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	<description>La tua finestra sulle scienze</description>
	<lastBuildDate>Fri, 17 Apr 2026 08:27:10 +0000</lastBuildDate>
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	<title>GeoMagazine.it</title>
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	<item>
		<title>Artemis II: il ritorno dell’uomo verso la Luna (e verso se stesso)</title>
		<link>https://www.geomagazine.it/2026/04/17/artemis-ii-il-ritorno-delluomo-verso-la-luna-e-verso-se-stesso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Abram]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 06:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Astronomia]]></category>
		<category><![CDATA[Home]]></category>
		<category><![CDATA[Artemis]]></category>
		<category><![CDATA[cosmo]]></category>
		<category><![CDATA[esplorazione spaziale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La missione Artemis II segna il ritorno dell’uomo verso la Luna: tra scienza, etica e visione, un viaggio che interroga il futuro dell’umanità.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p style="font-size:18px">C’è un momento, nella storia dell’umanità, in cui lo sguardo si alza.</p>



<p style="font-size:18px">Non per distrazione.<br>Ma per necessità.</p>



<p style="font-size:18px">È accaduto negli anni Sessanta, quando la corsa allo spazio non era solo tecnologia, ma visione. Accade oggi, con una nuova missione che porta un nome antico, quasi mitologico: Artemis II.<br>Non è solo un viaggio.<br>È una dichiarazione.</p>



<p style="font-size:18px">Per capire Artemis bisogna tornare indietro. Non solo al programma&nbsp;Apollo program, ma ancora più indietro, a quella tensione che ha sempre accompagnato l’essere umano: il desiderio di oltrepassare il limite.</p>



<p style="font-size:18px">Artemis nasce da qui.<br>Ma anche da qualcosa di molto concreto.</p>



<p style="font-size:18px">Dalla volontà della&nbsp;NASA&nbsp;di tornare sulla Luna, non più per dimostrare una superiorità politica, ma per costruire una presenza duratura. Non un’impresa isolata, ma un’infrastruttura.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="250" height="261" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/Artemis_II_patch.svg.png" alt="" class="wp-image-16564"/><figcaption class="wp-element-caption">Artemis II patch &#8211; credit by wikipedia</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">Non più “andare e tornare”.<br>Ma restare.</p>



<p style="font-size:18px">La domanda è inevitabile:</p>



<p style="font-size:18px"><strong>perché tornare sulla Luna, dopo più di cinquant’anni?</strong></p>



<p style="font-size:18px">Le risposte ufficiali parlano di ricerca scientifica, sviluppo tecnologico ma anche della preparazione per missioni su Marte</p>



<p style="font-size:18px">Tutto vero.<br>Ma non basta.</p>



<p style="font-size:18px">La Luna è diventata oggi un laboratorio.<br>Un banco di prova.</p>



<p style="font-size:18px">Un luogo dove testare nuovi sistemi di sopravvivenza, nuove forme di collaborazione internazionale e una nuova idea di esplorazione</p>



<p style="font-size:18px">E poi c’è un’altra ragione, meno dichiarata ma più potente: <strong>abbiamo bisogno di tornare a guardare lontano</strong></p>



<p style="font-size:18px">Artemis II&nbsp;sarà la prima missione con equipaggio del nuovo programma lunare.</p>



<p style="font-size:18px">Non atterrerà sulla Luna.<br>La sfiorerà.</p>



<p style="font-size:18px">Un volo attorno al nostro satellite, per testare il sistema, la resistenza umana, la capacità di tornare davvero nello spazio profondo.</p>



<p style="font-size:18px">A bordo, un equipaggio che rappresenta qualcosa di nuovo. diversità, collaborazione e futuro.<br>Non più solo astronauti quindi ma simboli.</p>



<p style="font-size:18px">A differenza del passato, Artemis non è solo americano.</p>



<p style="font-size:18px">Coinvolge l&#8217;Europa, il Canada, il Giappone e diversi partner internazionali.</p>



<p style="font-size:18px">È una missione condivisa.<br>E questo cambia tutto.</p>



<p style="font-size:18px">Perché lo spazio, oggi, non è più un campo di competizione pura.<br>È, o dovrebbe essere uno spazio di cooperazione.<br>E qui entra una domanda più complessa.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="330" height="220" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/Earthset_art002e009288.jpg" alt="" class="wp-image-16565" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/Earthset_art002e009288.jpg 330w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/Earthset_art002e009288-270x180.jpg 270w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/Earthset_art002e009288-220x146.jpg 220w" sizes="(max-width: 330px) 100vw, 330px" /><figcaption class="wp-element-caption">FD06_high priority pao &#8211; <em><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Earthset">Earthset</a></em><br>Taken by Artemis II astronaut <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Reid_Wiseman">Reid Wiseman</a> credit ph wikipedia</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px"><strong>È giusto tornare sulla Luna?</strong></p>



<p style="font-size:18px">Non è una domanda tecnica.<br>È una domanda etica.</p>



<p style="font-size:18px">In un mondo segnato da crisi climatiche, disuguaglianze, conflitti, ha senso investire risorse nello spazio?</p>



<p style="font-size:18px">La risposta non è semplice.<br>Da un lato, c’è il rischio di una fuga in avanti.<br>Un modo per evitare i problemi terrestri.</p>



<p style="font-size:18px">Dall’altro, c’è una possibilità:<br>che l’esplorazione ci costringa a diventare migliori</p>



<p style="font-size:18px">Perché vivere nello spazio significa anche usare meno risorse, collaborare di più e pensare in termini di sistema.</p>



<p style="font-size:18px">E forse, proprio per questo, lo spazio può insegnarci qualcosa sulla Terra.</p>



<p style="font-size:18px">Artemis non è solo un programma scientifico.<br>È un racconto.</p>



<p style="font-size:18px">Il racconto di una specie che, nonostante tutto, continua a cercare.<br>A spingersi oltre.<br>A immaginare.</p>



<p style="font-size:18px">In un’epoca dominata dall’immediato, dal veloce, dal vicino, Artemis è un gesto contrario.<br>Lento.<br>Ambizioso.<br>Profondo.</p>



<p style="font-size:18px">Quando gli astronauti del programma&nbsp;Apollo program&nbsp;guardarono la Terra dallo spazio, accadde qualcosa di inaspettato.</p>



<p style="font-size:18px">Non videro confini.<br>Non videro nazioni.</p>



<p style="font-size:18px">Videro una sfera fragile, sospesa nel vuoto.</p>



<p style="font-size:18px">Quel momento cambiò il modo in cui l’umanità si percepisce.</p>



<p style="font-size:18px">Artemis II, in fondo, prova a rifare quel gesto.</p>



<p style="font-size:18px">Guardare indietro.<br>Per capire meglio dove siamo.</p>



<p style="font-size:18px">Forse la domanda non è se dobbiamo andare sulla Luna.</p>



<p style="font-size:18px">Ma&nbsp;<strong>chi vogliamo essere mentre ci andiamo</strong>.</p>



<p style="font-size:18px">Perché ogni missione nello spazio è, prima di tutto, una missione dentro noi stessi.</p>



<p style="font-size:18px">E&nbsp;Artemis II&nbsp;non fa eccezione.</p>



<p style="font-size:18px">Non ci porterà solo più lontano.<br>Ci metterà davanti a uno specchio.</p>



<p style="font-size:18px">E lì, nel silenzio dello spazio, non ci saranno risposte facili.</p>



