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	<title>Hardla TV</title>
	
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	<description>Prove tecniche di trasmissione del pensiero</description>
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		<title>Tragedia greca</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 15:41:16 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://hardla.blogspot.com/2010/05/carlo-felice.html"><img class="alignnone" src="https://lh3.googleusercontent.com/-kuK1aMlEX00/S_agNamvMeI/AAAAAAAAPcg/f7aWR2k15Io/s640/IMG_1109.JPG" alt="" width="640" height="640" /></a></p>
<p>Allora, mettete questo tizio di Stoccarda, <strong>Demetrius Soupolos</strong> (29 anni, chiaro ceppo ariano) e la sua mogliettina <strong>ex reginetta di bellezza</strong>. Mettete che i due tizi vogliano disperatamente avere un figlio ad allietare le loro nottate insonni, ma purtroppo lui risulti sterile. Dal momento che, come abbiamo già notato, Demetius è nordico, e quindi privo di quei deprecabili retaggi culturali sulle corna tipici di noi mediterranei, la sua prima idea è quella di chiedere al <strong>vicino di casa</strong> di impregnare la pulzella. Pagando il disturbo, naturalmente. Una mente illuminata.</p>
<p>Il vicino, scelto perché padre di 2 figli e piuttosto somigliante al marito <em>cornendo</em>, si fa le sue riflessioni, pensa al mutuo, pensa alla reginetta di bellezza, e alla fine accetta, seppur con doveroso fastidio e riluttanza. E con buona pace di sua moglie che, evidentemente nordica pure lei, non sembra aver problemi di sorta nei riguardi di tutta la faccenda. E neppure l&#8217;ex reginetta, ad essere sinceri.</p>
<p>Passano sei mesi e la signora Soupolos non s&#8217;ingravida. Nonostante i <strong>72</strong> (<strong>settantadue</strong>, lo scrivo anche in lettere perché non ci siano fraintendimenti) <strong>faticosissimi tentativi</strong>. Tre sere a settimana, per sei mesi, fatevi i vostri conti. Il vicino, a questo punto, mi  sembra avere preso molto seriamente il suo impegno contrattuale. Vorrei vedere se al suo posto ci fosse stato il classico lavativo italiano.</p>
<p>Dopo i <strong>72-settantadue tentativi</strong>, al marito viene il sospetto che, forse, qualcosina non stia funzionando come programmato. E con molta cortesia chiede, <em>se non è troppo disturbo</em>, al vicino se potesse, <em>con calma eh che tutti quanti abbiamo i nostri impegni</em>, ma se per caso non potesse fare una visitina dal dottore, che magari, <em>non sarà sicuramente il caso</em>, ma che dio non voglia che ci sia qualche problemino in zona cazzo.</p>
<p>Il vicino allora altrettanto cortesemente risponde che in effetti, considerando anche i due pargoli già sfornati, lui di problemi in zona cazzo non ne ha. L&#8217;ex reginetta di bellezza conferma con entusiasmo. Il vicino decide comunque, per scrupolo, di fare lo stesso un controllino. In fondo il cornuto ha già pagato, sembra un atto di rispetto verso chi gli sta dando così tanto.</p>
<p>E qui scatta il colpo di genio dello scrittore di questa meravigliosa tragedia greca. Perché il vicino di casa effettivamente un po&#8217; steriluccio, alla fine, lo è davvero. E, manco a dirlo, la <strong>signora vicino di casa</strong>, ammette che, <em>ora che ci pensa</em>, i due figli mica li ha concepiti con suo marito. E che avrebbe voluto dirglielo, ma le era proprio passato di mente perché c&#8217;aveva l&#8217;arrosto sul fuoco. E qui finalmente capiamo perché aveva preso così sportivamente tutta la faccenda dei 72 tentativi.</p>
<p>Alla fine di tutto questo casino l&#8217;unico dato certo è che l&#8217;ariano greco ha pagato un sacco di soldi il vicino per trombargli 72 volte la moglie. Figli niente. Quindi almeno rivorrebbe i soldi indietro, visto l&#8217;evidente fallimento dell&#8217;impresa. E ci mette di mezzo gli avvocati.</p>
<p>Il vicino, dal canto suo, replica che mica glielo aveva garantito il figlio. Aveva solo promesso di darsi da fare al meglio delle sue possibilità.</p>
<p>E che l&#8217;abbia fatto dobbiamo proprio dargliene atto, no?</p>
<p>La parola al giudice&#8230;..</p>
<p style="text-align: center;"> <img title="Tragedia greca" src="https://lh6.googleusercontent.com/-2o-8FOZzK24/TyvsHEgS73I/AAAAAAAATfI/Jal7V6Tyabc/s500/tragedia%2520greca.jpg" alt="" width="500" height="422" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Splinder è morto</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 20:44:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>hardla</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E così ieri 1° febbraio, a mezzogiorno circa, Splinder ha tirato le cuoia come da programma. Anzi, pure con mezza giornata di ritardo. In questi momenti provo un mix di magone e incazzatura per come la piattaforma è stata lasciata &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/splinder-e-morto/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a class="lightbox" title="Splinder" href="http://blog.hardla.com/?attachment_id=809"><img class="alignnone size-full wp-image-809" title="Splinder" src="http://blog.hardla.com/wp-content/uploads/2012/02/splinder.jpg" alt="" width="800" height="228" /></a></p>
<p>E così ieri 1° febbraio, a mezzogiorno circa, Splinder ha tirato le cuoia come da programma. Anzi, pure con mezza giornata di ritardo.</p>
<p>In questi momenti provo un mix di magone e incazzatura per come la piattaforma è stata lasciata agonizzare fino alla morte. Devo tanto a Splinder e ai suoi ideatori, quelli di Tipic. Grazie a loro ho scoperto il piacere della comunicazione scitta e tante altre belle cosucce che, in parte, ho già descritto in altri post, tipo <a title="Mezzo Decennio" href="http://blog.hardla.com/mezzo-decennio/">questo</a>. Grazie a Splinder ho conosciuto  <strong>marchesadesade</strong> (che poi nel cambio s&#8217;è scoperta <strong>santuzza</strong>, un salto piuttosto ardito, devo ancora decidere se ci ho perso o guadagnato).</p>
<p>L&#8217;incazzatura è per come è stata gestita la vita tecnologica di Splinder, dopo che i suoi fondatori hanno monetizzato il loro lavoro vendendolo a una ditta che, sulla carta, avrebbe dovuto far crescere ulteriormente la piattaforma. Dada invece non è riuscita a capire cosa aveva tra le mani e, soprattutto, non ha capito come farci dei soldi. Perché il punto è sempre e solo quello. Non si è sviluppato un modello di business credibile. Splinder, per i nuovi possessori, è diventato principalmente una scocciatura. Decine (centinaia) di migliaia di utenti, e tutti che <strong>pretendevano</strong> che il loro blog fosse sempre online, che funzionasse bene (che pretese), che si adeguasse tecnologicamente la piattaforma e che magari qualcuno fornisse loro assistenza, in caso di magagne. Tutti costi non trascurabili, anche viste le dimensioni raggiunte dalla comunità.</p>
