poi digitare l’opzione sbagliata e dover ricominciare tutto da capo?</p>
<p>Chi di noi non si è mai imbattuto in una conversazione con assillanti telefonisti che, pur di vendere un prodotto o un servizio, incalzavano con interrogativi sulle nostre abitudini alimentari e non, facendoci perdere la pazienza?</p>
<p>Chi di noi, dopo trenta minuti di attesa e una lamentela sull’inefficienza del servizio offerto da quegli operatori, non si è sentito riattaccare il telefono, per dover ricominciare tutto da capo?</p>
<p>Insistenza, frustrazione e maleducazione di cui abbiamo troppo spesso incolpato i lavoratori dei call center, trattandoli alla stregua di mercenari senza etica, quando invece la causa di quella frustrazione era da addebitare ad un ordinamento del lavoro che li aveva lasciati nella “terra di nessuno” tra autonomia e subordinazione, dove non c’era stabilità del posto di lavoro né tantomeno garanzie previdenziali.</p>
<p>In quella “zona grigia”, delimitata dall’art. 409, n. 3, Cod. Proc. Civ., che definiva le collaborazioni coordinate e continuative, i call center hanno così prosperato per molti anni, fino a diventare uno dei principali serbatoi di posti di lavoro nel nostro Paese.</p>
<p>Tutto è cominciato a cambiare agli inizi degli anni novanta.</p>
<p>Quando, con lo sviluppo dell’ economia della conoscenza, quelle “fabbriche fantasma”, che secondo alcuni costituirebbero un “inferno post moderno”, sono finite nel mirino dell’opinione pubblica e poi delle istituzioni, a causa della più massiccia concentrazione di collaborazioni coordinate e continuative che il nostro mercato del lavoro abbia mai registrato in un singolo settore merceologico.</p>
<p>Così, è iniziato un lento percorso verso la riemersione di quei lavoratori dall’ “anomia” nella quale erano stati relegati per decenni. Come se si potesse salvarli dall’ “inferno” per non lasciarli in un “limbo”.</p>
<p>Il legislatore, da un lato, ha ridotto progressivamente i margini di profitto delle imprese che operavano nel settore, introducendo un obbligo contributivo per le collaborazioni coordinate e continuative, che dall’originario 10% previsto dall’art. 2, comma 29 della legge n. 335 del 1995, è stato aumentato all’attuale 26,72%, stabilito dalla circolare INPS n. 13 del 2 febbraio 2010, di cui 2/3 a carico del committente.</p>
<p>Dall’altro, ha esteso alle lavoratrici titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa la tutela relativa alla maternità e agli assegni del nucleo familiare, prevedendo il versamento di un’ulteriore aliquota contributiva (art. 84 del d.lgs. n. 151 del 2001).</p>
<p>Ma soprattutto, con la legge Biagi, il legislatore ha introdotto barriere definitorie e sanzionatorie che hanno limitato l’utilizzo delle collaborazioni coordinate e continuative a quelle prestazioni genuinamente autonome, rese cioè in funzione di un risultato predeterminato.</p>
<p>Questo obiettivo è stato precisato nelle circolari ministeriali n. 1 del 2004 e n. 17 del 2006, quest’ultima relativa proprio all’utilizzo del contratto a progetto nel settore dei call center.</p>
<p>In questa circolare si chiarisce che l’utilizzo delle collaborazioni coordinate e continuative a progetto è compatibile con la prestazione offerta dall’operatore del call center, ma solo ove l’attività svolta da quest’ultimo consista nel “contattare, per un arco di tempo predeterminato, l’utenza di un prodotto o servizio riconducibile ad un singolo committente”, ovvero il collaboratore operi all’interno delle campagne cd. “out bound” (cfr. Circ. Min. Lav. n. 17/2006).</p>
<p>Solo in tali casi, infatti, sarebbe configurabile un genuino progetto, programma di lavoro o fase di esso, in quanto l’operatore può gestire la propria attività e pianificarla autonomamente.</p>
<p>Viceversa, nelle attività cd. “in bound”, in cui l’operatore si limita a rispondere alle chiamate in entrata e a fornire informazioni al cliente, non sarebbe ipotizzabile il lavoro a progetto, trattandosi di una attività non predeterminabile e, di conseguenza, incompatibile con i requisiti di una collaborazione resa in regime di completa autonomia.</p>
<p>In un simile contesto, il provvedimento ministeriale ha avuto il merito di stimolare il legislatore ad emanare norme che prevedessero il graduale inserimento dei collaboratori dei call center nell’area della subordinazione, attraverso percorsi di stabilizzazione dei collaboratori a progetto.</p>
