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	<title>Ferri Vecchi</title>
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		<title>Perdere la testa con l&#8217;ISIS</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2015 15:38:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[La guerra in diretta]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img width="290" height="174" src="/wp-content/uploads/2015/02/al-baghdadi.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="al baghdadi" title="al baghdadi" /></p>Quella che segue è una nota scritta a quattro mani da me e Cristiano Tinazzi: L&#8217;ISIS ha fatto perdere la testa ai giornalisti italiani. Ormai è certo e, francamente, non se ne può più. L&#8217;intervista di oggi su IL TEMPO ad un millantatore trevigiano da quattro soldi che sostiene di aver incontrato personalmente Abu Bakr aL [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="290" height="174" src="/wp-content/uploads/2015/02/al-baghdadi.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="al baghdadi" title="al baghdadi" /></p><p>Quella che segue è una nota scritta a quattro mani da me e <strong>Cristiano Tinazzi</strong>:</p>
<p>L&#8217;<strong>ISIS</strong> ha fatto perdere la testa ai giornalisti italiani. Ormai è certo e, francamente, non se ne può più. L&#8217;intervista di oggi su IL TEMPO ad un millantatore trevigiano da quattro soldi che sostiene di aver incontrato personalmente <strong>Abu Bakr aL Baghdadi</strong> ad una cena (!!!)- e dice fra l&#8217;altro che il <strong>Califfo</strong> è un <strong>traffichino, gay e ubriacone</strong> (!!!) &#8211; è solo l&#8217;ultima di una lunga serie di notizie non verificate, illazioni e &#8220;<em>bufale</em>&#8221; vere e proprie, che sono state date in pasto all&#8217;opinione pubblica approfittando del fatto che l<strong>&#8216;ISIS </strong>è l&#8217;argomento del momento, con grave danno però al diritto/dovere all&#8217;informazione e, <em>last but not least</em>, non poche implicazioni in politica interna e estera.</p>
<p>La verità è  che per mantenere l&#8217;<strong>ISIS</strong> in prima pagina &#8211; alimentando le paure degli italiani e sperando che questo faccia schizzare in alto le vendite o lo <em>share</em> &#8211; non si è esitato a raschiare il fondo del barile. E a farlo male, per di più. Troppa è  stata la fretta, scarse le capacità di verifica, nulla la conoscenza della Rete , sciatta la confezione delle notizie. Un mix esplosivo che, nell&#8217;epoca dei social network, finisce per allontanare sempre più lo spettatore dai media tradizionali, accusati (spesso a torto ma non sempre) di diffondere notizie false o ingigantire dei fatti.</p>
<p>Significativa è la confusione montata sulla Libia. Un cortocircuito mediatico che ha coinvolto agenzie di stampa e autorevoli quotidiani e che ha visto protagonisti diversi giornalisti che, da un lato masticano poco o nulla di politica estera e, dall&#8217;altro sono disposti a rincorrersi l&#8217;un l&#8217;altro per lanciare titoli a nove colonne sul terrorismo, tralasciando la verifica delle fonti fino a perdere anche il buon senso. <a href="/wp-content/uploads/2015/02/pinocchio.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3542" title="pinocchio" src="/wp-content/uploads/2015/02/pinocchio.jpg" alt="" width="224" height="224" /></a><br data-reactid=".t.$mid=11424866621732=2450c68333883f78744.2:0.0.0.0.0.0.$text0:0:$11:0" /><br data-reactid=".t.$mid=11424866621732=2450c68333883f78744.2:0.0.0.0.0.0.$text0:0:$13:0" /><strong>Qui di seguito un elenco delle<em> bufale</em> più succose apparse sulle prime pagine dei quotidiani e delle televisioni italiane.</strong><br data-reactid=".t.$mid=11424866621732=2450c68333883f78744.2:0.0.0.0.0.0.$text0:0:$15:0" /><br data-reactid=".t.$mid=11424866621732=2450c68333883f78744.2:0.0.0.0.0.0.$text0:0:$17:0" /><strong>1) <em>La Stampa, 15 febbraio:</em></strong><em> “Libia, gli italiani: “Tagliagole in strada, è il terrore”.</em><strong><em> Articolo completamente infondato. Non c&#8217;era nessun tagliagola in giro per le strade di Tripoli -</em></strong><em> l&#8217;abbiamo verificato noi, appena rientrati dalla Libia</em><strong><em> &#8211; e  la città non era deserta. C&#8217;era tensione, certo, ma non da autorizzare una notizia sparata a sei colonne. </em></strong></p>
<p><strong><em>2) Ansa, 19 febbraio: </em></strong><em>“L&#8217;Egitto lancia operazioni di terra in Libia”</em><strong><em>. Notizia completamente infondata e smentita dallo stesso portavoce dell&#8217;esercito egiziano, intervistato da Laura Cappon, corrispondente di Radio popolare dal Cairo. Repubblica.it si scusa dell&#8217;errore, altri fanno finta di niente.</em></strong><br data-reactid=".t.$mid=11424866621732=2450c68333883f78744.2:0.0.0.0.0.0.$text0:0:$25:0" /><strong><em></em></strong></p>
<p><strong><em>3 ) 19 febbraio. Sui quotidiani e nei tg campeggia la storia di due &#8220;ibici&#8217; che circolavano per le strade del centro di Roma chiedendo informazioni in un negozio di armi. L&#8217;identikit viene diffuso dall&#8217;Espresso e da Chi l&#8217;ha visto. Le forze dell&#8217;ordine smentiscono che siano libici: Il sito dell&#8217;Espresso aveva scritto che i due erano molto pericolosi e che poco tempo fa avevano tentato di comprare armi sul mercato nero della Capitale. Il Comando provinciale dei carabinieri, contattato da Asca News, smentisce invece la notizia, spiegando che </em></strong><em>&#8220;l&#8217;identikit diffuso dall&#8217;Espresso riguarda due giovani di cui non si conosce né la nazionalità né l&#8217;identità. Nei giorni scorsi si erano recati presso un&#8217;armeria di Roma e avevano chiesto informazioni sui prezzi di giubbotti anti-proiettili e visori notturni, allontanandosi poi dal negozio senza acquistare nulla. La vicenda è stata appresa dai carabinieri di zona che si sono attivati per cercare di identificarli. Si sono fatti descrivere come erano fatti e quindi hanno diffuso alle pattuglie della zona questo identikit, ma i due non sono stati mai trovati e non sono stati mai identificati con un documento. Al momento, dunque, non c&#8217;è nessun elemento per collegare l&#8217;accaduto al terrorismo internazionale, ma stiamo facendo tutti gli accertamenti del caso</em><strong><em>&#8220;. </em></strong><strong><em> Commento: Ci voleva tanto a contattare le forze dell&#8217;ordine e chiedere chiarimenti? </em></strong></p>
<p><strong><em>P.S. Il giorno dopo viene fatto fermare un treno a Terontola (Siena), perché un passeggero asseriva di aver riconosciuti i due dell&#8217;identikit. </em></strong><em>“Falso allarme su un treno a Terontola, due nigeriani scambiati per terroristi libici”.</em><br data-reactid=".t.$mid=11424866621732=2450c68333883f78744.2:0.0.0.0.0.0.$text0:0:$29:0" /><br data-reactid=".t.$mid=11424866621732=2450c68333883f78744.2:0.0.0.0.0.0.$text0:0:$31:0" /><strong>4) E&#8217; il giorno dell<em>&#8216;hashtag &#8221;</em></strong><em>Isis: Arriviamo a Roma&#8217;.</em><strong><em> Altro falso allarme diffuso dalla agenzia SITE di Rita Katz e prontamente ripreso da tutte le testate. Eppure era facilissimo fare un controllo sulla diffusione del messaggio lanciato via Twitter. La pericolosità, infatti, era da valutare sulla base della penetrazione in Rete di quel tweet. Ci ha pensato la rivista Wired:</em></strong><em> “Una ricerca sull’espressione incriminata, con o senza hashtag, ha prodotto meno di 50 tweet dal 14 febbraio ad oggi sui circa 1,6 milioni di tweet in arabo che parlano di Isis”</em><strong><em>. E se nessuno aveva rilanciato il tweet, bisognava dedurne che era opera probabilmente di un cretino. Ma può il tweet di un cretino diventare l&#8217;oggetto di un articolo a nove colonne?</em></strong></p>
