<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Giornalettismo</title>
	<atom:link href="https://www.giornalettismo.com/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.giornalettismo.com/</link>
	<description>Informazione, attivismo e responsabilità digitale</description>
	<lastBuildDate>Thu, 18 Jun 2026 14:20:17 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>

<image>
	<url>https://static.nexilia.it/giornalettismo/2022/01/cropped-ms-icon-310x310-1-32x32.png</url>
	<title>Giornalettismo</title>
	<link>https://www.giornalettismo.com/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>«Storie de mai &#8216;na gioia»: Giulia Faina racconta come si trasforma una crisi in un formato da centinaia di migliaia di follower</title>
		<link>https://www.giornalettismo.com/storie-de-mai-na-gioia-giulia-faina-racconta-come-si-trasforma-una-crisi-in-un-formato-da-centinaia-di-migliaia-di-follower/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Basili]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 14:20:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[mainagioia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornalettismo.com/?p=2925273</guid>

					<description><![CDATA[<p>Giulia Faina ha iniziato a fare content su Instagram nel 2021 partendo da un punto preciso: il fondo. Lavoro precario, una storia d&#8217;amore finita male, la pandemia sullo sfondo e la sensazione di essersi allontanata da tutto ciò che le piaceva davvero. Quello che è venuto fuori si chiama Storie de mai &#8216;na gioia, una [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/storie-de-mai-na-gioia-giulia-faina-racconta-come-si-trasforma-una-crisi-in-un-formato-da-centinaia-di-migliaia-di-follower/">«Storie de mai &#8216;na gioia»: Giulia Faina racconta come si trasforma una crisi in un formato da centinaia di migliaia di follower</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Giulia Faina ha iniziato a fare content su Instagram nel 2021 partendo da un punto preciso: il fondo. Lavoro precario, una storia d&#8217;amore finita male, la pandemia sullo sfondo e la sensazione di essersi allontanata da tutto ciò che le piaceva davvero. Quello che è venuto fuori si chiama <em>Storie de mai &#8216;na gioia,</em> una pagina in cui la storia e la letteratura diventano ironia, e i grandi nomi della cultura mondiale vengono raccontati per quello che erano davvero: esseri umani pieni di sfortune, ossessioni e decisioni pessime. Con un linguaggio colloquiale e romanesco che non fa sconti a nessuno, Giulia ha costruito un format che funziona proprio perché sembra buttato lì, ma non lo è affatto.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Partiamo dall&#8217;inizio, che nel tuo caso è già una storia de mai &#8216;na gioia: ti definisci «attrice fallita prima ancora di averci provato» e racconti che la pagina è nata nel 2021 dalla disperazione dei contratti horror del mondo del lavoro. Cosa stava succedendo nella tua vita in quel momento?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Il 2021 è stato probabilmente il punto più basso di un periodo molto complicato. Avevo lasciato il mio lavoro per trasferirmi in un paesino e seguire una storia d&#8217;amore. Sembrava una scelta romantica e coraggiosa, invece si è rivelata un disastro. Quando ho provato a rimettermi in carreggiata, mi sono scontrata con una realtà lavorativa piuttosto deprimente: stage sottopagati che diventavano improvvisamente lavori a tempo pieno, ore extra non retribuite, nessuna tutela. Nel frattempo c&#8217;era il Covid, l&#8217;incertezza generale e l&#8217;ansia di avvicinarmi ai trent&#8217;anni senza sentirmi davvero stabile né professionalmente né personalmente.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">La cosa che mi pesava di più, però, era un&#8217;altra: mi stavo allontanando da ciò che ho sempre amato fare. Scrivere, raccontare storie, far ridere le persone. Poi mi capitò di leggere diversi articoli sulle difficoltà della didattica a distanza e degli insegnanti nel coinvolgere gli studenti dietro a uno schermo. E lì si è accesa una lampadina: e se raccontassimo gli autori italiani come raccontiamo oggi i personaggi delle serie TV o le celebrità? Con le loro manie, le loro figuracce, le loro delusioni amorose e professionali? Così ho iniziato a scrivere dei monologhi ironici sulle vite degli autori, concentrandomi proprio sulle sfighe, le frustrazioni, i fallimenti. Scoprire che persino i grandi nomi della letteratura avevano passato gran parte della loro vita a collezionare delusioni è stato stranamente consolatorio.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>«Romana di borgata»: lo scrivi come una medaglia. Quanto c&#8217;è della borgata, del suo linguaggio, della sua ironia, del suo modo di sdrammatizzare le fregature  nel successo del tuo formato?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Mi definisco &#8220;romana di borgata&#8221; un po&#8217; per scherzo e un po&#8217; per provocazione. È una risposta ai puristi della romanità, quelli che ti spiegano che non sei davvero di Roma perché vivi fuori dal raccordo. Mi è sempre sembrato un modo ironico per raccontare una sensazione che conoscevo bene: quella di stare ai margini di qualcosa. Quando è nata la pagina, in fondo mi sentivo così anche nel resto della mia vita. Avevo studiato per fare l&#8217;attrice, avevo persino vinto una borsa di studio per andare a studiare a Los Angeles, ma non avevo mai trovato il coraggio di provarci davvero. Mi sembrava di aver accumulato esperienze, passioni e competenze senza riuscire a trasformarle in una professione. Ero tante cose, ma nessuna fino in fondo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">La borgata romana ha una caratteristica che adoro: riesce a raccontare le tragedie come fossero commedie. C&#8217;è sempre una battuta pronta, una presa in giro, un modo per ridimensionare la fregatura senza negarla. E <em>Storie de mai &#8216;na gioia</em> nasce esattamente da quello sguardo lì. Avrei potuto farlo in italiano standard? Certo. Ma sarebbe stato un altro progetto. Volevo parlare a chi è curioso senza essere necessariamente un esperto, a chi magari non ha una formazione accademica ma ama imparare cose nuove. Volevo che la storia e la letteratura sembrassero una conversazione tra amici e non una lezione dall&#8217;alto. Per questo ho scelto un linguaggio colloquiale e romanesco — non romanaccio — che deve moltissimo alla commedia all&#8217;italiana: storie in cui si ride tantissimo, ma sotto la risata resta sempre una punta di malinconia.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Il tuo personaggio pubblico è autoironico, dissacrante, sempre pronto alla battuta. Ma chi è Giulia quando spegne il telefono?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">In realtà non credo che <em>Storie de mai &#8216;na gioia</em> sia un personaggio completamente diverso da me. Piuttosto è la versione di Giulia che esce fuori quando smette di limitarsi. Nella vita privata ho sempre avuto la tendenza a pensare che quello che dico non sia abbastanza interessante, che forse sto occupando troppo spazio. La pagina mi ha dato una sorta di permesso implicito: quello di parlare senza chiedere scusa.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">All&#8217;inizio era più facile. La community era piccola, sembrava quasi una conversazione tra amici. Crescendo, è tornato anche un certo imbarazzo. Dal vivo sono decisamente più tranquilla e posata — è una cosa che mi sento dire spesso da chi mi incontra dopo avermi conosciuta sui social. Quello che il personaggio mi permette di fare è amplificare una parte autentica di me: quella che ama raccontare storie, osservare le contraddizioni umane e far ridere le persone. Più che nascondere qualcosa, però, la pagina mi costringe a proteggere alcune parti di me. Le insicurezze, per esempio. Oppure la fatica che c&#8217;è dietro il lavoro. Sui social si vede quasi sempre la battuta finale; molto meno tutte le volte in cui quella battuta non arriva, o non funziona, o ti chiedi se abbia senso continuare a provarci.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Racconti storie di gente a cui «è andata male male male»: Caravaggio, le coppie celebri finite in tragedia, i santi sfortunati. Da dove viene questa attrazione per il fallimento altrui?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Credo che all&#8217;inizio fosse soprattutto consolazione. Quando è nata la pagina stavo attraversando un periodo in cui mi sembrava che tutto stesse andando storto. Scoprire che perfino i grandi personaggi della storia avevano passato la vita a collezionare delusioni e fallimenti è stato stranamente rassicurante. Da lì ho capito una cosa: tendiamo a ricordare le persone per il risultato finale, ma quando vai a guardare le loro vite da vicino, trovi esseri umani pieni di paure, errori, ossessioni e sfortune. Ed è proprio lì che diventano interessanti. Le vite lineari, perfette, senza inciampi, sono rassicuranti ma raramente memorabili. Le storie che ci restano addosso sono quelle in cui qualcuno cade, sbaglia strada, prende una serie impressionante di decisioni pessime e continua comunque ad andare avanti.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Può il linguaggio dei social essere un veicolo di cultura? Te la rigiro dopo qualche anno di mestiere.</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">I social funzionano benissimo per accendere la curiosità. Possono farti scoprire un personaggio storico, un libro, un&#8217;opera d&#8217;arte e spingerti a voler sapere di più. E il linguaggio social può essere un potente alleato, purché non sia forzato per sembrare giovani a tutti i costi — lì risulta solo cringe. Però i social da soli non bastano. Non riusciranno mai a insegnare tutto ciò che va in profondità: il tempo necessario per comprendere davvero qualcosa, per emozionarsi, per entrare in empatia con le persone di cui si racconta. Per capire che si parla di &#8220;persone&#8221; e non di &#8220;personaggi&#8221;.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Il tuo format vive di un equilibrio delicato: il trash come esca, la Storia come sostanza. Quanto lavoro c&#8217;è dietro un contenuto che deve sembrare buttato lì?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Le fonti sono la parte più lunga e meno visibile del processo: spesso lavoro sui libri che sto studiando in quel periodo, perché il format nasce anche dal mio bisogno di rendere più interessante per me quello che studio. Poi riassumo tutte le informazioni su un foglio, e intanto comincio a capire quale frase potrebbe funzionare per agganciare lo spettatore, come si potrebbe chiudere, mi appunto qualche battuta. Poi scrivo il testo, mi cronometro mentre lo ripeto per vedere quanto durerà e se c&#8217;è qualcosa da tagliare. Poi giro il video, lo monto, pubblico e lo &#8220;lascio andare&#8221; — anche se quasi mai ho la certezza della risposta del pubblico. Spesso i contenuti che amo di più non sono quelli che funzionano meglio, e viceversa.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>La divulgazione storica sui social è diventata un genere affollato. Come si sopravvive agli algoritmi facendo cultura? Hai mai sentito la tentazione di snaturarti per i numeri?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Mah, guarda, a me piacerebbe snaturarmi, vorrebbe dire che ho imparato ad adattarmi, a essere versatile e pure un po&#8217; paracula. Ma proprio non riesco a uscire dalla mia nicchia di storie semisconosciute. Con gli algoritmi si sopravvive anche ignorandoli un po&#8217;. Non cerco di inseguire formati e trend che riducono la cultura a frasi d&#8217;effetto o fotine aesthetic, anche se so benissimo che funzionano.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Forse è anche per questo che ho avuto una crescita molto lenta negli anni. Però mi sono divertita sempre, facendo anche una marea di cavolate. All&#8217;inizio i testi erano tutti spezzettati in frasi e messi nelle storie di Instagram, commentati con gif dei personaggi del trash italiano — c&#8217;era per esempio &#8220;Gianni Sperti racconta Torquato Tasso&#8221;. Mi chiedevo come mai piacessero ma la pagina non crescesse, poi un&#8217;anima pia mi ha fatto notare che le storie all&#8217;epoca non potevano essere condivise e sparivano dopo 24 ore. Tanto lavoro per nulla.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Sei rappresentata da un&#8217;agenzia e il tuo profilo è anche un lavoro: come scegli le collaborazioni?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Ho scelto la mia agenzia perché abbiamo una visione comune, che non punta all&#8217;influencer marketing e che vede i social come semplice strumento per arrivare ad altro. Sì, c&#8217;è stata una proposta che sembrava allettante a cui abbiamo detto no perché lontana dai miei valori e dalle mie idee politiche e sociali, di cui parlo spesso. Anche per questo mi piace molto la mia agenzia: rispetta e tutela la mia etica.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Nel 2022 hai portato il linguaggio social su carta con il libro,  percorso inverso rispetto a tanti. Cosa ti ha insegnato l&#8217;editoria tradizionale, e c&#8217;è un secondo libro nel cassetto?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Mi ha insegnato che praticamente chiunque ormai può pubblicare un libro — ahaha. No, non vorrei pubblicare un secondo libro al momento.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Il tuo formato sembra nato per uscire da Instagram: podcast, teatro, televisione. Dove ti vedi tra tre anni?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Esatto, il format non nasce per i social, ma per il teatro. I primi testi che ho scritto erano dei monologhi comici che però non sapevo come diffondere. Così ho iniziato — malissimo — con i social, sperimentando tanto e sbagliando una marea di volte, ma sempre pensandoli come un mezzo e non un fine. Ci sono in ballo delle cose, ma non posso dire nulla, anche perché poi magari non si avverano. Tra tre anni vorrei avere un mio piccolissimo spazio in tv per raccontare le mie storie de mai &#8216;na gioia. Sarebbe bello.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>C&#8217;è un personaggio storico che sogni di raccontare ma che non hai ancora osato toccare?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Il primo che mi viene in mente è John Keats, un poeta inglese morto a soli 26 anni convinto di essere un fallimento totale, con una storia d&#8217;amore tristissima dietro. Mi darebbe proprio fastidio sacrificare la bellezza tragica di questa storia al minuto e mezzo di Instagram.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>L&#8217;attrice fallita «prima ancora di averci provato»: ma è davvero fallita? Il sogno della recitazione è archiviato o ha solo cambiato palcoscenico?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Il sogno dell&#8217;attrice è stato archiviato perché non avevo tempo né soldi per aspettare la chiamata dell&#8217;agente, essere pronta in qualunque momento a girare video per un provino, partecipare ai casting o alle feste di networking — per cui sono negata, tra l&#8217;altro. Ho sempre lavorato e questo, in ambito artistico, è comunque un limite. Non insormontabile, ma probabilmente non avevo abbastanza fame di riuscire. Magari tornerò in teatro con uno spettacolo di storie finite male, mi piacerebbe.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Se domani Instagram chiudesse cosa resterebbe di Giulia Faina?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Mi resterebbero un sacco di storie belle, ma non dei personaggi storici: proprio mie, personali. <em>Storie de mai &#8216;na gioia</em> mi ha permesso di fare esperienze, conoscenze, incontri che probabilmente non avrei mai fatto. Mi ha mostrato quante cose so imparare: chi l&#8217;avrebbe mai detto che so montare i video? Prima mi sembrava tutto una serie di tasti senza senso. Mi ha ricordato quanto mi piaccia raccontare storie — e se Instagram domani dovesse chiudere, vorrei prendere il patentino da guida turistica e raccontare storie a tutti.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Chiudiamo nel tuo stile: tra cent&#8217;anni qualcuno racconterà la storia di Giulia Faina. Sarà una storia de mai &#8216;na gioia o, per una volta, una storia a cui è andata bene?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Mi auguro che sia una storia lunga, con qualche inciampo, ma alla fine con un bel finale felice. O comunque soddisfatto. Come vorrei che finisse? Possibilmente nel sonno, tranquilla, da vecchia — ahaha.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Giulia Faina ha costruito il suo format partendo dalle stesse tragedie che racconta: la precarietà, il coraggio mancato, la sensazione di essere in ritardo su tutto. La differenza è che invece di aspettare che le andasse bene, ha deciso di fare dell&#8217;andarle male un mestiere che ha funzionato.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/storie-de-mai-na-gioia-giulia-faina-racconta-come-si-trasforma-una-crisi-in-un-formato-da-centinaia-di-migliaia-di-follower/">«Storie de mai &#8216;na gioia»: Giulia Faina racconta come si trasforma una crisi in un formato da centinaia di migliaia di follower</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Laura Renieri: &#8220;Ho imparato a non innamorarmi delle piattaforme, ma del valore che voglio portare alle persone&#8221;</title>
		<link>https://www.giornalettismo.com/laura-renieri-ho-imparato-a-non-innamorarmi-delle-piattaforme-ma-del-valore-che-voglio-portare-alle-persone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Basili]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 09:17:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[theoldnew]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornalettismo.com/?p=2925269</guid>

