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		<title>E-commerce experience #2: Amazon.it</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jordan H. Simon]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 14:30:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In cerca di un iPad 1 in offerta, dato che in questo periodo (maggio 2011) sono numerose le catene di elettronica che svendono il modello della prima serie, mi sono imbattuto nell&#8217;offerta di Amazon.it praticamente per caso. Era il 16 maggio scorso, e avevo trovato finalmente la mia offerta, o meglio ero finalmente arrivato in &#8230; &#8230; <a href="https://geekonomist.wordpress.com/2011/08/24/e-commerce-experience-2-amazon-it/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In cerca di un iPad 1 in offerta, dato che in questo periodo (maggio 2011) sono numerose le catene di elettronica che svendono il modello della prima serie, mi sono imbattuto nell&#8217;offerta di Amazon.it praticamente per caso. Era il 16 maggio scorso, e avevo trovato finalmente la mia offerta, o meglio ero finalmente arrivato in tempo anch&#8217;io per partecipare all&#8217;orgia: iPad 1 versione solo wi-fi, da 32 gb, prezzo 299 €. Unico neo: al momento l&#8217;articolo non in magazzino, ma ordinandolo sarei stato ricontattato al più presto con la data di arrivo, di spedizione e di consegna previste. Procedo quindi con l&#8217;ordine, ansioso di avere news sulla data di consegna e sperando che tutto andasse a buon fine. E infatti non passano tre giorni che una mail mi informa che il mio iPad sarebbe arrivato fra le mie mani nel giro di un mese, data di consegna prevista fra il 20 e il 23 giugno. Poco male dico, l&#8217;importante è che arrivi, amen se ci mette un mese. Passano altri 3 giorni e un&#8217;altra mail, dai toni tristi e rammaricati, mi informa che nonostante l&#8217;ordine già fatto il prodotto non è più a magazzino e non è possibile recuperarlo: Amazon si scusa ma purtroppo non è possibile farci nulla. Il giorno seguente addirittura mi chiamano per scusarsi, e un ligio operatore mi tiene al telefono per ben dieci minuti continuando a chiedere scusa e sforzandosi di spiegarmi che con 25 mila prodotti a catalogo qualche volta può succedere che le cose non vadano come si vuole, soprattutto se non hai più l&#8217;articolo in nessuno dei tuoi numerosi magazzini sparsi in giro e se il fornitore non ti rifornisce più il prodotto. Gli dico che non importa e che non me l&#8217;ero presa, capivo benissimo i loro problemi.<br />
L&#8217;incredibile però avviene tre giorni più tardi, per l&#8217;esattezza un lunedì sera, ore 22.41: altra mail di Amazon, cosa che mi comincia quasi a dare fastidio, anche perché mi aspettavo altre scuse e altre richieste di accertamento sul mio grado di insoddisfazione nei confronti della società dato il disservizio. E invece non riesco a credere ai miei occhi, devo leggere la mail cinque volte per realizzare quello che c&#8217;era scritto, passando dall&#8217;incredulità alla convinzione di essere vittima di un caso di phishing (dato un link contenuto nella mail), per capire solo con il passare dei minuti che era tutto stranamente vero: c&#8217;era stato un&#8217;errore di un operatore che incautamente aveva cancellato il mio ordine. Quindi erano pronti a scusarsi e a ridarmi il mal tolto, non prima di avermi pure rimborsato per il disturbo: in soldoni con i miei 299 € avrei avuto al posto dell&#8217;iPad 1 wi-fi 32 gb un iPad 1 wi-fi + 3G 64 gb, ovvero il top di gamma (allora venduto ad un prezzo di 649 €, con un buono a mio favore di ben 350 €). Barcollante ho esitato, scettico, che arrivasse il device, o che ci fosse un&#8217;errata corrige, insomma stentavo a credere alla notizia. E chi se ne frega se, vera la comunicazione, avrei dovuto aspettare un mese; se tutto fosse andato per il verso giusto avrei fatto sacrifici umani in onore di Amazon.<br />
Due giorni più tardi altra mail: &#8220;Azz&#8221; mi son detto, ecco che si correggono. Mi aspettavo che mi dicessero &#8220;ci sei cascato eh?!?&#8221; e invece miracolo numero 2, data di consegna prevista 2 giugno, cioè di li a pochi giorni.<br />
Non ve lo dico neanche a questo punto che il venerato oggetto mi è stato consegnato con ulteriore anticipo, per esattezza il 31 maggio. Così come non vi dico neanche che mi sono macchiato di omicidio nel nome di Amazon. Lo avrete già capito da voi.</p>
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		<title>Firefox 4: troppo fumo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jordan H. Simon]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 10:33:58 +0000</pubDate>
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		<title>Zopa vive!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jordan H. Simon]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Apr 2011 14:59:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Zopa vive! http://t.co/a2lbuX7 &#8212; ManifatturadelCotone (@LaManifattura) April 2, 2011]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="embed-twitter">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true">
<p lang="ht" dir="ltr">Zopa vive! <a href="http://t.co/a2lbuX7">http://t.co/a2lbuX7</a></p>
<p>&mdash; ManifatturadelCotone (@LaManifattura) <a href="https://twitter.com/LaManifattura/status/54126147281231872?ref_src=twsrc%5Etfw">April 2, 2011</a></p></blockquote>
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		<title>Antieconomico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jordan H. Simon]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Dec 2010 16:22:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; A pagina 174 del suo ultimo libro,&#8221;Occidente Estremo&#8221;, Federico Rampini scrive: &#8220;…forse anche i consumatori del Vecchio continente volteranno le spalle ai maxicentri commerciali di periferia, alle insegne tutte uguali, alle catene degli outlet e dei discount. Magari senza accorgersi che i Lifestyle Center sono sempre esistiti. Ogni città italiana ne ha uno. Ha anche &#8230; &#8230; <a href="https://geekonomist.wordpress.com/2010/12/18/antieconomico/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align:justify;">A pagina 174 del suo ultimo libro,&#8221;Occidente Estremo&#8221;, Federico Rampini scrive: &#8220;…forse anche i consumatori del Vecchio continente volteranno le spalle ai maxicentri commerciali di periferia, alle insegne tutte uguali, alle catene degli outlet e dei discount. Magari senza accorgersi che i Lifestyle Center sono sempre esistiti. Ogni città italiana ne ha uno. Ha anche un bel nome nella nostra lingua. Si chiama centro storico&#8221;.</p>
