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	<title>Giovanni Covini</title>
	
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		<title>Lo spunto di oggi – Il ferro va col ferro</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 21:16:46 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giovannicovini.it/wp-content/uploads/2013/05/tututututiyiiyiy87878.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2380" alt="tututututiyiiyiy87878" src="http://www.giovannicovini.it/wp-content/uploads/2013/05/tututututiyiiyiy87878.jpg" width="275" height="183" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La ricicleria di via Lombardi è molto lontana da casa mia, perciò non l&#8217;avrei mai conosciuta se non fosse stata chiusa per lavori quella di zona. Ma con l&#8217;auto carica di una serie di detriti da cantina non ho scelta. La tangenziale risplende del primo vero sole primaverile di quest&#8217;anno. Rari momenti a Milano, in cui l&#8217;aria è di vetro e i colori tornano a vedersi. All&#8217;arrivo la receptionist mi aiuta a orientarmi. Si sale uno scivolo di cemento con l&#8217;auto e si parcheggia sopra le vasche: legno, ferro, materiale elettrico, ingombranti. La cosa è molto più sensata che nella discarica della mia zona, dove bisogna salire strette scale di ferro per gettare ogni detrito.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque comincio. Ombrellone da spiaggia. Irriconoscibile eppure nitido nella memoria. Non so quante spiagge ha attraversato con noi. Lontanissime da qui e lontanissime tra loro. Lui va negli ingombranti. Intanto che vado e vengo dall&#8217;auto alquanto compiaciuto dalla razionalità dell&#8217;impianto che sta aiutando la mia schiena, divido i detriti e seguo i cartelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei essere come il progettista di questa ricicleria. E&#8217; una ricicleria, certo. Quindi ogni cosa che ci viene portata è perché non serve più. Ma se leggo i cartelli sui vasconi verdi non compare mai la parola &#8220;rifiuto&#8221;. C&#8217;è solo la materia. Ferro. Legno. Materiale elettrico. E poi sì, <em>ingombranti</em>. Dietro alle parole con le quali pensavo questo viaggio si nasconde molto di più di questo viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Definire una discarica &#8220;ricicleria&#8221; significa impostare il tema della distruzione, dell&#8217;eliminazione e della fine nel più generativo dei modi possibili. Se penso ai fallimenti, ad esempio. Potrei provare a definirli per materia, senza chiamarli fallimenti. Forse entrerebbero molti più fatti, forse si connetterebbero con logiche diverse. Intendo dire: il ferro che sto buttando ora non finisce insieme agli altri oggetti di ferro perché ha esaurito la sua funzione, ma per quel che insieme al resto del ferro può tornare ad essere o diventare. Connettere le cose finite per ciò che possono generare insieme. Per il loro nesso vitale e non perché sono finite.</p>
<p style="text-align: justify;">Potrei smettere di definire gli errori &#8220;rifiuti&#8221;, per esempio. La maggior parte delle poche cose che credo di aver maturato dentro di me &#8211; non intendo quelle che mi hanno spiegato, intendo quelle che dentro di me hanno preso forma con l&#8217;esperienza e il percorso dei giorni &#8211; le ho maturate rielaborando gli errori. Molte delle cose che ho trovato e che trovo le avevo cercate perché ne ero disperatamente affamato. Da quegli errori e da quella fame è partita la chiamata all&#8217;avventura della ricerca.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi penso che la ricicleria sia una meravigliosa lezione sulla distruzione. Su quella energia che mi fa sollevare i detriti e me li fa lanciare dall&#8217;alto per vederli infrangersi fra le macerie. E&#8217; liberante, come è liberante lasciar cadere nel vascone della coscienza &#8211; perché si distruggano &#8211; tutte le parti di me che non mi servono più per essere me. La loro disintegrazione, il loro andare in pezzi sprigiona la stessa vita di quando &#8220;vanno in pezzi&#8221; le acque. Quando ne vieni fuori. E&#8217; una distruzione senza rabbia, anzi riconoscente come quando ci si congeda da un genitore, da una scuola, da un maestro, da un tempo attraversato per mano con una persona importante. Ho