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	<title>Ferri Vecchi</title>
	
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		<title>Guerra, Bugie &amp; TV</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 20:53:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="300" height="182" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/al-dura-300x182.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="al dura" title="al dura" /></p>E&#8217; stata l&#8217;icona della seconda Intifada. E resta ancora oggi una delle immagini più emblematiche (e drammatiche) della resistenza palestinese contro l&#8217;occupazione israeliana. Ma col passare degli anni è diventato un caso politico e giudiziario, un vero e proprio affaire, almeno in Francia, visto che ben 6 sono stati i procedimenti aperti davanti ai tribunali di Parigi, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="300" height="182" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/al-dura-300x182.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="al dura" title="al dura" /></p><p>E&#8217; stata l&#8217;icona della seconda<strong> Intifada.</strong> E resta ancora oggi una delle immagini più emblematiche (e drammatiche) della resistenza palestinese contro l&#8217;occupazione israeliana. Ma col passare degli anni è diventato un caso politico e giudiziario, un vero e proprio <a href="https://fr.wikipedia.org/wiki/Affaire_Mohammed_al-Durah" target="_blank">affaire</a>, almeno in <strong>Francia</strong>, visto che ben <strong>6</strong> sono stati i procedimenti aperti davanti ai tribunali<strong> di Parigi</strong>, di cui <strong>4</strong> sono giunti alla Corte d&#8217;appello e <strong>3</strong> in Cassazione. Insomma, non era mai successo che su un servizio televisivo ci si scannasse così tanto. Ma c&#8217;è un proverbio che dice: <em>&#8220;Diffama, diffama: qualcosa resterà&#8221;</em>. Ed è su questo che fa leva la <strong>macchina del fango</strong> messa in moto attraverso i media. In <strong>Italia</strong> e non solo.</p>
<p>Partiamo dai fatti. Il <strong>30 settembre</strong> del <strong>2000</strong> - vale a dire il giorno dopo la famosa passeggiata di <strong>Ariel Sharon</strong> sulla <strong>Spianata delle Moschee</strong> - scoppiano violenti scontri fra esercito israeliano e dimostranti palestinesi all&#8217;incrocio di <strong>Neztarim</strong>, nella striscia di <strong>Gaza. </strong>Fra gli altri è&#8217; presente anche il cameraman di <strong>France 2, Talal Abu Rahma, </strong>il quale riesce a filmare la tragica morte in diretta di un bambino,<strong> Mohammed al Dura, </strong>crivellato di colpi nonostante i disperati tentativi di salvarlo da parte del padre, che prova a proteggerlo con il suo corpo . Le immagini fanno subito  il giro del mondo, suscitando ovunque indignazione. E&#8217; una sequenza d&#8217;altronde che dura quasi un minuto e che fa rabbrividire. Tant&#8217;è che <strong>Tsahal</strong>, l&#8217;esercito israeliano, a caldo  non può che chieder scusa, pur accusando i palestinesi della responsabilità degli scontri.<a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/al-dura-3.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3261" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/al-dura-3.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a></p>
<p>Col passare dei giorni e dei mesi, però, il quadro cambia. I palestinesi fanno infatti dell&#8217;immagine di<strong> Mohammed al Dura</strong> l&#8217;icona della loro seconda<strong> Intifada, </strong>con tanto di poster ed altri veicoli di propaganda, secondo lo schema classico &#8220;<strong>Davide contro Golia</strong>&#8220;. E gli israeliani, nel tentativo di evitarne i contraccolpi negativi, decidono di fare marcia indietro e di negare ogni responsabilità nella morte del palestinese. Li aiuta un particolare:, nel reportage di <strong>France  2</strong> manca la &#8220;<em>smoking gun</em>&#8220;: non c&#8217;è la prova filmata, cioè, che ad uccidere il piccolo <strong>Mohammed</strong> siano stati i colpi provenienti dalla postazione israeliana. Ed anche se il contesto in cui si è svolta la sparatoria è assai eloquente &#8211; si veda il<a href="http://www.youtube.com/watch?v=x7lKsNPhXKw" target="_blank"> filmato</a> &#8211;  ai falchi israeliani basta questo piccolo spiraglio per cavalcare il dubbio.</p>
<p>Tutto il resto è guerra mediatica. Una guerra senza esclusione di colpi, che va avanti da 13 anni e che forse non finirà mai. Anche perché, si sa, al giorno d&#8217;oggi la guerra mediatica è più importante della guerra vera, quella che si combatte sul campo di battaglia; ed è ormai la guerra mediatica a decidere da che parte sta l&#8217;opinione pubblica internazionale, attraverso cui provare a vincere la guerra vera. E&#8217; successo perciò, non a caso, che i gruppi sionisti più agguerriti hanno dichiarato guerra al reportage di <strong>France 2</strong>, arrivando ad accusarlo di essere una volgare &#8220;<em>messa in scena</em>&#8220;. Ed hanno anche provato a far passare l&#8217;idea che esista in <strong>Palestina</strong> una  vera e propria &#8220;<em>fabbrica del falso</em>&#8220;, una sorta di <em><strong>Pallywood </strong></em><strong>-</strong> in stile <strong>Hollywood</strong>, o <strong>Bollywood</strong> &#8211;  creata apposta per condizionare la percezione di quel conflitto da parte dell&#8217;opinione pubblica internazionale a colpi di <em>&#8220;falsi mediatici</em>&#8220;, carichi di &#8220;<strong>effetti speciali</strong>&#8220;. L&#8217;ennesima variante della cosiddetta &#8220;<em>teoria del complotto</em>&#8220;, stavolta in salsa sionista, che ha al giorno d&#8217;oggi tanti fan.</p>
