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	<title>Galileo</title>
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	<description>Giornale di Scienza</description>
	<lastBuildDate>Mon, 25 May 2026 13:13:16 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Galileo</title>
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	<item>
		<title>Quanto bisogna dormire per invecchiare meno?</title>
		<link>https://www.galileonet.it/quanto-bisogna-dormire-per-invecchiare-meno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michael Joe Munyua Gachomba]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 13:13:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[invecchiamento]]></category>
		<category><![CDATA[sonno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Meno di 6 o più di 8 ore di sonno per notte accelerano l’età biologica di quasi tutti gli organi e aumentano il rischio di varie malattie</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non c’è solo l’età anagrafica, quella certificata dal nostro documento di identità. C’è anche l’<strong>età biologica,</strong> che non necessariamente coincide con gli anni vissuti a partire dalla nascita, ed è influenzata da fattori molteplici: <strong>geni, ambiente, e stili di vita</strong> concorrono infatti a regolare la velocità con cui invecchiamo. Con il passare del tempo, cellule, tessuti e organi accumulano danni fisiologici che aiutano la ricerca a <a href="https://www.galileonet.it/laurent-simons-piccolo-einstein-invecchiamento-fisica-quantistica/">quantificare l’invecchiamento, prevedere il rischio di malattie,</a> e persino la mortalità. Ma organi diversi invecchiano a ritmi diversi: ciascun organo ha insomma un suo orologio, le cui lancette avanzano più o meno velocemente. Ora uno studio di un team internazionale pubblicato su <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-026-10524-5"><em>Nature</em></a> indica che anche la durata del sonno è un buon indicatore del nostro invecchiamento: <strong>dormire poco, o troppo poco,</strong> potrebbe far accelerare gli orologi di quasi tutti gli organi e apparati, tra cui cervello, cuore, polmoni e sistema immunitario.</p>
<h2>Sonno e orologi biologici</h2>
<p>Il team di Junhao Wen, neuroscienziato alla Columbia University di New York e coordinatore dello studio, è in prima linea nello sviluppo di orologi biologici per i diversi organi, tecnica che fornirebbe ai pazienti informazioni più personalizzate sul loro stato di salute. “La domanda – dice Wen &#8211; è: possiamo collegare gli orologi biologici ad abitudini e <strong>stili di vita su cui intervenire per rallentare l’invecchiamento</strong>?”.</p>
<p>I ricercatori hanno analizzato dati proteomici, metabolomici, genetici, e di risonanza magnetica provenienti da mezzo milione di partecipanti di età compresa tra i 37 e gli 84 anni, disponibili in formato anonimo nella UK BioBank, la più grande banca di campioni biologici e dati clinici del Regno Unito. I volontari della biobanca, reclutati tra il 2006 e il 2010, hanno condiviso dati sanitari che potranno essere studiati per almeno 30 anni, con l’obiettivo di promuovere scoperte scientifiche orientate alla prevenzione, alla diagnosi e alla cura delle patologie.</p>
<p>Punto di forza dello studio è stato aggregare informazioni da organi e apparati diversi, e utilizzare metodi avanzati di machine learning per identificare tracce di invecchiamento. A partire da queste informazioni sono stati messi a punto 23 orologi biologici. I ricercatori hanno così potuto studiare come la durata del sonno dei partecipanti, emersa da questionari precedentemente compilati, sia legata all’età biologica di ciascun organo.</p>
<p>Secondo l’analisi, <a href="https://www.galileonet.it/consigli-prendere-sonno-addormentarsi/">chi dorme regolarmente meno di 6 ore o più di 8 ore per notte</a> mostra segni di un invecchiamento fisiologico più accelerato rispetto a chi dorme tra le 6 ore e mezzo e le 8 ore. A livello molecolare, una durata scarsa o una eccessiva sono associate a un’età biologica più avanzata in polmoni, cervello, fegato, sistema immunitario e pelle.</p>
<p>Sebbene lo studio non dimostri un nesso causale, ovvero che la durata del sonno da sola ci faccia invecchiare più lentamente o velocemente, indica però che <strong>sonno ed età biologica vanno di pari passo.</strong> Questi risultati consolidano studi precedenti sul ruolo del sonno nel mantenere l’integrità degli organi, l’equilibrio metabolico e quello immunitario.</p>
<h2>Sonno, malattie, e mortalità</h2>
<p>Le analisi statistiche hanno mostrato come la durata del sonno sia collegata al rischio di sviluppare determinate malattie, e a quello di mortalità. È emerso che una quantità di sonno insufficiente si associa all’insorgenza di disturbi mentali come depressione e disturbi d’ansia, di <strong>malattie croniche come obesità e diabete di tipo 2,</strong> e di malattie cardiovascolari, tra cui ipertensione e aritmie. Sia dormire troppo che troppo poco, invece, si associano al rischio di asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva, e ad alcuni disturbi dell’apparato digerente, tra cui gastrite e reflusso gastroesofageo.</p>
<p>Gli orologi biologici, sottolineano gli autori, sono anche utili per studiare il legame tra sonno e patologie specifiche come la depressione senile, condizione che già in passato era stata ricondotta alla qualità del sonno. Mentre un sonno scarso sembra avere un impatto diretto a livello sistemico, dormire troppo potrebbe agire tramite una via indiretta che coinvolge cervello e tessuto adiposo. Le analisi hanno inoltre rivelato che una quantità di <strong>sonno non ottimale aumenta il rischio di mortalità,</strong> a prescindere dalla causa di morte considerata.</p>
<p>Mentre molte campagne di informazione mettono in guardia dagli effetti negativi che alcune abitudini, come il fumo, l’abuso di alcol, o la sedentarietà, hanno sulla nostra salute, il sonno non sembra ricevere un’attenzione simile. Alla luce delle continue scoperte, <strong>rispettare le giuste dosi di sonno</strong> non sarebbe quindi da sottovalutare.</p>
<p><span class="text-Kvkr6N truncate-Pc_c1s textS-BC51wP">Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@theyshane?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Shane</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/woman-in-blue-shirt-lying-on-bed-hfvFunLkFgg?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Scienza &#038; Cinema: così i film apocalittici aiutano il dibattito sul clima</title>
		<link>https://www.galileonet.it/scienza-cinema-cosi-i-film-apocalittici-aiutano-il-dibattito-sul-clima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michael Joe Munyua Gachomba]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 11:46:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[fantascienza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sotto la guida di voci esperte si possono analizzare i film di fantascienza per capire come cambia il mondo e prepararsi al futuro. Lo dimostra uno studio condotto in Germania</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Onde alte come montagne, <strong>tornadi giganteschi che distruggono città</strong>, glaciazioni nell’arco di giorni, e migrazioni di massa. Sono alcune immagini dello scenario apocalittico in <em>The Day After Tomorrow</em>, film catastrofico del 2004 diretto da Roland Emmerich. <strong>Immagini realistiche o no?</strong> Senza un’analisi approfondita è difficile distinguere ciò che è verosimile da ciò che non lo è. Eppure anche i film di fantascienza possono fornire molti spunti per un dibattito scientifico.</p>
<p>Lo pensa un gruppo di ricerca dell’Università di Graz, che ha sperimentato un format innovativo in grado di combinare <strong>la proiezione di filmati, il commento degli esperti, e il dialogo con il pubblico:</strong> Science &amp; Cinema. Un’occasione per accendere una riflessione critica sulle questioni scientifiche e le <a href="https://www.galileonet.it/clima-recensione-libro-pongiglione/">sfide globali più attuali, come la crisi climatica.</a> Hildrun Walter, Fritz Treiber e colleghi hanno sfruttato alcuni spezzoni e raccolto le impressioni degli spettatori, descrivendo modalità e risultati del format in uno studio pubblicato su <a href="https://jcom.sissa.it/article/pubid/JCOM_2503_2026_N02/"><em>Journal of Science Communication</em>.</a></p>
<h2>Il format Science &amp; Cinema</h2>
<p>Per raggiungere pubblici diversi e confrontare le loro reazioni, gli autori hanno organizzato due eventi distinti: <strong>uno rivolto a studenti,</strong> svoltosi in un’aula dell’Università di Gratz, <strong>l’altro diretto a un pubblico generale</strong> in un cinema di Salisburgo durante un festival d’arte cittadino.</p>
<p>In entrambi gli eventi, il pubblico assisteva alla proiezione di clip tratte da film che affrontano <strong>idee e aspetti legati al cambiamento climatico.</strong> Si passava da scenari di glaciazione (<em>The Day After Tomorrow, Snowpiercer</em>), all’acqua e all’innalzamento dei mari (<em>Ice Age, A.I., Waterworld</em>), agli eventi estremi (<em>Twister, Geostorm</em>), alla siccità <em>(Mad Max, Soylent Green</em>) e alle migrazioni (<em>The March</em>).</p>