<p style="font-size:18px">Ma forse, finalmente domande giuste.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ombre di &#8216;guerra&#8217; a Ngogo, il lato oscuro del nostro specchio evolutivo</title>
		<link>https://www.geomagazine.it/2026/04/12/ombre-di-guerra-a-ngogo-il-lato-oscuro-del-nostro-specchio-evolutivo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Sansone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[Botanica & Animali]]></category>
		<category><![CDATA[Home]]></category>
		<category><![CDATA[animali]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Kibale]]></category>
		<category><![CDATA[Ngogo]]></category>
		<category><![CDATA[scimpanzé]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un confine invisibile che separa la convivenza pacifica dal conflitto totale, e non è un’esclusiva umana. Per oltre vent&#8217;anni, la comunità di scimpanzé di Ngogo, nel Parco Nazionale di Kibale (Uganda), è stata il modello mondiale di cooperazione animale: duecento individui che vivevano come un unico, immenso gruppo sociale, il più numeroso mai osservato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="font-size:18px">C’è un confine invisibile che separa la convivenza pacifica dal conflitto totale, e non è un’esclusiva umana. Per oltre vent&#8217;anni, la comunità di scimpanzé di <strong>Ngogo</strong>, nel <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Parco_nazionale_di_Kibale"><strong>Parco Nazionale di Kibale</strong> (<strong>Uganda)</strong></a>, è stata il modello mondiale di cooperazione animale: duecento individui che vivevano come un unico, immenso gruppo sociale, il più numeroso mai osservato per questa specie. Oggi, però, le cose sono cambiate.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Implicazioni evolutive: l&#8217;assenza di driver ecologici</h3>



<p style="font-size:18px">Uno studio trentennale pubblicato su <strong><a href="https://www.science.org/">Science</a></strong> ci racconta come quel sogno sia andato in frantumi, trasformandosi in una violenta &#8220;<em>guerra civile</em>&#8221; che sfida le nostre convinzioni. Una frattura non avvenuta per mancanza di cibo o territorio, ma come spiega il primatologo <strong>Aaron Sandel</strong>, per cause puramente sociali.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Risultati delle interazioni letali</h3>



<p style="font-size:18px">Tutto è cominciato nel 2014 con la morte (probabilmente per malattia) di cinque maschi adulti, veri e propri &#8220;mediatori di pace&#8221;. Senza di loro, e con l’ascesa di un nuovo maschio alfa, la fiducia è svanita, portando nel giugno 2015 ai primi scontri tra le due fazioni — <strong>i Centrali e gli Occidentali</strong> — culminati con la fuga di questi ultimi. Da quel momento le due fazioni hanno iniziato a ignorarsi, cessando anche la riproduzione, mentre i maschi del gruppo occidentale iniziavano a pattugliare regolarmente il territorio per espandere il proprio dominio.</p>



<p style="font-size:18px">Nel 2017 le tensioni hanno raggiunto il culmine, rivelando il dato più scioccante dello studio: <strong>la sproporzione della violenza</strong>. Il gruppo Occidentale, pur essendo più piccolo, ha scatenato un’offensiva spietata <strong>uccidendo sette maschi adulti e diciassette cuccioli</strong> della fazione Centrale, la quale, seppur superiore dal punto di vista numerico, non si è mai coalizzata per una controffensiva.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Considerazioni antropologiche</h3>



<p style="font-size:18px">Questi eventi confermano una similitudine. La &#8220;guerra&#8221; di Ngogo dimostra che non servono ideologie, religioni o confini politici per scatenare l&#8217;odio, poiché <strong>basta il collasso dell&#8217;identità di gruppo</strong>. Quando una comunità diventa troppo grande per permettere di fidarsi l&#8217;uno dell&#8217;altro, scatta la logica del &#8220;noi contro loro&#8221;. Come sottolinea l&#8217;antropologo <strong>Richard Wrangham</strong>, le motivazioni della guerra sono molto più legate alla nostra biologia di quanto vorremmo ammettere, eppure emerge una differenza fondamentale: gli scimpanzé uccidono, ma non conoscono la vendetta pianificata. Non avendo il linguaggio, non possono riunirsi e decidere a tavolino una ritorsione. Noi umani, invece, abbiamo questa capacità, che rappresenta la nostra condanna, ma anche la nostra speranza: siamo la specie più violenta, ma anche la più &#8220;prosociale&#8221;, capace di aiutare sconosciuti.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Comprendere le radici evolutive</h3>



<p style="font-size:18px">In definitiva, il caso di Ngogo resta un monito potente. Ci insegna che la pace non è uno status naturale permanente, ma un equilibrio delicatissimo che richiede leader capaci di mantenere la coesione. Se guardiamo a questi primati, vediamo uno specchio delle nostre fragilità. La loro &#8220;guerra civile&#8221; ci ricorda che la cooperazione è la nostra forza più grande, ma anche la più fragile. Comprendere le radici evolutive di questi conflitti non serve a giustificare la nostra violenza, ma a riconoscerla per quella che è: un istinto primordiale che dobbiamo imparare a governare se vogliamo evolverci davvero.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il tempo che si allunga: storia, numeri e poesia di un mondo che invecchia</title>
		<link>https://www.geomagazine.it/2026/04/10/invecchiamento-popolazione-dati-societa-longevita-viaggio-nel-tempo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Abram]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 19:51:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Medicina & Salute]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[invecchiamento]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un viaggio tra dati e riflessioni sull’invecchiamento della popolazione, dove numeri e umanità si intrecciano per raccontare il tempo che cambia e il valore dell’età.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="font-size:18px">C’è un tempo che non si vede, ma si sente.</p>



<p style="font-size:18px">Non è quello delle lancette, né quello dei calendari.<br>È un tempo più lento, più profondo.<br>Un tempo che si deposita nei gesti, nei silenzi, nelle mani.</p>



<p style="font-size:18px">È il tempo dell’invecchiamento.</p>



<p style="font-size:18px">Non è una sensazione.<br>È un dato.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="462" height="640" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/woman-5478103_640.jpg" alt="" class="wp-image-16558" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/woman-5478103_640.jpg 462w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/woman-5478103_640-195x270.jpg 195w" sizes="(max-width: 462px) 100vw, 462px" /><figcaption class="wp-element-caption">credit by pixabay</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, entro il 2050 una persona su sei nel mondo avrà più di 65 anni. In Europa, e in particolare in Italia il fenomeno è ancora più marcato.</p>



<p style="font-size:18px">Nel nostro Paese, dati&nbsp;ISTAT&nbsp;alla mano, gli over 65 rappresentano già oggi circa il 24% della popolazione.<br>E continueranno a crescere.</p>



<p style="font-size:18px">Non è solo un aumento numerico.<br>È un cambiamento strutturale.</p>



<p style="font-size:18px">Il mondo, lentamente, sta invecchiando.</p>



<p style="font-size:18px">Abbiamo imparato a vivere più a lungo.</p>



<p style="font-size:18px">Le conquiste della medicina, il miglioramento delle condizioni di vita, l’accesso diffuso alle cure hanno allungato l’aspettativa di vita come mai prima nella storia umana.</p>



<p style="font-size:18px">Ma una domanda resta sospesa:</p>



<p style="font-size:18px">vivere più a lungo significa vivere meglio?</p>



<p style="font-size:18px">Non sempre.</p>



<p style="font-size:18px">Secondo&nbsp;Organizzazione Mondiale della Sanità, la sfida non è soltanto aumentare gli anni di vita, ma garantire anni di vita in buona salute, autonomia e dignità.</p>



<p style="font-size:18px">È la differenza tra sopravvivere e vivere.</p>



<p style="font-size:18px">C’è un aspetto dell’invecchiamento che non appare nelle statistiche, ma attraversa le vite.</p>