<p>Un&#8217;assurdità, come dimostra l&#8217;inchiesta che ho realizzato per &#8220;<strong>La Storia siamo noi&#8221;</strong> - la si può vedere qui- dopo aver fatto a lungo la spola tra <strong>Parigi</strong>, <strong>Gaza, Tel Aviv e</strong> e <strong>Gerusalemme.</strong> E&#8217; vero infatti che nel filmato di <strong>France 2</strong> non si vede nessun soldato israeliano che spara al piccolo <strong>Mohammed</strong>. Ma pretenderlo, in un reportage <em>&#8220;in presa diretta&#8221;</em>, è pura follia. Quello che conta è il contesto, inequivocabile &#8211; come dimostra peraltro la foto satellitare qui a sinistra. Ma la follia di dubitare, indipendentemente dall&#8217;autorevolezza delle fonti, è una follia che si è propagata assieme alla<strong> Rete, </strong>che è diventata una prassi quotidiana  e che riassumo nel motto &#8220;<em><strong>chiunque può dire la sua e tutti sono criticabili</strong></em>&#8220;. Al punto che si può impunemente invertire la logica di ogni processo che si rispetti: sta infatti a me giornalista dimostrare che quello che ho filmato è vero e non a te che mi critichi dimostrare che si tratta di un falso. Francamente, non è accettabile. Tanto più nel caso in esame.  <a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/al-dura-2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3262" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/al-dura-2.jpg" alt="" width="270" height="184" /></a></p>
<p>L&#8217;autore delle immagini di <strong>France 2</strong> è infatti un cameraman più che stimato, che lavora per le più importanti testate internazionali. E il giornalista che ha firmato il servizio è <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Charles_Enderlin" target="_blank">Charles Enderlin</a></strong>, uno dei migliori corrispondenti da <strong>Gerusalemme. </strong>Cosa&#8217;altro si può e si deve chiedere al filmato di <strong>France 2</strong> per suggellarne la veridicità? Che manca la <em>zoomata</em> sul ventre squarciato del piccolo <strong>Mohammed al Dura</strong>?  Che non c&#8217;è il primo piano del soldato israeliano che ha sparato? Che il cameraman non ha seguito con l&#8217;obiettivo la traiettoria del suo tira?  Stronzate, quello di <strong>France 2</strong> era un reportage, non una fiction. E i reportage non devono essere giudicato con lo stesso metro, perché non possono certo seguire il principio di causa ed effetto.</p>
<p>E&#8217; però questo il principio che applicano i maestri della disinformazione e della manipolazione mediatica. Attenti perciò a non cadere nelle loro trappole.</p>
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		<title>La descrizione di un attimo</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 18:07:35 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="300" height="182" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/siria-1-300x182.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="siria 1" title="siria 1" /></p><p>Eccola. Alla fine <strong>Ali</strong>, risolti i suoi problemi, è riuscito a spedirmela. E&#8217; la nostra prima foto dopo la liberazione, il <strong>13 aprile</strong>, più o meno all&#8217;ora di pranzo: ci siamo tutti e quattro, stretti l&#8217;uno all&#8217;altro e finalmente rilassati. Io meno di tutti, forse, come si capisce dalla mia fronte corrucciata. Ma è solo per via della luce, magnifica ma accecante, quasi insopportabile dopo undici giorni passati al buio. In realtà l&#8217;ho adorata, quella luce, così come ho amato i colori vividi di quel paesaggio di montagna, al confine fra <strong>Siria</strong> e <strong>Turchia</strong>, così diversi dai toni spenti, lugubri, dei luoghi della nostra prigionia, dove tutto parlava di morte e la vita sembrava sospesa.</p>
<p><em>&#8220;Com&#8217;è possibile &#8211; </em>ci chiedevamo in quei giorni<em> passati con loro- che questi ragazzi passino le loro giornate a oliare i loro kalashnikov senza mai sentire il bisogno di stendersi al sole, oppure di ridere e scherzare come la loro età vorrebbe?&#8221;</em>. Non erano così i giovani <em><strong>shebab</strong></em> dell&#8217;<strong>Esercito Siriano Libero</strong> con cui avevamo condiviso le nostre giornate ad <strong>Aleppo,</strong> ad ottobre, nel viaggio precedente: erano carichi di lutti, con storie terribili alle spalle, ma assieme alla voglia di lottare contro il regime che li opprime da quarant&#8217;anni avevamo mantenuta intatta, tutti, la voglia di vivere. Con loro si scherzava, si rideva, ci si abbracciava, ci si scambiava confidenze. Tutt&#8217;altra pasta questi di <strong>Jabhat al Nusra. </strong>Sempre seri, diffidenti, carichi di troppa fede e di troppa ideologia, sempre a parlare di<em><strong> jihad</strong></em> e di <em><strong>martirio</strong></em> come se fosse questo l&#8217;unico orizzonte concesso alla loro giovane vita.  <a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/siria.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-3254" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/siria-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Ma torniamo a queste due foto. Ho esitato un po&#8217; a pubblicarle, perché le ritengo intime. Me le sono guardate più volte, ne ho scrutato tutti i segni,per provare a capire qualcosa in più di quei momenti, carichi com&#8217;è ovvio di tante, troppe emozioni. Poi ho ceduto, ma solo perché la nostra storia è stata di dominio pubblico. E queste foto sono una sorta di documento visivo. Almeno per ciò che dicono. Quello che non dicono è giusto che noi quattro ce lo teniamo per noi, dentro di noi.</p>
<p>P.S. Ah, dimenticavo. Quello che sfoggia gli occhiali alla <strong>Blues Brothers</strong> ovviamente è <strong>Ali</strong>. E la foto è di<strong> Elio,</strong> l&#8217;unica che gli sia rimasta, di questo viaggio.</p>
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		<title>Fate largo all’avanguardia</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 20:17:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="300" height="182" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/ibo-1-300x182.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="ibo 1" title="ibo 1" /></p>Autore: ANDREA RUGGERI      (Sì, sempre lui, il solito. Ma purtroppo è un mio amico&#8230;) (Come direbbe Repubblica: Riceviamo e volentieri pubblichiamo): &#8220;Grazie per l’ospitalità, dunque quel che segue è qui dentro forse fuori posto, qui si parla di inviati malpagati e guerre sporche, ong tonte e giornalismo fetuso, popoli oppressi e oppressori resistenti fino alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="300" height="182" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/ibo-1-300x182.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="ibo 1" title="ibo 1" /></p><p>Autore: <strong>ANDREA RUGGERI     </strong> (<strong>Sì, sempre lui, il solito. Ma purtroppo è un mio amico&#8230;</strong>)</p>
