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	<title>Sit tibi Terra levis</title>
	
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	<description>Nuovo contesto politico, nuovo sito internet per commentarlo</description>
	<pubDate>Sun, 22 Jun 2008 21:18:16 +0000</pubDate>
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		<title>L’Europa aumenta i tassi ma la strategia di Trichet non convince</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jun 2008 21:18:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’Europa non resiste ai venti inflazionistici che soffiano fino a noi dagli States e decide di aumentare i tassi d’interesse, fermi da tempo al 4%. Tutto il contrario di ciò che accade oltreatlantico. Ma è corretta la manovra che sta portando avanti Jean Claude Trichet?
Non tutte le crisi economiche sono uguali, si sa. Dipende dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p class="MsoNormal">L’Europa non resiste ai venti inflazionistici che soffiano fino a noi dagli States e decide di aumentare i tassi d’interesse, fermi da tempo al 4%. Tutto il contrario di ciò che accade oltreatlantico. Ma è corretta la manovra che sta portando avanti Jean Claude Trichet?</p>
<p>Non tutte le crisi economiche sono uguali, si sa. Dipende dal contesto geopolitico, storico e sociale in cui si sviluppano. Vi posso essere crisi del credito o di liquidità, crisi sistemiche o d’insolvenza, ognuna diversa dalle altre, anche in base a dove nascono. L’Europa non è gli Stati Uniti d’America e la crisi dei mutui subprime non deve modificare il ruolo della Banca Centrale Europea.</p>
<p>Tuttavia, non si può fare a meno di ragionare sull’aumento generalizzato dei prezzi nella zona Euro ed agire di conseguenza. Questo, in sostanza, è ciò che spingerà il board dell’istituto di Francoforte ad alzare i tassi di riferimento e di sconto dell’area euro nel prossimo meeting di luglio. Lo stesso Trichet, dallo scorso agosto, sta portando avanti una particolare politica monetaria, che punta a mantenere sotto controllo il tasso inflazionario, preferendolo alla crescita economica, ancora considerata a livelli accettabili.</p>
<p>Il numero uno della Bce ha ricordato che «stabilizzare le attese di inflazione nel medio e lungo periodo è la priorità più importante per noi», questo perché la Bce «ha un mandato molto chiaro, un solo parametro che guida la sua azione, non due come la Federal Reserve, ed è la stabilità dei prezzi». Infatti, l’obiettivo principale è quello di calmierare l’impennata generale dei prezzi, che ha portato l’inflazione ad essere costantemente oltre il 2% per tutta la seconda parte del 2007 e che si farà sentire fino a buona parte del 2009. Nel mese di marzo il tasso d’inflazione annuo nell’area euro ha raggiunto e superato la quota di 3,5%, il più alto livello dalla creazione dell’Unione Europea (fonte Eurostat). Ed il tendenziale per il prossimo anno varia dall’1,6% al 2,8%, anche se queste stime saranno presto rettificate al rialzo, come ricordato dallo stesso Trichet. Questo perché l’incertezza che grava sui mercati è straordinariamente elevata, complice l&#8217;ancora significativa esposizione dei titoli subprime allocati in mezzo mondo che possono colpire in qualsiasi momento e la tendenza recessiva che vige in America. Ancora, il costo sempre maggiore del greggio, delle commodities e delle materie prime, sta mettendo in ginocchio gli assetti dell’economia mondiale, che si stanno lentamente spostando.</p>
<p>Una decisione, quella di Francoforte, che ha stupito non poco gli analisti, che prevedevano il mantenimento delle politiche monetarie viste finora. Ma è la soluzione che soddisfa i nostri bisogni?</p>
<p>Guardando all’Italia no, guardando all’Europa nemmeno. Se osserviamo la situazione economica attuale nel nostro paese, non possiamo non essere d’accordo sul fatto che stiamo vivendo una fase singolare del ciclo economico - la stagflazione - cioè la concomitanza di stagnazione della crescita ed aumento del livello generale dei prezzi al consumo. In questo caso, una politica monetaria restrittiva risolverebbe nel medio e lungo termine il problema inflattivo se fosse nativo (e non lo è…), ma non ci farebbe recuperare lo slancio economico perduto per le ragioni che tutti ben sappiamo. Urgerebbe, quindi, uno sforzo maggiore per la liberalizzazione dei settori di mercato interni per renderli maggiormente competitivi fra loro e favorire lo sviluppo italico, considerato che non siamo più dotati di sovranità monetaria. Per far ciò servirebbe un radicale riassetto della nazione: la strada intrapresa dal Governo Berlusconi sembra essere buona, sicuramente migliore di quella della precedente legislatura, eppure c’è ancora tantissimo da fare. Anche guardando all’Europa, le misure della Bce non vanno nella direzione esatta, dato che cercando di porre un freno alle spinte inflazionistiche dettate dai default globali che stanno danneggiando gli stati membri dell’Ue, si penalizza una crescita certamente non corposa. Paesi come la Germania, la Francia, la Spagna e l’Inghilterra possono ancora contare su un trend economico accettabile, quindi sarebbe deleteria la mossa ampiamente annunciata da Trichet.</p>
<p>Il clima che si respira fra gli addetti ai lavori, i broker, i trader e gli analisti è che ancora per tutto il 2008 le incertezze non termineranno sui mercati, finché non si sarà trovato un equilibrio fra le crisi di greggio, materie prime alimentari e subprime. Da una parte c’è una banca centrale (Fed) che continua a tagliare il costo del denaro in modo compulsivo e dall’altra (Bce) ce n’è una che sembra prendere lucciole per lanterne, trovando avvisaglie di inflazione targata Ue dove non ce n’è. Il mercato attualmente sembra favorire l’istituzione europea, sintomo che non è attraverso l’immissione di liquidità e l’indulgenza che s’infonde fiducia negli operatori, bensì mantenendo il controllo della situazione, a patto che si distingua ciò che è di Cesare e ciò che non lo è. Il virus dei mutui non è ancora riuscito a contagiare in modo irrimediabile il Vecchio Continente, ma le speculazioni su greggio e commodities lo ha fatto in modo così pesante da far ritenere che la spirale inflazionistica sia autoctona.</p>
<p>La politica monetaria di Trichet è migliore di quella di Ben Bernanke, chairman della Fed? Fino ad ora si. La vera sfida sarà però prendere atto che la Bce dovrà anche farsi traino di chi combatte le crisi economiche solo a colpi di forbice sui tassi ed immissioni di liquidità.</p>
<div class="authors">di Fabrizio Goria e Giovanni Vagnone</div>
<p><span class="date-2">21 Giugno 2008</span></p>
<p><a href="http://www.loccidentale.it/articolo/l%27europa+aumenta+i+tassi%2C+ma+la+strategia+di+trichet+non+convince.0053271">http://www.loccidentale.it/articolo/l%27europa+aumenta+i+tassi%2C+ma+la+strategia+di+trichet+non+convince.0053271</a></p>
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		<title>Solidarietà ad Augusta Montaruli</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jun 2008 12:39:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>johnfvtc</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
Poco fa sono stato contattato da una giornalista, che mi ha chiesto impressioni su quanto successo. Dopo il racconto, sento il bisogno di parlarne anche qui, nel mio piccolo orticello.