<p style="font-size:18px">La solitudine.</p>



<p style="font-size:18px">Sempre più anziani vivono soli.<br>Sempre più relazioni si diradano.<br>Sempre più silenzi riempiono le giornate.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="431" height="640" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/pedestrian-zone-552722_640.jpg" alt="" class="wp-image-16559" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/pedestrian-zone-552722_640.jpg 431w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/pedestrian-zone-552722_640-182x270.jpg 182w" sizes="auto, (max-width: 431px) 100vw, 431px" /><figcaption class="wp-element-caption">credit by pixabay</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">Eppure, paradossalmente, viviamo nell’epoca più connessa di sempre.</p>



<p style="font-size:18px">Una connessione che spesso non tocca davvero.</p>



<p style="font-size:18px">Eppure, nell’invecchiamento c’è qualcosa che sfugge alle analisi puramente economiche o demografiche.</p>



<p style="font-size:18px">C’è esperienza. C’è memoria. C’è tempo vissuto.</p>



<p style="font-size:18px">Una società che invecchia non è necessariamente una società che perde forza.<br>Può essere una società che accumula profondità.</p>



<p style="font-size:18px">A patto di saper ascoltare.</p>



<h3 class="wp-block-heading" style="font-size:18px">Forse il problema non è l’invecchiamento in sé.<br>Ma il modo in cui lo raccontiamo.</h3>



<p style="font-size:18px">Abbiamo costruito un immaginario in cui l’età avanzata coincide con il declino, con la perdita, con la marginalità.</p>



<p style="font-size:18px">Ma non è sempre così.</p>



<p style="font-size:18px">Ci sono vite che fioriscono tardi.<br>Sguardi che diventano più lucidi con il tempo.<br>Presenze che acquistano valore proprio perché hanno attraversato.</p>



<p style="font-size:18px">Invecchiare non è un fatto individuale.<br>È un fatto collettivo.</p>



<p style="font-size:18px">Riguarda le famiglie, le città, i servizi e le relazioni.<br>Riguarda il modo in cui costruiamo comunità.</p>



<p style="font-size:18px">Perché una società che non sa prendersi cura dei suoi anziani è una società che ha smarrito il senso del tempo.</p>



<p style="font-size:18px">Le sfide sono concrete: sostenibilità dei sistemi sanitari, pensioni, assistenza e inclusione sociale.</p>



<p style="font-size:18px">Ma accanto a queste, ce n’è una più sottile: <strong>restituire senso all’età</strong>.<br>Non considerarla un peso, ma una fase.<br>Non un limite, ma una trasformazione.</p>



<p style="font-size:18px">Forse dovremmo cambiare prospettiva.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="427" height="640" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/woman-4988547_640.jpg" alt="" class="wp-image-16560" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/woman-4988547_640.jpg 427w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/woman-4988547_640-180x270.jpg 180w" sizes="auto, (max-width: 427px) 100vw, 427px" /><figcaption class="wp-element-caption">credit by pixabay</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">Non pensare all’invecchiamento come a qualcosa che accade agli altri.<br>Ma come a qualcosa che ci riguarda tutti.</p>



<p style="font-size:18px">Perché il tempo, in fondo, non divide.<br>Unisce.</p>



<p style="font-size:18px">Ci attraversa.<br>Ci modifica.<br>Ci accompagna.</p>



<p style="font-size:18px">E se imparassimo a guardarlo senza paura, forse scopriremmo che invecchiare non è soltanto perdere qualcosa.</p>



<p style="font-size:18px">È anche, lentamente, diventare altro.<br>E in quel diventare, se siamo fortunati, imparare finalmente a restare.</p>



<p>Fonti e dati</p>



<ul class="wp-block-list">
<li style="font-size:18px">Nazioni Unite – World Population Ageing Report</li>



<li style="font-size:18px">ISTAT – Struttura della popolazione residente</li>



<li style="font-size:18px">Organizzazione Mondiale della Sanità – Healthy Ageing Framework</li>
</ul>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.geomagazine.it/2026/04/10/invecchiamento-popolazione-dati-societa-longevita-viaggio-nel-tempo/">Il tempo che si allunga: storia, numeri e poesia di un mondo che invecchia</a> proviene da <a href="https://www.geomagazine.it">GeoMagazine.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il respiro dei draghi: tra leggenda e memoria, la storia di ciò che non abbiamo mai smesso di temere (e amare)</title>
		<link>https://www.geomagazine.it/2026/04/07/draghi-leggende-storia-significato-mito/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Abram]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 10:22:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[cosmo]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[leggende]]></category>
		<category><![CDATA[mito]]></category>
		<category><![CDATA[passaggio]]></category>
		<category><![CDATA[tramando]]></category>
		<category><![CDATA[trasformazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle leggende antiche alle visioni più profonde, i draghi raccontano il rapporto tra uomo, paura e trasformazione, diventando simboli eterni di sfida e conoscenza.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="font-size:18px">C’è stato un tempo e forse esiste ancora, nascosto tra le pieghe del mondo, in cui il cielo non era soltanto cielo.</p>



<p style="font-size:18px">Era abitato.</p>



<p style="font-size:18px">Non da nuvole.<br>Ma da creature antiche, immense, silenziose quando volevano, devastanti quando necessario.</p>



<p style="font-size:18px">Draghi.</p>



<p style="font-size:18px">Le storie dei draghi non appartengono a un solo popolo.<br>Sono ovunque.</p>



<p style="font-size:18px">Dalle cronache medievali dell’Europa ai racconti dell’Oriente, dove il drago non distrugge ma protegge, dove non incute timore ma rispetto.<br>In ogni cultura cambia forma, ma non sostanza.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="427" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/dragon-3329563_640.jpg" alt="" class="wp-image-16539" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/dragon-3329563_640.jpg 640w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/dragon-3329563_640-270x180.jpg 270w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/dragon-3329563_640-220x146.jpg 220w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption class="wp-element-caption">credit pixabay</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">È sempre qualcosa di più.</p>



<p style="font-size:18px">Non un animale.<br>Non un dio.<br>Ma un confine.</p>



<p style="font-size:18px">Il confine tra ciò che possiamo dominare e ciò che dobbiamo imparare ad affrontare.</p>



<p style="font-size:18px">Nelle antiche leggende, il drago custodisce.</p>



<p style="font-size:18px">Oro, certo.<br>Ma non solo.</p>



<p style="font-size:18px">Custodisce passaggi, segreti, verità.</p>



<p style="font-size:18px">Chi affronta un drago non combatte per ricchezza.<br>Combatte per attraversare una soglia.</p>



<p style="font-size:18px">Per diventare altro.</p>



<p style="font-size:18px">È per questo che i cavalieri delle storie non sono mai gli stessi, dopo aver incontrato un drago.<br>Non perché abbiano vinto.<br>Ma perché hanno guardato negli occhi qualcosa di più grande di loro.</p>



<p style="font-size:18px">E sono sopravvissuti.</p>



<p style="font-size:18px">C’è una dolcezza, nascosta, nelle storie dei draghi.</p>



<p style="font-size:18px">Non sempre sono mostri.<br>Non sempre vogliono distruggere.</p>



<p style="font-size:18px">A volte sono soli.</p>



<p style="font-size:18px">Antichi oltre ogni misura, portatori di un tempo che l’uomo non comprende più. Custodi di una memoria che non ha più lingua.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="427" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/middle-earth-4760561_640-1.jpg" alt="" class="wp-image-16538" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/middle-earth-4760561_640-1.jpg 640w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/middle-earth-4760561_640-1-270x180.jpg 270w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/middle-earth-4760561_640-1-220x146.jpg 220w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption class="wp-element-caption">credit pixabay</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">In certe leggende, e qui si avverte un’eco che ricorda J. R. R. Tolkien, il drago non è soltanto nemico. È una presenza tragica.</p>



