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	<title>Frasivolanti</title>
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	<description>di Laura Ressa - Narratrice con il cuore nella penna</description>
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	<title>Frasivolanti</title>
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		<title>Cultura Comunità Ecologia: TRACCE per rigenerare Taranto &#8211; Intervista a Gladys Spiliopoulos</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Ressa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cose belle]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gladys Spiliopoulos è economista per l’ambiente e la sostenibilità, cittadina attiva e ESG specialist per un&#8217;azienda privata. Si occupa di disclosure di sostenibilità e disclosure collegata ai cambiamenti climatici per i settori altamente emissivi (oil &#38; gas, iron &#38; steel, cement, etc.). Gladys è stata protagonista dell&#8217;intervista del 16 gennaio 2026 in diretta streaming sui &#8230; </p>
<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2026/01/18/cultura-comunita-ecologia-tracce-taranto-intervista-gladys-spiliopoulos/">Cultura Comunità Ecologia: TRACCE per rigenerare Taranto &#8211; Intervista a Gladys Spiliopoulos</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Gladys Spiliopoulos è economista per l’ambiente e la sostenibilità, cittadina attiva e ESG specialist per un&#8217;azienda privata. </strong><br>Si occupa di disclosure di sostenibilità e disclosure collegata ai cambiamenti climatici per i settori altamente emissivi (oil &amp; gas, iron &amp; steel, cement, etc.). <br><br>Gladys è stata protagonista dell&#8217;intervista del 16 gennaio 2026 in diretta streaming sui canali Frasivolanti. <strong>Al centro del suo racconto e del nostro dialogo: ambiente, crisi climatica, difesa del territorio, il neonato progetto TRACCE e la città di Taranto.</strong></p>



<span id="more-33488"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Attiva in diverse iniziative civiche a tutela del territorio, Gladys ha partecipato alla redazione di osservazioni tecniche su progetti ad alto impatto sul territorio tra cui il dissalatore sul fiume Tara, il flottante nel Mar Piccolo, analisi economica nel ricorso al TAR contro l’Aia ex Ilva, impianti di trattamento fanghi e altre procedure autorizzative complesse. <br>Ha all’attivo 4 pubblicazioni (T.R.A.C.C.E.: integrare i servizi ecosistemici nella pianificazione bioculturale e rigenerativa di Taranto;<br>“Lands, seas, crops, cultures: biogrammatic protection of the Mediterranean through relational sustainability actions”;<br>“La Rigenerazione Economica del Mediterraneo”; <br>Analisi COSTO–OPPORTUNITÀ del ciclo integrale a carbone dell’installazione EX ILVA di Taranto alla luce della nuova AIA del 2025)<br>e due menzioni di merito scientifico per la sua tesi di laurea magistrale dal titolo “Taranto, capitale del mare urbano: valutazione servizi ecosistemici area marina protetta Mar Piccolo &#8211; Isole Cheradi. Analisi aspetti economici, sociali ed ambientali”. <br><br>All’interno di TRACCE Gladys porta competenze sulla valutazione dei beni non di mercato, sui servizi ecosistemici e sui modelli di sviluppo sostenibile basati sulla visione ecosistemica, contribuendo alla costruzione del Taranto ESG Watch (indice civico inteso come infrastruttura civica di monitoraggio in ambito ambientale, sociale e di governance). <br><br><strong>Cos&#8217;è TRACCE? </strong><br><strong>T.R.A.C.C.E. è l&#8217;acronimo di &#8220;Taranto Rigenerata Attraverso Cultura, Comunità, Ecologia&#8221;. </strong><br>Il progetto nasce dalla partecipazione attiva nelle piazze. All’inizio il documento realizzato su questo tema si intitolava &#8220;Analisi critica all’accordo di programma&#8221; ed era finalizzato ad analizzare in modo critico l&#8217;accordo di programma del governo e tutto ciò che ad esso era collegato. <br>&#8220;Poi però abbiamo pensato che non potevamo limitarci a dire NO e a criticare: era necessario che ci sentissimo co-responsabili del futuro di Taranto.&#8221; &#8211; afferma Gladys.<br>&#8220;Abbiamo iniziato a costruire un progetto alternativo sulla base di studi ed esperienze di altre realtà. Ma per comprendere il cammino che porta a TRACCE, al di là del percorso delle piazze, bisogna partire dai &#8220;Racconti della contea di Degradoland&#8221; (<a href="https://sites.google.com/view/degradoland/home" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://sites.google.com/view/degradoland/home</a> ) che hanno rappresentato un modo per raccontare un mondo distopico e far comprendere la bellezza di Taranto e l&#8217;importanza di lottare per essa. Soprattutto l’ultimo capitolo &#8220;Lettera da Thalassia&#8221; permette di capire il cammino fatto per giungere fino a TRACCE.&#8221;<br><br>&#8220;<strong>TRACCE è un progetto di comunità, la voce di una generazione stanca di una narrazione che non racconta la Taranto di oggi.<br>Le linee guida proposte mirano a rigenerare la città attraverso l’integrazione dei servizi ecosistemici, considerati come infrastrutture regolative del benessere diffuso del territorio, evitando fratture tra sviluppo e tutela e adottando un approccio bioculturale capace di valorizzare insieme ambiente, patrimonio e comunità.</strong><br><br>I visionari della prima ora sono: Gladys Spiliopoulos, Giada Marossi, Giuseppe Barbalinardo, Matteo Falcone, Walter Giacovelli, Niccolò Giambruno.&#8221;<br><br><strong>Per approfondire: </strong><br><a href="https://www.pressenza.com/it/2026/01/tracce-e-la-rigenerazione-di-taranto-che-parte-dal-basso-oltre-lex-ilva/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.pressenza.com/it/2026/01/tracce-e-la-rigenerazione-di-taranto-che-parte-dal-basso-oltre-lex-ilva/</a>&nbsp; <br><br><a href="https://sites.google.com/view/degradoland/cap-finale-lettera-da-thalassia?authuser=0" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://sites.google.com/view/degradoland/cap-finale-lettera-da-thalassia?authuser=0</a>&nbsp; <br><br><a href="https://www.facebook.com/puntidivistapress/posts/1461111532151501" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.facebook.com/puntidivistapress/posts/1461111532151501</a></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="790" height="527" data-attachment-id="33516" data-permalink="https://lauraressa.com/2026/01/18/cultura-comunita-ecologia-tracce-taranto-intervista-gladys-spiliopoulos/taranto/" data-orig-file="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Taranto.jpg?fit=1024%2C683&amp;ssl=1" data-orig-size="1024,683" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;Alemanno Andrea Donato&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="Taranto" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Taranto.jpg?fit=790%2C527&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Taranto.jpg?resize=790%2C527&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-33516" srcset="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Taranto.jpg?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Taranto.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Taranto.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Taranto.jpg?resize=90%2C60&amp;ssl=1 90w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Taranto.jpg?resize=374%2C249&amp;ssl=1 374w" sizes="(max-width: 790px) 100vw, 790px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Taranto</em></figcaption></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il paradigma al centro del progetto TRACCE vede Taranto come laboratorio della transizione.<br>La città rappresenta uno dei casi più emblematici del fallimento dei modelli di sviluppo industriale del Novecento e, allo stesso tempo, una delle più radicali opportunità di ripensamento del rapporto tra ambiente, società ed economia. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Taranto inoltre vive una condizione che può essere definita <strong>&#8220;paradosso territoriale&#8221;: in pochi chilometri convivono ecosistemi rari e fragili (come il Mar Piccolo, il Mar Grande, le zone umide e costiere), un patrimonio storico e archeologico stratificato, quartieri segnati da profonde vulnerabilità sociali e la più grande area industriale d&#8217;Europa.</strong><br>L&#8217;ONU ha definito Taranto una “zona di sacrificio”, una macchia sulla coscienza collettiva dell&#8217;umanità: una definizione che fotografa l&#8217;intensità dell&#8217;impatto ambientale e sanitario, ma anche un paradigma di governo del territorio che ha sistematicamente separato sviluppo economico e tutela ambientale, produzione e benessere, crescita e diritti.<br>È dentro questa frattura che nasce T.R.A.C.C.E. (Taranto Rigenerata Attraverso Cultura, Comunità ed Ecologia) come proposta di pianificazione rigenerativa capace di cambiare la grammatica con cui si immagina il futuro della città.<br><br><strong>Il cuore teorico del progetto TRACCE risiede nel riconoscimento dei servizi ecosistemici non come elementi accessori o compensativi, ma come infrastrutture strutturali del benessere umano e territoriale. </strong>L&#8217;approccio proposto supera una visione riduttiva della sostenibilità, intesa come “livello aggiuntivo” ai processi urbanistici, per affermare invece una pianificazione fondata sul metabolismo urbano-ecologico.<br>Gli ecosistemi forniscono servizi di approvvigionamento, regolazione climatica, qualità dell&#8217;aria e dell&#8217;acqua, supporto alla vita, ma anche servizi culturali e identitari: relazioni sociali, pratiche quotidiane, senso di appartenenza, qualità dell&#8217;abitare. Assumerli come infrastrutture invisibili significa orientare le trasformazioni urbane secondo criteri misurabili, verificabili e capaci di generare valore collettivo nel tempo.<br>In tal senso <strong>TRACCE si inserisce nel solco della contabilità ecosistemica e dei framework internazionali (SEEA-EEA, SDGs, metriche ESG), ma li declina in una prospettiva territoriale e civica, rendendoli strumenti di decisione pubblica e non solo di rendicontazione.</strong><br><br>Uno degli elementi più innovativi del progetto è l&#8217;adozione di un approccio bioculturale, che riconosce l&#8217;interdipendenza profonda tra ecosistemi, culture locali e comunità. Rigenerare un territorio non significa semplicemente intervenire sul piano fisico o ambientale, ma ricostituire le relazioni tra paesaggio, memoria, pratiche sociali ed economie locali.<br><strong>TRACCE introduce il concetto di ecosistema chiave di volta culturale: un ecosistema la cui perdita comporterebbe non solo uno squilibrio ecologico, ma anche un collasso identitario e sociale. A Taranto, il mare, le lagune, i fiumi, le zone umide e le coste non sono solo elementi naturali, ma portatori di saperi, mestieri, ritualità, economie storiche e forme di cittadinanza.<br>La pianificazione bioculturale proposta da TRACCE mira quindi a trasformare patrimoni materiali e immateriali in leve progettuali, superando la dicotomia tra tutela e sviluppo e costruendo una visione integrata del territorio.</strong><br><br>Dal punto di vista operativo, TRACCE si fonda su una <strong>metodologia articolata su tre livelli interconnessi</strong>.<br><strong>Il primo è la valutazione biofisica</strong>, che analizza la dotazione ecosistemica del territorio e il suo metabolismo urbano-ecologico attraverso indicatori di contabilità ecosistemica. Questo livello consente di orientare la rigenerazione entro limiti ecologici reali, valutando servizi di regolazione idrica, climatica, della qualità dell&#8217;aria e del suolo.<br><strong>Il secondo livello è la valutazione bioculturale</strong>, che indaga valori, usi sociali e pratiche dei luoghi attraverso strumenti qualitativi: mappe di comunità, laboratori partecipativi, focus territoriali. Qui la rigenerazione diventa risposta ai bisogni reali della popolazione e non proiezione astratta di modelli esterni.<br><strong>Il terzo livello riguarda monitoraggio e governance</strong>, attraverso la costruzione del Taranto ESG Watch: un&#8217;infrastruttura civica di indicatori ambientali, sociali e di governance, basata su dati pubblici, metriche internazionali e contributi della citizen science. Il TEW è concepito come strumento di democrazia territoriale, capace di rendere trasparenti le decisioni, misurare gli impatti nel tempo e riequilibrare i rapporti di potere tra cittadini, istituzioni e grandi attori economici.<br><br><strong>Per dimostrare la concretezza dell’approccio, TRACCE individua quattro ambiti strategici della città come prototipi di pianificazione rigenerativa.</strong><br>Il primo è StillWorks, relativo all&#8217;area ex Ilva, interpretata non solo come sito da bonificare, ma come laboratorio di rigenerazione ecosistemica post-industriale. Qui la rigenerazione passa attraverso riforestazione, fitodepurazione, corridoi ecologici, architetture climatiche e riconversione degli edifici industriali in contenitori culturali e di ricerca, sul modello di esperienze europee come Zollverein. Condizione imprescindibile è la dismissione dell&#8217;impianto e una bonifica reale del sito.<br>Il secondo prototipo riguarda Porta Napoli, intesa come distretto bioculturale capace di trasformare fragilità sociali e marginalità in risorse. Arte, artigianato, musica e microeconomie creative si integrano con infrastrutture verdi, percorsi di prossimità e accesso al mare, generando inclusione, identità e qualità urbana.<br>Il terzo caso è il Parco del Galeso e Archi del Triglio, pensato come corridoio eco-storico che ricuce continuità ecologica, idraulica e paesaggistica tra quartieri, laguna e mare. Fitodepurazione, percorsi lenti, educazione ambientale e citizen science restituiscono al fiume un ruolo centrale nella vita urbana.<br>Il quarto ambito è quello dei Lidi Urbani, concepiti come infrastrutture bioculturali del waterfront. L&#8217;accesso al mare diventa diritto di prossimità, strumento di salute pubblica e giustizia ecologica, attraverso balneabilità sostenibile, mobilità lenta, rinaturalizzazione delle coste e nuove economie legate al turismo lento e alla cultura marina.<br><br>Il progetto TRACCE non nasconde le difficoltà. Tra i principali limiti emergono la dipendenza iniziale dai fondi pubblici, la complessità delle bonifiche, i tempi lunghi della rigenerazione urbana e il rischio di lock-in fossile legato a nuove infrastrutture energetiche.<br>Le soluzioni individuate passano da una diversificazione delle fonti di finanziamento (blended finance, capitali a impatto, fondazioni), da una governance multilivello stabile, da strategie di early wins capaci di produrre risultati visibili nel breve periodo e da un monitoraggio pubblico continuo tramite il Taranto ESG Watch.<br><strong>Un nodo centrale resta quello della governance: superare frammentazioni politiche, conflitti tra associazioni e dinamiche autoreferenziali richiede un patto di territorio basato su criteri di trasparenza, responsabilità e misurazione degli impatti, non sul consenso unanime o sulle reti di potere consolidate.</strong><br><br><strong>La visione di TRACCE dimostra che la pianificazione ecosistemica non è un metodo tecnico da aggiungere ai processi esistenti, ma un modo radicalmente diverso di governare la trasformazione territoriale. Rigenerare non significa solo recuperare luoghi degradati, ma produrre giustizia ecologica</strong>, ricomponendo fragilità ambientali e diseguaglianze sociali attraverso metriche trasparenti, processi condivisi e corresponsabilità diffusa.<br>In questo senso, Taranto può diventare un prototipo replicabile per molte città europee in transizione post-industriale: non un&#8217;eccezione da gestire, ma un laboratorio politico, culturale ed ecologico capace di indicare nuove traiettorie di sviluppo sostenibile.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Gladys Spiliopoulos; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il video dell&#8217;intervista (<a href="https://youtu.be/OlKdjVJXCyA?si=8K4_JHtTbLQVHU-r" target="_blank" rel="noreferrer noopener">link</a>)</strong></p>



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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il podcast (<a href="https://www.spreaker.com/episode/cultura-comunita-ecologia-tracce-per-rigenerare-taranto-intervista-a-gladys-spiliopoulos--69485140" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Spreaker</a>)</strong> </p>



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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">Ed ecco un documento prezioso: il <strong><a href="https://lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Tracce-manifesto.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">MANIFESTO DI TRACCE</a></strong> che Gladys mi ha gentilmente fornito e che con grande piacere condivido.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il trasporto e la passione con cui Gladys Spiliopoulos parla di ambiente, di Taranto e di futuro emergono pienamente dalle sue parole colme di consapevolezza, conoscenza, concretezza, visione. Di fatto <strong>per cambiare le cose che non vanno non basta essere sognatori ma diventare veri visionari in grado di restare con i piedi ben piantati per terra, immersi nelle radici dei problemi da risolvere</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Esserci è parte fondamentale del percorso, è un primo passo per abbracciare quel senso di cittadinanza attiva che fa la differenza anche per le nostre vite. TRACCE vuole fare anche questo: coinvolgere, far sentire tutti partecipi, attori di un istinto di sopravvivenza che ci aiuti a costruire un futuro. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il racconto di Gladys mi ha colpito moltissimo, sarei rimasta ancora un bel po&#8217; ad ascoltarla e dopo l&#8217;intervista anche lei mi ha confessato che avrebbe volentieri continuato, perché quando un tema attraversa la tua vita e ti appassionata così fortemente non vorresti mai smettere di parlarne. <strong>Il coinvolgimento emotivo nei riguardi del nostro ambiente, la sensazione che il modo in cui agiamo in questa breve vita avrà ripercussioni sul dopo di noi, la nostra piccolezza in confronto alla grandezza dell&#8217;universo, la forza inarrestabile della Natura che c&#8217;era prima di noi e ci sarà dopo di noi</strong>: sono queste le leve più belle per comprendere che siamo niente in confronto alla storia del mondo e che, proprio per questo motivo, abbiamo il dovere civico e morale di proteggere e difendere il luogo che ci ospita. Solo difendendo e proteggendo il mondo intorno a noi potremo proteggere anche noi stessi, provare ad assicurare un futuro meno catastrofico alle persone che abiteranno questa terra dopo di noi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante l&#8217;intervista Gladys ci ha spronato a porci alcune domande sul valore che attribuiamo a determinati elementi della natura a cui spesso non facciamo caso: <strong>quanto vale per noi un delfino? quanto vale per noi la vita dei cavallucci marini o la possibilità di vedere il mare? quanto vale per noi un albero secolare e l&#8217;ombra dei suoi rami che ci ristora nelle giornate di caldo torrido?</strong> </p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo sappiamo bene: in questo smarrimento e totale sfacelo sociale, politico, umano che stiamo vivendo non è facile rieducarci e porci queste domande. Ma il senso delle nostre vite è davvero tutto lì: basterebbe capire che <strong>il valore delle cose non si misura solo in denaro e che, se anche volessimo misurare in denaro ciò che realmente conta per noi, scopriremmo che quel che vale di più sono proprio gli elementi della natura, l&#8217;ambiente che ci accoglie, il mare, le specie animali e vegetali, gli alberi e le piante</strong>. Sono questi gli elementi che ci permettono di esistere e difendendo loro, difendiamo la nostra sopravvivenza ed eleviamo la qualità della vita a standard ben più alti di un nuovo modello di auto o di un abito griffato. </p>



<p class="wp-block-paragraph">A questa visione si opporranno di certo gli ossessionati del possesso e dell&#8217;accumulo, i fanatici degli introiti economici, quelli che agiscono per la soddisfazione del brevissimo termine scavandosi la fossa e scavandola anche a tutti noi: ma proprio <strong>per questo esistono le comunità, per collaborare e riscoprire insieme cosa conta e come migliorare il nostro stare al mondo, per smettere di ragionare come singoli individui perennemente insoddisfatti e agire invece come collettività in movimento</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal canto mio, <strong>oltre a questo mi sento solo di aggiungere che per TRACCE ci sarò sempre. Così come ci sarò accanto e in sostegno di tutte le persone che credono e che si impegnano senza protagonismi per mettere in moto quella collettività che agisce per il bene comune</strong>. Una collettività che non cerca applausi o riconoscimenti ma che prova a ricucire uno strappo, a sanare le ferite di un territorio e che vuole costruire con tanta convinzione un&#8217;alternativa luminosa e giusta in luoghi dove per troppo tempo ha vinto il profitto economico di pochissimi a fronte della distruzione di tutto il resto. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lettera da Thalassia</strong><br>&#8220;<em>Lettera a chi resta</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>A voi, figli del vento e dell’acqua, di pietre antiche e mare amaro.<br>A voi che avete respirato polvere, ruggine e speranza nello stesso respiro.<br>A voi, Tarantini, custodi stanchi di una bellezza troppo spesso tradita.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Io sono solo un nome, un sogno di sale e brace, un’ombra venuta a ricordarvi chi siete quando smettete di abbassare gli occhi. Ho camminato tra le vostre strade spezzate, ho ascoltato le voci di chi non ha mai smesso di lottare per un palmo di terra, un sorso d’acqua pulita, un cielo senza veleni.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ho visto la bellezza nascosta sotto i rifiuti, tra le radici, sotto la pelle dura del mare. Ho imparato che la bellezza non è un privilegio: è una responsabilità. E chi la difende, difende la propria dignità.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Non credete a chi vi dice che nulla può cambiare. Non credete a chi compra il vostro silenzio con una promessa e vi lascia macerie. Non fatevi convincere che la colpa sia solo degli altri: guardate le vostre mani, le vostre strade, i vostri sogni. E scegliete di sporcarvi di bellezza.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Partecipate. Dite “no” quando serve dire no. Dite “basta” quando basta è davvero abbastanza. Dite “sì” alla cura, alla comunità, alla parola gentile. Ricordatevi che la bellezza è fragile solo quando la lasciate sola.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Io me ne vado, ma la brace resta. Soffiateci sopra, accendete un fuoco che non bruci per distruggere, ma per illuminare. Fatelo per voi, per chi verrà dopo di voi, per questo mare che vi abbraccia anche quando non lo meritate.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Perché Taranto merita di più. E siete voi l’unico futuro possibile.</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ulteriori approfondimenti: </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.facebook.com/TracceTaranto" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.facebook.com/TracceTaranto</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.instagram.com/tracce_taranto" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.instagram.com/tracce_taranto</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.nuovodialogo.com/2025/07/01/tracce-un-programma-per-la-rigenerazione-di-taranto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nuovodialogo.com/2025/07/01/tracce-un-programma-per-la-rigenerazione-di-taranto/</a></p>



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<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://youtu.be/NrQCHIX6cuo?si=haSQo1vEC9pWZx-j" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://youtu.be/NrQCHIX6cuo?si=haSQo1vEC9pWZx-j</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://youtu.be/f3J8ZoBglCQ?si=mxwZ6idFLvXUCaEc" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://youtu.be/f3J8ZoBglCQ?si=mxwZ6idFLvXUCaEc</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Laura Ressa </p>



<p class="wp-block-paragraph">Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista</p>

    <div class="xs_social_share_widget xs_share_url after_content 		main_content  wslu-style-1 wslu-share-box-shaped wslu-fill-colored wslu-none wslu-share-horizontal wslu-theme-font-no wslu-main_content">

		
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<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2026/01/18/cultura-comunita-ecologia-tracce-taranto-intervista-gladys-spiliopoulos/">Cultura Comunità Ecologia: TRACCE per rigenerare Taranto &#8211; Intervista a Gladys Spiliopoulos</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
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		<title>Dalla fibromialgia agli psicofarmaci tra diagnosi e cure errate &#8211; Intervista a Pierpaolo Parise</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Ressa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Jan 2026 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cose belle]]></category>
		<category><![CDATA[dinamiche sociali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[fibromialgia]]></category>
		<category><![CDATA[malattie]]></category>
		<category><![CDATA[psicofarmaci]]></category>
		<category><![CDATA[salute mentale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>5 gennaio: prima intervista Frasivolanti del 2026! Pierpaolo Parise ha 26 anni e da 10 convive con la fibromialgia. In passato è riuscito a gestire questa situazione, seppur tra dolori e altre difficoltà, ma dopo il Covid ha cominciato ad accusare anche prurito e parestesi al volto e, a seguito di varie visite specialistiche, è &#8230; </p>
<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2026/01/11/fibromialgia-psicofarmaci-diagnosi-cure-errate-intervista-pierpaolo-parise/">Dalla fibromialgia agli psicofarmaci tra diagnosi e cure errate &#8211; Intervista a Pierpaolo Parise</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">5 gennaio: prima intervista Frasivolanti del 2026! <br><br><strong>Pierpaolo Parise ha 26 anni e da 10 convive con la fibromialgia.</strong> In passato è riuscito a gestire questa situazione, seppur tra dolori e altre difficoltà, ma dopo il Covid ha cominciato ad accusare anche prurito e parestesi al volto e, a seguito di varie visite specialistiche, è stato indirizzato ad una visita psichiatrica poiché il prurito era stato attribuito ad ansia e stress.</p>



<span id="more-33484"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Da lì ha cominciato ad assumere psicofarmaci ed è iniziato anche il suo inferno. In 3 anni Pierpaolo ha assunto 15 psicofarmaci diversi senza che alcun specialista gli spiegasse che effetto avessero e a cosa servissero. Circa 6 mesi fa ha cominciato ad eliminare questi farmaci, affrontando le conseguenze dell&#8217;astinenza e tutti i danni ad essa correlati oltre agli effetti avversi dei farmaci stessi. <br>Pierpaolo è consapevole e presente a se stesso, intelligente, dinamico, capace e con una enorme voglia di uscire da una condizione che gli ha impedito fino ad oggi di vivere al meglio la sua giovane età. <br>Ha grandi sogni e progetti a cui non vuole rinunciare. Ma non rinunciare a questi obiettivi presuppone una enorme fatica individuale e il dover fare i conti con l&#8217;assenza di sostegno concreto da parte del servizio sanitario pubblico. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante l&#8217;intervista, Pierpaolo Parise ha raccontato la sua storia e il suo percorso fin qui: tra fibromialgia, psicofarmaci, diagnosi e cure errate, superficialità nella prescrizione di psicofarmaci da parte di chi dovrebbe aver cura dei pazienti e carenza di supporto da parte del servizio pubblico. <br>Accettare di dover attraversare un vero e proprio inferno diventa ancora più difficile quando è proprio la sanità a non accogliere le esigenze dei pazienti, a lavarsene le mani, a non fornire informazioni e a non preoccuparsi del consenso informato. <br>Purtroppo si parla poco di chi sta male, di chi soffre per diagnosi e prescrizioni errate e dannose: c&#8217;è una grande fetta di popolazione colpita dagli effetti nefasti degli psicofarmaci. L&#8217;obiettivo di Pierpaolo è riprendere in mano la sua vita, ma anche provare a sensibilizzare gli altri affinché il racconto della sua storia personale faccia luce su quanto sia pressoché assente la psicoeducazione e su quanto sia importante indagare in modo olistico tutte le reali cause delle patologie mentali.&nbsp; </p>