Augusta Montaruli è una persona attivissima del FUAN e di Azione Giovani: è una - tra i giovani politici - di quelli più determinati ed in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img src="http://www.alleanzanazionale.to.it/images/eletti/20070424151211augusta.jpg" alt="" width="117" height="132" /> </p>
<p>Poco fa sono stato contattato da una giornalista, che mi ha chiesto impressioni su quanto successo. Dopo il racconto, sento il bisogno di parlarne anche qui, nel mio piccolo orticello.</p>
<p>Augusta Montaruli è una persona attivissima del FUAN e di Azione Giovani: è una - tra i giovani politici - di quelli più determinati ed in gamba che conosca. Ho avuto modo di conoscerla in diversi contesti, e di condividere con lei anche l&#8217;esperienza universitaria&#8230; liste diverse ma vicine, e soprattutto: stessa facoltà.</p>
<p>Ora è periodo di esami, qui a Palazzo Nuovo e sedi varie. Già questo basta ad occupare tempo e risorse, a far venire sensi di colpa, a riempire le giornate di studio e - con la pioggia - un filo di noia. Poi c&#8217;è la tensione che non manca mai, per quanto si sia preparati, quando si va ad affrontare un professore che potrebbe tirare fuori qualsiasi domanda. Ebbene ieri, Augusta se ne va tranquilla all&#8217;Italgas (palazzina Einaudi) per dare Procedura Penale. L&#8217;avevo vista che la studiava all&#8217;Opera, aula studio in cui saltuariamente vado anch&#8217;io, proprio Procedura Penale (esamaccio, per la cronaca).</p>
<p>Ebbene, prima di entrare a sostenere l&#8217;esame, è stata bloccata da urla, minacce, lancio di uova e le solite porcherie che i tanto democratici difensori di ogni diritto costituzionale dell&#8217;estrema sinistra le hanno rivolto. Pacifisti, comunisti, squatter e tanti simpatici ragazzi che all&#8217;università non ci vengono neppure, ma bazzicano sempre lì in zona. Che occupano ogni tanto l&#8217;atrio di Palazzo Nuovo, cuociono pentoloni di legumi, trasmettono musica ad alto volume.</p>
<p>Non resta che esprimere solidarietà ad un&#8217;amica che condivide con noi tanti valori, che si impegna nel difficile mondo della politica con coraggio e serietà, e che deve subire la stupidità di facinorosi che dimostrano benissimo la loro coerenza giorno dopo giorno, tra un bongo, una canna, e tanti finti e morti ideali.</p>
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		<title>L’Italia calibra le politiche sull’immigrazione</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jun 2008 17:04:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>johnfvtc</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[1]]></category>

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		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giovanni Vagnone - 5 giugno 2008
Primo incontro ieri a Roma tra Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy in questo nuovo governo. Una conferenza stampa molto attesa, a latere dei lavori del meeting Fao, in cui si è molto parlato di collaborazione italo-francese e soprattutto di immigrazione. Un tema che è stato toccato, sviluppando l&#8217;idea dell&#8217;Unione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p class="i marginB">di Giovanni Vagnone - 5 giugno 2008</p>
<p class="articolo"><span class="b">Primo incontro ieri a Roma tra Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy in questo nuovo governo.</span> Una conferenza stampa molto attesa, a latere dei lavori del <span class="i">meeting</span> Fao, in cui si è molto parlato di collaborazione italo-francese e soprattutto di immigrazione. Un tema che è stato toccato, sviluppando l&#8217;idea dell&#8217;Unione Mediterranea (già molto implementata dall&#8217;Italia durante il secondo Governo Berlusconi), e andando a mettere in luce alcune problematiche anche della nostra politica interna.</p>
<p class="articolo"><span class="b">Berlusconi, dopo aver fatto il moderatore durante la mattinata al vertice della Conferenza Mondiale sulla Sicurezza Alimentare</span> (tema di stringente attualità per la Food Crisis) non ha perso l&#8217;occasione per chiarire definitivamente la sua posizione sulle politiche europee e sulle politiche dell&#8217;immigrazione: prima con Zapatero per sottolineare come non ci sia «nessuna ombra nelle nostre relazioni», e come le polemiche molto superficiali di «xenofobia», che dalla Spagna ci erano state rivolte, in realtà fossero state gonfiate dai mass media; poi nel pomeriggio con la riunione a Palazzo Chigi col presidente francese. Insomma, in poche ore l&#8217;Italia si è riproposta come soggetto trainante dell&#8217;Unione Europea e come soggetto sovrano e saldo nella politica internazionale, una posizione che da quando Prodi era stato eletto era venuta meno ed aveva lasciato gli interlocutori stranieri piuttosto liberi di decidere il bello e cattivo tempo senza neppure curarsi degli interessi del Belpaese.</p>
<p class="articolo"><span class="b">La Francia si appresta al proprio turno di presidenza dell&#8217;Unione Europea e pone tutta l&#8217;attenzione sulla questione della collaborazione industriale e soprattutto della lotta all&#8217;immigrazione clandestina su scala continentale.</span> «Siamo due paesi molto amici e l&#8217;impegno di entrambi è quello di sviluppare ancora di più la cooperazione commerciale»: così esordisce il nostro premier per aprire una conferenza stampa molto cordiale e seria nella quale i due <span class="i">leader</span> sembrano voler sottolineare una convergenza totale di vedute. E su questo punto c&#8217;è anche un sottile ammiccare alla proposta francese di iniziare collaborazioni e progettazioni industriali comuni con «gli amici italiani» sul tema del nucleare.</p>
<p class="articolo"><span class="b">Per quanto riguarda i clandestini, Berlusconi approfitta della possibilità di dire la sua per fare una doppia operazione:</span> da un lato chiarire a livello comunitario che l&#8217;esigenza, in Italia, è tassativamente quella di una maggiore sicurezza. L&#8217;elettorato di centrodestra esattamente come quello di centrosinistra, ha chiaramente dimostrato con le proprie preferenze che nei programmi elettorali la sicurezza era un punto predominante: ed è indubbio che casi sempre più frequenti di facinorosi clandestini mettano a repentaglio la sicurezza dei cittadini onesti. Tale problematica non è sempre percepita allo stesso modo da stati che fanno sì parte dell&#8217;Unione Europea, ma non hanno nessuna esperienza comune nel caso. La Francia, come paese mediterraneo, è consapevole da un lato delle disastrose conseguenze di politiche lassiste, dall&#8217;altro del fatto che l&#8217;immigrazione nell&#8217;area Shengen senza frontiere non si possa più né fronteggiare né considerare con un&#8217;ottica meramente nazionale.</p>
<p class="articolo"><span class="b">La doppia operazione di Berlusconi prevede poi una fine mossa politica</span> con la quale dà un segnale di apertura all&#8217;opposizione del Pd e sottolinea come la decisione che verrà presa dal Parlamento in tema di immigrazione dovrà essere una decisione condivisa e frutto di confronto. La dichiarazione è infatti stata: «Il Parlamento è sovrano e decide secondo coscienza e buon senso. Personalmente, penso che non si possa perseguire qualcuno per la permanenza irregolare nel nostro Paese, condannandolo con una pena, ma questa può essere un&#8217;aggravante se commette un reato».</p>
