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	<title>Giorgio Caroli - Racconti</title>
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	<description>Bloggare è facile, raccontare lo è meno</description>
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		<title>Camini senza fumo</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Jan 2011 20:11:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Caroli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha un bel soffiare nella sua tromba d’ottone, il soldato austriaco: a -10 di temperatura il metallo non si scalda e le note del Silenzio gocciolano a terra.  Non va verso il cielo, la musica ghiacciata, come non ci vanno il fiato o i lamenti: fa troppo freddo, il respiro gela subito e lagnarsi non è mai servito a molto, figuriamoci a scaldarsi. Evidentemente allora, nel gennaio del ‘45 o giù di lì, dal piazzale di Mauthausen l’unica cosa che riusciva a salire verso il cielo  erano le preghiere. E poco importava a quale dio erano rivolte: ognuno aveva un proprio dio, in quel piazzale, anche quelli che non ce l’avevano mai avuto prima, perchè quando ti buttano giù da un treno e la prima cosa che ti capita e che ti gettino acqua gelida addosso mentre annaspi nella neve, con il chiaro intento di farti morire di freddo, un Dio lo vuoi con tutto te stesso, non fosse altro che per bestemmiarlo. Questo mi raccontavano da piccolo i miei vecchi, che qui in Austria, o in Germania, o in Polonia hanno fatto la guerra e si son fatti uomini: dicono che quando la gente scendeva dai treni, l’unica cosa che c&#8217;era in comune fra tutti, anche fra gli ‘<a href="http://www.lager.it/classificazione_internati.html" target="_blank">asoziale</a>’, era dio.</p>
<p><span id="more-164"></span></p>
<p>Oggi, gennaio 2011, qui dio non c’è più. Al suo posto ci sono dei sassi e delle statue di ferro che simboleggiano persone con i pugni rivolti verso il cielo. Non stanno pregando un qualche dio, chiedono altro, si rivolgono ad altri: quelle persone di metallo parlano ai loro simili in carne e ossa e cercano di testimoniare un po’ di passato, quel po’ brutto che quasi tutti vorrebbero nascondere sotto qualche tappeto del salotto che non usa mai nessuno. E poi, vicino alle statue, ci sono le fotografie. Facce ti guardano dai muri di pietre scavate nella cava vicina, ognuna al costo di un cadavere da smaltire: sono le facce di quelli che sono passati per i camini di Mauthausen.</p>
<p>Ovunque ti giri, tra queste baracche verdi, è tutto pieno di camini. Alcuni sono grandi, bianchi, rettangolari. Altri invece sono fatti di mattoncini di cotto, magri, quadrati, cattivi. Era da quei camini sempre asciutti che passavano le persone: sotto quei camini c’erano i forni, dove 8 alla volta venivano bruciati i cadaveri, anche se nessuno in realtà si prendeva la briga di controllare che i corpi fossero proprio morti. Bastava che non si muovessero troppo, <a href="http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/s/s127.htm" target="_blank">soprattutto dalla fine del ’42 in poi</a>. Dal forno al cielo, passando per il camino: anche questo mi raccontavano i miei vecchi, come lo racconta oggi <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_concentramento_di_Mauthausen-Gusen" target="_blank">Wikipedia a chi scrive Mauthausen nella finestra di ricerca</a>. Oggi non esce più fumo da quei camini e il soldato austriaco dalla faccia butterata non ha alcuna fierezza, mentre si affanna a soffiare nella sua tromba gelata. Non grida ordini, non ha fucile, non ha bastone, non fa paura. Eppure, mi ricordo di uno che cantava <a href="http://www.youtube.com/watch?v=5UUvirJ3e-8" target="_blank">la storia di un uomo di Monaco di Baviera&#8230; </a></p>
<p>Neanche i miei vecchi hanno paura dei soldati, non l’hanno mai avuta. Erano andati prima in Germania, o in Austria, o in Polonia, roba del ’40 o giù di lì, ma poi erano tornati sui monti sopra Bologna. Alcuni di loro vivono ancora tra Monghidoro e Monzuno, non lontano da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Marzabotto" target="_blank">Marzabotto</a>. Gli ho telefonato, per dirgli che andavo a Mauthausen. “Sai vet a fer?”, cosa ci vai  fare, mi hanno chiesto. Inutile spiegare loro il mio compito di giornalista al seguito del presidente del Senato. “A veg a vedar”, vado a vedere, è stata la migliore risposta che mi è venuta, o almeno la più semplice. “Gverda ben e arcordat, je mort in tant alà”, guarda bene, e ricordati, sono morti in tanti lì.  Ho fatto come mi hanno detto, ho guardato bene tutto e tutti, e ho fatto un sacco di foto, anche se i miei vecchi non ne avranno bisogno. “Quel ch&#8217;al serv, a sl’arcurdemm”, dicono: <a href="http://www.camera.it/parlam/leggi/00211l.htm" target="_blank">quello che serve, ce lo ricordiamo</a>.</p>
