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	<title>Esserci Web</title>
	
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		<title>MY VINTAGE ACADEMY.COM</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 08:30:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberta Capanni</dc:creator>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[barbara ricchi]]></category>
		<category><![CDATA[giorgiolinea]]></category>
		<category><![CDATA[vintage]]></category>

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		<description><![CDATA[MY VINTAGE ACADEMY.COM: LA RICERCA NELLA PELLETTERIA CAMBIA VOLTO &#160; Di Ilaria D&#8217;Adamio - Intervista a Barbara Ricchi, mente ideatrice di MYVINTAGEACADEMY.COM e titolare di    GIORGIOLINEA, azienda specializzata nell&#8217;accessorio in pelle per l&#8217;alta moda da oltre 30 anni. &#160; In seguito al debutto davanti al grande pubblico della Stazione Leopolda di Firenze durante la fiera [...]]]></description>
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<p><b>MY VINTAGE ACADEMY.COM: LA RICERCA NELLA PELLETTERIA CAMBIA VOLTO</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di Ilaria D&#8217;Adamio -</p>
<p>Intervista a Barbara Ricchi, mente ideatrice di MYVINTAGEACADEMY.COM e titolare di    GIORGIOLINEA, azienda specializzata nell&#8217;accessorio in pelle per l&#8217;alta moda da oltre 30 anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In seguito al debutto davanti al grande pubblico della Stazione Leopolda di Firenze durante la fiera Pitti Filati n.72 e Vintage Selection dello scorso gennaio, MyVintage Academy.com continua a  riscuotere un grande successo da parte degli addetti ai lavori della moda e non-, gettando le basi per  un nuovo modo di concepire la realizzazione dell&#8217;accessorio in pelle.</p>
<p>Il valore della lavorazione artigianale torna a fare da  protagonista, accanto alla consapevolezza che il futuro della moda non puo&#8217; che partire da uno studio teorico-pratico dei modelli del passato, presenti in archivio ,per farsi sperimentazione.</p>
<p>Attenzione, però, mancano gli artigiani! Barbara Ricchi ci avverte sull&#8217;urgenza di formare le nuove generazioni e ci spiega il profilo dell&#8217;artigiano contemporaneo della pelle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D.Che cos&#8217;é My Vintage Academy (MVA)?</p>
<p>B.R.    My Vintage Academy è il progetto, nato dal laboratorio della mia azienda, GiorgioLinea.</p>
<p>In un momento di calo del lavoro, quattro anni fa, mi sono trovata di fronte a delle enormi scatole di campioni, realizzati da me per le migliori firme della moda. Sentivo che dovevo farli vivere. Da lì l&#8217;idea: creare un archivio web che raccogliesse i 30 anni del mio lavoro, oltre 5000 modelli (disegni e foto in hd), rendendolo accessibile a tutti. La piattaforma digitale è costituita da tutti i modelli realizzati per i migliori nomi della moda a partire dagli anni &#8217;80 sino ad oggi e che potranno essere noleggiati o acquistati online.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D. MVA è qualcosa di più di un semplice sito e-commerce, qual è il suo scopo?</p>
<p>B.R. Come spesso ho detto, credo fosse  arrivato il momento di dare un valido strumento contenitore per tutti quei prodotti nati dal connubio dell&#8217;intuizione creativa italiana e dalla grande maestria dei più celebri stilisti internazionali, che hanno costruito la fama dell&#8217;eccellenza del Made in Italy nel mondo. Ispirazioni: questo il nome che ho scelto a riassumere le categorie di oggetti, presenti nell&#8217;archivio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D. Un archivio molto particolare, ce lo puoi descrivere?</p>
<p>B.R. Si tratta di un data-base potenzialmente infinito, in cui i modelli sono presentati per categoria attraverso disegni e fotografie in alta definizione, abbracciando le declinazioni differenti dell&#8217;accessorio in pelle che va, appunto, dalla borsa alla cintura, passando per il gioiello.</p>
<p>L&#8217;essere riuscita a raccogliere e così custodire tutte queste idee, intuizioni che hanno fatto la storia delle lavorazioni italiane, è un modo per tramandare le tradizioni nel futuro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D. Molte grandi aziende della moda soffrono la mancanza di un proprio archivio e da questo, spesso, deriva l&#8217;innalzamento dei costi nella progettazione. Tu l&#8217;archivio l&#8217;hai creato e reso disponibile, qual è allora l&#8217;altro grande problema nel settore moda/pelletteria?</p>
<p>B.R. Sì, siamo riusciti a rendere visibilità a modelli che hanno particolarità e dettagli che oggi spesso non si riescono neanche più a vedere, tanto si è industrializzato il prodotto, ma che al mercato del lusso piacciono e per questo è giusto che debbano tornare fuori. Mancano gli artigiani, però, per realizzare tutto questo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D. Il nodo cruciale che gira intorno alla qualità del prodotto, sta nella sua realizzazione. Come fare allora?</p>
<p>B.R. Non c&#8217;è rigenerazione di nuovi artigiani e questo è un problema molto grosso. Dobbiamo riuscire a farlo capire ai giovani che fare l&#8217;artigiano oggi significa fare carriera, guadagnare bene se bravi ed avere un posto di lavoro sicuro, perché qualsiasi azienda che abbia un buon artigiano alle mani, non lo lascerà mai andare via facilmente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D. Come s&#8217;inserisce MVA in questa dinamica?</p>
<p>B.R. Il senso di My Vintage Academy è anche quello di valorizzare ciò che abbiamo realizzato, ma lasciato nel nostro passato. Il custodirlo vuol dire dare la possibilità  a tutti ai giovani che, magari non hanno neanche avuto l&#8217;occasione di vedere quanto è stato realizzato prima, di partire da lì per creare qualcosa di nuovo.</p>
<p>Un archivio, database che ti dà tutte le informazioni tecniche su un prodotto, destinato agli addetti ai lavori, da cui trarre spunto per le future collezioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D. MVA non sembra fatto, allora, per restare solo sul web?</p>
<p>B.R. No, infatti parte da questa grande piattaforma digitale per farsi vera e propria scuola di arte ed artigianato. Dal sito abbiamo inserito la possibilità a chi noleggia o acquista di essere seguito da un nostro consulente per la realizzazione dei modelli, tuttavia questo è solo un primo passo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D. Qual è allora lo step decisivo?</p>
<p>B.R. E&#8217; quello di riuscire a creare dei corsi teorico-pratici che possano insegnare ai giovani l&#8217;arte della realizzazione dell&#8217;accessorio in pelle destinato all&#8217;alta moda. Bisogna partire dalle basi date dai vecchi artigiani, su cui fare innovazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D. Come riassumeresti il lavoro artigianale che crea un prodotto di qualità?</p>
<p>B.R. Si inizia dal metterci tanto cuore, un artigiano prima di tutto guarda al come realizzare un oggetto e ci mette l&#8217;anima per farlo, dopo guarda all&#8217;aspetto del denaro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D. La vecchia generazione di artigiani lavorava così?</p>
<p>B.R. Prima si diceva più spesso “non si puo&#8217; fare”. Il vecchio artigiano si fermava di fronte a determinate lavorazioni. Sono riuscita a capire all&#8217;interno della mia azienda che, invece, si puo&#8217; fare tutto oggi, avendo il giusto approccio ai materiali che usiamo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D. Perché prima non si poteva fare?</p>
<p>B.R. Perchè si viveva in un&#8217;altra epoca, in cui si facevano solo ed esclusivamente 5-6  modelli che venivano poi sempre ripetuti, ma di base erano sempre gli stessi. Veniva cambiato solo l&#8217;abito, cioé il materiale con cui venivano realizzati.</p>
<p>La qualità quindi stava solo nella qualità della pelle e l&#8217;eccellenza di quella specifica lavorazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D. Oggi non é più così&#8230;</p>
<p>B.R. No, certamente. Una collezione non dura più di 6 mesi perché le persone hanno bisogno di rinnovare, non più come negli anni &#8217;80.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D. Chi detta le regole del cambiamento, dettato dalle esigenze dei consumatori?</p>
<p>B.R. Gli uffici marketing delle grandi aziende di moda. Qui si apre il grande tema della competenza o incompetenza di coloro che si occupano di marketing e se riescono ad interpretare nella maniera giusta i gusti dei potenziali acquirenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D. I progetti di nuovi modelli seguono le analisi di mercato allora?</p>
<p>B.R. La parola finale sulla realizzazione di un modello con una certa lavorazione, piuttosto che un altro, spetta sempre agli uffici marketing, la cui domanda è: “qual è quello che costa meno?</p>
<p>In base a questo viene deciso se un oggetto sarà fatto con una bordatura alla francese, piuttosto che a macchina. Due lavorazioni diverse, la prima costa il 70% in più della seconda. E&#8217; per questo che oggi molti modelli non vengono più realizzati perché è il marketing a decidere e non lo stile a decidere cosa deve essere portato avanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D. Nel tuo lavoro con chi ti interfacci?</p>
<p>B.R. Il mio lavoro è quello di seguire la stilista ed interpretare le diverse possibilità realizzative del suo disegno. Chi disegna generalmente conosce solo lo schizzo, ma non sa quasi niente di come si arriva a realizzarlo, anche se faccio un 3d ed un rendering del modello non sarà mai come nella realtà. Quando si passa alla tridimensionalità dell&#8217;oggetto tutto cambia e qui interviene il saper fare.</p>
<p>I.D. Che cosa è importante nella realizzazione del prodotto?</p>
<p>B.R. Fondamentale è la sensibilità nel raccogliere il maggior numero di informazioni sulle esigenze della stilista per quel dato modello. Questo dialogo che si crea è dato dalla esperienza ed è già un buon 80%. Io, poi, porto quanto recepito in laboratorio e lo do in mano agli artisti, che realizzeranno l&#8217;oggetto con la stessa impronta che la stilista ha dato a me.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.D. E&#8217; molto importante la tua opera di interpretazione, allora, dove interviene il cuore?</p>
<p>B.R. Sì, è molto importante questa fase. Un lavoro di interpretazione fatto superficialmente rischia di cambiare l&#8217;estetica del modello. Il cuore s&#8217;innesca sin da subito e poi in laboratorio si succedono discussioni, che in tempi brevissimi portano a realizzare dei pezzetti prima di arrivare a buttare giù l&#8217;intero prodotto reale. Sommando quelle 3-4 idee degli specialisti insieme all&#8217;interpretazione che io ho catturato dalla stilista, spesso e volentieri ci sono arrivati i complimenti per ciò che realizziamo.</p>
<p>I.D. Quanta creatività c&#8217;é nella realizzazione?</p>
<p>B.R. Moltissima, ma deve essere sempre unita alla conoscenza delle tecniche che funzionano e sono decise grazie all&#8217;esperienza.</p>
<p>I.D. La vostra azienda produce anche?</p>
<p>B.R. La mia azienda si occupa principalmente di cinture, accessori per borsa e gioiello. Io dico sempre che non è un&#8217;azienda che fa produzione, ma che fa campioni, dalla mattina alla sera.</p>
<p>I.D. Per la produzione è difficile restare in Italia?</p>
<p>B.R. Sì, purtroppo, perché i costi devono abbassarsi talmente per stare sul mercato, che non è possibile  reggere solo in Italia. Una delle più grandi ricchezze italiane è data proprio dalle aziende artigiane, ma con la totale assenza di incentivi, le tasse molto alte e tutti i costi degli standard di sicurezza che giustamente esistono, ma che sono molto cari da sostenere, è difficile che sopravvivano. Basti pensare a quante energia assorbano tutti i controlli a campione sulla qualità che devono essere effettuati sul prodotto finito, di cui ogni component deve essere tracciabile e rispondere a determinati requisiti di sicurezza e qualità per ogni procedura di lavorazione. Se questo è gravoso per un&#8217;azienda di 30 persone, come la mia, immaginarsi per le piccole imprese.</p>
<p>I.D. Cosa è necessario fare?</p>
<p>B.R. Sicuramente  dovrebbe essere ostacolata la concorrenza sleale, fatta da paesi come la Cina che esportano prodotti “spazzatura”, ostacolando la commercializzazione dei nostri eseguiti secondo le regole, che invece, quando noi andiamo ad esportare in Cina, vengono inviati al macero immediatamente se c&#8217;é anche una sola una carta fuori posto.</p>
<p>I.D. La qualità nel vostro lavoro è importante, come difenderla?</p>
<p>B.R. Continuando a metterla in pratica attraverso la realizzazione di prodotti eccelsi, che seguano le fasi di lavoro, come la selezione delle pelli, il taglio, la preparazione, cioé la sbassamento ed il montaggio, fatte a regola d&#8217;arte.</p>
<p>I.D. Qui i giovani potrebbero avere un ruolo importante?</p>
<p>B.R. I giovani potrebbero apportare il fattore novità, dato dalla sperimentazione e dall&#8217;intraprendenza, partendo dalla base di esperienza accumulata da generazioni di artigiani, che in parte trovano difficoltà per mentalità a variare ciò che fanno da sempre.</p>
<p>I.D. Potrebbe essere una risposta alla disoccupazione?</p>
<p>B.R. Certamente, ma occorre parlare del problema prima che questa ricchezza di lavorazioni vada a scomparire e riuscire ad avvicinare le nuove generazioni a questi mestieri il più presto possibile. Con la direzione di Linea Pelle, per cui lo scorso 4 aprile, ho realizzato un work-shop di ricerca che parte dal passato relativo agli accessori in metallo, stavamo immaginando la possibilità di proporre un reality show. Conosciamo il potere persuasivo della televisione. L&#8217;importante è amplificare il dibattito per cercare soluzioni al problema, prima che sia troppo tardi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Imparare un mestiere vuol dire, oggi più di prima, crearsi una professione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/05/MyVintageAcademy.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3427" alt="MyVintageAcademy" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/05/MyVintageAcademy.jpg" width="259" height="194" /></a><a href="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/05/Barbara-Ricchi.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3426" alt="Barbara Ricchi" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/05/Barbara-Ricchi.jpg" width="183" height="275" /></a>
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		<title>Roberto Cacciapaglia, l’intervista</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/EsserciWeb/~3/4zvskLmuqRM/</link>
		<comments>http://www.esserciweb.it/in-evidenza/roberto-cacciapaglia-lintervista/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 15 May 2013 06:22:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Iole</dc:creator>
				<category><![CDATA[in evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[roberto cacciapaglia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="683" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/05/Cacciapaglia-dim-ok.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Cacciapaglia dim ok" /></p><div>

Protagonista della scena musicale  più d'avanguardia nel nostro Paese, il Maestro Roberto Cacciapaglia è un riferimento anche in ambito internazionale per la ricerca musicale, in continuo movimento tra espressione classica e sperimentazione elettronica.
La sua passione e il continuo studio di musica e danze sacre e la ricerca sui poteri del suono, determinano la forte impronta emozionale della sua espressione musicale. Incuriositi e affascinati dal suo lavoro innovativo, abbiamo voluto incontrarlo per saperne di più.