<p style="text-align:justify;">Rampini con queste parole conclude un capitolo in cui spiega la controtendenza che anima numerose città e cittadini americani nel periodo post crisi: nuovi stili di vita e nuove esigenze hanno riportato all&#8217;essenza del vivere, non c&#8217;è dubbio. Hanno semplificato se vogliamo i consumi, e hanno determinato la ricerca di esperienze (incluse quelle di consumo) più vere e meno artificiali. Di certo il fenomeno citato non è che una tendenza, e non di certo la sola che sopravvive in un paese (gli Usa) che hanno affrontato e oggi convivono con la crisi e il cambiamento più radicale della loro storia: lo spostamento del centro dell&#8217;universo, ovvero il fenomeno che li sta spingendo a diventare periferia del mondo in favore di una Cina (e altri paesi emergenti) che hanno approfittato della defaillance americana facendo al contempo leva sulla loro potenza economica sconfinata.</p>
<p style="text-align:justify;">Ad ogni modo non è di questi fenomeni macroeconomici ultra noti che voglio parlare. Come da apertura, il fenomeno che mi interessa è il ritorno alle origini o, per noi italiani una volta tanto, la conferma di un modello storico di abitudini che aveva e mantiene ancora un senso. Se gli americani devono per forza usare termini di impatto e (come tipico nella loro cultura) amplificare anche la più semplice delle cose, noi italiani possiamo fregiarci di un termine a mio avviso anche più cool e che riunisce in se bellezza, cultura e storia. Centro storico, concordo con Rampini, è proprio un bel termine, ed è anche vero che ogni città italiana ne ha uno. Non dobbiamo costruirne di nuovi (L&#8217;aquila a parte -.-&#8216; ) e non dobbiamo inventarci un bel niente. Sono belli che pronti, lì dove li abbiamo lasciati. Già, dove li abbiamo lasciati, perché è vero che anche da noi oramai da un decennio i grandi centri commerciali di periferia hanno fatto man bassa, mettendo in serio pericolo e talvolta riuscendo a mettere in crisi quel sistema consolidato di piccole e piccolissime attività, spesso a gestione familiare, che popolano i cuori pulsanti delle nostre città, i veri social network della vita di un centro.</p>
<p style="text-align:justify;">Ora, con queste premesse, ben si capisce che la tendenza verso la periferia è un fenomeno radicato anche da noi, e che la sfida ai centri storici è una battaglia che gli stessi non possono permettersi di perdere, pena una depauperizzazione delle nostre stesse esistenze. Ho letto molte volte sui giornali, come tutti credo, delle paure dei commercianti del centro città, le loro proteste per le aperture domenicali smodate dei centri commerciali di periferia, la sistematica ricerca da parte dei megastore della sottrazione di persone dai centri storici: i colossi che stanno in periferia hanno bisogno costante di un bacino di utenza nell&#8217;ordine delle centinaia di miglia di consumatori per andare avanti.</p>
<p style="text-align:justify;">Al di là ora di tutte le considerazioni di natura economica ed etica nei confronti di questo modello di business, che mi limito a definire inumano, superficiale e incapace di generare senso (si, di senso nelle nostre esistenze e nelle nostre azioni c&#8217;è ne bisogno, anche se spesso non lo sappiamo o lo dimentichiamo), mi preme mettere nero su bianco quello che possiamo fare, e che faccio già io stesso (che di certo non sono un esempio) ma che mi rendo conto mi dà una soddisfazione inconsueta. Un breve excursus prima: qualche settimana fa ha aperto anche in Italia Amazon, con mio sommo piacere, lo ammetto. I libri che ricerco e che voglio prendere sono venduti al 30% in meno del prezzo di copertina, e questo è una manna. Quello che però con un pò di incoscienza mi sono ritrovato a fare circa due domeniche fa è stato di prendere e andare in centro, in una piccola libreria, dove peraltro non ero mai stato. Morale della favola: il libro di Rampini l&#8217;ho pagato 5,40 € in più di Amazon, con mia somma soddisfazione. L&#8217;atmosfera di quel piccolo posto pieno zeppo di libri, la cortesia di quell&#8217;uomo con cui ho scambiato due parole, l&#8217;atmosfera del centro città, pieno e vissuto, che ho trovato appena fuori dalla porta del negozio mi ha fatto pensare che 5,40 € siano un prezzo giusto per un&#8217;esperienza appagante, per finanziare coloro che ti permettono di viverla, per il senso che l&#8217;insieme di un centro storico ti regala. Perché senza essere troppo fondamentalisti e ciechi quello che pensi è che quei soldi in più non sono una fregatura, ma un tuo contributo per mandare avanti un sistema di cui anche tu hai sempre fruito, spesso a gratis. In sostanza è il modello del <a title="Wikipedia: definizione di Freemium" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Freemium" target="_blank">Freemium</a> se andiamo a ben vedere: godiamo della passeggiata in centro, ci riempiamo gli occhi delle luci e degli articoli dei suoi negozi, viviamo la nostra vita sociale perché ci troviamo un sacco di gente che conosciamo e che spesso o non incontriamo o non avremo mai modo di vedere, e tutto questo lo possiamo fare gratis, senza che ci venga chiesto un Euro. Quando invece acquistiamo qualcosa in centro un sovrapprezzo può anche esserci, è il nostro contributo, o meglio il ripagare tutto il sistema di prima. Ma vi confermo che a me dà piacere. Si, può essere antieconomico a volte acquistare nel negozietto in centro, piuttosto che al megacentro commerciale piuttosto che al megastore online. Ma è una sorta di moderno mecenatismo, peraltro interessato, vista l&#8217;esigenza di conservare i negozi del centro storico.</p>
<p style="text-align:justify;">E non nascondo che anche il piacere di sfidare apertamente l&#8217;economia e il business così come ce li hanno insegnati, le abitudini d&#8217;acquisto come ce le hanno imposte, è appagante tanto quanto il finanziare il negozio sotto casa.</p>
<p style="text-align:justify;">La scelta antieconomica può essere una scelta razionale.</p>
<p style="text-align:justify;">
