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	<title>Giornale del cibo</title>
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		<title>I luoghi delle ostriche tra Bretagna e Normandia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angela Caporale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Itinerari del Gusto]]></category>
		<category><![CDATA[ostriche]]></category>
		<category><![CDATA[ostriche francesi]]></category>
		<category><![CDATA[dove mangiare le ostriche]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="1920" height="1280" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T104757.213.jpg.webp" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="ostriche" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T104757.213.jpg.webp 1920w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T104757.213-300x200.jpg.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T104757.213-1200x800.jpg.webp 1200w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T104757.213-768x512.jpg.webp 768w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T104757.213-1536x1024.jpg.webp 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
<p>Da Cancale a Saint-Vaast-la-Hougue, un itinerario tra Bretagna e Normandia per assaggiare le ostriche nei luoghi in cui vengono allevate.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="1920" height="1280" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T104757.213.jpg.webp" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="ostriche" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T104757.213.jpg.webp 1920w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T104757.213-300x200.jpg.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T104757.213-1200x800.jpg.webp 1200w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T104757.213-768x512.jpg.webp 768w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T104757.213-1536x1024.jpg.webp 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Ci sono luoghi in cui basta aspettare che il mare si ritiri per vedere comparire un paesaggio completamente diverso. </span><b>Tra Bretagna e Normandia, </b><span style="font-weight: 400;">con la bassa marea affiorano file ordinate di </span><b>tavole e sacche, </b><span style="font-weight: 400;">uomini e donne si spostano tra i </span><b>parchi ostricoli e piccoli trattori </b><span style="font-weight: 400;">percorrono quello che poche ore prima era fondale marino</span><b>.</b><span style="font-weight: 400;"> È qui che nascono alcune delle ostriche più celebri di Francia, protagoniste di una tradizione che lungo le coste della Manica e dell’Atlantico ha plasmato non soltanto la gastronomia, ma anche mestieri e paesaggi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Di recente, raccontando</span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/cosa-mangiare-in-normandia/"> <b>cosa mangiare in Normandia</b></a><span style="font-weight: 400;">, avevamo già incontrato le ostriche di Saint-Vaast-la-Hougue, Utah Beach e Isigny-sur-Mer. Questa volta, però, vogliamo seguirne le tracce e allargare il viaggio anche alla Bretagna: </span><b>dal mercato di Cancale alle rive del Bélon, passando per il Golfo del Morbihan e poi di nuovo verso la costa normanna</b><span style="font-weight: 400;">. Un itinerario tra porti, mercati e villaggi ostricoli per scoprire storie e tradizioni, ma soprattutto quei piccoli rituali che rendono speciale mangiare un’ostrica proprio nel luogo in cui viene allevata.</span></p>
<h2><b>Ostriche tra Bretagna e Normandia: una tradizione che segue le maree</b></h2>
<figure id="attachment_154539" aria-describedby="caption-attachment-154539" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-154539" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T105032.007.jpg" alt="coltivazione ostriche" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154539" class="wp-caption-text">Umomos/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Per capire perché proprio Bretagna e Normandia siano diventate terre d’elezione per l’ostricoltura, bisogna </span><b>partire dal mare e, soprattutto, dalle maree.</b><span style="font-weight: 400;"> Lungo queste coste </span><b>l’acqua può ritirarsi per centinaia di metri</b><span style="font-weight: 400;">, lasciando emergere i parchi dove le ostriche vengono allevate in sacche disposte su apposite strutture. È un paesaggio in continuo movimento, che da generazioni scandisce anche i tempi e i gesti di chi lavora negli allevamenti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Come abbiamo raccontato nel nostro approfondimento sull’</span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/ostricoltura-cosa-sapere-sulle-ostriche/"><span style="font-weight: 400;">ostricoltura</span></a><span style="font-weight: 400;">, non tutte le ostriche sono uguali. In </span><b>Francia</b><span style="font-weight: 400;"> oggi la più diffusa è </span><b>l’ostrica concava </b><span style="font-weight: 400;">(</span><i><span style="font-weight: 400;">Crassostrea gigas</span></i><span style="font-weight: 400;">), mentre l’ostrica piatta europea (</span><i><span style="font-weight: 400;">Ostrea edulis</span></i><span style="font-weight: 400;">), più rara, è legata ad alcuni territori dalla lunga tradizione, come il Bélon in Bretagna. A cambiare, però, non è soltanto la specie: </span><b>salinità, correnti e caratteristiche delle acque </b><span style="font-weight: 400;">contribuiscono a dare alle ostriche profili differenti da una zona all’altra. Ed è proprio seguendo queste differenze, insieme alle storie e alle abitudini nate intorno agli allevamenti, che comincia il nostro viaggio.</span></p>
<h2><b>Cancale, mangiare le ostriche guardando la baia</b></h2>
<figure id="attachment_154540" aria-describedby="caption-attachment-154540" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-154540" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T105210.932.jpg" alt="baia di Cancale" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154540" class="wp-caption-text">Florian Augustin/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Se c’è un luogo da cui iniziare questo viaggio, è </span><b>Cancale</b><span style="font-weight: 400;">, sulla costa settentrionale della Bretagna, </span><b>affacciata sulla baia di Mont Saint-Michel.</b><span style="font-weight: 400;"> Qui il legame con le ostriche attraversa i secoli: </span><b>già nel Cinquecento </b><span style="font-weight: 400;">erano tanto rinomate da arrivare sulla tavola reale e, nell’Ottocento, l’ostricoltura iniziò a organizzarsi in modo sempre più strutturato. A ricordare un capitolo meno conosciuto di questa storia c’è ancora oggi, vicino al porto, la </span><b>Fontaine des Laveuses d’Huîtres</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>dedicata alle donne che un tempo lavavano e selezionavano le ostriche</b><span style="font-weight: 400;">, mentre molti uomini di Cancale partivano per le lunghe campagne di pesca a Terranova.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma è scendendo verso Port de la Houle che questa tradizione diventa un’esperienza da vivere. Ai piedi del faro si trova il </span><b><i>Marché aux huîtres</i></b><span style="font-weight: 400;">, il mercato delle ostriche aperto tutto l’anno, </span><b>dove i produttori vendono le ostriche del giorno e le aprono sul momento.</b><span style="font-weight: 400;"> Il modo più semplice, e decisamente più caratteristico, di gustarle è </span><b>prendere il proprio vassoio</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>sedersi davanti alla baia</b><span style="font-weight: 400;"> e mangiare le ostriche guardando i parchi che emergono con la bassa marea. Finito l’assaggio, non stupitevi davanti alla </span><b>distesa di conchiglie sulla riva</b><span style="font-weight: 400;">: la tradizione vuole che i gusci vuoti vengano lanciati verso il mare. Un piccolo rito che, insieme al continuo andare e venire della marea, racconta forse meglio di qualsiasi ristorante quanto l’ostrica faccia parte della vita di Cancale.</span></p>
<h2><b>Riec-sur-Bélon, nella patria dell’ostrica piatta</b></h2>
<figure id="attachment_154541" aria-describedby="caption-attachment-154541" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-154541" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T105334.095.jpg" alt="venditore di ostriche" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154541" class="wp-caption-text">AlanMorris/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Dalla costa settentrionale ci spostiamo nella </span><b>Bretagna meridionale</b><span style="font-weight: 400;">, dove tra le </span><i><span style="font-weight: 400;">rivières </span></i><span style="font-weight: 400;">Aven e Bélon incontriamo un’ostrica molto diversa. </span><b>Riec-sur-Bélon è considerata la capitale della Belon</b><span style="font-weight: 400;">, nome con cui è diventata celebre l’</span><b>ostrica piatta</b><span style="font-weight: 400;"> (</span><i><span style="font-weight: 400;">Ostrea edulis</span></i><span style="font-weight: 400;">) affinata nelle acque del fiume. Più rara rispetto alla concava che domina oggi la produzione francese, si riconosce per la </span><b>forma tondeggiante e per un gusto complesso</b><span style="font-weight: 400;">, nel quale spiccano le caratteristiche note di nocciola.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A renderla particolare è anche il luogo in cui cresce. Lungo il Bélon, </span><b>l’acqua salata proveniente dall’oceano incontra quella dolce del fiume</b><span style="font-weight: 400;">, mentre le maree rimescolano continuamente le acque. Le ostriche vengono affinate lungo le sue rive, in un paesaggio di piccoli porti e allevamenti che racconta la lunga vocazione ostricola di questo angolo di Bretagna. Vale quindi la pena percorrere il Bélon senza avere necessariamente una destinazione gastronomica precisa:</span><b> lungo il fiume si incontrano diversi ostricoltori </b><span style="font-weight: 400;">dove fermarsi per acquistare o degustare le ostriche direttamente sul luogo di produzione. </span></p>
<h2><b>Golfo del Morbihan, un paesaggio disegnato dalle ostriche</b></h2>
<figure id="attachment_154543" aria-describedby="caption-attachment-154543" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154543" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T105645.004.jpg" alt="coltivazione ostriche" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154543" class="wp-caption-text">Mike Workman/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Proseguendo verso sud-est si arriva nel </span><b>Golfo del Morbihan</b><span style="font-weight: 400;">, dove l’ostricoltura non appartiene a un solo paese, ma caratterizza un intero tratto di costa. Del resto, il rapporto di questo territorio con le ostriche ha radici antichissime: </span><b>i ritrovamenti archeologici ne testimoniano il consumo fin dal Neolitico</b><span style="font-weight: 400;">, mentre nei secoli successivi la raccolta e il commercio diventarono progressivamente attività importanti per le comunità locali. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’ostricoltura come la conosciamo oggi iniziò invece a svilupparsi </span><b>nella seconda metà dell’Ottocento</b><span style="font-weight: 400;">, inizialmente intorno all’ostrica piatta. Le epidemie che colpirono gli allevamenti nel Novecento favorirono poi la diffusione dell’ostrica concava, oggi predominante, modificando nel tempo anche le tecniche di allevamento e il paesaggio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per rendersene conto basta </span><b>percorrere la costa tra Arradon e la penisola di Rhuys</b><span style="font-weight: 400;">, passando per </span><b>piccoli porti come Logéo</b><span style="font-weight: 400;">: quando la marea si ritira, compaiono tavole, sacche e </span><i><span style="font-weight: 400;">chantiers ostréicoles</span></i><span style="font-weight: 400;"> che sembrano prolungare la terra dentro il mare. Anche qui il consiglio è di non cercare necessariamente un ristorante, ma di </span><b>fermarsi nei punti di degustazione degli ostricoltori</b><span style="font-weight: 400;">, verificandone prima aperture e modalità di visita. </span><b>L’esperienza è spesso tanto essenziale quanto memorabile</b><span style="font-weight: 400;">: qualche ostrica appena aperta, pane, burro salato e un bicchiere di vino bianco davanti al Golfo. Pochi ingredienti che raccontano, però, secoli di convivenza tra questo paesaggio e chi lo abita.</span></p>
<h2><b>Saint-Vaast-la-Hougue e Tatihou, tra ostriche e grandi maree</b></h2>
<figure id="attachment_154542" aria-describedby="caption-attachment-154542" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154542" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T105536.772.jpg" alt="piatto di ostriche" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154542" class="wp-caption-text">GagliardiPhotography/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Lasciamo la Bretagna per arrivare sulla </span><b>costa orientale del Cotentin</b><span style="font-weight: 400;">, in Normandia, dove </span><b>Saint-Vaast-la-Hougue</b><span style="font-weight: 400;"> è considerato il più antico bacino ostricolo della regione. Qui le ostriche sono note per il </span><b>gusto spiccatamente iodato e le caratteristiche note di nocciola</b><span style="font-weight: 400;">, ma a rendere particolarmente interessante una tappa da queste parti è soprattutto il paesaggio. Davanti al porto si estendono infatti </span><b>i parchi ostricoli che circondano l’isola di Tatihou </b><span style="font-weight: 400;">e che, con il continuo alternarsi delle maree, compaiono e scompaiono nel corso della giornata.</span></p>
<h3><b>Raggiungere Tatihou attraversando i parchi ostricoli</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Il modo più curioso per osservarli da vicino è prendere</span><b> il battello anfibio che collega Saint-Vaast all’isola di Tatihou</b><span style="font-weight: 400;">. A seconda della marea, lo stesso mezzo naviga oppure procede sulle ruote attraverso l’area dei parchi ostricoli; quando le condizioni lo permettono, l’isola può essere raggiunta anche a piedi. Una volta sull’isola è possibile partecipare a</span><b> visite dedicate all’ostricoltura </b><span style="font-weight: 400;">e scoprire più da vicino un lavoro scandito inevitabilmente dai ritmi del mare. Orari dei collegamenti e possibilità di attraversamento cambiano in funzione delle maree, quindi prima di organizzare la visita è indispensabile consultare il calendario aggiornato. Un piccolo vincolo organizzativo che, in fondo, fa parte dell’esperienza: da queste parti è ancora il mare a decidere quando si parte.</span></p>
<h2><b>Baie des Veys, le ostriche tra Isigny e Utah Beach</b></h2>
<p><span style="font-weight: 400;">Per l’ultima tappa restiamo in Normandia, ma ci spostiamo più a ovest, nella </span><b>Baie des Veys, dove sfociano quattro fiumi e le acque dolci incontrano quelle della Manica</b><span style="font-weight: 400;">. È qui, tra </span><b>Isigny-sur-Mer, Utah Beach e Grandcamp-Maisy</b><span style="font-weight: 400;">, che si estende uno dei principali bacini ostricoli normanni. Rispetto agli altri territori incontrati durante il viaggio, la tradizione è più recente:</span><b> l’allevamento delle ostriche si è sviluppato soprattutto a partire dagli anni Settanta del Novecento,</b><span style="font-weight: 400;"> fino a diventare uno degli elementi caratteristici di questo tratto di costa. Le ostriche della zona sono generalmente descritte come carnose e croccanti, dal gusto più dolce, e offrono così un interessante confronto con quelle più iodate di Saint-Vaast-la-Hougue.</span></p>
<h3><b>A Grandcamp-Maisy, nei parchi ostricoli a piedi o a cavallo</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Per vedere da vicino dove e come vengono allevate, l’Office de Tourisme Isigny-Omaha </span><b>organizza visite ai parchi ostricoli di Grandcamp-Maisy.</b><span style="font-weight: 400;"> A seconda delle proposte e del periodo, si può attraversare l’</span><i><span style="font-weight: 400;">estran</span></i><span style="font-weight: 400;">, ovvero la porzione di costa che emerge con la bassa marea, a piedi oppure a bordo di un carro trainato da cavalli, per poi visitare un atelier ostricolo e concludere con una degustazione. Anche in questo caso </span><b>è il calendario delle maree a dettare tempi e possibilità della visita</b><span style="font-weight: 400;">: meglio quindi verificare in anticipo date e modalità presso l’ufficio turistico. Un ultimo incontro ravvicinato con quel paesaggio sospeso tra terra e mare che ci ha accompagnato fin dalla prima tappa.</span></p>
<h2><b>Come mangiare le ostriche in sicurezza: qualche consiglio utile</b></h2>
<figure id="attachment_154544" aria-describedby="caption-attachment-154544" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154544" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T105747.806.jpg" alt="come mangiare le ostriche" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154544" class="wp-caption-text">barmalini/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Prima di lasciarsi tentare da un vassoio appena aperto, vale la pena ricordare qualche semplice accortezza. Come abbiamo visto parlando di </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/crudite-come-scegliere-il-pesce/"><span style="font-weight: 400;">come scegliere e consumare il pesce crudo</span></a><span style="font-weight: 400;">, anche per le ostriche è importante </span><b>affidarsi a produttori e rivenditori autorizzati, </b><span style="font-weight: 400;">verificarne la provenienza e la corretta conservazione e controllare che il guscio sia ben chiuso prima dell’apertura. Una volta aperte, è meglio</span><b> consumarle rapidamente</b><span style="font-weight: 400;">. Nei mercati e presso gli ostricoltori incontrati lungo questo itinerario, poi, c’è un vantaggio in più: oltre ad assaggiarle freschissime, si può spesso conoscere direttamente la loro provenienza e scoprire qualcosa in più sul luogo in cui sono state allevate.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Alla fine di questo viaggio, viene quasi naturale pensare che </span><b>il modo migliore per conoscere un’ostrica sia assaggiarla guardando il mare da cui arriva</b><span style="font-weight: 400;">. Magari seduti sul porto di Cancale, mentre la marea si ritira, oppure dopo aver attraversato un parco ostricolo e scoperto quanto lavoro si nasconda dentro una conchiglia che a tavola apriamo in pochi secondi. </span><span style="font-weight: 400;">Tra Bretagna e Normandia, infatti,</span><b> le ostriche sono anche un buon pretesto per viaggiare lentamente</b><span style="font-weight: 400;">: seguire le maree, fermarsi nei piccoli porti, parlare con chi le alleva e scoprire tradizioni che cambiano insieme alla costa. E forse, dopo averle mangiate così,  anche il prossimo vassoio di ostriche avrà un sapore un po’ diverso. E tu, hai mai assaggiato le ostriche direttamente nei luoghi in cui vengono allevate? E quale tappa di questo viaggio tra Bretagna e Normandia ti incuriosisce di più?</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Immagine in evidenza di: barmalini/shutterstock</em></p>
<div class='read-this'><h4 class='read-this__title'>Leggi anche</h4><div class='read-this__list-wrapper'><span class='read-this__category'>Attualità</span><ul class='read-this__list'><li><a href='https://www.ilgiornaledelcibo.it/ostricoltura-cosa-sapere-sulle-ostriche/'>Ostricoltura: dieci cose da sapere sulle ostriche</a></li></ul></div></div>
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		<title>Archeologia Arborea: il frutteto umbro che salva le varietà da frutto a rischio di estinzione</title>
		<link>https://www.ilgiornaledelcibo.it/archeologia-arborea-varieta-antiche-frutta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Rossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 06:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cibo e Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[archeologia arborea]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="1920" height="1280" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T095553.052.jpg.webp" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="le pere antiche" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T095553.052.jpg.webp 1920w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T095553.052-300x200.jpg.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T095553.052-1200x800.jpg.webp 1200w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T095553.052-768x512.jpg.webp 768w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T095553.052-1536x1024.jpg.webp 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