<p>Ed infatti, con l’art. 1, comma 1202 e ss., della legge n. 296 del 2006 (legge finanziaria del 2007) il legislatore ha offerto a tutte le imprese (e cioè anche a quelle teoricamente in linea con le indicazioni normative) la possibilità di stipulare di accordi aziendali ovvero territoriali con le organizzazioni sindacali, promuovendo in questo modo “la trasformazione dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, anche a progetto, mediante la stipula di contratti di lavoro subordinato”.</p>
<p>Al contempo, il legislatore ha imposto alle imprese interessate al percorso di stabilizzazione di versare all’INPS una parte dei contributi che avrebbero versato se il rapporto fosse stato regolarizzato sin dalla sua origine, e al lavoratore di sottoscrivere un atto di conciliazione relativamente ai diritti di natura retributiva, contributiva e risarcitoria per il periodo pregresso.</p>
<p>Pertanto, una volta stipulato l’atto di conciliazione risultava precluso ogni accertamento di natura fiscale e contributiva per i pregressi periodi di lavoro oggetto di stabilizzazione (art. 1, comma 1207, legge 296/2006).</p>
<p>E così, secondo altri, si sarebbe passati dall’ “inferno” al “paradiso”, soprattutto se si guarda a quelle imprese che sono state più realiste del re, come ad esempio la Vodafone, che, superando l’incerta distinzione in bound – out bound, ha preferito assumere tutti i lavoratori addetti ai call center con contratti a tempo indeterminato, scommettendo più che sul basso costo del lavoro, sulla fidelizzazione dei lavoratori.</p>
<p>In altri termini, una scommessa al rialzo, riassunta nella formula: fidelizzare per competere.</p>
<p>Si tratta di esperienze importanti che devono essere seguite con attenzione.</p>
<p>Sono cruciali per il nostro Paese perché, per migliorare la qualità del servizio reso all’utente, trasformano la stabilità del posto di lavoro e la certezza della retribuzione a fine mese, in un fattore competitivo per le imprese.</p>
<p>Così, se il lavoro dei call center poteva sembrare l’inferno, forse quello presso la Vodafone potrebbe sembrare il paradiso. Speriamo che il mercato premi questa coraggiosa scommessa. E che telefonando alla Vodafone non ci capiti più di perderci nel labirinto dei call center, dove l’unica compagnia è quella di una voce registrata.</p>
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		<title>Kapuscinski – La prima guerra del football e altre guerre di poveri</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jul 2010 10:03:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Scelfo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
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		<category><![CDATA[decolonizzazione]]></category>
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<p><a href="http://www.dillinger.it/wp-content/uploads/Kapuscinski-–-La-prima-guerra-del-football-e-altre-guerre-di-poveri.jpg#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed"><img class="alignleft size-medium wp-image-51085" title="Kapuscinski – La prima guerra del football e altre guerre di poveri" src="http://www.dillinger.it/wp-content/uploads/Kapuscinski-–-La-prima-guerra-del-football-e-altre-guerre-di-poveri-191x300.jpg" alt="" width="191" height="300" /></a>Questo libro comincia con una preghiera e finisce con una citazione di Moby Dick. Perché?</p>
<p>Ci vogliono migliaia e migliaia di kilometri percorsi in giro per i punti caldi del globo per capirlo. Appunto. Quelli che ha percorso l’autore.</p>
<p>Ciò che si vive in quelle migliaia di kilometri, gli sguardi che si incontrano, le parole che si scambiano, le sofferenze che si patiscono ed il dolore che si prova, sono quello che collega quella preghiera iniziale e quella considerazione finale.</p>
<p>Quella preghiera è il dato di partenza. E’ una preghiera africana alla vigilia della lotta contro gli Afrikaner, ovvero i colonialisti europei. Quella preghiera è l’espressione di un mondo sfruttato, umiliato e violentato per secoli. L’arrivo, il traguardo, è la considerazione di Ismaele, il giovane protagonista di Moby Dick: chi si affanna in una ricerca che si spinge agli estremi del mondo, finanche alla circumnavigazione, non può che generare i mostri dell’insicurezza per ciò che si è lasciato, esattamente come invece ci si riempie delle esperienze vissute.</p>