<p>Ecco appunto, la comunità. I blog possono anche sopportare la chiusura di una piattaforma, io mi sono trasferito, tanti altri l&#8217;hanno fatto. Tutti quelli che volevano tenere in vita tanti anni di tasti pigiati davanti a un monitor si sono attrezzati in qualche maniera. Ma la comunità s&#8217;è persa. Una diaspora ci ha scaraventati ai 4 angoli del ciberspazio. Al contrario di tante altre piattaforme Splinder non era un blog con anche una community. Splinder ERA una community. Sarà che quando molti di noi si sono iscritti il fenomeno dei blog era agli esordi, almeno in italia, c&#8217;era un passaparola quasi massonico tra gli adepti, i quali si sentivano davvero parte di qualcosa e si sono sentiti in dovere di accogliere, nel tempo, tutti i nuovi arrivi. Spesso sopperendo alle carenze della struttura Splinder.</p>
<p>I blog, la community, le persone che stavano dietro agli avatar, erano un patrimonio che i proprietari di Splinder hanno deciso di sperperare, chiudendo un sito che altri editori si erano perfino offerti di mantenere in vita, rilevandone la struttura. Quindi un doppio grazie agli ultimi proprietari di Splinder. Splinder non è morto ieri, non è morto neppure quando la gente ha iniziato ad iscriversi a facebook. Splinder è morto alcuni anni fa, quando la proprietà ha deciso di non investire nella piattaforma, senza aggiornarla, senza adeguarla a funzionalità più moderne, senza capire come farla rendere, facendola andare alla deriva, in mano solo ai propri utenti.</p>
<p>Grazie Splinder. Grazie di tutto. Hai cambiato la mia vita, e mi mancherai.<br />
Hardla</p>
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		<title>Make it a ******* night</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 16:10:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Blockbuster chiude, anche in Italia. L&#8217;altra sera ho visto un tizio che con un rullo e della piuttura nera censurava rozzamente le lettere gialle dell&#8217;insegna. Altrettanto rozzi cartelli annunciavano svendita totale e grandi sconti. Non è una novità, da anni &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/make-it-a-blockbuster-night/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 810px"><a href="http://hardla.blogspot.com/2012/01/chiusura-con-censura.html"><img title="Blockbuster" src="http://1.bp.blogspot.com/-JcYRKAt26II/TyJiyHb8uCI/AAAAAAAATYU/p0V08a-fUhg/s800/IMG_0922.JPG" alt="" width="800" height="800" /></a><p class="wp-caption-text">Nella foto l&#39;insegna del negozio di Genova centro, dopo la censura</p></div>
<p><a href="http://www.blockbuster.it/" target="_blank">Blockbuster</a> chiude, anche in Italia. L&#8217;altra sera ho visto un tizio che con un rullo e della piuttura nera censurava rozzamente le lettere gialle dell&#8217;insegna. Altrettanto rozzi cartelli annunciavano svendita totale e grandi sconti.</p>
<p>Non è una novità, da anni leggiamo notizie sempre più preoccupanti per la sorte della multinazionale del divertimento a noleggio. Il P2P e i nuovi (per noi, in America ci sono da anni, che le loro connessoni internet non sono pietose come le nostre) servizi di noleggio via web hanno eliminato l&#8217;esigenza stessa del noleggio di film. Perché uscire di casa, prendere la macchina, giudare verso il più vicino mall, affittare un film, tornare a casa e rifare tutto quanto entro un paio di giorni per restituirlo, pena una maggiorazione del costo, quando puoi semplicemente guardarti un film in streaming nel tuo salotto? In effetti, come logica non fa una grinza. O forse sì, ma ci tornerò dopo.</p>
<p>Dunque Blockbuster chiude. Sono pervaso da un duplice sentimento. Lo dico chiaro, Blockbuster m&#8217;è sempre stato sui coglioni, sin dal primo giorno, sin dal nome &#8220;<em>Blockbuster</em>&#8220;, che prometteva solo film che sbancavano il botteghino. I primi tempi era proprio così. Entravo nel negozio vicino a casa mia e ci trovavo pereti intere dello stesso film fracassone con effetti speciali, o della stessa pellicola strappalacrime in cui qualcuno ha sempre un male incurabile. Scelta zero.</p>
<p>A Genova c&#8217;erano videonoleggi (e  sottolineo la parola <span style="text-decoration: underline;">video</span>, come in <span style="text-decoration: underline;">video</span>cassette) davvero fornitissimi. Ci trovavi di tutto, se ne non trovavi proprio quel film thailandese con sottotitoli in aramaico, te lo facevano arrivare. E se non esisteva, lo giravano loro nel retrobottega, per evitare la brutta figura. Il più famoso negozio di Genova aveva perfino un trenino da luna park che girava per il negozio (per cagarci sopra i bimbi e dimenticarsi di loro fino al momento di ritornare a casa), cimeli dei film di Hollywood e foto del proprietario ritratto in pose poco meno che photobombesche con tantissime star, tutte quelle che riusciva a beccare. Film dapperttutto, un gioioso casino.</p>
<p>In questo panorama ti arriva Blockbuster, col le sue pareti immacolate, i suoi ordinatissimi scaffali di film disney tutti uguali, una scelta che nei periodi buoni sfiorava le due dozzine abbondanti di titoli. In compenso un noleggio costava (in quei primi tempi) quasi quanto l&#8217;acquisto del film. Una merda. Però aveva la coca cola, i popcorn e i quattro salti in padella.</p>
<p>Ho iniziato a frequentare sul serio la catena Blockbuster qualche anno dopo, quando i prezzi dei dvd in vendita hanno iniziato ad essere interessanti, soprattutto per una buona politica di sconti e per la buona selezione (finalmente) di film usati. E in un secondo momento anche per gli sconti sui videogiochi, nuovi ed usati, e per i Blu-Ray. Ed infine per il gelato <a href="http://www.haagendazs.com/"><em>Häagen</em>-<em>Dazs</em></a> il cui vuoto non sono più riuscito a colmare, dopo la chiusura della gelateria in cima a Via XX Settembre. Sia lode alla vaniglia, alle noci pralinate, quelle macadamia e ai biscotti al cioccolato.</p>
<p>Insomma, negli ultimi tempi Blockbuster non mi stava più tanto sui coglioni. Certo, non m&#8217;è mai piaciuta la pacchianaggine da multinazionale bigotta, ma ci entravo piuttosto spesso, nelle mie scorribande pedestri in pausa pranzo. La scelta non era da negozio specializzato, ma almeno non era pessima come agli esordi. Per i noleggi mi rivolgevo altrove, naturalmente (e con questo non intendo minimamente dire che scaricassi illegalmente alcunché, sia chiaro), ma per l&#8217;acquisto era uno dei posti che battevo con più frequenza.</p>
