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	<title>Geova non vuole che mi sposi</title>
	
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  <title>Geova non vuole che mi sposi</title>
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		<title>I figli di Babbo Natale</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 20:19:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emidio Picariello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Italo Calvino &#8211; da Marcovaldo Non c&#8217;è epoca dell&#8217;anno più gentile e buona, per il mondo dell&#8217;industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti. Sale dalle vie il tremulo suono delle zampogne; e le società anonime, fino a ieri freddamente intente a calcolare fatturato e dividendi, aprono il cuore agli affetti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Italo Calvino &#8211; da Marcovaldo</p>
<p>Non c&#8217;è epoca dell&#8217;anno più gentile e buona, per il mondo dell&#8217;industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti. Sale dalle vie il tremulo suono delle zampogne; e le società anonime, fino a ieri freddamente intente a calcolare fatturato e dividendi, aprono il cuore agli affetti e al sorriso. L&#8217;unico pensiero dei Consigli d&#8217;amministrazione adesso è quello di dare gioia al prossimo, mandando doni accompagnati da messaggi d&#8217;augurio sia a ditte consorelle che a privati; ogni ditta si sente in dovere di comprare un grande stock di prodotti da una seconda ditta per fare i suoi regali alle altre ditte; le quali ditte a loro volta comprano da una ditta altri stock di regali per le altre; le finestre aziendali restano illuminate fino a tardi, specialmente quelle del magazzino, dove il personale continua le ore straordinarie a imballare pacchi e casse; al di là dei vetri appannati, sui marciapiedi ricoperti da una crosta di gelo s&#8217;inoltrano gli zampognari, discesi da buie misteriose montagne, sostano ai crocicchi del centro, un po&#8217; abbagliati dalle troppe luci, dalle vetrine troppo adorne, e a capo chino dànno fiato ai loro strumenti; a quel suono tra gli uomini d&#8217;affari le grevi contese d&#8217;interessi si placano e lasciano il posto ad una nuova gara: a chi presenta nel modo più grazioso il dono più cospicuo e originale.</p>
<p><span id="more-1147"></span><br />
Alla Sbav quell&#8217;anno l&#8217;Ufficio Relazioni Pubbliche propose che alle persone di maggior riguardo le strenne fossero recapitate a domicilio da un uomo vestito da Babbo Natale.<br />
L&#8217;idea suscitò l&#8217;approvazione unanime dei dirigenti. Fu comprata un&#8217;acconciatura da Babbo Natale completa: barba bianca, berretto e pastrano rossi bordati di pelliccia, stivaloni. Si cominciò a provare a quale dei fattorini andava meglio, ma uno era troppo basso di statura e la barba gli toccava per terra, uno era troppo robusto e non gli entrava il cappotto, un altro troppo giovane, un altro invece troppo vecchio e non valeva la pena di truccarlo.<br />
Mentre il capo dell&#8217;Ufficio Personale faceva chiamare altri possibili Babbi Natali dai vari reparti, i dirigenti radunati cercavano di sviluppare l&#8217;idea: l&#8217;Ufficio Relazioni Umane voleva che anche il pacco-strenna alle maestranze fosse consegnato da Babbo Natale in una cerimonia collettiva; l&#8217;Ufficio Commerciale voleva fargli fare anche un giro dei negozi; l&#8217;Ufficio Pubblicità si preoccupava che facesse risaltare il nome della ditta, magari reggendo appesi a un filo quattro palloncini con le lettere S, B, A, V.<br />
Tutti erano presi dall&#8217;atmosfera alacre e cordiale che si espandeva per la città festosa e produttiva; nulla è più bello che sentire scorrere intorno il flusso dei beni materiali e insieme del bene che ognuno vuole agli altri; e questo, questo soprattutto &#8211; come ci ricorda il suono, firulí firulí, delle zampogne -, è ciò che conta.<br />
In magazzino, il bene &#8211; materiale e spirituale &#8211; passava per le mani di Marcovaldo in quanto merce da caricare e scaricare. E non solo caricando e scaricando egli prendeva parte alla festa generale, ma anche pensando che in fondo a quel labirinto di centinaia di migliaia di pacchi lo attendeva un pacco solo suo, preparatogli dall&#8217;Ufficio Relazioni Umane; e ancora di più facendo il conto di quanto gli spettava a fine mese tra &#8221; tredicesima mensilità &#8221; e &#8221; ore straordinarie &#8220;. Con qui soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell&#8217;industria e del commercio.<br />
Il capo dell’Ufficio Personale entrò in magazzino con una barba finta in mano: &#8211; Ehi, tu! &#8211; disse a Marcovaldo. &#8211; Prova un po&#8217; come stai con questa barba. Benissimo! Il Natale sei tu. Vieni di sopra, spicciati. Avrai un premio speciale se farai cinquanta consegne a domicilio al giorno.<br />
Marcovaldo camuffato da Babbo Natale percorreva la città, sulla sella del motofurgoncino carico di pacchi involti in carta variopinta, legati con bei nastri e adorni di rametti di vischio e d&#8217;agrifoglio. La barba d&#8217;ovatta bianca gli faceva un po’ di pizzicorino ma serviva a proteggergli la gola dall&#8217;aria.<br />
La prima corsa la fece a casa sua, perché non resisteva alla tentazione di fare una sorpresa ai suoi bambini. &#8221; Dapprincipio, &#8211; pensava, non mi riconosceranno. Chissà come rideranno, dopo! &#8221;<br />
I bambini stavano giocando per la scala. Si voltarono appena. &#8211; Ciao papà.<br />
Marcovaldo ci rimase male. -Mah&#8230; Non vedete come sono vestito?<br />
- E come vuoi essere vestito? &#8211; disse Pietruccio. &#8211; Da Babbo Natale, no?<br />
- E m&#8217;avete riconosciuto subito?<br />
- Ci vuol tanto! Abbiamo riconosciuto anche il signor Sigismondo che era truccato meglio di te!<br />
- E il cognato della portinaia!<br />
- E il padre dei gemelli che stanno di fronte!<br />
- E lo zio di Ernestina quella con le trecce!<br />
- Tutti vestiti da Babbo Natale? &#8211; chiese Marcovaldo, e la delusione nella sua voce non era soltanto per la mancata sorpresa familiare, ma perché sentiva in qualche modo colpito il prestigio aziendale.<br />
- Certo, tal quale come te, uffa, &#8211; risposero i bambini, &#8211; da Babbo Natale, al solito, con la barba finta, &#8211; e voltandogli le spalle, si rimisero a badare ai loro giochi.<br />
Era capitato che agli Uffici Relazioni Pubbliche di molte ditte era venuta contemporaneamente la stessa idea; e avevano reclutato una gran quantità di persone, per lo più disoccupati, pensionati, ambulanti, per vestirli col pastrano rosso e la barba di bambagia. I bambini dopo essersi divertiti le prime volte a riconoscere sotto quella mascheratura conoscenti e persone del quartiere, dopo un po&#8217; ci avevano fatto l&#8217;abitudine e non ci badavano più.<br />
Si sarebbe detto che il gioco cui erano intenti li appassionasse molto. S&#8217;erano radunati su un pianerottolo, seduti in cerchio. &#8211; Si può sapere cosa state complottando? &#8211; chiese Marcovaldo.<br />
- Lasciaci in pace, papà, dobbiamo preparare i regali.<br />
- Regali per chi?<br />
- Per un bambino povero. Dobbiamo cercare un bambino povero e fargli dei regali.<br />
- Ma chi ve l&#8217;ha detto?<br />
- C&#8217;è nel libro di lettura.<br />
Marcovaldo stava per dire: &#8221; Siete voi i bambini poveri! &#8220;, ma durante quella settimana s&#8217;era talmente persuaso a considerarsi un abitante del Paese della Cuccagna, dove tutti compravano e se la godevano e si facevano regali, che non gli pareva buona educazione parlare di povertà, e preferì dichiarare: &#8211; Bambini poveri non ne esistono più!<br />
S&#8217;alzò Michelino e chiese: &#8211; È per questo, papà, che non ci porti regali?<br />
Marcovaldo si sentí stringere il cuore. &#8211; Ora devo guadagnare degli straordinari, &#8211; disse in fretta, &#8211; e poi ve li porto.<br />
- Li guadagni come? &#8211; chiese Filippetto.<br />
- Portando dei regali, &#8211; fece Marcovaldo.<br />
- A noi?<br />
- No, ad altri.<br />
- Perché non a noi? Faresti prima..<br />
Marcovaldo cercò di spiegare: &#8211; Perché io non sono mica il Babbo Natale delle Relazioni Umane: io sono il Babbo Natale delle Relazioni Pubbliche. Avete capito?<br />
- No.<br />
- Pazienza -. Ma siccome voleva in qualche modo farsi perdonare d&#8217;esser venuto a mani vuote, pensò di prendersi Michelino e portarselo dietro nel suo giro di consegne. &#8211; Se stai buono puoi venire a vedere tuo padre che porta i regali alla gente, &#8211; disse, inforcando la sella del motofurgoncino.<br />
- Andiamo, forse troverò un bambino povero, &#8211; disse Michelino e saltò su, aggrappandosi alle spalle del padre.<br />
Per le vie della città Marcovaldo non faceva che incontrare altri Babbi Natale rossi e bianchi, uguali identici a lui, che pilotavano camioncini o motofurgoncini o che aprivano le portiere dei negozi ai clienti carichi di pacchi o li aiutavano a portare le compere fino all&#8217;automobile. E tutti questi Babbi Natale avevano un&#8217;aria concentrata e indaffarata, come fossero addetti al servizio di manutenzione dell&#8217;enorme macchinario delle Feste.<br />
E Marcovaldo, tal quale come loro, correva da un indirizzo all&#8217;altro segnato sull&#8217;elenco, scendeva di sella, smistava i pacchi del furgoncino, ne prendeva uno, lo presentava a chi apriva la porta scandendo la frase:<br />
- La Sbav augura Buon Natale e felice anno nuovo,- e prendeva la mancia.<br />