					<description><![CDATA[<p>Quindici anni di digitale, un magazine con 30 autori e 6.500 articoli online, una boutique agency, corsi universitari, collaborazioni con brand come Chanel e grandi gruppi alberghieri internazionali. Laura Renieri è una delle voci più longeve e coerenti dell&#8217;ecosistema digitale italiano: fondatrice di TheOldNow — magazine lifestyle, beauty e travel che nasce come blog personale [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/laura-renieri-ho-imparato-a-non-innamorarmi-delle-piattaforme-ma-del-valore-che-voglio-portare-alle-persone/">Laura Renieri: &#8220;Ho imparato a non innamorarmi delle piattaforme, ma del valore che voglio portare alle persone&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Quindici anni di digitale, un magazine con 30 autori e 6.500 articoli online, una boutique agency, corsi universitari, collaborazioni con brand come Chanel e grandi gruppi alberghieri internazionali. Laura Renieri è una delle voci più longeve e coerenti dell&#8217;ecosistema digitale italiano: fondatrice di TheOldNow — magazine lifestyle, beauty e travel che nasce come blog personale nel 2009 e diventa nel tempo una vera realtà editoriale — e de Il Digital, la sua attività di consulenza e formazione strategica. Si firma &#8220;Pusher di Entusiasmo&#8221; sulla sua newsletter Substack, ed è Brand Ambassador italiana di Tripadvisor e Google Local Guides di livello 8.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>TheOldNow nasce ormai più di dieci anni fa e oggi è una macchina con 15 canali tematici e 30 autori. Quando l&#8217;hai fondato avevi già in testa un magazine strutturato così, o è una creatura che è cresciuta strada facendo e ti ha portata dove non immaginavi?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Quando ho fondato TheOldNow non avevo assolutamente in mente un magazine strutturato come quello che è oggi. Nasceva come naturale evoluzione del mio profilo Flickr, dove pubblicavo principalmente fotografie di viaggio. A un certo punto ho sentito il bisogno di avere uno spazio più ampio, che mi permettesse di raccontare non solo attraverso le immagini, ma anche attraverso le storie, le esperienze e i luoghi che vivevo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">TheOldNow è cresciuto insieme a me. Da blog personale è diventato negli anni un magazine con numerosi canali tematici e una redazione che ha coinvolto fino a 30 autori. Poi è arrivato il Covid, che ha inevitabilmente rivoluzionato il mondo che ci circondava e anche la mia realtà professionale, portando a una riorganizzazione dei progetti e delle attività.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Non avevo pianificato un percorso così articolato, ma ho sempre cercato di seguire l&#8217;evoluzione del digitale e i miei interessi. Guardando indietro, credo che la vera forza di TheOldNow sia stata proprio la capacità di trasformarsi nel tempo senza perdere la propria identità, continuando a raccontare esperienze autentiche e a costruire relazioni di valore.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Crei contenuti digitali dal 2009, praticamente da prima che &#8220;creator&#8221; fosse una parola. Cosa è rimasto uguale in tutti questi anni e cosa, invece, non riconosci più del mestiere che facevi all&#8217;inizio?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">È rimasta uguale la curiosità, che continua a essere il motore di tutto quello che faccio. È la stessa curiosità che mi spingeva a pubblicare fotografie di viaggio nel 2009 e che oggi mi porta a raccontare destinazioni, esperienze, brand e persone attraverso canali diversi.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Quello che è cambiato radicalmente è il contesto. Quando ho iniziato non esisteva la figura del creator come la intendiamo oggi e il rapporto con il pubblico era molto diverso. Si pubblicava con tempi più lenti, c&#8217;era meno pressione e spesso si privilegiava il contenuto rispetto alla performance.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Oggi il digitale offre opportunità straordinarie, ma richiede anche una capacità di adattamento continua. Le piattaforme cambiano rapidamente, gli algoritmi influenzano la distribuzione dei contenuti e l&#8217;attenzione delle persone è sempre più frammentata.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">La cosa che continuo a riconoscere, però, è che alla base di tutto restano la credibilità, la coerenza e la fiducia. Gli strumenti cambiano, ma le persone continuano a seguire chi riesce a costruire nel tempo una relazione autentica con la propria community.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Ti firmi &#8220;Il Digital&#8221; e da anni insegni a privati e aziende come trasformare la presenza online in un lavoro. Qual è l&#8217;errore di approccio al digitale che vedi commettere più spesso da chi ti chiede una consulenza oggi?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Il Digital è nato in modo molto naturale. Per anni ho lavorato con brand, enti del turismo e agenzie di comunicazione come creator ed editrice di TheOldNow. Con il tempo, però, le richieste hanno iniziato a cambiare: oltre alle collaborazioni sui contenuti, sempre più aziende mi contattavano per consulenze strategiche, formazione interna e supporto nello sviluppo della propria presenza digitale.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Da questa evoluzione è nata l&#8217;idea di creare una piccola boutique agency, affiancata da una squadra di freelance di talento, con cui sviluppiamo progetti su misura in base alle esigenze del cliente.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">L&#8217;errore che vedo più spesso è pensare che il digitale sia una questione di strumenti. In realtà le piattaforme sono solo una parte dell&#8217;equazione. Prima vengono la strategia, gli obiettivi e la capacità di costruire una relazione autentica con il proprio pubblico. Molte aziende investono tempo ed energie nella ricerca del canale perfetto, quando dovrebbero concentrarsi sulla definizione del proprio posizionamento e del valore che vogliono portare alle persone. Gli strumenti cambiano continuamente; una strategia solida, invece, resta.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>L&#8217;intelligenza artificiale sta entrando nella scrittura, nella creazione di immagini e nella gestione dei contenuti. Per un magazine come il tuo, che vive di racconto in prima persona ed esperienze reali, è uno strumento da integrare o un rischio per la credibilità?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Credo che l&#8217;intelligenza artificiale sia uno degli strumenti più interessanti arrivati negli ultimi anni e, come ogni innovazione, vada compresa e utilizzata con consapevolezza. Personalmente la utilizzo nel mio lavoro quotidiano per attività che mi permettono di ottimizzare tempo e processi: ricerca, organizzazione delle informazioni, brainstorming, analisi e supporto operativo. È un alleato prezioso quando viene impiegato per aumentare la produttività e lasciare più spazio alle attività ad alto valore aggiunto.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Detto questo, il cuore di TheOldNow resta l&#8217;esperienza diretta. Un viaggio, un soggiorno in hotel, una destinazione, un incontro o un evento possono essere raccontati davvero solo da chi li ha vissuti. L&#8217;intelligenza artificiale può aiutare a organizzare un racconto, ma non può sostituire le emozioni, le sfumature e il punto di vista personale che rendono credibile un contenuto.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Più che un rischio per la credibilità, la considero quindi uno strumento. La differenza, come sempre, la fanno le persone e il modo in cui decidono di utilizzarlo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Gestisci un magazine su una piattaforma, una newsletter su un&#8217;altra, i canali social su altre ancora. Come tieni insieme un ecosistema così frammentato, e c&#8217;è un canale su cui oggi punteresti tutto se dovessi ricominciare da zero?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Negli anni ho imparato a non ragionare in termini di singole piattaforme, ma di ecosistema. Ogni canale ha un ruolo diverso e intercetta momenti diversi della relazione con il pubblico.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">TheOldNow resta il centro di tutto. Oggi conta oltre 6.500 articoli online e rappresenta un patrimonio di contenuti costruito in oltre quindici anni di lavoro. È una piattaforma indicizzata, autorevole e stabile, che continua a generare valore nel tempo grazie alla ricerca organica e alla qualità dei contenuti pubblicati.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Fin dall&#8217;inizio ho voluto creare il sito che io stessa avrei desiderato trovare online: un luogo accessibile, senza pubblicità invasive, senza obblighi di iscrizione e senza barriere alla lettura. Uno spazio in cui approfondire, scoprire e lasciarsi ispirare attraverso contenuti curati e facilmente consultabili.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">I social media sono fondamentali per amplificare i contenuti e creare conversazioni, mentre la newsletter mi permette di costruire una relazione più diretta e personale con chi sceglie di seguirmi.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Proprio perché ho visto nascere, crescere e talvolta scomparire molte piattaforme, oggi non punterei mai tutto su un unico canale. Se dovessi ricominciare da zero investirei ancora nella costruzione di asset proprietari: un sito, una newsletter e una community. I social sono strumenti preziosi, ma il vero valore è avere uno spazio che si può costruire e far crescere nel tempo senza dipendere completamente dalle regole di qualcun altro.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Insegnare il digitale a chi parte adesso è diverso da quando hai iniziato tu: la concorrenza è enorme e le regole cambiano ogni pochi mesi. Cosa dici a chi sogna di vivere di contenuti ma rischia di rincorrere solo le mode?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Negli anni ho avuto l&#8217;opportunità di insegnare presso Accademia del Lusso, dove ho tenuto le cattedre di Social Media e Influencer Marketing, oltre a partecipare come speaker a convegni, lezioni magistrali ed eventi dedicati al mondo della comunicazione digitale. Se c&#8217;è una cosa che continuo a ripetere a studenti, professionisti e aziende è che non bisogna innamorarsi delle piattaforme, ma del valore che si vuole portare alle persone.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Chi insegue esclusivamente le mode rischia di passare il proprio tempo a rincorrere il prossimo trend, il prossimo algoritmo o il prossimo social network. È una strategia che può portare risultati nel breve periodo, ma difficilmente costruisce qualcosa di duraturo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Al contrario, chi investe nelle proprie competenze, nella propria credibilità e nella capacità di creare contenuti di qualità costruisce fondamenta molto più solide. Le piattaforme cambiano continuamente, mentre la capacità di comunicare, raccontare e creare relazioni mantiene il proprio valore nel tempo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Quando ho iniziato non esistevano molte delle piattaforme che oggi consideriamo indispensabili. Questo mi ha insegnato che il vero patrimonio professionale non è il canale che utilizziamo, ma la nostra capacità di evolverci insieme al cambiamento senza perdere la nostra identità.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Lavori con brand importanti del beauty e dell&#8217;ospitalità, da Chanel ai grandi gruppi alberghieri. Come scegli con chi collaborare, e quando invece dici di no a un nome anche prestigioso?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Nel tempo ho imparato che il prestigio di un brand, da solo, non è sufficiente per rendere una collaborazione interessante. Quello che cerco è innanzitutto un allineamento valoriale e una reale affinità con il mio modo di vivere, viaggiare e raccontare le esperienze.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Ogni collaborazione nasce da una domanda molto semplice: utilizzerei questo prodotto? Sceglierei questa struttura? Consiglierei questa esperienza anche al di fuori del mio lavoro digitale? Se la risposta è sì, allora esistono le basi per costruire un racconto autentico. Se la risposta è no, preferisco rinunciare, indipendentemente dalla notorietà del brand.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Credo che la credibilità si costruisca proprio così: mantenendo coerenza tra ciò che si racconta online e le scelte che si fanno nella vita reale. Le persone percepiscono molto rapidamente quando una collaborazione nasce da una convinzione autentica e quando invece è guidata esclusivamente da logiche commerciali.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Dopo oltre quindici anni nel digitale, considero la fiducia uno degli asset più importanti del mio lavoro. Per questo scelgo di collaborare solo con realtà che sento realmente vicine e che posso raccontare con trasparenza e convinzione.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>TheOldNow non sei solo tu: sono 30 autori e 15 canali. Come si dirige una redazione così ampia mantenendo una voce riconoscibile, e quanto è difficile delegare un progetto che porta il tuo nome e la tua storia?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Negli anni TheOldNow ha coinvolto fino a 30 autori e numerosi canali tematici, diventando una vera esperienza editoriale condivisa. La sfida non è mai stata quella di avere una sola voce, ma di costruire una visione comune.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Ho sempre cercato collaboratori che portassero competenze, sensibilità e punti di vista differenti dai miei. Credo che la ricchezza di un progetto editoriale nasca proprio dalla pluralità degli sguardi. Quello che teneva tutto insieme non era uno stile identico per tutti, ma un insieme di valori condivisi: qualità dei contenuti, trasparenza, cura del racconto e rispetto per i lettori.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">La direzione editoriale è sempre rimasta nelle mie mani, ma ho sempre visto TheOldNow come un progetto aperto alla crescita delle persone che ne facevano parte. Ed è una delle soddisfazioni più grandi che mi porto dietro: alcuni degli autori che hanno collaborato con il magazine hanno sviluppato competenze, costruito una propria professionalità e dato vita successivamente a progetti autonomi e percorsi personali di successo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Credo che questo sia uno dei risultati più belli di qualsiasi progetto editoriale: non solo creare contenuti, ma contribuire alla crescita delle persone che lo attraversano.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Hai un&#8217;anima da consulente e una da editrice. Quando entri in contatto con un&#8217;azienda, ti propone una collaborazione editoriale, una formazione o entrambe? E qual è il modello che funziona meglio, oggi, per chi fa il tuo mestiere?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Accade in tutti i modi possibili. Ci sono aziende che arrivano attraverso TheOldNow per una collaborazione editoriale, altre che mi contattano per una consulenza strategica o un percorso di formazione, e spesso una relazione professionale evolve naturalmente da un ambito all&#8217;altro.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Credo che questo accada perché le diverse attività che porto avanti non sono compartimenti stagni, ma parti di un unico percorso professionale. L&#8217;esperienza maturata come editrice e creator mi permette di comprendere le dinamiche della comunicazione digitale da una prospettiva molto concreta; allo stesso tempo, il lavoro di consulenza e formazione mi consente di osservare il settore da un punto di vista strategico e organizzativo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Nel tempo ho imparato che il valore non sta nel limitarsi a un solo ruolo, ma nella capacità di mettere in dialogo competenze diverse. Contenuti, comunicazione, formazione e strategia si influenzano continuamente e si arricchiscono a vicenda.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Più che individuare una formula valida per tutti, credo che oggi funzioni la capacità di costruire un progetto coerente, riconoscibile e capace di evolvere nel tempo. Nel mio caso, la contaminazione tra attività editoriali, consulenza e formazione rappresenta uno degli aspetti più stimolanti e distintivi del mio percorso professionale.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Il magazine ha una versione inglese e racconti molto l&#8217;estero. Le collaborazioni internazionali sono già una realtà concreta o un terreno che vuoi ancora far crescere?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Le collaborazioni internazionali legate al mondo dei viaggi sono una realtà consolidata da diversi anni. Nel tempo ho avuto l&#8217;opportunità di lavorare con enti del turismo, destinazioni e partner internazionali, sviluppando progetti editoriali dedicati alla scoperta dei territori e delle loro eccellenze.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Proprio per questo motivo tutta la sezione Travel di TheOldNow è tradotta anche in inglese. È stata una scelta precisa, nata dalla volontà di rendere i contenuti accessibili a un pubblico internazionale e di dialogare in modo più efficace con interlocutori provenienti da Paesi diversi.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Tra i progetti più recenti posso citare la collaborazione con l&#8217;ente del turismo di Francoforte e Condor Airlines, che mi ha permesso di raccontare la città attraverso un itinerario dedicato alle sue diverse anime, tra cultura, architettura, gastronomia e innovazione. È un esempio concreto di come oggi il racconto delle destinazioni richieda una visione sempre più internazionale e multidisciplinare.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Continuerò sicuramente a sviluppare questo ambito, perché il viaggio rappresenta da sempre una parte importante della mia identità editoriale e professionale. Ogni destinazione è un&#8217;opportunità per creare connessioni, scoprire nuove prospettive e raccontare storie che vanno oltre il semplice concetto di turismo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>La newsletter su Substack, dove ti firmi &#8220;Pusher di Entusiasmo&#8221;, sembra uno spazio più personale rispetto al magazine. Che ruolo ha nel tuo lavoro, e pensi di farla diventare un progetto a sé, magari a pagamento?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">La newsletter è sicuramente uno degli spazi più personali che ho creato negli ultimi anni. Non nasce come estensione di TheOldNow, ma come un luogo in cui raccogliere e condividere tutto ciò che mi ispira, senza i confini di un singolo tema o di un formato editoriale specifico.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Ogni mese diventa una sorta di recap personale: libri che ho letto, prodotti beauty che ho scoperto, viaggi, mostre, esperienze, riflessioni e piccoli frammenti della mia quotidianità professionale e personale. È il contenitore più vicino al mio modo naturale di osservare il mondo, fatto di interessi diversi che spesso si intrecciano e si influenzano a vicenda.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Il nome &#8220;Pusher di Entusiasmo&#8221; ha una storia molto semplice: me lo scrisse una follower tempo fa e mi colpì immediatamente. Mi sono riconosciuta in quelle parole perché raccontano bene il mio approccio alla vita e al lavoro. Mi piace condividere ciò che mi incuriosisce, mi emoziona o mi fa crescere, nella speranza di trasmettere lo stesso entusiasmo a chi legge.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Per il momento la considero uno spazio libero, autentico e in continua evoluzione. Più che immaginare cosa potrà diventare in futuro, mi interessa continuare a coltivare questa relazione diretta con le persone che scelgono di aprire le mie email e accompagnarmi ogni mese in questo piccolo viaggio tra passioni, scoperte e ispirazioni.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>I corsi di formazione sono ormai una parte importante della tua attività. C&#8217;è in cantiere qualcosa di più strutturato, un percorso, un format, una community per chi vuole imparare da te?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">La formazione è una parte del mio lavoro che mi appassiona molto perché mi permette di condividere competenze maturate sul campo in oltre quindici anni di attività nel digitale.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Nel corso degli anni ho insegnato presso Accademia del Lusso, tenendo le cattedre di Social Media e Influencer Marketing, e ho partecipato come speaker a convegni, lezioni magistrali ed eventi dedicati alla comunicazione digitale. Sono esperienze che mi hanno permesso di confrontarmi con studenti, professionisti e aziende provenienti da contesti molto diversi tra loro.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Oggi la mia attività formativa si sviluppa principalmente attraverso collaborazioni con aziende, brand e agenzie di comunicazione che desiderano approfondire temi legati al digitale, ai contenuti, all&#8217;influencer marketing e alle strategie di comunicazione. È un lavoro che svolgo spesso in modo molto personalizzato, costruendo percorsi e interventi su misura in base agli obiettivi e alle esigenze specifiche.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Al momento non sto sviluppando corsi online o percorsi rivolti ai singoli utenti. Mi interessa continuare a lavorare in contesti in cui il confronto diretto, la personalizzazione e l&#8217;applicazione concreta delle competenze possano generare un impatto reale.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Credo che il digitale sia un settore in continua evoluzione e che la formazione abbia valore soprattutto quando riesce a collegare teoria, esperienza e casi concreti. È questo l&#8217;approccio che continuo a portare in ogni progetto.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Tra i tuoi format più riconoscibili ci sono le guide travel per il weekend. Hai mai pensato di portarle fuori dallo schermo, in una guida cartacea, un libro, un evento dal vivo?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">È una domanda che mi viene posta spesso e devo ammettere che l&#8217;idea mi affascina. Il viaggio è sempre stato una delle colonne portanti di TheOldNow e negli anni ho raccolto una quantità enorme di esperienze, itinerari, suggerimenti e racconti che potrebbero certamente trovare spazio anche in altri formati.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">La passione per il travel accompagna il mio lavoro da sempre e mi ha portato a sviluppare collaborazioni e progetti che vanno oltre il magazine. Sono Brand Ambassador per l&#8217;Italia di Tripadvisor e faccio parte del programma Google Local Guides, dove ho raggiunto il livello 8, un percorso che riflette la mia attenzione costante alla scoperta, alla condivisione e alla valorizzazione dei luoghi.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Allo stesso tempo, apprezzo molto la libertà che il digitale offre. Una guida online può essere aggiornata, arricchita e migliorata continuamente, seguendo l&#8217;evoluzione delle destinazioni e delle esperienze raccontate.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Non escludo che in futuro alcuni contenuti possano prendere forma in progetti diversi, che si tratti di una pubblicazione, di un evento o di un format dedicato. Credo però che la cosa più importante sia mantenere intatto lo spirito con cui sono nate queste guide: offrire ispirazione, informazioni utili e uno sguardo personale sui luoghi che ho avuto la fortuna di visitare.