<p>Blockbuster è stato ucciso da internet, e non solo dai suoi aspetti più oscuri e illegali. Anzi, in Italia, paese tecnologicamente arretrato, siamo ancora molto affezionati al possesso fisico del nostro bel DVD, con la sua custodia, la fascetta con trama, credits e locandina. In Italia siamo tutti bifolchi legati alla &#8220;<em>roba</em>&#8220;, tanto per sbatterci lì la citazione da liceo di Verga. Forse perché non dobbiamo prendere necessarimente la macchina per andare al mall più vicino, vista la buona scelta di negozi nei centri delle città, e forse anche perché la nostra potentissima rete internet non ci consente di vedere film full-hd in streaming.</p>
<p>In America, invece, hanno deciso che il medium fisico (il cd, il dvd, il libro) è il male assoluto, e deve essere estirpato alla radice, non senza buoni motivi (ecologia, praticità etc.), ma non riesco a togliermi dalla testa che il motivo principe sia sempre il solito caro e vecchio profitto.</p>
<p>Insomma, Blockbuster chiude. Per onorarne la memoria mi sono recato nel loro punto vendita e ho comprato un gioco per la Playstation e il cofanetto in Blu-Ray di Ritorno al Futuro, col 25% di sconto.</p>
<p>Con buona pace di Verga.</p>
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		<title>Le fasi di un fotografo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 09:44:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(cliccare sull&#8217;immagine per ingrandirla) Chi bazzica i siti di fotografia (e perché dovrebbe, poi?) probabilmente ha già visto questo grafico altre volte. E&#8217; una spiritosata molto celebre, per quanto possa essere celebre una spiritosata per nerd fotografi, ovviamente, che illustra &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/le-fasi-di-un-fotografo/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a class="lightbox" title="stages of a photographer" href="http://blog.hardla.com/wp-content/uploads/2012/01/b2feF-1024x858.png"><img class="aligncenter size-large wp-image-734" title="stages of a photographer" src="http://blog.hardla.com/wp-content/uploads/2012/01/b2feF-1024x858.png" alt="" width="620" height="519" /></a><span style="font-size: 11px;"><em>(cliccare sull&#8217;immagine per ingrandirla)</em></span></p>
<p>Chi bazzica i siti di fotografia (e perché dovrebbe, poi?) probabilmente ha già visto questo grafico altre volte. E&#8217; una spiritosata molto celebre, per quanto possa essere celebre una spiritosata per nerd fotografi, ovviamente, che illustra le fasi della vita di un fotografo, dalla scoperta del primo telefonino con fotocamera (&#8220;<em>ehi, guarda com&#8217;è bello il mio gatto!</em>&#8220;), fino alla morte del protagonista.</p>
<p>Legenda:</p>
<ul>
<li><em><span style="color: #e05e04;">la linea arancione indica il livello delle conoscenze del fotografo (tecnica, composizione, cultura, materiali&#8230;)</span></em></li>
<li><em><span style="color: #47abc6;">quella azzurra la qualità delle foto percepita dal fotografo stesso</span></em></li>
<li><em><span style="color: #69be04;">quella verde la qualità reale delle sue foto</span></em></li>
</ul>
<p>Questo grafico merita uno sguardo meno fugace del normale, per due motivi. Il primo è che è simpatico, prende in giro un po&#8217; di luoghi comuni legati alla pratica fotografica: quando ho visto la <strong>&#8220;buca HDR&#8221;</strong> mi sono metaforicamente schiantato dalle risate perché, come molti, pure io ci sono caduto. Ma, per fortuna, ho avuto la forza di rialzarmi piuttosto velocemente. Poi, la beata ingenuità del principiante.  Le esaltazioni e le depressioni bipolari: <em>&#8220;tutto quello che fotografo è bello&#8221;</em>, <em>&#8220;cazzo, faccio schifo&#8221;</em>. Le iniezioni artificiali di esagerata autostima che derivano dalla frequentazione di siti tipo Flickr o simili, ma ci metterei anche Facebook, la benevolenza degli amici e gli obbligatori complimenti della nonna, tutte circostanze in cui la parola &#8220;<em>magnifico</em>&#8221; viene usata con scarsa parsimonia.</p>
<p>Il secondo e più importante motivo è che questo grafico è fottutamente vero. Certo, ci possono essere scarti più o meno significativi, ma a me le cose stanno andando all&#8217;incirca in questo modo. Se dovessi trovare una mia posizione sul grafico, direi che sono tra <strong>&#8220;Ho trovato una vecchia macchina a pellicola&#8221;</strong> e <strong>&#8220;Composizione&#8221;</strong>, anche se in realtà non sono ancora ad un livello di bravura tale da potermi permettere una sola esposizione per ogni inquadratura. Sui livelli di qualità reale (<span style="color: #69be04;">linea verde</span>) non mi sbilancio, ma vi posso assicurare che la mia percezione (<span style="color: #47abc6;">linea azzurra</span>) sta salendo proprio come nel grafico.</p>
<p>La cosa singolare è che per arrivare al mio punto attuale, da un punto di partenza simile a quello iniziale, mi ci è voluto solo un annetto e mezzo. A <strong>luglio 2010</strong>, pur avendo già sviluppato mie idee personali sulla composizione dell&#8217;immagine (che sarebbero state ridiscusse in modo piuttosto radicale nei mesi successivi), partivo per il Giappone con la mia reflex digitale fermamente settata sul programma automatico (&#8220;<em>così non faccio casini</em>&#8220;) e pochissime nozioni di tecnica. Per questo motivo molti dei miei scatti giapponesi, per quanto possano essere più o meno interessanti visivamente, sono compeltamente sbagliati dal punto di vista tecnico. E non vi sto a dire quanto ciò mi faccia incazzare.</p>
<p>Avevo sì un cavalletto, e per questo motivo sono caduto nella buca HDR con un po&#8217; di anticipo rispetto alla media. La qual cosa ha generato alcune bizzarre incongruenze del tipo che, al momento di iscrivermi al mio primo corso di fotografia (un corso <strong>intermedio</strong>, un riconoscimento che all&#8217;epoca mi aveva riempito di orgoglio, perché non mi sentivo un dilettante), sapevo perfettamente dominare la tecnica per produrre <strong>HDR</strong> davvero sfrontate, ero un maestro a fare <strong>foto panoramiche</strong> (scatta, gira, scatta, gira, scatta, gira, scatta, sbatti tutto dentro autostitch&#8230;), sapevo ritoccare discretamente con <strong>Photoshop</strong>, ma non avevo idea di come comportarmi con la misteriosissima <strong>profondità di campo</strong> (il che significa che non avevo afferrato neppure nulla dei <strong>diaframm</strong>i, robetta mica da poco, però almeno i tempi li avevo capiti&#8230;). Ciò mi rendeva a tutti gli effetti un ingegnere con la macchina fotografica, piuttosto che un fotografo.</p>
