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	<title>Galileo</title>
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	<description>Giornale di Scienza</description>
	<lastBuildDate>Thu, 30 Apr 2026 10:04:39 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Galileo</title>
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		<title>L&#8217;arte della cura, a casa e in ospedale</title>
		<link>https://www.galileonet.it/larte-della-cura-a-casa-e-in-ospedale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maria Arcà]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 10:04:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[caregiver]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[medici]]></category>
		<category><![CDATA[ospedali]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel nuovo libro di Sandro Spinsanti, psicologo e teologo, la cura diventa una pratica multiforme che attraversa famiglie, ospedali e istituzioni: tra consenso informato, fine vita e “dolore burocratico”, un viaggio lucido e appassionato nel cuore della relazione terapeutica</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/larte-della-cura-a-casa-e-in-ospedale/">L&#8217;arte della cura, a casa e in ospedale</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La cura di cui parla lo psicologo (e teologo) <strong>Sandro Spinsanti</strong> è una pratica, spesso coniugata al femminile, che coinvolge le persone in momenti importanti della loro vita, sia come persone che la offrono sia come persone che ne hanno bisogno. L’esigenza di dare aiuto alle persone care è sviluppata dall’autore in una dimensione “domestica”, accessibile a chi ha volontà di farlo, ben sapendo quanto l’offerta di assistenza si riveli spesso impotente davanti alle atroci necessità di cui hanno bisogno le vittime delle guerre attuali, che soffrono fame, sete, ferite e una quasi totale mancanza di sostegno.</p>
<figure id="attachment_133529" aria-describedby="caption-attachment-133529" style="width: 317px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-133529 size-medium" src="https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/04/cura-317x480.jpg" alt="" width="317" height="480" srcset="https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/04/cura-317x480.jpg 317w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/04/cura-158x240.jpg 158w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/04/cura-277x420.jpg 277w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/04/cura.jpg 536w" sizes="(max-width: 317px) 100vw, 317px" /><figcaption id="caption-attachment-133529" class="wp-caption-text"><a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/un-altra-pratica-della-cura/">Sandro Spinsanti, Un’altra pratica della cura. Un ponte tra due sponde. Il Pensiero Scientifico Editore, 2026 &#8211; pp. 141, € 16,00</a></figcaption></figure>
<h2>Quando il medico esperto non sa prendersi cura</h2>
<p>E tuttavia offrire cura non è facile, neppure a livello familiare. Spesso non lo è nemmeno a livello ospedaliero dove i curanti, i medici, possono essere allo stesso tempo assai esperti dal punto di vista professionale e poco esperti nel prendersi cura di chi ne ha bisogno. Per far comprendere meglio le sue argomentazioni, <strong>Spinsanti si riferisce spesso a episodi, atteggiamenti, situazioni tratte da libri o film,</strong> costruendo un patrimonio di esperienze su cui è più facile intendersi, condividendo le caratteristiche dei diversi personaggi. Per esempio, il libro di<strong> Ada d’Adamo</strong>, <em>Come d’aria</em>, introduce alla comprensione di una donna che deve occuparsi ininterrottamente di una figlia cerebrolesa, soffrendo perché sa di doverla abbandonare al suo destino quando, con la propria morte, nessuno potrà sostituirla. <strong>Le angosce del “dopo di noi” sono purtroppo comuni a tutti i genitori e ai </strong><em><strong>caregivers</strong> </em>che non possono organizzare il futuro dei loro cari.</p>
<h2>L’arte multiforme della cura: dalla carezza alla diagnosi</h2>
<p>La cura, sostiene Spinsanti, è un’arte multiforme che viene esercitata con affetto da chi può e vuol stare vicino a chi ha bisogno e, con professionalità, da chi ha ricevuto una preparazione adeguata. Gli esempi sono tratti dal libro di Giorgia Protti, <em>La giusta distanza dal male,</em> e mette in evidenza il <strong>non facile rapporto tra chi somministra le cure e chi le riceve.</strong> L’atteggiamento del medico è essenziale anche ai fini pratici della guarigione: fiducia ed empatia non sono medicine ma sono necessarie al malato. Spinsanti descrive una carrellata di “posture” mediche, cioè di comportamenti più o meno professionali con cui il paziente deve entrare in relazione. Distanza, competenza, obiettività caratterizzano a volte la relazione tra medico-paziente; altre volte lo sguardo, la gestualità, il tono di voce, magari una carezza possono accrescere o diminuire la distanza terapeutica tra le due parti. La relazione è complessa, ma spesso, la diffidenza è reciproca: i pazienti devono fidarsi (e affidarsi), i medici devono tutelarsi contro eventuali errori terapeutici (e successive denunce). Per questo i pazienti dovrebbero saper valutare le ragioni delle cautele prese da chi li accoglie e propone loro un percorso di cura.</p>
<h2>Il consenso informato: diritto o pura formalità?</h2>
<p>Spinsanti mette in evidenza l’importanza difensiva di formalità come il “consenso informato” che riducono le responsabilità del medico ma che spesso sono avallate da una firma su un documento di cui il paziente non capisce niente e che talvolta non ha nemmeno letto. Queste procedure burocratiche sono spesso viste come routine più o meno noiose, ma in realtà garantiscono diritti reciproci e dovrebbero essere prese sul serio, nel loro giusto valore.</p>
<h2>Fine vita tra legge e paternalismo</h2>
<p>Non sempre esplicitato ma sempre presente è il problema del fine-vita. Considerazioni particolarmente importanti sono quelle prodotte dalla Consulta scientifica del Cortile dei Gentili, la struttura vaticana rivolta a <strong>favorire il dialogo tra credenti e non credenti.</strong> Il tema affrontato riguarda la possibilità di trovare un equilibrio tra i due principi fondamentali della Costituzione: il valore della vita e il rispetto dell’autonomia della persona. La Pontificia Accademia per la Vita pone delle importanti <a href="https://www.galileonet.it/fine-vita-cosa-e-la-sedazione-profonda/">differenze tra termini come eutanasia e suicidio assistito</a> e Spinsanti insiste sulla necessità di <strong>fare chiarezza sul loro significato e sulla loro diversa connotazione emotiva.</strong> Passa poi ad analizzare il ruolo dei comitati etici che prima di qualsiasi autorizzazione dovrebbero valutare il senso di questa esigenza e il rispetto delle condizioni ritenute necessarie, valutando non solo la gravità del male fisico ma anche di quello psichico. Nella realtà, paternalismo, autoritarismo, protezione ingiustificata si oppongono a una valutazione corretta della richiesta, si offre piuttosto una sorta di rieducazione alla sofferenza, come se ad ogni persona si richiedesse di<em> “fare il bravo bambino” </em>da parte dei grandi che sanno qual è il suo bene<em>. </em>Queste difficoltà dovranno essere affrontate da una legge che regoli il fine vita e in particolare le modalità dell’assistenza medica necessaria per terminarla, come richiesto dalla Corte Costituzionale con ordinanza n.207 del 2018. <strong>Serve una legge rispettosa, capace di comprendere e valutare una varietà di posizioni</strong>, che permetta di accompagnare il malato su tempi lunghi, ricordando che il fine vita comincia anche prima del declino che si conclude con la morte.</p>
<h2>Slow Medicine sobria, rispettosa, giusta</h2>
<p>Le cure possono accompagnare lunghi periodi di malessere e coinvolgono allo stesso tempo “la mente il cuore e le mani” del curante e di chi ha bisogno di lui (o di lei): entrambi devono imparare ad accorgersi dei bisogni, delle percezioni, delle stanchezze dell’altro, e costruire una delicata rete di relazioni tra esigenze diverse. L’offerta &#8211; come propone il movimento di Slow Medicine &#8211; deve essere sobria, rispettosa e giusta: per questo le cure devono seguire <strong>percorsi che non offendano la dignità della persona e la spiritualità del malato,</strong> a cominciare dalle cure palliative che devono rappresentare una prosecuzione delle terapie e non una alternativa conclusiva ad esse.</p>
<h2>Il peso invisibile di chi accudisce</h2>
<p>Gli ultimi capitoli del volume sono dedicati a situazioni dove il peso sulle dinamiche familiari risulta drammatico, prendendo spunto da <em>Coltello</em>, di Salmon Rushdie, e da <em>In frantumi </em>di Hanif Kureishi: qui, davanti alla domanda della moglie-accudente “ma tu avresti fatto tutto questo per me?” il marito malato non sa cosa rispondere. <strong>La richiesta di energia al caregiver è spesso insostenibile,</strong> prolungata nel tempo, quasi sempre totalizzante, ma i malati di solito non ne sono consapevoli.</p>
<h2>Quando lo Stato fa male</h2>