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">In fondo, indipendentemente dal formato, quello che mi interessa davvero è continuare a raccontare il mondo e aiutare le persone a viverlo con curiosità e consapevolezza.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Se immagini TheOldNow tra cinque anni, cosa è diventato: un magazine più grande, un brand di formazione, una casa editrice, o qualcosa che ancora non esiste nel panorama italiano?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">TheOldNow nasce da una riflessione molto semplice: nel momento stesso in cui pubblichiamo qualcosa, quella novità appartiene già al passato. Da qui il nome del progetto e l&#8217;idea che ciò che è &#8220;new&#8221; diventi immediatamente &#8220;old&#8221;, pur continuando a generare valore nel tempo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Per questo ho sempre visto i contenuti come qualcosa di vivo. Un articolo non è mai necessariamente concluso: può essere aggiornato, arricchito, approfondito e diventare ancora più utile nel corso degli anni.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Tra cinque anni immagino TheOldNow esattamente fedele a questa filosofia. Lo vedo ancora come un web magazine verticale dedicato a lifestyle, beauty e travel, capace di evolversi insieme ai cambiamenti del digitale senza perdere la propria identità.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">In un contesto in cui tutto sembra sempre più veloce e immediato, credo che continuerà a esserci bisogno di luoghi digitali autorevoli, accessibili e costruiti con cura. È questo il ruolo che immagino per TheOldNow anche nel futuro: continuare a raccontare esperienze, idee e ispirazioni attraverso contenuti che mantengano valore ben oltre il momento della pubblicazione.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Il nome stesso, &#8220;TheOldNow&#8221;, gioca sul tempo, su ciò che è già nuovo mentre lo vivi. Vent&#8217;anni di digitale ti hanno resa più ottimista o più disincantata su dove sta andando questo mondo?</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Direi più consapevole.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Quando ho scelto il nome TheOldNow ero affascinata dall&#8217;idea che ogni momento, nel preciso istante in cui lo viviamo, appartenga già al passato. È un concetto che continua a rappresentarmi ancora oggi e che, in fondo, descrive molto bene anche il digitale.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">In questi anni ho visto nascere piattaforme, linguaggi e professioni che all&#8217;inizio sembravano rivoluzionari. Alcuni sono diventati parte della nostra quotidianità, altri sono scomparsi. Questo mi ha insegnato che la vera costante non è la tecnologia, ma la capacità delle persone di adattarsi al cambiamento.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Per questo non mi definisco né ottimista né disincantata. Sono curiosa. Continuo a osservare con interesse ciò che accade, dalle nuove piattaforme all&#8217;intelligenza artificiale, cercando di comprenderne il potenziale senza perdere il senso critico.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Credo che il digitale abbia creato opportunità straordinarie di conoscenza, relazione e condivisione. Allo stesso tempo ci chiede di essere sempre più consapevoli di come utilizziamo gli strumenti che abbiamo a disposizione.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Dopo quasi vent&#8217;anni, la cosa che mi entusiasma di più è che c&#8217;è ancora spazio per imparare, sperimentare e reinventarsi. Ed è probabilmente questa curiosità, più che la tecnologia stessa, ad aver accompagnato tutto il mio percorso.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Quello di Laura Renieri non è ottimismo ingenuo né cinismo da veterana. È qualcosa di più utile ossia la capacità di restare presenti in un settore che cambia continuamente, senza perdere il filo di ciò che si è realmente. </strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>TheOldNow è proprio questo: un progetto che appartiene già al passato nel momento stesso in cui nasce, e che per questo continua a generare valore, come tutto ciò che viene costruito con intenzione.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/laura-renieri-ho-imparato-a-non-innamorarmi-delle-piattaforme-ma-del-valore-che-voglio-portare-alle-persone/">Laura Renieri: &#8220;Ho imparato a non innamorarmi delle piattaforme, ma del valore che voglio portare alle persone&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>&#8220;Cambiando io, cambiava anche mio figlio&#8221;: Genitori Diversi, il metodo che parte da dentro</title>
		<link>https://www.giornalettismo.com/cambiando-io-cambiava-anche-mio-figlio-genitori-diversi-il-metodo-che-parte-da-dentro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Basili]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 09:04:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornalettismo.com/?p=2925265</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ha lasciato il laboratorio di Biologia Molecolare con un contratto a tempo indeterminato e nessuna garanzia di atterrare da qualche parte. Oggi accompagna migliaia di genitori a costruire relazioni più sane con i propri figli — senza urlare, senza sensi di colpa, senza la perfezione come obiettivo. Si chiama Giada Zurlo e ha fondato Genitori [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/cambiando-io-cambiava-anche-mio-figlio-genitori-diversi-il-metodo-che-parte-da-dentro/">&#8220;Cambiando io, cambiava anche mio figlio&#8221;: Genitori Diversi, il metodo che parte da dentro</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="_chunkWrapper_6ta1u_30">
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="0">Ha </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="3">lasciato il laboratorio di Biologia </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="39">Molecolare con un contratto a tempo </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="75">indeterminato e nessuna garanzia di </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="111">atterrare da qualche parte. Oggi </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="144">accompagna migliaia di genitori a </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="178">costruire relazioni più sane con i </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="213">propri figli — senza urlare, senza </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="248">sensi di colpa, senza la perfezione </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="284">come obiettivo.</span></p>
</div>
<div class="_chunkWrapper_6ta1u_30">
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="0">Si chiama Giada Zurlo e ha fondato Genitori </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="19">Diversi; dietro c&#8217;è una donna che ha </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="58">imparato a fidarsi di un sogno  </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="91">letteralmente: è stato un sogno, </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="124">racconta, a darle la spinta finale per </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="163">licenziarsi.</span></p>
</div>
<div class="_chunkWrapper_6ta1u_30">
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="0">Con il metodo scientifico </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="26">ancora ben piantato nello sguardo e una </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="66">curiosità che non si è mai spenta, ha </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="104">costruito un progetto che parte da una </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="143">premessa scomoda: se vuoi cambiare tuo </span><span class="_animating_6ta1u_10" data-newtext-seq="182">figlio, inizia a cambiare te. </span></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Vieni da un percorso scientifico, la ricerca in Biologia Molecolare  e oggi fai tutt&#8217;altro: aiutare i genitori a tempo pieno a diventare guide più sicure ed efficaci. Cosa di quel metodo scientifico è rimasto nel modo in cui osservi, cresci i tuoi figli e accompagni gli altri genitori?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Rimane moltissimo. Anche se oggi faccio un lavoro completamente diverso, il metodo scientifico continua a influenzare il modo in cui osservo i miei figli e accompagno le famiglie. Ho mantenuto l&#8217;abitudine di osservare prima di trarre conclusioni: guardare i comportamenti, raccogliere informazioni, notare i trend, fare ipotesi e poi verificarle nella pratica.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Ma forse l&#8217;eredità più importante che mi ha lasciato la ricerca è la consapevolezza della complessità. Quando fai ricerca capisci che raramente esistono spiegazioni semplici o relazioni di causa-effetto lineari. E la stessa cosa vale per i bambini. Per questo tendo a diffidare delle visioni in bianco e nero e delle soluzioni universali. Cerco sempre di capire quali fattori stanno contribuendo a una situazione e quale equilibrio si è creato all&#8217;interno della famiglia.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Penso che sia anche questo a portarmi ad avere uno sguardo equilibrato: raramente vedo una situazione come una catastrofe o come qualcosa di irrimediabilmente sbagliato. La vedo più come un processo che possiamo osservare, comprendere e modificare un passo alla volta. E poi è rimasta una cosa che amo ancora moltissimo: la curiosità. Fare domande, osservare e continuare a imparare.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>A un certo punto hai lasciato il laboratorio per dedicarti completamente a questo. Quando hai capito che non era più un progetto parallelo ma il tuo lavoro vero, e cosa ha pesato di più in quella scelta?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Credo di aver capito che non era più un progetto parallelo quando mi sono resa conta che tutto il mio tempo libero finiva lì. Leggevo, studiavo e ascoltavo contenuti sulla pedagogia, sulla leadership, sulla crescita personale. E mi accorgevo che mi appassionavano molto più della biologia. A un certo punto ho dovuto essere onesta con me stessa: forse era quello che volevo fare davvero.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Non è stata una scelta facile. Avevo un lavoro a tempo indeterminato, una carriera per cui avevo studiato tanti anni e nessuna garanzia che questo nuovo percorso avrebbe funzionato. Ma sentivo sempre più forte una sensazione: andavo al lavoro, facevo il mio dovere, ma non vedevo l&#8217;ora di tornare a casa per dedicarmi a quest&#8217;altro progetto. L&#8217;energia, la curiosità e l&#8217;entusiasmo erano ormai altrove.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Per molto tempo ho rimuginato sulla decisione, finché una notte ho fatto un sogno che mi ha dato la spinta finale. Stavo salendo una lunga scala a chiocciola costruita attorno a un albero. Continuavo a salire, sempre più in alto, finché mi rendevo conto che in cima non c&#8217;era nulla. E ricordo una sensazione fortissima di ansia e di vicolo cieco. Poi guardavo sotto di me e vedevo altri alberi, più bassi ma rigogliosi. Per raggiungerli avrei dovuto saltare, senza sapere esattamente dove sarei atterrata. Nel sogno ho fatto quel salto. E quando mi sono svegliata ho capito che era esattamente la scelta che stavo evitando da tempo. Quel giorno ho annunciato al mio capo che mi sarei licenziata.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Hai aperto Genitori Diversi dall&#8217;idea che &#8220;la felicità non è reale finché non viene condivisa&#8221;. Cosa stavi vivendo, come mamma, nel momento in cui hai deciso di metterti a scrivere per gli altri?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Ho iniziato a scrivere per gli altri quando ho cominciato a vedere, nella mia famiglia, quanto potere avessero alcuni piccoli cambiamenti nel mio modo di fare il genitore. Fino a quel momento, come tanti genitori, oscillavo spesso tra pensieri come: &#8220;Cosa c&#8217;è che non va in mio figlio?&#8221; oppure &#8220;Cosa c&#8217;è che non va in me?&#8221;. Poi ho iniziato a modificare alcune cose: il modo in cui parlavo, il modo in cui mettevo i limiti, il modo in cui interpretavo certi comportamenti. E ho visto che cambiando io, cambiava anche mio figlio.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Mi sono resa conto che molto spesso non servono grandi rivoluzioni, ma piccoli cambiamenti di prospettiva e di atteggiamento che possono avere un impatto enorme sulla vita quotidiana. E a quel punto non riuscivo più a tenermelo per me. Sentivo il bisogno di condividere quello che stavo imparando, perché sapevo quanto mi fossi sentita persa e sola in certi momenti.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Il nome &#8220;Genitori Diversi&#8221; è una piccola dichiarazione di intenti. Diversi rispetto a cosa, e da quale modello di genitore hai sentito il bisogno di smarcarti?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Da una parte ci sono i genitori molto severi, con aspettative alte, che però offrono poco supporto. Dall&#8217;altra ci sono i genitori molto calorosi e comprensivi, ma con aspettative molto basse. E poi c&#8217;è una terza categoria, forse la più comune: i genitori che oscillano continuamente tra questi due poli. Sono molto permissivi finché non ne possono più e allora diventano rigidissimi. Oppure sono molto severi finché la tensione diventa insostenibile e allora mollano tutto.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Io volevo qualcosa di diverso. Volevo uscire dall&#8217;idea che dobbiamo scegliere tra fermezza e calore, tra limiti e connessione. Quello che ogni giorno provo a trasmettere è che le due cose possono coesistere. Possiamo avere aspettative alte e allo stesso tempo offrire il supporto necessario per raggiungerle. Possiamo essere gentili senza essere permissivi. E possiamo essere fermi senza essere duri. Per me, un &#8220;genitore diverso&#8221; è proprio questo: qualcuno che unisce la fermezza di una volta con il calore che oggi sappiamo essere così importante per la crescita dei nostri figli.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>C&#8217;è un consiglio sulla genitorialità che davi all&#8217;inizio e che oggi, qualche anno e tre figli dopo, non daresti più?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Non c&#8217;è un consiglio che oggi rinnego completamente, ma sicuramente ci sono alcune cose che oggi tendo a spiegare in modo diverso. All&#8217;inizio davo per scontato che il problema principale dei genitori fosse un eccesso di autoritarismo. Con il tempo, però, mi sono resa conto che molti genitori moderni faticano più con il permissivismo che con la severità. Per questo oggi sottolineo molto di più l&#8217;importanza dell&#8217;equilibrio.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Per esempio, spesso consiglio di dare delle scelte ai bambini. È uno strumento molto utile, soprattutto con bambini che sentono di avere poco controllo. Ma oggi aggiungo sempre una precisazione: non significa trasformare ogni momento della giornata in una trattativa. Perché se un bambino si abitua ad avere una scelta su tutto, finisce per aspettarsi una scelta su tutto. Quello che ho imparato in questi anni, e con tre figli, è che quasi ogni strumento educativo può essere utile o controproducente a seconda della dose. E quindi oggi sono molto più attenta a trasmettere non solo gli strumenti, ma anche il contesto e l&#8217;equilibrio con cui usarli.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Uno dei tuoi articoli più spiazzanti è &#8220;Perché NON dire ai figli che siamo orgogliosi di loro&#8221;. Da dove nasce questa tesi, e che reazioni ti porta dai genitori che ti leggono?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Quell&#8217;articolo nasce soprattutto dal lavoro di Carol Dweck e dagli studi sulla motivazione. E sì, è uno degli articoli che genera più reazioni. Molti genitori, leggendo solo il titolo, pensano che io stia dicendo di non fare mai complimenti ai figli o di non esprimere orgoglio. In realtà non c&#8217;è nulla di male nel dire &#8220;sono orgoglioso di te&#8221;. Il problema nasce quando tutte le nostre valutazioni arrivano dall&#8217;esterno.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Se un bambino riceve sempre e solo messaggi come &#8220;bravo&#8221;, &#8220;sono orgoglioso di te&#8221;, &#8220;sei stato fantastico&#8221;, rischia di abituarsi a cercare continuamente la conferma degli altri. E quando nessuno lo guarda più, la motivazione può diminuire. Per questo cerco di invitare i genitori ad affiancare alle valutazioni esterne anche domande che aiutino il bambino a sviluppare un proprio giudizio interno: &#8220;Tu come ti senti?&#8221;, &#8220;Sei soddisfatto di come è andata?&#8221;, &#8220;Di cosa sei più fiero?&#8221;, &#8220;Cosa hai imparato?&#8221;. L&#8217;obiettivo è aiutarlo a costruire una motivazione che non dipenda esclusivamente dall&#8217;approvazione degli altri.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Insisti molto sul crescere i figli senza urlare né minacciare. È un metodo che regge davvero nella vita quotidiana, o anche a te capita di non riuscirci? Come lo racconti senza far sentire in colpa chi ti legge?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Come dico sempre ai miei studenti, l&#8217;obiettivo non è la perfezione, ma il progresso. Quindi no, non credo che esistano genitori che non urlano mai. A me capita ancora oggi. La differenza è che oggi è l&#8217;eccezione, non la regola.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Penso alle nostre emozioni come a un sistema di allarme: se suona continuamente, per qualsiasi cosa, a un certo punto nessuno ci fa più caso. Molti genitori, me compresa all&#8217;inizio, reagiscono con la stessa intensità a un bicchiere di latte rovesciato e a un bambino che sta per attraversare la strada senza guardare. Ma non credo nemmeno che l&#8217;obiettivo sia non mostrare mai irritazione. Ci sono situazioni in cui è giusto che i nostri figli percepiscano che hanno oltrepassato un limite. L&#8217;obiettivo non è spegnere completamente l&#8217;allarme, ma fare in modo che funzioni bene. Che suoni quando serve. La cosa che mi aiuta di più è ricordarmi che sono un allenatore, non un giudice. Un allenatore non si aspetta che l&#8217;atleta sia già perfetto. Sa che gli errori fanno parte dell&#8217;apprendimento.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Hai una serie, Un influencer per amico, in cui intervisti persone comuni su esperienze fortissime: un cammino, una perdita, una rinascita, perfino una mamma che racconta la morte del figlio. Cosa cerchi in queste storie, e cosa ti hanno insegnato sul tuo essere genitore?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">In quelle storie cerco soprattutto insegnamenti. Ho una convinzione molto forte: gli insegnanti possono essere ovunque. Non solo nei libri, nei corsi o negli esperti, ma anche nelle persone comuni che hanno attraversato qualcosa di difficile, di coraggioso o di straordinario. La verità è che sono innamorata delle storie. Mi nutrono.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Ascoltare le esperienze degli altri mi aiuta ad allargare la mia prospettiva, a vedere possibilità che prima non vedevo e a imparare lezioni che magari non avrei mai imparato da sola. Le storie di resilienza, di perdita, di coraggio, di rinascita mi ricordano continuamente di cosa sono capaci gli esseri umani quando attraversano le difficoltà. Mi aiutano ad avere più fiducia nei miei figli, nelle loro risorse e nella loro capacità di affrontare la vita.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Parli tanto di crescita personale prima ancora che di genitorialità. Qual è il lavoro su te stessa che ha cambiato di più il tuo modo di stare con i tuoi figli — e che oggi porti anche ai genitori che segui?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Probabilmente il lavoro su me stessa che ha cambiato di più il mio modo di essere genitore è stato imparare a prendermi il 100% della responsabilità della mia vita. In passato tendevo più facilmente a sentirmi vittima delle circostanze. Oggi, quando c&#8217;è qualcosa che non mi piace, la domanda che mi faccio è diversa: &#8220;In che modo sto contribuendo a questa situazione?&#8221;. Quando ci sentiamo vittime, siamo impotenti. Quando ci assumiamo la responsabilità della nostra parte, possiamo agire.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">E questa è una delle lezioni più importanti che porto anche ai genitori. Molto spesso pensiamo che il comportamento dei nostri figli sia un problema che appartiene esclusivamente a loro. In realtà le dinamiche familiari sono quasi sempre una co-creazione. Noi influenziamo i loro comportamenti molto più di quanto immaginiamo. E questa è una splendida notizia. Perché significa che, cambiando qualcosa nel nostro atteggiamento, nelle nostre reazioni o nelle nostre abitudini, possiamo spesso modificare profondamente anche i comportamenti dei nostri figli — senza doverli controllare.