<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/" xmlns:blogger="http://schemas.google.com/blogger/2008" xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:gd="http://schemas.google.com/g/2005" xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0" version="2.0"><channel><atom:id>tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798</atom:id><lastBuildDate>Sun, 07 Jun 2026 02:29:19 +0000</lastBuildDate><category>pensiero</category><category>social</category><category>disputafelice</category><category>media</category><category>guidasocial</category><category>politica</category><category>tieniloacceso</category><category>PapaFrancesco</category><category>#diariopendolare</category><category>Intelligenza Artificiale</category><category>fede</category><title>Bruno Mastroianni</title><description>Dispute, conflitti e comunicazione di crisi</description><link>http://www.brunomastro.it/</link><managingEditor>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</managingEditor><generator>Blogger</generator><openSearch:totalResults>156</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-1396161851093046622</guid><pubDate>Fri, 29 May 2026 11:06:53 +0000</pubDate><atom:updated>2026-05-29T13:19:15.661+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>Mettersi in discussione: perché argomentare ci aiuta a capire chi siamo</title><description>&lt;div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjzKVajt2LeD8lRkh5_KmmA_33zVTurVUHaqTGiZ89DPFbIkAK1pOIQwOlwL8tJih9oxQjuQLUibLNXtKptAJsb-MyHRnUJvgp-4ae_s46MOPlC-YDuj5z4e2kumKWMoRZSGB9DnptNItF0gswmNtvKKOdqA-aOV6yMc1HB6EuxG_jMrvvqvIIKD-PZlzw&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;1024&quot; data-original-width=&quot;1536&quot; height=&quot;426&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjzKVajt2LeD8lRkh5_KmmA_33zVTurVUHaqTGiZ89DPFbIkAK1pOIQwOlwL8tJih9oxQjuQLUibLNXtKptAJsb-MyHRnUJvgp-4ae_s46MOPlC-YDuj5z4e2kumKWMoRZSGB9DnptNItF0gswmNtvKKOdqA-aOV6yMc1HB6EuxG_jMrvvqvIIKD-PZlzw=w640-h426&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Davanti allo specchio, o forse più spesso davanti allo schermo di uno smartphone, ci accompagna una domanda antica: chi sono? Giacomo Leopardi, però, nel &quot;Canto notturno di un pastore errante dell’Asia&quot; formula la questione in modo più radicale: &quot;Ed io che sono?&quot;. Sembra una sfumatura linguistica, ma cambia tutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il &quot;chi&quot; ci porta a raccontare noi stessi: la nostra storia, il nostro carattere, le nostre emozioni. Il &quot;che&quot;ci costringe a fare i conti con qualcosa che va oltre la nostra percezione. Non basta più descriversi: bisogna dare ragione di ciò che si è per trovare il proprio posto nel mondo. E quel posto non può essere che &quot;in mezzo&quot; agli altri, cioè soprattutto tra le differenze che mettono alla prova le nostre convinzioni.&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;È una riflessione che ho avuto occasione di elaborare ascoltando i monologhi delle ragazze e dei ragazzi delle Romanae Disputationes 2026, che si sono cimentati sul tema:&amp;nbsp;“Ed io che sono? Individuo, persona, soggetto”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Non scopriamo chi siamo da soli&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Siamo abituati a immaginare l&#39;identità come qualcosa di personale, quasi privata. Pensiamo di poterla trovare guardandoci dentro. Mettersi in discussione, però, non è uno slogan motivazionale. È un vero esercizio filosofico ed educativo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La nostra identità prende forma nel linguaggio, nelle relazioni, negli incontri che ci cambiano e, a mio avviso, soprattutto nelle resistenze che ci costringono a rivedere ciò che pensavamo di sapere. Non diventiamo persone prima della relazione con gli altri: diventiamo persone attraverso le differenze che emergono da quella relazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La discussione non è un incidente della vita sociale. È uno dei luoghi in cui il sé si costruisce. Ogni volta che sosteniamo una tesi, infatti, stiamo dicendo qualcosa sul mondo e, allo stesso tempo, stiamo dicendo qualcosa di noi: il modo in cui ragioniamo, i valori che difendiamo, la disponibilità che abbiamo a correggerci, manifestano ciò &quot;che&quot; siamo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Argomentare è essere&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;La domanda leopardiana non chiede una soluzione definitiva, ma una fedeltà. «Ed io che sono?» non