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		<title>Giù per i Balcani</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 00:54:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Caroli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una storia che si rispetti non può che cominciare da un viaggio. Perché un viaggio è già di per sé un inizio, o almeno un modo di dire &#8220;ehi, mondo, ci sono anch&#8217;io&#8221;. Del resto, viaggiare è un po&#8217; come respirare. All&#8217;inizio non è facile: per farti cominciare a tirare il fiato ti devono mollare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://giorgiocaroli.it/wp-content/uploads/2010/01/Viaggio09-Si-parte.jpg"><img class="size-medium wp-image-87 alignleft" style="margin: 10px;" title="Viaggio09 - Si parte" src="http://giorgiocaroli.it/wp-content/uploads/2010/01/Viaggio09-Si-parte-225x300.jpg" alt="Giorgio Caroli in moto" width="126" height="168" /></a>Una storia che si rispetti non può che cominciare da un viaggio. Perché un viaggio è già di per sé un inizio, o almeno un modo di dire &#8220;ehi, mondo, ci sono anch&#8217;io&#8221;. Del resto, viaggiare è un po&#8217; come respirare. All&#8217;inizio non è facile: per farti cominciare a tirare il fiato ti devono mollare un ceffone sul culo; per cominciare a viaggiare, devi tirare su il culo dalla tua comodissima poltrona. Poi, però, non puoi più smettere di fare entrambe le cose: se smetti di respirare, muori; se smetti di viaggiare, la tua poltrona preferita diventa scomoda.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Giù per i Balcani</strong></p>
<p>“Soldi buoni, soldi cacca, soldi buoni, soldi cacca…”. Stefano divide  gli Euro dalle Kune croate e dai Marchi bosniaci. I soldi buoni sono gli  Euro, i ‘soldi cacca’ tutti gli altri. Un modo come un altro per  segnare la differenze tra due Europa che confinano, si toccano ma non si  comprendono mai. Una, quella dei ‘soldi buoni’, si riversa  nell’altra  col sole d’estate. L’altra, il mondo dei soldi cacca, arriva a poco a  poco e cerca di tenere il passo, senza riuscirci. Anche noi, uomini dai  soldi buoni, abbiamo seguito il flusso: Roma – Valona via Slovenia,  Croazia e Bosnia. Tanto per finire il giro del Mediterraneo iniziato  cinque anni fa. Tanto per vedere se l’Albania è davvero un posto da cui  vale la pena scappare. Tanto per capire se la guerra di Yugoslavia è  stata davvero l’ultima nel continente.</p>
<p><span id="more-92"></span> I protagonisti sempre quelli.  Mastro Robbi, Gs 1150 giallo, ‘Rrrobeeerrrrto’ gridato forte il  soprannome, il ‘meccanico’ del gruppo. Guidone ‘Il Ceceno’, Tdm 900, è  l’uomo dei percorsi e dei gadget da viaggio; capace, il Guidone, di  montarti un campo base della protezione civile semplicemente collegando  il geolocalizzatore della macchina fotografica con il palmare. Daniele  ‘Psico’ Cremonini, lo scooterista convertito al Varadero, fa le curve a  20 all’ora… lento, ma inesorabile. Robbi un giorno gli ha detto: “se c’è  un aggeggio che può farti sembrare uno sfigato, tu ce l’hai addosso”.  Ed è davvero così, solo che Psico non è affatto uno sfigato: quando mi  sono fatto male in Marocco ha sconfitto la burocrazia ospedaliera in 3  telefonate. E poi vederlo inveire contro tutti e tutto… priceless.  Stefano, Gs 1200, non ha nomignoli. In compenso, pur avendo la moto  sempre nuova,deve affrontare ogni tipo di problema al mezzo meccanico:  bauletto rotto quest’anno, codone spezzato a Istanbul, catena della  Hornet sfibrata a Valencia… eppure, mai a piedi, quasi sempre grazie a  Robbi. E poi ci sono io: Giorgio, Abbacchio, Ducati St4s, perché  l’enduro non lo voglio. Uso la moto da strada, io, e non è vero che una  Ducati non fa gli sterrati: li fa, ma del suo passo. Questo è il gruppo:  dai 35 anni miei ai 37 del Guidone che è il più vecchio, ognuno con le  propria storia, tutti da città diverse, spesso in disaccordo l’uno con  l’altro, sempre a sfotterci, ma tutti accomunati da 2 o 3 settimane  all’anno insieme, in moto, e a culo tutto il resto. Stavolta c’è da  arrivare a Valona entro il 16 agosto. Si va.<br />