vissuto diversi tempi nella mia vita come se non dovessero finire mai. Poi sono finiti. Sono tutti qui, nei vasconi verdi del cuore. Ma ho gestito male i cocci, non ho avuto abbastanza amore da distruggerli con la felicità che avrebbero meritato. Come per ringraziarli, come per dirgli <em>ho ricevuto da voi quel che dovevo e ora vi distruggo proprio perché ho capito profondamente il vostro regalo per me, che ora prevede il nostro congedo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Questo tempo buonista ci impedisce di cogliere il profondo amore che c&#8217;è nel distruggere, perché siamo un tempo immaturo che si attacca alle sottane dei giorni e delle abitudini.<em> Il ferro va col ferro</em>, dice la donna che aiuta e sorveglia lo smaltimento. Semplicità. Logica. Natura. Il ferro va col ferro. Devo imparare da lei a riconoscere la materia costitutiva dei miei cocci interni. Ridividerli, riassociarli secondo un principio generativo di nuovi tempi e di nuove funzioni. Riciclo in luogo di rifiuto. Alla fine legno, ferro e materiale elettrico: materie. Ingombranti: verbo. Cose di cui non ho più bisogno. Azioni di cui non ho più bisogno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non si può fare tutto questo dalla parte di ciò che si butta. Il punto è che cosa può diventare il ferro che va col ferro. Come tornerà nel ciclo della vita, come si evolverà. Me ne vado con l&#8217;idea che la distruzione di tutto ciò che in me mi impedisce di essere me comporti non solo una grande liberazione, ma una sottile sensazione di suspence: <em>e adesso, senza quello che ho distrutto, che succederà?</em></p>
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		<title>Mauro Scardovelli – Introduzione al Metamodello, II parte</title>
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		<pubDate>Wed, 01 May 2013 13:28:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Seconda parte dell&#8217;introduzione al Metamodello. Qui.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Seconda parte dell&#8217;introduzione al Metamodello. <a href="https://vimeo.com/65205218">Qui.</a></p>
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		<title>Mauro Scardovelli – Nel mare del linguaggio.</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Apr 2013 18:57:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Introduzione. Qui.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Introduzione. <a href="https://vimeo.com/64965348">Qui.</a></p>
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		<title>Lo spunto di oggi – Facciamo che eravamo</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Apr 2013 21:01:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; La donna giace deformata dall&#8217;incidente. Le gambe orribilmente divaricate, il ginocchio ribaltato e la testa ruotata completamente. Di fronte a lei le due amiche. Si agitano, si domandano reciprocamente chi potrebbero chiamare. L&#8217;ambulanza, naturalmente. Pronto ambulanza? C&#8217;è la nostra amica che abbiamo fatto un incidente, venite perché mi sa che se no poi muore. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.giovannicovini.it/wp-content/uploads/2013/04/ji347fbauyyk.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2364" alt="ji347fbauyyk" src="http://www.giovannicovini.it/wp-content/uploads/2013/04/ji347fbauyyk-300x127.jpg" width="300" height="127" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La donna giace deformata dall&#8217;incidente. Le gambe orribilmente divaricate, il ginocchio ribaltato e la testa ruotata completamente. Di fronte a lei le due amiche. Si agitano, si domandano reciprocamente chi potrebbero chiamare. L&#8217;ambulanza, naturalmente. <em>Pronto ambulanza? C&#8217;è la nostra amica che abbiamo fatto un incidente, venite perché mi sa che se no poi muore.</em> La scena è palpitante, verissima. Si svolge di fronte a me, sul 15 che mi riporta a casa. La donna che ha subito l&#8217;incidente è posata sulle ginocchia di una bambina che avrà 6 o 7 anni. Di fianco a lei l&#8217;amica tiene le altre due donne e imposta i dialoghi della scena. Sono bravissime. Le protagoniste sono solo delle Barbie, ma la situazione è tutt&#8217;altro che un gioco. Negli occhi delle bambine c&#8217;è l&#8217;incidente, c&#8217;è l&#8217;urgenza disperata. Sono dentro la situazione. Così tanto dentro che ci finisco anch&#8217;io.</p>