<p>Questo libro non è semplice da definire. E’ una narrazione, un documentario, un diario, un saggio e ancora molto altro, sicuramente è un libro bellissimo. Non è la sola narrazione di un viaggio. Definirlo così è riduttivo, né si potrebbe banalmente dire che i viaggi sono molti per avvicinarsi all’anima dell’opera. Però, partire dai viaggi, aiuta.</p>
<p>In questo libro Kapuscinski narra dei suoi viaggi come corrispondente dall’Africa, dall’America Latina e dal Medio Oriente. Eppure, sarà per il suo stile, asciutto ed evocativo, sarà per le riflessioni con cui arricchisce la narrazione, sarà perché non cede mai alla banalità descrittiva, sarà per tutto questo e molto altro, che questo libro non racconta solamente delle vicende del corrispondente della Pap (agenzia di stampa polacca).</p>
<p>Dopo averlo letto si sente di conoscere meglio l’Africa, di averla vista, la si è analizzata, si sono compresi i fenomeni politici che la caratterizzano e si capisce quello che si è letto su libri e giornali. Ciò che Kapuscinki racconta è il difficile percorso di un intero continente, e dei Paesi che lo compongono, in un periodo in cui il mondo puntava i riflettori su quelle terre sfruttate: il periodo della decolonizzazione. Quei difficili anni tra i 50 e 70 dello scorso secolo in cui secoli di schiavitù e sfruttamento sono emersi con tutta la loro dirompente brutalità. Il momento in cui è apparso chiaramente quali ferite terribili, e non più rimarginabili, sono state inferte ad un intero continente e a milioni di persone.</p>
<p>Per sapere perché è la dittatura che prende sistematicamente il potere in Africa, per comprendere il senso delle lotte fratricide da Nord a Sud e da Est a Ovest, questo testo si rivela preziosissimo. Forse proprio in questo risiede il suo pregevole valore, permette di comprendere moltissimi aspetti raccontando il vissuto con i dettagli di chi c’era, senza cadere nella asettica analisi politica di un saggio.</p>
<p>E non si parla solo di Africa, c’è anche l’America Latina in questo libro, e Cipro con il suo odio tra turchi e greci, e anche la guerra arabo-israeliana.</p>
<p>Kapuscinski racconta il mondo dei conflitti, dei poveri e di chi ne paga le conseguenze. Unisce ad un’acuta analisi di politica internazionale e di geopolitica il vissuto e l’esperienza che travalicano confini geografici e nazioni per giungere dritti lì dove c’è quello che conta: l’animo umano.</p>
<p>Un libro che arricchisce chi lo legge, che spalanca le porte di un mondo che spesso ignoriamo completamente, che è lontano e che, per questo, non ci riguarda. E sbagliamo. Sapere cosa succede è il primo passo verso quella lotta al silenzio che Kapuscinsky descrive così: <em>“Oggi si parla molto di lotta contro il rumore, mentre sarebbe più importante la lotta contro il silenzio. Scopo della lotta contro il rumore è la pace dei nervi, quello della lotta contro il silenzio la salvaguardia della vita umana. Nessuno giustifica né difende chi fa molto rumore, mentre chi introduce il silenzio nel proprio paese è protetto dall’apparato repressivo. Per questo la lotta al silenzio è così difficile. Sarebbe interessante indagare fino a che punto i sistemi mondiali di informazione di massa lavorino al servizio dell’informazione e fino a che punto al servizio del silenzio e della quiete. E’ più quel che si dice o quel che si tace? Possiamo facilmente contare coloro che lavorano nel campo della comunicazione. E se provassimo a contare coloro che lavorano per mantenere il silenzio? Quale gruppo risulterebbe più numeroso?”</em></p>
<p>Un ultimo consiglio pratico: leggerlo con una mappa, così si percepisce tutta la sconfinatezza del continente africano e ci si sente meno persi nella giungla dell’America latina.</p>
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		<title>Prime chiose a margine di un disegno di legge delega</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 17:44:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michel Martone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier Palude Italia]]></category>

