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<?xml-stylesheet type="text/xsl" media="screen" href="/~d/styles/rss2full.xsl"?><?xml-stylesheet type="text/css" media="screen" href="http://feeds.feedburner.com/~d/styles/itemcontent.css"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearch/1.1/" xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:gd="http://schemas.google.com/g/2005" xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0" xmlns:feedburner="http://rssnamespace.org/feedburner/ext/1.0" version="2.0"><channel><atom:id>tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955</atom:id><lastBuildDate>Fri, 24 Feb 2012 21:59:10 +0000</lastBuildDate><category>Recensioni</category><title>Emozioni Distorte</title><description /><link>http://www.emozionidistorte.com/</link><managingEditor>noreply@blogger.com (Daniele)</managingEditor><generator>Blogger</generator><openSearch:totalResults>300</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="self" type="application/rss+xml" href="http://feeds.feedburner.com/EmozioniDistorte" /><feedburner:info uri="emozionidistorte" /><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="hub" href="http://pubsubhubbub.appspot.com/" /><feedburner:browserFriendly></feedburner:browserFriendly><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-5471344450672058833</guid><pubDate>Fri, 24 Feb 2012 20:16:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-24T21:18:24.013+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Kathaarsys - "Verses In Vain"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_BwzF_Yb1Yq0/SBUPbhBGrnI/AAAAAAAAAZg/MqKFVXaOGhA/s320/katarhaarsys+coverjn3.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://4.bp.blogspot.com/_BwzF_Yb1Yq0/SBUPbhBGrnI/AAAAAAAAAZg/MqKFVXaOGhA/s320/katarhaarsys+coverjn3.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Silent Tree Productions, 2007&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Dopo aver fatto ristampare il loro esordio autoprodotto, Portrait Of Wind And Sorrow, alla Concreto Records nel 2006; dopo aver firmato un contratto con la Silent Tree Productions; dopo aver rinnovato la formazione cambiando due membri su tre; dopo aver compiuto un salto di qualità nell’artwork della cover, che da un muschiame indistinto si tramuta ora in una splendida foresta con tanto di albero secolare, e nel logo, che da scritta qualunque improvvisata prende ora le sembianze di uno splendido arzigogolo miniato che a sua volta riprende il tema naturalistico della foresta; dopo aver fatto tutto ciò - e a tempo di record! - ecco che nel 2007 gli spagnoli Kathaarsys sono già pronti a sfoderare il loro secondo full-length, uscito con una formazione che rimarrà stabile nel tempo:&lt;br /&gt;- J.L. Montáns, leader e fondatore della band, come cantante e chitarrista;&lt;br /&gt;- Marta Barcia al basso;&lt;br /&gt;- Adrián Hernández alla batteria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo rapido walzer di notizie e novità, quello che paradossalmente sembra essere cambiato poco è la musica: Montáns ricomincia proprio da dove era rimasto, dal suo epico Progressive Black Metal che stavolta colpisce di striscio anche i volti di Death e Doom, e alla domanda “lascia o raddoppia” ecco che lui raddoppia: il risultato è “Verses In Vain - Etude About Death in E Minor, Narration And Drama in II Acts”, un ambiziosissimo doppio CD della durata di quasi novanta minuti spalmati su appena cinque brani, cinque articolate suites che compositivamente parlando cercano proprio di riprodurre quell’attitudine quasi inafferrabile della musica classica alla quale fa riferimento il titolo, in cui brani non seguono semplicemente un paio di motivetti fissati ma si evolvono in direzioni sempre diverse. Da questo punto di vista Verses In Vain mi ricorda parecchio Morningrise degli Opeth, con quel songwriting apparentemente un po’ sconclusionato che ha però il merito di far vivere mille emozioni diverse, tutte concatenate, una dopo l’altra ed una dentro l’altra. Non c’è tempo di seguire una trama che subito lo scenario cambia, e ci si ritrova ad essere parte integrante di un vortice di idee e melodie che tra arpeggi, assoli e blastbeats stimola la mente e fa correre scalza la fantasia sull’erba imperlata di rugiada di un verde sconfinato prato. Ma per apprezzare fino in fondo le scorribande musicali di Verses In Vain bisogna conoscerne la trama: per quanto ho potuto discernere si tratta della descrizione degli ultimi istanti di vita di un uomo, tale “the insignificant one”, che, recatosi in una foresta, si suicida. Si tratta di cinque momenti, cinque fasi che costui vive nella propria psiche, una per ciascun brano, tutte condite da uno squisito simbolismo naturalistico in linea con la percezione cosciente dell’uomo. L’introduzione Doom/Death di Doomed In The Black Abyss è il modo migliore per figurare l’entrata nella foresta, luogo contemplativo in cui i raggi del sole possono a malapena penetrare le folte, alte chiome verdi degli alberi; ed è qui che l’uomo viene risucchiato in un turbinio di pensieri e ricordi che ci parlano delle sue sofferenze.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;He talks...&lt;/i&gt; l’uomo sembra intento nel suo monologo interiore, facendo intendere chiaramente tutta la sua delusione nei confronti della vita e del mondo in cui ha vissuto. Sebbene cerchi di prendere tempo egli sa già quale sarà l’epilogo di questo suo ultimo viaggio, di questo suo ritorno alle origini della natura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;...Now the forest talks to him...&lt;/i&gt; dopo aver espresso il suo dolore, il suo rancore e la sua mascherata rassegnazione, gli sembra quasi che la foresta gli risponda cercando ora di spronarlo, ora di compatirlo; ma ovviamente si tratta solo di un’elaborazione mentale dei complessi che si agitano nella sua psiche in questi attimi di irreversibile scoramento, un velleitario risveglio di vecchie esperienze di vita che si manifestano consciamente sottoforma di voci interiori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;...He thinks about the stagnant water in the abyss...&lt;/i&gt; l’uomo allora riflette su quanto ha concepito finora, ma sente che la voglia di vivere è ormai solo un vago ricordo. La sua attenzione viene inghiottita dall’abisso, dall’oscuro abisso in cui ristagnano le putride acque della morte, quello stesso abisso psicologico di cui Nietzsche dice &lt;i&gt;“E quando guarderai a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te”&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;...He feels the abyss...&lt;/i&gt; l’abisso è ipnotico, lui lo fissa e quindi l’abisso guarda dentro di lui, scrutando le sue più intime profondità...egli si sente come spogliato, nudo al cospetto di siffatta voragine il cui richiamo è ormai troppo forte, e non può fare a meno di camminare verso la sua eterna oscurità...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;...He says farewell.&lt;/i&gt; L’uomo trova la forza psicologica definitiva per compiere il gesto estremo in precedenza pianificato, e lascia questo mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il finale di In The Everlasting Misery assiste dunque al suicidio dell’insignificante, ed è accompagnato da una mesta outro in pianoforte che coi suoi magnifici toni sfiorenti ricorda una sorta di onoranza funebre. Solo ora la scelta musicale compositiva, estremamente frammentaria e inafferrabile, risulta del tutto comprensibile: essa ci narra degli stati mentali che vive il protagonista, ci narra degli ultimi pensieri della sua vita, degli ultimi istanti in cui necessariamente le emozioni più contrastanti si mescolano l’una con l’altra, passando repentinamente da momenti di falsa serenità all’apprensione più lancinante, da incontrollati ma effimeri scatti d’ira ad un’inguaribile grigia rassegnazione: la rassegnazione al fatto che il mondo delle favole promessoci da bambini è solo una finzione, non è reale, non esiste, e quindi non si può far altro che convivere con la dura e cruda realtà dei fatti, al cospetto della quale il suicidio rimane l’unica via d’uscita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non resta che balzare in piedi e ricoprire i Kathaarsys di applausi scroscianti per questa fantastica opera che hanno dato alle stampe, un dramma raccontato per mezzo di un dramma il cui vero dramma è forse il fatto che probabilmente rimarrà sconosciuto anche alla maggior parte di coloro che il Metal lo masticano quotidianamente. Il che è realmente un dramma...perché Verses In Vain è uno di quei dischi sui quali si potrebbe scrivere un libro, così ricco e intriso di significati ed emozioni com’è. E allora quali pretese posso avere io di rendergli giustizia con queste poche irrisorie righe di recensione? Nessuna pretesa infatti, ma il mio scopo sarà raggiunto se per mia mano qualcun altro saprà farsi rapire completamente dalle spire di questo insaziabile monolite, proprio come è successo a me.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Disco 1&lt;br /&gt;01 - Doomed In The Black Abyss (19:52)&lt;br /&gt;02 - And All My Existence In Vain... (16:21)&lt;br /&gt;03 - The Revenge Of The Old Spirit Will Never Arrive (13:17)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Disco 2&lt;br /&gt;01 - The Dawn Leaves Pieces Of Rottenness(15:46)&lt;br /&gt;02 - In The Everlasting Misery (20:22)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-5471344450672058833?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/kathaarsys-verses-in-vain.html</link><author>noreply@blogger.com (Vanni "NonemonehPnaitsirhcitnA")</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://4.bp.blogspot.com/_BwzF_Yb1Yq0/SBUPbhBGrnI/AAAAAAAAAZg/MqKFVXaOGhA/s72-c/katarhaarsys+coverjn3.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-8503605185247496848</guid><pubDate>Fri, 24 Feb 2012 20:15:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-24T21:15:53.573+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Septic Mind - "Истинный Зов (The True Call)"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.solitude-prod.com/releases_sp/sp051.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://www.solitude-prod.com/releases_sp/sp051.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Solitude Productions, 2011&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Qualcosa è cambiato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ancora i Septic Mind, ancora per la Solitude, ancora un album di un’ora e ancora diviso in tre lunghe tracce cantate in russo; ma qualcosa è cambiato. Quel logo che da vissuto e quasi barocco è divenuto semplice e minimale, e l’immagine della cover che da un fastoso turbine ocraceo si è ridotta ad un malinconico vecchio teschio grigio, ne sono dei chiari sintomi. Cosa ci si deve aspettare da una simile apparenza di decadimento e miseria?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La musica di Истинный Зов, alias The True Call, parla chiaro a dispetto dell’alfabeto cirillico: tutto è avvolto in un grande abbraccio atmosferico che non lascia traspirare nulla; l’importanza di quel fiume di sintetizzatori che già animava The Beginning è cresciuta a dismisura, e per spessore e persistenza l’atmosfera di The True Call si configura come la scrosciante parete d’acqua di un’alta cascata, il cui vapore acqueo si innalza danzando e ovattando la visuale. Il pezzo forte ci è offerto come primo piatto: i primi quindici minuti dell’omonima opener costituiscono un eccellente esempio di musica di incommensurabile valore in cui si intreccia di tutto un po’, da un arpeggio introduttivo dolcemente malinconico a degli zampilli quasi psichedelici, ma soprattutto una pazzesca progressione melodica che mette i brividi. E qui non sto parlando di Funeral Doom, di Atmosphere, di Noise o di qualunque altro genere: sto parlando di musica nella sua accezione più generale, perché certi momenti musicali meritano di essere apprezzati a prescindere dalla loro classificazione, dalla loro appartenenza, dalla loro matrice. Ma le sorprese non si estinguono certo in appena quindici minuti: proseguendo con l’ascolto ci si rende conto che quello che un tempo era un Funeral Doom succube della grandiosità degli Esoteric è stato ora lucidato a nuovo e trattato con robuste iniezioni di sana personalità, ed in certi momenti tende persino verso una lontana meta Sludge. Si pensi che dopo l’intro di Doomed To Sin, costituita da un riff memorabile, per qualche istante sembra addirittura di sprofondare nei Khanate! The True Call è un disco che sa regalare emozioni e colpi di scena, degno di essere ascoltato ed ammirato, non c’è dubbio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per completezza devo però rilevare che ancora una volta il punto debole della band sta nelle chitarre ritmiche, o meglio in quei momenti nei quali esse prendono il sopravvento; chitarre fin troppo stanche e disispirate per reggere il passo del resto della musica. Talvolta sembrano persino superflue, ridondanti, nel senso che se fossero state del tutto omesse la musica ne avrebbe guadagnato. Emblematici in tal senso sono i dieci minuti finali di The True Call, decisamente poco concludenti specie alla luce dei fantastici primi quindici; ma il discorso vale più in generale ogni qualvolta i progressivi ricami melodici ed elettronici si eclissano. Fortunatamente però questi momenti di eclissi sono radi e di conseguenza i brani sono liberi di manifestare tutto il proprio valore. I Septic Mind si stanno muovendo in una direzione molto promettente che sembra porre in secondo piano i giganteschi ripetitivi riffoni di chitarra, relegandoli a mero sfondo, a vantaggio di una greve coltre fuligginosa di noise fluttuanti e sonorità inusuali, così fitta e densa che anche scrutandola con sguardo penetrante non si intravede cosa essa si prodighi ad avvolgere e celare. Questo temo che potrà rivelarcelo solo il futuro, ma l’attesa sarà lieta, perché ho come l’impressione che se i Septic Mind continueranno a seguire questa personale vena creativa potranno arrivare a inventare dei dischi impensabili. Per ora la mia non è null’altro che una tenue - ma motivata - speranza; chi vivrà, vedrà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vorrei chiudere con un’ulteriore considerazione. In ambito Doom la Solitude, tra alti e bassi, ha messo sotto contratto svariati gruppi di buon livello che come minimo sono degni di essere ascoltati più di una volta, ma per essere sincero ben pochi di essi riescono ad oggi a toccare vette di grande valore. I Septic Mind ci riescono ora con The True Call, loro terzo album e secondo per la label russa, andando così di diritto a completare l’attuale triade delle teste di serie della Solitude Productions al fianco di Ea ed Abstract Spirit. Complimenti!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;01 - Истинный Зов (The True Call) (25:35)&lt;br /&gt;02 - Обречён Грешить (Doomed To Sin) (18:43)&lt;br /&gt;03 - Планета Больна (Planet Is Sick) (14:41)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-8503605185247496848?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/septic-mind-true-call.html</link><author>noreply@blogger.com (Vanni "NonemonehPnaitsirhcitnA")</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-5521165022454325774</guid><pubDate>Fri, 24 Feb 2012 20:14:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-24T21:26:40.548+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Blut Aus Nord - "The Mystical Beast Of Rebellion"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.metalmaniacs.com/wp-content/uploads/2011/01/blut_aus_nord.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://www.metalmaniacs.com/wp-content/uploads/2011/01/blut_aus_nord.