<p class="articolo"><span class="b">L&#8217;affermazione tocca quella polemica sorta negli scorsi giorni tra opposizione e Lega, con il disegno di legge che prevedeva il nuovo «reato di clandestinità».</span> Una penalizzazione insomma dello <span class="i">status</span> di clandestino, condivisa da tutti i ministri e senz&#8217;altro sul piano teorico molto valida, che ha però conseguenze delicate, come potrebbe essere quella di un sovraffollamento delle carceri. Berlusconi sottolinea, a fianco di Sarkozy, come a lui non interessi una presa di posizione di principio contro i clandestini, ma come voglia piuttosto risolvere il problema raggiungendo il risultato di bloccare i loro intenti criminosi. Il Pd di Veltroni ha festeggiato, millantando di aver fatto passare la propria linea nella maggioranza e costringendo la Lega a fingersi indispettita. La realtà dei fatti è che così la maggioranza dimostra una maturità nel proporre le riforme che dovrebbe costringere un&#8217;opposizione responsabile ad essere costruttiva e non ostruzionistica. Per questo Berlusconi non ha «blindato» un provvedimento che avrebbe potuto far passare senza problemi in Parlamento, per questo ha impostato l&#8217;atteggiamento dialogante che distingue le riforme di medio-lungo termine dalle politiche dell&#8217;immediato, cui Prodi ci aveva abituati.</p>
<p class="articolo"><a href="http://www.ragionpolitica.it/testo.9482.italia_calibra_politiche_sull_immigrazione.html">http://www.ragionpolitica.it/testo.9482.italia_calibra_politiche_sull_immigrazione.html</a></p>
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		<title>Chi sono i nuovi speculatori dell’emergenza alimentare</title>
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		<pubDate>Mon, 26 May 2008 11:07:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>johnfvtc</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[food crisis]]></category>

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		<description><![CDATA[http://www.loccidentale.it/articolo/emergenza+alimentare+e+nuovi+speculatori
di Fabrizio Goria e Giovanni Vagnone
26 Maggio 2008



C’è un problema che in Italia è sentito poco o nulla ma che, nel resto del Mondo, sta riempiendo le colonne dei quotidiani più quotati. Dopo il global warming, è il turno della food crisis. Anche L&#8217;Occidentale, caso raro nel nostro paese, si è occupato della questione, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div class="authors"><a href="http://www.loccidentale.it/articolo/emergenza+alimentare+e+nuovi+speculatori">http://www.loccidentale.it/articolo/emergenza+alimentare+e+nuovi+speculatori</a></div>
<div class="authors">di <a title="Vedi tutti i contributi di Fabrizio Goria e Giovanni Vagnone" href="http://giovannivagnone.wordpress.com/autore/fabrizio+goria+e+giovanni+vagnone">Fabrizio Goria e Giovanni Vagnone</a></div>
<p><span class="date-2">26 Maggio 2008</span></p>
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<div class="field-items">
<div class="field-item">
<div class="ml-full ml-local-image">C’è un problema che in Italia è sentito poco o nulla ma che, nel resto del Mondo, sta riempiendo le colonne dei quotidiani più quotati. Dopo il global warming, è il turno della food crisis. Anche L&#8217;<em>Occidentale</em>, caso raro nel nostro paese, si è occupato della questione, ma questa volta l&#8217;obiettivo è quello di scavare un po&#8217; più a fondo del solito. </div>
</div>
</div>
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<div class="field-item">
<p class="MsoBodyText">Osservando la nascita e l&#8217;evoluzione della crisi alimentare, non si può non riflettere anche su un particolare fenomeno accaduto nel mondo finanziario, da un paio d&#8217;anni a questa parte ed acuitosi con lo scoppio della bolla dei subprime. Le <strong>commodities</strong>, strumenti finanziari con cui si scambiano le più disparate merci (dalla pancetta di maiale al succo d&#8217;arancia, passando per riso e grano), hanno visto un&#8217;impennata negli investimenti.</p>
<p class="MsoBodyText">La loro particolarità consta proprio nel bene trattato: sono beni di prima necessità che possono essere prodotti ovunque con standard di qualità simili e con ridotto valore aggiunto nelle fasi di produzione.</p>
<p class="MsoBodyText">La loro domanda non subisce variazioni sostanziali nel tempo, sono tutti facilmente stoccabili e sono considerati standardizzati per le ragioni di cui sopra rispetto agli altri che si trattano sulle borse mercantili mondiali. Un esempio sono proprio i bushel di grano, gli stessi che hanno subito un rincaro incontrollato nello scorso autunno.</p>
<p class="MsoBodyText">Questi derivati finanziari sono trattati prevalentemente in alcune borse mercantili, come il Nymex , il Chicago Board of Trade (Cbot), l&#8217;Intercontinental Exchange (Ice) od il mercato merci di Chicago (Cme). Ma non solo, dato che numerosi mercati paralleli, spesso non regolamentati, sono sorti negli ultimi anni a seguito dell’evoluzione della finanza dopo il 2000. Infatti, se nel 1997 le commodities agricole vantavano un giro d&#8217;affari di 10 milioni di dollari, dopo dieci hanno raggiunto i 142 milioni trattati. Questo anche perché gli investitori hanno cercato di trovare una via di fuga a quello che è diventato l&#8217;incubo delle cartolarizzazioni selvagge, scoppiato la scorsa estate. Perfino Warren Buffett, guru della finanza yankee, ha espresso le sue perplessità, con parole che pesano come macigni: «Intorno alle commodities si sta creando una bolla speculativa peggiore di quella dotcom (la crisi dei titoli tecnologici)». Ma anche Ban Ki Moon, segretario generale dell&#8217;Onu, non è da meno: «La food crisis costituisce una sfida mondiale senza precedenti che colpisce i più vulnerabili e privilegia gli speculatori».</p>
<p class="MsoBodyText">Ma come mai le due cose sono correlate? La crescita della domanda di beni da parte dei paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina) ha contribuito allo sviluppo dei mercati su cui sono trattate le commodities, introducendone nuove aree di scambio over the counter e l&#8217;informatizzazione che ha permesso di operare 24/7, aumentando le linee di asimmetria informativa dovute al fuso orario. Se a questo uniamo il fatto che gli operatori bruciati coi subprime hanno dovuto necessariamente una valvola di sfogo per le perdite subite, possiamo iniziare ad avere un quadro più completo. Si, perchè come per i derivati più famosi del mondo, quello delle materie prime è uno dei settori in cui, proprio per la fisionomia dei mercati, la speculazione finanziaria è più presente. Ma è la domanda di risorse quella che ha stravolto ogni assetto mondiale. In un mondo sempre più vorace non ci sono stati scrupoli, dicono alcuni, ma è solo una scusa. Si pensi ad un kg di carne di maiale. Bene, servono circa 4 kg di cereali per produrlo. Esemplificativo, ma inevitabile per lo sviluppo delle aree meno agiate ed in costante crescita economica.</p>