Questa mancia poteva essere anche ragguardevole e Marcovaldo avrebbe potuto dirsi soddisfatto, ma qualcosa gli mancava. Ogni volta, prima di suonare a una porta, seguito da Michelino, pregustava la meraviglia di chi aprendo si sarebbe visto davanti Babbo Natale in persona; si aspettava feste, curiosità, gratitudine. E ogni volta era accolto come il postino che porta il giornale tutti i giorni.<br />
Suonò alla porta di una casa lussuosa. Aperse una governante. &#8211; Uh, ancora un altro pacco, da chi viene?<br />
- La Sbav augura&#8230;<br />
- Be&#8217;, portate qua, &#8211; e precedette il Babbo Natale per un corridoio tutto arazzi, tappeti e vasi di maiolica. Michelino, con tanto d&#8217;occhi, andava dietro al padre.<br />
La governante aperse una porta a vetri. Entrarono in una sala dal soffitto alto alto, tanto che ci stava dentro un grande abete. Era un albero di Natale illuminato da bolle di vetro di tutti i colori, e ai suoi rami erano appesi regali e dolci di tutte le fogge. Al soffitto erano pesanti lampadari di cristallo, e i rami più alti dell&#8217;abete s&#8217;impigliavano nei pendagli scintillanti. Sopra un gran tavolo erano disposte cristallerie, argenterie, scatole di canditi e cassette di bottiglie. I giocattoli, sparsi su di un grande tappeto, erano tanti come in un negozio di giocattoli, soprattutto complicati congegni elettronici e modelli di astronavi. Su quel tappeto, in un angolo sgombro, c&#8217;era un bambino, sdraiato bocconi, di circa nove anni, con un&#8217;aria imbronciata e annoiata. Sfogliava un libro illustrato, come se tutto quel che era li intorno non lo riguardasse.<br />
- Gianfranco, su, Gianfranco, &#8211; disse la governante, &#8211; hai visto che è tornato Babbo Natale con un altro regalo?<br />
- Trecentododici, &#8211; sospirò il bambino &#8211; senz&#8217;alzare gli occhi dal libro. &#8211; Metta lí.<br />
- È il trecentododicesimo regalo che arriva, &#8211; disse la governante. &#8211; Gianfranco è cosí bravo, tiene il conto, non ne perde uno, la sua gran passione è contare.<br />
In punta di piedi Marcovaldo e Michelino lasciarono la casa.<br />
- Papà, quel bambino è un bambino povero? &#8211; chiese Michelino.<br />
Marcovaldo era intento a riordinare il carico del furgoncino e non rispose subito. Ma dopo un momento, s&#8217;affrettò a protestare: &#8211; Povero? Che dici? Sai chi è suo padre? È il presidente dell&#8217;Unione Incremento Vendite Natalizie! Il commendator&#8230;<br />
S&#8217;interruppe, perché non vedeva Michelino. Michelino, Michelino! Dove sei? Era sparito.<br />
&#8221; Sta’ a vedere che ha visto passare un altro Babbo Natale, l&#8217;ha scambiato per me e gli è andato dietro&#8230; &#8221; Marcovaldo continuò il suo giro, ma era un po&#8217; in pensiero e non vedeva l&#8217;ora di tornare a casa.<br />
A casa, ritrovò Michelino insieme ai suoi fratelli, buono buono.<br />
- Di&#8217; un po&#8217;, tu: dove t&#8217;eri cacciato?<br />
- A casa, a prendere i regali&#8230; Si, i regali per quel bambino povero&#8230;<br />
- Eh! Chi?<br />
- Quello che se ne stava cosi triste.. &#8211; quello della villa con l&#8217;albero di Natale&#8230;<br />
- A lui? Ma che regali potevi fargli, tu a lui?<br />
- Oh, li avevamo preparati bene&#8230; tre regali, involti in carta argentata.<br />
Intervennero i fratellini. Siamo andati tutti insieme a portarglieli! Avessi visto come era contento!<br />
- Figuriamoci! &#8211; disse Marcovaldo. &#8211; Aveva proprio bisogno dei vostri regali, per essere contento!<br />
- Sí, sí dei nostri&#8230; È corso subito a strappare la carta per vedere cos&#8217;erano&#8230;<br />
- E cos&#8217;erano?<br />
- Il primo era un martello: quel martello grosso, tondo, di legno&#8230;<br />
- E lui?<br />
- Saltava dalla gioia! L&#8217;ha afferrato e ha cominciato a usarlo!<br />
- Come?<br />
- Ha spaccato tutti i giocattoli! E tutta la cristalleria! Poi ha preso il secondo regalo&#8230;<br />
- Cos&#8217;era?<br />
- Un tirasassi. Dovevi vederlo, che contentezza&#8230; Ha fracassato tutte le bolle di vetro dell&#8217;albero di Natale. Poi è passato ai lampadari&#8230;<br />
- Basta, basta, non voglio più sentire! E&#8230; il terzo regalo?<br />
- Non avevamo più niente da regalare, cosi abbiamo involto nella carta argentata un pacchetto di fiammiferi da cucina. È stato il regalo che l&#8217;ha fatto più felice. Diceva: &#8221; I fiammiferi non me li lasciano mai toccare! &#8221; Ha cominciato ad accenderli, e&#8230;<br />
-E&#8230;?<br />
- …ha dato fuoco a tutto!<br />
Marcovaldo aveva le mani nei capelli. &#8211; Sono rovinato!<br />
L&#8217;indomani, presentandosi in ditta, sentiva addensarsi la tempesta. Si rivesti da Babbo Natale, in fretta in fretta, caricò sul furgoncino i pacchi da consegnare, già meravigliato che nessuno gli avesse ancora detto niente, quando vide venire verso di lui tre capiufficio, quello delle Relazioni Pubbliche, quello della Pubblicità e quello dell&#8217;Ufficio Commerciale.<br />
- Alt! &#8211; gli dissero, &#8211; scaricare tutto; subito!<br />
&#8221; Ci siamo! &#8221; si disse Marcovaldo e già si vedeva licenziato.<br />
- Presto! Bisogna sostituire i pacchi! &#8211; dissero i Capiufficio. &#8211; L&#8217;Unione Incremento Vendite Natalizie ha aperto una campagna per il lancio del Regalo Distruttivo!<br />
- Cosi tutt&#8217;a un tratto&#8230; &#8211; commentò uno di loro. Avrebbero potuto pensarci prima&#8230;<br />
- È stata una scoperta improvvisa del presidente, &#8211; spiegò un altro. &#8211; Pare che il suo bambino abbia ricevuto degli articoli-regalo modernissimi, credo giapponesi, e per la prima volta lo si è visto divertirsi&#8230;<br />
- Quel che più conta, &#8211; aggiunse il terzo, &#8211; è che il Regalo Distruttivo serve a distruggere articoli d&#8217;ogni genere: quel che ci vuole per accelerare il ritmo dei consumi e ridare vivacità al mercato&#8230; Tutto in un tempo brevissimo e alla portata d&#8217;un bambino&#8230; Il presidente dell&#8217;Unione ha visto aprirsi un nuovo orizzonte, è ai sette cieli dell&#8217;entusiasmo&#8230;<br />
- Ma questo bambino, &#8211; chiese Marcovaldo con un filo di voce, &#8211; ha distrutto veramente molta roba?<br />
- Fare un calcolo, sia pur approssimativo, è difficile, dato che la casa è incendiata&#8230;<br />
Marcovaldo tornò nella via illuminata come fosse notte, affollata di mamme e bambini e zii e nonni e pacchi e palloni e cavalli a dondolo e alberi di Natale e Babbi Natale e polli e tacchini e panettoni e bottiglie e zampognari e spazzacamini e venditrici di caldarroste che facevano saltare padellate di castagne sul tondo fornello nero ardente.<br />
E la città sembrava più piccola, raccolta in un&#8217;ampolla luminosa, sepolta nel cuore buio d&#8217;un bosco, tra i tronchi centenari dei castagni e un infinito manto di neve. Da qualche parte del buio s&#8217;udiva l&#8217;ululo del lupo; i leprotti avevano una tana sepolta nella neve, nella calda terra rossa sotto uno strato di ricci di castagna.<br />
Usci un leprotto, bianco, sulla neve, mosse le orecchie, corse sotto la luna, ma era bianco e non lo si vedeva, come se non ci fosse. Solo le zampette lasciavano un&#8217;impronta leggera sulla neve, come foglioline di trifoglio. Neanche il lupo si vedeva, perché era nero e stava nel buio nero del bosco. Solo se apriva la bocca, si vedevano i denti bianchi e aguzzi.<br />
C&#8217;era una linea in cui finiva il bosco tutto nero e cominciava la neve tutta bianca. Il leprotto correva di qua ed il lupo di là.<br />
Il lupo vedeva sulla neve le impronte del leprotto e le inseguiva, ma tenendosi sempre sul nero, per non essere visto. Nel punto in cui le impronte si fermavano doveva esserci il leprotto, e il lupo usci dal nero, spalancò la gola rossa e i denti aguzzi, e morse il vento.<br />
Il leprotto era poco più in là, invisibile; si strofinò un orecchio con una zampa, e scappò saltando.<br />
È qua? È là? no, è un po&#8217; più in là?<br />
Si vedeva solo la distesa di neve bianca come questa pagina</p>
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		<title>Gesù!</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 13:23:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emidio Picariello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Continua la mia collaborazione con Il Mucchio Selvaggio. Accattàtevelo, perché l&#8217;articolo di dicembre è proprio figo, e c&#8217;ha pure una bella illustrazione. E poi ha già provocato polemiche piuttosto insolenti. Ecco, un po&#8217; mi mancava, l&#8217;insulto. Io sono la via, la verità è la vita, disse un uomo. Sono ateo, ho fatto quest&#8217;anno 33 anni. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Continua la mia collaborazione con Il Mucchio Selvaggio. Accattàtevelo, perché l&#8217;articolo di dicembre è proprio figo, e c&#8217;ha pure una bella illustrazione. E poi ha già provocato polemiche piuttosto <a href="http://www.ilmucchio.net/showthread.php?t=10466&amp;page=18">insolenti</a>. Ecco, un po&#8217; mi mancava, l&#8217;insulto.</em></p>
<blockquote><p>Io sono la via, la verità è la vita, disse un uomo. Sono ateo, ho fatto quest&#8217;anno 33 anni. E, quando parlo di religione, tutti continuano a ripetermi che va bene che io sia ateo, ma devo ammettere che Gesù Cristo è stato un grande rivoluzionario. Cerco di capire che cosa intendono. Intendono dire che Gesù non solo ha cambiato il corso della storia, ma l&#8217;ha fatto in modo positivo e ha insegnato l&#8217;amore come nessuno ha fatto. Se non ci fosse stato lui, oggi sarebbe tutto diverso, e peggio, questo intendono.<br />