<p><strong><em></em></strong><strong><a href="/wp-content/uploads/2015/02/pinocchio-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3543" title="pinocchio (1)" src="/wp-content/uploads/2015/02/pinocchio-1-286x300.jpg" alt="" width="286" height="300" /></a>5) L&#8217;ultima baggianata è l&#8217;intervista pubblicata da il 24 febbraio dal quotidiano Il Tempo a Davide Bellomo, il quale asserisce di aver incontrato il califfo al Baghdadi. Qualunque caporedattore con un minimo di sale in testa avrebbe preso il pezzo e lo avrebbe cestinato. Il Tempo invece lo pubblica. Lo riprendono anche altri due quotidiani, molto attivi nel campo dell&#8217;islamofobia e nella diffusione di notizie non verificate, Il Giornale e Libero. Bellomo viene definito come un un esperto da Francesca Musacchio, l&#8217;autrice dell&#8217;articolo: </strong><em>“Bellomo attualmente lavora presso il <strong>Peace operation training institute</strong>  che, in collaborazione con l&#8217;Onu, si occupa di offrire assistenza e progetti per il sostegno della pace attraverso aiuti umanitari e operazioni di sicurezza ed è esperto di comunicazione strategica in situazioni di crisi”</em>.<strong> A leggere l&#8217;intervista, in realtà, si capisce subito che si tratta di una bufala. Ma bastava  fare una piccola ricerca online per capire che si era in presenza di un millantatore, non alla sua prima bufala, come testimonia quest&#8217;altro articolo del 2012 della Tribuna di Treviso riferito proprio a Bellomo: “</strong>Si fingeva un docente. Quarantaduenne era riuscito ad accreditarsi come criminologo all’università. In passato ad un giornale aveva dichiarato di aver salvato 250 ostaggi nel mondo”<strong>. </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>P.S. Di seguito i link alle bufale più divertenti. Meglio ridere che piangere.</p>
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		<title>La ciliegina sulla torta</title>
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		<pubDate>Mon, 19 May 2014 17:11:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo e dintorni]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img width="275" height="183" src="/wp-content/uploads/2014/05/la-fretta.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="la fretta" title="la fretta" /></p>Leggo che sia  l&#8217;Associated Press che la Reuters hanno imposto ai loro giornalisti una secca riduzione nella lunghezza dei loro pezzi. 500 parole saranno d&#8217;ora in poi il massimo consentito. E solo in casi eccezionali. Ne deduco che anche i giornali si adegueranno -seguendo peraltro una tendenza avviata già da tempo &#8211; in base all&#8217;idea che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="275" height="183" src="/wp-content/uploads/2014/05/la-fretta.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="la fretta" title="la fretta" /></p><p><a href="http://www.lsdi.it/2014/tagliare-tagliare-tagliare-anche-la-lunghezza-dei-pezzi-le-nuove-linee-di-ap-e-reuters/" target="_blank">Leggo</a> che sia  l&#8217;<strong>Associated Press</strong> che la<strong> Reuters</strong> hanno imposto ai loro giornalisti una secca riduzione nella lunghezza dei loro pezzi. 500 parole saranno d&#8217;ora in poi il massimo consentito. E solo in casi eccezionali. Ne deduco che anche i giornali si adegueranno -seguendo peraltro una tendenza avviata già da tempo &#8211; in base all&#8217;idea che gli articoli troppo lunghi possono indurre i lettori ad  abbandonare la lettura, soprattutto sui dispositivi mobili, quali i tablet o gli smartphone.</p>
<p>Sarà vero? Non so. So però che anche in <strong>tv</strong> quello che viene definito il &#8220;<em>ritmo</em>&#8221; &#8211; e che determina la lunghezza di un pezzo &#8211; sta diventando una sorta di ossessione.  Vuoi fare un&#8217;<strong>inchiesta</strong> &#8211; sulla mafia 0 sull&#8217;ambiente ? &#8211; bene, che duri non più di 7 /8 minuti. E lo stesso vale per un <strong>reportage</strong> sul ruolo delle milizie in<strong> Libia</strong> o sulla guerra in<strong> Ucraina</strong>. Se poi hai un&#8217;intervista bella, esclusiva, a un personaggio importante, e magari sull&#8217;argomento del giorno, ti tocca &#8220;<em>stringere&#8221;</em>, &#8220;<em>tagliare</em>&#8220;, ridurre all&#8217;osso. Col risultato che l&#8217;opinione espressa dal soggetto in questione &#8211; può essere un passante oppure un grande filosofo &#8211; viene ridotto ad uno slogan di 30-40 secondi al massimo, <em>tagliata</em> o meglio <em>copia&amp;incollata</em> con l&#8217;accetta.                                                             <a href="/wp-content/uploads/2014/05/la-fretta-uccide.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3535" title="la fretta uccide" src="/wp-content/uploads/2014/05/la-fretta-uccide.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a></p>
<p>Ma siamo sicuri che sia giusto? Siamo cioè sicuri che il pubblico &#8211; lettore o radio/telespettatore &#8211; capisca meglio e di più ? Me lo chiedo perché è questo che dovrebbe interessare noi giornalisti e i nostri editori. E me lo chiedo perché, anagraficamente, appartengo ad una generazione di giornalisti cresciuti con l&#8217;idea che il racconto della realtà &#8211; per immagini o con le parole &#8211; abbia una vita (e una durata) tutta sua, che può sì essere compressa &#8211; com&#8217;è sacrosanto &#8211; ma non più di tanto. Non si fanno<em><strong> inchieste</strong></em> degne di questo nome in 7-8 minuti oppure  in 60 righe. E non si fanno veri <em><strong>reportage</strong></em> se la pezzatura è sempre quella. Qualsiasi racconto ha infatti i suoi tempi, e provare a &#8220;<em>stringere&#8221;</em> troppo può essere un errore fatale. Beninteso, in termini di qualità.</p>
<p>Eppure, tutti i giorni, siamo lì a combattere con chi vuole &#8220;<em>tagliare</em>&#8221; i nostri pezzi. Col risultato che i mass medi presentano e pretendono pezzi sempre più brevi, che al massimo danno la notizia, male, ma non la approfondiscono quanto serve, per mancanza di spazio. E&#8217; il mito della velocità. Un mito, perché non sarei tanto convinto del fatto che il mondo &#8211; anche quello dei lettori &#8211; ne abbia bisogno. E in ogni caso è un mito che si perpetua attraverso scorciatoie, non sempre condivisibili.</p>
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		<title>Troppo buoni</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Apr 2014 10:29:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="284" height="177" src="/wp-content/uploads/2014/04/palle.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="palle" title="palle" /></p>Combattono le Battaglie che noi non abbiamo il tempo o la forza di combattere. Cavalcano intrepidi per il Mondo sotto le insegne del Bene. Lanciano Crociate, creano Eroi, scatenano Guerre immancabilmente Giuste. Sono i Professionisti della Solidarietà: buoni per definizione,  troppo buoni per essere veri.                             [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="284" height="177" src="/wp-content/uploads/2014/04/palle.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="palle" title="palle" /></p><p>Combattono le<strong> Battaglie</strong> che noi non abbiamo il tempo o la forza di combattere. Cavalcano intrepidi per il <strong>Mondo</strong> sotto le insegne del<strong> Bene</strong>. Lanciano<strong> Crociate</strong>, creano <strong>Eroi</strong>, scatenano <strong>Guerre</strong> immancabilmente<strong> Giuste</strong>. Sono i <strong>Professionisti</strong> della<strong> Solidarietà:</strong> buoni per definizione,  troppo buoni per essere veri.                                                        <a href="/wp-content/uploads/2014/04/libro.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3512" title="libro" src="/wp-content/uploads/2014/04/libro.jpg" alt="" width="167" height="248" /></a></p>
<p>Ha suscitato non poche polemiche <a href="http://www.chiarelettere.it/libro/narrazioni/i-buoni-9788861905535.php" target="_blank">I Buoni</a>, l&#8217;ultimo libro di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luca_Rastello" target="_blank">Luca Rastello</a>. Ma io trovo che siano (quasi) tutte polemiche pretestuose, un fuoco di sbarramento  a difesa più di una <strong>Idea</strong> che di una <strong>Realtà</strong>. Quello di <strong>Rastello</strong> non è infatti il primo libro che scandaglia e indaga il <em>&#8220;lato oscuro&#8221;</em> del volontariato e della solidarietà. Altri ce ne sono stati &#8211; si legga ad esempio <a href="http://www.chiarelettere.it/libro/principio-attivo/lindustria-della-carita.php" target="_blank">L&#8217;industria della Carità</a>, di <strong>Valentina Furlanetto</strong> &#8211; e altri ne verranno, per il semplice fatto che il problema esiste ed è sacrosanto che lo si affronti sulla pubblica piazza e non solo in privato, fra amici o nei vari confessionali. <strong>Rastello</strong> però ne ha parlato in un romanzo, un ottimo romanzo. Ed è questo secondo me che ha scatenato gli anatemi contro di lui. Perché un romanzo è più incisivo, temibile e difficile da accettare. E poi un romanzo non ha né cerca prove a sostegno, il che lo rende più facilmente sconfessabile, tanto più per un reato impalpabile qual è quello di <strong>&#8220;lesa maestà&#8221;</strong>.</p>