<p class="wp-block-paragraph">Pierpaolo conserva in sé una lucidità e una consapevolezza davvero rare, perché è raro riuscire ad averle ancora dopo aver affrontato, già in così giovane età, tutto questo dolore. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Guardare avanti senza guardarsi indietro può essere molto difficile quando si attraversa un percorso simile. Ci si chiede cosa si è sbagliato nel passato, quali scelte alternative sarebbero state migliori di quelle fatte. Fa riflettere vedere quanta tenacia un giovane uomo possa avere a soli 26 anni e quanto a volte il nostro animo sia in grado di attraversare anche ciò che non ci saremmo mai aspettati.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Attraverso la sofferenza vissuta, Pierpaolo è riuscito a fare spazio nella sua vita alla letteratura, alla poesia, alla musica, a tante passioni che non aveva mai coltivato prima di capire cosa fosse davvero il dolore. Tra le passioni che ha iniziato ad alimentare c&#8217;è anche l&#8217;astronomia. </strong></p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="790" height="444" data-attachment-id="33502" data-permalink="https://lauraressa.com/2026/01/11/fibromialgia-psicofarmaci-diagnosi-cure-errate-intervista-pierpaolo-parise/fortuna_and_pino_2022_kelt9b_signed-low/" data-orig-file="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Fortuna_and_Pino_2022_Kelt9b_signed-low.jpg?fit=2205%2C1240&amp;ssl=1" data-orig-size="2205,1240" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;Fortuna and Pino (2022), CC BY-NC 4.0&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="Fortuna_and_Pino_2022_Kelt9b_signed-low" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Fortuna_and_Pino_2022_Kelt9b_signed-low.jpg?fit=790%2C444&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Fortuna_and_Pino_2022_Kelt9b_signed-low.jpg?resize=790%2C444&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-33502" srcset="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Fortuna_and_Pino_2022_Kelt9b_signed-low.jpg?resize=1024%2C576&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Fortuna_and_Pino_2022_Kelt9b_signed-low.jpg?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Fortuna_and_Pino_2022_Kelt9b_signed-low.jpg?resize=768%2C432&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Fortuna_and_Pino_2022_Kelt9b_signed-low.jpg?resize=1536%2C864&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Fortuna_and_Pino_2022_Kelt9b_signed-low.jpg?resize=2048%2C1152&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Fortuna_and_Pino_2022_Kelt9b_signed-low.jpg?resize=1200%2C675&amp;ssl=1 1200w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/Fortuna_and_Pino_2022_Kelt9b_signed-low.jpg?resize=107%2C60&amp;ssl=1 107w" sizes="(max-width: 790px) 100vw, 790px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Illustrazione artistica del pianeta estrasolare Kelt-9b &#8211; Autore: Maria Cristina Fortuna<br>Copyright: Fortuna and Pino (2022), CC BY-NC 4.0</em></figcaption></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Navigando online alla ricerca di suggestioni sul tema dell&#8217;astronomia, mi sono imbattuta nell&#8217;immagine che ho riportato qui sopra &#8211; tratta dall&#8217;articolo <em><a href="https://www.media.inaf.it/2023/05/09/intervista-maria-cristina-fortuna/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Occhi di scienziato, mani da artista</a></em>. Una storia che mi è sembrata interessante da riportare qui poiché unisce arte e osservazione astronomica e perché in qualche modo ci avvicina ad alcuni spunti offerti da Pierpaolo durante l&#8217;intervista quando ha spiegato da dove deriva questa sua passione e quali emozioni suscita in lui l&#8217;osservazione delle stelle e dei pianeti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Rappresentare la tumultuosa atmosfera del pianeta gioviano gigante Kelt-9b è stata la sfida lanciata dagli scienziati della collaborazione Gaps. Sfida raccolta con entusiasmo da Maria Cristina Fortuna, illustratrice artistica con un dottorato di ricerca in astronomia. </em><a href="https://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2023/05/mcpino.jpg"></a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ogni giorno abbiamo sotto gli occhi immagini astronomiche sempre più mozzafiato. Gli occhi puntati al cielo di strumenti performanti da terra e dallo spazio ci mostrano dettagli di galassie, nebulose, pianeti, asteroidi che non avremmo mai potuto vedere fino a pochi decenni fa. In passato, illustratori e illustratrici del cielo creavano tavole che raccoglievano le conoscenze degli esperti e che erano vere e proprie opere d’arte. E oggi? Chi illustra gli oggetti celesti a cui ancora non arriviamo con i telescopi?</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>[&#8230;] <strong>Maria Cristina Fortuna</strong> è astronoma, illustratrice, e autrice di un’illustrazione artistica del pianeta gioviano gigante Kelt-9b. [&#8230;] </em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>«Sono stata contattata da Lorenzo Pino, ricercatore Inaf presso l’Osservatorio astrofisico di Arcetri. Aveva visto i miei lavori e voleva realizzare una illustrazione che si basasse sui risultati di <a href="https://arxiv.org/abs/2004.11335" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un suo studio</a> che investiga il comportamento dell’atmosfera e, in particolare, dei venti di ferro al confine notte/giorno del pianeta gassoso ultra-caldo Kelt-9b. Conoscendo il mio background sia scientifico che artistico, mi ha contattato per discutere eventuali proposte su come avremmo potuto rendere la scoperta in modo visivo. È iniziata così questa collaborazione che è culminata con la realizzazione dell’immagine dei venti al confine tra lato diurno e notturno del pianeta».</em> <em>[&#8230;] </em><a href="https://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2023/05/Fortuna_and_Pino_2022_Kelt9b_signed-low.jpg"></a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>«Volevamo mettere il focus sull’atmosfera del pianeta e mostrare questi venti. Era un punto di vista difficile perché richiedeva una prospettiva che facesse capire a prima vista che si trattava di un pianeta extrasolare, ma che offrisse anche un punto di vista nuovo, che mettesse enfasi sull’atmosfera. E che facesse capire che c’erano venti e che fosse tutto molto dinamico, ma senza che ci fossero nubi. [&#8230;]».</em> <em>[&#8230;]</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Per saperne di più:</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Su <em>Astronomy &amp; Astrophysics</em> l’articolo “<a href="https://doi.org/10.1051/0004-6361/202244593" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The GAPS Programme at TNG – XLI. The climate of KELT-9b revealed with a new approach to high-spectral-resolution phase curves</a>”, di L. Pino, M. Brogi, J. M. Désert, V. Nascimbeni, A. S. Bonomo, E. Rauscher, M. Basilicata, K. Biazzo, A. Bignamini, F. Borsa, R. Claudi, E. Covino, M. P. Di Mauro, G. Guilluy, A. Maggio, L. Malavolta, G. Micela, E. Molinari, M. Molinaro, M. Montalto, D. Nardiello, M. Pedani, G. Piotto, E. Poretti, M. Rainer, G. Scandariato, D. Sicilia e A. Sozzetti</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Pierpaolo Parise; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il video dell&#8217;intervista (<a href="https://youtu.be/pX00uuAUAKQ?si=MUWQv-Q_6w_W7X5s" target="_blank" rel="noreferrer noopener">link</a>)</strong></p>



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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il podcast (<a href="https://www.spreaker.com/episode/dalla-fibromialgia-agli-psicofarmaci-tra-diagnosi-e-cure-errate-intervista-a-pierpaolo-parise--69311482" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Spreaker</a>)</strong></p>



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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">In questo dialogo emozionante che va oltre la superficie e trafigge il velo delle apparenze grazie al sorriso genuino di Pierpaolo, ho cercato di fare in modo che lui si sentisse pienamente accolto in uno spazio che lo rispettasse e lo facesse sentire libero di raccontarsi seguendo i suoi tempi e confini. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo partiti dalla sua identità, proprio per rimarcare che ciascuno di noi è innanzitutto una persona al di là di qualsiasi diagnosi (vera o presunta che sia) o patologia ci venga appiccicata addosso. Vivere i primi sintomi di fibromialgia a 16 anni e non sapere a cosa ricondurli può essere un&#8217;esperienza devastante per chiunque, soprattutto se la diagnosi arriva poi dopo ben 4 anni di incertezze e sofferenza. <br>Non è affatto facile attraversare per 10 anni un inferno fatto di mala sanità, visite mediche senza risposta, ribalzo a vari specialisti, prescrizione di psicofarmaci come fossero caramelle e avere tuttavia ancora la forza di raccontarlo. Sappiamo bene quanto male possa fare il giudizio degli altri sulla nostra vita e la beffa forse più grande in questi casi è che chi affronta un percorso simile vive un duplice abbandono: il primo da parte della sanità e delle istituzioni e il secondo da parte delle persone comuni, di chi potrebbe essere di supporto e invece non c&#8217;è o sceglie di allontanarsi perché magari si sente incapace di poter offrire un aiuto concreto. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non si tratta di recriminare su chi decide di non esserci: ognuno affronta la propria battaglia. Alla fine dei conti non ha senso puntare il dito sul singolo individuo perché questa società ci mette tutti con le spalle al muro e ognuno cerca di sopravvivere come può a varie forme di dolore. Però è giusto raccontare ciò che le istituzioni non fanno, la facilità con cui vengono prescritti psicofarmaci che spesso non servono nemmeno per i sintomi, la scarsa psicoeducazione e l&#8217;assenza di consenso informato sulle scelte mediche che riguardano la nostra salute. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante tutto il male vissuto, nonostante la sua storia sia così profondamente ingiusta, ciò che colpisce è la lucidità e consapevolezza di Pierpaolo, il suo sorriso pieno e sincero, la forza che ancora ha di immaginare il futuro e i sogni da realizzare, la voglia di esporsi pubblicamente nonostante il dolore sia ancora una costante attuale non superata alla ricerca di una via d&#8217;uscita che gli faccia vivere &#8220;almeno un giorno normale&#8221;. <br>La spinta a parlarne deriva anche dalla volontà di essere in qualche modo di supporto a chi sta vivendo un&#8217;esperienza simile alla sua: spesso il problema non sta nel fatto che le persone non chiedano aiuto ma che nessuno sia disposto ad ascoltare e accogliere la loro richiesta di aiuto. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Aiutare è molto difficile e a volte ci perdiamo nel significato stesso di &#8220;aiuto&#8221; pensando di dover fare grandi gesti, di dover fornire consigli o direttive non richieste. Eppure basterebbe solo ascoltare l&#8217;altro sospendendo il giudizio, esserci senza offrire soluzioni pronte all&#8217;uso, dialogare senza pensare di avere già tutte le risposte. Se è vero che il cambiamento avviene solo se la persona lo vuole, è anche vero che questa volontà non basta assolutamente a cambiare il corso della propria vita</strong>: servono medici e specialisti che sappiano fare il proprio mestiere, servono cure adeguate, serve una sanità che faccia davvero gli interessi dei pazienti, serve cambiare la società e renderla un posto a misura di umanità. Sì va sovvertita la società, quel posto difettato zeppo di aspettative e apparenze che ci ha resi schiavi del consumismo e della produttività fine a se stessa, quella società che acuisce i nostri malesseri, che rende necessari i bisogni indotti e offusca i nostri bisogni reali, che ci fa ammalare e poi morire senza farci capire alla fine quale sia stato il senso della nostra vita. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le malattie che contraiamo, di qualsiasi tipo esse siano, sono frutto del mondo e del modo in cui viviamo, derivano dalla nostra esperienza, oltre che da alcuni elementi genetici. Eppure è più facile pensare che chi si ammala sia colpevole della propria sfortuna piuttosto che pensare che ci sia una causa e una profonda radice sociale in quel che di male accade alle nostre menti e ai nostri corpi. </strong>La sofferenza è una chiave di volta che può annientarci per sempre o farci sviluppare la forza di riemergere, il dolore è in grado di trasformarci in persone migliori o di renderci definitivamente esseri abbietti senza possibilità di redenzione. Ognuno compie il proprio percorso di vita come può e come riesce, subendone gli esiti anche sulla propria pelle. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo (o forse per fortuna?) è capitato anche a me di vivere un periodo della vita in cui la semplice normalità quotidiana sembrava un sogno lontanissimo da raggiungere e tanto agognato. La frase che pronunciavo più spesso in quel periodo era &#8220;non ce la faccio più&#8221; e mi disperavo pensando quanto mi mancasse la possibilità di vivere un giorno normale. Riuscire ad avere almeno un solo giorno normale è una vera fortuna, e dobbiamo imparare a guardarla in faccia questa fortuna per sapere quanto vale e che da un momento all&#8217;altro potrebbe svanire di nuovo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il racconto di Pierpaolo Parise mi ha riportato alla mente le parole di un brano di Niccolò Fabi, un cantautore che mi ha restituito un&#8217;espressione perfetta della condizione di quel momento e di altri momenti della mia vita. Lascio qui il video e il testo, come fossero un manifesto: in apparenza potrebbe sembrare &#8220;solo&#8221; una canzone d&#8217;amore ma in realtà è anche molto altro. </p>



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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>E non pensare che poi tutto capiti a noi<br>È solo un piatto di spine<br>Ma tu sai cos&#8217;è, tu sai come<br>avvicinarsi al confine<br>Sarà più facile in due rimanere svegli<br>Cosa ti aspetti dal sole<br><strong>Tu non parli mai<br>Ma ciò che vuoi<br>è solo un giorno normale</strong><br>Tu insegni il silenzio<br>In tutte le lingue del mondo</em><br><em>Io scrivo d&#8217;amore<br>ma poi mi nascondo<br>Mi hai visto correre nella pioggia<br>Inseguire un giornale in spiaggia<br>Una ricongiunzione<br>la mia assoluzione<br>È questo che sei per me<br>Questo sei per me<br>Quello che tu sei per me<br></em><br><em>Mi hai visto grasso toccare il fondo<br>Hai visto tutte quelle cose di cui io mi vergogno<br>Hai fatto finta di non vedere quando tradivo, giocavo e imbrogliavo<br>Ma io so perché, sì so perché<br>Ancora adesso stringiamo i pugni e non ce ne andiamo da qui<br>Conosci tutti quelli che amo<br>La loro vita e la mia<br>Alcuni li hai visti arrivare<br>Altri andarsene via<br>Non è più baci sotto il portone<br>Non è più l&#8217;estasi del primo giorno<br>È una mano sugli occhi prima del sonno<br>È questo che sei per me<br>Questo sei per me<br>Quello che tu sei per me</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Laura Ressa </p>



<p class="wp-block-paragraph">Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista</p>

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<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2026/01/11/fibromialgia-psicofarmaci-diagnosi-cure-errate-intervista-pierpaolo-parise/">Dalla fibromialgia agli psicofarmaci tra diagnosi e cure errate &#8211; Intervista a Pierpaolo Parise</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
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		<title>&#8220;Rajesh. Signore dei re&#8221; tra sfruttamento e caporalato &#8211; Intervista a Emiliano Locatelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Ressa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Dec 2025 19:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cose belle]]></category>
		<category><![CDATA[dinamiche sociali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[caporalato]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nuovo romanzo di Emiliano Locatelli, “Rajesh. Signore dei re”, è stato lo spunto per parlare con l&#8217;autore delle terre dell’agro pontino solcate dalle cicatrici dello sfruttamento e del caporalato. Ma non solo.L&#8217;intervista all&#8217;autore parte proprio da qui per diramarsi e compiere un percorso insieme tra le ragioni della genesi del libro, i temi trattati &#8230; </p>
<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2025/12/29/rajesh-signore-dei-re-sfruttamento-caporalato-intervista-emiliano-locatelli/">&#8220;Rajesh. Signore dei re&#8221; tra sfruttamento e caporalato &#8211; Intervista a Emiliano Locatelli</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il nuovo romanzo di Emiliano Locatelli, “Rajesh. Signore dei re”, è stato lo spunto per parlare con l&#8217;autore delle terre dell’agro pontino solcate dalle cicatrici dello sfruttamento e del caporalato. Ma non solo.<br />L&#8217;intervista all&#8217;autore parte proprio da qui per diramarsi e compiere un percorso insieme tra le ragioni della genesi del libro, i temi trattati in esso, il pensiero e l&#8217;esperienza di Emiliano.<br />Protagonista del romanzo è un ragazzo di 16 anni originario del Punjab e la scrittura di Emiliano Locatelli racconta una società che non aiuta i più deboli. Questo romanzo è il terzo di una trilogia che è estensione del progetto partito con il lungometraggio “Il diavolo è Dragan Cygan” del 2024.<br />Emiliano Locatelli con questo testo ci invita a riflettere e ci mette davanti a una realtà caratterizzata da profonde ingiustizie e dove le persone, pur di lavorare, sono costrette ad accettare condizioni ai limiti dello sfruttamento. </p>



<span id="more-33421"></span>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Emiliano Locatelli sviluppa sin da piccolo una grande passione per musica, cinema e scrittura. Laureatosi in Arti e Scienze dello Spettacolo presso l&#8217;Università La Sapienza di Roma con una tesi su Gus Van Sant e Nicolas Roeg, nel 2006 partecipa al primo Festival del Cinema di Roma come membro della giuria popolare, selezionata da Ettore Scola. Nel 2008 frequenta la scuola per filmmaker ACT Multimedia di Cinecittà e nel 2009 fonda la sua prima casa di produzione, la Whitedust Productions, che svolge attività di produzione audiovisiva e musicale.<br />Nel frattempo lavora come tecnico del suono e microfonista per varie produzioni cinematografiche, tra le quali alcuni lungometraggi con Danny Glover, Rutger Hauer, Deryl Hanna e Michael Madsen<br />Nel 2014 pubblica il suo romanzo d’esordio &#8220;Io sono Vendetta&#8221; ed è inoltre autore di tre cortometraggi (Anarchist, Viva Violence, L’educatore) e di videoclip per band emergenti.<br />Nel 2020 dirige il cortometraggio &#8220;Solamente tu&#8221;.&#8221; </p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="790" height="526" data-attachment-id="33459" data-permalink="https://lauraressa.com/2025/12/29/rajesh-signore-dei-re-sfruttamento-caporalato-intervista-emiliano-locatelli/sikh-658513_12804681278267509918057/" data-orig-file="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/sikh-658513_12804681278267509918057.jpg?fit=1280%2C853&amp;ssl=1" data-orig-size="1280,853" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="sikh-658513_12804681278267509918057" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/sikh-658513_12804681278267509918057.jpg?fit=790%2C526&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/sikh-658513_12804681278267509918057.jpg?resize=790%2C526&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-33459" srcset="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/sikh-658513_12804681278267509918057.jpg?resize=1024%2C682&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/sikh-658513_12804681278267509918057.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/sikh-658513_12804681278267509918057.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/sikh-658513_12804681278267509918057.jpg?resize=90%2C60&amp;ssl=1 90w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/sikh-658513_12804681278267509918057.jpg?resize=374%2C249&amp;ssl=1 374w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/sikh-658513_12804681278267509918057.jpg?w=1280&amp;ssl=1 1280w" sizes="auto, (max-width: 790px) 100vw, 790px" /><figcaption class="wp-element-caption">Giovani Sikh (immagine con licenza creative commons dal sito Needpix)</figcaption></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il romanzo di Emiliano Locatelli si apre con una scena luminosa e corale: la festa del Vaisakhi a Terracina. È un momento di identità, orgoglio e appartenenza per la comunità Sikh, contrapposto fin da subito allo sguardo ostile degli italiani “autoctoni” chiusi in casa o affacciati ad osservare con disprezzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il protagonista, Rajesh, è un adolescente politicamente consapevole e il contrasto chiave del romanzo si esplica ben presto nella contrapposizione tra dignità culturale e sfruttamento materiale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo antagonista simbolico della storia è rappresentato dal personaggio di Pasquale Vitiello, razzista, imprenditore violento nei modi: da questo incontro il racconto tratta l&#8217;orizzonte ideologico tra Sikhismo, marxismo, anticolonialismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal secondo capitolo entrano nel vivo del racconto le dinamiche del caporalato nell&#8217;Agro Pontino. Rajesh lavora nei campi insieme ai genitori sotto il controllo del caporale Ram: il lavoro è disumano, malpagato, alienante, un lager contemporaneo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il pensiero di Marx accompagna l&#8217;esperienza fisica dello sfruttamento e il romanzo ne illustra la filiera: caporale → padrone → mercato → spreco. La terra dunque non è più nutrimento ma strumento utile a imporre potere e dominio. La grande capacità di Emiliano Locatelli sta, tra l&#8217;altro, anche nel delineare i tratti della storia parlando di resilienza proletaria non come di una miseria spettacolarizzata ma come una quotidianità assai faticosa da affrontare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il giovanissimo Rajesh vive un conflitto interiore in cui l&#8217;amore per i genitori si contrappone all&#8217;odio che egli prova per il sistema nel quale è costretto a vivere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Inoltre un altro tema cardine del romanzo è il senso di dignità, che non è inteso qui come disponibilità economica ma come capacità relazionale. In tale accezione, il pensiero corre veloce al cinema neorealista che, di fatto, sta alla base della genealogia narrativa del romanzo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La figura del padrone è narrata sottolineando quanto il linguaggio della “famiglia” sia spesso utilizzato e funzionale, esattamente come accade poi nella realtà, per giustificare la violenza esercitata sul luogo di lavoro e la prevaricazione verso i sottoposti. <strong>Il caporalato emerge come un sistema mafioso ben organizzato, di certo non come</strong> <strong>una deviazione isolata del sistema.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il romanzo ha la capacità di passare dal realismo sociale al lunguaggio del thriller politico: e anche quando l&#8217;autore affronta il tema della vendetta non lo fa con uno stile eroico ma allegorico, poichè la vendetta in questo caso si sviluppa proprio a causa dall&#8217;assenza di giustizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In una recente intervista a Emiliano Locatelli pubblicata su </strong><strong><em>Il Difforme</em></strong><strong>, sono presenti altri spunti interessanti per avvicinarsi alla storia di Rajesh</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso siano elementi molto utili per approcciarsi all&#8217;ascolto di ciò che Emiliano ha raccontato qui su Frasivolanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Caporalato, vendetta e riscatto: Emiliano Locatelli racconta “Rajesh. Signore dei Re” </strong>(articolo di Martina Onorati, 16 dicembre 2025, fonte: <a href="https://www.ildifforme.it/cultura/libri/caporalato-vendetta-e-riscatto-emiliano-locatelli-racconta-rajesh-signore-dei-re-intervista/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ildifforme.it/cultura/libri/caporalato-vendetta-e-riscatto-emiliano-locatelli-racconta-rajesh-signore-dei-re-intervista/</a> )</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Dalla cronaca dell’Agro Pontino alle istituzioni, senza perdere la forza del racconto. Rajesh. Signore dei Re nasce dall’urgenza di guardare in faccia una realtà che continua a essere rimossa: lo sfruttamento dei braccianti, il caporalato, le vite ai margini su cui si regge una parte dell’economia italiana. Presentato il 10 dicembre alla Camera dei Deputati, il romanzo di Emiliano è un thriller teso e doloroso che chiude una trilogia dedicata alle zone più fragili della società. In questa intervista, l’autore racconta perché ha scelto lo sguardo di un sedicenne immigrato per parlare di disuguaglianze, vendetta e riscatto, e perché oggi, più che mai, la letteratura non può permettersi di restare neutrale. [&#8230;]<br /><br /><strong>Com’è nato il bisogno di raccontare la storia di Rajesh? C’è stato un episodio preciso che ti ha spinto a trasformarla in un romanzo?</strong><br /><br />Sono stato tristemente influenzato dai fatti tragici della cronaca recente che hanno riguardato l’Agro Pontino. Sentivo il bisogno di raccontare una storia che partisse dall’ingiustizia dello sfruttamento del lavoro nei campi, in particolare quello della popolazione di origine indiana. Volevo narrare le vicende di un sottoproletariato sul cui sfruttamento molte aziende del territorio basano i loro profitti.<br /><br /><strong>Il protagonista è un sedicenne del Punjab. Perché scegliere lo sguardo di un ragazzo straniero per raccontare una realtà italiana come il caporalato?</strong><br /><br />Ho provato a immaginare quanto potesse essere dura per un adolescente, proveniente da un Paese lontano migliaia di chilometri, vivere in una famiglia di braccianti. Cosa significhi affrontare il lavoro sottopagato e, soprattutto, perdere improvvisamente un genitore, ritrovandosi a portare sulle spalle la responsabilità di mandare avanti una famiglia quando, a quell’età, si dovrebbe pensare ad altro.<br /><br />Nel 2025 molti immigrati vivono condizioni simili a quelle dei nostri bisnonni nell’immediato dopoguerra: case fatiscenti, famiglie stipate, spostamenti a piedi o in bicicletta, paghe di tre euro e cinquanta all’ora per 10-12 ore di lavoro, senza diritti né certezze contrattuali. Sembra di guardare indietro nel tempo. Ed è assurdo.<br /><br /><strong>“Rajesh. Signore dei Re” è insieme un thriller e un romanzo sociale. Come hai trovato l’equilibrio tra intrattenimento e denuncia?</strong><br /><br />Per me un romanzo, come un film, deve far riflettere e denunciare, ma anche intrattenere. Quando leggo o guardo qualcosa voglio prima di tutto passare del buon tempo. Ma alla fine devo sentirmi scosso, influenzato anche dal punto di vista intellettuale. [&#8230;]<br /><br /><strong>Con questo libro chiudi una trilogia dedicata alle zone più fragili della società. Cosa lega i tre volumi?</strong><br /><br />Tutti e tre partono da un evento tragico scatenante e hanno come tema centrale la vendetta, che io intendo come riscatto. È il tentativo di ribellarsi a una condizione sociale oppressiva, di reagire a un’ingiustizia palese.<br />Non mi interessa dare giudizi morali. Non voglio dire al lettore se ciò che accade sia giusto o sbagliato. Desidero che chi legge o guarda un mio lavoro arrivi a una propria conclusione, in base alla propria morale. Io ho la mia, certo, ma non voglio imporla.<br /><br /><strong>Il tuo background da regista è molto evidente nella scrittura. Quanto cinema c’è nei tuoi romanzi?</strong><br /><br />La mia scrittura è profondamente cinematografica, costruita per immagini. È evocativa ma non eccessivamente descrittiva. La sceneggiatura ti insegna a essere conciso, a descrivere solo ciò che può essere visto sullo schermo. Un pensiero non lo descrivi: mostri il volto dell’attore che lo sta vivendo. Nei miei romanzi funziona allo stesso modo. Lo stato d’animo del protagonista emerge attraverso le sue espressioni, le azioni, i comportamenti. Questo rende la lettura più scorrevole, più diretta. Almeno questo è il tentativo: il giudizio finale spetta ai lettori. [&#8230;]<br /><br /><strong>Il caporalato è ancora una ferita aperta nel 2025. Che responsabilità sente uno scrittore quando affronta temi così duri e attuali?</strong><br /><br />Per me un artista deve essere partigiano. Deve analizzare e criticare la società con l’obiettivo di migliorarla. Negli ultimi quarant’anni abbiamo smesso di farlo. Dopo la caduta del Muro di Berlino ci sembrava di vivere nel migliore dei mondi possibili, ma oggi, tra guerre, genocidi, crisi economiche e sfruttamento, ci rendiamo conto che non è così.<br /><br /><strong>C’è una concentrazione della ricchezza sempre più estrema: il 98% contro il 2%. Questo romanzo non parla solo di immigrati, ma della classe sociale a cui appartiene ormai la maggior parte dell’umanità, costretta a vendere la propria forza-lavoro per sopravvivere. Nel libro racconto chi sta ancora più in basso, all’ultimo gradino della piramide, quasi sepolto.</strong><br />[&#8230;] Mettersi nei panni di un ragazzo straniero di 16 anni, nell’Italia del 2025, costretto a lavorare la terra per sopravvivere, è stato emotivamente faticoso. È una realtà difficile anche solo da immaginare, se si è stati più fortunati.&#8221; </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">A proposito di linguaggio cinematografico, mi sembra utile anche citare una passaggio di un&#8217;altra intervista a Emiliano (disponibile qui: <a href="https://www.ildifforme.it/spettacoli/cinema/emiliano-locatelli-film-prime-video/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ildifforme.it/spettacoli/cinema/emiliano-locatelli-film-prime-video/</a> ). </p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;[&#8230;] Come definiresti il tuo stile cinematografico in tre parole?<br /><br />Direi <strong>“materialistico-dialettico, analitico della coscienza e sinestetico”</strong>. So che sono termini complessi, ma penso che descrivano bene il mio approccio. <strong>Mi piace esplorare la profondità delle emozioni e delle contraddizioni umane, cercando di trasmetterle anche a livello sensoriale</strong>. [&#8230;]&#8221;</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Emiliano Locatelli; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il video dell&#8217;intervista (<a href="https://youtu.be/J9pxk4NlX7U?si=GSZtmCQQkKgjp8rw" target="_blank" rel="noreferrer noopener">link</a>)</strong> </p>



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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il podcast (<a href="https://www.spreaker.com/episode/rajesh-signore-dei-re-tra-sfruttamento-e-caporalato-intervista-a-emiliano-locatelli--69211291" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Spreaker</a>)</strong> </p>