<p>Da quel momento, era <strong>dicembre 2010</strong>, ho divorato con voracità <a href="http://www.bortolozzo.net" target="_blank">3 stimolantissimi corsi</a>, tutti intermedi, uno dietro l&#8217;altro. Più un workshop. Ho acquistato e letto decine di libri, illustrati e non. Ho scoperto una passione che non sapevo di avere. E, alla fine, ho trovato quella vecchia macchina a pellicola di cui parlavamo prima, che sento mi darà grandissime soddisfazioni.</p>
<p>Sempre che riesca a trovare i rullini, perché già la pellicola non è che si utilizzi più molto, oggigiorno, e in più io uso il <strong>formato 120</strong> (detto anche <strong>6&#215;6</strong> per le dimensioni in cm del fotogramma) molto più raro di quello normale (il <strong>135</strong>, detto anche <strong>35mm</strong>). In più la mia pellicola preferita, quella con la massima sensibilità, è la portentosa <strong>Ektar</strong> da 100 ISO, che costa modici 6€ per un rullino da 12 scatti. Ed è prodotta da <strong>Kodak</strong>, casa che dopo <strong>120</strong> (no dico, 120 anni, formato 120, non sarà mica un caso vero?) lunghi anni di onorata attività, <a href="http://www.ilpost.it/2012/01/19/kodak-ha-fatto-richiesta-di-fallimento/" target="_blank">decide di fallire giusto oggi</a>, proprio mentre inizio a fotografare io. Tutta colpa dei Maya, sicuramente.</p>
<p>Ma porca zozza.</p>
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		<title>Lavori in corso</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 11:41:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>hardla</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E anche i feed sono stati pubblicati, chi si vuole iscrivere con feedly, o google reader o cose simili, per essere costantemente aggiornato sulle minchiate di questo blog, può utilizzare questi feed: http://blog.hardla.com/feed/ per gli aggiornamenti dei post http://blog.hardla.com/comments/feed/ per &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/lavori-in-corso/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://hardla.blogspot.com/2012/01/stazione-di-parma.html"><img class="aligncenter" title="Stazione di Parma" src="https://lh5.googleusercontent.com/-64Krqw-KYQY/Tw2TpoU1f8I/AAAAAAAATJA/FfnIeI-Ohbs/s912/IMG_0474.JPG" alt="" width="475" height="356" /></a></p>
<p>E anche i feed sono stati pubblicati, chi si vuole iscrivere con <a href="http://www.feedly.com/" target="_blank">feedly</a>, o <a href="http://reader.google.com/" target="_blank">google reader</a> o cose simili, per essere costantemente aggiornato sulle minchiate di questo blog, può utilizzare questi feed:</p>
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<p>Inoltre, se volete la vostra immaginetta personalizzata nei commenti, qui come anche in tutti gli altri blog wordpress (come ad esempio <a title="Le Pablog" href="http://lepablog.wordpress.com/" target="_blank">quello di Pablo</a>), basta iscriversi a <a title="Gravatar" href="http://it.gravatar.com/" target="_blank">Gravatar</a> e scegliere un&#8217;immagine. Se volete potete anche specificare qualche informazione per completare il vostro profilo, altrimenti ciccia.</p>
<p>Una cosa importante: non spaventatevi, per iscriversi è necessario specificare un indirizzo email, perché l&#8217;immaginetta nei commenti viene automaticamente associata alla mail. Non dovreste ricevere spam, sicuramente il vostro indirizzo non verrà pubblicato sul blog, ma se proprio non vi fidate usate una casella email poco importante. Io ne ho una che uso solo per iscrivermi alla fuffa. Ecco, fate conto che questo blog sia fuffa (so di chiedervi un grande sforzo di fantasia), ed iscrivetevi con quella.</p>
<p>Ecco, ora che ho pure trovato come mettere la favicon, posso ritenermi soddisfatto, per stamattina. Prossimamente un grande classico che ha fatto per anni la gioia di grandi e piccini: la biografia random!</p>
<p>La migrazione da Splinder continua.</p>
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		<title>È natale</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 19:39:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>hardla</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Trovo significativo far (ri)nascere il blog nel giorno di Natale. E con questo non intendo assolutamente paragonarmi a Nostro Signore Gesù Cristo. E neppure al Signor Natale che, come ci insegna Marco Risi, c&#8217;ha notoriamente i cazzi suoi. Trovo pure &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/e-natale/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.hardla.com/wp-content/uploads/2011/12/20111225-203926.jpg"><img class="size-full aligncenter" src="http://blog.hardla.com/wp-content/uploads/2011/12/20111225-203926.jpg" alt="20111225-203926.jpg" /></a></p>
<p>Trovo significativo far (ri)nascere il blog nel giorno di Natale. E con questo non intendo assolutamente paragonarmi a Nostro Signore Gesù Cristo. E neppure al Signor Natale che, come ci insegna Marco Risi, c&#8217;ha notoriamente i cazzi suoi.</p>
<p>Trovo pure significativo scrivere questo mio nuovo primo post dal regionale veloce (?) Genova-Torino. Quasi a dimostrare quanto, ultimamente, i miei momenti di svacco siano spesso circoscritti a quelle 2 orette e 20 in cui non c&#8217;ho proprio un belino da fare, e la cosa mi piace assai.</p>
<p>Insomma, Dio è nato, Splinder è morto, è io non so tanto bene come sentirmi.</p>
<p>La prima volta in cui scrissi un primo post su un blog non sapevo bene cosa aspettarmi. Ora lo saprei anche, dopo quasi 8 anni, ma scelgo di non aspettarmi proprio nulla. Ora voglio solo divertirmi, o sfogarmi, o anche soltanto cazzeggiare. Perché in questi quasi 8 anni ho scoperto il piacere della parola scritta, scritta bene o male non m&#8217;importa poi granché, l&#8217;importante è che sia come piace a me. O almeno a modo mio, che non sempre è la stessa cosa.</p>
<p>Questo post è più del solito &#8220;<a href="http://it.m.wikipedia.org/wiki/Hello_world" target="_blank">ciao mondo</a>&#8220;, è un &#8220;ehilà mondo, ancora qui?&#8221;. Per quanto mi riguarda io qui ci sono ancora, nuovo blog, nuovo dominio, nuova piattaforma, nuovo template. Insomma, mi sono scelto una nuova casa, l&#8217;ho ripulita e ci ho fatto dei lavori. E ho intenzione di starci ancora un po&#8217;, possibilmente non da solo.</p>
<p>Questa è (ancora) Hardla TV, che riprende le sue prove tecniche di trasmissione del pensiero. Grazie per la cortese attenzione.</p>