<p style="text-align: justify;">Prove di realtà. Teoria e tecnica della vita. E&#8217; un duro lavoro imparare e il loro gioco è una dura scuola.</p>
<p style="text-align: justify;">Sì, se la vita ce lo consente forse negli anni dell&#8217;infanzia lavoriamo sodo. Assegniamo i nostri primi significati, li teatralizziamo, ci crediamo come mai più in tutto il resto del nostro percorso. Agiamo ogni cosa e nelle cose che agiamo ci siamo tutti fino al midollo. Poi nel tempo smettiamo di lavorare e cominciamo a giocare.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche anno fa stavo facendo un workshop per una grande azienda. In una pausa mi presentano con molto ossequio un manager. Uno abbastanza giovane, ritenuto un talento unico nel suo campo. Lui è &#8230; il <em>Responsabile &#8211; Mondo</em>. Dopo un po&#8217; si palesa il <em>Responsabile &#8211; Europa</em> e io penso: beh, questo è un po&#8217; meno grave dell&#8217;altro. Esiste sul pianeta un idiota così idiota da credere veramente a una carica del genere? Da accettare una definizione come questa? &#8211; <em>Che lavoro fa tuo padre? &#8211; Il Responsabile Mondo.</em> So che si tratta solo di gergo aziendale, ma le parole sono parole e sono connesse ai significati, perché a furia di chiamarci in un certo modo, di definirci o di accettare le definizioni che ci vengono date va a finire che un po&#8217; ci crediamo.</p>
<p style="text-align: justify;">E così diventiamo il nome che ci portiamo e cominciamo veramente, pericolosamente a giocare. Smettiamo di lavorare nel senso vero della parola. Smettiamo di fare la scuola delle emozioni e dei significati, del presente davvero presente, della scoperta emozionante faticosa e rischiosa di ogni momento e cominciamo a fare un gioco più sottile, pigro e letale: il gioco di ruolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Torno alle due bambine e cerco di isolare quale sia l&#8217;oggetto vero del loro lavoro. Credo che sia il <em>crederci totalmente</em>. <em>L&#8217;esserci totalmente</em>. La loro scena è così toccante perché è inarginabile come la vita, perché esonda dalle convenzioni, non si piega al decoro né tantomeno alla decenza. Il gioco del crederci rende vere le cose. Forse l&#8217;infanzia arriva fino al giorno in cui <em>crediamo quindi vediamo</em>, poi cominciamo a voler <em>vedere quindi credere</em>. E allora ci preoccupiamo di far vedere, dato che è su quello che si basano reputazione, stima e fiducia. Andiamo di titoli, onorificenze e trofei, stipendi macchine e tutto il resto perché vogliamo vedere per credere. Perché non ci siamo più totalmente, integralmente fino al midollo, appunto.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi che giochiamo ai professionisti, agli innamorati, ai vincenti e ai perdenti, noi che giochiamo ai mariti alle mogli e ai figli, che a ogni giro guardiamo il nostro piazzamento rispetto al contesto, se stessimo precipitando da una finestra e avessimo solo qualche secondo forse finalmente lo potremmo passare in compagnia di noi stessi. Potremmo esserci di nuovo integralmente, senza paura, finalmente a contatto, finalmente accesi come ai tempi in cui c&#8217;eravamo davvero e potevamo essere tranquillamente quel che eravamo perché non dovevamo ancora <em>essere noi. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Pura vita che scorre, questo gioco delle Barbie davanti a me. Senza pareri, senza commenti. Pura azione di una luce accecante. Penso che potrei provare a scusarmi con me stesso per ogni volta che quello che vive al posto mio fa una cosa in mia vece e con la mia voce. Ma il ritmo delle scuse sarebbe molto impegnativo. Allora mi limiterò a formalizzare un <em>non sono io</em> tra me e me ogni volta che mi capiterà l&#8217;occasione. Forse la vita è molto più vicina alle storie che si raccontano i bambini piuttosto che al mondo sofisticato e complesso degli adulti.</p>
<p style="text-align: justify;">Rintraccio la vita nei bambini e nei giullari. Nell&#8217;umorismo, perché l&#8217;umorismo svela il gioco pericoloso e perverso degli adulti, lo mette a nudo. Svela la nostra paura e il nostro bisogno di esorcizzarla con il potere. Un giorno mi hanno raccontato questa piccola cosa: Qual è la differenza tra un Cardinale e un prete? Nessuna. Solo che il Cardinale non lo sa.</p>