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<p>Il disegno di legge “per la regolamentazione e prevenzione dei conflitti collettivi di lavoro con riferimento alla libera circolazione delle persone”, approvato all’unanimità dal Consiglio dei Ministri il 27 febbraio scorso, incide su diversi aspetti della disciplina vigente, contenuta nella legge n. 146 del 1990 e nelle modifiche del 2000, al fine di porre termine, almeno nel settore dei trasporti, allo stillicidio di scioperi, più o meno selvaggi, e di astensioni collettive, più o meno legittime, che sempre più spesso minacciano il diritto costituzionale alla mobilità e alla libera circolazione delle persone.</p>
<p>Un intervento tempestivo e necessario, soprattutto in un periodo di grave crisi economica, che tenta di porre un freno all’abitudine, purtroppo sempre più diffusa presso molte organizzazioni sindacali, e non solo di categoria, di proclamare scioperi che, seppur coinvolgono pochi, producono effetti dannosi per molti lavoratori e per tutti i passeggeri. Come appunto ha dimostrato la vicenda Alitalia.</p>
<p>In questa prospettiva, il provvedimento detta alcuni principi integrativi e criteri direttivi ai quali la legge delega dovrà uniformarsi. Alcuni mirano a modificare le norme vigenti, altri sono del tutto innovativi, tutti dovrebbero concorrere a migliorare la funzionalità del settore dei trasporti e molti sono sicuramente condivisibili.</p>
<p>Così, quelli, da recepire nei decreti attuativi, che mirano a scongiurare quell’effetto annuncio che tanti disagi provoca ai cittadini (si minaccia lo sciopero oggi, per seminare il terrore tra i passeggeri, salvo poi revocare lo sciopero, quando ormai i biglietti sono rimasti invenduti). E analoghe considerazioni valgono per le modifiche alla legge del 1990 che, per assicurare una maggiore effettività delle sanzioni,  ne rimettono l’applicazione all’organismo di garanzia, che muta poteri e denominazione (Commissione per le relazioni di lavoro) e la riscossione all’Equitalia. Così liberando il datore di lavoro dallo scomodo ruolo di comminare le sanzioni per il mancato rispetto della normativa sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali anche dopo che il conflitto è già stato risolto.</p>
<p>Nei servizi o nelle attività di particolare rilevanza, inoltre, si affida alla contrattazione collettiva l’introduzione della dichiarazione di adesione individuale e preventiva allo sciopero. E sempre all’autonomia collettiva viene assegnato il compito di regolamentare lo sciopero virtuale, ovvero la “manifestazione di protesta con garanzia dello svolgimento della prestazione lavorativa”.</p>
<p>Se su questi principi è possibile registrare un diffuso consenso, in quanto traducono in modifiche legislative gran parte dei suggerimenti fin qui avanzati dal Garante e dalla giurisprudenza, c’è, invece, un punto che sta suscitando critiche e preoccupazioni: quello che prevede “soglie” minime per la proclamazione dello sciopero.</p>
<p>Si tratta di una innovazione particolarmente importante del disegno di legge delega che merita alcune considerazioni perché coinvolge da vicino il principio della libertà sindacale.</p>
<p>Più nello specifico, il disegno di legge in questione prevede che, per proclamare lo sciopero, i sindacati dovranno avere la rappresentanza, nel settore, di almeno la metà dei lavoratori. Le organizzazioni sindacali al di sotto di tale soglia, dovranno invece indire un referendum preventivo “obbligatorio” tra i lavoratori dei settori o delle aziende interessate, a condizione che le organizzazioni sindacali che indicono il referendum siano complessivamente dotate, a livello di settore, di un grado di rappresentatività superiore al 20%”. La legittimità della proclamazione è inoltre condizionata al voto favorevole, in occasione del referendum, del 30% dei lavoratori interessati dallo sciopero.</p>
<p>In altri termini, se la delega dovesse essere convertita in legge così com’è, le organizzazioni sindacali che non raggiungono il 20% di rappresentatività, salva la facoltà di “allearsi” con altre sigle per il raggiungimento della soglia minima, ipotesi, a dire il vero poco credibile, non avrebbero più la possibilità di svolgere alcuna forma di azione sindacale. Non potrebbero proclamare scioperi e neanche indire referendum. In altre parole non potrebbero svolgere azione sindacale. Si passerebbe, così, in un sol colpo da un eccesso di pluralismo sindacale alla sua negazione.</p>