Ecco cosa ci siamo detti.

<strong>La sua musica passa attraverso l'emozione. Cosa fa emozionare lei?</strong>

</div>
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Quello che mi fa emozionare è la bellezza, anche intesa in senso universale, e le potenzialità dell’essere umano, quello che ognuno ha in se stesso…e sicuramente la musica può essere d’aiuto a far emergere tutto questo.

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<strong>La sua musica è stata eseguita in molti luoghi quale uno che ricorda per la maggiore suggestione?</strong>

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Il primo che mi viene in mente, dove recentemente ho fatto un concerto, è il Teatro Bibiena, che oltre ad avere un’acustica incredibile è uno dei più belli di tutta Europa. Mozart suonò qui quando non era ancora 14enne e già allora suo padre disse che questo era il più bel Teatro d’Europa. Entrando, si riesce a percepire tutta la storia della musica.

</div>
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Il secondo a cui penso invece è il Conservatorio di Milano, in cui ho da poco suonato con l’Orchestra dei Popoli: è stata un’esperienza di integrazione, in cui non c’erano limiti di età, storici o geografici. Il tutto è stato organizzato e promosso da Arnoldo Mosca Mondadori, presidente del Conservatorio. Ci vorrebbe molto per descrivere altri luoghi e Teatri dove ho avuto esperienze speciali.

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<strong>Lei ha composto un brano dal nome Home per le vittime della strage ferroviaria di Viareggio come ricorda quell'esperienza?</strong>

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Suonare di fronte a quelle persone, vittime di una strage, di una tragedia così terribile, è stata un’esperienza di un’intensità e di una forza straordinarie. Ho chiamato il brano HOME, proprio ad indicare la casa, persa da molte di quelle persone, ma intesa non solo in senso fisico, materiale, la casa interiore che abita il microcosmo dentro di noi, il luogo dove condividiamo l'affetto delle persone che ci vogliono bene e che amiamo.

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<strong>Da poco è uscita la colonna sonora del film 11 settembre 1863 di Renzo Martinelli seguendo quale spinta ha composto i brani?</strong>

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È stato un vero e proprio lavoro di storia della musica: la musica, Turco-ttomana, La musica della corte di Vienna o quella dei villaggi italiani del 1600.. In passato avevo già frequentato la musica turco-ottomana, studiando e lavorando con il sufismo, ma questa è stata l’occasione per approfondire questo mondo e scoprire la funzione di molti strumenti durante le guerre. Per esempio ho imparato che in ogni battaglia le prime file erano formate dai musicisti, dai tamburi per la precisione, il cui scopo era quello di caricare i combattenti. Puntualmente venivano uccisi. Anche questo testimonia, ancora una volta, il potere del suono.

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In quest’opera mi sono divertito a suonare il clavicembalo (il pianoforte non c’era ancora all’epoca) oltre che a dirigere l’orchestra.

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<strong>Lei è sempre stato un musicista innovatore, quanto essere 'avanti' aiuta e quanto ostacola?</strong>

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“Avanti” vuol dire in qualche modo esplorare, e in questo senso, un’esplorazione nella musica non può mai essere un ostacolo. Il momento chiave di questo processo si ha quando si passa dallo studio alla divulgazione, perché la musica nasce per poter essere condivisa, quindi non come fine ma come mezzo di sviluppo ed evoluzione, quando si crea quella speciale sintonia con le persone, allora si riesce a comunicare il senso di quello che è stato fatto.

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<strong>Come vede la scena musicale attuale?</strong>

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Nei miei concerti percepisco che la gente, più o meno giovane, prova un grande desiderio di avere dalla musica qualcosa in più. Forse negli ultimi tempi c’è stata troppa “musica da intrattenimento” e ora si sente il bisogno di ritrovare un rapporto più profondo con la Musica, che non è e non deve essere solo un sottofondo, ma un modo per andare al di là della superficie e avvicinarsi all’intima natura delle cose

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<strong>A cosa sta lavorando adesso?</strong>

Sto lavorando ad un nuovo cd. Ho già registrato tutti i brani e siamo in una fase di preparazione ai missaggi.

Intervista: Elena Torre

</div>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="683" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/05/Cacciapaglia-dim-ok.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Cacciapaglia dim ok" /></p><div>

Protagonista della scena musicale  più d'avanguardia nel nostro Paese, il Maestro Roberto Cacciapaglia è un riferimento anche in ambito internazionale per la ricerca musicale, in continuo movimento tra espressione classica e sperimentazione elettronica.
La sua passione e il continuo studio di musica e danze sacre e la ricerca sui poteri del suono, determinano la forte impronta emozionale della sua espressione musicale. Incuriositi e affascinati dal suo lavoro innovativo, abbiamo voluto incontrarlo per saperne di più.

Ecco cosa ci siamo detti.

<strong>La sua musica passa attraverso l'emozione. Cosa fa emozionare lei?</strong>

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Quello che mi fa emozionare è la bellezza, anche intesa in senso universale, e le potenzialità dell’essere umano, quello che ognuno ha in se stesso…e sicuramente la musica può essere d’aiuto a far emergere tutto questo.

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<strong>La sua musica è stata eseguita in molti luoghi quale uno che ricorda per la maggiore suggestione?</strong>

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Il primo che mi viene in mente, dove recentemente ho fatto un concerto, è il Teatro Bibiena, che oltre ad avere un’acustica incredibile è uno dei più belli di tutta Europa. Mozart suonò qui quando non era ancora 14enne e già allora suo padre disse che questo era il più bel Teatro d’Europa. Entrando, si riesce a percepire tutta la storia della musica.

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Il secondo a cui penso invece è il Conservatorio di Milano, in cui ho da poco suonato con l’Orchestra dei Popoli: è stata un’esperienza di integrazione, in cui non c’erano limiti di età, storici o geografici. Il tutto è stato organizzato e promosso da Arnoldo Mosca Mondadori, presidente del Conservatorio. Ci vorrebbe molto per descrivere altri luoghi e Teatri dove ho avuto esperienze speciali.

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<strong>Lei ha composto un brano dal nome Home per le vittime della strage ferroviaria di Viareggio come ricorda quell'esperienza?</strong>

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Suonare di fronte a quelle persone, vittime di una strage, di una tragedia così terribile, è stata un’esperienza di un’intensità e di una forza straordinarie. Ho chiamato il brano HOME, proprio ad indicare la casa, persa da molte di quelle persone, ma intesa non solo in senso fisico, materiale, la casa interiore che abita il microcosmo dentro di noi, il luogo dove condividiamo l'affetto delle persone che ci vogliono bene e che amiamo.

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<strong>Da poco è uscita la colonna sonora del film 11 settembre 1863 di Renzo Martinelli seguendo quale spinta ha composto i brani?</strong>

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È stato un vero e proprio lavoro di storia della musica: la musica, Turco-ttomana, La musica della corte di Vienna o quella dei villaggi italiani del 1600.. In passato avevo già frequentato la musica turco-ottomana, studiando e lavorando con il sufismo, ma questa è stata l’occasione per approfondire questo mondo e scoprire la funzione di molti strumenti durante le guerre. Per esempio ho imparato che in ogni battaglia le prime file erano formate dai musicisti, dai tamburi per la precisione, il cui scopo era quello di caricare i combattenti. Puntualmente venivano uccisi. Anche questo testimonia, ancora una volta, il potere del suono.

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In quest’opera mi sono divertito a suonare il clavicembalo (il pianoforte non c’era ancora all’epoca) oltre che a dirigere l’orchestra.

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<strong>Lei è sempre stato un musicista innovatore, quanto essere 'avanti' aiuta e quanto ostacola?</strong>

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“Avanti” vuol dire in qualche modo esplorare, e in questo senso, un’esplorazione nella musica non può mai essere un ostacolo. Il momento chiave di questo processo si ha quando si passa dallo studio alla divulgazione, perché la musica nasce per poter essere condivisa, quindi non come fine ma come mezzo di sviluppo ed evoluzione, quando si crea quella speciale sintonia con le persone, allora si riesce a comunicare il senso di quello che è stato fatto.

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<strong>Come vede la scena musicale attuale?</strong>

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Nei miei concerti percepisco che la gente, più o meno giovane, prova un grande desiderio di avere dalla musica qualcosa in più. Forse negli ultimi tempi c’è stata troppa “musica da intrattenimento” e ora si sente il bisogno di ritrovare un rapporto più profondo con la Musica, che non è e non deve essere solo un sottofondo, ma un modo per andare al di là della superficie e avvicinarsi all’intima natura delle cose

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<strong>A cosa sta lavorando adesso?</strong>

Sto lavorando ad un nuovo cd. Ho già registrato tutti i brani e siamo in una fase di preparazione ai missaggi.