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		<title>Splinder sta morendo?</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 08:43:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>hardla</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non parlo della lenta strada verso il prolungato torpore del mio piccolo blog, che cerco di tenere in vita ogni tanto ma che ormai è scivolato un po&#8217; indietro nella lista dei miei pensieri quotidiani, non senza rammarico. Parlo proprio &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/splinder-sta-morendo/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non parlo della lenta strada verso il prolungato torpore del mio piccolo blog, che cerco di tenere in vita ogni tanto ma che ormai è scivolato un po&#8217; indietro nella lista dei miei pensieri quotidiani, non senza rammarico.</p>
<p>Parlo proprio di Splinder. Nel blog <a href="http://soluzioni.splinder.com/" target="_blank">Soluzioni</a> ci sono un paio di post, isterici quanto volete, allarmisti quanto basta, che evidenziano l&#8217;ipotesi che Splinder, in quanto piattaforma per blog, possa cessare le sue attività, forse già a a partire dal 24 Novembre, fra due settimane, lasciando a spasso i suoi oltre 400 mila iscritti.</p>
<p>Sia chiaro, non c&#8217;è nessuna conferma di questa voce, anzi, pare in effetti che Dada, la società che anni fa aveva acquistato Splinder, sia stata venduta ad altra società, e che quest&#8217;ultima non abbia intenzione di toccare le attività in essere.</p>
<p>Però.</p>
<p>Però è lecito preoccuparsi, perché chi segue un minimo le vicende della piattaforma, soprattutto quelle tecniche, sa benissimo che noi utenti siamo stati lasciati allo sbando già da alcuni anni. Continui malfunzionamenti, mancato sviluppo di funzionalità, piattaforma pressoché immutata da anni. Splinder è immobile.</p>
<p>Si ha come la sensazione che chi l&#8217;ha acquistata anni fa non sapesse realmente cosa farsene della più popolare piattaforma per blog italiana e che, dopo averla annusata per un po&#8217;, abbia deciso di lasciarla vivere di vita propria, senza curarsene più di tanto e senza sprecarci più risorse dei quelle strettamente necessarie.</p>
<p>Mi dispiace. Il mio primo blog, QUESTO blog, Hardla TV, l&#8217;ho aperto su Splinder, e mi dispiacerebbe doverlo perdere. Tutti i post scritti, tutti gli scambi di commenti più o meno assurdi. Tutte queste cose sono state parte della mia vita, negli ultimi 7 anni, e neppure una parte trascurabile.</p>
<p>Grazie a questo blog ho scoperto alcune interessanti cose di me, ho conosciuto persone, mi sono divertito parecchio e, per non farmi mancare proprio nulla, mi sono pure innamorato.</p>
<p>Ora cercherò un modo per salvare tutto il salvabile, si parla di importer per WordPress o per Iobloggo, non so ancora. So per certo che cercherò un modo per non perdere questa parte importante della mia vita, nel caso le ipotesi più pessimistiche abbiano fondamento.</p>
<p>Poi se non succederà niente ne sarò felicissimo. Ma intanto meglio pararsi il culo&#8230;</p>
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		<title>Una mela al giorno….</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 11:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>hardla</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A parte il proverbio che esemplifica il mio proverbiale e sbandierato cattivo gusto, la notizia del giorno è la morte di Steve Jobs. E, per quanto l&#8217;uomo fosse visibilmente malato da tempo e avesse già abbandonato qualsiasi carica in Apple, &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/una-mela-al-giorno/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img src="http://1.bp.blogspot.com/-bPvac9G4aXs/To26z8CKQmI/AAAAAAAAH58/C2iBz20kGSY/s475/IMG_8733.JPG" alt="" width="475" height="446" /></p>
<p>A parte il proverbio che esemplifica il mio <em>proverbiale </em>e sbandierato cattivo gusto, la notizia del giorno è <strong>la morte di Steve Jobs</strong>. E, per quanto l&#8217;uomo fosse visibilmente malato da tempo e avesse già abbandonato qualsiasi carica in Apple, non è una notizia da poco.</p>
<p>E&#8217; una di quelle notizie che prima o poi arriverà qualcuno e ti chiederà <em>&#8220;dov&#8217;eri tu quando hai saputo della morte di Steve Jobs?&#8221;</em>.</p>
<p>Io ero nel treno della notte che da Torino mi stava riportando a Genova, mentre tutti gli altri umani nel mio fuso orario dormivano beatamente. E nella notte, nel doveroso silenzio di un vagone di seconda classe, appena appena turbato dal monotono sferragliare dei binari, la notizia mi ha commosso.</p>
<p>Non sono mai stato un grande <a href="http://lmgtfy.com/?q=fanboy+definizione" target="_blank">fanboy</a> Apple, anzi. Quelle volte che mi capitò di lavorare con un Mac, in un passato remoto, ho odiato il mouse a singolo bottone o la tasiera AZERTY. Più recentemente ho odiato il modo di fare le cose così diverso da quello a cui ero abituato io, che ho sempre giocato e lavorato con lo standard <em>de facto</em>, il tanto vituperato Windows. Ecco, il Mac non è mai diventato standard e questo è sempre stato il suo più grande limite.</p>
<p>Più in generale ho sempre avuto, ed ho tuttora, la convinzione che i computer Apple si facessero strapagare la figaggine della mela morsicata, perché con gli stessi soldi spesi per un Mac di fascia bassa ci esce fuori un PC con i controcazzi. In questo Jobs è stato un genio, ha portato l&#8217;elettronica di consumo a livelli di popolarità inimmaginabili prima del suo avvento sulla scena.</p>
<p>E&#8217; stato un genio a creare un bisogno per il marchio, associato ormai universalmente a caratteri estetici di primo livello, sia nella costruzione dei prodotti che nello sviluppo delle interfacce utente. <em>Apple = top della gamma</em>, questa l&#8217;equazione che Jobs ha fatto passare al mondo, che fosse vera o no.</p>
<p>Prima di lui i computer, i lettori mp3, i telefonini erano brutti. La bellezza era solo negli occhi del <a href="http://lmgtfy.com/?q=geek+definizione" target="_blank">geek</a> che guardava le specifiche tecniche del dispositivo, per tutti gli altri erano solo oggetti più o meno utili, più o meno misteriosi. Jobs ha reso tutti questi prodotti più belli e &#8220;<em>femminili</em>&#8221; e in questo modo ha allargato non solo il suo mercato, ma anche la percezione che il mondo poteva avere della tecnologia, elevata finalmente a status symbol universale, e non solo per la solita comunità di sfigati appassionati.</p>