<p>Ora, è certamente vero che la questione dell’eccessiva frammentazione sindacale rappresenta uno dei principali punti critici del sistema delineato dal legislatore del 1990 e che in un settore come quello dei servizi pubblici essenziali una verifica della rappresentatività sindacale è divenuta, ormai, indispensabile per assicurare una qualche proporzionalità tra il sacrificio dei diritti della persona costituzionalmente garantiti e l’esercizio del diritto di sciopero. Anche perché, molto spesso, la proclamazione dello sciopero si risolve in un mero <em>escamotage</em> che consente a sindacati piccoli e piccolissimi di fare concorrenza sleale ai sindacati confederali.</p>
<p>Ma ciò non toglie che la libertà sindacale è pur sempre un valore costituzionale che dovrebbe essere tenuto nella massima considerazione soprattutto in un momento in cui il paese, a causa della crisi economica, rischia una nuova fase di conflittualità sociale.</p>
<p>Per questo, sarebbe forse preferibile affidare all’autonomia collettiva la determinazione della soglia minima di riferimento per proclamare lo sciopero o indire il referendum. Anche perché, nella stessa sede, i sindacati potrebbero determinare anche l’ambito con riferimento al quale calcolare le percentuali, soprattutto nei servizi come il trasporto aereo alla cui produzione concorrono distinte categorie.</p>
<p>Se questa via non fosse ritenuta adeguata, perché eccessivamente “liberale” nei confronti dell’autonomia collettiva, sarebbe allora auspicabile che, in sede di attuazione della delega, il legislatore abbassasse la soglia del 20 % necessario a indire il referendum preventivo al 10 %, o non ne prevedesse alcuna per lasciare a qualunque sigla sindacale la possibilità di indire almeno il referendum preventivo. Anche perché, così, si potrebbe verificare la “forza” di quel sindacato “sul campo”, costringendolo così ad esporsi per ottenere il sostegno, da parte del 30% dei lavoratori, per la legittima proclamazione dello sciopero.</p>
<p>Altrimenti, un autoferrotranviere che vota Rifondazione Comunista ed è iscritto ad un sindacato autonomo come la Cub Trasporti, come potrà dare sfogo al suo dissenso per la crisi economica che incombe? In Parlamento non ci sono più i partiti della sinistra massimalista e ora, se il disegno di legge delega non verrà modificato, rischia di perdere anche la rappresentanza sindacale. Speriamo che non ricorra a forme di protesta più radicali.</p>
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		<title>Dramma borghese al Savarini Caffè</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 13:59:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Betty Loca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[borghesia]]></category>
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		<category><![CDATA[vita di provincia]]></category>

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<p>Clelia è tornata all&#8217;improvviso, senza avvisare. Martine mi telefona per dirlo e io il giorno dopo organizzo un caffè.</p>
<p>Il giorno dell&#8217;arrivo di Clelia è sacro, per noi. Lo abbiamo sempre passato insieme, solo che prima passavamo davvero insieme tutto il giorno, e adesso ci vediamo solo per andare al Savarini caffè a prendere espressini d&#8217;orzo e tisane alle erbe.</p>
<p>Il Savarini Caffè, nonostante il nome pomposo, è un piccolo bar. Non c&#8217;è nemmeno il menu. Noi poi non ne abbiamo proprio bisogno, perché andiamo sempre là. È lo stesso bar in cui ci portava il padre di Clelia a fare colazione prima di andare in piscina, quindi suppongo che ci andiamo più perché  a Clelia ricorda la sua infanzia che altro. Ci trattano con i guanti, e ogni volta il proprietario ci mette cinque minuti per riconoscere Clelia ed esclamare: &#8220;Ah, ma tu sei la figlia di Colainno!&#8221;, però poi ci servono subito.</p>
<p>Nel frattempo a me questa scena sembra la replica di due mesi prima, quando ci siamo scambiate regali di Natale stitici e mal pensati per il solo motivo che lo facciamo ogni Natale da vent&#8217;anni e che a saltarne uno pare brutto. A Natale avevo già avuto la sensazione, agghiacciante, che Martine sembrasse ormai la fotocopia trentenne e scostante di sé stessa, e che Clelia ormai ci considerasse poco più che vecchi addobbi natalizi delle sue vacanze a Puglia City.</p>
<p>Oggi, sedute al tavolo del Savarini caffè, si ripete la seguente trafila:</p>
<p style="text-align: center">Atto Primo</p>
<p style="text-align: center">&#8220;<em>Il menu</em>&#8220;</p>