è una formula da chiudere una volta per tutte. È una domanda da porsi costantemente per entrare nelle discussioni non per difendere l&#39;io come una reliquia, ma per verificarne la consistenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Argomentare, allora, non è un lusso da specialisti né un’arte decorativa della conversazione civile. È uno dei modi più alti con cui l’essere umano prova a diventare all’altezza di sé. Perché nelle nostre argomentazioni non c’è in gioco soltanto ciò che pensiamo, ma il tipo di persona che diventiamo mentre lo sosteniamo. Lì si vede se sappiamo stare nella complessità o se ne fuggiamo. Lì si vede se vogliamo davvero capire o soltanto prevalere.&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Il valore del &quot;che sono?&quot;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed è forse proprio lì che il “che” leopardiano acquista spessore. Una parte importante di ciò che siamo sta nelle forme con cui diamo ragione di noi stessi davanti a chi ci resiste. Non nei momenti in cui tutto ci conferma, ma in quelli in cui dobbiamo affrontare le resistenze senza cedere né all’aggressione né alla fuga.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel fango del conflitto, tra sabbia, rumore e materiali impuri, può accadere allora qualcosa: che appaia, per un istante, una piccola pepita d&#39;oro di verità. Non tanto su una tesi, ma su di noi, sugli altri e sul mondo. E in quel bagliore, forse breve ma non insignificante, si lascia intuire non una risposta, ma una migliore e più convinta formulazione della domanda: «Ed io che sono?».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Qui sotto il link al Quaderno dell ricerca #94 per chi vuole approfondire&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://laricerca.loescher.it/i-quaderni-della-ricerca-94/&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;1418&quot; data-original-width=&quot;980&quot; height=&quot;640&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEin0E1KjT2aJVIcUON6ugVF6HVtGfDNpLRV_QjD6tTpBVFlELgCc7nKyggVu3qDdhiC5wsLoyCL6x6zjcaJMHhuIFogt2iNh9Co6BBFhRwiiSEjN0CaERSnOWRgjm_Q3BW01AxncOBlfPouTZsvV35v6JDjBAZdxpMWK2DNBeFXWaRa2nklfU_gKVYSVmg=w443-h640&quot; width=&quot;443&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2026/05/mettersi-in-discussione-perche.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjzKVajt2LeD8lRkh5_KmmA_33zVTurVUHaqTGiZ89DPFbIkAK1pOIQwOlwL8tJih9oxQjuQLUibLNXtKptAJsb-MyHRnUJvgp-4ae_s46MOPlC-YDuj5z4e2kumKWMoRZSGB9DnptNItF0gswmNtvKKOdqA-aOV6yMc1HB6EuxG_jMrvvqvIIKD-PZlzw=s72-w640-h426-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-2849588464010097142</guid><pubDate>Mon, 04 May 2026 16:41:00 +0000</pubDate><atom:updated>2026-05-04T18:41:51.036+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">media</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>Non ho detto questo! Come rispondere all’Argomento del Fantoccio</title><description>&lt;div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEilvpbPR5HQTtY-pao_IRat8cgQmuCqWcO3KwP-qiae98El5Grhmt0xwvKAgR3pKDD3TN6mmNKR3yUsSR0ztazSjf74O1oq919GQesDRG-si_q3roH3hifQwpLpcA1NSseBUIs3lKZKDE6n_L0V8UMl3LAsCIsmeLxzsbHCAGD_O42oJha29l-FvTd6-zA&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;941&quot; data-original-width=&quot;1672&quot; height=&quot;360&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEilvpbPR5HQTtY-pao_IRat8cgQmuCqWcO3KwP-qiae98El5Grhmt0xwvKAgR3pKDD3TN6mmNKR3yUsSR0ztazSjf74O1oq919GQesDRG-si_q3roH3hifQwpLpcA1NSseBUIs3lKZKDE6n_L0V8UMl3LAsCIsmeLxzsbHCAGD_O42oJha29l-FvTd6-zA=w640-h360&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Vi è mai capitato, nel bel mezzo di una discussione, di sentire l’altro pronunciare la fatidica frase: “Quindi mi stai dicendo che...?”, seguita da qualcosa che non avete detto?  Siete stati vittime dell’&lt;b&gt;argomento del fantoccio&lt;/b&gt; (o straw man argument), una delle mosse sleali e irritanti del repertorio dialettico. Si chiama così perché l’avversario non attacca la vostra tesi reale, ma ne costruisce &lt;b&gt;una versione deformata&lt;/b&gt;: un pupazzo molto più facile da abbattere rispetto al ragionamento originale.