La partenza mia e di Stefano è fissata il giorno 1, ore 9 a casa mia,  via Nomentana, Roma. Partiamo alle 11: nella mia borsa da serbatoio non  ci sta il portatile. Ne serve un’altra. Risolto: destinazione Bologna.  C’è Pasquale, un altro amico, che lascia casa, dopo 9 anni. Va salutata,  e nel modo giusto. A Bologna io e Stefano ci siamo cresciuti, pur non  essendoci nati. E’ lì che abbiamo depositato il maggior numero di  ricordi, quello il punto da cui siamo partiti e in cui ciclicamente  torniamo. Anche Pasquale e casa sua sono un pezzetto di noi. Lui parla  sempre di donne e la casa che ha lasciato la  chiamiamo ‘il trappolo’,  perché il suo inquilino era un professionista del corteggiamento. Basti  dire che nella piccola cassaforte vicino al letto c’è da sempre un  discreto numero di pacchettini con dentro piccoli regali generici:  Pasquale è l’unico uomo al mondo che compra i regali prima di conoscere  le persone a cui sono destinati. Un profumo o un ninnolo, dice sempre,  piacciono a tutte e poi può sempre capitare di dover fare un gesto  galante su due piedi, magari in piena notte. Nulla, ma proprio nulla,  può essere abbandonato al caso. Pasquale lascia casa sua per una donna,  l’ennesima, si spera l’ultima. L’addio ai 50 metri quadri di via  Brocchindosso, Bologna, è  quindi la prima tappa del percorso di  quest’anno e, strano a dirsi, non ci sono donne. Solo vecchi amici,  perché quella casa  è come uno di noi e al commiato da un amico non si  portano agenti esterni, non capirebbero i costanti riferimenti a fatti e  persone veramente accaduti.<br />
Partire dal caffè Italia di Bologna alle 9 del giorno dopo la festa di  addio al trappolo non è cosa: meglio vedersi alle 10,30, raccattare  Robbi e andare a Trieste. 300 e rotti chilometri di tutor, quindi a 130  di media. Ci tocca il nuovo passante di Mestre: non è affatto brutto,  fatto all’una con il mezzo sole del due agosto. E se c’è la coda che  importa, con la moto si passa sempre, a volte anche da sopra. Trieste e  Guidone ci salutano che sono le due e mezza. Lui è partito da Milano ed è  arrivato qui via lago di Garda. Subito, mi butta in faccia uno zainetto  blindato da cui estrae tronfio una reflex digitale con due obiettivi.  Io ho cercato uno zaino come quello per mesi senza trovarlo. Per  Guidone, averlo è come per tutti gli altri respirare: normale.<br />
Il pranzo è in un ristorante napoletano a cento metri da piazza Italia.  Paese cosmopolita il nostro, ma alla fine neanche troppo. Daniele arriva  a mezza digestione, è partito da Parma al mattino, ma Psico va piano  anche se deve andare lontano. Ci siamo tutti che sono ‘appena’ le  quattro e allora via alla volta di Umag, Croazia. Un mio amico che  lavora per un casinò del posto mi ha detto che è carino, che c’è un  torneo internazionale di tennis, una megafesta in spiaggia e un sacco di  gente. L’arrivo è attorno alle 6 e mezza, il torneo è finito la sera  prima, la megafesta pure: rimane solo il sacco di gente che rende molto  difficile il consueto rito della zimmer.<br />
Tutti noi, per lavoro, siamo abituati ai grandi alberghi. In vacanza,  no: si viaggia come viene, si dorme dove capita e si cerca il risparmio.  Non perché ci serva, ma perché ci fa sentire ancora giovani, perché  possiamo dire che ancora riusciamo a dormire in cinque in una stanza, su  letti a volta di fortuna e alzarci presto senza il mal di schiena.  Siamo motociclisti, mica fighetti della web-generation. E’ per questo  che di solito vaghiamo due ore prima di trovare una sistemazione appena  appena decente, che molte volte il primo fa la doccia bollente e  l’ultimo gelata, che Psico si ritrova i gadget particolarmente da  sfigato legati fuori da una finestra (vedi la borraccia Giostile appesa a  terzo piano di un ostello di Carcassone, Provenza). Ma che incontri si  fanno, mentre si cerca la zimmer, la pensione,l’ostello, il campeggio.<br />
Umag è Antonio. Antonio è un motociclista mezzo italiano mezzo croato  che vive in una fattoria vera dove ha creato un agriturismo finto. Non è  che ci lavori, al massimo ti apre e ti da la stanza. Punto. Per il  resto, lui se ne va in giro con una Hayabusa. Non fa altro, salvo  sparare ai caprioli di notte “con un ventidue, e li butto giù a quaranta  metri” e scommettere sulle prestazioni del suo mostro da 190 cavalli.  E’ lui che ci dà da dormire: due stanze, due bagni e l’uso del cortile  per le moto per due giorni a 25 euro per persona. Lo spettacolo di  vederlo fare quasi un chilometro a candela a 180 all’ora è gratis, come  il raglio degli asini, la sveglia dei galli, il giro per i dintorni di  quella fun factory per nordeuropei in vacanza che è Umag e i lividi dopo  la battaglia nell’acqua park locale, dove dimostriamo che anche verso i  quarant’anni  si torna bambini nel tempo necessario per averne l’idea.  Due giorni di Umag scivolano via così. Un giorno di mare ci vuole  sempre, ma per noi non c’è mai il sole. Pazienza, acqua da sopra scende  leggera, quella dell’acquapark è più fredda e più dura, soprattutto se  ti ci buttano i 90 chili di Guidone che ti arrivano sparati a metà del  petto.<br />