<p>Martine ordina un caffè macchiato, il che suscita in me e Clelia un certo clamore. Martine arrossisce e dice che finalmente può tornare a bere il latte, almeno finché non le torna la gastrite, ma che nel frattempo non può fumare. Clelia ordina una camomilla, dicendo che ormai ne è dipendente e che la beve anche a colazione. Fra lo sgomento mio e di Martine confessa che il té le macchia troppo i denti e che da quando ha smesso di bere caffè non fuma nemmeno più. Io ordino un cappuccino e poi mi chiedono una sigaretta. Entrambe.</p>
<p style="text-align: center">Atto Secondo</p>
<p style="text-align: center">&#8220;<em>Il peso forma</em>&#8220;</p>
<p>Clelia (taglia 42 scarsissima) commenta così la crescente magrezza di Martine (frutto a quanto pare solo della gastrite): -Prima di andare via ti peso e quando torno ti peso di nuovo: se sei dimagrita ancora di prendo a schiaffi.</p>
<p>Risatine di Martine, che si sente onorata di un complimento simile. Io aggiungo che in effetti sta benissimo e non ha nemmeno perso le forme. Clelia mi guarda stortissimo.</p>
<p style="text-align: center">Atto Terzo</p>
<p style="text-align: center">&#8220;<em>Shopping</em>&#8220;</p>
<p>Clelia dice che ha preso una borsa come la mia, ma in un outlet, e l&#8217;ha pagata solo 75 euro. Io l&#8217;ho pagata 220 a saldi e mi sento malissimo. Martine allora mostra la sua nuova Burberry: appena 150 euro all&#8217;aeroporto. C&#8217;è una piccola parte di me che sta piangendo,in questo momento.</p>
<p>Siamo tre estranee, e la cosa peggiore è che nessuna ne parla. Continuiamo la nostra conversazione con la stessa determinazione di tre generali determinati a non far affondare la barca, fingendo di avere ancora qualcosa in comune.</p>
<p>Clelia sta parlando dei problemi gastrici di sua madre quando Martine si alza il maglioncino per farci vedere la sua nuova maglietta esclamando: &#8220;vi piace la mia nuova maglietta?&#8221;. Io mi trascino insieme a loro nel chiacchierio stanchiccio di tre ragazze che fingono di avere ancora venticinque anni ma ne hanno già cinquanta. Le guardo, le mie migliori amiche. E penso: ma chi ce lo fa fare? Non sarebbe stato meglio salutarsi stoicamente due anni prima, magari con mille pianti e uno scambio di regali decente? Ci vediamo come si vedono i parenti: tre volte all&#8217;anno. Preoccupate se una chiama in giorni che non siano quelli comandati e ugualmente preoccupate se una non chiama nei tre canonici Natale-Pasqua-Compleanno.</p>
<p>Invece siamo qui, di fronte all&#8217;ennesimo caffè a non dirci niente, senza mai poter accennare alla propria vita interiore. Io mi sento l&#8217;unica ad averne ancora una, e sinceramente me ne vergogno un po&#8217;, perché mi sembra un pensierino abbastanza adolescenziale e un tantino presuntuoso. Le altre forse non hanno anche loro una vita interiore ricca? Un tempo ce l&#8217;avevano: Martine si ammazzava di Pavese, Clelia no, ma sono sicura che da qualche parte ce l&#8217;aveva anche lei un lato introspettivo. E poi che diamine, una che è amica di una come Martine deve avercela per forza una vita interiore pienissima.</p>
<p>Continuo a sorridere e mi deprimo sempre di più, perché so che non posso farci niente. Non posso alzarmi in piedi e urlare &#8220;che cazzo ci succede?&#8221; non posso andare da Martine,  guardarla ferocemente negli occhi e dirle: &#8220;perché dobbiamo continuare con questa farsa e mi tratti come se avessi qualche malattia orribile?!&#8221; non posso prendere Clelia per un braccio e intimarle: &#8220;levati questa maschera da miss perfezione almeno quando sei con <em>noi</em>, Clé&#8221;. Ormai non sono più la Betty di una volta, non sono più una guerrigliera, non credo più che esistano amicizie come quella fra Achille e Patroclo. E poi noi siamo in tre, non in due, e poi A e P forse erano anche gay&#8230; Insomma loro erano loro, e noi no. Noi siamo tre maschere, epperò questo non basta a fare di noi una tragedia greca. Nella nostra mediocrità, tutt&#8217;al più, staremmo bene in un dramma borghese.</p>
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		<title>ChronoSync – Sincronizzazione partita</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 09:02:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mela Torrent</dc:creator>
				<category><![CDATA[Digital]]></category>