Intervista: Elena Torre

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		<title>Gianfranco Monti: l’intervista</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 04:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>saryna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img width="960" height="636" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/04/monti_2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="monti_2" /></p>Di Enrico Zoi
Intervistando <strong>Gianfranco Monti</strong> abbiamo viaggiato nei media dell'ultimo trentennio (anche qualcosa in più!), avendo il dj, vj e conduttore radiotelevisivo vissuto e attraversato professionalmente e in maniera diretta radio (<a href="http://www.r101.it/homepage"><strong>R101</strong></a>), televisione (<strong>Videomusic, Le Iene, Telekommando</strong>) e, benché in misura minore, cinema.
Su tutti e tre gli abbiamo chiesto il suo ricordo più bello e un commento sull'attualità.
<strong>Cominciamo dalla radio.</strong>
“Il ricordo più bello? Ho iniziato il 20 dicembre 1975 con le prime due emittenti di Firenze, ma il mio esordio con l'orecchio alla radio fu nel 1973/74, quando ascoltavo <strong>Radio Lussemburgo</strong>, che non esiste più: a onde corte, trasmetteva dal Lussemburgo perché in Inghilterra le radio private erano proibite, e andava solo dalla sera alle 3 del mattino. Era la radio di riferimento della notte in tutto il mondo. C'erano dj fantastici, come il <strong>Wolfman Jack</strong> di <em>American Graffiti</em>: fu allora che mi innamorai della radio, di quelle stesse voci cui detti un volto nel 1984 quando presi la mia macchinina e andai in Lussemburgo ad aspettare sotto la sede qualcuno che mi facesse entrare! Conobbi così la segretaria del direttore, la quale, vedendo che mi ero fatto 1400 chilometri per conoscere i miei beniamini, il giorno dopo mi fece avere l'appuntamento: passai una giornata insieme ai miei miti, come <strong>Benny Brown</strong>, <strong>Bob Stewart</strong> e gli altri. Fare la radio è più difficile della tv: in radio devi coinvolgere con le parole, in tv con le immagini ed è, tra virgolette, più semplice. La radio è la mia vita in assoluto. Cominciai mandando una cassetta a Radio Tele Arno: mi presero perché avevo i dischi, i miei dischi, o, meglio, rubati a mio fratello maggiore! Il quale, peraltro, mi aveva tirato su bene: Rolling Stones, Beatles, Led Zeppelin, De Gregori, Bennato”.
<strong>Ora che ne pensi?</strong>
“È sempre bellissima, è il mezzo di comunicazione di moltissimi personaggi  televisivi: <strong>Gerry Scotti, Lorella Cuccarini, Andrea Balestri</strong>. La radio è affascinante e non smetterà mai, poi certo ci sono anche le radio inascoltabili. È comunque un grandissimo mezzo, sempre in evoluzione: non perde colpi e il bacino di utenza si ingrandisce sempre di più. Un motivo ci sarà!”
<strong>La televisione?</strong>
“Il ricordo più bello lo lego a <strong>Videomusic</strong>. Iniziai a fare televisione per caso nel 1988, quando, con un provino fatto al Ciocco, fui preso con <strong>Marco Baldini, Alberto Lorenzini e Rupert</strong> della Rai per fare <strong>On the Air</strong>, la radio in televisione. Anche <strong>Le Iene</strong> sono un altro bellissimo ricordo e poi mi sono divertito da impazzire con <strong>Telekommando</strong>: andavo da cantanti, musicisti, calciatori a fare i curiosi a casa loro. Andò tanto bene che, dalle cento puntate a Videomusic passammo alle quaranta su Rai 3: a casa di <strong>Emanuele Filiberto</strong> quando era ancora in Svizzera, di <strong>Margherita Hack</strong>, di <strong>Enrico Mentana</strong>, di <strong>Bobo Vieri</strong> quando era all'Inter. Era una tv semplice, che mi piaceva molto perché senza tanti trucchi, fatta chiedendoci cosa avremmo voluto vedere noi, facendo ai vip le domande che tutti avrebbero voluto porre loro, una televisione che non c'è più. Ora la tv in chiaro è un disastro: a <strong>Carlo Conti</strong> voglio bene, la sua è la sola tv che si può vedere, è semplice senza essere banale. Il <strong>Noi che...</strong> siamo noi. <strong>I migliori anni</strong> ha successo perché siamo legati alla nostra storia. La tv nuova qual è? I reality? Che scatole, tutti uguali! Oggi nessuno rischia, l'unica rete è <strong>La 7</strong>, se no guardo il satellite”.
<strong>Il cinema?</strong>
“Ho fatto cinema casualmente, iniziando con <em>Ad ovest di Paperino</em>, di <strong>Alessandro Benvenuti</strong>. Mi ci trovai dentro per caso: presero in affitto la radio dove lavoravo e ci misero nel film. <strong>Giorgio Panariello</strong> in <em>Bagnomaria</em> mi volle per la faccia... a bischero! Poi ho fatto delle apparizioni con <strong>Leonardo Pieraccioni</strong> e in <em>Amici miei – Come tutto ebbe inizio</em>. Lì mi chiamò personalmente <strong>Neri Parenti</strong>, perché mi vide in foto: sempre per la faccia!”
<strong>E il web? Tu hai un tuo sito personale, <a href="http://gianfrancomonti.com">http://gianfrancomonti.com</a>, e poi quello sulla pesca.</strong>
“Oltre alla Fiorentina, al cibo e alle donne, la mia grande passione è la pesca, con cui stacco, insieme a due amici, <strong>Gionata Paolicchi e Igli Vannucchi</strong>. Con loro ho messo su il sito <a href="http://www.buonapesca.it"><strong>Buonapesca.it</strong></a>, in cui cerchiamo di sfatare il mito della buona pesca. La pesca è passione, relax e amicizia. Guarda il nostro <a href="http://buonapesca.it/index.php/2013/04/lo-spot-di-buonapesca-it/"><strong>spot</strong></a>!”
<strong>Sogni e programmi per il prossimo futuro?</strong>
“Lavorare sta diventando veramente un sogno, una lotta! Adesso sono fermo con la radio e sto ripuntando sulla tv: c'è ancora spazio per fare tv semplice e intelligente, non quella che prende i format andati bene altrove. Ho un progetto per il piccolo schermo con <strong>Bruno Gambarotta</strong>, che era con <strong>Fabio Fazio</strong> al primo <strong>Quelli che... il calcio</strong> (quello vero!). Oggi Bruno ha quasi 76 anni e lo spirito di un quindicenne. Voglio lavorare con lui: stiamo studiando insieme un progetto da proporre e una rete si è dimostrata interessata”.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="960" height="636" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/04/monti_2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="monti_2" /></p>Di Enrico Zoi
Intervistando <strong>Gianfranco Monti</strong> abbiamo viaggiato nei media dell'ultimo trentennio (anche qualcosa in più!), avendo il dj, vj e conduttore radiotelevisivo vissuto e attraversato professionalmente e in maniera diretta radio (<a href="http://www.r101.it/homepage"><strong>R101</strong></a>), televisione (<strong>Videomusic, Le Iene, Telekommando</strong>) e, benché in misura minore, cinema.
Su tutti e tre gli abbiamo chiesto il suo ricordo più bello e un commento sull'attualità.
<strong>Cominciamo dalla radio.</strong>
“Il ricordo più bello? Ho iniziato il 20 dicembre 1975 con le prime due emittenti di Firenze, ma il mio esordio con l'orecchio alla radio fu nel 1973/74, quando ascoltavo <strong>Radio Lussemburgo</strong>, che non esiste più: a onde corte, trasmetteva dal Lussemburgo perché in Inghilterra le radio private erano proibite, e andava solo dalla sera alle 3 del mattino. Era la radio di riferimento della notte in tutto il mondo. C'erano dj fantastici, come il <strong>Wolfman Jack</strong> di <em>American Graffiti</em>: fu allora che mi innamorai della radio, di quelle stesse voci cui detti un volto nel 1984 quando presi la mia macchinina e andai in Lussemburgo ad aspettare sotto la sede qualcuno che mi facesse entrare! Conobbi così la segretaria del direttore, la quale, vedendo che mi ero fatto 1400 chilometri per conoscere i miei beniamini, il giorno dopo mi fece avere l'appuntamento: passai una giornata insieme ai miei miti, come <strong>Benny Brown</strong>, <strong>Bob Stewart</strong> e gli altri. Fare la radio è più difficile della tv: in radio devi coinvolgere con le parole, in tv con le immagini ed è, tra virgolette, più semplice. La radio è la mia vita in assoluto. Cominciai mandando una cassetta a Radio Tele Arno: mi presero perché avevo i dischi, i miei dischi, o, meglio, rubati a mio fratello maggiore! Il quale, peraltro, mi aveva tirato su bene: Rolling Stones, Beatles, Led Zeppelin, De Gregori, Bennato”.
<strong>Ora che ne pensi?</strong>
“È sempre bellissima, è il mezzo di comunicazione di moltissimi personaggi  televisivi: <strong>Gerry Scotti, Lorella Cuccarini, Andrea Balestri</strong>. La radio è affascinante e non smetterà mai, poi certo ci sono anche le radio inascoltabili. È comunque un grandissimo mezzo, sempre in evoluzione: non perde colpi e il bacino di utenza si ingrandisce sempre di più. Un motivo ci sarà!”
<strong>La televisione?</strong>
“Il ricordo più bello lo lego a <strong>Videomusic</strong>. Iniziai a fare televisione per caso nel 1988, quando, con un provino fatto al Ciocco, fui preso con <strong>Marco Baldini, Alberto Lorenzini e Rupert</strong> della Rai per fare <strong>On the Air</strong>, la radio in televisione. Anche <strong>Le Iene</strong> sono un altro bellissimo ricordo e poi mi sono divertito da impazzire con <strong>Telekommando</strong>: andavo da cantanti, musicisti, calciatori a fare i curiosi a casa loro. Andò tanto bene che, dalle cento puntate a Videomusic passammo alle quaranta su Rai 3: a casa di <strong>Emanuele Filiberto</strong> quando era ancora in Svizzera, di <strong>Margherita Hack</strong>, di <strong>Enrico Mentana</strong>, di <strong>Bobo Vieri</strong> quando era all'Inter. Era una tv semplice, che mi piaceva molto perché senza tanti trucchi, fatta chiedendoci cosa avremmo voluto vedere noi, facendo ai vip le domande che tutti avrebbero voluto porre loro, una televisione che non c'è più. Ora la tv in chiaro è un disastro: a <strong>Carlo Conti</strong> voglio bene, la sua è la sola tv che si può vedere, è semplice senza essere banale. Il <strong>Noi che...</strong> siamo noi. <strong>I migliori anni</strong> ha successo perché siamo legati alla nostra storia. La tv nuova qual è? I reality? Che scatole, tutti uguali! Oggi nessuno rischia, l'unica rete è <strong>La 7</strong>, se no guardo il satellite”.
<strong>Il cinema?</strong>
“Ho fatto cinema casualmente, iniziando con <em>Ad ovest di Paperino</em>, di <strong>Alessandro Benvenuti</strong>. Mi ci trovai dentro per caso: presero in affitto la radio dove lavoravo e ci misero nel film. <strong>Giorgio Panariello</strong> in <em>Bagnomaria</em> mi volle per la faccia... a bischero! Poi ho fatto delle apparizioni con <strong>Leonardo Pieraccioni</strong> e in <em>Amici miei – Come tutto ebbe inizio</em>. Lì mi chiamò personalmente <strong>Neri Parenti</strong>, perché mi vide in foto: sempre per la faccia!”
<strong>E il web? Tu hai un tuo sito personale, <a href="http://gianfrancomonti.com">http://gianfrancomonti.com</a>, e poi quello sulla pesca.</strong>
“Oltre alla Fiorentina, al cibo e alle donne, la mia grande passione è la pesca, con cui stacco, insieme a due amici, <strong>Gionata Paolicchi e Igli Vannucchi</strong>. Con loro ho messo su il sito <a href="http://www.buonapesca.it"><strong>Buonapesca.it</strong></a>, in cui cerchiamo di sfatare il mito della buona pesca. La pesca è passione, relax e amicizia. Guarda il nostro <a href="http://buonapesca.it/index.php/2013/04/lo-spot-di-buonapesca-it/"><strong>spot</strong></a>!”
<strong>Sogni e programmi per il prossimo futuro?</strong>
“Lavorare sta diventando veramente un sogno, una lotta! Adesso sono fermo con la radio e sto ripuntando sulla tv: c'è ancora spazio per fare tv semplice e intelligente, non quella che prende i format andati bene altrove. Ho un progetto per il piccolo schermo con <strong>Bruno Gambarotta</strong>, che era con <strong>Fabio Fazio</strong> al primo <strong>Quelli che... il calcio</strong> (quello vero!). Oggi Bruno ha quasi 76 anni e lo spirito di un quindicenne. Voglio lavorare con lui: stiamo studiando insieme un progetto da proporre e una rete si è dimostrata interessata”.<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/EsserciWeb/~4/qXwduuyAQG4" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Voa Voa… Caterina Ceccuti</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 05:31:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Iole</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img width="952" height="701" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/08/ciccuti-e1367852982310.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="ciccuti" /></p>Caterina Ceccuti è una donna di grande forza e determinazione, la sua bambina è affetta da una grave malattia; i bimbi come lei vengono chiamati 'farfalla' per la breve stagione che possono trascorrere. Ma la storia che Caterina ci racconta nel suo libro Voa Voa è piena di passione, volontà e coraggio. Ecco perché le abbiamo dato spazio ed abbiamo voluto condividere con i nostri lettori la bellezza di questo incontro.

<strong>La vostra storia metterebbe in ginocchio qualunque persona, dove avete trovato la forza e la spinta per reagire in modo costruttivo?</strong>

La mattina in cui il reparto metabolici del Meyer di Firenze ci ha convocati per la diagnosi eravamo ancora due persone normali. Un uomo e una donna, marito e moglie che si tengono per mano mentre camminano pensierosi per il corridoio a vetri di un ospedale. Immaginavamo che l’organismo di Sofia soffrisse semplicemente di una carenza alimentare, una vitamina, una proteina o altro, per cui se la sarebbe cavata con un integratore.

Ascoltata la diagnosi dalla bocca del primario, ho creduto per un attimo di essermi staccata dal corpo, di essere diventata altro da me stessa. Vedevo solo Sofia: il suo viso di mela mentre le parole “leucodistrofia metacromatica”  la condannavano a morte; il sorriso suo sornione mentre annunciavano la paralisi totale del corpo; il suo bacio morbido e bagnato della mattina, mentre ci dicevano che avrebbe perso tutte le funzioni cognitive. Ho avuto un mancamento, non sono svenuta ma ho avuto bisogno di sdraiarmi. Guido ha chiesto ai medici di uscire dalla stanza. Mi ha stesa su un lettino, mi ha stretto la mano piangendo. In quel momento sì, sono stata messa in ginocchio: dalla malattia, dai ricordi di mia figlia, dal futuro di sorrisi rapito senza possibilità di riscatto, dalle lacrime di mio marito. E non mi sono mai più rialzata, sono ancora in ginocchio. Qualche volta, più spesso che posso, approfitto del fatto di trovarmi in questa posizione per pregare, che è l’unico modo costruttivo di sfruttarla. Allora dentro vedo Sofia e Sofia sola. Penso  “Anche se per poco, ho avuto il privilegio di stare con lei sana, di conoscerla nella magnificenza della sua persona. Questo nessuno ce lo può togliere, neanche la malattia”. Ho imparato a vivere di ricordi, e lei pure fa lo stesso. Lo so perché capisco che le piace se le racconto delle cose che facevamo insieme prima che si ammalasse.  Ho imparato a cercare e ritrovare nel suo corpo malato le tracce di quelle cose che la rendevano “lei”. Ma più di tutto, a tenermi in vita ogni giorno è l’impegno che devo mettere nel farla stare al meglio, insieme a Guido,  immaginando che le buffonate che le raccontiamo la facciano sorridere.

<strong>Che importanza ha avuto la fede? E che ruolo dovrebbe avere oggi in un mondo di incertezza generale?</strong>

Credere in qualcosa secondo me aiuta un essere umano in vari modi. Per prima cosa è un esercizio di umiltà. Credere -ad una religione, ad un’ideologia o altro-  significa in un certo senso riconoscere e accettare l’esistenza di un’entità più alta e grande della propria persona. Porta ad obbedire a delle regole di comportamento non per obbligo ma per scelta. Credere fa sentire parte di un gruppo di fedeli con cui condividere principi e sensazioni forti. E questo aiuta sempre, secondo me, nella vita. A patto che il proprio credo non sia di natura violenta,  estremista, che insomma non nuoccia ad altri.

Nella folle corsa della vita quotidiana mia, di Guido e di Sofia, con la malattia e il dolore immenso della perdita, la religione cattolica è per mio marito un abbraccio caldo e costante, per  me un paio di braccia robuste che mi impediscono di  sfracellarmi a terra. Per entrambi  una speranza.