<p>Io li vedo all&#8217;opera da anni questi <strong>Professionisti della Solidarietà</strong>. Nella loro variante internazionale, che forse è la peggiore. Perché è di fronte alle grandi tragedie che la <strong>Retorica del Bene</strong> tocca i suoi picchi di ipocrisia. E poi perché è in mezzo alle grandi tragedie che si costruiscono gli <strong>Imperi della Carità. </strong>Ovunque nel mondo, tutti i giorni, vedo <strong>Narcisismo</strong>, <strong> Mitomania, Malaffare, Spregiudicatezza</strong>, ad opera di chi invece se ne dichiara immune e raccoglie soldi in nome di una sua presunta &#8220;diversità&#8221;.  Certo, non bisogna fare di tutta l&#8217;erba un fascio. Lo so io e lo sa anche <strong>Luca Rastello</strong>, che in questo settore ha lavorato per anni. Ma ciò non toglie che sia giunta l&#8217;ora di vederci chiaro, senza para-occhi. Il perché lo dice lo stesso <strong>Rastello</strong> nella dedica iniziale, alle sue figlie: &#8220;<strong><em>Per sfuggire&#8221;</em></strong>.</p>
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		<title>Un&#8217;irresponsabile distorsione mediatica (*)</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Apr 2014 20:11:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="247" height="204" src="/wp-content/uploads/2014/04/Ilaria.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="Ilaria" title="Ilaria" /></p>(*) Autore: GIOVANNI PORZIO                        Fonte: Africa ExPress, 09-04-2014 &#160; Settantuno, centoventidue: il numero dei giornalisti uccisi sul campo nel 2013 e nel 2012. Ottocentodieci nell’ultimo decennio. Molti li conoscevo. Di alcuni, troppi, ero stato amico e compagno di viaggio. Come lo ero di Ilaria. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="247" height="204" src="/wp-content/uploads/2014/04/Ilaria.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="Ilaria" title="Ilaria" /></p><p>(*) Autore: GIOVANNI PORZIO                        Fonte: Africa ExPress, 09-04-2014</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Settantuno, centoventidue: il numero dei giornalisti uccisi sul campo nel 2013 e nel 2012. Ottocentodieci nell’ultimo decennio. Molti li conoscevo. Di alcuni, troppi, ero stato amico e compagno di viaggio. Come lo ero di Ilaria.</em></p>
<p><em><strong><a href="http://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2014/04/al-microfono-2.jpeg"><img src="http://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2014/04/al-microfono-2-300x155.jpeg" alt="al microfono 2" width="300" height="155" /></a>Su quanto accadde</strong> il 20 marzo 1994 non mi voglio dilungare: la dinamica e le circostanze dell’omicidio di Ilaria e Miran sono state chiarite dalle innumerevoli inchieste della magistratura e delle commissioni parlamentari alle quali ho partecipato come testimone dei fatti insieme a Gabriella Simoni.</em></p>
<p><em><strong>Negli anni successivi</strong> congetture e ipotesi complottistiche prive di sostanziali indizi probatori si sono moltiplicati, spaziando dal commercio di armi alla “mala cooperazione” fino al traffico di rifiuti tossici. Al punto che ormai gran parte dell’opinione pubblica italiana, anche la meno sprovveduta, è fermamente convinta che Ilaria e Miran siano stati eliminati perché a Bosaso avevano scoperto qualcosa di scottante.</em></p>
<p><em><strong>Un analogo</strong> tentativo di distorsione mediatica si è verificato anche nel caso di Maria Grazia Cutuli quando, il giorno successivo alla strage nelle gole afghane di Sorobi, alcuni quotidiani (naturalmente italiani) avanzarono l’ipotesi che Maria Grazia avesse scoperto un fantomatico deposito di armi chimiche talibane…<a href="http://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2014/04/Davanti-al-Tamarind.jpg"><img src="http://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2014/04/Davanti-al-Tamarind-300x216.jpg" alt="Davanti al Tamarind" width="300" height="216" /></a></em></p>
<p><em><strong>Concordo</strong> con quanto scrive Massimo Alberizzi nel suo articolo. Le tesi precostituite, le indagini malamente condotte da magistrati incompetenti (ne ricordo uno che mi interrogava a Roma: pensava che Gibuti fosse un’isola, una colonia francese..) e gli articoli scritti da colleghi che in Somalia non avevano mai messo piede hanno reso più difficile l’accertamento della verità. Che forse è molto più semplice e amara.</em></p>
<p><em><strong>Con gli inquirenti</strong> mi sono sempre attenuto ai fatti: come del resto avrebbe voluto Ilaria.</em></p>
<p><em><strong>Massimo ha descritto</strong> il clima ostile agli italiani di quei giorni a Mogadiscio e l’elevato rischio di sequestri. Posso aggiungere, come ho riferito per anni alla magistratura, alcuni dettagli di non poco conto.</em></p>
<p><em><strong>Io, Gabriella e Romolo Paradisi</strong> (operatore Rai) siamo stati i primi e i soli ad analizzare minuziosamente, la sera stessa del 20 marzo a bordo della Nave Garibaldi, TUTTI i taccuini di Ilaria e a visionare le cassette girate da Miran, proprio per cercare eventuali indizi: non ne abbiamo riscontrato alcuno.</em></p>
<p><em><strong><a href="http://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2014/04/ilaria-e-saldato-onu.jpeg"><img src="http://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2014/04/ilaria-e-saldato-onu.jpeg" alt="ilaria e saldato onu" width="277" height="182" /></a>Dalla testimonianza</strong> di Valentino Casamenti, il cooperante italiano che ha ospitato nella sua abitazione di Bosaso Ilaria e Miran, accompagnandoli con la sua auto in tutti i loro spostamenti, si evince che Ilaria e Miran non stavano indagando sul commercio di armi e tanto meno sul traffico di rifiuti tossici: argomenti di cui avremmo dovuto peraltro trovare traccia nei taccuini o nel girato di Miran.</em></p>
<p><em><strong>Ilaria e Miran</strong> – questa è una circostanza sempre sottovalutata – giravano senza scorta: il risicato budget di cui disponevano (e a questo proposito qualche domanda al Tg3 andrebbe fatta, nevvero?) non lo consentiva. A quell’epoca le scorte vere (4-5 uomini armati e una “tecnica” con mitragliatrice al seguito) costavano 500 dollari al giorno: il denaro che io e Gabriella trovammo il 20 marzo nelle camere dell’Hotel Sahafi era appena sufficiente a saldare il conto dell’albergo. Pagammo noi il dovuto all’autista Ali.</em></p>
<p><em><strong><a href="http://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2014/04/giovanni-porzio.jpeg"><img src="http://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2014/04/giovanni-porzio.jpeg" alt="giovanni porzio" width="274" height="184" /></a>Al momento</strong> dell’aggressione la “scorta” di Ilaria e Miran, un ragazzino di 17 anni con un AK-47, preso dal panico, fece l’unica cosa che non doveva fare: sparò sugli assalitori ferendone due alle gambe e provocando la violenta reazione degli altri 5 membri del commando.</em></p>
<p><em><strong>La tesi</strong> dell’“esecuzione”, degli spari a distanza ravvicinata, appare improbabile. La fiancata del pick-up Toyota su cui viaggiavano i due colleghi era crivellata di proiettili. Miran era stato raggiunto da almeno tre colpi. Ilaria pareva illesa: solo quando la presi in braccio per trasportarla su un’altra auto mi resi conto che aveva un piccolo foro d’entrata sulla nuca, a stanto visibile tra i capelli biondi. Pensai subito a un proiettile di rimbalzo: un tiro in testa a distanza ravvicinata, come quello che mesi prima aveva aperto una voragine nella gamba del fonico kenyota di Gabriella, avrebbe avuto effetti devastanti.</em></p>