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		<title>Lo spunto di oggi – La strada di casa</title>
		<link>http://www.giovannicovini.it/2013/03/31/lo-spunto-di-oggi-4/</link>
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		<pubDate>Sat, 30 Mar 2013 23:42:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novità]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre vado a trovare Nora la pioggia continua a starmi sul vetro. Si procede piano, tra un lavoro stradale e una coda per l&#8217;ora del rientro. La provincia di Milano nella sua spettacolare disarmonicità: capannoni, frammenti di campi, muri in gasbeton lasciati nudi. E l&#8217;intelligenza perversa di chi ha costruito: hanno usurpato migliaia di metri [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giovannicovini.it/wp-content/uploads/2013/03/fli999d00fdffl.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2358" alt="Sundial in Sand" src="http://www.giovannicovini.it/wp-content/uploads/2013/03/fli999d00fdffl-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Mentre vado a trovare Nora la pioggia continua a starmi sul vetro. Si procede piano, tra un lavoro stradale e una coda per l&#8217;ora del rientro. La provincia di Milano nella sua spettacolare disarmonicità: capannoni, frammenti di campi, muri in gasbeton lasciati nudi. E l&#8217;intelligenza perversa di chi ha costruito: hanno usurpato migliaia di metri quadri all&#8217;agricoltura per i capannoni ma le strade non hanno più di una corsia per senso di marcia. Così i capannoni e le industrie hanno aumentato il traffico e le monocorsie hanno pensato a imbottigliarlo. Sotto la pioggia che non smette da giorni quest&#8217;incongruenza tutta lombarda diventa ancora più chiara.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Perdo un sacco di tempo</em> &#8211; penso. Oppure devo imparare che questo è il tempo del percorso. Non faccio volentieri la pace con i miei bilanci sempre in rosso: troppo tempo perso e non certo per le code. In alcuni momenti mi sembra un grandissimo equivoco pensare al tempo come a qualcosa che passa. Lo penso come una forma: <em>una forma che prende forma.</em> Lungomare che tirano dritti per anni, nei quali sembra non dover cambiare mai niente, e spigoli di minuti nei quali la nostra forma si plasma in nuove dimensioni con una rapidità che dopo ci lascia interdetti. Ti guardi indietro e ti dici che solo due giorni, una settimana, un anno fa. La mente si scandalizza della cosa, la pancia no. La pancia sta con quello che viene. Sta qui e ora.</p>
<p style="text-align: justify;">Man mano &#8211; se ci si lavora -  mente e pancia riescono anche un po&#8217; a comunicare. A un certo punto è necessario smettere di giudicarsi per quel che non si è trovato e cominciare a interrogare quel che si è trovato, affinché ci riveli quello che cercavamo davvero. Quando fai questo passaggio poi ti chiedi: ma chi ha vissuto tutti quegli anni al posto mio? Gli anni in cui ero così sicuro che sarei riuscito a fare, a prendere, a diventare&#8230; E chi si è preso quegli altri: quelli del più recente disamore, nei quali l&#8217;amarezza per non aver raggiunto la mia immagine di me è stata dominante e totale, non essendo altro &#8211; in realtà &#8211; che un diverso modo per assentarmi da me stesso?  Cercare qualcosa o piangerla non fa differenza: non sei tu.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma alla fine ho due braccia, due occhi e due gambe e la cosa non è affatto scontata. Intorno c&#8217;è il mondo che si muove, persino la vita in questi capannoni in gasbeton si muove. Persino la coda. E ho pensato che la forma più alta di coraggio certe volte sia rimanere in ascolto essendo pronti ad accettare la risposta. A prenderla sul serio, dico. Su che forma ho, su che forma sto diventando. Fa paura come l&#8217;idea di ogni cambiamento ma quando succede ti accorgi che non devi opporre resistenza. Le curve si devono fare, se tiri dritto finisci di sotto e non vedi la prospettiva che la strada aveva preparato per te.