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Oakenshield, 2001&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;A volte il silenzio vale più di mille parole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Molte band sono famose per aver cominciato la propria carriera suonando un certo genere, e poi per essere passate a suonarne un altro. Spesso ciò avviene con l’ausilio di un disco di transizione, che tiene temporaneamente ancora buone alcune caratteristiche del vecchio stile ma al contempo ne introduce di nuove. Non così per i Blut Aus Nord: la loro transizione si è incarnata in cinque anni di silenzio discografico, rotti improvvisamente da The Mystical Beast Of Rebellion. C’è qualcuno che lo ritiene comunque un album di transizione tra il vecchio Black Metal degli anni ’90, vedi Ultima Thulee e Memoria Vetusta I, e il futuro Avantgarde Black Metal che verrà da The Work Which Transforms God in poi. A mio avviso invece qui non c’è alcun segno di transizione: The Mystical Beast Of Rebellion appartiene già pienamente al periodo Avantgarde della band, e al di là delle gracchianti chitarre ritmiche e dello scream taglientissimo non ha nulla che lo possa ricondurre al Black classico, men che meno al loro Black Metal epico e sognante. I Blut Aus Nord sono entrati nel tunnel del silenzio che suonavano Black Metal, e ne sono usciti completamente trasformati; niente transizioni visibili. Ai francesi non restava ora che trovare le giuste coordinate in questo nuovo spazio in cui allora muovevano i primi passi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che cosa dispendia The Mystical Beast Of Rebellion una volta che viene fatto girare nello stereo? Disagio, ombrosità, claustrofobia. Ai Blut Aus Nord sembra essere ceduto il terreno sotto i piedi, e quelle alte montagne nelle vallate delle quali risuonavano le loro epiche melodie sembrano essere state inghiottite dalle viscere di una terra rotta da un inenarrabile cataclisma. I loro echi portati dal freddo vento montano sono ora divenuti strazianti grida provenienti da una cella buia ed umida sepolta in un posto non meglio specificato; la loro musica immaginifica e naturalistica si è tramutata in un invisibile grido che proviene dal profondo dell’inconscio. Questa è la caduta dei Blut Aus Nord, questa è “The Fall” in sei capitoli che dispendiano riff gracchianti e spesso ripetitivi su ritmi serrati e assai poco variabili, sonorità metalliche e aliene ed uno scream raschiante come gli artigli del carnefice che solcano la carne della vittima: è questo l’impenetrabile muro sonoro che i Blut Aus Nord erigono con The Mystical Beast Of Rebellion, questo e niente altro. Una muraglia cinese psicologica costruita con pochi mattoni. Un disco di una pochezza allarmante. E però un disco denso, carico di soffocante angoscia. Non si tratta infatti di una caduta reale, bensì di una caduta simbolica che conduce all’ascensione e alla catarsi del loro Black Metal: ciò che un tempo risplendeva sotto la luce del sole è ora rilegato in qualche sperduta profondità, e va colto con coraggio ed audacia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla fine di questa estenuante cavalcata il modo migliore per rendere l’idea della nuova direzione che i Blut Aus Nord hanno intrapreso con questo disco è costituito dal finale, davvero emblematico: l’ultima traccia non dura dieci minuti come suggerisce la tracklist, bensì poco più di sette; il resto è silenzio che scorre verso una hidden track. Allora si segue il silenzio con apprensione aspettando che la musica riparta per il gran finale, mentre il display dello stereo segna 08:00, 08:30, 09:00, 09:30, 10:00...quando il disco finisce senza che nulla sia successo. E’ veramente necessario inserire una hidden track per ottenere una hidden track? I Blut Aus Nord lo fanno senza farlo. Un finale intenso tutto giocato sui nervi - poco importa se c’è solo silenzio, ciò che conta è la situazione psicologica che si viene a creare durante l’attesa, e quindi questo vuoto finale costituisce una parte dell’album a tutti gli effetti. Così come il silenzio ha guidato la transizione musicale della band, allo stesso modo il silenzio chiude questa prima emblematica effige e ci proietta verso gli sviluppi futuri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A volte il silenzio vale più di mille parole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;01 - The Fall: Chapter I (06:39)&lt;br /&gt;02 - The Fall: Chapter II (07:43)&lt;br /&gt;03 - The Fall: Chapter III (03:38)&lt;br /&gt;04 - The Fall: Chapter IV (06:51)&lt;br /&gt;05 - The Fall: Chapter V (06:01)&lt;br /&gt;06 - The Fall: Chapter VI (10:23)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-5521165022454325774?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/blut-aus-nord-mystical-beast-of.html</link><author>noreply@blogger.com (Vanni "NonemonehPnaitsirhcitnA")</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-6673725629625600633</guid><pubDate>Fri, 24 Feb 2012 20:14:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-24T21:15:11.021+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Bejelit - "Hellgate"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.metalmusicarchives.com/images/covers/bejelit-hellgate.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://www.metalmusicarchives.com/images/covers/bejelit-hellgate.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Battle Hymns Records, 2004&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Signore e signori, sono lieto di annunciarvi un esempio encomiabile di come dovrebbe suonare il Power Metal.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Avete presente tutti quei dettagli che inducono molte persone a detestare tale genere? Parlo di strutture banali fino alla nausa, di riff basati su due note in assenza di idee migliori, di ritmiche clonate di brano in brano, di voci fin troppo gaie di pseudo-cantanti che latrano in una notte di luna piena durante il proprio ciclo estrale: ebbene, nulla di tutto ciò affligge i Bejelit, band piemontese che esordisce nel 2004 con Hellgate. Quello che i Bejelit hanno inciso su disco è un esempio di Power Metal disinibito, molto aggressivo e molto personale, completamente libero da tutti i cliché del genere e al tempo stesso parecchio ispirato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attraversando la porta dell’inferno non troverete brani banali ad annoiarvi, niente che si addormenti passivamente sulla nauseante soluzione strofa-ritornello; nessuna traccia di autoplagio, né tantomeno i disdicevoli abusi del pur glorioso falsetto. Del resto avete varcato la porta dell’inferno, non del paradiso! Qui ci si diverte! Troverete infatti ad accogliervi tra le fiamme corposi giri di chitarra alla velocità della luce e le classiche pedalate di grancassa intrecciati con abilità e dovizia di saggezza, e senza che ci si fossilizzi sopra a sproposito; troverete un basso intraprendente, scoppiettante, spesso eretto in prima linea invece che rimanere sepolto senza lode e con molta infamia sotto le frustate celle chitarre; troverete una band che riesce a racchiudere una favolosa suite come The Haunter Of The Dark in appena quattro minuti e mezzo; una band che in perfetta tradizione Power si concede anche alla ballad, ma che quando lo fa il risultato è qualcosa di spettacolare come I Won't Die Everyday; una band che chiude un grande disco con un grande brano, In Void We Trust, epico, oscuro e progressivo, che sbiadisce su un pianoforte che ha un che di magico. Com’è possibile riscontrare una tale fastosa abbondanza in un disco Power? E’ possibile perché l’intelligenza dei Bejelit consiste anche nel saper interpretare un po’ tutti i modi possibili di suonare il Power: dallo stile classico ai cori epici, dai sintetizzatori orchestrali ai taglienti riff thrash-oriented, il tutto fuso insieme con grande maestria. In un tale sfarzoso contesto anche quel paio di brani che ricordano maggiormente il Power classico, cioè Dust In The Wind e Slave Of Vengeance, risultano bramosi e accattivanti, dimostrando che il vero problema del Power classico non è tanto il singolo brano quanto la generale mancanza di idee. Mancanza che qui manca, sicché per doppia negazione otteniamo un’affermazione di sostanza ed energia: affermazione che porta il nome di Hellgate, un disco per tutti coloro che non credevano che il Power potesse dare tanto. Vi ricrederete.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;01 - BloodSign (03:19)&lt;br /&gt;02 - Bones And Evil (06:02)&lt;br /&gt;03 - The Haunter Of The Dark (04:30)&lt;br /&gt;04 - I Won't Die Everyday (06:11)&lt;br /&gt;05 - Slave Of Vengeance (03:31)&lt;br /&gt;06 - Skull Knight Ride (05:03)&lt;br /&gt;07 - Death Chariot (05:18)&lt;br /&gt;08 - Dust In The Wind (05:02)&lt;br /&gt;09 - Bejelith (04:29)&lt;br /&gt;10 - In Void We Trust (08:08)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-6673725629625600633?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/bejelit-hellgate.html</link><author>noreply@blogger.com (Vanni "NonemonehPnaitsirhcitnA")</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-4361698210119129966</guid><pubDate>Tue, 21 Feb 2012 17:16:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-21T18:16:11.419+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Drudkh - "Songs Of Grief And Solitude"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.metal-archives.com/images/1/3/4/5/134500.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="199" src="http://www.metal-archives.com/images/1/3/4/5/134500.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Supernaul, 2006&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Dopo aver pubblicato diversi album di ottimo valore per quanto riguarda il filone pagan black atmosferico, tralaltro a ritmi molto sostenuti, gli ucraini Drudkh producono quella che rimarrà la mosca bianca nella loro nutrita discografia: un album totalmente acustico e strumentale, di puro folk slavo, senza distorsioni nè effetti artificiali. Due chitarre acustiche, qualche breve ma riuscita incursione di strumenti a fiato, e nient'altro: melodie cristalline, pulite e ripetitive che si rincorrono per tutto il disco, andando a ricordare non poco dischi come il seminale "Kveldssanger" (anche se non si può paragonare il folk scandinavo a quello slavo, sono due cose molto diverse). Niente voci, niente percussioni, niente distorsioni, niente di niente. Solo pure e calde note scaturite dalle corde di nylon e dal vibrare dell'aria dentro un flauto: cosa c'è di più affascinante e stupendamente anacronistico, in un momento storico nel quale gli effetti elettronici e i suoni artificiali stanno spopolando?&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La musica racchiusa in "Songs Of Grief And Solitude" è indubbiamente folk tradizionale, ma solo fino ad un certo punto, poichè quasi tutti i brani di questo album sono rivisitazioni acustiche di pezzi già scritti dagli stessi Drudkh. Anche se i nuovi brani mantegono solo alcuni riff e alcune melodie rispetto agli originali, in veste acustica essi acquistano un'atmosfera ancora più particolare, che ne esalta la componente malinconica e drammatica, nonchè lo spirito panteistico e strettamente legato alla madre terra. Nonostante alcuni momenti paiano perfino sereni, in realtà il disco è permeato da una continua tristezza, da una sensazione di inquietudine perenne che non può essere mitigata. Non è un disco felice, come del resto recita il titolo: è invece un ricettacolo di sofferenza, espressa in modo delicato ma contemporaneamente poderoso. Poco importa se gli elementi sono pochissimi, se i brani sono abbastanza ripetitivi, se non ci sono variazioni stilistiche tra un pezzo e l'altro: quando la musica ha qualcosa da comunicare, può farlo sia con cento strumenti che con uno solo. Il disco brilla di luce propria esattamente per questo motivo: pur basandosi su due soli strumenti, ha tantissimo da dire e riversa le sue emozioni come un torrente inarrestabile. I brani scorrono l'uno dopo l'altro con fluidità, catturandoci silenziosamente nel profondo, e lasciandoci con il fiato sospeso per sentire come quelle due magiche chitarre riusciranno a toccare le nostre corde interne. Momenti davvero emozionanti si susseguono senza dover aspettare troppo tra uno e l'altro, anche perchè la brevità del disco fa sì che in un attimo esso sia già finito. E quando finisce, molto probabilmente schiaccerete di nuovo play e andrete a ripescare il brano che vi ha fatto emozionare di più tra tutti, per poi riascoltarlo ancora e ancora.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"Songs Of Grief And Solitude" dimostra ancora una volta come il black metal abbia un'altra faccia: abbandonate le potenti distorsioni, i ritmi rocciosi e le voci gracchianti e primordiali, insomma dopo essere stato spogliato di tutto ed essere stato ridotto al nucleo, esso si rivela come un'intima confessione di dolore e raccoglimento, che cerca redenzione nella bellezza della natura e nella sua immane potenza. In questo i Drudkh hanno fatto centro, confermandosi come una band piena di talento e idee, capace di variare il proprio stile e di sperimentare, nonostante alcuni detrattori pensino il contrario e li critichino solo per il fatto di aver pubblicato dieci dischi in dieci anni. Promuovo dunque a pieni voti questo piccolo gioiello, adatto solo a chi considera la musica anche come un mezzo di riflessione, come uno strumento per cercare dentro di sè cose dimenticate e sopite.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;01 - Sunset In Carpathians (2:47)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;02 - Tears Of Gods (8:35)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;03 - Archaic Dance (3:29)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;04 - The Milky Way (9:53)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;05 - Why The Sun Becomes Sad (5:45)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;06 - The Cranes Will Never Return Here (3:26)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;07 - Grey Haired Steppe (2:09)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-4361698210119129966?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/drudkh-songs-of-grief-and-solitude.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-1780419425405221760</guid><pubDate>Tue, 21 Feb 2012 16:22:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-21T17:26:42.253+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Finnr's Cane - "Wanderlust"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.metal-archives.com/images/2/6/8/9/268940.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://www.metal-archives.com/images/2/6/8/9/268940.jpg" width="197" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Frostscald Records, 2010&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Se gli Immortal avessero deciso di rallentare i ritmi, di eliminare lo screaming e di darsi al neofolk atmosferico contaminato dal post rock, probabilmente avrebbero partorito un disco molto simile a quello che i neonati Finnr's Cane ci propongono come loro prima uscita discografica. Il paragone può apparire bizzarro, ma andando ad analizzare il disco non è poi così lontano dalla verità. Se in generale il post rock, quando si contamina con il black metal, evoca immagini naturali spesso improntate alle stagioni fredde come l'autunno e l'inverno, il primo album di questi tre canadesi (che si presentano sotto pseudonimi) è una riuscitissima estremizzazione del concetto di "freddo" in musica.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Gli ingredienti sono più o meno sempre gli stessi del post - black metal, ma stavolta sono mischiati con proporzioni differenti. La consueta velocità del black metal canonico sfuma in favore di una musica lenta e altamente ipnotica, influenzata dall'attitudine ambient e dotata di risvolti vagamente psichedelici e onirici; solo in alcuni tratti i ritmi accelerano, all'improvviso, come per risvegliarci dal trasognato torpore che l'ascolto continuativo induce. I suoni sono gelidi, avvizziti come un albero morto in mezzo ad una tormenta di neve; non comunicano nulla di solare o positivo, ma solo un'angosciosa morsa di freddo che punge e scarnifica lentamente, con impietosa e tranquilla ferocia. Non si tratta tuttavia di suoni secchi o poveri: i muri di chitarre godono di un sound davvero ben costruito ed efficace, dotato delle giuste proporzioni tra il necessario grezzume e l'altrettanto necessaria intellegibilità. I passaggi acustici e melodici non sono abbondanti, e quando ci sono risultano comunque molto dimessi e propedeutici a successivi sviluppi glaciali; destano comunque interesse le occasionali progressioni strumentali di chitarre pulite rubate direttamente dal miglior post rock d'autore, quello che cresce lentamente e raggiunge il compimento solo dopo molte battute (ascoltate per esempio "Glassice"). Le sporadiche parti vocali sono costituite da un distante clean nascosto nelle intercapedini delle trame strumentali, un lamento lento e spiritico che conferisce alla musica un vago alone inquietante, come una preghiera panteistica. Qualche leggero sprazzo di voce sporca entra talvolta a dare il suo contributo, ma marginalmente, quasi senza far accorgere della sua presenza. I brani sono molto omogenei, contigui l'uno all'altro con apprezzabile coerenza stilistica, non particolarmente vari a livello di soluzioni, ma comunque molto evocativi e convincenti nella loro ragionata staticità ambientale. Qui sta la personalità del gruppo: sono infatti ben lontane le atmosfere luminose degli Alcest, le possenti e malinconiche linee melodiche dei Drudkh, la raffinatezza compositiva dei Fen, tutti elementi che fanno parte del sound dei grandi nomi del genere. Quello che i Finnr's Cane ci propongono è invece una catarsi animica nella quale la solitudine e la gelida desolazione sono l'imperativo. Il gruppo è riuscito a sublimare i vari elementi che hanno reso famoso il genere e a plasmarli per costruire un sound tutto loro, nettamente sbilanciato verso alcuni aspetti e per questa ragione potenzialmente molto interessante. Via libera dunque a trame strumentali ripetitive, sostenute da leggerissime trame di tastiera e da melodie che tentennano, indugiano, girano su se stesse come indecise; via libera ad atmosfere ancestrali e severe, immuni alla luce e al calore del sole; via libera ai brividi di freddo che fisicamente sentiremo sulla nostra pelle ascoltando brani spettacolari come "Eternal" o "The Lost Traveller".&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"Wanderlust" è un disco giocato interamente sulle atmosfere, per cui a qualcuno potrà risultare noioso o poco strutturato: tuttavia, io non posso che raccomandarlo a chiunque detesti le spiagge affollate e ami la solitudine delle cime innevate, perchè ascoltando queste note vi sembrerà davvero di trovarvici sopra, avvolti da una impenetrabile coperta di gelo. Non è un disco geniale nè particolarmente elaborato, si tratta solo di musica di enorme effetto per chi ama un certo tipo di sonorità: mai come in questo caso, dunque, il giudizio di un recensore è un qualcosa di settoriale e interpretabile.