<p><em><strong>Ancora un paio di cose</strong>.</em></p>
<p><em><strong><a href="http://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2014/03/Ali-bella.jpg"><img src="http://www.africa-express.info/wp-content/uploads/2014/03/Ali-bella-300x154.jpg" alt="Ali bella" width="300" height="154" /></a>Traffico di armi</strong>: non c’era niente da scoprire. Ogni milizia controllava uno scalo marittimo dove le armi venivano scaricate in pieno giorno e il generale Rossi, comandante del primo contingente italiano in Somalia, teneva appesa nella sua tenda una carta con le località segnate a pennarello rosso. Si potevano visitare. E armi d’ogni tipo erano in vendita al mercato di Bakara. È stato (da me) appurato che l’intervista-scoop al marinaio somalo Mohamed Samatar, il quale sosteneva di avere visto armi e munizioni a bordo della nave 21 Ottobre (nave frigorifera donata alla Somalia dalla Cooperazione italiana) nel porto libico di Tripoli, era una bufala: il Samatar, come risulta da un verbale della Capitaneria di porto di Livorno, era stato sbarcato per motivi disciplinari mesi prima dell’unico viaggio della 21 Ottobre in Libia. Ciò nonostante la sua “testimonianza” ha continuato per anni ad essere ritenuta valida ai fini delle indagini.</em></p>
<p><em><strong>Traffico di rifiuti:</strong> c’è tutto da scoprire, ma – verosimilmente – non in Somalia.  È noto a chiunque abbia svolto indagini (da Greenpeace alle Nazioni Unite, e persino alla magistratura italiana) che il grosso delle scorie tossiche viene gettato in mare (i fusti rinvenuti sulle spiagge della Somalia e del Kenya dopo lo tsunami…) o smaltiti in paesi più attrezzati (il caso della Nigeria). Nessun “imprenditore” del ramo si sobbarcherebbe i costi dello sbarco, del trasporto e dell’interramento in un paese come la Somalia. E in ogni caso tutti, in Somalia, ne sarebbero a conoscenza.</em></p>
<p><em><strong>Mi fermo qui, Ilaria. Che tristezza…</strong>Non scriverò più una riga su di te. RIP!</em></p>
<p><strong>Giovanni Porzio</strong><br />
<em>porzio.giovanni@gmail.com</em></p>
<p><em>Nelle foto: Ilaria al microfono, si intravede la testa del cameraman Alberto Calvi; gruppo di giornalisti davatio al ristorante Tamarind di Nairobi: Ilaria è a destra, Massimo Alberizzi a sinistra vicino a lui Alberto Calvi e poi Ingrid Formanek, producer della CNN;  Ilaira e il generale Carmine Fiore, comandante della missione italiana in Somalia (la foto è di Raffaele Ciriello); l’autore dell’articolo, Giovanni Porzio; Ali l’autista che guidava l’auto su cui sono stati uccisi Ilaria e Miran</em></p>
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		<title>Oggi un anno fa</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Apr 2014 18:52:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="259" height="194" src="/wp-content/uploads/2014/04/a-ciampino.2..jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="a ciampino.2." title="a ciampino.2." /></p>Andrea ha avuto finalmente un contratto da filmaker, a Presa Diretta, e lavora come un pazzo. Susan ha appena scritto un libro e se n&#8217;e andata a vivere  a Gerusalemme.. Elio si è ritirato in alta montagna e s&#8217;industria a fabbricare saponi naturali. Io sto al TG1 e ancora non ho capito se si tratta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="259" height="194" src="/wp-content/uploads/2014/04/a-ciampino.2..jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="a ciampino.2." title="a ciampino.2." /></p><p><strong>Andrea</strong> ha avuto finalmente un contratto da <em>filmaker</em>, a <strong>Presa Diretta, </strong>e lavora come un pazzo. <strong>Susan</strong> ha appena scritto un<a href="http://www.castelvecchieditore.com/come-vuoi-morire/" target="_blank"> libro</a> e se n&#8217;e andata a vivere  a <strong>Gerusalemme</strong>..<strong> Elio</strong> si è ritirato in alta montagna e s&#8217;industria a fabbricare saponi naturali.<strong> Io</strong> sto al <strong>TG1</strong> e ancora non ho capito se si tratta di una promozione oppure di una punizione. Un anno dopo, eccoci qui. E niente o quasi è come prima.</p>
<p>Non so se l&#8217;esperienza di un sequestro di persona durato 11 giorni, in un Paese in guerra e ad opera di un gruppo affiliato ad <strong>Al Qaeda</strong>,  sia assimilabile &#8211; per un giornalista &#8211; all&#8217;esperienza <em>conradiana</em> di un giovane che si accinge ad attraversare la sua, personale <strong>linea d&#8217;ombra</strong>. Certo è che impari, ritrovandoti per la prima volta dall&#8217;altra parte della barricata, quanto possa essere inutile e effimero il circo dei mass media. Che finge di interessarti a te ma in realtà cerca l&#8217;<em>audience</em> &#8211; oppure i <em>click</em> &#8211; e non vede l&#8217;ora di poter tornare in redazione, a scrivere o a montare il<em> pezzo</em>. E&#8217; capitato anche a me e purtroppo so come funziona. Ma quando stai dall&#8217;altra parte vedi improvvisamente le cose da una prospettiva diversa. E se hai ancora una briciola di umanità, provi un po&#8217; di sana, catartica vergogna.</p>
<p><strong>Andrea</strong> mi diceva che adesso, mangiando una mela, se la gusta molto di più. Perché da sequestrati non abbiamo mai consumato lauti banchetti. <strong>Susan</strong> mi diceva  che finora aveva parlato del nostro sequestro come di una esperienza <em>esterna</em>, oggettiva, e solo scrivendo il suo libro era riuscita ad interiorizzarla e ad elaborarla. <strong>Elio</strong>, l&#8217;amico di tante avventure, mi ha detto solo: &#8220;<em>Siamo stati fortunati. Non c&#8217;è altro da aggiungere&#8221;</em>. Tutto questo non<em> passerà</em> mai attraverso un&#8217;intervista, non arriverà mai al cuore di un lettore e, soprattutto, di un telespettatore. O almeno non con la stessa intensità di adesso. Il che vuol dire che avevano ragione gli stregoni africani con cui ho convissuto per anni, quando dicevano: &#8220;<em>Guarda che</em> q<em>uesta scatola magica</em> &#8211; vale a dire la  <strong>Tv</strong> &#8211; <em>ti ruba l&#8217;anima</em>&#8220;.  <a href="/wp-content/uploads/2014/04/padre_dall_oglio-11.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3485" title="padre_dall_oglio (1)" src="/wp-content/uploads/2014/04/padre_dall_oglio-11-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a></p>
<p>Ancora due cose, che però non mi paiono affatto marginali: 1) Nell&#8217;anniversario del nostro sequestro &#8211; e in occasione dell&#8217;uscita del libro di<strong> Susan</strong> &#8211; pochi ricordano che il progetto per cui all&#8217;epoca siamo andati in<strong> Siria</strong> si intitolava, non a caso &#8220;<strong>Silenzio, si muore&#8221;. </strong>E&#8217; passato un anno e purtroppo non è cambiato niente, anzi i morti sono arrivati a<strong> 150 mila</strong> e i media internazionali hanno praticamente smesso di coprire questa carneficina: 2) Prigioniero in <strong>Siria</strong>, da ormai nove mesi, c&#8217;è un uomo di pace e di dialogo, Padre<strong> Paolo Dall&#8217;Oglio</strong>, a cui la rivoluzione siriana deve tanto e che deve assolutamente, al più presto, tornare fra noi.</p>
<p>Ho detto tutto quello che oggi mi passa per la testa. E sono contento di poterlo dire.</p>
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		<title>Ilaria, Miran e i colleghi senza dubbi</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Mar 2014 21:19:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="300" height="141" src="/wp-content/uploads/2014/03/ilaria-2-300x141.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="ilaria 2" title="ilaria 2" /></p>Coltivare il dubbio è il sale del lavoro giornalistico. Perché, tra l’altro, lo differenzia dall&#8217;approccio dei comuni cittadini; i quali, troppo spesso, non hanno gli strumenti per decodificare la realtà &#8211; soprattutto quando è torbida &#8211; e sono indifesi di fronte ai persuasori occulti e ai trucchi della propaganda. Dubitare però dovrebbe servire a capire meglio e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="300" height="141" src="/wp-content/uploads/2014/03/ilaria-2-300x141.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="ilaria 2" title="ilaria 2" /></p><p><em>Coltivare il dubbio è il sale del lavoro giornalistico. Perché, tra l’altro, lo differenzia dall&#8217;approccio dei comuni cittadini; i quali, troppo spesso, non hanno gli strumenti per decodificare la realtà &#8211; soprattutto quando è torbida &#8211; e sono indifesi di fronte ai persuasori occulti e ai trucchi della propaganda. Dubitare però dovrebbe servire a capire meglio e indagare di più. Le certezze e le indagini dirette in una sola direzione, quando ci sono altri indizi che portano in altre direzioni, non è umanamente saggio e, sul piano giornalistico, profondamente sbagliato. Quando si indaga e non ci sono risultati non si può pensare di avere in tasca la verità.</em><em></em></p>