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo sia questo il punto: <em>mettere al mondo tutto quello che è venuto al mondo con noi,</em> come dice Hillman. Forse più che di vivere la nostra vita si tratta di lasciare che la nostra vita avvenga attraverso di noi senza opporre resistenza. Senza opporre immagini di noi che vogliamo raggiungere o pianti più o meno disperati perché non le abbiamo raggiunte. Mentre sono al volante sotto quest&#8217;acqua il mio pensiero è all&#8217;appuntamento con Nora, al probabile ritardo, allo snervo della situazione, all&#8217;idiozia del piano urbanistico&#8230; insomma le mie mani sono sul volante ma io sono in dieci posti diversi, mediamente in guerra su più fronti. Eppure quel che è venuto al mondo con me ora si trova qui, su questa strada provinciale. Questa strada non può non essere un punto del mio percorso, perché quando sei davvero presente nessun momento è da buttare, nemmeno la provinciale con la pioggia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco forse cos&#8217;è: piantarla di guardare la meta con ossessione. Stare nel viaggio. Amare la propria forma che cambia perché la struttura che sei ti dice la funzione che hai.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi so che gran parte del tempo che ho perso &#8211; se non tutto &#8211; è stato impiegato per fuggire. Come tutti i personaggi dei film che funzionano. Non è scemo chi fugge, sa bene il morso del dolore e lo teme. E si fugge anche tutta una vita giocando, lavorando, sognando, anche conducendo un&#8217;esistenza faticosa e intensa. Anche facendo carriera. Qualche tempo fa alla fuga connettevo una certa vigliaccheria di fondo, ora no. In certi momenti la ritirata è la mossa migliore, a volte l&#8217;unica.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine arrivo. Il bar è al neon, avvelenato e spento come tutto qui intorno. Porte di vetro e alluminio anodizzato, macchinette del videopoker. E me la presentano: Nora. Dopo dieci minuti sono in un&#8217;altra forma. Poche parole e mi ritrovo nel pieno di una storia pericolosa e bellissima. Siamo in tre ad ascoltare il suo racconto e siamo esterrefatti dal fiume in piena che esce da una ragazzina così. Non ci sono più la provinciale, le mie paure, il tempo che passa, la pioggia e l&#8217;immagine di me. Uno spigolo di qualche minuto che cambia l&#8217;orizzonte. Non scrivo niente di lei, il nostro incontro ha altre vie da percorrere. Quando usciamo dal bar è buio e ha quasi smesso di piovere. Mi rimane un frase di tutto quello che ha detto, mentre guardo le case di questo posto che non riesco a non trovare orrendo: &#8220;Vivo qui di fronte, e la mia vita è bellissima&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho circa un&#8217;ora di strada per arrivare a casa. Molto di più per arrivare a me stesso.</p>
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		<title>No, tu no!</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Mar 2013 09:08:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Grazie di tutto.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giovannicovini.it/wp-content/uploads/2013/03/f7g7h8ky0.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2355" alt="f7g7h8ky0" src="http://www.giovannicovini.it/wp-content/uploads/2013/03/f7g7h8ky0-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Grazie di tutto.</p>
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		<title>Lo spunto di oggi – Una piccola meraviglia</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 08:36:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo è straordinario. Davvero. Qui.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giovannicovini.it/wp-content/uploads/2013/03/hy7uj9.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2350" alt="hy7uj9" src="http://www.giovannicovini.it/wp-content/uploads/2013/03/hy7uj9-300x168.jpg" width="300" height="168" /></a></p>
<p>Questo è straordinario. Davvero. <a href="https://vimeo.com/59230893#comment">Qui.</a></p>
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		<title>Lo spunto di oggi – Appunti per cellulare e voce.</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Mar 2013 20:46:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8230;qui.]]></description>
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		<title>Radiografie – SKYFALL, di Sam Mendes</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Mar 2013 21:13:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novità]]></category>