<p class="MsoBodyText">Si cerca il benessere ed il modello capitalista è il solo in grado di soddisfare questa richiesta assillante. Cina e India, ma non solo, stanno crescendo da una situazione di diffusa miseria per evolversi e mettersi in competizione con le maggiori potenze industrializzate mondiali. Analizzando questo fenomeno è indubbio che la voglia di progresso ha aumentato in modo incontrollato la domanda di risorse, sia energetiche sia alimentari, amplificando i vari defaults di cui, in Italia, siamo stati spettatori. Ma il progresso economico e tecnologico sono deleteri? Avere la possibilità di competere con nuovi attori, i quali possono accrescere il nostro know-how e lo spirito innovativo, è dannoso?</p>
<p class="MsoBodyText">La visione liberista del mercato suggerirebbe che l&#8217;attuale crisi del mercato alimentare sia una possibilità da vagliare. Questa è la posizione del Commissario Europeo del Commercio, Peter Mandelson, ed è anche l&#8217;unica speranza che possa fronteggiare la situazione: se si ritiene che le risorse non siano finite e che i mercati globali possano aprire, tramite l&#8217;innovazione, nuove possibilità produttive, la tragedia che si sta svolgendo nei paesi più poveri rappresenta un passaggio drammatico, ma obbligato, in preparazione ad un nuovo, elastico, sviluppo.</p>
<p class="MsoBodyText">I prezzi più alti delle materie prime alimentari stanno spingendo molti produttori ad aumentare gli investimenti nel mercato in crisi, per aumentare volumi merceologici e profitti. Non è assurdo prevedere che in un decennio il prezzo del cibo sarà inferiore a quello che era un anno fa, questo per il semplice gioco degli equilibri, dato che la situazione odierna è quella dello squilibrio più totale; tuttavia un simile processo richiede una grande maturità e sinergia in un settore che è incontrollato e dà grande spazio alle speculazioni peggiori. I soggetti internazionali restano troppo deboli per regolare un mercato mondiale fin troppo anarchico, con la Cina che detta regole del tutto autoreferenziali, e che sta creando sempre più uno sbilanciamento globale che trasforma gli antichi equilibri tra “paesi industrializzati” e “paesi in via di sviluppo” in qualcosa di nuovo.</p>
<p class="MsoBodyText">Il tutto in uno scenario in cui le commodities sono uno strumento di moda, che viene complicato da mille fattori contingenti (climatici, di congiuntura politica, di programmazione per esempio di piani come quello per il biofuel, ecc&#8230;), ma che ricade sulle persone con meno possibilità di riscatto. Quindi deprimendo intere economie ma anche portando sul lastrico masse sempre più grandi di persone.</p>
<p class="MsoBodyText">Il risultato è che la food crisis non si può osservare solamente da un punto di vista, data la molteplicità di fattori che l’hanno prodotta. I commodities, ad esempio, hanno contribuito a creare un gap economico elevato, e si sta correndo un rischio assai grande con questi prodotti, forse superiore a quello dei mutui subprime. Come per quelli, numerose furono le Cassandre che cercarono di avvisare il mondo e sappiamo tutti come finì.</p>
<p class="MsoBodyText">Un&#8217;emergenza che non è soltanto finanziaria e politica, e neppure esclusivamente umanitaria: un problema di stabilità geopolitica che richiede una risposta corale e sinergica dalle istituzioni internazionali, Onu e Fao in primis. Che stiamo ancora aspettando di poter dire convincente.</p>
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		<title>Il plurimiliardario accordo tra Cina e Congo</title>
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		<pubDate>Fri, 16 May 2008 09:33:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>johnfvtc</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La Repubblica Democratica del Congo ha firmato pochi giorni fa l&#8217;accordo quadro che rappresenta in assoluto il più grande contratto tra Cina ed Africa: un affare da più di 9 miliardi di dollari per strade e ferrovie in cambio di minerali. Il Congo necessita disperatamente di infrastrutture da 6 miliardi di dollari, così come ingegneri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p class="articolo"><span class="b"><strong>La Repubblica Democratica del Congo ha firmato pochi giorni fa l&#8217;accordo quadro che rappresenta in assoluto il più grande contratto tra Cina ed Africa: </strong></span>un affare da più di 9 miliardi di dollari per strade e ferrovie in cambio di minerali. Il Congo necessita disperatamente di infrastrutture da 6 miliardi di dollari, così come ingegneri cinesi e congolesi hanno preventivato: 2.400 miglia di strade, 2.000 miglia di ferrovie, 32 ospedali, 145 centri di soccorso e due università; ed è nell&#8217;ottica di ottenere tutto ciò, che a Pechino nei prossimi giorni si siglerà l&#8217;accordo tra la Gecamines, la compagnia mineraria di stato congolese e la CREC (China Railway Engineering Corporation) un&#8217;azienda prevalentemente pubblica cinese.</p>
<p class="articolo"><span class="b"><strong>Un singolo accordo, insomma, che dalla prima strada prevederà fino a 9 miliardi di dollari di costruzioni, in cambio di risorse naturali preziosissime a sostenere l&#8217;industria galoppante della Cina:</strong></span> 10 milioni di tonnellate di rame e 400 mila tonnellate di cobalto. Ma le implicazioni sono molteplici. Prima di tutto le modalità di questo «win-win» come viene chiamato dai cinesi il tipo di «baratto» in questione: un modo di contrattare in cui entrambe le parti guadagnano, e che non è assimilabile agli «aiuti» che le potenze occidentali danno anno dopo anno, sempre con interessi collegati e con mille vincoli e condizioni. Il Congo è reduce da decenni di dittatura e da una brutale guerra civile che l&#8217;ha messo in ginocchio, lasciando infrastrutture decadenti a malapena in funzione. All&#8217;apparenza tutto è bene quel che funziona bene. Il Ministro incaricato dell&#8217;estrazione mineraria, Victor Kasongo, ha dichiarato che dopo due secoli in cui la gente ha scavato ma solo per vedere i minerali andarsene dal paese, si parla di strade, scuole, acqua, e non si riesce mai a vederne all&#8217;orizzonte per quanto riguarda le promesse delle potenze straniere. Di contro l&#8217;ambasciatore cinese in Congo, Wu Zexian, ha dichiarato che «la Cina ha bisogno di molte cose. In questo mondo la Cina non può vivere isolata; questo è il motivo per cui abbiamo adottato delle politiche di apertura al resto del mondo. Dobbiamo arrivare ad una cooperazione che benefici entrambi i contraenti».</p>