<p style="font-size:18px">Vive troppo a lungo.<br>Ricorda troppo.<br>E per questo, forse, brucia.</p>



<p style="font-size:18px">Il fuoco del drago non è soltanto distruzione.</p>



<p style="font-size:18px">È trasformazione.</p>



<p style="font-size:18px">Brucia ciò che è fragile, ciò che è falso, ciò che non può resistere.</p>



<p style="font-size:18px">E lascia, dietro di sé, solo ciò che conta davvero.</p>



<p style="font-size:18px">In questo senso, il drago è una prova.</p>



<p style="font-size:18px">Non per il corpo.<br>Ma per l’anima.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="327" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/dragon-253539_640.jpg" alt="" class="wp-image-16536" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/dragon-253539_640.jpg 640w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/dragon-253539_640-270x138.jpg 270w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/dragon-253539_640-418x215.jpg 418w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption class="wp-element-caption">credit pixabay</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">Oggi non vediamo più draghi.</p>



<p style="font-size:18px">O almeno, così crediamo.</p>



<p style="font-size:18px">Non solcano i cieli.<br>Non si nascondono tra le montagne.</p>



<p style="font-size:18px">Eppure, qualcosa di loro è rimasto.</p>



<p style="font-size:18px">È rimasto nelle nostre paure più profonde.<br>Nelle sfide che evitiamo.<br>In ciò che sappiamo di dover affrontare, ma rimandiamo.</p>



<p style="font-size:18px">Ogni epoca ha i suoi draghi.</p>



<p style="font-size:18px">Non sempre hanno ali.<br>Non sempre sputano fuoco.<br>Ma esistono.</p>



<p style="font-size:18px">Le storie sui draghi non sono sopravvissute per caso.<br>Non sono soltanto racconti per bambini, né miti da archiviare.<br>Sono mappe.</p>



<p style="font-size:18px">Ci insegnano che ciò che temiamo spesso custodisce qualcosa di prezioso, che la vera battaglia è interiore e che il coraggio non è assenza di paura, ma scelta. <br>E soprattutto:<br>che non tutti i draghi devono essere uccisi.</p>



<p style="font-size:18px">Alcuni devono essere compresi.<br>Altri attraversati.<br>Altri ancora, semplicemente riconosciuti.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="426" height="640" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/britannia-4606447_640.jpg" alt="" class="wp-image-16535" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/britannia-4606447_640.jpg 426w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/britannia-4606447_640-180x270.jpg 180w" sizes="auto, (max-width: 426px) 100vw, 426px" /><figcaption class="wp-element-caption">credit pixabay</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">Forse i draghi non sono mai scomparsi.</p>



<p style="font-size:18px">Forse hanno solo cambiato forma.</p>



<p style="font-size:18px">E forse, da qualche parte, in una valle dimenticata, in una storia che non abbiamo ancora raccontato, o dentro di noi, continuano ad aspettare.</p>



<p style="font-size:18px">Non eroi.<br>Ma qualcuno disposto a guardare senza fuggire.</p>



<p style="font-size:18px">Perché è lì, esattamente lì, che comincia ogni vera storia.</p>
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		<title>Scemo di guerra</title>
		<link>https://www.geomagazine.it/2026/04/06/scemo-di-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Cutano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 17:22:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Medicina & Salute]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[guerre modernel]]></category>
		<category><![CDATA[nobel per la pace]]></category>
		<category><![CDATA[prima guerra mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[scemo di guerra]]></category>
		<category><![CDATA[usa iran]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Scemo di guerra&#8221; era un termine che un tempo si sentiva spesso; oggi è quasi dimenticato. La locuzione fu coniata al termine della Prima Guerra Mondiale in riferimento alle migliaia di soldati rientrati dal fronte con gravi disturbi psichici. Il conflitto, durato oltre tre anni, fu devastante per uomini mandati a morire come al macello: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="font-size:18px">&#8220;Scemo di guerra&#8221; era un termine che un tempo si sentiva spesso; oggi è quasi dimenticato. La locuzione fu coniata al termine della <strong>Prima Guerra Mondiale</strong> in riferimento alle migliaia di soldati rientrati dal fronte con gravi disturbi psichici. Il conflitto, durato oltre tre anni, fu devastante per uomini mandati a morire come al macello: chi si rifiutava veniva passato per le armi. Un’altra pratica atroce fu la <strong>decimazione</strong>, utilizzata dai generali (celebre il caso di Cadorna) per punire con la morte soldati scelti a sorte in reparti che si erano ribellati o avevano ripiegato.</p>



<p style="font-size:18px">I racconti che ci giungono da quel conflitto sono ormai di &#8220;seconda o terza mano&#8221;, eppure conservano l’eco di notizie terribili: inverni gelidi, uomini che morivano come mosche, lo stress insostenibile prima delle cariche verso le trincee avversarie e le sofferenze atroci dei feriti. Esperienze inenarrabili che non devono essere dimenticate.</p>



<p style="font-size:18px">Non era facile rientrare a casa senza aver subito profondi sconvolgimenti psicologici. Molti reduci scelsero il silenzio per anni, altri divennero schivi, altri ancora manifestarono patologie psichiche gravissime. È un fenomeno che si ripete ancora oggi, nelle guerre moderne, sotto il nome di disturbo da stress post-traumatico. All&#8217;epoca, si stima che circa <strong>40.000 soldati italiani</strong> furono internati nei manicomi: istituzioni che solo nel 1978 la <strong>legge Basaglia</strong> avrebbe finalmente soppresso. Erano veri e propri lager che, invece di curare, rendevano le persone ancora più fragili. Poiché la psichiatria era ancora ai primordi, si ricorreva a pratiche come l&#8217;elettroshock nella vana speranza di ottenere miglioramenti, infliggendo in realtà sofferenze inutili.</p>



<p style="font-size:18px">Nel 2026 questo termine non è quasi più usato, se non citato raramente senza conoscerne il significato profondo. Tuttavia, se leggiamo l’espressione in senso letterale, credo che in questo periodo storico possa assumere un&#8217;altra accezione. Basti pensare ad alcune dichiarazioni emerse durante il recente conflitto tra <strong>USA/Israele e Iran</strong>, dove leader politici hanno affermato che &#8220;gli USA sono un paese di guerra e devono fare la guerra&#8221;, o hanno incitato al massacro con termini volgari.</p>



<p style="font-size:18px">Queste frasi non sono state pronunciate al bar, ma da chi guida una superpotenza. Si tratta di conflitti che spesso appaiono illegittimi e al di fuori di ogni norma internazionale. Forse, per chi ambiva al Nobel per la pace e oggi soffia sul fuoco del conflitto, potrebbe essere appropriato un nuovo titolo: quello di <strong>&#8220;Scemo di guerra&#8221;</strong>, inteso nel senso letterale di chi agisce con folle insensatezza bellica. Resta da capire se, anche in questo caso, dietro tali deliri non si nasconda una qualche forma di patologia.</p>