Di nuovo in sella il giorno 3, ovvero la vigilia del mio compleanno,  ricorrenza rigorosamente da non festeggiare. Ho sempre avuto un rapporto  pessimo con l’anniversario della mia nascita: non trovo niente di bello  nell’essere al mondo da un anno in più. Appartengo a quella categoria  di persone che non è affatto curiosa del futuro, mi piacciono il  presente e la prossima curva. Quello che viene dopo lo scoprirò quando  ci arrivo, e di solito corro perché mi piace, non perché ho fretta. Il  regalo di compleanno, però, lo apprezzo sempre e quest’anno sono 300  chilometri di strada costiera da sogno, da Umag a Zara. Asfalto pulito,  curve semitornanti larghe, traffico scarso per non dire inesistente. E  la Ducati che fa quello per cui è nata: corre. Forte, a volte  fortissimo. I Gs seguono bene, Guidone e Psico restano indietro. Non  importa. Ci conosciamo troppo bene per poterci perdere.<br />
Vado veloce. Ignoro il codice stradale. Non so se in questo posto c’è un  limite di velocità. Per me però oggi non conta. Oggi il limite sono la  sicurezza e la torsione della manopola del gas: non mi voglio uccidere,  ma frenare sarebbe ancora peggio. Dopotutto, le Dragon Corsa tengono  bene, i Brembo Oro garantiscono frenate precise e il desmodronico batte  come un orologio. Io viaggio italiano, Stefano e Robbi tedesco, ma a  giudicare dalle loro facce, si godono il viaggio tanto quanto me. Anche  la musica nel casco s’intona con il mare, le scogliere e le curve.  Arriva dall’iphone, un pezzetto di plastica che tengo in tasca e che  squillando mi consente di non sentirmi perso, ma anche mi impedisce di  perdermi nel paesaggio. Oggi però non rispondo: oggi voglio solo andare.  Senza pensare all’arrivo. Eppure Zara è lì che ci saluta,  all’imbrunire.<br />
Troviamo un tetto a 20 euro a testa, e sono due appartamenti in una  casetta più che dignitosa. Le moto hanno il loro garage, noi la nostra  cena. Fatta di ‘cinciallegra cevapcici’: il piatto tipico croato, serbo,  sloveno, bosniaco, montenegrino… forse sarebbe più facile dire  iugoslavo, ma per mandare in pensione una generalizzazione costruita a  tavolino da uomini non troppo lungimiranti sono morte quasi un milione  di persone, e il minimo del rispetto che gli devo è non sbagliare i nomi  dei paesi che hanno pagato con la vita. E quindi, si mangiano cevapcici  sloveni, serbi, croati, bosniaci e montenegrini: a me costano soltanto  mezza riga in più. ‘Cinciallegra’ ce l’ha messo il Guidone: come nome,  dice, mette allegria. i Raznici, spiedini di carne alla griglia,  piacciono meno. Non li possiamo mettere in un panino e poi dopo il  Marocco dell’anno scorso e 20 giorni di ‘brochettes’ nessuno di noi  riesce più a mangiare nulla che sia infilato in un bastoncino.<br />
Zara di sera è come ogni altro paese di mare a est di Riccione: negozi  aperti, souvenir made in China e locali dove si mangia e si beve. A  letto presto, o quasi: domani andiamo a Makarska, per Guidone il posto  più bello della Croazia. Arrivo dopo altri 200 chilometri di costiera.  Senza correre stavolta: traffico più intenso e asfalto peggiore, le  curve sono meno belle e non c’è il guardrail. Il volo, sotto, è  impressionante.<br />
Makarska è un paese turistico classico croato, con lungomare e locali  con musica a volume altissimo nei quali si balla poco e si beve molto. E  poi, non c’è la spiaggia, solo una striscia di sassi completamente  coperta di corpi sudati. Questo, però, ci consente di conoscere l’amico  barchino, una specie di gozzo noleggiato per sfuggire alla calca. Mosso  da un Mercury 5 cavalli, meno di quelli che servono per accendere la mia  Ducati. Eppure, anche Barchino ci dà delle soddisfazioni: vedere Psico  che ci mette quasi 20 minuti per risalire dopo un bagno di tre, e per di  più passando in mezzo ai sostegni della tenda parasole, non ha prezzo.  Peccato per la mancanza del video. Sarebbe stato un must di youtube.<br />
Se Makarska di giorno offre soltanto un bel mare, di sera l’attrazione  principale è lo spettacolo delle croate. Gruppetti di tre o quattro  ragazze bellissime che camminano su e giù insieme, perfettamente  vestite, truccate e pettinate. E senza sudare, anche se ci sono 40 gradi  e non tira un alito di vento. Non sono lì per farsi rimorchiare:  nemmeno si sognano di guardare quattro splendidi esponenti dell’italica  razza, che a loro difesa possono dire di non essere interessati  all’articolo. Quelle ragazze, tutte dai venti ai venticinque anni,  semplicemente si divertono così. Come i loro coetanei maschi, che  preferiscono stare in gruppo a bere anziché buttarsi nella caccia. Ci  vuole un po’ per capacitarsi della situazione, ma una spiegazione c’è  sempre. Solo che per trovarla, mi serviranno altri 300 chilometri e due  frontiere.<br />