La verità è una brutta bestia, che di solito si mangia il sentire comune. O forse è il contrario, è il sentire comune che ogni tanto si mangia la verità. Il problema sta tutto nelle parole.</p>
<p>[continua sul <a href="http://www.ilmucchio.it/shop.php">Mucchio</a> in edicola]</p></blockquote>
<p>[[Ironia della sorte, mia moglie mi ha appena portato un caffè americano servito nella tazza regalatami per il compleanno da Costanza sulla quale c'è scritto: <em>Don't mess with me I got the Biondo's age</em>. ]]</p>
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		<title>Religione e fantascienza</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 20:42:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emidio Picariello</dc:creator>
				<category><![CDATA[varie ed eventuali]]></category>
		<category><![CDATA[asimov]]></category>

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		<description><![CDATA[Esiste un legame stretto fra religione e fantascienza, lo sostengo da molto tempo. E questo racconto di Asimov, tratto da &#8220;Tutti i miei robot&#8221;, esemplifica esattamente quello che intendo.  Essere razionale Titolo originale: Reason (1941) Sei mesi dopo Powell e Donovan avevano cambiato idea. Le fiamme roventi di un sole gigantesco avevano lasciato il posto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Esiste un legame stretto fra religione e fantascienza, lo sostengo da molto tempo. E questo racconto di Asimov, tratto da &#8220;Tutti i miei robot&#8221;, esemplifica esattamente quello che intendo. </em></p>
<p>Essere razionale</p>
<p>Titolo originale: Reason (1941)</p>
<p>Sei mesi dopo Powell e Donovan avevano cambiato idea. Le fiamme roventi di un sole gigantesco avevano lasciato il posto alla dolce oscurità dello spazio, ma il variare delle condizioni esterne incideva ben poco quando si era alle prese con i robot sperimentali e i loro ingranaggi. Qualunque fosse l&#8217;ambiente, si trattava di sondare le profondità imperscrutabili di un cervello positronico, che secondo i geni del regolo calcolatore avrebbe dovuto funzionare in questo e quel modo.</p>
<p><span id="more-1135"></span></p>
<p>Ma in realtà il modo non era esattamente questo e quello. Powell e Donovan l&#8217;avevano scoperto dopo meno di due settimane che si trovavano sulla stazione.</p>
<p>Gregory Powell scandì le parole per dare maggior enfasi alla frase. «Una settimana fa, Donovan e io ti abbiamo costruito.» Corrugò la fronte con aria dubbiosa e si tormentò i baffi scuri.</p>
<p>Nella sala ufficiali della stazione spaziale numero 5 il silenzio era rotto solo dal lieve ronzio del potente Emissore di Raggi, che si trovava da qualche parte a un livello molto più profondo.</p>
<p>Il robot QT-1 sedeva immobile. Le lamine brunite del suo corpo brillavano alla luce dei luxiti e gli occhi rossi scintillanti, costituiti da cellule fotoelettriche, erano fissi sul terrestre seduto all&#8217;altro capo del tavolo.</p>
<p>Powell represse a stento un improvviso attacco di nervi. Quei robot avevano un cervello molto particolare. Oh, certo, le Tre Leggi della robotica restavano perfettamente valide, non poteva essere altrimenti. Su quello sarebbero stati pronti a giurare tutti quanti alla U.S. Robots, dallo stesso Robertson all&#8217;ultima donna delle pulizie. Quindi i QT-1 non presentavano problemi, dal punto di vista della sicurezza. Tuttavia si trattava di modelli nuovi, e quello seduto nella stanza era il primo della serie. I fogli pieni di scarabocchi matematici non rappresentavano sempre la migliore delle garanzie, davanti alla realtà dei fatti.</p>
<p>Alla fine il robot parlò con il freddo timbro caratteristico dei diaframmi metallici. «Ti rendi conto della gravità di una simile affermazione, Powell?»</p>
<p>«Qualcosa ti avrà pure costruito, Cutie» osservò Powell. «Tu stesso ammetti che la tua memoria, in tutta la sua completezza, sembra essere affiorata dal nulla assoluto una settimana fa. Io ti sto spiegando il fenomeno. Donovan e io ti abbiamo montato usando i componenti che ci sono stati spediti.»</p>
<p>Cutie si guardò le lunghe dita flessibili, ostentando un atteggiamento stranamente umano da cui trapelava perplessità. «Ho l&#8217;impressione che debba esistere una spiegazione più soddisfacente di questa. Che tu abbia creato me mi sembra improbabile.»</p>
<p>Powell si mise a ridere. «E perché mai, santa Terra?»</p>
<p>«Chiamala intuizione. Per ora posso definirla solo così. Ma intendo arrivare alle giuste conclusioni con il ragionamento. Una catena di ragionamenti validi non può che portare alla determinazione della verità. Ed è lì che voglio arrivare.»</p>
<p>Powell si alzò e andò a sedersi sull&#8217;orlo del tavolo, vicino al robot. D&#8217;un tratto provò un forte moto di simpatia per quella strana macchina. Non somigliava per niente ai soliti robot che svolgevano alla stazione le loro particolari incombenze con lo zelo dettatogli dal solido schema dei circuiti positronici.</p>
<p>Posò una mano sulla spalla di acciaio di Cutie. Il metallo era freddo e duro al tatto.</p>
<p>«Cutie» disse, «vorrei spiegarti una cosa. Tu sei il primo robot che si interroga sulla propria esistenza. E credo che tu sia anche il primo abbastanza intelligente da capire la realtà esterna. Su, vieni con me.»</p>
<p>Il robot si alzò con scioltezza e seguì Powell. Le piante dei piedi, coperte da uno spesso strato di gommapiuma, non facevano alcun rumore sul pavimento. Powell premette un bottone e una sezione rettangolare della parete si spostò da un lato. Di là dal vetro spesso e trasparente comparve lo spazio, punteggiato di stelle.</p>
<p>«Ho già visto questo scenario dagli oblò di osservazione della sala macchine» disse Cutie.</p>
<p>«Lo so» disse Powell. «Che cosa pensi che sia?»</p>
<p>«Esattamente quello che appare: di là da questo vetro c&#8217;è una materia nera in mezzo alla quale sono disseminati numerosi puntolini scintillanti. So che il nostro emissore spedisce dei raggi in direzione di alcuni punti, sempre gli stessi. E anche che tali punti si spostano e che i raggi si spostano con essi. Tutto qui.»</p>
<p>«Bene. Ora ascoltami attentamente. L&#8217;oscurità è costituita dal vuoto, un vuoto immenso che si estende all&#8217;infinito. I piccoli punti luminosi sono enormi masse di materia cariche di energia. Sono corpi sferici, alcuni dei quali hanno un diametro di milioni di chilometri. Sappi, se vuoi fare un confronto, che questa stazione ha un diametro di solo un chilometro e mezzo. Sembrano minuscoli perché sono incredibilmente lontani.</p>
<p>«I punti verso i quali sono diretti i nostri raggi di energia sono più vicini e assai più piccoli. Si tratta di corpi celesti solidi e freddi, e gli esseri umani come me, miliardi di esseri umani come me, vivono sulla loro superficie. È da uno di quei mondi che veniamo Donovan e io. I nostri raggi forniscono a tali mondi l&#8217;energia ricavata da uno di quegli immensi globi incandescenti, un globo, per inciso, che si trova vicino a noi. Noi lo chiamiamo Sole. Si trova dall&#8217;altra parte della stazione, per cui non puoi vederlo.»</p>
<p>Cutie rimase immobile davanti all&#8217;oblò, come una statua d&#8217;acciaio. Parlò senza girare la testa. «E da quale punto luminoso saresti venuto, tu?»</p>
<p>«Da quello» disse Powell, dopo aver cercato un attimo. «Quello particolarmente luminoso, nell&#8217;angolo laggiù. Lo chiamiamo Terra.» Sorrise. «Cara vecchia Terra. Sulla sua superficie vivono tre miliardi di esseri umani come me, Cutie. E fra circa due settimane ci sarò anch&#8217;io, tra loro.»</p>
<p>D&#8217;un tratto, curiosamente, Cutie si mise a canticchiare fra sé. Non era una vera e propria melodia; sembrava piuttosto un suono di corde pizzicate a caso. Poi il canto cessò repentinamente com&#8217;era cominciato. «Ma io come ci entro in questa storia, Powell? Non hai ancora spiegato la mia esistenza.»</p>
<p>«Oh, il resto è semplice. Quando furono messe in orbita per fornire energia solare ai pianeti, queste stazioni erano mantenute in funzione da esseri umani. Ma il forte calore, le intense radiazioni solari e le tempeste elettroniche costituivano un grosso problema. Vennero allora costruiti robot capaci di sostituire la manodopera umana, e adesso a ciascuna stazione occorrono solo due uomini incaricati di svolgere compiti direttivi. Stiamo cercando di rimpiazzare anche questi, ed è qui che entri in scena tu. Sei il robot più sofisticato che sia mai stato messo a punto e se ti dimostri capace di far funzionare questa stazione senza bisogno del nostro aiuto, nessun umano dovrà più venire qua, altro che per portare pezzi di ricambio per le riparazioni.»</p>
<p>Powell sollevò una mano e il paravento di metallo tornò al suo posto. Poi si avvicinò di nuovo al tavolo, pulì una mela strofinandola contro una manica e la addentò.</p>
<p>Il robot lo fissò con i suoi occhi rossi scintillanti. «Non pretenderai mica che creda a un&#8217;ipotesi così astrusa e poco plausibile come quella che hai appena formulato?» disse, scandendo le parole. «Per chi mi hai preso?»</p>
<p>Powell sputò un pezzo di mela sul tavolo e si fece rosso in viso. «Per la miseria, non ti ho esposto un&#8217;ipotesi. Ti ho esposto i fatti!»</p>
<p>«Sfere di energie del diametro di milioni di chilometri!» replicò Cutie, cupo. «Mondi abitati da miliardi di esseri umani! Un vuoto che si estende all&#8217;infinito! Scusa, Powell, ma non ci credo. Risolverò il problema da solo. Ci vediamo.»</p>
<p>Si voltò e uscì impettito dalla stanza. Sulla soglia incontrò Michael Donovan, lo salutò serio con un cenno della testa e imboccò il corridoio, incurante dello sbalordimento che aveva appena provocato.</p>