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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Gli elementi di riflessione che emergono dalla storia di Rajesh sono tanti. Ma si può provare a riassumere i principali.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il romanzo parla di: </p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; <strong>Caporalato come sistema</strong>: non si tratta di criminalità marginale ma di un&#8217;architettura economica sostenuta da imprese, politica locale, consenso sociale e razzismo strutturale;</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; <strong>Lavoro alienato</strong>: non costruisce identità e non restituisce onore a chi lo compie ma, anzi, sottrae umanità alle persone. In tal senso Marx è costantemente chiamato in causa per fornire una lente interpretativa;</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; <strong>Ipocrisia della legalità</strong>: la legge colpisce i deboli e protegge i forti;</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; <strong>Contrapposizione tra comunità Sikh e Stato</strong> <strong>italiano</strong>: la prima offre solidarietà reale e il secondo esercita solo controllo;</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; <strong>Adolescenza e riflessione politica</strong>: Rajesh è un personaggio con un approccio e un pensiero rari. Non è ingenuo, non è vittima passiva ma intellettualmente consapevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Emiliano Locatelli trasforma la realtà in mito tragico e il suo è un romanzo politico, un atto d&#8217;accusa, una tragedia moderna sul lavoro, un modo per esprimere anche il suo pensiero senza tuttavia imporlo al lettore. Uno dei tanti meriti di questo racconto è quello di sottrarre il caporalato alla narrazione emergenziale o folkloristica per trattarlo invece come un meccanismo strutturale del capitalismo contemporaneo. Il caporalato non è descrivibile come un abuso isolato o come il frutto di pochi “cattivi”, non è neanche una patologia del sud arretrato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Esso è, al contrario, un dispositivo economico perfettamente integrato nella filiera agricola globale che sfrutta la manodopera migrante, utilizza i caporali come intermediari violenti, ricatta i lavoratori con il debito e il permesso di soggiorno</strong>. Questo doppio volto è il cuore del romanzo: il caporalato nel mondo funziona esattamente così e il padrone non è mai un criminale ai margini ma piuttosto un uomo perfettamente inserito nella rispettabilità borghese, che addirittura viene premiato, fotografato e applaudito.<br /><strong>È qui che il romanzo lancia un messaggio radicale e universale: la violenza non è fuori dal sistema, essa è il sistema stesso.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Altro punto forte delle parole di Emiliano Locatelli è la capacità di narrare Rajesh non come un ragazzo che semplicemente legge Marx ma come una persona che vive il pensiero di Marx sulla propria pelle. Il lavoro nei campi infatti è distruttivo a livello fisico e privo di senso, non è motivo di orgoglio, non produce competenza nè identità ma solo stanchezza e obbedienza al padrone. La narrazione nel romanzo insiste proprio sul corpo descrivendo mani spaccate, freddo nelle ossa, schiene piegate, svenimenti. Tutto questo dolore è tempo rubato alla vita. </p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="790" height="407" data-attachment-id="33460" data-permalink="https://lauraressa.com/2025/12/29/rajesh-signore-dei-re-sfruttamento-caporalato-intervista-emiliano-locatelli/lavoratori-braccianti-1-18224829602419212961/" data-orig-file="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/lavoratori-braccianti-1-18224829602419212961.jpeg?fit=1197%2C617&amp;ssl=1" data-orig-size="1197,617" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;rawpixel.com / U.S. Department of Agriculture (Source)&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;Farmworkers pick strawberries at Lewis Taylor Farms, which is co-owned by William L. Brim and Edward Walker who have large scale cotton, peanut, vegetable and greenhouse operations in Fort Valley, GA, on May 7, 2019.??More:?? Mr. Brim talks about the immigration and disaster relief challenges following Hurricane Michael. USDA helped this farm with the Farm Service Agency (FSA) Emergency Conservation Program (ECP) for structural damage cleanup. He also mentions the importance of having Secretary Sonny Perdue, a person with agricultural background, come visit and listen to 75 producers six months ago, in southern Georgia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The farm???s operation includes bell peppers, cucumbers, eggplant, squash, strawberries, tomatoes, cantaloupe, watermelon and a variety of specialty peppers on 6,500 acres; and cotton and peanuts on 1,000 acres. Near the greenhouses is a circular crop of long-leaf pines seedlings under a pivot irrigation system equipped with micro sprinklers. Long-leaf pines are an indigenous tree in the Southeast. Growers are working to increase the number of this slower growing hearty hardwood tree in this region.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;USDA Photo by Lance Cheung. Original public domain image from &lt;a href=\&quot;https://www.flickr.com/photos/usdagov/47075385494/\&quot; target=\&quot;_blank\&quot;&gt;Flickr&lt;/a&gt;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="lavoratori-braccianti-1-18224829602419212961" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;Farmworkers pick strawberries at Lewis Taylor Farms, which is co-owned by William L. Brim and Edward Walker who have large scale cotton, peanut, vegetable and greenhouse operations in Fort Valley, GA, on May 7, 2019.??More:?? Mr. Brim talks about the immigration and disaster relief challenges following Hurricane Michael. USDA helped this farm with the Farm Service Agency (FSA) Emergency Conservation Program (ECP) for structural damage cleanup. He also mentions the importance of having Secretary Sonny Perdue, a person with agricultural background, come visit and listen to 75 producers six months ago, in southern Georgia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;The farm???s operation includes bell peppers, cucumbers, eggplant, squash, strawberries, tomatoes, cantaloupe, watermelon and a variety of specialty peppers on 6,500 acres; and cotton and peanuts on 1,000 acres. Near the greenhouses is a circular crop of long-leaf pines seedlings under a pivot irrigation system equipped with micro sprinklers. Long-leaf pines are an indigenous tree in the Southeast. Growers are working to increase the number of this slower growing hearty hardwood tree in this region.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;USDA Photo by Lance Cheung. Original public domain image from &lt;a href=&quot;https://www.flickr.com/photos/usdagov/47075385494/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Flickr&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non esiste dignità nel lavoro sfruttato, anche quando è necessario per sopravvivere, poichè il lavoro salariato svolto in quelle condizioni è intrinsecamente disumano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La legalità nel libro è rappresentata perfettamente come uno strumento di classe poiché la legge colpisce i migranti e chi parla di sindacato ma la stessa legge sembra non vedere il caporalato, né il lavoro nero, né i ricatti, né lo sfruttamento. <strong>Le istituzioni dunque sono solo ingranaggi di legittimazione e il romanzo suggerisce una tesi forte con la quale mi sento d&#8217;accordo: quando lo Stato fallisce, la comunità diventa l’ultima forma di giustizia possibile.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa storia non chiede empatia al lettore ma responsabilità. Non fa concessioni, non attenua, non consola e non indora la pillola e penso sia anche questa la sua forza propulsiva perché, se in alcuni di noi è ancora vivo un barlume di sentimento di classe e di attenzione verso la dignità umana, un racconto del genere non può non farci alzare dalla sedia, parlarne, agire in qualche modo anche &#8220;solo&#8221; prendendo posizione senza suffragare la favoletta secondo cui conta solo l&#8217;orticello di casa nostra e questo sia il migliore dei mondi possibili. </p>



<p class="wp-block-paragraph">No, non è affatto così. Viviamo nel peggiore dei mondi, che sfrutta le persone, le risorse e la natura, che calpesta i molti per arricchire pochissimi. Interessi economici, geopolitici, capitalistici: questi sono cancri contro i quali serve solo avere estrema e profonda consapevolezza. Non è vero che si vive meglio se non si sa e non si approfondisce: si diventa solo schiavi più succubi e meglio manovrabili. Si diventa in sostanza burattini e per giunta mossi dalle mani sbagliate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quel punto, una volta che ormai sei un burattino, a che serve la tua vita? Che senso ha? Quale valore attribuisci al poco tempo che ti è concesso di vivere? Cosa pensi di poter portare via con te dei tuoi beni materiali quando sarai morto e banchetto per i vermi? </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel confronto con Emiliano, a un certo punto ho voluto anche chiedergli se credesse ancora nella figura dell’intellettuale militante. Non svelo la sua risposta perchè la si può trovare ascoltando l&#8217;intervista, ma approfitto di questo spazio per ribaltare la medesima domanda a chiunque stia leggendo qui. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualche giorno fa, in una conversazione come tante, ho ascoltato una persona lamentarsi del proprio lavoro. Un lavoro con regolare contratto a tempo indeterminato, con versamento dei contributi previdenziali e orari di servizio umani, che richiede scarso impegno mentale e fisico, con garanzia di rispetto di tutti i diritti principali del lavoratore e con un dignitosissimo stipendio regolarmente corrisposto a fine mese. Parliamo di quasi duemila euro, per un impiego ottenuto appena dopo il conseguimento del diploma di scuola superiore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco, davvero io non so come dirlo meglio ma chi ha l&#8217;ardire di lamentarsi di una simile condizione economica (perchè di quello parliamo) ha veramente poco chiaro il periodo storico che stiamo vivendo, ma non solo. A mio avviso ha poco chiaro proprio cosa conti nella vita (sì certo anche i soldi contano, ma per sostentarsi), senza considerare che evidentemente non ha mai lavorato, ad esempio, nei campi sotto il sole cocente per pochi euro, senza contratto, senza alcuna tutela in caso di incidenti e sotto lo strapotere di un padrone che tratta i propri sottoposti come merce, come oggetti. E il mio non vuole essere buonismo, beninteso: nè voglio dire che è sempre giusto accontentarsi delle condizioni lavorative pensando a &#8220;chi sta peggio&#8221; per mera autoconsolazione. Si tratta di rendersi conto di dove siamo e di cosa conta. Si tratta di comprendere le proprie fortune immeritate, si tratta di capire che la condizione in cui ciascuno di noi vive (da questa parte di mondo estremamente graziata dalla dea fortuna) è stata solo una questione di &#8211; perdonate il termine crudo &#8211; pura e semplice botta di culo. Una botta di culo, per giunta, ovviamente non derivante da nostri particolari meriti oggettivi ma dettata appunto dalla fortuna di essere nati dalla parte ricca del globo. Ciò che ci capita qui, comprese le cose che vanno male (sì, anche quelle) sono condizioni per le quali come minimo dovremmo baciare il suolo su cui poggiamo i nostri piedi. E questa visione non deve servirci a farci essere succubi e grati al dio capitalismo ma, anzi, deve servirci ad essere consapevoli che questo sistema che ha sancito la nostra fortuna per nascita è profondamente ingiusto e iniquo. Lamentarsi se percepiamo poco meno di duemila euro di stipendio al mese ci rende solo più affini ai padroni, più avidi e ingrati, più insoddisfatti della nostra vita e sempre più lontani dal capire la realtà e dal restituire senso e valore (non economico) alla nostra vita e a quella altrui.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Colgo questa occasione di riflessione finale per ringraziare ancora una volta Emiliano Locatelli. Per il suo approccio, per la sua arte, per la sua postura nei confronti della vita e del sistema in cui viviamo, perché non si è arreso, perché ha a cuore le interazioni che arricchiscono il nostro valore umano. Lo ringrazio perchè insiste giustamente sul fatto che fare arte non deve ridursi a un esercizio di autoreferenzialità dell&#8217;artista ma deve riuscire a parlare di temi che riguardano tutti per scardinare le ingiustizie del mondo cominciando a raccontarle apertamente, senza sconti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi &#8211; ci tengo &#8211; lo ringrazio profondamente anche per aver accostato Pablo Picasso a David Lynch e Ken Loach. Lo ha fatto raccontando il perché di questo suo pensiero e descrivendo il massimo esponente del cubismo come una summa, a livello di approccio artistico, dei due registi Lynch e Loach. Tutti e tre sono accomunati dall&#8217;intento di fornire messaggi che vadano oltre se stessi e oltre le loro opere in quanto tali. Messaggi che siano universali, che smuovano qualcosa nelle coscienze e nel profondo dei fruitori, messaggi che veicolino una spinta all&#8217;azione non rappresentata dal mero &#8220;consumo&#8221; di un prodotto ma dalla portata politica in senso lato che quel prodotto artistico può avere nella vita delle persone. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E per terminare in bellezza con uno sguardo sospeso che tenga aperte le porte a futuri felici confronti con Emiliano, godiamoci Picasso. </p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="790" height="360" data-attachment-id="33463" data-permalink="https://lauraressa.com/2025/12/29/rajesh-signore-dei-re-sfruttamento-caporalato-intervista-emiliano-locatelli/guernica-reproduction-on-tiled-wall-guernica-spain-ppl3-altered/" data-orig-file="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/mural_del__guernica__de_picasso6078642424882798957.jpg?fit=2000%2C912&amp;ssl=1" data-orig-size="2000,912" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;X-T10&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;Guernica reproduction on tiled wall, Guernica, Spain (PPL3-Altered)&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;1536416602&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;Julesvernex2.com&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;200&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;Guernica reproduction on tiled wall, Guernica, Spain (PPL3-Altered)&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="mural_del__guernica__de_picasso6078642424882798957" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;Guernica reproduction on tiled wall, Guernica, Spain (PPL3-Altered)&lt;/p&gt;
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<p class="wp-block-paragraph"></p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="790" height="570" data-attachment-id="33464" data-permalink="https://lauraressa.com/2025/12/29/rajesh-signore-dei-re-sfruttamento-caporalato-intervista-emiliano-locatelli/3971326543_b0c8f52ea5_b5470516623184659087/" data-orig-file="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/3971326543_b0c8f52ea5_b5470516623184659087.jpg?fit=1024%2C739&amp;ssl=1" data-orig-size="1024,739" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="3971326543_b0c8f52ea5_b5470516623184659087" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/3971326543_b0c8f52ea5_b5470516623184659087.jpg?fit=790%2C570&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/3971326543_b0c8f52ea5_b5470516623184659087.jpg?resize=790%2C570&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-33464" srcset="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/3971326543_b0c8f52ea5_b5470516623184659087.jpg?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/3971326543_b0c8f52ea5_b5470516623184659087.jpg?resize=300%2C217&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/3971326543_b0c8f52ea5_b5470516623184659087.jpg?resize=768%2C554&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2026/01/3971326543_b0c8f52ea5_b5470516623184659087.jpg?resize=83%2C60&amp;ssl=1 83w" sizes="auto, (max-width: 790px) 100vw, 790px" /></figure>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ulteriori approfondimenti</strong>:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://kritica.it/tutti-gli-articoli/vaisakhi-sikh-terracina-storia-rajesh/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://kritica.it/tutti-gli-articoli/vaisakhi-sikh-terracina-storia-rajesh/</a> </p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://youtube.com/@whitedustproductions" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://youtube.com/@whitedustproductions</a> </p>



<p class="wp-block-paragraph">David Lynch, Picasso, &amp; the art of Story: <a href="https://www.linkedin.com/pulse/david-lynch-picasso-art-story-joshua-yancey" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.linkedin.com/pulse/david-lynch-picasso-art-story-joshua-yancey</a> </p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://blog.artsupp.com/david-lynch-regista-visionario-si-ma-anche-pittore/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://blog.artsupp.com/david-lynch-regista-visionario-si-ma-anche-pittore/</a> </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Laura Ressa</p>



<p class="wp-block-paragraph">Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista</p>

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    </div> 
<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2025/12/29/rajesh-signore-dei-re-sfruttamento-caporalato-intervista-emiliano-locatelli/">&#8220;Rajesh. Signore dei re&#8221; tra sfruttamento e caporalato &#8211; Intervista a Emiliano Locatelli</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
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		<title>Metropoliz, il museo abitato e la lotta per il diritto all&#8217;abitare &#8211; Intervista a Andrea Pistorio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Ressa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Nov 2025 18:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cose belle]]></category>
		<category><![CDATA[dinamiche sociali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[abitare]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Metropoliz, il museo abitato&#8221; è un podcast originale di RAI Radio1 scritto e diretto da Andrea Pistorio,&#160;protagonista della chiacchierata del 7 novembre 2025 in diretta streaming sui canali Frasivolanti.Andrea Pistorio è stato già ospite di questo blog e sono molto felice di averlo coinvolto di nuovo per affrontare un tema così cruciale come il diritto &#8230; </p>
<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2025/11/21/metropoliz-museo-abitato-lotta-diritto-abitare-intervista-andrea-pistorio/">Metropoliz, il museo abitato e la lotta per il diritto all&#8217;abitare &#8211; Intervista a Andrea Pistorio</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Metropoliz, il museo abitato&#8221; è un podcast originale di RAI Radio1 scritto e diretto da Andrea Pistorio,&nbsp;protagonista della chiacchierata del 7 novembre 2025 in diretta streaming sui canali Frasivolanti.<br>Andrea Pistorio è stato già ospite di questo blog e sono molto felice di averlo coinvolto di nuovo per affrontare un tema così cruciale come il diritto all&#8217;abitare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Il titolo del podcast prende il nome dall’omonimo edificio, un museo abitato ai margini del quartiere periferico Tor Sapienza di Roma che vive sotto la direzione e la cura di Giorgio De Finis. Si tratta di un’ex fabbrica di salumi abbandonata, oggi trasformata in uno spazio abitativo e culturale.<br>Occupata nel 2009 da un gruppo di persone in emergenza abitativa, la struttura è stata ristrutturata dagli stessi residenti che, nel tempo, l’hanno resa un luogo vivo ed organizzato, nonostante l’assenza di riconoscimento formale. Nel 2011 al suo interno nasce il MAAM ovvero il Museo dell’Altro e dell’Altrove, un progetto artistico che lo trasforma in un museo abitato. [&#8230;]&#8221; </p>



<span id="more-33298"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Attraverso questo documentario Andrea Pistorio rimarca il suo attivismo giornalistico indagando realtà sotto gli occhi di tutti ma conosciute da pochi.<br>Il podcast è suddiviso in 5 episodi: ognuno di essi racconta una pezzo della storia che ha contribuito alla formazione del Museo Abitato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le storie legate allo stabilimento che produceva salumi per il gruppo Fiorucci, gli ex operai raccontano la loro quotidianità con un focus sul legame tra fabbrica e comunità circostante.<br>L’arte diventa mezzo attraverso cui gli abitanti si riappropriano della loro identità e Metropoliz da luogo di emarginazione diventa simbolo di inclusione e riscatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda finale che il podcast si pone è: cosa significa abitare oggi? <br>Ne abbiamo parlato navigando tra i vari significati di &#8220;abitare&#8221; e riflettendo insieme sulla lotta per il diritto alla casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Andrea Pistorio è autore e produttore radiofonico presso la redazione podcast e lo sport di RAI Radio1. Ha lavorato con diverse testate, tra cui Radio2, Radio24, Radio Statale e l’European Broadcast Union.<br>“Metropoliz &#8211; Il museo abitato” è il suo secondo podcast. Nel suo primo audio documentario, “Lago – veleni e resistenza”, ci ha raccontato la storia della nascita del Lago Bullicante del Pigneto e la lotta del quartiere contro la speculazione edilizia e, più indietro nella storia, contro lo sfruttamento ed il fascismo&#8221;.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per ascoltare il podcast:</strong>&nbsp;<a href="https://www.raiplaysound.it/programmi/metropoliz-ilmuseoabitato" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.raiplaysound.it/programmi/metropoliz-ilmuseoabitato</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Link di approfondimento:</strong>&nbsp;<br><a href="https://www.youtube.com/user/SpaceMetropoliz" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/user/SpaceMetropoliz</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/11/07/news/maam_podcast_museo_tor_tre_teste-424966826" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/11/07/news/maam_podcast_museo_tor_tre_teste-424966826</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://themessineser.it/e-uscito-metropoliz-il-nuovo-podcast-di-andrea-pistorio/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://themessineser.it/e-uscito-metropoliz-il-nuovo-podcast-di-andrea-pistorio/</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://theparallelvision.com/2025/11/05/metropoliz-podcast-raiplay/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://theparallelvision.com/2025/11/05/metropoliz-podcast-raiplay/</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.artribune.com/attualita/2015/04/la-storia-del-maam-larte-prende-vita-in-uno-strano-museo-a-roma-1/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.artribune.com/attualita/2015/04/la-storia-del-maam-larte-prende-vita-in-uno-strano-museo-a-roma-1/</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://left.it/2014/11/11/metropoliz-il-cuore-meticcio-di-roma" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://left.it/2014/11/11/metropoliz-il-cuore-meticcio-di-roma</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://brilliantmaps.com/unfavourable-roma/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://brilliantmaps.com/unfavourable-roma/</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=0TX_FP7QNEk" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=0TX_FP7QNEk</a>&nbsp;(videoclip di Caparezza girato al MAAM) </p>



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<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="790" height="526" data-attachment-id="33325" data-permalink="https://lauraressa.com/2025/11/21/metropoliz-museo-abitato-lotta-diritto-abitare-intervista-andrea-pistorio/maam-power-to-the-people-20246961987986955711306/" data-orig-file="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2025/11/maam-power-to-the-people-20246961987986955711306.jpg?fit=2000%2C1333&amp;ssl=1" data-orig-size="2000,1333" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="maam-power-to-the-people-20246961987986955711306" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2025/11/maam-power-to-the-people-20246961987986955711306.jpg?fit=790%2C526&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2025/11/maam-power-to-the-people-20246961987986955711306.jpg?resize=790%2C526&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-33325" srcset="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2025/11/maam-power-to-the-people-20246961987986955711306.jpg?resize=1024%2C682&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2025/11/maam-power-to-the-people-20246961987986955711306.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2025/11/maam-power-to-the-people-20246961987986955711306.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2025/11/maam-power-to-the-people-20246961987986955711306.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2025/11/maam-power-to-the-people-20246961987986955711306.jpg?resize=90%2C60&amp;ssl=1 90w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2025/11/maam-power-to-the-people-20246961987986955711306.jpg?resize=374%2C249&amp;ssl=1 374w, https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2025/11/maam-power-to-the-people-20246961987986955711306.jpg?w=2000&amp;ssl=1 2000w" sizes="auto, (max-width: 790px) 100vw, 790px" /></figure>
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<p class="wp-block-paragraph">Fonte dell&#8217;immagine qui sopra: <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Maam-power-to-the-people-2024.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Maam-power-to-the-people-2024.jpg</a><br><br>A Roma, ai margini di ciò che chiamiamo città, sorge un luogo che è insieme casa, sogno e resistenza. <br>Metropoliz è un museo abitato: ex salumificio divenuto rifugio, laboratorio, opera collettiva.<br>Le sue mura raccontano chi ha scelto di restare, chi ha trasformato l&#8217;abbandono in possibilità e l&#8217;assenza di diritti in bellezza condivisa. <br>Abitare non è soltanto avere un tetto sopra la testa: è anche prendersi cura, creare legami, lasciare che lo spazio diventi corpo comune.<br>Un verbo che significa presenza, dignità, futuro.<br><br>Con il podcast &#8220;Metropoliz – Il museo abitato&#8221; Andrea Pistorio ci accompagna in un luogo vivo dove la lotta per il diritto alla casa diventa racconto e il diritto all&#8217;abitare si intreccia con arte, memoria e speranza.<br>Un viaggio che ci ricorda che abitare significa appartenere.&nbsp; <br><br>Il tema dell&#8217;abitare e del diritto alla casa è vasto, carico di implicazioni filosofiche, politiche e culturali.<br><br>Il verbo abitare, nel suo significato più profondo, non indica soltanto il possesso di uno spazio: significa costruire un rapporto con un luogo, trasformarlo in qualcosa che accoglie e che si può custodire.<br><br>Martin Heidegger, nel saggio &#8220;Costruire, abitare, pensare&#8221; (1951), sottolinea che l&#8217;abitare è la condizione originaria dell&#8217;essere umano: l&#8217;uomo non abita perché costruisce, ma costruisce perché abita.<br>Abitare, dunque, è dare forma al mondo attraverso la cura, la memoria, il tempo.<br><br>Gaston Bachelard, nella &#8220;Poetica dello spazio&#8221;, aggiunge una dimensione intima: la casa è il luogo della rêverie, della protezione, dell&#8217;infanzia e della memoria. È un luogo &#8220;che ci custodisce&#8221;, dove ogni stanza, ogni angolo, diventa una proiezione della nostra interiorità.<br>Da qui nasce il concetto di casa come estensione dell&#8217;anima.<br><br>Il diritto all&#8217;abitare non è solo una questione privata, ma un diritto umano universale.<br>L&#8217;articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell&#8217;Uomo (1948) afferma che &#8220;ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere suo e della sua famiglia, ivi compresa l’abitazione.&#8221; <br>Tuttavia questo diritto è profondamente diseguale.<br>Secondo dati recenti (ISTAT e Federcasa), in Italia oltre 100.000 persone vivono in condizioni di emergenza abitativa, e oltre 5 milioni di individui sono in condizioni di sovraffollamento o insicurezza abitativa.<br>Gli affitti sono diventati insostenibili per le nuove generazioni e per molte famiglie, soprattutto nelle grandi città, dove la casa è un bene speculativo più che un diritto.<br><br>Abitare, allora, diventa una questione politica e urbana: chi ha diritto alla città? <br>Abitare significa anche co-abitare.<br>Nelle esperienze di occupazioni abitative, cohousing, ecovillaggi o condomini solidali, si sperimenta una forma di abitare collettivo che mette in discussione la proprietà privata come unica forma legittima di accesso alla casa.<br>Spazi come Metropoliz diventano laboratori sociali di abitabilità condivisa, dove l&#8217;arte, la solidarietà e la resistenza producono nuove forme di convivenza.<br><br>Numerosi autori hanno riflettuto sul senso dell&#8217;abitare come specchio dell&#8217;epoca. Tra questi:<br>&#8211; Italo Calvino che, nelle Città invisibili, mostra come ogni città sia anche un modo di abitare il desiderio, la memoria, la paura. Ogni abitante plasma la città tanto quanto la città plasma lui;<br><br>&#8211; Pier Paolo Pasolini, nel suo sguardo sulle borgate romane, parla di case come luoghi di marginalità ma anche di dignità, di vita autentica contrapposta all&#8217;alienazione borghese;<br><br>&#8211; Alda Merini, nei suoi versi, fa della casa una dimensione mentale: &#8220;La mia casa è dove posso stare in pace con i miei fantasmi.&#8221;<br><br>Oggi gli affitti crescono più dei salari, le città si svuotano di residenti e si riempiono di turisti, gli spazi pubblici vengono privatizzati, giovani e migranti vivono in condizioni di provvisorietà continua.<br>In questo scenario, l&#8217;abitare è spesso un atto di resistenza alla disumanizzazione urbana, alla solitudine, alla perdita del senso di comunità.<br><br>Abitare vuol dire immaginare un futuro diverso, pensare la casa non come oggetto di mercato ma come spazio politico, relazionale e poetico.<br>Abitare non solo come sopravvivere, ma partecipare alla costruzione del mondo.<br><br>Riflettere sull&#8217;abitare significa interrogarsi sul tipo di società che vogliamo. <br>Il diritto alla casa è, in fondo, il diritto a esistere con dignità nello spazio del mondo.<br>E ogni casa, concreta o simbolica, che nasce da un gesto collettivo, da un atto di resistenza, ci ricorda che abitare è il primo passo per appartenere.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Andrea Pistorio; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il video dell&#8217;intervista (<a href="https://youtu.be/mAoWkr-nhxM?si=kR0b5XMtC7_D6Ysz" target="_blank" rel="noreferrer noopener">link</a>)</strong> </p>



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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il podcast (<a href="https://www.spreaker.com/episode/metropoliz-il-museo-abitato-e-la-lotta-per-il-diritto-all-abitare-intervista-a-andrea-pistorio--68486792" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Spreaker</a>)</strong> </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-spotify wp-block-embed-spotify wp-embed-aspect-21-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Spotify Embed: Metropoliz, il museo abitato e la lotta per il diritto all&amp;apos;abitare - Intervista a Andrea Pistorio" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/5JFzNuqL7LMsvTOqecp9Ut?utm_source=oembed"></iframe>
</div></figure>