<p>Il format gioca anche con le emozioni. I filmati, infatti, si susseguivano in modo tale da suscitare un climax emotivo. Si partiva da contenuti leggeri e divertenti &#8211; “all’inizio le persone ridevano con Ice Age e scene simili”, racconta Walter &#8211; per arrivare a momenti <strong>più drammatici, come quello dedicato alle migrazioni.</strong> Dopo ogni filmato, scienziati e pubblico erano chiamati a discutere di come la scienza venisse rappresentata sullo schermo e delle possibili implicazioni.</p>
<p>Per valutare l’efficacia del format, i ricercatori hanno raccolto informazioni usando metodi qualitativi. Gli spettatori coinvolti nello studio hanno compilato questionari prima e dopo l’evento, e partecipato a un focus group, una discussione per condividere le proprie <strong>riflessioni sui temi trattati nei filmati,</strong> dando vita a un momento di confronto collettivo.</p>
<h2>Un potenziale da sfruttare</h2>
<p>Le differenze tra il pubblico universitario e quello del cinema mostrano un quadro interessante. “All’evento universitario avevamo persone più giovani, fortemente connesse a questo ambiente e ai temi proposti attraverso il loro lavoro o i loro studi”, spiega Walter. “All’evento al cinema, invece, avevamo anche persone arrivate tramite il festival d’arte o il programma del cinema”. A prescindere del pubblico di appartenenza, però, <strong>tutti si sono mostrati interessati e si sono sentiti informati.</strong></p>
<p>Il format promette di essere uno strumento efficace in quanto i partecipanti hanno iniziato a riflettere sulle proprie abitudini e su ciò che è possibile fare. “Gli spettatori &#8211; aggiunge Walter, parlando dei focus group – collegavano le clip dei film agli eventi del mondo reale e si chiedevano: questi scenari cinematografici potrebbero diventare realtà? <a href="https://www.galileonet.it/quanta-scienza-nella-fantascienza-di-the-martian/">Dove si trova il confine tra realtà e finzione?</a>”.</p>
<p>Science &amp; Cinema è facilmente replicabile e studi futuri con un numero maggiore di partecipanti saranno utili per <strong>valutare il suo impatto in modo più rigoroso.</strong> Senza dubbio, il format può raggiungere un pubblico vasto ed estendersi sul territorio, dove c’è una sala cinematografica che accoglie il suo pubblico, e <strong>persone motivate a confrontarsi</strong> su temi scientifici che ormai coinvolgono tutto e tutti.</p>
<p><span class="text-Kvkr6N truncate-Pc_c1s textS-BC51wP">Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@pipe_fx?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Felipe Bustillo</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/2-donne-sedute-sulla-sedia-di-cuoio-blu-che-tengono-i-bicchieri-di-plastica-bianchi-e-rossi-4VDRCoNuvE0?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/scienza-cinema-cosi-i-film-apocalittici-aiutano-il-dibattito-sul-clima/">Scienza &#038; Cinema: così i film apocalittici aiutano il dibattito sul clima</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Collega-Menti 2026, il Festival che accende il dibattito sul bisogno di equilibrio</title>
		<link>https://www.galileonet.it/collega-menti-2026-il-festival-che-accende-il-dibattito-sul-bisogno-di-equilibrio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marta Musso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 11:29:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[comuni]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[festival]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 2 al 4 ottobre prossimi oltre 60 eventi. Al centro della quarta edizione del Festival il tema dell’equilibrio</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/collega-menti-2026-il-festival-che-accende-il-dibattito-sul-bisogno-di-equilibrio/">Collega-Menti 2026, il Festival che accende il dibattito sul bisogno di equilibrio</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sarà il tema dell’<strong>equilibrio</strong> a guidare la quarta edizione di <a href="https://festivalcollegamenti.it/collegamenti2026/"><strong>Collega-Menti</strong></a>, il Festival promosso dall’Università di Udine e diretto scientificamente dalla giornalista e divulgatrice <strong>Barbara Gallavotti</strong>. Un appuntamento che dal 2 al 4 ottobre prossimi porterà in Friuli Venezia Giulia oltre 60 eventi dedicati al dialogo tra scienza, società, economia, salute e cultura, con lo scopo di trasformare il territorio in un laboratorio di confronto sul presente e sul futuro.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-133621" src="https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/LK8A0825-640x427.jpg" alt="" width="640" height="427" srcset="https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/LK8A0825-640x427.jpg 640w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/LK8A0825-1600x1067.jpg 1600w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/LK8A0825-320x213.jpg 320w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/LK8A0825-768x512.jpg 768w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/LK8A0825-1536x1024.jpg 1536w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/LK8A0825-2048x1365.jpg 2048w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/LK8A0825-630x420.jpg 630w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/LK8A0825-696x464.jpg 696w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/LK8A0825-1068x712.jpg 1068w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/LK8A0825-1320x880.jpg 1320w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<h2>Il Festival Collega-Menti</h2>
<p>Il Festival coinvolgerà le città di Udine, Gemona, Pordenone e Gorizia e vedrà la partecipazione di ospiti del mondo della scienza, dell&#8217;economia e della società. L’obiettivo è affrontare, attraverso molteplici punti di vista, uno dei temi più urgenti del nostro tempo: la difficoltà di mantenere un equilibrio personale e collettivo in una società che ha perso il baricentro, ma è sempre più segnata da pressioni, velocità e iperconnessione. “Il tema di quest’anno del Festival Collega-Menti tocca un nervo scoperto del nostro tempo: la necessità di un <strong>equilibrio</strong>, a livello personale, sociale e geopolitico, e insieme l’incapacità non solo di trovarlo, ma anche di pensarlo/immaginarlo&#8221;, afferma il rettore dell’Università di Udine Angelo Montanari. “Attraverso il Festival vogliamo dare voce alle tante competenze presenti in Ateneo, ma anche ospitare personalità di primo piano del panorama nazionale ed internazionale, con l’ambizione di diventare un luogo originale di riflessione e confronto nel panorama culturale contemporaneo”.</p>
<h2>Il tema dell&#8217;equilibrio</h2>
<p>A confermare quanto il tema sia sentito c&#8217;è un&#8217;indagine dell’Università di Udine lanciata attraverso i social dell&#8217;ateneo, che ha raccolto in pochi giorni le risposte di 625 italiani tra i 18 e i 60 anni. Dall’indagine emerge che il 46,6% degli intervistati considera lo stress legato a studio e lavoro la principale causa di disagio psicologico, mentre il 27,4% individua nel<strong> “digital overload”</strong>, il sovraccarico <a href="https://www.galileonet.it/il-se-nellera-digitale-corpo-neuroni-specchio-e-identita/">digitale</a>, uno dei fattori più destabilizzanti. Dati che fotografano una società sempre più affaticata e che rendono ancora più attuale il filo conduttore del Festival. “Sempre più ci rendiamo conto dell’importanza dell’equilibrio per la salute delle persone, delle società e del pianeta”, spiega Barbara Gallavotti.“Lo sanno bene medici e biologi, che puntano i riflettori sull’equilibrio ormonale, su quello tra attività fisica e sedentaria, fra sonno e veglia, nell’alimentazione e in molto altro. Gli ecologi ci dicono che un ecosistema è sano quando le specie che lo abitano sono in equilibrio fra loro, così come devono essere in equilibrio molti fattori perché il pianeta sia accogliente per tutti i viventi che lo abitano. Anche nell’economia, nella convivenza fra i popoli, persino nell’arte è fondamentale trovare i giusti bilanciamenti. Per questo abbiamo deciso di dedicare l’edizione 2026 di Collega-Menti a questo tema, con l’obiettivo di riflettere insieme su come vorremmo fosse il futuro”.</p>
<h2>Le strategie nell&#8217;era dello stress</h2>
<p>Secondo l&#8217;indagine, inoltre, è emerso che il 39,4% delle persone dichiara di sentirsi “fuori equilibrio”, mentre il 25% indica le relazioni personali e professionali come ambito più vulnerabile. Va da sé, quindi, che il 57,3% degli intervistati desidera maggiori informazioni e approfondimenti scientifici su corpo, mente e salute. Le strategie considerate più efficaci per recuperare la stabilità dai partecipanti sono soprattutto il contatto con la <a href="https://www.galileonet.it/arte-natura-medico-mostre-passeggiate/">natura</a> (31,5%) e la riscoperta di relazioni sane (29,3%). “Quel che emerge è una società dello stress che ci manda fuori asse nel rapporto con noi stessi e nella nostra vita di relazione”, conclude Eugenio Mazzarella, professore emerito dell’Università Federico II di Napoli. “Non a caso la ricerca di un riequilibrio è affidata a movimento, sport, ritorno alla natura”.</p>