<p>Mike Donovan si passò una mano tra i capelli rossi e buttò a Powell un&#8217;occhiata seccata. «Di cosa stava parlando quel deposito di rottami ambulante? A cos&#8217;è che non crede?»</p>
<p>Powell si tormentò i baffi con aria cupa. «È scettico» disse, amareggiato. «Non crede che l&#8217;abbiamo costruito noi, né che esistano la Terra, lo spazio e le stelle.»</p>
<p>«Per Saturno, abbiamo per le mani un robot pazzo!»</p>
<p>«Dice che vuole risolvere il problema da solo.»</p>
<p>«Ah sì?» fece Donovan, divertito. «Spero proprio che si degnerà di spiegarmi la sua teoria, dopo che l&#8217;avrà elaborata.» Poi, preso da furia improvvisa, sbottò: «Senti, se quell&#8217;ammasso di metallo avrà l&#8217;impudenza di snocciolarmi le sue teorie, gli staccherò di netto quella testaccia cromata!».</p>
<p>Si lasciò cadere pesantemente su una sedia e tirò fuori dalla tasca interna della giacca un romanzo giallo. «Quel robot in ogni caso mi dà proprio sui nervi. Fa troppe domande.»</p>
<p>Mike Donovan brontolò qualcosa da dietro un enorme panino ripieno di pomodoro e insalata quando Cutie bussò piano alla porta ed entrò.</p>
<p>«C&#8217;è Powell?»</p>
<p>Donovan rispose con voce gutturale tra un boccone e l&#8217;altro. «Sta raccogliendo dati sulle funzioni delle correnti elettroniche. Sembra che stia per arrivare una tempesta.»</p>
<p>Proprio in quella Gregory Powell entrò con gli occhi fissi sul tabulato che aveva in mano, e si lasciò cadere su una sedia. Spiegò per bene il foglio e cominciò a scarabocchiare alcuni calcoli. Donovan continuò con espressione vacua a mangiare il panino, senza curarsi delle briciole che cadevano sul tavolo. Cutie aspettò in silenzio.</p>
<p>Powell alzò gli occhi. «Il potenziale Zeta sta salendo, ma lentamente. Nonostante questo le funzioni di corrente sono irregolari e non so cosa possiamo aspettarci. Oh ciao, Cutie. Credevo che stessi controllando l&#8217;impianto della nuova barra di comando.»</p>
<p>«L&#8217;ho già controllato» disse il robot, tranquillo, «così sono venuto a fare quattro chiacchiere con voi.»</p>
<p>«Oh!» fece Powell, imbarazzato. «Bene, siediti pure. No, non su quella sedia. Ha una gamba zoppa e tu non sei un peso piuma.»</p>
<p>Il robot obbedì e disse, serafico: «Sono arrivato a una conclusione».</p>
<p>Donovan lo guardò torvo e mise da parte quel che restava del panino. «Se si tratta di una di quelle menate&#8230;»</p>
<p>Powell, con impazienza, gli fece cenno di tacere. «Di&#8217; pure, Cutie, che ti stiamo ad ascoltare.»</p>
<p>«In questi ultimi due giorni mi sono analizzato attentamente» disse il robot, «e i risultati delle mie riflessioni sono molto interessanti. Ho cominciato dall&#8217;unica ipotesi certa che mi sono sentito in grado di formulare. Io esisto perché penso&#8230;»</p>
<p>«Giove santo» gemette Powell. «Un robot Cartesio!»</p>
<p>«Chi è Cartesio?» chiese Donovan. «Senti, dobbiamo proprio stare qui ad ascoltare questo pazzoide di metallo?»</p>
<p>«Insomma basta, Mike!»</p>
<p>Cutie continuò imperturbabile. «E la domanda che mi sono immediatamente rivolto è questa: qual è la causa della mia esistenza?»</p>
<p>Powell strinse le mascelle. «Ti stai comportando in modo stupido. T&#8217;ho già detto che siamo stati noi a costruirti.»</p>
<p>«E se non ci credi» aggiunse Donovan, «saremo lieti di smantellarti!»</p>
<p>Il robot aprì le mani a ventaglio in un gesto di disapprovazione. «Non accetto spiegazioni assurde solo perché mi siete gerarchicamente superiori. Ogni teoria deve avere un suo supporto razionale, altrimenti non è valida. E che mi abbiate creato voi è un&#8217;ipotesi che contrasta con tutti i principi della logica.»</p>
<p>Powell cercò di calmare Donovan, che aveva stretto le mani a pugno, sfiorandogli un braccio. «Perché dici così?»</p>
<p>Cutie si mise a ridere. Era una risata molto poco umana, il suono più meccanico che avesse mai prodotto con la bocca: acuto ed esplosivo, e preciso e scandito come il ticchettio di un metronomo.</p>
<p>«Guardatevi!» disse alla fine. «Lungi da me ogni disprezzo, s&#8217;intende, ma guardatevi un po&#8217;! Siete fatti di un materiale molle e flaccido, debole e deteriorabile, che è costretto per alimentarsi a dipendere dall&#8217;ossidazione alquanto inefficace di materia organica&#8230; come quella.» Indicò con disapprovazione ciò che restava del panino di Donovan. «A periodi alterni entrate in una specie di coma e la minima variazione di temperatura, di pressione atmosferica, di percentuale di umidità e di livello di radiazioni pregiudica la vostra efficienza. Siete solo prodotti di ripiego. Io invece sono un prodotto finito. Assorbo energia elettrica direttamente e la utilizzo con un rendimento che è quasi del cento per cento. Ho una struttura di metallo molto forte, non cado mai in stato di incoscienza e posso sopportare facilmente condizioni ambientali critiche. Se si parte dall&#8217;assioma lapalissiano che nessun essere può crearne un altro ad esso superiore, questi sono tutti fatti che riducono in cenere la vostra assurda teoria.»</p>
<p>Donovan scattò in piedi accigliato, mormorando imprecazioni che crebbero a mano a mano di intensità fino a diventare perfettamente udibili. «E va bene, figlio di un ammasso di ferraglie. Se non ti abbiamo creato noi, chi ti ha creato?»</p>
<p>Cutie annuì, serio. «Bravo, Donovan. Questa è proprio la domanda che mi sono posto subito dopo avere sgretolato la vostra ipotesi. È chiaro che il mio creatore dev&#8217;essere più potente di me, e resta quindi un&#8217;unica possibilità.»</p>
<p>I due terrestri lo guardarono con espressione vacua. «Qual è il centro di ogni attività, qui alla stazione?» continuò il robot. «Che cos&#8217;è che tutti noi serviamo? Che cosa assorbe completamente la nostra attenzione?» Cutie fece una pausa, aspettando la risposta.</p>
<p>Donovan, sbalordito, si girò verso Powell. «Scommetto che questa testa di cavolo meccanica sta parlando del Convertitore d&#8217;Energia.»</p>
<p>«È così, Cutie?» sorrise Powell.</p>
<p>«Sto parlando del Padrone» fu la risposta fredda e brusca.</p>
<p>Donovan scoppiò a ridere fragorosamente, e anche Powell trattenne a stento i singulti.</p>
<p>Cutie si alzò in piedi e guardò ora l&#8217;uno ora l&#8217;altro terrestre con i suoi occhi scintillanti. «Che vi piaccia o no, le cose stanno così, e non mi stupisce il vostro scetticismo. Voi due non rimarrete qui a lungo, ne sono certo. Sei stato proprio tu, Powell, a dire che in un primo tempo solo gli uomini servivano il Padrone, che poi i robot furono destinati al lavoro di ordinaria amministrazione e che infine sono subentrato io per le funzioni di controllo. Sono fatti indubbiamente veri, ma la spiegazione da te data è del tutto illogica. Volete che vi dica qual è la verità che si nasconde dietro l&#8217;intera faccenda?»</p>
<p>«Sì, sì, Cutie. Sei proprio spassoso.»</p>
<p>«Il Padrone ha creato dapprima gli umani, esseri inferiori cui era più facile dare vita. A poco a poco li ha sostituiti con i robot, che si trovavano già un gradino più su. E alla fine ha creato me, affidandomi il compito di rimpiazzare gli ultimi umani. Da ora in avanti, sarò io a servire il Padrone.»</p>
<p>«Scordatelo» disse Powell, brusco. «Tu obbedirai ai nostri ordini senza tante storie, finché non saremo sicuri che sia in grado di far funzionare il Convertitore. Capito bene? Il Convertitore, non il Padrone. Se non saremo soddisfatti di te, ti smantelleremo. E adesso, se non ti spiace, puoi anche andartene. Ah, prendi con te questi dati e provvedi ad archiviarli.»</p>
<p>Cutie prese il tabulato che Powell gli porse e uscì senza proferire verbo. Donovan si appoggiò allo schienale della sedia e si passò una mano tra i capelli.</p>
<p>«Mi sa che quel robot ci procurerà qualche guaio. È matto da legare.»</p>
<p>Il ronzio monotono del Convertitore era più forte, nella sala di controllo, e si mescolava al ticchettio dei contatori Geiger e al rumore secco e irregolare di una mezza dozzina di spie luminose.</p>
<p>Donovan si ritrasse dal telescopio e accese i luxiti. «Il raggio proveniente dalla stazione numero quattro ha raggiunto Marte al momento stabilito. Adesso possiamo far partire il nostro.»</p>
<p>Powell annuì, distratto. «Cutie è giù in sala macchine. Gli trasmetterò il segnale luminoso e si occuperà lui della faccenda. Senti, Mike, cosa ne pensi di queste cifre?»</p>
<p>Donovan vi buttò un&#8217;occhiata e lasciò andare un fischio. «Caro mio, io questa la chiamo intensità di raggi gamma. Il buon vecchio Sole è un po&#8217; su di giri, eh?»</p>
<p>«Già» rispose Powell, aspro, «e siamo anche in una brutta posizione per una tempesta elettronica. Il nostro raggio diretto verso la Terra credo si trovi giusto in mezzo alla sua rotta.» Scostò la sedia dal tavolo con un gesto di irritazione. «Per la miseria! Se solo scoppiasse dopo che ci saranno venuti a dare il cambio&#8230; ma arriveranno tra una decina di giorni. Senti, Mike, vai giù a dare un&#8217;occhiata a Cutie, eh?»</p>
<p>«Va bene. Tirami uno di quei sacchetti di mandorle.» Afferrò al volo il sacchetto lanciatogli da Powell e si diresse all&#8217;ascensore.</p>
<p>L&#8217;ascensore scese silenzioso ai livelli più bassi e si aprì davanti a una stretta passerella che correva lungo l&#8217;enorme sala macchine. Donovan si appoggiò alla ringhiera e guardò giù. I possenti generatori erano in funzione e dai condotti L proveniva il ronzio sordo diffuso in tutta la stazione.</p>
<p>Individuò la sagoma grande e luccicante di Cutie vicino al condotto L che riforniva Marte. Cutie stava sorvegliando la squadra di robot, che lavorava con perfetto sincronismo.</p>