<p>Passando dall’assistenza privata a quella pubblica, si aprono altri problemi. I servizi sociosanitari devono organizzarsi tra mancanza di fondi, carenza di personale, bisogni dell’utenza e spesso aggiungono al dolore della malattia quello che Spinsanti chiama <em>dolore burocratico</em>, cioè le difficoltà di chi non ha esperienza per trovare il canale giusto, non sa far rispettare i propri diritti, trovare lo sportello opportuno, non sbagliare la domanda, compilare bene il modulo…</p>
<h2>Un decalogo per il malato di oggi</h2>
<p>Spinsanti conclude le sue riflessioni ponendo una differenza tra la Grande Salute, una disposizione dello spirito tesa ad una saggia realizzazione di sé nella malattia, e una “piccola salute” che può essere <a href="https://www.galileonet.it/sanita-ssn-tra-conquista-civile-e-crisi-strutturale/">offerta dal Servizio Sanitario Nazionale</a> o da un medico curante, per superare le varie vicende terapeutiche. La Grande Salute permette di riconoscere il valore del lavoro di cura, di esprimere la propria riconoscenza e di sviluppare la propria umanità. Permette anche di affrontare il male con uno sguardo ironico e paziente sulle proprie condizioni, anche in caso di infermità gravi, per conquistare una più responsabile partecipazione alla malattia e alla cura. L’ultimo capitolo del libro “<em>Un medico su misura: istruzioni sartoriali per cittadini esigenti” s</em>i sviluppa sulla domanda “Cosa ti aspetti da un medico” e tratteggia con una certa ironia sia le <strong>improbabili aspettative del malato sia le sue responsabilità nel rapporto terapeutico.</strong> E’ un invito a prendere atto di una realtà problematica, a superare con pazienza un certo numero di difficoltà. Una attenzione alla cura etica di se stessi conclude il volume, e Spinsanti riassume in una sorta di decalogo i nuovi diritti e i nuovi doveri su cui è necessario re-impostare una corretta relazione tra medico e malato di oggi.</p>
<p><span class="text-Kvkr6N truncate-Pc_c1s textS-BC51wP">Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@dulceylima?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Dulcey Lima</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/persona-che-indossa-un-orologio-analogico-rotondo-dargento-9MTqeBaAOlU?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il nostro cervello e quello dei Neanderthal erano più simili di quanto si pensi</title>
		<link>https://www.galileonet.it/il-nostro-cervello-e-quello-dei-neanderthal-erano-piu-simili-di-quanto-si-pensasi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simone Valesini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 07:58:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.galileonet.it/?p=133521</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le differenze morfologiche erano inferiori a quelle presenti oggi tra due membri della nostra specie</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/il-nostro-cervello-e-quello-dei-neanderthal-erano-piu-simili-di-quanto-si-pensasi/">Il nostro cervello e quello dei Neanderthal erano più simili di quanto si pensi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’immaginario comune i <a href="https://www.wired.it/article/neanderthal-impronta-digitale-sasso-a-forma-di-volto-arte-simbolica/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Neanderthal</strong></a> rimangono ancora i nostri cugini “meno evoluti”, scimmioni rozzi e cognitivamente limitati. La ricerca ha sfatato da tempo questa visione, e oggi parla di ominidi dotati di una <strong>cultura raffinata</strong>, sensibilità artistiche e capacità tecniche sviluppate. Il confronto con le <strong>capacità cognitive</strong> della nostra specie, però, rimane ancora un campo di scontro. E un nuovo studio è destinato a riaccendere la discussione: la ricerca, pubblicata sulla rivista <a href="https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2426638123" target="_blank" rel="noopener"><strong>Pnas</strong></a>, indica infatti che le differenze morfologiche tra il cervello <a href="https://www.wired.it/article/si-i-neanderthal-erano-cannibali-e-prediligevano-i-membri-estranei-al-gruppo/" target="_blank" rel="noopener">Neanderthal</a> e quello dei Sapiens sono <strong>minori di quelle presenti tra gli umani moderni</strong>. Un indizio che, a detta degli autori, smentisce la presenza di differenze importanti nelle capacità cognitive dei nostri cugini estinti.</p>
<h2>Un pregiudizio antropologico</h2>
<p>Il mito del Neanderthal come essere brutale affonda le sue radici nella metà del diciannovesimo secolo. Tutto iniziò nel <strong>1856</strong>, quando nella valle di <strong>Neander</strong> vennero alla luce dei resti fossili insoliti. <strong>Hermann Schaaffhausen</strong>, il primo anatomista a esaminarli, descrisse quel cranio come appartenente a una creatura primitiva, dotata di una struttura ossea massiccia che suggeriva una <strong>mente rudimentale</strong>. Questa interpretazione iniziale condizionò pesantemente la paleoantropologia, cristallizzando nell&#8217;opinione pubblica l&#8217;idea che i Neanderthal fossero un <strong>vicolo cieco dell&#8217;evoluzione</strong>, incapaci di competere con la superiorità intellettiva dei Sapiens.</p>
<hr />
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.galileonet.it/incroci-neanderthal-sapiens/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Neanderthal e Sapiens, i primi incroci 250 mila anni fa</strong></a></p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>Oggi la prospettiva scientifica è radicalmente mutata. Sappiamo che i <a href="https://www.wired.it/article/neanderthal-sequenziamento-genoma-isolamento-50-mila-anni-thorin/" target="_blank" rel="noopener">Neanderthal</a> possedevano un&#8217;<strong>organizzazione sociale complessa</strong>, pratiche funerarie e capacità di <a href="https://www.wired.it/scienza/lab/2018/02/23/neanderthal-artisti/" target="_blank" rel="noopener">creare pigmenti per scopi artistici</a>. Erano cacciatori abilissimi, in grado di fabbricare <strong>utensili di grande precisione</strong>. È in questo contesto che si inserisce il nuovo studio: i ricercatori hanno deciso di indagare la <strong>struttura cerebrale</strong> di questi ominidi per verificare, con strumenti moderni, l&#8217;ipotesi della loro presunta inferiorità cognitiva, analizzando se la <strong>forma del cranio</strong> riflettesse effettivamente capacità mentali diverse dalle nostre.</p>
<h2>Lo studio</h2>
<p>Per rispondere a questa domanda, il team di ricerca ha utilizzato la <strong>risonanza magnetica</strong> per confrontare il volume di diverse aree cerebrali in popolazioni umane attuali e compararle con quelle dei Neanderthal, basandosi sui <strong>crani ritrovati</strong>. I risultati sono stati sorprendenti: le variazioni osservate tra la nostra specie e i nostri cugini estinti rientrano ampiamente nello <strong>spettro di diversità</strong> che caratterizza i Sapiens contemporanei. In altre parole, la differenza tra due umani moderni può essere maggiore di quella che passerebbe tra uno di loro e un Neanderthal. “Se le differenze tra noi e i Neanderthal andassero considerate rilevanti dal punto di vista cognitivo – sottolineano gli autori – allora dovrebbero esserlo anche le <strong>differenze neuroanatomiche</strong> che si riscontrano comunemente tra le odierne popolazioni umane”.</p>
<h2>Morfologia e intelligenza</h2>
<p>Oggi sappiamo che una diversa conformazione morfologica del cervello <strong>non è un indizio</strong> di differenti capacità cognitive o di una maggiore o minore intelligenza. Se accettiamo questo principio per i Sapiens viventi, non vi è ragione scientifica per applicare un parametro diverso ai Neanderthal. Lo studio suggerisce che le <strong>divergenze strutturali</strong> accumulate in centinaia di migliaia di anni non siano state determinanti nel definire le facoltà mentali. La <strong>fine dei Neanderthal</strong>, dunque, potrebbe non essere stata causata da una carenza di “hardware&#8221; cerebrale, ma da <a href="https://www.wired.it/scienza/lab/2019/11/29/estinzione-neanderthal-sfortuna/" target="_blank" rel="noopener"><strong>fattori demografici o ambientali</strong></a> ancora oggetto di studio.</p>
<p><a href="https://www.wired.it/article/giunta-ora-superare-antico-pregiudizio-nostro-cervello-quello-neanderthal-piu-simili-di-quanto-si-pensi/" target="_blank" rel="noopener">via Wired.it</a></p>
<p>Credit immagine: AquilaGib/Wikipedia</p>
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		<item>
		<title>Così il battito del cuore frena i tumori</title>
		<link>https://www.galileonet.it/battito-cuore-contrasto-tumori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Letizia Gabaglio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 09:14:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.galileonet.it/?p=133517</guid>