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;01 - The Healer (3:00)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;02 - Snowfall (4:51)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;03 - A Winter For Shut - Ins (6:14)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;04 - The Lost Traveller (6:30)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;05 - Glassice (8:22)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;06 - The Hope For Spring (6:03)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;07 - Eternal (7:03)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;08 - House Of Memory (6:15)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-1780419425405221760?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/finnrs-cane-wanderlust.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-4488180210593022626</guid><pubDate>Mon, 20 Feb 2012 20:14:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-20T21:17:56.508+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Abstrakt Algebra - "Abstrakt Algebra"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.lyricsmusica.it/img/canzoni/a/abstrakt-algebra-nameless-4973338.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://www.lyricsmusica.it/img/canzoni/a/abstrakt-algebra-nameless-4973338.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Megarock Records, 1995&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;C’era una volta&lt;/i&gt; una grande band chiamata Candlemass che nel giro di pochi anni arrivò al successo più alto e incondizionato ispirandosi alla musica dei Black Sabbath e inventando di fatto il Doom Metal. Ma la perdita del loro cantante, fulcro e uomo simbolo Messiah Marcolin fu l’inizio della fine: seppur di buona fattura, il disco successivo fu un totale fallimento dal punto di vista delle vendite sicché la band decise di sciogliersi. Ma poiché il bassista, leader e fondatore Leif Edling era già ai tempi troppo vulcanico e ispirato per potersi tenere lontano dalla musica, mise in piedi - circondandosi di nuovi musicisti - un nuovo progetto chiamato Abstrakt Algebra, l’inizio di una nuova storia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;C’erano una volta&lt;/i&gt; gli Abstrakt Algebra dunque, che si presentarono con una proposta ambiziosa, sicuramente di nicchia se si pensa che proveniva da un musicista che aveva abituato il proprio pubblico ad uno stile più semplice e diretto, più epico e teatrale. Infatti l’influenza dei Candlemass è qui ridotta all’osso, confinata a radi e sparuti episodi. Si tratta piuttosto di una musica molto difficile da etichettare nonostante non sia molto complessa, una musica di matrice Heavy Metal classico e pur sempre oscura, opprimente, ma completamente priva di quel pathos fortemente epico che caratterizzava i Candlemass e che qui cede il passo a toni enigmatici, astratti, estranianti. Il più grande merito degli Abstrakt Algebra è però quello di aver introdotto un’intelligente ed ampia varietà come purtroppo di rado la si può ammirare, otto brani tutti diversi tra loro seppur uniformati sotto lo stesso mood futuristico. Si va dalla liturgica Stigmata all’isterica Bitterroot, passando per la funerea April Clouds che invade con disinvoltura l’oscuro mondo del Funeral Doom. E che dire se immediatamente dopo un simile episodio si passa a Vanishing Man, un brano dalle tendenze addirittura cyber? Stupenda è poi la titletrack, tanto nella memorabile prestazione canora quanto nelle atmosfere e nel ponte in pianoforte. Una carrellata di brani da levare il fiato perfino al divino Eolo...specialmente alla luce del fatto che non v’è traccia di uno solo di essi che scenda sotto la soglia dell’eccellenza! Le danze si chiudono che meglio non si potrebbe con Who What Where When, un brano al quale a dispetto del titolo non manca affatto un perché: un’immensa suite che ad un certo punto si infossa nelle profondità di un antro oscuro per poi tornare a nuova vita con una prestazione chitarristica da pelle d’oca e con tante altre emozioni. Dopodiché cala il sipario. Che dire? Beh, se il seguito alla gloriosa esperienza coi Candlemass dev’essere questo, ben venga! A mio modesto e soggettivo parere si tratta di uno dei dischi più belli di sempre in ambito Doom classico. Peccato però che contrariamente a quanto la qualità di quest’opera lascia presagire gli applausi dalla platea furono scarsi e freddi, e vuoi per la grande ambiziosità della musica proposta, vuoi per il nefasto riferimento alla matematica, il sipario non si rialzò più.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;C’era una volta&lt;/i&gt; una piccola band chiamata Abstrakt Algebra che morì ancor prima dell’alba del suo secondo full-length, registrato ma mai pubblicato, condannata forse dalla sua qualità sopraffina, forse dalle inevitabili aspettative in chiave Candlemass. Per poter pubblicare tale materiale Leif Edling fu costretto a ritoccarlo e a riformare i Candlemass - sebbene con una formazione fittizia che nulla aveva a che vedere con quella che conquistò il mondo sul finire degli anni ottanta - così usando in modo inopportuno questo monicker altisonante. Inutile dire che il risultato fu penosamente ignorato...ed ecco che anche i risorti Candlemass tornarono nella bara dopo breve tempo, e tutti morirono infelici e scontenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Post Scriptum.&lt;/i&gt; A differenza di tante altre storie, questa in qualche modo ha un lieto fine: i Candlemass risorsero per la seconda volta grazie all’omonimo album pubblicato nel 2005 che vide il ritorno di Messiah Marcolin, e anche se questi lasciò di nuovo poco dopo Leif e soci continuarono in grande spolvero, approdando addirittura in Nuclear Blast. Per quanto riguarda gli Abstrakt Algebra essi non videro mai più la luce, ma per chi dovesse essersi appassionato a questo loro singolo capitolo consiglio di seguire i Krux, un altro side project di Leif Edling che riprende musicalmente proprio quanto egli iniziò a sviluppare con gli Abstrakt Algebra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;01 - Stigmata (05:42)&lt;br /&gt;02 - Shadowplay (05:19)&lt;br /&gt;03 - Nameless (05:34)&lt;br /&gt;04 - Abstrakt Algebra (07:24)&lt;br /&gt;05 - Bitterroot (07:34)&lt;br /&gt;06 - April Clouds (07:26)&lt;br /&gt;07 - Vanishing Man (05:31)&lt;br /&gt;08 - Who What Where When (15:22)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-4488180210593022626?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/abstrakt-algebra-abstrakt-algebra.html</link><author>noreply@blogger.com (Vanni "NonemonehPnaitsirhcitnA")</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-142527429616072933</guid><pubDate>Fri, 17 Feb 2012 20:23:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-17T21:24:07.154+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Akercocke - "Words That Go Unspoken, Deeds That Go Undone"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.mediaboom.org/uploads/posts/2008-03/1205618434_259.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://www.mediaboom.org/uploads/posts/2008-03/1205618434_259.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Earache Records, 2005&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Una copertina assolutamente sensazionale che gioca alla grande sulla bicromia bianco-nero e sulla prospettiva vertiginosa ci rende edotti del fatto che gli Akercocke sembrano aver dato una grande svolta alla loro carriera: per la prima volta nella loro storia non compare una donna nuda! Ma talvolta le apparenze ingannano: infatti l’atteggiarsi dell’oscura figura che fumando si appresta a lasciare l’edificio lascia inevitabilmente supporre di aver da poco finito di consumare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non potrebbe esserci analisi migliore per introdurci alla filosofia musicale di Words That Go Unspoken, Deeds That Go Undone, il quarto full-length dei londinesi Akercocke: la band sembra aver in qualche misura sublimato il proprio stile, la propria incontrollata furia primordiale, completando la sintesi che il precedente ottimo Choronzon aveva audacemente iniziato. Non c’è la solita tracotante rabbia infernale, o meglio c’è ma è sotto un malefico controllo; stavolta è tutto più composto, oserei dire incravattato: proprio come la lussuria - tema ricorrente per la band - da esplicita si è tramutata in un’elegante allusione, lo stesso sembra fare la musica, la quale si rifugia dietro un ordine che ben si confà a quello di quattro diabolici gentlemen inglesi. Con questo non voglio certo dare ad intendere che la band sia scesa dalle glorie del suo personalissimo Blackened Death Metal per darsi ad una qualche improbabile forma di dark pop...sarà sufficiente tuffarsi nell’esplosiva Verdelet per poter ammirare ancora una volta tutta l’ineguagliabile classe britannica di un gruppo che si ostina a rifiutare l’idea di vivere di rendita, preferendo esplorare ogni volta sentieri non ancora battuti. Uno di questi conduce ad un piccolo “capolavoro nel capolavoro”, Shelter From The Sand, un opale degno di menzione speciale: si tratta di un brano che fluisce in un torbido oceano di tinte oscure per poi subire una catarsi verso la metà e concedersi un finale strumentale d’eccezione. Davvero notevole. Ancor più notevole però è il fatto che per il resto non ci sono particolari highlights da segnalare, non ci sono situazioni singole che si stagliano alte e fiere al di sopra del resto della musica: Words That Go Unspoken, Deeds That Go Undone è uno di quei rari dischi che pur senza strafare suonano grandiosi grazie ad una sapiente miscela musicale, in cui ogni singolo passaggio è perfettamente azzeccato, ogni cambio di scenario arriva al punto giusto e conduce nella direzione giusta, ogni singola nota è esattamente dove deve stare, e la produzione è perfetta rispetto allo stile proposto. Questo è ciò che mi pare di cogliere tutte le volte che ascolto questo stupendo disco. Tutto ciò che avete sempre amato degli Akercocke - tutto, e ovviamente di più - lo ritroverete anche qui, e ancora una volta in una nuova veste.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le parole che non vengono dette conducono necessariamente a fatti che non vengono compiuti; eppure quest’album è stato compiuto, quindi qualcuno deve averlo detto. Non so chi sia questo qualcuno, ma lo ringrazio di tutto cuore: gli Akercocke continuano la loro marcia blasfema all’insegna della grande musica. Un disco prelibato per tutti coloro che non si accontentano del Death Metal come mamma l’ha fatto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;01 - Verdelet (04:45)&lt;br /&gt;02 - Seduced (04:40)&lt;br /&gt;03 - Shelter From The Sand (10:40)&lt;br /&gt;04 - Eyes Of The Dawn (04:41)&lt;br /&gt;05 - Abbadonna, Dying In The Sun (01:20)&lt;br /&gt;06 - Words That Go Unspoken (05:12)&lt;br /&gt;07 - Intractable (03:56)&lt;br /&gt;08 - Seraphs And Silence (04:44)&lt;br /&gt;09 - The Penance (04:32)&lt;br /&gt;10 - Lex Talionis (03:29)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-142527429616072933?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/akercocke-words-that-go-unspoken-deeds.html</link><author>noreply@blogger.com (Vanni "NonemonehPnaitsirhcitnA")</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-3768873715368067715</guid><pubDate>Fri, 17 Feb 2012 19:05:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-17T20:09:24.408+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Falls Of Rauros - "The Light That Dwells In Rotten Wood"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.metal-archives.com/images/3/1/1/4/311498.jpg?4923" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="198" src="http://www.metal-archives.com/images/3/1/1/4/311498.jpg?4923" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Bindrune Recordings, 2011&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ultimamente sono alla ricerca sempre dello stesso tipo di sound, e grazie alle ricerche tematiche sono incappato in diverse band interessanti. I Falls Of Rauros, provenienti dal Maine, sono una di queste scoperte: per quanto non siano una band eccezionale, sicuramente sono dei bravissimi musicisti. Con questo terzo lavoro, seguito degli ottimi "Into The Archaic" e "Hail Wind And Hewn Oak", il gruppo mostra di raggiungere pienamente l'obiettivo che si è posto, facendo la gioia degli appassionati del genere. &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ma di quale obiettivo e di quale genere stiamo parlando? L'obiettivo è sicuramente quello di farci rilassare e di spedirci con la mente in un freddo bosco autunnale, nebbioso e silenzioso, facendoci quasi sentire sulla pelle quel freddo e quell'umidità che trasudano da laghi e fiumiciattoli glaciali. Il genere è quell'indefinibile commistione di black metal melodico, post rock e sonorità eteree, atmosfere grigie che non evocano alcun sentimento negativo, ma solo tranquillità e pace. Non fatevi ingannare dall'aspra voce in screaming e dagli ombrosi e pesanti suoni di chitarra che popolano "Banished": nonostante il pezzo faccia la voce grossa, deviando leggermente dalle atmosfere più folkeggianti dei primi album, è evidente fin da subito che non si tratta di un assalto sonoro. Sembra più un lento e meditativo calarsi nei meandri della natura più nascosta e ancestrale, tentando di carpirne i segreti più reconditi. Le melodie sono infatti solenni e avvolgenti, le chitarre descrivono scenari intriganti, la voce assomiglia più a quella di uno spirito della foresta che ci chiama con fare suadente, e non a quella di un demone risorto dagli abissi infernali. Non mancano ovviamente richiami agli Agalloch, ai primissimi Ulver, ai Wolves In The Throne Room, ai Drudkh e ai soliti grandi nomi: è difficile ormai non rimanere in qualche modo influenzati da band di siffatta qualità. Tuttavia, i Falls Of Rauros dimostrano di possedere comunque una buona personalità e di riuscire a non annoiare con i propri brani, che sono parecchio lunghi. A dire il vero, i pezzi veri e propri sono solo tre, mentre i rimanenti tre sono degli intermezzi d'atmosfera che si collocano al posto giusto nell'economia "meditativa" del disco. La parte del leone è svolta dall'eccellente trio dei pezzi lunghi, che si sviluppano senza fretta, alternando una calibrata pesantezza e velocità con momenti di quiete riflessiva, destreggiandosi tra assoli gentili e sprazzi di sezioni acustiche, mantenendo sempre un buon gusto melodico e un'attitudine magniloquente, ricca di simbolismo e significati nascosti. La musica è un fiume che ci trasporta con dolcezza ma irresistibilmente, un fiume che cambia continuamente direzione e si sviluppa lungo anse tortuose, così come i brani non seguono alcuno schema fisso, ma sono liberi di variare come piace a loro, di infilarsi in ogni angolo della nostra mente così come l'acqua si infiltra dappertutto, bucando perfino la roccia. Non si può negare che dietro ciascun pezzo vi sia una storia da raccontare: può essere la storia di una grande vallata, di una gigantesca frana, di un ghiacciaio che si sta sciogliendo, di una montagna sferzata dalle tempeste...l'immaginazione non ha confini, mentre si ascolta un disco come questo. L'eccezionale introduzione di "Silence" è la perfetta sublimazione di questo concetto: voglio vedere a quante persone non si stamperà in mente una qualsiasi immagine, ascoltando la gentile chitarra acustica che lascia spazio ad un incredibile e trascinante riff in tremolo picking, di quelli che fanno sognare ad occhi aperti.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Con eleganza e classe, i Falls Of Rauros ci propongono dunque una musica che non fa gridare al miracolo, ma sa essere un meraviglioso accompagnamento per le nostre fredde e desolate giornate, specialmente se trascorse in un luogo a stretto contatto con la natura, dove far fluire meglio i pensieri e le emozioni. Hanno assorbito bene la lezione dei maestri, l'hanno fatta propria, hanno evoluto il proprio sound nel corso degli anni e ora sono qui per regalarci l'ultimo, succulento frutto del loro lavoro. Lasciarlo appassire sarebbe un peccato.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;01 - Earth's Old Timid Grace (3:52)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;02 - Banished (10:46)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;03 - Awaiting The Fire Or Flood That Awakes It (13:25)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;04 - Nonesuch River Chant (1:36)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;05 - Silence (9:38)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;06 - The Cormorans Shiver On Their Rocks (4:29)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-3768873715368067715?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/falls-of-rauros-light-that-dwells-in.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-3330844700737350526</guid><pubDate>Fri, 17 Feb 2012 15:53:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-23T11:26:33.421+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Drudkh - "Estrangement"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-nSGO0p2dz-8/TnFSeyOo6NI/AAAAAAAAB7k/_ED4jCR4d_I/s1600/Drudkh+-+Estrangement.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://3.bp.blogspot.com/-nSGO0p2dz-8/TnFSeyOo6NI/AAAAAAAAB7k/_ED4jCR4d_I/s200/Drudkh+-+Estrangement.