<p style="font-size:18px"><em>Fonto consultate: Sentinelle Legazuoi</em> &#8220;Rivivere la storia per non dimenticare&#8221;</p>
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		<title>Educazioni (non solo civica)</title>
		<link>https://www.geomagazine.it/2026/04/04/educazioni-non-solo-civica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Cutano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 17:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[ANCI]]></category>
		<category><![CDATA[diritto pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[educazione alimentare]]></category>
		<category><![CDATA[educazione ambientale]]></category>
		<category><![CDATA[educazione civica]]></category>
		<category><![CDATA[educazione finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[educazione sessuale]]></category>
		<category><![CDATA[educazione sportiva]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era il 2018 quando l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) chiese a gran voce di reintrodurre nelle scuole l’educazione civica. Una materia sparita dai radar per anni, un’assenza che aveva progressivamente allontanato i ragazzi dalla conoscenza della Costituzione e dalle basi del diritto pubblico. A quei tempi ero membro di ANCI Giovani e ricordo bene che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="font-size:18px">Era il 2018 quando l’<strong>ANCI</strong> (Associazione Nazionale Comuni Italiani) chiese a gran voce di reintrodurre nelle scuole l’educazione civica. Una materia sparita dai radar per anni, un’assenza che aveva progressivamente allontanato i ragazzi dalla conoscenza della Costituzione e dalle basi del diritto pubblico. A quei tempi ero membro di <strong>ANCI Giovani</strong> e ricordo bene che quella non fu una semplice battaglia ideologica, ma un tassello fondamentale per riportare un insegnamento cruciale tra i banchi.</p>



<p style="font-size:18px">Dopo un’importante raccolta firme che raggiunse quasi quota <strong>80 mila</strong> adesioni, ben oltre il limite delle 50 mila richieste per una proposta di legge di iniziativa popolare, il Parlamento approvò la norma. Così, dall&#8217;anno scolastico 2020/21, l&#8217;educazione civica è tornata a essere materia d&#8217;insegnamento in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Eppure, non fu una sfida facile: ricordo lunghe discussioni con chi sosteneva che bastasse &#8220;diluire&#8221; i temi civici tra le ore di storia e geografia. Al contrario, credo fermamente che restituire a questa disciplina una sua <strong>autonomia e dignità</strong> sia stato un atto di civiltà necessario.</p>



<p style="font-size:18px">Tuttavia, l&#8217;educazione civica non può restare un caso isolato. Se vogliamo davvero formare i cittadini di domani, servono altre &#8220;educazioni&#8221; che oggi la scuola fatica a sistematizzare. Penso all&#8217;<strong>educazione sessuale e affettiva</strong>, spesso al centro di sterili polemiche, ma vitale, e all&#8217;<strong>educazione sanitaria</strong>, per fornire ai giovani le basi del primo soccorso. Non meno importante sarebbe l’<strong>educazione alimentare</strong>: ricevere nozioni da esperti durante l’adolescenza aiuterebbe a prevenire disturbi e promuovere il benessere.</p>



<p style="font-size:18px">Dal campo medico a quello <strong>finanziario</strong>: quanto sarebbe prezioso insegnare ai giovani a gestire i risparmi e a muoversi con consapevolezza verso l&#8217;indipendenza? In un mondo di promesse di guadagni facili e volatilità delle criptovalute, educare al valore del denaro significa evitare che molti facciano &#8220;il passo più lungo della gamba&#8221;.</p>



<p style="font-size:18px">Uno spunto interessante arriva anche dallo sport. Durante i recenti <strong>Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026</strong>, dominati dalla Norvegia, è emerso con forza il valore del <strong>modello scandinavo</strong>: fino a 13 anni non esiste l&#8217;esasperazione della competizione. Lo sport è inclusione, un diritto di tutti dove nessuno deve sentirsi &#8220;meno forte&#8221;. I campioni emergono dopo, con la maturità, e i risultati globali lo confermano. Perché allora, nelle nostre scuole, non trasformiamo l&#8217;ora di ginnastica in vera <strong>educazione sportiva</strong>?</p>



<p style="font-size:18px">Infine, non possiamo ignorare le piaghe che affliggono i nostri ragazzi: il bullismo e la difficoltà nel gestire l&#8217;<strong>emotività</strong>. Dedicare tempo e spazio a questi temi, insieme all&#8217;<strong>educazione ambientale</strong>, chiave per la sopravvivenza del pianeta, non è più un optional, ma un&#8217;urgenza.</p>



<p style="font-size:18px">Certo, le ore scolastiche sono limitate e discipline come matematica, scienze e letteratura restano i pilastri della nostra istruzione. Ma dare dignità a questi &#8220;nuovi&#8221; insegnamenti significa restituire alla scuola il suo ruolo più nobile, oggi forse un po&#8217; sbiadito: quello di <strong>istituzione cardine nella formazione umana e sociale delle future generazioni</strong>.</p>
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		<title>Lame d&#8217;Argilla: i Calanchi tra scienza e fotografia</title>
		<link>https://www.geomagazine.it/2026/04/04/lame-dargilla-i-calanchi-tra-scienza-e-fotografia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Ciotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 12:20:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geologia & Geografia]]></category>
		<category><![CDATA[Home]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi & Paesaggi]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[calanchi]]></category>
		<category><![CDATA[geografia e geologia]]></category>
		<category><![CDATA[paesaggi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.geomagazine.it/?p=16493</guid>

					<description><![CDATA[<p>Tra scienza e arte, i calanchi si rivelano non solo come fenomeni geomorfologici, ma come vere e proprie forme espressive della natura, dove erosione e tempo diventano gesto creativo</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="wp-block-post-featured-image"><img loading="lazy" decoding="async" width="2000" height="1333" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" style="object-fit:cover;" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/1.jpg 2000w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/1-270x180.jpg 270w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/1-1024x682.jpg 1024w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/1-768x512.jpg 768w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/1-1536x1024.jpg 1536w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/1-220x146.jpg 220w" sizes="auto, (max-width: 2000px) 100vw, 2000px" /></figure>


<p class="has-small-font-size"><em>Calanchi di Atri (TE)</em> &#8211; Credit Photo Michele Di Mauro e Marilena Aprile Ximenes</p>



<p style="font-size:18px">I <strong>calanchi</strong> sono tra i paesaggi più particolari e forse meno conosciuti della geografia italiana. Le loro forme, scolpite maestosamente nei versanti collinari, sono un vero e proprio archivio naturale dell&#8217;evoluzione del territorio. Le creste sottili e i solchi profondi che li caratterizzano suscitano sempre stupore in chi li osserva. </p>



<p style="font-size:18px"><strong>Cosa sono i calanchi? </strong></p>



<p style="font-size:18px">I calanchi sono il risultato di lunghi processi geormofologici di erosione di terreni prevalentemente argillosi o con scarsa copertura vegetale, modellati soprattutto dall&#8217;azione dilavante delle acque piovane. Tuttavia, affinché possa avvenire la loro formazione, devono essere presenti specifiche condizioni. </p>



<p style="font-size:18px">In primo luogo è determinante la <strong>litologia</strong> del terreno: i calanchi si formano infatti in terreni che presentano dei sedimenti argillosi, deposti in ambienti marini durante il Pliocene e il Pleistocene. In seguito ai processi di orogenesi appenninica, il terreno è stato esposto agli agenti atmosferici, divenendo particolarmente vulnerabile all&#8217;erosione superficiale. </p>



<p style="font-size:18px">Un altro elemento fondamentale è il <strong>clima mediterraneo</strong>, caratterizzato da estati secche e inverni miti e piovosi, che ne favorisce la formazione. Durante le precipitazioni, il terreno argilloso assorbe rapidamente l’acqua, perde coesione e diventa facilmente erodibile. L’assenza o la scarsità di vegetazione favorisce il ruscellamento superficiale, che incide progressivamente piccoli solchi lungo i versanti. Durante la stagione secca, invece, l’argilla tende a contrarsi a causa della perdita di umidità, diventando più vulnerabile alle fessurazioni. L’alternanza tra queste due fasi stagionali accelera nel tempo la disgregazione del versante, contribuendo alla formazione dei tipici sistemi calanchivi.</p>



<p style="font-size:18px">La <strong>pendenza</strong> del versante è molto importante all&#8217;interno di questo processo, difatti una pendenza troppo bassa, comporterebbe un ristagno dell&#8217;acqua mentre una pendenza troppo elevata faciliterebbe le frane. </p>