<p>In Umbria, Archeologia Arborea custodisce 150 antiche varietà da frutto, salvando un patrimonio di biodiversità agricola a rischio di estinzione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/archeologia-arborea-varieta-antiche-frutta/">Archeologia Arborea: il frutteto umbro che salva le varietà da frutto a rischio di estinzione</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it">Giornale del cibo</a>.</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Quando pensiamo agli archeologi, il pensiero corre quasi automatico a persone vestite color cachi, chine su qualche reperto appena riportato alla luce con scalpelli e pennelli. Pensiamo ai grandi scavi, all’Egitto, a Roma… magari anche a Indiana Jones. C’è però un’altra figura che scava, cerca e cataloga da quarant’anni: solo che i suoi reperti hanno le radici e fanno ancora frutti. Si chiama </span><b>Isabella Dalla Ragione</b><span style="font-weight: 400;">, è </span><b>agronoma</b><span style="font-weight: 400;">, e insieme al </span><b>padre Livio</b><span style="font-weight: 400;"> ha fondato, non a caso, </span><b>Archeologia Arborea</b><span style="font-weight: 400;">, un progetto che ha l’obiettivo di </span><b>salvaguardare vecchie varietà locali di piante da frutto</b><span style="font-weight: 400;">. Con il materiale raccolto in quarant’anni di lavoro è nata </span><b>una collezione di circa 600 piante e 150 varietà</b><span style="font-weight: 400;"> tra meli, peri, susini e ciliegi, che cresce oggi in </span><b>Umbria</b><span style="font-weight: 400;">, ciascuna moltiplicata in tre o quattro esemplari per non perdere tutto se una pianta si secca e muore. È </span><b>un archivio vivente</b><span style="font-weight: 400;"> di tutte quelle varietà che il mercato ha smesso di considerare “redditizie”, ma che secondo Dalla Ragione restano la nostra assicurazione migliore contro un futuro che nessuno sa davvero prevedere. Di questo, e del perché dobbiamo proteggere la biodiversità, ne abbiamo parlato con lei.</span></p>
<h2><b>Salvare e tutelare le varietà antiche locali: come nasce Archeologia Arborea</b></h2>
<figure id="attachment_154530" aria-describedby="caption-attachment-154530" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154530" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T100418.660.jpg" alt="frutteto" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154530" class="wp-caption-text">PH Archeologia Arborea</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma come si diventa un’“</span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/cosa-mangiavano-gli-antichi/"><b>archeologa</b></a><span style="font-weight: 400;"> arborea”? Alla domanda su quale sia stato il momento in cui ha capito che recuperare frutti antichi sarebbe diventato il suo mestiere, Dalla Ragione non indica una data precisa. </span><b>“Ho cominciato da bambina a seguire le orme del mio babbo”</b><span style="font-weight: 400;"> racconta, “che ha fondato questa attività perché </span><b>era ricercatore sulla cultura contadina</b><span style="font-weight: 400;">, e le piante da frutto erano parte integrante di quella cultura”. Quella che all’inizio era una sorta di caccia al tesoro è diventata, tra una laurea in agraria e un dottorato dedicato in particolare alle pere, un lavoro vero e proprio: “È stata una crescita e una formazione costante su questa idea che era importante salvare queste vecchie varietà locali, perché in qualche modo </span><b>erano le nostre radici culturali e colturali</b><span style="font-weight: 400;">, come dico sempre io”. C’è un altro punto che emerge dal suo racconto, ed è </span><b>il senso di urgenza che ha accompagnato tutto il lavoro</b><span style="font-weight: 400;">: “È stata una corsa contro il tempo, perché tutte queste varietà erano a rischio di totale perdita. E la perdita, quando arriva, è definitiva”. È la chiave con cui Dalla Ragione legge il proprio lavoro: non un’operazione nostalgica, ma </span><b>la salvaguardia di un patrimonio genetico che si è adattato per secoli</b><span style="font-weight: 400;">, a volte per un millennio, a un territorio preciso.</span></p>
<figure id="attachment_154531" aria-describedby="caption-attachment-154531" style="width: 402px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154531" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T100527.883-e1787645148585.jpg" alt="Isabella Della Ragione" width="402" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154531" class="wp-caption-text">PH Archeologia Arborea</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Torniamo indietro e ripercorriamo, come archeologi, la nascita di Archeologia Arborea. Il vecchio podere di </span><b>San Lorenzo di Lerchi</b><span style="font-weight: 400;">, vicino Città di Castello, in </span><b>Umbria</b><span style="font-weight: 400;">, viene acquistato da </span><b>Livio Dalla Ragione, padre di Isabella</b><span style="font-weight: 400;">, negli </span><b>anni Sessanta</b><span style="font-weight: 400;">: la casa era quasi diroccata, non c’era ancora né strada né luce né acqua. Sarà lì, anni dopo, che nasce la collezione che darà il nome al progetto: </span><b>nel 1985 viene impiantata</b> <b>la collezione privata Archeologia Arborea</b><span style="font-weight: 400;">, nel 1987 nasce l’Associazione, e </span><b>nel 2014, infine, la Fondazione Archeologia Arborea Onlus</b><span style="font-weight: 400;">, che oggi collabora con università, enti di ricerca e altre fondazioni in progetti nazionali e internazionali dedicati alla biodiversità, all&#8217;alimentazione tradizionale e ai sistemi agroecologici. Il progetto si richiama esplicitamente a </span><b>quattro obiettivi dell’</b><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/agenda-2030-e-covid-19/"><b>Agenda 2030</b></a><b> delle Nazioni Unite</b><span style="font-weight: 400;">: sconfiggere la fame, rendere città e comunità sostenibili, garantire un consumo e una produzione responsabili e proteggere la vita sulla terra.</span></p>
<h3><b>La biodiversità, una “porta aperta” per la sicurezza alimentare e ambientale</b></h3>
<figure id="attachment_154533" aria-describedby="caption-attachment-154533" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154533" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T100836.063.jpg" alt="Mela del Castagno" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154533" class="wp-caption-text">PH Archeologia Arborea</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Di biodiversità sentiamo sempre più parlare, ma con il rischio che diventi un termine vuoto e privo di significato. Per </span><b>biodiversità</b><span style="font-weight: 400;"> si intende la varietà della vita a ogni livello, dagli ecosistemi alle specie fino ai singoli geni, mentre </span><b>l’</b><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/biodiversita-agricola-intervista/"><b>agrobiodiversità</b></a><b> ne è la declinazione agricola</b><span style="font-weight: 400;">, cioè la varietà di piante coltivate e animali allevati che l’uomo ha selezionato nei secoli. E su questo fronte l’Italia non è un paese qualunque: come nota Dalla Ragione, “</span><b>è un paese da questo punto di vista tra i più ricchi al mondo di agrobiodiversità</b><span style="font-weight: 400;">, penso il più ricco addirittura”, con un patrimonio in cui ogni piccola valle ha storicamente avuto le proprie varietà locali, plasmate da secoli di adattamento a un territorio molto frammentato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È in questo quadro che si inserisce il caso delle </span><b>pere</b><span style="font-weight: 400;">, che Dalla Ragione porta spesso come esempio perché è quello che conosce meglio. “L’Italia è ancora oggi </span><b>il terzo produttore mondiale di pere</b><span style="font-weight: 400;">” spiega, dopo Cina e Stati Uniti, “e questo in passato significava un’incredibile biodiversità”. Fino all’inizio del secolo scorso</span><b> il patrimonio varietale italiano di pere si contava a migliaia</b><span style="font-weight: 400;">, mentre oggi, per la maggior parte, se ne coltivano solo </span><b>cinque</b><span style="font-weight: 400;">. “È un impoverimento incredibile” dice Dalla Ragione, e la responsabilità non è solo agronomica: “il mercato vuole poche cose facili da conservare in frigorifero, facili da manipolare e belle: grandi, lucide, belle. È una sollecitazione commerciale”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per lei, </span><b>resistere è prima di tutto un fatto culturale</b><span style="font-weight: 400;">: “Siamo portati a consumare le cose che conosciamo, le cose che troviamo al supermercato”. Ed è per questo la battaglia più difficile: “</span><b>L’impatto culturale è più difficile da invertire</b><span style="font-weight: 400;">, il corso delle cose cambia più lentamente”. Non si dichiara ottimista su questo punto, lo ammette apertamente, ma continua comunque il suo lavoro perché resta convinta di un fatto: “L’unica porta che lasciamo aperta per la nostra </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/grano-e-sicurezza-alimentare/"><b>sicurezza alimentare</b></a><b> e ambientale </b><span style="font-weight: 400;">è il mantenimento di questa biodiversità”. </span><b>Meno diversità c’è nei campi e fuori dai campi, infatti, più siamo esposti ai </b><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/crisi-climatica-agricoltura/"><b>cambiamenti climatici</b></a><b> e alle</b> <b>nuove malattie</b><span style="font-weight: 400;">. Le vecchie varietà, avendo avuto secoli per adattarsi al proprio ambiente, custodiscono risposte che quelle moderne non hanno più. “O rispondiamo con la biodiversità, o non riusciremo più a rispondere” conclude.</span></p>
<h3><b>Non un museo, ma un frutteto che continua a produrre</b></h3>
<figure id="attachment_154535" aria-describedby="caption-attachment-154535" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154535" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T101159.773.jpg" alt="mela muso di bue" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154535" class="wp-caption-text">PH Archeologia Arborea</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">La biodiversità evolve, cambia e si adatta al mondo circostante. Ed è proprio questo uno dei temi centrali del lavoro di Dalla Ragione, che riguarda l’idea stessa di </span><b>conservazione</b><span style="font-weight: 400;">. Quando si parla di </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/frutti-dimenticati-varieta/"><b>varietà antiche o quasi dimenticate</b></a><span style="font-weight: 400;">, l’immaginario corre spesso alle banche dei semi, a un’idea quasi museale di archiviazione. Per lei è un equivoco solo parziale: la frutta, a differenza dei cereali, </span><b>non si riproduce da seme ma da innesto</b><span style="font-weight: 400;">, per cui esistono quelli che sono definiti</span><b> “campi catalogo”</b><span style="font-weight: 400;">, non caveau refrigerati. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma il punto fondamentale è un altro. Ricorda che la prima banca del seme fu fondata da Nikolaj Vavilov a San Pietroburgo negli anni ‘20 del secolo scorso, seguita nei decenni successivi da altre dedicate a patate, riso e cereali, come quella di Aleppo.</span><b> Concentrare un patrimonio genetico in un unico luogo, però, resta secondo lei un’idea fragile</b><span style="font-weight: 400;">: “Il fatto di bloccare dei semi in un ambiente artificiale da una parte salvaguarda varietà che altrimenti sarebbero perdute, ma non può essere il futuro della conservazione della biodiversità, perché l</span><b>’unico modo per conservarla è continuare a coltivarla</b><span style="font-weight: 400;">, lasciare che si evolva”. E porta un esempio concreto per spiegare il rischio di concentrare la biodiversità in un solo posto: </span><b>la banca del seme che si trovava a Icarda, ad Aleppo</b><span style="font-weight: 400;">. “Con la guerra in Siria, i colleghi che vi lavoravano sono riusciti a mettere in salvo buona parte del materiale genetico prima che la città venisse quasi rasa al suolo, ma molto è comunque andato perduto”. Il rischio, dunque, è altissimo: “Va bene fare delle banche, ma soprattutto i semi bisogna coltivarli” insiste. Anche perché, aggiunge, </span><b>la biodiversità per definizione deve continuare a trasformarsi</b><span style="font-weight: 400;">: alcune varietà di pera nate durante la piccola era glaciale medievale, quando gli inverni erano molto più freddi, oggi fanno sempre meno frutti e sono destinate, prima o poi, a scomparire. Per Dalla Ragione è parte dello stesso movimento che ha sempre attraversato l’agricoltura, fatto di arrivi, partenze e adattamenti continui.</span></p>
<h3><b>Cosa perdiamo davvero con la perdita di biodiversità?</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra gli esempi che porta per spiegare cosa si perde davvero quando una varietà sparisce, Dalla Ragione si sofferma sulla </span><b>visciola</b><span style="font-weight: 400;">. “È </span><b>una varietà di ciliegio acido</b><span style="font-weight: 400;"> che era diffusissima dal Friuli alla Puglia, in particolare modo nel centro Italia, </span><b>poco esigente e resistente alla monilia</b><span style="font-weight: 400;"> (il fungo che colpisce ciliegi e susini). Inoltre, </span><b>il frutto è straordinariamente ricco di antiossidanti</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>ha come unico zucchero il sorbitolo</b><span style="font-weight: 400;">, l’unico che i diabetici possono consumare senza problemi”. Dal punto di vista nutraceutico, quindi, lo definisce un piccolo “scrigno”. Il suo limite è però pratico: </span><b>la raccolta è solo manuale e faticosa</b><span style="font-weight: 400;">, e questo basta a spiegare perché una pianta così preziosa stia progressivamente sparendo. Vale lo stesso per certe </span><b>mele antiche</b><span style="font-weight: 400;">, così ricche di antiossidanti da non ossidarsi quando vengono grattugiate: un tempo si usavano proprio per questo, per essere date ai bambini piccoli durante lo svezzamento, molto prima che qualcuno inventasse la parola “nutraceutico”. Insomma, a rischio non è solo la pianta: è un intero repertorio di proprietà che nessuna varietà da supermercato ha mai avuto ragione di sviluppare.</span></p>
<h2><b>Tre varietà, tre storie di frutti quasi perduti</b></h2>
<figure id="attachment_154534" aria-describedby="caption-attachment-154534" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154534" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-25T101059.989.jpg" alt="Pera fiorentina" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154534" class="wp-caption-text">PH Archeologia Arborea</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Sulla scia di questo, quali altri esempi ha salvato che meritano di essere riscoperti? Chiederle di scegliere tre alberi tra i 150 della collezione, ammette ridendo, è come chiedere a una madre quale sia il figlio preferito, ma ci fa qualche esempio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La</span><b> Mela del Castagno</b><span style="font-weight: 400;"> è quella con cui è cominciato tutto, a </span><b>Casalini</b><span style="font-weight: 400;">, sopra Morra. Il melo era nato per caso, </span><b>a metà Ottocento</b><span style="font-weight: 400;">, dentro il tronco cavo di un vecchio castagno, dove un contadino aveva tentato un innesto che però non attecchì mai: “Vuol dire che non lo vuole” disse rassegnato al nipote, e lo lasciò crescere a modo suo dentro quel legno. Quando Dalla Ragione e suo padre arrivarono nel podere, generazioni più tardi, quella pianta indisciplinata era rimasta l’unica ancora vigorosa e produttiva tra tutte quelle del podere: la pera garofina, la pera di Perugia e la pera brutta e buona si erano nel frattempo seccate. Ma cosa le contraddistingue? Sono mele di grandi dimensioni, dalla polpa bianca e croccante e la buccia verde, e definite “tardive”: come spiega l’agronoma, “si conserva benissimo fino a maggio, e non in frigorifero”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">C’è poi la </span><b>Pera Fiorentina</b><span style="font-weight: 400;">, che per anni Dalla Ragione aveva dato per persa. Non compariva più in nessun frutteto, eppure nei documenti d’archivio della zona ricorreva da secoli. Poi, parlando un giorno con un’anziana signora amica di famiglia in un paese tra Umbria e Marche, il nome è tornato fuori quasi per caso. “Ma come, Sergia? Ma la Pera Fiorentina ce l’hai?” ha chiesto Dalla Ragione, convinta ormai che fosse estinta. “Certo, non me l’hai mai chiesto, io non te l’ho mai detto” le ha risposto lei. Così, dopo aver ritrovato questo prezioso tesoro, l’archeologa arborea ha riprodotto la pianta nel frutteto della Fondazione: si tratta di </span><b>una pera invernale, da cottura</b><span style="font-weight: 400;">, oggi tra le più apprezzate della collezione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La terza è la </span><b>Mela Muso di Bue</b><span style="font-weight: 400;">, che più che una singola varietà è un gruppo diffuso lungo tutto l’Appennino, dalla Romagna alle Marche passando per l’Umbria. Ha una forma allungata e ristretta a metà, tanto che </span><b>ricorda più una pera capovolta che una mela</b><span style="font-weight: 400;">, ed è per questo che compare spesso nei quadri rinascimentali scambiata proprio per una pera: “se fosse stata una pera avrebbe avuto il picciolo dalla parte più stretta” nota Dalla Ragione, “ma gli storici dell’arte non sono andati così per il sottile”. Il nome, dice, è un omaggio all’animale più importante delle campagne di un tempo: il bue, forza motrice del lavoro contadino.</span></p>
<h3><b>Scoprire, proteggere e… lasciare andare: il cuore di Archeologia Arborea</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma ci sarebbero altri esempi che meriterebbero di essere raccontati e valorizzati, come la </span><b>pera ghiacciola</b><span style="font-weight: 400;">, già ricordata nel </span><b>Cinquecento</b><span style="font-weight: 400;"> dal </span><b>naturalista Pietro Andrea Mattioli</b><span style="font-weight: 400;">, che veniva descritta come capace di dissetare “più di un bicchier d’acqua”, come si diceva una volta. Per scoprire queste piante e conoscerle da vicino, è possibile visitare il frutteto di Archeologia Arborea, che non è chiuso al pubblico e nasce proprio per la conservazione. La Fondazione organizza </span><b>visite guidate su prenotazione</b><span style="font-weight: 400;">, condotte dalla stessa Isabella Dalla Ragione, oltre a </span><b>mostre pomologiche</b><span style="font-weight: 400;"> dedicate alla frutta antica e al progetto </span><b>“Frutta d’arte”</b><span style="font-weight: 400;">, che mette in relazione proprio le vecchie varietà con la pittura rinascimentale che le ha ritratte. Negli ultimi anni la Fondazione ha esteso il proprio lavoro anche fuori dal frutteto storico, con i cosiddetti </span><b>“Frutteti della biodiversità”</b><span style="font-weight: 400;">, di cui quello di Garavelle, realizzato con il Comune di Città di Castello, è il primo esempio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ovviamente, come anticipato, non tutte le varietà della collezione avranno un futuro, e Dalla Ragione lo sa bene: alcune sono già destinate a scomparire, perché i</span><b>l clima che le aveva viste nascere non esiste più</b><span style="font-weight: 400;">. La logica che guida il suo lavoro, e prima ancora quello di suo padre, è sempre stata </span><b>tenere aperta una porta</b> <b>piuttosto che fermare il tempo in un punto preciso della storia agricola italiana</b><span style="font-weight: 400;">: lasciare che centinaia di varietà continuino a esistere, a produrre, ad adattarsi a un ambiente che cambia, così che quando arriverà la prossima malattia o il prossimo inverno o estate fuori norma, ci sia ancora qualcosa tra cui scegliere. Un po’ come quel melo cresciuto storto dentro un castagno, a cui un contadino, più di centocinquant’anni fa, aveva semplicemente lasciato fare a modo suo.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Immagine in evidenza di: Archeologia Arborea</em></p>
<div class='read-this'><h4 class='read-this__title'>Leggi anche</h4><div class='read-this__list-wrapper'><span class='read-this__category'>Attualità</span><ul class='read-this__list'><li><a href='https://www.ilgiornaledelcibo.it/pera-cocomerina-romagnola/'>La pera cocomerina: un’eccellenza romagnola</a></li></ul></div></div>
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		<title>Dal mare ai campi: l&#8217;aumento della salinità colpisce l&#8217;agricoltura costiera anche in Italia</title>
		<link>https://www.ilgiornaledelcibo.it/salinizzazione-dei-suoli-in-agricoltura/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Matteo Garuti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2026 06:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[salinità dei campi]]></category>