<p>Credits immagine di copertina: <a href="https://unsplash.com/it/@hautier?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Christophe Hautier</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/top-grigio-902vnYeoWS4?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/collega-menti-2026-il-festival-che-accende-il-dibattito-sul-bisogno-di-equilibrio/">Collega-Menti 2026, il Festival che accende il dibattito sul bisogno di equilibrio</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Dopo ebola e Covid, il mondo non è al sicuro da nuove emergenze</title>
		<link>https://www.galileonet.it/emergenze-ebola-covid-epidemie-pandemia-gpmb/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marta Musso]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 13:38:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[ebola]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[vaccini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.galileonet.it/?p=133613</guid>

					<description><![CDATA[<p>È questo l'avvertimento del team di esperti del Global Preparedness Monitoring Board, secondo cui stiamo facendo passi indietro, rendendo le nostre società meno resilienti alla prossima emergenza</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/emergenze-ebola-covid-epidemie-pandemia-gpmb/">Dopo ebola e Covid, il mondo non è al sicuro da nuove emergenze</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A distanza di anni dall&#8217;epidemia di <a href="https://www.wired.it/article/ebola-focolaio-repubblica-democratica-del-congo-cosa-ha-detto-oms/" target="_blank" rel="noopener"><strong>ebola</strong></a> e dalla pandemia di <a href="https://www.wired.it/article/coronavirus-pandemia-emergenza-internazionale-oms/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Covid-19</strong></a>, il mondo non è al sicuro, ma sull&#8217;orlo di <strong>danni pandemici</strong> ancora maggiori. È questo l&#8217;allarme lanciato dal nuovo <a class="external-link" href="https://gpmb.org/reports/m/item/a-world-on-the-edge-2026-report" target="_blank" rel="nofollow noopener" data-offer-url="https://gpmb.org/reports/m/item/a-world-on-the-edge-2026-report" data-event-click="{&quot;pattern&quot;:&quot;ExternalLink&quot;}" data-event-boundary="click" data-in-view="{&quot;pattern&quot;:&quot;ExternalLink&quot;}" data-include-experiments="true">rapporto</a> del gruppo di esperti del Global Preparedness Monitoring Board (Gpmb), appena presentato al margine della 79esima Assemblea mondiale della sanità. Secondo gli scienziati, infatti, a circa 10 anni dalla più grande <a href="https://www.wired.it/scienza/medicina/2014/10/22/tutto-sapere-virus-epidemia-ebola/" target="_blank" rel="noopener"><strong>epidemia di ebola</strong></a> (2014/2016) che ha messo in luce pericolose lacune nella preparazione alle epidemie, e a 6 anni da quando il <strong>Covid-19</strong> ha trasformato queste mancanze in una catastrofe globale, le evidenze sono inequivocabili: un decennio di investimenti non ha tenuto il passo con il crescente rischio di <a href="https://www.wired.it/article/one-health-programma-globale-evitare-prossima-pandemia/" target="_blank" rel="noopener">pandemia</a>.</p>
<h2>Il mondo non è al sicuro</h2>
<p>Il nuovo rapporto ha analizzato un decennio di emergenze sanitarie pubbliche di rilevanza internazionale (Pheic), dall&#8217;ebola in <a href="https://www.wired.it/scienza/medicina/2016/11/04/virus-ebola-pericoloso/" target="_blank" rel="noopener">Africa occidentale</a> al Covid-19 fino al <a href="https://www.wired.it/article/epidemie-nel-mondo-focolai-preoccupazione-oms/" target="_blank" rel="noopener">Mpox</a> (vaiolo delle scimmie), valutandone l&#8217;impatto sui sistemi sanitari, sulle economie e sulle società. Dall&#8217;analisi di indicatori chiave, quali l&#8217;accesso equo a diagnosi, vaccini e terapie, è emerso che il mondo sta facendo passi indietro. Per esempio, i <a href="https://www.wired.it/article/vaiolo-delle-scimmie-moderna-vaccino-sperimentale-mrna-moderna/" target="_blank" rel="noopener">vaccini</a> contro <strong>Mpox</strong> hanno raggiunto i Paesi a basso reddito colpiti quasi <strong>2 anni dopo</strong> l&#8217;inizio dell&#8217;epidemia, un arco di tempo maggiore ai 17 mesi che ci sono voluti per i <a href="https://www.wired.it/article/covid-19-vaccini-effetti-collaterali-rischi-salute-risultati-piu-grande-studio-globale/" target="_blank" rel="noopener"><strong>vaccini anti-Covid</strong></a>. Inoltre, sottolineano gli esperti, l&#8217;impatto di queste emergenze va oltre la salute e l&#8217;economia: sia l&#8217;ebola che il Covid-19, infatti, hanno minato la <strong>fiducia</strong> nei governi, nelle libertà civili e nelle norme democratiche, “un danno amplificato da risposte politicizzate, attacchi alle istituzioni scientifiche e polarizzazione che sono persistiti anche dopo la fine delle crisi, rendendo le <strong>società</strong> meno resilienti alla <strong>prossima emergenza</strong>”, si legge nel documento.</p>
<h2>Sull&#8217;orlo di un&#8217;altra pandemia</h2>
<p>Per gli esperti, quindi, con l&#8217;aumentare delle epidemie di <a href="https://www.wired.it/article/cambiamenti-climatici-malattie-infettive/" target="_blank" rel="noopener"><strong>malattie infettive</strong></a> il rischio di un&#8217;altra pandemia a breve termine colpirebbe un mondo ancor più diviso, più indebitato e meno in grado di proteggere i propri cittadini rispetto a 10 anni fa, esponendo tutti i Paesi a impatti potenzialmente maggiori in termini di <strong>salute</strong>, <strong>società</strong> ed <strong>economia</strong> e una minore capacità di ripresa. “Un decennio di investimenti non ha tenuto il passo con il crescente rischio di pandemia”, avvertono dal Gpmb. Dall&#8217;altra parte, tuttavia, il rapporto sottolinea il potenziale dell&#8217;<a href="https://www.wired.it/article/intelligenza-artificiale-previsione-terremoti-pandemie-apprendimento-attivo/" target="_blank" rel="noopener"><strong>intelligenza artificiale</strong></a> e delle tecnologie digitali per migliorare la preparazione, soprattutto per il monitoraggio delle <strong>minacce pandemiche</strong>, evidenziando però che “senza una governance e delle garanzie efficaci, queste potrebbero in realtà ridurre la <strong>sicurezza sanitaria</strong> e accelerare le disparità di accesso che hanno caratterizzato la pandemia di Covid-19”, spiegano gli esperti. &#8220;Il mondo non è a corto di soluzioni&#8221;, ha commentato la co-presidente del Gpmb, Kolinda Grabar-Kitarovic. &#8220;Ma senza <strong>fiducia</strong> ed <strong>equità</strong>, queste soluzioni non raggiungeranno le persone che ne hanno più bisogno. I leader politici, l&#8217;industria e la società civile possono ancora cambiare la traiettoria della <strong>preparazione globale</strong>, se trasformano i loro impegni in progressi misurabili prima che si verifichi la prossima crisi&#8221;.</p>
<h2>Le priorità</h2>
<p>Il Gpmb, che concluderà il suo mandato nel 2026, ha individuato <strong>3 priorità</strong> per i leader politici per poter invertire queste tendenze: istituire un meccanismo di <strong>monitoraggio</strong> permanente e indipendente per tracciare il rischio pandemico, promuovere un <strong>accesso equo</strong> a vaccini, test e trattamenti salvavita attraverso la conclusione dell&#8217;<a href="https://www.google.com/search?q=accordo+pandemia+who+wired&amp;sca_esv=916ec883b16d68de&amp;biw=1360&amp;bih=681&amp;sxsrf=ANbL-n5h6lwfA7mkKi3lVH-gnM11f_7TXg%3A1779180026860&amp;ei=-iEMasGdNNm79u8P4duJiQ0&amp;ved=0ahUKEwjBgviL-sSUAxXZnf0HHeFtItEQ4dUDCBI&amp;uact=5&amp;oq=accordo+pandemia+who+wired&amp;gs_lp=Egxnd3Mtd2l6LXNlcnAiGmFjY29yZG8gcGFuZGVtaWEgd2hvIHdpcmVkMggQABiABBiiBDIFEAAY7wUyCBAAGIAEGKIEMgUQABjvBUjVGFAAWPkVcAB4AJABAJgBaqABxw2qAQQxOC4yuAEDyAEA-AEBmAIQoALSC8ICCBAAGAcYHhgTwgIKEAAYBxgeGBMYCsICBhAAGAcYHsICCBAAGAcYHhgKwgIIEAAYCBgHGB6YAwCSBwQxMy4zoAfcVbIHBDEzLjO4B9ILwgcFMS43LjjIBzaACAE&amp;sclient=gws-wiz-serp" target="_blank" rel="noopener">Accordo sulle pandemie</a> e garantire finanziamenti solidi sia per le attività di preparazione che per quelle di risposta al &#8220;giorno zero&#8221;. &#8220;Se la fiducia e la cooperazione continuano a vacillare, ogni Paese sarà più esposto quando scoppierà la prossima <strong>pandemia</strong>”, ha concluso Joy Phumaphi, co-presidente del Gpmb. “La preparazione non è solo una sfida tecnica, ma anche una prova di leadership politica&#8221;.</p>
<p>Via: <a href="https://www.wired.it/article/a-sei-anni-da-covid-19-mondo-non-sicuro-pandemie-ma-orlo-danni-ancora-maggiori/">Wired.it</a></p>
<p>Credits immagine: <a href="https://unsplash.com/it/@fotomuhabiriomer?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Ömer Faruk Yıldız</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/foto-in-scala-di-grigi-delluomo-che-indossa-gli-occhiali-U7rwm4WmIPA?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></p>
<p>Leggi anche: <a href="https://www.galileonet.it/peggiori-pandemie-influenzali-ultimo-secolo/"><span class="s1">Influenza, quali sono state le peggiori pandemie dell’ultimo secolo?</span></a></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/emergenze-ebola-covid-epidemie-pandemia-gpmb/">Dopo ebola e Covid, il mondo non è al sicuro da nuove emergenze</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
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		<title>Depressione, allo studio lenti a contatto per stimolare il cervello</title>