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<p class="wp-block-paragraph">Poter raccogliere nuovamente la testimonianza di Andrea, mi ha permesso di indagare differenti sfumature del suo lavoro e di conoscere da vicino e dal suo punto di vista alcuni aspetti specifici della storia di Metropoliz.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per tirare le somme di questo dialogo profondo, prendo spunto da un&#8217;intervista che Andrea Pistorio ha rilasciato a fine ottobre proprio a proposito del suo nuovo podcast: <a href="https://www.ildifforme.it/spettacoli/andrea-pistorio-metropoliz-intervista/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ildifforme.it/spettacoli/andrea-pistorio-metropoliz-intervista/</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;[Metropoliz] <em>è un posto incredibile. <strong>Parliamo di un ex salumificio di migliaia di metri quadrati, abbandonato da vent’anni e riadattato dagli stessi abitanti. Le case non sono convenzionali, ma vive, colorate, piene di energia.</strong><br>Mi ha colpito la commistione tra pubblico e privato: <strong>nelle abitazioni ci sono opere d’arte visitabili, e ogni ultimo sabato del mese il museo apre gratuitamente al pubblico</strong>.<br>Poi ci sono i suoni, i bambini che giocano, le voci, una dimensione che nelle nostre città si è un po’ persa. E soprattutto la sensazione di sicurezza: è un luogo sereno, dove la comunità si prende cura di se stessa. Anche da “ospite”, lì dentro ti senti a casa.</em> [&#8230;] </p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Oggi molte persone sono costrette a vivere sempre più lontano dai centri urbani, in zone meno servite, a causa del calo del potere d’acquisto. <strong>E questo alimenta la solitudine, che è il grande male del nostro tempo. Una casa non è tale se non ti fa sentire parte di qualcosa.</strong> <strong>Abitare vuol dire avere relazioni, riconoscersi in un contesto, prendersi cura gli uni degli altri.</strong></em> [&#8230;] </p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Io credo che il margine si sia affollato.</strong><br>I margini, geografici o sociali, mi affascinano perché spesso anticipano ciò che poi arriva al centro del discorso pubblico. Gli abitanti di Metropoliz hanno occupato l’ex fabbrica nel 2009, subito dopo la crisi dei mutui subprime: le loro parole, registrate allora, sembrano scritte oggi. Parlano di affitti insostenibili, stipendi che non bastano, caparre impossibili.<br>Oggi queste difficoltà riguardano anche chi ha un lavoro stabile, l’insegnante, il cuoco, il cameriere. È per questo che se ne parla di più: perché <strong>il problema non è più ai margini, ma dentro il corpo vivo della società</strong>.</em> [&#8230;] <em><strong>Nella nostra Costituzione non esiste il diritto all’abitare, ma solo quello alla proprietà della terra. Forse dovremmo ripartire da lì, da una riflessione collettiva su cosa significhi oggi garantire una casa degna a tutti.</strong></em> [&#8230;] <br><em><strong>Forse “abitare” oggi significa non dare nulla per scontato</strong>, riscoprire il valore del vivere insieme, del condividere spazi, responsabilità, fragilità.<br>Abitare è essere parte di un luogo, non solo occuparlo. <strong>È costruire legami.</strong></em> [&#8230;]&#8221;. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La nostra Costituzione non tiene conto del diritto all&#8217;abitare ma solo di quello alla proprietà della terra. Su questo abbiamo moltissimo da lavorare come cittadini e come membri della comunità umana, una comunità che prescinde dai confini geografici imposti da cartine e governi. Gli interessi geopolitici che riguardano il globo ci hanno portato a una dimensione di non-comunità, dove conta esclusivamente il possesso dei territori, il dominio e il potere che si può esercitare sulle persone. Slegarsi da questa logica, al di là di slanci romantici verso un futuro possibile ma percepito ancora lontano, è già una enorme sfida che bussa alla nostra porta ed è già prepotentemente connessa al nostro presente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginare il futuro purtroppo non basta più, perché avremmo dovuto già costruirlo parecchio tempo fa. Siamo in ritardo, forse fuori tempo massimo, e siamo nel torto. Chi si prenderà cura del nostro diritto all&#8217;abitare se non lo facciamo noi stessi? Da quando il diritto a una vita dignitosa è diventato un privilegio? Come è accaduto che siamo riusciti a calpestare i nostri stessi diritti affinché divenissero appannaggio di pochi fortunati? </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il diritto a una casa, alla salute, al cibo e al necessario per sopravvivere non dovrebbero essere privilegi ma sacrosanti e imprescindibili dati di fatto di cui nessuno, a qualunque latitudine e in qualsiasi condizione sociale riversi, dovrebbe essere privo. Eppure la storia dell&#8217;umanità non fa che tradire questa regola morale e di autoconservazione della specie, continuando a perpetrare il convincimento capitalista secondo cui casa, cibo e salute debbano essere appannaggio solo di chi può pagarli. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci voglio credere davvero che possiamo aspirare alla luna, intesa come approdo metaforico ma anche come un altrove concreto dove non esista proprietà privata né razzismo né colonialismo. Da un po&#8217; di tempo a questa parte è sempre più difficile e doloroso credere ancora in questa utopia, ma cosa ci rimane se rinunciamo anche ai sogni e se non costruiamo tutti &#8211; come hanno fatto gli abitanti di Metropoliz &#8211; quel razzo che ci permetta ancora di salpare? Costruire per vivere non significa edificare nuovi palazzi e sfruttare il suolo: solo costruire per creare legami e comunità potrà salvarci e liberarci dall&#8217;aberrazione del mattone e da quella rincorsa sfrenata all&#8217;accumulazione che sotterra prima le nostre anime e poi inevitabilmente le nostre vite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chissà, magari in questo viaggio verso la libertà potranno accompagnarci le parole del <strong>brano &#8220;Space Metropoliz&#8221; dei Bicchiere Mezzo Pieno</strong>:</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Briciole di case come sciami di asteroidi!<br>Scafandri immaginari, i caschi, fusti di vernice e<br>un bambino che di casa ne è senza, abitare non è fantascienza e poi<br>trema che sulla terra fa un freddo spaziale: ha un cappello pieno di stelle<br>E un razzo della Telefunken fino a una nuova casa ci può portare,<br>chi vive in periferia sogna di volare.<br>La Luna non è di nessuno e nessuno se la può comperare!<br>Stazione spaziale o favela in fondo è uguale: Space Metropoliz.<br>Pensa sulla Luna quante belle ragazze o astronavi,<br>sulla Luna di certo non ci sono ancora i palazzinari e</em><br><em>se le stelle son di cartone ed i sogni gli effetti speciali<br>il bambino di prima sorride: il suo triciclo ora ha le ali.<br>E un razzo della Telefunken fino a una nuova casa ci può portare,<br>chi vive in periferia sogna di volare.<br>La Luna non è di nessuno e nessuno se la può comperare!<br>Stazione spaziale o favela in fondo è uguale: Space Metropoliz.<br>Comete di motorini, “Houston abbiamo un problema”<br>Dobbiamo accostare la porta sennò cambiano la serratura e<br>Chi negli occhi ha le stelle, non ha altre case dove andare<br>La Luna è di tutti ed è libera: la vogliamo abitare!<br>E un razzo della Telefunken fino a una nuova casa ci può portare,<br>chi vive in periferia sogna di volare.<br>La Luna non è di nessuno e nessuno se la può comperare!</em><br><em>Stazione spaziale o favela, stazione spaziale o favela, stazione spaziale o favela in fondo è uguale: Space<br>Metropoliz.</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Laura Ressa </p>



<p class="wp-block-paragraph">Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista</p>

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		<title>Raccontare la vita tra Palestina, Iraq, Libano e Giordania &#8211; Intervista a Stefano Nanni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Ressa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2025 19:50:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cose belle]]></category>
		<category><![CDATA[dinamiche sociali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stefano Nanni è giornalista freelance e scrittore con una lunga esperienza nella cooperazione internazionale tra Palestina, Iraq, Libano e Giordania, paesi in cui ha vissuto negli ultimi 12 anni. Ha collaborato per diverse riviste italiane, tra cui Osservatorio Iraq, di cui è stato membro della redazione, Gli Asini, Lo Straniero, QCode Magazine, e attualmente lo &#8230; </p>
<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2025/10/31/raccontare-vita-giornalismo-palestina-iraq-libano-giordania-intervista-stefano-nanni/">Raccontare la vita tra Palestina, Iraq, Libano e Giordania &#8211; Intervista a Stefano Nanni</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Stefano Nanni è giornalista freelance e scrittore con una lunga esperienza nella cooperazione internazionale tra Palestina, Iraq, Libano e Giordania, paesi in cui ha vissuto negli ultimi 12 anni. Ha collaborato per diverse riviste italiane, tra cui Osservatorio Iraq, di cui è stato membro della redazione, Gli Asini, Lo Straniero, QCode Magazine, e attualmente lo trovate spesso su Altreconomia, L&#8217;Eco di Bergamo e la testata anglofona The New Arab. È autore del libro &#8220;Dormiveglia sul Tevere. Latif Al Saadi, una storia irachena&#8221; (Porto Seguro, 2023), e coautore dei libri “La crisi irachena. Cause ed effetti di una storia che non insegna” (Ed. Dell&#8217;Asino, 2014) e “Rivoluzioni Violate. Cinque anni dopo: attivismo e diritti umani in Medio Oriente e Nord Africa&#8221; (Ed. dell&#8217;Asino, 2016), in cui ha firmato il capitolo sull’Iraq con lo pseudonimo Joseph Zarlingo.</p>



<span id="more-33231"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Il viaggio umano, professionale e anche geografico di Stefano Nanni è stato il fulcro dell&#8217;intervista del 28 ottobre 2025 in diretta streaming sui canali Frasivolanti.<br />La sua prospettiva di giornalista e scrittore ha rappresentato una guida per capire cosa vuol dire raccontare i luoghi in cui ha vissuto e le persone che ha incontrato. Abbiamo indagato cosa Stefano porta con sé da tutto questo e anche del suo precedente ruolo di cooperante in Medio Oriente e qual è stato l&#8217;impatto sulla sua vita. <br /><br /><strong>Riporto di seguito la descrizione del libro &#8220;Dormiveglia sul Tevere. Latif Al Saadi, una storia irachena&#8221;:</strong><br />&#8220;Al numero civico 30 di Piazza di Ponte Sant’Angelo, a Roma, c’è una targa che parla di Iraq. Presente dal 2001 e un po’ provata dal tempo, la targa ospita una poesia, i cui trentatré versi raccontano già da soli una storia di resistenza e di libertà. È la vita di un uomo che diversi anni fa, presto al mattino in una giornata ordinaria, scendendo da un autobus di linea in quella piazza rimase all’improvviso folgorato dal gioco di luci, suoni, odori e colori che il Tevere e Castel Sant’Angelo innescarono nella sua mente. Da lì nacque “Dormiveglia sul Tevere”, un viaggio onirico tra Iraq e Italia a disposizione di tutti i milioni di visitatori, per lo più ignari, che ogni giorno passano di fronte a quella targa. È il viaggio di Latif Al Saadi, poeta, partigiano, attivista e mediatore culturale, la cui vita al servizio della libertà è raccontata in questo libro.&#8221;<br /><br /><strong>Per approfondire:</strong><br /><a href="https://altreconomia.it/author/stefano-nanni-2/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://altreconomia.it/author/stefano-nanni-2/</a><br /><br /><a href="https://www.newarab.com/author/72317/stefano-nanni" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.newarab.com/author/72317/stefano-nanni</a><br /><br /><a href="https://www.facebook.com/people/Dormiveglia-sul-Tevere-Latif-Al-Saadi-una-storia-irachena/61551095796159/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.facebook.com/people/Dormiveglia-sul-Tevere-Latif-Al-Saadi-una-storia-irachena/61551095796159/</a><br /><br /><a href="https://www.radiopopolare.it/puntata/?ep=popolare-esteri/esteri_02_05_2024_19_00" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.radiopopolare.it/puntata/?ep=popolare-esteri/esteri_02_05_2024_19_00</a><br /><br /><a href="https://www.lottavo.it/2023/09/stefano-nanni-dormiveglia-sul-tevere-latif-al-saadi-una-storia-irachena/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.lottavo.it/2023/09/stefano-nanni-dormiveglia-sul-tevere-latif-al-saadi-una-storia-irachena/</a><br /><br /><a href="https://www.facebook.com/stefano.tyler" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.facebook.com/stefano.tyler</a><br /><br /><a href="https://www.instagram.com/stef.nanni/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.instagram.com/stef.nanni/</a><br /><br /><a href="https://www.linkedin.com/in/stefano-nanni-828178165/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.linkedin.com/in/stefano-nanni-828178165/</a></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Prima di lasciare, chi vorrà, all&#8217;ascolto e alla visione dell&#8217;intervista a Stefano Nanni, vorrei raccontare quel che ha preceduto questa bella chiacchierata. A seguito del mio messaggio con la richiesta di intervistarlo, Stefano è stato accogliente in modo disarmante: non solo disposto a fornire la sua testimonianza ma anche a capire meglio chi io fossi e perché volessi scoprire la sua storia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si è trattato di una curiosità di mera facciata o di cortesia: Stefano Nanni è davvero una persona curiosa in modo spontaneo e conserva questo lato del suo essere alimentandolo quotidianamente anche nel lavoro. Del resto qual è uno dei migliori pregi per un giornalista se non quello di andare a fondo nelle cose e di approfondire senza fermarsi alla superficie? Stefano ed io abbiamo parlato a lungo in una chiamata che ha preceduto l&#8217;intervista. L&#8217;idea di sentirci anticipatamente è stata sua e gliene do tutto il merito perché in un modo di vivere che ci ha abituati troppo facilmente a procedere a tripla velocità dimenticando l&#8217;importanza delle parole, equivale a trovare una perla rara avere la possibilità di interagire con una persona che dona tempo e attenzione in modo disinteressato per il piacere di stabilire connessioni umane genuine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per tutto questo &#8211; e per molto altro, a dire il vero &#8211; mi ritengo una persona molto fortunata. Dunque forse è vero che se continui a credere, nonostante tutto, che la meraviglia esista, poi la vita te ne fornisce piccole e grandi prove. Stefano Nanni certamente è una delle persone che annovero fra le prove viventi di quanto trovare persone limpide sul proprio tragitto non sia una speranza utopica ma una verità sperimentabile concretamente. Ringrazio Stefano per ogni secondo e minuto del suo tempo dedicato a questo nostro umano sentire che ci accomuna. Lo ringrazio per ogni parola spesa e perché ha dato valore alla nostra connessione e importanza al mio progetto. Inoltre lo ringrazio perché ha sottolineato ciò che conta: lasciarsi travolgere dall&#8217;umanità gentile e fare del proprio meglio, sempre, per essere tra quelli che rispettano la bellezza della vita a qualsiasi latitudine, di fronte a qualsiasi avversità e coltivando quelle differenze che ci arricchiscono come esseri umani ma che troppo spesso i potenti usano come pretesto per innescare le guerre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è mai tardi per continuare a credere. Non è mai tardi per ricominciare a credere.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Stefano Nanni; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali. </p>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il video dell&#8217;intervista (<a href="https://youtu.be/_vMxAFmV798?si=Fo5XF0uSos2fayDj" target="_blank" rel="noreferrer noopener">link</a>)</strong></p>



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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il podcast (<a href="https://www.spreaker.com/episode/raccontare-la-vita-tra-palestina-iraq-libano-e-giordania-intervista-a-stefano-nanni--68340223" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Spreaker</a>)</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-spotify wp-block-embed-spotify wp-embed-aspect-21-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Sono tante le suggestioni che la storia e il modo di lavorare di Stefano Nanni hanno fatto scaturire in me. Vorrei però partire dalla parola scritta e in particolare da un paio di articoli realizzati da Stefano per la testata giornalistica &#8220;The New Arab&#8221;. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta di spunti recenti che penso siano utili anche per raccontare chi è Stefano Nanni e qual è il suo approccio a ciò che accade nel mondo, alla propria vita e alla funzione della divulgazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Away from home, Gaza photojournalist Zaher Wael Saleh vows to return to document the Strip’s ‘rebirth’ after two years of genocide</strong> (18 novembre 2025 <a href="https://www.newarab.com/features/zaher-wael-saleh-vows-return-gaza-capture-its-rebirth" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.newarab.com/features/zaher-wael-saleh-vows-return-gaza-capture-its-rebirth</a> )</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>&#8216;Standing by and doing nothing became unbearable&#8217;: Palestinian gynaecologist Asil Al Jallad seeks to protect Gaza&#8217;s reproductive health sector amid Israel&#8217;s genocide</strong> (25 aprile 2025 <a href="https://www.newarab.com/features/asil-al-jallad-gynaecologist-who-refuses-give-gaza" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.newarab.com/features/asil-al-jallad-gynaecologist-who-refuses-give-gaza</a> )</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel primo articolo menzionato qui sopra Stefano Nanni racconta la storia di <strong>Zaher Wael Saleh, fotoreporter di Gaza City</strong> che ha lavorato senza sosta per documentare il genocidio e che sogna di tornare nella sua terra per raccontarne un giorno &#8211; si spera &#8211; la rinascita. Zaher ha affermato che, nonostante il cessate il fuoco, non potrà mai esserci vera pace finché continueranno ad essere perpetrate uccisioni, torture e fame ai danni dei palestinesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Zaher, che ha 23 anni e collabora con media internazionali come Channel 4, i reportage video e fotografici che realizza rappresentano un <strong>linguaggio attraverso cui poter superare le barriere linguistiche</strong>. Nel corso della guerra è rimasto gravemente ferito a una gamba proprio mentre realizzava uno dei suoi lavori ma a Gaza non era possibile accedere alle cure adeguate e quindi ha dovuto lasciare il paese attraversando il confine per arrivare in Giordania. Il tutto tra attese, maltrattamenti e la confisca dei beni (inclusa la sua macchina fotografica, che ha soprannominato “baby”).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Zaher ha raccontato a Stefano quanto sia stata dolorosa la decisione di allontanarsi dal proprio paese perché avrebbe significato abbandonare la propria famiglia e la casa: un dolore che si aggiunge anche alla perdita di molti colleghi giornalisti, come ad esempio Anas Sharif di Al Jazeera assassinato in un raid vicino all’ospedale Al-Shifa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Zaher tuttavia, nonostante le enormi difficoltà, mantiene salda la propria fiducia: su una sua t-shirt è raffigurata una colomba con addosso il giubbotto da giornalista e che porta con sé un ramo d’ulivo in segno di pace e resistenza. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel secondo articolo qui menzionato, Stefano racconta invece la storia di <strong>Asil Al Jallad, ginecologa palestinese-giordana nonché prima donna araba medico a unirsi alle missioni mediche volontarie in emergenza a Gaza dopo il 7 ottobre 2023</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta di un altro importante spaccato di vita che descrive la condizione di estrema emergenza in cui versano gli ospedali da campo, come ad esempio quelli a Khan Younis e Rafah, dove le donne partoriscono in condizioni disperate, con scarsissima disponibilità di medicinali e assenza dei prodotti igienici di base. Dopo il parto possono restare in ospedale per non più di un’ora poiché il numero dei pazienti è molto elevato e le risorse sono ridotte all’osso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Asil ha partecipato a due missioni: la prima a Gaza nel febbraio 2024, la seconda nel marzo 2025 durante il Ramadan.</strong> Insieme al suo team avrebbe voluto lavorare non soltanto per fornire assistenza al parto ma anche per migliorare la salute riproduttiva, l’igiene e fare sensibilizzazione, ma la mancanza di attrezzature mediche ha reso tutto ciò molto difficoltoso se non impossibile. <strong>Per Asil questa professione è molto più di una missione medica: è una forma di resistenza vera e propria</strong>! Le donne a Gaza continuano a dare la vita, a partorire senza un&#8217;assistenza medica adeguata, nonostante attorno a loro ci sia solo morte e distruzione: questo rappresenta un esempio di grande forza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel narrare e delineare i tratti di queste vite, Stefano Nanni utilizza la biografia personale come lente da cui osservare. Il dolore individuale si fa metafora della tragedia di un&#8217;intera popolazione</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel caso del giovane giornalista, il focus centrale non è solo la realtà che Zaher fotografa ma il significato profondo del suo lavoro: <strong>documentare la guerra affinché resti nella memoria collettiva e sia un atto politico di sopravvivenza</strong>. La contrapposizione fra le &#8220;due Gaza&#8221; che le sue fotografie mostrano, quella prima della distruzione (spiagge, vita quotidiana, colori) e quella della guerra (feriti, morti, devastazione, fuga, ospedali distrutti), evidenzia come Stefano abbia a cuore il rapporto umano che si instaura con le persone con cui entra in contatto. <strong>Un&#8217;empatia ben restituita a chi legge attraverso una scrittura che dà sempre voce al protagonista della storia</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per Zaher, così come per Stefano, documentare non è solo raccontare ma “resistere in modo creativo”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche nel caso di Asil Al Jallad, <strong>Stefano Nanni parte dalle emozioni individuali per farne emblema di un sentimento collettivo</strong>. Il cuore pulsante del testo è l’esperienza del parto in contesti di guerra: si parla di donne che non possono accedere ai farmaci, senza attrezzature diagnostiche, costrette a rimanere pochissimo tempo in ospedale dopo il parto. Tutto il dolore sperimentato, anche in questo caso, si trasforma in atto di resistenza, un atto necessario per continuare ad aggrapparsi alla vita. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La narrazione mantiene un tono lucido e rifugge la spettacolarizzazione del dolore. Ci trasferisce inoltre anche il volto di Stefano Nanni, la sua passione per la vita, per l&#8217;umanità che si fa resistenza e per le amicizie solide che solo chi ha conosciuto da vicino l&#8217;orrore sa ancora costruire. Stefano ci fa comprendere che, anche nel mezzo della distruzione assoluta e del dolore più buio e apparentemente senza via d&#8217;uscita, esistono persone che sopravvivono, che ancora hanno voglia di divulgare la realtà, che proteggono la vita e la dignità propria e degli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non siamo abituati a capire quanto ci sia di rivoluzionario in tutto ciò: fare il mestiere del giornalista (così come lo intende Stefano Nanni) e mettere davanti a tutto il trasporto empatico verso le storie di vita delle persone, non è una pratica che si insegna e forse non si può nemmeno imparare. La vita si dispiega, piano piano, nel mezzo del nostro presente, e cerca di farci capire quanto valore abbia la vita, quanto ne abbia chi ha l&#8217;ardire e la forza di metterla al primo posto nella scala delle cose che contano: prima del denaro, prima del potere, a volte anche prima di se stessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Persone che fanno il mestiere del giornalista e che divulgano mantenendo salda la propria postura, lasciando elevato e sincero il proprio senso etico, con un trasporto personale votato alla umana comprensione e mai alla mera pena, ecco quelle persone hanno in mano il mondo. Non perché ne detengano le risorse economiche o perché possono dominare su tutto il resto, non perchè dispongono di molto più di quanto gli serva davvero, ma perché hanno imparato a non rinunciare, a non arrendersi all&#8217;evidenza del male, a credere che possiamo essere tutti migliori di così e che esiste un disegno più forte e più alto di tutto e che questo disegno non segue nè dogmi religiosi, politici o economici, nè il dogma della sopraffazione del forte sul debole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stefano Nanni e tutte le persone come lui che conservano dentro di sè una fede salda verso l&#8217;idea che la bellezza del mondo sia reale e possa tornare a sovrastare le storture, sono ossigeno nuovo per chi non crede più, per chi pensa di essersi perso, per chi ha paura che la speranza sia roba da deboli, per chi non ha più fede in niente, per chi si sente sciocco e inadeguato se non è come gli altri ma si sorprende ancora a pensare che esistano modi diversi di esistere. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Laura Ressa </p>



<p class="wp-block-paragraph">Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>

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<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2025/10/31/raccontare-vita-giornalismo-palestina-iraq-libano-giordania-intervista-stefano-nanni/">Raccontare la vita tra Palestina, Iraq, Libano e Giordania &#8211; Intervista a Stefano Nanni</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
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		<title>Storia umana e professionale tra passato, presente e futuro della legge 180 &#8211; Intervista a Gaetano Interlandi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Ressa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Oct 2025 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cose belle]]></category>
		<category><![CDATA[dinamiche sociali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[empatia]]></category>
		<category><![CDATA[salute mentale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gaetano Interlandi ha svolto l’attività di Primario di Psichiatria e di Direttore del Modulo Dipartimento Salute Mentale dei Distretti sanitari di Caltagirone e Palagonia.Nato a Floridia, ha studiato a Siracusa fino alla maturità classica per poi proseguire con gli studi di Medicina all’Università di Catania.Nel 1975 ha iniziato a lavorare come assistente psichiatra presso l’ospedale &#8230; </p>
<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2025/10/25/storia-umana-professionale-psichiatria-legge-180-intervista-gaetano-interlandi/">Storia umana e professionale tra passato, presente e futuro della legge 180 &#8211; Intervista a Gaetano Interlandi</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Gaetano Interlandi ha svolto l’attività di Primario di Psichiatria e di Direttore del Modulo Dipartimento Salute Mentale dei Distretti sanitari di Caltagirone e Palagonia.<br>Nato a Floridia, ha studiato a Siracusa fino alla maturità classica per poi proseguire con gli studi di Medicina all’Università di Catania.<br>Nel 1975 ha iniziato a lavorare come assistente psichiatra presso l’ospedale psichiatrico di Verona. Ha conseguito la specializzazione prima in Neurologia presso l’Università di Padova, sezione distaccata di Verona, e poi in Psichiatria all’Università di Verona. </p>