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		<title>Social doesn&#8217;t matter</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jordan H. Simon]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Oct 2010 13:17:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il social networking non è importante. Non nel senso che non abbia peso, o che non generi ritorni economici, o che non abbia un grado di penetrazione fra gli utenti internet pressoché infinito, ma nel senso che spesso non ha rilievo per quello che è e che genera, per i contenuti prodotti e autoprodotti. Premetto: &#8230; &#8230; <a href="https://geekonomist.wordpress.com/2010/10/10/social-doesnt-matter/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Il social networking non è importante. Non nel senso che non abbia peso, o che non generi ritorni economici, o che non abbia un grado di penetrazione fra gli utenti internet pressoché infinito, ma nel senso che spesso non ha rilievo per quello che è e che genera, per i contenuti prodotti e autoprodotti. Premetto: lo so che mi sto addentrando in un campo minato, e che ci sono le dovute limitazioni a quello che sto dicendo, ma è pur sempre vero che una mole considerevole di contenuti generati dai social network e dal web 2.0 in generale potrebbe essere tranquillamente cestinata, così come il valore delle relazioni che essi realizzano è spesso pressoché nullo, se non fittizio, se non limitato al virtuale. Ripeto, con le dovute eccezioni, ma che a mio modo di vedere sono numericamente poco significative e da ricercarsi fra quei pochi che usano veramente gli strumenti offerti per quello che sono, che producono contenuti di valore e qualità. E che a differenza del 99% degli altri non sommergono il web di cazzate inutili, prive di senso, pregne di un&#8217;autoreferenzialità fine a se stessa o di contenuti, spacciati per informazione, ma che informazione non sono per il semplice motivo che non sono altro che news passate di mano in mano centinaia di volte, rimpallate da un sito e riprese migliaia di volte da innumerevoli altri siti che scimmiottano la fonte originaria e ripetono come pappagalli senza un minimo di originalità, taglio giornalistico o semplicemente senza aggiungere considerazioni, ma che nonostante tutto si credono utili al web e all&#8217;umanità, e che in sostanza credono che la loro esistenza abbia un senso.</p>
<p style="text-align:justify;">Il social networking non è importante, e mi stanno sul cazzo tutti gli espertoni di marketing (ho studiato marketing all&#8217;università, non per vantarmene, anzi, ma semplicemente per affermare che credo di aver cognizione di causa in quello che dico) che si sbrodolano addosso con facebook, twitter e foursquare, millantando che il social media marketing è indispensabile, e che un&#8217;azienda non esiste se non ha una presenza &#8220;social&#8221; sul web. Perché? Perché, e qui riprendo il mio benamato Carr, così come l&#8217;IT a suo tempo era un semplice strumento di &#8220;parificazione&#8221; per le aziende (diceva Carr in un famoso articolo) anche il social è oggi un modo per mettersi in pari con chi già c&#8217;è, e il cui valore è nullo nel momento in cui ci sono tutti, nel momento in cui tutti vi hanno acceduto. Della serie: cosa ha il mio facebook, twitter o che cazzo ne so io in più di quello delle altre aziende? Niente dico io, è come quello di tutti gli altri. Però ti vengono a fare una testa così se non hai una pagina fan per il tuo prodotto su fb, o se nn tweetti. Guai, non sei nessuno, non venderai mai. Uhhh, non sei in foursquare? non ti troverà mai nessuno, se non ti geotaggano come faranno a scoprire che esisti? Ma andate a cagare!</p>
<p style="text-align:justify;">Cosa crea una pagina in fb? e qualche tweet? Che peso ha il social, cambia la vita? No, e nel caso specifico di un&#8217;azienda, mi mette solo al pari con tutti gli altri che hanno una presenza nei social network. Così siamo tutti un granello di polvere nel deserto, uno uguale all&#8217;altro. Ma quello che mi fa veramente incazzare è che danno un&#8217;importanza smodata a ste cagate e hanno perso di vista completamente quello che conta: il prodotto, quello che offro. Anzi vi dirò di più, su di me fa più colpo chi ha il coraggio di non uniformarsi alle pecore del branco, e quindi chi delle stronzate di facebook e compagnia se ne infischia, perché non ne ha bisogno, perché non ha bisogno di vendere fumo per vendere. Perché vende per quello che è e che sono i suoi prodotti, non per na minchia di pagina fan.</p>
<p style="text-align:justify;">Tornando invece all&#8217;ambito privato, posso solo dire che è un oltraggio che facebook usi il termine &#8220;amici&#8221; per indicare le persone con le quali sei in &#8220;relazione&#8221;, perché spesso e volentieri conosci solo di vista o neanche quello almeno la metà dei tuoi contatti. Capirai che amici, che relazioni. Per non parlare del vero uso di fb, cioè per farsi i cazzi degli altri, dove chi posta costantemente scrive vaccate che per il peso specifico che hanno sembra stiano cambiando la vita di 300 milioni di persone (ironico, ridete pure).</p>
<p style="text-align:justify;">E twitter? Beh eccezionale, ultimamente ho letto un tweet di un tizio che diceva: &#8220;tweet 901, altri 99 e sono a 1000&#8221;. Cazzo amico, che notizie interessanti! Per non parlare di chi ti salva la giornata informandoti che proprio in quel momento è in bagno, o a fare la spesa.</p>
<p style="text-align:justify;">In definitiva quello che mi rode è la totale mancanza di focus sui contenuti e l&#8217;attenzione cieca, bieca e immotivata per la sola forma dei supporti, non dando alcun peso al messaggio, ma pensando che &#8220;basta comunicare, qualsiasi cosa, ma basta comunicare&#8221;. Se poi penso che qualcuno ci fonda una scienza sul ruolo fondamentale dei mezzi social e ti viene (lui, lo &#8220;scienziato&#8221; del social media marketing) ad insegnare quale dev&#8217;essere il contenuto del messaggio… beh, avrete capito a questo punto come la penso, non fatemi aggiungere ulteriori volgarità.</p>
<p style="text-align:justify;">Con qualche dovuta eccezione, nell&#8217;ordine del 1% del totale degli utenti, ditemi quello che volete, ma il social networking per me non vale un cazzo.</p>
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		<title>Perché Mozilla Firefox continua a fare schifo</title>
		<link>https://geekonomist.wordpress.com/2010/06/11/perche-mozilla-firefox-continua-a-fare-schifo/</link>
					<comments>https://geekonomist.wordpress.com/2010/06/11/perche-mozilla-firefox-continua-a-fare-schifo/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Jordan H. Simon]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 09:58:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[browser]]></category>
		<category><![CDATA[open source]]></category>