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Perché il fantoccio ferisce&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Il vero del fantoccio, specialmente nelle discussioni online, è che produce una “&lt;a href=&quot;https://www.exagere.it/la-metamorfosi-imposta-come-difendersi-dallargomento-del-fantoccio-nelle-discussioni-online/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;metamorfosi imposta&lt;/a&gt;”. Noi ci identifichiamo con le parole che diciamo o scriviamo. Quando qualcuno le travisa volutamente, non sta solo attaccando l’idea, ma sta &lt;b&gt;distorcendo la nostra stessa immagine&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pensate di dire in una riunione di lavoro: “Dovremmo integrare più giovani nel team per portare nuove prospettive”. La risposta immediata del collega è: “Stai dicendo che noi senior siamo da rottamare?”. Ecco il fantoccio: uno spunto per l’innovazione trasformato in un attacco verso l’esperienza dei colleghi. Ci si ritrova improvvisamente &lt;b&gt;intrappolati in un’argomentazione che non ci appartiene&lt;/b&gt;. Il danno è duplice: si perde il tema centrale della discussione e si viene percepiti in modo distorto dal pubblico attraverso una versione adulterata delle nostre parole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Come funziona la fabbrica dei fantocci&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Per difendersi, occorre capire c&lt;b&gt;ome viene &quot;cucito&quot; questo fantoccio&lt;/b&gt;. Di solito il travisamento intenzionale avviene in quattro modi principali:&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;u&gt;Riduzione&lt;/u&gt;: si prende solo una parte della questione e si sposta il tema troncando il legame con l’argomento iniziale.&lt;br /&gt;Esempio: “Meglio discutere senza decidere che decidere senza discutere”.&lt;br /&gt;Risposta: “Questo invito a non decidere è pericoloso”. &lt;br /&gt;Si è ridotto l’argomento iniziale alla sola parte del “senza decidere” scollegandolo dal resto.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;u&gt;Estremizzazione&lt;/u&gt;: si modifica l’idea portandola a una versione estrema o si generalizza indebitamente.&lt;br /&gt;Esempio: “Dovremmo essere più flessibili con gli orari d’ufficio per responsabilizzare le persone”.&lt;br /&gt;Risposta: “Senza orari sarà anarchia totale e ognuno farà come gli pare!”.&lt;br /&gt;La “flessibilità” è stata trasformata in “senza orari” e “anarchia”.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;u&gt;Decontestualizzazione&lt;/u&gt;: si applica la frase a un ambito diverso per farla apparire folle o paradossale.&lt;br /&gt;Esempio: “A volte è saggio tacere per non alimentare polemiche sterili”.&lt;br /&gt;Risposta: “Tacere di fronte a un’ingiustizia è solo complicità”.&lt;br /&gt;Il contesto dalla reazione a “polemiche sterili” è diventato “di fronte a un’ingiustizia”, due situazioni molto diverse.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;u&gt;Ridicolizzazione&lt;/u&gt;: si aggiunge un tono beffardo all&#39;estremizzazione per suscitare il riso del pubblico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Tre opzioni per rispondere&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Di fronte a un fantoccio, abbiamo tre strade possibili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1. &lt;b&gt;La difesa istintiva&lt;/b&gt;: rispondere “Non ho detto questo!”. È la reazione più naturale, ma spesso la meno efficace: mette nella posizione di doversi giustificare per ciò che non si è detto. Si sta concedendo all’interlocutore la facoltà di spostare l’argomento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2. &lt;b&gt;La denuncia&lt;/b&gt;: far notare la scorrettezza: “Stai estremizzando le mie parole per avere ragione”. È una mossa valida, ma rischiosa: un interlocutore ostile può sfruttarla per trascinarvi a discutere di come state discutendo (portando alla met-discussione), rispondendo: “Quindi mi stai dicendo che non ho capito?”, allontanandovi dal merito del tema iniziale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3. &lt;b&gt;Scucire il fantoccio&lt;/b&gt;: è la scelta migliore, anche se la più impegnativa. Invece di rifiutare il fantoccio, lo si accoglie, si vede come è stato cucito e si rielabora la propria argomentazione per vedere se riesce a scucire il feticcio.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Riprendiamo l’esempio della flessibilità oraria: se l’altro vi accusa di volere l’anarchia, potreste rispondere: “È vero, senza orari sarebbe solo disorganizzazione, la flessibilità va quindi ben struttrata e concordata con criteri e regole chiare”. In questo modo, non solo non vi siete offesi, ma avete usato il fango lanciato dall&#39;altro per costruire un mattone più solido per la vostra tesi, migliorandola, aggiungendo elementi che non avevate contemplato all’inizio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;La forza della fisputa felice non è debolezza&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Molti obiettano: “Ma così sembrerò debole! Se non rispondo con l&#39;aggressività perdo la faccia”. Questo è un inganno della &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2020/07/la-differenza-tra-contrapposizione-e.