		<category><![CDATA[salinità in agricoltura]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="1920" height="1280" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/salinita-in-agricoltura.jpg.webp" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="salinità in agricoltura" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/salinita-in-agricoltura.jpg.webp 1920w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/salinita-in-agricoltura-300x200.jpg.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/salinita-in-agricoltura-1200x800.jpg.webp 1200w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/salinita-in-agricoltura-768x512.jpg.webp 768w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/salinita-in-agricoltura-1536x1024.jpg.webp 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
<p>La salinizzazione dei suoli minaccia l'agricoltura costiera anche in Italia, riducendo la fertilità dei terreni e la disponibilità di acqua dolce.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/salinizzazione-dei-suoli-in-agricoltura/">Dal mare ai campi: l&#8217;aumento della salinità colpisce l&#8217;agricoltura costiera anche in Italia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it">Giornale del cibo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="1920" height="1280" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/salinita-in-agricoltura.jpg.webp" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="salinità in agricoltura" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/salinita-in-agricoltura.jpg.webp 1920w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/salinita-in-agricoltura-300x200.jpg.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/salinita-in-agricoltura-1200x800.jpg.webp 1200w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/salinita-in-agricoltura-768x512.jpg.webp 768w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/salinita-in-agricoltura-1536x1024.jpg.webp 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
<p><span style="font-weight: 400;">La </span><b>salinizzazione dei suoli</b><span style="font-weight: 400;"> e delle falde acquifere costiere è una delle conseguenze meno conosciute del </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/luca-mercalli-cambiamenti-climatici/" target="_blank" rel="noopener"><b>cambiamento climatico</b></a><span style="font-weight: 400;">, ma sta assumendo un&#8217;importanza crescente per l&#8217;agricoltura mondiale, anche in Italia. A differenza di siccità, alluvioni o grandinate, gli effetti del sale </span><b>si manifestano lentamente</b><span style="font-weight: 400;">, spesso nell&#8217;arco di anni, ma possono </span><b>compromettere in modo duraturo la fertilità dei terreni</b><span style="font-weight: 400;">, ridurre la disponibilità di acqua dolce e mettere in difficoltà interi sistemi agricoli. Il problema riguarda in modo particolare le </span><b>pianure costiere</b><span style="font-weight: 400;">, dove l&#8217;acqua marina può progressivamente penetrare nelle falde sotterranee, alterando la qualità dell&#8217;acqua utilizzata per l&#8217;irrigazione. Ma quali sono le conseguenze e in Italia dove si sta verificando questo fenomeno? Cerchiamo di saperne di più considerando dati e ricerche recenti su questo tema.</span></p>
<h2><b>Che cos&#8217;è la salinizzazione dei suoli e in che modo danneggia l’agricoltura lungo le coste</b></h2>
<figure id="attachment_154350" aria-describedby="caption-attachment-154350" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154350" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/salinita-nei-campi.jpg" alt="salinità nei campi" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154350" class="wp-caption-text">Wirestock Creators/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Il mare influenza l’agricoltura in diversi modi, alcuni anche positivi, contribuendo al profilo sensoriale di prodotti come vino e olio d’oliva. La </span><b>salinizzazione</b><span style="font-weight: 400;">, invece, rappresenta un rischio per la fertilità, perché quando l&#8217;accumulo nei terreni o nelle acque sotterranee diventa eccessivo compromette la crescita delle piante. Il fenomeno può avere </span><b>origine naturale</b><span style="font-weight: 400;">, ad esempio in aree aride dove l&#8217;evaporazione concentra progressivamente i sali presenti nel suolo, oppure essere favorito dalle </span><b>attività umane</b><span style="font-weight: 400;"> attraverso pratiche irrigue non sostenibili, un drenaggio insufficiente o un eccessivo sfruttamento delle falde. Quando il contenuto di sali aumenta oltre determinate soglie, molte colture iniziano a </span><b>perdere produttività</b><span style="font-weight: 400;">, mentre alcune possono subire danni irreversibili. Negli ultimi anni, è il </span><b>cambiamento climatico</b><span style="font-weight: 400;"> a influire negativamente in tal senso. Infatti, se l&#8217;innalzamento del livello del mare si associa a periodi di siccità più frequenti e prolungati &#8211; come quelli che viviamo ormai abitualmente in estate &#8211; aumenta la risalita del cosiddetto </span><b>cuneo salino</b><span style="font-weight: 400;">, cioè l&#8217;intrusione dell&#8217;acqua marina nelle aree costiere.</span></p>
<p><a href="https://www.fao.org/family-farming/detail/en/c/1730916/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">Secondo la FAO</span></a><span style="font-weight: 400;">, la salinità rappresenta oggi una delle </span><b>principali forme di degrado del </b><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/custodi-del-suolo-perche-e-importante-la-giornata-mondiale-del-suolo/" target="_blank" rel="noopener"><b>suolo</b></a><span style="font-weight: 400;"> a livello globale, con oltre un miliardo di ettari nel mondo interessati da problemi di salinizzazione naturale o indotta dalle attività umane, mentre il clima e l&#8217;innalzamento del livello del mare stanno accelerando il fenomeno soprattutto in prossimità delle coste.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Una recente </span><a href="https://www.nature.com/articles/s43017-023-00500-2" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">revisione</span></a><span style="font-weight: 400;">, pubblicata sulla rivista </span><i><span style="font-weight: 400;">Nature Reviews Earth &amp; Environment</span></i><span style="font-weight: 400;">, evidenzia come l&#8217;intrusione salina nelle falde costiere rappresenti </span><b>una minaccia primaria per la disponibilità di acqua dolce</b><span style="font-weight: 400;"> nelle regioni costiere del pianeta. Gli autori sottolineano che l&#8217;aumento del livello del mare, unito alla crescente domanda di acqua da parte dell&#8217;agricoltura e delle città, sta aggravando il fenomeno in numerose aree del Mediterraneo, dell&#8217;Asia e delle Americhe.</span></p>
<h3><b>Quando il mare entra nei campi</b></h3>
<figure id="attachment_154351" aria-describedby="caption-attachment-154351" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154351" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/salinizzazione-dei-campi.jpg" alt="salinizzazione dei campi" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154351" class="wp-caption-text">NetPix/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Il processo è molto meno evidente rispetto a una mareggiata o a un&#8217;alluvione, ma può essere altrettanto dannoso. Nelle aree costiere le falde sotterranee contengono normalmente acqua dolce, che esercita una pressione sufficiente a mantenere lontana quella marina. Quando però le precipitazioni diminuiscono, i prelievi di acqua aumentano o il livello del mare si innalza, </span><b>questo equilibrio si altera</b><span style="font-weight: 400;">. L&#8217;acqua salata risale lentamente verso l&#8217;entroterra, </span><b>contaminando i pozzi</b><span style="font-weight: 400;"> utilizzati per l&#8217;irrigazione. Il risultato è un progressivo </span><b>aumento della concentrazione di sali</b><span style="font-weight: 400;"> nell&#8217;acqua distribuita alle colture. Inizialmente, gli effetti possono essere poco evidenti, ma con il passare del tempo il terreno tende ad accumulare sodio e altri sali, </span><b>riducendo la propria fertilità</b><span style="font-weight: 400;"> e rendendo sempre più difficile la crescita delle piante. Si tratta di un processo che attualmente coinvolge molte delle aree agricole produttive e densamente popolate del pianeta.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;eccesso di sale agisce sulle piante attraverso diversi meccanismi:</span></p>
<ul>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">da un lato, rende </span><b>più difficile l&#8217;assorbimento dell&#8217;acqua</b><span style="font-weight: 400;"> da parte delle radici, provocando una sorta di sete fisiologica anche quando il terreno appare sufficientemente umido;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">dall&#8217;altro, elevate concentrazioni di sodio e cloro possono risultare </span><b>tossiche per molti vegetali</b><span style="font-weight: 400;">, alterando il metabolismo cellulare e riducendo la capacità fotosintetica.</span></li>
</ul>
<p><span style="font-weight: 400;">A questo proposito, una </span><a href="https://www.cell.com/iscience/fulltext/S2589-0042(25)01400-2" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">review</span></a><span style="font-weight: 400;"> pubblicata nel 2025 su</span><i><span style="font-weight: 400;"> iScience</span></i><span style="font-weight: 400;">, ha sottolineato come la salinizzazione rappresenti un’emergenza per l&#8217;agricoltura contemporanea. Gli autori, in particolare, hanno evidenziato come il fenomeno compromette la struttura del suolo, riducendo la biodiversità microbica e limitando la produttività agricola. Una condizione che rende indispensabili </span><b>nuove strategie di adattamento</b><span style="font-weight: 400;"> basate sulla gestione sostenibile dell&#8217;acqua, sul miglioramento del drenaggio e sull&#8217;impiego di varietà vegetali più tolleranti al sale.</span></p>
<h3><b>Salinità dei suoli: un problema destinato a crescere</b></h3>
<figure id="attachment_154352" aria-describedby="caption-attachment-154352" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154352" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/salinizzazione-.jpg" alt="salinizzazione" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154352" class="wp-caption-text">2000studio/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Rispetto a questo tema, le prospettive delineate dalla comunità scientifica indicano che il fenomeno </span><b>potrebbe intensificarsi</b><span style="font-weight: 400;"> nei prossimi anni. L&#8217;aumento delle temperature, infatti, accelera l&#8217;evaporazione, mentre la diminuzione delle precipitazioni in molte regioni mediterranee riduce la ricarica naturale delle falde. Contemporaneamente, la crescente domanda di acqua per uso agricolo porta spesso a un </span><b>maggiore sfruttamento</b><span style="font-weight: 400;"> delle risorse lungo le coste, favorendo ulteriormente la risalita del cuneo salino. Per questo motivo, la salinizzazione non è più considerata soltanto un problema locale, ma </span><b>una delle conseguenze più rilevanti</b><span style="font-weight: 400;"> dell&#8217;interazione tra cambiamento climatico, gestione delle risorse idriche e sicurezza alimentare. Comprendere questi meccanismi è oggi fondamentale per </span><b>individuare strategie</b><span style="font-weight: 400;"> capaci di proteggere le produzioni agricole e garantire la disponibilità di suoli fertili anche nelle aree costiere più vulnerabili.</span></p>
<h2><b>Salinizzazione: l&#8217;Italia tra i Paesi europei più esposti e il Delta del Po è un caso</b></h2>
<figure id="attachment_154353" aria-describedby="caption-attachment-154353" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154353" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/delta-del-po.jpg" alt="salinizzazione del delta del po " width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154353" class="wp-caption-text">Simone Padovani/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Sebbene il fenomeno interessi numerose regioni del mondo, l&#8217;Italia risulta particolarmente vulnerabile. La lunga estensione delle coste, la presenza di vaste pianure agricole prossime al mare e la crescente pressione sulle risorse idriche rendono molte aree del Paese esposte al rischio di intrusione salina.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Tra gli esempi più significativi c’è sicuramente il </span><b>Delta del Po</b><span style="font-weight: 400;">, dove la combinazione tra siccità, riduzione della portata del fiume e risalita del cuneo salino ha provocato negli ultimi anni gravi difficoltà per l&#8217;agricoltura. Durante la crisi idrica del 2022, </span><b>l&#8217;acqua marina risalì per decine di chilometri</b><span style="font-weight: 400;"> lungo il corso del fiume, compromettendo l&#8217;irrigazione di migliaia di ettari coltivati e causando danni a produzioni orticole, cerealicole e frutticole. Oggi le circostanze sono simili: secondo l&#8217;</span><a href="https://www.adbpo.it/nord-italia-il-distretto-del-po-resta-sotto-la-morsa-della-siccita/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">Autorità di bacino distrettuale del fiume Po</span></a><span style="font-weight: 400;"> (ADBPO), il fenomeno interessa vaste aree coltivate, con una particolare vulnerabilità delle pianure costiere ai periodi di scarsità idrica. La </span><b>gestione sostenibile</b><span style="font-weight: 400;"> delle risorse idriche e il rafforzamento delle infrastrutture di regolazione rappresentano strumenti fondamentali per aumentare la resilienza dell&#8217;agricoltura.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una situazione analoga, seppure con caratteristiche diverse, interessa alcune aree costiere del Veneto, dell&#8217;Emilia-Romagna, della Toscana, della Puglia e della Sicilia, dove l&#8217;</span><b>eccessivo sfruttamento delle falde</b><span style="font-weight: 400;"> favorisce la penetrazione dell&#8217;acqua salata. Con un rapporto del luglio 2026, il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) ha </span><a href="https://www.cmcc.it/article/climate-spread-the-cost-of-warming-for-italys-public-finances-and-economic-growth" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">quantificato</span></a><span style="font-weight: 400;"> il </span><b>legame tra rischio climatico e finanze pubbliche italiane</b><span style="font-weight: 400;">, mostrando come i cambiamenti potrebbero ulteriormente indebolire la già fragile crescita economica del Paese e peggiorare la sostenibilità del debito.</span></p>
<h3><b>Dalle rese agricole alla qualità delle produzioni</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;aumento della salinità non comporta soltanto una diminuzione delle rese produttive, poiché in molti casi </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/cibo-e-cambiamenti-climatici/" target="_blank" rel="noopener"><b>modifica anche le caratteristiche qualitative</b></a><span style="font-weight: 400;"> dei raccolti. Le colture più sensibili, come lattuga, fagiolo, carota, cipolla e numerose specie frutticole, possono registrare </span><b>riduzioni significative della crescita</b><span style="font-weight: 400;">, già in presenza di concentrazioni saline relativamente contenute. Anche </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/crisi-del-riso/" target="_blank" rel="noopener"><b>riso</b></a><span style="font-weight: 400;">, mais e agrumi risentono dell&#8217;accumulo di sali nel terreno, soprattutto durante le fasi più delicate dello sviluppo vegetativo. Questo perché la presenza di elevate concentrazioni saline altera non soltanto la disponibilità di acqua per le radici, ma anche l&#8217;</span><b>equilibrio nutrizionale delle piante</b><span style="font-weight: 400;">, riducendo l&#8217;assorbimento di elementi essenziali come potassio, calcio e magnesio. Ecco perché questo fenomeno può tradursi in una minore produttività, ma anche in un </span><b>peggioramento della qualità commerciale</b><span style="font-weight: 400;"> dei prodotti agricoli.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Altre specie, come pomodoro, barbabietola da zucchero, </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/olio-doliva-a-olio-capitale-novita/" target="_blank" rel="noopener"><b>olivo</b></a><span style="font-weight: 400;"> e alcune varietà di vite, mostrano invece una maggiore capacità di adattamento, pur subendo effetti negativi quando la salinità supera determinate soglie.</span></p>
<h2><b>La ricerca punta sull&#8217;adattamento</b></h2>
<figure id="attachment_154354" aria-describedby="caption-attachment-154354" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154354" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/agricoltura-salina.jpg" alt="agricoltura salina" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154354" class="wp-caption-text">NYKStudio/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Di fronte a un fenomeno destinato ad accentuarsi, si stanno sviluppando strategie sempre più avanzate per aumentare la resilienza dell&#8217;agricoltura costiera. Una delle principali linee di ricerca riguarda la </span><b>selezione di varietà naturalmente più tolleranti</b><span style="font-weight: 400;"> al sale. Attraverso il miglioramento genetico convenzionale e le moderne tecniche di genomica, le ricerche stanno individuando cultivar capaci di mantenere buoni livelli produttivi anche in presenza di moderate concentrazioni saline.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Parallelamente, cresce l&#8217;interesse verso l&#8217;</span><b>agricoltura salina</b><span style="font-weight: 400;">, cioè l&#8217;insieme delle tecniche che consentono di coltivare in ambienti caratterizzati da acque o suoli salmastri. In alcune aree vengono sperimentate specie naturalmente adattate, dette </span><b>alofite</b><span style="font-weight: 400;">, mentre altri studi puntano a migliorare la gestione dell&#8217;irrigazione, il drenaggio dei terreni e il recupero dei suoli degradati. Per garantire la </span><b>sicurezza alimentare nelle aree più esposte</b><span style="font-weight: 400;">, queste strategie sono fondamentali, come lo è una gestione sostenibile delle risorse idriche e della conservazione della fertilità del suolo.</span></p>
<h3><b>Gestione dell&#8217;acqua e Nature-based Solutions</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Accanto all&#8217;innovazione genetica, assumono un ruolo crescente le cosiddette </span><b>Nature-based Solutions</b><span style="font-weight: 400;">, cioè soluzioni ispirate ai processi naturali. Tra le principali strategie che possono contribuire a limitare l&#8217;avanzata del cuneo salino rientrano:</span></p>
<ul>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">il ripristino delle zone umide costiere;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">la ricarica controllata delle falde con acqua dolce;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">la rinaturalizzazione dei corsi d&#8217;acqua;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">la protezione delle dune litoranee.</span></li>
</ul>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche l&#8217;</span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/qualita-agroalimentare-cirio-agricola/" target="_blank" rel="noopener"><b>agricoltura di precisione</b></a><span style="font-weight: 400;"> mette oggi a disposizione strumenti sempre più efficaci: sensori installati nei terreni, immagini satellitari e sistemi digitali consentono di </span><b>monitorare in tempo reale</b><span style="font-weight: 400;"> la salinità del suolo e ottimizzare l&#8217;uso dell&#8217;acqua, riducendo sia gli sprechi sia il rischio di accumulo di sali. Affrontare questo problema richiede un </span><b>approccio integrato</b><span style="font-weight: 400;"> che coinvolga pianificazione territoriale, gestione sostenibile degli acquiferi, adattamento climatico e innovazione tecnologica. Intervenire soltanto sul singolo appezzamento infatti non è sufficiente se l&#8217;intero bacino idrografico continua a perdere risorse idriche o a subire l&#8217;intrusione marina.</span></p>
<h3><b>Limitare la salinizzazione per il futuro dell&#8217;agricoltura</b></h3>