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Supernaul, 2007&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"Estrangement" è la settima produzione discografica degli ucraini Drudkh nel corso di quattro anni. La prolificità di questa interessante band è ben conosciuta, e li ha portati ad una certa notorietà, anche se logicamente non tutti gli album possono essere di alto livello, se si pubblica a questi ritmi. Ciò non toglie che, una volta trovata la formula giusta e i fan affezionati, i dischi prodotti successivamente possano essere di qualità sopraffina, anche se non portano particolari novità. "Estrangement", infatti, pur essendo un disco senza troppe pretese di originalità (interna ed esterna al gruppo), si distingue per essere comunque un ottimo album, ispirato e ben composto quel tanto che basta per non cadere nel dimenticatoio. Anzi, devo dire che certe sezioni di questo album sono davvero memorabili.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Descrivere il sound dei Drudkh è piuttosto difficile, trattandosi di un black metal molto personale e immediatamente riconoscibile tra mille. Forse il loro tratto distintivo sono i riff corposi e grezzi, le melodie decadenti e autunnali, i particolarissimi assoli di chitarra disseminati a sorpresa lungo i loro brani, i ritmi che ricordano vagamente la musica popolare ucraina, così come i testi cantati esclusivamente in lingua madre. Ma non saprei dire con precisione cosa li rende unici. A livello di evoluzione, qualcosina è cambiato dai tempi del primo, glorioso "Forgotten Legends" (datato 2003) e dal successivo e altrettanto magico "Autumn Aurora" (datato 2004); le atmosfere si sono lievemente alleggerite e c'è stato spazio anche per qualche esperimento, come il particolarissimo album acustico "Songs Of Grief And Solitude", che precede di un anno l'album in questione. Infine arriva questo "Estrangement", composto da quattro brani che spaziano dalla malinconia al feeling epico, passando per sezioni crude e ruvide, e inserendo alcune idee melodiche di pregevole fattura. Il black metal "naturalistico" ed evocativo tipico dei Drudkh non è stato rinnegato, e seppur non sia ai livelli dei massimi capolavori della band, non mancherà di stupire e affascinare i fan di questa corrente musicale, che ultimamente sta riscuotendo molti consensi. I tre brani principali sono lunghi, tendenzialmente minimalisti, non troppo aggressivi e popolati quasi unicamente dagli strumenti base: chitarra distorta, basso, batteria e voce. Le precedenti suggestioni folkeggianti e atmosferiche sono state quasi totalmente soppiantate, e si è ritornati indietro nel tempo, spogliando il sound di qualsiasi orpello e proponendoci un black metal "modello base": sempre made in Drudkh, ma ridotto all'osso come ai tempi di "Forgotten Legends". Una cosa che si può notare è l'accelerazione dei ritmi, come in "The Swan Road" (2005), ma ciò che davvero rende fruibile questo disco è come al solito la bellezza delle linee melodiche: i pezzi macinano riff maestosi e suggestivi, su una base ritmica lievemente confusa e perfetta per descrivere le cangianti atmosfere naturali che il gruppo evoca con maestria. I brani sono piuttosto simili tra loro e l'omogeneità è evidente, tuttavia ogni tanto la musica ci lascia a bocca aperta con passaggi davvero notevoli, come la drammatica sezione centrale di "Solitary Endless Path", il velocissimo e funambolico finale di "Skies At Our Feet" o il break melodico di "Where Horizons End", dove un riff spettacolare duetta con un assolo grondante dolore da tutte le parti. Non che il resto del disco sia insignificante, anzi: su una base già interessante di suo, questi momenti "superiori" risaltano e donano al disco quel tocco di classe in più che gli fa ampiamente superare la sufficienza. Personalmente, poi, mi sento di promuovere questo disco con un voto molto più alto della sufficienza, solo per la presenza della conclusiva "Only The Wind Remembers My Name", che ritengo il più bel pezzo mai scritto dai Drudkh: una strumentale di quattro minuti epica, tragica e sconsolata, teatro di un assolo superlativo che pare quasi raccontarci l'immensa solitudine di cui è vittima. Difficile ascoltarla senza rimanere intimamente commossi da tanta forza espressiva.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Per concludere, "Estrangement" non è un capolavoro. Semplicemente è un degnissimo e piacevole album suonato da una band che ha forse il difetto di volersi evolvere troppo velocemente, ma che brilla comunque per la sua indiscutibile vena artistica e per la sua genuinità. Non aspettatevi i fasti di un "Forgotten Legends" o di un "Blood In Our Wells", ma aspettatevi comunque una musica suonata con il cuore e con passione. Per quel che mi riguarda, promossi con ottimi voti.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;01 - Solitary Endless Path (10:54)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;02 - Skies At Our Feet (10:43)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;03 - Where Horizons End (10:52)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;04 - Only The Wind Remembers My Name (4:00)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-3330844700737350526?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/drudkh-estrangement.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://3.bp.blogspot.com/-nSGO0p2dz-8/TnFSeyOo6NI/AAAAAAAAB7k/_ED4jCR4d_I/s72-c/Drudkh+-+Estrangement.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-7930299529117600658</guid><pubDate>Fri, 17 Feb 2012 13:01:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-17T14:01:36.170+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Sinheresy - "The Spiders And The Butterfly"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-JPxcLPSHcnE/Tz5I0_5lfpI/AAAAAAAAAJA/JQ8FdceNbIo/s1600/SinHeresyCover.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://2.bp.blogspot.com/-JPxcLPSHcnE/Tz5I0_5lfpI/AAAAAAAAAJA/JQ8FdceNbIo/s200/SinHeresyCover.jpg" width="195" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Revalve Records, 2011&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;I Sinheresy provengono da Trieste e sono la dimostrazione che ancora oggi si può suonare un buon power metal sinfonico senza scadere nella banalità gratuita. Io stesso, che tendo a considerare certi generi ormai inflazionati e contaminati dalla "sindrome del clone infinito", talvolta devo ricredermi e constatare che si può essere freschi e piacevoli anche senza dover portare per forza grosse innovazioni. Basta mettere nelle proprie note una buona dose di passionalità e impegno, evitando di trascinare stancamente i pezzi, e il gioco è fatto. Se alle spalle il talento c'è, ovviamente. In questo caso posso dire che c'è, senza ombra di dubbio.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Con questo primo EP, uscito con la giovane etichetta romana Revalve Records, il gruppo si presenta come fautore di un power metal piuttosto tecnico e intricato, ma che fa dell'immediatezza e della bellezza cristallina delle melodie il suo principale punto forte. Le influenze principali provengono da Nightwish (dei quali i Sinheresy sono stati a lungo una cover band, prima di iniziare finalmente a scrivere pezzi propri), Within Temptation, Theatre Of Tragedy; Epica e via dicendo: tutti nomi importanti, ma a fianco dei quali il gruppo triestino non sfigura affatto, proponendo un sound grintoso e convincente, suonato e prodotto come si deve. Cardine del sound sono le due voci, maschile e femminile: mentre normalmente le due voci si alternano tra clean femminile e growl maschile, qui entrambi i cantanti scelgono il clean: cristallino ed espressivo quello della cantante Cecilia Petrini, profondo e drammatico quello del cantante Stefano Sain, che non disdegna una certa dose di aggressività. Spetta però alla voce femminile la palma dell'espressività e del protagonismo: una voce come questa non ha nulla da invidiare alle cantanti gothic più blasonate. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;I cinque brani scorrono con naturalezza, tinti da verve drammatica e malinconica, a tratti quasi operistica grazie alla nutrita presenza di trame tastieristiche, tuttavia mai invadenti. "Temptation Flame" cattura immediatamente l'attenzione con il suo riffing nervoso e sincopato, mentre le due voci pennellano trame turbinose e possenti, che fanno salire più di un brivido lungo la schiena. Anche la successiva "The Spiders And The Butterfly", più aggressiva e rocciosa, si lascia ascoltare più e più volte e conquista grazie alle sue sonorità quasi thrash, spezzate da un ritornello altamente melodico. Ancora più tirata e inquieta è "Merciless Game", giocata su una doppia cassa quasi costante e sul maggior ruolo dedicato alla voce maschile, che sporadicamente pronuncia qualche parola in growl. Un finale di grande impatto, popolato da virtuosismi e da una splendido scambio tra le due voci, fa da ponte per "Forever Us", ballata strappalacrime che è ben lontana dalle pacchianate in stile Hammerfall e compagnia bella: qui troviamo veramente un brano commovente e delicato, dove la voce della cantante può esprimersi in tutta la sua elegiaca bellezza e pulizia, mentre un violino in sottofondo pennella note dolcissime e sognanti. Particolarmente riuscita è l'unione tra le due voci, che cantano all'unisono senza stridere, essendo entrambe in pulito. L'oscura e contorta "When Darkness Falls", dal titolo programmatico, è una degna chiusura di questo breve ma emozionante EP, frutto delle fatiche di una band che mostra già un grande talento e una capacità espressiva non comune. Come dico sempre in questi casi, vale a dire quando mi trovo di fronte ad un debutto promettente, raccomando di tenerli d'occhio: il metal italiano è più vivo che mai, e sarebbe un peccato se band capaci e virtuose come questa rimanessero troppo a lungo nell'ombra.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;01 - Temptation Flame (4:29)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;02 - The Spiders And The Butterfly (6:11)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;03 - Merciless Game (3:51)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;04 - Forever Us (5:31)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;05 - When Darkness Falls (5:00)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-7930299529117600658?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/sinheresy-spiders-and-butterfly.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://2.bp.blogspot.com/-JPxcLPSHcnE/Tz5I0_5lfpI/AAAAAAAAAJA/JQ8FdceNbIo/s72-c/SinHeresyCover.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-8124880170698934163</guid><pubDate>Wed, 15 Feb 2012 23:10:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-16T23:35:28.098+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Alcest - "Souvenirs D'Un Autre Monde"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.metal-archives.com/images/1/5/6/4/156474.jpg?5717" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://www.metal-archives.com/images/1/5/6/4/156474.jpg?5717" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Prophecy Productions, 2007&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Luminoso, dolce, magico.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Questi sono i primi tre aggettivi che mi vengono in mente per descrivere il primo album dei francesi Alcest, capitanati dall'eclettico polistrumentista Neige. Questo disco demolisce completamente un teorema che rischiava di diventare una verità assoluta, vale a dire che un disco con radici black metal debba essere per forza negativo, o comunque triste, malinconico, disperato, o uno qualsiasi di questi aggettivi. Neige riesce invece, con un colpo di reni che donerà agli Alcest una meritata fama, a produrre un disco black che suona in modo completamente opposto. Bisogna specificare, per correttezza, che non si tratta di black metal vero e proprio: anzi, per essere sinceri, il black è solamente un'influenza, così come il disco è influenzato dallo shoegaze (My Bloody Valentine per esempio), dal gothic, dal neofolk e da diversi altri generi che hanno tutti una connotazione potenzialmente positiva, non per forza oscura e tetra. Le influenze black si sentono soprattutto nel sound delle chitarre, zanzarose e tremolanti; ma nel complesso finale rimane solo una delle componenti dell'album, che vengono equamente divise tra i vari generi. L'insieme di tali componenti creerà un sound che farà la fortuna degli Alcest e che verrà imitato da molte altre giovani band a seguire.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"Souvenirs D'Un Autre Monde" è un disco sorprendentemente poetico, che fin dalla prima nota rapisce con le sue melodie cristalline e candide, che evocano sogni felici e spensierati. "Printemps Emeraude" parte decisa con una linea melodica che evoca la potenza della luce solare, che vivifica tutto ciò che incontra sulla sua strada: tale sentimento luminoso traspare sia dalle parti elettriche sia da quelle acustiche, le quali frequentemente vengono ad interrompere il sognante muro chitarristico che fa dell'impenetrabilità il suo tratto distintivo. Niente voce in screaming, niente esagerazioni sonore: il soave cantato di Neige (talvolta sostituito da una voce femminile di grande espressività) è un inno alla bellezza, alla gioia, all'amore trasognato e romantico, alla felicità che sorge da una serena giornata estiva. Le tracce scorrono con una fluidità ed una naturalezza semplicemente disarmanti, sollevandoci dal grigiore terreno e portandoci in un luogo ameno, paradisiaco, che Neige identifica con la "Fairy Land", una sorta di mondo parallelo con cui ritiene di essere stato in contatto da bambino. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Le accelerazioni ritmiche, a tratti notevoli, non modificano per nulla il carattere sereno e positivo del disco: prevale sempre quella leggiadra sensazione di appagamento e di sogno perpetuo, ben lontano dall'essere uno scuro incubo. Il disco scorre senza una singola caduta di tono, senza mai un momento morto: ogni brano è pervaso da quel fervente sentimento di gioia che viene espresso alla perfezione anche da chitarre pesantemente distorte ed effettate, dimostrando che non sono solo i suoni a creare il carattere musicale, ma soprattutto le atmosfere. Semplicemente eccezionale è "Les Iris", teatro di una prova vocale spettacolare e di un maestoso finale che ci regala emozioni impagabili, trasportandoci realmente su un tappeto magico che vola in luoghi incantati; non è da meno "Ciel Errant", un viaggio attraverso un campo ricolmo di fiori variopinti e profumatissimi. Ma la sorpresa vera e propria arriva con "Tir Nan Og", giocosa e felice, che ci riporta indietro nel tempo a quando eravamo bambini ed eravamo pieni di sogni, speranze e felicità per ogni cosa che ci pioveva dal creato, anche la più insignificante. E mentre il brano pennella melodie meravigliose e prive di distorsioni, che giocano magistralmente tra tonalità maggiori e minori, è ben difficile che un sorriso non ci si dipinga sul volto, e che non ci venga da ripensare ai momenti più felici della nostra esistenza. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La musica racchiusa in "Souvenirs D'Un Autre Monde" è paragonabile all'ingenuo stupore dei bambini, che esprimono i loro sentimenti con naturalezza disarmante, senza curarsi delle brutture del mondo, che ancora non conoscono. Non c'è malizia, non c'è ironia, non c'è volontà di fare del male: tutto ciò che troverete in questi solchi è puro cuore, sincero e genuino. Le melodie di questo album sono fatte per volare alto, non per tenerci inchiodati alla terra, o peggio alle sue viscere. Ovviamente è sottointeso che un simile capolavoro non può mancare nella vostra discografia.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;01 - Printemps Emeraude (7:19)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;02 - Souvenirs D'Un Autre Monde (6:18)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;03 - Les Iris (7:41)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;04 - Ciel Errant (7:12)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;05 - Sur L'Autre Rive Je T'Attendrai (6:50)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;06 - Tir Nan Og (6:10)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-8124880170698934163?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/alcest-souvenirs-dun-autre-monde.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-3841590257884169631</guid><pubDate>Wed, 15 Feb 2012 22:14:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-15T23:27:21.649+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Onatem - "Extreme Effusions Of Violence"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://a4.ec-images.myspacecdn.com/profile01/152/2d0ce9529e4d4c79af5f4e929c3e1b28/p.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://a4.ec-images.myspacecdn.com/profile01/152/2d0ce9529e4d4c79af5f4e929c3e1b28/p.jpg" width="196" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Autoprodotto, 2010&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;I trevisani Onatem sono un'altra piacevole sorpresa nell'ambito dell'ultra underground, che in Italia trova sempre posto, anche se noi italiani tendiamo spesso a dimenticarcelo, considerando il nostro paese poco prolifico o poco interessante per lo sviluppo del metal. Errore. Pur non proponendo nulla di nuovo, infatti, questo gruppo ci regala un EP che può migliorare la giornata a molti metallari, grazie al suo sound quadrato, potente e aggressivo, che si stampa in testa fin dal primo ascolto e colpisce soprattutto a livello di impatto. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il quartetto nasce nel 2005 e si fa conoscere tramite diversi concerti live, fino alla pubblicazione del loro primo prodotto discografico "Mind Of A Suicide Birth", a cui fa seguito questo "Extreme Effusions Of Violence", che già dal titolo mostra molto bene ciò che vuole trasmetterci: una scarica di violenza ragionata ed efficace, espressa da brani tendenzialmente lenti, cadenzati e popolati da chitarre che ricordano molto lo stile dei vecchi, gloriosi Pantera. Chitarre che sfoderano un riffing interessante, non scontato nè eccessivamente monotono. La rabbiosa voce di Matteo Santi è un misto tra gli stili di Phil Anselmo (Pantera) e Jens Kidman (Meshuggah): una prova davvero notevole e convincente, che si merita tutti i complimenti del caso (non che gli altri musicisti siano da meno). Quella degli Onatem è una musica perfetta per fare headbanging, distruggendosi le vertebre del collo ma con il piacere di farlo: come resistere agli assalti sonori delle varie "Armageddon", "Another Me Killing God", "The Torch Of The Dark", che tuttavia lasciano spazio perfino a qualche sprazzo di melodia (il sorprendente assolo di "Desolation") ? Nelle nostre orecchie si riversa un fiume di metallo incandescente e distruttivo, quel buon vecchio thrash metal che sa regalare molte soddisfazioni quando è ben suonato. Insomma, un disco che non ti cambia la vita, ma che ti fa sentire felice di essere metallaro: non è poco, decisamente! Non mi resta quindi che promuovere gli Onatem, raccomandandomi che continuino a suonare musica in grado di far scuotere le nostre malconce teste, così da fare pace con un mondo spesso ingiusto. Da tenere d'occhio con fiducia.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;a href="http://www.myspace.com/onatem"&gt;Pagina Myspace&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;01 - Intro (0:41)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;02 - Armageddon (2:48)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;03 - Everything Is Unknown (3:39)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;04 - Another Me Killing God (3:20)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;05 - Desolation (5:33)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;06 - The Torch Of The Dark (3:39)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;07 - The Art Of Deception (2:52)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-3841590257884169631?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/onatem-extreme-effusions-of-violence.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-4850660042699543841</guid><pubDate>Tue, 14 Feb 2012 16:57:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-14T17:57:54.942+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Frozenbleed - "Distance"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://f0.bcbits.com/z/64/78/647855694-1.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://f0.bcbits.com/z/64/78/647855694-1.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Autoprodotto, 2012&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Un mestissimo pianoforte, con deboli suoni elettronici di sottofondo, è il biglietto da visita con cui ci accoglie "Distance", primo EP della giovane band italiana Frozenbleed. Un EP che fa della depressività il suo scopo, proponendoci cinque tracce votate alla più completa rassegnazione e all'incapacità di reagire alla condizione umana. Più vicini al gothic rock che al metal in senso stretto (del quale mantengono comunque le influenze), il loro suono ricorda quello di band come Sentenced, HIM, ultimi Anathema e ultimi Katatonia, spogliati della componente metal e riproposti in versione ancora più suadente e gentile. Solo di rado le chitarre si fanno sentire davvero, mentre per il resto la band preferisce mantenere i propri strumenti in sordina, nel tentativo di cullare l'ascoltatore in una malinconia continua e avvolgente. "Distant Reflections" ne è un buon esempio: toni dimessi, voce pulita che si adagia soffice su un tappeto strumentale mai troppo corposo, temi improntati alla tristezza; solo in brevi momenti la musica si risveglia leggermente dal torpore e sembra accelerare un po', ma ciò non dura che pochi secondi, dopodiché si ritorna in questo limbo vellutato e romantico. Tocca ad "Autumn Leaves" il ruolo di mostrare il lato più diretto dei Frozenbleed, tramite un tappeto chitarristico più marcato e ritmi leggermente più sostenuti. Su ciò si stagliano melodie delicate e rilassanti, quasi shoegaze, insieme ad una voce che a tratti ricorda quasi i Katatonia più depressi; molto riuscito è anche l'accompagnamento di pianoforte che corre parallelamente alle chitarre. "Absence" mostra un feeling più oscuro e tenebroso, nonché accenni di growl "sussurrato" che fa il paio con la voce pulita; un brano intriso di malessere, non più così rilassante come il disco ci aveva fatto credere di essere. Anche "Lost Fragments" si fa notare per i suoi arpeggi sinistri e obliqui e per la presenza di effetti vocali piuttosto strani per un gruppo gothic, tuttavia abbastanza riusciti nel contesto "malato" e lievemente schizoide del brano. Dov'è finita la pacata gentilezza delle prime tracce? Forse la ritroviamo nel finale della canzone, più aperto e melodico, ma sempre tremebondo e inquieto.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il dischetto è in definitiva un buon prodotto, che piacerà sicuramente agli amanti del gothic rock, in particolare se non disdegnano qualche spruzzata di metal all'interno del sound. Non ha particolari difetti, se non forse quello di un'incisività che potrebbe essere migliorata: ma forse è la produzione a non rendere giustizia ai Frozenbleed. Conto che con mezzi migliori e un po' più di esperienza riusciranno a migliorarsi ancora parecchio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a href="http://www.facebook.com/frozenbleed"&gt;Pagina Facebook&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;01 - Prologue (2:29)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;02 - Distant Reflections (6:11)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;03 - Autumn Leaves (7:58)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;04 - Absence (5:47)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;05 - Lost Fragments (feat. Serenades) (6:04)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-4850660042699543841?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/frozenbleed-distance.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-6482860746494154499</guid><pubDate>Tue, 14 Feb 2012 16:19:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-14T17:28:36.279+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Metallica - "S&amp;M"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.metal-archives.com/images/2/7/9/3/2793.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://www.metal-archives.com/images/2/7/9/3/2793.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Elektra, 1999&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Tutti conosciamo il fondamentale contributo che i Metallica hanno dato al mondo del metal, e purtroppo tutti conosciamo la fine che hanno fatto dopo la pubblicazione di “And Justice For All”, ultimo dei loro veri album. Da quel momento in poi, infatti, non c’è più nulla: solo pseudo metal commerciale e privo di ispirazione, con rari momenti interessanti e tanta noiosa pacchianeria. Dopo i mediocri “Load” e “Reload”, che mostravano un blues rock stanco e sostanzialmente inutile, qualcuno sperava che il doppio live album “S&amp;amp;M” (che sta per Symphonic &amp;amp; Metallica) avrebbe potuto risollevare la reputazione della band americana, consegnando ai fan un prodotto che li avrebbe di nuovo portati sulla cresta dell’onda. Peccato che ciò non sia successo: un progetto così ambizioso e mastodontico come quello di far suonare un’orchestra sinfonica e un gruppo thrash metal può non funzionare bene, e nessuno si stupirebbe se il risultato fosse una mezza ciofeca.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Il problema di “S&amp;amp;M” è sostanzialmente questo: gli manca un senso. Si tratta di un doppio album che contiene due ore di musica, con i migliori classici dei Metallica (ma anche i pezzi più scialbi) riproposti dal vivo insieme ad un’orchestra di cento elementi, che dovrebbe regalargli atmosfere pazzesche ed entusiasmanti ma che in realtà riesce solamente ad appesantire il tutto e a rendere le canzoni, se non ridicole, come minimo pacchiane. Imbarazzanti sono le versioni di “Master Of Puppets” (completamente svuotata dalla sua essenza tormentata e maledetta), “Hero Of The Day” (che era già brutta di suo), “Fuel” (se l’originale poteva essere passabile, qui decisamente si sfiora il grottesco). L’orchestra pare quasi che suoni per conto suo, producendo pesanti e tortuosi ghirigori che non c’entrano una fava con la musica, spesso e volentieri coprendo quel poco di sana aggressività che era rimasto ai Metallica. Non c’è quasi nessun brano che si salva: gli unici pezzi ad acquistare una certa atmosfera sono “The Thing That Should Not Be”, che con l’ausilio dell’orchestra diventa molto più oscura e fascinosa, e “The Call Of Ktulu”, più ricca e drammatica rispetto alla seppur superba originale. Si salva anche “No Leaf Clover”, uno dei due pezzi inediti (insieme alla meno interessante “Human”), grazie a linee melodiche accattivanti e ad una certa verve malinconico / aggressiva che non guasta mai. Per il resto, veramente il nulla, o meglio un roboante insieme di suoni che però puntano in direzioni opposte, per cui la somma finale viene zero. Apprezzabile lo sforzo di preparare e incidere un disco simile, meno apprezzabile la trionfia e inutile volontà di apparire i migliori sulla piazza, quasi completamente da buttare il risultato finale. La parte migliore è la cover di Ennio Morricone, ed è tutto dire. C’è chi ha fatto molto di meglio, insieme ad un’orchestra: Deep Purple, Rage...torniamo ad ascoltarci chi queste cose le sapeva fare davvero, e lasciamo i Metallica nel loro ormai irrecuperabile limbo di commercialità e cronica carenza di idee valide.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;CD 1&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;01 - The Ecstasy of Gold (Ennio Morricone Cover) (02:30) &amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;02 - &lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26128"&gt;&lt;/a&gt;The Call of Ktulu (09:34) &amp;nbsp; &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26129"&gt;&lt;/a&gt;03 - Master of Puppets (08:55) &lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26130"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;04 - Of Wolf and Man (04:19) &lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26131"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;05 - &amp;nbsp;The Thing That Should Not Be (07:27) &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26132"&gt;&lt;/a&gt;06 - &amp;nbsp;Fuel (04:36) &lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26133"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;07 - The Memory Remains (04:42)&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26134"&gt;&lt;/a&gt;08 - No Leaf Clover (05:43) &amp;nbsp; &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;0&lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26135"&gt;&lt;/a&gt;9 - Hero of the Day (04:45)&amp;nbsp; &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26136"&gt;&lt;/a&gt;10 - Devil's Dance (05:26) &lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26137"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;11 - Bleeding Me (09:01) &amp;nbsp; &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Disc 2&lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26138"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;01 - Nothing Else Matters (06:47)&amp;nbsp; &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26139"&gt;&lt;/a&gt;02 - Until It Sleeps (04:30) &lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26140"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;03 - For Whom the Bell Tolls (04:52) &amp;nbsp; &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26141"&gt;&lt;/a&gt;04 - Human (04:20&lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26142"&gt;&lt;/a&gt;)&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;05 - Wherever I May Roam (07:02&lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26143"&gt;&lt;/a&gt;)&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;06 - The Outlaw Torn (10:00) &amp;nbsp; &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26144"&gt;&lt;/a&gt;07 - Sad But True (05:46)&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;0&lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26145"&gt;&lt;/a&gt;8 - One (07:53)&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26146"&gt;&lt;/a&gt;09 - Enter Sandman (07:39) &amp;nbsp; &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;a href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8398220214111052955&amp;amp;postID=6482860746494154499&amp;amp;from=pencil" name="26147"&gt;&lt;/a&gt;10 - Battery (07:25)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-6482860746494154499?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/metallica-s.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-5599909867358976191</guid><pubDate>Sun, 12 Feb 2012 22:06:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-12T23:09:00.738+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Wolves In The Throne Room - "Malevolent Grain"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.metal-archives.com/images/2/2/4/2/224264.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://www.metal-archives.com/images/2/2/4/2/224264.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Southern Lord Recordings, 2009&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Con una delle copertine più affascinanti che mi sia capitato di vedere, gli statunitensi Wolves In The Throne Room tornano con un altro breve capitolo del loro black metal atipico, che ha destato notevole interesse nella scena metal. Brani lunghi, atmosfere dilatate, costante sfruttamento della tecnica black metal che viene tuttavia contaminato da elementi diversi, come le suggestioni atmosferiche e perfino un vago sapore di post rock. Questo "Malevolent Grain", contenente solo due tracce, esce in un momento nel quale la band ha catalizzato su di sè una buona attenzione, grazie soprattutto al precedente album "Two Hunters", episodio vibrante e poderoso della discografia dei Lupi. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"Malevolent Grain" mantiene il minimalismo che ha contraddistinto le precedenti release, ma si lascia andare a qualche riuscita sperimentazione, come del resto credo fosse anche lo scopo di questa uscita "intermedia", che spezza le pubblicazioni degli album maggiori. Le due lunghissime tracce infatti sono ben distinte tra loro e si reggono su novità interessanti. "A Looming Resonance" è un brano intensamente lamentoso e cupo, che si sviluppa lentamente crescendo nota dopo nota, partendo da una base pulita e arrivando via via a prendere sempre più velocità e ad appesantire il sound, mentre la drammatica voce femminile di Jamie Myers diventa l'assoluta protagonista della scena. In questo brano non compare affatto lo screaming: il gruppo non aveva mai concepito un brano simile. La musica e la voce, assieme, creano un alone fortemente ipnotico che dona al brano un tocco quasi psichedelico: in particolare è la voce, elegantemente raddoppiata, a possedere uno strano tono, dalla calma inquietante e innaturale: pare una cantilena posseduta. Di ben altro avviso è invece la successiva traccia "Hate Crystal", veloce, grezzissima e acerba, dai suoni impastati e accalcati gli uni sugli altri: forse il pezzo più tirato e aggressivo mai composto fino ad allora dalla band. Dopo otto minuti di ritmi martellanti e frenetici, il pezzo sfuma in un finale quasi noise, altamente allucinato e visionario: è così che i Wolves In The Throne Room vogliono lasciarci una volta finito di ascoltare questo dischetto.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"Malevolent Grain" è un prodotto indubbiamente interessante, che funge da degnissimo apripista per il disco che seguirà, l'acclamato "Black Cascade". Un pezzo da collezione, che sicuramente farà la gioia dei fan storici della band, ma che potrebbe essere l'ideale per far avvicinare un neofita alla musica del gruppo. Del resto, anch'io ho scoperto i Wolves In The Throne Room proprio grazie a questo EP, e ora sono arrivato a considerarli uno dei migliori gruppi black in circolazione: sarà un caso?&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;01 - A Looming Resonance (13:01)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;02 - Hate Crystal (10:38)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-5599909867358976191?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/wolves-in-throne-room-malevolent-grain.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-7974861178694326559</guid><pubDate>Sun, 12 Feb 2012 21:43:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-17T21:35:43.090+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Shattered Hope - "Absence"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.metal-archives.com/images/2/7/3/4/273463.