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Genitori Diversi nasce come blog, ma vivi anche di Instagram e Facebook. Cosa puoi dire in un articolo lungo, o dentro un percorso formativo, che un post non ti permette, e cosa invece i social fanno meglio?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Per me i social sono un po&#8217; la vetrina del negozio. Servono a catturare l&#8217;attenzione, a far riflettere, a offrire uno spunto o una prospettiva diversa. Ma soprattutto, danno un ingrediente della ricetta. Ed è importante ricordarselo. Perché se prendi un ingrediente da una ricetta, un altro da un&#8217;altra e un altro ancora da una terza, è possibile che il risultato finale non funzioni, anche se ogni singolo ingrediente è ottimo. La vera trasformazione avviene quando ti viene data l&#8217;intera ricetta.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Detto questo, penso che i social abbiano comunque un valore enorme. Perché possono fare una cosa molto preziosa: ricordarci ciò che sappiamo già. Molto spesso dietro c&#8217;è un libro, un corso o un percorso che ho fatto con loro. I loro contenuti diventano piccoli promemoria quotidiani che mi aiutano a tenere vivi certi concetti. Ed è una cosa che mi dicono spesso anche i miei studenti: continuano a seguirmi non tanto per imparare qualcosa di completamente nuovo ogni giorno, ma perché i contenuti li aiutano a ricordarsi, nel caos della vita quotidiana, il genitore che vogliono essere.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Oggi i social sono pieni di contenuti sulla genitorialità, spesso in pillole e molto assertivi. Che rapporto hai con questa &#8220;iper-educazione&#8221; online e con il rischio che generi più ansia che aiuto nei genitori?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Penso che il rischio esista. Ma penso anche che sia inutile cercare di cambiare il &#8220;fuori&#8221;. Ci saranno sempre più persone che parlano di genitorialità online, sempre più opinioni e sempre più informazioni. La vera domanda è: come impariamo a usare bene tutto questo?</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Faccio spesso un paragone con l&#8217;alimentazione. Se mi affacciassi ai social senza avere alcuna conoscenza di nutrizione, probabilmente dopo dieci minuti chiuderei Instagram senza sapere più cosa mangiare. Se invece ho delle basi solide e dei principi chiari, allora posso ascoltare idee diverse senza perdermi. Il problema non è la quantità di informazioni — è quando vengono consumate senza avere un filtro. Per questo credo che il vero obiettivo non sia seguire più contenuti possibile, ma costruire una propria bussola. C&#8217;è una frase che uso spesso, non solo per la genitorialità ma per la vita in generale: &#8220;Prendo ciò che mi serve e lascio il resto.&#8221;</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Tema delicato e molto attuale: lo sharenting, cioè quanto esporre i propri figli online. Tu come ti regoli con i tuoi figli, e dove metti il confine tra raccontare e mostrare?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Personalmente sono piuttosto prudente su questo tema. Ho scelto di non mostrare il volto dei miei figli online. Se compaiono nei miei contenuti, è molto raro e generalmente di spalle o in modo da non renderli riconoscibili. Ma, più in generale, cerco proprio di usare poco il telefono quando sono con loro. Quando sono con i miei figli preferisco esserci davvero.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Per questo il mio modo di raccontare la genitorialità è più narrativo che visivo. Mi annoto episodi, conversazioni, intuizioni o situazioni che mi colpiscono e poi le trasformo in newsletter, articoli o contenuti. Racconto ciò che ho imparato dall&#8217;esperienza, più che mostrare l&#8217;esperienza stessa. Per me il confine sta proprio qui.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>I tuoi figli crescono in un mondo digitale che tu da bambina non avevi. È la sfida educativa che ti spaventa di più, o la vedi diversamente?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">È sicuramente una sfida enorme. Ma devo essere sincera: le sfide tendono più a incuriosirmi che a spaventarmi. Quando qualcosa mi preoccupa, la mia reazione naturale è cercare di capirla meglio. Cerco di tenermi aggiornata il più possibile sulla tecnologia, sui social media, sui videogiochi, sull&#8217;intelligenza artificiale e su tutto ciò che potrebbe entrare nella vita dei miei figli. Perché credo che sia molto difficile guidare bene qualcuno in un territorio che non conosciamo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Non penso che la soluzione sia demonizzare la tecnologia o fare finta che non esista. Penso che la soluzione sia conoscerla abbastanza bene da poter insegnare ai nostri figli a usarla con consapevolezza. Allo stesso tempo cerco di fare un&#8217;altra cosa che considero altrettanto importante: fare in modo che i miei figli si innamorino del mondo reale. Perché il problema del mondo digitale è che può far impallidire quello reale — è più veloce, più stimolante, più immediatamente gratificante. Il nostro compito non è solo insegnare ai figli a usare bene il mondo digitale, ma anche assicurarci che non si perdano la straordinaria ricchezza di quello reale.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Oggi corsi, coaching e percorsi per genitori sono il tuo lavoro a tempo pieno. Cosa cambia quando smetti di &#8220;scrivere per&#8221; i genitori e cominci ad accompagnarli uno a uno o in gruppo?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">È completamente diverso. Quando scrivi contenuti, in qualche modo stai parlando ai genitori. Quando li accompagni in un percorso, invece, stai parlando con loro. Possono raccontarti le loro difficoltà, le loro resistenze, i loro dubbi. Possono dirti cosa ha funzionato e cosa no. E questo permette di andare molto più in profondità.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">La cosa che amo di più è vedere gli strumenti prendere vita nella quotidianità delle famiglie. Sentire i racconti di chi ha provato qualcosa, di chi ha cambiato prospettiva, di chi è riuscito a uscire da una situazione che sembrava senza via d&#8217;uscita. E poi c&#8217;è un&#8217;altra cosa che non mi aspettavo all&#8217;inizio: quanto imparino gli uni dagli altri. Spesso una domanda di una persona aiuta altre dieci. E vedere questa rete di supporto che si crea spontaneamente è una delle parti più belle del mio lavoro. A quel punto non sono più io che insegno qualcosa a qualcuno. Diventa una comunità di persone che si sostengono a vicenda.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>La pubblicazione sul blog ha rallentato negli ultimi tempi. È una conseguenza naturale di questo spostamento verso corsi e coaching, o c&#8217;è anche un ripensamento su che cosa vuoi essere Genitori Diversi da qui in avanti?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Sì, è vero, la pubblicazione sul blog è rallentata parecchio negli ultimi anni. In parte è una conseguenza molto naturale dello spostamento verso corsi, percorsi e coaching. A un certo punto mi sono resa conto che attraverso un articolo spesso potevo offrire solo un pezzo del puzzle. Quello che desideravo fare era accompagnare le persone nell&#8217;intera ricetta.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">E poi, se devo essere sincera, quando ho aperto il blog non sapevo esattamente cosa stessi facendo. Sentivo semplicemente un forte desiderio di condividere quello che stavo imparando. Non avevo una strategia, non avevo un piano preciso. Ho iniziato un po&#8217; a tentoni, seguendo la curiosità e l&#8217;entusiasmo. Col tempo ho scoperto altri modi per raggiungere e aiutare i genitori, e mi sono accorta che mi viene molto più naturale parlare che scrivere. Detto questo, non credo ci sia stato un ripensamento rispetto alla missione. È cambiato più il mezzo che il messaggio.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Dove ti piacerebbe portare il progetto adesso — un libro, un podcast, una community più strutturata attorno ai tuoi percorsi? E con chi sogneresti di collaborare?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Se guardo al futuro, il podcast è probabilmente una delle direzioni che mi attira di più. Ascolto podcast da anni. Mi accompagnano durante le mie passeggiate. Sono uno dei mezzi che più hanno influenzato il mio modo di pensare e di crescere. Per questo mi piacerebbe molto, prima o poi, creare uno spazio del genere anche per Genitori Diversi.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">In questo momento, però, ho un bambino piccolo a casa oltre agli altri due, e sto cercando di proteggere il più possibile il tempo dedicato alla famiglia. Ho imparato che ogni stagione della vita ha le sue priorità. Più in generale, mi piacerebbe continuare a costruire una comunità di genitori che hanno voglia di mettersi in discussione, imparare e crescere figli forti, autonomi e capaci di affrontare le difficoltà della vita. Per quanto riguarda le collaborazioni, penso a Paolo Crepet, Osvaldo Poli e Alberto Pellai — persone che stimo profondamente e dalle quali sento di avere ancora moltissimo da imparare. Sarebbe un grande privilegio poter confrontarmi con loro.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Genitori Diversi non è un manuale. È il frutto di una trasformazione personale che qualcuno ha avuto il coraggio di rendere pubblica, con la convinzione che condividere ciò che si impara sia già, di per sé, un atto educativo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/cambiando-io-cambiava-anche-mio-figlio-genitori-diversi-il-metodo-che-parte-da-dentro/">&#8220;Cambiando io, cambiava anche mio figlio&#8221;: Genitori Diversi, il metodo che parte da dentro</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dal peschereccio alla blockchain: come Ogyre ha trasformato la raccolta dei rifiuti marini in un modello di business a break-even</title>
		<link>https://www.giornalettismo.com/dal-peschereccio-alla-blockchain-come-ogyre-ha-trasformato-la-raccolta-dei-rifiuti-marini-in-un-modello-di-business-a-break-even/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Basili]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 15:42:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Ogyre]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornalettismo.com/?p=2925262</guid>

					<description><![CDATA[<p>Due milioni di euro di fatturato, break-even raggiunto nel 2024 e un round da 3,8 milioni chiuso a dicembre. Ogyre, la startup che paga i pescatori per raccogliere rifiuti marini in Italia, Brasile, Indonesia e Senegal, è una delle realtà più osservate dell&#8217;impact economy italiana: B Corp, Società Benefit e startup innovativa a vocazione sociale [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/dal-peschereccio-alla-blockchain-come-ogyre-ha-trasformato-la-raccolta-dei-rifiuti-marini-in-un-modello-di-business-a-break-even/">Dal peschereccio alla blockchain: come Ogyre ha trasformato la raccolta dei rifiuti marini in un modello di business a break-even</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Due milioni di euro di fatturato, break-even raggiunto nel 2024 e un round da 3,8 milioni chiuso a dicembre. Ogyre, la startup che paga i pescatori per raccogliere rifiuti marini in Italia, Brasile, Indonesia e Senegal, è una delle realtà più osservate dell&#8217;impact economy italiana: B Corp, Società Benefit e startup innovativa a vocazione sociale insieme, con un patrocinio UNESCO nell&#8217;ambito dell&#8217;Ocean Decade e una piattaforma blockchain che traccia ogni chilo di rifiuto dalla rete del pescatore alla dashboard dell&#8217;azienda partner. Ma dietro il racconto del &#8220;fishing for litter&#8221; ci sono questioni meno levigate: quanto pesa davvero una certificazione nella raccolta di capitale, chi usa i dati raccolti in mare, come si remunera concretamente un pescatore in Senegal e cosa succede al modello quando i fondi del round si esauriscono. Ne abbiamo parlato con il team di Ogyre, senza accontentarci delle risposte da bilancio di sostenibilità.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="11:1-11:282;1105-1386"><strong>Avete chiuso il 2024 a break-even con un fatturato di oltre 2 milioni di euro e a dicembre avete chiuso un round da 3,8 milioni. La certificazione B Corp ha pesato concretamente in quella raccolta, o rimane ancora più uno strumento di posizionamento che di accesso al capitale?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="13:1-13:212;1388-1599">È difficile attribuire alla certificazione B Corp un peso preciso nella raccolta di capitale. Il suo impatto è stato probabilmente più rilevante sul posizionamento del brand che sull&#8217;accesso diretto ai capitali.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="15:1-15:298;1601-1898">Per gli investitori, infatti, la certificazione rappresenta un segnale positivo, ma resta uno degli elementi all&#8217;interno di una valutazione molto più ampia e approfondita. Da sola non determina una decisione di investimento, ma può contribuire a rafforzare la credibilità complessiva dell&#8217;azienda.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="17:1-17:260;1900-2159"><strong>Siete contemporaneamente B Corp, Società Benefit e startup innovativa a vocazione sociale. Tre status che in Italia spesso convivono male — burocrazia diversa, obblighi diversi, interlocutori diversi. Come li gestite senza che diventino un peso operativo?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="19:1-19:180;2161-2340">Nel caso di Ogyre, i tre status convivono in modo abbastanza naturale, perché nascono dalla stessa impostazione di fondo: generare un impatto positivo, sia sociale sia ambientale.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="21:1-21:434;2342-2775">La certificazione B Corp richiede un&#8217;analisi più articolata e con un orizzonte pluriennale, mentre lo status di Società Benefit e quello di startup innovativa a vocazione sociale implicano soprattutto attività di rendicontazione che, in molti aspetti, si sovrappongono. Una volta costruito il primo impianto di raccolta dati e reporting, l&#8217;adattamento ai diversi requisiti non rappresenta un peso operativo particolarmente rilevante.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="23:1-23:247;2777-3023"><strong>La B Corp certifica il processo, non il prodotto. Ma il vostro prodotto, chili di rifiuti marini raccolti, è già di per sé misurabile e verificabile. Quanto vale la certificazione per un&#8217;azienda che ha già l&#8217;impatto incorporato nel modello?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="25:1-25:355;3025-3379">Per un&#8217;azienda come Ogyre, la certificazione B Corp non serve a dimostrare l&#8217;impatto del prodotto in sé, che è già misurabile e verificabile attraverso altri strumenti. Il suo valore sta soprattutto nel rafforzare la credibilità e la trasparenza complessiva dell&#8217;azienda, anche grazie al riconoscimento commerciale che questa certificazione ha raggiunto.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="27:1-27:313;3381-3693">Nel caso di Ogyre, l&#8217;impatto operativo è già supportato da altri elementi di validazione: il patrocinio UNESCO nell&#8217;ambito dell&#8217;Ocean Decade, ottenuto a seguito di un processo di due diligence, e la certificazione SGS del protocollo di gestione e della piattaforma digitale di tracciabilità basata su blockchain.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="29:1-29:266;3695-3960"><strong>Avete costruito una piattaforma che traccia in blockchain l&#8217;intero ciclo di vita del rifiuto, dalla pesca allo smaltimento. Chi la usa davvero — le aziende clienti, i singoli contributori, o è ancora più uno strumento di comunicazione che di governance interna?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="31:1-31:286;3962-4247">La piattaforma non è uno strumento accessorio di comunicazione, ma il cuore operativo del modello, insieme ai pescatori. Senza questa infrastruttura non sarebbe possibile monitorare le raccolte, allocarle correttamente né renderle accessibili ai clienti attraverso le loro credenziali.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="33:1-33:338;4249-4586">Viene utilizzata anche dall&#8217;ente certificatore e dagli istituti di ricerca, che possono così verificare i processi e lavorare sui dati raccolti in chiave scientifica. In questo senso, la piattaforma è prima di tutto uno strumento di governance interna e di tracciabilità, che diventa poi anche un elemento di trasparenza verso l&#8217;esterno.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="35:1-35:264;4588-4851"><strong>La digitalizzazione del processo di raccolta vi permette di trasferire i rifiuti pescati alle community delle aziende partner. Quanto è complessa, tecnicamente e operativamente, quella catena — dal pescatore in Indonesia alla dashboard di un&#8217;azienda milanese?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="37:1-37:306;4853-5158">La catena è lunga e molto più complessa di quanto possa sembrare dall&#8217;esterno. Parte dal pescatore e arriva fino all&#8217;azienda partner; in alcuni casi, su richiesta, può arrivare anche al consumatore finale, che attraverso la piattaforma può condividere con la propria community i chili di rifiuti raccolti.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="39:1-39:305;5160-5464">Dal punto di vista tecnico serve una piattaforma solida, capace di gestire dati, attribuzioni e tracciabilità. Dal punto di vista operativo, però, la complessità è altrettanto importante: ogni passaggio deve essere costruito in modo da rendere l&#8217;esperienza chiara, comprensibile e realmente utilizzabile.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="41:1-41:234;5466-5699">L&#8217;obiettivo è proprio questo: trasformare una filiera complessa in un&#8217;informazione accessibile, permettendo all&#8217;utente finale di conoscere il pescatore che sta supportando e di vedere il rifiuto raccolto grazie al proprio contributo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="43:1-43:242;5701-5942"><strong>State raccogliendo una quantità crescente di dati — sui flussi di rifiuti, sulle zone di pesca, sulle performance delle flotte. Questi dati hanno già un valore commerciale autonomo, o sono ancora solo a supporto del reporting di impatto?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="45:1-45:161;5944-6104">I dati raccolti hanno un valore molto alto, ma non vengono letti oggi in una logica commerciale autonoma. Il loro valore principale è scientifico e conoscitivo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="47:1-47:294;6106-6399">Per questo vengono messi gratuitamente a disposizione di enti di ricerca e organismi sovranazionali, tra cui Unione Europea e Nazioni Unite. L&#8217;obiettivo è contribuire a una migliore comprensione dei flussi di rifiuti, delle aree più esposte e delle dinamiche che oggi sono ancora poco mappate.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="49:1-49:228;6401-6628">In questa direzione si inserisce anche il lavoro avviato su alcuni progetti con sensori e rilevatori tecnici, pensati per offrire alla comunità scientifica informazioni sempre più precise e utili su aree ancora poco conosciute.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="51:1-51:310;6630-6939"><strong>Dite che le aziende usano sempre più i vostri programmi non solo per la CSR, ma per ingaggiare le community interne — i dipendenti — e quelle esterne — i clienti. Qual è il contenuto che funziona meglio in quel contesto: il dato di impatto, la storia del pescatore, o qualcos&#8217;altro che non vi aspettavate?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="53:1-53:186;6941-7126">Nel coinvolgimento delle community, il dato di impatto è importante, ma da solo non basta. Spesso rischia di restare freddo, distante, difficile da trasformare in una connessione reale.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="55:1-55:241;7128-7368">Quello che funziona di più sono le storie: soprattutto quelle dei pescatori, ma anche il racconto di come nasce la relazione con loro e di come Ogyre interagisce con le comunità locali. È lì che l&#8217;impatto diventa più comprensibile e vicino.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="57:1-57:108;7370-7477">L&#8217;elemento umano, accanto a quello ambientale, è spesso ciò che genera maggiore interesse e partecipazione.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="59:1-59:289;7479-7767"><strong>Una community verticale — surfers, subacquei, pescatori sportivi, appassionati di ocean sailing — ha già una sensibilità naturale verso quello che fate. Avete mai pensato di lavorare direttamente con quelle community come canale di acquisizione, invece di passare sempre dall&#8217;azienda?