<figure id="attachment_154355" aria-describedby="caption-attachment-154355" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154355" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/07/provetta.jpg" alt="provetta" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154355" class="wp-caption-text">William Edge/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;immagine del mare che lentamente penetra nei campi racconta con efficacia una delle trasformazioni più profonde indotte dal cambiamento climatico. A differenza di altri eventi estremi, la salinizzazione procede quasi silenziosamente, ma </span><b>modifica in modo duraturo</b><span style="font-weight: 400;"> la fertilità dei suoli, la disponibilità di acqua dolce e la capacità produttiva dei territori costieri. Per l&#8217;Italia, dove molte delle aree agricole più pregiate sorgono a breve distanza dal mare, questa rappresenta una reale minaccia. Difendere a lungo termine il suolo dall&#8217;eccesso di sali, perciò, significa proteggere produzioni di elevato valore economico, salvaguardare la </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/biodiversita-agricola-intervista/" target="_blank" rel="noopener"><b>biodiversità agricola</b></a><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>garantire la </b><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/grano-e-sicurezza-alimentare/" target="_blank" rel="noopener"><b>sicurezza alimentare</b></a><b> e l&#8217;economia agricola</b><span style="font-weight: 400;"> delle prossime generazioni.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Immagine in evidenza di: Lukas_Vejrik/shutterstock</em></strong></p>
<div class='read-this'><h4 class='read-this__title'>Leggi anche</h4><div class='read-this__list-wrapper'><span class='read-this__category'>Attualità</span><ul class='read-this__list'><li><a href='https://www.ilgiornaledelcibo.it/biodiversita-agricola-intervista/'>Biodiversità agricola: perché va salvata? Il progetto Cercatori di semi</a></li></ul></div></div>
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		<title>Palombo: che pesce è, come riconoscerlo e come cucinarlo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cibo e Curiosità]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="1920" height="1280" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2008/05/Progetto-senza-titolo-2026-08-06T095508.849.jpg.webp" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="palombo sul banco del pesce" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2008/05/Progetto-senza-titolo-2026-08-06T095508.849.jpg.webp 1920w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2008/05/Progetto-senza-titolo-2026-08-06T095508.849-300x200.jpg.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2008/05/Progetto-senza-titolo-2026-08-06T095508.849-1200x800.jpg.webp 1200w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2008/05/Progetto-senza-titolo-2026-08-06T095508.849-768x512.jpg.webp 768w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2008/05/Progetto-senza-titolo-2026-08-06T095508.849-1536x1024.jpg.webp 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
<p>Il palombo è uno squalo dalle carni bianche e compatte: scopri come riconoscerlo, dove vive, come cucinarlo e cosa sapere prima dell’acquisto.</p>
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<p class="isSelectedEnd">Il <strong>palombo</strong> è spesso venduto già spellato e tagliato in tranci, caratteristica che lo rende facile da cucinare ma anche difficile da riconoscere. Dietro questo nome commerciale si nasconde infatti un piccolo squalo dalle carni bianche e prive di spine, un tempo molto presente nella cucina italiana e oggi meno comune sui banchi delle pescherie.</p>
<p class="isSelectedEnd">La consistenza soda e il sapore delicato lo rendono adatto a numerose preparazioni, dalla frittura alla cottura in umido. Prima di acquistarlo, però, è importante conoscerne la provenienza e la specie, perché il termine “palombo” può essere utilizzato per indicare animali differenti e alcune popolazioni risultano sottoposte a una forte pressione di pesca.</p>
<p class="isSelectedEnd">Vediamo dunque che pesce è il palombo, come riconoscerlo, dove vive e quali sono gli aspetti da considerare prima di portarlo in tavola.</p>
<h2>Che pesce è il palombo?</h2>
<figure id="attachment_154493" aria-describedby="caption-attachment-154493" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154493" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2008/05/Progetto-senza-titolo-2026-08-06T095708.768.jpg" alt="palombo appena pescato" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154493" class="wp-caption-text">Jordan Fadden/shutterstock</figcaption></figure>
<p class="isSelectedEnd">Il palombo comune, il cui nome scientifico è <strong>Mustelus mustelus</strong>, appartiene alla famiglia dei <strong>Triakidi</strong> e all’ordine dei Carcharhiniformi. Si tratta quindi, a tutti gli effetti, di uno squalo.</p>
<p class="isSelectedEnd">Ha un corpo allungato e affusolato, una testa relativamente piatta e un muso corto e arrotondato. Il dorso presenta una colorazione compresa tra il grigio e il grigio-bruno, mentre il ventre è più chiaro. A differenza di squali più grandi e aggressivi, possiede denti piccoli e appiattiti, adatti soprattutto a frantumare i gusci dei crostacei di cui si nutre.</p>
<p class="isSelectedEnd">Gli esemplari adulti raggiungono comunemente circa un metro di lunghezza, anche se possono superare questa misura. Vive vicino al fondale e si alimenta soprattutto di crostacei, ma anche di cefalopodi e piccoli pesci.</p>
<p class="isSelectedEnd">Con il nome commerciale di palombo vengono indicate principalmente due specie:</p>
<ul data-spread="false">
<li>il <strong>palombo comune o liscio</strong> (<em>Mustelus mustelus</em>);</li>
<li>il <strong>palombo stellato o nocciolo</strong> (<em>Mustelus asterias</em>), riconoscibile, quando venduto intero, per la presenza di piccoli punti chiari sul dorso.</li>
</ul>
<p class="isSelectedEnd">Poiché arriva spesso sul banco già privato della testa, della pelle e delle pinne, per il consumatore non è semplice distinguere le diverse specie soltanto osservando una fetta.</p>
<h2>Dove vive e dove viene pescato?</h2>
<p class="isSelectedEnd">Il palombo comune è diffuso nel <strong>Mar Mediterraneo</strong> e nell’<strong>Atlantico orientale</strong>. Vive soprattutto lungo le piattaforme continentali e sui primi tratti della scarpata, preferendo fondali sabbiosi, fangosi o misti.</p>
<p class="isSelectedEnd">Può frequentare acque relativamente costiere, ma è stato osservato anche a profondità superiori ai 300 metri. Il palombo stellato vive invece soprattutto nell’Atlantico nord-orientale e in parte del Mediterraneo, generalmente su fondali di sabbia e ghiaia.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il vecchio articolo sosteneva che il palombo fosse pescato soprattutto nel Mare del Nord e venduto quasi sempre congelato. Non è una regola generale: sul mercato può essere disponibile fresco o congelato e provenire da aree di pesca diverse. Per questo è sempre meglio controllare l’etichetta, dove devono comparire la denominazione commerciale, il nome scientifico, la zona di cattura e il metodo di produzione.</p>
<h2>Che sapore ha il palombo?</h2>
<figure id="attachment_154494" aria-describedby="caption-attachment-154494" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154494" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2008/05/Progetto-senza-titolo-2026-08-06T095814.846.jpg" alt="palombo con pomodoro" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154494" class="wp-caption-text">orsateodora/shutterstock</figcaption></figure>
<p class="isSelectedEnd">Il palombo ha <strong>carni bianche, compatte e prive delle classiche lische</strong>, perché il suo scheletro è costituito da cartilagine. Questa caratteristica lo rende pratico da mangiare e adatto anche a ricette in cui servono tranci regolari.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il sapore è piuttosto delicato e meno caratteristico rispetto a quello di molti pesci azzurri. La consistenza è soda, ma una cottura troppo lunga può renderlo asciutto e stopposo.</p>
<p class="isSelectedEnd">Per conservarne la morbidezza conviene quindi utilizzare temperature non eccessive, rispettare tempi brevi oppure cuocerlo all’interno di sughi e preparazioni umide.</p>
<h2>Come riconoscere il palombo fresco?</h2>
<p class="isSelectedEnd">Dal momento che viene commercializzato prevalentemente in tranci, non è sempre possibile utilizzare i classici indicatori di freschezza del pesce intero, come occhi e branchie.</p>
<p class="isSelectedEnd">Quando acquisti una fetta di palombo, controlla che:</p>
<ul data-spread="false">
<li>la carne sia <strong>compatta, umida e ben aderente alla cartilagine centrale</strong>;</li>
<li>il colore sia uniforme, bianco o lievemente rosato;</li>
<li>la superficie non presenti zone ingiallite, secche o scure;</li>
<li>l’odore sia delicato e marino, mai pungente o simile all’ammoniaca;</li>
<li>non sia presente una quantità eccessiva di liquido nella confezione.</li>
</ul>
<p class="isSelectedEnd">Un odore ammoniacale è un segnale da non sottovalutare. Negli squali e nelle razze alcune sostanze naturalmente presenti nei tessuti possono degradarsi dopo la morte e produrre odori sgradevoli quando il prodotto non è stato conservato correttamente.</p>
<p class="isSelectedEnd">Nel caso del prodotto congelato, verifica inoltre che la confezione sia integra, che non ci siano grandi cristalli di ghiaccio e che la catena del freddo non sia stata interrotta.</p>
<figure id="attachment_154496" aria-describedby="caption-attachment-154496" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154496" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2008/05/Progetto-senza-titolo-2026-08-06T100253.760.jpg" alt="palombo fresco" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154496" class="wp-caption-text">Victoria Kurylo/shutterstock</figcaption></figure>
<h2>Palombo, sostenibilità e tutela della specie</h2>
<p class="isSelectedEnd">Il palombo non dovrebbe essere considerato semplicemente un’alternativa economica al pesce spada.</p>
<p class="isSelectedEnd">Come tutti gli squali, presenta caratteristiche biologiche che lo rendono vulnerabile alla pesca eccessiva: cresce lentamente, raggiunge la maturità sessuale relativamente tardi e produce un numero limitato di piccoli. Le popolazioni hanno quindi tempi di recupero più lunghi rispetto a quelli di molte specie ossee.</p>
<p class="isSelectedEnd">La situazione cambia in base alla specie e alla zona di provenienza, ma il palombo comune è oggi considerato una specie minacciata a livello globale. Prima dell’acquisto è perciò importante verificare con attenzione il nome scientifico e l’area di pesca, evitando prodotti privi di informazioni chiare o provenienti da stock in difficoltà.</p>
<p class="isSelectedEnd">Anche variare le specie portate in tavola, senza concentrare il consumo sempre sugli stessi pesci, contribuisce a ridurre la pressione sulle risorse marine.</p>
<h2>Palombo e mercurio: cosa sapere</h2>
<p class="isSelectedEnd">Essendo uno squalo e quindi un predatore, il palombo può accumulare <strong>metilmercurio</strong> attraverso la catena alimentare. La quantità effettiva dipende da fattori come specie, dimensioni, età e area di provenienza.</p>
<p class="isSelectedEnd">Questo non significa che debba essere escluso in modo assoluto dall’alimentazione, ma è opportuno consumarlo con moderazione e alternarlo con pesci di taglia più piccola. Una particolare attenzione è raccomandata per bambini, donne in gravidanza o allattamento e persone che consumano frequentemente grandi pesci predatori.</p>
<p class="isSelectedEnd">L’etichetta e i consigli delle autorità sanitarie restano i riferimenti principali per compiere una scelta consapevole.</p>
<h2>Come cucinare il palombo</h2>
<figure id="attachment_154495" aria-describedby="caption-attachment-154495" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154495" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2008/05/Progetto-senza-titolo-2026-08-06T100041.734.jpg" alt="tranci di palombo con verdure" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154495" class="wp-caption-text">Framarzo/shutterstock</figcaption></figure>
<p class="isSelectedEnd">La sua carne compatta si presta a preparazioni diverse, ma il segreto è non prolungare troppo la cottura.</p>
<h3>Palombo in umido</h3>
<p class="isSelectedEnd">È probabilmente il metodo più adatto per mantenerlo morbido. I tranci possono essere cotti in un sugo di pomodoro con aglio, olive, capperi ed erbe aromatiche.</p>
<p class="isSelectedEnd">A Roma è tradizionale il <strong>palombo con i piselli</strong>, una ricetta semplice nella quale le fette cuociono lentamente insieme a pomodoro e legumi, assorbendone il condimento.</p>
<h3>Palombo impanato e fritto</h3>
<p class="isSelectedEnd">Le fette spesse circa un centimetro possono essere passate prima nella farina, poi nell’uovo e infine nel pangrattato. Vanno fritte per pochi minuti, finché la panatura diventa dorata e la carne risulta appena cotta.</p>
<p class="isSelectedEnd">È possibile prepararle anche al forno o nella friggitrice ad aria, spennellandole con poco olio, pur ottenendo un risultato diverso rispetto alla frittura tradizionale.</p>
<h3>Palombo alla griglia o alla piastra</h3>
<p class="isSelectedEnd">Per questa cottura è consigliabile marinare brevemente i tranci con olio extravergine, limone, aglio ed erbe aromatiche. Una marinatura di circa trenta minuti aiuta ad aromatizzare la carne, ma non deve essere troppo lunga per evitare che l’acidità ne modifichi eccessivamente la consistenza.</p>
<p class="isSelectedEnd">La griglia deve essere calda e la cottura rapida, girando il pesce una sola volta.</p>
<h3>Palombo al forno</h3>
<p class="isSelectedEnd">Al forno può essere cucinato con patate, pomodorini, olive e cipolla oppure al cartoccio con agrumi ed erbe aromatiche. La presenza delle verdure e dei liquidi di cottura contribuisce a mantenerlo morbido.</p>
<h2>Gli abbinamenti migliori</h2>
<figure id="attachment_154497" aria-describedby="caption-attachment-154497" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154497" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2008/05/Progetto-senza-titolo-2026-08-06T100559.759.jpg" alt="palombo in umido" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154497" class="wp-caption-text">BBA Photography/shutterstock</figcaption></figure>
<p class="isSelectedEnd">Il sapore delicato del palombo si accompagna bene a ingredienti decisi ma non troppo coprenti, come:</p>
<ul data-spread="false">
<li>pomodoro;</li>
<li>piselli;</li>
<li>patate;</li>
<li>olive e capperi;</li>
<li>aglio e prezzemolo;</li>
<li>limone;</li>
<li>rosmarino e timo;</li>
<li>pangrattato aromatico.</li>
</ul>
<p class="isSelectedEnd">Può essere utilizzato anche per sughi di pesce, zuppe e spezzatini di mare, sempre facendo attenzione a inserirlo verso la fine della preparazione.</p>
<h2>Un pesce da conoscere prima di acquistare</h2>
<p class="isSelectedEnd">Il palombo è un ingrediente versatile, facile da cucinare e apprezzato per l’assenza di lische. Oggi, tuttavia, conoscerne soltanto le qualità gastronomiche non basta.</p>
<p class="isSelectedEnd">Sapere che si tratta di uno squalo, controllare il nome scientifico, verificare la provenienza e considerare lo stato di conservazione della specie permette di compiere una scelta più informata.</p>
<p>Quando lo acquisti, affidati quindi a un venditore di fiducia, leggi attentamente l’etichetta e alterna il palombo con specie più piccole e abbondanti. In cucina, invece, privilegia cotture brevi o umide: sono quelle che meglio rispettano la consistenza delle sue carni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Immagine in evidenza di: Achim Kietzmann/shutterstock</em></strong></p>
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		<title>Troppo caldo nelle stalle: stress termico e calo della produzione di latte in Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Matteo Garuti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 06:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[caldo nelle stalle]]></category>
		<category><![CDATA[stress termico]]></category>
		<category><![CDATA[calo produzione latte]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="1920" height="1280" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-77-1.jpg.webp" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="mucche" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-77-1.jpg.webp 1920w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-77-1-300x200.jpg.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-77-1-1200x800.jpg.webp 1200w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-77-1-768x512.jpg.webp 768w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-77-1-1536x1024.jpg.webp 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
<p>Lo stress termico colpisce gli allevamenti europei: meno latte, benessere animale a rischio e nuove tecnologie per affrontare il cambiamento climatico.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="1920" height="1280" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-77-1.jpg.webp" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="mucche" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-77-1.jpg.webp 1920w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-77-1-300x200.jpg.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-77-1-1200x800.jpg.webp 1200w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-77-1-768x512.jpg.webp 768w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-77-1-1536x1024.jpg.webp 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Le </span><b>temperature estreme</b><span style="font-weight: 400;"> e le ondate di calore che si susseguono, con periodi di afa prolungati, non mettono in difficoltà soltanto le persone e le colture agricole. Anche gli </span><b>allevamenti bovini</b><span style="font-weight: 400;">, infatti, ne stanno subendo gli effetti, con conseguenze dirette sul </span><b>benessere animale</b><span style="font-weight: 400;">, sulla </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/perche-il-latte-costa-di-piu-gli-effetti-del-caldo-sulle-stalle-italiane/" target="_blank" rel="noopener"><b>produzione di latte</b></a><span style="font-weight: 400;"> e sulla sostenibilità economica delle aziende. Negli ultimi anni la comunità scientifica ha raccolto un numero crescente di evidenze che dimostrano come lo </span><b>stress termico</b><span style="font-weight: 400;"> rappresenti una delle principali sfide per la zootecnia europea. Ma nel dettaglio quali sono le conseguenze e cosa si sta facendo per porvi rimedio? Approfondiamo l’argomento, alla luce delle ricerche e dei dati più recenti.</span></p>
<h2><b>Un&#8217;estate difficile per le bovine da latte, che rischiano lo stress termico</b></h2>