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://www.metal-archives.com/images/2/7/3/4/273463.jpg" width="196" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Solitude Productions, 2010&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il primo album dei greci Shattered Hope è un'altra dimostrazione dell'ottimo fiuto che possiede la label russa Solitude Productions, la quale mette sotto contratto un numero relativamente ristretto di band ma punta in alto come livello qualitativo. Con una buona dose di talento e ispirazione, il gruppo si muove nell'infido terreno del gothic - doom di stampo appesantito, un terreno già ampiamente battuto e popolato da elementi che spesso non fanno altro che ripetere stancamente gli stilemi già proposti dal genere. Tuttavia, per emergere dalla mischia non c'è bisogno di cose trascendentali: è sufficiente, come nel caso degli Shattered Hope, quel guizzo in più di maestria che può trasformare un disco poco convincente in un prodotto vibrante e appassionato.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"Absence" si presenta con una copertina dai toni scuri e marcatamente depressivi, facendoci ben intendere ciò che troveremo nella sua ora abbondante di durata. Musica cupa, ombrosa, che abbraccia i lidi più spiccatamente depressivi e neri, senza curarsi di massacrare emotivamente l'ascoltatore. I brani sono quasi tutti molto lunghi e asfissianti, tuttavia se il disco si limitasse a questo ci troveremmo di fronte ad un prodotto relativamente poco interessante. Tante band hanno fatto della pesantezza emotiva il loro punto di forza: cosa avrebbero da dire di più gli Shattered Hope? E infatti è proprio qui che la loro personalità entra in gioco: a fianco di strutture opprimenti e suoni cupissimi, le trame sono infarcite da momenti melodici e ariosi che si contrappongono in maniera netta al nero incedere delle partiture principali, e creano dei saliscendi emotivi di grandissimo effetto. Un brano come "Amidst Nocturnal Silence", riconducibile come stile ai primissimi My Dying Bride, può apparire un macigno di sentimenti negativi, espressi da un growl magistrale e profondo, nonchè da un suono di chitarra particolarmente scuro: la severità del brano è tuttavia mitigata da splendidi inserti di archi e pianoforte, che si fanno sentire talvolta con note delicate e gentili, talvolta con esplosioni incontenibili come nella trionfale coda strumentale, dove una chitarra pennella arabeschi sonori che ci sconquassano l'anima con la loro romantica bellezza. Lo stesso discorso si può fare per "Enlighten The Darkness", leggermente più solare e orecchiabile, ma comunque impegnata a mostrarci due facce della stessa medaglia: la depressione più nera e i momenti di rivalsa che talvolta emergono anche dalle menti più obnubilate e buie.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La breve "Yearn" spicca per le sue ritmiche relativamente veloci e per l'appassionante crescendo finale, carico di tensione e sentimento; e mentre "A Traitor's Kiss" mostra il volto più romantico e irruento degli Shattered Hope, la strumentale "Lament In F# Minor" ci mostra la tristezza più inguaribile, grazie a trame d'archi dall'eccezionale bellezza ed espressività. Quasi non ci accorgiamo, ascoltandola, che la sua parte finale è l'inizio della conclusiva "The Utter Void", vero mastodonte e capolavoro del disco. Diciotto minuti in cui si mescolano rabbia e dolore, speranza e riflessione, mestizia e desiderio di cambiamento: trame strumentali sempre in evoluzione ci portano lentamente ma inesorabilmente verso un finale che lascia intravedere per la prima volta un raggio di luce, venuto a squarciare la nera oscurità che gli Shattered Hope hanno fatto calare sulle nostre anime.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"Absence" non è un disco per tutti, nè un album dal quale si può estrapolare solo qualche frammento isolato: esso va ascoltato tutto di fila, per potersi lentamente immergere nella catramosa pozza di sofferenza che ricrea, e per avere infine la soddisfazione di uscirne più forti di prima. Ben suonato, ben composto, vario e coinvolgente, posso senza dubbio includerlo nelle migliori uscite doom del 2010. Se apprezzate il genere, fatelo vostro senza ulteriori indugi.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;01 - Amidst Nocturnal Silence (13:01)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;02 - Vital Lie (8:58)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;03 - Enlighten The Darkness (8:50)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;04 - Yearn (3:32)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;05 - A Traitor's Kiss (7:44)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;06 - Lament In F# Minor (2:56)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;07 - The Utter Void (18:00)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-7974861178694326559?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/shattered-hope-absence.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-8538022731970393701</guid><pubDate>Sat, 11 Feb 2012 17:28:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-11T18:31:31.347+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Wolves In The Throne Room - "Black Cascade"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://criticalmassesmedia.com/wp-content/uploads/2012/01/black-cascade.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://criticalmassesmedia.com/wp-content/uploads/2012/01/black-cascade.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Southern Lord Recordings, 2009&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;A breve distanza dall'EP "Malevolent Grain", che donava un'ulteriore elemento di differenziazione al sound dei Wolves In The Throne Room e preparava il terreno per la futura evoluzione, giunge come un fulmine a ciel sereno il terzo album in studio, intitolato poeticamente "Black Cascade". La fama della band si è ormai affermata, il sound è maturato, c'è stato spazio per interessanti variazioni tra un disco e l'altro: questo terzo album permette agli atipici e riservatissimi blacksters statunitensi di guadagnare ancora più consenso e fama, perchè è noto che il terzo disco è un importante momento di svolta per la storia di una band.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Le suggestioni sperimentali dell'esordio "Diadem Of 12 Stars" e i toni solenni di "Two Hunters" hanno ora ceduto il posto a sonorità molto più dirette, se vogliamo anche più scarne, ma che non rinunciano ugualmente alla consueta componente evocativa e magniloquente che aveva caratterizzato le prime uscite della band: quelle atmosfere mistiche e suggestive che i due fratelli Weaver riuscivano a ricreare con l'uso rielaborato e personale degli stilemi black metal. "Black Cascade" è un disco che da subito si mostra più irruento e deciso rispetto ai predecessori, con la subitanea aggressione dell'opener "Wanderer Above The Sea Of Fog". Il consueto blast beat e la tiratissima voce in screaming non sono che il contorno di linee melodiche inafferrabili, enigmatiche, che possono stare a lungo su una singola nota e su un singolo accordo, come per sottolineare il carattere introspettivo del disco. Nonostante sia più aggressivo del solito, infatti, il sound di "Black Cascade" non è diventato nemmeno stavolta malvagio o distruttivo: complici anche degli interessanti e centellinati inserti di tastiere, non si può non notare che il carattere musicale di fondo è più vicino all'essere riflessivo, piuttosto che nichilista e schiacciante. Lo dimostrano alcune aperture melodiche particolarmente riuscite, le ampie variazioni ritmiche, i brevi assoli di chitarra spalmati qua e là nel brano con il compito di spezzare la tensione creata dalle acide chitarre. Spettacolare il finale, dove una ritmica travolgente ci investe come una valanga, mentre contemporaneamente le chitarre pennellano riff splendidi e sognanti.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La successiva "Ahrimanic Trance", dal titolo prettamente steineriano, si configura come il brano più riuscito del lotto: quattordici minuti indiavolati, nei quali le tastiere assumono un ruolo importantissimo e permettono all'ascoltatore di cadere in quella "trance satanica" descritta nel titolo. Ma i Wolves In The Throne Room sono ben lontani dal becero satanismo gratuito che ammorba l'attuale scena black: il loro satanismo è piuttosto un'espressione di quanto il diavolo e le tentazioni siano suadenti, melliflue, ingannatrici. Il brano infatti ha un alone quasi ipnotico, come se volesse farci cadere nella perdizione. Anche qui, alcune semplici ma stupende variazioni ritmiche e l'uso delle sovraincisioni elettroniche rendono il brano molto vario e coinvolgente, nonostante la relativa semplicità delle partiture chitarristiche: mirabili sono anche gli stacchi di sapore ambient che non fanno altro che aumentare l'attesa e la spasmodica tensione, invece che mitigarla. Degno di nota è il finale, lugubre e lento, quasi assimilabile ad una marcia funebre: forse il diavolo ci ha infine catturato e ridotto a suoi schiavi.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Scorrono più o meno sugli stessi binari le successive due tracce, anch'esse particolarmente lunghe. "Ex Cathedra" si distingue per ritmi più lenti ed un riffing più malinconico e dimesso, nonché per uno stacco centrale di pura atmosfera che mette i brividi; "Crystal Ammunition" è una conferma di tutto ciò che il gruppo sa fare con gli strumenti, e pur non aggiungendo elementi nuovi a ciò che hanno già comunicato i precedenti tre brani, chiude in bellezza l'album con un finale sfumato di grande effetto. E così si conclude un altro grande disco dei Wolves In The Throne Room, band che finora non ha mai sbagliato un colpo, e che con "Black Cascade" confeziona un altro capitolo riuscito e sincero, che dimostra la volontà di non fossilizzarsi su un unico stile, poiché lo stile è solo un mezzo per esprimere i propri sentimenti, non deve mai diventare un fine. Per cui, di nuovo complimenti e inchino a questa interessante e avanguardistica band.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;01 - Wanderer Above The Sea Of Fog (10:33)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;02 - Ahrimanic Trance (14:05)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;03 - Ex Cathedra (10:58)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;04 - Crystal Ammunition (14:20)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-8538022731970393701?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/wolves-in-throne-room-black-cascade.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-1474484958885765690</guid><pubDate>Fri, 10 Feb 2012 22:57:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-10T23:59:01.558+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Septicflesh - "Communion"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-Jg1dLeBiwWg/TavdoQeGSaI/AAAAAAAAAvQ/g-wEgwyIu_U/s320/septicFlesh-communion.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://1.bp.blogspot.com/-Jg1dLeBiwWg/TavdoQeGSaI/AAAAAAAAAvQ/g-wEgwyIu_U/s320/septicFlesh-communion.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Season Of Mist, 2008&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Strana band i Septic Flesh.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo un ottimo solitario EP uscito nel 1991, che pare anticipare le caratteristiche musicali del Melodic Death, i Septic Flesh sono stati capaci di produrre nella seconda metà degli anni ’90 quattro album in quattro anni, tutti di qualità sopraffina, continuando a perfezionare la loro miscela di Death, melodia e atmosfera caratterizzata da quel sound piacevolmente antiquato tipico del Metal greco estremo. E’ forse inutile dire che un simile splendore rimase praticamente privo di attenzioni. L’anno seguente è il 1999: il nuovo subitaneo Revolution DNA apporta grandi stravolgimenti, e la band prende un’inaspettata - e a mio avviso sgradevole - svolta più elettronica e sempliciotta. Un album comunque acclamato dai più che pare puntare finalmente qualche riflettore sulla band. Risultato? Quattro anni di inattività discografica. Inattività rotta nel 2003 con Sumerian Daemons, che torna a sconvolgere tutto e ad innalzare gloriosamente la bandiera della band: le contaminazioni elettroniche sono presenti solo in piccola quantità, e il risultato musicale sembra essere una fusione tra il sound robusto e moderno di Revolution DNA, il loro genere composito dei primi quattro full-length e una violenza sonora tutta nuova. Si tratta di un disco acclamato da tutti, fans e critica, che pare dare inizio ad una lunga epoca di successi. Risultato? I Septic Flesh si sciolgono. E si sappia: no, non è una barzelletta. Si riformano però nel 2007, modificando il loro nome in Septicflesh - bah... - e giungendo al loro settimo disco: Communion. Se gli ultimi quattro anni di stop avevano portato alla grande innovazione di Sumerian Daemons, quale sconvolgimento apporterà stavolta Communion?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lettore attento avrà ormai afferrato la logica inversa dei Septicflesh, è saprà quindi soddisfare da solo la propria sete di curiosità: nessuno. Eccoli infatti incunearsi nuovamente con rinnovata possenza negli arcani meandri della mitologia delle civiltà antiche, i cui plurimi risvolti dalle diverse interpretazioni si prestano meglio di ogni altra astrazione a ritrarre le multiple direzioni di Communion. Pur presentandosi come la naturale continuazione di Sumerian Daemons - quasi che tra i due fosse trascorso solo un anno - Communion è a tutti gli effetti un nuovo capitolo nella discografia della band, la quale impiega per la prima volta una vera orchestra che va ad intrecciarsi ad un sound pesantissimo, moderno ed impeccabile, ad atmosfere oscure fortemente sacrali, ad una batteria bombardante e a diffuse aperture melodiche parecchio orecchiabili. E se è vero che brani quali Anubis, Sunlight/Moonlight, Sangreal e Narcissus potrebbero tranquillamente essere stati estratti da Sumerian Daemons, gli altri cinque risultano essere molto più pesanti e generalmente più veloci, neri come la pece e intrisi fino a sgocciolare copiosamente di quelle esalazioni mitologiche e leggendarie che rendono tanto affascinante la cultura antica. Brani brevi e tremendamente feroci, con particolare attenzione al geniale sperimentalismo di Babel’s Gate, fino all’apice orchestrale di Persepolis che col suo sacrale rallentamento rimanda con decisione alla gloriosa epoca dell’Antica Grecia. Communion risulta quindi un disco dalle mille facce che alterna episodi melodici molto orecchiabili a brani estremi, orchestrali, inquietanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In Communion ce n’è per tutti i gusti: se vi piace il Melodeath easy-listening probabilmente passerete intere ore a fischiettare Sunlight/Moonlight e Narcissus, mentre se come me preferite i brani più aggressivi e sperimentali probabilmente non potrete più fare a meno di Babel’s Gate e della titletrack. Se poi vi piace la musica orchestrale, quella bella ricca e pomposa, Persepolis vi lascerà a bocca aperta. Episodi eccellenti quali Anubis e Sangreal cercano infine di fare da tramite alle varie estremità citate, a queste differenti manifestazioni di quell’unica entità che è Communion. I Septicflesh sono tornati alla grande con un mega disco da cineteca, un disco che incarna alla perfezione la tendenza moderna ad interpretare il Metal estremo come un crogiuolo di idee attinte da ambiti diversi, il tutto in fortissima chiave epica, tendenza grazie alla quale già si sono affermati gruppi come Behemoth e Nile. Che i Septicflesh siano i prossimi? Ormai ci sono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;01 - Lovecraft’s Death (04:08)&lt;br /&gt;02 - Anubis (04:18)&lt;br /&gt;03 - Communion (03:25)&lt;br /&gt;04 - Babel’s Gate (02:58)&lt;br /&gt;05 - We, The Gods (03:50)&lt;br /&gt;06 - Sunlight/Moonlight (04:09)&lt;br /&gt;07 - Persepolis (06:09)&lt;br /&gt;08 - Sangreal (05:17)&lt;br /&gt;09 - Narcissus (03:59)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-1474484958885765690?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/septicflesh-communion.html</link><author>noreply@blogger.com (Vanni "NonemonehPnaitsirhcitnA")</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://1.bp.blogspot.com/-Jg1dLeBiwWg/TavdoQeGSaI/AAAAAAAAAvQ/g-wEgwyIu_U/s72-c/septicFlesh-communion.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-3165806439454183032</guid><pubDate>Thu, 09 Feb 2012 10:04:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-09T11:04:50.574+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Wolves In The Throne Room - "Two Hunters"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.metal-archives.com/images/1/5/6/7/156710.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://www.metal-archives.com/images/1/5/6/7/156710.