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<p><strong><a rel="nofollow" href="http://www.dillinger.it/wp-content/uploads/ChronoSync.jpg#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed"><img class="alignleft size-medium wp-image-51078" title="ChronoSync" src="http://www.dillinger.it/wp-content/uploads/ChronoSync-300x73.jpg" alt="" width="300" height="73" /></a>ChronoSync</strong> è un semplice quanto efficace programma di sincronizzazione di file e cartelle. Permette di sincronizzare gruppi di file e o cartelle in diverse destinazioni del disco fisso così da poter confrontare versioni e modifiche. Il programma è molto semplice ed efficace attraverso la sua interfaccia molto chiara e ben strutturata. Permette un controllo totale sulla cartella di destinazione anche attraverso l’uso di alcuni parametri e regole che aiutano nel controllare i volumi di sincronizzazione.</p>
<p>La versione che vi propongo non è l’ultimissima 4.1 di cui non si trova un pacchetto (e neanche un seriale ancora) ma la precedente 4.05: se qualcuno avesse maggiore interesse vedremo, tra qualche tempo di cercare qualche novità.</p>
<p><strong>Link al torrent: <a rel="nofollow" href="http://btjunkie.org/torrent/ChronoSync-4-0-5-with-sn/435892d63d6513397058440592ce3517fb8c1b237bfd">http://btjunkie.org/torrent/ChronoSync-4-0-5-with-sn/435892d63d6513397058440592ce3517fb8c1b237bfd</a></strong></p>
<p>Oggi voglio fare di più, vi voglio suggerire una validissima alternativa a questo programma che si chiama <strong>Synkron</strong> che potete trovare su <a rel="nofollow" href="http://synkron.sourceforge.net/">http://synkron.sourceforge.net/</a>: la differenza è che è altamente customizzabile e, soprattutto, è gratis!</p>
<p><strong><a rel="nofollow" href="http://www.melatorrent.com/web/2010/07/23/chronosync-4/">ChronoSync 4</a></strong></p>
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		<title>Generazione SUV: happy hour (omaggio a Marlene Barrett)</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 17:07:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Buccella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[audi]]></category>
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<p><a rel="nofollow" href="http://www.dillinger.it/wp-content/uploads/verdone_gallo_cedrone.jpg#utm_source=feed&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=feed"><img class="alignleft size-medium wp-image-50658" title="verdone_gallo_cedrone" src="http://www.dillinger.it/wp-content/uploads/verdone_gallo_cedrone-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>– <em> Ce  ne vorrà di tempo; almeno vent’anni, si dice, prima di poter riaprire il bar in centro.</em></p>
<p>Con queste parole il mio datore di lavoro, con le lacrime agli occhi, mi ha dato la lettera di licenziamento. Come dargli torto? Vent’anni sono un’eternità; lui tra vent’anni ne avrà… settanta? Ottanta? Boh! Comunque troppi per poter riaprire un’attività. Lo guardo in viso: è a terra, depresso e deluso. È talmente giù di morale che non proverà nemmeno a riaprire il locale in periferia o vicino a una delle new town. Mi abbraccia e si allontana con il passo lento e stanco di chi si è arreso alla vita. Cosa farò ora? La città ferita non ha da offrirmi granché, così decido di tentare la fortuna altrove, sulla costa dove la vita continua a fare il suo naturale corso, denso di eventi, opportunità, occasioni. Così invio curriculum ad ogni locale, discoteca o balera dalla Puglia al Veneto e, dopo un bel po’ di tempo, ecco la tanto attesa risposta: un esclusivo circolo della riviera marchigiana ha bisogno di me, un po’ per necessità, un po’ per solidarietà nei confronti di un povero terremotato e io di certo non mi lascio scappare l’occasione. Così, partito in fretta e furia, eccomi davanti al locale, un lunedì mattina di inizio giugno, col sole che splende e il futuro che finalmente mi accenna un sorriso. Il direttore del club, un distinto signore sui quaranta, mi prospetta un contratto fino alla fine di settembre, stipendio non da nababbo, ma comunque onesto, con in più la possibilità di alloggiare nella foresteria del relais, una grande distesa di prati e boschi in cui si snoda un magnifico percorso di golf e in cui sono incastonati diversi edifici antichi, tra cui anche un hotel a quattro stelle e una magnifica terrazza panoramica con vista verso l’Adriatico. Davvero niente male; il