<figure id="attachment_154468" aria-describedby="caption-attachment-154468" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154468" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-78-1.jpg" alt="mucca" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154468" class="wp-caption-text">Parilov/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">L’estate 2026 si è caratterizzata per un </span><b>numero record di ondate di calore</b><span style="font-weight: 400;">, sempre più frequenti e intense. Associati ai </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/cibo-e-cambiamenti-climatici/" target="_blank" rel="noopener"><b>cambiamenti climatici</b></a><span style="font-weight: 400;">, questi fenomeni riducono anche la capacità delle bovine da latte di mantenere elevati livelli produttivi, danneggiando un settore importante per l’economia agricola europea, e incidendo, ovviamente, anche sulla qualità della vita degli animali.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Una recente </span><a href="https://www.journalofdairyscience.org/article/S0022-0302(23)01212-2/fulltext" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">meta-analisi</span></a><span style="font-weight: 400;"> pubblicata nel 2024 sul </span><i><span style="font-weight: 400;">Journal of Dairy Science</span></i><span style="font-weight: 400;"> ha confermato che il caldo determina una riduzione significativa dell&#8217;ingestione di cibo, della </span><b>produzione di latte</b><span style="font-weight: 400;"> e della </span><b>concentrazione di proteine</b><span style="font-weight: 400;"> nel latte, con effetti che si ampliano all&#8217;aumentare della temperatura e dell&#8217;umidità. Il fenomeno interessa ormai gran parte dell&#8217;Europa continentale, dalla Pianura Padana fino agli allevamenti del Nord Europa: le estati sempre più torride stanno mettendo alla prova animali selezionati geneticamente per produrre grandi quantità di latte, ma </span><b>meno adattati alle elevate temperature</b><span style="font-weight: 400;">. A questo proposito, una recente </span><a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11758294/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">review</span></a><span style="font-weight: 400;"> pubblicata su </span><i><span style="font-weight: 400;">Frontiers in Veterinary Science</span></i><span style="font-weight: 400;"> ha sottolineato che lo stress da caldo rappresenta oggi una delle principali cause di perdita di produttività e di peggioramento del benessere nelle bovine ad alta produzione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A differenza dell&#8217;essere umano, infatti, le bovine dissipano il calore corporeo con maggiore difficoltà. Il loro metabolismo, particolarmente intenso durante la lattazione, produce grandi quantità di calore interno che, nelle giornate afose, diventa sempre più difficile eliminare. Per valutare il </span><b>rischio di stress termico</b><span style="font-weight: 400;">, gli allevatori e i ricercatori utilizzano il </span><b>Temperature-Humidity Index</b><span style="font-weight: 400;"> (THI), un indice che combina temperatura dell&#8217;aria e umidità relativa. Quando questo valore supera determinate soglie, generalmente comprese tra 68 e 72 per le bovine ad alta produzione, l&#8217;animale inizia ad attivare una serie di </span><b>meccanismi fisiologici per disperdere il calore</b><span style="font-weight: 400;">, aumentando la frequenza respiratoria, modificando il comportamento e riducendo progressivamente l&#8217;assunzione di alimento. Il problema non riguarda soltanto le giornate eccezionalmente calde, perché anche temperature moderate, se associate a un&#8217;elevata umidità e protratte per diversi giorni, possono impedire agli animali di recuperare durante la notte, determinando un progressivo </span><b>accumulo di calore corporeo</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<h3><b>Il latte diminuisce e cambia il profilo nutrizionale</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">La riduzione della produzione di latte è una conseguenza diretta delle strategie che l&#8217;organismo mette in atto per affrontare il caldo. Quando aumenta la temperatura, </span><b>la bovina mangia meno</b><span style="font-weight: 400;"> per limitare il calore prodotto durante la digestione, e di conseguenza, diminuisce l&#8217;energia disponibile per la sintesi del latte. Parallelamente, cresce il consumo di energia necessario per mantenere costante la temperatura corporea attraverso l&#8217;aumento della respirazione e del flusso sanguigno verso la cute.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">A quantificare questi effetti, analizzando decine di studi internazionali, è stata una </span><a href="https://www.journalofdairyscience.org/article/S0022-0302%2823%2901212-2/fulltext" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">meta-analisi</span></a><span style="font-weight: 400;"> dell&#8217;Università di Aarhus, in Danimarca, pubblicata sul </span><i><span style="font-weight: 400;">Journal of Dairy Science</span></i><span style="font-weight: 400;">. Gli autori hanno osservato che, con l&#8217;aumentare del THI, diminuiscono sia l&#8217;ingestione di sostanza secca sia la produzione di latte corretto per l&#8217;energia (ECM). Nei bovini in piena lattazione, ogni incremento del THI è associato a un </span><b>progressivo peggioramento delle prestazioni produttive</b><span style="font-weight: 400;">. Oltre alla quantità di latte, possono modificarsi anche alcune caratteristiche qualitative, e in particolare si sono osservate </span><b>riduzioni del contenuto proteico</b><span style="font-weight: 400;"> e, in alcune condizioni, </span><b>variazioni nella composizione del grasso</b><span style="font-weight: 400;">, con possibili ripercussioni sulla trasformazione casearia.</span></p>
<h3><b>Troppo caldo nelle stalle: non è solo una questione di produzione</b></h3>
<figure id="attachment_154469" aria-describedby="caption-attachment-154469" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154469" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-79-1.jpg" alt="fattoria moderna" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154469" class="wp-caption-text">Alida_Garcia/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli effetti dello stress termico dovuto alla </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/crisi-climatica-agricoltura/"><b>crisi climatica</b></a><span style="font-weight: 400;">, però, vanno ben oltre il semplice calo della resa. Le mucche trascorrono più tempo in piedi per favorire la dispersione del calore, </span><b>riducono l&#8217;attività motoria</b><span style="font-weight: 400;"> e modificano i propri </span><b>ritmi alimentari</b><span style="font-weight: 400;">, concentrando l&#8217;assunzione di cibo nelle ore più fresche della giornata. L&#8217;aumento della frequenza respiratoria e della temperatura corporea rappresenta uno dei primi segnali osservabili dagli allevatori. Sul lungo periodo, il caldo </span><b>può compromettere anche la fertilità</b><span style="font-weight: 400;">, aumentare la suscettibilità ad alcune </span><b>patologie metaboliche</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>ridurre la longevità produttiva</b><span style="font-weight: 400;"> degli animali. Lo stress termico, infatti, influisce contemporaneamente su benessere, salute, riproduzione e produttività, non a caso rappresenta uno dei principali fattori di rischio per gli allevamenti da latte nelle aree temperate.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quello che fino a pochi decenni fa rappresentava un fenomeno limitato alle regioni tropicali interessa oggi anche gran parte dell&#8217;Europa. La crisi climatica, l&#8217;aumento delle temperature medie e la maggiore frequenza delle ondate di calore stanno rendendo lo stress termico una </span><b>componente strutturale della gestione degli allevamenti</b><span style="font-weight: 400;">. Senza adeguate strategie di adattamento, tutto questo potrebbe determinare </span><b>perdite produttive</b><span style="font-weight: 400;"> sempre più rilevanti e </span><b>aumentare i costi di gestione</b><span style="font-weight: 400;"> delle aziende zootecniche. I problemi da affrontare, quindi, non riguardano soltanto la tutela del benessere animale, ma anche la capacità del settore lattiero-caseario europeo di mantenere elevati livelli produttivi in un contesto climatico in rapida evoluzione.</span></p>
<h2><b>L&#8217;Europa scopre una vulnerabilità inattesa e l&#8217;Italia è sempre più esposta</b></h2>
<figure id="attachment_154470" aria-describedby="caption-attachment-154470" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154470" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-80-1.jpg" alt="mucca" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154470" class="wp-caption-text">Parilov/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Come abbiamo visto, oggi lo stress termico interessa sempre più frequentemente il continente europeo. Le bovine ad alta produzione, selezionate geneticamente per massimizzare la resa lattifera, producono infatti una notevole quantità di </span><b>calore metabolico</b><span style="font-weight: 400;"> e risultano particolarmente sensibili quando le temperature elevate si accompagnano a un&#8217;umidità persistente. Con il cambiamento climatico, il numero di giorni caratterizzati da condizioni favorevoli allo stress termico è </span><b>destinato ad aumentare</b><span style="font-weight: 400;"> in gran parte dell&#8217;Europa, con effetti che interesseranno non solo i Paesi mediterranei, ma anche regioni finora considerate relativamente fresche.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;Italia è particolarmente interessata dal fenomeno, con alcune zone più esposte di altre. Nella </span><b>Pianura Padana</b><span style="font-weight: 400;">, ad esempio, dove si concentra una parte rilevante della produzione lattiero-casearia nazionale e delle filiere dei grandi formaggi </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/dop-economy/" target="_blank" rel="noopener"><b>DOP</b></a><span style="font-weight: 400;">, durante l&#8217;estate le temperature elevate sono associate a un&#8217;umidità spesso molto alta. Questa combinazione rende più difficile la dispersione del calore corporeo da parte degli animali. Il bacino del Mediterraneo, del resto, rappresenta uno dei principali hotspot del cambiamento climatico, con un aumento della frequenza delle ondate di calore e delle notti tropicali che potrebbe </span><b>accentuare ulteriormente il problema nei prossimi decenni</b><span style="font-weight: 400;">. Per gli allevamenti italiani, ciò significa affrontare non solo un calo della produzione di latte durante i mesi più caldi, ma anche costi crescenti legati al raffrescamento delle strutture, al consumo energetico e alla gestione sanitaria degli animali.</span></p>
<h3><b>Il caldo colpisce le grandi filiere Dop italiane</b></h3>
<figure id="attachment_150751" aria-describedby="caption-attachment-150751" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-150751" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2025/10/varieta-di-formaggi.jpg" alt="varietà di formaggi" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-150751" class="wp-caption-text">Sach336699/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Le conseguenze dello stress termico si estendono all&#8217;intera filiera lattiero-casearia, a maggior ragione se si parla di produzioni di </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/formaggi-e-crisi-climatica/"><b>formaggi</b></a><span style="font-weight: 400;"> strettamente legate alla disponibilità di latte di elevata qualità. Quando le alte temperature riducono la produzione delle bovine e modificano la composizione del latte, possono aumentare le </span><b>difficoltà nella trasformazione casearia</b><span style="font-weight: 400;"> e diminuire la resa in formaggio. La qualità della materia prima rappresenta uno degli elementi fondamentali per ottenere prodotti conformi ai disciplinari di produzione e con caratteristiche costanti, come nel caso per  esempio, del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In questo contesto, come abbiamo visto approfondendo l’esempio innovativo di </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/qualita-agroalimentare-cirio-agricola/" target="_blank" rel="noopener"><b>Cirio Agricola</b></a><span style="font-weight: 400;">, investire in sistemi di raffrescamento delle stalle, monitoraggio del benessere animale e gestione di precisione non significa soltanto proteggere la produzione di latte. Tali miglioramenti si riflettono direttamente sulla </span><b>salvaguardia del valore economico e culturale</b><span style="font-weight: 400;"> di alcune delle eccellenze agroalimentari più rappresentative del Made in Italy, il cui successo sui mercati internazionali dipende anche </span><b>dalla continuità e dalla qualità della materia prima</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<h3><b>Le stalle del futuro saranno sempre più intelligenti</b></h3>
<figure id="attachment_129688" aria-describedby="caption-attachment-129688" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-129688" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2022/11/allevamento-mucche-latte.jpg" alt="" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-129688" class="wp-caption-text">Vladimir Mulder/shutterstock.com</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">La risposta della ricerca propone una combinazione di innovazioni: negli allevamenti moderni, infatti, vengono sempre più frequentemente installati </span><b>ventilatori ad alta efficienza</b><span style="font-weight: 400;">, sistemi di </span><b>raffrescamento evaporativo</b><span style="font-weight: 400;">, doccette intermittenti, sensori ambientali e dispositivi indossabili capaci di monitorare temperatura corporea, attività motoria e frequenza respiratoria delle bovine. L&#8217;obiettivo è individuare precocemente i primi segnali di stress termico e intervenire prima che la produzione di latte inizi a diminuire.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Anche </span><b>l&#8217;alimentazione viene adattata</b><span style="font-weight: 400;"> durante i periodi più caldi, aumentando la densità energetica delle razioni e distribuendo gli alimenti nelle ore più fresche della giornata, quando gli animali tendono ad alimentarsi con maggiore regolarità. Nel complesso, la combinazione tra </span><b>monitoraggio digitale, gestione ambientale e nutrizione</b><span style="font-weight: 400;"> rappresenta oggi la strategia più efficace per limitare gli effetti dello stress da caldo.</span></p>
<h2><b>Dalla ricerca alla pratica: le esperienze nelle stalle italiane</b></h2>
<figure id="attachment_154471" aria-describedby="caption-attachment-154471" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154471" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-81-1.jpg" alt="stalla" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154471" class="wp-caption-text">BearFotos/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Molte aziende zootecniche italiane </span><b>hanno già iniziato ad adattarsi</b><span style="font-weight: 400;"> alle estati sempre più calde, investendo in tecnologie per migliorare il benessere animale, come quelle appena citate. Tutto parte dal </span><b>monitoraggio continuo</b><span style="font-weight: 400;"> di temperatura e umidità e dall’utilizzo di collari intelligenti, in grado di rilevare parametri come attività, ruminazione e frequenza respiratoria. Queste soluzioni, sostenute anche da programmi di innovazione promossi nell&#8217;ambito della Politica agricola comune (PAC) e del Partenariato europeo per l&#8217;innovazione in agricoltura (EIP-AGRI), consentono agli allevatori di </span><b>intervenire tempestivamente</b><span style="font-weight: 400;"> quando aumenta il rischio di stress termico, contribuendo a limitare le perdite produttive e a migliorare il benessere degli animali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un&#8217;altra linea di ricerca riguarda la </span><b>genetica</b><span style="font-weight: 400;">, per selezionare caratteristiche associate a una maggiore tolleranza al caldo, con l&#8217;obiettivo di sviluppare animali capaci di mantenere elevate produzioni anche in condizioni climatiche più difficili. Non si tratta di sostituire le razze oggi allevate, ma di integrare nei programmi di selezione </span><b>nuovi caratteri legati alla resilienza climatica</b><span style="font-weight: 400;">, mantenendo al tempo stesso elevati standard produttivi e sanitari.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">La genetica, tuttavia, non potrà da sola risolvere il problema. Gli esperti concordano nel ritenere che l&#8217;adattamento dovrà coinvolgere contemporaneamente:</span></p>
<ul>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">gestione aziendale;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">progettazione delle stalle;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">nutrizione;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">benessere animale;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">innovazione tecnologica.</span></li>
</ul>
<p><span style="font-weight: 400;">Le ricerche, insieme ai dati raccolti negli ultimi anni, mostrano con chiarezza che lo stress termico </span><b>non può più essere considerato un evento eccezionale</b><span style="font-weight: 400;">, ma sta già diventando una condizione con cui gli allevatori devono convivere. Investire in strutture più efficienti, sistemi di monitoraggio intelligente, strategie nutrizionali innovative e programmi di selezione genetica rappresenta quindi non soltanto una misura di adattamento al cambiamento climatico, ma anche una </span><b>scelta indispensabile</b><span style="font-weight: 400;"> per garantire il benessere animale e preservare una delle produzioni agroalimentari più importanti d&#8217;Europa. Come abbiamo visto, la capacità di coniugare </span><b>innovazione, sostenibilità e tutela degli animali</b><span style="font-weight: 400;"> sarà uno degli elementi decisivi per il futuro del settore lattiero-caseario europeo.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Immagine in evidenza di: Parilov/shutterstock</em></strong></p>
<div class='read-this'><h4 class='read-this__title'>Leggi anche</h4><div class='read-this__list-wrapper'><span class='read-this__category'>Attualità</span><ul class='read-this__list'><li><a href='https://www.ilgiornaledelcibo.it/perche-il-latte-costa-di-piu-gli-effetti-del-caldo-sulle-stalle-italiane/'>Perché il latte costa di più: gli effetti del caldo sulle stalle italiane</a></li></ul></div></div>
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		<title>Dolomiti Horeca 2026, il futuro del turismo alpino parte dal post Olimpiadi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angela Osti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[spreco alimentare]]></category>
		<category><![CDATA[dolomiti horeca]]></category>
		<category><![CDATA[fiere italiane]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="1920" height="1280" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-07T081539.631.jpg.webp" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="panorama cortina" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-07T081539.631.jpg.webp 1920w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-07T081539.631-300x200.jpg.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-07T081539.631-1200x800.jpg.webp 1200w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-07T081539.631-768x512.jpg.webp 768w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-07T081539.631-1536x1024.jpg.webp 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
<p>Dolomiti Horeca 2026 guarda al post Olimpiadi: turismo, enogastronomia, innovazione e ospitalità al centro della crescita delle Dolomiti.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="1920" height="1280" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-07T081539.631.jpg.webp" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="panorama cortina" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-07T081539.631.jpg.webp 1920w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-07T081539.631-300x200.jpg.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-07T081539.631-1200x800.jpg.webp 1200w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-07T081539.631-768x512.jpg.webp 768w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-07T081539.631-1536x1024.jpg.webp 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Le Olimpiadi Invernali di Milano</span> <a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/dove-mangiare-a-cortina-dampezzo/" target="_blank" rel="noopener"><b>Cortina</b></a> <span style="font-weight: 400;">2026 hanno acceso i riflettori sulle Dolomiti come poche altre occasioni nella storia recente. Milioni di spettatori hanno riscoperto un territorio capace di coniugare paesaggi iconici, ospitalità di qualità e una proposta enogastronomica sempre più apprezzata a livello internazionale. Ma, conclusi i Giochi, inizia la sfida più importante: trasformare quella straordinaria visibilità in una crescita stabile e duratura.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sarà questo l’ambizioso compito di </span><b>Dolomiti Horeca 2026</b><span style="font-weight: 400;">, in programma </span><b>dal 12 al 14 ottobre a Longarone Fiere Dolomiti</b><span style="font-weight: 400;">. La manifestazione, giunta alla sesta edizione, nasce con un obiettivo preciso: mettere in relazione tutti gli attori della filiera dell&#8217;ospitalità per costruire il futuro del turismo alpino, andando oltre l&#8217;effetto mediatico delle </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/fabio-pompanin-chef-olimpiadi-parigi-2024/" target="_blank" rel="noopener"><b>Olimpiadi</b></a><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<h2><b>L&#8217;eredità delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026</b></h2>
<figure id="attachment_154517" aria-describedby="caption-attachment-154517" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154517" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-07T081749.416.jpg" alt="camminata in montagna" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154517" class="wp-caption-text">Unai Huizi Photography/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Quando si parla di grandi eventi sportivi, il successo non si misura soltanto durante le  </span><span style="font-weight: 400;">competizioni. Il vero banco di prova arriva nei mesi e negli anni successivi, quando territori e imprese sono chiamati a valorizzare gli investimenti e l&#8217;attenzione internazionale ricevuta.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel caso di </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/spreco-alimentare-olimpiadi/" target="_blank" rel="noopener"><b>Milano Cortina 2026</b></a><span style="font-weight: 400;">, le stime parlano di un impatto economico complessivo superiore ai 6 miliardi di euro, destinato a produrre effetti anche nel medio periodo. A questo si aggiunge </span><b>una spesa turistica differita stimata in circa 1,2 miliardi di euro</b><span style="font-weight: 400;">, con benefici che coinvolgono alberghi, ristoranti, attività commerciali e servizi dell&#8217;intero arco alpino.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le Dolomiti, oggi più che mai, sono percepite come </span><b>una destinazione capace di vivere durante tutto l&#8217;anno</b><span style="font-weight: 400;">, non soltanto nella stagione sciistica. Il turismo estivo continua a crescere, aumentano gli arrivi internazionali e cambiano anche le abitudini dei visitatori, che scelgono soggiorni più lunghi e ricercano un&#8217;esperienza più autentica del territorio.</span></p>