		<link>https://www.galileonet.it/lenti-contatto-cervello-studio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marta Musso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 11:32:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[occhi]]></category>
		<category><![CDATA[vista]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.galileonet.it/?p=133610</guid>

					<description><![CDATA[<p>Testate per ora solo sui topi, si sono dimostrate efficaci sui sintomi comportamentali, neurali e fisiologici della malattia</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/lenti-contatto-cervello-studio/">Depressione, allo studio lenti a contatto per stimolare il cervello</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono efficaci proprio come l&#8217;antidepressivo <a href="https://www.wired.it/scienza/medicina/2016/01/18/studo-prozac-sindrome-down/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Prozac</strong></a>. Si tratta di nuove <strong>lenti a contatto</strong>, morbide e trasparenti, capaci di inviare, attraverso la retina, lievi segnali elettrici al <strong>cervello</strong>, stimolando le regioni associate alla <a href="https://www.wired.it/article/disturbo-depressivo-maggiore-criteri-dsm-5-definizione-sintomi/" target="_blank" rel="noopener"><strong>depressione</strong></a>. A metterle a punto sono stati i ricercatori dell&#8217;Università di Yonsei che, presentandole in uno <a class="external-link" href="https://www.cell.com/cell-reports-physical-science/fulltext/S2666-3864(26)00209-2" target="_blank" rel="nofollow noopener" data-offer-url="https://www.cell.com/cell-reports-physical-science/fulltext/S2666-3864(26)00209-2" data-event-click="{&quot;pattern&quot;:&quot;ExternalLink&quot;}" data-event-boundary="click" data-in-view="{&quot;pattern&quot;:&quot;ExternalLink&quot;}" data-include-experiments="true">studio</a> pubblicato sulla rivista <strong>Cell Reports Physical Science</strong>, ne hanno dimostrato l&#8217;efficacia per ora solo sui topi. Osservando una riduzione dei sintomi comportamentali, neurali e fisiologici della <strong>depressione</strong> dopo tre settimane di trattamento con le lenti a contatti, <strong>gli autori sperano riuscire a passare presto alla sperimentazione sugli esseri umani</strong>.</p>
<h2>L&#8217;occhio come via per arrivare al cervello</h2>
<p>I trattamenti per trattare la <strong>depressione</strong> si basano su <a href="https://www.wired.it/article/depressione-farmaci-lsd-non-psichedelico-come-funziona-studio/" target="_blank" rel="noopener">farmaci</a>, <a href="https://www.wired.it/article/depressione-impianto-cerebrale-motif-neurotech-sperimentazione-esseri-umani/" target="_blank" rel="noopener">impianti cerebrali</a> e terapia elettroconvulsivante, che sostanzialmente agiscono prendendo di mira le regioni e i circuiti cerebrali responsabili dell&#8217;umore. Dato che la retina è collegata a queste regioni cerebrali, quindi, gli autori del nuovo studio si sono chiesti se l&#8217;occhio potesse essere una via alternativa per stimolare il <strong>cervello</strong>. &#8220;Dato che l&#8217;occhio è anatomicamente parte del cervello, ci siamo chiesti se una semplice lente a contatto potesse fungere da porta d&#8217;accesso delicata e non invasiva ai circuiti cerebrali che controllano l&#8217;<strong>umore</strong>&#8220;, ha commentato l&#8217;autore Jang-Ung Park.</p>
<h2>La tecnologia dietro le lenti a contatto</h2>
<p>I ricercatori hanno così messo a punto le nuove lenti a contatto che, oltre ad essere trasparenti e flessibili, sono dotate di <strong>elettrodi</strong> di ossido di gallio e platino, capaci di <strong>stimolare</strong> specifiche aree del <a href="https://www.wired.it/scienza/medicina/2017/03/08/depressione-cervello-altera-forma/" target="_blank" rel="noopener">cervello</a> grazie all&#8217;<strong>interferenza temporale</strong>, in cui i segnali elettrici si attivano solo nel punto di intersezione. &#8220;Immaginate due torce elettriche: ogni fascio di luce preso singolarmente è debole, ma dove si sovrappongono appare un punto luminoso, e questo punto luminoso può essere creato anche a grande distanza dalle torce stesse”, ha spiegato Park. Le nuove lenti a contatto farebbero proprio la stessa cosa con i segnali elettrici. “Sebbene gli elettrodi siano posizionati sulla superficie dell&#8217;occhio, i <strong>segnali</strong> si attivano solo dove si incontrano sulla <a href="https://www.wired.it/article/retina-artificiale-liquida-retinite-pigmentosa-studio/" target="_blank" rel="noopener"><strong>retina</strong></a>, in profondità all&#8217;interno dell&#8217;occhio, attivando delicatamente i circuiti naturali che trasportano il segnale alle regioni cerebrali coinvolte nella <a href="https://www.wired.it/article/caffe-effetti-benefici-studio-umore-microbioma-stress/" target="_blank" rel="noopener"><strong>regolazione</strong> <strong>dell&#8217;umore</strong></a>”.</p>
<h2>I test sui topi</h2>
<p>Da qui, gli autori hanno testato le loro lenti a contatto in topi con <a href="https://www.wired.it/scienza/medicina/2019/06/07/tutto-sbagliato-genetica-depressione/" target="_blank" rel="noopener"><strong>depressione</strong></a> indotta, che sono stati valutati prima e dopo un trattamento di tre settimane con test comportamentali, registrazioni elettrofisiologiche dell&#8217;attività cerebrale e misurazioni dei biomarcatori nel sangue e nel cervello associati alla depressione. Dalle successive analisi è emerso che la loro tecnologia ha portato a un <strong>miglioramento comportamentale</strong>, paragonabile a quello della fluoxetina (il principio attivo del Prozac), a un ripristino della connettività tra l&#8217;<a href="https://www.wired.it/scienza/medicina/2018/04/17/stimolazione-cerebrale-depressione/" target="_blank" rel="noopener"><strong>ippocampo</strong></a> e la <strong>corteccia prefrontale</strong>, persa a causa della depressione, a una riduzione dei livelli di <strong>molecole infiammatorie</strong> nel cervello e del 48% del corticosterone nel sangue e, infine, a un aumento del 47% dei livelli di <strong>serotonina</strong> rispetto al gruppo di controllo. &#8220;Siamo rimasti colpiti dal fatto che i miglioramenti si siano manifestati <strong>contemporaneamente</strong> a livello comportamentale, di attività cerebrale e biologico, e che l&#8217;effetto fosse paragonabile a quello di un farmaco antidepressivo ampiamente utilizzato&#8221;, ha commentato Park.</p>
<h2>Le prime lenti a contatto per un disturbo mentale</h2>
<p>Sebbene in precedenza siano state già sviluppate lenti a contatto intelligenti per monitorare disturbi oculari e metabolici, queste presentate nel nuovo studio sono le prime che vengono usate per un <strong>disturbo mentale</strong>. &#8220;Il nostro lavoro apre una frontiera completamente nuova nel trattamento dei disturbi cerebrali attraverso la <strong>vista</strong>&#8220;, ha precisato l&#8217;esperto. &#8220;Crediamo che questo approccio indossabile e privo di farmaci offra enormi potenzialità per trasformare il modo in cui vengono trattati la depressione e altre <strong>patologie cerebrali</strong>, tra cui <a href="https://www.wired.it/article/superare-ansia-scoperto-il-circuito-nel-nostro-cervello-per-placarla/" target="_blank" rel="noopener">ansia</a>, tossicodipendenza e declino cognitivo”. Il prossimo passo dei ricercatori sarà ora quello di testare la sicurezza a lungo termine delle lenti a contatto su animali di grossa taglia prima di passare alle sperimentazioni cliniche sui pazienti. &#8220;Come ogni nuova tecnologia medica, le nostre lenti a contatto dovranno essere sottoposte a rigorose valutazioni cliniche sui pazienti prima di essere immesse sul mercato&#8221;, ha concluso l&#8217;esperto.</p>
<p>Via: <a href="https://www.wired.it/article/studio-presenta-prime-lenti-a-contatto-contro-depressione-che-potrebbero-funzionare-come-farmaci/">Wired.it</a></p>
<p>Credits immagine: <a href="https://pixabay.com/it/users/slavoljubovski-14965075/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4818784">Martin Slavoljubovski</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4818784">Pixabay</a></p>
<p>Leggi anche: <a href="https://www.galileonet.it/depressione-stagionale-cosa-e-come-affrontarla-meglio/">Cos’è la depressione stagionale e come affrontarla al meglio</a></p>
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		<title>Anche i dinosauri erano dei genitori amorevoli</title>
		<link>https://www.galileonet.it/anche-i-dinosauri-erano-dei-genitori-amorevoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michael Joe Munyua Gachomba]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 10:50:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vita]]></category>