					<description><![CDATA[<p>La forza meccanica del pompaggio impedisce alle cellule cancerose di moltiplicarsi. Lo svela uno studio pubblicato su Science, coordinato da centri italiani. Una scoperta che apre nuove prospettive terapeutiche</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/battito-cuore-contrasto-tumori/">Così il battito del cuore frena i tumori</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre organi come polmoni, fegato, seno o colon sono purtroppo bersagli comuni di formazioni tumorali, il <a href="https://www.galileonet.it/cuore-biotech-laboratorio/"><strong>cuore</strong></a> sembra godere di una sorta di protezione naturale. I<strong> tumori cardiac</strong>i primari sono infatti eventi rarissimi, quasi delle <a href="https://www.galileonet.it/anomalie-del-cuore-il-gilet-che-salva-la-vita/">anomalie cliniche</a>. Per decenni, la comunità scientifica ha attribuito questa resistenza alla natura delle cellule cardiache – che smettono di dividersi precocemente. Tuttavia, una nuova ricerca pubblicata su <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.ads9412" data-cke-saved-href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.ads9412"><i><span class="scayt-misspell-word" data-scayt-word="Science" data-wsc-lang="it_IT" data-wsc-id="mogyramh2jvsxd3u1">Science</span></i> </a>getta luce su un meccanismo finora ignorato: la forza fisica del <strong>battito</strong>.</p>
<h2>Il ruolo chiave del battito cardiaco</h2>
<p>Lo studio &#8211; coordinato dal<strong>l’Università di Trieste</strong> in collaborazione con <strong><span class="scayt-misspell-word" data-scayt-word="l’International" data-wsc-lang="it_IT" data-wsc-id="mogyrb0x9lg4aj4us">l’International</span> <span class="scayt-misspell-word" data-scayt-word="Centre" data-wsc-lang="it_IT" data-wsc-id="mogyrb0xvt07cjoob">Centre</span> <span class="scayt-misspell-word" data-scayt-word="for" data-wsc-lang="it_IT" data-wsc-id="mogyrb0xyd5a76vdy">for</span> <span class="scayt-misspell-word" data-scayt-word="Genetic" data-wsc-lang="it_IT" data-wsc-id="mogyrb0wf9pp5lip2">Genetic</span> Engineering <span class="scayt-misspell-word" data-scayt-word="and" data-wsc-lang="it_IT" data-wsc-id="mogyrb0w35zxe30ro">and</span> <span class="scayt-misspell-word" data-scayt-word="Biotechnology" data-wsc-lang="it_IT" data-wsc-id="mogyrb0wtfmqr1k9k">Biotechnology</span> (<span class="scayt-misspell-word" data-scayt-word="Icgeb" data-wsc-lang="it_IT" data-wsc-id="mogyrb0vk9toivszo">Icgeb</span>)</strong> e il <strong>Centro Cardiologico <span class="scayt-misspell-word" data-scayt-word="Monzino" data-wsc-lang="it_IT" data-wsc-id="mogyrb0v2zusb3qo9">Monzino</span> </strong>e che ha coinvolto diversi centri di ricerca europei &#8211; individua nel movimento continuo del cuore il principale fattore protettivo. Il tessuto cardiaco è infatti sottoposto a una stimolazione meccanica costante: contrazioni, pressioni e deformazioni che si ripetono migliaia di volte al giorno.</p>
<p>Secondo i ricercatori, queste forze non sono solo necessarie a pompare il <strong>sangue</strong>, ma creano anche un ambiente ostile alla crescita tumorale. Gli esperimenti mostrano che quando il cuore batte normalmente, la proliferazione delle cellule cancerose rallenta; al contrario, quando questa “carica meccanica” viene ridotta o eliminata, i <strong>tumori</strong> crescono più facilmente.</p>
<h2>Dalla meccanica alla genetica</h2>
<p>L’effetto non si limita a una barriera fisica. Le<strong> forze meccaniche</strong> influenzano direttamente il comportamento delle<strong> cellule tumorali</strong>, arrivando a modificare i meccanismi interni che regolano la loro divisione. In particolare, i ricercatori hanno osservato che la stimolazione meccanica del <strong>cuore</strong> interferisce con i processi epigenetici — cioè quei sistemi che controllano l’attivazione o lo spegnimento dei geni — riducendo la capacità delle cellule tumorali di moltiplicarsi.</p>
<p>“I nostri risultati dimostrano che la pulsazione cardiaca non è solo una funzione fisiologica, ma può agire come un soppressore naturale della <strong>crescita tumorale</strong>”, ha affermato <b>Serena <span class="scayt-misspell-word" data-scayt-word="Zacchigna" data-wsc-lang="it_IT" data-wsc-id="mogyrclwaj8waoksf">Zacchigna</span></b>, docente di Biologia Molecolare dell’Università di Trieste e responsabile del laboratorio di Biologia Cardiovascolare <span class="scayt-misspell-word" data-scayt-word="dell’Icgeb" data-wsc-lang="it_IT" data-wsc-id="mogyrclwtu6z0ihww">dell’Icgeb</span>. “Questo suggerisce che l&#8217;ambiente cardiaco è sfavorevole alle cellule tumorali non solo per ragioni immunologiche o metaboliche, ma anche perché la sua continua attività meccanica ne limita fisicamente l&#8217;espansione”.</p>
<h2>Nuove prospettive terapeutiche</h2>
<p>“Uno degli aspetti più affascinanti di questa ricerca consiste nell’aver fatto emergere che le forze meccaniche che regolano l’<strong>attività del cuore</strong>, note per determinare un ambiente ostile alla sua abilità rigenerativa, esercitano di converso un’azione biologica benefica nel contrastare la <strong>crescita tumorale</strong>. Forse si tratta di due facce della stessa medaglia. Mi sembra inoltre importante sottolineare che questo lavoro è stato possibile grazie alla collaborazione di esperti in settori diversi, dalla cardiologia, all’oncologia, alla bioingegneria e alla bioinformatica”, ha sottolineato <b>Giulio Pompilio</b>, Direttore Scientifico del Centro Cardiologico <span class="scayt-misspell-word" data-scayt-word="Monzino" data-wsc-lang="it_IT" data-wsc-id="mogyre5skjdju185z">Monzino</span> <span class="scayt-misspell-word" data-scayt-word="IRCCS" data-wsc-lang="it_IT" data-wsc-id="mogyre5re64hoq06y">IRCCS</span> e docente di Chirurgia cardiaca presso il Dipartimento di Scienze Biomediche, Chirurgiche e Odontoiatriche della Statale di Milano.</p>
<p>Le implicazioni della scoperta sono rilevanti. Se le forze meccaniche possono rallentare la crescita dei tumori nel cuore, è possibile immaginare in futuro terapie che imitino questi stimoli in altri tessuti: strategie che sfruttano pressioni, vibrazioni o deformazioni per influenzare il comportamento delle <strong>cellule tumorali.</strong> Per ora si tratta di una prospettiva ancora sperimentale, ma la fisica del corpo potrebbe diventare un alleato nella lotta contro il cancro.</p>
<p>Credits immagine: <a href="https://unsplash.com/it/@averey?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Robina Weermeijer</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/illustrazione-del-cuore-umano-z8_-Fmfz06c?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Una malattia invisibile, un diritto negato: il caso endometriosi in Italia</title>
		<link>https://www.galileonet.it/una-malattia-invisibile-un-diritto-negato-il-caso-endometriosi-in-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Galileo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2026 08:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[endometriosi]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.galileonet.it/?p=133504</guid>

					<description><![CDATA[<p>Colpisce una donna giovane su dieci, ma resta sottodiagnosticata e gestita in modo disomogeneo. Tra attese fino a 10 anni e servizi sanitari diversi da Regione a Regione, il report GIMBE chiede un approccio uniforme e multidisciplinare</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/una-malattia-invisibile-un-diritto-negato-il-caso-endometriosi-in-italia/">Una malattia invisibile, un diritto negato: il caso endometriosi in Italia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>E’ più comune di quanto si pensi. <a href="https://www.galileonet.it/endometriosi-linfertilita-potrebbe-essere-causata-dalla-carenza-di-una-proteina/">L’endometriosi, malattia infiammatoria cronica spesso invalidante,</a> nel mondo interessa il 10% delle <strong>donne</strong> in età riproduttiva e in Italia, nel triennio 2021-2023, si stima ci siano stati 9.300 nuovi casi l’anno. Un dato calcolato per difetto perché si riferisce alle donne che sono state ospedalizzate, senza tener conto dei casi meno gravi gestiti in ambulatorio. Non solo è una patologia sottostimata: le donne che ne soffrono possono contare su <strong>assistenza e servizi sanitari molto diversi fra loro,</strong> a seconda della regione dove vivono. Il risultato è che, per avere una diagnosi, le donne devono <strong>aspettare 7-10 anni dalla comparsa dei sintomi</strong> e iniziare quindi trattamenti appropriati, prolungando le ripercussioni della malattia sulla propria vita. L’endometriosi, infatti, non colpisce solo il corpo. A causa del dolore cronico, chi ne soffre ne subisce un notevole impatto sociale, psicologico (con ansia e depressione), ma anche economico. È quanto emerge dal nuovo report dell’Osservatorio GIMBE <strong>“Endometriosi: evidenze scientifiche e diseguaglianze regionali”.</strong></p>
<h2>Regione che vai, assistenza che trovi</h2>
<p>Se da un lato si nota una crescente considerazione a livello istituzionale con l’inserimento dell’endometriosi, insieme a epilessia e obesità, nel <strong>nuovo Piano Nazionale Cronicità</strong> (ancora non pubblicato in Gazzetta Ufficiale), così come l’inserimento nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) del III e IV stadio della malattia, il report mette in luce ulteriori criticità. A livello territoriale è presente un’elevata eterogeneità: a marzo 2026 solo sette Regioni (Campania, Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna e Sicilia) presentano sia Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali (PDTA) sia reti cliniche attive. Nelle altre Regioni risultano parziali (5) o assenti (8). In generale, i centri specializzati, importanti per trattare soprattutto le forme più severe della malattia, <strong>non sono distribuiti uniformemente sul territorio nazionale</strong> e spesso non sono inseriti in reti strutturate che riescano a garantire in maniera funzionale tra loro il primo, secondo e terzo livello di cura.</p>