Makarska va bene per due giorni, al terzo il richiamo della strada si fa  sentire. E’ ora di andare all’interno, di capire quali sono i segni  veri della guerra dei Balcani. I colori patinati dei luoghi di mare non  bastano a nessuno di noi. Avanti fino a Sarajevo. Via Mostar, per vedere  il famoso ponte. La strada è bella, l’asfalto appena decente e poi  piove a tratti. Si va piano e man mano che entriamo in Bosnia le chiese  lasciano il posto alle moschee. Pranziamo a Mostar. Il centro storico,  ormai, è un’attrazione turistica e sul ponte antico bombardato dai serbi  campeggiano pullman di turisti da tutta Europa. Ma i buchi di  proiettile nei muri delle case sono veri, e guardare in faccia questa  gente ti rivela che la guerra è finita, ma non da molto. La scritta ‘mai  più’ in tutte le lingue è un monito, ma l’aria che si respira conta di  più: tutti coloro che hanno più di 15 anni, la guerra l’hanno fatta  davvero, e non l’hanno né vinta né pareggiata. Hanno perso tutti, quelli  che sono morti e quelli che sono rimasti a piangere. Però  ricostruiscono, e fanno in modo che quel ‘mai più’ sia qualcosa di più  incisivo di una scritta su di un muro.<br />
Da Mostar a Sarajevo piove a tratti. Il paesaggio è di montagna, siamo  nel cuore dei Balcani, solo che da quella che potrebbe essere la casa  del nonno di Haidi si sente il richiamo del muezzin e quell’Allah akbar  che l’anno scorso scandiva le nostre giornate nei deserti marocchini qui  ci sembra fuori luogo. Attorno è tutto verde e le case hanno il tetto a  spiovere. Anche le moschee sono diverse: devono resistere alla neve,  niente tetti piatti, pergolati o giardini con le fontane. Unica  concessione dell’Islam alla montagna. Arriviamo a Sarajevo con il buio.<br />
La sistemazione stavolta è in albergo: 36 euro a persona per due notti,  all’insegna del risparmio. La vita, in Bosnia, costa poco. Anche  l’elettronica di consumo occidentale. E’ il caso di Stefano, che per  dieci euro è riuscito a comprare ma macchina digitale Canon ultimo  modello. Peccato che fosse già la sua, quella che uno zingarello era  riuscito a sottrargli con destrezza dal borsello mentre la madre  chiedeva qualche spicciolo per la spesa. Doppia lezione: il ‘cavallo di  ritorno’ non è un’usanza solo italica e il borsello non è un  portaoggetti sicuro. Pacificati con la popolazione locale, non resta che  perdersi per le vie di una città europea con i tratti dell’islam,  cercare sniper halley usando la decenza di non chiedere agli indigeni,  non sia mai che l’informatore abbia avuto un caduto al ponte dei  cecchini e cercare di capire qualcosa in più della cultura bosniaca,  ormai quasi del tutto soffocata dalla globalizzazione turistica di cui  la città è impregnata. Eppure, basta un giro per il centro per capire  che i 43 mesi di assedio di cui la  città è rimasta vittima sono molto  più di un ricordo. I palazzi sono sforacchiati in più punti da  pallottole di diverso calibro e molti degli abitanti portano i segni del  conflitto. A Sarajevo è infatti molto facile imbattersi in piccoli o  grandi mutilati, vittime di mine o di proiettili vaganti. Anche se sono  passati 15 anni e la città è ormai quasi completamente modernizzata, il  passato incombe ancora, come una cappa, come le Rose. Eppure, divertirsi  di sera a Sarajevo non è difficile: basta una breve passeggiata per le  vie del centro storico per imbattersi in moltissimi locali che fanno il  verso a quelli occidentali. Musica a tutto volume, cocktail, giovani di  varie etnie mescolati a casaccio, ragazze bellissime e uomini enormi,  che non si pongono affatto il problema della loro massiccia corporatura.  Il contatto con gli stranieri, però, viene evitato e la spallata  classica da calca danzante non è mai seguita da alcun gesto di scusa.  Vista la mole dei maschi autoctoni (muscolosi, non grassi), non è però  il caso di andare per il sottile. Meglio sorridere e proseguire.<br />
Due giorni per Sarajevo sono più che sufficienti, la strada chiama  ancora e bisogna andare avanti. L’Albania è lontana, bisogna ancora  attraversare tutto il Montenegro. Per questo partiamo di buon’ora, con  le nuvole e un’idea in testa: fare rafting a Durmitory Park, fra la  Bosnia e il Montenegro. Il paesaggio montuoso e verdissimo attira  l’attenzione, ma la pioggia e l’asfalto scivoloso rendono impossibile  esprimere al massimo le potenzialità delle moto. Unico tratto dove è  possibile ‘fare della piega’ è ovviamente la strada sbagliata.  Risultato, 140 chilometri di deviazione inutile. Alla frontiera  montenegrina Psico ci regala l’ennesima chicca: al momento di  oltrepassare il ponte di legno che collega Bosnia e Montenegro, si trova  di fronte una mucca: anziché superarla normalmente, Daniele si mette  sobriamente in coda e inizia a sollecitare il bovino con precise e  insistenti sfanalate da dietro. Risultato: la mucca percorre l’intero  ponte con Daniele dietro, a inveire con l’aggettivo che tributa a tutto  ciò che lo disturba: “Brutta!”.<br />