		<category><![CDATA[Radiografie]]></category>

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		<description><![CDATA[Eve può sparare. Ma il bersaglio è  sporco. Il rischio è di non colpire il perfido Patrice ma di uccidere Bond. La decisione è cruciale e la prende M via radio. M, il sommo capo, la donna glaciale che muove il mondo e decide le strategie. L&#8217;ordine è di sparare. Il timore si avvera: Bond [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giovannicovini.it/wp-content/uploads/2013/03/099iiduuyf0.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2333" alt="099iiduuyf0" src="http://www.giovannicovini.it/wp-content/uploads/2013/03/099iiduuyf0-300x151.jpg" width="300" height="151" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Eve può sparare. Ma il bersaglio è  sporco. Il rischio è di non colpire il perfido Patrice ma di uccidere Bond. La decisione è cruciale e la prende M via radio. M, il sommo capo, la donna glaciale che muove il mondo e decide le strategie. L&#8217;ordine è di sparare. Il timore si avvera: Bond è colpito, precipita dal treno e finisce nel fiume sottostante. Non può essere vivo. E&#8217; andata male.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo una scena d&#8217;apertura così l&#8217;assetto drammatico è chiaro: è una ferita d&#8217;abbandono che dominerà la storia. La paura della perdita e di perdere. Alla fine, la paura della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando ho saputo che Sam Mendes avrebbe girato il futuro 007 ho chiesto conferma due volte. Mi sembrava così strano. Confesso che ho temuto, perché tra le cose belle della mia vita che voglio tenermi &#8220;belle&#8221; c&#8217;è il cinema di Sam Mendes. La sua capacità di raccontare il dramma attraverso lo spazio filmico. Il suo lavoro con gli attori.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia mente lavorava febbrile: stai a vedere che si è venduto. E se ci vado e poi scopro di aver perso un altro sogno? Meglio rimandarlo questo incontro con 007, perché confesso di essermici sempre annoiato a morte. L&#8217;arma segreta di Bond per me è sempre stata la noia. Cosa ci sarà di tanto bello nelle esplosioni a raffica, nella gente che corre sui tetti, che salta vola viene crivellata di colpi per poi tornare &#8211; comicamente&#8230; &#8211; viva, da far appassionare Sam Mendes? Soldi, diceva il mio buon senso. Ma il buon senso ha un senso solo, il cinema molti di più.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, comincio a guardare questo film e sento subito come una separazione tra quello che vedo accadere e quel che sento che si sta giocando in profondità. Si tratta comunque di correre sparare e saltare, ma&#8230; c&#8217;è intensità. C&#8217;è recitazione. La fotografia sonda gli animi e non descrive le bombe.</p>
<p style="text-align: justify;">Bond è un po&#8217; troppo stagionato e la cosa gli viene sempre rinfacciata dal mondo. Le cose fatte all&#8217;antica funzionano sempre ma a un certo punto la vita tira una riga. Il suo personaggio in questo film è così: cammina sul piano inclinato del tempo che passa, indeciso tra una nostalgia di fondo e il piacere di essere quello che è.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo l&#8217;episodio del treno descritto all&#8217;inizio, Bond si è ritirato lontano, in un paradiso marino. Fa il pieno di alcool e si fa passare i dolori. Perché è stato abbandonato. M ha scelto di sparare a rischio di perderlo. E lui si sente tradito, solo, superato dalla ragion di Stato. Che sarà inattaccabile finché si vuole ma riesce sempre a separarci dagli altri nel cuore. Perché in realtà sogniamo tutti di essere preferiti alla ragion di Stato. Di essere più importanti della somma dei fattori. La nostra testa capisce ma la pancia grida tutta la sua voglia d&#8217;amore. M, l&#8217;algida madre, ha scelto di rischiare lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora però, dalla sua isola lontana, Bond sente che M ha subito un attentato molto serio. E decide di tornare. Vince l&#8217;amore? O la speranza di rientrare nella vita? O una sottile vendetta, simile a quella che proviamo quando qualcuno che ci ha scaricati si trova ad aver