<span id="more-33225"></span>



<p class="wp-block-paragraph">La psichiatria rappresenta uno degli aspetti fondamentali della sua esistenza e in questo denso racconto per Frasivolanti, il dott. Interlandi ha ripercorso la sua esperienza professionale, gli ideali e l&#8217;energia messa in campo per difenderli. Accanto a questo aspetto, nella sua vita c&#8217;è sempre stato anche spazio per l&#8217;arte, la fotografia e la cultura in generale.<br>Alla lotta per la Deistituzionalizzazione della malattia mentale Gaetano Interlandi ha sempre accostato i suoi interessi personali, come la produzione letteraria e la sperimentazione fotografica che gli ha permesso di organizzare anche la mostra personale presso il Museo di Villa Patti nel 2007, con fotografie degli utenti del Dipartimento di Salute Mentale di Caltagirone.<br><br><strong>In un percorso che parte dal 1975 e giunge fino ad oggi, Gaetano Interlandi ha raccontato cosa vuol dire essere psichiatra e qual è il suo concetto di cura, quali cambiamenti ha osservato nel trattamento della malattia mentale nel corso degli anni, la centralità della deistituzionalizzazione, il ruolo dell&#8217;empatia </strong>nell&#8217;approccio con le persone, l&#8217;osservazione del sintomo non come unico elemento centrale ma in relazione alle persone e alle storie di vita a cui è connesso, il ruolo dell&#8217;arte nei processi di cura. <br><br><strong>Per approfondire:</strong> <a href="https://www.gaetanointerlandi.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.gaetanointerlandi.it/</a></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Prima di lasciare spazio al video della testimonianza di Gaetano Interlandi, ecco di seguito <strong>alcuni spunti tratti dal suo sito web che possono essere utili per entrare nel merito del suo pensiero e delle sue riflessioni. Il testo è datato ma ancora molto attuale nei concetti espressi</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;La Comunità alloggio da me visitata, in provincia di Caltanissetta, a prima vista disorienta per la pulizia dei locali, ma appena si guarda alle finestre di tutte le camere queste appaiono sbarrate con ferri che salgono dal basso in alto e danno l’impressione di un carcere, pulito, ma carcere, luogo di reclusione. Guardando le camere attirano l’attenzione gli armadi, tutti chiusi con un lucchetto a chiave. Alla nostra domanda del perché, ci fanno capire che c’è qualcuno che ruba, poi ci dicono che i soggetti più autonomi hanno le chiavi, poi ancora che i “pazzi” deteriorati non sanno quel che fanno e sembrerebbe di capire che creano confusione nell’armadio loro.<br>Sulla porta d’ingresso risalta un foglio appeso dove sono segnati gli orari di visita al mattino e al pomeriggio, vecchio sapore da ospedale. D’altronde non vi entra mai nessuno dentro al di fuori degli operatori e di qualche familiare.<br>Loro, i matti, 8 anziani e 1 giovane, stanno tutti ammassati nel soggiorno di pochi metri quadri, alcuni perennemente in pigiama, altri vestiti, senza alcun stimolo, neanche una televisione.<br>Escono una sola volta alla settimana perché li portano tutti assieme in qualche paese vicino o in campagna o dove capita, come dei cagnolini, ma almeno questi animali hanno il vantaggio di uscire tutti i giorni, respirano di più la libertà, quell’aria del fuori casa che ci arricchisce alla vista e dentro.<br>Un signore anziano, ci dicono più autonomo, esce tutti i giorni. Lui ci dice che non vuole stare lì, ma vuole tornare al suo paese di nascita, dove è vissuto a lungo e di cui serba memoria, ma lo costringono a stare qui; forse morirà senza che il suo sogno di vedere i luoghi d’origine si avveri, tanto nessuno dà credito a un matto. E pensare che il ricovero in comunità alloggio è volontario per legge e gli operatori sociali e sanitari hanno come finalità del loro lavoro il benessere psichico delle persone. Lui sta a piangere ed elemosinare ad ogni nuovo venuto la richiesta che non vuole stare lì ma a tornare al proprio paese dove ha il suo mondo affettivo e relazionale; dove peraltro esiste un’altra comunità alloggio. Il suo è un sogno che non costa niente, forse la retta alla comunità alloggio dove in atto è inserito.<br>Queste persone vengono quasi tutte, tranne uno, da un manicomio privato di Palermo, oggetto ultimamente di un grosso scandalo.<br>Per le persone trasferite in questa Comunità Alloggio non è cambiato nulla, chiusi là, chiusi qua.<br>Uno di loro ha 38 anni e abbiamo fatto una chiacchierata; è consapevole, mostra di capire bene le cose e risponde appropriatamente alle domande che gli faccio ma è abbandonato a se e recluso. Poi è anche interdetto. Non c’è di peggio per un uomo! Ma prima tutti i rinchiusi in manicomio erano interdetti.<br>Non vengono effettuati i minimi interventi riabilitativi, non c’è una scheda di rilevazione delle loro autonomie e del lavoro riabilitativo per migliorare le loro capacità. Emarginati in manicomio, emarginati in questo minicomio. Poveretti, non hanno scampo! Hanno trascorso gran parte della loro vita in manicomio e continuano a trascorrerla.<br><strong>Viene negata loro la libertà perché sono matti deteriorati.</strong><br>Non c’è nessuna consapevolezza negli operatori di aver ricreato un manicomietto dentro quella struttura, <strong>si limitano alla prescrizione di farmaci che poi sono sempre gli stessi, quelli che prendevano in manicomio</strong>. Uno trema tutto, è rigido, Parkinson iatrogeno diagnosticherebbe uno psichiatra, ora, nell’era dei neurolettici atipici che non danno più questi effetti collaterali.<br>Ci si indigna dal punto di vista professionale perché ancora non si è consapevoli che chi è stato privato per decenni dalla libertà con la scusa della malattia, oggi è tutelato dalle leggi dello stato e ha diritto a essere inserito gradualmente nella società e vivere in un appartamento aperto e senza sbarre di ferro alle finestre. Gli operatori si devono preoccupare di questo fatto educativo e non contenere dentro pochi metri quadrati, chiusi per sei giorni la settimana 9 persone, segregate ancora con la scusa della malattia. <strong>E’ compito degli operatori sociali e sanitari insegnare a vivere nella libertà a queste persone, facendole vivere da liberi e non da sequestrati. “La libertà s’impara vivendola” diceva qualcuno. Una volta si legavano a letto, ora si chiudono in un appartamento e sedati dagli psicofarmaci. Basaglia fece abbattere le mura che circondavano il manicomio di Trieste e fece girare per la città in grande festa tutti “i matti” dietro “Marco Cavallo”</strong> il cavallo in cartapesta gigante, costruito dagli internati, simbolo della libertà. <strong>Basaglia chiuse il manicomio ancora prima che venisse approvata la legge 180, costruendo un’alternativa di trattamento senza ospedale psichiatrico</strong>, nel territorio. Ma non era questo a cui pensava Basaglia, questa qui è un’anomalia che ripropone di nuovo il manicomio in una comunità alloggio. Era ben altro quello a cui teneva Basaglia, <strong>ridare la dignità di uomini alle persone private per anni e anni dalla libertà, resi tranquilli e sedati dalla violenza manicomiale, esseri che hanno perso la capacità di desiderare, e se qualcuno la ripropone ecco gli aguzzini di nuovo a violentarlo: tu sei pazzo e tutto ciò che dici non ha senso.</strong><br><strong>La scusa della malattia mentale non tiene più, abbiamo visto miglioramenti notevoli nelle persone a cui è stato permesso di vivere liberi, ora sappiamo per esperienza e scienza che i luoghi di reclusione creano malattia e violenza.</strong><br>Diventa indispensabile chiudere o trasformare questi luoghi di nuova violenza e di nuovo sequestro di umanità.<br>[&#8230;]<br>Non si ha la coscienza, nei medici di questo servizio pubblico, negli operatori di questa comunità, nelle autorità giudiziarie, di cosa significhi “società civile”, “miglioramento della qualità della vita”, anche per gli ammalati: tanto loro sono matti e per di più anziani. Le due categorie più emarginate della società.<br>[&#8230;] <br>Non sono queste le Case famiglie o Comunità Alloggio per le quali abbiamo lottato in alternativa al manicomio, ma abitazioni a dimensione d’uomo, dove la persona possa abitare e gradualmente affrancarsi dalla malattia o perlomeno <strong>migliorare la qualità della sua vita attraverso gli interventi socio riabilitativi personalizzati e il miglioramento delle capacità relazionali e di autonomia</strong>. Restituirgli i <strong>diritti di cittadinanza valorizzandolo come persona e inserendolo in un progetto che desse senso ai suoi atti quotidiani per raggiungere un fine</strong>. Tutto ciò all’interno di un nucleo familiare artificiale ma che supportato dagli operatori del DSM desse appartenenza, identità e rappresentanza sociale alla persona sofferente.<br>Vedete, questo succede perché c’è l’abbandono da parte dei DSM degli utenti alle Cooperative, private , senza alcun Progetto Riabilitativo Individualizzato e senza effettuare la Presa in Carico, e questo avviene anche nelle CTR o CTA private.<br>Sono state stilate delle linee guida per la buona residenzialità che sarebbe bene riprendere e ribadire.<br><strong>Gli utenti così diventano una retta da custodire e per cui investire sempre meno e spendere sempre meno per guadagnare il massimo profitto.</strong><br>Per questo dico io: abbiamo lottato contro la cultura di quella Sanità che aveva sequestrato gli ammalati in ambito sanitario, manicomio, a vita, disconoscendo le loro necessità psicologiche e i loro diritti sociali, poi si è passati all’abbandono a operatori di Comunità alloggio; operatori precari e sottopagati, per i quali il lavoro in Comunità alloggio diventava il secondo lavoro e il posto dove andare a riposarsi; ora è arrivato il momento di dare dignità e formazione agli operatori delle Comunità, oltre a un giusto compenso economico mensile sensibilizzando gli Enti regionali e comunali a ciò, in modo che i dipendenti delle comunità alloggio possano fare il loro lavoro con la giusta professionalità. Tutte le ASL hanno previsto e fatto corsi di aggiornamento per il personale dipendente, ma quali corsi sono stati fatti di aggiornamento per gli operatori delle Case famiglia?<br>[&#8230;]<br><strong>Abitazione, socialità, relazionalità, lavoro, amicizia, amore, sono le basi della rappresentatività sociale e di un contrattazione sociale a cui dobbiamo tendere per liberare ancora una volta i soggetti più “poveri”, e non solo dal punto di vista economico, della nostra comunità.</strong><br>[&#8230;] I numeri di queste realtà stanno diventando sempre più grandi, ma che realtà si nasconde dietro i numeri tanto declamati, se ancora lo stigma nei confronti della malattia mentale è così radicato anche negli stessi psichiatri oltre che nel resto della popolazione?<br>Il malato come risorsa della città è un’utopia o può essere una realtà? Tutto ciò dipende dalle modalità operative dei DSM oltre che dagli altri Enti, Comune, Provincia, Scuola, enti di formazione professionale, ecc.<br><strong>L’utente psichiatrico non deve essere considerato ancora come una retta che arricchisce le Comunità Terapeutiche Riabilitative Private o le Cooperative, ma una umanità che sta attraversando un processo di liberazione in mezzo a mille contraddizioni.</strong><br>Bisogna far conoscere le esperienze esemplari, bisogna intervenire sui Comuni e sugli Enti Locali regionali perché garantiscano agli operatori delle Cooperative un salario dignitoso, a cadenza mensile. e non come fanno ora che nel miglior dei casi prendono uno stipendio ogni tre quattro mesi e ciò li demotiva.<br>E’ possibile andare oltre le C.A. dopo un percorso riabilitativo riuscito attraverso nuovi inserimenti, sia in famiglia, che in gruppi appartamento ancora una volta garantiti e che non rappresentino solo un risparmia economico per i Comuni.<br>I gruppi appartamento per le fasce giovanili che non hanno nucleo familiare o che per i quali al momento è antiterapeutico il reinserimento in famiglia, devono trovare una collocazione legislativa regionale, che dia loro sicurezza e garanzia di continuità. In atto per essi non esiste nessuna legislazione, ma tutto è affidato alla precarietà.<br>[&#8230;] <br><strong>Mi rendo conto che le funzioni della sanità, ridotte a puri interventi ospedalieri di ricovero coatto (TSO) e/o ambulatoriali, devono appropriarsi a pieno titolo della socio-riabilitazione migliore che ci sia, quella delle Case famiglia, perché il 90% dei ricoverati nelle CTA o CTR potrebbero benissimo andare in C. A. o abitare in una propria casa o gruppo appartamento e essere inseriti nel mondo della cooperazione.</strong><br><strong>Bisogna poi impedire che le Residenze Sanitarie Assistite diventino i nuovi ghetti di paventata memoria. E questo è possibile farlo attraverso la previsione di controlli , non devono essere luoghi chiusi ma aperti alla verifica della città e dei cittadini.</strong> Il trend negativo “disabilità-passività-peso per la società” deve trasformarsi in trend positivo “sviluppo di capacità- attività-aggregazione- risorsa per la città”.<br>Questo lo abbiamo visto realizzato sin dal &#8217;68 con l’esperienza esemplare di Gorizia poi continuata a Trieste dal gruppo di F. Basaglia.<br>La nuova psichiatria degli anni 2000 deve mettere al centro della sua attività quel 20% di pazienti gravi che ogni Dipartimento di Salute Mentale si trova ad affrontare e non, invece, delegarlo a istituzioni private, preferendo trattare pazienti più “puliti” in grado di fare psicoterapia e rispettare gli orari, senza sporcarsi le mani con le situazioni gravi; questa nuova psichiatria è orientata ai numeri, alla ragioneria psichiatrica, a un risparmio miope che non vede al di là dell’immediato. Nei Dipartimenti di Salute Mentale con operatività d’equipe e proiettati sul territorio, si ottengono risultati migliori perché coinvolgono le istituzioni sociali e attraverso strutture semiresidenziali o residenziali realizzano progetti condivisi con gli utenti e i loro familiari finalizzati a inserimenti sociali e lavorativi. Le associazioni di volontariato hanno un ruolo importante nell’aiutare il Dipartimento di Salute Mentale a sviluppare tali iniziative, così come i gruppi di auto-aiuto e dei familiari.<br>Questa psichiatria “povera” che si fa carico della sofferenza e diventa moltiplicatore di risorse, aggregando familiari, utenti, tecnici, cittadini e istituzioni, è la psichiatria del nostro passato di Psichiatria Democratica, ma è anche il futuro a cui bisogna indirizzare e formare sempre più tecnici, “dalla vista lunga“ e che rende così possibile un cambiamento sociale e di civiltà, dall’emarginazione, stigmatizzazione del diverso alla sua inclusione nella comunità e al dargli un ruolo, un significato e a dare senso alle sue azioni proiettate verso un avvenire possibile.<br>[&#8230;] <br><strong>Come nella vecchia psichiatria anche in quella nuova gli interessi economici sono grandi, soprattutto nella residenzialità, e molti imprenditori si sono arricchiti tenendo ricoverati a vita gli utenti “buoni-bravi” che non creano problemi, sostituendosi in pieno al manicomio, realizzando un “intrattenimento” pulito nella forma ma violento nel contenuto.</strong><br>Una psichiatria attraversata dal sociale, visibile alla cittadinanza, non tenuta nascosta in strutture neomanicomiali, che ridia voce, ascolto e senso alla sofferenza, che costruisca e coinvolga in un lavoro comune cittadini, Famiglie, Istituzioni e Volontariato, è quella che noi vogliamo, per il bene di tutti, nostro, dell’utente, della Città intera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due parole sulla epidemiologia.<br><strong>Spesso la gran parte dei servizi fa statistica e non epidemiologia.</strong><br>Qualcuno, molti anni fa, il compianto De Salvia, pubblicò un articolo intitolato <strong>“Verso una epidemiologia dei servizi”</strong> ponendo l’accento sull’indirizzo che la nuova ricerca epidemiologica doveva avere: lo <strong>studio dei servizi psichiatrici, della loro organizzazione e delle loro risorse per capire l’esito delle malattie mentali ma anche che permettesse di fare prevenzione</strong>.<br>Da allora, a constatare della letteratura e ultimo dalla pubblicazione del libro di Michele Tansella e di Graham Thornicroft “Manuale per la riforma dei servizi di Salute mentale” strada né è stata fatta, è stato dimostrato in molte pubblicazioni come “Servizi 24 ore” dotati di mensa, di posti letto per la notte al Centro di Salute mentale per situazioni d’emergenza, eviterebbero molti ricoveri e aiuterebbero a capire quel che sta succedendo per dare la risposta più adeguata alle situazioni di crisi; servizi elastici in grado d’intervenire a qualsiasi ora del giorno e della notte e fare interventi di Prevenzione. [&#8230;] <br>In alcune realtà della Sicilia esistono quelle che io chiamo “gli acchiappa matti” cioè squadre di operatori che intervengono nelle 24 ore solo per i TSO, formate da due infermieri, due medici e la polizia urbana, per andare a prelevare il matto e con le manette coattivamente (TSO) portarlo in Ospedale. Mi è capitato di assistere nella città di Catania a un ricovero di questo tipo, col paradosso che il malato pur accettando il ricovero volontariamente, era costretto a subirlo coattivamente per motivi amministrativi, perché la “squadra” (Medici, Infermieri e Polizia) si muove solo per i TSO e dunque non era possibile trasportare in autoambulanza in ospedale un ricovero volontario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per concludere:<br><strong>queste riflessioni libere mi fanno pensare alle bipolarizzazioni che oggi esistono nella psichiatria italiana, e non solo, e anche sulla formazione degli operatori.</strong><br>Da una parte una psichiatria ancora basata e rinforzata sempre di più sugli aspetti organici e biologici della malattia mentale. In tale direzione operano con la conseguenza che si avrà sempre più bisogno di luoghi chiusi gestiti prevalentemente da privati, a cui delegare il paziente grave, quello che costituisce il fallimento degli interventi degli operatori, e che deve essere tolto di mezzo.<br>Dall’altra parte una psichiatria che ha una lunga storia che s’intreccia col movimento di Psichiatria Democratica, che vede il soggetto ammalato come una unità indivisibile biopsicosociale e dunque bisogna agire ai vari livelli coinvolti, da quello politico (per ridare dignità e contrattualità sociale all’ammalato grave attraverso il coinvolgimento della ricchezza di risorse che esistono nella Comunità sociale), a quello psicologico col sostenerlo e dargli fiducia e responsabilità, mediata con la famiglia o col gruppo sociale, e a quella farmacologia, con farmaci antipsicotici, i nuovi atipici, che danno il minimo effetto collaterale e permettono di condurre un’esistenza relazionale qualitativamente buona e la permanenza nell’habitat socio-lavorativo.<br><strong>Una lezione per la psichiatria è che l’uomo non può più essere ridotto e totalizzato a oggetto della sanità a vita o per periodi lunghi, ma che l’uomo, come tutti gli altri uomini appartengono alla Comunità sociale e ad essa debbono continuare ad appartenere pur con la loro sofferenza passata e presente.</strong>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">(<em>Caltagirone, 22/05/01</em>, fonte: <a href="https://www.gaetanointerlandi.it/riflessioni-di-uno-psichiatra/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.gaetanointerlandi.it/riflessioni-di-uno-psichiatra/</a> )</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Gaetano Interlandi; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il video dell&#8217;intervista (<a href="https://youtu.be/LzU190S1xRA?si=rxt1Q6Ch2uzjjBnZ" target="_blank" rel="noreferrer noopener">link</a>)</strong></p>



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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il podcast (<a href="https://www.spreaker.com/episode/storia-umana-e-professionale-tra-passato-presente-e-futuro-della-180-intervista-a-gaetano-interlandi--68284643" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Spreaker</a>)</strong></p>



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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">La vivacità intellettuale di Gaetano Interlandi lascia sbalorditi perché oltre a contenere la memoria storica di vari passaggi fondamentali e di cambiamento avvenuti nella psichiatria e nel trattamento del disturbo mentale, tale vivacità racchiude in sé anche una prolifica propensione all&#8217;arte, alla poesia, al mondo umanistico in generale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La curiosità che il dott. Interlandi da sempre alimenta nei confronti della conoscenza a tutto tondo ci ricorda quanto siamo fortunati a poter scegliere di sapere, di vedere, di studiare e conoscere il mondo. E questo è sempre più vero da quando &#8211; come specie umana &#8211; abbiamo gradualmente cominciato a non coltivare più la curiosità, a lasciarci andare all&#8217;inerzia senza farci domande, senza riflettere sul senso di quel che facciamo e di ciò che viviamo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi ha voglia di coltivare questa capacità di ragionamento che ci distingue dalle altre specie, riscontra sempre più difficoltà e se ci riesce spesso si trova a lottare contro proverbiali mulini a vento, relegato al ruolo di sognatore o &#8211; peggio &#8211; di irrazionale e illuso costretto a vivere in una società che non lo comprende e che egli non comprende. La realtà del mondo moderno in cui ci troviamo a vivere, nostro malgrado, ha tutte le carte in regola per portarci all&#8217;estinzione e alla rovina del pensiero: anzi, questa catastrofe è già in corso se non addirittura completata e la parte più terribile è che nemmeno ce ne rendiamo conto fino in fondo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Al sonno della ragione e della consapevolezza forse si può rispondere solo con un&#8217;ostinata voglia di andare controcorrente, di non accettare l&#8217;appiattimento delle menti indotto dal capitalismo e dai governi. Se esista ancora scampo a questo baratro dell&#8217;umanità io non posso dirlo: a conti fatti mi fa star bene sperare in chi ha ancora voglia di credere che una mente pensante sia meglio di una mente schiava del denaro, degli stereotipi e del potere. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma si fa tantissima fatica, oggi, a credere in tutto ciò e a vivere secondo coscienza sforzandosi di usare il cervello per conoscere e non per furbizia, per sapere come costruire un futuro salvabile e non come fare lo sgambetto al vicino. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando ascolto persone come Gaetano Interlandi che, con generosità, mettono a valore comune la propria storia ed esperienza, mi viene da pensare sinceramente che quel credere ostinatamente abbia ancora senso anche oggi, anche in un mondo accecato dalla rabbia e dalla guerra e in società sempre più individualiste che mirano al profitto a scapito del debole, che minano la salute delle persone e vedono nella fragilità umana una malattia da debellare con la forza e la subdola violenza. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Altri approfondimenti: </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Relazioni scientifiche di Gaetano Interlandi </strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://www.gaetanointerlandi.it/testimoni-legge-180/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Testimoni Legge 180</a></li>



<li><a href="https://www.gaetanointerlandi.it/espressivita-patografia-arte/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Espressività Patogragia Arte</a></li>



<li><a href="https://www.gaetanointerlandi.it/vecchiaia-e-societa-complessa/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Vecchiaia e società complessa</a></li>



<li><a href="https://www.gaetanointerlandi.it/studi-di-esito/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Studi di esito</a></li>



<li><a href="https://www.gaetanointerlandi.it/salute-mentale-e-residenzialita/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Salute mentale e residenzialità</a></li>



<li><a href="https://www.gaetanointerlandi.it/residenze-psichiatriche-tra-mito-e-realta/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Residenze psichiatriche tra mito e realtà</a></li>



<li><a href="https://www.gaetanointerlandi.it/le-alternative-al-manicomio/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Le alternative al manicomio</a></li>



<li><a href="https://www.gaetanointerlandi.it/valutazione-di-due-anni-di-attivita-del-settore-di-socializzazione-del-dsm-di-caltagirone/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Valutazione di due anni di attività del Settore di Socializzazione del DSM di Caltagirone</a></li>



<li><a href="https://www.gaetanointerlandi.it/i-servizi-psichiatrici-di-diagnosi-e-cura-lutopia-della-cura-in-ospedale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">I servizi psichiatrici di diagnosi e cura. L’utopia della cura in ospedale</a></li>



<li><a href="https://www.gaetanointerlandi.it/bozza-statuto-spdc-non-restraint/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bozza Statuto Spdc Non restraint</a></li>



<li><a href="https://www.gaetanointerlandi.it/audizione-senato/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Audizione Senato della Repubblica</a></li>



<li><a href="https://www.gaetanointerlandi.it/audizione-senato-2/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Audzione Senato</a></li>



<li><a href="https://www.gaetanointerlandi.it/case-da-matti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Case da matti</a></li>



<li><a href="https://www.gaetanointerlandi.it/mostra-tart-kapu-galeria-budapest-2014/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Mostra Tàrt Kapu Galéria Budapest 2014</a></li>



<li><a href="https://www.gaetanointerlandi.it/ospedali-psichiatrici-giudiziari/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ospedali Psichiatrici Giudiziari</a></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Laura Ressa </p>



<p class="wp-block-paragraph">Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista</p>

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<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2025/10/25/storia-umana-professionale-psichiatria-legge-180-intervista-gaetano-interlandi/">Storia umana e professionale tra passato, presente e futuro della legge 180 &#8211; Intervista a Gaetano Interlandi</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
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		<title>&#8220;Capitalismo feroce&#8221;, giustizia, attivismo politico e ambientale &#8211; Intervista a Marianna Lentini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Ressa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Oct 2025 18:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cose belle]]></category>
		<category><![CDATA[dinamiche sociali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scrive Marianna Lentini:&#8220;Dal 2009 mi occupo di strategie digital e creazione di contenuti. L&#8217;ho fatto per lunghi anni nel Terzo Settore per Fondazione Umberto Veronesi. Lo faccio ora per Banca Etica, l&#8217;unica banca italiana, e tra le poche in Europa, dedita al 100% alla finanza etica.Ho pubblicato con la casa editrice People &#8220;Capitalismo feroce&#8221;, un &#8230; </p>
<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2025/10/23/capitalismo-feroce-giustizia-attivismo-intervista-marianna-lentini/">&#8220;Capitalismo feroce&#8221;, giustizia, attivismo politico e ambientale &#8211; Intervista a Marianna Lentini</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Scrive Marianna Lentini:<br>&#8220;Dal 2009 mi occupo di strategie digital e creazione di contenuti. L&#8217;ho fatto per lunghi anni nel Terzo Settore per Fondazione Umberto Veronesi. Lo faccio ora per Banca Etica, l&#8217;unica banca italiana, e tra le poche in Europa, dedita al 100% alla finanza etica.<br>Ho pubblicato con la casa editrice People &#8220;Capitalismo feroce&#8221;, un libro incentrato sulle attuali distorsioni del capitalismo finanziario e sui suoi impatti rovinosi in termini ambientali, sociali, geopolitici.<br>Curo la newsletter &#8220;Luci nella notte&#8221;, attraverso la quale condivido contenuti che reputo di valore, incentrati su finanza, economia, diritti, giustizia sociale, e che spero possano essere utili a vederci più chiaro di questi tempi, per certi versi oscuri. Scrivo talvolta anche per The Post Internazionale e Ossigeno, la rivista di attualità e cultura di People.<br>Sono una runner: correre delle maratone mi ha insegnato la disciplina, la dedizione e la determinazione nel raggiungimento di un obiettivo.<br>Sono attivamente impegnata in movimenti ambientalisti e politici.&#8221; </p>



<span id="more-33228"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Il percorso professionale e l&#8217;impegno da attivista di Marianna Lentini sono stati i temi al centro dell&#8217;intervista del 22 ottobre 2025 in diretta streaming sui canali Frasivolanti.<br><br>Abbiamo esplorato la storia professionale di Marianna senza perdere di vista, come sempre, il lato umano che la società attuale spesso rifugge e che sembra ormai passato completamente sullo sfondo.<br>Attraverso la lente della sociologia e dell&#8217;attivismo, abbiamo parlato di giustizia sociale, politica, crisi ambientale, con riferimento a ciò che sta accadendo ora nel mondo e anche al recente libro di Marianna intitolato &#8220;Capitalismo feroce&#8221;. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio dalla descrizione del libro, traggo il testo seguente:<br>&#8220;Prendendo le mosse dalla storia di Enric Duran, attivista catalano conosciuto come il &#8220;Robin Hood delle banche&#8221;, il libro racconta alcune delle maggiori crisi finanziarie degli ultimi decenni e analizza le contraddizioni della mega macchina denominata finanzcapitalismo, mettendo in luce le sue torsioni sempre più autoritarie, le modalità con cui domina il mondo del lavoro, attenta alla nostra salute mentale, erode i diritti, amplifica le disuguaglianze, influenza le traiettorie geopolitiche, alimenta la crisi climatica, determina un&#8217;insensata corsa al riarmo. Rivelandosi un enorme edificio dalle mura fragili, pronte a sgretolarsi davanti ai nostri occhi increduli, e spingendoci, ora più che mai, a immaginare e costruire un&#8217;alternativa contro il suo afflato mortifero.<br><br>«A breve ci si troverà davvero di fronte al bivio tra assistere a una catastrofe o governare una rivoluzione. Nell’irrisolvibile conflitto tra capitalismo ed ecologia, il primo morirà. La domanda è: in che mondo vivremo quando questo accadrà?»&#8221; </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per approfondire:</strong><br><a href="https://ossigeno.net/author/marianna-lentini/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ossigeno.net/author/marianna-lentini/</a><br><br><a href="https://kritica.it/author/marianna-lentini/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://kritica.it/author/marianna-lentini/</a><br><br><a href="https://www.requiempamphlet.it/intervista-a-marianna-lentini/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.requiempamphlet.it/intervista-a-marianna-lentini/</a> <br><br><a href="https://ossigeno.net/capitalismo-feroce/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ossigeno.net/capitalismo-feroce/</a><br><br><a href="https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/capitalismo-feroce" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/capitalismo-feroce</a><br><br><a href="https://www.tpi.it/author/marianna-lentini/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.tpi.it/author/marianna-lentini/</a></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di presentare l&#8217;intervista a Marianna Lentini, mi piacerebbe fornire una panoramica del suo pensiero proponendo qui di seguito una selezione tratta da suoi articoli e interviste recenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>“L’alternativa al capitalismo sta già nascendo sotto i nostri occhi”</strong><br><br>&#8220;Nonostante la “mancanza di alternative” predicata da Margaret Thatcher negli anni ’80, un nuovo sistema, culturale prima ed economico poi, ha già visto la luce e sta muovendo i primi passi. Ne parliamo con Marianna Lentini, autrice del libro Capitalismo feroce. (articolo di Fabrizio Corgnati: <a href="https://www.italiachecambia.org/2025/11/marianna-lentini-capitalismo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.italiachecambia.org/2025/11/marianna-lentini-capitalismo/</a> )</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo lei il capitalismo è un “animale morente” sempre più debole. [&#8230;] <br>Un passaggio fondamentale – pionieristico, ma già in atto – è il ridimensionamento del ruolo del denaro.<br>Secondo Marianna Lentini, se vogliamo che queste scelte si trasformino in un nuovo sistema, dobbiamo innescarne un contagio positivo. <br>Non serve un grande esperto di economia politica, quale io del resto non sono, per rendersi conto che in questa fase storica – there is no alternative, “non c’è alternativa” –, <strong>davanti ai nostri occhi, sono esplose tutte le contraddizioni e i limiti del sistema economico che ha retto il nostro sviluppo negli ultimi secoli: dalle guerre ai divari sociali sempre più marcati, passando per lo sfruttamento dell’ambiente e dei lavoratori</strong>. Vedendo che i sintomi sono così conclamati, sarebbe facile concludere che la malattia abbia raggiunto il massimo della sua gravità e della sua diffusione. <br>Invece, allo stesso tempo – e proprio perché i suoi fallimenti sono più evidenti che mai – il capitalismo è anche sempre più debole. «Mi sembra un animale morente, per richiamare il titolo di un bellissimo libro di Philip Roth, che si sta dibattendo per non cadere, i cui colpi di coda si manifestano nelle spinte profondamente autoritarie a cui assistiamo. Fu Mussolini stesso del resto a dire che, a un certo punto, il capitalismo non avrebbe più avuto bisogno della democrazia».</p>



<p class="wp-block-paragraph">A dirmelo è Marianna Lentini, che si definisce sociologa, comunicatrice ma anche agitatrice, oltre ad aver scritto per l’editore People il libro Capitalismo feroce. [&#8230;] <br>«Nella personalità degli esseri umani si è innestato quello che il filosofo britannico Mark Fisher definisce “realismo capitalista”, quella visione fatalistica per cui non si può fare a meno di questo sistema. Questa convinzione ha permeato persino le fasce più svantaggiate della società, figuriamoci quelle che ne traggono i maggiori vantaggi».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, se guardiamo con attenzione intorno a noi, questo cambiamento sta già avvenendo: magari solo attraverso alcune esperienze pionieristiche ancora minoritarie, ma che pure sono importanti. <strong>Sia a livello individuale che collettivo, stiamo iniziando finalmente a ridimensionare il ruolo del denaro: da fine ultimo sul cui altare sacrificare ogni altro valore – come prevede, appunto, il paradigma capitalista –, a strumento per realizzare il nostro benessere.</strong> [&#8230;] </p>