Psico è famoso per essere il motociclista più lento d’Europa. Nei  rettilinei, accelera, ma quando arrivano le curve immancabilmente si  mette in seconda e non oltrepassa i trenta all’ora: dice che se non vede  dove va, come i muli non vuole andare. Noi lo accettiamo così, anche se  di solito dobbiamo attenderlo anche per delle mezz’ore. Dopotutto,  Daniele è lento, ma inesorabile: lui arriva sempre, anche se dopo. Il  record lo ha segnato in Marocco l’anno scorso: cinque ore per percorrere  cento chilometri di pista per tutti noi dritta e diventata invece per  lui un’escursione di 250 chilometri nel pieno dell’Atlante, con tanto di  benzinaio con pompa a manovella (50 minuti per rifornire il mezzo) e  tempesta di pioggia e vento in pieno deserto roccioso. Risultato: è  arrivato dopo mezzanotte nel ristorante che ci aveva fornito un alloggio  di fortuna, indossando tutti gli abiti che aveva portato con se per  proteggersi dal freddo. La prima domanda: “cosa c’è per cena?”. Lento,  appunto, ma inesorabile.<br />
Mucca consentendo, la tappa Bosnia-Montenegro si  conclude a Green Park,  un campeggio sulle rive del fiume, il posto ideale per fare rafting.  Sfortunatamente, però, non il periodo ideale, visto che il livello del  fiume, in agosto, è ai minimi annui e la corrente piuttosto lenta.  L’entusiasmante discesa in gommone ci viene detto sarebbe stata una  lenta discesa in zattera, allietata al massimo da un paio di rapide.  Ciononostante, perché privarsi del piacere di scendere lungo uno dei  fiumi più belli d’Europa, con l’acqua gelida e cristallina, incastrato  in uno dei canyon più profondi del mondo, il tutto alla modica cifra di  40 euro a persona? Perché nessuno di noi aveva i 40 euro. Un passo  indietro. In Bosnia, secondo la personalissima classificazione di  Stefano, si usano i ‘soldi cacca’, ovvero dei marchi che hanno valore  solo nella piccola repubblica balcanica. In Montenegro, invece, è in  vigore l’euro. Perché dunque effettuare un prelievo bancomat di soldi  cacca, quando subito dopo frontiera deve esserci per forza un erogatore  si soldi veri? Semplice: perché il ‘dopo frontiera’ che ci conduce a  Green Park altro non è che una decina di chilometri di strada sterrata  ripidissima, che la Ducati percorre comunque senza troppi problemi in  soli 57 minuti. Una strada persa per gole e canyon, però, non è certo il  posto migliore dove piazzare un bancomat e pretendere che una specie di  campeggio sperduto nel profondo di una spaccatura della terra abbia un  pos per il pagamento delle vacanze è frutto del delirio di onnipotenza  bancaria di noi metropolitani. Ci troviamo quindi al campo alle otto,  senza soldi e con poche speranze di poter dormire sotto un tetto  (rifarsi la strada sterrata in salita più 40 chilometri per arrivare al  primo paese non è proprio cosa, meglio dormire all’addiaccio nei  boschi). Ma il Dio dei motociclisti non ci abbandona e si presenta a noi  sotto le spoglie di Anna, la figlia del padrone del campo. Lei studia  architettura a Firenze e di abbandonare 5 italiani all’aperto di notte a  quasi 1500 metri di altitudine proprio non se la sente (credo che gli  occhi da cucciolo che abbiamo sfoggiato abbiano aiutato non poco). Anna  ci consente di dormire in un bungalow, con la promessa che il giorno  dopo una staffetta sarebbe partita alla volta del paese per prelevare e  saldare il dovuto. E’ a questo punto che Mastro Robbi cala l’asso. D’un  tratto, infatti, Roberto si ricorda di avere 150 euro nascosti in una  tasca “per gli imprevisti”. A spiccioli collettiamo altri 50 euro e ne  abbiamo 200. Abbastanza per pagare il rafting. Per il bungalow sono  altri 100, ma pazienza… Andremo a fare bancomat, DOPO la discesa in  gommone.<br />
Partenza alle 11, il giorno dopo. In mezz’ora raggiungiamo quota 1800 e  siamo ‘in barca’. Emozioni forti nessuna, le rapide sono molto facili e  la corrente non è impetuosa, anzi. Ma una chicca, come sempre, ce la  regala ancora l’amico Psico: a un certo punto si tuffa nelle acque  gelide e potabili del fiume. Poi, però, deve risalire in gommone e non è  affatto facile. Per questo, alla fine tocca alla nostra guida issarlo a  bordo tirandolo su di peso per il giubbetto di salvataggio, non prima  di averlo immerso completamente per sfruttare la spinta offerta da  galleggiante. Psico torna a bordo, boccheggia e poi si gira verso la  guida: “era proprio necessario darmi l’ultima sciacquata?”. A momenti la  barca si rovescia.<br />
Pagato il conto il giorno dopo (a Stefano e Robbi è toccato farsi gli 80  chilometri per arrivare ai bancomat, ma i Gs sullo sterrato sono a casa  loro e quindi è giusto così) ripartiamo dopo una notte quasi insonne,  causa festa di compleanno del figlio del padrone del campo (tecno  balcanica a palla fino alle 3,30 del mattino). L’arrivo a Budva è per il  pomeriggio, ci sistemiamo per quattro notti all’albergo palma, 82 euro  in tutto a testa, alla faccia dei cinque stelle.<br />