<strong>Che cosa ti ha convinto a scrivere un libro?</strong>

Sentivo il bisogno di far conoscere Sofia a quanta più gente possibile. Mi avevano detto che i bambini come lei somigliano alle farfalle, perché  spariscono dal mondo nel tempo di una stagione sola. Perchè passano senza lasciare traccia. La vita di Sofia è invece in assoluto la più significativa che abbia mai incontrato. Volevo farlo sapere, volevo che altri la pensassero come me e Guido. Perché chi guarda Sofia capisca di avere davanti una regina, non una povera disgraziata.

<strong>Quali sono state le principali difficoltà che avete dovuto affrontare? Dove avete trovato porte chiuse e dove possibilità?</strong>

La solitudine, una condizione medico-sanitaria che purtroppo condividiamo con le altre famiglie castigate da malattie terrificanti come quella di Sofia. Quando tutti gli specialisti del mondo concordano “Mi dispiace ma non c’è niente da fare”, intorno alla famiglia del malato si crea un vuoto, un abisso che improvvisamente la separa dal resto del mondo, dalla speranza e soprattutto da qualsiasi possibilità concreta di  migliorare la qualità della vita del malato. Seppur ufficialmente condannato a morte, il paziente è ancora vivo e ha diritto di ottenere la vita migliore possibile. Spesso ci siamo trovati davanti a medici, fisioterapisti e quant’altro che alzavano le spalle sul da farsi. In quel periodo iniziale siamo stati deboli, ci siamo fidati, non abbiamo combattuto con l’impeto necessario e realmente abbiamo creduto che non ci fosse niente da fare per alleviare la sofferenza di Sofia. Poi, un giorno per caso, abbiamo incontrato il Dottor Giovanni Barco (biochimico e medico chirurgo), appartenente alla schiera della così detta “medicina alternativa”. E’ venuto  a casa nostra per dare un’occhiata a Sofia. Ci ha consigliato una cura a base di ossigeno poliatomico liquido. Da quel momento ogni settimana è tornato da noi per consegnarci la boccetta di terapia. Nel corso dei mesi ha alleviato le sofferenze della bimba riportandola a sorridere. Finchè un giorno il Dottor Barco ci ha presentato Vannoni, e abbiamo avviato il nostro percorso con Stamina.

<strong>In che modo l'intervento della televisione ha modificato nel concreto le procedure?</strong>

Ha portato alla luce un problema sconosciuto ai più, quello del diritto alle cure compassionevoli. Fin dal primo impatto col pubblico televisivo, dai microfoni della trasmissione “Le Iene”, il caso di Sofia ha suscitato  grandi sentimenti di empatia e solidarietà. Nel giro di una settimana la pagina facebook “Ministro Balduzzi aiuti la piccola Sofia” (nata in tempo reale per mano di un giovane italiano all’estero che neanche conoscevamo) ha ottenuto oltre 20.000 “Like” e moltissime condivisioni. Oggi le pagine e i gruppo che parlano di Sofia e degli altri bambini superano il centinaio di migliaia di persone che non solo visualizzano passivamente i post, ma che impegnano il proprio tempo e la propria persona organizzando iniziative concrete a sostegno della causa “pro-staminali”. Un “movimento” popolare così grande e così sentito non può rimanere inascoltato alle orecchie dei politici. E in questo momento sono solo loro a poter cambiare le cose e consentire una speranza di miglioramento della qualità della vita dei pazienti orfani di qualsiasi alternativa terapeutica.

<strong> Cosa avete provato davanti ad una mobilitazione nazionale dell'opinione pubblica in una catena di solidarietà?</strong>

E’ stato incredibile. Dall’isolamento monastico in cui abbiamo vissuto per quasi due anni, lontani da Firenze e dal nostro consueto mondo, rintanati nella casa di Castiglioncello di mio padre, ci siamo ritrovati catapultati nel caos più totale. E’ stata un’esperienza scioccante, ma l’affetto e la solidarietà per Sofia condiviso da tantissimi non solo in Italia ma anche all’estero, ci ha piacevolmente travolti come un’ondata di ottimismo e speranza. Con gli altri genitori sfortunati poi, si è creata una sinergia d’intenti  preziosa che pensiamo possa diventare roccia solida per l’edificazione di nuove realtà di sostegno ai malati gravi, come Fondazioni Onlus e associazioni dedicate.

<strong>Cosa vi proponete con questo libro?</strong>

Far conoscere Sofia e gli altri come lei. Sottoporre all’attenzione pubblica la questione della dignità del dolore. Sofia, Gioele, Natale, Maria Francesca non sono “dead men walking”. Sono persone, carne sangue e un cuore che batte; hanno un carattere e una personalità. Sono ancora vivi e meritano rispetto,  considerazione,  impegno, secondo quel principio  inviolabile e per niente scontato che potremmo prendere a prestito dalla Costituzione statunitense:  il diritto alla felicità. La massima felicità possibile.

Intervista: Elena Torre]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="952" height="701" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/08/ciccuti-e1367852982310.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="ciccuti" /></p>Caterina Ceccuti è una donna di grande forza e determinazione, la sua bambina è affetta da una grave malattia; i bimbi come lei vengono chiamati 'farfalla' per la breve stagione che possono trascorrere. Ma la storia che Caterina ci racconta nel suo libro Voa Voa è piena di passione, volontà e coraggio. Ecco perché le abbiamo dato spazio ed abbiamo voluto condividere con i nostri lettori la bellezza di questo incontro.

<strong>La vostra storia metterebbe in ginocchio qualunque persona, dove avete trovato la forza e la spinta per reagire in modo costruttivo?</strong>

La mattina in cui il reparto metabolici del Meyer di Firenze ci ha convocati per la diagnosi eravamo ancora due persone normali. Un uomo e una donna, marito e moglie che si tengono per mano mentre camminano pensierosi per il corridoio a vetri di un ospedale. Immaginavamo che l’organismo di Sofia soffrisse semplicemente di una carenza alimentare, una vitamina, una proteina o altro, per cui se la sarebbe cavata con un integratore.

Ascoltata la diagnosi dalla bocca del primario, ho creduto per un attimo di essermi staccata dal corpo, di essere diventata altro da me stessa. Vedevo solo Sofia: il suo viso di mela mentre le parole “leucodistrofia metacromatica”  la condannavano a morte; il sorriso suo sornione mentre annunciavano la paralisi totale del corpo; il suo bacio morbido e bagnato della mattina, mentre ci dicevano che avrebbe perso tutte le funzioni cognitive. Ho avuto un mancamento, non sono svenuta ma ho avuto bisogno di sdraiarmi. Guido ha chiesto ai medici di uscire dalla stanza. Mi ha stesa su un lettino, mi ha stretto la mano piangendo. In quel momento sì, sono stata messa in ginocchio: dalla malattia, dai ricordi di mia figlia, dal futuro di sorrisi rapito senza possibilità di riscatto, dalle lacrime di mio marito. E non mi sono mai più rialzata, sono ancora in ginocchio. Qualche volta, più spesso che posso, approfitto del fatto di trovarmi in questa posizione per pregare, che è l’unico modo costruttivo di sfruttarla. Allora dentro vedo Sofia e Sofia sola. Penso  “Anche se per poco, ho avuto il privilegio di stare con lei sana, di conoscerla nella magnificenza della sua persona. Questo nessuno ce lo può togliere, neanche la malattia”. Ho imparato a vivere di ricordi, e lei pure fa lo stesso. Lo so perché capisco che le piace se le racconto delle cose che facevamo insieme prima che si ammalasse.  Ho imparato a cercare e ritrovare nel suo corpo malato le tracce di quelle cose che la rendevano “lei”. Ma più di tutto, a tenermi in vita ogni giorno è l’impegno che devo mettere nel farla stare al meglio, insieme a Guido,  immaginando che le buffonate che le raccontiamo la facciano sorridere.

<strong>Che importanza ha avuto la fede? E che ruolo dovrebbe avere oggi in un mondo di incertezza generale?</strong>

Credere in qualcosa secondo me aiuta un essere umano in vari modi. Per prima cosa è un esercizio di umiltà. Credere -ad una religione, ad un’ideologia o altro-  significa in un certo senso riconoscere e accettare l’esistenza di un’entità più alta e grande della propria persona. Porta ad obbedire a delle regole di comportamento non per obbligo ma per scelta. Credere fa sentire parte di un gruppo di fedeli con cui condividere principi e sensazioni forti. E questo aiuta sempre, secondo me, nella vita. A patto che il proprio credo non sia di natura violenta,  estremista, che insomma non nuoccia ad altri.

Nella folle corsa della vita quotidiana mia, di Guido e di Sofia, con la malattia e il dolore immenso della perdita, la religione cattolica è per mio marito un abbraccio caldo e costante, per  me un paio di braccia robuste che mi impediscono di  sfracellarmi a terra. Per entrambi  una speranza.

<strong>Che cosa ti ha convinto a scrivere un libro?</strong>

Sentivo il bisogno di far conoscere Sofia a quanta più gente possibile. Mi avevano detto che i bambini come lei somigliano alle farfalle, perché  spariscono dal mondo nel tempo di una stagione sola. Perchè passano senza lasciare traccia. La vita di Sofia è invece in assoluto la più significativa che abbia mai incontrato. Volevo farlo sapere, volevo che altri la pensassero come me e Guido. Perché chi guarda Sofia capisca di avere davanti una regina, non una povera disgraziata.

<strong>Quali sono state le principali difficoltà che avete dovuto affrontare? Dove avete trovato porte chiuse e dove possibilità?</strong>

La solitudine, una condizione medico-sanitaria che purtroppo condividiamo con le altre famiglie castigate da malattie terrificanti come quella di Sofia. Quando tutti gli specialisti del mondo concordano “Mi dispiace ma non c’è niente da fare”, intorno alla famiglia del malato si crea un vuoto, un abisso che improvvisamente la separa dal resto del mondo, dalla speranza e soprattutto da qualsiasi possibilità concreta di  migliorare la qualità della vita del malato. Seppur ufficialmente condannato a morte, il paziente è ancora vivo e ha diritto di ottenere la vita migliore possibile. Spesso ci siamo trovati davanti a medici, fisioterapisti e quant’altro che alzavano le spalle sul da farsi. In quel periodo iniziale siamo stati deboli, ci siamo fidati, non abbiamo combattuto con l’impeto necessario e realmente abbiamo creduto che non ci fosse niente da fare per alleviare la sofferenza di Sofia. Poi, un giorno per caso, abbiamo incontrato il Dottor Giovanni Barco (biochimico e medico chirurgo), appartenente alla schiera della così detta “medicina alternativa”. E’ venuto  a casa nostra per dare un’occhiata a Sofia. Ci ha consigliato una cura a base di ossigeno poliatomico liquido. Da quel momento ogni settimana è tornato da noi per consegnarci la boccetta di terapia. Nel corso dei mesi ha alleviato le sofferenze della bimba riportandola a sorridere. Finchè un giorno il Dottor Barco ci ha presentato Vannoni, e abbiamo avviato il nostro percorso con Stamina.

<strong>In che modo l'intervento della televisione ha modificato nel concreto le procedure?</strong>

Ha portato alla luce un problema sconosciuto ai più, quello del diritto alle cure compassionevoli. Fin dal primo impatto col pubblico televisivo, dai microfoni della trasmissione “Le Iene”, il caso di Sofia ha suscitato  grandi sentimenti di empatia e solidarietà. Nel giro di una settimana la pagina facebook “Ministro Balduzzi aiuti la piccola Sofia” (nata in tempo reale per mano di un giovane italiano all’estero che neanche conoscevamo) ha ottenuto oltre 20.000 “Like” e moltissime condivisioni. Oggi le pagine e i gruppo che parlano di Sofia e degli altri bambini superano il centinaio di migliaia di persone che non solo visualizzano passivamente i post, ma che impegnano il proprio tempo e la propria persona organizzando iniziative concrete a sostegno della causa “pro-staminali”. Un “movimento” popolare così grande e così sentito non può rimanere inascoltato alle orecchie dei politici. E in questo momento sono solo loro a poter cambiare le cose e consentire una speranza di miglioramento della qualità della vita dei pazienti orfani di qualsiasi alternativa terapeutica.

<strong> Cosa avete provato davanti ad una mobilitazione nazionale dell'opinione pubblica in una catena di solidarietà?</strong>

E’ stato incredibile. Dall’isolamento monastico in cui abbiamo vissuto per quasi due anni, lontani da Firenze e dal nostro consueto mondo, rintanati nella casa di Castiglioncello di mio padre, ci siamo ritrovati catapultati nel caos più totale. E’ stata un’esperienza scioccante, ma l’affetto e la solidarietà per Sofia condiviso da tantissimi non solo in Italia ma anche all’estero, ci ha piacevolmente travolti come un’ondata di ottimismo e speranza. Con gli altri genitori sfortunati poi, si è creata una sinergia d’intenti  preziosa che pensiamo possa diventare roccia solida per l’edificazione di nuove realtà di sostegno ai malati gravi, come Fondazioni Onlus e associazioni dedicate.

<strong>Cosa vi proponete con questo libro?</strong>

Far conoscere Sofia e gli altri come lei. Sottoporre all’attenzione pubblica la questione della dignità del dolore. Sofia, Gioele, Natale, Maria Francesca non sono “dead men walking”. Sono persone, carne sangue e un cuore che batte; hanno un carattere e una personalità. Sono ancora vivi e meritano rispetto,  considerazione,  impegno, secondo quel principio  inviolabile e per niente scontato che potremmo prendere a prestito dalla Costituzione statunitense:  il diritto alla felicità. La massima felicità possibile.