<h2>Le fasi precoci non sono tutelate</h2>
<p>L’ulteriore nodo che emerge riguarda le esenzioni (codice 063 nell’elenco dei LEA) che vengono applicate a un insieme di visite mediche ed esami diagnostici specifici solo per le fasi più gravi della patologia. È una scelta che “esclude le fasi precoci della malattia, non copre la <strong>complessità clinica dell’endometriosi</strong> e lascia in parte scoperta la gestione del dolore”, afferma <strong>Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE.</strong> Problematica che alcune regioni (Valle d’Aosta, Emilia-Romagna, Toscana, Sicilia) hanno cercato di migliorare ampliando l’offerta dei servizi con risorse proprie.</p>
<h2>L&#8217;endometriosi e il ritardo di diagnosi</h2>
<p>Dal report emerge quindi la necessità di applicare concretamente <strong>un approccio integrato lungo tutto il percorso di diagnosi e trattamento.</strong> Poiché “l’endometriosi richiede modelli organizzativi multidisciplinari e percorsi assistenziali omogenei su tutto il Paese, garantire diagnosi tempestive e cure appropriate non è solo un obiettivo clinico, ma un diritto da assicurare alle donne in modo uniforme su tutto il territorio nazionale”, conclude Cartabellotta.</p>
<p><span class="text-Kvkr6N truncate-Pc_c1s textS-BC51wP">Credits immagine: <a href="https://unsplash.com/it/@all_who_wander?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Kinga Howard</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/donna-sdraiata-sul-letto-FVRTLKgQ700?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p>
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		<title>Così il rumore della pioggia “sveglia” i semi</title>
		<link>https://www.galileonet.it/cosi-il-rumore-della-pioggia-sveglia-i-semi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Bianca Giacomelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 13:31:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vita]]></category>
		<category><![CDATA[piante]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.galileonet.it/?p=133486</guid>

					<description><![CDATA[<p>Uno studio del MIT mostra che i semi percepiscono le vibrazioni prodotte dalle gocce di pioggia, e stimolano strutture interne legate alla crescita, accelerando la germinazione fino al 40%</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/cosi-il-rumore-della-pioggia-sveglia-i-semi/">Così il rumore della pioggia “sveglia” i semi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ascoltare il<strong> suono della pioggia</strong> può avere un effetto rilassante, quasi ipnotico. Almeno per gli umani. Ma per un seme sepolto nel terreno o immerso nell&#8217;acqua, questo suono potrebbe rappresentare, anziché una ninna nanna, <strong>una vera e propria sveglia</strong>. Secondo i ricercatori del MIT di Boston, che hanno pubblicato uno <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-026-44444-1">studio</a> su <em>Scientific Reports,</em> infatti, i semi riuscirebbero a &#8220;sentire&#8221; il suono della pioggia, e questa percezione li spingerebbe a <strong>germogliare</strong> più in fretta.</p>
<h2>I sensi delle piante</h2>
<p>Che le piante mostrino <a href="https://www.galileonet.it/piante-stress-danni/">reazioni visibili in risposta ad alcuni stimoli</a> è cosa nota. Pensiamo per esempio alla Mimosa pudica, che <strong>risponde a stimoli tattili o a vibrazioni</strong> richiudendo le foglie su se stesse, o alla Sansevieria (la cosiddetta<em> Lingua di suocera</em>) che in condizioni di inquinamento estremo o esposizione a vapori tossici può curvare le sue foglie in modo innaturale per minimizzare l&#8217;esposizione superficiale all&#8217;inquinante. Tutte le piante, poi, <strong>reagiscono in vario modo ai raggi del sole,</strong> orientandosi verso la sorgente luminosa per crescere. Ma quella fornita dai ricercatori è la prima evidenza diretta che i semi e i germogli reagiscono ai suoni.</p>
<h2>Le bussole della gravità</h2>
<p>Alla base dell’esperimento degli studiosi c’è un fatto fisico noto: quando una goccia di pioggia cade su una pozzanghera o sul terreno, genera <strong>onde sonore che si propagano nell&#8217;ambiente circostante,</strong> facendo vibrare tutto ciò che si trova nelle vicinanze. Compresi, dunque, anche i <strong>semi</strong> che si trovano poco sotto la superficie. Queste vibrazioni sono abbastanza potenti da scuotere minuscole strutture (organelli) presenti all&#8217;interno di alcune cellule del seme, gli statòliti. Questi funzionano come piccole bussole della gravità, nel senso che indicano al seme dove si trovano il &#8220;su&#8221; e il &#8220;giù&#8221;, guidando la crescita delle radici verso il basso e del germoglio verso l&#8217;alto. Quando vengono spostati o scossi, però, inviano un segnale supplementare che stimola la crescita del seme.</p>
<h2>L&#8217;esperimento con il riso</h2>
<p>Per mettere alla prova questa ipotesi,<strong> Nicholas Makris</strong> – professore di Ingegneria meccanica al MIT – e Cadine Navarro, ricercatrice al Dipartimento di Studi urbani e pianificazione della stessa struttura, <strong>hanno lavorato con circa 8.000 semi di riso,</strong> immersi in vasche poco profonde piene d&#8217;acqua, ambiente che simula quello tipico delle risaie. Parte dei semi è stata esposta a gocce d&#8217;acqua che simulavano piogge di diversa intensità, mentre altri semi sono stati lasciati nelle stesse condizioni, ma senza l’effetto della pioggia. Nell’acqua, ricordano i ricercatori, il suono della pioggia è per altro più intenso che nell&#8217;aria, perché il liquido, essendo più denso dell’aria, trasmette le onde pressorie in modo più potente. “Un seme che si trova a pochi centimetri dall&#8217;impatto di una goccia d&#8217;acqua – spiega Makris &#8211; è esposto a pressioni sonore paragonabili a quelle che si percepirebbero a pochi metri da un motore a reazione nell&#8217;aria”. Ebbene, dicono i ricercatori, i semi esposti al suono delle gocce <strong>hanno germogliato dal 30 al 40 percento più rapidamente rispetto agli altri.</strong> Inoltre, i semi più vicini alla superficie — quelli che percepivano meglio le vibrazioni — hanno mostrato una risposta ancora più rapida.</p>
<h2>Un vantaggio per la sopravvivenza</h2>
<p>Perché questa capacità si è selezionata nel corso dell’evoluzione? Secondo i ricercatori, un seme abbastanza vicino alla superficie da percepire il suono della pioggia si trova probabilmente anche nella posizione ideale per assorbire l&#8217;umidità e crescere fino a raggiungere la luce. Sentire la pioggia, in pratica, <a href="https://www.galileonet.it/la-sapienza-nascosta-delle-piante/">è un modo per sapere che le condizioni sono favorevoli.</a> Secondo i ricercatori, comunque, il fenomeno non riguarderebbe solo il riso, ma diverse altre specie con caratteristiche simili, e i semi potrebbero rispondere anche ad altri segnali naturali, come <strong>le vibrazioni generate dal vento.</strong></p>
<p><span class="text-Kvkr6N truncate-Pc_c1s textS-BC51wP">Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@fahim_?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Fahim mohammed jaseem</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/una-piccola-pianta-verde-spunta-dal-terreno-SWAHvtC8S2E?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p>
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		<title>Vita su Marte? Curiosity trova nuove molecole organiche</title>
		<link>https://www.galileonet.it/curiosity-marte-molecole-organiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marta Musso]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 12:02:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spazio]]></category>
		<category><![CDATA[astronomia]]></category>
		<category><![CDATA[marte]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.galileonet.it/?p=133493</guid>

					<description><![CDATA[<p>L'esperimento è stato condotto nella regione di Glen Torridon, un'area ricca di minerali argillosi che indicano la presenza di acqua in passato</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/curiosity-marte-molecole-organiche/">Vita su Marte? Curiosity trova nuove molecole organiche</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>rover Curiosity</strong> della Nasa ha scoperto su <strong>Marte</strong> le tracce di antiche <a href="https://www.wired.it/scienza/spazio/2018/06/07/curiosity-molecole-organiche-marte/" target="_blank" rel="noopener"><strong>molecole organiche</strong></a>, tra cui quelle considerate necessarie per l&#8217;<strong>origine della vita</strong> sulla Terra. A confermarlo nuovamente è stato un esperimento chimico senza precedenti, condotto per la prima volta su un altro pianeta, i cui risultati indicano che la superficie marziana può <strong>conservare</strong> molecole che potrebbero fungere da indicatori di <strong>vita antica</strong>. Sebbene per identificare con certezza segni di vita passata sia necessario riportare sulla Terra i campioni di <a href="https://www.wired.it/article/curiosity-rocce-marte-foto/" target="_blank" rel="noopener">roccia</a>, questo nuovo <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-026-70656-0" target="_blank" rel="noopener" data-ml-dynamic="true" data-ml-dynamic-type="sl" data-orig-url="https://www.nature.com/articles/s41467-026-70656-0" data-ml-id="0" data-ml="true" data-xid="fr1776857623178ffb" data-skimlinks-tracking="xid:fr1776857623178ffb">studio</a>, pubblicato dai ricercatori dell&#8217;Università della Florida su <strong>Nature Communications</strong>, potrebbe comunque essere cruciale per contribuire a rivelare organismi esistiti su Marte miliardi di anni fa.</p>