<p style="font-size:18px">In Italia queste formazioni geologiche sono ben diffuse lungo l&#8217;arco appenninico, soprattutto in Basilicata, Emilia-Romagna e Abruzzo. </p>



<p style="font-size:18px"><strong>I Calanchi in Italia </strong></p>



<p style="font-size:18px">In Abruzzo i calanchi si sviluppano principalmente lungo la fascia collinare compresa tra gli Appennini e la costa adriatica. Essi prendono il nome di <strong>calanchi di Atri</strong> <strong>(TE)</strong>, noti anche come <em>Bolge Dantesche</em>. Essi ospitano un&#8217;area molto ricca anche dal punto di vista della biodiversità, tutelata infatti dal WWF.</p>



<p style="font-size:18px">Altrettanto affascinanti sono i calanchi della Basilicata, tra i principali ricordiamo quelli di <strong>Aliano</strong> e <strong>Montalbano Jonico</strong> <strong>(MT)</strong>. I calanchi lucani si sviluppano su una successione sedimentaria di età variabile tra i 1,2 milioni e 640 mila anni fa. Essi testimoniano tramite l&#8217;affioramento di fossili marini, il progressivo ritorno del mare verso l&#8217;attuale costa ionica e le trasformazioni ambientali e tettoniche che si sono susseguite durante il Quaternario.</p>



<p style="font-size:18px">Infine, sono noti in Italia, anche i <strong>calanchi dell&#8217;Abbadessa</strong> nel parco regionale dei Gessi Bolognesi in Emilia-Romagna. Essi poggiano su un substrato di argille note come le <strong>Argille Scagliose</strong>, nelle quali sono inglobati frammenti rocciosi di diversa natura. In questo caso sono il risultato della deformazione di antichi sedimenti dell&#8217;Oceano Ligure. Qui l&#8217;erosione è particolarmente elevata, per cui è possibile osservare incisioni fitte e parallele, versanti molto ripidi e forti contrasti cromatici tra argille e le unità litologiche più resistenti. </p>



<p style="font-size:18px">Studiare queste particolari forme geologiche e immortalarle tramite suggestivi scatti fotografici, ci permette non solo di ricostruire l&#8217;evoluzione geomorfologica del nostro Paese ma anche di valorizzare questi territori come importanti punti di riferimento a livello culturale, turistico e scientifico. </p>



<p style="font-size:18px">Se la geologia ci spiega&nbsp;<em>come</em>&nbsp;nascono i calanchi, l’arte prova a dirci&nbsp;<em>cosa sono</em>&nbsp;davvero.</p>



<p style="font-size:18px">Perché osservare un sistema calanchivo non significa soltanto leggere un fenomeno erosivo. Significa trovarsi davanti a una forma di scrittura. Una scrittura lenta, millenaria, incisa nella materia.</p>



<p style="font-size:18px">Le creste affilate, i solchi che si rincorrono, le fratture che si aprono al pari di segni su una superficie viva: tutto nei calanchi rimanda a un gesto. Non umano, certo. Ma profondamente espressivo.</p>



<p style="font-size:18px">È un paesaggio che sembra disegnato.<br>E forse lo è.</p>



<p style="font-size:18px">Non da una mano, ma da una sequenza di eventi: acqua, tempo, gravità. Una triade che lavora senza intenzione, ma produce forma. E la forma, quando diventa così riconoscibile, così potente, entra inevitabilmente nel dominio dell’estetica.</p>



<p style="font-size:18px">Nel linguaggio artistico siamo abituati a pensare alla creazione come aggiunta: colore su tela, materia su materia, costruzione.</p>



<p style="font-size:18px">Nei calanchi accade l’opposto.</p>



<p style="font-size:18px">Qui si crea togliendo.<br>Si genera forma attraverso la sottrazione.</p>



<p style="font-size:18px">L’acqua incide, scava, porta via. E proprio in questo atto distruttivo nasce qualcosa di nuovo. Un equilibrio instabile, fatto di pieni e vuoti, di luci e ombre, di superfici che cambiano continuamente.</p>



<p style="font-size:18px">È una scultura in divenire.</p>



<p style="font-size:18px">Non finita.<br>Non definitiva.</p>



<p style="font-size:18px">E proprio per questo profondamente contemporanea.</p>



<p style="font-size:18px">C’è qualcosa nei calanchi che sfugge all’idea classica di bellezza.</p>



<p style="font-size:18px">Non sono armoniosi nel senso tradizionale.<br>Non sono rassicuranti.</p>



<p style="font-size:18px">Sono fragili, taglienti, in costante trasformazione.</p>



<p style="font-size:18px">Eppure attraggono.</p>



<p style="font-size:18px">Perché parlano un linguaggio che riconosciamo, anche senza comprenderlo fino in fondo: quello dell’impermanenza. Quello del cambiamento continuo.</p>



<p style="font-size:18px">In questo senso, i calanchi si avvicinano sorprendentemente a certe ricerche dell’arte contemporanea, dove l’opera non è più un oggetto stabile, ma un processo, un evento, una tensione.</p>



<p style="font-size:18px">Guardare un calanco non è mai un’esperienza neutra.</p>



<p style="font-size:18px">C’è chi vi legge desolazione.<br>Chi vi trova una bellezza aspra.<br>Chi, ancora, vi riconosce una forma di verità.</p>



<p style="font-size:18px">Forse perché i calanchi non raccontano solo la storia della Terra, ma anche qualcosa di più vicino a noi: il tempo che passa, le trasformazioni inevitabili, la fragilità delle strutture — naturali e umane.</p>



<p style="font-size:18px">Sono paesaggi che non si limitano a esistere.<br>Interrogano.</p>



<p style="font-size:18px">Forse è proprio questo il punto.</p>



<p style="font-size:18px">I calanchi non sono soltanto ciò che vediamo.<br>Sono ciò che accade mentre li guardiamo.</p>



<p style="font-size:18px">Un dialogo silenzioso tra materia e sguardo.<br>Tra tempo geologico e tempo umano.</p>



<p style="font-size:18px">E in questo spazio, sottile ma decisivo, la scienza descrive.<br>Ma è l’arte che, ancora una volta, prova a comprendere.</p>



<p><em>In collaborazione con Mattia Abram</em></p>



<p>Per approfondire il tema consigliamo il libro &#8220;Lame d&#8217;Argilla&#8221;, di Michele Di Mauro e Marilena Aprile Ximenes, Edizioni Viverein</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.geomagazine.it/2026/04/04/lame-dargilla-i-calanchi-tra-scienza-e-fotografia/">Lame d&#8217;Argilla: i Calanchi tra scienza e fotografia</a> proviene da <a href="https://www.geomagazine.it">GeoMagazine.it</a>.</p>
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		<title>La vita segreta dell’acqua: viaggio dalle nevi eterne alla voce della valle</title>
		<link>https://www.geomagazine.it/2026/04/03/viaggio-acqua-montagna-ghiacciai-valle-trasformazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Abram]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 06:12:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[ghiaccio]]></category>
		<category><![CDATA[montagna]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.geomagazine.it/?p=16501</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dai ghiacciai alla valle, l’acqua di montagna compie un viaggio fatto di trasformazioni, incontri e memoria, diventando elemento vitale e racconto del paesaggio alpino.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p style="font-size:18px">C’è un momento preciso, invisibile e silenzioso, in cui l’acqua nasce.</p>



<p style="font-size:18px">Non fa rumore.<br>Non chiede attenzione.<br>Accade.</p>



<p style="font-size:18px">Accade là dove il ghiaccio cede, dove una crepa si apre nella massa compatta di un ghiacciaio e lascia filtrare una goccia. Una sola. Poi un’altra. Poi un filo sottile che comincia a scorrere.</p>