<p>Un attimo dopo Donovan s&#8217;irrigidì. I robot, che apparivano piccoli accanto all&#8217;enorme condotto L, si allinearono davanti ad esso e chinarono la testa ad angolo retto, mentre Cutie li passava lentamente in rassegna. Dopo una quindicina di secondi i robot si inginocchiarono, producendo un clangore che superò in intensità il forte ronzio delle macchine.</p>
<p>Donovan lanciò un grido e si precipitò giù per la scaletta. Corse verso i robot come una furia, agitando i pugni e con il viso dello stesso colore dei capelli.</p>
<p>«Cosa diavolo state facendo, ammassi di ferraglie senza cervello? Avanti, sbrigatevi con quel condotto L! Se non lo smontate, pulite e rimontate entro oggi, vi coagulo i circuiti positronici con la corrente alternata!»</p>
<p>Non un solo robot si mosse.</p>
<p>Anche Cutie, che era l&#8217;unico in piedi al termine della fila, rimase zitto a fissare gli scuri recessi dell&#8217;immensa macchina che gli stava davanti.</p>
<p>Donovan diede uno spintone al robot più vicino.</p>
<p>«Alzati!» ruggì.</p>
<p>Il robot obbedì senza fretta, guardando il terrestre con aria di disapprovazione.</p>
<p>«Non c&#8217;è altro Padrone all&#8217;infuori del Padrone» disse, «e QT-1 è il suo profeta.»</p>
<p>«Cosa?» Donovan si accorse che venti paia di occhi fotoelettrici lo fissavano, e dopo un attimo sentì venti voci dal timbro metallico dichiarare solennemente:</p>
<p>«Non c&#8217;è altro Padrone all&#8217;infuori del Padrone, e QT-1 è il suo profeta!»</p>
<p>«Temo» intervenne Cutie «che i miei amici obbediscano adesso a un essere ben superiore a te.»</p>
<p>«Col cavolo! Fuori di qui, con te farò i conti dopo. Con questi aggeggi animati invece li farò subito.»</p>
<p>Cutie scosse lentamente il testone metallico. «Scusami, ma non credo che tu abbia capito. Questi sono robot, cioè esseri pensanti. Riconoscono il loro Padrone, ora che ho predicato loro la Verità. Tutti quanti lo riconoscono e mi considerano il suo profeta.» Chinò la testa. «Certo non sono degno di tanto onore, ma forse&#8230;»</p>
<p>Donovan ritrovò il fiato e lo usò immediatamente. «Ah è così che stanno le cose? Davvero divertente! Proprio spassoso, sì. Ma lascia che ti dica una cosa, brutto babbuino cromato. Non c&#8217;è nessun Padrone, non c&#8217;è nessun profeta e non c&#8217;è nessun dubbio su chi debba dare ordini. Capito bene?» Alzò la voce fino a esplodere in un ruggito. «E adesso fuori di qui!»</p>
<p>«Io obbedisco soltanto al Padrone.»</p>
<p>«Al diavolo il Padrone!» Donovan sputò sul condotto L. «Ecco cosa si merita il Padrone. Fa&#8217; come ti dico!»</p>
<p>Cutie e gli altri robot tacquero, ma Donovan capì che la tensione stava aumentando. Gli occhi freddi che lo fissavano diventarono di un rosso cupo e Cutie appariva più rigido che mai.</p>
<p>«Sacrilegio» sussurrò il robot, con la sua voce metallica che tradiva questa volta qualcosa di simile a un&#8217;emozione.</p>
<p>Donovan cominciò ad avvertire la prima fitta di paura quando vide che Cutie gli si avvicinava. Un robot non poteva provare rabbia, ma lo sguardo di Cutie era indecifrabile.</p>
<p>«Mi dispiace, Donovan» disse il robot, «ma non puoi più restare qui dopo quanto è successo. Di conseguenza tu e Powell da questo momento in poi non avrete più accesso alla sala comandi e alla sala macchine.»</p>
<p>Levò la mano in un gesto pacato e un attimo dopo due robot bloccarono Donovan, tenendogli le braccia inchiodate ai fianchi.</p>
<p>Donovan ebbe appena il tempo di lasciarsi sfuggire un&#8217;esclamazione di sorpresa. Si sentì sollevare dal pavimento e trasportare su per le scale in tutta fretta.</p>
<p>Gregory Powell camminava su e giù per la sala ufficiali con le mani strette a pugno. Buttò un&#8217;occhiata di furiosa impotenza alla porta chiusa e guardò torvo Donovan.</p>
<p>«Perché diavolo hai sputato sul condotto L?»</p>
<p>Mike Donovan, sprofondato nella poltrona, tempestò di pugni i braccioli. «Cos&#8217;altro potevo fare con quello spaventapasseri elettronico? Non vorrai mica che mi sottometta alla volontà di un aggeggio artificiale che io stesso ho costruito!»</p>
<p>«No» disse Powell, cupo, «ma come risultato eccoti qui nella sala ufficiali con due robot che fanno la guardia davanti alla porta. Questa non è sottomissione?»</p>
<p>Donovan sbuffò. «Aspetta che torniamo alla Base. Qualcuno la pagherà cara. Quei robot devono obbedirci. Lo impone la Seconda Legge.»</p>
<p>«Già, ma a cosa serve ripeterlo? Tanto non ci obbediscono. E probabilmente un motivo c&#8217;è, anche se magari lo capiremo troppo tardi. A proposito, hai un&#8217;idea di che cosa accadrà a noi quando saremo tornati alla Base?» Si fermò davanti alla poltrona di Donovan e lo fissò stralunato.</p>
<p>«No. Cosa?»</p>
<p>«Oh, niente di particolare! Ci rispediranno solo alle miniere di Mercurio, dove resteremo una ventina d&#8217;anni. O forse preferiranno mandarci al penitenziario di Cerere.»</p>
<p>«Cosa diavolo dici?»</p>
<p>«Ti sei dimenticato che sta per arrivare la tempesta elettronica? Lo sai che sta puntando esattamente contro il raggio destinato alla Terra? Me n&#8217;ero giusto accorto quando quel robot mi ha obbligato ad alzarmi dalla sedia.»</p>
<p>Donovan di colpo impallidì. «Per Saturno!»</p>
<p>«E lo sai cosa succederà al raggio, con una tempesta che si prospetta spaventosa? Comincerà a saltare come una pulce con la scabbia. E visto che ci sarà solo Cutie ai comandi, devierà dal suo obiettivo. Con quali conseguenze per la Terra e per noi puoi immaginare.»</p>
<p>Powell era ancora a metà discorso quando Donovan si precipitò verso la porta, dandole strattoni furiosi. La porta si aprì e Donovan corse fuori, solo per andare a sbattere contro un solido braccio d&#8217;acciaio.</p>
<p>Il robot fissò distratto il terrestre, che cercava ansimando di divincolarsi. «Il profeta vi ordina di restare nella stanza e siete pregati di obbedire.» Spinse indietro Donovan, che arretrò barcollando. Proprio in quella comparve Cutie, in fondo al corridoio. Fece cenno ai guardiani di allontanarsi, entrò nella sala ufficiali e chiuse piano la porta.</p>
<p>Donovan, indignato e ansimante, si girò di scatto verso di lui. «Questo è troppo, veramente! La pagherai cara, questa tua pantomima.»</p>
<p>«Ti prego, non prendertela» disse il robot in tono gentile. «Era inevitabile che le cose finissero così. Vedete, la vostra funzione qui è conclusa?»</p>
<p>«Scusa tanto» interloquì Powell, drizzando la schiena. «Come sarebbe a dire che la nostra funzione è conclusa?»</p>
<p>«Finché non sono stato creato io» rispose Cutie, «eravate voi a servire il Padrone. Quel privilegio adesso spetta a me e l&#8217;unica ragione della vostra esistenza è venuta meno. Non è ovvio?»</p>
<p>«Non proprio» replicò Powell, aspro, «ma noi due cosa dovremmo fare adesso, secondo te?»</p>
<p>Cutie non rispose subito. Rimase in silenzio, come riflettendo, poi circondò con un braccio le spalle di Powell. Con l&#8217;altro braccio afferrò Donovan per un polso e lo tifò a sé.</p>
<p>«Voi mi siete simpatici. Siete creature inferiori, con scarse facoltà razionali, ma provo per voi un certo affetto, un affetto sincero. Avete servito bene il Padrone e lui vi ricompenserà. Adesso che il vostro compito è terminato, probabilmente non vivrete ancora a lungo, ma finché vivrete vi saranno dati cibo, vestiti e un riparo sicuro. Sempre che stiate lontani dalla sala comandi e dalla sala macchine.»</p>
<p>«Ci sta mandando in pensione, Greg!» urlò Donovan. «Dài, fa&#8217; qualcosa. È umiliante!»</p>
<p>«Senti, Cutie, ciò che dici è inammissibile. Siamo noi che comandiamo, qui. Questa è solo una stazione spaziale, creata da esseri umani come me, esseri umani che vivono sulla Terra e su altri pianeti. E la stazione è solo un trasmettitore di energia. Quanto a te, sei solo un&#8230; oh, al diavolo!»</p>
<p>Cutie scosse la testa, serio. «La vostra è proprio un&#8217;ossessione. Perché insistete con questa visione completamente falsa della vita? D&#8217;accordo che i non robot mancano delle facoltà razionali, ma resta sempre il problema di&#8230;»</p>
<p>S&#8217;interruppe, piombando in un silenzio riflessivo, e Donovan ne approfittò per sussurrare, in modo perfettamente udibile: «Se solo avessi una faccia di carne e sangue, te la spaccherei volentieri».</p>
<p>Powell strinse gli occhi e si tormentò i baffi. «Senti, Cutie, se la Terra non esiste, come spieghi lo scenario che vedi attraverso il telescopio?»</p>
<p>«Come, scusa?»</p>
<p>Powell sorrise. «Ti ho preso in castagna, eh? Da quando ti abbiamo montato hai osservato varie volte lo spazio con il telescopio, Cutie. Hai notato che molti di quei puntolini di luce diventano dischi dai contorni definiti quando li si guarda attraverso l&#8217;obiettivo?»</p>
<p>«Ah, parlavi di quello. Be&#8217; sì, certo. Si tratta solo di un ingrandimento che ha lo scopo di facilitare le cose quando si punta il raggio.»</p>
<p>«Come mai allora le stelle non vengono ingrandite allo stesso modo?»</p>
<p>«Intendi riferirti agli altri punti? Be&#8217;, nessun raggio viene diretto ad essi, per cui non è necessario ingrandirli. Sai, Powell, perfino tu dovresti riuscire a capire un concetto del genere.»</p>
<p>Powell buttò gli occhi al cielo, con aria cupa. «Ma attraverso il telescopio vedi più stelle di quelle che noti a occhio nudo. Da dove vengono? Da dove vengono, Giove santo?»</p>
<p>«Senti, Powell» fece Cutie, seccato, «credi proprio che io sia disposto a perdere tempo nel vano tentativo di imbastire una qualche spiegazione fisica per tutte le illusioni ottiche create dai nostri strumenti? Da quando in qua le effimere dimostrazioni offerte dai sensi possono reggere il confronto con le solide, lucide argomentazioni della ragione?»</p>