<p>(Come direbbe <strong>Repubblica</strong>: Riceviamo e volentieri pubblichiamo):</p>
<p><em>&#8220;Grazie per l’ospitalità, dunque quel che segue è qui dentro forse fuori posto, qui si parla di inviati malpagati e guerre sporche, ong tonte e giornalismo fetuso, popoli oppressi e oppressori</em><br />
<em>resistenti fino alla prossima guerra termonucleare. C’è da sbizzarrirsi. </em></p>
<p><em>Io, tanto per alleggerire lo spasmo, non vorrei parlarvi di ennesimi drammi ma di drammaturgie spicciole. Dopo queste ultime avventure siriane ci siamo accorti che nella nostra città abbiamo comunque dei doveri riguardo al pregiato materiale umano da noi manufatto con precisione. Dovete sapere che la nostra città fabbrica avanguardie dalla notte dei tempi, e abbiamo delle responsabilità nell’aver generato dei mostri come Ricucci. Lui non è il solo, ne abbiamo prodotti a frotte e non per forza giornalisti, diciamo un po’ di tutto, come si conviene a chi si diletta a riprodurre eterogeneo materiale umano più o meno eroico. Comunque la storia inizia così: c’è una città dove essere all’avanguardia è sempre stata</em><br />
<em>un’ossessione per la cittadinanza, un’attività comune e artigiana, persino nei bambini veniva un tempo incoraggiato il senso della prima linea, bisognava essere tutti punte, e le rotondità venivano considerate falle nel dna autoctono. In questa città l’avanguardia si è riprodotta in totale assenza di aiuti esterni, anzi era dall’esterno che ci si precipitava per imparare qui a diventare avanguardia, non senza qualche caso di sovraffollamento (vedi Ricucci).                              </em></p>
<p><em>Questa città per lungo tempo ha irradiato un fulgido modello di sé, granitico e insieme amorevole, compatto e caleidoscopico, in sintesi: il meglio in una civis che trasforma tutti in avanguardia anche se non ci capisce niente di nessuno. Del resto il segreto di una città d’avanguardia è l’inconsapevolezza del suo ruolo naturale. Il link a fondo pagina vuole dimostrarvelo e insieme mostrarvi la tenuta strenua e</em><br />
<em>insieme la resa della città che era d’avanguardia. Resa della città non intesa come risultato ma come disfatta, questo è in fondo il motivo per cui Ricucci è stato da noi rispedito a Roma e non richiamato come una Toyota con la centralina in tilt. Ricucci ci è venuto bene, è lui che non ci vuole più bene, ma questo lo capiamo, è una calabrese testardo che si alimenta con il napalm, non possiamo far molto per la sua zucca e ancor meno</em><br />
<em>per la sua dieta. Ma nulla impedisce di strumentalizzarlo nel link che narra dell’avanguardia in rotta e tutta disfatta. Vi troverete poche e chiare cose su Ricucci.</em></p>
<p><em>Voi che vi siete strappate le vesti perché ve lo hanno rapito, (che poi è tutta una balla perché abbiamo organizzato tutto noi della città d’avanguardia al solo scopo di alzargli il prezzo sul mercato) , ora dovete custodircelo come un prototipo stealth. Ricucci è stato l’ultimo escamotage prima di disfarci e arrenderci, se vi piace, estinguerci. Perché fare un Ricucci costa più di quanto rende, e noi siamo rimasti senza uno straccio di mercato. E’ la crisi ragazzi.</em></p>
<p><em>Sì, ci siamo arresi, inizia tutto da qui, non se ne poteva più, mica si può far finta di niente, c’è stanchezza. Insomma è una gran fatica fabbricare avanguardia, non importa se umanistica o meccanica o giornalistica o musicale, dopo un po’ di anni ci si sfianca, vengono meno le motivazioni, ci vuole tempo da investire e anche l’età dopo un po’ ha il suo peso, non è, come avrete intuito, puro taylorismo. Dunque, come ultima</em><br />
<em>spiaggia, si è deciso di fare una specie di demo, forse una brochurina, meglio un album: abbiamo estratto a sorte sedici avanguardisti da noi prodotti (tra cui il pregiato Ricucci), essi coprono tre generazioni di cittadini strettamente in linea coi tempi, poi abbiamo chiesto loro perché vogliono tornare alla più normale normalità, abbandonando le posizioni acuminate e le trasgressioni che avevano reso vivace la nostra città. Qui c’è stato un intoppo, ma quel che conta è che siamo in piena testimonianza, è chiaro,</em><br />
<em>bisogna lasciare un segno alle generazioni future, semmai si prendessero la briga di ravvivare la tradizione avanguardista. E’ toccato a me fare il riassuntino, ma poteva essere qualcun altro. Ecco come ho proceduto: prima di tutto ho fotografato i sedici uno ad uno in sfondi diversi, che potrebbero essere di qualunque città europea . Ciascuno di loro ha deciso di portare con se un trofeo o un’altra immagine significativa, questo per essere meno soli davanti all’obiettivo e anche per avere un alibi con gli altri avanguardisti invidiosi in quanto non sorteggiati. Poi ho chiesto a ciascuno di loro di guardare la foto e di scriverci di fianco una breve storia personale, non importa se attendibile, inventata, tanto nessuno in questa città è in grado di distinguere il vero dal falso, e qui sono iniziati i problemi. L’avanguardia si</em><br />
<em>dimostra per quello che è, una banda di sfrenati individualisti che si litiga per un avvenimento o una performance, per aver fatto quello o quell’altro, attribuendosi di volta in volta il merito del collega e viceversa. Dinnanzi a questo fuoco incrociato di credits ho preso una decisione che ha messo d’accordo tutti e sedici: il fotografo avrebbe anche preso carta e penna e scritto per ciascuno la biografia che più gli pareva consona. Quello che ne è venuto fuori è un album, e come tutti gli album ha le figure e le parole,</em><br />
<em>ciascuno ha letto la storia che gli ho attribuito, ha storto il naso e poi ha detto più o meno cose riassumibili in “il contesto c’è ma tutto fuori di testa”  (Ricucci ha detto altre porcherie). Comunque li ho presi per complimenti. La storia s’intitola La rivoluzione è finita, abbiamo vinto. E’ l’album dell’avanguardia che, esaurito il suo compito, è evaporata al cielo senza dar vita nemmeno a una nuvoletta. Estinta. Non fatevi idee strane, è solo un album con Ricucci dentro. &#8220;</em></p>