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="61:1-61:280;7769-8048">Ogyre lavora già direttamente con community legate al mare. La collaborazione con Luna Rossa, per esempio, ha permesso di entrare in relazione con il mondo della vela, ma ci sono state anche collaborazioni con surfisti, subacquei e altri gruppi naturalmente vicini a questi temi.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="63:1-63:322;8050-8371">Sono community molto affini, con cui esiste spesso uno scambio forte di informazioni, sensibilità e supporto reciproco. In molti casi si tratta di relazioni ancora informali, ma rappresentano sicuramente un canale interessante, proprio perché partono da una consapevolezza già presente e da un legame diretto con il mare.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="65:1-65:229;8373-8601"><strong>La pubblicità targetizzata oggi permette di raggiungere segmenti molto precisi per valori e stili di vita, non solo per demografia. Quanto usate quel canale, e quanto invece vi affidate al passaparola e alle partnership B2B?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="67:1-67:198;8603-8800">Il modello di Ogyre resta prevalentemente B2B, quindi fino a oggi i canali principali sono stati quelli più tradizionali di questo mercato: relazioni dirette, partnership e passaparola qualificato.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="69:1-69:265;8802-9066">Più di recente, però, Ogyre ha iniziato ad aprirsi anche al B2C e a sperimentare forme di pubblicità targetizzata. È un canale ancora in fase di sviluppo, ma i primi risultati sono molto interessanti, soprattutto perché permette di raggiungere persone e community.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="71:1-71:278;9068-9345"><strong>I vostri pescatori guadagnano fino a tre volte il salario minimo locale. È un dato che comunicate spesso, ma come funziona concretamente — viene pagato a chilo raccolto, a uscita, a contratto fisso? E come si misura la sostenibilità di quel modello quando il round finisce?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="73:1-73:255;9347-9601">Il dato corretto è &#8220;almeno tre volte il salario minimo locale&#8221;, non &#8220;fino a&#8221;. La remunerazione viene calcolata su base giornaliera, mentre il rapporto contrattuale può variare da Paese a Paese, perché cambiano i contesti culturali, normativi e operativi.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="75:1-75:238;9603-9840">In generale, il modello prevede un contratto che riconosce ai pescatori una componente fissa, condizionata al raggiungimento di un target minimo di raccolta. È quindi un sistema ibrido tra pagamento a chilo, a uscita e a contratto fisso.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="77:1-77:216;9842-10057"><strong>Operate in Italia, Brasile, Indonesia e Senegal — contesti radicalmente diversi per cultura, normativa, rapporto con il mare. Cosa cambia davvero nel modello da un paese all&#8217;altro, e cosa invece rimane identico?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="79:1-79:272;10059-10330">I contesti in cui Ogyre opera sono molto diversi tra loro, ma alcuni elementi restano costanti. In tutti i Paesi c&#8217;è una presenza significativa di rifiuti, c&#8217;è la necessità concreta di recuperarli e c&#8217;è spesso una forte complessità nella loro gestione e nel loro riciclo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="81:1-81:204;10332-10535">Rimane costante anche un altro aspetto: il legame dei pescatori con il mare. È un elemento che cambia nelle forme, ma che si ritrova in ogni contesto e che rappresenta una parte fondamentale del modello.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="83:1-83:246;10537-10782">A cambiare, invece, sono le normative, le pratiche operative, la cultura locale e le modalità di relazione con le comunità. Per questo il modello deve essere adattato con attenzione Paese per Paese, mantenendo però invariati i principi di fondo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="85:1-85:220;10784-11003"><strong>Il vostro modello trasforma il pescatore da produttore di cibo a custode dell&#8217;ecosistema. C&#8217;è resistenza in quel passaggio di identità, o i pescatori lo accolgono come un&#8217;estensione naturale di quello che già fanno?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="87:1-87:273;11005-11277">In genere i pescatori accolgono molto bene questo passaggio, perché sono già consapevoli del problema ambientale e della presenza di rifiuti in mare. Più che una nuova identità imposta dall&#8217;esterno, è spesso un&#8217;estensione naturale del loro rapporto quotidiano con il mare.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="89:1-89:314;11279-11592">Quello che manca, nella maggior parte dei casi, non è la volontà, ma la possibilità concreta di intervenire: risorse, strumenti, equipaggiamento e un modello organizzato per raccogliere e gestire quei rifiuti. È qui che Ogyre crea una sinergia, trasformando una sensibilità già esistente in un&#8217;azione strutturata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La certificazione B Corp, ammettono, conta più per il posizionamento che per l&#8217;accesso al capitale; i dati raccolti in quattro continenti vengono ceduti gratuitamente alla ricerca invece di essere monetizzati; e ciò che funziona davvero nell&#8217;ingaggio delle community non è il numero, ma la storia del pescatore che c&#8217;è dietro. È una risposta indiretta ma chiara alla domanda che attraversa tutto il settore dell&#8217;impact economy: la sostenibilità regge solo se sta in piedi come business. Ogyre, almeno per ora, sembra esserci riuscita  con un equilibrio che andrà verificato alla prova della scalabilità, quando il modello dovrà funzionare in contesti sempre più diversi senza perdere quello che oggi lo tiene insieme: il legame diretto, quasi artigianale, tra chi esce in mare e chi quel gesto lo finanzia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/dal-peschereccio-alla-blockchain-come-ogyre-ha-trasformato-la-raccolta-dei-rifiuti-marini-in-un-modello-di-business-a-break-even/">Dal peschereccio alla blockchain: come Ogyre ha trasformato la raccolta dei rifiuti marini in un modello di business a break-even</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>«Vent&#8217;anni fa l&#8217;avocado lo scambiavano per una zucchina»: Andrea Passanisi e la Sicilia che ha imparato a raccontare il tropicale</title>
		<link>https://www.giornalettismo.com/ventanni-fa-lavocado-lo-scambiavano-per-una-zucchina-andrea-passanisi-e-la-sicilia-che-ha-imparato-a-raccontare-il-tropicale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Basili]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 07:55:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[andrea passanisi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornalettismo.com/?p=2925257</guid>

					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è un&#8217;immagine che racconta meglio di qualsiasi dato quanta strada abbia fatto la frutta tropicale siciliana: un ventitreenne che fa il pendolare tra Catania e Roma. Quel ragazzo era Andrea Passanisi, oggi fondatore di Sicilia Avocado, la realtà che sul versante ionico dell&#8217;Etna coordina oltre 80 aziende agricole e più di 260 ettari di coltivazioni [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/ventanni-fa-lavocado-lo-scambiavano-per-una-zucchina-andrea-passanisi-e-la-sicilia-che-ha-imparato-a-raccontare-il-tropicale/">«Vent&#8217;anni fa l&#8217;avocado lo scambiavano per una zucchina»: Andrea Passanisi e la Sicilia che ha imparato a raccontare il tropicale</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span data-contrast="auto">C&#8217;è un&#8217;immagine che racconta meglio di qualsiasi dato quanta strada abbia fatto la frutta tropicale siciliana: un ventitreenne che fa il pendolare tra Catania e Roma. Quel ragazzo era Andrea Passanisi, oggi fondatore di Sicilia Avocado, la realtà che sul versante ionico dell&#8217;Etna coordina oltre 80 aziende agricole e più di 260 ettari di coltivazioni tra avocado, mango e papaya. Partito dai limoneti del nonno e da un viaggio in Brasile a 17 anni, Passanisi ha contribuito a trasformare una sperimentazione di famiglia in una filiera riscoprendo, lungo il percorso, una storia che la Sicilia aveva dimenticato: quella dei padri del tropicale, che alle pendici dell&#8217;Etna piantavano e studiavano questi frutti già alla fine degli anni Cinquanta. Lo abbiamo intervistato per parlare di territorio, mercati, cambiamento climatico e del rischio più sottovalutato del boom tropicale: la perdita di credibilità.</span><span data-ccp-props="{&quot;134233117&quot;:false,&quot;134233118&quot;:false,&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:1,&quot;335551620&quot;:1,&quot;335559685&quot;:0,&quot;335559737&quot;:0,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:160,&quot;335559740&quot;:279}"> </span></p>
<p><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><strong>Lei è diventato un punto di riferimento per la coltivazione dell&#8217;avocado in Italia, ma la sua famiglia coltivava limoni da generazioni. Come è stata accolta questa scelta?</strong></p>
<p><span data-contrast="auto">Vorrei prima fare una precisazione: io non ho sostituito gli agrumi. Ho piantato avocado dove in passato coltivavamo vigne e patate, colture che avevamo già abbandonato. I limoni lasciati da mio nonno continuo orgogliosamente a coltivarli, insieme ad alcuni alberi storici che aveva piantato lui: sono rimasti intatti, curati, per quel legame sentimentale che mi unisce al territorio e alla mia famiglia. Ne parlo poco, dei limoni, è vero — parlo molto di più del valore delle nostre radici e della capacità di rinnovarsi, di affiancare alla tradizione colture relativamente giovani, che il mercato ha iniziato ad apprezzare negli ultimi quindici, sedici anni.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">Da dove nasce, allora, l&#8217;idea di introdurre l&#8217;avocado?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Da un viaggio in Brasile che feci a diciassette anni: il primo Natale e Capodanno al caldo, con la mia famiglia. Lì scopro una terra meravigliosa e frutti di cui sinceramente non ero a conoscenza: l&#8217;avocado, il mango, la papaya, la feijoa, la granadilla. Frutti assurdi, per il ragazzo che ero. Si torna a Catania e nasce un confronto con mio padre: io stavo finendo il liceo e mi stavo iscrivendo all&#8217;università, e noi, oltre ai limoneti, avevamo vasti appezzamenti di terreno vuoti. Dissi: perché non facciamo delle prove? Piantiamo un po&#8217; di avocado, un po&#8217; di mango, e capiamo cosa funziona e cosa no.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">E suo padre come reagì?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Inizialmente era proiettato su tutt&#8217;altro: voleva allevare struzzi, o lumache. È un magistrato in pensione, quindi figurarsi: l&#8217;agricoltura per noi era un&#8217;attitudine di famiglia, ma come passione, non come lavoro. Alla fine, dal confronto, trovammo una soluzione: sperimentare queste colture, con il supporto degli agronomi e dei collaboratori che già ci seguivano in campagna.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">E poi avete scoperto di non essere affatto i primi.</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Esatto, ed è la cosa più sorprendente. Confrontandoci con il territorio, veniamo a scoprire che mango e avocado, ma anche altre colture tropicali  erano già stati piantati e studiati in Sicilia tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Il nostro versante, quello ionico-etneo, è il versante storico del tropicale: i primi impianti sperimentali risalgono al 1958-59. A fine anni Sessanta arrivano i primi risultati scientifici della stazione sperimentale di Acireale  quella che oggi si chiama CREA  per merito del dottor Francesco Russo, e dell&#8217;università, firmati dal professor Giovanni Continella. Studi di altissimo profilo. Queste colture esistevano già, ma erano letteralmente sconosciute al grande pubblico.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">Intanto lei si era iscritto a Giurisprudenza, a Roma. Come si conciliava l&#8217;università con la campagna?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Facendo il pendolare: scendere e salire, scendere e salire. Tra il terzo e il quarto anno inizio a vivere davvero la campagna, e a quel punto dico a mio padre: papà, Giurisprudenza è una scelta che rientra nella mia attitudine, ma io non voglio fare né l&#8217;avvocato né il magistrato. Voglio fare l&#8217;agricoltore. E lui mi rispose: laureati, poi se decidi di seguire l&#8217;azienda fai quello che credi, quello che rientra nelle tue capacità.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">Una risposta non scontata.</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Quella è stata la mia vera fortuna  anzi, lasciamelo dire: una botta di fortuna clamorosa. Mio padre non solo mi lasciò libero, ma mi lasciò libero di interpretare a modo mio il lavoro e la vita in campagna. La sua era una valutazione su di me: si rendeva conto che ho un carattere molto focoso. Il giudice non avrei mai potuto farlo, perché serve essere super partes; l&#8217;avvocato non rientrava nelle mie corde. Riconoscere i propri limiti è già una grande consapevolezza. Ma quando una cosa rientra nelle mie attitudini, io mi ammazzo di lavoro  per volontà, per orgoglio, per soddisfazione. E i risultati arrivano.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">E i risultati, nello specifico, quando sono arrivati?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Subito, ma con mille errori  una costellazione di errori. In campagna abbiamo sbagliato tutto lo sbagliabile, perché di queste nuove colture non capivamo nulla: la nostra esperienza era legata alla gestione dei limoni. Però da cosa nasce cosa, e poi si corregge il tiro.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">I primi raccolti arrivano quando lei è ancora studente a Roma. Come si vendevano avocado siciliani all&#8217;epoca?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Sempre da pendolare. Avevo 23 anni: prendevo i frutti, li portavo da Catania a Roma e iniziavo a battere i mercati. E lì scoprivo che il mango, bene o male, lo riconoscevano. L&#8217;avocado no: me lo scambiavano per una zucchina. Davvero, una zucchina. Internet non era ancora internet, non esisteva Google Maps per andare ai mercati usavo il Tuttocittà, le cartine di carta, nemmeno il TomTom c&#8217;era. Però io sapevo, anche dagli studi e dalle tesi che andavo a cercarmi all&#8217;università, che quel frutto aveva un grande potenziale.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">E come si vende un frutto che nessuno conosce?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Raccontandolo. Quella fu l&#8217;intuizione: se la gente non lo conosce, il problema non è vendere, è far conoscere. Iniziai a raccontare tramite i social, mi feci un primo sito internet, poi mi iscrissi a Coldiretti, che mi diede anche una visibilità mediatica. E da cosa nacque cosa. Ma lo dico sempre: io non ho scoperto l&#8217;acqua calda. L&#8217;avocado e il mango alle pendici dell&#8217;Etna hanno oltre sessant&#8217;anni di storia. Quello che mi viene riconosciuto è aver contribuito a legare un paniere di prodotti tropicali alla Sicilia e aver fatto conoscere al grande pubblico un passato che ignorava. Oggi ne è nata una filiera, con una rete commerciale e logistica che allora non potevo nemmeno immaginare. Ero un incosciente, lo ammetto.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">Un&#8217;incoscienza che però ha funzionato.</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Quello è stato un altro input decisivo: non avere la preoccupazione che qualcosa potesse andare male. Non mi interessava. Se fosse andata male, l&#8217;avrei compreso, accettato, e arrivederci. Non pensavo agli aspetti negativi: pensavo a ottenere risultati, punto. È stata una salita, ma una salita vera. Oggi parlano tutti di tropicale e di mango, e io lo dico con orgoglio: sono vent&#8217;anni che ne parlo.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">A proposito di chi arriva oggi: quali errori compiono più spesso gli &#8220;arrivisti del tropicale&#8221;?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Il primo è la mancanza di passione. Oggi molti vedono l&#8217;agricoltura innanzitutto come un&#8217;opportunità economica, una svolta di investimento: poco sentimento, poca etica, poca agricoltura e tanta economia, tanti dati che lasciano il tempo che trovano. Ma l&#8217;agricoltura è uno dei settori più faticosi che esistano, perché non ha a che fare solo con te e il tuo impegno: ha a che fare con il meteo, con la natura, con condizioni commerciali e aleatorie dove il rischio di default non è del 10%, può essere del 100%.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Il secondo errore è non riconoscere che il tropicale ha una storia alle spalle. Una storia che non è dettata da Andrea Passanisi, ma dai padri del tropicale che in Sicilia, con i loro risultati scientifici, hanno gettato le basi e tracciato una strada. Chi parla senza ricordare il passato è già lontano anni luce: è un papabile fallimento. Perché l&#8217;agricoltura, al di là di fare avocado, mango, arance o limoni, è innanzitutto cultura.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">E poi c&#8217;è poca attitudine a spaccarsi la schiena. Puoi scalare qualsiasi grattacielo e proiettarti all&#8217;ultimo piano, ma devi passare dal piano terra. E il piano terra è vivere la campagna, con le sue fatiche e le sue difficoltà  cosa che molti non fanno più. Il dato e la statistica vengono dopo: prima si vive la terra. È questo il valore della radice.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">Parliamo di mercato. Questo settore è stato dominato e lo è ancora  dai grandi produttori sudamericani e spagnoli. Su cosa può far leva il tropicale siciliano per ritagliarsi uno spazio, anche all&#8217;estero, dove la parola &#8220;italiano&#8221; da sola non basta più?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">E continuerà a essere dominato: inutile illudersi. Le do un dato: il consumo pro capite di avocado in Italia è passato dai 90 grammi del 2010 a quasi 800 grammi di oggi, ed è una crescita sostenuta sostanzialmente dall&#8217;import. È normale: quando pensi a un&#8217;arancia pensi alla tradizione, quando pensi a un avocado pensi al Sud America. Noi siamo un puntino nell&#8217;universo. Non possiamo cambiare questa tendenza, e non dobbiamo nemmeno provarci: dobbiamo creare distintività. È quello che ho fatto in questi vent&#8217;anni  raccontare il territorio, indicizzarlo, valorizzarne le peculiarità attraverso un paniere di frutti.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Un territorio alle pendici dell&#8217;Etna è unico. La sabbia e la terra vulcanica non sono ovunque. Un microclima mite non è ovunque. Giarre e il versante ionico etneo con Acireale e Fiumefreddo tra le zone più piovose del Sud Italia non sono ovunque. Un tasso di umidità costantemente alto durante la stagione non è ovunque. È questa combinazione di fattori a facilitare lo sviluppo delle piante e l&#8217;abbondanza di frutti davvero validi. La distintività sta lì: nella nicchia. È quello che abbiamo fatto con il contratto di filiera con Lidl e quello che stiamo facendo con tante altre insegne della grande distribuzione, in Italia e fuori. Un po&#8217; come un ristorante italiano che si distingue nel panorama dei ristoranti della sua via.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">C&#8217;è un mercato estero che vi ha sorpreso in positivo, e uno dove avete trovato più resistenza del previsto?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Quello che mi ha colpito in assoluto, in Europa, è la Francia  insieme alla Svizzera, ma principalmente la Francia. Perché lì consumano l&#8217;avocado come noi consumiamo le arance: si raggiungono quasi due chili pro capite. Hanno una conoscenza storica del frutto, e conoscerlo significa saper distinguere un avocado buono da uno scarso. È un mercato che mi ha sempre dato soddisfazione.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">Quanto contano la prossimità e la freschezza nel racconto commerciale all&#8217;estero?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Conta l&#8217;Etna, conta la nostra vita quotidiana in campagna, conta l&#8217;identità  rispetto a un avocado magari buonissimo, non lo mettiamo in dubbio, ma che arriva da lontano e non sai da chi viene coltivato. Oggi &#8220;Sicilia&#8221; e &#8220;avocado&#8221; sono collegati: alla terra vulcanica, alla nostra attitudine, alla nostra passione. Ed è tanto. Guardi la mia prima intervista, avevo 24, 25 anni: parlavo esattamente di questo, con la consapevolezza che avremmo gettato basi solide, legate al territorio. Il territorio ci ha dato tanto, e noi continuiamo a restituire.