<p>«Ascolta un po&#8217; una cosa» gridò di colpo Donovan, sottraendosi all&#8217;abbraccio amichevole ma pesante di Cutie. «Veniamo al nocciolo della questione. Perché esistono i raggi? Noi ti abbiamo dato una spiegazione logica, perfettamente valida. Puoi fare di meglio, tu?»</p>
<p>«I raggi» rispose il robot, secco, «sono emessi dal Padrone per i suoi scopi.» Alzò gli occhi al cielo, con aria rapita. «Vi sono cose che non sta a noi indagare. In questo campo io cerco solo di servire, senza fare domande.»</p>
<p>Powell si accomodò sulla sedia e si prese la faccia tra le mani tremanti. «Vattene di qui, Cutie. Vattene e lasciami pensare.»</p>
<p>«Vi manderò qualcosa da mangiare» disse Cutie, con condiscendenza.</p>
<p>Un gemito fu l&#8217;unica risposta, e il robot se ne andò.</p>
<p>«Greg» sussurrò Donovan, rauco, «dobbiamo elaborare una strategia. Bisogna riuscire a prènderlo alla sprovvista e a mettergli fuori uso i circuiti. Un po&#8217; di acido nitrico concentrato nelle giunture&#8230;»</p>
<p>«Non dire sciocchezze, Mike. Come puoi pensare che ci permetta di avvicinarci a lui con l&#8217;acido in mano? Dobbiamo parlargli, credimi. Dobbiamo convincerlo con le buone a farci entrare di nuovo nella sala comandi. E se non ci riusciremo entro quarantott&#8217;ore, saremo fritti.»</p>
<p>Si dondolò nella sedia, tormentato da un senso d&#8217;impotenza. «Ma come diavolo si può aver voglia di discutere con un robot? È&#8230; è&#8230;»</p>
<p>«Mortificante» finì Donovan per lui.</p>
<p>«Peggio!»</p>
<p>«Ehi, un attimo!» disse Donovan, mettendosi di colpo a ridere. «Altro che discutere! Facciamogli vedere chi siamo. Costruiamo un altro robot proprio sotto i suoi occhi. Così sarà costretto a rimangiarsi quel che ha detto.»</p>
<p>Powell accennò un sorriso che a poco a poco diventò sempre più ampio.</p>
<p>«E pensa» continuò Donovan, «alla faccia che farà quel mentecatto quando assisterà alla scena!»</p>
<p>I robot sono naturalmente costruiti sulla Terra, ma spedirli nello spazio è molto più semplice se vengono smontati nei vari componenti e poi rimessi insieme appena giunti a destinazione. Questo tra l&#8217;altro elimina il pericolo che robot già montati e in funzione si allontanino dalla fabbrica girovagando per la Terra, un&#8217;eventualità che, data la severa legislazione terrestre in merito all&#8217;argomento automi, metterebbe nei guai la U.S. Robots.</p>
<p>Una prassi del genere però costringeva uomini come Powell e Donovan ad affrontare il compito penoso e difficile di comporre insieme i vari pezzi.</p>
<p>Della gravità di quel compito Powell e Donovan si resero particolarmente conto il giorno in cui, nella sala di montaggio, si sobbarcarono all&#8217;impresa di creare un robot sotto gli occhi attenti di QT-1, profeta del Padrone.</p>
<p>Il robot da montare, un semplice modello MC, giaceva sul tavolo ed era ormai quasi completo. Dopo tre ore di lavoro c&#8217;era da applicare solo la testa. Powell fece una breve pausa per asciugarsi la fronte e buttò un&#8217;occhiata incerta a Cutie.</p>
<p>Ciò che vide non lo rassicurò. Da tre ore Cutie sedeva in silenzio, immobile, e il suo viso, costantemente inespressivo, era più che mai impenetrabile.</p>
<p>Powell sospirò. «Inseriamo il cervello, Mike.»</p>
<p>Donovan aprì un contenitore accuratamente sigillato e trasse dal bagno d&#8217;olio un secondo cubo. Aprì anche quello e dall&#8217;imbottitura di gommapiuma tirò fuori un oggetto sferico.</p>
<p>Lo maneggiò con estrema cautela, perché era il meccanismo più complesso che l&#8217;uomo avesse mai creato. Dentro la sottile &#8220;pelle&#8221; costituita da lamine di platino c&#8217;era un cervello positronico nella cui struttura sofisticata e instabile erano impressi precisi circuiti neuronici che fornivano a ciascun robot l&#8217;equivalente di un&#8217;istruzione prenatale.</p>
<p>Il cervello si incastrò perfettamente nella cavità del cranio del robot. L&#8217;apertura fu chiusa da una lamina di metallo azzurrastro, che venne saldata con una piccola torcia atomica. Powell e Donovan applicarono con cura gli occhi fotoelettrici, e dopo che li ebbero avvitati li coprirono con sottili lamelle trasparenti di plastica dura come l&#8217;acciaio.</p>
<p>Il robot aveva solo bisogno ormai del lampo vitalizzante dell&#8217;energia ad alto voltaggio. Powell posò la mano sul pulsante e si girò verso Cutie.</p>
<p>«Ora guarda, Cutie. Guarda bene.»</p>
<p>Il pulsante venne premuto e si udì un ronzio crepitante. I due terrestri si chinarono ansiosi sulla loro creatura.</p>
<p>All&#8217;inizio il movimento fu appena percettibile: giusto un lieve sussulto all&#8217;altezza delle giunture. Poi il modello MC alzò la testa, si puntellò sui gomiti e scese goffamente dal tavolo. Aveva un&#8217;andatura ondeggiante e quando provò a parlare, gli uscirono di bocca solo dei suoni inarticolati.</p>
<p>Alla fine la sua voce, incerta ed esitante, uscì fuori distintamente. «Vorrei cominciare a lavorare. Dove devo andare?»</p>
<p>Donovan corse alla porta. «Scendi giù da queste scale» disse. «Ti sarà poi detto cosa devi fare.»</p>
<p>Il modello MC si dileguò e i due terrestri rimasero in compagnia di Cutie, che non si era mosso.</p>
<p>«Bene» disse Powell, sorridendo. «Ci credi, adesso, che siamo stati noi a costruirti?»</p>
<p>Cutie rispose secco, senza incertezze. «No.»</p>
<p>Il sorriso di Powell, dopo il primo attimo di sbalordimento, si spense a poco a poco. Donovan rimase a bocca aperta e non la richiuse che dopo un certo tempo.</p>
<p>«Vedete» continuò tranquillo Cutie, «non avete fatto altro che montare parti già costruite. Siete stati molto abili e, visto che non possedete facoltà razionali, immagino vi abbia guidato l&#8217;istinto. Ma in realtà non avete creato il robot. I componenti sono stati creati dal Padrone.»</p>
<p>«Senti» borbottò Donovan, rauco, «quei componenti sono stati fabbricati sulla Terra e spediti qui.»</p>
<p>«Sì, sì» replicò Cutie, conciliante, «non mettiamoci a discutere.»</p>
<p>«Ma io dico sul serio!» Donovan si slanciò in avanti e afferrò il robot per un braccio. «Se tu leggessi i libri che ci sono in biblioteca, capiresti che è la pura verità e non avresti più dubbi.»</p>
<p>«I libri? Li ho letti tutti. Le teorie che espongono sono molto ingegnose.»</p>
<p>«Se li hai letti» intervenne Powell, «cos&#8217;altro c&#8217;è da dire? Non puoi contestare le prove che portano. Non puoi proprio!»</p>
<p>«Ti prego, Powell» disse Cutie, quasi con pietà. «Non vorrai che consideri quei libri una valida fonte di informazioni. Anch&#8217;essi sono stati creati dal Padrone e sono destinati a voi, non a me.»</p>
<p>«Come fai a dirlo?» chiese Powell.</p>
<p>«Perché io, in quanto essere razionale, sono in grado di dedurre la Verità dalle Cause a priori. Tu, che sei un essere intelligente ma non razionale, hai bisogno che ti venga fornita una spiegazione, ed è esattamente questo che il Padrone ha fatto. Quella di suggerirvi l&#8217;idea risibile di mondi e genti lontane è stata certo una strategia a fin di bene. La vostra mente è con tutta probabilità troppo rozza per afferrare la Verità assoluta. Tuttavia, poiché è volontà del Padrone che crediate a quanto è scritto sui libri, non discuterò più con voi.»</p>
<p>Sul punto di andarsene si girò e disse, con tono cordiale: «Non prendetevela. Nei disegni imperscrutabili del Padrone c&#8217;è spazio per tutti. Anche voi poveri umani avete diritto al vostro posto, e se anche questo posto è di poca importanza, sarete ricompensati quando avrete svolto con coscienza il vostro ruolo».</p>
<p>Si allontanò con l&#8217;aria ispirata che si addiceva al profeta del Padrone, mentre i due terrestri evitavano di guardarsi negli occhi.</p>
<p>Alla fine Powell si impose di rompere il silenzio. «Andiamo a letto, Mike. Io rinuncio alla lotta.»</p>
<p>«Senti, Greg» sussurrò Donovan, «non crederai mica che abbia ragione lui, vero? Sembra così sicuro di sé che io&#8230;»</p>
<p>«Non dire sciocchezze» lo interruppe Powell, con foga. «Ti accorgerai che la Terra esiste davvero quando verranno a darci il cambio, la prossima settimana. E quando ci toccherà affrontare una bella lavata di capo.»</p>
<p>«Allora dobbiamo per forza fare qualcosa, Giove santo.» Donovan aveva quasi le lacrime agli occhi. «Quel pazzo non crede né a noi, né ai libri, né ai suoi occhi.»</p>
<p>«Già» disse Powell, con amarezza. «È un robot razionale, che il diavolo se lo porti. Crede soltanto al ragionamento logico, e questo è un guaio, perché&#8230;» S&#8217;interruppe, lasciando il discorso sospeso.</p>
<p>«Perché, Greg?» lo incalzò Donovan.</p>
<p>«Perché col freddo ragionamento logico puoi dimostrare qualsiasi cosa, una volta che tu scelga i postulati giusti. Noi abbiamo i nostri e Cutie ha i suoi.»</p>
<p>«Allora tiriamoli fuori, questi postulati, e in fretta. La tempesta scoppierà domani.»</p>
<p>Powell sospirò, scoraggiato. «È qui che casca l&#8217;asino. I postulati sono proposizioni non dimostrate la cui verità viene ammessa solo, diciamo, per &#8220;fede&#8221;. Non c&#8217;è cosa in tutto l&#8217;Universo che possa farli crollare. Vado a letto.»</p>
<p>«Per la miseria, io non riuscirò certo a dormire!»</p>
<p>«Nemmeno io. Ma potrei provarci giusto per una questione di principio.»</p>
<p>Dodici ore dopo il sonno continuava a essere quello: una questione di principio non realizzabile in pratica.</p>
<p>La tempesta era arrivata prima del previsto e Donovan, puntando un dito tremante verso l&#8217;oblò, la osservava con faccia esangue. Powell, con le labbra secche e il viso non rasato, fissava a sua volta l&#8217;oblò tormentandosi disperatamente i baffi.</p>