<p><strong><em> </em></strong><a href="http://www.therevolutionisover.com">www.therevolutionisover.com</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Mangiare a sbafo</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 17:02:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="300" height="182" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/poldo-sbaffini-300x182.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="poldo-sbaffini" title="poldo-sbaffini" /></p>Non so voi ma io mi annoio da morire sia ai Cocktail di Apertura che ai Gran Gala di chiusura delle cerimonie ufficiali cui mi tocca assistere. Li trovo inutili e noiosi, fatti apposta per chi va a caccia di numeri di telefono oppure di di un letto in cui transitare pur di far carriera. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="300" height="182" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/poldo-sbaffini-300x182.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="poldo-sbaffini" title="poldo-sbaffini" /></p><p>Non so voi ma io mi annoio da morire sia ai <strong>C</strong>ocktail di <strong>A</strong>pertura che ai <strong>G</strong>ran<strong> G</strong>ala di chiusura delle cerimonie ufficiali cui mi tocca assistere. Li trovo inutili e noiosi, fatti apposta per chi va a caccia di numeri di telefono oppure di di un letto in cui transitare pur di far carriera. Per fortuna, da un po&#8217; di tempo a questa parte ho trovato un antidoto. E devo dire che funziona.</p>
<p>Che faccio? Niente, mi metto di punta e cerco di scovare gli &#8220;<em><strong>imbucati&#8221;,</strong></em> che ci sono sempre, a tutti i cocktail. Me l&#8217;ha fatto notare una volta un mio amico assessore, a <strong>Bologna</strong>, indicandomi due signore distinte che passavano le giornate infilandosi, senza mai essere invitate, in tutte le conferenze-stampa e le cerimonie che prevedessero un qualche tipo di &#8220;<em>rinfresco</em>&#8220;. Mangiavano a sbafo, quelle due, quasi sempre a pranzo, spesso anche a cena, e sapevano farlo con tatto ed eleganza. Tant&#8217;è che nessuno le cacciava via, mai, anche se la loro presenza non passava sempre inosservata.</p>
<p>L&#8217;altra sera a<strong> Istanbul</strong>, al <strong>G</strong>ala di chiusura di un festival del documentario, ho scovato un gruppo di signore imbucate che sembravano organizzate come una macchina da guerra. Non solo si erano sparse per la sala, infatti, con l&#8217;obiettivo di intercettare il più rapidamente possibile le hostess che si aggiravano fra gli invitati, più di 200, con i vassoi carichi di cibo; ma una volta intercettata la preda non la mollavano finché non arrivavano le altre del gruppo, prontamente avvertite, con un nemmeno tanto discreto passa parola . Sono così sparite nelle fauci di queste gentili signore, tutte ben vestite, le migliori specialità della cucina turca, che né io né altri abbiamo avuto il piacere di assaggiare.                                                                                                           <a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/poldo.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3241" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/poldo.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a></p>
<p>Morale della favola: se proprio non potete farne a meno e ai cocktail dovete andarci, beh, salite sul treno giusto, il più divertente, che è sempre quello degli <em>imbucati</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Carissimi ragazzi…</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 17:50:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="300" height="225" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/601925_496598337061832_1680646463_n-1-300x225.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="601925_496598337061832_1680646463_n (1)" title="601925_496598337061832_1680646463_n (1)" /></p>Fra i tanti messaggi ricevuti in seguito alla mia ultima, brutta avventura siriana ce n&#8217;è uno che mi ha particolarmente commosso e che voglio pubblicare. Viene da un gruppo di bambini di San Vito dei Normanni e l&#8217;ho ricevuto solo da qualche giorno, perché immagino si fosse perso nei meandri degli uffici RAI. Più che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="300" height="225" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/601925_496598337061832_1680646463_n-1-300x225.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="601925_496598337061832_1680646463_n (1)" title="601925_496598337061832_1680646463_n (1)" /></p><p>Fra i tanti messaggi ricevuti in seguito alla mia ultima, brutta avventura siriana ce n&#8217;è uno che mi ha particolarmente commosso e che voglio pubblicare. Viene da un gruppo di bambini di <strong>San Vito dei Normanni</strong> e l&#8217;ho ricevuto solo da qualche giorno, perché immagino si fosse perso nei meandri degli uffici <strong>RAI</strong>. Più che un messaggio è&#8217; una vera e propria lettera, scritta col cuore ma senza  retorica, da cronisti oserei dire, oltre che ottimi discepoli dell&#8217;uomo straordinario di cui la loro scuola porta il nome. Ci tengo a ringraziarli, dalle pagine di questo blog, con la speranza di poterli prima o poi incontrare. Questa la lettera:</p>
<p><em>&#8220;Caro Amedeo, ci prendiamo un po&#8217; di confidenza chiamandoti per nome perché ti sentiamo uno di noi. Siamo gli alunni delle classi 5° A e 5° B della scuola primaria &#8220;Don Lorenzo Milani&#8221; di San Vito dei Normanni, un paese in provincia di Brindisi. Giorni fa la nostra maestra di matematica, Maria Musa, ci ha informato che una troupe televisiva era stata sequestrata nel Nord della Siria e che a guidarla era un giornalista, Amedeo Ricucci, collega e amico di suo figlio Gianluigi.</em></p>
<p><em>Questa notizia ci ha molto colpito e nello stesso tempo incuriosito. Siamo andati subito nel laboratorio di informatica e abbiamo cercato informazioni si internet. Ci è sembrato davvero interessante il progetto per il quale eravate in quella zona:era la prima volta che sentivamo parlare di giornalismo partecipativo: Abbiamo invidiato i ragazzi della scuola di San Lazzaro che hanno potuto, anche solo per pochi giorni, interagire con voi indicando storie da raccontare e filmati da realizzare.</em></p>