<p class="articolo"><span class="b"><strong>Il ritrovamento di un giacimento molto cospicuo di rame in Kolwezi (provincia meridionale di Katanga) ha spinto la Exim Bank (altra <span class="i"><em>state-owned </em></span>cinese) a sobbarcarsi l&#8217;alto rischio dell&#8217;operazione che rivaluterà tutta l&#8217;area</strong></span> un tempo appartenuta al «Belgian Forrest Group», con una previsione di rientro dell&#8217;investimento nel periodo di 10 anni. E&#8217; da considerare però che anche se una banca occidentale non rischierebbe tanto, l&#8217;influenza della Cina come nuovo soggetto colonialista ed imperialista in Africa va rafforzandosi sempre di più, creando uno dopo l&#8217;altro precedenti che danno fiducia ai governi africani, non più obbligati a nascondere le loro violazioni di diritti umani o quant&#8217;altro. La Cina non è come l&#8217;Europa, ha immense possibilità di liquidità e molte meno paure nel relazionarsi ad un continente con cui non ha un «passato da farsi perdonare».</p>
<p class="articolo"><span class="b"><strong>La pratica del win-win non è tuttavia nuova, e non verrà presto abbandonata dalla Cina:</strong></span> il prezzo in crescita delle materie prime, parallelo alla <span class="i"><em>food crisis </em></span>ed interconnesso con il prezzo del petrolio, è uno stimolo notevole al nuovo «colonialismo» per le forniture dell&#8217;industria e dell&#8217;indotto industriale. La Cina produce da sola il 20% delle merci finite del mondo, e non può certo permettersi di non garantirsi un continuo ulteriore sviluppo. Resta il ruolo dell&#8217;Europa, che dalle dichiarazioni del presidente congolese, rivela di aver fallito in pieno ogni tentativo di comunicare con i governi africani: anni di aiuti, sussidi, progetti «buonisti» naufragati nel nulla, di fronte ad una proposta commerciale, neanche tanto vantaggiosa, che nessun occidentale avrebbe fatto per paura di quello che, nei nostri paesi e nei nostri salotti bene, si sarebbe detto. L&#8217;imperialismo non è più né quello americano, né quello britannico. Facciamo attenzione a Cina e Russia.</p>
<p class="articolo"><a href="http://www.ragionpolitica.it/testo.9393.plurimiliardario_accordo_tra_cina_congo.html">http://www.ragionpolitica.it/testo.9393.plurimiliardario_accordo_tra_cina_congo.html</a></p>
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		<title>Chavez e Merkel: Sud America ed Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 13 May 2008 21:04:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>johnfvtc</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il Sud America è una tra le aree del globo più in difficoltà per quanto riguarda la crescita del sistema economico, nonostante buone risorse prime ed un contesto climatico che potrebbe essere vantaggioso per la produzione di sostanze alimentari, in pieno periodo di food crisis. Tuttavia, i governi di molti paesi non hanno una mentalità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p class="articolo"><span class="b">Il Sud America è una tra le aree del globo più in difficoltà per quanto riguarda la crescita del sistema economico,</span> nonostante buone risorse prime ed un contesto climatico che potrebbe essere vantaggioso per la produzione di sostanze alimentari, in pieno periodo di <span class="i">food crisis</span>. Tuttavia, i governi di molti paesi non hanno una mentalità pienamente «occidentale» e preferiscono un ruolo di antagonismo al mondo industrializzato, nel quale crogiolarsi di corruzione scaricando il barile di fronte all&#8217;opinione pubblica sui demonizzati Stati Uniti ed ora anche la demonizzata Unione Europea.</p>
<p class="articolo"><span class="b">L&#8217;ultimo caso lampante di questo principio ce lo fornisce il dibattito a distanza tra Hugo Chavez, presidente del Venezuela, e Angela Merkel, cancelliere tedesco.</span> Ancora una volta l&#8217;isolazionismo del discusso presidente sudamericano, e le sue parole dure e sgarbate, danno il polso di una situazione in cui invece di riforme strutturali, concrete, sostanziali, si preferisce la polemica e la propaganda. Angela Merkel aveva dichiarato in un&#8217;intervista, in previsione del <span class="i">meeting</span> che si terrà venerdì a Lima come vertice UE-America Latina, all&#8217;agenzia stampa tedesca Dpa che Chavez non è la voce della regione. Il punto molto moderato della sua critica consisteva nel fatto che il «populismo di sinistra» non possa risolvere i problemi delle popolazioni disagiate: «Basandoci sulla nostra esperienza in Europa, non credo che i Paesi con l&#8217;economia guidata dallo Stato possano portare a risposte migliori o più sostenibili».</p>
<p class="articolo"><span class="b">Da Caracas è giunta la risposta in televisione, dal programma del regime «Alo presidente» e direttamente da Chavez:</span> un elegante parallelo tra la Merkel e nientemeno che Adolf Hitler. «Il cancelliere tedesco appartiene alla stessa destra che ha sostenuto Hitler ed il fascismo». Lei come molta gente vorrebbe solo zittirlo, così come è successo con Juan Carlos di Spagna durante il vertice ibero-americano lo scorso dicembre, quando alle incessanti affermazioni retoriche e populiste di Chavez il sovrano gli aveva semplicemente detto di «tacere» per interrompere il dibattito.</p>
<p class="articolo"><span class="b">Una simile presa di posizione da parte del Venezuela comunque significa soltanto una cosa: Chavez non è interessato ad alcuna cooperazione con Europa o Stati Uniti.</span> I programmi sociali per l&#8217;America Latina restano quelli degli attuali regimi, portati avanti da Venezuela, Cuba, Argentina e Brasile. Chavez non vuole ingerenze, e rigira la frittata dichiarando che gli europei sostengono di «andare là per aiutare. Ma dov&#8217;è il loro piano per aiutare i poveri?» L&#8217;esempio è quello del presidente di Haiti, a cui Usa ed Europa avrebbero fatto mille promesse mai mantenute.</p>
<p class="articolo"><span class="b">Certo la situazione è meno grave che negli stati dove il fondamentalismo religioso impone regimi liberticidi di massima intolleranza.</span> Eppure i diritti umani, sotto il segno dell&#8217;ideologia, vengono sbeffeggiati anche nel continente che al mondo potrebbe avere più possibilità di sviluppo. Ovviamente questa consapevolezza è la motivazione degli incessanti tentativi di dialogo che l&#8217;Occidente si propone di instaurare con i paesi d&#8217;Oltreoceano&#8230; ed è in effetti una priorità geopolitica mondiale far sì che i progetti di uomini come Chavez o Lula, di isolarsi e poter così avere maggiore gioco sulle proprie popolazioni, non si realizzino del tutto.</p>
<p class="articolo"><a href="http://www.ragionpolitica.it/testo.9382.chavez_merkel_sud_america_europa.html">http://www.ragionpolitica.it/testo.9382.chavez_merkel_sud_america_europa.html</a></p>
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		<title>Basta aiuti umanitari, per stoppare la food-crisis l’Ue deve davvero aiutare i poveri a produrre</title>