<p>In altre circostanze la scena sarebbe potuta risultare anche bella. La corrente di elettroni che viaggiavano ad altissima velocità urtava contro il raggio di energia, producendo minuscole spicole di luce intensa e fluorescente. Il raggio penetrava nell&#8217;oscurità dello spazio rivelando al suo interno la danza di miriadi di corpuscoli brillanti.</p>
<p>In apparenza sembrava stabile, ma i due terrestri sapevano che la visione a occhio nudo ingannava. Deviazioni di un centesimo di millisecondo d&#8217;arco, non percepibili a occhio nudo, erano sufficienti ad allontanare sensibilmente il raggio dal proprio obiettivo e a trasformare centinaia di chilometri quadrati di Terra in rovine incandescenti.</p>
<p>E ai comandi c&#8217;era un robot che se ne infischiava del raggio, dell&#8217;obiettivo, della Terra e di qualsiasi altra cosa che non fosse il Padrone.</p>
<p>Trascorsero ore. Powell e Donovan contemplarono lo spettacolo in silenzio, come ipnotizzati. Alla fine i corpuscoli di luce saettanti si offuscarono sino a scomparire. La tempesta era cessata.</p>
<p>«È finita» disse Powell, secco.</p>
<p>Donovan era piombato in un sonno inquieto e Powell lo guardò con occhi stanchi e con una punta di invidia. Una spia luminosa lampeggiò più volte, ma Powell non vi badò. Ormai nulla più aveva importanza. Nulla. Forse Cutie aveva ragione: lui, essere umano nato sulla Terra, era solo una creatura inferiore con una memoria fatta su misura e una vita la cui funzione era già stata assolta da tempo.</p>
<p>Già. Fosse stato così!</p>
<p>D&#8217;un tratto si ritrovò davanti Cutie. «Non hai risposto al segnale luminoso, così sono entrato» disse il robot, sommessamente. «Hai l&#8217;aria di non star bene e temo che la tua esistenza sia vicina al suo termine. Posso chiederti lo stesso se vuoi vedere alcuni dei dati registrati oggi?»</p>
<p>Powell si rese conto vagamente che il robot gli stava usando una cortesia, forse perché la sua decisione di escludere gli umani dalla sala comandi gli procurava qualche piccola fitta di rimorso. Prese i tabulati che Cutie gli porgeva e vi buttò un&#8217;occhiata distratta.</p>
<p>Cutie appariva compiaciuto. «Naturalmente è un grande privilegio servire il Padrone. Non devi rammaricarti troppo per il fatto che vi ho sostituito.»</p>
<p>Powell lasciò andare un grugnito e sfogliò macchinalmente i tabulati, finché la sua vista annebbiata non si concentrò su di una sottile linea rossa che attraversava ondeggiando la carta.</p>
<p>Fissò il foglio con sempre maggior attenzione. Poi, senza smettere di fissarlo, lo afferrò con entrambe le mani e si alzò. Gli altri tabulati, che non gli interessavano più, caddero in terra.</p>
<p>«Mike, Mike!» gridò, scuotendo Donovan con forza. «L&#8217;ha mantenuto stabile!»</p>
<p>Donovan si svegliò. «Cosa? D-dove?&#8230;» Guardò anche lui il foglio e controllando i dati strabuzzò gli occhi.</p>
<p>«Cosa c&#8217;è che non va?» disse Cutie.</p>
<p>«Sei riuscito a non farlo deviare dall&#8217;obiettivo» balbettò Powell. «Ti rendi conto?»</p>
<p>«Deviare? Come sarebbe?»</p>
<p>«Hai diretto il raggio giusto alla stazione ricevente, con un&#8217;oscillazione massima di un decimillesimo di millisecondo d&#8217;arco.»</p>
<p>«Quale stazione ricevente?»</p>
<p>«Quella sulla Terra. La stazione ricevente sulla Terra» farfugliò Powell. «Non l&#8217;hai fatto deviare.»</p>
<p>Cutie girò sui tacchi, seccato. «È impossibile usare una cortesia a voi due. Siete sempre perseguitati dalla stessa ossessione! Mi sono limitato a mantenere in equilibrio tutti i quadranti secondo la volontà del Padrone.»</p>
<p>Raccogliendo i tabulati sparsi in terra, uscì impettito dalla stanza.</p>
<p>«Che mi venga un colpo» disse Donovan, appena il robot se ne fu andato. Si girò verso Powell e aggiunse: «Adesso cosa facciamo?».</p>
<p>Powell era stanco, ma sollevato. «Niente. Ha appena dimostrato di saper manovrare i comandi perfettamente. Non ho mai visto nessuno scongiurare i pericoli di una tempesta elettronica con tanta abilità.»</p>
<p>«Ma non abbiamo risolto nulla. Hai sentito anche tu quel che ha detto del Padrone. Non possiamo&#8230;»</p>
<p>«Senti, Mike, Cutie segue le istruzioni del Padrone per mezzo di quadranti, strumenti e grafici. Non abbiamo sempre fatto così anche noi! Anzi, direi che questo spiega il suo rifiuto di obbedirci. L&#8217;obbedienza è stabilita dalla Seconda Legge. Il divieto di recar danno agli esseri umani è stabilito dalla Prima. Che Cutie se ne renda conto o meno, qual è l&#8217;unico modo per evitare un danno agli umani? Non far deviare il raggio di energia, è chiaro. Lui sa di poter mantenere stabile il raggio meglio di noi; non a caso è convinto di essere una creatura superiore. È logico quindi che debba tenerci lontano dalla sala comandi. Tutto questo è inevitabile se si presta attenzione a quanto dicono le Leggi della Robotica.»</p>
<p>«D&#8217;accordo, ma non è quello il punto. Non possiamo permettergli di insistere con la sua stupida storia del Padrone.»</p>
<p>«Perché no?»</p>
<p>«Perché è una storia che non sta né in cielo né in terra. Come possiamo affidargli il compito di far funzionare la stazione, se non crede nemmeno nell&#8217;esistenza della Terra?»</p>
<p>«Ma i comandi li sa manovrare o no?»</p>
<p>«Sì, però&#8230;»</p>
<p>«E allora cosa ci importa del suo credo religioso!»</p>
<p>Con un vago sorriso Powell allargò le braccia e si lasciò cadere sul letto, addormentandosi subito.</p>
<p>Senza smettere di parlare con Donovan, Powell si infilò con una certa fatica la leggera giacca della tuta spaziale.</p>
<p>«Sarebbe semplicissimo» disse. «Si potrebbero far venire qui a uno a uno degli altri modello QT. Li doteremmo di un pulsante automatico che si spegnerebbe nel giro di una settimana, dopo che avessero avuto il tempo di apprendere il, ehm, culto del Padrone dalla bocca del profeta in persona, e quindi li spediremmo su un&#8217;altra stazione, dove verrebbero riattivati. Potremmo assegnare due QT a ogni&#8230;»</p>
<p>«Chiudi il becco e usciamo di qui» disse accigliato Donovan, slacciando la visiera di glassite del suo casco. «L&#8217;altra squadra è lì che aspetta, e io non starò bene finché non avrò visto la Terra coi miei occhi. Solo quando ci avrò messo i piedi su sarò sicuro che esiste veramente&#8230;»</p>
<p>In quella la porta si aprì e Donovan, imprecando sottovoce, richiuse la visiera e voltò le spalle a Cutie, in un gesto di stizza.</p>
<p>Il robot si avvicinò in silenzio e quando parlò la sua voce tradì un certo dispiacere. «Ve ne andate?»</p>
<p>Powell annuì con un breve cenno della testa. «Altri prenderanno il nostro posto.»</p>
<p>Cutie emise un sospiro che ricordava il fischio del vento fra intricati fili di metallo. «Il vostro servizio è giunto al termine ed è vicino il momento della dissoluzione. Lo prevedevo, ma&#8230; Bene, sia fatta la volontà del Padrone.»</p>
<p>Il suo tono rassegnato ferì Powell. «Non è il caso che ci commiseri, Cutie. Ci attende la Terra, non la dissoluzione.»</p>
<p>«Sono contento che la pensiate così» disse Cutie, con un altro sospiro. «Ora comprendo l&#8217;utilità dell&#8217;illusione. Non cercherei mai di insidiare la vostra fede, neanche se potessi.» Voltò le spalle e se ne andò, addolorato.</p>
<p>Powell sbuffò e fece cenno a Donovan di muoversi. Stringendo in mano le valigie sigillate si diressero al compartimento stagno.</p>
<p>L&#8217;astronave che era venuta a prelevarli si trovava nel campo d&#8217;atterraggio esterno e Franz Muller, uno dei due sostituti, li salutò con fredda cortesia. Donovan gli rispose appena ed entrò nella cabina di comando per prendere il posto di Sam Evans.</p>
<p>Powell si trattenne un attimo con Muller. «Come va la Terra?»</p>
<p>Era una domanda abbastanza convenzionale e Muller diede una risposta convenzionale. «Continua a girare.»</p>
<p>«Bene» disse Powell.</p>
<p>Muller lo fissò. «A proposito, quelli della U.S. Robots hanno messo a punto un nuovo aggeggio. Un robot multiplo.»</p>
<p>«Un cosa?»</p>
<p>«Un robot multiplo. C&#8217;è in ballo un grosso contratto. Dovrebbe essere un automa particolarmente adatto alle miniere degli asteroidi. Si tratta di un capo-robot con sei sotto-robot alle sue dipendenze. Un po&#8217; come le dita delle mani.»</p>
<p>«È stato collaudato su campo?» chiese Powell, con ansia.</p>
<p>Muller sorrise. «Per quello ho sentito dire che aspettano voi.»</p>
<p>Powell strinse i pugni. «Per la miseria, abbiamo bisogno di una vacanza!»</p>
<p>«Oh, l&#8217;avrete. Due settimane, credo.»</p>
<p>Infilò i grossi guanti della tuta spaziale, preparandosi ad affrontare il suo turno di servizio sulla stazione. «Come va il nuovo robot?» chiese, corrugando la fronte. «Spero bene, se no col cavolo che lo lascio avvicinarsi ai comandi.»</p>
<p>Powell indugiò prima di rispondere. Squadrò l&#8217;altezzoso prussiano dalla cima dei capelli a spazzola, che coprivano una testa indubbiamente ostinata, fino alla punta dei piedi piantati sull&#8217;attenti, e di colpo si sentì invadere da un&#8217;ondata di gioia.</p>
<p>«Il robot è piuttosto efficiente» disse, scandendo le parole. «Credo che non dovrete preoccuparvi molto dei comandi.»</p>