<p><em>Nei giorni del vostro sequestro abbiamo letto e commentato notizie riguardanti le atrocità subite in quei luoghi da molti nostri coetanei: Per noi che seguivamo la vostra vicenda non sono stati giorni sereni. Cercavamo notizie da ogni parte ma non trovavamo nulla. A scuola, nella nostra preghiera mattutina, c&#8217;era sempre un pensiero per voi e un&#8217;unica speranza: la vostra liberazione. Finché finalmente sabato la buona notizia:&#8221;I quattro giornalisti italiani fermati in Siria dagli islamisti sono stati liberati.&#8221;</em></p>
<p><em>Siamo arrivati a scuola tutti contenti per questo grande evento. Vi abbiamo ammirato per il coraggio di raccontare al mondo ciò che avviene in tutti i luoghi devastati dalla guerra e speriamo che continuiate a raccontare sempre nuove storie. Certamente non dimenticherete questa lunga settimana ma vi auguriamo che l&#8217;esperienza vissuta rimanga solo un brutto sogno:</em></p>
<p><em>In attesa di tue notizie, ti salutiamo affettuosamente.</em></p>
<p><em>                                                                                                                           Alunni 5° A e 5° B </em></p>
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		<title>Fiocco giallo</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 14:38:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="120" height="255" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/484447_10201024045793810_1155938953_n.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="484447_10201024045793810_1155938953_n" title="484447_10201024045793810_1155938953_n" /></p>&#8220;Mangiapane a tradimento&#8221;. Così vennero etichettati i primi giornalisti ammessi su un campo di battaglia. Erano i tempi della guerra in Crimea, 1853, e &#8216;idea di avere improvvisamente fra i piedi dei testimoni scomodi, poco sensibili se non allergici alla propaganda militarista e nazionalista con cui da secoli era stata raccontata la guerra, provocò a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="120" height="255" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/484447_10201024045793810_1155938953_n.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="484447_10201024045793810_1155938953_n" title="484447_10201024045793810_1155938953_n" /></p><p><em>&#8220;Mangiapane a tradimento&#8221;</em>. Così vennero etichettati i primi giornalisti ammessi su un campo di battaglia. Erano i tempi della guerra in Crimea, 1853, e &#8216;idea di avere improvvisamente fra i piedi dei testimoni scomodi, poco sensibili se non allergici alla propaganda militarista e nazionalista con cui da secoli era stata raccontata la guerra, provocò a molti generali un attacco di bile. A ragione. Perché da allora, grazie alle cronache dal fronte dei giornalisti, la guerra venne svelata in tutto il suo orrore, un orrore che di edificante aveva ben poco e anzi si faceva beffe della retorica di cui trasudavano i comunicati-stampa degli stati maggiori. Poi ci sì è fatta l&#8217;abitudine, alla presenza dei giornalisti, ed anche i belligeranti hanno trovato il modo per trarne vantaggio. Perché così si parlava di guerre che altrimenti sarebbero state dimenticate o che non avrebbe mai avuto un posto nell&#8217;agenda della politica. Ho avuto modo di constatare di persona quanto gli afghani sano grati ad <strong>Ettore Mo</strong> per la copertura da lui fatta negli anni &#8217;80 della guerra santa contro i sovietici: lo rispettano e gli sono riconoscenti, il che è una piccola ma significativa riconoscenza per i sacrifici che <strong>Ettore</strong> ha fatto, senza mai risparmiarsi, per stare sempre nel cuore degli avvenimenti. Oggi, invece, nel <strong>2013</strong>, nell&#8217;era della <strong>Rete, </strong>dei social network e delle tecnologie digitali, questo modo di fare giornalismo è sempre più rischioso. Perché i belligeranti, in ogni angolo del pianeta, sono in grado di scattare foto da sé, di produrre video e di scrivere articoli con cui arrivare in fretta e direttamente al grande pubblico. E dunque hanno sempre meno bisogno di noi giornalisti, che anzi torniamo ad essere testimoni scomodi, in grado di demistificare la loro propaganda. Penso che dipenda anche da questo il tributo di sangue sempre più alto pagato dalla categoria negli ultimi anni. Ed anche da questo dipende il deterioramento delle condizioni di sicurezza in cui ci si trova a lavorare.                                                                                                    <a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/domenico.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3231" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/05/domenico.jpg" alt="" width="240" height="115" /></a> I numeri diffusi oggi in occasione della <strong>Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa e la &gt;Sicurezza dei Giornalisti</strong> parlano da soli. E sono significativi di un trend su cui occorre agire, per imporre un&#8217;inversione di marcia. Con la consapevolezza che la libertà di stampa è un bene comune, che va salvaguardato con l&#8217;impegno quotidiano di tutti. A noi giornalisti spetta il dovere della testimonianza, ai governi ed anche ai cittadini il dovere di garantirla e di proteggerla. In queste ore, com&#8217;è ovvio, il mio pensiero va a <strong>Domenico Quirico</strong>, il collega della Stampa che è sparito in<strong> Siria</strong> da più di 3 settimane. Non ci siamo mai conosciuti personalmente, ma le nostre strade si sono incrociate spesso, in <strong>Siria</strong> come in <strong>Libia</strong> e in <strong>Tunisia</strong>. Spero possa tornare presto, il più presto possibile. Perché mi mancano i suoi articoli e la sua grande umanità.</p>
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		<title>Siria: no agli aiuti fai-da-te</title>
		<link>http://www.amedeoricucci.it/siria-no-agli-aiuti-fai-da-te/</link>