<h2>La missione del rover Curiosity</h2>
<p>Il <strong>rover Curiosity</strong>, ricordiamo brevemente, è atterrato su Marte nell&#8217;agosto del 2012 per trovare prove che l&#8217;antico pianeta rosso avesse condizioni in grado di supportare la <strong>vita microbica</strong> che potrebbe essere esistita sul pianeta miliardi di anni fa. Guidato dal Jet Propulsion Laboratory della Nasa, nel 2020 Curiosity ha condotto un esperimento nella regione di Glen Torridon, all&#8217;interno del <a href="https://www.wired.it/article/marte-carbonio-curiosity-vita/" target="_blank" rel="noopener">cratere Gale</a>, un&#8217;area ricca di minerali argillosi che indicano fortemente la presenza di acqua in passato. Queste argille, raccolte grazie agli strumenti a bordo del rover noti come <a href="https://www.wired.it/article/marte-curiosity-molecole-organiche/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Sample Analysis on Mars (Sam)</strong></a>, sono in grado di trattenere e preservare le sostanze chimiche organiche meglio di altri minerali, il che le rende un obiettivo primario per la scoperta di questi composti.</p>
<h2>L&#8217;esperimento</h2>
<p>Utilizzando una sostanza chimica nota come TMAH, il nuovo esperimento ha scomposto molecole organiche più grandi in modo che potessero essere analizzate dagli strumenti di bordo all&#8217;interno di Sam. E, tra le oltre <strong>20 sostanze chimiche</strong> identificate, i ricercatori hanno individuato una molecola contenente <strong>azoto</strong> con una struttura simile ai precursori del dna (proto-dna), una sostanza chimica mai rilevata prima su <a href="https://www.wired.it/article/ragnatele-marte-origine-rover-curiosity/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Marte</strong></a>. Il rover Curiosity, inoltre, ha identificato il <strong>benzotiofene</strong>, una grande molecola chimica solforosa a doppio anello spesso portata sui pianeti dai <a href="https://www.wired.it/scienza/spazio/2020/07/29/marte-meteorite-rover-perseverance/" target="_blank" rel="noopener">meteoriti</a>. &#8220;Lo stesso materiale che è piovuto su Marte dai <strong>meteoriti</strong> è quello che è piovuto sulla Terra, e probabilmente ha fornito gli <strong>elementi costitutivi</strong> della vita come la conosciamo sul nostro pianeta&#8221;, ha commentato l&#8217;autrice Amy Williams.</p>
<h2>Valutare l&#8217;abitabilità di un ambiente</h2>
<p>Gli autori del nuovo studio, quindi, sono ora sicuri che negli strati superficiali di <a href="https://www.wired.it/article/luna-marte-tutti-rover-lander-che-abbiamo-mandato/" target="_blank" rel="noopener">Marte</a> si sono conservate grandi molecole organiche complesse, e quindi probabilmente anche quelle che potrebbero essere indicative di <a href="https://www.wired.it/scienza/spazio/2021/07/19/marte-curiosity-nasa-rocce-vita/" target="_blank" rel="noopener">vita passata</a>, ossia miliardi di anni fa. &#8220;Pensiamo di trovarci di fronte a materia organica conservata su Marte per 3,5 miliardi di anni&#8221;, ha spiegato Williams. &#8220;È davvero utile avere la prova che l&#8217;<strong>antica materia organica</strong> si sia conservata, perché questo è un modo per valutare l&#8217;<strong>abitabilità</strong> di un ambiente. E se vogliamo cercare prove di vita sotto forma di carbonio organico conservato, questo dimostra che è possibile&#8221;. Sebbene il rover Curiosity abbia effettuato la prima analisi di campioni su un altro pianeta, altre missioni simili sono attualmente in programma, tra cui la <strong>missione <a href="https://www.wired.it/article/marte-missione-exomars-rosalind-franklin-nasa-esa-accordo/" target="_blank" rel="noopener">Rosalind Franklin</a></strong> su Marte e la spedizione <a href="https://www.wired.it/article/dragonfly-missione-nasa-novita-dettagli/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Dragonfly</strong></a> sulla luna di Saturno <strong>Titano</strong>, che prevedono appunto di utilizzare il test TMAH per la ricerca di composti organici.</p>
<p>Via: <a href="https://www.wired.it/article/il-rover-curiosity-ha-trovato-tracce-di-composti-organici-mai-visti-prima-su-marte/">Wired.it</a></p>
<p>Credits immagine: NASA/JPL-Caltech/MSSS</p>
<p>Leggi anche: <a href="https://www.galileonet.it/ecco-la-mappa-di-marte-in-alta-risoluzione/">Ecco la mappa di Marte in alta risoluzione</a></p>
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		<title>C&#8217;è una speciale memoria che ci impedisce di dimenticare come si va in bicicletta</title>
		<link>https://www.galileonet.it/bicicletta-equilibrio-imparare-memoria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sandro Iannaccone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 10:18:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vita]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[neuroscienze]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.galileonet.it/?p=133483</guid>

					<description><![CDATA[<p>Una volta acquisito l’equilibrio sui pedali, il nostro cervello lo registra “per sempre” (o quasi)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/bicicletta-equilibrio-imparare-memoria/">C&#8217;è una speciale memoria che ci impedisce di dimenticare come si va in bicicletta</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa avete mangiato ieri a <a href="https://www.wired.it/article/sprechi-alimentari-sei-punti-per-imparare-a-ridurre-cibo-nella-spazzatura/" target="_blank" rel="noopener">pranzo</a>? Come si chiama l’attore coprotagonista dell’ultimo <a href="https://www.wired.it/gallery/cinema-e-sogno-film-trasformano-lo-schermo-in-un-territorio-onirico/" target="_blank" rel="noopener">film</a> che avete visto al cinema? Che <a href="https://www.wired.it/gallery/scarpe-running-novita-prova/" target="_blank" rel="noopener">scarpe</a> indossavate l’altra sera? Una frazione rilevante di noi non sa rispondere – almeno non su due piedi – a domande di questo tipo, relative al passato recente; ma quasi nessuno <a href="https://www.wired.it/article/memoria-sfruttare-le-emozioni-per-ricordare-meglio-informazioni-utili-ecco-come/" target="_blank" rel="noopener">dimentica</a> cose apprese molto tempo fa, tra cui, per esempio, <strong><a href="https://www.wired.it/gallery/biciclette-strane-innovative-intelligenti-2025/" target="_blank" rel="noopener">andare</a> in bicicletta</strong>. Un’abilità che si radica in modo così profondo nella nostra <a href="https://www.wired.it/article/memoria-non-solo-questione-di-testa-rumore-di-fondo-del-corpo-essenziale-per-costruire-nuovi-ricordi/" target="_blank" rel="noopener">memoria</a> da aver dato origine a un modo di dire: è come andare in bicicletta, ossia è impossibile da dimenticare. Il “segreto” di questa memoria inossidabile, secondo le evidenze scientifiche, sta nella differenza con cui il nostro cervello immagazzina e gestisce diversi tipi di ricordi, e in particolare nelle dinamiche della cosiddetta <strong>memoria procedurale</strong>, quella legata, per l’appunto, al consolidamento di abilità motorie e cognitive “automatiche” a “abitudinarie”. Ossia, in parole più semplici, la memoria di come si fanno le cose.</p>
<h2>Una memoria a due volti</h2>
<p>Piccolo excursus storico. La moderna comprensione della memoria motoria deve quasi tutto a <strong>Henry Molaison</strong>, anche noto come “paziente H.M.”, che nel 1953 subì un intervento di rimozione di parte dell’ippocampo per curare un’epilessia grave. L’operazione gli impedì, da quel momento in poi, di formare nuovi ricordi a lungo termine di fatti o di eventi (la cosiddetta <strong>memoria dichiarativa</strong>) ma lo rese in grado di imparare nuovi compiti motori, come disegnare una stella partendo da pochi tratti: sostanzialmente, ogni giorno l’uomo svolgeva di nuovo il compito, senza ricordare di averlo già fatto, con precisione sempre maggiore. “Casi come questo – ha spiegato sulle pagine di <a class="external-link" href="https://www.scientificamerican.com/article/why-dont-we-forget-how-to-ride-a-bike/" target="_blank" rel="nofollow noopener" data-offer-url="https://www.scientificamerican.com/article/why-dont-we-forget-how-to-ride-a-bike/" data-event-click="{&quot;pattern&quot;:&quot;ExternalLink&quot;}" data-event-boundary="click" data-in-view="{&quot;pattern&quot;:&quot;ExternalLink&quot;}" data-include-experiments="true"><strong>Scientific American</strong></a> il neuroscienziato clinico <strong>Boris Suchan</strong> – dimostrano che la memoria non è un singolo archivio, ma esistono sia i ricordi espliciti, come date e fatti, che quelli procedurali, come nuotare o andare in bici, e questi ultimi dipendono da strutture evolutivamente più antiche e stabili”.</p>
<h2>Un “pilota automatico” nel cervello</h2>