bisogno di noi? Può starci tutto. Ma di fatto eccolo qui, Bond, al servizio di M. Rischiare la vita per lei è l&#8217;unico modo di sentirsi vivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono innumerevoli i passaggi dell&#8217;intricata storia che ci rimandano a questo dolore. Vado all&#8217;essenziale saltando i passaggi della trama. Ad un certo punto compare &#8211; incarnato da un iperbolico Javier Bardem &#8211; Raoul Silva. Chi è costui? E&#8217; l&#8217;uomo a capo dell&#8217;attentato subito da M, ed era stato un suo agente di punta. Il migliore. Silva parla di M come di una madre, la chiama proprio Madre. E avendo subito da lei torti e torture si vuole vendicare, vuole ucciderla. Ma&#8230; non ce la fa. Avere il progetto di ucciderla è in realtà soltanto un pretesto per cercarla. Per andare verso di lei. Per farsi rivedere. Per quanto lei abbia voltato la faccia, per quanto abbia tradito, per quanto abbia fatto del male.. è la Mamma. E Silva proprio non ce la fa a non cercarla.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella scena finale, saranno abbracciati e coperti di sangue, lei ferita mortalmente. Lui la tiene a sé e le consegna la pistola. La pone alla sua tempia e accosta la propria testa a quella di M. Un colpo solo per uccidere entrambi. Ecco uscire decisiva, letale e non risolta, la ferita da abbandono di questo film: non accettare la morte della madre, voler morire con lei, essere una cosa sola con lei e quindi essere al di  fuori della relazione e precipitati nell&#8217;inconsapevolezza della simbiosi. Sulla scena compare Kincade, il vecchio guardiacaccia della famiglia di Bond. Un anziano che nel terzo atto del film ha tenuto per mano, aiutato, protetto e salvato M. Due anziani nel cuore di un film d&#8217;azione. Kincade non sta a mostrarci un amore di M, sta a mostrarci tutto quel che a M è sempre mancato: un uomo che le volesse bene e la proteggesse anche da se stessa e dalle sue ossessioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Giunge Bond e il quadro è chiaro: sono Caino e Abele che si contendono l&#8217;amore della madre. Niente più armi, niente tecnologia, niente effetti. Un Bond che finisce con un quadro di famiglia mancata: i due anziani non &#8211; genitori e i due irosi non &#8211; figli. In aperta campagna. Alla fine di tutte le bombe. Ecco dove voleva arrivare, aspettavo di capire come Sam Mendes avrebbe girato il suo James Bond contro James Bond. E alla fine lo fa in un modo grandioso, che richiederebbe troppo spazio per questo contesto.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; la storia di un ritorno di due figli lontani, divisi e dispersi verso la madre. Nessuno sa amare. Nessuno sa chiedere di essere amato. Ma ognuno di loro lo sogna, come lo sogniamo noi. Ognuno di loro torna &#8211; come noi &#8211; a un ipotetico momento d&#8217;oro del proprio passato. Ne abbiamo tutti uno: quegli anni, quei mesi, quei giorni&#8230; E quel tempo rimpianto vince sempre il confronto con il tempo che stiamo vivendo. Perché la cosa difficile quando soffriamo di abbandono è vivere nel presente davvero.</p>
<p style="text-align: justify;">Finisce così, Skyfall: Eve consegna a Bond l&#8217;eredità che M gli ha lasciato. Sì, Eve. La giovane e bella donna del nuovo inizio. Il vaccino contro la morte, l&#8217;abbandono, il dolore della perdita che permea tutto il film. Su quella terrazza, 007 ritrova se stesso e Sam Mendes chiude il cerchio. E&#8217; riuscito a fare quel che aveva fatto per esempio Neil Jordan con The brave one: una sfida al genere rimanendo autore e rispettando il genere. No, non è il film più bello di Sam Mendes. Ma è un lavoro semplicemente magnifico.</p>
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		<title>Lo spunto di oggi – Mauro Scardovelli. Empatia e Giudizio.</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2013 05:50:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novità]]></category>

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		<description><![CDATA[Giudizio. Empatia. E quel che sta nel mezzo&#8230; qui.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Giudizio. Empatia. E quel che sta nel mezzo&#8230; <a href="https://vimeo.com/61268399">qui</a>.</p>
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