<h2><b>Il turismo evolve in qualità, soggiorni più lunghi ed esperienze autentiche</b></h2>
<p><span style="font-weight: 400;">Il turismo alpino sta attraversando una trasformazione radicale. I dati più recenti evidenziano un aumento delle presenze straniere, soprattutto provenienti dagli </span><b>Stati Uniti, dal Nord Europa e dall&#8217;Asia</b><span style="font-weight: 400;">, mercati che stanno contribuendo a rafforzare il posizionamento internazionale delle Dolomiti. Anche la permanenza media cresce, passando da </span><b>3,8 a 4,6 notti. </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un dato rilevante che racconta un nuovo modo di vivere la</span><b> </b><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/pizza-di-montagna-lovatel/" target="_blank" rel="noopener"><b>montagna</b></a><span style="font-weight: 400;">: l’era del turismo &#8220;mordi e fuggi&#8221; sta lasciando spazio a quella del </span><b>turismo lento</b><span style="font-weight: 400;">, alle </span><b>vacanze esperienziali</b><span style="font-weight: 400;">, al fenomeno della workation, ovvero la possibilità di lavorare da remoto in una località di villeggiatura, e ai percorsi dedicati all&#8217;</span><b>enogastronomia locale</b><span style="font-weight: 400;">, elementi che permettono di distribuire i flussi durante tutto l&#8217;anno e di valorizzare anche le aree meno conosciute. È il segno di un turismo sempre più orientato alla qualità.</span></p>
<h2><b>Dolomiti Horeca 2026: il punto di incontro dell&#8217;ospitalità alpina</b></h2>
<figure id="attachment_154518" aria-describedby="caption-attachment-154518" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154518" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-07T081957.196.jpg" alt="aperitivo nelle dolomiti" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154518" class="wp-caption-text">Michele with a Camera/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Dolomiti Horeca si propone come una vera </span><b>piattaforma di sviluppo per il comparto Ho.Re.Ca.</b><span style="font-weight: 400;">, riunendo imprese, produttori, istituzioni, associazioni di categoria e operatori del turismo. Le tre giornate della manifestazione saranno caratterizzate da </span><b>incontri B2B, masterclass, approfondimenti dedicati agli operatori, momenti di networking tra aziende e professionisti</b><span style="font-weight: 400;"> e occasioni di confronto sulle nuove esigenze del mercato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La manifestazione nasce nel 2019 &#8211; anno dell&#8217;assegnazione delle Olimpiadi a Milano e Cortina &#8211; con l&#8217;obiettivo di accompagnare il settore verso questa importante opportunità. Oggi quel percorso entra nella sua fase più significativa: consolidare quanto costruito e trasformare la legacy olimpica in un vantaggio competitivo permanente. Come ha ricordato il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, in occasione della consegna da parte del Comitato Olimpico Internazionale dell’Ordine Olimpico in Argento, “la legacy olimpica è l’eredità concreta che resta ai territori: infrastrutture moderne, opportunità di lavoro, crescita economica e una rinnovata cultura dello sport. Le Olimpiadi ci hanno ricordato che lo sport è uno strumento straordinario di coesione, inclusione e sviluppo. Sta a noi trasformare ogni evento in un volano permanente di crescita”.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La scorsa edizione di Dolomiti Horeca, quella pre olimpica, ha registrato:</span></p>
<ul>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">oltre </span><b>7.200 visitatori</b><span style="font-weight: 400;">;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">una </span><b>crescita del 15% degli operatori unici</b><span style="font-weight: 400;">;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><b>224 espositori</b><span style="font-weight: 400;"> diretti;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><b>258 marchi</b><span style="font-weight: 400;"> rappresentati;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">aziende provenienti da </span><b>15 regioni italiane</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>11 Paesi esteri</b><span style="font-weight: 400;">.</span></li>
</ul>
<p><span style="font-weight: 400;">Un&#8217;evoluzione che testimonia il crescente interesse verso una manifestazione sempre più riconosciuta come punto di riferimento per l&#8217;ospitalità delle aree montane del Veneto, del Friuli Venezia Giulia e del Trentino-Alto Adige.</span></p>
<h2><b>L&#8217;enogastronomia come motore della competitività delle Dolomiti</b></h2>
<figure id="attachment_154519" aria-describedby="caption-attachment-154519" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154519" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-2026-08-07T082145.513.jpg" alt="pranzo tipico di un rifugio delle dolomiti" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154519" class="wp-caption-text">MC MEDIASTUDIO/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra i temi centrali dell&#8217;edizione 2026 emerge il</span> <a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/rapporto-sul-turismo-enogastronomico-italiano-2021/" target="_blank" rel="noopener"><b>turismo enogastronomico</b></a><span style="font-weight: 400;">, considerato uno degli asset più strategici per la crescita del territorio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le Dolomiti possono contare su </span><b>un patrimonio fatto di prodotti DOP e IGP</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>produzioni artigianali, </b><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/vigneti-eroici-e-storici/" target="_blank" rel="noopener"><b>viticoltura eroica</b></a><b> e tradizioni gastronomiche</b><span style="font-weight: 400;"> che rappresentano un valore aggiunto per l&#8217;intera destinazione. La vera sfida è trasformare queste eccellenze in un&#8217;offerta integrata, capace di mettere in rete produttori, ristoratori, albergatori e operatori turistici. Dolomiti Horeca punta proprio a favorire questo dialogo.</span></p>
<h3><b>La sfida del capitale umano</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Accanto alla crescita della domanda turistica emerge una delle principali criticità del comparto: la carenza di personale qualificato. Durante la manifestazione, sarà dedicato ampio spazio al tema dell&#8217;occupazione, coinvolgendo realtà come </span><b>Veneto Lavoro</b><span style="font-weight: 400;">, istituti scolastici e associazioni di categoria.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I risultati dell&#8217;edizione 2025 hanno dimostrato il potenziale di questa iniziativa: durante la manifestazione sono stati realizzati </span><b>75 colloqui di lavoro</b><span style="font-weight: 400;">, oltre la metà dei quali si è trasformata in un secondo incontro. Sono inoltre arrivate cinque proposte di assunzione immediate, mentre nei giorni successivi le aziende hanno ricevuto più di </span><b>300 candidature</b><span style="font-weight: 400;">, con selezioni attivate per circa</span><b> 50 posizioni aperte</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<h3><b>Dal 12 al 14 ottobre 2026 Longarone guarda al futuro</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Dolomiti Horeca vuole essere il luogo in cui la spinta generata dalle Olimpiadi Invernali di  Milano Cortina 2026 si traduce in strategie, relazioni e nuove opportunità per il turismo alpino. Un&#8217;occasione per costruire un modello di sviluppo capace di valorizzare il territorio durante tutto l&#8217;anno, rafforzando la competitività delle imprese e promuovendo un&#8217;ospitalità sempre più sostenibile, integrata e orientata alla qualità. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’appuntamento è quindi dal 12 al 14 ottobre a Longarone Fiere Dolomiti. L&#8217;accesso alla manifestazione è riservato agli operatori del settore Ho.Re.Ca. ed è gratuito previa registrazione o su invito degli espositori.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Immagine in evidenza di: SCStock/shutterstock</em></strong></p>
<div class='read-this'><h4 class='read-this__title'>Leggi anche</h4><div class='read-this__list-wrapper'><span class='read-this__category'>Attualità</span><ul class='read-this__list'><li><a href='https://www.ilgiornaledelcibo.it/spreco-alimentare-olimpiadi/'>Milano Cortina 2026 contro lo spreco alimentare: il 100% del cibo non consumato verrà riutilizzato</a></li></ul></div></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/dolomiti-horeca-turismo-alpino/">Dolomiti Horeca 2026, il futuro del turismo alpino parte dal post Olimpiadi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it">Giornale del cibo</a>.</p>
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		<title>La longevità passa dal carrello della spesa? Il nuovo ruolo del cibo nella prevenzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Pirani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2026 06:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[longevità]]></category>
		<category><![CDATA[positive nutrition]]></category>
		<category><![CDATA[salute intestinale]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="1920" height="1280" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-72-1.jpg.webp" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="donna che fa la spesa" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-72-1.jpg.webp 1920w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-72-1-300x200.jpg.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-72-1-1200x800.jpg.webp 1200w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-72-1-768x512.jpg.webp 768w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-72-1-1536x1024.jpg.webp 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
<p>La longevità entra nel carrello: cresce l'attenzione degli italiani verso alimenti associati al benessere, tra prevenzione ed educazione alimentare.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="1920" height="1280" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-72-1.jpg.webp" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="donna che fa la spesa" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-72-1.jpg.webp 1920w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-72-1-300x200.jpg.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-72-1-1200x800.jpg.webp 1200w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-72-1-768x512.jpg.webp 768w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-72-1-1536x1024.jpg.webp 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
<p><span style="font-weight: 400;">La </span><b>longevità</b><span style="font-weight: 400;"> non è più soltanto un tema legato alla ricerca scientifica, alla medicina o agli stili di vita individuali. Sta entrando nella quotidianità delle persone anche attraverso un gesto semplice come </span><b>fare la spesa</b><span style="font-weight: 400;">, modificando il modo in cui gli italiani scelgono gli alimenti e interpretano il rapporto tra cibo e salute.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo una ricerca condotta da </span><i><span style="font-weight: 400;">YouGov</span></i><span style="font-weight: 400;"> (società internazionale specializzata in report di mercato e analisi dell’opinione pubblica) e presentata nell’ambito del webinar </span><i><span style="font-weight: 400;">“La longevity entra nel carrello”</span></i><span style="font-weight: 400;"> (</span><span style="font-weight: 400;">moderato da </span><b>Cristina Lazzati</b><span style="font-weight: 400;">, direttrice di Mark Up, Gdoweek e Fresh Point Magazine), </span><span style="font-weight: 400;">il </span><b>51% degli italiani</b> <b>dichiara di pensare spesso o sempre alla salute di lungo periodo quando acquista prodotti alimentari</b><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un dato che racconta un </span><b>cambiamento culturale significativo</b><span style="font-weight: 400;">: il cibo viene considerato sempre meno soltanto come una risposta a un bisogno immediato e sempre più come uno degli strumenti attraverso cui prendersi cura del proprio benessere nel tempo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La </span><b>salute</b><span style="font-weight: 400;"> entra quindi tra i </span><b>criteri che guidano le scelte quotidiane</b><span style="font-weight: 400;">, accanto a fattori tradizionali come qualità, prezzo, origine e caratteristiche nutrizionali dei prodotti. Un’evoluzione che riguarda sia i consumatori sia la filiera e che apre nuove riflessioni sul ruolo più ampio dell’educazione alimentare.</span></p>
<h2><b>Dal concetto di dieta alla “positive nutrition”</b></h2>
<figure id="attachment_147298" aria-describedby="caption-attachment-147298" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-147298" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2025/02/spesa-vegana.jpg" alt="Spesa vegana" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-147298" class="wp-caption-text">DC Studio/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggi il termine </span><i><span style="font-weight: 400;">longevity</span></i><span style="font-weight: 400;"> viene spesso associato alla promessa di vivere più a lungo, ma il tema centrale riguarda soprattutto la </span><b>possibilità di vivere meglio</b><span style="font-weight: 400;">. L’alimentazione assume così un ruolo importante all’interno di un approccio più ampio alla prevenzione, insieme ad attività fisica, qualità del sonno e attenzione alla salute generale. Negli ultimi anni si è affermato anche il concetto di </span><b><i>positive nutrition</i></b><span style="font-weight: 400;">: non soltanto ridurre o eliminare dalla tavola ciò che viene considerato negativo, ma aumentare l’attenzione verso alimenti e nutrienti che possono contribuire all’equilibrio della dieta, come </span><b>fibre, proteine, vitamine e composti bioattivi</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questa evoluzione si riflette anche nelle scelte quotidiane dei consumatori. Secondo la ricerca </span><i><span style="font-weight: 400;">YouGov</span></i><span style="font-weight: 400;">, nel confronto tra marzo 2026 e marzo 2025 aumentano le famiglie che acquistano prodotti associati al benessere, come </span><b>complessi vitaminici </b><span style="font-weight: 400;">(+5,8%), </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/come-si-fa-la-birra-analcolica/" target="_blank" rel="noopener"><b>birra analcolica</b></a><span style="font-weight: 400;"> (+15,9%), </span><b>formaggi a base di soia</b><span style="font-weight: 400;"> (+17,9%) e </span><b>succhi freschi</b><span style="font-weight: 400;"> (+7,8%). Cresce anche l’interesse verso alimenti più tradizionali ma riconosciuti come parte di un’alimentazione equilibrata, come l’</span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/olio-extravergine-d-oliva-italiano-le-varieta/" target="_blank" rel="noopener"><b>olio extravergine d’oliva</b></a><span style="font-weight: 400;"> (+3,3%) e il </span><b>tonno al naturale</b><span style="font-weight: 400;"> (+2,1%).</span></p>
<h3><b>Il boom degli alimenti legati alla salute intestinale</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra le categorie che meglio raccontano questo cambiamento ci sono gli </span><b>alimenti associati alla salute intestinale</b><span style="font-weight: 400;"> e alla ricerca di un maggiore equilibrio nutrizionale. Il </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/kefir-benefici-e-controindicazioni/" target="_blank" rel="noopener"><b>kefir</b></a><span style="font-weight: 400;">, per esempio, dal 2022 ha aumentato la propria presenza nelle famiglie italiane di quasi 19 punti percentuali, mentre lo </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/yogurt-greco-benefici/" target="_blank" rel="noopener"><b>yogurt greco</b></a><span style="font-weight: 400;"> è cresciuto di oltre 15 punti. Avanzano anche prodotti come </span><b>avena</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>avocado</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>semi di chia</b><span style="font-weight: 400;">, percepiti come ingredienti coerenti con uno stile alimentare più attento.</span></p>
<figure id="attachment_126175" aria-describedby="caption-attachment-126175" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-126175" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2022/06/bowl-avena-yogurt-greco.jpg" alt="" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-126175" class="wp-caption-text">artem evdokimov/shutterstock</figcaption></figure>
<h3><b>Anche la colazione cambia volto</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Il cambiamento delle abitudini alimentari emerge anche da uno dei momenti più importanti della giornata: la </span><b>colazione</b><span style="font-weight: 400;">. Secondo la ricerca </span><i><span style="font-weight: 400;">YouGov</span></i><span style="font-weight: 400;">, aumentano gli acquisti di prodotti percepiti come coerenti con un modello alimentare orientato al benessere, come il </span><b>kefir</b><span style="font-weight: 400;">, le </span><b>creme 100% frutta secca</b><span style="font-weight: 400;"> – ottenute esclusivamente dalla macinazione di mandorle, nocciole, arachidi o altra </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/quando-mangiare-frutta-secca/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">frutta secca</span></a><span style="font-weight: 400;">, senza zuccheri aggiunti – i </span><b>frutti di bosco</b><span style="font-weight: 400;"> e gli </span><b>yogurt senza lattosio</b><span style="font-weight: 400;">. Allo stesso tempo, diminuisce l’interesse verso alcune categorie più tradizionali della prima colazione, come merendine, succhi di frutta convenzionali, confetture zuccherate e yogurt da bere.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questi dati non indicano semplicemente il successo di nuovi prodotti, ma raccontano un cambiamento più ampio: il consumatore sembra cercare sempre più alimenti percepiti come coerenti con un modello di benessere quotidiano.</span></p>
<h2><b>Microbiota e salute intestinale: perchè cresce l’interesse</b></h2>
<figure id="attachment_149629" aria-describedby="caption-attachment-149629" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-149629" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2025/07/kefir-e-formaggi.jpg" alt="abbinamenti kefir e formaggi" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-149629" class="wp-caption-text">Viktoria Hodos/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Dietro la crescente attenzione verso alcuni alimenti associati al benessere c’è anche un tema che negli ultimi anni ha assunto un ruolo centrale nella ricerca nutrizionale: il </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/microbiota-intestinale-ricerca-obesita/" target="_blank" rel="noopener"><b>microbiota intestinale</b></a><span style="font-weight: 400;">. L’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro intestino è infatti considerato un elemento importante nella </span><b>relazione tra alimentazione, metabolismo e salute generale</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questa maggiore conoscenza ha contribuito a modificare il modo in cui guardiamo al cibo: </span><b>alimenti fermentati</b><span style="font-weight: 400;">, come kefir e yogurt, e </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/alimenti-ricchi-di-fibre/" target="_blank" rel="noopener"><b>prodotti ricchi di fibre</b></a><span style="font-weight: 400;"> vengono sempre più spesso associati alla ricerca di un equilibrio dell’organismo. Tuttavia, il loro ruolo va interpretato all’interno di un modello complessivo: nessun alimento, preso singolarmente, può determinare effetti sulla salute, che dipende invece dalla </span><b>varietà della dieta</b><span style="font-weight: 400;"> e dall’insieme delle abitudini quotidiane.</span></p>
<h2><b>Educazione alimentare: conoscere per scegliere meglio</b></h2>