<p>La memoria procedurale opera a un livello <strong>inconscio</strong> e <strong>automatico</strong>. All’inizio, imparare ad andare in bicicletta richiede un grande sforzo della corteccia cerebrale; con la pratica, il “controllo” passa poi ai <strong>gangli della base</strong> (le strutture del cervello responsabili della fluidità dell’azione) e al <strong>cervelletto</strong> (che corregge gli errori in tempo reale). In queste aree, la plasticità cerebrale è diversa: una volta che i circuiti neuronali si sono formati, diventano estremamente resistenti al rimodellamento che normalmente cancella i ricordi meno usati o meno utili (per esempio quali scarpe indossavate l’altra sera). “Una volta che una sequenza è stata automatizzata – spiega il neurologo <strong>Andrew Budson</strong> su <a class="external-link" href="https://www.popsci.com/science/why-never-forget-how-ride-bike/" target="_blank" rel="nofollow noopener" data-offer-url="https://www.popsci.com/science/why-never-forget-how-ride-bike/" data-event-click="{&quot;pattern&quot;:&quot;ExternalLink&quot;}" data-event-boundary="click" data-in-view="{&quot;pattern&quot;:&quot;ExternalLink&quot;}" data-include-experiments="true"><strong>Popular Science</strong></a> – il cervello non ha più bisogno di richiamarla coscientemente”: è lì, scolpita (quasi) per sempre.</p>
<h2>Non solo cosa, ma anche come</h2>
<p>C’è di più. A quanto pare, il cervello non ricorda solo il compito da eseguire, ma anche il nostro stile nel farlo. Uno <a class="external-link" href="https://www.frontiersin.org/journals/computational-neuroscience/articles/10.3389/fncom.2013.00111/full" target="_blank" rel="nofollow noopener" data-offer-url="https://www.frontiersin.org/journals/computational-neuroscience/articles/10.3389/fncom.2013.00111/full" data-event-click="{&quot;pattern&quot;:&quot;ExternalLink&quot;}" data-event-boundary="click" data-in-view="{&quot;pattern&quot;:&quot;ExternalLink&quot;}" data-include-experiments="true">studio longitudinale</a> pubblicato nel 2013 sulla rivista <strong>Frontiers in Computational Neuroscience</strong> ha analizzato soggetti impegnati in un complesso compito di coordinazione a due mani: i partecipanti si sono “allenati” per due mesi e sono stati poi testati sei mesi e otto anni dopo. “I soggetti – si legge nello studio – non solo hanno mantenuto la capacità di eseguire il compito, ma hanno riprodotto il loro stile individuale persino dopo otto anni”, il che suggerisce che il cervello codifica “firme” precise, come, nel caso della bicicletta, la pressione sui pedali o il ritmo di oscillazione, rendendo ogni ciclista unico e costante nel tempo. C’è però anche un rovescio della medaglia: lo studio ha infatti evidenziato che mentre la coordinazione di base rimane intatta, la “pulizia” del movimento può risentire del tempo. Nel caso della coordinazione a due mani, la variabile chiamata “intermanual crosstalk”, ovvero quanto una mano “interferisca” con l’altra, è stata l’unica a non essere mantenuta dopo otto anni, il che spiega, per esempio, perché un pianista professionista debba esercitarsi continuamente per mantenere il proprio tocco, mentre può riprendere a pedalare senza problemi: <strong>l’abilità motoria “a grana grossa” è salva, ma la coordinazione più fine va perduta.</strong></p>
<p>Via: <a href="https://www.wired.it/article/perche-non-dimentichiamo-come-si-va-in-bicicletta-segreto-sta-nella-cosiddetta-memoria-procedurale/">Wired.it</a></p>
<p>Credits immagine: <a href="https://unsplash.com/it/@murillodepaula?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Murillo de Paula</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/donna-in-sella-a-una-bici-rigida-bianca-o2FCfhNSjPo?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></p>
<p>Leggi anche: <a href="https://www.galileonet.it/la-bicicletta-elettrica-ci-aiuta-a-muoverci-quanto-dovremmo/">La bicicletta elettrica ci aiuta a muoverci quanto dovremmo?</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/bicicletta-equilibrio-imparare-memoria/">C&#8217;è una speciale memoria che ci impedisce di dimenticare come si va in bicicletta</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Perché crediamo alle fake news? Lo dice la pupilla</title>
		<link>https://www.galileonet.it/perche-crediamo-alle-fake-news-lo-dice-la-pupilla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elisa Manacorda]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 12:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[fake news]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.galileonet.it/?p=133475</guid>

					<description><![CDATA[<p>Uno studio italiano rivela che le nostre convinzioni influenzano l'apprendimento della disinformazione ancor prima di decidere consciamente se una notizia è vera o falsa</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/perche-crediamo-alle-fake-news-lo-dice-la-pupilla/">Perché crediamo alle fake news? Lo dice la pupilla</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un momento, brevissimo, quasi impercettibile, in cui il <strong>cervello</strong> ha già deciso. Prima ancora di leggere un <strong>titolo</strong> per intero, prima di formulare un giudizio consapevole su un video o un testo scritto, <a href="https://www.galileonet.it/bufale-fake-news-condivise/">qualcosa dentro di noi ha già preso posizione.</a> A rivelarlo non sono le testimonianze dei partecipanti a uno studio, ma le loro <strong>pupille</strong>. Non più solo specchio dell&#8217;anima ma della nostra capacità, o incapacità, di fare i conti con la realtà.</p>
<p>A raccontarlo è una ricerca coordinata da <strong>Stefano Lasaponara</strong>, docente del Dipartimento di Psicologia di Sapienza Università di Roma, condotta in collaborazione con il <strong>Santa Lucia IRCCS</strong> e <a href="https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2518776123">pubblicata su Pnas</a>. Lo studio mette in luce un meccanismo cognitivo tanto sottile quanto potente: le nostre <strong>convinzioni</strong> preesistenti non si limitano a orientare le nostre opinioni, ma plasmano attivamente il modo in cui <strong>apprendiamo</strong>, fino al punto di farci ignorare tutti i segnali che dovrebbero farci cambiare idea.</p>
<h2>Come funziona l&#8217;esperimento</h2>
<p>Lo studio si è articolato in tre fasi distinte. Nella prima, ai partecipanti sono state mostrate notizie — metà vere, metà false — chiedendo loro di valutare quali ritenessero reali e quali fossero <strong>fake news</strong>. Nella seconda fase, ai partecipanti è stata prospettata la possibilità di vincere una piccola somma di denaro indovinando di volta in volta quale tra due notizie valutate in precedenza fosse associata al premio. Attraverso prove ed errori, i partecipanti hanno via via imparato a distinguere e a scegliere le notizie associate alla ricompensa. Nell&#8217;ultima fase, ai partecipanti veniva chiesto di confermare o rivedere i propri giudizi iniziali sulla veridicità delle notizie.</p>
<p>I risultati sono stati sorprendenti. Quando le ricompense erano associate a notizie che i partecipanti già credevano vere, l&#8217;apprendimento procedeva in modo rapido ed efficace. Ma quando il premio era legato a notizie che i partecipanti ritenevano false, le difficoltà erano evidenti: le persone continuavano a scegliere le notizie in cui credevano, anche quando questa scelta non portava alcun guadagno. In altre parole, la convinzione soggettiva di verità si rivelava più forte dell&#8217;incentivo economico a cambiare strategia.</p>
<h2>La pupilla non mente</h2>
<p>L&#8217;elemento più affascinante della ricerca riguarda però la <strong>pupillometria</strong>, ovvero la misurazione della dilatazione della pupilla come indicatore fisiologico del coinvolgimento mentale. Durante la prima fase di lettura delle notizie, i ricercatori hanno osservato che la pupilla si dilatava di più in corrispondenza delle notizie alle quali i partecipanti avrebbero poi attribuito maggiore <strong>credibilità</strong>. Questo significa che il <strong>cervello</strong> riservava più risorse cognitive — più &#8220;attenzione profonda&#8221; — già ai contenuti in linea con le proprie credenze, e lo faceva prima ancora che venisse espresso un giudizio esplicito.</p>
<p>&#8220;Non è sufficiente che un&#8217;informazione sia coerente con le proprie <strong>convinzioni</strong> per guidare l&#8217;apprendimento &#8211; spiega Lasaponara &#8211; è cruciale che venga percepita come vera. Quando siamo convinti che qualcosa sia vero, non solo tendiamo a preferirlo, ma possiamo arrivare a ignorare segnali che dovrebbero farci cambiare idea&#8221;.</p>
<h2>La lotta alle fake news</h2>
<p>Le implicazioni di questa ricerca vanno ben oltre il laboratorio. In un&#8217;epoca in cui <a href="https://www.galileonet.it/guerra-ucraina-russia-fake-news-come-identificare/">la disinformazione si diffonde a velocità senza precedenti,</a> amplificata da <strong>algoritmi</strong> che — come sappiamo — tendono a proporre agli utenti contenuti coerenti con le loro opinioni pregresse, creando le cosiddette<strong> &#8220;bolle informative&#8221;</strong>, capire i meccanismi cognitivi profondi attraverso cui le fake news attecchiscono diventa una priorità tanto scientifica quanto politica.</p>
<p>In questo senso lo studio mostra che contrastare la <strong>disinformazione</strong> non può ridursi a pubblicare smentite o informazioni corrette: occorre agire anche sui processi di<strong> valutazione e apprendimento</strong>. Una strategia efficace punta insomma a sviluppare una maggiore consapevolezza del ruolo delle proprie convinzioni e a promuovere un approccio più critico e flessibile all&#8217;informazione. In altre parole: l&#8217;unica strada è sostenere la media literacy.</p>