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					<description><![CDATA[Un po&#8217; di tempo fa scrivevo che Mozilla Firefox mi faceva schifo, e spiegavo le mie ragioni del perché di tanta cattiveria. Dopo un passato da fan boy del browser mozilliano la conversione ad un partito avverso non è stata né casuale né è piombata dall&#8217;oggi al domani. Semplicemente la (triste) constatazione che qualcosa non &#8230; &#8230; <a href="https://geekonomist.wordpress.com/2010/06/11/perche-mozilla-firefox-continua-a-fare-schifo/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Un po&#8217; di tempo fa <a title="Mozilla Firefox fa schifo" href="https://geekonomist.wordpress.com/2009/11/17/mozilla-firefox-fa-schifo/" target="_blank">scrivevo che Mozilla Firefox mi faceva schifo</a>, e spiegavo le mie ragioni del perché di tanta cattiveria. Dopo un passato da fan boy del browser mozilliano la conversione ad un partito avverso non è stata né casuale né è piombata dall&#8217;oggi al domani. Semplicemente la (triste) constatazione che qualcosa non andava decisamente bene, e che il nostro &#8220;paladino&#8221; (o quel che ne han fatto diventare un paladino) in realtà disattendeva alla grande le premesse iniziali e le promesse fatte dal marketing di Mozilla. Già, pensando ancora alla questione vedo che forse non avevo proprio del tutto torto, e sono stato successivamente confortato in queste mie idee anche da fonti vicine se non addirittura interne a Mozilla stessa: Prometeo per <a href="http://mondozilla.blogspot.com/2010/02/seguire-o-guidare.html">MondoZilla</a> e <a href="http://www.tuxjournal.net/?p=13073" target="_blank">Blake Ross</a>, cofondatore del progetto Mozilla credo siano esempi validi.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma andiamo con ordine: nel primo articolo andavo sul tecnico (circa), spiegando dove secondo me Firefox era nettamente pessimo, non solo in riferimento alla concorrenza, ma anche in termini assoluti, mancando di netto di alcune caratteristiche che devono essere presenti in un browser moderno, cioè velocità, rendering e funzionalità (<a href="https://geekonomist.wordpress.com/2009/11/17/mozilla-firefox-fa-schifo/" target="_blank">qui do&#8217; più ampia spiegazione di cosa intendo</a>). Partendo da tali presupposti, dopo aver scritto il post ho iniziato a pensare ad altri aspetti tecnici, legati agli standard, al rispetto delle specifiche aperte del web: se Firefox è un progetto open source, software 100% naturale come ci dice il marketing di Mozilla, allora mi sono chiesto se fosse vero che sostiene l&#8217;apertura, in ogni caso e oltre ogni limite. Quali i modi migliori per verificare il tutto? Direi (da profano) il test <a href="http://acid3.acidtests.org/" target="_blank">Acid3</a> e quello <a href="http://html5test.com/" target="_blank">HTML5</a>. Di seguito i risultati (le versioni dei browser sono le più recenti nel momento in cui scrivo):</p>
<ul style="text-align:justify;">
<li>Mozilla Firefox (versione 3.6.3):   <em>Acid3</em> = 94/100   <em>HTML5</em> = 139/300</li>
<li>Google Chrome (versione 5.0.375.70):   <em>Acid3</em> = 100/100   <em>HTML5</em> = 197/300</li>
<li>Apple Safari (versione 5.0):   <em>Acid3</em> = 100/100   <em>HTML5</em> = 208/300</li>
<li>Opera (versione 10.53):   <em>Acid3</em> = 100/100   <em>HTML5</em> = 129/300</li>
<li>Microsoft Internet Explorer (versione 9 Preview 2):   <em>Acid3</em> = 68/100   <em>HTML5</em> = 32/300   -&gt; meglio non prenderlo neanche in considerazione, fa gara a se&#8217;</li>
</ul>
<p style="text-align:justify;">Come si vede dagli esiti Firefox è il peggiore nel test Acid3, mentre si salva di poco su Opera per quanto riguarda il test relativo a HTML5, anche se bisogna ricordare che questo standard non è ancora ufficiale. Preoccupante e triste il fatto che nonostante Mozilla abbia fatto un gran lavoro per FF 3.6 (7 mesi per l&#8217;esattezza), rispetto alla versione 3.5 il prodotto della Foundation ha incrementato il proprio punteggio nel test Acid3 di un solo misero punto (si saranno dimenticati del supporto ai dettami del <a href="http://www.w3.org/" target="_blank">W3C</a> ?!? mah -.-&#8216; ). Ovvero macché rispetto per gli standard aperti del web, macché paladino dell&#8217;open, ovvero tanta fuffa markettara. Già, marketing marketing e ancora marketing, parole parole e parole, vuote e senza riscontri reali, solo ostentazione e poco altro. Dico io: ma se Mozilla ha la migliore comunità al mondo che la sostiene (dicono loro), se ha nella propria mission quella di favorire tutto quello che è open, e per Dio, il web DEVE essere basato su standar aperti, lo dice anche Jobs (magari per tornaconto personali, ok) che ultimamente è il simbolo del closed source e della filosofia del chiuso, ma allora perché non rispetta dei semplici principi che dovrebbero essere suoi dogmi? e non mi si venga a dire che non ha i soldi di Apple o Google, perché Opera non dovrebbe mai essere fra i primi a raggiungere buoni risultati, come ha fatto con Acid3&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://mondozilla.blogspot.com/2010/02/seguire-o-guidare.html" target="_blank">Come dice Prometeo</a> ci sono due tendenze, e sono evidenti: scopiazzare Chrome e puntare tutto sul marketing. Sul fatto di copiare altri non mi esprimo, dico solo che è chiaro che un&#8217;azienda che insegue e che ultimamente introduce solo novità di second&#8217;ordine, perlopiù inutili e delle quali se ne potrebbe fare a meno (Personas vi dice nulla?), e che lascia agli altri il timone della vera innovazione non credo abbia molto futuro, perlomeno non riuscirà a stare sui livelli attuali. Sul fatto di puntare tutto sul marketing credo di aver già fatto capire come la penso, io che vengo da corsi di studio incentrati sul marketing. Parole vuote, non supportate da un prodotto valido, servono a poco, è chiaro. Magari per un po&#8217; funziona, visto anche l&#8217;esordio positivo e i passati anni gloriosi di FF, poi il palco casca. Gli early adopters ti abbandonano e suonano il primo campanello di allarme, poi a poco a poco seguono tutti gli altri, magari incentivati o forzosamente invogliati a cambiare per la novità, o per chissà quale altro motivo.</p>
<p style="text-align:justify;">Quanto alle <a href="http://www.tuxjournal.net/?p=13073" target="_blank">parole di Blake Ross</a>, ricordo cofondatore di Mozilla e ora fuoriuscito al servizio di Facebook, sono macigni che a mio avviso ben delineano l&#8217;attuale sostanza della Fondazione: timidezza, incapacità di innovare velocemente, e di conseguenza scarsa capacità di raggiungere i risultati che si propone e che millanta. Insomma, Mozilla non è di certo il punto di riferimento né l&#8217;esempio a cui guardare.</p>
<p style="text-align:justify;">Triste, ma vero.</p>
<p style="text-align:justify;">P.S.: ecco <a href="https://geekonomist.wordpress.com/2009/11/17/mozilla-firefox-fa-schifo/" target="_blank">la prima parte dell&#8217;articolo &#8220;Mozilla Firefox fa schifo!&#8221;</a></p>
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		<title>Now Playing #1: Recensione &#8220;In This Light and on This Evening&#8221; degli Editors</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jordan H. Simon]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 23:25:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[editors]]></category>