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		<pubDate>Mon, 12 May 2008 11:05:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>johnfvtc</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[aiuti umanitari | emergenza cibo | Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;economista americano Jeffrey Sachs ha relazionato, di fronte alla Commissione Sviluppo del Parlamento Europeo, lo scorso 5 maggio, la sua posizione rispetto alle decisioni prese dal Parlamento stesso in relazione agli aiuti di “primo soccorso” per l&#8217;emergenza alimentare globale. Mr Sachs è stato advisor dell&#8217;ex Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, ed è il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p class="MsoNormal">L&#8217;economista americano Jeffrey Sachs ha relazionato, di fronte alla Commissione Sviluppo del Parlamento Europeo, lo scorso 5 maggio, la sua posizione rispetto alle decisioni prese dal Parlamento stesso in relazione agli aiuti di “primo soccorso” per l&#8217;emergenza alimentare globale. Mr Sachs è stato advisor dell&#8217;ex Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, ed è il pentito ideatore della “terapia shock” di strategia del mercato che venne applicata alla Bolivia nella metà degli anni &#8216;90 e nell&#8217;Europa orientale dopo la caduta del muro di Berlino.</p>
<p class="MsoNormal">Il nocciolo del discorso è stato spostare l&#8217;attenzione dagli aiuti umanitari, semplice palliativo, ad altri aiuti di tipo strutturale come cura più che sintomatica della food crisis. Una riflessione volta a superare le tante parole che si spendono nel nostro continente (ma anche negli US) senza nessuna risoluzione concreta.</p>
<p class="MsoNormal">“Se rimarremo al livello di aiuti d&#8217;emergenza con l&#8217;invio di cibo, non risolveremo il problema – tali aiuti sono ovviamente una misura da prendere per l&#8217;immediato, ma con un orizzonte di al massimo sei mesi. Un termine maggiore non risolverà nulla: per una soluzione a lungo termine è necessario indirizzare soccorsi strutturali”. Insomma, il mondo Occidentale, o comunque i paesi investiti dalla crisi solo ad un livello economico-finanziario e non di emergenza umanitaria, dovrebbero limitare i costosissimi aiuti consistenti in invii di derrate alimentari dove lo stato di indigenza è aumentato come causa di morte; e dovrebbero altresì dedicarsi ad aiutare i produttori agricoli ad aumentare la produzione di cibo. Aiutare i più poveri tra i poveri a crescere più cereali.</p>
<p class="MsoNormal">Questo tipo di logica non è assolutamente nuovo sullo scenario internazionale. Un esempio virtuoso è stato il Malawi, in cui negli ultimi tre anni, con grande successo, si è riusciti a raddoppiare la produzione di cibo. Lo stesso modello di “assistenza” sarebbe applicabile in molte altre aree disagiate e dovrebbe essere il modus operandi principale per fronteggiare la crisi alimentare. Secondo l&#8217;economista americano, da quanto affermato al Parlamento Europeo, la crisi nei prezzi del cibo globale è stato un prodotto della “crescente domanda mondiale di cibo, vigorosa, contro una piuttosto stagnante fornitura”.</p>
<p class="MsoNormal">La serie di fattori a cui imputare la <a href="http://giovannivagnone.wordpress.com/wp-admin/(http://www.loccidentale.it/node/17181)">colpa del fenomeno</a> è difficile da individuare ed è molto vasta. Secondo Sachs, però, la prima di tutte è che nelle regioni povere la produzione di cibo è “molto lontana da quella che dovrebbe essere”. L&#8217;argomentazione è che tali regioni stiano producendo al massimo un terzo o addirittura un quarto del loro potenziale effettivo, e la soluzione sarebbe incrementare il cibo in uscita a livelli che corrispondano al pieno potenziale.</p>
<p class="MsoNormal">In aggiunta a questo regime ridotto delle possibilità dei paesi poveri, vanno annoverati i vari sconvolgimenti climatici degli ultimi anni, che hanno ovviamente colpito la produzione del cibo col cambiamento dei tipi di clima che hanno condizionato le stagioni di raccolta.</p>
<p class="MsoNormal">Ma l&#8217;interesse per l&#8217;intervento dell&#8217;ex advisor delle Nazioni Unite è anche e soprattutto da riferire al recente dibattito sui biocarburanti. Dopo le decisioni delle politiche UE per l&#8217;incremento nell&#8217;uso di biocarburante del 10% entro il 2020, la prima reazione è stata quella di sottolineare come il biocombustibile non possa essere concausa della crisi. Il secondo step è stato ammettere che forse sì, il nuovo mercato altamente avvantaggiato dai sussidi sia stato uno degli elementi a sfalsare gli equilibri e a ripercuotersi sulla produzione alimentare, ma con la conclusione che le politiche europee erano del tutto salve da ogni responsabilità: tutta la colpa, insomma sarebbe stata degli Stati Uniti.</p>
<p class="MsoNormal">Sachs suggerisce invece un terzo passaggio, aggiungendo la sua opinione a quelle maggiormente critiche nei confronti dell&#8217;utilizzo di biocarburante: “Dovremmo tagliare significativamente i nostri programmi sul biocombustibile, che erano comprensibili in un periodo di prezzi alimentari molto più bassi e di più basse riserve di cibo, ma che non hanno senso ora, in un periodo di globale scaristà di cibo”.</p>
<p class="MsoNormal">Al commissario Peter Mandelson (<a href="http://giovannivagnone.wordpress.com/wp-admin/(http://www.loccidentale.it/node/17189)">come già sottolineato</a>), l&#8217;economista americano replica con una semplicissima constatazione logica: è vero che il World Food Programme delle Nazioni Unite, la World Bank e molti tra gli stessi scienziati americani stanno criticando le politiche statunitensi sul tema, ma queste avrebbero un impatto maggiore sullo scenario mondiale solo perché si tratta di un programma di portata molto più ampia di quello europeo. Il punto è che la modesta estensione del cibo, per esempio il frumento, oggi utilizzato per produrre biocarburante è da moltiplicare in Europa considerevolmente in proiezione per i prossimi anni; inoltre i terreni di coltivazione dei cereali vengono trasformati da terreni coltivati a grano a terreni coltivati a colza o altre materie prime per la produzione di biodiesel. Il tutto sì con un impatto inferiore a quello statunitense, ma sempre e comunque con un impatto che è un sacrificio inutile considerando gli scarsi effetti positivi ambientali ed i comunque presenti effetti negativi sui prezzi.</p>
<p class="MsoNormal">In conclusione Mr Sachs ha poi ribadito l&#8217;importanza dei biocarburanti in teoria, specificando che è necessaria ulteriore ricerca per la “seconda generazione” di biofuel, quella derivante non da sostanze alimentari ma da etanolo da celluloide o simili. Applicazioni da laboratorio che non sono pronte per un utilizzo commerciale ma che sono, o potrebbero essere, una soluzione più sostenibile in alternativa al petrolio e che devono essere sostenute ed incentivate, così come le soluzioni contro gli ulteriori scombussolamenti climatici, quali specifici fertilizzanti che rendano i vegetali “a prova di variazione”, micro-irrigazione e quant&#8217;altro, senza neanche sbarcare nello spinoso mondo degli OGM.</p>
<p class="MsoNormal">A parte questo ambientalismo un po&#8217; raffazzonato di fondo, dovuto forse al senso di colpa diffuso di chi proprio per intenti ambientalisti ha determinato le politiche di USA ed Europa nella direzione che oggi tutti deprecano, l&#8217;input che proviene dall&#8217;economista e speriamo approdi nelle menti degli europarlamentari è molto importante: non serve tanto stanziare ingentissime risorse finanziarie per inviare soccorsi ai bisognosi; è necessario (come in Malawi) forzare le economie più deboli ad aumentare ed ottimizzare la produzione. Con gli stessi investimenti ma col coraggio di lasciare l&#8217;emergenza ancora sanguinante per un po&#8217;, senza tamponarla, l&#8217;Europa potrà davvero fare qualcosa per risolvere la “food crisis” e riportare il mercato alimentare mondiale ad una situazione di sostenibilità per le popolazioni più povere.</p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.loccidentale.it/node/17234">http://www.loccidentale.it/node/17234</a></p>