<p><span class="text-Kvkr6N truncate-Pc_c1s textS-BC51wP">Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@onthesearchforpineapples?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Colin Lloyd</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/pelliccia-marrone-e-nera-su-piatto-in-ceramica-bianca-suj3od1uMv8?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p>
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		<title>La scienza tra ragione ed esperienza</title>
		<link>https://www.galileonet.it/la-scienza-tra-ragione-ed-esperienza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maria Arcà]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 08:14:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia della scienza]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[storia della scienza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Aristotele all'intelligenza artificiale, una breve storia del pensiero scientifico che mostra come la tensione tra approccio deduttivo e osservazione empirica abbia guidato — e continui a guidare — la costruzione della conoscenza</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/la-scienza-tra-ragione-ed-esperienza/">La scienza tra ragione ed esperienza</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Che cos’è la scienza? Con questa domanda si apre (e si chiude) il testo di <strong>Vincenzo Crupi</strong>, professore di Filosofia della Scienza a Torino, che ci presenta una veloce rassegna del <strong>pensiero scientifico</strong> elaborato da filosofi ed epistemologi fin dal tempo dei Greci nel tentativo di capire ciò che succede al mondo.</p>
<figure id="attachment_133464" aria-describedby="caption-attachment-133464" style="width: 312px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="wp-image-133464 size-medium" src="https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/04/crupi-312x480.png" alt="" width="312" height="480" srcset="https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/04/crupi-312x480.png 312w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/04/crupi-156x240.png 156w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/04/crupi-273x420.png 273w, https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2026/04/crupi.png 400w" sizes="(max-width: 312px) 100vw, 312px" /><figcaption id="caption-attachment-133464" class="wp-caption-text"><a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815395016#">Vincenzo Crupi, Che cos’è la scienza? Il Mulino, 2026 &#8211; pp. 158, € 15,00</a></figcaption></figure>
<h2>Tra Euclide e Archimede</h2>
<p>Modelli sull’Universo, modelli sulla Terra, modelli sulla natura delle cose si susseguono nel tempo, sviluppandosi a partire da nuovi dati di esperienza, da nuovi modi di organizzarli. <a href="https://www.galileonet.it/godfrey-smith-libro-fisolofia-scienza/">Le osservazioni di fatti permettono di costruire teorie esplicative</a> che però non danno garanzie di verità, e il pensiero elabora descrizioni dei processi immaginando di potere così spiegare causalmente i fenomeni. Nel lungo percorso storico si alternano e spesso si sovrappongono due criteri di interpretazione: una costruzione deduttiva di tipo euclideo, che si sviluppa top-down, a partire da principi necessari ed evidenti alla ragione ma non necessariamente dimostrabili; e una ricostruzione archimedea, down-up, che considera i fatti osservabili, la realtà delle cose, e ne elabora interpretazioni formulando ipotesi coerenti con i dati di esperienza. Per sviluppare modalità di osservazione via via più complesse la scienza diventa “sperimentale”: si cerca di individuare le varabili che condizionano un dato evento si impara a misurarle con accuratezza. In un esperimento ben fatto si riproducono in condizioni e in tempi controllati gli eventi oggetto di indagine, si verificano le previsioni, si modificano i parametri, si cercano le variabili che possono influire sullo svolgersi del fenomeno.</p>
<h2>La scienza che guarda il cielo</h2>
<p>Storicamente, il campo di indagine più suggestivo è l’<strong>astronomia</strong>: guardando il cielo notturno si cercano le relazioni tra i moti delle stelle e dei pianeti. L’osservazione si sviluppa nei secoli proponendo modelli ancora molto dipendenti dalle concezioni religiose espresse nella Bibbia e diffuse col cristianesimo, si cerca di aggiustare quello che si vede a quello che i testi sacri suggeriscono. Crupi analizza il passaggio concettuale dal sistema tolemaico a quello copernicano, confronta le interpretazioni delle geometrie celesti mettendo in evidenza le idee (spesso cervellotiche) sui sistemi degli emicicli, ricostruendo le ipotesi sul moto retrogrado osservato nei pianeti sia con un modello di Terra immobile al centro dell’Universo sia con un modello di Terra e pianeti in movimento intorno a un Sole fisso. Lo stesso concetto di scientificità si evolve, ma le differenze concettuali espresse da Tommaso d’Aquino riguardano ancora i due criteri interpretativi fondamentali: l’uno cerca di stabilire con una dimostrazione efficace l’esattezza di un principio teorico da cui necessariamente dipendono delle conseguenze; l’altro cerca di mettere in evidenza come gli effetti osservati si accordino con un principio logico e come le evidenze concordano con le ipotesi iniziali.</p>
<h2>Una prospettiva dinamica</h2>
<p>L’esplorazione astronomica e le interpretazioni di fenomeni fisici da parte di <a href="https://www.galileonet.it/galileo-e-la-luna/">Newton, Galileo, Copernico, Keplero</a> sono sempre meglio sostenute da strumentazioni tecnologicamente complesse che spingono verso osservazioni, sperimentazioni ed esperienza più accurate. Nei secoli la <strong>scienza</strong> costruisce una propria identità di ricerca sperimentale, distaccandosi almeno in parte dalla elaborazione filosofica e resistendo alla critica all’empirismo sviluppata per esempio da Hume. I risultati delle osservazioni sono sempre visti in una prospettiva dinamica, soggetti a revisione, aperti alle interpretazioni suggerite da tecnologie sempre più perfezionate.</p>
<h2>La rivoluzione copernicana</h2>
<p>Grandi filosofi come Kant non sono disposti a rinunciare all’idea di scienza come sistema di verità certe e universali e, come spiega Crupi, Kant propone una soluzione generale che componga in una sintesi i due approcci contrapposti dell’empirismo e del razionalismo. In quella che chiama <em>Rivoluzione copernicana</em> Kant concilia l’impostazione euclidea per cui strutture della ragione sono del tutto universali con una loro validazione che dipende da verifiche empiriche. Anche la matematica, del resto, riesce a prevedere teoricamente alcuni fenomeni astronomici che puntualmente si realizzano, mentre la teoria della probabilità dimostra la sua efficacia in molteplici contesti sperimentali.</p>
<h2>La scienza &#8220;normale&#8221;</h2>
<p>Tra convergenze e divergenze, fin dal secolo scorso epistemologia e ricerca scientifica, riflessione filosofica e sperimentazione cercano sia punti di contatto sia una propria specifica autonomia. Popper propone criteri di falsificazione come metodo per validare i risultati scientifici, ma le applicazioni concrete della sua teoria sono sempre piuttosto complesse: non è facile stabilire su quali ipotesi si fondano le falsificazioni, quali affermazioni dipendano logicamente da una teoria o sperimentalmente da una esperienza, come interpretare i risultati sperimentali. Contemporaneo di <strong>Popper</strong>, Khun immagina uno sviluppo dinamico del pensiero scientifico, segnato da rivoluzionari cambiamenti di paradigma nel suo percorso, e forse per primo porta l’attenzione su quella che chiama scienza “normale”, cioè sulla grandissima quantità dei piccoli risultati sperimentali che permettono gli sviluppo teorici, e che possono dare accesso a nuove interpretazioni, rivoluzionarie o no, confermandole o demolendole.</p>
<h2>La tecnologia che cambia la scienza</h2>
<p>Nel ‘900 il pensiero scientifico affronta sempre nuovi aspetti dell’Universo: le teorie di Einstein mettono in crisi i concetti base della fisica newtoniana, in biologia la complessità dei viventi mette in evidenza le loro relazioni reciproche, le sottostrutture molecolari, i rapporti con l’ambiente. La scienza contemporanea si affaccia su sistemi di conoscenza ancora tutti da esplorare: nel suo ultimo capitolo Crupi analizza <a href="https://www.galileonet.it/alphafold-prevedere-struttura-proteine/"><strong>Alphafold</strong></a>, un sofisticato modello computazionale dotato di apprendimento automatico, basato sulla tecnologia delle reti neurali e capace di definire la forma geometrica di una proteina conoscendo la sua sequenza di aminoacidi. Questo strumento ha cambiato in pochi anni la biochimica conosciuta accelerando enormemente i tempi di ricerca. Come interpretare questi sostegni tecnologici per il futuro della conoscenza scientifica? Dal punto di vista degli strumentalisti l’obiettivo delle scienze è di fornire conoscenza empirica evitando inutili speculazioni teoriche. Gli idealisti pensano invece che l’investigazione del mondo sia una aspirazione legittima, perseguita fino ad oggi con risultati parziali ma significativi, e che è impossibile fare a meno di qualche forma di teorizzazione. La conclusione è, come sempre, ambigua: con l’evolversi delle tecnologie, a cominciare dall’IA, i problemi filosofici si presentano in forme nuove, e pur se le discussioni tra <strong>realismo</strong> e <strong>sperimentalismo</strong> non perdono la loro rilevanza. Crupi insiste sulla necessità di individuare le relazioni tra queste due modalità di costruzione del sapere, sviluppando consapevolmente l’acquisizione di conoscenze che permettono alle scienze stesse di cambiare e crescere.</p>