<p class="wp-block-paragraph">Finanche gli stessi imprenditori, almeno quelli più illuminati, si stanno accorgendo che <strong>il fatturato non basta a garantire la stessa sostenibilità a lungo termine </strong>delle loro aziende. «Perché lavoratori e lavoratrici più infelici sono anche meno produttivi, banalmente. [&#8230;]». Ed è solo l’inizio. Se vogliamo che queste scelte, che questi concetti si trasformino in un nuovo sistema, dobbiamo innescarne un contagio positivo, una viralità che non sia limitata ai social network, solitamente il terreno esclusivo dove si utilizza questo termine. <br>Le alternative al capitalismo si stanno affermando persino nelle roccaforti della finanza globale <br>«Dobbiamo aspirare a un’organizzazione collettiva – afferma Marianna Lentini – cioè rimetterci in gioco fisicamente, al di là della tecnologia. [&#8230;] </p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’immagine stupenda quella che ci regala Marianna Lentini, che in un colpo solo dissolve decenni di discussioni artificiali intorno al labile confine tra interesse privato e interesse pubblico: <strong>se siamo tutti cellule di uno stesso organismo, allora per fare il bene dell’umanità non possiamo che fare il nostro e per fare il nostro non possiamo che interessarci al bene di tutti</strong>. Alla faccia dell’etica della competizione capitalista.&#8221; </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Siate realisti: chiedete l’impossibile</strong> – Intervista a Marianna Lentini (di Giovanni Gemma, 31 gennaio 2025: <a href="https://www.requiempamphlet.it/intervista-a-marianna-lentini/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.requiempamphlet.it/intervista-a-marianna-lentini/</a> )</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;[&#8230;] <strong>questo libro che hai scritto è un tassello nel mosaico dell’alternativa oppure siamo ancora nella pars destruens del capitalismo?</strong> <br>«Non è sicuramente un tassello nel mosaico dell’alternativa: quando l’ho scritto non avevo questa ambizione. Il mio obiettivo era rendere consapevoli i lettori e le lettrici di un fatto: la policrisi che stiamo vivendo – una crisi che è climatica, sociale, geopolitica, economica e anche morale – è interamente riconducibile alla logica di sfrenata violenza sottesa proprio a quella megamacchina sociale che Gallino definisce appunto “finanzcapitalismo”. [&#8230;]»</p>



<p class="wp-block-paragraph">[&#8230;] nella nostra società ci sia ormai un’incapacità dilagante indotta proprio dal sistema capitalistico di accogliere il dolore come parte integrante della vita perché siamo intrappolati e anestetizzati in quella che Marcuse (un altro profeta, insomma) invece ha definito “euforia nell’infelicità”.» [&#8230;] </p>



<p class="wp-block-paragraph">Avevi anche nominato le esperienze partitiche, quindi ci colleghiamo alla prossima domanda. Sei stata candidata in una lista civica alle comunali a Lizzanello nel 2021 e poi, l’anno successivo, ti sei proposta alla Camera dei deputati con Unione popolare. Queste esperienze le rifaresti tutte da capo, uguali, oppure qualcosa si potrebbe cambiare?</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Onestamente non rifarei proprio queste esperienze politiche: ho capito che della politica mi piace di più la parte movimentista o comunque quella che attiene allo studio e all’analisi dei fenomeni. Purtroppo non riesco più ad appassionarmi né alle dinamiche interne ai partiti, né alla dialettica tra le forze politiche nel nostro Paese. Non perché sia una perdita di tempo: dipende da come ognuno intende costruire il proprio percorso politico o come vuole costruire il proprio contributo nei confronti del miglioramento della società. Credo che quella strada, per me, non sia più percorribile. Poi, non si sa mai!»</p>



<p class="wp-block-paragraph">A proposito di futuro: l’anno prossimo si vota per le regionali in Puglia. Anche in ragione di tutto il discorso su TAP, ce l’hai qualche speranza?</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Con la classe politica italiana, con questa sinistra di stampo così liberal, non ho nessuna speranza. Non riesco purtroppo – lo ammetto – ad appassionarmi alla politica locale, specialmente in questo momento in cui c’è proprio il mondo che va in malora: mi sembrerebbe di avere un atteggiamento troppo ombelicale. [&#8230;]»</p>



<p class="wp-block-paragraph">«La politica a livello locale, se buona, può indubbiamente produrre dei cambiamenti nella vita delle persone – ma si tratterebbe sempre di cambiamenti di lieve entità. Il cambiamento reale può arrivare soltanto, secondo me, dal rovesciamento da questo sistema di oppressione: quello che abbiamo definito capitalismo finanziario, o le sue future metamorfosi. Adesso si parla anche di “tecnofeudalesimo“.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il reale cambiamento deriverebbe dal rovesciamento – ma a quel punto la sfida si giocherebbe ad un livello così alto che persino la politica nazionale assumerebbe un ruolo del tutto ancillare e subalterno rispetto a questi potentati globali di ordine economico-finanziario.</strong> Penso che in questo momento un soggetto politico transnazionale debba essere concentrato su questo tipo di disegno; deve, cioè, indirizzarsi a capire come si possa rovesciare quel sistema di oppressione di cui questi grandi attori globali sono i veri protagonisti.» [&#8230;]</p>



<p class="wp-block-paragraph">«[&#8230;] La classe lavoratrice si è dispersa, si è atomizzata – perché questo era proprio il disegno della classe ricca.» [&#8230;]</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avendo un pubblico di solito abbastanza giovane, non possiamo chiudere se non con questa domanda: hai un messaggio per le generazioni più giovani che adesso si stanno approcciando alla vita lavorativa e magari anche alla vita pubblica?</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sarò molto sintetica su questo: <strong>io vi auguro di avere sempre la capacità di coltivare una visione radicale, laddove per radicalità si intende proprio la capacità di andare alla radice dei problemi. Come dice Camus – che è citato pure alla fine del libro –, “siate realisti: chiedete l’impossibile”</strong>.»&#8221; </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong>Il business dei senzatetto: negli USA anche la povertà diventa profitto</strong> (articolo di Marianna Lentini, 4 novembre 2025: <a href="https://ossigeno.net/il-business-dei-senzatetto-negli-usa-anche-la-poverta-diventa-profitto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ossigeno.net/il-business-dei-senzatetto-negli-usa-anche-la-poverta-diventa-profitto/</a> )</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Negli Stati Uniti il numero di persone senza fissa dimora è aumentato del 18%, passando da 653.104 nel 2023 a 771.480 nel 2024. Una crescita senza precedenti, secondo la National Alliance to End Homelessness, organizzazione dedicata alla prevenzione e alla lotta contro la condizione di marginalità abitativa negli Stati Uniti. Una crisi la cui causa principale sarebbe l’ampliamento della massa di lavoratori poveri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scorso 24 luglio un ordine esecutivo dell’amministrazione Trump ha disposto che i senzatetto, la stragrande maggioranza dei quali – è scritto nel documento della Casa Bianca – «è dipendente da droghe, soffre di problemi di salute mentale o entrambe le cose», vengano trasferiti «in strutture istituzionali a lungo termine» nello scenario di «nuovo approccio incentrato sulla tutela della sicurezza pubblica». Il tentativo di inquadrare la crisi dei senzatetto unicamente come il prodotto di malattie mentali e tossicodipendenza non solo contribuisce a rendere più facile l’arresto e il ricovero coatto dei senzatetto ma, coerentemente con gli assunti del sistema capitalista, riconduce l’eziologia di tali problematiche unicamente a responsabilità individuali di natura biologica o psichica, mettendo in ombra le responsabilità politiche e del sistema socioeconomico. Un’impostazione peraltro comune alle élite di qualsiasi orientamento, dato che piani simili a quelli disposti da Trump sono stati intrapresi anche dal governatore democratico della California Gavin Newsom, senza peraltro arrivare a una riduzione del numero di senzatetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Criminalizzare questi ultimi, difatti, non serve a sradicare le condizioni economiche che spingono le persone a vivere per strada e che invece molto hanno a che fare con la rapacità di un modello che postula l’esistenza di canoni d’affitto inaccessibili, di un sistema sanitario basato su un regime essenzialmente privato, definito dagli economisti Angus Deaton e Anne Case – che cito in Capitalismo feroce – «un cancro nel cuore dell’economia», di salari che non tengono il passo con il costo della vita, di una rete di sicurezza sociale praticamente inesistente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma a queste distorsioni proprie del capitalismo se ne aggiunge un’altra: la volontà dei grandi fondi di private equity e altri attori economici di trarre profitti anche dalla condizione dei senzatetto. Il dilagante approccio securitario, infatti, implica la crescita della popolazione carceraria in un Paese in cui quest’ultima, peraltro, supera già i due milioni di persone, vale a dire quasi un quarto del numero di detenuti a livello globale. In relazione ai senzatetto si parla di un sistema Eviction-to-Prison Pipeline, letteralmente “canale dallo sfratto alla prigione”, che di fatto rende un reato l’essere poveri, anziché aiutare gli individui a uscire dalla povertà. A trarne vantaggio è la potente industria carceraria, ma non solo: come avevo sottolineato nel mio libro, ci sono una serie di società che sfruttano le persone detenute costringendole a svolgere lavori in manifeste condizioni di schiavitù sotto la minaccia di isolamento, contenzione fisica, sospensione delle visite dei legali e dei familiari, privazione di beni di prima necessità come cibo, acqua e prodotti per l’igiene personale, fino a interferenze negative nei casi di richieste di asilo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">The Prison Industry: Corporate Database dell’organizzazione Worth Rises smaschera oltre 4.000 aziende e investitori che traggono profitto dall’incarcerazione di massa. Scorrendo l’elenco, si scopre che tra le realtà presenti ci sono Amazon; società di armamenti come la britannica BAE Systems, le statunitensi Lockheed Martin e Northrop Grumman, l’israeliana Elbit Systems, la francese Thales, l’italiana Leonardo; il colosso della grande distribuzione Walmart; attori finanziari come Vanguard, BlackRock, Wellington, BNP Paribas, Goldman Sachs, Morgan Stanley e JP Morgan; giganti dell’industria alimentare come Tyson Foods. E ancora multinazionali come General Dynamics, Hewlett Packard, Cisco Systems, Caterpillar.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non stupisce che molti di questi nomi compaiano anche nelle liste di attori corresponsabili nel genocidio in atto a Gaza. La rapacità del sistema è trasversale e tale da inoculare il suo veleno in tutti i gangli della società a livello globale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l’assistenza sanitaria per i detenuti rappresenta un’importante opportunità che nel 2022 si stimava valesse 9,3 miliardi di dollari. Una recente inchiesta del quotidiano britannico Guardian indaga la condotta criminale di due società, Corizon e Wellpath, finanziate da fondi di private equity e accusate di ripetute violazioni per non aver protetto i detenuti dal rischio di lesioni e persino di morte, eppure protette da una serie di sentenze che rendono difficile ritenere i contraenti privati ​​responsabili per illeciti commessi in carcere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le dinamiche generate da un sistema di questo tipo e aggravate dallo smantellamento dei programmi di edilizia pubblica non fanno altro che precipitare migliaia di persone, già in condizioni di estrema fragilità, in un abisso ancora peggiore da cui è difficile emergere.</strong> [&#8230;]&#8221;</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Marianna Lentini; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il video dell&#8217;intervista (<a href="https://youtu.be/ShDqeGpQwoA?si=iRc1I847bcXw1afH" target="_blank" rel="noreferrer noopener">link</a>)</strong></p>



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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il podcast (<a href="https://www.spreaker.com/episode/capitalismo-feroce-giustizia-attivismo-politico-e-ambientale-intervista-a-marianna-lentini--68285991" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Spreaker</a>)</strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">Mi risulta davvero difficile riuscire a condensare in una maniera vagamente esaustiva le tante basi poste qui da Marianna Lentini per avviare una riflessione a lungo termine. Riassumere tutto ciò che è emerso è un&#8217;impresa impossibile che nemmeno mi pongo come obiettivo: e del resto &#8211; si sa &#8211; la parte scritta di queste interviste è sempre diversa dalla parte che si può ascoltare, arriva a posteriori rispetto a quel momento in diretta e presuppone un processo quasi di &#8220;digestione&#8221; e sedimentazione dei pensieri. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Quel che accade, infatti, dopo che ci si approccia all&#8217;ascolto o all&#8217;incontro con un&#8217;altra persona varia a seconda della prospettiva dell&#8217;ascoltatore, del contesto in cui si ascolta, delle condizioni nelle quali ci si confronta. Le variabili personali e temporali incidono su ciò che siamo disposti a registrare e mantenere in memoria: ecco perché ciò che posso pensare io, tirando adesso le somme di questa intervista, è di certo diverso dalle conclusioni che chiunque altro potrà trarre ascoltandola. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque il punto non è tanto quello di giungere a una chiusura compiuta ed esaustiva: il punto è <strong>avere la possibilità di aprire porte, di lasciare varchi aperti e punti interrogativi ai quali non troveremo risposte facili o immediate</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In Marianna Lentini ritrovo varie parti di me, non solo per via della nostra comune appartenenza geografica ma soprattutto perché condividiamo idee sul mondo che in troppi oggi esitano ad esprimere, come se avere un pensiero libero fosse una condanna anziché un dovere morale e un moto di dignità e orgoglio. Marianna indaga, studia, approfondisce. Utilizza le fonti per costruire un discorso che divulghi conoscenza, che apra lo sguardo e riporti a galla un po&#8217; di quelle coscienze che abbiamo perduto e si sono addormentate in quella finta culla chiamata capitalismo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Condivido con Marianna la sete di libertà, quella rabbia che è in grado di renderci risoluti nella ricerca delle ragioni delle cose che accadono vicino a noi e lontano nel mondo. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Abbiamo bisogno di abbandonare gli schemi del potere, della corsa all&#8217;accumulo di denaro e profitto, e di quello spietato capitalismo che con ferocia ci ha privato della nostra umanità. Abbiamo bisogno di ritornare alla vita, come emergendo da acque profonde e da un sonno pesante che ci ha reso ciechi e ignavi di fronte al dolore degli altri. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualche volta mi chiedo quanto senso abbia parlare ancora di &#8220;senso&#8221; oggi, mi chiedo in quanti davvero vogliano trovarlo nella propria vita, a quanti non importa nulla e per quanti semplicemente questa parola non esiste. Di certo c&#8217;è un fatto: chi quel senso riesce a trovarlo &#8211; o quantomeno sa che esiste da qualche parte e ne fa un obiettivo da raggiungere &#8211; non ha bisogno di molto altro. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Essere compassionevoli (verso noi stessi e verso tutti gli altri) può essere una chiave utile, al termine del poco tempo che abbiamo, per capire che tutto ha una fine ma che possiamo dare una motivazione a questa fine se, prima del suo arrivo, siamo in grado di comprenderla, raccontarla, camminare in punta di piedi nel luogo che ci ospita, ripulire ciò che abbiamo sporcato affinché il futuro senza di noi non sia semplicemente il nostro immondezzaio. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Laura Ressa </p>



<p class="wp-block-paragraph">Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>

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		<title>L&#8217;impegno dell&#8217;Associazione Neuropeculiar &#8211; Intervista a Alessandra Mastrorosa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Ressa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2025 19:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cose belle]]></category>
		<category><![CDATA[dinamiche sociali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<category><![CDATA[salute mentale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scrive Alessandra Mastrorosa:&#8220;Sono nata a Taranto in un giorno così ventoso che mio padre ebbe difficoltà a raggiungere l’ospedale da quello che si chiamava Italsider.Quasi 20 anni a Roma e 7 a Londra, poi il grande ritorno a Taranto con in braccio un figlio che ora ha 14 anni ed è una delle persone che &#8230; </p>
<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2025/10/18/associazione-neuropeculiar-intervista-alessandra-mastrorosa/">L&#8217;impegno dell&#8217;Associazione Neuropeculiar &#8211; Intervista a Alessandra Mastrorosa</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Scrive Alessandra Mastrorosa:<br>&#8220;Sono nata a Taranto in un giorno così ventoso che mio padre ebbe difficoltà a raggiungere l’ospedale da quello che si chiamava Italsider.<br>Quasi 20 anni a Roma e 7 a Londra, poi il grande ritorno a Taranto con in braccio un figlio che ora ha 14 anni ed è una delle persone che stimo di più al mondo. Diagnosticato a 8 anni come autistico verbale senza compromissioni cognitive, lungo il tracciato della sua diagnosi si delinea il mio percorso di avvicinamento ai disability studies e poi l’iscrizione a quella che considero l’associazione che meglio rappresenta il mio modo di essere, le mie convinzioni, i miei valori: <strong>Neuropeculiar</strong>.<br>Si tratta di un movimento per la biodiversità neurologica di cui ora sono referente per la Puglia. Enrico Valtellina, che fa parte del comitato scientifico, ha incredibilmente avuto fiducia nel mio racconto e mi ha proposto di partecipare al <strong>primo Almanacco scritto da persone autistiche: Almanacco TUPS</strong>.<br>Traduco, forse per compensare l’innata incomprensione di registri comunicativi che ancora fatico a decifrare.&#8221;</p>



<span id="more-33214"></span>



<p class="wp-block-paragraph">La storia di Alessandra Mastrorosa e il suo impegno e attivismo all&#8217;interno dell&#8217;associazione Neuropeculiar sono stati i temi cardine dell&#8217;intervista del 15 ottobre 2025 in diretta streaming sui canali Frasivolanti.<br>Abbiamo esplorato, tra le altre cose, anche il concetto di diritto alla autodeterminazione e cosa si intende per deistituzionalizzazione attraverso una prospettiva specifica, quella di studio e di vita di Alessandra, cercando di abbracciare il lato realmente umano di un discorso così ampio e complesso.<br><br>&#8220;Neuropeculiar nasce nel 2018 con l’obiettivo di colmare una lacuna nell’associazionismo italiano dedicato al tema dello spettro autistico. È un’organizzazione fondata e diretta da persone autistiche, che si propone, nel panorama della narrazione sull’autismo e la neurodivergenza, come Movimento per la Biodiversità Neurologica. Tra i suoi principi statutari si evidenziano la tutela e la promozione dei diritti di autorappresentanza e autodeterminazione delle persone neurodivergenti. L’orizzonte del discorso che si intende proporre e alimentare si fonda sulle prospettive offerte dagli studi sociali, in particolare Disability Studies, Critical Autism Studies e Neurodiversity Studies, che esplorano le implicazioni socio-culturali del fenomeno dell’autismo e della neurodivergenza. Neuropeculiar si pone l’obiettivo di favorire un’apertura verso nuove prospettive, contaminando le visioni attualmente dominanti, caratterizzate da un linguaggio medico, e contribuendo a un cambiamento di paradigma, attraverso la prospettiva della Neurodiversità, che promuove la valorizzazione e la convivenza delle molteplici espressioni neurologiche umane.<br>In pochi anni l’associazione è cresciuta molto divenendo membro di EUCAP, il consiglio europeo delle persone autistiche, e partecipando così a varie azioni comunitarie ed extracomunitarie a favore dei diritti delle persone autistiche.&#8221;<br><br><strong>Per approfondire:</strong><br><a href="https://neuropeculiar.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://neuropeculiar.com/</a> <br><br><a href="https://www.ibridamenti.com/2022/12/21/sviluppate-la-vostra-legittima-stranezza/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ibridamenti.com/2022/12/21/sviluppate-la-vostra-legittima-stranezza/</a> <br><br><a href="https://www.facebook.com/NeuropeculiarAPS" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.facebook.com/NeuropeculiarAPS</a></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di lasciare pieno spazio al video e alla versione podcast dell&#8217;intervista ad Alessandra, riporto di seguito <strong>alcuni stralci del suo contributo per &#8220;Almanacco TUPS&#8221; del 2022</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;[&#8230;] La Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità è un trattato internazionale approvato e firmato dall’Assemblea delle nazioni unite il 13 dicembre 2006, e rappresenta un fondamentale traguardo in tema di diritti umani e disabilità, delineandosi come il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per gli stati.<br>Frutto di un percorso di istanze emancipatorie che si avvicendano in circa cinquant’anni. In piena continuità con le lotte per l’affermazione dei diritti civili che informano gli anni 60’, il movimento per i diritti dei disabili nasce già intersezionandosi con le lotte del movimento per i diritti delle donne e degli afroamericani, come reazione ad un ruolo subalterno nel quale venivano relegati, a pratiche largamente discriminatorie, agli stereotipi culturali prevalentemente stigmatizzanti, ma in particolare per i disabili: in reazione al modello biomedico dominante e per rovesciare posture paternalistiche e soluzioni di natura caritativa assistenziale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’esigenza di un ragionamento sui diritti umani universali in relazione alle disabilità, si è annidata nelle mie riflessioni nel corso di quest’ultimo anno. [&#8230;] </p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque, il passaggio alla consapevolezza è arrivato sotto una buona stella, quando le mie ricerche si stavano già imbrigliando nella dottrina Attwood, la dimensione dei social network e la scoperta determinante di profili come Enrico Valtellina,</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabrizio Acanfora, Bradipi in antartide, NeuroPeculiar mi hanno disancorato da posizioni di marca cognitivo-comportamentale, spostando il punto di vista verso altri orizzonti semantici. Il discorso del modello sociale della disabilità ha attirato subito la mia curiosità, la formazione storico politica e una forma lieve di iatrofobia son stati i facilitatori, come presumo migliaia di altri genitori, l’autodiagnosi è avvenuta consequenzialmente.<br>Così da “Tipi umani particolarmente strani” di Enrico Valtellina a “Eccentrico” di Fabrizio Acanfora, la percezione del mondo stava cambiando senza particolari traumi, ma non senza commozione, il ricostruirsi non ha visto demolizioni, ma un lungo lavoro di ristrutturazione, le coordinate non sono passate da una rivisitazione mnestica delle relazioni emotive, quanto da una valutazione di come quella divergenza abbia determinato una disabilità nell’esercizio sociale delle mie particolari abilità, a seguire dalla riflessione sulla disabilitazione, alla rivalutazione del campo semantico di abilità e in un intricato rizoma discorsivo, del linguaggio verbale come abilità primaria nel contesto comunicativo e cognitivo. In questo ordine una figura straordinaria che ha fatto del margine una semiotica di indagine etologico sociale, Fernand Deligny ha coronato in un quadro teorico un sentire assolutamente personale. [&#8230;] </p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca accademica dei vari “studies” e i movimenti tutti per l’estensione dei diritti fondamentali, hanno determinato negli ultimi anni incredibili passi avanti in materia di riconoscimento giuridico, ma ancora siamo lontani dal loro pieno godimento e adeguata tutela.<br>La giustificazione assiologica che costituisce il contenuto, ma non il fondamento, dei diritti universali potrebbe, in questo quadro, diventare incompatibile con il concetto stesso di diritto, così come inteso nella tradizione etico-politica occidentale, che altro non è, alla fine, che un mezzo, uno strumento per il riconoscimento e l’attribuzione di quei valori che vogliamo universali, soprattutto quando in discussione è l’adattamento all’esercizio degli animali a diritti universali come dignità, libertà e benessere. [&#8230;]&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Alessandra Mastrorosa; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il video dell&#8217;intervista (</strong><strong><a href="https://youtu.be/tYbnwSXaNPo?si=QWhRdnJo1_iESWbu" target="_blank" rel="noreferrer noopener">link</a></strong><strong>)</strong> </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="jetpack-video-wrapper"><iframe loading="lazy" class="youtube-player" width="790" height="445" src="https://www.youtube.com/embed/tYbnwSXaNPo?version=3&#038;rel=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;fs=1&#038;hl=it-IT&#038;autohide=2&#038;wmode=transparent" allowfullscreen="true" style="border:0;" sandbox="allow-scripts allow-same-origin allow-popups allow-presentation allow-popups-to-escape-sandbox"></iframe></div>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il podcast (</strong><strong><a href="https://www.spreaker.com/episode/l-impegno-dell-associazione-neuropeculiar-intervista-a-alessandra-mastrorosa--68202200" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Spreaker</a></strong><strong>)</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://spotify.link/zzgsJNAHHXb">https://spotify.link/zzgsJNAHHXb</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">Il dialogo con Alessandra Mastrorosa è stato denso di riflessioni e concetti che ci possono aiutare a <strong>comprendere in cosa si esplica realmente la possibilità delle persone di autodeterminarsi, di scegliere come proseguire la propria vita e &#8211; in casi che abbiamo solo citato &#8211; anche come terminarla</strong> (basti pensare al dibattito ancora aperto sul fine vita). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tocca pensarci, tocca interrogarsi su tutto questo non solo per il destino che spetterà alle persone che amiamo ma anche, in una certa ottica egoistica, per noi stessi e per avere la libertà di scegliere, di decidere in autonomia come vogliamo che la nostra esistenza prosegua quando non saremo più in grado di poter esprimere pienamente quella volontà. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In una società che rincorre il benessere economico e dimentica la salute fisica e mentale, non è facile ricordarsi di scegliere cosa fare della propria vita ma ancor meno facile è fare i conti con il concetto di &#8220;fine&#8221; o di decadimento. Fa paura immaginare un tempo della nostra vita che percepiamo come troppo distante per poter essere vero: qualcun altro sceglierà per noi, quando sarà il momento e se mai saremo coscienti quando tale scelta dovrà essere fatta. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho difficoltà a capire per quale motivo si sia diventati così ciechi verso la caducità della vita, verso la nostra data di scadenza. Anche io ho faticato, e fatico tuttora, ad accettare o anche solo a immaginare un tempo in cui a tutto verrà posto il necessario termine, ma credo che sia più saggio combattere lo scorrere del tempo rendendo la vita piena di senso anziché illudendosi che questo sia un passaggio infinito e che avremo sempre tempo per rimediare, per essere grati, per perdonare, per esistere. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Con competenza e con la giusta dose di esperienza vissuta sulla propria pelle, Alessandra Mastrorosa in questa intervista ha saputo mettere in luce temi fortemente dibattuti e che interrogano le nostre coscienze e il nostro essere nel mondo. Ha portato riferimenti per approfondire e ha posto l&#8217;accento sul tema della dignità umana, su quanto essa possa essere fragile e difficile da difendere ma, allo stesso tempo, su quanto essa rappresenti l&#8217;unico vero grande dono a cui non dobbiamo rinunciare e l&#8217;unico vero grande diritto inalienabile. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Dobbiamo difendere la libertà di scelta, l&#8217;autodeterminazione: siamo chiamati a farlo. Lo siamo per i nostri figli, per chi verrà&#8230; e se questo ancora non ci basta: siamo chiamati a farlo per noi stessi! </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Laura Ressa </p>



<p class="wp-block-paragraph">Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>

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<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2025/10/18/associazione-neuropeculiar-intervista-alessandra-mastrorosa/">L&#8217;impegno dell&#8217;Associazione Neuropeculiar &#8211; Intervista a Alessandra Mastrorosa</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
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		<title>Storie ai margini: tra diritti negati e periferie dimenticate &#8211; Intervista a Salvatore Lucente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Ressa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Oct 2025 18:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cose belle]]></category>
		<category><![CDATA[dinamiche sociali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[salute mentale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giornalista freelance e fotografo, Salvatore Lucente si occupa di reportage. I suoi principali ambiti di inchiesta riguardano diritti, migrazioni e territori, con un&#8217;investigazione in corso sulle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori migranti in agricoltura.Ha collaborato con diverse testate, tra cui Altreconomia, Il Manifesto, La Repubblica, Left. Il 3 ottobre 2025 in diretta &#8230; </p>
<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2025/10/08/margini-immigrazione-periferie-intervista-salvatore-lucente/">Storie ai margini: tra diritti negati e periferie dimenticate &#8211; Intervista a Salvatore Lucente</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Giornalista freelance e fotografo, Salvatore Lucente si occupa di reportage. I suoi principali ambiti di inchiesta riguardano diritti, migrazioni e territori, con un&#8217;investigazione in corso sulle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori migranti in agricoltura.<br>Ha collaborato con diverse testate, tra cui Altreconomia, Il Manifesto, La Repubblica, Left.</p>



<span id="more-33142"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Il 3 ottobre 2025 in diretta streaming sui canali Frasivolanti, Salvatore ha portato la sua testimonianza intrecciando la prospettiva di giornalista alle storie che hanno segnato il suo percorso, fino ad arrivare al tema delle migrazioni e alle dinamiche di marginalità che caratterizzano molti territori.<br>Salvatore ha seguito peraltro il tour di Marco Cavallo, la grande scultura blu segno di lotta e liberazione in viaggio in giro per i CPR di tutta Italia per chiederne la chiusura. Questa chiacchierata è stata anche l&#8217;occasione quindi per ascoltare da Salvatore come si è svolto il viaggio, quali obiettivi si prefigge, quanta partecipazione c&#8217;è stata e che aria si respira al fianco del cavallo blu che fu simbolo della chiusura dei manicomi alla fine degli anni &#8217;70.<br><br><strong>I reportage realizzati da Salvatore Lucente mettono in evidenza temi come:</strong><br>&#8211; il legame tra migrazione (o presenza migrante) e condizione di marginalità abitativa e sociale (insediamento informale, baraccopoli, ghetti, etc.);<br>&#8211; il contrasto tra risorse promesse (es: PNRR) e la realtà di abbandono, ossia come fondi non utilizzati aggravino la marginalità;<br>&#8211; l’aspetto umano, visivo, sensoriale della marginalità: caldo, baracche, container, la vita quotidiana in condizioni difficili;<br>&#8211; lo sfruttamento lavorativo e gli insediamenti informali.<br><br><strong>Per approfondire:</strong><br><a href="https://altreconomia.it/author/salvatore-lucente/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://altreconomia.it/author/salvatore-lucente/</a><br><br><a href="https://ilmanifesto.it/archivio?authors=Salvatore+Lucente" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ilmanifesto.it/archivio?authors=Salvatore+Lucente</a><br><br><a href="https://left.it/2022/11/24/senza-immigrati-litalia-non-ha-futuro/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://left.it/2022/11/24/senza-immigrati-litalia-non-ha-futuro/</a></p>