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">In questa restituzione rientra anche il progetto Superavocado?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">È un progetto concluso, che ha dato grandi risultati: ha gettato le basi per uno studio approfondito dell&#8217;avocado, sulla ricerca, su nuove tecniche di raccolta e post-raccolta. Ne sono stato capofila, insieme ad altre aziende che ci hanno creduto. E continuerò a credere nei progetti innovativi legati all&#8217;agricoltura.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">Torniamo a un tema che ha toccato prima: il cambiamento climatico e la dipendenza dagli eventi meteorologici. Come si difende la qualità di un prodotto?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Le rispondo in modo diretto: buon lavoro, e basta. Il cambiamento climatico è obiettivamente in atto, su questo non ci sono dubbi. Ma non è &#8220;il caldo&#8221;: le sue conseguenze sono siccità, bombe d&#8217;acqua, grandinate, trombe d&#8217;aria, eventi atmosferici aleatori, imprevedibili, estremi. Caldo e freddo insieme. Ed è il peggior nemico dell&#8217;agricoltura, e del tropicale in particolare, perché il tropicale e il subtropicale hanno bisogno di una fascia climatica costante.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">Quindi il caldo non è un alleato dell&#8217;avocado, come si potrebbe pensare?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Al contrario: è il suo peggior nemico. Servono temperature miti. In Sicilia non so nemmeno quanti microclimi esistano: se non coltivi in un areale adatto, se non segui la vocazione del territorio, hai una pianta che cresce ma non produce, o che produce poco, o che ti muore dal troppo caldo. Da noi le temperature alte sono calmierate dall&#8217;umidità: l&#8217;anno scorso abbiamo superato l&#8217;87%. Trenta gradi a Ragusa e trenta gradi a Giarre non sono la stessa cosa e quell&#8217;umidità, per noi, è la salvezza.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">Oltre all&#8217;avocado, c&#8217;è un altro frutto su cui punterebbe?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Abbiamo già puntato: avocado, mango, papaya. Il brand forte è Sicilia Avocado, perché è quello che fa share e marketing, ma abbiamo anche La Mango e Dal Tropico, e seguiamo la stagionalità. E guardi, il nome stesso è la risposta di quando avevo 22, 23 anni: oggi, se chiamassi un&#8217;azienda &#8220;Sicilia Avocado&#8221;, mi prenderebbero per banale, per scontato. Ma allora dovevo collegare alla Sicilia un frutto che immaginavo sarebbe esploso e chi se lo immaginava, l&#8217;avocado? Il paniere oggi è sostenuto da oltre 80 aziende agricole e più di 260 ettari di coltivazione, sotto brand diversi.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">Immagini la Sicilia tra dieci anni: la frutta tropicale sarà una realtà strutturale dell&#8217;agricoltura o ancora una scommessa?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Sarà un dato di fatto, ma sarà anche un cerchio che si restringe. Ci sarà chi è andato avanti crescendo gradualmente, seguendo i canoni e la vocazione del territorio. E chi ritirerà i battenti perché ha fatto il passo più lungo della gamba: scommettendo senza conoscere le esigenze agronomiche delle piante, su territori che non sono vocati. Punto.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">E il rischio più grande che vede per il settore?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">La perdita di credibilità. La credibilità fa parte della nostra attitudine: quando si racconta la Sicilia, la si deve raccontare con orgoglio, ricordando la storia e la tradizione, ma bisogna essere credibili. Il rischio è che qualcuno esageri e cada  e cadendo faccia cadere gli altri. È un po&#8217; come in politica: gente onesta ce n&#8217;è, non ci sono dubbi, ma il primo che ruba, rubano tutti.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">La Sicilia può essere vittima di questa generalizzazione?</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Può esserlo, è sempre accaduto con i boom di altre colture, mi ricordo quello del melograno. Noi dobbiamo imparare a fare le cose bene, a farci supportare, seguendo una strada che valorizzi non solo la propria azienda ma tutta la Sicilia. Altrimenti il rischio è davvero cadere.</span><span data-ccp-props="{&quot;134233117&quot;:false,&quot;134233118&quot;:false,&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:1,&quot;335551620&quot;:1,&quot;335559685&quot;:0,&quot;335559737&quot;:0,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:160,&quot;335559740&quot;:279}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Tra dieci anni immagino un gruppo Sicilia Avocado sempre più grande, con dentro aziende agricole che sono la nostra memoria: alcune coltivano avocado da oltre quarant&#8217;anni. Quando ho iniziato, sono andato a bussare alla porta di chi aveva piantato negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, terreni non dico abbandonati, ma poco valorizzati e ho detto: </span><i><span data-contrast="auto">fidatevi di me</span></i><span data-contrast="auto">. Per questo sento una responsabilità grande, e sto attento a quello che dico e che faccio. La mia vita è una costellazione di errori, e gli errori li accetto: quello che non accetto è ripetere la stessa sciocchezza due volte.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">Una responsabilità legata, di nuovo, alla credibilità.</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">È il valore più grande che possiamo avere, in qualsiasi settore. A volte, per troppo egoismo, per incoscienza, per mancanza di consapevolezza o per troppa foga ed entusiasmo, ce lo dimentichiamo — e si finisce per costruire una società priva di valore. Perché il valore non è il buongiorno e il buonasera.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:0,&quot;335551620&quot;:0}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">C&#8217;è poco spazio per la retorica del miracolo agricolo: ci sono una costellazione di errori rivendicati, un padre magistrato che ha avuto il buon senso di lasciar fare, sessant&#8217;anni di ricerca scientifica a cui restituire il merito e una convinzione che ha attraversa tutta la nostra conversazione: la vocazione del territorio non si forza, si segue. È la differenza tra chi vede nell&#8217;avocado un investimento e chi ci vede l&#8217;ennesimo capitolo di una storia agricola che in Sicilia si chiama, da sempre, tradizione. Tra dieci anni, dice Andrea Passanisi, il cerchio si restringerà: resterà chi è passato dal piano terra, vivendo la campagna. Perchè alla fine nel tropicale siciliano, come altrove, la credibilità è l&#8217;unico frutto che non si può importare.</span><span data-ccp-props="{&quot;134233117&quot;:false,&quot;134233118&quot;:false,&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:1,&quot;335551620&quot;:1,&quot;335559685&quot;:0,&quot;335559737&quot;:0,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:160,&quot;335559740&quot;:279}"> </span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/ventanni-fa-lavocado-lo-scambiavano-per-una-zucchina-andrea-passanisi-e-la-sicilia-che-ha-imparato-a-raccontare-il-tropicale/">«Vent&#8217;anni fa l&#8217;avocado lo scambiavano per una zucchina»: Andrea Passanisi e la Sicilia che ha imparato a raccontare il tropicale</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ciao Carola</title>
		<link>https://www.giornalettismo.com/ciao-carola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Basili]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 08:44:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[carola frediani]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornalettismo.com/?p=2925253</guid>

					<description><![CDATA[<p>Se ne va una delle voci più lucide del giornalismo tecnologico italiano, capace di spiegare la cybersicurezza senza mai dimenticare le persone.  Si fa fatica a scriverne al passato. La notizia è arrivata qualche giorno fa dal sito di Guerre di Rete, il progetto che porta più di ogni altro la sua firma, con parole che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/ciao-carola/">Ciao Carola</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i><span data-contrast="auto">Se ne va una delle voci più lucide del giornalismo tecnologico italiano, capace di spiegare la cybersicurezza senza mai dimenticare le persone.</span></i><span data-ccp-props="{&quot;134233117&quot;:false,&quot;134233118&quot;:false,&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:1,&quot;335551620&quot;:1,&quot;335559685&quot;:0,&quot;335559737&quot;:0,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:160,&quot;335559740&quot;:279}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Si fa fatica a scriverne al passato. La notizia è arrivata qualche giorno fa dal sito di Guerre di Rete, il progetto che porta più di ogni altro la sua firma, con parole che chi l&#8217;ha conosciuta riconoscerà subito come vere: era stata &#8220;anima e linfa&#8221; di quel lavoro.</span><span data-ccp-props="{&quot;134233117&quot;:false,&quot;134233118&quot;:false,&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:1,&quot;335551620&quot;:1,&quot;335559685&quot;:0,&quot;335559737&quot;:0,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:160,&quot;335559740&quot;:279}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Chi ha avuto modo di lavorarci accanto ricorda la stessa cosa: la precisione, l&#8217;assenza di scorciatoie, l&#8217;abitudine a verificare prima di raccontare. </span><span data-ccp-props="{&quot;134233117&quot;:false,&quot;134233118&quot;:false,&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:1,&quot;335551620&quot;:1,&quot;335559685&quot;:0,&quot;335559737&quot;:0,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:160,&quot;335559740&quot;:279}"> </span></p>
<p><b><span data-contrast="auto">Guerre di Rete, l&#8217;idea diventata un presidio</span></b><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:1,&quot;335551620&quot;:1}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Il progetto che porta più di ogni altro la sua firma nasce in un momento di svolta. Nell&#8217;estate del 2018, mentre dopo diciotto anni decideva di lasciare il giornalismo come professione,Carola lanciava la newsletter Guerre di Rete, nello stesso anno del saggio omonimo edito da Laterza. All&#8217;inizio era una cosa minima: una mail settimanale, gratuita, scritta nel tempo libero, senza sponsor né pubblicità. È cresciuta fino a oltre 14.000 iscritti, e da marzo 2022 si è aggiunto il sito GuerrediRete.it, nato unendo le forze con l&#8217;associazione Cyber Saiyan, community indipendente di professionisti della cybersicurezza. </span><span data-ccp-props="{&quot;134233117&quot;:false,&quot;134233118&quot;:false,&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:1,&quot;335551620&quot;:1,&quot;335559685&quot;:0,&quot;335559737&quot;:0,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:160,&quot;335559740&quot;:279}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">A renderlo diverso era il metodo. Un modello di &#8220;slow journalism&#8221;: non rincorrere la notizia quotidiana, ma dare senso e completezza alle vicende, con toni misurati e in modo trasparente, su tre principi semplici e oggi non scontati: accuratezza, verifica delle fonti, originalità. Con una scelta di fondo che spiega molto di lei: un progetto del tutto no profit, costruito sul volontariato, senza editori né inserzionisti, sostenuto direttamente dai lettori. Negli anni si è allargato senza tradirsi, fino alla newsletter in inglese Digital Conflicts nel 2024. Una mappa, più che una rubrica, su cybersicurezza, sorveglianza, privacy, intelligenza artificiale, diritti umani, politica e lavoro.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:1,&quot;335551620&quot;:1}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Quello che distingueva Carola non era solo la competenza tecnica. Era lo sguardo. </span><span data-ccp-props="{&quot;134233117&quot;:false,&quot;134233118&quot;:false,&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:1,&quot;335551620&quot;:1,&quot;335559685&quot;:0,&quot;335559737&quot;:0,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:160,&quot;335559740&quot;:279}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">La cybersicurezza non era soltanto protezione di sistemi e dati: era difesa di persone vulnerabili, attivisti, giornalisti, comunità esposte a sorveglianza e repressione. Non un caso, allora, se una parte importante del suo lavoro si è svolta fuori dalle redazioni: aveva fatto parte del team dedicato alla sicurezza globale del Segretariato internazionale di Amnesty International e poi del dipartimento globale di sicurezza informatica di Human Rights Watch. </span><span data-ccp-props="{&quot;134233117&quot;:false,&quot;134233118&quot;:false,&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:1,&quot;335551620&quot;:1,&quot;335559685&quot;:0,&quot;335559737&quot;:0,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:160,&quot;335559740&quot;:279}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Le anime belle lasciano sempre un segno.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/ciao-carola/">Ciao Carola</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Elena Morali, dalla Pupa alle tribù più remote: «Il giudizio che temo di più è il mio»</title>
		<link>https://www.giornalettismo.com/elena-morali-dalla-pupa-alle-tribu-piu-remote-il-giudizio-che-temo-di-piu-e-il-mio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Basili]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:54:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[elena morali]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornalettismo.com/?p=2925250</guid>

					<description><![CDATA[<p>Sedici anni fa era la Pupa de La Pupa e il Secchione, poi sono arrivati gli anni di Colorado e una lunga militanza nei salotti televisivi. Oggi Elena Morali ha cambiato rotta: viaggia verso le tribù più remote del pianeta e ne porta a casa video e racconti, mentre torna in tv come opinionista solo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/elena-morali-dalla-pupa-alle-tribu-piu-remote-il-giudizio-che-temo-di-piu-e-il-mio/">Elena Morali, dalla Pupa alle tribù più remote: «Il giudizio che temo di più è il mio»</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Sedici anni fa era la Pupa de La Pupa e il Secchione, poi sono arrivati gli anni di Colorado e una lunga militanza nei salotti televisivi. Oggi Elena Morali ha cambiato rotta: viaggia verso le tribù più remote del pianeta e ne porta a casa video e racconti, mentre torna in tv come opinionista solo un paio di volte al mese. L&#8217;abbiamo intervistata per farci raccontare cosa le ha insegnato la comicità, perché le critiche non la sfiorano e quale progetto, ancora segreto, ha in mente per il futuro.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Hai detto più volte che la vera svolta non è arrivata dalle passerelle ma dal teatro e dai laboratori comici. Cosa ti ha insegnato la comicità che la bellezza, da sola, non ti avrebbe mai dato?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">La comicità mi ha insegnato praticamente tutto. Innanzitutto a non prendere sempre la vita troppo sul serio, a capire quali sono le priorità e a lasciarmi scivolare di dosso le critiche. Mi ha fatto capire che la bellezza è sicuramente qualcosa che aiuta, ma che non è fondamentale per stare bene e soprattutto che non dura per sempre.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Sei partita da un&#8217;etichetta, la &#8220;pupa&#8221;, che molte avrebbero faticato a togliersi di dosso. Quanto hai dovuto combattere per non restare incastrata in quel personaggio, e quando hai sentito di esserci riuscita?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">A dire la verità, i primi anni ci ha messo veramente tanto: solo dopo svariati anni di Colorado, circa dieci, hanno smesso di riconoscermi come la Pupa. Ma non ho mai avuto troppi problemi con le etichette, ho capito che comunque fai, la gente si ricorderà sempre solo quello che vuole. Sta poi a te fare il lavoro che ti piace di più e cercare di farlo al meglio. E prima o poi, ne sono sicura, verrà premiato e ricordato.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Racconti che le critiche ti sono &#8220;sempre scivolate&#8221;. È davvero così o è una corazza che ti sei costruita col tempo? C&#8217;è stato un momento in cui invece ti hanno ferita?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">No, sinceramente non è mai esistito un periodo in cui le critiche mi abbiano ferita. Sarà che mi sono fatta la corazza bella spessa alle medie, quando sono stata bullizzata per tutti e tre gli anni. Da quel momento ho capito che il mondo è pieno di deficienti, che non si può piacere a tutti, che l&#8217;importante è impegnarsi in ciò che si fa e che il giudizio che temo di più è quello di me stessa. Nel momento in cui faccio tutto bene non mi interessa quello che pensa la gente. Tanto ci sarà sempre qualcuno che ti punterà il dito, che tu faccia bene o male, quindi l&#8217;importante è dare il massimo e divertirsi.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Il cambiamento è diventato la tua cifra, anche fisica ed esistenziale. C&#8217;è una versione di Elena di qualche anno fa che oggi guardi con tenerezza, o con un po&#8217; di distanza?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Sinceramente guardo con molta tenerezza, e distanza, la Elena di sedici anni fa, quella della prima Pupa e il Secchione. Mi è capitato, la seconda volta in cui ho partecipato, di rivedere alcune scene di litigate o battibecchi con altre concorrenti basati su argomenti veramente stupidi. Si litigava sull&#8217;aspetto fisico, su chi fosse più bella, su chi avesse la cellulite o il sedere più alto, robe simili. Tutto questo lo trovo veramente stupido, inutile e insensato. D&#8217;altronde avevo solo diciannove anni e non capivo veramente un cavolo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Tu e Luigi avete costruito una vita e un lavoro insieme, lontano dai riflettori televisivi. Quanto è complicato tenere insieme una relazione e un brand di coppia quando entrambi vivono di esposizione?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Devo dirti che per scelta abbiamo preferito comunicare meno da coppia e più da compagni di viaggio. Negli ultimi anni ci siamo appassionati molto a viaggi abbastanza avventurosi, diciamo che l&#8217;ho spinto io dato che sono amante e appassionata di antropologia, alla scoperta di usi e costumi delle tribù più remote del mondo. Ci piace raccontare e portare con noi, tramite i video delle nostre avventure, le persone che non farebbero mai un viaggio simile o che non saprebbero mai dell&#8217;esistenza di un certo popolo. Penso sia qualcosa di molto bello, sicuramente meno chiacchierato e remunerativo rispetto ai video di altre coppie dello spettacolo, che invece condividono i vari trend o le loro giornate giusto per ricevere due commenti di approvazione o chiudere qualche sponsor in più. Però di base a noi restano esperienze immense, e ci piace così.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Negli ultimi anni hai lasciato quasi del tutto la televisione per i viaggi: è una scelta definitiva o una pausa? Torneresti in un programma se arrivasse la proposta giusta?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">No, in realtà non l&#8217;ho lasciata, perché all&#8217;incirca due volte al mese vado a Mediaset come opinionista, però è sicuramente un mercato in diminuzione. Sono contenta di tornare quando sono in Italia, ma sono anche molto felice di lavorare con il web e di poter vedere le meraviglie del mondo grazie ad esso. Inoltre ho uno spazio mio, dove posso essere me stessa a 360 gradi.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Sei arrivata fino a una tribù cannibale in Papua Nuova Guinea, una meta che hai definito tutt&#8217;altro che semplice. Quel viaggio è stato un&#8217;esperienza personale o l&#8217;inizio di un progetto vero e proprio, un format, un racconto, qualcosa di strutturato?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">È stata un&#8217;esperienza personale che sognavo da diversi anni, stavo solo aspettando la persona giusta con cui partire. È sicuramente un viaggio non semplice, anche perché io sono passata dall&#8217;Indonesia per poi fare tutto a piedi nella foresta e arrivare in Papua Nuova Guinea. Non è il semplice viaggio che trovi pubblicizzato tra i viaggi di gruppo che ci sono adesso. È un viaggio da soli, per una settimana, completamente a contatto con la loro tribù. E poi diciamo che è stato anche l&#8217;inizio di un progetto di cui spero di poter parlare presto.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Se dovessi dare una forma al &#8220;lavoro dei tuoi sogni&#8221; oggi, somiglia più a un documentario di viaggio, a un tuo programma, a un brand tutto tuo o a qualcosa che ancora non esiste?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Diciamo che è l&#8217;insieme delle tre cose, e vorrei che diventasse qualcosa di nuovo, che ancora non c&#8217;è ma che ho bene in mente. Di sicuro in Italia non esiste.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Da quella ragazza di diciannove anni che litigava sull&#8217;aspetto fisico davanti alle telecamere alla donna che attraversa a piedi la foresta per arrivare in Papua Nuova Guinea, il filo che tiene insieme il percorso di Elena Morali è la voglia di non restare ferma. Il progetto di cui non vuole ancora parlare, dice, sarà l&#8217;insieme di tutto quello che ha imparato, qualcosa che in Italia ancora non esiste. Per scoprirlo, non resta che aspettare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/elena-morali-dalla-pupa-alle-tribu-piu-remote-il-giudizio-che-temo-di-piu-e-il-mio/">Elena Morali, dalla Pupa alle tribù più remote: «Il giudizio che temo di più è il mio»</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Silvia di Appunti in Valigia: &#8220;Le persone non cercano contenuti, cercano soluzioni&#8221;</title>