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		<pubDate>Sun, 28 Apr 2013 17:55:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="300" height="182" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/04/siria-300x182.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="siria" title="siria" /></p>Questo post non avrei mai voluto scriverlo. Perché il popolo siriano vive da più di un anno in piena emergenza umanitaria e chiunque si mobiliti per aiutarlo andrebbe sostenuto. Il problema però è che anche le vie dell&#8217;inferno sono lastricate di buone intenzioni. Ed i siriani, oggi più che mai, non hanno bisogno di dilettanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="300" height="182" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/04/siria-300x182.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="siria" title="siria" /></p><p>Questo post non avrei mai voluto scriverlo. Perché il popolo siriano vive da più di un anno in piena emergenza umanitaria e chiunque si mobiliti per aiutarlo andrebbe sostenuto. Il problema però è che anche le vie dell&#8217;inferno sono lastricate di buone intenzioni. Ed i siriani, oggi più che mai, non hanno bisogno di dilettanti allo sbaraglio, né tanto meno di mitomani o pseudo-amici animati solo da manie di protagonismo.</p>
<p>Era già successo ai tempi della guerra in<strong> Bosnia, </strong>a metà degli anni &#8216;<strong>90</strong> . Anche allora c&#8217;erano decine di gruppi  <em>fai-da-te</em>, italiani e non solo, che raccoglievano aiuti (in denaro, medicinali e beni di prima necessità) e li portavano a <strong>Mostar</strong> oppure a <strong>Sarajevo</strong> senza però mai coordinarsi con gli organismi umanitari già presenti, che quel lavoro lo fanno da sempre.. Il risultato è che arrivavano centinaia di coperte laddove invece serviva il latte in polvere, e viceversa: Ancora più grave era il fatto che buona parte di questi aiuti finisse al mercato nero, alimentando  le mafie locali, che su queste distorsioni dell&#8217;umanitario nascono e prosperano.</p>
<p>In <strong>Siria</strong> si sta ripetendo quella stessa storia. Ci sono diversi organismi ufficiali &#8211; da <strong>Medici senza Frontiere</strong> all&#8217;<strong>Unicef </strong>e alla<strong> Mezzaluna Rossa</strong> -  che operano in assoluta discrezione, con grande professionalità e spirito di sacrificio, ma ci sono anche decine di pseudo-associazioni che con la loro mania di protagonismo ed il loro dilettantismo fanno solo danni. Ne ho avuto purtroppo la conferma parlando con diversi operatori umanitari incontri in Turchia in occasione del mio ultimo viaggio e quindi ritengo sia mia dovere denunciarlo.</p>
<p>Un&#8217;ultima nota. Rientrato dalla <strong>Siria</strong> ho scoperto che quelli di <strong>TIME4LIFE &#8211; </strong>uno dei tanti gruppi <em>fai-da-te</em> -  avrebbero scritto sulla loro pagina FB :<em>&#8220;volevano rapire noi, hanno preso loro&#8221;</em>. Che dire? Se la mania di protagonismo arriva fino allo sciacallaggio, beh, vuol dire che non ci siamo .</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La Siria e il mio cuore</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Apr 2013 17:11:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="300" height="225" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/04/10043_500526013340313_169512134_n-300x225.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="10043_500526013340313_169512134_n" title="10043_500526013340313_169512134_n" /></p>Per un giornalista come me, che lavora in tv, tornare a casa senza il &#8220;girato&#8221; &#8211; vale a dire senza le immagini di quello che si è visto, filmato e vissuto &#8211; non può che essere un&#8217;umiliazione grande. Una perdita enorme. E&#8217; come se quella storia e quella esperienza non esistessero, visto che non possono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="300" height="225" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/04/10043_500526013340313_169512134_n-300x225.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="10043_500526013340313_169512134_n" title="10043_500526013340313_169512134_n" /></p><p>Per un giornalista come me, che lavora in tv, tornare a casa senza il &#8220;<em>girato</em>&#8221; &#8211; vale a dire senza le immagini di quello che si è visto, filmato e vissuto &#8211; non può che essere un&#8217;umiliazione grande. Una perdita enorme. E&#8217; come se quella storia e quella esperienza non esistessero, visto che non possono essere raccontate con il linguaggio che mi è congeniale, che è quello delle immagini. E però, sia in testa che nel cuore, di immagini di questo mio ultimo viaggio in <strong>Siria</strong> ne ho tante. Belle e meno belle. E ho voglia di fissarle, perché da un lato questo mi rincuora e dall&#8217;altro mi restituisce il senso del mio lavoro. Provo a farvele vedere, così come le ho vissute io.</p>
<p>Partiamo dalla scena con cui mi coccolo da quando sono rientrato in <strong>Italia.</strong> E&#8217; il momento cruciale della nostra liberazione. Noi in macchina, con un incappucciato al volante, kalashnikov e pistola in bella vista, colpo in canna, su una strada di montagna. All&#8217;improvviso l&#8217;uomo, che non ci hai mai rivolto la parola se non per dirci a un certo punto del viaggio che potevamo levarci la benda sugli occhi, frena e fa retromarcia, fino a posizionarsi di fianco a una macchina parcheggiata sul ciglio della strada. Ne scendono gli amici siriani che erano stati fermati con noi e liberati dopo tre giorni. L&#8217;incappucciato ci dice di andare. E il trasbordo è velocissimo, senza parole. Non c&#8217;è tempo nemmeno per riabbracciarci, perché ripartiamo di corsa. In silenzio. Uno degli amici mi indica però, ripetutamente, il cruscotto. Lo indica e sorride. Apro e trovo un pacchetto di sigarette e un accendino. Un regalo, prezioso. E&#8217; fatta, mi dico. Siamo liberi.</p>
<p>Scena numero due. Un carceriere, giovanissimo, si rivolge ad Andrea e gli confessa di vergognarsi a dovermi bendare per portarmi in bagno. Dev&#8217;essere un siriano. &#8220;E&#8217; un uomo anziano &#8211; gli dice &#8211; e io gli devo rispetto&#8221;. Io sorrido. E penso che non tutto è perso, che continuare a sperare ha un senso.</p>