Intervista: Elena Torre<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/EsserciWeb/~4/oVg_sEqD388" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Stefano Bartezzaghi: l’intervista</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 05:02:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>saryna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img width="500" height="500" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/06/bartezzaghi_1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="bartezzaghi_1" /></p>Di Enrico Zoi
Per <strong>Stefano Bartezzaghi</strong>, l'italiano, la linguistica, gli enigmi e i dizionari non hanno segreti, tanta è la sua dimestichezza a 360° con le parole. Rubriche come <a href="http://www.repubblica.it/rubriche/lessicoenuvole/"><strong>Lessico e Nuvole</strong></a> e <strong>Come dire</strong>, libri e testi vari, abbinati ad una tradizione anche familiare di attenzione alla comunicazione verbale e non solo, ne fanno un personaggio unico nel suo genere nel nostro Paese.
<strong>Ma la comunicazione in senso lato oggi come funziona? Bene, male, è troppa, è poca, è sbagliata, è esatta?</strong>
“Domanda vastissima: il senso della comunicazione è troppo 'lato'! Posso solo dire che di comunicazione ce n'è tanta, e la massa quantitativa finisce per avere effetti qualitativi. Per esempio, per far emergere il proprio messaggio si agisce sul volume e sull'impatto, da cui interiezioni, insulti, provocazioni verbali. In sé, il fatto di comunicare di più, non è affatto negativo però”.
<strong>Come giudichi l'aumento degli anglismi nella nostra lingua? Un'ingerenza, una perturbazione, un arricchimento o qualcosa di fisiologico come furono, ad esempio, i francesismi del '700?</strong>
“In certi àmbiti gli anglismi sono utili. A me ogni tanto contestano la pronuncia inglese di <em>mass media</em> (a volte pronuncio così anche il semplice <em>media</em>, in quel senso), ma se si usa un linguaggio tecnico tanto vale farlo del tutto, senza edulcorazione. Il problema è che l'inglese è diventata la lingua di prestigio, quindi siamo portati a usarlo anche a sproposito, per pure ragioni ornamentali”.
<strong>Una parola o un'espressione recente che proprio detesti e perché?</strong>
“La mia soglia di tolleranza verso il linguaggio altrui si è molto abbassata. Anch'io ho cose che mi urtano (come quando sento dire 'paventare' nel senso di 'prospettare', mentre vuol dire 'essere impauriti da') e ho qualche residuo di intolleranza grave nei confronti di parole forse innocenti, come 'intrigante' nel senso di 'affascinante'. Ma cerco di tenere a bada i miei umori. Mi dispiace solo che i professionisti della comunicazione, come i giornalisti e soprattutto i televisivi, non mostrino di avere coscienza del loro ruolo anche in termini di esempio linguistico. Mi viene insomma da avercela con i parlanti più che con le parole'.
<strong>Una parola o un'espressione recente che invece ami e perché?</strong>
'Nessuna in particolare, anche se ho subito recentemente il fascino della vecchia (e orribile) parola 'spinterogeno'".
<strong>Tu hai un'attività di scrittura che supera ovviamente i confini linguistico-enigmistici: cosa stai preparando dal punto di vista editoriale?</strong>
'Sta per uscire da <a href="http://www.utet.it/utet/index.jsp"><strong>Utet</strong></a> il mio nuovo libro, intitolato <em>Il falò delle novità</em>, un'analisi critica della nozione mitologica di creatività. Esce anche in tascabile la mia storia del cruciverba, L'orizzonte verticale, in occasione del centesimo anniversario dell'invenzione del gioco. In altre pentole, bolle già qualcos'altro, ma è troppo presto per annunciare la riuscita del piatto”.
<strong>Hai un sogno nel cassetto?</strong>
“Non ho cassetti, tengo i sogni tutti sparpagliati sul tavolo. Quello di vivere in un luogo sensato e quindi non avviato verso un destino neotribale si è molto accartocciato nell'ultimo decennio”.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="500" height="500" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/06/bartezzaghi_1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="bartezzaghi_1" /></p>Di Enrico Zoi
Per <strong>Stefano Bartezzaghi</strong>, l'italiano, la linguistica, gli enigmi e i dizionari non hanno segreti, tanta è la sua dimestichezza a 360° con le parole. Rubriche come <a href="http://www.repubblica.it/rubriche/lessicoenuvole/"><strong>Lessico e Nuvole</strong></a> e <strong>Come dire</strong>, libri e testi vari, abbinati ad una tradizione anche familiare di attenzione alla comunicazione verbale e non solo, ne fanno un personaggio unico nel suo genere nel nostro Paese.
<strong>Ma la comunicazione in senso lato oggi come funziona? Bene, male, è troppa, è poca, è sbagliata, è esatta?</strong>
“Domanda vastissima: il senso della comunicazione è troppo 'lato'! Posso solo dire che di comunicazione ce n'è tanta, e la massa quantitativa finisce per avere effetti qualitativi. Per esempio, per far emergere il proprio messaggio si agisce sul volume e sull'impatto, da cui interiezioni, insulti, provocazioni verbali. In sé, il fatto di comunicare di più, non è affatto negativo però”.
<strong>Come giudichi l'aumento degli anglismi nella nostra lingua? Un'ingerenza, una perturbazione, un arricchimento o qualcosa di fisiologico come furono, ad esempio, i francesismi del '700?</strong>
“In certi àmbiti gli anglismi sono utili. A me ogni tanto contestano la pronuncia inglese di <em>mass media</em> (a volte pronuncio così anche il semplice <em>media</em>, in quel senso), ma se si usa un linguaggio tecnico tanto vale farlo del tutto, senza edulcorazione. Il problema è che l'inglese è diventata la lingua di prestigio, quindi siamo portati a usarlo anche a sproposito, per pure ragioni ornamentali”.
<strong>Una parola o un'espressione recente che proprio detesti e perché?</strong>
“La mia soglia di tolleranza verso il linguaggio altrui si è molto abbassata. Anch'io ho cose che mi urtano (come quando sento dire 'paventare' nel senso di 'prospettare', mentre vuol dire 'essere impauriti da') e ho qualche residuo di intolleranza grave nei confronti di parole forse innocenti, come 'intrigante' nel senso di 'affascinante'. Ma cerco di tenere a bada i miei umori. Mi dispiace solo che i professionisti della comunicazione, come i giornalisti e soprattutto i televisivi, non mostrino di avere coscienza del loro ruolo anche in termini di esempio linguistico. Mi viene insomma da avercela con i parlanti più che con le parole'.
<strong>Una parola o un'espressione recente che invece ami e perché?</strong>
'Nessuna in particolare, anche se ho subito recentemente il fascino della vecchia (e orribile) parola 'spinterogeno'".
<strong>Tu hai un'attività di scrittura che supera ovviamente i confini linguistico-enigmistici: cosa stai preparando dal punto di vista editoriale?</strong>
'Sta per uscire da <a href="http://www.utet.it/utet/index.jsp"><strong>Utet</strong></a> il mio nuovo libro, intitolato <em>Il falò delle novità</em>, un'analisi critica della nozione mitologica di creatività. Esce anche in tascabile la mia storia del cruciverba, L'orizzonte verticale, in occasione del centesimo anniversario dell'invenzione del gioco. In altre pentole, bolle già qualcos'altro, ma è troppo presto per annunciare la riuscita del piatto”.
<strong>Hai un sogno nel cassetto?</strong>
“Non ho cassetti, tengo i sogni tutti sparpagliati sul tavolo. Quello di vivere in un luogo sensato e quindi non avviato verso un destino neotribale si è molto accartocciato nell'ultimo decennio”.<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/EsserciWeb/~4/9Hx5qRVdTo4" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Arriva la spumeggiante Ketty Passa</title>
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		<pubDate>Wed, 01 May 2013 06:20:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Iole</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img width="800" height="533" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/04/574484_488643351198173_423392343_n.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="574484_488643351198173_423392343_n" /></p>Oggi incontriamo l'energica <b>KETTY PASSA,</b> artista milanese nota come deejay di Radio Popolare e veejay su Deejay TV, che insieme alla sua band  TOXIC TUNA ha da poco pubblicato pubblicato l’album “<b><i>#CANTAKETTYPASSA</i></b>". Siamo stati travolti dal suo carisma, ad una ragazza schietta e diretta ed ecco cosa ci ha raccontato per farsi conoscere meglio dai lettori di Esserciweb.it

<b>Quando hai capito che la musica avrebbe fatto così parte di te?</b>

Da sempre credo. Da piccolina ho avuto la fortuna di fare viaggi e stare in casa con un padre appassionato di musica, dal rock internazionale dei suoi tempi alla musica cantautorale italiana; diciamo che in macchina mi capitava di viaggiare con "Dark side on the moon" dei Pink Floyd, così come con Lucio Dalla, Mina, De Andrè, I Nomadi di Augusto, la PFM. E potrei continuare per ore. Il succo è che quando sei sempre circondata da bella musica, anche prima che ciò diventi una tua scelta, è abbastanza impossibile farne a meno anche nel percorso di vita successivo all'infanzia.

Inoltre, dall'età di 5 anni ai 25 ho ballato, prima classico, poi modern-jazz.. e dagli 8 ai 16 ho studiato pianoforte e teoria musicale; diciamo che la musica mi coccola da sempre, e la spasmodica ricerca che ho poi ho unito alle basi che mi sono state date, mi ha portata dove sono ora.

<b>Nel tuo mondo  lavorativo l'essere donna è stato un vantaggio o un ostacolo?</b>

Nel mondo lavorativo musicale l'essere donna è un vantaggio, secondo me, solo se caratterialmente riesci a prendere le cose alla leggera e non ti fai troppi problemi a scendere a compromessi.

L'essere una donna, anche piacevole alla vista, e dotata di cervello, pensiero, valori e morale, non me l'ha fatta vivere per niente bene all'inizio.

Mi si sono chiuse un sacco di porte, ma ti dirò, solo apparentemente.

Se riesci a far si che questo diventi il tuo punto di forza, la strada rimane comunque più difficile, ma secondo me alla lunga arrivi a seminare qualcosa di molto più duraturo.

Insomma, non è necessario andare ai Talent per farsi un nome; è acqua passata, la gente è stufa e continua a creare e distruggere meteore. Se si vuole scrivere un pezzettino di storia bisogna essere in grado di fare la strada più difficile e snaturarsi il meno possibile. Il cuore vince sui soldi, di solito. Voglio credere che la gente, un giorno, ricomincerà a pensarla così.

<b>Cosa contiene il tuo ultimo lavoro? Come hai selezionato i brani contenuti?</b>

Questo disco nasce dall'esigenza di raccontare qualcosa, una storia, più storie, quelle che hanno vissuto tutti almeno una volta nella vita, prendendo più direzioni di genere per quel che riguarda l'approccio melodico e un'unica direzione per quanto riguarda i testi. Credo che il filo conduttore stia nelle parole unite da un ambiente anni '60  molto malinconico e intimo, che accoglie l'italianità e il linguaggio popolare.

L'approccio melodico unisce passato e presente in maniera costante, mentre nelle parole il metodo di scrittura guarda molto più ai grandi nomi della storia della musica cantautorale italiana.

Ho scritto un sacco di mie canzoni in metro, in treno, durante una Jam Session, nel letto insonne o davanti a un computer mentre mandavo una mail e pensavo a qualcosa che mi ha collegata a qualcos'altro. Il viaggio, la natura ma anche la mente sono necessari per ottenere la giusta sensibilità ed avere il coraggio di mettere se stessi alla mercè di tutto e tutti.

<b>Cos'è il progetto Rezophonic come e perchè vi hai aderito?</b>

Rezophonic è un progetto di Mario Riso che tramite concerti e vendita cd manda i fondi in Kajaido, zona del Kenia in cui si costruiscono pozzi d'acqua per dare da bere a chi ha veramente sete tramite AMREF  e Icio De Romedis. E sono felicissima di dire che dal 2012 esiste anche Osotua, il mio pozzo personale profondo 23 metri che disseta 5 famiglie e 3 mucche. Io ne faccio parte dal 2010 come presentatrice e cantante, e oltre all'apetto sociale che arriva in prim'ordine la caratteristica geniale è quella di mettere sullo stesso palco artisti molto affermati nel settore con musicisti e cantanti nuovi, tipo me. Questo è un grande merito che mi sento di dare a Mario Riso, senza il quale tutto questo non esisterebbe.

<b>E il Punk Goes Acoustic?</b>

PUNK GOES ACOUSTIC è un progetto nato dall'amico e collega Andrea Rock di Virgin Radio, con cui assieme ad altri musicisti abbiamo creato una compilation di canzoni punk rivisitate in chiave acustica, tramite cui raccogliere fondi, assieme ai concerti live, per l'associazione L'SOLA CHE NON C'E' e pagare corsi di musica a bambini meno fortunati.

La speranza è quella di riuscire ad ingrandire questo percorso mio musicale e riuscire sempre più a scrivere per me e condividere con altri artisti per nobili cause come queste.

<b>Tu spazi dalla new wave alla grunge, dall'hard-rock al metal e al punk... quale la tua cifra stilistica?</b>

La mia cifra stilistica è la contaminazione, è la sperimentazione.

Diciamo che amo meno generi troppi "granitici" come l'hard-rock o la new-wave e mi sento più attratta dal grunge nelle sue mille forme, così come vale per il metal e il punk, poichè generi nati storicamente da un bisogno di rivoluzione e che permettono di dare sfogo al crossover, proprio come hanno rispettivamente fatto i Faith no More (che amo in assoluto), i Limp Bizkit e Iggy Pop &amp; The Stooges o i Nofx.

Mi piace chi osa, il genere viene in secondo piano.

Per questo non condanno Gwen Stefani per esser passata dallo ska-punk all'hip-hop al pop, anzi, lo ha fatto con coerenza e stile, non potrei che stimarla per questo.