<p>Jobs è stata la prima grande popstar dell&#8217;elettronica-informatica, capace di scavalcare i confini della stampa specializzata. Per i suoi modi istrionici, per il suo pensiero new-age, per il rifiuto del mondo geek a cui apparteneva e senza il quale non sarebbe stato Steve Jobs. I prodotti Apple, quelli di Jobs, sono sempre stati criticati dai geek, per le limitazioni che introducevano. Limitazioni sempre a vantaggio dell&#8217;azienda e spesso dell&#8217;utente non evoluto, che per Jobs era il vero target del suo lavoro. I geek si sono sempre sentiti traditi dalla sua non-preferenza nei loro confronti, per quanto non potessero fare a meno di ammirare i suoi meravigliosi giocattoli. I geek non volevano una popstar mondiale, ma il loro personale giocattolaio visionario, ciò che Bill Gates non è mai riuscito ad essere.</p>
<p>L&#8217;esempio perfetto è l&#8217;iPhone. Un dispositivo magnifico, di cui è impossibile non innamorarsi a prima vista. Al momento della sua uscita era anni avanti alla concorrenza. Concorrenza che ha iniziato a rincorrere e copiare, spesso non sapendo come fare e perdendo posizioni di vantaggio apparentemente impossibili da scalfire (l&#8217;ultima frase si traduce con la parola &#8220;Nokia&#8221;, per i non-geek). Adoro l&#8217;iPhone.</p>
<p>La comunità geek non ha potuto far altro che lustrarsi gli occhi e asciugarsi la bava per mancanza di termini di paragone, un qualsiasi altro dispositivo che, all&#8217;uscita del primo iPhone, potesse anche solo essere paragonato al nuovo gioiello della corona. Poi però, passata la prima sbornia e alla comparsa dei primi avversari (leggasi Android), la comunità geek ha iniziato ad alzare la testa e a chiedere a gran voce dalle oscure pagine di ancor più oscuri forum di settore quello che ha sempre chiesto e voluto: maggior libertà.</p>
<p>La libertà di poter fare col proprio meraviglioso giocattolo tutto quello che volevano, senza le fastidiose limitazioni che Apple ha sempre imposto sui suoi dispositivi per due motivi: per favorire e guidare l&#8217;utente inesperto attraverso un&#8217;interfaccia utente calibrata e senza possibilità di errore, e soprattutto per mantenere il più completo controllo hardware e software sui dispositivi da lei prodotti.</p>
<p>Sia chiaro, la gente comune non avverte minimamente il senso di frustrazione tutto geek per le potenzialità non sfruttate. Anzi, per molti, l&#8217;estrema semplicità d&#8217;uso è la chiave del suo successo. Senza dimenticare che un oggetto Apple, rispetto a un pari categoria della concorrenza, è mediamente molto più figo.</p>
<p>Gente non propriamente comune è, invece, quella che ha sempre venerato Jobs come il guru della chiesa di Apple. Sono coloro che, in queste ore, stanno deponendo candele, fiori e biglietti, persso gli Apple Store disseminati in tutto il mondo, moderne cattedrali asettiche, laiche e tecnologiche di una religione che non esiste. Seguaci di un messia fragile ed atipico.</p>
<p>Tutto questo, nel bene e nel male, è (era) Steve Jobs. Il fatto che io abbia letto la notizia della sua morte su un treno, utilizzando un oggetto che lui ha &#8220;visto&#8221; e inventato, la dice lunga sull&#8217;impatto che ha avuto, direttamente o meno, sulle nostre vite.</p>
<p>Da oggi il mio mondo, quello che si sente a proprio agio tra le specifiche dell&#8217;ultimo gioiello tecnologico, ha perso la sua popstar e un geniale e visionario ideatore di prodotti. Tutti gli altri umani hanno perso un uomo in grado di incidere concretamente sulle loro vite e migliorare il loro modo di fare le cose.</p>
<p>Penso che stasera mi riguarderò <a href="http://www.youtube.com/watch?v=eeOuMWU2wvIhttp://www.youtube.com/watch?v=VnREtWhc7ww&amp;feature=related" target="_blank"><em>&#8220;I Pirati di Silicon Valley&#8221;</em></a>.</p>
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		<title>Del fotoritocco</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 12:45:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E&#8217; giusto ritoccare le proprie fotografie? E, se sì, in quale misura? Da quando scatto in digitale queste due domande mi frullano nella testa. E, per quanto l&#8217;argomento possa sembrare pretestuoso ai più, non sono ancora riuscito a darmi una &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/del-fotoritocco/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://hardla.blogspot.com/2011/08/natale-ad-agosto.html" target="_blank"><img style="width: 250px; height: 250px; float: right; margin: 0pt 0pt 10px 10px; border-width: 1px; border-style: solid;" src="http://3.bp.blogspot.com/-jZUnGRjTJbU/TlqqGdBVqII/AAAAAAAASiQ/2jzau1gdzp4/s400/IMG_7848.JPG" alt="" /></a><em><strong>E&#8217; giusto ritoccare le proprie fotografie? E, se sì, in quale misura?</strong></em></p>
<p>Da quando scatto in digitale queste due domande mi frullano nella testa. E, per quanto l&#8217;argomento possa sembrare pretestuoso ai più, non sono ancora riuscito a darmi una risposta definitiva.</p>
<p>Non voglio neppure discutere dell&#8217;enorme portata del ritocco nei mezzi di comunicazione, di come stia cambiando la percezione che abbiamo del mondo che ci circonda. Voglio solo parlare delle mie foto: io scatto una foto, ho la jpg sul computer, so che facendo una correzione di contrasto o luminosità posso migliorarla, magari scurendo una certa area, o eliminando una sfocatura. Un piccolo ritaglio. E&#8217; giusto? E quanto posso spingermi?</p>
<p>Ci sono i puristi che dicono: <strong>&#8220;<em>no, la foto è quella che esce dalla macchina, e basta</em>&#8220;</strong>. Lo so, io ero così, e posso capire il punto di vista. E&#8217; il modo di ragionare di chi pensa che il fotografo debba azzeccare tutto al momento dello scatto. Tutto quello che fai dopo, in sede di postproduzione, avresti dovuto prevederlo in anticipo. Tutto quello che avviene dopo è una mistificazione.</p>
<p>Questo modo di ragionare è molto diffuso, e proviene dal mondo analogico. Quando a 16 anni maneggiavo la mia prima Nikon, cercando di destreggiarmi tra ASA e rullini, avevo un solo tentativo per scatto. Dovevo azzeccare tutto alla prima, altrimenti la foto sarebbe stata rovinata. Non avevo automatismi, solo un esposimetro, nessun display per controllare quello che facevo, nessuna scheda di memoria che memorizzasse 4000 tentativi. Un rullino, 36 pose, e ogni scatto sbagliato erano soldi che sprecavo, e che incidevano sullo scarno budget di un ragazzino. Nessun Photoshop per modificare gli scatti a posteriori.</p>
<p>La stampa che usciva dal laboratorio, era quella che mi dovevo tenere. Al limite prendevo un paio di forbici e ritagliavo via (letteralmente) eventuali imperfezioni sui bordi dell&#8217;immagine, soggetti superflui o inaspettati che chissà come hanno fatto capolino nell&#8217;inquadratura proprio mentre scattavo.</p>