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Southern Lord Recordings, 2007&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il debutto "Diadem Of 12 Stars" aveva mostrato al mondo una band americana alle prese con un black metal canonico, ma rielaborato e presentato sotto una nuova veste, più elegante e raffinata rispetto al grezzume tradizionalmente imposto dagli stilemi del genere. Un disco che aveva suscitato un certo clamore e interesse, e non a torto: esso stravolgeva il teorema secondo cui il black metal non sarebbe mai potuto crescere al di fuori della sua terra madre, vale a dire la Scandinavia (e in particolare la Norvegia). Giunti al secondo disco, i Wolves In The Throne Room riescono un'altra volta a dimostrarci la loro abilità e la loro capacità di fondere assieme elementi diversi, partendo da una base black e contaminandola con soluzioni assolutamente riuscite. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il feeling "boschivo" e ventoso dell'esordio si è spostato ora verso terreni più solenni ed elegiaci, quasi mistici: ascoltando l'incredibile opener strumentale "Dea Artio" si può letteralmente rimanere basiti dallo stupore. Essa infatti viaggia su ritmiche addirittura Funeral Doom, scegliendo però suoni impastatissimi e ronzanti che le conferiscono inequivocabilmente il carattere "black". Il brano è un lento risveglio, che dalla profondità delle tenebre porta lentamente alla luce più accecante, simboleggiata alla perfezione da un tappeto tastieristico sublime e massimamente evocativo, coadiuvato da rintocchi di batteria lenti e stanchi. Quando l'inno iniziale termina, capiamo però che i Wolves In The Throne Room non hanno deciso di darsi al doom metal: "Vastness And Sorrow" è introdotta da una chitarra tesa e nervosa che presto cede il posto ad un assalto sonoro furibondo. Le caratteristiche distintive della band cominciano a delinearsi sempre più, e l'elemento che colpisce in particolar modo è la relativa lentezza dei riff rispetto alle linee ritmiche: ogni nota è notevolmente prolungata e dilatata, così che non si riesce più bene a capire se il brano sia lento o veloce. Un fulmine inarrestabile per quanto riguarda la parte ritmica, ma un brano riflessivo per quanto riguarda il riffing di chitarra. Siamo lontani dai contorti riff del black metal scandinavo, che mettevano angoscia fin dal primo ascolto: nonostante anche la musica dei Wolves In The Throne Room non sia propriamente masticabile da tutti, è indubbio che non si percepisce lo stesso alone malvagio. Ciò diventa evidente con la seconda metà del pezzo, popolata da semplici ma stupende aperture melodiche e variazioni ritmiche che rendono il pezzo quasi orecchiabile (parlando in termini relativi, ovviamente). Con una nuova accelerazione, il brano si conclude dopo averci offerto al massimo quattro o cinque riff, e questo mostra un ulteriore punto di evoluzione rispetto al debutto: le linee chitarristiche intricate si sono trasformate in pezzi più quadrati e diretti, tesi a colpire l'ascoltatore fin da subito. Tuttavia "Cleansing" ci spiazza di nuovo, con un'introduzione ancora una volta lenta e celestiale, nella quale la protagonista è un'idilliaca e trasognata voce femminile. Con le stesse sonorità di "Dea Artio", con la differenza che qui appaiono dei tamburi tribali, il pezzo cresce lentamente e accelera con una progressione quasi impercettibile, ammaliandoci e tenendoci sospesi nell'etere: ma non facciamo in tempo a cadere in una rilassata trance, poiché l'idillio si interrompe bruscamente e gli strumenti approfittano del nostro calo della guardia, colpendoci con un altro assalto parossistico e graffiante. La cosa strana è che nemmeno nei momenti più duri e veloci il gruppo riesce a dare quella sensazione di cattiveria latente che ci si aspetterebbe da un gruppo black: a mio parere ci vuole una certa maestria per muoversi così bene in bilico tra generi diversi, senza risultare pacchiano. A fare casino con un blast beat e una chitarra in tremolo sono capaci tutti: pochi invece sono capaci di usare gli stessi elementi per suggerire immagini oniriche e fantastiche.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Chiude il cerchio la lunghissima "I Will Lay My Bones Among The Rocks And Roots", dal titolo affascinante e poetico, come fosse un testamento spirituale. In questo brano conclusivo, il più vicino alle sonorità di "Diadem Of 12 Stars", troviamo un po' di tutto: tristi arpeggi e sezioni prive di distorsioni, furia degli elementi, riff marziali e severi che acquisiscono maggiore complessità, momenti melodici da pelle d'oca e un finale solenne e memorabile. Trovare le parole per descrivere accuratamente la musica dei Wolves In The Throne Room è piuttosto complicato: posso solo dire che molto probabilmente "Two Hunters" è il loro lavoro più riuscito, a pari merito con "Diadem Of 12 Stars". Un disco che afferra alla gola, ma con gentilezza e garbo: e alla fine la sensazione, più che quella di essere stati malmenati, sarà quella di essere stati circuiti e risucchiati in un purgatorio, che si affaccia contemporaneamente su paradiso e inferno. Sta a voi scegliere da che lato vedere questa musica!&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;01 - Dea Artio (5:58)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;02 - Vastness And Sorrow (12:12)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;03 - Cleansing (9:55)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;04 - I Will Lay My Bones Among The Rocks And Roots (18:16)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-3165806439454183032?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/wolves-in-throne-room-two-hunters.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-2120999273537274821</guid><pubDate>Wed, 08 Feb 2012 21:54:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-16T00:18:32.703+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Saturnus - "Veronika Decides To Die"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.metal-archives.com/images/1/0/9/1/109193.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://www.metal-archives.com/images/1/0/9/1/109193.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Firebox Records, 2006&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il terzo album dei danesi Saturnus (partorito a ben sei anni di distanza dal precedente "Martyre") trae il suo nome dall'appassionante romanzo di Paulo Coelho, ma a livello tematico non mostra alcuna affinità: rimane un mistero il perchè la band abbia deciso di associare quell'emozionante storia alla propria musica, ma forse le due cose hanno qualche aspetto in comune: entrambe infatti navigano nella malinconia e nell'introspezione, nella delicatezza dei sentimenti e contemporaneamente nella dimostrazione della loro sovrumana potenza. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il disco completa la trilogia cominciata con l'ottimo esordio "Paradise Belongs To You", che proponeva un gothic - doom non banale e ricco di ispirazione, e proseguita con "Martyre", vero e proprio manifesto del metal come poesia e raffinatezza. Questo terzo album vede la band maturare notevolmente, intensificando i propri pregi e rendendo il sound assolutamente personale e facile da riconoscere tra mille. I Saturnus puntano tutto sull'emotività, che certamente non si può definire spicciola o banale: le loro composizioni, strutturalmente piuttosto semplici e quadrate, contengono tutte un'irresistibile vena romantica e passionale, che richiama storie d'amore tumultuose e veraci, non patinate o stereotipate. La relativa semplicità delle partiture ritmiche è ampiamente compensata da un lavoro di chitarra solista semplicemente superbo, marchio di fabbrica del gruppo che trova qui uno dei suoi massimi espressivi. La lunga opener "I Long", probabilmente il miglior pezzo mai partorito dai Saturnus, ne è una perfetta dimostrazione: dopo un grave e stanco pianoforte introduttivo, il pezzo prende vita come un lungo, appassionato assolo di chitarra che spezza il cuore, sostenuto da una voce cavernosa e sofferta che più che cantare recita, declamando versi di dolore e impotente anelito. Un break atmosferico centrale rende ancora più intensa la melodia che precede e segue, la quale si sviluppa lentamente come una serpentina di dolore che non trova pace e si crogiola nella sua inguaribile mestizia. Brano dall'intensità disarmante, rappresenta il paradigma di ciò che il gruppo ha da offrire: melodie cristalline e spaccacuore ad opera di una chitarra solista semplicemente superlativa, pesantezza sonora ben calibrata ma tuttavia non indifferente, attitudine tendenzialmente rilassata e sognante, che mitiga alla perfezione la rocciosità delle chitarre ritmiche e di una sezione ritmica sempre di buon gusto (le linee di basso in questo album sono qualcosa di spettacolare).&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il disco è comunque abbastanza vario, nonostante lo stile della band sia molto inquadrato. La successiva "Pretend" è un episodio più irruento, che esce dalla contemplazione e cerca una rivalsa, ma inutilmente: i suoi turbinosi giri di chitarra e basso smuovono gli animi, ma non riescono a permutare una condizione di sofferenza che sembra essere presente nel sangue dei musicisti. Lo dimostrano pezzi toccanti e tristi come "Descending" e soprattutto "Rain Wash Me"; il primo popolato da un assolo che definire malinconico è un eufemismo, il secondo un eccezionale duetto tra un pianoforte e una chitarra elettrica dotata quasi di voce umana, che si esprime con sfumature di una dolcezza estrema. La seconda metà del disco non presenta particolari novità, continuando a proporci cascate di tristezza e dolce rassegnazione: solo l'episodio finale "Murky Waters" sembra risollevare un po' le sorti, con ritmi leggermente più veloci, sonorità più aggressive e una memorabile cavalcata finale che ci dà una parvenza di luce, anche se in realtà la melodia portante ci vuole comunicare che per quanto ci sforziamo non riusciremo mai a liberarci dalla condizione umana, che è fatta principalmente di dolore e fatica.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"Veronika Decides To Die" piacerà moltissimo agli amanti del metal più poetico e delicato, quello che sa colpire al cuore lì dove è più debole, senza alcuna pietà. Un disco adatto per sedersi a riflettere dopo essere stati colpiti da un dispiacere o da una tragedia: le liquide note dei Saturnus sapranno cullare il vostro dolore e condurvi per mano lungo un percorso che piano piano potrà condurre alla luce, a patto di riuscire ad attraversare la sofferenza senza rimanerne schiacciati. Una catarsi per l'anima, disco da custodire gelosamente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
P.S: Davvero, io assoli di chitarra così belli come in questo disco li ho sentiti pochissime volte. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;01 - I Long (10:53)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;02 - Pretend (6:25)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;03 - Descending (9:04)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;04 - Rain Wash Me (7:22)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;05 - All Alone (6:18)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;06 - Embraced By Darkness (6:44)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;07 - To The Dreams (5:47)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;08 - Murky Waters (6:38)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-2120999273537274821?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/saturnus-veronika-decides-to-die.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-4261318794704515536</guid><pubDate>Wed, 08 Feb 2012 20:27:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-09T09:38:41.806+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Septic Mind - "Начало (The Beginning)"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.mortemzine.net/img/recenze/septic_mind_the_beggining.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://www.mortemzine.net/img/recenze/septic_mind_the_beggining.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Solitude Productions, 2010&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La Solitude Productions non ha impiegato molto tempo ad impadronirsi anche dei Septic Mind, duo russo di Tver’ che suona Funeral Doom Metal e che era fiorito autonomamente debuttando nel 2008 con l’album Скорбь. Ora è tempo del loro ritorno da professionisti con il secondo full-length, un’ora di musica organizzata in tre lunghi brani da circa venti minuti cadauno intitolata Начало, che tradotto significa “The Beginning”. Ciò mette in risalto la conclamata volontà del duo di Tver’ di voler cominciare daccapo ora che è riuscito a trovare un valido contratto discografico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“The Beginning” è però anche il titolo del primo dei tre brani, e sembra suggerire un qualche tipo di concept. Infatti dietro gli spaventosi titoloni russi si cela la triade The Beginning, The Misleading e The Ones Who Left This World. Ma se i testi in russo impediscono di farsi un’idea delle tematiche trattate dalla band, la musica è invece chiara e tonda: lo stile dei Septic Mind rimanda inequivocabilmente a quello dei colossi britannici Esoteric, e laddove i momenti più pesanti ed il growl richiamano specialmente The Pernicious Enigma, i momenti più introspettivi sembrano piuttosto essere figli dell’immenso The Maniacal Vale. In realtà non so se si possa parlare di semplice ispirazione, perché a tratti sembra quasi imitazione; persino la copertina con le sue tinte ocracee e il suo effetto a spirale ricorda quella del succitato capolavoro. Ok, gli Esoteric sono gli Esoteric, ed infatti il songwriting dei Septic Mind non sfiora nemmeno per sogno la genialità di quello di The Maniacal Vale...ma non è il caso di farne un dramma, perché nonostante ciò The Beginning fila via in modo piacevole, e negli introspettivi momenti d’atmosfera realizzati intessendo sintetizzatori ed arpeggi è anche capace di regalare grandi emozioni: la parte centrale della titletrack è qualcosa di impagabile, una transizione magnifica dalla quale non si vorrebbe mai uscire. Il livello aumenta ulteriormente con The Misleading, nel complesso il brano più riuscito dei tre, un lento ma inesorabile crescendo tutto giocato su un arpeggio notevole che viene condito in tutti i modi possibili fino ad interrarsi in un finale buio, pesante, opprimente; un viaggio mai monotono che vale la pena di vivere dal primo all’ultimo dei suoi diciotto minuti. Il brano che mi lascia invece un po’ insoddisfatto è l’ultimo: più a secco di idee rispetto ai primi due e fin troppo monotono proprio in quei loop elettronici che avevano fatto la fortuna dei primi due epidosi. E anche il finale, che rappresenta l’unico momento di accelerazione delle ritmiche, appare grezzo e incredibilmente scarno, tutto giocato su sonorità estremamente ripetitive senza la benché minima variabilità, come se la band non ci avesse dedicato alcuna attenzione dopo averlo abbozzato sul pentagramma. Sicuramente poteva essere gestito e rimpolpato molto meglio, dato che per essere il brano di chiusura decisamente non fa una grande impressione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa serie di trascuratezze stilistiche, che per dirla tutta non riguardano solo The Ones Who Left This World ma un po’ tutti i momenti più propriamente Doom, non impedisce ai Septic Mind di riuscire a produrre un album di tutto rispetto, che se per certi versi risulta un po’ troppo monotono, per altri riesce davvero a catturare l’attenzione e a trasportare in un immaginario luogo mentale degno di essere visitato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;01 - Начало (The Beginning) (20:47)&lt;br /&gt;02 - Уводящий (The Misleading) (18:04)&lt;br /&gt;03 - Покинувшие Мир (The Ones Who Left This World) (21:57)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-4261318794704515536?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/septic-mind-beginning-2010.html</link><author>noreply@blogger.com (Vanni "NonemonehPnaitsirhcitnA")</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-2610707567640235073</guid><pubDate>Wed, 08 Feb 2012 10:47:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-08T11:47:20.956+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Pantheist - "Amartia"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_Qy-o2EwkDrw/Rpe6DZ6_9RI/AAAAAAAAACU/EX1-VMvVS5w/s320/pantheist.gif" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://2.bp.blogspot.com/_Qy-o2EwkDrw/Rpe6DZ6_9RI/AAAAAAAAACU/EX1-VMvVS5w/s200/pantheist.gif" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Firedoom Records, 2005&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Reduci da un disco di grande spessore come "O Solitude", i belgi Pantheist tornano ad imporsi come grandi nomi del doom metal attraverso la pubblicazione di questo "Amartia", un concept album sui sette vizi capitali. Dieci brani per quasi ottanta minuti di musica: sette brani sono dedicati ai peccati, mentre tre rappresentano momenti di pausa e riflessione, atti a comprendere quali siano davvero gli insegnamenti dell'essere supremo. Un concept che si sviluppa riccamente, sia a livello musicale sia a livello lirico (aspetto per il quale i Pantheist sono ben conosciuti): un lavoro sicuramente più complesso rispetto al suo predecessore, ma alla lunga in grado di scavare maggiormente nell'anima dell'ascoltatore. Del resto, chi ascolta i Pantheist non lo fa certo per sollazzarsi: la loro musica è sempre stata di difficile comprensione, originale e introspettiva, tanto che è necessario ascoltare i dischi numerose volte prima di poterli assimilare a dovere. "Amartia" è sicuramente un pezzo grosso, ma prima di poter dire di averlo introiettato veramente, bisogna passarci settimane o più di ascolti attenti e ricettivi.