<b>Delle tante collaborazioni che hai fatto quale quella che ti ha lasciato un segno più profondo?</b>

Sicuramente quella con Olly Riva in fase di registrazione delle voci di #cantakettypassa: per me cantare con lui è stata una crescita enorme. Mi ha insegnato a capire il mio "pregio-difetto" e a non nasconderlo, anzi, ad enfatizzarlo come un buon artista vero che non ha paura di esprimersi deve saper fare.

A livello di live è stupendo per me condividere il palco con Mario Riso, Cristina Scabbia, Caparezza e Giuliano Sangiorgi quando capita con Rezophonic, poichè grandi nomi con cui ho avuto da subito la possibilità di unirmi onstage, così come con Andrea Rock e tutta la crew del PGA, perchè le energie che si avvertono sono quelle di chi sta lì sopra per un amore condiviso.

Ci tengo a sottolineare anche una bellissima collaborazione live che mi è capitata con un artista che stimo particolarmente, Jack Jaselli, amico e cantautore milanese con cui ho avuto il piacere di cantare durante un tributo a Tony Sly, cantante americano di cui siamo fan, scomparso purtroppo nell'ottobre 2012. Spero vivamente un giorno di creare qualcosa di bello assieme a Jack, è un animo puro, per niente arrivista e gioisce per le vittorie altrui come fossero sue, se ne trovano poche di persone così oggi, soprattutto nel settore "musica".

Il mio consiglio finale rimane "#cantakettypassa.. e fallo senza paura".

Un bacio a tutti!

Intervista di Elena Torre

&nbsp;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="533" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/04/574484_488643351198173_423392343_n.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="574484_488643351198173_423392343_n" /></p>Oggi incontriamo l'energica <b>KETTY PASSA,</b> artista milanese nota come deejay di Radio Popolare e veejay su Deejay TV, che insieme alla sua band  TOXIC TUNA ha da poco pubblicato pubblicato l’album “<b><i>#CANTAKETTYPASSA</i></b>". Siamo stati travolti dal suo carisma, ad una ragazza schietta e diretta ed ecco cosa ci ha raccontato per farsi conoscere meglio dai lettori di Esserciweb.it

<b>Quando hai capito che la musica avrebbe fatto così parte di te?</b>

Da sempre credo. Da piccolina ho avuto la fortuna di fare viaggi e stare in casa con un padre appassionato di musica, dal rock internazionale dei suoi tempi alla musica cantautorale italiana; diciamo che in macchina mi capitava di viaggiare con "Dark side on the moon" dei Pink Floyd, così come con Lucio Dalla, Mina, De Andrè, I Nomadi di Augusto, la PFM. E potrei continuare per ore. Il succo è che quando sei sempre circondata da bella musica, anche prima che ciò diventi una tua scelta, è abbastanza impossibile farne a meno anche nel percorso di vita successivo all'infanzia.

Inoltre, dall'età di 5 anni ai 25 ho ballato, prima classico, poi modern-jazz.. e dagli 8 ai 16 ho studiato pianoforte e teoria musicale; diciamo che la musica mi coccola da sempre, e la spasmodica ricerca che ho poi ho unito alle basi che mi sono state date, mi ha portata dove sono ora.

<b>Nel tuo mondo  lavorativo l'essere donna è stato un vantaggio o un ostacolo?</b>

Nel mondo lavorativo musicale l'essere donna è un vantaggio, secondo me, solo se caratterialmente riesci a prendere le cose alla leggera e non ti fai troppi problemi a scendere a compromessi.

L'essere una donna, anche piacevole alla vista, e dotata di cervello, pensiero, valori e morale, non me l'ha fatta vivere per niente bene all'inizio.

Mi si sono chiuse un sacco di porte, ma ti dirò, solo apparentemente.

Se riesci a far si che questo diventi il tuo punto di forza, la strada rimane comunque più difficile, ma secondo me alla lunga arrivi a seminare qualcosa di molto più duraturo.

Insomma, non è necessario andare ai Talent per farsi un nome; è acqua passata, la gente è stufa e continua a creare e distruggere meteore. Se si vuole scrivere un pezzettino di storia bisogna essere in grado di fare la strada più difficile e snaturarsi il meno possibile. Il cuore vince sui soldi, di solito. Voglio credere che la gente, un giorno, ricomincerà a pensarla così.

<b>Cosa contiene il tuo ultimo lavoro? Come hai selezionato i brani contenuti?</b>

Questo disco nasce dall'esigenza di raccontare qualcosa, una storia, più storie, quelle che hanno vissuto tutti almeno una volta nella vita, prendendo più direzioni di genere per quel che riguarda l'approccio melodico e un'unica direzione per quanto riguarda i testi. Credo che il filo conduttore stia nelle parole unite da un ambiente anni '60  molto malinconico e intimo, che accoglie l'italianità e il linguaggio popolare.

L'approccio melodico unisce passato e presente in maniera costante, mentre nelle parole il metodo di scrittura guarda molto più ai grandi nomi della storia della musica cantautorale italiana.

Ho scritto un sacco di mie canzoni in metro, in treno, durante una Jam Session, nel letto insonne o davanti a un computer mentre mandavo una mail e pensavo a qualcosa che mi ha collegata a qualcos'altro. Il viaggio, la natura ma anche la mente sono necessari per ottenere la giusta sensibilità ed avere il coraggio di mettere se stessi alla mercè di tutto e tutti.

<b>Cos'è il progetto Rezophonic come e perchè vi hai aderito?</b>

Rezophonic è un progetto di Mario Riso che tramite concerti e vendita cd manda i fondi in Kajaido, zona del Kenia in cui si costruiscono pozzi d'acqua per dare da bere a chi ha veramente sete tramite AMREF  e Icio De Romedis. E sono felicissima di dire che dal 2012 esiste anche Osotua, il mio pozzo personale profondo 23 metri che disseta 5 famiglie e 3 mucche. Io ne faccio parte dal 2010 come presentatrice e cantante, e oltre all'apetto sociale che arriva in prim'ordine la caratteristica geniale è quella di mettere sullo stesso palco artisti molto affermati nel settore con musicisti e cantanti nuovi, tipo me. Questo è un grande merito che mi sento di dare a Mario Riso, senza il quale tutto questo non esisterebbe.

<b>E il Punk Goes Acoustic?</b>

PUNK GOES ACOUSTIC è un progetto nato dall'amico e collega Andrea Rock di Virgin Radio, con cui assieme ad altri musicisti abbiamo creato una compilation di canzoni punk rivisitate in chiave acustica, tramite cui raccogliere fondi, assieme ai concerti live, per l'associazione L'SOLA CHE NON C'E' e pagare corsi di musica a bambini meno fortunati.

La speranza è quella di riuscire ad ingrandire questo percorso mio musicale e riuscire sempre più a scrivere per me e condividere con altri artisti per nobili cause come queste.

<b>Tu spazi dalla new wave alla grunge, dall'hard-rock al metal e al punk... quale la tua cifra stilistica?</b>

La mia cifra stilistica è la contaminazione, è la sperimentazione.

Diciamo che amo meno generi troppi "granitici" come l'hard-rock o la new-wave e mi sento più attratta dal grunge nelle sue mille forme, così come vale per il metal e il punk, poichè generi nati storicamente da un bisogno di rivoluzione e che permettono di dare sfogo al crossover, proprio come hanno rispettivamente fatto i Faith no More (che amo in assoluto), i Limp Bizkit e Iggy Pop &amp; The Stooges o i Nofx.

Mi piace chi osa, il genere viene in secondo piano.

Per questo non condanno Gwen Stefani per esser passata dallo ska-punk all'hip-hop al pop, anzi, lo ha fatto con coerenza e stile, non potrei che stimarla per questo.

<b>Delle tante collaborazioni che hai fatto quale quella che ti ha lasciato un segno più profondo?</b>

Sicuramente quella con Olly Riva in fase di registrazione delle voci di #cantakettypassa: per me cantare con lui è stata una crescita enorme. Mi ha insegnato a capire il mio "pregio-difetto" e a non nasconderlo, anzi, ad enfatizzarlo come un buon artista vero che non ha paura di esprimersi deve saper fare.

A livello di live è stupendo per me condividere il palco con Mario Riso, Cristina Scabbia, Caparezza e Giuliano Sangiorgi quando capita con Rezophonic, poichè grandi nomi con cui ho avuto da subito la possibilità di unirmi onstage, così come con Andrea Rock e tutta la crew del PGA, perchè le energie che si avvertono sono quelle di chi sta lì sopra per un amore condiviso.

Ci tengo a sottolineare anche una bellissima collaborazione live che mi è capitata con un artista che stimo particolarmente, Jack Jaselli, amico e cantautore milanese con cui ho avuto il piacere di cantare durante un tributo a Tony Sly, cantante americano di cui siamo fan, scomparso purtroppo nell'ottobre 2012. Spero vivamente un giorno di creare qualcosa di bello assieme a Jack, è un animo puro, per niente arrivista e gioisce per le vittorie altrui come fossero sue, se ne trovano poche di persone così oggi, soprattutto nel settore "musica".

Il mio consiglio finale rimane "#cantakettypassa.. e fallo senza paura".

Un bacio a tutti!