<figure id="attachment_139190" aria-describedby="caption-attachment-139190" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-139190" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2024/03/Donna-legge-etichetta.webp" alt="Donna che legge l'etichetta di un alimento al supermercato" width="850" height="510" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2024/03/Donna-legge-etichetta.webp 850w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2024/03/Donna-legge-etichetta-300x180.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2024/03/Donna-legge-etichetta-768x461.webp 768w" sizes="(max-width: 850px) 100vw, 850px" /><figcaption id="caption-attachment-139190" class="wp-caption-text">eldar nurkovic/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">La trasformazione della routine alimentare porta in dote una nuova esigenza: </span><b>saper interpretare correttamente le informazioni disponibili</b><span style="font-weight: 400;">. La diffusione di indicazioni come </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/etichette-alimentari-light-proteico-integrale-biologico/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">“proteico”, “funzionale”, “probiotico”, “light” o “free from”</span></a><span style="font-weight: 400;">, solo per citare le più frequenti sugli scaffali, può aiutare il consumatore a individuare caratteristiche specifiche degli alimenti, ma può anche generare interpretazioni semplificate o aspettative non sempre corrette.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per questo l’</span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/educazione-alimentare/" target="_blank" rel="noopener"><b>educazione alimentare</b></a><span style="font-weight: 400;"> assume un ruolo centrale. </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/come-leggere-le-etichette-dei-prodotti-alimentari/" target="_blank" rel="noopener"><b>Saper leggere un’etichetta</b></a><span style="font-weight: 400;">, </span><b>comprendere il valore nutrizionale</b><span style="font-weight: 400;"> di un prodotto e </span><b>distinguere tra informazioni scientifiche e messaggi promozionali</b><span style="font-weight: 400;"> sono competenze sempre più importanti in una società dove il cibo è chiamato a rispondere a esigenze nuove. La “longevità alimentare” non passa quindi dalla ricerca del singolo alimento “perfetto”, ma dalla capacità di costruire scelte coerenti e sostenibili nel tempo.</span></p>
<h2><b>Il delicato equilibrio fra innovazione e sicurezza alimentare</b></h2>
<p><span style="font-weight: 400;">Nuove esigenze dei consumatori e sviluppo di nuovi prodotti pongono dunque una sfida importante all’intera filiera alimentare: </span><b>coniugare innovazione e benessere</b><span style="font-weight: 400;"> con trasparenza e affidabilità. La ricerca di alimenti associati alla salute può infatti aprire numerose opportunità, ma richiede informazioni chiare, criteri scientifici e attenzione alla sicurezza alimentare. Per il consumatore, infatti, la domanda non riguarda soltanto “che cosa può contribuire al mio benessere?”, ma anche “che cosa sto realmente acquistando?”. La </span><b>tracciabilità delle materie prime</b><span style="font-weight: 400;">, la </span><b>chiarezza delle indicazioni nutrizionali</b><span style="font-weight: 400;"> e il </span><b>rigoroso rispetto degli standard di produzione</b><span style="font-weight: 400;"> restano elementi fondamentali per costruire fiducia nel tempo e mantenerla.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La longevità entra dunque nel carrello non grazie a un prodotto miracoloso, ma attraverso </span><b>un cambiamento più profondo nel modo di pensare il cibo</b><span style="font-weight: 400;">: da semplice fonte di nutrimento a componente essenziale di uno stile di vita più consapevole e sano.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Immagine in evidenza di: Anatoliy Cherkas/shutterstock</em></strong></p>
<div class='read-this'><h4 class='read-this__title'>Leggi anche</h4><div class='read-this__list-wrapper'><span class='read-this__category'>Attualità</span><ul class='read-this__list'><li><a href='https://www.ilgiornaledelcibo.it/alimenti-ricchi-di-fibre/'>Alimenti ricchi di fibre: quali sono e perché fanno bene</a></li></ul></div></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/longevita-e-alimentazione/">La longevità passa dal carrello della spesa? Il nuovo ruolo del cibo nella prevenzione</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it">Giornale del cibo</a>.</p>
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		<title>Cosa mangiare in Normandia: i piatti tipici da assaggiare tra mare, mele e formaggi</title>
		<link>https://www.ilgiornaledelcibo.it/cosa-mangiare-in-normandia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Angela Caporale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 06:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Itinerari del Gusto]]></category>
		<category><![CDATA[cosa mangiare in normandia]]></category>
		<category><![CDATA[dolci normandia]]></category>
		<category><![CDATA[dolci francesi]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="1920" height="1280" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-80.jpg.webp" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="ostriche" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-80.jpg.webp 1920w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-80-300x200.jpg.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-80-1200x800.jpg.webp 1200w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-80-768x512.jpg.webp 768w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-80-1536x1024.jpg.webp 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
<p>Formaggi AOP, ostriche, sidro, Calvados e dolci di mele: ecco cosa mangiare in Normandia per scoprire i sapori più autentici della regione.</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">C&#8217;è un filo che unisce quasi tutti</span><b> i sapori della Normandia</b><span style="font-weight: 400;">: il </span><b>paesaggio.</b><span style="font-weight: 400;"> Da una parte i pascoli verdi, dove le mucche allevate all&#8217;aperto producono il latte destinato ad alcuni dei formaggi più celebri di Francia; dall&#8217;altra i meleti, che regalano sidro, Calvados e dolci profumati, mentre lungo la costa la Manica offre ostriche, cozze, capesante e pesce freschissimo. È da questo </span><b>incontro tra terra e mare </b><span style="font-weight: 400;">che nasce una cucina generosa, fatta di ingredienti semplici ma ricchi di carattere.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">C&#8217;è chi arriva in Normandia per le scogliere di Étretat, chi per le spiagge dello sbarco e chi per Mont-Saint-Michel. Poi ci sono quelli che, </span><b>dopo il primo assaggio di Camembert </b><span style="font-weight: 400;">accompagnato da un </span><b>bicchiere di sidro</b><span style="font-weight: 400;">, capiscono che il viaggio continuerà anche a tavola. Dai formaggi AOP alle ricette della tradizione contadina, fino ai dessert a base di mele e burro, la </span><b>gastronomia normanna racconta la storia e l&#8217;identità di un territorio </b><span style="font-weight: 400;">che ha fatto della qualità delle sue produzioni uno dei propri tratti distintivi.</span></p>
<h2><b>La Normandia nel piatto: da dove nasce la sua cucina</b></h2>
<figure id="attachment_154444" aria-describedby="caption-attachment-154444" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154444" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-82.jpg" alt="burro" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154444" class="wp-caption-text">barmalini/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Per capire la cucina della Normandia bisogna partire dal suo territorio. Situata nel </span><b>nord-ovest della Francia e affacciata sulla Manica</b><span style="font-weight: 400;">, questa regione gode di un clima oceanico mite e piovoso che favorisce pascoli rigogliosi e meleti estesi. Da qui arrivano il latte con cui si producono alcuni dei formaggi più celebri del Paese e le mele destinate alla produzione di sidro, Calvados e Pommeau. Allo stesso tempo, gli oltre 600 chilometri di costa offrono pesce, crostacei e molluschi che da secoli occupano un posto centrale nella cucina locale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È proprio </span><b>l&#8217;incontro tra terra e mare </b><span style="font-weight: 400;">a rendere la gastronomia normanna così ricca e varia. </span><b>Burro e panna</b><span style="font-weight: 400;">, ingredienti simbolo della tradizione regionale, arricchiscono molte preparazioni, dai piatti di pesce alle ricette di carne, fino ai dessert. Il risultato è una cucina generosa e profondamente legata ai prodotti del territorio e alla stagionalità, capace di valorizzare materie prime di grande qualità senza rinunciare alla semplicità.</span></p>
<h2><b>I formaggi simbolo: Camembert, Livarot, Pont-l&#8217;Évêque e Neufchâtel</b></h2>
<figure id="attachment_154443" aria-describedby="caption-attachment-154443" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154443" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-81.jpg" alt="formaggi della Normandia" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154443" class="wp-caption-text">kipgodi/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Se c&#8217;è un alimento che identifica la Normandia nel mondo, è senza dubbio </span><b>il formaggio</b><span style="font-weight: 400;">. La regione vanta infatti </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/formaggi-francesi-crosta-fiorita/" target="_blank" rel="noopener"><b>quattro formaggi DOP</b></a><b> (AOP in Francia)</b><span style="font-weight: 400;">, tutti o</span><b>ttenuti da latte vaccino</b><span style="font-weight: 400;"> e profondamente legati ai pascoli normanni: </span><b>Camembert de Normandie, Livarot, Pont-l&#8217;Évêque e Neufchâtel. </b><span style="font-weight: 400;">Ognuno racconta una storia diversa, fatta di tradizioni secolari, tecniche di lavorazione tramandate nel tempo e caratteristiche che lo rendono unico. </span></p>
<h3><b>Camembert de Normandie, il più famoso</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">È probabilmente il formaggio francese più conosciuto al mondo, ma assaggiarlo nel luogo in cui è nato è tutta un&#8217;altra esperienza. Il Camembert de Normandie DOP si distingue per la </span><b>crosta fiorita bianca e la pasta morbida e cremosa</b><span style="font-weight: 400;">, con aromi che diventano via via più intensi durante la stagionatura. Secondo la tradizione, la sua storia risale </span><b>alla fine del Settecento e viene associata alla contadina Marie Harel</b><span style="font-weight: 400;">, che avrebbe perfezionato la ricetta grazie ai consigli di un sacerdote proveniente dalla regione del Brie. Ancora oggi rappresenta uno dei simboli gastronomici della Normandia.</span></p>
<h3><b>Livarot, il &#8220;colonnello&#8221; della Normandia</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Meno conosciuto al grande pubblico, ma molto apprezzato dagli intenditori, </span><b>il Livarot DOP è riconoscibile per la sua crosta aranciata e per le cinque sottili fasce</b><span style="font-weight: 400;"> che lo avvolgono. Un tempo realizzate con giunchi, oggi sono spesso sostituite da strisce di carta alimentare, ma continuano a conferirgli il </span><b>soprannome di “colonnello”, perché ricordano i gradi dell&#8217;esercito</b><span style="font-weight: 400;">. Ha un gusto deciso e aromatico, perfetto per chi ama i sapori intensi, ed è uno dei formaggi più rappresentativi della tradizione casearia normanna.</span></p>
<h3><b>Pont-l&#8217;Évêque, uno dei più antichi di Francia</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra i formaggi normanni è anche </span><b>uno dei più antichi</b><span style="font-weight: 400;">. Le sue origini risalgono al </span><b>Medioevo</b><span style="font-weight: 400;"> e per secoli è stato prodotto nelle fattorie della regione seguendo metodi tramandati di generazione in generazione. Dalla caratteristica forma quadrata, il Pont-l&#8217;Évêque DOP ha </span><b>una pasta morbida e un gusto equilibrato, delicato ma ricco di sfumature</b><span style="font-weight: 400;">. È spesso considerato un ottimo punto di partenza per chi desidera avvicinarsi ai formaggi normanni dal sapore più intenso.</span></p>
<h3><b>Neufchâtel, il formaggio a forma di cuore</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra i quattro AOP normanni è forse il più romantico. Il Neufchâtel DOP è infatti celebre per la sua </span><b>caratteristica forma a cuore</b><span style="font-weight: 400;">, legata a una leggenda secondo cui</span><b> le giovani normanne lo donavano ai soldati inglesi durante la Guerra dei Cent&#8217;Anni</b><span style="font-weight: 400;"> come segno d&#8217;affetto. Al di là del racconto, questo formaggio dalla crosta fiorita conquista per la </span><b>consistenza morbida e il gusto delicatamente sapido</b><span style="font-weight: 400;">, con leggere note di fungo e nocciola. Una specialità che racchiude, in un solo assaggio, storia, tradizione e un pizzico di folklore.</span></p>
<h2><b>Dal mare alla tavola: ostriche, cozze e frutti di mare</b></h2>
<figure id="attachment_154445" aria-describedby="caption-attachment-154445" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154445" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-83.jpg" alt="cozze" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154445" class="wp-caption-text">t.sableaux/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Non sorprende che il mare occupi un posto centrale nella cucina normanna. Dai </span><b>piccoli porti di pescatori alle vivaci pescherie</b><span style="font-weight: 400;">, passando per gli allevamenti di ostriche, il pescato arriva in tavola seguendo il ritmo delle stagioni e delle maree. Qui la</span><b> freschezza è un valore imprescindibile</b><span style="font-weight: 400;"> e molti ristoranti costruiscono il menu proprio in base a ciò che il mare offre ogni giorno.</span></p>
<h3><b>Ostriche: un&#8217;eccellenza da gustare tutto l&#8217;anno</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Carnose, iodate e con delicate note di nocciola,</span><b> le ostriche normanne sono considerate tra le migliori di Francia.</b><span style="font-weight: 400;"> La regione è oggi la prima produttrice del Paese e vanta numerose aree di allevamento rinomate,</span><b> da Saint-Vaast-la-Hougue a Utah Beach</b><span style="font-weight: 400;">, fino a </span><b>Isigny-sur-Mer e Veules-les-Roses</b><span style="font-weight: 400;">. Sebbene molti le associno ai mesi più freddi, possono essere degustate durante tutto l&#8217;anno, magari direttamente presso un produttore o in uno dei tanti </span><b><i>bar à huîtres</i></b><span style="font-weight: 400;"> affacciati sul mare.</span></p>
<h3><b>Cozze e capesante, protagoniste della costa</b></h3>
<figure id="attachment_154446" aria-describedby="caption-attachment-154446" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154446" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-84.jpg" alt="capesante" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154446" class="wp-caption-text">barmalini/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra le specialità più amate spiccano anche le</span><b> cozze</b><span style="font-weight: 400;">, spesso servite semplicemente al vapore oppure arricchite con panna, burro e sidro secondo la tradizione normanna. Ma è la </span><b><i>coquille Saint-Jacques</i></b><span style="font-weight: 400;">, la capasanta, a rappresentare u</span><b>no dei grandi simboli gastronomici della regione</b><span style="font-weight: 400;">. La Normandia è infatti la prima regione francese per la sua pesca e, da ottobre a maggio, questo mollusco diventa protagonista dei menu di ristoranti e bistrot, oltre che di numerose feste dedicate. Grazie a una p</span><b>esca regolamentata e a rigorosi standard qualitativi</b><span style="font-weight: 400;">, le capesante normanne sono apprezzate per la loro carne soda e delicata e hanno ottenuto il prestigioso marchio Label Rouge.</span></p>
<h3><b>Dai porti ai mercati del pesce</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Per assaporare davvero la cucina marinara della Normandia non serve necessariamente sedersi in un ristorante stellato. Spesso basta fare una </span><b>passeggiata tra i porti di Trouville-sur-Mer, Granville o Port-en-Bessin</b><span style="font-weight: 400;">, dove il pescato viene venduto poche ore dopo lo sbarco. I mercati del pesce e le pescherie sono parte integrante della cultura gastronomica locale e rappresentano il luogo ideale per scoprire la straordinaria varietà di prodotti del mare che caratterizza questa regione.</span></p>
<h2><b>Le specialità da non perdere in Normandia: </b><b><i>moules à la crème</i></b><b>, agnello dei </b><b><i>prés-salés</i></b><b> e</b><b><i> tripes à la mode de Caen</i></b></h2>
<figure id="attachment_154447" aria-describedby="caption-attachment-154447" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154447" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-85.jpg" alt="moules à la crème" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154447" class="wp-caption-text">Right Perspective Images/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Dopo aver scoperto i prodotti simbolo della Normandia, è il momento di </span><b>assaggiarli nei piatti che meglio raccontano la tradizione culinaria della regione</b><span style="font-weight: 400;">. Dalle ricette di mare a quelle della cucina contadina, la gastronomia normanna si distingue per preparazioni che valorizzano ingredienti locali e sapori autentici, spesso </span><b>arricchiti dall&#8217;immancabile burro o dalla panna fresca.</b></p>
<h3><b><i>Moules à la crème</i></b><b>, il gusto della costa</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Se in </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/cosa-mangiare-a-bruxelles/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">Belgio</span></a><span style="font-weight: 400;"> le cozze si accompagnano tradizionalmente alle patatine fritte, in Normandia trovano il loro equilibrio perfetto con </span><b>panna, burro e talvolta un bicchiere di sidro</b><span style="font-weight: 400;">. Le </span><i><span style="font-weight: 400;">moules à la crème </span></i><span style="font-weight: 400;">sono uno dei piatti più rappresentativi della costa: semplici nella preparazione, ma capaci di esaltare la qualità delle cozze locali con una salsa morbida e avvolgente. Sono una presenza fissa nei bistrot affacciati sui porti e rappresentano uno dei modi migliori per assaporare la cucina marinara normanna.</span></p>
<h3><b>Agnello dei </b><b><i>prés-salés</i></b><b>, allevato tra terra e mare</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra le specialità più particolari della regione c&#8217;è l&#8217;agnello dei </span><i><span style="font-weight: 400;">prés-salés</span></i><span style="font-weight: 400;">, </span><b>allevato nei pascoli salmastr</b><span style="font-weight: 400;">i che, con l&#8217;alta marea, vengono periodicamente r</span><b>icoperti dall&#8217;acqua del mare. </b><span style="font-weight: 400;">La vegetazione ricca di sali minerali e piante alofile </span><b>conferisce alla carne un sapore delicato ma inconfondibile</b><span style="font-weight: 400;">, tanto da aver ottenuto il </span><b>riconoscimento AOP per l&#8217;Agneau de pré-salé du Mont-Saint-Michel</b><span style="font-weight: 400;">. È una delle eccellenze gastronomiche della Normandia e viene spesso servito arrosto, accompagnato da verdure di stagione.</span></p>
<h3><b><i>Tripes à la mode de Caen</i></b><b>, la ricetta della tradizione</b></h3>
<figure id="attachment_154448" aria-describedby="caption-attachment-154448" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154448" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-86.jpg" alt="Tripes à la mode de Caen" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154448" class="wp-caption-text">Chatham172/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Non è un piatto per tutti, ma rappresenta una delle preparazioni più autentiche della cucina normanna. Le</span><i><span style="font-weight: 400;"> tripes à la mode de Caen</span></i><span style="font-weight: 400;"> sono una ricetta storica a base di </span><b>trippa di manzo, cotta lentamente per diverse ore insieme a verdure, erbe aromatiche, sidro e Calvados</b><span style="font-weight: 400;">. Il risultato è un piatto ricco e saporito, nato dalla tradizione contadina e ancora oggi protagonista delle tavole locali, soprattutto nei ristoranti che custodiscono le ricette della cucina regionale.</span></p>