		<category><![CDATA[In This Light and on This Evening]]></category>
		<category><![CDATA[recensione album editors]]></category>
		<category><![CDATA[recensione editors]]></category>
		<category><![CDATA[recensione In this light and on this evening]]></category>
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					<description><![CDATA[Mi cimento nella recensione di un album per la prima volta, anche in virtù del fatto che in questi ultimi mesi ho respirato abbastanza l&#8217;aria dell&#8217;ambiente musicale 🙂 . Sono tornati con un nuovo e inconsueto album gli Editors, band che ho iniziato ad apprezzare con &#8220;An End Has A Start&#8221; e poi con &#8220;The &#8230; &#8230; <a href="https://geekonomist.wordpress.com/2010/01/07/now-playing-1-recensione-in-this-light-and-on-this-evening-degli-editors/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><img class="alignleft" title="In This Light and on This Evening" src="https://i0.wp.com/upload.wikimedia.org/wikipedia/en/6/69/Inthislightonthisevening.jpg" alt="" width="280" height="280" />Mi cimento nella recensione di un album per la prima volta, anche in virtù del fatto che in questi ultimi mesi ho respirato abbastanza l&#8217;aria dell&#8217;ambiente musicale <img src="https://s0.wp.com/wp-content/mu-plugins/wpcom-smileys/twemoji/2/72x72/1f642.png" alt="🙂" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> . Sono tornati con un nuovo e inconsueto album gli Editors, band che ho iniziato ad apprezzare con &#8220;An End Has A Start&#8221; e poi con &#8220;The Back Room&#8221; (si, ho ascoltato prima il secondo, poi il primo album). Se non fosse per la voce di Tom Smith sarebbe a dir poco difficile capire che chi sta dietro a chitarre, basso e batteria (e synth) siano proprio le stesse persone dei primi due album. Ad un primo ascolto televisivo abbastanza distratto del primo singolo &#8220;Papillon&#8221; ho capito che qualcosa era radicalmente stato rivisto, e che i quattro di Birmingham avevano dato una svolta interessante alla loro musica. Ma di certo non credevo di trovarmi davanti a cotanto cambiamento. In questi ultimi due giorni ci ho dato dentro con l&#8217;iPod, fisso su di loro. E le sorprese non sono mancate. La svolta elettronica giunge abbastanza inattesa, ma la trovo anche un rassicurante stimolo di impegno, coraggio nella sperimentazione e voglia di continuare un lavoro appena iniziato. Non nego che gli Editors nelle loro prime due incarnazioni mi siano piaciuti molto, ma non posso neanche negare che l&#8217;Indie dopo un pò mi stanca e lo trovo un filo ripetitivo (vedi White Lies). L&#8217;uso di synth quindi giunge gradito, inatteso ma apprezzato. Andando avanti con l&#8217;ascolto di &#8220;In This Light and on This Evening&#8221; ci si cala in atmosfere a volte cupe, in spazi di luce e ombre, forse è questo l&#8217;unico filo conduttore con i precedenti Editors. Per il resto la musica è troppo diversa per essere paragonata a quella dei primi album, ma ribadisco è sempre piacevole. Alcuni picchi di eccellenza secondo me: oltre al primo singolo &#8220;Papillon&#8221; anche il brano che dà il titolo all&#8217;intero album e il mio preferito &#8220;Eat Raw Meat = Blood Drool&#8221; (l&#8217;altra perla è &#8220;Bricks and Mortar&#8221;). iPod alla mano ecco la mia personale classifica di gradimento:</p>
<p style="text-align:justify;">
<ol>
<li><em>In This Light and On This Evening     <a href="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png"><img data-attachment-id="95" data-permalink="https://geekonomist.wordpress.com/2010/01/07/now-playing-1-recensione-in-this-light-and-on-this-evening-degli-editors/star4/" data-orig-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png" data-orig-size="62,12" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="star4" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png?w=62" data-large-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png?w=62" class="alignnone size-full wp-image-95" title="star4" src="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png?w=584" alt=""   /></a><br />
</em></li>
<li><em>Bricks and Mortar     <a href="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star5.png"><img data-attachment-id="96" data-permalink="https://geekonomist.wordpress.com/2010/01/07/now-playing-1-recensione-in-this-light-and-on-this-evening-degli-editors/star5/" data-orig-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star5.png" data-orig-size="65,12" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="star5" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star5.png?w=65" data-large-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star5.png?w=65" class="alignnone size-full wp-image-96" title="star5" src="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star5.png?w=584" alt=""   /></a></em></li>
<li><em>Papillon     <a href="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png"><img data-attachment-id="95" data-permalink="https://geekonomist.wordpress.com/2010/01/07/now-playing-1-recensione-in-this-light-and-on-this-evening-degli-editors/star4/" data-orig-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png" data-orig-size="62,12" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="star4" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png?w=62" data-large-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png?w=62" class="alignnone size-full wp-image-95" title="star4" src="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png?w=584" alt=""   /></a></em></li>
<li><em>You Don&#8217;t Know Love     <a href="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star3.png"><img data-attachment-id="94" data-permalink="https://geekonomist.wordpress.com/2010/01/07/now-playing-1-recensione-in-this-light-and-on-this-evening-degli-editors/star3/" data-orig-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star3.png" data-orig-size="62,12" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="star3" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star3.png?w=62" data-large-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star3.png?w=62" class="alignnone size-full wp-image-94" title="star3" src="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star3.png?w=584" alt=""   /></a></em></li>