		<category><![CDATA[dinosauri]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[uccelli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.galileonet.it/?p=133597</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’analisi dell’usura dentale suggerisce che già 80 milioni di anni fa gli adulti nutrivano i più piccoli fornendo loro cibo molto nutriente</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/anche-i-dinosauri-erano-dei-genitori-amorevoli/">Anche i dinosauri erano dei genitori amorevoli</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Anche dopo milioni di anni, i <strong>denti</strong> possono dirci molto sulle abitudini alimentari dei loro possessori. Per esempio, le tracce rinvenute sui denti fossili di <strong><em>Maiasaura peeblesorum</em></strong>, un <strong>dinosauro erbivoro</strong> lungo 9 metri e vissuto tra i 75 e gli 80 milioni di anni fa, durante il Cretaceo superiore, indicano che i piccoli mangiavano cibi più nutrienti rispetto a quelli assunti dagli <a href="https://www.galileonet.it/come-hanno-fatto-i-dinosauri-a-diventare-cosi-grandi/">animali</a> adulti, e fanno ipotizzare forme di <strong>accudimento</strong> simili a quelle presenti in alcune specie di <strong>uccelli odierni</strong>. È quanto emerge da uno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0031018226001707?via%3Dihub">studio</a> condotto dai paleontologi John Hunter, dell’Università statale dell&#8217;Ohio, e Christine Janis, dell’Università di Bristol, pubblicato sulla rivista <em>Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology.</em> La ricerca aiuta a comprendere l’evoluzione di comportamenti sociali protettivi nei confronti della prole in alcuni animali, spostando la loro origine alla preistoria.</p>
<h2>Denti diversamente usurati</h2>
<p><em>Maiasaura peeblesorum</em> è una specie di <strong>dinosauro</strong> appartenente alla famiglia degli adrosauridi o <strong>adrosauri</strong>, soprannominati dinosauri a becco d’anatra, per la forma particolare del muso largo e piatto. Viveva in branchi di grandi dimensioni nel Nord America, specialmente nel <strong>Montana</strong>, dove si concentra la maggior parte dei ritrovamenti fossili.</p>
<p>Nel 1978, quindici piccoli scheletri di adrosauro sono stati rinvenuti uno vicino all’altro in una struttura simile a un nido, insieme a resti di gusci d’uovo. Per i paleontologi si tratta della prima evidenza di organizzazione familiare in un gruppo di dinosauri, e alcuni ipotizzano che gli individui adulti si prendessero cura dei più giovani. Tant’è vero che la specie è stata chiamata <em>Maiasaura</em>, “buona madre lucertola”, riferendosi alla dea greca Maia che nella mitologia romana incarnava il concetto di crescita. Ora un’analisi più attenta dei denti fossili rafforza l’ipotesi delle <strong>cure parentali</strong>, e rivela nuovi indizi su come gli adulti nutrissero i piccoli.</p>
<p>Gli autori dello studio hanno confrontato i segni di usura dei denti rinvenuti sugli scheletri fossilizzati. Gli adulti mostravano un’usura da “tranciamento”, che deriva dal tirare e tagliare cibi duri e fibrosi, e che lascia dei denti più sporgenti. I giovani <em>Maiasaura</em>, invece, presentavano un’usura da “schiacciamento” che si genera dal movimento verticale dei denti uno contro l’altro, adatto a frantumare <a href="https://www.galileonet.it/ultimo-pasto-dinosauro-corazzato/"><strong>cibi</strong> </a>più morbidi e dalla struttura omogenea. Di conseguenza, i denti risultano più piatti e orizzontali.</p>
<p>Per spiegare le loro osservazioni, i ricercatori hanno collegato queste differenze ai dati provenienti da mammiferi erbivori odierni. I ruminanti, come cavalli, bovini, o antilopi che si nutrono di erba, germogli, e foglie ricche in fibra ma dal basso valore proteico, hanno profili dentali più simili a quelli degli adrosauri adulti. Invece i mammiferi frugivori, come i tapiri, che si nutrono di cibi poveri in fibra ma più ricchi di proteine e carboidrati solubili come semi e frutta, hanno profili dentali più simili ai piccoli adrosauri. È quindi molto probabile che i giovani <em>Maiasaura </em>mangiassero cibi più nutrienti rispetto a quelli ingeriti dai loro genitori.</p>
<h2>Dai fossili alle cure parentali</h2>
<p>Ricerche precedenti hanno ipotizzato che i piccoli <em>Maiasaura</em> rimanessero in prossimità del nido per 45-70 giorni dal momento della schiusa dell’uovo. È quindi improbabile che vagassero alla ricerca di cibo ma che dipendessero dai genitori per sfamarsi. Questa condizione accompagna le specie altriciali, quelle in cui i piccoli sono sottosviluppati alla nascita e maturano con l’aiuto degli adulti. Tratto che accomuna varie specie di uccelli e mammiferi, umani compresi. Secondo il nuovo studio, insomma, i <em>Maiasaura</em> si sarebbero dimostrati dei genitori attenti, alimentando la prole con pasti più nutrienti di quelli che loro stessi consumavano.</p>
<p>Gli autori non escludono però anche una spiegazione alternativa. Invece di consumare cibi diversi, è possibile che i genitori nutrissero i figli rigurgitando parzialmente il cibo dalla bocca, un comportamento oggi diffuso tra varie specie animali. Ma una dieta dall’alto valore nutritivo e quindi di alta qualità, sottolineano gli autori, ben si sposa con la crescita ossea rapida, quasi esplosiva, che i piccoli <em>Maiasaura</em> manifestavano nel primo anno di vita. “Per gli uccelli, <em>nutrire i piccoli è un comportamento molto antico</em>”, spiega John Hunter. “Il nostro studio dimostra che questo comportamento è in realtà ancora più antico ed era probabilmente presente anche fra i <strong>dinosauri</strong>”.</p>
<p>Credits immagine: <a title="User:Meridas" href="https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Meridas">Meridas</a> (Vladimír Socha) via Wikimedia Commons <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.en">CC</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/anche-i-dinosauri-erano-dei-genitori-amorevoli/">Anche i dinosauri erano dei genitori amorevoli</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
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		<title>Nutrire il pianeta senza distruggerlo: la sfida dell’agroecologia</title>
		<link>https://www.galileonet.it/nutrire-il-pianeta-senza-distruggerlo-la-sfida-dellagroecologia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maria Arcà]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 14:52:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.galileonet.it/?p=133589</guid>

					<description><![CDATA[<p>Tra agricoltura intensiva, monocolture, allevamenti e crisi climatica, una riflessione lucida sulle scelte necessarie per nutrire l’umanità senza compromettere il futuro della Terra</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/nutrire-il-pianeta-senza-distruggerlo-la-sfida-dellagroecologia/">Nutrire il pianeta senza distruggerlo: la sfida dell’agroecologia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La storia delle civiltà ci racconta come le possibilità di sopravvivenza umane si siano sempre intrecciate con capacità di utilizzare (e sfruttare) differenti risorse in una incessante trasformazione di quanto, vivente o non vivente, potesse dimostrarsi utile alla vita della nostra specie. Di volta in volta l’uso di nuove e diverse fonti energetiche permetteva nuovi modi di vivere, accresceva e arricchiva le popolazioni, modificava ulteriormente gli ambienti in cui si svolgeva la vita. Così, nella continua ricerca di cibo, in diverse parti del mondo le <strong>popolazioni umane hanno sviluppato efficaci pratiche di agricoltura</strong> modellando il proprio modo di vivere sulle condizioni ambientali che si succedevano nel tempo.</p>
<figure id="attachment_133592" aria-describedby="caption-attachment-133592" style="width: 308px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="wp-image-133592 size-medium" src="https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/agroecologia-308x480.jpg" alt="" width="308" height="480" srcset="https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/agroecologia-308x480.jpg 308w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/agroecologia-154x240.jpg 154w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/agroecologia-269x420.jpg 269w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/05/agroecologia.jpg 536w" sizes="(max-width: 308px) 100vw, 308px" /><figcaption id="caption-attachment-133592" class="wp-caption-text"><a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815395801">Francesco Lami, Agroecologia. Riconciliare natura e agricoltura. Il Mulino. Farsi una idea 2026 &#8211; pp. 162, € 13,00</a></figcaption></figure>
<h2>Lo sviluppo dell&#8217;agricoltura</h2>
<p>Francesco Lami, ricercatore in Scienze e Tecnologie Agroalimentari preso l’Università di Bologna, tratteggia con efficacia <strong>la complessità dei problemi alimentari</strong> che oggi una popolazione al limite dei nove miliardi di individui deve risolvere per la sua sopravvivenza, analizza la relazione tra esigenze umane e resilienza ambientale, mette in evidenza le <a href="https://www.galileonet.it/agricoltura-biodinamica-confusione-biologica/">possibili alternative presentate dallo sviluppo dell&#8217;agricoltura</a> ad una umanità che ha praticamente “divorato” una buona parte del pianeta.</p>
<h2>Interazioni tra specie e ambiente</h2>
<p>Esigenze alimentari ed economiche hanno portato a nuove conoscenze scientifiche sul mondo vegetale rilevando <strong>l’importanza delle interazioni tra le componenti biotiche e abiotiche reciprocamente indispensabili</strong> al mantenimento in un sistema ecologico complesso. Lami commenta come le interazioni tra specie e ambiente siano il fondamento dei processi evolutivi: le differenze valorizzano nuove potenzialità e attivano comportamenti flessibili, ad esempio permettendo il manifestarsi di caratteristiche <em>sfumate o di proprietà emergenti</em> in organismi che così riescono a vivere in situazioni diverse da quelle abituali.</p>