Budva è un paesetto costiero del Montenegro. Mi ricorda in tutto e per  tutto Varna, la Rimini del mar Nero, location balneare che ci ha visto  ospiti due anni fa. I paesi balneari dell’est europeo sono del resto  tutti uguali. Un lungomare fitto di bancarelle e food-shops rutilanti di  luci multicolore e di odori a volte stomachevoli e un piccolo centro  storico adibito a centro commerciale, dove si vende soprattutto  abbigliamento e gioielleria italiani, a prezzi allucinanti. Qui ci sono i  russi, e i russi sono pieni di soldi. E di belle donne al seguito, che  altra occupazione non hanno se non l’essere sempre più belle e spendere i  soldi dei loro accompagnatori, mariti, fidanzati o amanti non importa. I  russi costruiscono e vendono: li chiamano resort e holidays island, in  realtà sono ecomostri da centinaia di appartamenti che si affacciano sul  mare, rovinando, agli occhi di un occidentale, una costa selvaggia e  bellissima. Però rendono un sacco di soldi, perché chi ci viene a  trascorrere le spesso uniche due settimane di ferie all’anno è disposto a  spendere. E parecchio. Per questo il Montenegro costiero è ricco da far  schifo, in confronto con l’interno montuoso e arretrato, dove non di  rado si incontrano ancora briganti. Potenza dell’euro, che in Montenegro  è valuta corrente. I soldi buoni vogliono un tributo, e qui lo pagano  la macchia mediterranea e chi è nato e vive lontano dal mare.<br />
Subito incontriamo un ragazzo di Modena, che viaggia da solo in Harley  Davidson e che ci regala la massima del sexual-turist in est Europa: “io  prendo arco e frecce e vado a caccia per benino tutte le sere. Mi  impegno, ma se non prendo niente, a fine serata passo in macelleria”.  Ovvero: io cerco di rimorchiare una ragazza ogni sera,  ma se vado in  bianco mi rivolgo al mercato del sesso a pagamento. Massima che vale in  tutto il mondo, certo, ma a Budva le cose non stanno precisamente così.<br />
Budva offre infatti un ‘parco-gnocca‘ di incredibile varietà e qualità.  Ovunque si aggirano gruppetti di russe da un metro e ottanta al garrese,  condite da serbe, polacche, ucraine e, in generale, esponenti della  pura razza slava. Ma nessuna di loro cerca avventure. Le single,  infatti, si radunano in riviera per ‘cercare marito’, come ci spiegano  gentilmente e molto chiaramente Maria e Danjela, due ragazze serbe sui  trent’anni conosciute per caso al caffè Greco. Nell’est Europa, ci  spiegano dopo aver rifiutato gentilmente gli approcci di due ragazzi  romani bellocci e molto abili nell’arte dell’intorto made in Italy, ci  si sposa abbastanza presto. Chi rimane senza marito a 25 anni è meglio  che si sbrighi a trovare un compagno e per questo si va nei luoghi  d’incontro. “Le avventure sessuali con gli stranieri non ci interessano   – spiegano ancora le due ragazze – perché sono fini a se stesse. Quelle  possono riguardare le ragazze sposate e scontente dei loro mariti, ma  chi è single è qui o in Croazia o sul Mar Nero con uno scopo preciso”.  Io direi ‘trovare il pollo e spennarlo’, loro dicono “metter su  famiglia”. Bene, anzi meglio: lo scopo dei nostri viaggi è conoscer  gente e veder posti, ma si potrebbe anche riassumere con il ritornello  di una vecchia hit degli 883 (quattro deficienti a fare cazzate in giro,  senza fidanzate, troie, né mogli noi). Visto che non siamo interessati  ad avventure e che alcuni di noi hanno già di che “metter su famiglia”  in patria, non veniamo catalogato come avventurieri da respingere e la  conversazione può rapidamente passare ad argomenti più seri del sesso  vacanziero. Per me , l’argomento principe è la guerra dei Balcani e la  mia Virgilio è Danjela, trentenne di Belgrado. Lei mi spiega che la  guerra è stata “una faccenda politica” e che ci ha rimesso “soltanto la  gente”. Belgrado, racconta, era “piena di profughi” e a volte “la roba  non c’era”. Si viveva male e nessuno di noi voleva la guerra. Non parla  volentieri di quegli anni, e si vede: ogni riferimento alla politica è  pieno di sdegno. Ai tempi, mi dice, “ero una ragazzina” e le notizie che  arrivavano dai confini “mi spaventavano”. “Non sapevamo chi fosse il  nemico e avevamo paura”. La conversazione va lenta, il suo inglese  scolastico non basta a spiegare emozioni così violente, eppure il velo  di tristezza che le scende sugli occhi mi dice quello che voglio sapere:  war generation, mentre io andavo al Jolly blue. Offro da bere, 21 euro  per 7 cocktail, e in bocca al lupo a Maria e Daniela per la ricerca di  marito: la concorrenza è altissima e le loro speranze di brave ragazze  serbe scarse, ma al Dio degli incontri bisogna credere sempre. Il nostro  viaggio volge al termine: un giorno in montagna, a vedere un parco  nazionale a picco sul mare e su Budva, uno di mare e riposo, e il terzo  in gita a Dubrovnik, una specie di San Marino sull’Adriatico, antica e  tenuta ‘maniacalmente’ ma che poco stupisce chi passa davanti al  Colosseo tutti i giorni. Di sera, sempre la stessa Budva, salvo  l’ennesima gara tra di noi, stavolta sui kart. Psico primeggia: la  rivincita dell’automobilista vessato sulle due ruote.<br />