<li><em>The Big Exit     <a href="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star2.png"><img loading="lazy" data-attachment-id="93" data-permalink="https://geekonomist.wordpress.com/2010/01/07/now-playing-1-recensione-in-this-light-and-on-this-evening-degli-editors/star2/" data-orig-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star2.png" data-orig-size="62,12" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="star2" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star2.png?w=62" data-large-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star2.png?w=62" class="alignnone size-full wp-image-93" title="star2" src="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star2.png?w=584" alt=""   /></a></em></li>
<li><em>The Boxer     <a href="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star3.png"><img data-attachment-id="94" data-permalink="https://geekonomist.wordpress.com/2010/01/07/now-playing-1-recensione-in-this-light-and-on-this-evening-degli-editors/star3/" data-orig-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star3.png" data-orig-size="62,12" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="star3" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star3.png?w=62" data-large-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star3.png?w=62" class="alignnone size-full wp-image-94" title="star3" src="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star3.png?w=584" alt=""   /></a></em></li>
<li><em>Like Treasure     <a href="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star3.png"><img data-attachment-id="94" data-permalink="https://geekonomist.wordpress.com/2010/01/07/now-playing-1-recensione-in-this-light-and-on-this-evening-degli-editors/star3/" data-orig-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star3.png" data-orig-size="62,12" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="star3" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star3.png?w=62" data-large-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star3.png?w=62" class="alignnone size-full wp-image-94" title="star3" src="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star3.png?w=584" alt=""   /></a></em></li>
<li><em>Eat Raw Meat = Blood Drool     <a href="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star5.png"><img data-attachment-id="96" data-permalink="https://geekonomist.wordpress.com/2010/01/07/now-playing-1-recensione-in-this-light-and-on-this-evening-degli-editors/star5/" data-orig-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star5.png" data-orig-size="65,12" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="star5" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star5.png?w=65" data-large-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star5.png?w=65" class="alignnone size-full wp-image-96" title="star5" src="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star5.png?w=584" alt=""   /></a></em></li>
<li><em>Walk the Fleet Road     <a href="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png"><img data-attachment-id="95" data-permalink="https://geekonomist.wordpress.com/2010/01/07/now-playing-1-recensione-in-this-light-and-on-this-evening-degli-editors/star4/" data-orig-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png" data-orig-size="62,12" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="star4" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png?w=62" data-large-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png?w=62" class="alignnone size-full wp-image-95" title="star4" src="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png?w=584" alt=""   /></a></em></li>
</ol>
<p>Voto all&#8217;album:    <a href="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png"><img data-attachment-id="95" data-permalink="https://geekonomist.wordpress.com/2010/01/07/now-playing-1-recensione-in-this-light-and-on-this-evening-degli-editors/star4/" data-orig-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png" data-orig-size="62,12" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="star4" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png?w=62" data-large-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png?w=62" class="alignnone size-full wp-image-95" title="star4" src="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/01/star4.png?w=584" alt=""   /></a></p>
<p>Album che reputo positivo, interessante per molti aspetti, ma temo che a distanza di tempo lo ricorderò solo per alcuni brani: non ce ne sono di pessimi, sia chiaro, ma alcuni sono troppo &#8220;lenti&#8221; mentre un pò più di verve e qualche chitarra in più mi avrebbe fatto più felice. Entusiasta comunque per l&#8217;uso dell&#8217;elettronica, che ripeto non mi sarei mai aspettato da loro.</p>
<p>Ditemi la vostra, nei commenti e nel sondaggio sotto <img src="https://s0.wp.com/wp-content/mu-plugins/wpcom-smileys/twemoji/2/72x72/1f609.png" alt="😉" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
<a name="pd_a_2478891"></a><div class="CSS_Poll PDS_Poll" id="PDI_container2478891" data-settings="{&quot;url&quot;:&quot;https://secure.polldaddy.com/p/2478891.js&quot;}" style=""></div><div id="PD_superContainer"></div><noscript><a href="https://polldaddy.com/p/2478891" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Partecipa al nostro sondaggio</a></noscript>
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		<title>Mozilla Firefox fa schifo!</title>
		<link>https://geekonomist.wordpress.com/2009/11/17/mozilla-firefox-fa-schifo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Jordan H. Simon]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 22:45:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[browser]]></category>
		<category><![CDATA[firefox]]></category>
		<category><![CDATA[firefox fa schifo]]></category>
		<category><![CDATA[mozilla firefox]]></category>
		<category><![CDATA[mozilla firefox sucks]]></category>
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					<description><![CDATA[Premessa: non sono un classico rompicXXXo, che si diverte a spalare mXXXa tanto perché non ha di meglio da fare. Non sono nemmeno uno sviluppatore software, o uno che di linguaggi di programmazione ne mastica a manetta. Così come non ho mai lavorato in Mozilla, anche se per molto tempo questo è stato un sogno. &#8230; &#8230; <a href="https://geekonomist.wordpress.com/2009/11/17/mozilla-firefox-fa-schifo/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Premessa: non sono un classico rompicXXXo, che si diverte a spalare mXXXa tanto perché non ha di meglio da fare. Non sono nemmeno uno sviluppatore software, o uno che di linguaggi di programmazione ne mastica a manetta. Così come non ho mai lavorato in Mozilla, anche se per molto tempo questo è stato un sogno. Invece sono (lo si capisce credo in questo blog) un geek, mi interesso di sviluppo software, anche se appunto ahimè non lo faccio. Sono un amante della tecnologia, del web, dell&#8217;open source e in generale dei progetti avvincenti, delle sfide. Sono stato (credo di poterlo dire) un &#8220;early