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il carattere musicale propriamente "doom" dell'esordio è mantenuto, così come sono mantenute le atmosfere elegiache e sacrali che diventeranno il marchio di fabbrica del gruppo: anzi, si può dire che tutte le caratteristiche che trovavamo su "O Solitude" sono state ulteriormente estremizzate e migliorate. Le timbriche strumentali utilizzate si ampliano ancora di più, comprendendo numerosi strumenti e andando quasi a sconfinare nella musica sacra, per brevi tratti: ciò non può che rendere "Amartia" un disco raffinato, ricchissimo di sfumature e sfaccettature, tanto che a volte sembra perfino di ascoltare uno strano metal "da chiesa". L'organo ecclesiale non è infatti scomparso, anzi: la sua carica funerea e solenne torna alla ribalta con ancora più prepotenza rispetto a "O Solitude", regalandoci momenti di profonda riflessione ed emozione vibrante (vedi il drammatico interludio "First Prayer", momento in cui il protagonista si rende conto della propria depravazione e chiede aiuto: a mio parere il climax emotivo dell'album). Le chitarre spesso si limitano a pennellare rocciosi accompagnamenti di sottofondo, sporgendosi sul vuoto e rimanendo in bilico, mentre la parola passa spesso e volentieri in mano ai sintetizzatori, che il leader Kostas Panagiotou sa utilizzare in maniera molto abile. Per rendervi conto di cosa la band è capace di fare, potete ascoltare la chilometrica opener "Apologeia": ritmi rallentati, chitarre centellinate ma pesantissime, inquietanti parti vocali che paiono uscire direttamente da una messa nera, corali di sapore vagamente medioevale, uso di parti elettroniche che ricordano quasi la musica techno - trance, stacchi e rallentamenti zeppi d'atmosfera spessa e lugubre. Un'interessante fusione tra sonorità antiche e moderne, come per simboleggiare l'antichità dei sette vizi capitali, presenti fin dagli albori della civiltà e ora rivisitati in chiave contemporanea, con le chitarre distorte. Mentre la nera litania prosegue e arriva a superare i nove minuti, improvvisamente ci troviamo di fronte ad uno di quei repentini cambi di direzione che tanto piacciono ai Pantheist e tanto esaltano i fan: un inaspettato assolo di chitarra, poi una nervosa e solitaria linea di basso, e infine l'esplosione di un magistrale blast beat, furioso assalto sonoro dominato dal growl e da una trama d'organo spaventosa e inarrestabile.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non senza suscitare continuo stupore, il disco prosegue tra episodi lenti, pacati e riflessivi ("Gluttony", "Sloth"), intense elegie celebrative ("Lust"), momenti malinconici e quasi lacrimevoli ("Pride"), momenti di pura schizofrenia e delirio emotivo ("Greed"), perfino sprazzi di furia cieca e assassina come in "Wrath", pezzo black metal cantato in growl, nel quale è mirabile la soluzione ritmica che a tratti elimina il tom e si concentra solo su piatti e cassa, per creare un'atmosfera di paranoia inarrestabile. La produzione non è perfetta, risulta a tratti un po' impastata e incerta, ma ciò non impedisce ai brani di esprimere tutto il loro potenziale, anche se qualcuno potrà trovare il disco molto lento e pesante, dagli sviluppi pachidermici e difficili da seguire. Non metto in dubbio che ascoltare "Amartia" tutto di fila sia un'impresa ardua: tuttavia, si può considerare questo disco come una sfida, un viaggio all'interno della multisfaccettata psiche umana, cercando di immedesimarsi in ciascuno dei peccati raccontati e chiedendosi che aspetto avrebbero se fossero condensati in note e pentagrammi. Secondo me vale la pena di dedicare un po' di tempo a questo disco: complesso e ostico quanto volete, ma incredibilmente ricco e corposo, decisamente un pezzo da novanta nella discografia doom. Nessuno vuole immergersi in un peccaminoso viaggio negli abissi della tentazione?&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;01 - Apologeia (11:12)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;02 - Gluttony (11:10)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;03 - Envy (7:26)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;04 - Lust (7:06)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;05 - First Prayer (6:44)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;06 - Pride (5:58)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;07 - Greed (7:42)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;08 - Sloth (9:44)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;09 - Wrath (5:11)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;10 - Metanoia (4:18)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-2610707567640235073?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/pantheist-amartia.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://2.bp.blogspot.com/_Qy-o2EwkDrw/Rpe6DZ6_9RI/AAAAAAAAACU/EX1-VMvVS5w/s72-c/pantheist.gif" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-2370980788700648701</guid><pubDate>Mon, 06 Feb 2012 20:24:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-12T20:41:00.182+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>DragonForce - "Inhuman Rampage"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_IiudTyf0D0Q/R4BnTiwz7tI/AAAAAAAAAFk/rlPsipOGyDU/s320/DF_a.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://4.bp.blogspot.com/_IiudTyf0D0Q/R4BnTiwz7tI/AAAAAAAAAFk/rlPsipOGyDU/s320/DF_a.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Noise Records, 2006&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Inhuman Rampage è l’album che ha definitivamente proiettato i DragonForce verso la fama e il successo, l’album di Through The Fire And Flames, l’album delle dita fumanti che scorrono inafferrabili lungo le corde della chitarra elettrica; eppure paradossalmente è anche l’album che molto più dei precedenti ha attirato su di sé le critiche di molti. Peggio ancora, è un album che ha suscitato un comportamento snob da parte di un’ampia fetta del pubblico Metal.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chiunque conosca questa band, ed in particolare chiunque conosca Inhuman Rampage, sa bene in cosa consista il loro Power Metal: lunghi assoli alla velocità della luce dai toni gagliardi durante i quali Herman Li e Sam Totman si cedono il passo vicendevolmente. Tutto il resto è solo circostanziale, il minimo sindacale per contestualizzare questi assoli in brani fatti e finiti. Su di essi sono però piovute critiche di ogni genere mirate ad inficiare e sminuire la loro opera musicale sotto i più diversi punti di vista. E allora io vi dico: avanti, passiamo in rassegna le critiche più frequenti che vengono rivolte ai DragonForce, tiriamole fuori tutte senza paura, e vediamo un po’ cosa si può dire a riguardo.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1.&lt;/b&gt; Dal vivo sono penosi.&lt;br /&gt;Ho visto qualche loro live su Youtube - live risalenti ai tempi del presente album - e non è vero che dal vivo sono penosi: sono molto peggio! Però qui stiamo parlando di un album registrato in studio...quindi, per essere quanto più schietto possibile, chi se ne frega se dal vivo sono penosi?&lt;br /&gt;&lt;b&gt;2.&lt;/b&gt; Sono il più clamoroso esempio di autoplagio.&lt;br /&gt;E’ vero, i loro brani sono tutti uguali, hanno tutti lo stesso mood allegro e spensierato, e seguono tutti lo stesso identico schema. Ma ad essere onesto credo che sia molto più difficile trovare una band che non si autoplagi piuttosto che trovarne una che lo faccia. Qualsiasi genere di Metal è ricco di esempi simili, e anche ad alti livelli di notorietà: basti pensare a band quali Vomitory, Arckanum, Behemoth, Suffocation, Melechesh, tutte band affermate ed acclamate delle quali è praticamente impossibile distinguere un brano dall’altro. E poi non si può certo dire che il Power stesso sia gravido di band varie e propositive: che dire infatti di Helloween, Edguy, Angra e compagnia bella? Non mi sembrano esattamente gruppi abituati a variare da un brano all’altro, eppure vengono dipinti come mostri sacri nel loro genere.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;3.&lt;/b&gt; La voce su disco di ZP Theart è ampiamente ritoccata.&lt;br /&gt;Probabilmente è vero - e i live sembrano confermarlo impietosamente... - ed è la stessa critica che viene portata a gruppi come Cradle Of Filth, Sonata Arctica, Arch Enemy. Bene, supponiamo pure che sia tutto vero. Il punto, a costo di sembrare ripetitivo, è: e chi se ne frega? Chi ha detto che la voce naturale e genuina è bella mentre quella filtrata o modificata digitalmente è brutta? A me questo pare un dogma, e in ogni caso ricordo che stiamo parlando di un album registrato in studio.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;4.&lt;/b&gt; La loro musica sembra quella dei videogiochi.&lt;br /&gt;E’ vero, in svariati momenti le sonorità della chitarra si avvicinano molto a Super Mario ed affini, e per ammissione dello stesso Herman Li egli trae ispirazione da certi videogiochi. Ma chi ha detto che questo sia un difetto? In una musica amena e spensierata come quella dei DragonForce mi pare una soluzione stilistica che può starci, e anzi è persino originale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sbolognate queste inconsistenti critiche, devo esprimere la mia opinione sui DragonForce: al contrario di quanto si possa credere leggendo quanto ho scritto qui sopra io non stravedo per questa band, e mi trovo d’accordo col non idolatrarli. Ritornelli banali, strofe senza niente da dire, ritmiche costantemente clonate: certamente non un grande biglietto da visita. Ma come dicevo più sopra, quando si parla dei DragonForce tutto ciò è solo circostanziale: i DragonForce sono famosi e apprezzati per i loro assoli di chitarra, i DragonForce sono i loro assoli di chitarra. E dal momento che questi assoli sono incontenibili, travolgenti, divertenti, io mi dico: ben vengano! Perché allora non si prendono i DragonForce per quello che sono, senza pretendere inutilmente che debbano essere chissà cosa? Perché non li si considera “carini e nulla più” invece che criticarli come se fossero la peste bubbonica? Non riesco proprio a capire cos’abbiano che li rende così detestabili - forse il fatto che non siete capaci di suonare i loro brani su Guitar Hero?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho ascoltato e riascoltato infinite volte Inhuman Rampage e non mi ha mai annoiato; esso ci racconta le gesta di due chitarristi che si divertono belli e beati come bambini suonando le loro chitarre alla velocità della luce. E non solo si divertono: sanno anche far divertire, perché nel mondo del Metal non c’è nulla di più magico degli assoli di chitarra. Inhuman Rampage, come testimonia il titolo stesso che significa “sbrigliatezza disumana”, è questo: un buon disco senza troppe pretese il cui scopo è quello di divertirsi e far divertire per mezzo degli assoli di chitarra. E allora perché non mettersi il cuore in pace e non goderselo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;01 - Through The Fire And Flames (07:24)&lt;br /&gt;02 - Revolution Deathsquad (07:52)&lt;br /&gt;03 - Storming The Burning Fields (05:19)&lt;br /&gt;04 - Operation Ground And Pound (07:44)&lt;br /&gt;05 - Body Breakdown (06:58)&lt;br /&gt;06 - Cry For Eternity (08:12)&lt;br /&gt;07 - The Flame Of Youth (06:41)&lt;br /&gt;08 - Trail Of Broken Hearts (05:56)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-2370980788700648701?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/dragonforce-inhuman-rampage.html</link><author>noreply@blogger.com (Vanni "NonemonehPnaitsirhcitnA")</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://4.bp.blogspot.com/_IiudTyf0D0Q/R4BnTiwz7tI/AAAAAAAAAFk/rlPsipOGyDU/s72-c/DF_a.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8398220214111052955.post-6097330144952102120</guid><pubDate>Mon, 06 Feb 2012 19:18:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-02-13T17:37:22.502+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Recensioni</category><title>Skepticism - "Lead And Aether"</title><description>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www.metal-archives.com/images/1/2/9/3/12936.jpg?0608" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="198" src="http://www.metal-archives.com/images/1/2/9/3/12936.jpg?0608" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Red Stream 1998&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"Lead And Aether" è il secondo disco degli Skepticism, uscito nel periodo d'oro del Funeral Doom, quando era un genere neonato e al pieno delle possibilità espressive, dato che ancora nessuno o quasi aveva esplorato quei lidi. La Finlandia è terra prosperosa in tale senso, dato che sono finlandesi le due band alle quali è attribuita la paternità del genere: una sono i Thergothon, e l'altra gli Skepticism. Mai nessuno è riuscito ad eguagliare questi ultimi in fatto di atmosfere ricreate, di depressività intrinseca della loro musica, di contemplativa pacatezza che richiama alla mente l'immagine di una persona morente, ormai completamente rassegnata al proprio destino. Gli Skepticism non hanno mai suonato musica pesante in senso stretto, a parte alcuni capitoli isolati della loro discografia (peraltro esigua, se si considera che sono attivi da più di vent'anni). Loro hanno sempre preferito puntare su un minimalismo atmosferico che mette i brividi, che risucchia in un contesto lugubre e cancella completamente ogni spiraglio luminoso. Il tutto senza mai spingere sulle distorsioni nè sul cantato: le chitarre sono sempre gentili, la voce è un catacombale growl che pare quasi un distante sussurro, i rintocchi di batteria sono eterei e freddi, e dulcis in fundo compare l'organo ecclesiale che conferisce quell'alone "sacrale" e liturgico che da sempre contraddistingue la band. Sono stati i primi a usarlo nel filone Doom, e sono stati largamente imitati: tuttavia, nessuno a mio parere è riuscito ad eguagliarli, nè credo che ci riuscirà mai.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"Lead And Aether" è un lento monolite che procede stancamente, quasi a tentoni, in un terreno paludoso e oscuro. Tamburi ovattati e melodie funeree ci prendono per mano e ci avvolgono dalla prima all'ultima nota, mentre l'organo declama l'assenza totale di voglia di vivere ed esprime al meglio la caducità dell'esistenza, facendoci sentire sperduti e soli in mezzo a un mare di nebbia. Ogni brano è pervaso da questa tristezza impenetrabile, ma in particolare sono due gli episodi che colpiscono in mezzo ai sei brani dell'opera. "The March And The Stream" e "The Falls" sono le due summe compositive dell'album, pietra d'angolo di un intero genere musicale, il Funeral Doom. La prima, una lentissima ed esasperante nenia funebre che ricorda mestamente la morte di Iia, moglie di uno dei membri della band, la quale si spense a soli vent'anni di età. Sonorità spettrali e sotterranee, ritmi pachidermici, atmosfere plumbee da pelle d'oca, un finale di archi tremebondo e mortifero: tutto in sordina, senza mai fare troppo rumore e senza mai uscire dalle righe. "The Falls" è un lento fiume di lava che poco alla volta riempie tutti gli spazi disponibili, sommergendoci in un mare di cenere ardente: le chitarre e l'organo pennellano melodie delicatissime e soffuse, nello stacco centrale rimane solo una chitarra acustica spaesata e timida, mentre nel finale ci troviamo al cospetto di un megalitico monumento che ci osserva dall'alto con silenziosa disapprovazione per la nostra natura mortale ed effimera. Per quanto la musica sia impressionante nella sua tragicità, trasmette comunque una sensazione nettissima: la calma. Non quella serena sensazione di appagamento, che ti fa sentire al tuo posto nel mondo; piuttosto una calma innaturale, composta, agghiacciante, come quella che prova una persona distesa a terra mentre esala silenziosamente l'ultimo respiro.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non aspettatevi niente di diverso, o di più positivo e solare, nei rimanenti brani: vi basterà ascoltare la severa introduzione di "The Organium", o le larghe e monolitiche aperture strumentali di "Edges", per rendervi conto che in questo terreno si respira solo aria di morte, a tratti pesante e greve, a tratti pacata e soffusa come il delicato tocco della Mietitrice. Capolavoro del suo genere, probabilmente il più significativo album Doom della storia: non possederlo è un delitto, per chi vuole possedere una decente discografia doom. Per chi ha tendenze suicide o maniaco - depressive, invece, è un disco da evitare: sarebbe la colonna sonora perfetta per l'estremo atto.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;01 - The Organium (6:41)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;02 - The March And The Stream (10:34)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;03 - The Falls (8:43)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;04 - Forge (5:49)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;05 - Edges (6:10)&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;06 - Aether (9:49)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8398220214111052955-6097330144952102120?l=www.emozionidistorte.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.emozionidistorte.com/2012/02/skepticism-lead-and-aether.html</link><author>noreply@blogger.com (Daniele)</author><thr:total>0</thr:total></item></channel></rss>