Partiamo che è ferragosto: rimane l’ultima tappa: da Budva a Valona, attraverso l’Albania.<br />
Terra strana, quella albanese: dalle gole e dai picchi del Montenegro si  viene catapultati in meno di 50 chilometri in una pianura fertile e non  coltivata. L’Albania è povera, poverissima: ovunque ci sono incuria e  rifiuti e strade sgangherate. L’autostrada costiera (ci è stato detto di  non percorrere altre vie perché manca l’asfalto e sono pericolose) è  molto peggio di una nostra provinciale in disuso. A ogni sosta  obbligata, veniamo circondati da bambini laceri, molti zingari, che ci  chiedono spiccioli o di poter toccare le moto. E’ un’Europa che non è  Europa, questa, e l’impressione è che ci sia molta più dignità nei  cosiddetti paesi in via di sviluppo che in questa terra di confine tra  Grecia e Balcani. I ragazzini che ci guardano non hanno la stessa  curiosità dei loro coetanei turchi o la spensieratezza di quelli  dell’Atlante. Qui, l’occidentale che vive al di là del mare è un uomo  ricco e potente che cavalca un mostro d’acciaio e che deve per forza  avere denaro a profusione: prenderne un po’, con ogni mezzo, è un  dovere. Non me ne vogliano gli albanesi che mi leggono, se ce ne sono,  ma l’impressione che si ha della loro terra è quella di un posto da cui  scappare davvero, in gommone, su una carretta del mare, anche a nuoto.  Saranno stati i 50 anni d’isolamento, sarà la conformazione del  territorio, sarà la gestione scellerata della cosa pubblica o  l’imperante corruzione (mai fermarsi a un posto di blocco: chiunque è in  divisa in questo paese pretende una ‘mancia’, non ti fa la multa) ma  l’Albania non si presenta certo come un paese ospitale.<br />
Ovunque, puoi scorgere i tratti dell’abbandono e della disillusione, ma  il posto dove li vedi più vivi è dentro agli abitacoli delle macchine  targate italiano, che riportano a casa per le feste quelli che vivono da  noi. In molti hanno il macchinone, quasi sempre una Mercedes e molte di  quelle che sono targate Albania, inutile negarlo, fino a poco tempo fa  erano a Roma, Milano, Bologna,  Torino, Napoli e i loro legittimi  proprietari le piangono ancora. Le guidano tronfi d’orgoglio, e superano  file intere di veicoli fermi in coda, incuranti se dall’altra parte  arriva qualcuno. Loro sono quelli che pensano di avercela fatta, di  essere arrivati in Italia a una vita migliore. Nossignore, non ce  l’hanno , una vita migliore. Il macchinone, quelli che da noi sono  migliori di quello che hanno lasciato, non ce l’hanno se non in  rarissimi casi, perché un operaio che lavora in catena in Italia ha uno  stipendio da mille euro e una Mercedes onesta ne costa 50.000. Hanno  vecchie golf, o Punto, qualche familiare di 10 anni fa e la faccia  serena dei lavoratori di Brianza, quelli che davvero ce l’hanno fatta e  tornano a casa a salutare la famiglia e i vecchi amici. Chi guida il  macchinone, quella faccia non ce l’ha. Chi guida il macchinone se ne  frega se lo chiamano “albano” o “extra” in Italia. Arriva da dove è  partito e butta in faccia a chi è rimasto la sua presunta fortuna,  troppe volte fatta col sudore delle gambe aperte di innocenti e legata  insieme dalla polvere bianca che ti fa sentire un Dio finto. Sono loro  che ti chiedono torvi all’area di servizio “che ci fai qui?, in Italia  si sta meglio” e che irridono senza tanti complimenti il loro Paese,  portandone in giro un’immagine turpe. E non è pregiudizio, il mio, o  cinismo da italiano in vacanza: l’Albania è a tratti anche bella,  poverissima ma potenzialmente ricca di risorse. Quello che non va è un  popolo che in massima parte vede nella fuga verso un bengodi soltanto  figurato da cui riporta indietro il peggio dei due mondi l’unica  possibilità di sopravvivere. E chi può, mi smentisca.<br />
L’ultima notte a Valona scorre tranquilla. Valona è una città portuale,  con sobborghi squallidi e in avanzato stato di abbandono e un centro che  si affaccia sul mare senza nessun tratto distintivo. Troviamo alloggio  in un hotel a 5 stelle che da noi ne avrebbe 2 a 40 euro per persona.  Adiacente all’hotel, un bar frequentato dalla Valona bene: quasi tutti  sono emigrati e nel parcheggio i ‘macchinoni’ non si contano. Molti sono  targati Gran Bretagna: globalizzazione, my old, ma ormai non conta più.  Domani io e Stefano partiremo, gli altri continueranno per il mare  della Grecia.<br />
Non restano che i saluti e una battuta di Guidone. “L’anno prossimo  potremmo andare a Samarcanda”. Un’unica obiezione: “prendiamo il  traghetto fino a Istanbul o scendiamo a Patrasso?”.</p>
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