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<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="790" height="527" data-attachment-id="33165" data-permalink="https://lauraressa.com/2025/10/08/margini-immigrazione-periferie-intervista-salvatore-lucente/moradores-de-rua-1024x6832282546106106881515/" data-orig-file="https://i0.wp.com/lauraressa.com/wp-content/uploads/2025/10/moradores-de-rua-1024x6832282546106106881515-1.jpg?fit=1024%2C683&amp;ssl=1" data-orig-size="1024,683" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;1.2&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;Midia NINJA&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;Canon EOS 5D Mark III&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;Sao Paulo. A mother and her daughter in a improvised tent. After four days camping in front of S??o Paulo&#039;s City Council seeking for better housing policies, the Homeless Worker&#039;s  movement walks for a big victory in monday with the voting of the new urban master plan of the second biggest city in Latin America.&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;1403879151&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;Creative Commons - Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;85&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;200&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0.0008&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="moradores-de-rua-1024&amp;#215;6832282546106106881515" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;Sao Paulo. A mother and her daughter in a improvised tent. After four days camping in front of S??o Paulo&amp;#8217;s City Council seeking for better housing policies, the Homeless Worker&amp;#8217;s  movement walks for a big victory in monday with the voting of the new urban master plan of the second biggest city in Latin America.&lt;/p&gt;
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</div>


<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;intervista a Salvatore Lucente è stata l&#8217;occasione per parlare di <strong>disfunzioni sistemiche che aggravano la condizione delle persone migranti in Italia</strong>, cosa significa <strong>fare/essere giornalista</strong>, cosa si intende per insediamento informale, <strong>quali forme di sfruttamento e abuso emergono</strong> più frequentemente e come combatterle.<br><br><strong>Per introdurre tutto ciò, lascio di seguito le parole stesse adoperate da Salvatore Lucente in un paio di suoi articoli. </strong><br><br><strong>Campobrutto di Mazara<br>Ghetti senza luce né acqua per decine di migranti a Campobello di Mazara (Tp): lo sfruttamento durante la recente raccolta delle olive </strong><br>(<a href="https://ilmanifesto.it/campobrutto-di-mazara" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ilmanifesto.it/campobrutto-di-mazara</a> )<br><br>&#8220;Peter sta seduto sotto a un albero a Digerbato, un insediamento informale nell’entroterra trapanese, qualche decina di chilometri dai più conosciuti Campobello di Mazara e Castelvetrano, l’ex regno del boss Matteo Messina Denaro, zona di vigneti rinomati e oliveti di pregio. Alle sue spalle, una grande struttura in cemento e mattoni mai completata dove da anni trovano rifugio diverse persone migranti. Dentro questa specie di magazzino, ognuno si ricava i propri spazi, improvvisando piccoli alloggi personali con letto, mentre fuori ci sono altre cinque o sei piccole stanzette, come delle capanne. Negli spazi comuni, una zona moschea per pregare e una in cui è allestita una cucina. Niente acqua o corrente elettrica, per riscaldarsi si usa il fuoco mentre per cucinare le bombole a gas.<br><br>FA FREDDO QUESTO INVERNO, ma il tetto consente di stare quantomeno al riparo. «Per il momento non abbiamo cosa fare, stiamo a casa. Non c’è lavoro per me, fa anche troppo freddo per poter lavorare» racconta Peter, lo sguardo stanco che mostra tutti i suoi 68 anni ma non nasconde il sollievo di chi può finalmente riposarsi, arrangiandosi come può, in attesa della prossima raccolta. «Per riscaldarci facciamo il fuoco, per lavarci raccogliamo l’acqua e poi la scaldiamo». Stanchezza, è quella che si sente alla fine di una lunga stagione come quella delle olive della valle del Belice, circa il 42% delle olive da tavola consumate in Italia. È facile riconoscerla tra i banchi del supermercato, venduta intorno ai 12 euro al chilo. «Per chi lavora a Campobello, la paga è di 5 euro e 50 per cassone», racconta Moussa, giovane senegalese che nel periodo della raccolta viveva nella zona di Tre Fontane, pochi chilometri da lì. «Io faccio 14 o 15 casse al giorno e guadagno 75 euro, se sei lento è un lavoro che non puoi fare ma se sei bravo guadagni anche 100 euro al giorno, se c’è lavoro».<br><br>PETER VIVE A DIGERBATO DA 10 ANNI, perché nonostante i documenti in regola e tanto tempo passato a lavorare non riesce a trovare una casa, «le case ci sono ma a noi non le danno, anche se ho i soldi per pagare un affitto, il padrone di casa vuole qualcuno che ha sempre con contratto, altrimenti non affitta». Un paradosso, considerata la natura del lavoro in agricoltura, soggetto a forme di contratto giornaliere che a volte nascondono anche periodi di lavoro più lunghi, «in campagna lavori tre giorni in un posto, quattro giorni in un altro, è sempre così. Ma senza un contratto lungo il padrone ti dice che non può affittarti una casa».<br><br>INSIEME A PETER, A DIGERBATO vivono in questo momento una decina di persone, tutti sudanesi, «durante la raccolta lavoravamo a Campobello, al mattino andavamo lì per fare ritorno la sera. La stessa cosa quando ci sono altre raccolte più lontano. Giriamo la Sicilia, l’Italia, però torniamo sempre qui». Il problema principale per tutti, oltre a riuscire a lavorare, è l’alloggio, come spiega anche un rapporto del progetto Più Su.Pre.Me che ha censito otto insediamenti informali solo nel marsalese, 53 in tutta la Sicilia. Numeri sicuramente sottostimati ma che rendono bene l’idea di come mentre si cerca di combattere il caporalato ci si dimentica spesso di rendere possibile a chi lavora di vivere decentemente.<br><br>NELLA ZONA DI CAMPOBELLO DI MAZARA quasi nessuno dei 1500 lavoratori che hanno partecipato alla raccolta delle olive aveva un posto per dormire. Fino a maggio 2023 alcune centinaia tra loro trovavano rifugio nell’accampamento allestito nell’ex Calcestruzzi Selinunte di Campobello, divenuto drammaticamente famoso per l’incendio che la notte del 30 settembre 2021 arse vivo il giovane bracciante senegalese Omar Baldeh. Sgomberato l’insediamento nel 2023, niente è stato predisposto per alloggiare gli stagionali, dare supporto ai tanti che di quel «ghetto» avevano fatto la propria casa e a tutti i migranti di fatto costretti a vivere nelle vicinanze dei luoghi di raccolta.<br><br>«SONO ARRIVATO IERI DA MESSINA, l’anno scorso ho lavorato qui, pensavo di trovare il campo» raccontava Mounir in ottobre, quando la raccolta delle olive era agli inizi. Lui di anni ne ha 67, e stava con la sua tenda davanti al cancello dell’ex oleificio Fontane d’Oro, all’interno del quale per qualche anno la Regione Sicilia e la Croce Rossa hanno allestito un campo per dare un posto pulito e un pasto caldo ai lavoratori. Uno di quei campi emergenziali approntati quasi per dare un giaciglio a persone che scappano da un terremoto o una guerra, mentre invece servono ad alloggiare lavoratori che arrivano puntualmente ogni anno. E che non rispondono a un’altra questione di fondo, dove dovrebbero andare tra una stagione e l’altra quelle persone che rendono possibile portare avanti l’agricoltura italiana? Per molti l’unica alternativa è mettersi nelle mani del caporale di turno o vivere in quei ghetti che durante i periodi di raccolta ammassano migliaia di schiavi contemporanei e che come loro non scompaiono al termine della stagione. Mounir era preoccupato, sapeva bene che non avere un posto dove dormire significa dover pagare un extra al caporale.<br><br>IL SISTEMA È SEMPLICE, come per il reclutamento, «arriva sempre qualcuno qua, passano per vedere se ci sono persone che cercano lavoro. Se paghi ti danno un posto per dormire nelle tante case disabitate. Oppure, ti fanno stare sotto gli alberi di un campo». Il caporalato qui come altrove in Italia è una costante in agricoltura, affrontato anche se con risorse sempre insufficienti e interventi pur meritevoli come i recenti Help Desk anticaporalato, ma non esiste nessun servizio efficace che venga incontro al diritto all’abitare, né forme di housing sociale. Il grosso, in entrambi i casi, lo fanno associazioni come Libera che operano sul territorio o i sindacati. «La condizione di vita dei lavoratori migranti è molto grave, non ci sono neanche servizi per raccogliere l’immondizia. La questione abitativa è la cosa più importante, ci sono tante case vuote lì eppure chi lavora è costretto a vivere per strada» è il commento di Cheick dei Ragazzi Bayfall Palermo, che insieme all’associazione Maldusa e Arci Porco Rosso sono impegnati da anni nel supporto ai tanti lavoratori migranti della zona.<br><br>«OLTRE ALLO SFRUTTAMENTO CI SONO queste situazioni chiaramente in mano alla criminalità organizzata, ai caporali che si sostituiscono di fatto allo Stato e oltre a fare intermediazione illecita di manodopera offrono loro, tra virgolette, alloggio e trasporto a pagamento» accusa il segretario generale Flai-Cgil Tonino Russo. Soluzioni possibili sarebbero quelle messe in atto in luoghi come Cassibile, dove un insediamento informale è stato trasformato con l’intervento della Prefettura e della Protezione Civile in un campo formale. «Ma parliamo di alloggi per lavoratori migranti regolari, mentre tutti i lavoratori irregolari, almeno un 30% di quelli che lavorano nelle campagne, non hanno accesso a nessun servizio. È un vuoto della legislazione nazionale» aggiunge Russo: «Grave è il fatto che con il Pnrr in Sicilia sono stati stanziati 35 milioni di euro per il superamento degli insediamenti abusivi, ma dalle informazioni che abbiamo attualmente nessun Comune destinatario di queste risorse sta provvedendo a costruire gli alloggi».&#8221; <br><br><strong>Senza immigrati l’Italia non ha futuro</strong> <br>(<a href="https://left.it/2022/11/24/senza-immigrati-litalia-non-ha-futuro/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://left.it/2022/11/24/senza-immigrati-litalia-non-ha-futuro/</a> ) <br><br>&#8220;Reportage nei paesi sempre più spopolati della Basilicata dove l&#8217;arrivo di rifugiati rappresenta un importante fattore di cambiamento sociale e umano. Ecco le voci di chi si sta, e ci sta, costruendo il futuro<br>Potenza, capoluogo sofferente di una regione del sud, la Basilicata, che nonostante l’abbondanza di risorse si trova ad essere agli ultimi posti per crescita del Pil, maglia nera sugli indicatori di precarietà e basso reddito da lavoro (anticipazioni del rapporto Svimez 2022).<br><br>Sono quasi le 7 del mattino, è una bella giornata di questo inizio novembre fin troppo caldo, e Kumba prepara in fretta le ultime cose prima di andare al lavoro. Lei, gambiana di 36 anni, è sbarcata a Lampedusa nel 2014, riuscendo a varcare i confini della Fortezza Europa e trovando subito accoglienza. Dopo 3 anni di incertezza, finalmente si è vista riconoscere una delle forma di protezione previste in Italia, trovando posto nel 2017 all’interno del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar). Qui, ha avuto la possibilità di imparare l’italiano ed un mestiere, grazie ai tirocini organizzati presso alcune aziende del territorio dallo Sprar della Cooperativa sociale La mimosa di Tito (Pz). È uno dei 24 Comuni lucani con più di 5 mila abitanti (solo 11 superano i 10 mila), mentre gli altri 117 ne hanno meno. Tutti più o meno afflitti dalle problematiche tipiche che investono gran parte del Meridione, cui si sommano quelle specifiche delle aree interne, la “parte marginale” dello Stivale dove il lavoro e le infrastrutture latitano, i centri si spopolano, e i servizi di base si contraggono, con i Comuni che cercano di sopperire in ogni modo ai tagli. Indicatori del tutto negativi, ma che rischiano di mettere in ombra tante piccole realtà, modelli alternativi di cooperazione, proposte di sviluppo diverse dai canoni abituali, tra cui alcune legate al mondo dell’accoglienza.<br><br>E così, nell’arco di quattro anni Kumba si è inserita lavorativamente, uscendo dal sistema di accoglienza e guadagnandosi infine un contratto di lavoro a tempo indeterminato. «Adesso posso dire che sto bene» dice questa giovane donna già grande, che parlando del suo lavoro racconta: «Prima ho studiato, ora so fare tutto: pizza, pane, torte, dolci, panettoni, biscotti, cioccolata. I colleghi e la mia titolare sono molto bravi, lei ha fatto tante cose per me, per insegnarmi l’attività di pasticcera. Un giorno magari aprirò la mia pasticceria, ma non è ancora arrivato il momento. Piano piano». Intanto, nel 2021 è riuscita a portare a termine le procedure per il ricongiungimento familiare, portando con sé quattro dei suoi cinque figli, e oggi, in attesa del piccolo Hasan, continua a lavorare presso il  forno La Delizia, qui nel capoluogo dove si è trasferita una volta arrivati i suoi figli.<br><br>Sarà un bel + 6 per l’anagrafe, ma per qualcuno che arriva da fuori, sono molti gli abitanti che vanno via. Per farsi un’idea del fenomeno, gli ultimi dati licenziati dall’Istat a marzo 2022 raccontano di come tra il 2019 e il 2020 solo 5 dei Comuni lucani non hanno subito cali di popolazione, risultati per altro più consistenti proprio a Potenza (- 973 abitanti) e nell’altro capoluogo di provincia Matera (- 736). È un fenomeno non solo lucano, ma esteso a tutte le aree interne d’Italia, dove in dieci anni la popolazione residente si è più che dimezzata nei comuni con meno di mille abitanti, mentre in quelli fino a 5mila abitanti la perdita è stata del 20% (v. su Left in edicola l’intervista di Federico Tulli al demografo Gustavo De Santis).<br><br>Le cause sono sempre le stesse, un inverno demografico che porterebbe la Basilicata ad avere nel 2035 la stessa popolazione dei primi dell’Ottocento, con un terzo di essa costituito da  ultra sessantaquattrenni, e l’emigrazione incessante di giovani che vanno via per proseguire altrove gli studi o in cerca di lavori più o meno specializzati. Eppure, nonostante tutto, domanda di lavoro ce n’è, anche se circoscritta soprattutto a settori come la ristorazione e l’agricoltura.<br><br>A portarmi all’appuntamento con Kumba ci ha pensato Gabriel Boubakar, che in Italia è arrivato 12 anni fa dal Niger, passando tutta la trafila e una miriade di lavori prima di “attraversare lo specchio” e iniziare a lavorare proprio nell’accoglienza. A Tito ci vive dal 2017, insieme alla moglie Blessing, che lo ha raggiunto nel 2016; insieme hanno preso una casetta delle tante sfitte nel centro storico del paese e nel 2020 hanno avuto una bella bambina che oggi frequenta insieme a 16 piccoli compagni un nido. Vorrei chiedergli quanto la scelta sia legata al lavoro, ma previene la mia domanda confidandomi che «in un piccolo centro si vive meglio, si ha l’occasione di conoscere molte persone, superare le diffidenze», e che in ogni caso ha intenzione di investire in un suo futuro qui, anche se sta provando ad aprire insieme alla moglie un negozio di generi alimentari etnici a Potenza, 20 chilometri più in là. Gli domando allora se ha avuto problemi a trovare casa. «Non è stato troppo difficile – risponde -, ma a me mi conoscono tutti. Per altri è più complicato».<br><br>Sembrerebbe un paradosso, eppure malgrado la quantità di case sfitte (quasi centomila) e la presenza di proprietari pronti a cedere i propri immobili a poco pur di liberarsi di quella che per molti è solo un problema, trovare casa per molti è un ostacolo quasi insormontabile. «Anche quando hanno un contratto di lavoro in regola, e ci vuole qualcuno che faccia da garante: il datore di lavoro, un conoscente, la struttura che ha seguito il percorso di accoglienza» mi conferma Gabriel.<br><br>Lo saluto, e provo a raggiungere Birûsk e la sua famiglia a Pietragalla, paese lucano con poco più di 3.500 abitanti. Lui, curdo di nazionalità turca scappato dal suo Paese per paura di ritorsioni politiche, in Italia è arrivato nel 2021, a bordo di una barca che dal Montenegro è approdata a Rimini, potendo contare da subito sulla rete di solidarietà predisposta dall’Arci. Oggi Birûsk è ospite insieme ad altre sei famiglie del progetto Sai gestito dalla Cooperativa sociale Filef Basilicata, che permette a ognuna di loro di vivere in un appartamento nel centro storico del paese. A dispetto delle statistiche che vorrebbero questi centri destinati a spegnersi lentamente, qui si trova bene, come la moglie Hazal e soprattutto i loro figli, Ahmet, 12 anni, che frequenta la seconda media in una classe con 15 studenti e gioca a calcio nella squadra locale, e Hakan, che va alle scuole primarie. «Mio marito ora lavora a Potenza, nell’edilizia, il lavoro va bene e non abbiamo più bisogno dell’assistenza» racconta Hazal, ma a tradurre in un italiano quasi impeccabile è Ahmet. «Pensavamo di spostarci a Potenza – continua -, ma i nostri figli ci hanno chiesto di restare qui, hanno tanti amici. Anche con noi tutti sono gentili e ci danno una mano. Ora cerchiamo casa, vorremmo comprarla». Mi tornano in mente le parole di alcuni operatori ascoltati in questi giorni: in un piccolo centro come questo, si instaurano rapporti di vicinato che rendono la vita più semplice a chi viene accolto, e d’altra parte, per una piccola comunità, anche poche persone in più sono una preziosa risorsa.<br><br>Perché insieme ai giovani e qualche famiglia, nelle aree interne ad andare via sono anche i servizi di base, mentre l’arrivo di nuovi nuclei familiari e minori permette di tenere in piedi scuole primarie e scuole medie, oltre a portare all’apertura di nuovi servizi, ad esempio i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, di cui beneficiano tutti. È un sistema che sembra funzionare, non c’è da stupirsi quindi se in Italia la rete dei Comuni coinvolti nel Sistema accoglienza e integrazione sia composta nel 43% dei casi da Comuni che hanno meno di 5mila abitanti.<br><br>Kumba, Gabriel e le loro famiglie sono tra quei 12.579 “soggiornanti non comunitari” presenti in regione, persone titolari di un permesso di soggiorno valido, per protezione, per motivi di lavoro o familiari, che si sommano agli altri 22.863 stranieri residenti stabilmente in Basilicata. In attesa di farcela, come Birusk, altri 1.526 migranti (il 2,8 per mille della popolazione residente) presenti a fine 2021 nel sistema di accoglienza regionale, dei quali 943 collocati nel limbo dei Cas o in altri centri e 583 nei 30 centri della rete Sai. In uno Stato, l’Italia, che accoglie 79.938 persone, solo lo 1,3 per mille del totale della popolazione (dati del Dossier statistico sull’immigrazione 2022 elaborati dal Centro studi e ricerche Idos). Non c’è nessuna invasione, né qui né altrove, nessuna necessità di chiudere ancora di più i confini per proteggersi da una “sostituzione etnica” o “difendere i lavoratori italiani”, nessuna emergenza: l’unica emergenza semmai è quella ciclica e routinaria dei braccianti stranieri transitanti in regione per lavorare stagionalmente nelle campagne. E non c’è nemmeno, a quanto pare, uno spreco di risorse, perché “i migranti non vogliono restare in Italia, figuriamoci poi nelle aree interne”. Non tutti restano lì dove sono stati accolti, ma come tutte le persone di questo mondo anche i migranti, in presenza delle giuste condizioni si fermano, anche nei piccoli centri.<br><br>La discussione e le problematiche da affrontare sono ampie, ma bisognerebbe interrogarsi una buona volta non solo su quali siano l’impatto sociale dell’immigrazione straniera sulle aree interne del Paese e gli effetti sullo sviluppo locale, ma anche su quali possano essere gli interventi mirati a migliorare l’integrazione e le misure da mettere in campo per consentire tanto ai migranti (quanto ai residenti) di restare. Non è un discorso marginale, così come non sono affatto secondarie le aree interne, che in Italia occupano una porzione del territorio che supera il 60% della superficie nazionale, ospitando il 53% circa dei Comuni italiani (4.261) e oltre 13,54 milioni di abitanti (il 23% della popolazione italiana).<br><br>Il tanto criminalizzato modello Riace ha mostrato come si potesse coniugare l’accoglienza dei rifugiati nelle tante case sfitte, rilanciare le botteghe artigiane e creare solidi legami tra immigrati stranieri e popolazione locale, e l’attuale sistema Sai, con tutti i suoi limiti, può rappresentare un nuovo modello di sviluppo per tante aree interne del nostro paese. Di misure e formule da poter adottare ce ne sarebbero tante, e vengono fuori come sempre soprattutto dal dialogo con il cosiddetto Terzo Settore.<br><br>«Housing sociale, forme di assistenza al reddito, corsi di formazione anche dopo la fine dell’accoglienza e concrete opportunità di stabilizzarsi a quanti, lavorando stagionalmente, sono costretti a migrazioni circolari tra l’Italia e il proprio Paese di provenienza» suggeriscono dall’Arci Basilicata, una delle realtà più propositive del circuito di accoglienza lucano, tra gli artefici negli anni scorsi di progetti volti all’acquisizione di competenze specialistiche dei migranti e al loro inserimento nel territorio. «Formazione, accompagnamento allo studio, accordi con l’Anci per risolvere il problema abitativo» fanno eco dalla Filef Basilicata, che rappresenta un’altra importante realtà in regione, in prima fila in progetti volti a trovare una sistemazione stabile a chi voglia fermarsi a vivere qui. Altre proposte sono quella delle “comunità accoglienti”, portata avanti ad esempio dalla Cooperativa sociale Iskra, che sottolinea la volontà di molte famiglie di mettersi in gioco, anche con affidi familiari “in supplenza” e in generale la buona predisposizione soprattutto dei piccoli centri ad accogliere. O impegnarsi in maniera più diretta a sostenere l’auto-imprenditorialità, come cerca di fare in regione la cooperativa il Sicomoro, sottolineando il forte dinamismo dei giovani immigrati, abituati dalla sorte a doversi reinventare continuamente. Tutti interventi che si potrebbero estendere, se non altro, anche a chi, in attesa di protezione, vive a volte per anni nel limbo dei Centri di accoglienza straordinaria (Cas), dove grazie ai decreti Salvini è stata tagliata nei fatti ogni misura volta ad un’effettiva possibilità di integrazione, dall’istruzione alla formazione alla reale integrazione.<br><br>Ma ridurre la questione solo in termini economici, come si fa sui tavoli istituzionali quando non si grida alla caccia all’uomo, vedere il migrante semplicemente come risorsa produttiva, valore aggiunto, contributo al Pil locale e nazionale (comunque importante), o possibilità di ripopolamento, è un discorso quanto mai riduttivo. Un tema che spesso sfugge ai dati è il fattore umano, la possibilità offerta dal cambiamento, l’arricchimento in termini sociali offerto da sempre dall’immigrazione quando è accompagnata dall’integrazione. Specchio di Paese che invecchia e si richiude sempre più su se stesso, nelle aree interne circolano con fatica anche idee, culture, lingue, mentre l’impatto di queste piccole comunità, seppure spesso di passaggio, provoca un effetto domino positivo anche nei residenti. Un meccanismo da maneggiare con cautela, ma che apre spesso nuovi scenari. E magari in un paese dove non c’è un teatro, ecco che una piccola compagnia viene ospitata per fare laboratori aperti a tutti, rivoluzionando per qualche mese la vita di tutti i giorni, un laboratorio musicale permette a giovani del posto di guadagnare con la propria passione e confrontarsi con musiche da tutto il mondo, e ragazzini che non hanno mai lasciato la propria regione possono parlare un’altra lingua con il proprio compagno di banco. L’accoglienza pianta semi per il futuro di tutti.&#8221;</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Salvatore Lucente; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il video dell&#8217;intervista (<a href="https://youtu.be/Mw6qpJce9ZI?si=na9hV-r7uYjWw4eK" target="_blank" rel="noreferrer noopener">link</a>)</strong></p>