<p>Scena numero tre. Siamo appena stati fermati. E dopo quattro, cinque ore di interrogatori serrati sembra tutto finito. Ci offrono da mangiare. Poi però, all&#8217;improvviso, come a tradimento, ci bendano e ci legano, spingendoci bruscamente in un pulmino. Temiamo il peggio. E ci salutiamo come se fosse l&#8217;ultima volta. Ad essere più di sorpresi di tutti sono i nostri amici siriani, quelli che ci accompagnano. Anche loro trattati come spie: un&#8217;onta che non meritavano. A loro va adesso il mio saluto. A loro e a tutti i siriani che ci hanno aiutato, in questo e negli altri viaggi. Il mio cuore resta con loro.</p>
<p>* La foto è di Maher. L&#8217;ha scattata ad Antiochia la sera prima del nostro ingresso in Siria. Abbiamo mangiato siriano ed eravamo felici come bambini, pronti a lavorare. Prima o poi, lo so, torneremo tutti e cinque laggiù. Promesso.</p>
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		<title>Qualche puntino sulle i</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Apr 2013 18:58:20 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="284" height="177" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/04/nero.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="nero" title="nero" /></p><blockquote>
<blockquote><p>A riflettori ormai spenti &#8211; con nostro grande sollievo, ve l&#8217;assicuro &#8211; è forse il caso di puntualizzare due o tre cose su quanto ci è successo in <strong>Siria</strong>. Perché i titoli strillati e i troppi <em>copia&amp;incolla</em> hanno avuto l&#8217;effetto di distorcere alcune dichiarazioni che abbiamo fatto a caldo; e poi perché, come spesso accade in questi casi, c&#8217;è chi non ha perso l&#8217;occasione per strumentalizzare la nostra disavventura, in modo da avvalorare la propria &#8220;lettura&#8221; della guerra in corso. Provo allora a mettere qualche puntino sulle i:</p></blockquote>
<p>1) Quanto è successo a me e ai colleghi<strong> Susan Dabbous</strong>,, <strong>Elio Colavolpe</strong> e <strong>Andrea Vignali</strong>, è già successo in tanti scenari di guerra e, purtroppo, succederà ancora. E&#8217; infatti nell&#8217;ordine delle cose che in simili contesti dei giornalisti vengano scambiati per spie e che vengano trattenuti per ore oppure per giorni. Sono i rischi del mestiere, provate a chiederlo a chi ha subito la stessa sorte. Se abbiamo parlato di <strong><em>&#8220;fermo prolungato&#8221;</em></strong> e non di <strong>&#8220;sequestro</strong>&#8221; è solo perché la realtà dei fatti era questa: non c&#8217;è stata infatti alcuna rivendicazione da parte di <strong>Jabat al Nusra</strong>, il gruppo nelle cui mani siamo finito, e non c&#8217;è stata alcuna richiesta per la nostra liberazione: né politica né in denaro. Questo è quello che a noi risultava dalla Siria e questo è quanto mi sento di affermare adesso, dopo aver riesaminato la nostra vicenda con gli elementi di cui siamo venuti a conoscenza qui in <strong>Italia</strong>, al rientro.</p>
<p>2) Tranquilli, perciò: non siamo affetti da <strong><em>sindrome di Stoccolma. </em></strong>Se abbiamo detto che i nostri carcerieri non ci hanno torto un capello non è per render loro omaggio ma per ribadire una verità ben nota a chi di<strong> Jabat al Nusra</strong> ha un minimo di conoscenza che non sia folkloristica. Si tratta infatti di un gruppo che non ha certo bisogno di soldi, un gruppo di <em>&#8220;puri &amp; duri</em>&#8220;, con un codice di comportamento paranoico ma ben chiaro. Non ci è stata fatta alcuna violenza fisica né minaccia, nemmeno verbale, credetemi, a parte il tentativo di intimidire <strong>Susan</strong> la sera prima del rilascio. Se il fermo si è perciò prolungato per 11 lunghissimi giorni temo sia dipeso da un lato dalle rigide procedure di sicurezza che caratterizzano questo gruppo jihadista, sia dalle inevitabili difficoltà di comunicazione all&#8217;interno della sua struttura militare, nella zona in cui siamo stati sequestrati.</p>
<p>3) Tutto a posto, quindi? No, niente affatto. La mia impressione è che la situazione in<strong> Siria</strong>, nelle zone sotto il controllo dei &#8220;ribelli&#8221;, sia ormai pericolosamente fuori controllo. Dico questo non tanto per la vicenda che ci ha visti coinvolti ma soprattutto perché essa combacia con l&#8217;impressione di tanti collegi ed operatori umanitari che, come noi, hanno provato ad andare in <strong>Siria</strong> negli ultimi mesi ed hanno avuto non pochi problemi. Tra i gruppi armati jihadisti e le brigate dell&#8217;<strong>Esercito Siriano Libero</strong> (ESL) è in atto infatti una guerra esplicita per il controllo del territorio, condotta con brutalità e senza rispetto per nessuno, tanto meno per i giornalisti. Il nostro sequestro temo si inserisca in questa battaglia senza esclusione di colpi, villaggio per villaggio, che non risparmia nemmeno la popolazione civile. Troppe sono le esazioni, troppi i soprusi e troppe le violazioni di ogni sorta. Col rischio di macchiare l&#8217;immagine che la rivoluzione siriana si è costruita con il martirio di tanti, che si sono ribellati alla dittatura di <strong>Bachar al Assad</strong> in nome della libertà e della democrazia. Per questo continuo a dire che In Siria, quanto meno nella zona dove siamo stati noi, non ci sono le condizioni minime di sicurezza per poter lavorare da giornalisti.</p>
<p>4) Come mi è stato ribadito apertamente e senza tanti giri di parole da tutti i membri del gruppo che ci privato per 11 giorni della nostra libertà, l&#8217;agenda politico-militare di <strong>Jabat al Nusra</strong> non ha nulla a che vedere con le aspirazioni alla libertà e alla democrazia per cui si batte da due anni il popolo siriano. A loro interessa solo l&#8217;instaurazione di un califfato islamico, nelle terre del <strong>Bilad as Sham, </strong>ed è per questo che sono accorsi in <strong>Siria</strong>, ormai a migliaia, non tanto per aiutare i &#8220;fratelli&#8221; siriani ma perché investiti di una missione divina, che hanno il dovere di perseguire ovunque si presenti l&#8217;occasione.<strong> Bachar al Assad</strong> è solo un ostacolo su questa strada: la vera battaglia per loro inizierà dopo e l&#8217;occupazione del territorio, nel nord della Siria già &#8220;liberato&#8221;, è solo la premessa per consolidare le loro posizioni.</p>