		<link>https://www.giornalettismo.com/silvia-di-appunti-in-valigia-le-persone-non-cercano-contenuti-cercano-soluzioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Basili]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 10:44:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[appuntiinvaligia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornalettismo.com/?p=2925246</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nel 2014, su una spiaggia di Bali, una persona che amava viaggiare decide di aprire un blog. Nessun piano preciso, nessuna idea di dove sarebbe arrivata. Dieci anni dopo, Appunti in Valigia è un progetto strutturato, blog con archivio decennale, newsletter, guide PDF acquistabili  e Silvia è tornata su quella stessa isola, questa volta con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/silvia-di-appunti-in-valigia-le-persone-non-cercano-contenuti-cercano-soluzioni/">Silvia di Appunti in Valigia: &#8220;Le persone non cercano contenuti, cercano soluzioni&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Nel 2014, su una spiaggia di Bali, una persona che amava viaggiare decide di aprire un blog. Nessun piano preciso, nessuna idea di dove sarebbe arrivata. Dieci anni dopo, Appunti in Valigia è un progetto strutturato, blog con archivio decennale, newsletter, guide PDF acquistabili  e Silvia è tornata su quella stessa isola, questa volta con i suoi due figli.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">In mezzo c&#8217;è una storia che parla tanto di viaggi quanto di lavoro. Perché Silvia non è solo una travel creator: per oltre diciotto anni si è occupata di brand, strategie e comportamento del consumatore nelle multinazionali del largo consumo. Ed è da lì che arriva la convinzione che attraversa tutto il suo racconto: le persone non cercano contenuti, cercano soluzioni ai loro problemi.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">L&#8217;abbiamo intervistata per capire come è cambiato il travel content in un decennio, perché ha scelto di non dipendere dagli algoritmi, e cosa pensa di un futuro in cui l&#8217;intelligenza artificiale pianifica gli itinerari al posto nostro. Ne è uscito il ritratto di chi ha imparato ad adattarsi senza inseguire le mode e di chi è convinto che, per vivere un&#8217;esperienza vera, a volte basti guardarsi intorno.</p>
<p><strong>Appunti in Valigia esiste dal 2014. Quante versioni di te ci sono dentro — e quale è quella che riconosci di più, guardando indietro?</strong></p>
<p>In dieci anni ce ne sono state tante. La Silvia che ha aperto il blog nel 2014 su una spiaggia di Bali era semplicemente una persona che amava viaggiare e raccontare le proprie esperienze. Non aveva un piano preciso, né immaginava che sarebbe diventato un progetto così importante.</p>
<p>Oggi riconosco ancora quella curiosità iniziale, ma con maggiore consapevolezza. Se devo scegliere una versione di me che sento ancora molto vicina, è proprio quella che prendeva appunti durante i viaggi per non dimenticare dettagli, sensazioni e idee. È nato così Appunti in Valigia e, in fondo, continua a essere questo: un luogo dove raccogliere e condividere esperienze autentiche.</p>
<p><strong>Sei marketing manager di professione e travel creator per passione. Quanto di quello che sai fare sul lavoro hai portato dentro il blog — e quanto invece il blog ti ha insegnato qualcosa che non avresti imparato in nessuna azienda?</strong></p>
<p>In realtà Appunti in Valigia non sarebbe mai diventato quello che è oggi senza il mio background nel marketing. Per oltre 18 anni ho lavorato in multinazionali del largo consumo occupandomi di brand, strategie e comportamento del consumatore. Questo mi ha insegnato una cosa fondamentale: le persone non cercano contenuti, cercano soluzioni ai loro problemi.</p>
<p>Quando ho iniziato il blog ho applicato lo stesso approccio. Non mi interessava raccontare semplicemente dove ero stata, ma creare contenuti utili che aiutassero qualcuno a organizzare un viaggio, scegliere un itinerario o vivere un&#8217;esperienza.</p>
<p>Al tempo stesso il blog mi ha insegnato qualcosa che nessuna azienda può insegnarti davvero: costruire una relazione diretta con la propria community. Quando una persona ti scrive che ha organizzato un weekend seguendo il tuo articolo, capisci immediatamente l&#8217;impatto reale del tuo lavoro.</p>
<p><strong>Nel tuo &#8220;about&#8221; scrivi che in viaggio non compri souvenir ma penne e block notes. È ancora così, o nel frattempo è arrivato lo smartphone a prendere il posto di tutto?</strong></p>
<p>Da brava millenial vivo in bilico tra tecnologia e carta, sicuramente lo smartphone ha preso il posto di molte cose. Però continuo ad avere una passione per i quaderni e le penne. C&#8217;è qualcosa di diverso nello scrivere a mano durante un viaggio: ti costringe a rallentare e ad osservare meglio quello che stai vivendo. E in particolare sono una grande appassionata della cartoleria asiatica e ogni volta che volo verso est porto a casa decine tra penne e quaderni.</p>
<p><strong>C&#8217;è una destinazione che hai raccontato sul blog e che, nel momento in cui la stavi scrivendo, sapevi già che avresti voluto tornarci? E ci sei tornata?</strong></p>
<p>Su una spiaggia di Bali nel 2014 ho preso la decisione di aprire il mio blog di viaggi, e ricordo che già allora mi ero ripromessa di tornare sull’Isola degli Dei. Dieci anni dopo sono riuscita a tornarci questa volta accompagnata anche dai miei due figli, ed è stato bellissimo. Bali è veramente un’isola unica al mondo.</p>
<p><strong>Hai una fissa dichiarata per la montagna e l&#8217;outdoor. Ma nel tuo archivio ci sono anche i Caraibi, Bali, la Giordania, Cuba. C&#8217;è una tensione tra la Silvia che ama il silenzio dei sentieri e quella che sale su un aereo per dodici ore?</strong></p>
<p>In realtà no. Quello che cerco non è una tipologia di destinazione, ma un certo modo di viverla.</p>
<p>Posso essere felice durante un trekking sulle Dolomiti come mentre esploro il deserto della Giordania o una spiaggia caraibica. Il filo conduttore è sempre la scoperta, la natura e il desiderio di uscire dalla routine. La montagna resta il mio posto del cuore, ma non la vedo in contrapposizione al resto del mondo.</p>
<p><strong>In dieci anni il travel content è cambiato completamente: dai post lunghi ai reel, dall&#8217;organico al paid, dalla community al following. Qual è stata la svolta che ti ha costretta a cambiare di più — e cosa invece non hai mai voluto toccare?</strong></p>
<p>La svolta più grande è stata il passaggio da una logica di contenuto a una logica di attenzione.</p>
<p>Dieci anni fa bastava scrivere un buon articolo e farsi trovare su Google. Oggi competi per pochi secondi di attenzione su piattaforme che cambiano continuamente le regole del gioco.</p>
<p>Il mio lavoro nel marketing mi ha aiutato molto a leggere questi cambiamenti senza subirli. Ho imparato ad adattare il formato, passando anche ai reel e ai video brevi, senza però inseguire ogni trend.</p>
<p>Quello che non ho mai voluto cambiare è l&#8217;utilità del contenuto. Che sia un reel di 30 secondi o una guida di 50 pagine, deve sempre aiutare qualcuno a fare qualcosa.</p>
<p><strong>Hai una newsletter, guide PDF scaricabili, un blog con archivio decennale. Stai costruendo qualcosa di più strutturato rispetto al solo canale social — è una scelta consapevole o è venuto tutto in modo naturale?</strong></p>
<p>È una scelta assolutamente consapevole. Da professionista del marketing so bene che costruire un&#8217;attività affidandosi esclusivamente ai social è molto rischioso. Gli algoritmi cambiano, le piattaforme evolvono e la visibilità non è mai garantita.</p>
<p>Per questo negli anni ho investito nel blog, nella newsletter e nella creazione di prodotti digitali. Mi interessa costruire un ecosistema proprietario che non dipenda da una singola piattaforma e poter offrire ai clienti e brand che collaborano con me un approccio omnicanale.</p>
<p><strong>Le guide PDF acquistabili — come quella sulle escursioni in Lombardia — sono un primo passo verso una monetizzazione diretta del tuo expertise. È un esperimento o una direzione in cui vuoi andare sempre di più?</strong></p>
<p>Le guide sono sicuramente una forma di monetizzazione, ma nascono soprattutto da un&#8217;esigenza del pubblico. Negli anni ho ricevuto centinaia di domande sugli stessi itinerari, sulle stesse escursioni e sulle stesse destinazioni. A un certo punto ho capito che potevo trasformare tutta quell&#8217;esperienza in uno strumento più strutturato.</p>
<p>Il mio approccio è molto influenzato dal marketing: prima ascolto i bisogni delle persone e poi costruisco il prodotto. Per questo considero le guide non un semplice esperimento, ma una direzione che voglio sviluppare sempre di più.</p>
<p><strong>Sul fronte collaborazioni: sei passata da blog tour e press trip classici a partnership più integrate. Come è cambiato il tuo modo di valutare una proposta — cosa accetti oggi che prima non avresti accettato, e viceversa?</strong></p>
<p>Oggi valuto una collaborazione in modo molto diverso rispetto a dieci anni fa. All’inizio spesso prevale l’entusiasmo, tutto è nuovo e affascinante. Con l’esperienza si inizia invece a scremare maggiormente, valutare la coerenza tra il progetto, il pubblico e i valori che porto avanti.</p>
<p>Preferisco collaborazioni più strategiche e di lungo periodo, dove posso raccontare davvero un territorio o una struttura ricettiva, piuttosto che iniziative spot che generano attenzione per qualche giorno e poi spariscono.</p>
<p><strong>Il turismo digitale si sta spostando verso esperienze sempre più personalizzate e prenotabili direttamente online. Un blog come il tuo — che offre itinerari dettagliati e fai-da-te — è già un passo in quella direzione. Hai mai pensato di chiudere il cerchio, cioè di rendere i tuoi itinerari non solo leggibili ma anche acquistabili come prodotto turistico vero e proprio?</strong></p>
<p>Ci ho pensato e trovo che sia una direzione molto interessante. Mi piace l&#8217;idea di aiutare le persone a organizzare viaggi in autonomia, ma in modo sempre più semplice. Le guide digitali sono già un primo passo in questa direzione. Non escludo in futuro prodotti più strutturati che permettano di passare dall&#8217;ispirazione all&#8217;organizzazione concreta del viaggio.</p>
<p><strong>L&#8217;AI sta trasformando anche il travel planning: itinerari generati in automatico, assistenti virtuali, recensioni sintetizzate. Tu come la stai usando — o non usando — e cosa pensi che resti irriproducibile in quello che fai?</strong></p>
<p>Uso l&#8217;AI soprattutto come strumento di supporto: per fare brainstorming, organizzare idee o velocizzare alcune attività operative. Quello che non può sostituire è l&#8217;esperienza diretta. Nessuna intelligenza artificiale può raccontare la sensazione di arrivare in vetta dopo ore di cammino o la sorpresa di scoprire un luogo inaspettato. L&#8217;elemento umano, l&#8217;esperienza vissuta e il punto di vista personale restano il vero valore del travel storytelling.</p>
<p><strong>Hai coperto destinazioni in tutto il mondo, ma una sezione del blog si chiama #sipuofareinbrianza. C&#8217;è qualcosa di politico — nel senso più ampio — in quella scelta? Una dichiarazione su come dovremmo viaggiare?</strong></p>
<p>Se per politico intendiamo una riflessione sul nostro modo di viaggiare, allora sì. Con #sipuofareinbrianza volevo dimostrare che non serve necessariamente prendere un aereo per vivere esperienze interessanti. Spesso abbiamo luoghi bellissimi a pochi chilometri da casa e non li conosciamo. Non è una contrapposizione ai grandi viaggi, ma un invito a guardare con occhi diversi il territorio che ci circonda.</p>
<p><strong>Se dovessi smettere domani — il blog, Instagram, tutto — cosa vorresti che restasse? Un articolo, una guida, una foto, un commento ricevuto da qualcuno che non conosci?</strong></p>
<p>Se dovessi smettere domani, mi piacerebbe che restasse l&#8217;idea che viaggiare non significa necessariamente andare lontano, ma guardare con curiosità ciò che ci circonda.</p>
<p>E mi piacerebbe che Appunti in Valigia venisse ricordato non solo come un blog di viaggi, ma come un progetto che per oltre dieci anni ha aiutato migliaia di persone a trasformare l&#8217;ispirazione in esperienze reali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">C&#8217;è un filo che tiene insieme tutte le risposte di Silvia, ed è la stessa cosa che la lega alla persona che dieci anni fa prendeva appunti durante i viaggi per non dimenticare nulla: l&#8217;utilità. Che si tratti di un reel da trenta secondi o di una guida da cinquanta pagine, il contenuto deve sempre aiutare qualcuno a fare qualcosa.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">È questo approccio, ascoltare prima i bisogni, costruire il prodotto dopo, ad aver trasformato un blog nato per gioco in un ecosistema proprietario, capace di reggere ai cambiamenti delle piattaforme. E a fare di Appunti in Valigia non solo un diario di viaggio, ma uno strumento concreto.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Resta l&#8217;invito che Silvia vorrebbe lasciare se domani dovesse smettere: viaggiare non significa necessariamente andare lontano, ma guardare con curiosità ciò che ci circonda. Una lezione che vale per la montagna delle Dolomiti come per i sentieri della Brianza e che, a differenza di qualsiasi itinerario generato da un&#8217;intelligenza artificiale, nasce solo da chi quei luoghi li ha vissuti davvero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/silvia-di-appunti-in-valigia-le-persone-non-cercano-contenuti-cercano-soluzioni/">Silvia di Appunti in Valigia: &#8220;Le persone non cercano contenuti, cercano soluzioni&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>«Io non sono un influencer, sono un viaggiatore»: Dino Lanzaretti e la geografia delle emozioni in bicicletta</title>
		<link>https://www.giornalettismo.com/io-non-sono-un-influencer-sono-un-viaggiatore-dino-lanzaretti-e-la-geografia-delle-emozioni-in-bicicletta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Basili]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 09:09:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[dinolanzaretti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornalettismo.com/?p=2925239</guid>

					<description><![CDATA[<p>Decine di migliaia di chilometri pedalati ai confini del mondo, dalla Siberia a –60° al salar di Uyuni. Oggi accompagna sconosciuti dove l&#8217;ambulanza non arriva. E dei social dice una cosa sola: sono uno strumento di lavoro, non uno specchio in cui piacersi. C&#8217;è un dettaglio che spiega meglio di tutto chi è Dino Lanzaretti: [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/io-non-sono-un-influencer-sono-un-viaggiatore-dino-lanzaretti-e-la-geografia-delle-emozioni-in-bicicletta/">«Io non sono un influencer, sono un viaggiatore»: Dino Lanzaretti e la geografia delle emozioni in bicicletta</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Decine di migliaia di chilometri pedalati ai confini del mondo, dalla Siberia a –60° al salar di Uyuni. Oggi accompagna sconosciuti dove l&#8217;ambulanza non arriva. E dei social dice una cosa sola: sono uno strumento di lavoro, non uno specchio in cui piacersi.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">C&#8217;è un dettaglio che spiega meglio di tutto chi è Dino Lanzaretti: di notte, a cinquemila metri, non dorme. Si sveglia ogni ora, esce dalla tenda e passa da una all&#8217;altra per ascoltare se le persone che ha portato fin lassù respirano nel modo giusto. «Non mi occupo se ho mangiato, non mi occupo se ho dormito. Non esisto più», racconta. È questo il rovescio di un mestiere che dall&#8217;esterno sembra solo avventura: portare persone adulte — commercialisti, avvocati, gente che ha pagato per un&#8217;esperienza — in luoghi dove, se qualcosa va storto, nessuno verrà a recuperarti.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Ha iniziato a viaggiare quando le foto si facevano ancora a rullino e non esistevano né telefoni né GPS, solo carte cartacee. I social sono arrivati molto dopo, e con loro la necessità di adeguarsi. Ne ha fatto un lavoro, ma non un&#8217;identità. Lo ribadisce senza mezzi termini: non accetta collaborazioni, non fa pubblicità, non va agli eventi. «Io non sono un influencer, io sono un viaggiatore. Questo voglio.» Lo abbiamo intervistato sul rapporto con il digitale, sulla responsabilità di chi guida negli ambienti estremi e su cosa, alla fine, gli ha davvero insegnato la strada.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold">Dalla passione alla professione: l&#8217;uso autentico dei social</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>C&#8217;è stato un momento preciso in cui hai deciso di costruire il tuo ecosistema digitale intorno a quello che fai, o è arrivato seguendo il viaggio?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Quando ho cominciato a viaggiare si usavano ancora le macchine fotografiche a rullino, non esistevano i social. Prima ho viaggiato per passione, addirittura senza telefono, senza GPS, con le carte cartacee. Quella roba che mettevo da parte era come un album per me. Poi, con la diffusione dei social, mi sono dovuto adeguare: per trovare sponsor, per dare visibilità a quello che facevo. Al tempo era quasi inutile, solo fatica sprecata. Dopo molti anni e molti viaggi ho deciso di usare questi maledettissimi arnesi del demonio per costruirmi una carriera. Su YouTube ho ancora roba di quindici anni fa, caroselli di foto, diapositive tirate su. Ma col senno di poi ho costruito un&#8217;attività che derivava dalla fama che mi ero fatto sui social: ho messo giù un sito, un&#8217;attività vera e propria, come fanno gli adulti. È diventato il mio lavoro principale.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>YouTube, Instagram, il sito: ognuno ha un suo registro. C&#8217;è un formato che non hai ancora esplorato e che ti piacerebbe affrontare — un podcast, una newsletter, un documentario?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Una newsletter ce l&#8217;ho, ma non è facile gestirla: la uso più per avvertire le persone delle attività che per dare contenuti veri e propri. Ho messo il naso anche su TikTok, però mi devo orientare. Il mio ego è abbastanza sazio per quello che ho fatto nella vita, non mi servono i like: uso le piattaforme semplicemente per monetizzare, per portare clienti nei miei viaggi. E TikTok, essendo prettamente per giovani, non è il mio target: non sono persone con una passione così viscerale da reggere, fisicamente e mentalmente, un viaggio dei miei. Mi ero spostato su Instagram, ma lì hai l&#8217;attenzione delle persone per pochissimi secondi, e io ho contenuti un po&#8217; più complessi. Da poco mi sono reso conto che bisogna tornare al buon vecchio YouTube: è lì che hai lo spazio adeguato per dire quello che pensi e per differenziarti. Non avendo mai avuto un posto dove vivere, un luogo da chiamare base, mi è sempre mancata una stabilità. Probabilmente sta per arrivare, e allora mi metterò più seriamente su YouTube.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>Raccontare certe esperienze rischia di scivolare nel sensazionalismo o nell&#8217;autoreferenzialità. Come fai a tenere il tono giusto e a restare autentico?