<p style="font-size:18px">È l’inizio.<br>Sui ghiacciai delle Alpi, tra le pieghe bianche che sembrano immobili, l’acqua non è mai davvero ferma. È solo trattenuta.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="426" height="640" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/glacier-4765252_640.jpg" alt="" class="wp-image-16505" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/glacier-4765252_640.jpg 426w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/glacier-4765252_640-180x270.jpg 180w" sizes="auto, (max-width: 426px) 100vw, 426px" /><figcaption class="wp-element-caption">credit ph pixabay</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">Lì sopra, tra le alte quote della&nbsp;Valle d’Aosta, l’acqua è antica. Ha attraversato anni, decenni, a volte secoli sotto forma di neve compressa, ghiaccio stratificato, memoria congelata del tempo.</p>



<p style="font-size:18px">Quando si libera, porta con sé questa memoria.</p>



<p style="font-size:18px">Non è ancora un fiume.<br>È un’intenzione.</p>



<p style="font-size:18px">Scivola tra le rocce, si insinua nei canaloni, cerca la via più semplice e la trova sempre.</p>



<p style="font-size:18px">All’inizio è timida.<br>Poi prende coraggio.</p>



<p style="font-size:18px">Si unisce ad altre acque, cresce, accelera. Diventa torrente. Il suono cambia: da sussurro a voce, da voce a canto.</p>



<p style="font-size:18px">Nel suo passaggio, l’acqua inizia a trasformarsi.</p>



<p style="font-size:18px">Non è più pura nel senso sterile del termine.<br>Diventa ricca.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="480" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/mountain-8205928_640.jpg" alt="" class="wp-image-16506" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/mountain-8205928_640.jpg 640w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/mountain-8205928_640-270x203.jpg 270w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption class="wp-element-caption">credit ph pixabay</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">Raccoglie minerali.<br>Attraversa terre diverse.<br>Sfiora radici, lambisce muschi, incontra vita.</p>



<p style="font-size:18px">Ogni metro è una lezione.</p>



<p style="font-size:18px">Nel suo viaggio, l’acqua impara: la resistenza della pietra, la pazienza delle curve, la forza degli ostacoli. E nel frattempo cambia forma.</p>



<p style="font-size:18px">Diventa più calda.<br>Più veloce.<br>Più complessa.</p>



<p style="font-size:18px">Quella che nasce come acqua glaciale, fredda, quasi immobile si trasforma in un organismo dinamico, in continuo adattamento.</p>



<p style="font-size:18px">Non è più solo elemento.<br>È relazione.</p>



<p style="font-size:18px">Quando raggiunge la valle, qualcosa accade.</p>



<p style="font-size:18px">L’acqua rallenta.<br>Respira.</p>



<p style="font-size:18px">I torrenti si allargano, le rive si fanno più morbide, la corrente meno impetuosa. Qui l’acqua incontra l’uomo.</p>



<p style="font-size:18px">E l’incontro, come sempre, cambia entrambi.</p>



<p style="font-size:18px">A&nbsp;Cogne, come in molte vallate alpine, l’acqua ha disegnato paesaggi, alimentato comunità, scavato storie. Ha dato forma ai prati, nutrito i boschi, sostenuto la vita.</p>



<p style="font-size:18px">Ma ha anche ricordato, con la sua forza, che nulla è definitivo.</p>



<p style="font-size:18px">Non esiste acqua “semplice”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="427" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/mountains-5401611_640.jpg" alt="" class="wp-image-16507" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/mountains-5401611_640.jpg 640w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/mountains-5401611_640-270x180.jpg 270w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/mountains-5401611_640-220x146.jpg 220w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption class="wp-element-caption">credit ph pixabay</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">Ogni goccia che arriva a valle è il risultato di un viaggio: geologico, climatico, biologico.</p>



<p style="font-size:18px">È passata attraverso il freddo estremo e il sole.<br>Ha attraversato la roccia e la terra.<br>Ha incontrato il tempo.<br>E porta tutto questo con sé.</p>



<p style="font-size:18px">Oggi, questo viaggio non è più scontato.</p>



<p style="font-size:18px">I ghiacciai si ritirano.<br>Le portate cambiano.<br>I cicli si alterano.</p>



<p style="font-size:18px">L’acqua arriva prima, o arriva meno.<br>A volte arriva tutta insieme.</p>



<p style="font-size:18px">E il suo racconto si fa incerto.</p>



<p style="font-size:18px">Non è solo una questione ambientale.<br>È una questione culturale.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="427" height="640" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/mountain-5325269_640.jpg" alt="" class="wp-image-16504" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/mountain-5325269_640.jpg 427w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/mountain-5325269_640-180x270.jpg 180w" sizes="auto, (max-width: 427px) 100vw, 427px" /><figcaption class="wp-element-caption">cascate di Lillaz credit ph pixabay</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">Perché perdere l’acqua di montagna significa perdere un linguaggio.<br>Un ritmo.<br>Un modo di abitare il mondo.</p>



<p style="font-size:18px">Se ci fermassimo ad ascoltare davvero un torrente, forse capiremmo qualcosa di più.</p>



<p style="font-size:18px">Non solo del paesaggio.<br>Ma di noi.</p>



<p style="font-size:18px">Perché l’acqua non scorre soltanto verso valle.<br>Scorre attraverso le cose.</p>



<p style="font-size:18px">Le cambia.<br>Le unisce.<br>Le racconta.</p>



<p style="font-size:18px">E alla fine, senza mai fermarsi davvero, continua il suo viaggio.</p>



<p style="font-size:18px">Sempre lo stesso.<br>Sempre diverso.</p>
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		<title>Il gesto che cambia: dalla pelle al touchscreen, storia di un contatto perduto</title>
		<link>https://www.geomagazine.it/2026/03/29/il-gesto-che-cambia-dalla-pelle-al-touchscreen-storia-di-un-contatto-perduto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Abram]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2026 08:52:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[contatto]]></category>
		<category><![CDATA[essere umano]]></category>
		<category><![CDATA[gesto]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[pelle]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<category><![CDATA[tocco]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.geomagazine.it/?p=16450</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dal contatto umano alla superficie degli schermi, il gesto cambia forma e significato. Un viaggio antropologico tra corpo, relazione e nuove distanze digitali.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="font-size:18px">C’è stato un tempo in cui bastava sfiorarsi per capirsi.</p>



<p style="font-size:18px">Non servivano parole, né schermi, né notifiche. Bastava la pelle.<br>E la pelle, si sa, non mente.</p>



<p style="font-size:18px">Lo aveva capito bene&nbsp;Ashley Montagu, che alla pelle dedicò studi profondi, definendola non soltanto un organo, ma&nbsp;<strong>il primo linguaggio dell’essere umano</strong>. Il contatto, per Montagu, non era un dettaglio: era la base stessa della relazione, il fondamento biologico dell’empatia.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="416" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/toddler-hand-4867454_640.jpg" alt="" class="wp-image-16481" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/toddler-hand-4867454_640.jpg 640w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/toddler-hand-4867454_640-270x176.jpg 270w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption class="wp-element-caption">credit ph pixabay</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">Un bambino che non viene toccato, scriveva è un bambino a cui manca qualcosa di essenziale.<br>Non solo affetto.<br>Ma struttura.</p>



<p style="font-size:18px">Prima ancora della parola, c’era il gesto.<br>Prima della grammatica, il movimento.</p>



<p style="font-size:18px">Konrad Lorenz, osservando animali e uomini con lo stesso sguardo paziente, aveva capito che molti dei nostri comportamenti non si apprendono:&nbsp;<strong>si ereditano</strong>.</p>