<h2>I servizi ecosistemici</h2>
<p><a href="https://www.galileonet.it/biodiversita-tutto-quello-che-ancora-non-sappiamo-libro-mazzotti-zoologo/">Sappiamo che la biodiversità è alla base delle interazioni funzionali tra specie:</a> in ogni ecosistema piante, animali, microrganismi si influenzano competendo tra loro o favorendo l‘esistenza reciproca che, sempre, dipende dalla vita e dai comportamenti complessivi. Lami riporta diversi esempi per spiegare come gli intrecci nella biodiversità, nelle diverse esigenze, nei diversi modi di vivere permettono la sopravvivenza di specie che offrono e utilizzano <em>servizi </em>legati alla vita di altri. Tra i più importanti <em>servizi ecosistemici </em>Lami cita ad esempio la <strong>purificazione dell’aria e dell’acqua, la produzione di ossigeno, il mantenimento della qualità e della fertilità del suolo,</strong> il riciclo della materia organica morta.</p>
<h2>Preservare la biodiversità</h2>
<p>In questo complesso intreccio di interazioni si sviluppano le attività umane che tendono a soddisfare le nostre specifiche esigenze alimentari. L’agroecologia, spiega Lami, ha proprio l’obiettivo di proteggere la nostra sopravvivenza attraverso modi corretti di gestire l’agricoltura, <strong>cercando di erodere al minimo la biodiversità</strong> e mantenendo – per quanto possibile &#8211; un equilibrio tra i nostri bisogni e quelli degli organismi animali e vegetali, da cui dipendiamo. È vero che insetti e patogeni possono provocare gravi danni all’agricoltura, che le piante infestanti sottraggono spazio, acqua e risorse nutritive alle piante coltivate producendo inoltre abbondanti quantità di semi che possono germinare anche a distanza di anni. Ma la competizione è quasi sempre ineguale e i mezzi tecnologici a nostra disposizione sono spesso devastanti.</p>
<h2>Un linguaggio bellicoso</h2>
<p>È interessante notare anche come il linguaggio stesso sia estremamente aggressivo e indichi piante e animali che da sempre hanno condiviso la nostra storia evolutiva come <strong>nemici, infestanti, parassiti, dannosi, pericolosi, velenosi o comunque da sterminare.</strong> L’agricoltura “commerciale” di oggi, infatti, non si limita a distruggere prati e foreste per sostituirvi campi in cui si praticano colture intensive o ad avvelenare gli habitat di una quantità di insetti tra cui – fondamentali &#8211; gli impollinatori. È diffuso infatti l’uso massiccio di agrofarmaci, che comprendono pesticidi, fungicidi, erbicidi ed altri prodotti che, trasportati dalle acque e dal vento, hanno una dispersione molto ampia e piuttosto stabile nel tempo. Ci si sta accorgendo, però, che <strong>gli effetti del loro uso sono piuttosto discutibili ed anche di breve durata,</strong> perché generano in breve tempo grandi quantità di organismi resistenti, in un inseguimento biologico senza quartiere che &#8211; sempre usando l’abituale linguaggio guerrafondaio &#8211; porta a rendere più efficace l’aggressività reciproca.</p>
<h2>I problemi del sottosuolo</h2>
<p>Altre battaglie si combattono nel sottosuolo dove vivono – al buio &#8211; microrganismi, larve e microfauna di vario tipo. Qui la sostanza organica derivata dalla decomposizione di vegetali e animali è essenziale allo sviluppo dei nuovi vegetali, e l’intreccio delle radici permette scambi di sostanze e di informazioni che possono indurle a crescere in direzione di acqua o di vari nutrienti. Ma <strong>pesticidi e fertilizzanti modificano la chimica dei suoli,</strong> forzano o accelerano la crescita dei vegetali, sterminano larve nemiche. La parte non metabolizzata dei concimi e dei sali cosparsi sul terreno è – ovviamente &#8211; solubile in acqua e va ad ipernutrire paludi, laghi e corsi d’acqua che presentano fioriture anomale in superficie e putrefazione nei fondali. A questi scenari piuttosto catastrofici Lami aggiunge un&#8217;altra serie di problemi: le infezioni delle monocolture geneticamente omogenee, come quella per cui un fungo distrusse completamente la più diffusa varietà di banane, o quella per cui la peronospora, un altro fungo, distruggendo i raccolti di patate, portò l’Irlanda alla Grande Carestia.</p>
<h2>Gli allevamenti intensivi</h2>
<p>L’attenzione si sposta poi sui primi consumatori dei vegetali, gli erbivori dei grandi allevamenti che trasformano in carne il loro cibo vegetale. Un rapido conto energetico dimostra che l’<a href="https://www.galileonet.it/allevamenti-lontani-benessere-animale/">allevamento del bestiame è un modo estremamente dispendioso e inefficiente</a> di produrre cibo. Inoltre libera in atmosfera una <strong>notevole quantità di gas serra e sottrae all’agricoltura una enorme quantità di suolo destinato al pascolo.</strong> Per nutrire il bestiame da allevamento, infatti, ci stiamo mangiando il paesaggio – scrive Lami &#8211; trasformandolo in campi di soia, bruciando parti di foresta, interferendo col cambiamento climatico e riducendo la varietà degli habitat.</p>
<h2>Quale modello di agricoltura?</h2>
<p>Le soluzioni, in parte ovvie, sono difficili da realizzare e richiedono grandissima consapevolezza, senso di responsabilità e diverso uso dei capitali da investire in agricoltura. Senza proporre soluzioni definitive o ottimali, l’ultimo capitolo lascia al lettore la possibilità di farsi una opinione tra due alternative entrambe parziali, ed entrambe dipendenti dal tipo di ambiente e di economia in cui sarebbe necessario operare. È meglio dedicarsi ad uno <strong>sfruttamento di tipo biologico meno intensivo del terreno agricolo</strong> (<em>land sharing)</em>, capace di adeguarsi ai processi naturali che rendono l’ambiente agrario più accogliente, o impegnarsi in una agricoltura intensiva (<em>land sparing</em>) che <strong>sfrutta intensamente il territorio ma si limita a zone meno estese?</strong> Non esistono soluzioni univoche e dovrebbe essere proprio la varietà delle condizioni ambientali a guidare scelte che permettano una adeguata   produzione di cibo ed una sua adeguata distribuzione. È comunque necessaria una politica previdente, esperta e responsabile che sostenga i necessari cambiamenti tecnologici e le nuove abitudini alimentari; soprattutto che educhi la nuova popolazione in crescita ad una diffusa – e rispettosa &#8211; consapevolezza anti-spreco.</p>
<p><span class="text-Kvkr6N truncate-Pc_c1s textS-BC51wP">Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@dev_qube?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Yulian Alexeyev</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/fotografia-aerea-di-campo-xDLEUTWCZdc?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/nutrire-il-pianeta-senza-distruggerlo-la-sfida-dellagroecologia/">Nutrire il pianeta senza distruggerlo: la sfida dell’agroecologia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
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		<title>Laurent Simons, il “piccolo Einstein” che vuole sconfiggere l&#8217;invecchiamento</title>
		<link>https://www.galileonet.it/laurent-simons-piccolo-einstein-invecchiamento-fisica-quantistica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sandro Iannaccone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 07:53:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[fisica quantistica]]></category>
		<category><![CDATA[invecchiamento]]></category>
		<category><![CDATA[longevità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A soli 17 anni ha già un dottorato in fisica quantistica e ne sta per conseguire un altro in scienze biomediche. Per scoprire come contrastare l’invecchiamento ed estendere la vita umana</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/laurent-simons-piccolo-einstein-invecchiamento-fisica-quantistica/">Laurent Simons, il “piccolo Einstein” che vuole sconfiggere l&#8217;invecchiamento</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si chiama <strong>Laurent Simons</strong>, è nato nel 2009 in Belgio e ha letteralmente bruciato ogni tappa scolastica ed accademica: a novembre scorso ha conseguito un dottorato in <a href="https://www.galileonet.it/schrodinger-quantistica-relativita/" target="_blank" rel="noopener">fisica quantistica</a> all’<strong>Università di Anversa</strong>, e ora, non pago, sta studiando per un altro, questa volta in scienze mediche con focus sulle <a href="https://www.galileonet.it/intelligenza-artificiale-riconoscimento-volti/" target="_blank" rel="noopener"><strong>intelligenze artificiali</strong></a> e la biomedicina. Il nuovo obiettivo dell’<a href="https://www.galileonet.it/unalleanza-per-tre/" target="_blank" rel="noopener"><em>enfant prodige</em></a> è quello di mettere insieme tutte le sue competenze e fondare un’azienda biotecnologica per prolungare la durata della vita umana integrando biologia e tecnologia, con l’idea di potenziare le capacità umane attraverso <a href="https://www.galileonet.it/biorobotica-futuro/" target="_blank" rel="noopener">interventi meccanici</a> e <a href="https://www.galileonet.it/alcuni-sensori-potrebbero-scovare-il-tumore-del-polmone-dal-respiro/" target="_blank" rel="noopener">biologici</a>. Lo abbiamo incontrato, per farci raccontare di più, a Palazzo Giustiniani, a Roma, dove è stato ospite d’eccezione della cerimonia di conferimento del <strong>Premio Longevitas</strong>, promosso dall’omonima Fondazione per valorizzare l’impegno dei giovani ricercatori italiani sui temi dell’invecchiamento attivo e della prevenzione. L’onorificenza di quest’anno è andata a <strong>Cristina Vesprini</strong>, <strong>Maurizio Nicolaio</strong> e <strong>Matilde Maniscalco</strong>, autori di progetti di ricerca sui temi del <strong>benessere dei </strong><a href="https://www.galileonet.it/legame-fra-trauma-cranico-rischio-demenza/" target="_blank" rel="noopener"><strong>pazienti con demenza</strong></a>, della <strong>misurazione delle <a href="https://www.galileonet.it/libro-sulla-soglia-della-cura-storie-di-fragilita-fanetti-draoli/" target="_blank" rel="noopener">fragilità degli anziani</a></strong> e dell’<strong>inclusione dei lavoratori over 50</strong>.</p>