adopter&#8221; di Firefox, precisamente dalla sua primissima versione, la 0.8&#8230; lo adoravo, per tutto quello che era e che rappresentava. Per il suo essere il miglior browser, per essere un progetto eccezionale, per essere deliberatamente open, per essere lì per cambiare il web e il mondo. Anni d&#8217;amore e poi? E poi ti accorgi che versione dopo versione, alla ricerca di superare tutti, di includere feature immaginifiche, di essere il più in tutto, il più di tutti, lo hanno portato ad essere una balena stanca. Quello che fa specie vedere è che Firefox è, ora che scrivo, in rapida ascesa: lo è da tanto tempo, certo, ma oggi si è assestato su posizioni di assoluto rilievo, con IE che è un malato di lunga degenza, stabile ma cronico (perde quota poco alla volta); con Safari relegato ad essere pur sempre di nicchia; con Chrome nel ruolo del giovane di belle speranze ma che,in quanto tale, deve ancora farne di strada. Geek e appassionati vari come me con cui parlo (chiacchere da bar, ma con qualche pretesa di fondamento) hanno la mia stessa identica impressione: Mozilla Firefox, oggi, fa veramente schifo. In Windows e Mac, ambienti in cui lavoro, lo apri e ci mette un mezzo minuto buono a caricare. Non va meglio ai miei compagni del bar, che anche se superdotati (di pc, s&#8217;intende) fanno tempo ad annoiarsi prima di poter iniziare a navigare. Mi fa schifo aprire il task manager e vedere quanta memoria, sto benedetto browser, si succhia (e son stati fatti passi da gigante in ste ultime versioni, eh). Così come mi fa veramente incazzare sto cXXXo di Gecko, motore di rendering del browser incriminato, che è pessimo (ma possibile che webkit gli dia il pago sempre???). Non è che i decaloghi e gli elenchi puntati mi piacciano molto, ma un browser, oggi come oggi, per definirsi tale dovrebbe essere dotato delle seguenti caratteristiche:</p>
<ul>
<li>velocità (in tutti i sensi: dall&#8217;avvio, all&#8217;esecuzione di javascript)</li>
<li>aver un eccellente motore di rendering, per renderizzare bene le pagine web (tutte! mission NOT impossible)</li>
<li>funzionalità (intesa come utilizzabilità, non assillamento dell&#8217;utente medio per navigare in pace, no complicazioni inutili x il 99,9% degli utenti, no crash NO!!!)</li>
</ul>
<p>Le caratteristiche sopra esposte non sono in ordine di importanza, devono bensì essere necessariamente presenti tutte!</p>
<p>Non considero neanche il discorso sicurezza, così come il rispetto degli standard web, che sono prerequisiti, senza i quali non si potrebbe nemmeno parlare di browser moderno. Beh le più recenti incarnazioni di Firefox riescono a mancare in tutti e 3 i punti. In compenso gran lavoro è stato fatto per Places, funzione credo pesantina (visto lo sviluppo lunghissimo, da FF pre 2 a FF 3) ma (non credo di cannare) funzione sconosciuta/inutile ai più (un semplicissimo gestore dei preferiti no?). Poi è divertente, seguendo lo sviluppo, vedere che si stanno affannando per introdurre il supporto alla rotazione delle pagine nei pc dotati di accelerometro. O per implementare il supporto ai touch screen (queste ultime sono le due migliori feature che verranno introdotte rispettivamente in FF 3.6 e 3.7). Ci si aspetta un&#8217;ulteriore appesantimento del software ma, come potete capire, ne vale proprio la pena. O no???</p>
<p>Ma dico: ma perché fate ste cose??? a chi servono ste robe? per primeggiare e vantarsi con quelli di Google, o Apple, o Microsoft, o Opera? per fare a gara con loro? gli UTENTI, gli utenti ve li siete dimenticati??? fate un prodotto che è l&#8217;ombra di se stesso, che ha mancato le promesse (leggero? ma dove?). Volete l&#8217;impressione di sto strXXXo che scrive? oggi, grazie al lavoro eccellente di anni e anni, vi state godendo la posizione. Ancora per un pò sarete un fenomeno. Incrementerete ancora un pò la quota di mercato. Ma gli early adopter, quelli che segnano e anticipano i trend delle masse, beh quelli li avete già persi.</p>
<p>P.S.: ecco <a href="https://geekonomist.wordpress.com/2010/06/11/perche-mozilla-firefox-continua-a-fare-schifo/" target="_blank">la seconda parte dell&#8217;articolo &#8220;Perché Mozilla Firefox continua a fare schifo&#8221;</a></p>
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		<title>Vittoria pirata alle Europee!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jordan H. Simon]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2009 22:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[copyright]]></category>
		<category><![CDATA[partito pirata]]></category>
		<category><![CDATA[piratpartiet]]></category>
		<category><![CDATA[risultati elezioni europee 2009]]></category>
		<category><![CDATA[the pirate bay]]></category>
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					<description><![CDATA[Il nuovo avanza, inesorabile. Come commentare se no il successo (da parte mia abbastanza inaspettato, dato che i numeri sono clamorosi) del Partito Pirata svedese alle recenti elezioni europee? Già, i soliti (&#8230;) media tradizionali mi sembra che (al solito) abbiano fatto passare la notizia in secondo se non in terzo piano, ma il 7,1% &#8230; &#8230; <a href="https://geekonomist.wordpress.com/2009/06/10/vittoria-pirata-alle-europee/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Il nuovo avanza, inesorabile. Come commentare se no il successo (da parte mia abbastanza inaspettato, dato che i numeri sono clamorosi) del <a href="http://www.piratpartiet.se/international/italiano" target="_blank">Partito Pirata svedese</a> alle recenti elezioni europee? Già, i soliti (&#8230;) media tradizionali mi sembra che (al solito) abbiano fatto passare la notizia in secondo se non in terzo piano, ma il 7,1% dei consensi in Svezia sono un risultato che dimostra come in quel paese le idee dei Pirati siano sempre più radicate, e che l&#8217;elettorato pirata si faccia sempre più sentire. Le prime elezioni a cui il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_Pirata" target="_blank">Piratpartiet</a> partecipò non furono un successo, lo 0,69% ottenuto alle politiche del 2006 non si può dire di certo un bel risultato, considerato che in quel frangente c&#8217;era stata pure la spinta dovuta al raid della polizia contro <a href="http://thepiratebay.org/" target="_blank">The Pirate Bay</a>, avvenuto poco tempo prima. Ma Rickard Falkvinge, leader e fondatore di Piratpartiet, non si era lasciato impressionare negativamente, racconta <a href="https://geekonomist.wordpress.com/2009/06/02/the-book-im-reading-1-la-baia-dei-pirati/" target="_blank">Luca Neri nel suo &#8220;La Baia dei Pirati: assalto al copyright&#8221;</a>. E Rick a quanto pare aveva ragione: Neri, che con il moderno barbarossa ci