<p><em>E&#8217; questo che rimproveriamo ai colleghi che si sono cimentati in varie inchieste sull&#8217;omicidio a <strong>Mogadiscio</strong> di <strong>Ilaria Alpi</strong> e <strong>Miran Hrovatin:</strong> il fatto cioè di aver alimentato speculazioni non suffragate dai fatti, dando per verità scontate ciò che è invece ancora tutto da dimostrare. </em><em>Che la <strong>Somalia</strong> di quegli anni fosse infatti il terminale dei traffici più svariati &#8211; armi, rifiuti tossici e affari loschi della cooperazione italiana &#8211; non vuol dire affatto che la morte di <strong>Ilaria</strong> e <strong>Miran</strong> possa e debba essere attribuita a questi traffici, a meno che non si stabilisca con ragionevole certezza che </em><em>1) i nostri colleghi stessero indagando proprio su questo e </em><em>2) che siano stati i responsabili di tali traffici a decretarne la morte. </em></p>
<p><em>Queste due condizioni &#8211; ci pare &#8211; non sono affatto chiarite nelle varie inchieste che si sono succedute negli anni e che, guarda caso, hanno puntato su &#8220;piste&#8221; diverse: sulla mala-cooperazione,  sul traffico d&#8217;armi, e sul traffico di rifiuti tossici, per arrivare infine a mettere tutto nello stesso calderone, senza che si possa più distinguere una &#8220;pista&#8221; dall&#8217;altra. </em></p>
<p><em>Ancora più sconcertante ci pare il fatto che, nonostante le inchieste già portate a termine, e con grande enfasi sui risultati raggiunti, si continui ad alimentare &#8220;<strong>la ricerca della verità&#8221;</strong> e a chiedere che si intervenga in alto loco per dissipare la <strong>&#8220;coltre di misteri&#8221;</strong>  che ancora circonderebbe quel maledetto <strong>20 marzo del 1994</strong>. </em><em>Delle due l&#8217;una, infatti: o sono valide quelle inchieste e non c&#8217;è più nessun mistero da chiarire &#8211; perché risultano acclarati i nessi causali che legano l&#8217;omicidio di <strong>Ilaria</strong> e<strong> Miran</strong> ai traffici vari in corso nella Somalia di quegli anni &#8211; oppure quelle inchieste sono solo supposizioni non ancora suffragate dai fatti e allora vanno considerate come tali e non come verità assolute.</em></p>
<p><em>Ovviamente noi siamo favorevoli a togliere il segreto dai documenti che riguardano l’omicidio dei due colleghi, e ringraziamo per questo Laura Boldrini, ma non perché vogliamo dimostrare una tesi, piuttosto perché riteniamo giusto che si conosca la verità: qualunque essa sia. E’ così che si onora la memoria dei colleghi.</em></p>
<p><em>Il dubbio, questo orrendo dubbio, sulla loro morte non è stato ancora sciolto. Anzi, nel ventennale dell’omicidio si danno per certe troppe supposizioni e al tempo stesso si alimentano ad arte troppi misteri che tali non sono. Francamente, attorno a questa tragica vicenda &#8211; che ci addolora tutti &#8211; si è costruita una &#8220;<em>narrativa</em>&#8221; intrisa di retorica nelle quale non ci riconosciamo.<strong> Ilaria </strong>e<strong> Miran</strong> - ne siamo certi &#8211; non si sentivano eroi. E non vorrebbero oggi essere trattati da eroi&#8221;.</em></p>
<p>Massimo A. Alberizzi <a href="mailto:massimo.alberizzi@gmail.com">massimo.alberizzi@gmail.com</a> @malberizzi<br />
Amedeo Ricucci <a href="mailto:amedeoricucci@tiscali.it">amedeoricucci@tiscali.it</a> @amedeoricucci</p>
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		<title>Anche i giornalisti muoiono</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Mar 2014 08:15:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[home page]]></category>
		<category><![CDATA[La guerra in diretta]]></category>
		<category><![CDATA[Ilaria Alpi]]></category>
		<category><![CDATA[Ilaria Alpi e Miran Hrovatin]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Alberizzi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img width="291" height="173" src="/wp-content/uploads/2014/03/ilaria.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="ilaria" title="ilaria" /></p>Chissà perché, quando in Italia muore un giornalista, dev&#8217;esserci sotto, sempre, un mistero da scoprire. E &#8216; come se la morte sul lavoro, per noi, non possa essere un evento accidentale o una disgrazia, ma debba essere collegata per forza ad un mistero, da svelare. E passi che a pensarlo siano i parenti, per i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="291" height="173" src="/wp-content/uploads/2014/03/ilaria.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="ilaria" title="ilaria" /></p><p>Chissà perché, quando in <strong>Italia</strong> muore un giornalista, dev&#8217;esserci sotto, sempre, un mistero da scoprire. E &#8216; come se la morte sul lavoro, per noi, non possa essere un evento accidentale o una disgrazia, ma debba essere collegata per forza ad un mistero, da svelare. E passi che a pensarlo siano i parenti, per i quali una morte nobile è meno dolorosa e più facile da accettare. Diventano invece insopportabili i  teoremi investigativi che inevitabilmente fanno da corollario a questa morte, spacciando spesso per verità quelle che sono solo delle supposizioni, in quanto basate non sui fatti ma sull&#8217;assunto aprioristico che dietro i fatti <em>c&#8217;è sempre qualcosa d&#8217;altro.</em> Vero è che il nostro è un Paese che ci ha abituato alle trame occulte e ai segreti di stato, ma interrogarsi è una cosa e fare congetture un&#8217;altra.</p>
<p>Prendiamo il caso di<strong> Ilaria Alpi</strong>, la sfortunata collega del <strong>TG3</strong> uccisa a <strong>Mogadiscio</strong> il<strong> 20 marzo </strong>del<strong> 1994</strong>. In questo blog non ne ho mai parlato ma c&#8217;ero anch&#8217;io con lei e <strong>Miran Hrovatin</strong> sull&#8217;<strong>Hercules 130 </strong> dell&#8217;Aeronautica Militare che ci sbarcò in <strong>Somalia </strong>il  13 marzo. E con noi c&#8217;erano altri giornalisti: <strong>Raffaele Ciriello</strong>, <strong>Marina Rini</strong>, <strong>Gianandrea Gaiani,</strong> <strong>Marcello Ugolini</strong> e <strong>Mauro Perna</strong> di <strong>Radio RAI. </strong>A <strong>Mogadiscio</strong>, invece, nel compound dei militari italiani della missione <strong>Ibis</strong> oppure ospiti in case private c&#8217;erano già<strong> Rino Cervone</strong> (<strong>Tg1), Romolo Paradisi </strong>e<strong> Carmen Lasorella (Tg2), </strong><strong>Davide De Michelis</strong> della <strong>Radio Svizzera Italiana</strong>,  <strong>Giovanni Porzio </strong>di <strong>Panorama</strong>) e <strong>Gabriella Simoni</strong> del <strong>Tg5</strong>.  Un gruppo ben nutrito, direi, eppure nessuno di questi giornalisti ha mai firmato un&#8217;inchiesta sulla morte di<strong> Ilaria</strong> e <strong>Miran</strong>, limitandosi a parlarne solo davanti al magistrato oppure in sede di Commissione d&#8217;Inchiesta &#8211; ce ne sono state diverse &#8211; senza mai avanzare congetture di sorta. Perché? Perché i fatti non le autorizzavano, dico io. Altrimenti, saremmo stati noi ad indagare per primi, noi che con <strong>Ilaria</strong> E <strong>Miran</strong> avevamo vissuto quegli ultimi giorni, noi che probabilmente eravamo più informati di altri su quanto stava succedendo in <strong>Somalia</strong> in quei giorni.</p>