<p><strong>Non sviluppavo il rullino, non stampavo le mie foto.</strong> Il mio raggio d&#8217;intervento era circoscritto a ripresa e forbici. Fotoritocco era una parola senza significato, per me.</p>
<p>Ma non era così per tutti. Molti pensano che il fotoritocco sia nato con Photoshop. Che le foto fatte su pellicola, prima dell&#8217;era digitale, fossero intrinsecamente autentiche e immutabili. Ma si sbagliano. Esistevano innumerevoli tecniche che consentivano ritocchi totali o parziali dell&#8217;immagine, ben prima che venissero inventati i computer.</p>
<p>Chi ha, o ha avuto, modo di usare un&#8217;ingranditore in camera oscura, sa che la tecnica più comune è quella di &#8220;<em>schermare</em>&#8221; o &#8220;<em>bruciare</em>&#8221; la stampa che si sta producendo. Facendo arrivare più o meno luce sulla stampa è possibile scurire o schiarire determinate porzioni dell&#8217;immagine. Non a caso Photoshop ha due strumenti &#8220;<em>scherma</em>&#8221; e &#8220;<em>brucia</em>&#8221; che fanno esattamente lo stesso sull&#8217;immagine digitale, richiamando l&#8217;uso della prassi analogica. Per bruciare si puntava una fonte di luce aggiuntiva sulla porzione di stampa desiderata, la zona diventava più scura. Per schermare, si creavano delle ombre sulla stampa, spesso con movimenti simili alle ombre cinesi, per evitare contorni netti dell&#8217;ombra.</p>
<p><a href="http://hardla.blogspot.com/2011/04/sfidando-ansel.html" target="_blank"><img style="width: 250px; height: 188px; border-width: 1px; border-style: solid; margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right;" src="http://2.bp.blogspot.com/-7sKa5CjNTwo/Tas4TY7XQZI/AAAAAAAAFxA/YqyGdJjpskg/s400/IMG_5023.JPG" alt="" /></a>Questa tecnica è stata elevata a forma d&#8217;arte da <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ansel_Adams" target="_blank">Ansel Adams</a></strong>, uno dei più grandi maestri della fotografia, famoso soprattutto per i suoi panorami in bianco e nero, fortemente drammatici e contrastati, che otteneva anche con un precisissimo lavoro in camera oscura, quello che noi potremmo chiamare &#8220;<em>fotoritocco</em>&#8221; o &#8220;<em>postproduzione</em>&#8220;.</p>
<p>Avrei qualche esitazione a chiamare Ansel Adams (e, con lui, una grandissima fetta di fotografi-artisti) un baro. A pensarci bene, anche la scelta di inserire una pellicola in bianco e nero o a colori è una scelta di fotoritocco preventiva. Una scelta che, in digitale, diventa ironicamente più evidente. <strong>Perché le foto digitali escono tutte a colori, e la scelta di renderla in b/n è una scelta di ritocco a posteriori.</strong> Tanto varrebbe fare le nostre foto tutte a gradazioni di fucsia, il procedimento su Photoshop è esattamente lo stesso.</p>
<p>Il b/n, agli albori della fotografia, nasce come una limitazione tecnologica di un mezzo imperfetto. Nel momento in cui siamo stati in grado di produrre pellicole a colori, però, non abbiamo abbandonato il bianco e nero, per una precisa scelta stilistica e una tradizione visiva e culturale. Ci piace il bianco e nero perché rappresenta la realtà in modo efficace e non necessariamente aderente a ciò che i nostri occhi vedono. Proprio come un qualsiasi altro ritocco, a pensarci bene.</p>
<p><strong>Non c&#8217;è un modo unico di stampare un rullino.</strong> Per le stampe di tutti i giorni, quelle che noi portavamo dal negozio sotto casa, venivano usati dei parametri di stampa più o meno standard e il risultato era abbastanza uniforme. Se poi qualche fotogramma risultava sbagliato, perché ripreso in condizioni estremamente differenti, si faceva ristampare chiedendo maggiore attenzione alle condizioni della singola foto. <em>Questo per i comuni mortali. </em>Ma chi aveva le possibilità e le capacità di intervenire sul processo di sviluppo della pellicola e di stampa, poteva ritoccare ogni singolo aspetto della foto, operando scelte stilistiche molto precise.</p>
<p><strong>Non c&#8217;è un modo unico di ottenere una jpg.</strong> Per le stampe di tutti i giorni la nostra fotocamera digitale adotta arbitrariamente dei parametri standard (contrasto, luminosità, saturazione dei colori) che cercano di indovinare i gusti degli utenti, ma che non sono necessariamente fedeli. Di norma le case produttrici cercano di esaltare la brillantezza dei colori e il contrasto, per rendere le immagini finali più piacevoli all&#8217;occhio. <em>Questo per i comuni mortali.</em> In realtà dalle macchine più professionali esce un file RAW (equiparabile a un negativo digitale, nella filosofia) che, al contrario della jpg, consente all&#8217;utente di produrre l&#8217;immagine finale operando tutte quelle scelte che, di norma, sono lasciate al software interno alla nostra fotocamera.</p>
<p>Paradossalmente, scattando in un formato digirale non amatoriale, <strong>scattando in RAW, l&#8217;utente è obbligato a ritoccare l&#8217;immagine</strong> per produrre la foto finale, con un procedimento che ricorda molto  quello applicato in camera oscura.</p>
<p>Fatti tutti questi discorsi, avendo bene in mente che il ritocco è sempre esistito e ritornando alle due domande iniziali, <strong>è ancora GIUSTO chiedersi quanto sia GIUSTO effettuare ritocchi?</strong> La differenza tra la pellicola e la foto digitale sta nella maggiore facilità di manipolazione. Mio padre sta ipersaturando tutte le sue foto, rovinandole con Picasa in maniera molto fantasiosa perché a lui piacciono così, ma almeno può farlo in modo autonomo, con mezzi tecnici molto modesti. All&#8217;epoca della pellicola non sarebbe stato così facile, e ora si vuole godere appieno quest&#8217;orgia di nuove possibilità.<br />
Ma, come ho detto, i ritocchi sono sempre esistiti.</p>
<p><strong>Può essere giusto, invece, chiederci cosa ci piace, non cosa è intrinsecamente giusto.</strong> La nostra soglia ce la tracciamo da noi. Ci sono artisti che prendendo una foto la elaborano in modo pazzesco e ne fanno un&#8217;opera che, alla fine, non è più nemmeno una foto. E&#8217; un collage digitale, un&#8217;opera pittorica. Per loro il ritocco estremo è un mezzo efficace di espressione.</p>
<p>Per altri il ritocco deve essere moderato e funzionale alla rappresentazione della realtà, come noi l&#8217;abbiamo percepita coi nostri occhi al momento dello scatto. Davanti al computer si lavora per ritrovare sullo schermo la sensazione visiva che ci ha fatto premere il pulsante dell&#8217;otturatore, o almeno quello che noi ricordiamo di quella sensazione.</p>