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		<title>Dieci anni di euro</title>
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		<pubDate>Sat, 10 May 2008 10:18:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>johnfvtc</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[E&#8217; un buon momento per fare il punto della situazione sulla moneta unica europea. Ormai da noi la vecchia lira è un ricordo lontano, e da dieci anni l&#8217;euro si è imposto come protagonista internazionale, nonostante attacchi politici in paesi nei quali esso viene usato e soprattutto nonostante un peso insufficiente a livello mondiale. Per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p class="articolo"><span class="b">E&#8217; un buon momento per fare il punto della situazione sulla moneta unica europea</span>. Ormai da noi la vecchia lira è un ricordo lontano, e da dieci anni l&#8217;euro si è imposto come protagonista internazionale, nonostante attacchi politici in paesi nei quali esso viene usato e soprattutto nonostante un peso insufficiente a livello mondiale. Per questo motivo da Bruxelles arriva il suggerimento, ai 16 Stati della zona euro, di accordarsi per un singolo seggio nelle istituzioni finanziarie internazionali.</p>
<p class="articolo"><span class="b">Il commissario agli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia</span>, mercoledì 7 maggio (nel mese in cui la moneta unica venne lanciata nel 1998, per entrare poi in vigore dal 1° gennaio 1999) ha relazionato di fronte al parlamento europeo, definendo l&#8217;euro un «ineguagliabile successo politico ed economico». Nella stessa seduta è stato approvato l&#8217;ingresso della Slovacchia nell&#8217;area euro (a partire dal gennaio 2009).</p>
<p class="articolo"><span class="b">I concreti benefici dell&#8217;euro sono stati riassunti dall&#8217;esecutivo dell&#8217;Unione Europea in un <span class="i">report</span></span> che sottolinea prevalentemente «il sostenimento della stabilità dei prezzi», un calo dei tassi di interesse dal 9 al 5%, migliori politiche fiscali e la creazione di 16 milioni di posti di lavoro in meno di dieci anni. Tuttavia è da rimarcare come la crescita economica si sia attestata in media attorno al 2% annuo da quando è stato introdotto l&#8217;euro, ovvero più o meno la stessa percentuale del decennio precedente.</p>
<p class="articolo"><span class="b">Sempre nello stesso documento si fa riferimento al fatto che tale «debolezza» nella crescita sia da imputare ai paesi in cui le riforme strutturali nel campo della produzione e del mercato del lavoro si sono fatte attendere</span>. L&#8217;euro ha in effetti tolto ai governi uno strumento che in passato era stato importantissimo e utilizzatissimo: lo scudo che la moneta interna costituiva nei confronti degli sconvolgimenti finanziari, con la possibilità di decidere autonomamente tassi di inflazione e di riduzione del costo del denaro, che per altro davano un&#8217;alternativa alle riforme sostanziali necessarie. Un paradosso che può essere risolto, secondo i vertici Ue, solo rafforzando il coordinamento tra le riforme strutturali interne all&#8217;area euro: in questo senso la stessa Commissione si attribuirà più poteri per incrementare la sorveglianza sulle capacità e sull&#8217;efficienza delle riforme nazionali. Il tema investe l&#8217;attualmente ancora zoppicante Trattato di Lisbona, che dovrebbe entrare in vigore l&#8217;anno prossimo se ratificato in tutti e 27 gli Stati membri dell&#8217;Unione: tale trattato prevede, per la Commissione, la possibilità di inviare «diretti avvertimenti» ai paesi che sembreranno fallire il compito di riformare i propri sistemi, senza bisogno di previa autorizzazione da parte del blocco dei ministri dell&#8217;Economia.</p>
<p class="articolo"><span class="b">Questo per quanto riguarda l&#8217;aspetto interno all&#8217;eurozona. Almunia sottolinea, tuttavia, anche la necessità di un maggiore coordinamento a livello di immagine esterna</span>, nei confronti del resto del mondo. Per questo viene auspicata come «assolutamente necessaria» una «unica e singola presenza» nelle istituzioni internazionali economiche e finanziarie, quali il Fondo Monetario Internazionale ed il G7. Attualmente sono ancora i singoli Stati, più che la zona euro, ad essere rappresentati. Le prospettive concrete di un simile progetto - un unico portavoce per diversi soggetti internazionali - sono tuttavia molto aleatorie e proiettate verso il medio-lungo termine. Non è ancora politicamente possibile un passo di questo tipo, ma è un viatico per non essere un «nano politico e contemporaneamente un gigante economico».</p>
<p class="articolo"><a href="http://www.ragionpolitica.it/testo.9367.dieci_anni_euro.html">http://www.ragionpolitica.it/testo.9367.dieci_anni_euro.html</a></p>
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		<title>Tibet: Freedom is not a game.</title>
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		<pubDate>Thu, 08 May 2008 18:28:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[
Campagna dell&#8217;EDS realizzata su idea mia e con la collaborazione di Riccardo Meynardi. Presto verrà invasa la rete con questo poster per sensibilizzare su un tema caldo dell&#8217;estate e degli ultimi 40 anni.  Prima di tre campagne online che verranno lanciate su mia proposta dal sito www.eds-epp.eu. Commenti apprezzatissimi, fatemi sapere cosa ne pensate e&#8230; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><a href="http://giovannivagnone.files.wordpress.com/2008/05/tibet.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-106" src="http://giovannivagnone.files.wordpress.com/2008/05/tibet.jpg?w=215&h=300" alt="" width="215" height="300" /></a></p>
<p style="text-align:left;">Campagna dell&#8217;EDS realizzata su idea mia e con la collaborazione di Riccardo Meynardi. Presto verrà invasa la rete con questo poster per sensibilizzare su un tema caldo dell&#8217;estate e degli ultimi 40 anni.  Prima di tre campagne online che verranno lanciate su mia proposta dal sito <a href="http://www.eds-epp.eu">www.eds-epp.eu</a>. Commenti apprezzatissimi, fatemi sapere cosa ne pensate e&#8230; Free Tibet!</p>
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		<title>Cosa nasconde la polemica sul biofuel</title>
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		<pubDate>Thu, 08 May 2008 17:28:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>johnfvtc</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La Commissione Europea sta trattando intensamente la questione della “food crisis”, in particolare in riferimento all&#8217;altra tematica – questa a livello prettamente comunitario – dei biocarburanti.