<h2>Simons, dai banchi di scuola al PhD</h2>
<p>L’incredibile storia di Simons, naturalmente, ha catalizzato l’attenzione di tutti. Il diciassettenne ha fatto notizia in tutto il mondo per i suoi successi accademici, che gli sono valsi il soprannome di “piccolo Einstein”: dotato di un <strong>quoziente intellettivo di 145</strong>, ha <a href="https://edition.cnn.com/2019/11/14/europe/university-graduate-child-genius-scli-intl" target="_blank" rel="noopener">completato la scuola secondaria a otto anni</a>, e dopo il diploma di scuola superiore e una breve pausa ha iniziato l’università. Ha quasi completato la laurea in ingegneria elettrica a 9 anni, in un periodo di soli 9 mesi, all’<strong>Università Tecnica di Eindhoven</strong>; successivamente, ha deciso di cambiare strada e di iscriversi a fisica. Dopo aver ottenuto le lauree triennali e magistrali, entrambe con lode e in appena due anni, ha svolto un tirocinio al <strong>Max Planck Institute of Quantum Optics</strong> di Monaco di Baviera sotto la supervisione del Nobel <a href="https://www.galileonet.it/teoria-luce-stanca-materia-oscura/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Ferenc Krausz</strong></a>, e quindi, come anticipato, ha conseguito un dottorato di ricerca a 15 anni. Attualmente sta conseguendo un secondo dottorato di ricerca in medicina all’Istituto Helmholtz di Monaco di Baviera, concentrandosi sull’analisi e sullo sviluppo di modelli innovativi in grado di interpretare i meccanismi biologici dell’invecchiamento, con possibili applicazioni nella medicina personalizzata e nella prevenzione. “Nel corso della storia”, ha sottolineato durante il suo intervento, “l’umanità ha vissuto diverse rivoluzioni scientifiche e tecnologiche. Tuttavia, <strong>nessuna di queste, per quanto importanti, avrà l’impatto che avrà la scienza dell’invecchiamento e della longevità</strong>. È meraviglioso constatare che l’Italia, dove il corpo umano, la bellezza e la celebrazione della vita sono così radicati nella cultura, abbia promosso un’iniziativa nazionale volta a stimolare e premiare gli studenti che si dedicano all’incremento della durata della vita in salute attraverso una ricerca innovativa e multidisciplinare”.</p>
<h2>I dubbi scientifici&#8230;</h2>
<p>Intrigati dalla storia di Simons – che, a dirla tutta, durante la sua <em>lectio magistralis </em>ha un po’ forzato la mano: a domanda diretta ha risposto che <strong>tra i suoi obiettivi c’è anche quello di “raggiungere l’immortalità”</strong> – abbiamo provato a incalzarlo per farci raccontare qualche dettaglio in più della sua linea di ricerca e capire come, concretamente, la fisica quantistica possa interfacciarsi con la biologia molecolare per rallentare l’invecchiamento. La risposta è rimasta purtroppo su un piano estremamente generale: “Non posso dire molto a riguardo”, ci ha spiegato. “L’approccio multidisciplinare è fondamentale, ma non posso spiegare l’esatto legame che sto studiando”. E anche sollecitato su ipotesi scientifiche più specifiche e già allo studio della comunità, come per esempio la riprogrammazione degli <a href="https://www.galileonet.it/cancro-al-seno-staminali/" target="_blank" rel="noopener"><strong>“interruttori” biologici</strong></a> o la gestione degli <a href="https://www.galileonet.it/libro-invecchiamento-yves-agid/" target="_blank" rel="noopener">errori cellulari</a>, temi attualmente all’interfaccia tra biologia, chimica molecolare e fisica, ha preferito trincerarsi dietro la riservatezza: “Non posso aggiungere nulla rispetto a quanto già pubblicato in letteratura”.</p>
<h2>&#8230;e quelli etici</h2>
<p>L&#8217;atteggiamento di Simons potrebbe essere letto come la cautela di chi protegge una <strong>proprietà intellettuale</strong> in divenire, ma lascia anche spazio a qualche perplessità quando si affrontano i risvolti etici di una ricerca del genere: se queste future “terapie della giovinezza” dovessero essere effettivamente fattibili, approvate e disponibili, ma appannaggio di una o più aziende private, si porrebbe inevitabilmente <strong>il problema della loro accessibilità</strong> e della creazione di una spaccatura sociale tra chi può permettersi la longevità e chi no. “Io sono un ricercatore, faccio ricerca pura”, ci ha risposto in proposito Simons. “Sull’etica non mi esprimo”. <strong>E forse, a diciassette anni, è giusto così</strong>.</p>
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		<title>Dall’aglio la molecola che rafforza i muscoli</title>
		<link>https://www.galileonet.it/dallaglio-la-molecola-che-rafforza-i-muscoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michael Joe Munyua Gachomba]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 07:07:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[invecchiamento]]></category>
		<category><![CDATA[nutraceutica]]></category>
		<category><![CDATA[piante]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.galileonet.it/?p=133562</guid>

					<description><![CDATA[<p>Un composto presente negli estratti di questa pianta attiva la comunicazione tra tessuto adiposo e cervello, aumentando la forza muscolare negli anziani. I test sui topi</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/dallaglio-la-molecola-che-rafforza-i-muscoli/">Dall’aglio la molecola che rafforza i muscoli</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Che l’aglio potesse far bene alla salute era già noto nell’antico Egitto, in Grecia, Cina e India. Oggi però la conoscenza delle sue proprietà benefiche si basa su dati scientifici: diversi studi hanno infatti dimostrato che il consumo di questa pianta, sia fresca che stagionata, ha <strong>effetti antiinfiammatori e di protezione cardiovascolare.</strong></p>
<p>Fra i diversi composti bioattivi identificati nella pianta, S-1-propenil-L-cisteina (S1PC), un amminoacido contenente zolfo, abbondante negli estratti di aglio invecchiato, ha dimostrato di stimolare il <strong>metabolismo energetico nei mitocondri</strong> e proteggere le pareti dei vasi sanguigni.</p>
<p>Fino a oggi, però, il meccanismo d’azione molecolare di S1PC era rimasto sconosciuto. Ora un gruppo di ricercatori dell’Institute for Research on Productive Aging (IRPA) e della Wakunaga Pharmaceutical, in Giappone, ha capito come SP1C <strong>preserva la funzionalità muscolare nei topi di laboratorio </strong><a href="https://www.galileonet.it/libro-invecchiamento-yves-agid/">durante l’invecchiamento,</a> indagando la comunicazione tra diversi organi. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista <em>Cell Metabolism</em>.</p>
<h2>Gli effetti sui muscoli</h2>
<p>I ricercatori hanno osservato che i topi anziani a cui veniva somministrato S1PC mostravano una <strong>maggiore forza nei muscoli</strong> e un migliore stato di salute generale rispetto a quelli che non lo ricevevano. Per questo hanno deciso di capire quali fossero gli effetti a livello molecolare dell’assunzione, scoprendo così che ad essere coinvolte erano diverse parti dell’organismo. S1PC agisce infatti sul tessuto adiposo bianco dove attiva l’enzima LKB1, un importante regolatore del metabolismo. A sua volta LKB1 attiva un segnale che spinge le cellule adipose a rilasciare nel sangue delle vescicole contenenti un altro enzima, eNAMPT.</p>
<h2>Il viaggio nell&#8217;ipotalamo</h2>
<p>Invece di agire direttamente sui muscoli, l’enzima eNAMPT viaggia nel sangue a bordo delle vescicole fino a raggiungere l’ipotalamo, una regione del cervello che controlla molti processi metabolici. Qui eNAMPT stimola la sintesi del NAD+, una piccola molecola che aiuta a riparare le cellule e a produrre energia. Questo evento porta il sistema nervoso simpatico ad <strong>aumentare l’attività diretta ai muscoli scheletrici,</strong> migliorando la loro funzionalità. Proprio queste sue caratteristiche hanno reso NAD+ popolare nel mondo della <strong>nutraceutica anti-invecchiamento,</strong> visto che la sua produzione naturale tende a diminuire con l’età.</p>
<p>I ricercatori hanno poi somministrato S1PC a persone sane e riscontrato un aumento dei livelli di eNAMPT nel sangue, parallelamente a quanto osservato nei topi. Secondo gli autori, questi risultati invitano a esplorare il potenziale terapeutico di S1PC, come alternativa agli integratori che stimolano la formazione di NAD+ nel nostro organismo. L’obiettivo, conclude Kiyoshi Yoshioka, tra gli autori dello studio, sarebbe quello di <strong>migliorare la fitness e la forza muscolare negli individui più anziani</strong> attraverso la semplice inclusione di un nutraceutico nella dieta giornaliera.</p>
<p>Fonte:</p>