<p>Credits immagine: <a href="https://unsplash.com/it/@garvitnama?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Garvit Nama</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/un-grande-oggetto-metallico-seduto-sopra-un-tavolo-di-legno-ETErXQCZhSo?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/la-scienza-tra-ragione-ed-esperienza/">La scienza tra ragione ed esperienza</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
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		<title>Scimpanzé: nuove relazioni possono scatenare una guerra civile in questi primati</title>
		<link>https://www.galileonet.it/scimpanze-guerra-civile-relazioni-studio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Lisa Bonfranceschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 08:08:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Vita]]></category>
		<category><![CDATA[comportamento]]></category>
		<category><![CDATA[primati]]></category>
		<category><![CDATA[scimpanzé]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Allontanamenti, inseguimenti, aggressioni, separazione dei territori battuti: un evento raro che può farci comprendere molte cose</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/scimpanze-guerra-civile-relazioni-studio/">Scimpanzé: nuove relazioni possono scatenare una guerra civile in questi primati</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un episodio della serie <a class="external-link" href="https://www.netflix.com/it/title/81311783" target="_blank" rel="nofollow noopener" data-offer-url="https://www.netflix.com/it/title/81311783" data-event-click="{&quot;pattern&quot;:&quot;ExternalLink&quot;}" data-event-boundary="click" data-in-view="{&quot;pattern&quot;:&quot;ExternalLink&quot;}" data-include-experiments="true">“L’impero degli scimpanzè”</a> su Netflix che si intitola “La guerra”. Potrebbe sembrare un termine esagerato quando si parla degli scimpanzé, eppure è proprio di guerra, e nello specifico di “guerra civile” che parlano (seppur con qualche reticenza) oggi alcuni esperti su Science (in un <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adz4944">articolo</a> e in una <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.aeg6719">perspective associata</a>). Questi scimpanzé di <strong>Ngogo</strong>, in Uganda (gli stessi della serie, <a href="https://www.wired.it/article/menopausa-animali-scimpanze-selvatiche-scoperta-studio-significato-evoluzione/">molto studiati</a>) sono capaci infatti di uccidere membri del loro vecchio gruppo, <a href="https://news.utexas.edu/2026/04/09/first-clearly-documented-split-in-worlds-largest-known-chimpanzee-community-leads-to-deadly-violence/">ha spiegato</a> dalla University of Texas Aaron Sandel, a capo dello studio. Alla luce delle tante <a href="https://www.wired.it/article/jane-goodall-morte-addio-alla-donna-che-ci-ha-insegnato-ad-amare-e-conoscere-gli-scimpanze-ma-non-solo/">somiglianze</a> della nostra specie con gli <strong>scimpanzé</strong>, quanto osservato che può dirci sulla genesi dei conflitti umani?</p>
<h2>La storia di una grande comunità di scimpanzé</h2>
<p>La storia è questa. Gli scimpanzé di <strong>Ngogo</strong> sono comunità di <a href="https://www.wired.it/article/bonobo-kanzi-giocando-fare-merenda-dimostrato-anche-le-scimmie-usano-immaginazione-e-sanno-fingere/">primati</a> studiati da tempo dai ricercatori. Si tratta del più grande gruppo noto di <strong>scimpanzé</strong>, con oltre duecento esemplari. All’intexrno del quale qualcosa è cominciato a cambiare circa una decina di anni fa. Gli scimpanzé di Ngogo, scrivono gli esperti, sono stati un’unica <strong>comunità</strong> a lungo, che condivideva lo stesso territorio, con gruppetti interni, certamente, ma non così divisivi, e inoltre a lungo si è trattato di gruppi piuttosto fluidi (alcuni andavano, altri tornavano). Anche gli accoppiamenti avvenivano tra membri di gruppi diversi, come mostrato dalle <strong>analisi genetiche</strong>.</p>
<p>Ma qualcosa, come accennato, è cominciato a cambiare dal 2015, quando questo dinamismo è finito, e sostituito da una progressiva separazione tra il gruppo centrale e il gruppo occidentale, come evidenziato grazie all’<strong>algoritmo di Leiden</strong> (un sistema che permette di evidenziare comunità a partire da reti). Allontanamenti, inseguimenti, evitamenti, per poi arrivare a vere e proprie aggressioni, separazione dei territori battuti, parallelamente a una separazione riproduttiva (nessun mescolamento dal 2015). Questa divisione, proseguono gli esperti, è andata <strong>in crescendo</strong>, così come le aggressioni che agli inizi degli anni duemila si sono fatte mortali, non risparmiando neanche i piccoli di <a href="https://www.wired.it/article/scimpanze-filmati-mentre-condividono-alcol-frutti-fermentati-significato-evolutivo/">scimpanzé</a>. Dal 2018 sette maschi e 17 cuccioli sono morti a causa di attacchi da parte di un gruppo.</p>
<h2>I motivi che potrebbero aver minato la coesione di un gruppo</h2>
<p>Perché? Non c’è un unico motivo alla base di questa <strong>separazione</strong> così netta, e quindi delle successive violenze. I ricercatori elencano <strong>una serie di possibili motivi</strong> che potrebbero essersi combinati insieme: la competizione per il cibo, per gli accoppiamenti, cambiamenti interni come la perdita di membri adulti e nel maschio alfa, un’epidemia respiratoria e una generale difficoltà nel mantenere insieme un <strong>gruppo</strong> così grande. Quali che siano i motivi che hanno minato la solidità di un gruppo e ne hanno generato due, ostili tra loro, e con nuove <a href="https://www.wired.it/scienza/ecologia/2015/08/14/gorilla-koko-scimmie-parlare/">relazioni</a> tra i membri, quanto osservato è degno di nota perché estremamente raro: in questi primati avverrebbe solo una volta ogni 500 anni, ricordano gli autori. “Le nuove identità di gruppo stanno soppiantando i rapporti di cooperazione esistenti da anni”, <a href="https://news.utexas.edu/2026/04/09/first-clearly-documented-split-in-worlds-largest-known-chimpanzee-community-leads-to-deadly-violence/">ha commentato</a> Sandel.</p>
<h2>L’importanza delle relazioni e del gruppo, prima della cultura</h2>
<p>Tutto questo suggerisce che il ruolo delle <a href="https://www.wired.it/scienza/ecologia/2019/03/08/tradizioni-scimpanze/">relazioni</a> nei conflitti possa essere <strong>piuttosto profondo</strong>, proseguono i ricercatori. “È facile attribuire la polarizzazione e la guerra che si verificano oggi tra gli esseri umani a <strong>divisioni etniche, religiose o politiche</strong> &#8211; si legge nelle conclusioni dello studio &#8211; Tuttavia, concentrarsi esclusivamente su questi fattori culturali significa trascurare i processi sociali che plasmano il comportamento umano, processi presenti anche in uno dei nostri parenti animali più prossimi. In alcuni casi, è proprio nei piccoli gesti quotidiani di riconciliazione e ricongiungimento tra individui che troviamo opportunità di <strong>pace</strong>”.</p>
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<p>Usa la parola pace anche <strong>James Brooks</strong> del German Primate Center di Gottinga, nella <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.aeg6719">perspective</a> che accompagna lo studio. E lo fa per sottolineare quello che potremmo imparare da studi simili: “Le relazioni di gruppo tra gli esseri umani sono complesse, diversificate e flessibili. Questa flessibilità permette una profonda cooperazione, ma è anche alla base di atti di violenza. Gli esseri umani devono imparare dallo studio del <strong>comportamento</strong> di gruppo di altre specie, sia in tempo di <a href="https://www.wired.it/article/guerre-aumento-global-peace-index-2024/">guerra</a> che di pace, ricordando che il loro <a href="https://www.wired.it/scienza/ecologia/2013/12/09/scimpanze-hanno-diritto-avere-diritti/">passato evolutivo</a> non determina il loro futuro”.</p>
<p>Via: <a href="https://www.wired.it/article/cosa-insegna-sui-conflitti-umani-guerra-civile-scimpanze-comunita-ngogo-uganda/">Wired.it</a></p>
<p>Credits immagine: <span style="font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">Aaron Sandel</span></p>
<p>Leggi anche: <a href="https://www.galileonet.it/cosa-ci-racconta-la-menopausa-delle-femmine-di-scimpanze/"><span class="s1">Cosa ci racconta la scoperta della menopausa nelle femmine di scimpanzé</span></a></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.galileonet.it/scimpanze-guerra-civile-relazioni-studio/">Scimpanzé: nuove relazioni possono scatenare una guerra civile in questi primati</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.galileonet.it">Galileo</a>.</p>
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