<p>I fatti, d&#8217;altronde, erano chiari a tutti. Già al nostro arrivo a <strong>Mogadiscio</strong> i militari italiani ci avevano avvertito dei <em>rumor</em> insistenti su un possibile attacco ad obiettivi italiani &#8211; giornalisti compresi &#8211; e ci avevano perciò invitati ad alloggiare all&#8217;interno del loro <em>compound</em>. E il <strong>19 marzo</strong>, fattosi il pericolo più concreto, io e <strong>Raffaele Ciriello -</strong>  che avevamo preferito sistemarci per qualche giorno in città, ospiti di cooperanti &#8211; fummo evacuati sulla nave <strong>Zeffiro</strong> e facemmo ritorno in Italia assieme a <strong>Marcello Ugolini</strong> e <strong>Mauro Perna</strong> del giornale  radio <strong>RAI</strong>. <strong>Ilaria</strong> e <strong>Miran</strong> li vedemmo per l&#8217;ultima volta il <strong>15</strong> o <strong>16</strong> marzo &#8211; non ricordo bene &#8211; in occasione di una visita a Merca assieme ai militari italiani. E fu in quella occasione che<strong> Ilaria</strong> mi disse di voler andare a <strong>Bosaso</strong>, sia perché laggiù era scoppiata una epidemia di colera, sia perché quella destinazione era l&#8217;unica disponibile via aerea. Tutte queste cose le scrissi sul settimanale <strong>Avvenimenti</strong> quando, giunto in <strong>Italia</strong>, venni accolto dalla notizia della morte di <strong>Ilaria</strong> E <strong>Miran. </strong>E ricordo anche che,  parlando della loro tragica morte al telefono con <strong>Raffaele Ciriello</strong> e con altri colleghi che erano stati con me in quel viaggio sfortunato, nessuno avanzò strane congetture su quanto era capitato, addebitandolo solo alla follia dei somali e alla sfortuna, che in questo mestiere è sempre in agguato.                                                                                                      <a href="/wp-content/uploads/2014/03/ilaria-11.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3470" title="ilaria 1" src="/wp-content/uploads/2014/03/ilaria-11.jpg" alt="" width="276" height="182" /></a></p>
<p>Le congetture sono arrivate dopo, anche molti anni dopo, ad opera di colleghi che sono bravissimi ma che sono partiti dall&#8217;assunto che quella di <strong>Ilaria</strong> e di <strong>Miran</strong> non poteva essere stata una &#8220;<strong>punizione</strong>&#8221; &#8211; per colpire gli italiani &#8211; ma doveva nascondere chissà quale altro mistero. Si è parlato prima di mala cooperazione, poi di traffico d&#8217;armi, infine di rifiuti tossici, senza però mai apportare delle prove a sostegno che non fossero congetture. A questo quadro sono state associate alcune apparenti stranezze &#8211; la sparizione dei taccuini di <strong>Ilaria</strong> ed altre &#8211; che a mio modesto avviso vanno messo in conto fra le cialtronerie che purtroppo caratterizzano molte inchieste italiane e non sono il segno di nessun piano prestabilito o complotto che dir si voglia. Bene perciò ha fatto <strong>Massimo Alberizzi</strong>, che di <strong>Ilaria</strong> era amico e che della <strong>Somalia</strong> è il conoscitore più attendibile, a scrivere sul suo blog qualche giorno che la ricerca della verità è stata &#8220;ritardata&#8221; dalle troppe congetture misteriose. &#8220;<em>Chi ha voluto con testardaggine perseguire la strada dei traffici illeciti, armi, rifiuti tossici e mala-cooperazione, senza guardare altrove &#8211; </em><a href="http://www.africa-express.info/2014/03/20/ilaria-e-miran-uccisi-ventanni-fa-le-tesi-precostituite-sul-loro-omicidio-hanno-impedito-la-ricerca-della-verita/" target="_blank">scrive <strong>Massimo</strong></a><em>- , si è assunto la grave responsabilità di aver impedito che fossero condotte indagini in altre direzioni. Per accertare altre verità, per verificare altre tesi&#8221;. La sua è u</em>na denuncia coraggiosa e importante, che condivido in pieno e che dice quello che in tanti pensiamo da tempo senza aver mai avuto la possibilità di dirlo.</p>
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		<title>Giornalisti con l&#8217;elmetto</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Mar 2014 19:28:20 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Guerra civile in Siria]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img width="275" height="183" src="/wp-content/uploads/2014/03/siria-11.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="siria 1" title="siria 1" /></p>Sono disposti a tutto. E non hanno alcun ritegno. Pur di compiacere i loro sponsor sono disposti infatti a scrivere qualsiasi cosa, negando perfino l&#8217;evidenza. Sono i giornalisti &#8220;con l&#8217;elmetto&#8220;, quelli che &#8211; avendo un rapporto privilegiato con una fonte &#8211; ne devono per forza di cose veicolare la propaganda, altrimenti smettono di essere utili [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="275" height="183" src="/wp-content/uploads/2014/03/siria-11.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="siria 1" title="siria 1" /></p><p>Sono disposti a tutto. E non hanno alcun ritegno. Pur di compiacere i loro sponsor sono disposti infatti a scrivere qualsiasi cosa, negando perfino l&#8217;evidenza. Sono i giornalisti &#8220;<em>con l&#8217;elmetto</em>&#8220;, quelli che &#8211; avendo un rapporto privilegiato con una fonte &#8211; ne devono per forza di cose veicolare la propaganda, altrimenti smettono di essere utili e perdono il privilegio delle notizie in anteprima. E&#8217; un modo di concepire questo mestiere di una tristezza infinita, prima ancora che deplorabile sul piano deontologico. Ma trova più accoliti di quanto voi possiate immaginare. E scovarli non è sempre facile.</p>
<p>Prendiamo <strong>la Repubblica</strong> di oggi, <strong>11 marzo 2014</strong>. A pagina 16 c&#8217;è un articolo firmato <strong>Alix Van Buren </strong>che illustra un rapporto <strong>Unicef  </strong>appena uscito sul dramma dei bambini in <strong>Siria</strong>. Questo è l&#8217;<a href="http://www.moked.it/unione_informa/pdfrassegna/selezionerassegnastampa.pdf" target="_blank">articolo</a> e questo  il <a href="http://www.unicef.it/Allegati/Under_Siege_Syria_1.pdf" target="_blank">Rapporto</a>. Dall&#8221;articolo scoprirete che ci sono &#8220;<em>bambine nei campi profughi date in sposa a ricchi pedofili del Golfo, infanti plagiati nei campi di addestramento allestiti dai jihadisti stranieri nel nord della Siria<em>, femminucce di pochi anni sepolte dietro il niqab&#8221; </em></em>e tutta una serie di altre atrocità imputabili solo all&#8217;opposizione armata siriana, vale a dire ai &#8220;<em>ribelli</em>&#8220;, mentre nemmeno una riga, nemmeno un accenno &#8211; controllare per credere &#8211; viene fatto alle atrocità ben più gravi commesse dal regime di <strong>Bashar al Assad</strong>.  In realtà, il Rapporto dell&#8217;<strong>Unicef</strong> non accenna mai a responsabilità dell&#8217;una e dell&#8217;altra parte in conflitto, com&#8217;è consuetudine nei rapporti delle agenzie <strong>ONU. </strong>E nessuna fra le testimonianze riportate fa accenno alla casistica di cui parla la collega di <strong>Repubblica</strong> . Anzi, a voler leggere fra le righe, quando si riportano le voci dei bambini di <strong>Yarmuk</strong> o di altre aree  &#8221;<em>sotto assedio</em>&#8220;, la logica vorrebbe che la responsabilità venisse attribuita al regime piuttosto che ai &#8220;ribelli&#8221;, visto che che è il regime che assedia le forze ribelli queste ed altre zone del Paese. E invece niente, a leggere quell&#8217;articolo pare che le atrocità sui bambini in <strong>Siria </strong>siano imputabili  solo ad una parte.    <a href="/wp-content/uploads/2014/03/Siria-2.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3452" title="Siria 2" src="/wp-content/uploads/2014/03/Siria-2.jpg" alt="" width="243" height="208" /></a></p>
<p>Una semplice dimenticanza? Non direi, visto che la collega in questione si era già distinta in passato per le sue testimonianze a senso unico sulla guerra civile in <strong>Siria</strong>. E non perché provenissero da <strong>Damasco</strong>, dal momento che stimabili giornalisti e giornaliste sono riusciti, anche dalla capitale, a non lasciarsi abbindolare dalla propaganda del regime. La <strong>Van Buren</strong> no. Lei  ha scelto l&#8217;elmetto e si è lanciata a capofitto nel sostegno al regime, veicolandone senza ritegno le bugie più grossolane. L&#8217;ha dimostrato in varie occasioni  ed è già stata colta in fallo &#8211; leggi<a href="http://www.camilloblog.it/archivio/2012/02/12/limbarazzante-caso-di-repubblica-giornale-pro-siria/" target="_blank"> qui</a> &#8211; ma questo non sembra importare né a lei né ai suoi superiori, che continuano ad accreditarla come titolare credibile del dossier siriano.  Francamente non se ne può più.</p>