<p><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1550413126001440#sec1">Garlic-derived metabolite activates LKB1, promotes adipose eNAMPT secretion, and improves age-related muscle function via hypothalamic signaling</a></p>
<p><span class="text-Kvkr6N truncate-Pc_c1s textS-BC51wP">Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@asthetik?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Mike Kenneally</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/tre-spicchi-daglio-muv4YPu4Og4?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/dallaglio-la-molecola-che-rafforza-i-muscoli/">Dall’aglio la molecola che rafforza i muscoli</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
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		<title>Hantavirus, l&#8217;aggiornamento dopo lo sbarco della nave a Tenerife</title>
		<link>https://www.galileonet.it/hantavirus-laggiornamento-dopo-lo-sbarco-della-nave-a-tenerife/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marta Musso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 11:03:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[epidemia]]></category>
		<category><![CDATA[infezioni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.galileonet.it/?p=133559</guid>

					<description><![CDATA[<p>I due italiani e le due persone di nazionalità straniera, di cui una risiede in Italia mentre l'altra è un turista, che erano sul volo sul quale era salita la donna ricoverata e deceduta poi a Johannesburg, sono arrivati in Italia e non hanno sintomi</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/hantavirus-laggiornamento-dopo-lo-sbarco-della-nave-a-tenerife/">Hantavirus, l&#8217;aggiornamento dopo lo sbarco della nave a Tenerife</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per i passeggeri della <a href="https://www.wired.it/article/focolaio-hantavirus-nave-crociera-mv-hondius-puo-essere-scintilla-pandemia-esperti-invitano-calma/" target="_blank" rel="noopener">nave da crociera Mv Hondius</a>, dov&#8217;è scoppiato un <strong>focolaio di hantavirus</strong>, finisce l&#8217;odissea. Sono sbarcati, infatti, insieme all&#8217;equipaggio, a Tenerife, dove, tra rigide misure sanitarie, stanno rimpatriando nei loro Paesi d&#8217;origine grazie a ponti aerei speciali. Al momento, come <a href="https://www.who.int/emergencies/disease-outbreak-news/item/2026-DON600" target="_blank" rel="noopener">riferiscono</a> l&#8217;Oms e l&#8217;Ecdc, l&#8217;allerta rispetto al rischio legato al focolaio di hantavirus rimane basso per la popolazione a livello mondiale e <strong>molto basso</strong> in Europa. In Italia sono arrivati <strong>4 passeggeri</strong> del volo Klm, sul quale era salita per pochi minuti la donna ricoverata e deceduta a Johannesburg. “I recapiti dei quattro passeggeri sono stati acquisiti”, si legge nella nota del <strong>Ministero della salute</strong>, che sta predisponendo una <strong>circolare</strong> a Regioni e uffici di frontiera per fare un quadro sulla situazione, riferendo di aver “trasmesso le informazioni alle Regioni di competenza (Calabria, Campania, Toscana, Veneto) per l’attivazione delle procedure di sorveglianza attiva, nel principio di <strong>massima cautela</strong>”.</p>
<h2>Il focolaio di hantavirus</h2>
<p>Il 2 maggio 2026, l&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) è stata informata di un focolaio di infezione respiratoria acuta grave tra i passeggeri e l&#8217;equipaggio di una <a href="https://www.wired.it/article/si-prende-dai-roditori-puo-essere-letale-cos-e-hantavirus-sospettato-responsabile-focolaio-nave-da-crociera/" target="_blank" rel="noopener"><strong>nave da crociera</strong></a> partita da Ushuaia, in Argentina, il primo aprile, e ha attraversato l&#8217;Oceano Atlantico meridionale, facendo scalo in diverse località, tra cui l&#8217;Antartide, l&#8217;isola della Georgia del Sud, Tristan da Cunha, Sant&#8217;Elena e l&#8217;isola di Ascensione. A bordo c&#8217;erano <strong>147 persone</strong>, di cui 86 passeggeri e 61 membri dell&#8217;equipaggio, provenienti da 23 paesi diversi. Il focolaio comprendeva 2 decessi e un passeggero in condizioni critiche, i cui test di laboratorio hanno confermato la presenza di <strong>hantavirus</strong>. Il 6 maggio scorso, l&#8217;Oms ha confermato che il tipo di hantavirus responsabile di questo focolaio è il <strong>virus Andes</strong>, l&#8217;unico tipo di hantavirus di cui è stata documentata la trasmissione <a href="https://www.wired.it/article/hantavirus-come-si-trasmette-da-persona-a-persona-contagioso-come-covid-19-dieci-domande-e-risposte/" target="_blank" rel="noopener">da persona a persona</a>, che sebbene rara, richiede in genere un contatto stretto e prolungato con una persona sintomatica.</p>
<h2>La situazione</h2>
<p>L&#8217;8 maggio scorso sono stati segnalati <strong>8 casi totali</strong> (6 confermati e 2 probabili), inclusi 3 decessi, con un tasso di mortalità del <strong>38%</strong>. Tutti e 6 i casi confermati in laboratorio sono stati identificati come virus Andes. Due voli di evacuazione medica, provenienti da Capo Verde, con a bordo 2 pazienti sintomatici confermati e un caso precedentemente sospetto, sono atterrati nei <strong>Paesi Bassi</strong> il 6 e il 7 maggio, mentre il giorno successivo, 4 pazienti sono stati ricoverati in ospedale: uno in terapia intensiva a Johannesburg, in Sudafrica, 2 in diversi ospedali nei Paesi Bassi e uno a Zurigo, in Svizzera. È in corso anche il tracciamento dei contatti dei 29 passeggeri di 12 nazionalità diverse, sbarcati a Sant&#8217;Elena il 24 aprile scorso.</p>
<h2>I casi francesi e americani (e gli italiani)</h2>
<p>Ieri, 94 passeggeri e membri dell&#8217;equipaggio sono stati evacuati dalla nave e stanno tornando nei loro Paesi d&#8217;origine con aerei dall&#8217;aeroporto di Tenerife e, secondo i protocolli stabiliti da ciascun Paese, basati sulle <strong>raccomandazioni</strong> dell&#8217;Oms, dovranno osservare un periodo di <a href="https://www.wired.it/attualita/media/2020/05/21/coronavirus-cambiato-abitudini/" target="_blank" rel="noopener"><strong>quarantena</strong></a>. Tuttavia, secondo quanto appena dichiarato dal ministro della salute francese Stephanie Rist a France Inter, una passeggera francese rimpatriata ieri è risultata <strong>positiva</strong> all&#8217;hantavirus e le sue condizioni sarebbero <strong>gravi</strong>. Anche il Dipartimento della salute e dei servizi umani degli <strong>Stati Uniti</strong> ha dichiarato che uno dei 17 cittadini americani rimpatriati è risultato leggermente <strong>positivo</strong>. &#8220;Un passeggero presenta attualmente sintomi lievi e un altro passeggero è risultato leggermente positivo al virus Andestramite test Pcr&#8221;, ha affermato il ministero americano. Infine i 4 passeggeri che erano sul volo Klm (due italiani e di due persone di nazionalità straniera, di cui una risiede in Italia mentre l&#8217;altra è un turista) arrivati in Italia, sono in <strong>isolamento</strong>, ma stanno bene e non hanno sviluppato sintomi. A <a class="external-link" href="https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_maggio_09/isolati-italia-hantavirus-6f763a37-3295-4d61-9369-3caeba554xlk.shtml" target="_blank" rel="nofollow noopener" data-offer-url="https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_maggio_09/isolati-italia-hantavirus-6f763a37-3295-4d61-9369-3caeba554xlk.shtml" data-event-click="{&quot;pattern&quot;:&quot;ExternalLink&quot;}" data-event-boundary="click" data-in-view="{&quot;pattern&quot;:&quot;ExternalLink&quot;}" data-include-experiments="true">riferirlo</a> al <strong>Corriere della Sera</strong> è stato il capo dipartimento Prevenzione ed emergenze sanitarie del ministero della Salute, <strong>Maria Rosaria Campitiello</strong>, che ha aggiunto: &#8220;Non ci sono altre persone in isolamento preventivo. Ho letto che in Italia sarebbe &#8216;sbarcato&#8217; l&#8217;hantavirus. Non è così. Voglio rassicurare i cittadini italiani: non ci troviamo di fronte a una nuova <a href="https://www.wired.it/article/pandemia-covid-19-scenari-futuri-possibili-studio-international-science-council/" target="_blank" rel="noopener"><strong>pandemia</strong></a>. E non ci sono casi di Hantavirus al momento in Italia. Bisogna evitare <strong>allarmismi</strong>”.</p>
<p>Via: <a href="https://www.wired.it/article/sviluppi-focolaio-hantavirus-numero-contagi-casi-francesi-americani-rimpatrio-passeggeri-italiani/">Wired.it</a></p>
<p>Leggi anche: <a href="https://www.galileonet.it/hantavirus-in-crociera-cose-e-come-si-trasmette/?_gl=1*1ao6dx6*_up*MQ..*_ga*MTI4NTkyNDc5MS4xNzc4NDgxOTUz*_ga_8KF0XTPV0L*czE3Nzg0ODE5NTMkbzEkZzAkdDE3Nzg0ODE5NTMkajYwJGwwJGgw"><span class="s1">Hantavirus in crociera: cos’è e come si trasmette</span></a></p>
<p>Credits immagine: <span class="mw-mmv-author">CDC/ Cynthia Goldsmith, Luanne Elliott</span> via Wikipedia</p>
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<div class="tdb-block-inner td-fix-index"></div>
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<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/hantavirus-laggiornamento-dopo-lo-sbarco-della-nave-a-tenerife/">Hantavirus, l&#8217;aggiornamento dopo lo sbarco della nave a Tenerife</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
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