ha parlato di persona, racconta come quelli del partito pirata fossero molto convinti già all&#8217;epoca che le loro idee e il loro partito avrebbero avuto successo, e che bisognasse solo andare avanti e mantenere la rotta, senza farsi influenzare dagli eventi. La formazione politica era ancora molto giovane, alle prime esperienze e anche se la Svezia era ed è l&#8217;avanguardia europea nel campo (come non lo potrebbe essere visto che <a href="http://thepiratebay.org/" target="_blank">Tpb</a> è svedese???) non si può partire ed ottenere subito risultati clamorosi. Tempo al tempo quindi. Ma sinceramente non credevo ne bastasse così poco. Voglio dire, il 7,1% dei voti è tanto, tanto anche perché il Piratpartiet porta avanti idee solo sul copyright, sui brevetti e sul rispetto per il diritto alla privacy: quindi non è il classico partito a tutto tondo, che punta a governare un paese e che ha idee e una vision su tutti i campi. Il partito pirata è nato per e fa solo quello: lotta al copyright e dintorni. Se il 7 e rotti percento degli svedesi (giovani) ha dato il proprio voto a questa formazione il dato non solo è notevole per quanto detto, ma anche perché l&#8217;elettorato come profetizzato si sta espandendo (i nativi digitali al voto, che con il file sharing e il p2p ci sguazzano, sono sempre di più ogni anno che passa) e sta conquistando fette sempre maggiori in un paese come la Svezia attento a queste questioni e alla propria indipendenza democratica. Recentemente la sentenza di condanna per i gestori di Tpb sembrava aver dato una piccola spallata ai fautori del p2p, ma i dubbi sulla bontà della sentenza stessa hanno subito messo in dubbio la vittoria delle major (vittoria peraltro di facciata, Tpb è sempre stato lì, al suo posto e a quanto pare sempre lo sarà). Il giudice che ha emesso la sentenza forse ha legami con l&#8217;Associazione Svedese per il Copyright, così potrebbe accadere che il processo ai tre di Tpb sia da rifare. Ma intanto gli Svedesi si sono espressi su come la pensano a riguardo, e quello che hanno detto è che vogliono fortemente una persona al Parlamento Europeo che li rappresenti portando avanti la causa dei Pirati.</p>
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		<title>The book I&#8217;m reading #1: La baia dei pirati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jordan H. Simon]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2009 16:14:29 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[cooper editore]]></category>
		<category><![CDATA[la baia dei pirati]]></category>
		<category><![CDATA[luca neri]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;argomento è tutto tranne che nuovo. Ma con questo libro Luca Neri, esperto della materia e giornalista appassionato, ci propone un punto di vista decisamente interessante: sulla violazione del copyright se n&#8217;è scritto a valanghe, ma &#8220;La baia dei pirati&#8221; ci offre il punto di vista e racconta la storia di loro, gli innominabili (loro &#8230; &#8230; <a href="https://geekonomist.wordpress.com/2009/06/02/the-book-im-reading-1-la-baia-dei-pirati/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div data-shortcode="caption" id="attachment_78" style="width: 197px" class="wp-caption alignleft"><img aria-describedby="caption-attachment-78" loading="lazy" data-attachment-id="78" data-permalink="https://geekonomist.wordpress.com/2009/06/02/the-book-im-reading-1-la-baia-dei-pirati/baia/" data-orig-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2009/06/baia.jpg" data-orig-size="261,418" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="La baia dei pirati" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;La baia dei pirati &amp;#8211; Luca Neri&lt;/p&gt;
" data-medium-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2009/06/baia.jpg?w=187" data-large-file="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2009/06/baia.jpg?w=261" class="size-medium wp-image-78" title="La baia dei pirati" src="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2009/06/baia.jpg?w=187&#038;h=300" alt="La baia dei pirati - Luca Neri" width="187" height="300" srcset="https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2009/06/baia.jpg?w=187 187w, https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2009/06/baia.jpg?w=94 94w, https://geekonomist.wordpress.com/wp-content/uploads/2009/06/baia.jpg 261w" sizes="(max-width: 187px) 100vw, 187px" /><p id="caption-attachment-78" class="wp-caption-text">La baia dei pirati - Luca Neri - Cooper Editore</p></div>
<p>L&#8217;argomento è tutto tranne che nuovo. Ma con questo libro Luca Neri, esperto della materia e giornalista appassionato, ci propone un punto di vista decisamente interessante: sulla violazione del copyright se n&#8217;è scritto a valanghe, ma &#8220;La baia dei pirati&#8221; ci offre il punto di vista e racconta la storia di loro, gli innominabili (loro invece ci tengono ad essere non solo nominati, ma anche proprio chiamati per nome e cognome: rifuggono l&#8217;anonimato!) pirati di The Pirate Bay. Nel libro troviamo lo spaccato di storie di gente comune, ragazzi e ragazzotti svedesi che hanno da dire molto circa la violazione sistematica del diritto d&#8217;autore: c&#8217;è un&#8217;ideologia dietro quello che fanno, non sono &#8220;scaricatori di porto&#8221;, che sfacchinano con il torrente o con il mulo tanto per, senza nemmeno pensarci. No no, la loro è una filosofia di vita. E se leggerete questo libro capirete pure che in Svezia, sede della Baia, la pensano in molti così. Ci hanno fatto pure il partito pirata quelli. Neri è bravo a mio avviso a non concentrare tutto lo scritto sulla spiegazione filosofoca del perché del download illegale, delle ragioni di chi lo fa, ecc, ma riesce a dare un taglio umano a questi temibili briganti che si fanno beffe di major di tutti i tipi, dei loro avvocati e delle sentenze di condanna che piovono loro addosso. Loro, i pirati dico, non sono ragazzini annoiati davanti al pc, che anziché spendere i loro soldi in cd preferiscono l&#8217;ebrezza dell&#8217;illecito. E nel libro capirete che la Baia è molto più che un modo per fare soldi (pochi peraltro, e se si prendono in considerazione i rischi che si corrono&#8230;), e che non è nemmeno un gioco. La Baia è lì perché è maturo il tempo per un sito del genere di stare lì, costantemente sulla rete, a rendere un servizio allo scaricatore incallito e per ricordare che esiste un diritto (secondo alcuni) allo scaricamento. Per ricordare che il diritto d&#8217;autore e il copyright una volta, neanche troppo tempo fa, non esistevano. E che un domani potrebbero ricadere nell&#8217;oblio.</p>
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