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</div></figure>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il podcast (<a href="https://www.spreaker.com/episode/storie-ai-margini-tra-diritti-negati-e-periferie-dimenticate-intervista-a-salvatore-lucente--68021811" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Spreaker</a>)</strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre mi preparavo alla chiacchierata con Salvatore Lucente, mi è capitato sotto gli occhi &#8211; tra varie ricerche online &#8211; un <strong>articolo di Ilaria Baraldi intitolato &#8220;La differenza tra disagio e degrado:<br>quando una città diventa comunità&#8221;</strong> (<a href="https://www.periscopionline.it/la-differenza-tra-disagio-e-degrado-281743.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.periscopionline.it/la-differenza-tra-disagio-e-degrado-281743.html</a> )</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Proviamo a iniziare da qui: fare attenzione a come vengono spesi i soldi pubblici, rivedere la distribuzione delle risorse e chiedersi se davvero chi ci amministra sta facendo tutto quello che può per evitare che ci siano persone che dormono per terra.<br><strong>Una città è solo uno spazio fisico con strade e parcheggi e supermercati. Una città diventa comunità quando le persone che la abitano sentono di appartenere a quel luogo e vivono la responsabilità gli uni verso gli altri di tenerla insieme e farla funzionare.</strong><br>Bisogna che recuperiamo la capacità di distinguere tra disagio e degrado.<br>Tra ciò che va rimosso, evitato, pulito, e ciò che va compreso, affrontato e ricomposto.<br>Bisogna che torniamo a distinguere tra chi commette atti illeciti e chi è sfortunato e ha bisogno di aiuto, non di punizione.<br>Una persona che dorme per terra avvolta in una coperta ha bisogno di essere vista e supportata, non di essere scavalcata o rimossa come fosse un sacco del pattume.<br>Rappresenta una questione sociale, non di sicurezza.<br><strong>Quella persona dorme per terra e non dovrebbe, non perché offenda i nostri occhi ma perché offende il senso di civiltà che ci unisce nel patto di comunità.</strong><br>Per quanto “fastidio” possa destare la vista di una persona che dorme per terra non sarà mai paragonabile alla disperazione che ha indotto quella persona a scegliere la strada come casa. [&#8230;] <br>Il problema non è chi dorme a terra. Il problema è non avere soluzioni per evitare che questo accada. [&#8230;]<br>Quello che cambia è la sensibilità con la quale si affronta la questione e quali soluzioni vengono adottate.<br>Coi “calci in culo”, i daspo urbani e la rimozione delle panchine non si risolve nulla. Servono investimenti nei servizi sociali proporzionati alla crisi che stiamo vivendo.<br>Qualche decina di migliaia di euro li si potrebbe risparmiare dalla comunicazione pubblica, o dai costi dei cartelloni per i concerti, qualche sponsorizzazione potrebbe essere investita in progetti sociali anziché solo in eventi ludici.<br><strong>Proviamo a iniziare da qui: fare attenzione a come vengono spesi i soldi pubblici, rivedere la distribuzione delle risorse e chiedersi se davvero chi ci amministra sta facendo tutto quello che può per evitare che ci siano persone che dormono per terra</strong>.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ancora, <strong>Romeo Farinella nell&#8217;articolo &#8220;A quale città pensiamo? Dormire per terra non è un problema di carità, ma di sfruttamento&#8221;</strong> (<a href="https://www.periscopionline.it/a-quale-citta-pensiamo-dormire-per-terra-non-e-un-problema-di-carita-ma-di-sfruttamento-281829.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.periscopionline.it/a-quale-citta-pensiamo-dormire-per-terra-non-e-un-problema-di-carita-ma-di-sfruttamento-281829.html</a> ) scrive: </p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;[&#8230;] Quando noi architetti disegniamo nuovi spazi pubblici, per far vedere come sarà o come potrebbe essere la nostra città, questi sono sempre pieni di gente gioiosa, giovani coppie con bambini che passeggiano nel parco, mentre i ragazzini giocano con lo skateboard, le ragazze fanno ginnastica ritmica e gli anziani conversano tra loro seduti su comode panchine. <strong>Il conflitto, la marginalità, la miseria è bandita da queste rappresentazioni, che devono rassicurarci, raccontandoci spesso delle bugie. Wislawa Szymborska in una sua bella poesia afferma di amare le mappe perché sono bugiarde, nascondono i conflitti e ci parlano di un mondo che non è di questo mondo. </strong>Giorgio Manganelli con il suo consueto cinismo, raccontandoci un suo viaggio in India, ci descrive invece questo mondo, mostrando la miseria che si ritrova nelle strade delle città e ci indica la strada per non restarne sopraffatti, emotivamente e fisicamente: essere indifferenti. Usare quindi la stessa arma degli abitanti locali: scansare l’ostacolo senza guardare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A ben vedere lo sviluppo generato dalla rivoluzione industriale si è fondato sull’intreccio miseria/opulenza o povertà/ricchezza. <strong>La miseria londinese o parigina, raccontata da tanti scrittori tra metà Ottocento e inizi del Novecento, è il substrato che ha alimentato il benessere delle metropoli occidentali. </strong>Bernard Mandeville nella sua riflessione intitolata <em>La favola delle api</em>, individua nello sporco, nel cattivo odore, nel degrado della Londra settecentesca l’indicatore di quel benessere e di quella ricchezza prodotta dai commerci internazionali che daranno vita alla rivoluzione industriale. Le opposizioni ordine/disordine, pulizia/sporcizia, igiene/malattia, risorsa/sfruttamento hanno in fondo generato tale modello di sviluppo che è causa della crisi ambientale che stiamo vivendo. Nel 1889 Charles Booth pubblica un’indagine durata quattordici anni, intitolata <em>Labour and Life of the People in London</em>. Un problema devastante, quello della miseria urbana, che richiede delle soluzioni abitative alternative ai marciapiedi e agli anfratti di Soho, di Whitechapel e dell’intero East London.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1832 l’avvocato Edmund Chadwick introduce con le <em>Poor Laws</em> (leggi per il controllo della povertà e della miseria) dei modelli residenziali denominati workhouse, desunti dal panopticon, il carcere pensato e progettato da Jeremy Bentham che presuppone una sorveglianza asimmetrica (come sostiene il filosofo francese Michel Foucault: il controllore può vedere ma il controllato no). Le workhouse (evoluzione dell’Albergo dei Poveri) introdotte dalle Poor laws e criticate da <strong>Charles Dickens</strong> nel racconto di <strong>Oliver Twist</strong>, erano di fatto <strong>ospizi per lavoratori indigenti dove vigevano condizioni molto dure che sconfinavano nella reclusione e nella segregazione</strong>. Le famiglie venivano separate: i genitori dai figli e i mariti dalle mogli mentre il cibo era volutamente economico e al limite della decenza (la stessa logica delle Maison des esclaves africane). Una risposta politica alla miseria. <strong>L’ipocrisia borghese in quei decenni, e ancora oggi, ha sviluppato una forte cultura filantropica, finalizzata al portare sollievo ai poveri, ma non a combattere le disuguaglianze. </strong>Per contrastare queste si richiede una scelta di campo politica che potrebbe consentire al diseguale di diventare come me, mentre la dimensione caritatevole porta sollievo a qualcuno che è comunque destinato a rimanere povero.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I meccanismi segregativi (e non educativi) e le disparità tra povertà e ricchezza, alla base del nostro modello di sviluppo e della nostra idea di progresso, ancora permangono in molte dinamiche e processi della nostra società</strong> (basti pensare al recente Decreto Caivano) ma diventano evidenti ed eclatanti nei rapporti tra Occidente e Global South.<br>Oggi nel pianeta si stanno creando numerose situazioni urbane esplosive, delle vere e proprie città residenziali, composte da centinaia di derelitti, che vivono nei marciapiedi, sotto i ponti o nelle piazze delle città del Sud America ma anche in Europa e in Italia. Il problema dei <em>moradores de rua</em>, come vengono definiti in Brasile coloro che dormono nelle strade, va oltre la favela o lo slum, che comunque, pur nella sua informalità, è uno spazio strutturato ed è una soluzione a un problema. [&#8230;] Senza aiuti umanitari seri, e non utilizzati come leva per alimentare governi o poteri locali compromessi con gli interessi occidentali, senza una redistribuzione della ricchezza, senza politiche sociali non sarà possibile ricomporre le fratture sociali e razziali che infiammano la gran parte del mondo. <strong>Amartya Sen</strong> già vent’anni fa, nelle sue riflessioni sul rapporto tra sviluppo e libertà, evidenziava come <strong>il mondo sia da un lato caratterizzato da una opulenza senza precedenti mentre le privazioni, la miseria, l’oppressione diventano sempre più grandi</strong>. Il neoliberismo ha radicalizzato una organizzazione sociale che ha reso evidenti le disuguaglianze, ha reso fortemente gerarchico il sistema economico mondiale che non mette i vari paesi in condizione di lottare (o di affrontare problemi come quelli posti dalla crisi ambientale) ad armi pari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Thomas Piketty ha più volte evidenziato come, secondo la Banca Mondiale, nel pianeta circa un centinaio di paesi possono essere ritenuti ad “alto reddito” e la contribuzione del 0,03% del prodotto interno lordo consentirebbe di ottenere le risorse necessarie per far fronte alle crisi umanitarie mondiali attraverso l’istituzione di agenzie indipendenti in grado di operare reinventando forme di multilateralismo globale. [&#8230;] </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il colonialismo economico, “urbanistico” e segregativo non è mai morto, lo vediamo anche oggi nelle città del sud del mondo, interessate da ricchi progetti di urbanizzazione che impongono ipocrite smart e green city all’europea nei deserti africani o nelle foreste tropicali. [&#8230;] <strong>Oggi Dubai viene presentata come la città più felice del mondo grazie alla qualità dei suoi spazi costruiti nel deserto, ma il 90% della popolazione è costituita da immigrati dall’India, Pakistan, Bangladesh o Filippine che hanno costruito questa fantasmagorica città ma che non hanno diritti e ai quali vengono prelevati i passaporti, e obbligati a vivere in grandi camerate senza aria condizionata. </strong>Una nuova forma di schiavitù. Le informazioni che ritroviamo nel World Inequality Database ci parlano di una situazione globale dove le discriminazioni razziali, retaggio delle antiche dominazioni coloniali, sono <strong>associate all’impatto dell’iper-capitalismo finanziario contemporaneo</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">[&#8230;] Si stima che i processi di migrazione diventeranno sempre più intensi, non solo verso l’Occidente ma anche internamente al continente africano. Le migrazioni sono in crescita e hanno caratteristiche molto diverse dai processi che abbiamo conosciuto in Europa tra Ottocento e Novecento. L’emigrazione storica aveva un’origine e una destinazione. Oggi nelle migrazioni di massa, qualunque sia il motivo per cui si lascia la propria terra, alla coppia origine-destinazione va aggiunto il transito che può durare anni. Un periodo nel quale si vive nell’incertezza, nella precarietà e nel pericolo, essendo i migranti ostaggi di situazioni che non si controllano, come dimostrano i confini dell’Unione Europea. [&#8230;] </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il pensare una urbanistica della transitorietà, necessaria anche per far fronte a situazioni improvvise quali, ad esempio, quelle climatiche, non può essere relegato alle politiche dell’emergenza ma deve divenire prevenzione, capacità di gestione di processi che, essendo da tempo in movimento, si possono anticipare. [&#8230;]&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché ho scelto di citare questi due articoli in riferimento ai temi affrontati durante l&#8217;intervista a Salvatore Lucente?</strong> </p>



<p class="wp-block-paragraph">In quelle parole ho intravisto spunti da attuare e l&#8217;opportunità di pensare a come rendere noi stessi agenti di un cambiamento che dev&#8217;essere di comunità e politico, ma che certamente deve partire anche dall&#8217;azione individuale di ciascuno di noi.  </p>



<p class="wp-block-paragraph">Salvatore Lucente realizza reportage, intervista persone, scatta foto all&#8217;interno di periferie che troppo facilmente vengono dimenticate dalla politica, dal tessuto sociale ed escluse dallo sguardo di chi passa, di chi vive altri standard abitativi. Ma Salvatore non si limita a questa visione della realtà: da osservatore si fa attore, scende in piazza per rivendicare i diritti di tutti e in particolare dei fragili, viaggia insieme a Marco Cavallo per chiedere la chiusura dei CPR (Centri di permanenza per i rimpatri, veri e propri lager di Stato), ascolta le storie sospendendo il giudizio (come un bravo giornalista deve saper fare) ma senza dimenticare di dare voce anche al proprio pensiero. Mette in pratica anche nella propria vita quella forma di impegno partecipativo che dovrebbe appartenere, di serie, a tutte le persone che vivono all&#8217;interno di una comunità&#8230; e dunque a tutte le persone più in generale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le foto che Salvatore Lucente ha scattato a Roma a ottobre 2025 in occasione del viaggio di Marco Cavallo contro i CPR &#8211; prima &#8211; e in occasione della manifestazione pro Palestina &#8211; qualche giorno dopo &#8211; rappresentano il suo diario umano e sono emblema della sua voglia di raccontare attraverso varie forme e linguaggi, tratteggiando anche per immagini i contorni di una umanità che si muove, che esiste e che &#8211; nonostante la furia disumana che imperversa nel mondo &#8211; trova, se lo vuole, spazi per far emergere ciò che davvero conta: la difesa della vita, la pace, la casa intesa come dignità, la libertà di esprimersi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non in ultimo, mi preme sottolineare quanto io sia grata a Salvatore per questo confronto che mi ha nutrito e che si è svolto al termine di un viaggio per lui abbastanza lungo. Nonostante la stanchezza e nonostante fosse rientrato da pochi minuti a casa, ha scelto di mantenere la data dell&#8217;intervista che avevamo stabilito e ha raccontato con generosità la sua professione, la sua esperienza umana e il suo pensiero riguardo ai temi toccati. E uno dei metri di misura della generosità &#8211; forse il più importante &#8211; è certamente il tempo che dedichiamo per il puro piacere di farlo, di esserci, di stabilire connessioni genuine che restituiscono tutto il senso delle cose che facciamo ogni giorno. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le storie ai margini, le storie delle periferie, le storie delle persone comuni che fanno la Storia: è per queste che vale la pena trovare il tempo, il fiato e l&#8217;inchiostro per raccontare. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Laura Ressa </p>



<p class="wp-block-paragraph">Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista</p>

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		<title>Associazione Antigone: diritti e garanzie del sistema penitenziario &#8211; Intervista a Susanna Marietti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Ressa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Oct 2025 16:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Susanna Marietti è coordinatrice nazionale dell&#8217;associazione Antigone, da trent&#8217;anni impegnata nella promozione dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario.È autrice di volumi e saggi su argomenti di filosofia contemporanea e sul tema della pena detentiva (tra cui, con P. Gonnella, &#8220;Il carcere spiegato ai ragazzi&#8221;, Manifestolibri, ed. aggiornata 2020; &#8220;Jailhouse Rap. Storie &#8230; </p>
<p>L'articolo <a href="https://lauraressa.com/2025/10/02/associazione-antigone-detenzione-sistema-penitenziario-intervista-susanna-marietti/">Associazione Antigone: diritti e garanzie del sistema penitenziario &#8211; Intervista a Susanna Marietti</a> proviene da <a href="https://lauraressa.com">Frasivolanti</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Susanna Marietti è coordinatrice nazionale dell&#8217;associazione Antigone, da trent&#8217;anni impegnata nella promozione dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario.</strong><br>È autrice di volumi e saggi su argomenti di filosofia contemporanea e sul tema della pena detentiva (tra cui, con P. Gonnella, &#8220;Il carcere spiegato ai ragazzi&#8221;, Manifestolibri, ed. aggiornata 2020; &#8220;Jailhouse Rap. Storie di barre e sbarre&#8221;, Arcana 2024).</p>



<span id="more-33141"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Scrive e conduce la trasmissione radiofonica settimanale Jailhouse Rock, in onda dal 2010 su Radio Popolare.<br>È responsabile dell&#8217;osservatorio sugli Istituti penali per minorenni dell&#8217;associazione Antigone. È presidente della polisportiva Atletico Diritti.<br><br>Il 1° ottobre 2025 in diretta streaming sui canali Frasivolanti, Susanna Marietti ha raccontato cosa vuol dire occuparsi di promozione dei diritti nel sistema penitenziario, quanto conta la dignità umana, cosa ciascuno di noi può fare per essere megafono e promotore di cambiamento delle condizioni di vita nelle carceri. E ancora, come possiamo riflettere meglio e di più sulla reale efficacia del sistema penale.<br>Abbiamo esplorato inoltre la missione di Antigone, ma gli interrogativi non si fermano qui.<br><br><strong>In Italia il sovraffollamento carcerario e i suicidi in cella restano emergenze costanti: perché questi problemi sembrano non trovare mai una soluzione?<br>Qual è la principale violazione della dignità umana che oggi si osserva nelle carceri italiane e cosa è emerso sugli istituti penali per minorenni?<br>Quali alternative esistono per ripensare il sistema penale e penitenziario italiano?</strong><br><br>Di seguito alcuni cenni sull&#8217;<strong>Associazione Antigone, che dal 1991 promuove una pena in linea con il dettato della Costituzione</strong>.<br><br>&#8220;L&#8217;Associazione Antigone è impegnata nella tutela dei diritti umani e nella promozione delle garanzie fondamentali all&#8217;interno del sistema penitenziario italiano. La nostra missione è assicurare che le carceri siano luoghi nei quali vi sia il massimo rispetto per la dignità umana, promuovendo la trasparenza, l&#8217;umanità e l&#8217;equità nel trattamento dei detenuti. Ci adoperiamo per sensibilizzare l&#8217;opinione pubblica, le istituzioni e i professionisti del settore sull&#8217;importanza di un sistema penale orientato al reinserimento sociale, in linea con i principi costituzionali e internazionali. Attraverso attività di monitoraggio, ricerca, advocacy e formazione, lavoriamo per costruire una società più giusta, dove i diritti fondamentali siano garantiti a tutti, anche a chi si trova privato della libertà personale. [&#8230;]<br>Dal 1998 Antigone è autorizzata dal Ministero della Giustizia a visitare i quasi 200 Istituti penitenziari italiani. Sono oltre 90 le osservatrici e gli osservatori di Antigone autorizzati a entrare nelle carceri con prerogative paragonabili a quelle dei parlamentari.&#8221;<br><br><strong>Per approfondire:</strong> <a href="https://www.antigone.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.antigone.it/</a> </p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.dinamopress.it/news/susanna-marietti-antigone-bisogna-cambiare-la-cultura-delle-forze-dellordine/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.dinamopress.it/news/susanna-marietti-antigone-bisogna-cambiare-la-cultura-delle-forze-dellordine/</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.ragazzidentro.it/author/susanna-marietti" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ragazzidentro.it/author/susanna-marietti</a> </p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.ragazzidentro.it/le-comunita-numeri-e-aspetti-critici/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ragazzidentro.it/le-comunita-numeri-e-aspetti-critici/</a> </p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.radioradicale.it/scheda/759228/la-situazione-carceraria-e-il-caso-de-maria-intervista-a-susanna-marietti" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.radioradicale.it/scheda/759228/la-situazione-carceraria-e-il-caso-de-maria-intervista-a-susanna-marietti</a> </p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rapportoantigone.it/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia/wp-content/uploads/2023/06/68.-ANTIGONE_DonneDetenute_CarceriMinorili.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.rapportoantigone.it/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia/wp-content/uploads/2023/06/68.-ANTIGONE_DonneDetenute_CarceriMinorili.pdf</a></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Prima di ascoltare l&#8217;intervista qui sotto, propongo di seguito (a chi vorrà leggerli) alcuni dei più recenti articoli scritti da Susanna Marietti sul tema carceri. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Suicidi, sovraffollamento e isolamento: Nordio minimizza, ma il carcere non rieduca</strong> (<a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/29/suicidi-sovraffollamento-isolamento-nordio-carcere/8109146/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/29/suicidi-sovraffollamento-isolamento-nordio-carcere/8109146/</a> )<br><br>&#8220;Basterebbe dare uno sguardo alla settima sezione di Regina Coeli a Roma: tutti dovrebbero raccontare questo manifesto dell’indegnità della pena. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sta finendo la lunga estate carceraria, quando il tempo recluso si ferma ancor più che negli altri periodi dell’anno e il carcere è ancor più abbandonato a se stesso. Un bilancio di questi mesi ci dice che a fine estate il numero dei detenuti ha superato la soglia delle 63.000 unità, che i posti letto disponibili sono circa 15.000 in meno, che nei soli mesi estivi i suicidi accertati sono stati 24, cui si aggiungono altre morti per cause ancora da definire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In pieno agosto il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha sostanzialmente minimizzato il tema, affermando cinicamente che i numeri non sarebbero allarmanti in quanto sotto la media nazionale dell’ultimo triennio. La tragica statistica smentisce le sue affermazioni. I suicidi nelle carceri italiane sono già 58 in questo 2025 e presentano un andamento identico a quello dell’anno precedente. Sfortunatamente non si registra alcun calo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tasso di suicidi nelle carceri italiane è circa il doppio rispetto alla mediana europea. Il dato più allarmante e significativo è quello che ci dice che nelle nostre galere le persone si tolgono la vita circa 25 volte di più rispetto a quanto accade in Italia nella società libera. Ogni minimizzazione è vergognosa. Davanti a questi numeri risulta impossibile ridurre la questione dei suicidi carcerari unicamente a scelte di disperazione individuale, incapaci di mettere in discussione l’etica dello Stato. Piuttosto, essa è una questione sociale, culturale, sistemica. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’organizzazione della vita penitenziaria non è pensata per accogliere le persone, per comprenderne i problemi, per sostenerle nelle difficoltà. Significativo al proposito è quanto accade al momento dell’ingresso in carcere, un momento critico nel quale si ha grande bisogno di sostegno. In quasi tutte le carceri metropolitane, una persona appena arrestata – e dunque presunta innocente – viene collocata nella sezione cosiddetta dei nuovi giunti, che dovrebbe servire a introdurla nella vita reclusa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Dovrebbe essere una sezione di accoglienza, dove la persona possa avere opportunità di parlare con un operatore, con uno psicologo, di contattare i propri cari, di conoscere le regole della vita interna, i diritti e i doveri riconosciuti dalla legge. Invece le sezioni per nuovi giunti sono spesso le peggiori, quelle più insane e degradate dell’istituto, le meno protette, le meno visitate dagli operatori. Sono spesso luoghi orribili, dove si costruiscono carriere criminali. Sono il biglietto da visita rivolto ai detenuti, compresi i più giovani e meno strutturati (oggi le carceri per adulti si stanno riempiendo di ragazzini appena maggiorenni). Il messaggio è il seguente: state entrando nell’inferno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per farsene un’idea basterebbe dare uno sguardo alla settima sezione di Regina Coeli a Roma. I media dovrebbero chiedere di poterla visitare. Dovrebbero raccontare a tutti questo manifesto dell’indegnità della pena che abbiamo oggi in Italia. Altro che umanità e rieducazione di cui all’articolo 27 della Costituzione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la fase iniziale della carcerazione è particolarmente a rischio di suicidio, lo stesso va detto del tempo trascorso nei reparti di isolamento. Celle spesso sottratte a ogni sguardo. Tanti, troppi suicidi nelle carceri italiane sono avvenuti in celle di isolamento. Così come tanti, troppi atti di violenza. Antigone ha in corso una campagna a livello globale per il superamento di questa pratica pre-moderna e pericolosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche quest’estate è finita e il carcere è un luogo sempre più indegno. Il ministro Nordio minimizza il problema dei suicidi, mentre il suo compito dovrebbe invece essere quello di rivoluzionare la vita in galera, di chiudere le sezioni indecenti come la settima di Regina Coeli, di riempire il carcere di operatori e di attività, di proibire l’oscurità dei reparti di isolamento, di dare un segnale di legalità profonda contro tutte le violenze. </p>



<p class="wp-block-paragraph">A breve si aprirà il procedimento penale per le presunte torture subite dai ragazzini reclusi nell’Istituto Penale per Minorenni Beccaria di Milano. Preannunci la costituzione di parte civile da parte del Governo, così come dovrebbero fare le autorità locali e i Garanti nazionali dell’infanzia e dei diritti delle persone private della libertà. Non si può giocare con i numeri sottraendosi alle responsabilità istituzionali, politiche e morali.&#8221; </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Oggi le carceri italiane sono sempre più chiuse: il caso di Genova è un esempio delle conseguenze</strong> (<a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/23/carcere-marassi-genova-trasparenza/8036664/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/23/carcere-marassi-genova-trasparenza/8036664/</a> )<br><br>&#8220;Un’autentica sicurezza non si può costruire solamente con cancelli e sbarre. Bisogna conoscere le relazioni che si creano nella popolazione detenuta. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La città di Genova si stringe attorno al carcere cittadino e affronta con forza il drammatico episodio accaduto all’istituto penale Marassi all’inizio di questo mese. Nelle scorse ore, su iniziativa del Garante regionale dei diritti dei detenuti, oltre 200 persone tra operatori sociali, avvocati, medici, insegnanti, semplici cittadini hanno firmato un appello per farsi carico di un percorso di accompagnamento per il giovane seviziato per giorni nel buio di quelle mura. Un ragazzino appena 18enne entrato in carcere in attesa di giudizio sarebbe stato sequestrato da quattro detenuti per due giorni, tra il 1° e il 3 giugno, e sottoposto a brutali sevizie che andrebbero dalla violenza fisica a quella sessuale, dalle ustioni con olio bollente ai tatuaggi sulla faccia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La dinamica dei fatti si chiarirà con le indagini, ma certo è che il ragazzo è oggi traumatizzato e che il cappellano del carcere ha affermato di non aver mai visto nulla di simile in vent’anni di servizio. “Non possiamo lasciarlo solo”, dice oggi la città di Genova attraverso l’appello promosso dal Garante. E chiede che le istituzioni si facciano carico del percorso di riabilitazione fisica e psicologica del giovane, oggi agli arresti domiciliari in una struttura esterna protetta. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I fatti, come detto, si chiariranno (auspicabilmente al più presto). Ma possiamo già da ora interrogarci su alcune questioni che riguardano in generale lo stato delle nostre carceri. La vita interna è oggi allo sbando e l’episodio genovese ce lo dimostra in tutta la sua crudezza. “Il carcere trasparente” era il titolo del primo Rapporto in assoluto che l’associazione Antigone pubblicò all’inizio delle attività del proprio Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Italia. In quel titolo era racchiusa una grande parte della nostra filosofia: è la trasparenza delle carceri che previene gli abusi, le violenze dell’istituzione ma anche le distorsioni violente della vita quotidiana che possono arrivare a creare dinamiche come quella tragica avvenuta nella casa circondariale genovese. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Trasparenza significa tante cose diverse. Un carcere trasparente è un carcere che non ha paura di farsi attraversare dal territorio esterno, un carcere in cui la città entra con vigore, e non invece dove si ritrova solamente a firmare appelli una volta che il danno è oramai avvenuto. Oggi le carceri italiane sono sempre più chiuse. Si cancellano attività, si ostacolano percorsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma trasparenza significa anche che, al proprio interno, la vita carceraria deve fondarsi sulla conoscenza delle dinamiche sociali – di quella società complessa che la comunità penitenziaria costituisce – e non solamente sull’interposizione di barriere fisiche. I muri non costruiscono sicurezza. Gli organismi internazionali parlano di sorveglianza dinamica per riferirsi a quell’approccio alla sicurezza penitenziaria che la fonda sulla conoscenza delle interazioni, sulla prossimità, sul vivere i reparti detentivi. Se i poliziotti e gli educatori conoscono le dinamiche interne, se il direttore non governa il carcere dalla propria scrivania ma piuttosto scende nelle sezioni, avranno allora ben più possibilità di riuscire a intercettare e a prevenire episodi come quello di Marassi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’autentica sicurezza non si può costruire solamente con cancelli e sbarre. Bisogna conoscere le relazioni che si creano nella popolazione detenuta. Oggi invece il modello carcerario imposto è poco trasparente e chiuso, tragicamente chiuso. La carcerazione si concretizza in chiusura in celle affollate e insane, ozio forzato, vita senza stimoli. Ciò è sempre l’anticamera del degrado. Fatti come quelli che sarebbero avvenuti a Genova non devono sorprenderci ma devono indignarci. Serve prevenirli con un approccio educativo, conoscitivo e non chiudendo le persone in celle senza spazio come fossero bestie.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Susanna Marietti; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il video dell&#8217;intervista (<a href="https://youtu.be/6vSuzFGgALA?si=p7PaKW-OWf5WtKRA" target="_blank" rel="noreferrer noopener">link</a>)</strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il podcast (<a href="https://www.spreaker.com/episode/associazione-antigone-diritti-e-garanzie-del-sistema-penitenziario-intervista-a-susanna-marietti--67975220" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Spreaker</a>)</strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Il sistema penitenziario italiano si pone come obiettivo l&#8217;esclusione di determinate persone dal tessuto sociale oppure può reggersi davvero su un progetto di riabilitazione e di successivo reinserimento di chi è stato condannato dalla giustizia? </p>



<p class="wp-block-paragraph">Incappiamo spesso nella definizione di &#8220;pena&#8221;, il senso comune e i media fanno il resto invitandoci altrettanto spesso a sciorinare la solita equazione: &#8220;se è stato rinchiuso lì dentro, vuol dire che se lo è meritato&#8221;. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La vita, però, per quanto possa suonare facile e lineare a parole, è in realtà intrisa di complessità, imprevisti, cavilli, interpretazioni, giudizi. Non si tratta solo di stabilire cosa sia giusto o di chi sia la colpa di un reato: a quello ci pensano i giudici e i tribunali. Come società civile a ognuno di noi tocca interrogarsi sulla parte più difficile: ci tocca cioè chiederci se la pena debba essere solo una punizione più o meno esemplare o se invece il sistema penitenziario possa contribuire a riparare &#8211; con tutti i mezzi a disposizione &#8211; ciò che si è rotto nella persona condannata. </p>



<p class="wp-block-paragraph">A chi interessa recuperare o risanare qualcosa quando sembra essere più risolutivo rinchiudere e &#8220;buttare via la chiave&#8221;? Se è vero che questo discorso secondo alcuni potrebbe essere suscettibile di distinguo in base al tipo di reato commesso e al percorso di vita specifico del condannato, le persone che vivono al di fuori del carcere non possono rivestire il ruolo di giudici, non possono cioè entrare nel merito della condanna e di quanto essa sia corretta o meno. Ed è qui che sorgono i principali dissidi interiori per chi si interroga davvero su come funziona il sistema penitenziario in Italia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Dovremmo fare in modo che chi fa il peggio, riceva in cambio sempre e solo il peggio o dovremmo sperare che scontare una pena significhi innanzitutto fare in modo che chi viene giudicato colpevole possa porre rimedio al torto inflitto e restituire alla società una versione migliore di sé?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Susanna Marietti in questa intervista ha affermato che potrebbe esistere una società senza carceri. Questo comporterebbe però una ricostruzione totale degli schemi che costituiscono il nostro mondo, significherebbe ripensare da zero la struttura stessa su cui si fonda il nostro vivere. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda chiave &#8211; forse la più importante a cui siamo chiamati a rispondere &#8211; è: un carcere che toglie alle persone ogni forma di dignità, e le conduce spesso al suicidio, è utile e rispecchia davvero il senso del termine &#8220;giustizia&#8221;? </p>



<p class="wp-block-paragraph">Basta chiudere i condannati dentro e buttare via la chiave per dire che &#8220;giustizia è stata fatta&#8221;? E poi, chi sono questi cosiddetti condannati? Hanno avuto tutti un processo o sono ancora da tempo in attesa di un tribunale che discuta il loro caso?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La riflessione che il sistema penitenziario italiano oggi dovrebbe suscitare non è solo di tipo etico ma anche di carattere meramente pratico. Se proprio non abbiamo voglia di porci dubbi di coscienza, almeno dovremmo farci una domanda semplicissima sull&#8217;esistenza del carcere: <strong>Cui prodest?</strong> &#8211; a chi giova?, chi ne beneficia?</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Laura Ressa </p>



<p class="wp-block-paragraph">Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista</p>

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