Intervista di Elena Torre

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		<title>Sergio Staino: l’intervista</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Apr 2013 04:59:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>saryna</dc:creator>
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Con la sua matita <strong>Sergio Staino</strong> non si limita a disegnare indimenticabili personaggi, fratelli e sorelle della società italiana degli ultimi decenni. L'artista di Piancastagnaio delinea, commenta, rilancia, fa filosofia (di vita e non solo).
<strong>Con lui, inevitabile uno sguardo sul presente italiano: che ne pensa Bobo?</strong>
“La novità grossa è lo spappolamento del Pd. Si vedeva abbastanza chiaramente che era un'aggregazione con molte falle, tensioni e contraddizioni, anche dalla genericità della campagna elettorale di Bersani per paura di spaccature interne, una campagna senza posizioni precise, ma mai avrei immaginato che ci fossero <em>lobbies</em> così agguerrite l'una contro l'altra, nel voto su Prodi in particolare, con correnti disposte a mettere avanti gli interessi di corrente, nonostante la gravità della situazione”.
<strong>Chi ci salverà? Il volontariato? L'arte di arrangiarsi? Re Giorgio? Enrico Letta?</strong>
“Ho solo delle speranze, vie d'uscita non ci sono. Siamo ancora sotto choc. Che la situazione economica e sociale italiana sia drammatica e catastrofica lo sappiamo da tempo e uscirne è un bel problema. Da quando sono stato bruciato in modo così doloroso per i vari anni spesi da giovane nei marxisti-leninisti, le formazioni pure non mi attraggono. Bisogna uscirne cercando di aggregare quello che di onesto c'è nella sinistra e sicuramente anche nel Pd, ma non so come fare pulizia e su quale base si possa rigenerare. C'è poi il problema Italia, che è un problema Europa e Mondo. La crisi che stiamo attraversando non credo sia determinata da una situazione contingente, ma dal tipo di sviluppo capitalistico degli ultimi anni, con la predominanza del capitale finanziario che ha deteriorato ogni produzione umana, riducendola a merce. Si deve ripartire dalla nuova frontiera della sopravvivenza sul pianeta terra, cioè dall'ecologia, da un ambientalismo di sinistra che prediliga le fasce più deboli della popolazione e renda equilibrio al pianeta, e da un ripensamento del modo di sviluppo: che il Pil non sia l'unico punto di riferimento, insomma. Chi lo può fare? In Italia non lo vedo, in Francia ci sono iniziative più forti. Qui Sel si è fatta un po' portavoce di questi contenuti. Questa dovrebbe essere la strada, una strada fortemente minoritaria perché abbiamo un Centrodestra arroccato sulla Bce che tenta di salvare il salvabile correggendo le politiche bancarie, ma anche perché a sinistra nessuno dei dirigenti ha mai preso in considerazioni situazioni come Terra Madre di Carlo Petrini o Guido Viale, appoggiate sì, ma solo come elementi collaterali. Invece, oggi si deve passare proprio da lì, anche trasversalmente ai vari partiti, favorendo il ritorno all'agricoltura, un blocco dello sviluppo delle città, i mezzi pubblici anziché i privati. Per non distruggere l'ambiente: su questi temi bisogna lavorare e lavorerò”.
<strong>Domanda vecchia, ma risposta, oggi, forse più complessa o quanto meno articolata: la satira, che non è apolitica, è di destra o di sinistra? Forse di centro?</strong>
“La satira non ha una collocazione precisa, dipende dalle idee dell'autore. Io credo che non sia esclusiva di un'ideologia o di un'area politica precisa. La satira è un modo di mettere in ridicolo e stigmatizzare in modo divertente le ipocrisie politiche cui assistiamo, soprattutto quelle che vengono nascoste meglio. Ha strumenti più articolati dell'informazione pura e semplice, che deve essere più oggettiva: a noi è concessa la scorrettezza, la malizia, l'allusione, il deformare l'obbiettivo per smascherare un'ipocrisia nascosta, cosa che può essere fatta da tutti i punti di vista. Se usiamo la satira solo sugli avversari politici diventa propaganda, se la usiamo come intelligenza creativa va bene”.
<strong>Sergio Staino privato: il tuo libro, il tuo film, il tuo viaggio.</strong>
“Con i libri è un po' come con le canzoni: ci sono mesi in cui ti sembra che quel libro sia fondamentale, poi ne arriva un altro... così scelgo il primo libro della mia vita, il <em>Pinocchio</em> di Collodi, un testo che vaccina chi apre gli occhi sul mondo. Il film è <em>Monty Python - Il senso della vita</em>, una summa dal punto di vista satirico, che amo: tocca i temi dalla nascita alla morte, e non solo le dinamiche sociali, ma anche quelle individuali, e lo fa in modo divertente e con grandissima intelligenza, dissacrando tutti e insieme gettando semi di possibili modi di comprensione dell'esistenza. Mi piacerebbe che ogni ragazzo dei primi anni del liceo lo guardasse, in nome di quell'intelligenza anticonformista di cui c'è sempre bisogno in qualunque società, che, senza i fermenti anarchici e di visione diversa, diventa uno stato di polizia. Il viaggio è quello in Perù, il grande viaggio della mia vita: mia moglie viene da lì e ci sono stato moltissime volte. Il Perù ha determinato in me quella necessaria dialettica fra culture diverse che anche qui ci vuole, per non cadere nel provincialismo e per non pensare che il mondo finisca con il muro del tuo orto. Certo, le radici sono importantissime, in particolare per chi viene da una terra come la Toscana, ma anche le contraddizioni sono necessarie”.
<strong>Il tuo ultimo libro è <em>Staino. Terapia dell'amore</em>, del 2011. Altre cose in arrivo?</strong>
“Sto preparando una mostra antologica a Forte dei Marmi per fine giugno, poi farò una mostra in Perù molto più grossa, con estratti delle mie opere dal 1979 a oggi. Forse la presenterà Umberto Eco dopo trent'anni dalla prima mostra di Livorno, trent'anni di Bobo! Come tutte le cose antologiche è a doppio taglio: un bel riconoscimento, ma anche il segnale del prepensionamento!”]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="720" height="480" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/04/Staino_2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Staino_2" /></p>Di Enrico Zoi
Con la sua matita <strong>Sergio Staino</strong> non si limita a disegnare indimenticabili personaggi, fratelli e sorelle della società italiana degli ultimi decenni. L'artista di Piancastagnaio delinea, commenta, rilancia, fa filosofia (di vita e non solo).
<strong>Con lui, inevitabile uno sguardo sul presente italiano: che ne pensa Bobo?</strong>
“La novità grossa è lo spappolamento del Pd. Si vedeva abbastanza chiaramente che era un'aggregazione con molte falle, tensioni e contraddizioni, anche dalla genericità della campagna elettorale di Bersani per paura di spaccature interne, una campagna senza posizioni precise, ma mai avrei immaginato che ci fossero <em>lobbies</em> così agguerrite l'una contro l'altra, nel voto su Prodi in particolare, con correnti disposte a mettere avanti gli interessi di corrente, nonostante la gravità della situazione”.
<strong>Chi ci salverà? Il volontariato? L'arte di arrangiarsi? Re Giorgio? Enrico Letta?</strong>
“Ho solo delle speranze, vie d'uscita non ci sono. Siamo ancora sotto choc. Che la situazione economica e sociale italiana sia drammatica e catastrofica lo sappiamo da tempo e uscirne è un bel problema. Da quando sono stato bruciato in modo così doloroso per i vari anni spesi da giovane nei marxisti-leninisti, le formazioni pure non mi attraggono. Bisogna uscirne cercando di aggregare quello che di onesto c'è nella sinistra e sicuramente anche nel Pd, ma non so come fare pulizia e su quale base si possa rigenerare. C'è poi il problema Italia, che è un problema Europa e Mondo. La crisi che stiamo attraversando non credo sia determinata da una situazione contingente, ma dal tipo di sviluppo capitalistico degli ultimi anni, con la predominanza del capitale finanziario che ha deteriorato ogni produzione umana, riducendola a merce. Si deve ripartire dalla nuova frontiera della sopravvivenza sul pianeta terra, cioè dall'ecologia, da un ambientalismo di sinistra che prediliga le fasce più deboli della popolazione e renda equilibrio al pianeta, e da un ripensamento del modo di sviluppo: che il Pil non sia l'unico punto di riferimento, insomma. Chi lo può fare? In Italia non lo vedo, in Francia ci sono iniziative più forti. Qui Sel si è fatta un po' portavoce di questi contenuti. Questa dovrebbe essere la strada, una strada fortemente minoritaria perché abbiamo un Centrodestra arroccato sulla Bce che tenta di salvare il salvabile correggendo le politiche bancarie, ma anche perché a sinistra nessuno dei dirigenti ha mai preso in considerazioni situazioni come Terra Madre di Carlo Petrini o Guido Viale, appoggiate sì, ma solo come elementi collaterali. Invece, oggi si deve passare proprio da lì, anche trasversalmente ai vari partiti, favorendo il ritorno all'agricoltura, un blocco dello sviluppo delle città, i mezzi pubblici anziché i privati. Per non distruggere l'ambiente: su questi temi bisogna lavorare e lavorerò”.
<strong>Domanda vecchia, ma risposta, oggi, forse più complessa o quanto meno articolata: la satira, che non è apolitica, è di destra o di sinistra? Forse di centro?</strong>
“La satira non ha una collocazione precisa, dipende dalle idee dell'autore. Io credo che non sia esclusiva di un'ideologia o di un'area politica precisa. La satira è un modo di mettere in ridicolo e stigmatizzare in modo divertente le ipocrisie politiche cui assistiamo, soprattutto quelle che vengono nascoste meglio. Ha strumenti più articolati dell'informazione pura e semplice, che deve essere più oggettiva: a noi è concessa la scorrettezza, la malizia, l'allusione, il deformare l'obbiettivo per smascherare un'ipocrisia nascosta, cosa che può essere fatta da tutti i punti di vista. Se usiamo la satira solo sugli avversari politici diventa propaganda, se la usiamo come intelligenza creativa va bene”.
<strong>Sergio Staino privato: il tuo libro, il tuo film, il tuo viaggio.</strong>
“Con i libri è un po' come con le canzoni: ci sono mesi in cui ti sembra che quel libro sia fondamentale, poi ne arriva un altro... così scelgo il primo libro della mia vita, il <em>Pinocchio</em> di Collodi, un testo che vaccina chi apre gli occhi sul mondo. Il film è <em>Monty Python - Il senso della vita</em>, una summa dal punto di vista satirico, che amo: tocca i temi dalla nascita alla morte, e non solo le dinamiche sociali, ma anche quelle individuali, e lo fa in modo divertente e con grandissima intelligenza, dissacrando tutti e insieme gettando semi di possibili modi di comprensione dell'esistenza. Mi piacerebbe che ogni ragazzo dei primi anni del liceo lo guardasse, in nome di quell'intelligenza anticonformista di cui c'è sempre bisogno in qualunque società, che, senza i fermenti anarchici e di visione diversa, diventa uno stato di polizia. Il viaggio è quello in Perù, il grande viaggio della mia vita: mia moglie viene da lì e ci sono stato moltissime volte. Il Perù ha determinato in me quella necessaria dialettica fra culture diverse che anche qui ci vuole, per non cadere nel provincialismo e per non pensare che il mondo finisca con il muro del tuo orto. Certo, le radici sono importantissime, in particolare per chi viene da una terra come la Toscana, ma anche le contraddizioni sono necessarie”.
<strong>Il tuo ultimo libro è <em>Staino. Terapia dell'amore</em>, del 2011. Altre cose in arrivo?</strong>
“Sto preparando una mostra antologica a Forte dei Marmi per fine giugno, poi farò una mostra in Perù molto più grossa, con estratti delle mie opere dal 1979 a oggi. Forse la presenterà Umberto Eco dopo trent'anni dalla prima mostra di Livorno, trent'anni di Bobo! Come tutte le cose antologiche è a doppio taglio: un bel riconoscimento, ma anche il segnale del prepensionamento!”<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/EsserciWeb/~4/XKygFXJ5vYc" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Lucca e i suoi libri in fiore</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Apr 2013 07:50:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>saryna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="fbconnect_head_share" style=""><fb:like layout="box_count" font="arial" href="http://www.esserciweb.it/eventi/lucca-e-i-suoi-libri-in-fiore/"></fb:like><br/><br/><g:plusone href="http://www.esserciweb.it/eventi/lucca-e-i-suoi-libri-in-fiore/" size="tall"></g:plusone><br/><br/><a href="http://twitter.com/share"  class="twitter-share-button" data-url="http://www.esserciweb.it/eventi/lucca-e-i-suoi-libri-in-fiore/" data-text="Lucca e i suoi libri in fiore" data-count="vertical" data-via="" data-lang="it"></a><br/><br/></div>
<p>In occasione del ponte del 25 aprile, Lucca da sempre si ricopre di fiori. Questo grazie alla vicinanza tra la Festa della Liberazione e la celebrazione di Santa Zita del 27 aprile, santa cara a Lucca e ai lucchesi, le cui spoglie riposano nella Basilica di San Frediano, nel cuore del centro storico. La leggenda narra che la giovane e povera Zita, domestica nella casa dei Fatinelli, fosse stata accusata – probabilmente per invidia da parte di un’altra domestica &#8211; di rubare il pane in casa per donarlo ai poveri. Un giorno, quando il padrone le chiese di mostrargli cosa tenesse nel grembiule i pani si trasformarono in fiori. Ecco perché in questi giorni Lucca si riempie di fiori, di ambulanti che li vendono nel tratto compreso tra la Basilica di San Frediano e la celeberrima piazza Anfiteatro.</p>
<p>Quest’anno, approfittando anche della Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’autore dello scorso 23 aprile, il Club Unesco Lucca ha organizzato una giornata ricca di eventi in cui i fiori si uniscono alla lettura: “Lucca, libri in fiore”. Oggi, domenica 28 aprile, reading, spettacoli, presentazioni e altri eventi culturali saranno ospitati nelle storiche casermette delle Mura urbane.</p>
<p>In particolare, a causa delle sue tematiche fortemente attuali e quotidiane, ha catturato la nostra attenzione l’incontro che si terrà alle ore 17.30 presso la casermetta di San Regolo: “Raccontare il lavoro… che non c’è”. Sembra quasi un paradosso. Ma è un paradosso che attrae. All’interno dell’incontro prenderà la parola, tra gli altri, la giovane attrice lucchese Guendalina Tambellini che presenterà il libro <em>Lavoricidi Italiani</em> (Miraggi Edizioni). Un romanzo cooperativo nato dalla volontà di Jonathan Arpetti e Paolo Nanni. Di questa esperienza Guendalina ci parla con entusiasmo e ci dice: “Ho conosciuto Jonathan Arpetti più o meno a metà del 2011. Mi ha chiesto di scrivere un racconto sulla crisi e su quello che essa comporta. <em>Lavoricidi Italiani</em> è un romanzo cooperativo, siamo in 20 autori &#8211; alcuni sono scrittori “di mestiere”, altri sono come me infiltrati &#8211; e ci siamo ispirati alla poetica dei film di Robert Altman. Io ho tirato giù un racconto dal titolo <em>Un pesce fuor d’acqua</em> che è la storia di Lucrezia e del suo gruppo di amici che non sono soltanto amici, ma condividono insieme un sogno. La loro passione, infatti, è sfondare nella musica; hanno un gruppo e tutto procede nella normalità e nella routine: fanno le serate, tirano la cinghia per arrivare a fine mese, lei è la compositrice del gruppo, essendo una ragazza che osserva molto la realtà che la circonda. Finché nel gruppo non si arriva ad un punto di rottura. E qui entra in gioco la crisi, quindi io non parlo di crisi in senso stretto, ma di ciò che la crisi ti porta a fare, ovvero quanto vale per te il tuo sogno? Fino a che punto sei disposto a sacrificarti nella tua vita per questo? E quanto la società aiuta a realizzare i propri sogni? Perché forse la società, invece, i sogni li ammazza proprio…”. Al’incontro interverrà anche l’autore Sandro Bartolini e modererà Beppe Calabretta. Sempre nella casermetta di San Regolo sarà esposta la mostra del pittore lucchese Michele Lovi.</p>
<p>Gli altri appuntamenti avranno invece un tono diverso, centrati su alcune tematiche e figure molto amate dai lucchesi. In più ci sarà un incontro dedicato ai bambini. Presso la casermetta S. Croce I’Istituto Storico della Resistenza presenterà l’ultimo numero della rivista “Documenti e Studi”; mentre presso il Castello Porta S. Maria il Lions Club Lucca Host organizza presentazioni di libri a tema musicale e della rivista Lucca Musica, a cui parteciperanno Francesco Cipriano, Sara Matteucci e Michele Bianchi. E infine il laboratorio di lettura per i più piccoli che si terrà nella casermetta di San Frediano. Sarà a cura dell’Associazione Amici delle Mura e avrà per titolo “Nel mondo delle fiabe”. Alle 16.30 altri due eventi, uno a cura dell’Associazione Lucchesi nel mondo; l’altro organizzato dall’Antica Zecca di Lucca. Il primo riguarderà la figura di Giacomo Puccini e i tesori della sua casa a Celle; il secondo avrà come protagonista la poesia.</p>
<p>È dunque una Lucca coraggiosa che parlerà ai lucchesi e non, quella che ci attende oggi. Una Lucca che si apre agli altri non solo nelle sue piazze e nelle sue strade, nelle sue mercanzie, ma anche nei luoghi che fin troppo spesso noi lucchesi siamo abituati a dare per scontati.</p>
<p><em>Articolo di Sara Missorini</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> <a href="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/04/Lucca-Libri-in-fiore.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-3384" alt="Lucca Libri in fiore" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/04/Lucca-Libri-in-fiore-212x300.jpg" width="212" height="300" /></a></em>
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		<title>Giuliano Lucarini, un mago delle percussioni. L’intervista.</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 06:12:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Iole</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img width="604" height="401" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/04/giuliano-lucarini-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="giuliano-lucarini-3" /></p>Personaggio eclettico e percussionista affermato, Giuliano Lucarini trae le sue suggestioni dai ritmi della musica africana, cubana e brasiliana. Dagli anni novanta ad oggi ha collaborato con gruppi e artisti italiani e internazionali, tra cui: Fiorella Mannoia, Max Romeo, Radici nel Cemento, Laurel Aitken, Horace Andy, Starkey Banton, Luciano, Charlie Anderson, Dennis AlCapone, Fermin Muguruza, Torpedo, Tribù Acustica. Tanti i festival che lo hanno ospitato in Italia, Francia, Spagna, Belgio, Paesi Baschi e Grecia. Mette a disposizione il suo talento anche all'insegnamento, è infatti docente di percussioni africane e brasiliane in diversi centri a Roma. L'abbiamo incontrato per voi, ecco cosa ci siamo detti.