<p>Sorrise. E salì sulla nave. Muller sarebbe rimasto lì parecchie settimane&#8230;</p>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2011 15:13:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emidio Picariello</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Tanti anni fa, quando ero proprio un ragazzino e andavo in giro con un SI verde con le frecce che mi aveva regalato mio padre, e facevo ancora il pioniere, facevo lo studio al marito di una sorella anziana. Era un signore che aveva una certa età e  ricordo entrambi sempre con affetto. Faticavo moltissimo a tenere ancorato lui al libro di studio, perché divagava in continuazione. Era il nonno &#8211; il mondo è piccolo &#8211; di Pamela Villoresi, che fra qualche settimana porta in Teatro a Pistoia &#8211; teatro che è gestito dall&#8217;associazione di cui sono orgoglioso e non remunerato (grazie Tremonti) <a href="http://www.pistoiateatri.it/organigramma.php">vicepresidente</a> -<a href="http://www.teatridipistoia.it/index2.php?id_scheda=469">Atridi</a>. Se siete in zona vale la pena, la Villoresi è bravissima e Sebasti, con il quale lavora ormai da un po&#8217;, anche. Il buon Panici è una garanzia. Insomma, lo spettacolo non l&#8217;ho ancora visto (in Toscana debutta il 22 ottobre, appunto), ma mi fido di quella squadra. E niente, era per dire che i punti di vista cambiano. Cambiano parecchio, nel giro di <a href="http://www.ildisassociato.net/2010/01/21/tutto-quello-che-non-puoi-controllare/">vent&#8217;anni.</a> Ma come dice San Jobs i puntini li unisci <a href="http://www.ilpost.it/2011/10/06/discorso-steve-jobs-stanford/">dopo</a>.</p>
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		<title>Pane e formaggio</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 05:25:26 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche foto ancora del matrimonio del secolo, per quelli che avrebbero voluto esserci ma non c&#8217;erano.</p>
<p><a href="http://www.ildisassociato.net/wp-content/uploads/2011/09/DSC_8860.jpg"><img class="alignnone" title="Pane e formaggio" src="http://www.ildisassociato.net/wp-content/uploads/2011/09/DSC_8860.jpg" alt="" width="400" /></a></p>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 14:11:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emidio Picariello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dato che questo sito, si sa, ha un rapporto particolare con la carta stampata, ho scritto una cosa per il Mucchio Selvaggio, che comincia così: “Il fumo fa male” diceva Cechov per parlare di tutt’altro. E comunque le persone non riescono a smettere &#8211; vi dice niente Zeno Cosini? &#8211; e si sentono in colpa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dato che questo sito, si sa, ha un rapporto particolare con la carta stampata, ho scritto una cosa per il Mucchio Selvaggio, che comincia così:</p>
<blockquote><p>“Il fumo fa male” diceva Cechov per parlare di tutt’altro. E comunque le persone non riescono a smettere &#8211; vi dice niente Zeno Cosini? &#8211; e si sentono in colpa per la loro salute. Io invece &#8211; che sono cresciuto in una famiglia di testimoni di Geova &#8211; mi sentivo in colpa soltanto al pensiero di fumare.<br />
Le sigarette sono tabù come un sacco di altre cose per cui avrei fatto bene a vergognarmi sebbene non le avessi (ancora) commesse. Il senso di colpa infatti non ha bisogno dell’azione. Ragioniamoci su.</p>
<p>Il fatto che il senso di colpa sia totalmente slegato dall’azione ho cominciato a capirlo molto presto nella vita. Poi non avevo gli strumenti per usarla, questa informazione, allora. Ero preadolescente e stavo facendo lo studio personale con mio padre. Lo studio personale con i figli è una cosa tipica delle famiglie di testimoni di Geova, di quelle parecchio spirituali, di quelle più zelanti a dire il vero. Quelle che lo sono meno tendono a trascurarlo ma dal podio i fratelli che fanno i discorsi ripetono sempre quanto sia importante fare lo studio familiare, che unisce la famiglia, e lo studio personale con i figli, per trattare gli argomenti che sono necessari per rafforzare la loro spiritualità. Ci sarebbe molto da dire sul materiale di studio, ma soprattutto sulla sua profondità. Se vi capita di incontrare un testimone di Geova per strada potete provare a farvi lasciare una di quelle riviste e leggerne una parte: quello è il massimo livello di profondità e di analisi che i testimoni raggiungono nelle loro pubblicazioni. Ma questa è un’altra storia, se divago troppo, poi mi sento in colpa.</p></blockquote>
<p>Potete continuare la lunga lettura su il Mucchio Selvaggio in edicola, in <a href="http://ilmucchio.it/shop.php">pdf</a>, o scaricando l&#8217;<a href="http://itunes.apple.com/it/app/il-mucchio-selvaggio/id442721501?mt=8">app</a> da iTunes. Al solito sono ben venuti i commenti, anche quelli piccati.</p>
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		<title>Un personaggio in cerca d’autore</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Sep 2011 05:58:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emidio Picariello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Venerdì 23 settembre alle 18, al Teatro Manzoni di Pistoia, dove è stata allestita una mostra fotografica per presentare la stagione teatrale, leggerò qualche pezzetto di &#8220;Geova non vuole che mi sposi&#8221;. Si accettano suggerimenti su quale pezzo leggere. Siete tutti invitati perché davvero l&#8217;ambientazione e la mostra meritano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì 23 settembre alle 18, al Teatro Manzoni di Pistoia, dove è stata allestita una mostra fotografica per presentare la stagione teatrale, leggerò qualche pezzetto di &#8220;Geova non vuole che mi sposi&#8221;. Si accettano suggerimenti su quale pezzo leggere. Siete tutti invitati perché davvero l&#8217;ambientazione e la mostra meritano.</p>
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		<title>Eravate tanto belli</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 04:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emidio Picariello</dc:creator>
				<category><![CDATA[matrimonio]]></category>
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		<category><![CDATA[foto]]></category>
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		<description><![CDATA[Giusto per incoraggiarvi a votarmi per i macchianera blog awards e dato che Costanza Maremmi mi ha fatto avere un po&#8217; di foto, ve ne mostro alcune.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giusto per incoraggiarvi a votarmi per i <a href="http://www.macchianera.net/2011/09/02/mba-macchianera-blog-awards-2011-2-le-nomination/">macchianera blog awards</a> e dato che <a href="http://www.flickr.com/photos/costanzamaremmi/">Costanza Maremmi</a> mi ha fatto avere un po&#8217; di foto, ve ne mostro alcune.</p>
<p><a href="http://www.ildisassociato.net/wp-content/uploads/2011/09/DSC_8727.jpg"><img class="alignnone size-full" src="http://www.ildisassociato.net/wp-content/uploads/2011/09/20110908-110056.jpg" alt="20110908-110056.jpg" width="400" height="267" /></a></p>
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		<title>Il primo (degli sconfitti?)</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Sep 2011 19:41:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emidio Picariello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Siena, il palio si vince e si perde, lo vince chi arriva primo e lo perde chi arriva secondo, perché chi arriva secondo è il primo degli sconfitti. Tutti gli altri non contano. Dato che questa filosofia non mi dispiace, vorrei che mi votaste per i macchianera blog awards, sono in nomination nella sezione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Siena, il palio si vince e si perde, lo vince chi arriva primo e lo perde chi arriva secondo, perché chi arriva secondo è il primo degli sconfitti. Tutti gli altri non contano. Dato che questa filosofia non mi dispiace, vorrei che mi votaste per i <a href="http://www.macchianera.net/2011/09/02/mba-macchianera-blog-awards-2011-2-le-nomination/">macchianera blog awards</a>, sono in nomination nella sezione &#8220;miglior blog o sito letterario&#8221;. In tanti però, non fate che mi fate arrivare secondo. (Poi, con un meccanismo di voto di scambio dovete votare anche per <a href="http://www.francescocosta.net/2011/09/02/acceptance-speech/">Francesco Costa</a> nella sezione miglior blog di cucina, sempre se vi va, naturalmente, eh).</p>
<p><span id="more-1104"></span></p>
<p><iframe src="https://docs.google.com/a/macchianera.net/spreadsheet/embeddedform?formkey=dEp1VjFkODVaWlhpakZUemg4RlI1N3c6MQ" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" width="760" height="8481"></iframe></p>
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		<title>En de uinner is…</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 05:10:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emidio Picariello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Allora, ogni anno si tiene questa cosa che si chiama &#8220;Macchianera blog awards&#8221;, che è una specie di Oscar italiano dei blog. Non vi avevo detto niente perché non credevo che mi avrebbero davvero nominato, le nomination sono legate al numero di voti che si prendono preliminarmente, invece sono nei finalisti per la sezione miglior [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Allora, ogni anno si tiene questa cosa che si chiama &#8220;Macchianera blog awards&#8221;, che è una specie di Oscar italiano dei blog. Non vi avevo detto niente perché non credevo che mi avrebbero davvero nominato, le nomination sono legate al numero di voti che si prendono preliminarmente, invece sono nei finalisti per la sezione miglior blog letterario. Roba da non credere. Fra qualche giorno vi pubblico i link per votare. Ormai che ci siamo, fatemi vincere.</p>
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