<h3><b>Altre specialità normanne da tenere d&#8217;occhio</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Accanto ai grandi classici, la Normandia propone molte altre ricette che meritano un assaggio. Tra queste ci sono</span><b> l&#8217;omelette de la Mère Poulard</b><span style="font-weight: 400;">, resa celebre da Mont-Saint-Michel per la sua consistenza soffice e ariosa, il </span><b><i>poulet vallée d&#8217;Auge</i></b><span style="font-weight: 400;">, pollo cotto con mele, panna e Calvados, e la </span><b><i>sole à la normande</i></b><span style="font-weight: 400;">, una preparazione a base di sogliola arricchita con funghi, frutti di mare e una cremosa salsa alla panna. Piatti diversi tra loro, ma accomunati dalla capacità di raccontare, ciascuno a modo suo, l&#8217;identità gastronomica della regione.</span></p>
<h2><b>Mele, sidro e Calvados: i sapori più autentici della Normandia</b></h2>
<figure id="attachment_142531" aria-describedby="caption-attachment-142531" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-142531" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2024/10/sidro-di-mele-bottiglia.jpg" alt="bottiglietta di sidro di mele" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-142531" class="wp-caption-text">Pixel-Shot/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Se i pascoli sono l&#8217;anima casearia della Normandia, </span><b>i meleti ne rappresentano il volto più iconico.</b><span style="font-weight: 400;"> Ogni primavera si tingono di bianco e rosa grazie alla fioritura, mentre in autunno diventano il cuore della raccolta delle mele destinate alla produzione di </span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/prima-pommelier-donna-ditalia/" target="_blank" rel="noopener"><b>sidro</b></a><b>, Calvados, Pommeau e poiré, il raffinato sidro di pere.</b><span style="font-weight: 400;"> È un patrimonio agricolo e culturale che da secoli accompagna la vita della regione e che ancora oggi caratterizza il suo paesaggio. </span></p>
<h3><b>Il sidro, simbolo della tradizione normanna</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">In Normandia il sidro è un vero </span><b>elemento identitario.</b><span style="font-weight: 400;"> Ottenuto dalla</span><b> fermentazione di diverse varietà di mele</b><span style="font-weight: 400;">, accompagna molti piatti della cucina locale, dai frutti di mare ai formaggi, fino ai dessert. A seconda del grado di fermentazione </span><b>può essere più dolce o più secco</b><span style="font-weight: 400;">, e di conseguenza, essere abbinato a piatti diversi e ai diversi momenti della giornata.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Meno noto al di fuori della Francia, ma altrettanto caratteristico, è il </span><b><i>poiré</i></b><span style="font-weight: 400;">, il sidro ottenuto dalla</span><b> fermentazione delle pere.</b><span style="font-weight: 400;"> Più delicato e floreale rispetto al sidro di mele, è una specialità tradizionale della Normandia meridionale e viene spesso servito come aperitivo o in abbinamento ai formaggi della regione.</span></p>
<h3><b>Calvados e Pommeau, due espressioni della mela</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Dalle stesse mele nasce anche il </span><b>Calvados</b><span style="font-weight: 400;">, il celebre</span><b> distillato normanno ottenuto dalla distillazione del sidro </b><span style="font-weight: 400;">e successivamente affinato in botti di rovere. Dal carattere intenso e aromatico, viene gustato liscio a fine pasto oppure utilizzato per arricchire numerose ricette della tradizione, dalle salse ai dessert.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Più morbido e aromatico è invece il </span><b><i>Pommeau de Normandie</i></b><span style="font-weight: 400;">, ottenuto dall&#8217;</span><b>unione di mosto di mele e Calvados </b><span style="font-weight: 400;">e lasciato maturare in botte. Con il suo equilibrio tra dolcezza e freschezza, è spesso servito come aperitivo o in accompagnamento a formaggi e foie gras.</span></p>
<h3><b>La Route du Cidre, un viaggio tra meleti e produttori</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Per chi desidera approfondire la cultura del sidro, una tappa imperdibile è la </span><b>Route du Cidre, un itinerario di circa 40 chilometri </b><span style="font-weight: 400;">che attraversa il Pays d&#8217;Auge, tra frutteti, villaggi a graticcio e aziende agricole. Lungo il percorso è possibile </span><b>visitare cidrerie e distillerie,</b><span style="font-weight: 400;"> conoscere da vicino le tecniche di produzione e degustare sidro, poiré, Pommeau e Calvados direttamente dai produttori. Un modo autentico per scoprire come il paesaggio normanno e la sua tradizione agricola continuino ancora oggi a plasmare alcuni dei prodotti più rappresentativi della regione.</span></p>
<h2><b>I dolci tipici: tarte Normande, teurgoule e caramelle al burro salato</b></h2>
<figure id="attachment_154449" aria-describedby="caption-attachment-154449" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154449" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-87.jpg" alt="torta di mele" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154449" class="wp-caption-text">Anastasia Kamysheva/shutterstock</figcaption></figure>
<p><b>Burro, panna e mele</b><span style="font-weight: 400;"> sono gli ingredienti che più di ogni altri caratterizzano la pasticceria normanna. Ricette semplici, nate spesso nelle cucine di casa, che nel tempo sono diventate simbolo della regione e rappresentano il modo migliore per concludere un pasto alla scoperta dei suoi sapori.</span></p>
<h3><b><i>Tarte Normande</i></b><b>, la torta di mele che profuma di Normandia</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra i dolci più rappresentativi c&#8217;è senza dubbio la tarte Normande, </span><b>una crostata preparata con mele, panna, uova e, spesso, un tocco di Calvados </b><span style="font-weight: 400;">che ne esalta il profumo. Ogni famiglia custodisce la propria versione, ma il risultato è sempre lo stesso: un dolce morbido e fragrante che celebra il frutto simbolo della regione. È facile trovarla nelle boulangerie, nelle pâtisserie e nei bistrot, spesso servita ancora tiepida.</span></p>
<h3><b><i>Teurgoul</i></b><b>e, il dessert della tradizione</b></h3>
<figure id="attachment_154450" aria-describedby="caption-attachment-154450" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154450" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-88.jpg" alt="Teurgoule" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154450" class="wp-caption-text">Fanfo/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Meno conosciuta fuori dalla Normandia, la </span><b><i>teurgoule</i></b><span style="font-weight: 400;"> è uno dei dolci più antichi della tradizione locale. Si tratta di un </span><b>budino di riso cotto lentamente in forno con latte, zucchero e cannella</b><span style="font-weight: 400;">, fino a ottenere una superficie leggermente caramellata e un interno cremoso. Un tempo preparata in occasione delle feste di paese e dei pranzi in famiglia, ancora oggi è considerata uno dei dolci più autentici della cucina normanna e viene spesso accompagnata dalla</span><b><i> fallue</i></b><span style="font-weight: 400;">, un soffice pane al latte tipico della regione.</span></p>
<h3><b>Le irresistibili caramelle al burro salato</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">È impossibile lasciare la Normandia senza portare con sé un </span><b>sacchetto di caramelle al burro salato</b><span style="font-weight: 400;">. Morbide o dure, sono preparate con burro, panna e zucchero e racchiudono in un solo boccone uno degli ingredienti simbolo della regione. Si trovano nelle </span><b><i>confiserie </i></b><b>artigianali, nei mercati e nelle botteghe gastronomiche</b><span style="font-weight: 400;">, insieme ad altre specialità come i biscotti sablé e i dolci al caramello.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dai formaggi ai frutti di mare, dalle mele ai dessert, la cucina normanna racconta il carattere di una regione che ha saputo trasformare la ricchezza del suo territorio in una tradizione gastronomica riconosciuta in tutto il mondo. E forse è proprio questo il bello di un viaggio in Normandia: scoprire che ogni piatto, ogni bicchiere di sidro e ogni fetta di torta parlano del paesaggio da cui provengono, rendendo </span><b>l&#8217;esperienza a tavola parte integrante del viaggio</b><span style="font-weight: 400;">. E tu, hai visitato la Normandia? Hai assaggiato qualcuno di questi piatti o scoperto altre specialità che ti hanno conquistato? Raccontacelo nei commenti: siamo curiosi di conoscere i ricordi e i consigli di viaggio.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Immagine in evidenza di: Oksana Yermoshenko/shutterstock</em></strong></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/cosa-mangiare-in-normandia/">Cosa mangiare in Normandia: i piatti tipici da assaggiare tra mare, mele e formaggi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it">Giornale del cibo</a>.</p>
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		<title>É iniziato il declino della dieta mediterranea? L’inchiesta della BBC sull’obesità infantile in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angela Osti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 06:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[obesità infantile]]></category>
		<category><![CDATA[obesità infantile inchiesta]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="1920" height="1280" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-74-1.jpg.webp" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="bambino che addenta ciambella" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-74-1.jpg.webp 1920w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-74-1-300x200.jpg.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-74-1-1200x800.jpg.webp 1200w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-74-1-768x512.jpg.webp 768w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-74-1-1536x1024.jpg.webp 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
<p>La dieta mediterranea è davvero in declino? L'inchiesta della BBC analizza le nuove abitudini alimentari e l'aumento dell'obesità infantile.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/obesita-infantile-in-italia/">É iniziato il declino della dieta mediterranea? L’inchiesta della BBC sull’obesità infantile in Italia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it">Giornale del cibo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="1920" height="1280" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-74-1.jpg.webp" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="bambino che addenta ciambella" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-74-1.jpg.webp 1920w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-74-1-300x200.jpg.webp 300w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-74-1-1200x800.jpg.webp 1200w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-74-1-768x512.jpg.webp 768w, https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-74-1-1536x1024.jpg.webp 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Salvatore, Francesca e Carmen sono i giovani protagonisti dell’inchiesta condotta dalla BBC sulle abitudini alimentari degli italiani. Un’inchiesta che sembra sfatare un mito:quello della dieta mediterranea. O meglio, che evidenzia come, con il suo progressivo abbandono da parte delle nuove generazioni, sia in aumento l’obesità infantile.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La tesi sostenuta dall&#8217;emittente britannica è che la dieta mediterranea, che ha reso famosa la cucina made in Italy nel mondo, </span><b>è stata praticamente abbandonata dagli abitanti del suo stesso Paese.</b><span style="font-weight: 400;"> Al suo posto, vengono preferiti prodotti ad alta densità calorica e alimenti ultraprocessati. Ma vediamo di capire più a fondo il campanello d’allarme che ci arriva dal Regno Unito, che combatte da tempo con i problemi legati all&#8217;</span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/obesita-infantile-3/" target="_blank" rel="noopener"><b>obesità infantile</b></a><span style="font-weight: 400;"> della propria popolazione. </span></p>
<h2><b>Pasta, pane e pizza sul banco degli imputati: cosa afferma l’inchiesta</b></h2>
<figure id="attachment_152457" aria-describedby="caption-attachment-152457" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-152457" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/01/adolescente-junk-food.jpg" alt="" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-152457" class="wp-caption-text">Creativa Images/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo la BBC, il Paese che negli anni Cinquanta ispirò gli studi del fisiologo americano Ancel Keys e della biochimica Margaret Keys, sulla dieta mediterranea non esiste più. Quel modello alimentare, ricco di verdure, legumi, cereali integrali, olio extravergine d&#8217;oliva e pesce, avrebbe progressivamente lasciato spazio a uno stile di vita profondamente diverso.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A sostenerlo è anche il </span><b>professor Valter Longo, direttore del Longevity Institute dell&#8217;Università della California del Sud</b><span style="font-weight: 400;">, secondo cui &#8220;</span><b>la </b><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/dieta-mediterranea-2/" target="_blank" rel="noopener"><b>dieta mediterranea tradizionale</b></a><b> è andata perduta</b><span style="font-weight: 400;">&#8221; e oggi soltanto una piccola parte degli italiani la seguirebbe realmente. Per descrivere il cambiamento, Longo utilizza l&#8217;espressione delle </span><b>&#8220;cinque P&#8221;: pizza, pasta, patate, proteine e pane.</b><span style="font-weight: 400;"> Un&#8217;alimentazione che, secondo il ricercatore, non riflette più l&#8217;equilibrio nutrizionale della dieta mediterranea originaria.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo il reportage, infatti, </span><b>gli scaffali dei supermercati sono sempre più ricchi di alimenti ultraprocessati</b><span style="font-weight: 400;">, mentre anche preparazioni tradizionali come la pizza vengono spesso arricchite con patatine fritte, salsicce, salumi e altri ingredienti ad alta densità calorica. A questo si aggiungono snack, bevande zuccherate e un consumo insufficiente di frutta e verdura, elementi che, nell&#8217;insieme, contribuiscono a modificare profondamente la qualità della dieta.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per gli esperti intervistati dalla BBC, quindi, il problema non è rappresentato da un singolo alimento, ma dal modello alimentare complessivo, sempre più distante dai principi della dieta mediterranea.</span></p>
<h3><b>Il caso della Campania</b></h3>
<figure id="attachment_154462" aria-describedby="caption-attachment-154462" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154462" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-75-1.jpg" alt="bambino sulla bilancia" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154462" class="wp-caption-text">New Africa/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Una parte significativa dell&#8217;inchiesta è dedicata alla Campania, indicata come una delle aree italiane maggiormente interessate dal fenomeno. Secondo la BBC, in alcune zone della regione </span><b>oltre il 40% dei bambini tra gli 8 e i 9 anni sarebbe in sovrappeso</b><span style="font-weight: 400;">, mentre il quartiere di Ponticelli, alla periferia di Napoli, viene descritto come uno dei luoghi simbolo dell&#8217;obesità infantile.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Qui incontriamo Salvatore, Francesca e Carmen, i ragazzi protagonisti dell’inchiesta. Salvatore ha 17 anni, pesa 170 kg e oggi, poiché fatica perfino a camminare, attende di poter affrontare un intervento di chirurgia bariatrica. Secondo la </span><b>dottoressa Sonja Chiappetta</b><span style="font-weight: 400;">, specialista che da anni si occupa di obesità grave, </span><b>l&#8217;età dei pazienti si è drasticamente abbassata</b><span style="font-weight: 400;">. “Se in passato i casi più severi riguardavano prevalentemente persone oltre i cinquant&#8217;anni, oggi arrivano in ospedale adolescenti di appena 16 anni. E questo è allarmante”, afferma l’esperta.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Uno degli aspetti evidenziati dalla BBC riguarda la difficoltà di molte famiglie nel riconoscere il sovrappeso come un problema di salute. Anche il </span><b>pediatra Roberto Berni Canani e specialista in obesità infantile all’Università Federico II di Napoli</b><span style="font-weight: 400;"> racconta di visitare bambini molto piccoli con </span><b>obesità già marcata, ma non riconosciuta dai genitori</b><span style="font-weight: 400;"> che spesso chiedono consulti per altri disturbi, come tosse persistente, mal di stomaco o problemi intestinali, senza pensare che possano essere determinati dal peso corporeo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo lo specialista, la responsabilità dell’aggravarsi del fenomeno è attribuibile a una limitata consapevolezza dell&#8217;importanza della qualità dell&#8217;alimentazione, che favorisce il consumo quotidiano di alimenti molto calorici e bevande zuccherate, unito a una sempre minore presenza di frutta e verdura nella dieta.</span></p>
<h3><b>Il ruolo della scuola e della cultura alimentare</b></h3>
<figure id="attachment_153909" aria-describedby="caption-attachment-153909" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-153909" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/06/bambini-a-mensa.jpg" alt="" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-153909" class="wp-caption-text">Monkey Business Images/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">In Italia, incoraggiare i bambini a essere più attivi, può rivelarsi sorprendentemente difficile, come si legge nell’inchiesta. Molte scuole hanno sede in splendidi palazzi storici, edifici che non erano stati progettati pensando alle moderne esigenze dell&#8217;educazione fisica. “C&#8217;è un alunno che mi preoccupa particolarmente &#8211; racconta Francesca Pecce, insegnante alla primaria Ugo Foscolo &#8211; Ha 10 anni e pesa circa 60 kg”. L&#8217;insegnante ha provato ad affrontare l&#8217;argomento con la madre del bambino “ma lei non è preoccupata &#8211; spiega Pecce alla BBC &#8211; In alcuni contesti popolari, se un bambino è un po&#8217; paffuto e ha le guance rosee, spesso si pensa che sia in salute”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo l&#8217;insegnante, però, </span><b>la scuola può contribuire a cambiare questa percezione</b><span style="font-weight: 400;">, soprattutto se i bambini portano a casa ciò che imparano sull&#8217;alimentazione sana. “A volte è più facile educare i genitori attraverso i figli che il contrario”, ha dichiarato nell’intervista.</span></p>
<h3><b>L&#8217;obesità è una malattia cronica</b></h3>
<figure id="attachment_154463" aria-describedby="caption-attachment-154463" style="width: 850px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-154463" src="https://www.ilgiornaledelcibo.it/wp-content/uploads/2026/08/Progetto-senza-titolo-76-1.jpg" alt="bambino da dietista" width="850" height="510" /><figcaption id="caption-attachment-154463" class="wp-caption-text">Pixel-Shot/shutterstock</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;obesità, come afferma l&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), è una &#8220;</span><a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/globesity-ci-aspetta-unepidemia-mondiale-di-obesita/" target="_blank" rel="noopener"><b>epidemia globale</b></a><b>” in continua crescita</b><span style="font-weight: 400;">. Oggi, oltre un miliardo di persone nel mondo vive con l&#8217;obesità e, dal 1990, l&#8217;obesità infantile è quadruplicata. </span><b>Nel 2025</b><span style="font-weight: 400;">, ricorda la BBC, </span><b>l&#8217;Italia è stata il primo Paese ad approvare una legge nazionale che riconosce l&#8217;obesità come malattia cronica</b><span style="font-weight: 400;">, progressiva e recidiva. Questo significa superare l&#8217;idea che il sovrappeso sia esclusivamente il risultato di cattive scelte individuali, e riconoscere invece il ruolo di fattori biologici, ambientali, culturali e sociali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In altre parole, non è la presenza di pasta o pane nel singolo piatto a rappresentare il problema, ma la </span><b>perdita dell&#8217;equilibrio alimentare</b><span style="font-weight: 400;"> che per decenni ha reso la dieta mediterranea uno dei modelli nutrizionali più studiati e apprezzati al mondo.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Immagine in evidenza di: Yavdat/shutterstock</em></strong></p>
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