Le posizioni ufficiali si evolvono rapidamente, ammettendo dopo pochi giorni quanto solo una settimana prima negato con convinzione: è il caso dell&#8217;affermazione di una certa responsabilità del piano per l&#8217;utilizzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>La Commissione Europea sta trattando intensamente la questione della “food crisis”, in particolare in riferimento all&#8217;altra tematica – questa a livello prettamente comunitario – dei biocarburanti.</p>
<p>Le posizioni ufficiali si evolvono rapidamente, ammettendo dopo pochi giorni quanto solo una settimana prima negato con convinzione: è il caso dell&#8217;affermazione di una certa responsabilità del piano per l&#8217;utilizzo del biofuel nel contesto della crisi globale del prezzo del cibo.</p>
<p>Uno dei protagonisti del dibattito è il commissario europeo per il commercio, Peter Mandelson, che da posizione di strenuo difensore del libero mercato ha concesso che “certe politiche” relative ai biocombustibili possano contribuire alla crescita del prezzo del cibo, e addirittura accrescere l&#8217;effetto serra.</p>
<p>Il motivo per cui si era deciso circa un anno fa di sviluppare queste fonti energetiche alternative (del 10% entro il 2020) era, ovviamente oltre a quello geopolitico di una maggiore indipendenza dal petrolio (sia in chiave politica che economica, basti pensare al mostruoso innalzamento del prezzo al barile e alle sue ripercussioni sull&#8217;economia americana), una maggiore attenzione all&#8217;ambiente. “Energia” più pulita, insomma, contro il processo di “global warming” che è un&#8217;altra delle emergenze attualmente più sentite dalla comunità internazionale: da Kyoto &#8216;97 in vista di Copenaghen &#8216;09, contro il cosiddetto “greenhouse effect”.</p>
<p>In un secondo momento però, la tragedia umanitaria globale che si sta sviluppando in tutto il mondo ha portato a fortissime critiche sulla produzione di biofuel, che sarebbe un ulteriore elemento di peggioramento per la povertà nei paesi già più poveri: per ragioni di convenienza “commerciale”, infatti, molti produttori di sostanze alimentari dal Terzo Mondo avrebbero più entrate a produrre biofuel che cibo. Con l&#8217;ovvia conseguenza di avere meno cibo a disposizione sul mercato.</p>
<p>Mr Mandelson ha comunque escluso che tali implicazioni dei biocarburanti possano essere attribuite alle politiche comunitarie, che nei giorni scorsi qualcuno voleva rimettere in discussione: anzi sono effetti collaterali esclusivi delle politiche statunitensi nel settore. Sul<em> The Guardian</em> del 29 aprile ha infatti scritto: “Possiamo già osservare che la produzione su vasta scala di biocarburante, specialmente negli Stati Uniti, può essere uno dei fattori che hanno innalzato il prezzo del cibo, in quanto sottrae risorse alla produzione di cibo. L&#8217;interesse a coltivare mais per produrre etanolo, visti i sussidi pubblici, negli Stati Uniti riduce la produzione della materia prima anche a livello di mercato globale, aumentando i costi di quest&#8217;importante alimento”.</p>
<p>Altre fonti hanno completato il quadro di critica a Washington, sottolineando come nessuno abbia mai preteso che l&#8217;incremento di produzione di prodotti agricoli per produzione di etanolo in America non abbia avuto un contraccolpo sul mercato agricolo mondiale. Nonostante questo si precisa come “non sia nostro compito dire agli USA quali strategie e politiche intraprendere”.</p>
<p>Di contro, a parte questa frecciatina ai cugini d&#8217;oltre Oceano, la produzione europea di biocarburante avrebbe secondo il commissario solo “un effetto minimo” sui prezzi mondiali.</p>
<p>A livello globale, il problema che si pone è quello che le ONG del settore ambientalista denunciano: “Ci sono sufficienti calorie di granoturco nella tanica di carburante di un SUV da alimentare una persona per un anno”. Ovvero la necessità di “social criteria”, per lo meno nell&#8217;incentivare questa nuova forma energetica: tuttavia prendere in considerazione una qualsiasi questione sociale nel fissare i criteri di importazione dei biofuels avrebbe delle conseguenze molto più ampie sul mercato europeo, come sempre Mr. Mandelson avverte. Come imporre un&#8217;obbligazione sull&#8217;esportazione di un produttore di canna da zucchero, in base alla finalità alimentare o energetica che abbia?</p>
<p>Un altro funzionario della commissione per il commercio ha dichiarato che le questioni prettamente “sociali” o “umanitarie” non possono essere incluse nella normativa, sia perché la WTO non le considera, sia perché portandole alle estreme conseguenze logiche in questo caso prevederebbero criteri di “compatibilità sociale” non solo per quanto riguarda i biocarburanti, ma per tutte le importazioni. Qualcosa di molto pericoloso ed in contrasto col concetto di libero mercato alla base del mondo occidentale.</p>
<p>Una strada invece percorribile è quella di applicare principi sociali attraverso un altro strumento, cioè la pressione ai partner commerciali affinché sottoscrivano e rispettino gli standard delle Nazioni Unite definiti dall&#8217;International Labour Organisation.</p>
<p>Tuttavia si resta al livello di mosse “suggerite” e non di decisioni prese: la speranza è che la ricerca richiesta dal presidente della Commissione, Jose Manuel Barroso, porti a qualche consapevolezza in più e che tutto il trambusto sulla moratoria internazionale all&#8217;Onu sul tema non si risolva nella solita occasione da strumentalizzare per difendere i propri interessi.</p>
<p><a href="http://www.loccidentale.it/node/17189">http://www.loccidentale.it/node/17189</a></p>
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