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		<title>The Great Game</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Mar 2014 07:27:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronache Sovietiche]]></category>
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		<category><![CDATA[Barbara Spinelli]]></category>
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		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[URSS]]></category>
		<category><![CDATA[Vladimir Putin]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img width="284" height="177" src="/wp-content/uploads/2014/03/ucraina.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="ucraina" title="ucraina" /></p>Autore:   BARBARA SPINELLI                             Fonte: Repubblica del 5 marzo 2014 Da leggere, con grande attenzione. Per depurarsi dai &#8220;toni&#8221; decisamente inopportuni usati finora dai media mainstream sulla crisi in Ucraina e andare al nocciolo della questione. &#8220;In parte per monotonia abitudinaria, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="284" height="177" src="/wp-content/uploads/2014/03/ucraina.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="ucraina" title="ucraina" /></p><p>Autore:  <strong> BARBARA SPINELLI</strong>                             Fonte: <strong>Repubblica</strong> del<strong> 5 marzo 2014</strong></p>
<p>Da leggere, con grande attenzione. Per depurarsi dai &#8220;toni&#8221; decisamente inopportuni usati finora dai media<em> mainstream</em> sulla crisi in <strong>Ucraina</strong> e andare al nocciolo della questione.</p>
<p><em>&#8220;In parte per monotonia abitudinaria, in parte per insipienza e immobilità mentale, continuiamo a parlare dell&#8217;intrico ucraino come di un tragico ritorno della guerra fredda. Ritorno tragico ma segretamente euforizzante.Perché la routine è sempre di conforto per chi ha poche idee e conoscenza. Le parole sono le stesse, e così i duelli e comportamenti: come se solo la strada di ieri spiegasse l&#8217;oggi, e fornisse soluzioni.</em></p>
<p><em>È una strada fuorviante tuttavia: non aiuta a capire, a agire. Cancella la realtà e la storia ucraina e di <strong>Crimea</strong>, coprendole con un manto di frasi fuori posto. È sbagliato dire che metà dell&#8217;<strong>Ucraina</strong> &#8211; quella insorta in piazza a <strong>Kiev</strong> &#8211; vuole &#8220;entrare in <strong>Europa</strong>&#8220;. Quale <strong>Europa</strong>? Nei tumulti hanno svolto un ruolo cruciale &#8211; non denunciato a Occidente &#8211; forze nazionaliste e neonaziste (un loro leader è nel nuovo governo: il vice Premier). Il mito di queste forze è<strong> Stepan Bandera</strong>, che nel &#8217;39 collaborò con Hitler. È sbagliato chiamare l&#8217;Est ucraino regioni secessioniste perché &#8220;abitate da filorussi &#8220;. Non sono filo- russi ma russi, semplicemente. In <strong>Crimea</strong> il 60% della popolazione è russa, e il 77% usa il russo come lingua madre (solo il 10% parla ucraino). È mistificante accomunare <strong>Nato</strong> e <strong>Europa:</strong> se tanti sognano l&#8217;Unione, solo una minoranza aspira alla Nato (una minaccia, per il 40%). Sbagliato è infine il lessico della guerra fredda applicato ai rapporti euro-americani con Mosca, accompagnato dal refrain: è &#8220;nostra &#8221; vittoria, se <strong>Mosca</strong> è sconfitta. <a href="/wp-content/uploads/2014/03/ucraina-2.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3446" title="ucraina 2" src="/wp-content/uploads/2014/03/ucraina-2.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a></em></p>
<p><em>Dal presente dramma bellicoso si uscirà con altri linguaggi, altre dicotomie. Con una politica &#8211; non ancora tentata &#8211; che cessi di identificare i successi democratici con la disfatta della Russia. Che integri quest&#8217;ultima senza trattarla come immutabile Stato ostile: con una diplomazia intransigente su punti nodali ma che &#8220;rispetti l&#8217;onore e la dignità dei singoli Stati, Mosca compresa&#8221;, come scrive lo studioso russo-americano Andrej Tsygankov. L&#8217;Ucraina è una regione più vitale per Mosca che per l&#8217;Occidente, e i suoi abitanti russi vanno rassicurati a ogni costo. È il solo modo per esser severi con Mosca e insieme rispettarla, coinvolgerla.</em></p>
<p><em>Siamo lontani dunque dalla guerra fredda. Che era complicata, ma aveva due elementi oggi assenti: una certa prevedibilità, garantita dalla dissuasione atomica; e la natura ideologica (oggi si usa l&#8217;orrendo aggettivo</em><br />
<em>valoriale) di un conflitto tra Est sovietizzato e liberal-democrazie. Grazie allo spauracchio dell&#8217;Urss, Europa e Usa formavano un &#8220;occidente &#8221; senza pecche, qualsiasi cosa facesse. L&#8217;Urss era nemico esistenziale: letteralmente, ci faceva esistere come blocco di idee oltre che di armi. Questo schema è saltato, finita l&#8217;Urss, e l&#8217;Est è entrato nell&#8217;Unione. Mentre l&#8217;Urss crollava un alto dirigente sovietico,<strong> Georgij Arbatov</strong>, disse: &#8220;Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico &#8220;. Non aveva torto, se ancora viviamo quel lutto come orfani riottosi. Ma non è più l&#8217;antagonismo ideologico a spingerci. La Russia aspira a Riconquiste come la Nato e Washington. Fa guerre espansive in Cecenia mentre gli Usa, passivamente seguiti dall&#8217;Europa, fanno guerre illegali cominciando dall&#8217;Iraq e proseguendo con le uccisioni mirate tramite i droni. &#8220;Oggi la Russia di Putin e &#8220;l&#8217;Occidente&#8221; condividono un&#8217;identica visione basata sulla ricerca di profitto e di potere: in tutto tranne su un punto, e cioè a chi debbano andare profitto e potere&#8221;, scrive Marco D&#8217;Eramo su Pagina 99 (25-2-14).</em></p>
<p><em>Questo significa che non la guerra fredda torna, ma il vecchio equilibrio tra potenze (balance of power) che regnava in Europa fino al &#8217;45: i Grandi Giochi dell&#8217;800, in Asia centrale o Balcani. Qui è la perversione odierna, obnubilata. Washington ha giocato per anni con l&#8217;idea di spostare la Nato a Est, fino ai confini russi. Più per mantenere in piedi l&#8217;ostilità del Cremlino che per aiutare davvero nazioni divenute indipendenti. L&#8217;Europa avrebbe potuto essere primo attore, perso il &#8220;nemico esistenziale&#8221;. Non lo è diventata. È un corpo con tante piccole teste, alcune delle quali (Germania per prima) curano propri interessi economico-strategici da soli. Lo scandalo è che nel continente c&#8217;è ancora una pax americana opposta alla russa. Una pax europea neppure è pensata.</em><br />
<a href="/wp-content/uploads/2014/03/ucraina-1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3447" title="ucraina 1" src="/wp-content/uploads/2014/03/ucraina-1.jpg" alt="" width="301" height="167" /></a><br />
<em>Eppure una pax simile potrebbe esistere. L&#8217;unità europea fu inventata proprio in risposta all&#8217;equilibrio delle potenze, per una pace che non fosse una tregua ma un ordine nuovo. L&#8217;ombrello Usa ha protetto un pezzo del continente, consentendogli di edificare l&#8217;Unione, ma ha viziato gli europei, abituandoli all&#8217;indolenza passiva, all&#8217;inattività irresponsabile, al mutismo. Finite le guerre fratricide, l&#8217;Europa occidentale s&#8217;è occupata di economia, pensando che pace-guerra non fosse più di attualità. Lo è invece, atrocemente. Priva di visioni su una pace attiva, l&#8217;Europa cade in errori successivi fin dai tempi dell&#8217;allargamento. Allargamento che non definì la pax europea: i paesi dell&#8217;Est si liberarono, senza apprendere la libertà. Il poeta russo Brodsky lo disse subito: &#8220;La verità è che un uomo liberato non diventa per questo un uomo libero. La liberazione è solo un mezzo per raggiungere la libertà, non è un sinonimo della libertà (&#8230;) Se vogliamo svolgere il ruolo di uomini liberi, dobbiamo esser capaci di accettare o almeno imitare il comportamento di una persona libera che conosce lo scacco: una persona libera che fallisce non getta la pietra su nessuno&#8221;. L&#8217;Est si liberò dalle alleanze con Mosca, ma quel che ritrovò, troppo spesso, fu il nazionalismo di prima.</em></p>