<p style="font-size:18px">Un’inclinazione della testa.<br>Una distanza mantenuta.<br>Una mano che si ritrae.</p>



<p style="font-size:18px">Sono gesti.<br>Ma sono anche memorie antiche.</p>



<p style="font-size:18px">Lorenz li chiamava schemi innati.<br>Noi, forse, li abbiamo dimenticati.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="299" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/geese-2494952_640.jpg" alt="" class="wp-image-16482" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/geese-2494952_640.jpg 640w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/geese-2494952_640-270x126.jpg 270w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption class="wp-element-caption">credit ph pixabay</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px"><strong>Che cosa succede, allora a una società quando i gesti smettono di passare attraverso il corpo?</strong></p>



<p style="font-size:18px">Per rispondere, bisogna guardare il presente.<br>E il presente, oggi, è uno schermo.</p>



<p style="font-size:18px">Il gesto è cambiato.<br>Non è più rivolto verso l’altro.<br>È rivolto verso il basso.</p>



<p style="font-size:18px">Un pollice che scorre.<br>Un dito che tocca vetro.<br>Un movimento ripetuto, preciso, sterile.</p>



<p style="font-size:18px">Non c’è resistenza.<br>Non c’è temperatura.<br>Non c’è risposta.</p>



<p style="font-size:18px">L’antropologia contemporanea, pensiamo a studiosi come&nbsp;David Le Breton ci racconta proprio questo:&nbsp;<strong>il corpo, nella modernità avanzata, si ritrae</strong>. Non scompare, ma perde centralità.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="427" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/hands-1851218_640.jpg" alt="" class="wp-image-16483" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/hands-1851218_640.jpg 640w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/hands-1851218_640-270x180.jpg 270w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/hands-1851218_640-220x146.jpg 220w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption class="wp-element-caption">credit ph pixabay</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">Diventa interfaccia.<br>Non più presenza.</p>



<p style="font-size:18px">Il gesto digitale è perfetto.<br>Non sbaglia.<br>Non trema.<br>Non arrossisce.</p>



<p style="font-size:18px">Ma proprio per questo manca di qualcosa.</p>



<p style="font-size:18px">Manca dell’imprevisto.<br>Della goffaggine.<br>Della verità.</p>



<p style="font-size:18px">Un messaggio può essere cancellato.<br>Uno sguardo no.</p>



<p style="font-size:18px">Una carezza può fallire.<br>Un “like” no.</p>



<p style="font-size:18px">E allora succede una cosa strana:<br><strong>comunichiamo di più, ma tocchiamo di meno.</strong></p>



<p style="font-size:18px">Non si tratta di demonizzare la tecnologia.<br>Sarebbe facile. E anche un po’ sciocco.</p>



<p style="font-size:18px">Il digitale ha portato accesso, velocità, connessione globale ma ha anche introdotto una forma nuova di distanza.</p>



<p style="font-size:18px">Una distanza che non è geografica.<br>È sensoriale.</p>



<p style="font-size:18px">Non sentiamo più il peso delle parole.<br>Non vediamo più il tempo dell’altro.<br>Non percepiamo più il confine tra presenza e assenza.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="426" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/baby-4100541_640.jpg" alt="" class="wp-image-16484" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/baby-4100541_640.jpg 640w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/baby-4100541_640-270x180.jpg 270w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/baby-4100541_640-220x146.jpg 220w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption class="wp-element-caption">credit ph pixabay</figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">Il rischio non è l’asocialità.<br>È qualcosa di più sottile:&nbsp;<strong>una socialità senza corpo</strong></p>



<p style="font-size:18px">Allora torniamo alla domanda:</p>



<p style="font-size:18px"><strong>Che cosa succede quando i gesti smettono di passare attraverso il corpo?</strong></p>



<p style="font-size:18px">Succede che non scompaiono.<br>Si trasformano.</p>



<p style="font-size:18px">Diventano più veloci, ma meno profondi.<br>Più frequenti, ma meno significativi.</p>



<p style="font-size:18px">E soprattutto:<br><strong>perdono memoria.</strong></p>



<p style="font-size:18px">Perché il corpo ricorda.<br>Lo schermo, invece, registra.</p>



<p style="font-size:18px">Se questo fosse un racconto di&nbsp;Andrea Camilleri, forse il commissario arriverebbe alla fine con un sospetto semplice:</p>



<p style="font-size:18px">che il problema non sia il digitale.<br>Ma l’oblio del corpo.</p>



<p style="font-size:18px">Perché il gesto non è solo un movimento.<br>È una relazione.</p>



<p style="font-size:18px">E senza relazione, resta soltanto il rumore di fondo.<br>Quello che non si sente.<br>Ma che, piano piano, ci allontana.</p>



<p style="font-size:18px"><strong>Forse non dobbiamo tornare indietro.<br>Ma ricordarci, ogni tanto, di toccare il mondo.</strong></p>
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		<title>GeoMagazine.it: La nostra missione è comunicare!</title>
		<link>https://www.geomagazine.it/2026/03/28/geomagazine-it-la-nostra-missione-e-comunicare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Vicentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 13:13:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[comunicare]]></category>
		<category><![CDATA[lezioni]]></category>
		<category><![CDATA[seminari]]></category>
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<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="320" height="69" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/logo_g.png" alt="" class="wp-image-16471" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/logo_g.png 320w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/logo_g-270x58.png 270w" sizes="auto, (max-width: 320px) 100vw, 320px" /></figure>



<p style="font-size:18px">GeoMagazine.it è una rivista on line che compie ormai sei anni. Abbiamo accompagnato amici, parenti ma anche un pubblico variegato e sicuramente non ristretto, spiegando concetti scientifici con parole semplici, provando ad instillare passione per la cultura, la geografia, l&#8217;arte, la biologia. Abbiamo a cuore le cose belle, ed i messaggi positivi e per questo siamo entrati nel vostro scroll e, ci auguriamo, un po&#8217; nella vostra quotidianità senza mettere il piede nella porta.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="623" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/glob.jpg" alt="" class="wp-image-16469" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/glob.jpg 1024w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/glob-270x164.jpg 270w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/glob-768x467.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Mappa mondo o vero carta generale del globo terrestre (1674) by N. Sanson de Abbeville. Original from The Beinecke Rare Book &amp; Manuscript Library. Digitally enhanced by rawpixel (Fonte: Common source)</em></figcaption></figure>



<p style="font-size:18px">Recentemente siamo stati contattati, a vario titolo, per svolgere seminari o interventi in Istituti di Ricerca ed Università, per parlare soprattutto delle nostre esperienze in ambito energia ed ambiente. Sono state esperienze formative anche per noi, che non siamo docenti di professione, e ci hanno lasciato la voglia di dare un seguito a quanto trasmesso e comunicato.</p>



<p style="font-size:18px">Riteniamo sia fondamentale avere una certa reputazione, e poi una rete, e dunque cerchiamo di partire proprio da qui, dai nostri mezzi di diffusione, per cercare questa rete in Enti Pubblici, scuole, ma anche realtà private: se cercate una realtà inserita nel mondo del lavoro, esperta di tematiche scientifiche e tecniche, e volete dedicare la formazione aziendale ad energia, ambiente, cultura, comunicazione potremmo essere il partner giusto per aiutarvi a costruire i vostri percorsi formativi.</p>



<p style="font-size:18px">Seguite GeoMagazine.it</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="275" height="183" src="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/matita.jpg" alt="" class="wp-image-16470" srcset="https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/matita.jpg 275w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/matita-270x180.jpg 270w, https://www.geomagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/matita-220x146.jpg 220w" sizes="auto, (max-width: 275px) 100vw, 275px" /></figure>
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