<b>Ritmi sudamericani e stornello romanesco quanta distanza hanno?</b>

Tanto spazio li divide, ma la storia li ha uniti con la colonizzazione delle americhe. Il popolo del Sudamerica oggi fonde cultura europea, africana e indigena locale in una sintesi affascinante, basti pensare alle tante musiche che son nate i quei paesi. Lontane eppure così familiari…

<b>Le nostre radici musicali dove affondano e cosa potremmo fare per riappropriarci di una cultura musicale?</b>

Noi veniamo da chi c’era prima di noi e tanta gente è passata lasciando qualcosa. Così siamo riusciti a digerire nuovi saperi e ci siamo appropriati di nuovi stili musicali, di fatto li abbiamo fatti nostri. Solo quando mettiamo una barriera, un muro, un rifiuto a relazionarci con chi ci è accanto, ci ritroviamo sradicati dalla nostra cultura musicale. La musica è un animale vivo che deve nutrirsi ogni giorno dell’armonia della gente. Nella mia città ci sono persone provenienti da ogni parte del mondo. La mia musica allora, se vuole essere popolare, dovrà arrivare a radicarsi in questa metropoli. Per questo il sottotitolo del mio disco è “Musica popolare, di un popolo che non c’è ancora”.

<b>Hai collaborato con molti nomi noti della canzone italiana cosa hai lasciato a loro e cosa hai portato con te?</b>

Oltre alle tante esperienze formative, ho lasciato loro la mia allegria, la mia disponibilità, il mio stile. E ho fatto tesoro del loro, come un bel dono.

<b>Tu hai suonato in molti paesi stranieri come viene concepita e accolta la musica oltralpe?</b>

Spesso ci sono difficoltà comunicative, ogni paese ha un senso comune diverso, nulla è più dato per scontato. Per fortuna la musica (e i tamburi in particolar modo) riescono a creare subito uno spazio comune dove poter unire le nostre forze.

<b>Cosa contiene il tuo ultimo album “Dagli e dagli”?</b>

Quindici tracce di musica “afro-romana”: la mia originale sintesi di un lungo lavoro. Concepito al ritmo dei tamburi africani, come un feto si è sviluppato in Brasile, ha emesso il suo primo vagito a Roma ed è cresciuto forte e sano in sala di registrazione. Mi sono immaginato che la mia città fosse culturalmente viva come in certe città del Brasile, dove sono proprio le differenze a rafforzare l’identità del suo popolo. E ho giocato a registrare la musica che un tale popolo potrebbe avere.

<b>C'è bisogno di ritmo oggi?</b>

Sì: ritmo africano, tamburi potenti, qualcosa capace di svegliare i]]></description>
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<b>Ritmi sudamericani e stornello romanesco quanta distanza hanno?</b>

Tanto spazio li divide, ma la storia li ha uniti con la colonizzazione delle americhe. Il popolo del Sudamerica oggi fonde cultura europea, africana e indigena locale in una sintesi affascinante, basti pensare alle tante musiche che son nate i quei paesi. Lontane eppure così familiari…

<b>Le nostre radici musicali dove affondano e cosa potremmo fare per riappropriarci di una cultura musicale?</b>

Noi veniamo da chi c’era prima di noi e tanta gente è passata lasciando qualcosa. Così siamo riusciti a digerire nuovi saperi e ci siamo appropriati di nuovi stili musicali, di fatto li abbiamo fatti nostri. Solo quando mettiamo una barriera, un muro, un rifiuto a relazionarci con chi ci è accanto, ci ritroviamo sradicati dalla nostra cultura musicale. La musica è un animale vivo che deve nutrirsi ogni giorno dell’armonia della gente. Nella mia città ci sono persone provenienti da ogni parte del mondo. La mia musica allora, se vuole essere popolare, dovrà arrivare a radicarsi in questa metropoli. Per questo il sottotitolo del mio disco è “Musica popolare, di un popolo che non c’è ancora”.

<b>Hai collaborato con molti nomi noti della canzone italiana cosa hai lasciato a loro e cosa hai portato con te?</b>

Oltre alle tante esperienze formative, ho lasciato loro la mia allegria, la mia disponibilità, il mio stile. E ho fatto tesoro del loro, come un bel dono.

<b>Tu hai suonato in molti paesi stranieri come viene concepita e accolta la musica oltralpe?</b>

Spesso ci sono difficoltà comunicative, ogni paese ha un senso comune diverso, nulla è più dato per scontato. Per fortuna la musica (e i tamburi in particolar modo) riescono a creare subito uno spazio comune dove poter unire le nostre forze.

<b>Cosa contiene il tuo ultimo album “Dagli e dagli”?</b>

Quindici tracce di musica “afro-romana”: la mia originale sintesi di un lungo lavoro. Concepito al ritmo dei tamburi africani, come un feto si è sviluppato in Brasile, ha emesso il suo primo vagito a Roma ed è cresciuto forte e sano in sala di registrazione. Mi sono immaginato che la mia città fosse culturalmente viva come in certe città del Brasile, dove sono proprio le differenze a rafforzare l’identità del suo popolo. E ho giocato a registrare la musica che un tale popolo potrebbe avere.

<b>C'è bisogno di ritmo oggi?</b>

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		<title>Mario Spezi: l’intervista</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Apr 2013 03:51:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="1600" height="1200" src="http://www.esserciweb.it/wp-content/uploads/2013/04/Spezi.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Spezi" /></p>Di Enrico Zoi
Sempre piacevole la conversazione con <a href="http://www.facebook.com/mario.spezi?ref=ts&amp;fref=ts"><strong>Mario Spezi</strong></a>: voce calda, lessico puntuale, <em>location</em> in una piccola trattoria di Grassina, alle porte del <em>Chiantishire</em> versante fiorentino, la forza di chi, in libri e articoli su temi scottanti, molto ha raccontato e altrettanto ha da narrare in futuro. A marzo è uscito il suo ultimo libro, <a href="http://www.droemer-knaur.de/sixcms/detail.php?template=dkr_buch_detail&amp;id=7784864"><strong><em>Der Engel mit den Eisaugen (L’angelo con gli occhi di ghiaccio)</em></strong></a>, scritto con <a href="http://www.prestonchild.com/"><strong>Douglas Preston</strong></a>, e pubblicato da <a href="http://www.droemer-knaur.de/home"><strong>Droemer-Knaur</strong></a>. Il volume è dedicato a un caso recentemente tornato agli onori della cronaca, essendo la <strong>ricostruzione giornalistica della vicenda processuale di Amanda Knox e Raffaele Sollecito</strong>.
<strong>È uscito in Germania: perché non in Italia? Verità scomode?</strong>
“Mi aspettavo che il libro non sarebbe uscito in Italia. Basti pensare che nessun editore nostrano ha voluto il libro di Raffaele Sollecito né quello di Amanda Knox. Anche se, a dire il vero, recentemente c’è stato un interesse di Fazi per il mio libro. Vedremo. Verità scomode? Certo: quelle che sono uscite dal processo di appello. Interrogatori senza avvocati e non legali; prove scientifiche completamente falsate; testimoni impresentabili”.
<strong>Come vedi gli ultimi sviluppi proprio del caso Knox/Sollecito?</strong>
“Non so rispondere. La sentenza della Cassazione mi ha molto sorpreso. Bisogna aspettare le motivazioni per capirci qualcosa. In appello l’innocenza di Amanda e di Raffaele era stata dimostrata in maniera ineccepibile. O, per lo meno, era stato dimostrato che non esistono prove per ritenerli colpevoli”.
<strong>Omicidio Narducci sul Trasimeno collegato al caso del Mostro di Firenze nel 1985, omicidio Meredith (Knox/Sollecito) a Perugia, omicidio di Alessandro Polizzi accanto alla fidanzata Julia poche settimane fa a Perugia. Un profano potrebbe commentare: ma accade tutto a Perugia e dintorni? Perché? C'entra forse qualcosa l'incredibile quadro della basilica di San Pietro in cui un insieme di uomini di Chiesa concorre a delineare una gigantesca figura demoniaca?</strong>
“Perugia ha storicamente un grosso problema: essere al centro dell’Italia con le strade di comunicazione, poi le ferrovie, poi le autostrade, che per secoli le sono passate da una parte e dall’altra (anche abbastanza lontano). E così passavano le cose, le persone e le idee. Ci sarà pure un motivo perché Perugia è l’unica città in controtendenza (in aumento, cioè) del consumo della droga, anche rispetto a metropoli come Roma e Milano e, allo stesso tempo, è la città con il maggior numero di sedi massoniche o simili”.
Aggiornamenti sulla più volte annunciata versione cinematografica americana del tuo libro Dolci colline di sangue? George Clooney ce la farà?
“C’è una buona sceneggiatura sulla quale, però, proprio Clooney è, almeno in parte, scettico. Il progetto è vivo e mi auguro che si arrivi alla realizzazione”.
Prossimamente Mario Spezi?
“La mia prossima uscita è negli Usa: l’editore americano ha deciso di ripubblicare The Monster of Florence, dopo averci fatto aggiungere un nuovo capitolo sui 'sorprendenti collegamenti' con il caso Knox-Sollecito. All’editore italiano non interessa…”
Che dire? No comment?]]></description>
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Sempre piacevole la conversazione con <a href="http://www.facebook.com/mario.spezi?ref=ts&amp;fref=ts"><strong>Mario Spezi</strong></a>: voce calda, lessico puntuale, <em>location</em> in una piccola trattoria di Grassina, alle porte del <em>Chiantishire</em> versante fiorentino, la forza di chi, in libri e articoli su temi scottanti, molto ha raccontato e altrettanto ha da narrare in futuro. A marzo è uscito il suo ultimo libro, <a href="http://www.droemer-knaur.de/sixcms/detail.php?template=dkr_buch_detail&amp;id=7784864"><strong><em>Der Engel mit den Eisaugen (L’angelo con gli occhi di ghiaccio)</em></strong></a>, scritto con <a href="http://www.prestonchild.com/"><strong>Douglas Preston</strong></a>, e pubblicato da <a href="http://www.droemer-knaur.de/home"><strong>Droemer-Knaur</strong></a>. Il volume è dedicato a un caso recentemente tornato agli onori della cronaca, essendo la <strong>ricostruzione giornalistica della vicenda processuale di Amanda Knox e Raffaele Sollecito</strong>.
<strong>È uscito in Germania: perché non in Italia? Verità scomode?</strong>
“Mi aspettavo che il libro non sarebbe uscito in Italia. Basti pensare che nessun editore nostrano ha voluto il libro di Raffaele Sollecito né quello di Amanda Knox. Anche se, a dire il vero, recentemente c’è stato un interesse di Fazi per il mio libro. Vedremo. Verità scomode? Certo: quelle che sono uscite dal processo di appello. Interrogatori senza avvocati e non legali; prove scientifiche completamente falsate; testimoni impresentabili”.
<strong>Come vedi gli ultimi sviluppi proprio del caso Knox/Sollecito?</strong>
“Non so rispondere. La sentenza della Cassazione mi ha molto sorpreso. Bisogna aspettare le motivazioni per capirci qualcosa. In appello l’innocenza di Amanda e di Raffaele era stata dimostrata in maniera ineccepibile. O, per lo meno, era stato dimostrato che non esistono prove per ritenerli colpevoli”.
<strong>Omicidio Narducci sul Trasimeno collegato al caso del Mostro di Firenze nel 1985, omicidio Meredith (Knox/Sollecito) a Perugia, omicidio di Alessandro Polizzi accanto alla fidanzata Julia poche settimane fa a Perugia. Un profano potrebbe commentare: ma accade tutto a Perugia e dintorni? Perché? C'entra forse qualcosa l'incredibile quadro della basilica di San Pietro in cui un insieme di uomini di Chiesa concorre a delineare una gigantesca figura demoniaca?</strong>
“Perugia ha storicamente un grosso problema: essere al centro dell’Italia con le strade di comunicazione, poi le ferrovie, poi le autostrade, che per secoli le sono passate da una parte e dall’altra (anche abbastanza lontano). E così passavano le cose, le persone e le idee. Ci sarà pure un motivo perché Perugia è l’unica città in controtendenza (in aumento, cioè) del consumo della droga, anche rispetto a metropoli come Roma e Milano e, allo stesso tempo, è la città con il maggior numero di sedi massoniche o simili”.
Aggiornamenti sulla più volte annunciata versione cinematografica americana del tuo libro Dolci colline di sangue? George Clooney ce la farà?
“C’è una buona sceneggiatura sulla quale, però, proprio Clooney è, almeno in parte, scettico. Il progetto è vivo e mi auguro che si arrivi alla realizzazione”.
Prossimamente Mario Spezi?
“La mia prossima uscita è negli Usa: l’editore americano ha deciso di ripubblicare The Monster of Florence, dopo averci fatto aggiungere un nuovo capitolo sui 'sorprendenti collegamenti' con il caso Knox-Sollecito. All’editore italiano non interessa…”
Che dire? No comment?<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/EsserciWeb/~4/6aagcMG5DQI" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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