<p><em>Non a caso molti a Est si misero a difendere la sovranità degli Stati, senza esser contestati. E la &#8220;liberazione&#8221; criticata da Brodsky risvegliò ataviche passioni mono-etniche, intolleranti del diverso. Si aggravò lo status dei Rom: ridivenuti apolidi. Si riaccesero nazionalismi irredentisti, come nell&#8217;Ungheria di Orbán. Nata contro le degenerazioni nazionaliste, L&#8217;Europa ammutolì. Kiev corre gli stessi rischi, proprio perché manca una pax europea che superi le sovranità statali assolute, e la loro fatale propensione bellicosa. Se tanti sono euro- fili ignorando la filosofia dell&#8217;Unione, è perché anche l&#8217;Unione l&#8217;ignora. Bussola resta l&#8217;America: lo Stato che meno d&#8217;ogni altro riconosce autorità sopra la propria. Oppure il nazionalismo russo. Tra Russia e Usa il rapporto è antagonistico, ma a parole. Nei fatti è un rapporto di</em><br />
<em>rivalità mimetica, di somiglianza inconfessata.</em></p>
<p><em>L&#8217;Ucraina è una nazione dalle molte etnie, con una storia terribile. Storia di russificazioni forzate, che in Crimea risalgono al &#8217;700: ma oggi i russi che sono lì vanno protetti. Storia di deportazioni in massa di tatari dalla Crimea, che pagarono la collaborazione col nazismo e tornarono negli anni &#8217;90. Storia di una carestia orchestrata da Stalin, e di patti con Hitler su cui non è iniziata alcuna autocritica (il collaborazionista Bandera è un mito, per le destre estreme che hanno pesato nei recenti tumulti). Uno dei più nefasti fallimenti della rivoluzione a Kiev è stata la decisione di abolire la tutela della lingua russa a Est: cosa che ha attizzato paure e risentimenti antichissimi dei cittadini russi, timorosi di trasformarsi in paria inascoltati dal mondo. Tutte queste etnie convivevano, quando in Europa c&#8217;erano gli imperi. Pogrom e Shoah son figli dei nazionalismi. Oggi regnano due potenze dal comportamento imperialista (Usa, Russia), che però <img src="http://t.mookie1.com/rsp?min_age=2&amp;rurl=http://oas.repubblica.it/RealMedia/ads/adstream.cap?c=mooker%26e=7d%26va=[MOOKIE]_[MOOKIE_AGE]" alt="" /><img src="http://t.mookie1.com/cms?min_age=2&amp;rurl=http://ib.adnxs.com/mapuid?member=1471%26user=[MOOKIE]" alt="" /> non sono imperi multietnici ma nazioni- Stato distruttivi come in passato. Se l&#8217;Europa non trova in sé la vocazione di essere impero senza imperialismo, via d&#8217;uscita non c&#8217;è. Se non trova il coraggio di dire che mai considererà &#8220;filo- europei&#8221; neonazisti che si gloriano di un passato russofobo che combatté i liberatori dell&#8217;Urss, le guerre nel continente son destinate a ripetersi. Le tante chiese ucraine lo hanno capito meglio degli Stati.&#8221; <strong>(BARBARA SPINELLI)</strong></em></p>
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		<title>Chiacchiere &amp; Notizie</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Feb 2014 13:28:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="300" height="213" src="/wp-content/uploads/2014/02/fila-per-pane-300x213.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="Mideast Syria" title="Mideast Syria" /></p>La foto che vedete in copertina è della Reuters ma è stata diffusa in tutto il mondo dall&#8217;ONU per documentare l&#8217;uso della fame come arma di guerra in Siria. Ritrae una folla gigantesca in fila, decine di migliaia di profughi palestinesi nel campo di Yarmouk, alla periferia di Damasco, sigillato e assediato dall&#8217;esercito di Bachar al Assad, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="300" height="213" src="/wp-content/uploads/2014/02/fila-per-pane-300x213.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="Mideast Syria" title="Mideast Syria" /></p><p>La foto che vedete in copertina è della <strong>Reuters</strong> ma è stata diffusa in tutto il mondo dall&#8217;<strong>ONU</strong> per documentare l&#8217;uso della fame come arma di guerra in <strong>Siria. </strong>Ritrae una folla gigantesca in fila, decine di migliaia di <strong>profughi palestinesi</strong> nel campo di <strong>Yarmouk, </strong>alla periferia di <strong>Damasco, </strong>sigillato e assediato dall&#8217;esercito di<strong> Bachar al Assad,</strong> per punizione. In <strong>Italia</strong> solo il<strong> Corriere della Sera </strong>ne ha ricavato una foto-notizia, in prima pagina, con un bel commento di <strong>Davide Frattini</strong>.  &#8221;<em>La fame come arma &#8211; </em>scrive <strong>Frattini</strong><em> &#8211; la fame per svuotare la pancia e la determinazione di chi chiedeva le riforme, se non la libertà. Il cibo come strumento di potere, come bastone per comandare a chi andranno distribuite le carote&#8221;.  </em>Sugli altri giornali e tv  nostrane niente invece, nemmeno una riga. Forse perché il chiacchiericcio politico di questi giorni è stato ritenuto più importante di una foto sul dramma siriano, sia pur bellissima e drammatica, da far accapponare la pelle.</p>
<p>Nei giorni seguenti ho provato a riflettere sui meccanismi perversi che condizionano la<em><strong> notiziabilità</strong></em> degli eventi che ci circondano. E  mi è capitato di leggere su <strong><a href="http://ilmondodiannibale.globalist.it/Detail_News_Display?ID=98381&amp;typeb=0&amp;Padre-Paolo-prigioniero-a-Damasco-" target="_blank">Il Mondo di Annibale</a></strong> un&#8217;altra di quelle che a me sembrano notizie importanti:  quella secondo cui <strong>Padre Paolo Dall&#8217;Oglio </strong>sarebbe sì stato rapito da <strong>al Qaeda</strong>, per la precisione dall&#8217;<strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Stato_Islamico_dell'Iraq_e_del_Levante" target="_blank">ISIS,</a> </strong> ma per essere ceduto al regime di <strong>Damasco</strong>, che lo terrebbe prigioniero. A dichiararlo peraltro non è stato il mio pizzicagnolo di fiducia  ma <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Michel_Kilo" target="_blank">Michel Kilo</a></strong>, un nome illustre del dissenso siriano, figura di spicco del fronte non armato. <strong>Kilo</strong>  non rivela le sue fonti ma conferma di fatto una voce che circolava già. Se le sue dichiarazioni venissero confermate il sequestro di <strong>Padre Paolo,</strong> scomparso da ormai sette mesi, assumerebbe contorni diversi, imponendo a noi tutti una lettura non in linea con la<em><strong> narrativa</strong></em> prevalente oggi a proposito degli avvenimenti siriani.  Mi aspettavo perciò di poter approfondire l&#8217;argomento sulle grandi testate nazionali. E invece niente. Nemmeno una riga. Anche se si tratta di un caso che dovrebbe stare a cuore ai nostri giornali e giornalisti, essendo <strong>Padre Paolo</strong> un personaggio assai noto, oltre che italiano.                                                                                                             <a href="/wp-content/uploads/2014/02/220px-Paolo_DallOglio.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3432" title="220px-Paolo_Dall'Oglio" src="/wp-content/uploads/2014/02/220px-Paolo_DallOglio.jpg" alt="" width="220" height="261" /></a></p>
<p>Per entrambi i casi che ho citato si potrebbero fare congetture diverse, in chiave politica. E sarebbero, anzi sono tutte legittime, tutte vere. Ma c&#8217;è anche&#8217; una perversione tutta giornalistica nel creare la gerarchia delle notizie da pubblicare. E&#8217; la perversione di chi <em>&#8220;copre&#8221;</em> una notizia solo se lo fa anche la testata concorrente, di chi dà una notizia solo se l&#8217;ha data l&#8217;<strong>Ansa</strong>, di chi preferisce stare a ruota piuttosto che lavorare. Nasce anche da questa stupida, detestabile perversione il buco nero in cui finiscono alcune notizie, anche importanti. Ed è una malattia che colpisce spesso chi questo lavoro lo fa non consumando la suola delle scarpe ma con le chiappe attaccate alla poltrona, di promozione in promozione.</p>
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