posto è incantevole, e per quanto i turni siano piuttosto faticosi, riesco a svolgere con notevole tranquillità il mio lavoro, riuscendo anche a concedermi momenti di relax in spiaggia o nella piscina del club. Intanto giugno se ne va e con lui tutti quei clienti garbati e amichevoli, per lo più benestanti da una vita, e con luglio iniziano ad arrivare quei clienti che nessun operatore del settore turistico vorrebbe mai incontrare: mi riferisco a quei gradassi arricchiti facilmente che non hanno un minimo di decenza, ma mirano solo  ad ostentare i propri beni e a vantarsi di improbabili gesta; per dirla in una parola sola, i suvisti, ma quelli della peggiore specie, i suvisti d’animo, che lo sono anche senza necessariamente possedere un 4&#215;4 mastodontico.</p>
<p>Così, un tardo pomeriggio di inizio luglio, mentre presto servizio al bar della piscina – il mio preferito, quello in cui è concesso un abbigliamento meno formale e dove la clientela è di solito meno schizzinosa – ecco che arriva il prototipo del cliente odioso. Lo noto subito mentre parcheggia la sua Audi Q7 6.0 V12 – ma non vi ricorda i nomi dei robot di Guerre Stellari? – urtando le fioriere e mettendo una ruota sul prato. Ovviamente la donna al volante – la peggiore specie di suvista che si conosca –  scendendo ha da lamentarsi per la posizione della fioriera e minaccia di fare causa al circolo per il danno avuto dal suo mostro a quattro ruote. Poi, parlando a voce sostenuta al telefonino, si dirige con andatura decisa verso di me, che nel frattempo sto mettendo in ordine le bottiglie per l’aperitivo che verrà servito di lì a poco. Mentre continuo ad armeggiare con i miei strumenti, osservo attentamente la donna che si avvicina: l’aspetto giovanile è evidenziato da un look total white tipico della bella stagione; bianchi i sandali tacco 12, bianchi i pantaloni di lino, bianca la camicetta; unico tocco di colore il fiocco vermiglio sul cappello di paglia a tesa larga. Bianco anche il SUV; mi viene in mente un venditore ambulante di gelati. La donna è a ridosso del bancone, tanto che riesco a sentire distintamente la sua voce che urla nel telefonino di ultima generazione:</p>
<p>–        <em>Marlene hai chiamato Tizio?&#8230; Marlene hai fatto questo? Marlene mi raccomando non fare come al solito!… Marlene di qua, Marlene di là…</em></p>
<p>Povera Marlene – penso tra me e me – non ti invidio proprio. Poi all’improvviso, abbassando appena il cellulare, con voce secca mi si rivolge imperiosa:</p>
<p>–        <em>Presto, uno champagne cocktail!</em></p>
<p>Hai capito la signora, come si dà le arie? Comunque, da bravo barman, ignoro l’arroganza della donna e mi metto a preparare il drink, sotto lo sguardo attento della megera che intanto è tornata a blaterare improperi a quella che ritengo essere la sua assistente; zucchero, angostura, brandy, Aurum si combinano nel bicchiere grazie alla mia professionalità, ma proprio mentre mi accingo a completare il tutto con lo spumante – un ottimo Franciacorta metodo classico, di eccelsa qualità – la donna mi stoppa bruscamente:</p>
<p>–        <em>Giovanotto, ma cosa sta facendo? Ma dove ha lavorato fino a ieri, in qualche osteria di campagna? Se si chiama champagne cocktail vuol dire che ci deve mettere lo champagne e non uno spumantino da supermercato! </em></p>
<p>Inorridisco! Dare dello <em>“spumantino”</em> a un Franciacorta equivale a commettere un peccato mortale. Cerco di spiegare che si tratta di quanto di meglio si possa trovare sul mercato, ma il mio collega, un toscanaccio con diversi anni d’esperienza nel resort mi fa cenno di lasciar perdere e di accontentarla, facendomi capire che la tizia è una cliente importante, che ha un sacco di soldi, che il cliente ha sempre ragione, e bla bla bla; così stappo uno champagne e lo verso nella coppa, mescolo delicatamente e servo il drink, per la gioia dei cugini d’oltralpe. La stronza, che nel frattempo è di nuovo al telefono, ma questa volta sicuramente con qualche cliente – lo si intuisce dai salamelecchi che elargisce senza ritegno – si allontana dopo aver assaggiato il cocktail e va a sedersi con i suoi degni amici che sguaiati ridono rumorosamente ascoltando la troia che racconta quanto appena accaduto.</p>
<p>Sarà dura arrivare a settembre, con intorno ‘sto branco di stronzi!</p>
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