<p>5) Quanto appena detto costituisce un problema grosso come una casa e sbaglia chi ficca la testa nella sabbia, come gli struzzi, per non vederlo. So bene che i siriani si sono spesi molto per la nostra liberazione. L&#8217;ha fatto la comunità italo-siriana, l&#8217;ha fatto l&#8217;<strong>ESL</strong>, l&#8217;hanno fatta i tanti amici della <strong>Siria</strong> che denunciano da due anni la tragedia infinita che si consuma nell&#8217;indifferenza del mondo. Sta però a loro affrontare questo problema, senza tanti opportunism, che non giovano alla causa. E&#8217; vero che <strong>Jabat al Nusra</strong> rappresenta in questa fase un alleato prezioso, visto che nessuno aiuta il popolo siriano. Ma è vero che a mettersi in casa un ladro non ci si può poi lamentare se prima o poi spariscono i gioielli di famiglia.</p>
<p>&nbsp;</p></blockquote>
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		<title>Silenzio, si muore</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Mar 2013 08:06:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/03/siria-300x300.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="siria" title="siria" /></p>Onesta, umiltà, passione, competenza, interazione e trasparenza: sono secondo me i presupposti per costruire un nuovo patto di fiducia fra giornalismo e pubblica opinione nell&#8217;era della Rete e dei social network. Non c&#8217;è altra via per recuperare la credibilità di un mestiere che sembra aver perso l&#8217;anima, oltre che la bussola, e si dimostra sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/03/siria-300x300.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="siria" title="siria" /></p><p>Onesta, umiltà, passione, competenza, interazione e trasparenza: sono secondo me i presupposti per costruire un nuovo patto di fiducia fra giornalismo e pubblica opinione nell&#8217;era della <strong>Rete</strong> e dei <em>social network</em>. Non c&#8217;è altra via per recuperare la credibilità di un mestiere che sembra aver perso l&#8217;anima, oltre che la bussola, e si dimostra sempre più incapace di intercettare le esigenze reali dei suoi  &#8221;editori di riferimento&#8221;, quelli veri, che sono i lettori o i radio-tele-spettatori, al cui servizio noi giornalisti dovremmo  porci, sempre. Le tecnologie digitali offrono da questo punto di vista delle opportunità gigantesche per innervare di linfa fresca il nostro lavoro, per ridargli senso e dignità. Bastano solo un pizzico di coraggio e la voglia di sperimentare, rimettendosi in gioco personalmente.</p>
<p>Prendiamo il caso della <strong>Siria</strong>, una tragedia infinita che si consuma nell&#8217;indifferenza delle cancellerie occidentali e dell&#8217;opinione pubblica internazionale. Raccontarla andando sul posto non è facile, come dimostra l&#8217;alto tributo di sangue già pagato dai giornalisti e dagli operatori dell&#8217;informazione che in questi due anni hanno provato a farlo. E poi c&#8217;è il rischio dell&#8217;<strong>effetto-assuefazione</strong>, che consiglia di non esagerare con le notizie, le foto o le immagini dai fronti di guerra per non turbare troppo i sensi e le coscienze delle famigliole riunite per cena nel tinello di casa. Tutto vero. Forse, però, l&#8217;indifferenza è figlia anche della nostra incapacità di raccontare la tragedia siriana, coinvolgendo di più e meglio il nostro pubblico, rendendolo cioè <strong>partecipe</strong> di quella tragedia. Ed è una cosa che si può fare, con le tecnologie che abbiamo a disposizione. Anzi, è una cosa che si deve fare, se si crede nel dovere della testimonianza e nel diritto all&#8217;informazione. <a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/03/download.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3195" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2013/03/download.jpg" alt="" width="235" height="215" /></a></p>
<p>Da questa esigenza è nato il progetto <strong>&#8220;Silenzio, si muore&#8221;,</strong> primo esperimento <strong>RAI</strong> (e italiano) di <strong>giornalismo partecipativo</strong>. Dal <strong>1°</strong> al <strong>15 aprile</strong> sarò di nuovo in <strong>Siria,</strong> a decidere questa volta il mio percorso di viaggio, le notizie da seguire e le storie da raccontare, sarà un gruppo di studenti di <strong>San Lazzaro di Savena</strong>, collegati costantemente con me via <strong>Skype</strong>. E&#8217; un gruppo che ha già avuto modo di seguire il lavoro che noi di &#8220;<strong>La Storia siamo noi</strong>&#8221; abbiamo fatto nei mesi scorsi ad <strong>Aleppo</strong> con<strong><a href="http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/dossier/dossier-siria-2-0-diario-di-guerra/84/1/default.aspx" target="_blank">&#8220;Siria 2.0&#8243;</a>  </strong>e sono ragazzi magnifici, da cui mi farò guidare con piacere, certo che i loro consigli, dubbi ed emozioni possano essermi altrettanto utili di quelli che può darmi un collega o il mio direttore.</p>
<p>Non sarà un video-gioco, attenzione. Sarà un modo per portarli con me, tutti e 20, grazie a una tecnologia che ormai annulla qualsiasi distanza. E sono certo che sarà un modo per raccontare la guerra in maniera diversa e, spero, più coinvolgente. Potranno seguirlo tutti gli internauti, sul sito <strong>RAI</strong> de <strong>La Storia siamo noi</strong>, grazie ad un <strong>web-doc</strong> che costruiremo giorno dopo giorno, io dalla <strong>Siria</strong> e i ragazzi dall<strong>&#8216;Italia.  </strong>Maggiori dettagli ve li darò nel prossimo post. Per adesso vi dico solo: accorrete numerosi, perché ne vale la pena.</p>
<p>P.S. <strong>SILENZIO, SI MUORE non sarà solo un web-doc e un reportage televisivo. Sarà anche una open community a cui ognuno potrà dare il suo contributo dalle nostre pagine sui social network. Cominciamo perciò a dare gambe solide a questa nostra community, condividendo questo post e gli altri che seguiranno&#8230;</strong></p>
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