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Ti dico la verità: il mio modo di raccontare non funziona tantissimo, arriva a meno persone. Oggi il sensazionalismo è la chiave assoluta del successo sui social. Ma io non ne ho bisogno, quindi non me lo devo imporre. Resto quello che ero prima, il ragazzo di vent&#8217;anni partito per girare il mondo — ed è lo stesso che sono quando porto le persone in viaggio con me. Questo lavoro deriva solo da una passione: l&#8217;avrei fatto anche gratis, ho avuto la fortuna che diventasse un mestiere senza dover cambiare niente di me. La maggior parte delle persone, sui social, mostra sempre la parte migliore di sé, quella che vorrebbe gli altri pensassero di loro. Io non ne ho bisogno. Per questo non accetto collaborazioni, non faccio pubblicità, non vado a eventi. I miei numeri saranno pure ridicoli nel mondo di oggi, ma hanno un valore di conversione che mi permette una vita dignitosa senza fare l&#8217;influencer. Funziona molto il passaparola, le persone che tornano. Io non sono un influencer, sono un viaggiatore.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold">La filosofia di una guida: responsabilità, preparazione, emozione</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>Quando accompagni persone in luoghi estremi, come vivi la responsabilità? E quanto cambia il tuo rapporto con il viaggio rispetto a quando sei solo?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Sono due cose che non hanno nulla in comune. Immagina di vivere in una casa bellissima e di farla vedere agli amici, orgoglioso, stanza per stanza: ecco, io ho avuto la fortuna di essere un cittadino del mondo, di vedere con i miei occhi cose spettacolari. Ora apro quelle porte agli altri, sono il tramite. La commozione che ho provato pedalando sul salar di Uyuni è matematicamente riproducibile: succede a tutti quelli che porto lì. Ma è anche tutt&#8217;altra cosa. Di notte non dormo, mi sveglio ogni ora, vado tenda per tenda a cinquemila metri ad ascoltare se respirano correttamente. Non mi occupo di me, non esisto più. Sono ambienti molto estremi: se succede qualcosa, lì non viene mai nessuno. Per questo ci prepariamo moltissimo. Seleziono le persone settimane prima dell&#8217;iscrizione, le valuto fisicamente, psicologicamente, tecnicamente. Sono spedizioni come se andassimo sul K2. La gente sa che andrà sull&#8217;Everest e che non potrà chiamare l&#8217;ambulanza per una caviglia slogata: l&#8217;avventura che propongo non lo contempla, e le persone ne sono consapevoli. Gli imprevisti arrivano sempre — meteo, vento che strappa le tende, qualcuno che cade o sta male — ma una soluzione si trova.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>C&#8217;è un posto che ti spaventa? Non in senso fisico, ma perché non sei sicuro di essere pronto come guida ad affrontarlo?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Più che spaventarmi, faccio tantissimo scouting. Torno una seconda volta, in bici, nei posti in cui sono già stato, per vedere se la difficoltà regge, se la logistica funziona, ma soprattutto se ritrovo l&#8217;emozione di prima. Se quella roba non emoziona più me, non ci porto nessuno. L&#8217;anno scorso sono tornato in Georgia: anni fa era bellissima, adesso hanno asfaltato le strade, è diventata troppo moderna, e quel percorso non mi ha dato più niente. Non lo propongo. Non esiste un posto che non sono in grado di affrontare: esiste un posto che non mi dà più emozioni. Non posso convincerti a partire con me se, mentre te lo racconto, non mi viene la pelle d&#8217;oca. Per questo i posti diventano pochi. Ho attraversato l&#8217;Africa, diecimila chilometri, ma ce ne sono pochissimi che valgono la pena di essere pedalati: di tutta quella distanza ne propongo un pezzettino in Namibia. Ho centellinato le strade del mondo per offrire solo il massimo: altrimenti farei quello che fanno tutti.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>Dopo la frattura alla caviglia è cambiato il tuo rapporto con gli infortuni? Sei diventato più scrupoloso?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Sono sempre stato scrupoloso. In Siberia, a –60°, avevo paura persino a respirare: se sbagli qualcosa per trenta secondi non recuperi più, e mi è sempre andata bene perché ero terrorizzato. Essere terrorizzato vuol dire studiare tutto. Il mio infortunio, peraltro, non è stata colpa mia: è successo per un incidente in montagna. Non ho mai messo in dubbio la mia preparazione tecnica. Anzi, in Siberia ci sono tornato con la gamba ancora rotta, con i ferri dentro, per una questione personale: volevo tornare in forma come prima e ho ripreso le cose più difficili che avevo fatto al 100%, per vedere se ci riuscivo ancora. Ci sono riuscito. Pensa a quando attraversi l&#8217;Africa: c&#8217;è chi paga centinaia di euro per vedere un leone dall&#8217;alto di una jeep, con la guida e la carabina. Io sono in bici, un leone non lo voglio incontrare per niente: così ho studiato tutto, le zone di caccia, come riconoscere dove ci sono, come non trovarmeli davanti. La paura ti permette di essere preparato.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold">Il viaggio cambia la prospettiva: la mente si apre, l&#8217;umanità diventa una</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>La tua dimensione iniziale del viaggio è cambiata, in venticinque anni? Ha assunto una forma diversa?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Certo. In questi viaggi sono andato dai più famosi sciamani delle Americhe, dai grandi santoni indiani, da Sai Baba. Cercavo Dio, cercavo risposte. Dai santoni non ne ho trovata nessuna. Le risposte alle domande della vita me le hanno date le persone più comuni che ho conosciuto per strada. Il mio approccio è diventato molto più pragmatico, molte cose sono più chiare. Viaggiare ti mette di fronte un punto di vista che non immagineresti nemmeno potesse esistere. Quando ti siedi con un ragazzo di vent&#8217;anni a Varanasi, o a Bogotá, e discuti con lui di come pensa la morte, hai una visione del mondo molto più nitida di quella che ti darebbe qualunque santone.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>Se un giorno dovessi smettere di pedalare, cosa ti piacerebbe che restasse di quello che hai fatto?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Sono sicuro che qualcosa resterà, perché è già partito da tempo: il cicloturismo, l&#8217;idea di vedere il mondo in bici. Quando ho cominciato io, il massimo che si vedeva era un tedesco al lago di Garda con calzini e sandali e una bici con le borse. Oggi, con i social e con un sacco di eventi che abbiamo promosso — questo fine settimana ce n&#8217;è uno a Padova — ci sono migliaia di persone che si radunano ogni weekend, da qualche parte in Italia, per fare un giro di chilometri o di giorni. Non è partito da me, ma in tanti hanno capito che con una bici si può andare oltre, in vacanza, in avventura. Spero che continui. Io però nasco viaggiatore: da giovanissimo ho letto i libri di Tiziano Terzani e lì ho capito che là fuori c&#8217;era un altro valore della vita, un altro modo di misurare gli anni che restiamo su questo pianeta.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>Cos&#8217;è, per te, la vera libertà?</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Sei libero solo quando capisci come funzionano le cose. A quel punto non c&#8217;è più telegiornale, non c&#8217;è più politico, non c&#8217;è più niente che possa metterti in discussione: vai oltre il concetto e abbracci l&#8217;umanità. Vedi cosa pensa un padre in un villaggio sperduto quando solleva il figlio felice, ed è lo stesso di un padre qui da noi. Il mondo è uno, l&#8217;essere umano è uno, ci restiamo per pochissimo. Porto in viaggio commercialisti e avvocati, gente per cui all&#8217;inizio conta solo il viaggio, e li metto in contesti che non sono solo viaggio: li porto in Marocco e per loro è &#8220;Africa&#8221;, &#8220;gente che crede in un Dio diverso dal mio&#8221;. Poi li metto davanti alla realtà e diventa tutt&#8217;altro. Tutta la vita mi sono affidato al prossimo: al camionista che non ti tira sotto, al vecchietto che ti dà da dormire, alla signora che ti procura il cibo. Sopravvivi grazie agli altri. È diverso da un villaggio turistico o da un&#8217;esperienza con WeRoad o Avventure nel Mondo: lì è tutto più ermetico. Quando ti affidi davvero al prossimo, e diventa naturale, le persone capiscono che è una parte essenziale dell&#8217;essere umano, e crollano i muri che qualcuno, per interesse, tira su. Dicono che viaggiare apre la mente: è assolutamente così.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Alla fine il filo è uno solo, e tiene insieme i social, le spedizioni e la strada: il rifiuto della scorciatoia. Dino Lanzaretti non usa il digitale per piacere, ma per lavorare; non guida per stupire, ma per condividere un&#8217;emozione che sa essere autentica solo se la prova per primo; non viaggia per collezionare mete, ma per lasciarsi smontare ogni certezza. È un mestiere costruito sulla paura usata bene, quella che obbliga a prepararsi nel dettaglio e sulla fiducia, quella che si impara solo dipendendo dagli sconosciuti incontrati per strada. In un&#8217;epoca che premia chi mostra la versione migliore di sé, lui rivendica l&#8217;esatto contrario: restare il ragazzo di vent&#8217;anni partito senza GPS, e portare gli altri a scoprire, pedalata dopo pedalata, che il mondo è molto diverso da come se lo immaginavano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/io-non-sono-un-influencer-sono-un-viaggiatore-dino-lanzaretti-e-la-geografia-delle-emozioni-in-bicicletta/">«Io non sono un influencer, sono un viaggiatore»: Dino Lanzaretti e la geografia delle emozioni in bicicletta</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>«Non tutto deve diventare contenuto» Il progetto Happiness e il confine tra racconto e responsabilità</title>
		<link>https://www.giornalettismo.com/non-tutto-deve-diventare-contenuto-il-progetto-happiness-e-il-confine-tra-racconto-e-responsabilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Basili]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2026 12:30:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[progettohappiness]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornalettismo.com/?p=2925234</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nel 2019 era un trentenne con uno zaino e una domanda: cosa rende felici le persone? Sette anni dopo, Progetto Happiness è un canale da 2,7 milioni di iscritti, cinquanta paesi attraversati e una scuola costruita in Zimbabwe. Ma la cifra che racconta meglio questo percorso non è un numero: è uno spostamento. Dalle tribù [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/non-tutto-deve-diventare-contenuto-il-progetto-happiness-e-il-confine-tra-racconto-e-responsabilita/">«Non tutto deve diventare contenuto» Il progetto Happiness e il confine tra racconto e responsabilità</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Nel 2019 era un trentenne con uno zaino e una domanda: cosa rende felici le persone? Sette anni dopo, Progetto Happiness è un canale da 2,7 milioni di iscritti, cinquanta paesi attraversati e una scuola costruita in Zimbabwe. Ma la cifra che racconta meglio questo percorso non è un numero: è uno spostamento. Dalle tribù e dai monaci dei primi anni ai reportage sull&#8217;ayahuasca in Ecuador, sull&#8217;estrema destra europea, sui preppers chiusi nei bunker. Fino a quella notte in mezzo al Mediterraneo, primo content creator a bordo dell&#8217;Ocean Viking, ad ascoltare un ragazzo ripetere «sono vivo».</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Ecco a te le mie risposte che spero ti possano essere utili:</p>
<h4><em> Progetto Happiness nasce nel 2019 come viaggio personale di un trentenne curioso. Nel 2026 è un canale con 2,7 milioni di iscritti, 50 paesi esplorati e una scuola costruita in Zimbabwe. A che punto hai capito che non stavi più facendo un progetto su te stesso ma qualcosa di molto più grande?</em></h4>
<p>Credo durante la costruzione della scuola in Zimbabwe. Fino a quel momento avevo sempre pensato a Progetto Happiness come a una ricerca. Personale, certo condivisa, ma comunque una ricerca. Poi mi sono trovato davanti a trecento bambini che studiavano seduti per terra, all’aperto, sotto il sole. E lì ho capito che le storie, quando arrivano davvero alle persone, possono smettere di essere solo racconto. Mi ricordo ancora il momento in cui abbiamo visto i primi muri alzarsi. Ho pensato: “Questa cosa esisterà anche quando il video sarà finito. Anche quando l’algoritmo se ne dimenticherà.” Ed è stato forse lì che ho sentito, per la prima volta, il peso bello della responsabilità.</p>
<h4><em>Negli ultimi mesi hai pubblicato reportage sull&#8217;ayahuasca in Ecuador, sull&#8217;estrema destra in Europa, sul BDSM, sui preppers nei bunker. Il progetto si sta radicalizzando?</em></h4>
<p>Non credo si stia radicalizzando. Credo stia diventando più onesto. All’inizio cercavo la felicità nelle sue forme più luminose. Le tribù, i monaci, le filosofie orientali. Poi ho capito che se vuoi davvero capire l’essere umano, devi avere il coraggio di guardarlo anche nelle sue ombre. Nelle paure. Nei desideri. Nelle contraddizioni. Alla fine anche un prepper che costruisce un bunker sta cercando serenità. Anche chi si rifugia in certe ideologie spesso sta cercando appartenenza. Anche nel BDSM ho trovato persone che parlavano di fiducia, solitudine, bisogno di sentirsi viste. Io seguo la curiosità. Ma più vado avanti, più mi accorgo che tutte queste storie parlano sempre della stessa cosa: cosa significa essere umani oggi.</p>
<h4><em>Sei stato il primo content creator a bordo dell&#8217;Ocean Viking. Come si torna a casa dopo un&#8217;esperienza del genere?</em></h4>
<p>Non si torna davvero. C’è una parte di me che è rimasta lì, in mezzo al Mediterraneo. Tra quei gommoni. Tra le urla. Tra gli occhi di chi non sapeva se sarebbe sopravvissuto un’altra ora. Ricordo una notte in particolare. Avevamo appena soccorso delle persone. Un ragazzo continuava a ripetere solo una frase: “Sono vivo. Sono vivo.” E io lì ho capito quanto siamo distanti, noi, dalla percezione reale delle cose essenziali. Dopo esperienze così cambia il modo in cui racconti tutto. Ti accorgi che non puoi più permetterti superficialità. Che ogni storia ha un peso umano enorme. E soprattutto capisci quanto sia fragile il confine tra “noi” e “loro”.</p>
<h4><em>A un certo punto smetti di chiederti cosa rende felici le persone e inizi a fare qualcosa di concreto?</em></h4>
<p>Questa è una tensione che sento continuamente. Per molto tempo mi sono detto che il mio ruolo fosse raccontare, non intervenire. Poi però guardi un bambino che studia nel fango… e capisci che a volte raccontare non basta. La scuola in Zimbabwe, la foresta con Treedom… sono nati così. Non come “progetti filantropici”, ma quasi come conseguenze naturali degli incontri fatti. Però cerco sempre di stare attento. Perché non voglio cadere nella sindrome del salvatore. Non voglio che Progetto Happiness diventi qualcuno che “arriva e risolve”. Io non salvo nessuno. Al massimo creo connessioni. E forse il punto è proprio questo: usare la visibilità per trasformare l’empatia in qualcosa di concreto.</p>
<h4><em> Cosa tiene insieme una community così trasversale?</em></h4>
<p>Credo la vulnerabilità. Le persone oggi sono stanche di contenuti perfetti. Vogliono verità. Anche sporca, anche incompleta. Io non mi sono mai presentato come uno che ha capito tutto. Anzi. Spesso parto proprio dal mio smarrimento. Dalla mia paura. Dalle domande che non riesco a risolvere. E penso che tante persone si riconoscano in quello spazio lì. In quel tentativo sincero di capire il mondo senza sentirsi superiori al mondo.</p>
<h4><em>Cos&#8217;è che hai rifiutato e non avresti mai dovuto accettare?</em></h4>
<p>Tante cose. Collaborazioni che economicamente avrebbero cambiato la mia vita molto prima. Brand enormi che però volevano usare certe storie solo per “ripulirsi” l’immagine. La verità è che ogni volta che accetti qualcosa che non ti rappresenta, perdi un pezzetto di libertà. E magari all’inizio non si vede. Ma dentro lo senti. Io posso sbagliare reportage, posso sbagliare idee… ma non voglio perdere la fiducia di chi mi segue. Quella per me vale più di qualsiasi contratto.</p>
<h4><em>Stai costruendo qualcosa fuori da YouTube e Instagram?</em></h4>
<p>Sì. Ma non per paura degli algoritmi. O meglio: anche. Sarebbe ingenuo ignorare il fatto che oggi dipendiamo da piattaforme che possono cambiare le regole da un giorno all’altro. Però la verità più profonda è che sento il bisogno di creare spazi più lenti. Più intimi. Dove le persone possano restare, non solo scorrere. La newsletter, Focus… nascono da questo. Dal desiderio di costruire un rapporto meno “consumabile”. Più umano. Mi piacerebbe che Progetto Happiness diventasse quasi un ecosistema culturale. Non solo un canale YouTube.</p>
<h4><em>Dove finisce il content creator e dove inizia il giornalista?</em></h4>
<p>Non lo so davvero. Io non mi sono mai sentito un giornalista nel senso classico. Non ho quella distanza. Entro troppo emotivamente nelle storie. Ma allo stesso tempo non mi riconosco neanche nell’idea di creator intesa come puro intrattenimento. Forse sto in mezzo. E forse oggi servono anche figure ibride. Quello che mi interessa non è l’etichetta. È la responsabilità. Perché quando racconti certe realtà, hai una responsabilità enorme verso chi guarda e verso chi viene raccontato.</p>
<h4><em>C&#8217;è qualcosa che hai vissuto e che non hai pubblicato?</em></h4>
<p>Sì. Tanto. Ci sono momenti che restano fuori non per paura, ma perché non trovo una forma giusta per contenerli. A volte vivi cose troppo intime, troppo contraddittorie. E hai paura che la camera le riduca. Le semplifichi. Mi è successo in Colombia. Mi è successo in Amazzonia. Mi è successo anche in momenti molto personali, dove ho capito che pubblicare avrebbe significato tradire qualcosa. Non tutto deve diventare contenuto. Questa è una frase che cerco di ricordarmi spesso.</p>
<h4><em>Hai perso qualcosa passando da solo a un team?</em></h4>
<p>Sì. E allo stesso tempo ho guadagnato tantissimo. Mi manca la leggerezza dei primi anni. Quando prendevo uno zaino e partivo senza sapere niente. C’era una forma di ingenuità bellissima. Oggi c’è più struttura, più responsabilità, più persone coinvolte. Ma c’è anche la possibilità di raccontare meglio. Più profondamente. Con più cura. La verità è che Progetto Happiness oggi non potrebbe esistere senza il team. E forse una delle cose più belle è proprio questa: vedere un sogno personale diventare qualcosa di collettivo.</p>
<h4><em>Nei prossimi due anni cosa vuoi fare che non hai ancora fatto?</em></h4>
<p>Vorrei creare qualcosa che resti. Una serie documentaria internazionale. Un film. Un archivio di storie che possa sopravvivere ai social. E poi mi piacerebbe entrare sempre di più in luoghi dove il documentario tradizionale arriva poco: aziende, scuole, istituzioni. Portare il tema della felicità, della fragilità umana, anche lì. Perché secondo me oggi abbiamo disperatamente bisogno di nuovi spazi di ascolto.</p>
<h4><em>Ti senti solo nel documentarismo digitale italiano?</em></h4>
<p>Per tanti anni sì. Quando ho iniziato sembrava quasi impossibile fare documentari lunghi, profondi, su YouTube in Italia. Sembrava che nessuno li volesse vedere. Oggi invece vedo qualcosa che si sta muovendo. Una generazione nuova che ha voglia di raccontare il reale in modo più coraggioso, più cinematografico, più umano. E questa cosa mi rende felice. Perché significa che forse stiamo costruendo un linguaggio nuovo.</p>
<h4><em>Sei riuscito a capire cos&#8217;è la tua felicità?</em></h4>
<p>No. O almeno… non definitivamente. Per anni ho pensato che la felicità fosse una destinazione. Poi ho incontrato persone che non avevano nulla e ridevano davvero. E altre che avevano tutto e si sentivano vuote. Oggi credo che la mia felicità assomigli più a una presenza. A certi momenti minuscoli. Una cena con le persone che amo dopo mesi lontano. Un silenzio in montagna. Una storia che riesce a creare empatia vera. La sensazione di essere esattamente dove dovrei essere, anche solo per un istante. E forse il punto è proprio questo: non smettere mai di cercarla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quello che è cambiato, in questi anni, è il peso. Un sogno personale è diventato qualcosa di collettivo, e raccontare ha smesso di bastare. Resta il filo che tiene insieme tutto: la vulnerabilità come unico linguaggio possibile, e l&#8217;idea che la visibilità serva a trasformare l&#8217;empatia in qualcosa di concreto.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giornalettismo.com/non-tutto-deve-diventare-contenuto-il-progetto-happiness-e-il-confine-tra-racconto-e-responsabilita/">«Non tutto deve diventare contenuto» Il progetto Happiness e il confine tra racconto e responsabilità</a> proviene da <a href="https://www.giornalettismo.com">Giornalettismo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