<p>Personalmente, se tengo allo scatto, preferisco non intervenire sul soggetto della foto. Se in mezzo all&#8217;inquadratura finisce un elemento indesiderato, cerco di evitare la tentazione di eliminarlo con il <em>timbro clone</em> di Photoshop. Preferisco ritenere l&#8217;immagine un tentativo sfortunato e passare oltre. Magari tornare a ripetere lo scatto in un momento successivo, quando possibile.<br />
Ma dipende anche da quanto sento di falsare l&#8217;intenzione iniziale. Nelle foto delle vacanze sono molto meno rigido. E quando, invece, scatto coll&#8217;<a href="http://hardla.blogspot.com/" target="_blank">iPhone </a>faccio ogni sorta di porcata visiva, in <em>pre </em>e in <em>post-produzione</em>. <strong>Più le foto sono un gioco, più mi vien voglia di giocarci e stravolgerle</strong>.</p>
<p>E questa, in definitiva, è la mia etica operativa. Al momento.</p>
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		<title>Cugini di secondo grado d’Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 10:39:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da qualche mese, ormai, sul mio terrazzino fa anomala mostra di s&#233; un tricolore italiano. Che, a dire il vero, dopo mesi di sole, smog e intemperie assortite, ha finito per assomigliare pi&#249; a quello irlandese. La cosa notevole &#232; &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/cugini-di-secondo-grado-ditalia/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://hardla.blogspot.com/2011/03/bandiera.html" target="_blank"><img alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/-i6rtN38a6_E/TYn5R-veuVI/AAAAAAAAFUE/yD__kl6b5k8/s400/IMG_4776.JPG" style="width: 250px; height: 250px; border-width: 0px; border-style: solid; margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right;" /></a>Da qualche mese, ormai, sul mio terrazzino fa anomala mostra di s&eacute; un tricolore italiano. Che, a dire il vero, dopo mesi di sole, smog e intemperie assortite, ha finito per assomigliare pi&ugrave; a quello irlandese.</p>
<p>La cosa notevole &egrave; che, nel frattempo, l&#39;Italia non ha vinto i mondiali di calcio. E nemmeno l&#39;Irlanda. Vengono quindi meno tutti i motivi ragionevoli per i quali un italiano moderno si senta autorizzato a dimostrare pubblicamente e con orgoglio il proprio patriottismo. Gli irlandesi ne hanno di pi&ugrave;, ma non sempre sono pi&ugrave; ragionevoli, almeno nei modi.<br />
&nbsp;<br />
Da italiano moderno anomalo, per&ograve;, ho pensato che i 150 anni di unit&agrave; d&#39;Italia, meritassero una piccola celebrazione, anche da parte mia, con o senza mondiali di mezzo.<br />
Sar&agrave; forse che frequento molto Torino, e l&igrave; con la storia della prima capitale d&#39;Italia sono tutti esaltati. Bandiere tricolori ovunque, e di tutte le fogge e fatture. Quelle sintetiche da 1 euro in vendita in edicola, quelle di cotone pesantissimo del dopoguerra, quelle della Marina Militare (a Torino!) e, naturalmente, quelle Sabaude. Perch&eacute; la monarchia italiana &egrave; storicamente una faccenda piemontese, che sopravvive a qualsiasi referendum.</p>
<p>Insomma, Torino in questi mesi &egrave; tricolore. Esageratamente tricolore. Spontaneamente tricolore. In tutte le strade, del centro e della periferia, nei negozi, nei musei, nelle piazze. Bandiere italiane ovunque. Uno spettacolo notevole.</p>
<p>Inaspettatamente tricolore, anche. Perch&eacute;, usando le scorciatoie del luogo comune e della dialettica politica pi&ugrave; spicciola e becera, Torino &egrave; una citt&agrave; di sinistra, mentre i simboli del patriottismo sono da molto tempo associati ai valori della destra (dopo i partigiani, il rifiuto totale, a sinistra). Ma in un momento storico in cui i valori della destra si sono persi nelle tasche e nelle mutande del suo leader, immagino che in molti si siano sentiti in dovere di supplire a certe mancanze istituzionali, riscoprendo un certo piacere nel sentirsi italiani a prescindere da un pallone rotolante.</p>
<p><a href="http://hardla.blogspot.com/2011/05/patriottismo-schizzato.html" target="_blank"><img alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-dMw1KrFEgEc/TdTWQ94W7uI/AAAAAAAAGQ4/7Uha0s06LHA/s400/IMG_5949.JPG" style="width: 250px; height: 252px; border-width: 0px; border-style: solid; margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right;" /></a>Genova no. Genova, come sua abitudine, si fa i cazzi suoi. Perch&eacute; se &egrave; vero che, in una sorta di Alzheimer collettivo, allegro e contagioso, Torino crede ancora d&#39;essere Capitale d&#39;Italia, Genova non si capacita di non essere pi&ugrave; una Repubblica Marinara autonoma e sovrana. A Genova tricolori non ce ne sono, perch&eacute; il patriottismo &egrave; una parolaccia (di destra). Perch&eacute; il patriottismo, anche spicciolo, &egrave; altamente impopolare e richiede una certa dose d&#39;idealismo e di buona volont&agrave; per essere perseguito. O un pallone, naturalmente.</p>
<p>E non dimentichiamo che spesso l&#39;Italia &egrave; unita solo sulla carta. Nella testa degli italiani ci sono pianerottoli, caseggiati, isolati, quartieri, contrade, comuni, province (per poco) e regioni. E poi l&#39;Italia.</p>
<p>Guelfi e ghibellini, Genoa e Sampdoria, marinai e montanari.&nbsp; Siamo fatti cos&igrave;, da secoli.</p>
<p>Il nostro primo istinto da italiani e da genovesi &egrave; prendere stato, governo, politica, societ&agrave;, mafia, pizza e mandolino e ficcare tutto in un contenitore, insieme coi nostri insulti, i nostri problemi e gli inevitabili mugugni. E non arriviamo a capire che, se spendiamo tanto tempo a lamentarci del governo, della classe politica, delle tasse, non &egrave; solo per assecondare una nostra propensione naturale ed etnica al mugugno, ma &egrave; anche perch&eacute; ci dispiace vivere sulla nostra pelle la crisi di un paese a cui, in fondo (anche se ci dispiace ammetterlo e fa tanto libro Cuore), vogliamo bene. E non solo perch&eacute; ci viviamo dentro.</p>
<p>Perch&eacute; se fosse solo una faccenda di nostro tornaconto personale ci metteremmo sullo stesso piano delle persone che tanto disprezziamo, e quel disprezzo non deriverebbe pi&ugrave; da un giudizio etico sulla gestione della <em>res publica</em>, ma si ridurrebbe a una semplice invidia per i privilegi che altri sono riusciti a raggiungere. E noi no.</p>
<p>Per questo motivo mi sono arrischiato ad appendere una bandiera tricolore al balcone. Per quella del Genoa c&#39;&egrave; sempre tempo.</p>
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