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;contrapposizione&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;. In realtà, il litigio è la vera forma di debolezza: è la fuga dalle contraddizioni e  dalla ragionevolezza degli argomenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al contrario, la &lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2025/06/scontro-consenso-o-ragione-la-quarta.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;disputa felice&lt;/a&gt; è costringere sé stesso e l’altro a tornare sul tema, trasformando l’attacco in un’occasione di approfondimento. In fondo, l’altro, anche quando è sleale, può dare occasioni per affinare il proprio pensiero. Non si tratta di avere la risposta tatticamente migliore, ma di diventare argomentatori migliori.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2026/05/non-ho-detto-questo-come-rispondere.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEilvpbPR5HQTtY-pao_IRat8cgQmuCqWcO3KwP-qiae98El5Grhmt0xwvKAgR3pKDD3TN6mmNKR3yUsSR0ztazSjf74O1oq919GQesDRG-si_q3roH3hifQwpLpcA1NSseBUIs3lKZKDE6n_L0V8UMl3LAsCIsmeLxzsbHCAGD_O42oJha29l-FvTd6-zA=s72-w640-h360-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-1665643689682389549</guid><pubDate>Mon, 13 Apr 2026 16:37:00 +0000</pubDate><atom:updated>2026-04-13T19:12:36.375+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">guidasocial</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>Quando rispondere e quando lasciar cadere?</title><description>&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEg8AcucWmzcEgRKAXvCK3M5CQED8Yz4m4D8Hu9cfEQZECtqKG4mffCxZWSley8aGfNhb9hssX1SQa8ZouDyZ2Zk7xTmcoZcaftPINiXZZftfOviICPBRp-JUGSEesnchGepFYEPJBirba-F2R2rIf2TpPKGZK0ik9WyuEGOkcVOXkp0UW_KR5ZFlWjce0g&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;1024&quot; data-original-width=&quot;1536&quot; height=&quot;426&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEg8AcucWmzcEgRKAXvCK3M5CQED8Yz4m4D8Hu9cfEQZECtqKG4mffCxZWSley8aGfNhb9hssX1SQa8ZouDyZ2Zk7xTmcoZcaftPINiXZZftfOviICPBRp-JUGSEesnchGepFYEPJBirba-F2R2rIf2TpPKGZK0ik9WyuEGOkcVOXkp0UW_KR5ZFlWjce0g=w640-h426&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;C’è una forma di debolezza contemporanea in cui mi sento spesso incastrato: l&#39;istinto a rispondere quando qualcuno parla di noi davanti agli altri. Nella dimensione digitale in cui viviamo è un bel problema: vediamo apparire un messaggio, un commento, una provocazione e ci sentiamo convocati. Come se ogni notifica fosse una citazione in giudizio. Come se il silenzio fosse una resa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Una parte decisiva della maturità, per quanto mi riguarda, consiste nel saper distinguere tra ciò che merita risposta e ciò che invece va lasciato cadere. Perché non tutto ciò che ci interpella ci riguarda. E non tutto ciò che ci riguarda merita una replica.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Siamo immersi in uno spazio in cui tutto sembra discussione, ma moltissimo è solo discredito. Un collega che in chat scrive “quindi dobbiamo lavorare per le slide e non per i clienti?”. Un parente che nel gruppo di famiglia rilancia l’ennesima teoria miracolosa su salute, finanza o geopolitica. Un perfetto sconosciuto che sotto un post commenta: “Parli così perché non hai mai lavorato davvero”. Sembra sempre il momento di intervenire. Invece è il momento di scegliere.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;b&gt;Una domanda semplice e un metodo imperfetto&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il primo istinto è difendersi, ripristinare l&#39;ordine, quando invece dovremmo avere il coraggio di farci una domanda semplice: sono&lt;strong&gt;&amp;nbsp;davvero di fronte a una discussione?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per non finire a non rispondere più a nessuno, che sarebbe una forma di solipsismo dannosa, conviene guardare due cose: la qualità di ciò che viene detto e il movente che anima l&#39;interlocutore. In altre parole: &lt;b&gt;l’argomento e lo scopo&lt;/b&gt;. Ci sono interventi che portano fatti, ragioni, verifiche. Altri portano umori, identità, appartenenze. Altri ancora non portano nulla: solo un colpo basso. Allo stesso modo c’è chi entra in conversazione per contribuire, chi per posizionarsi, chi per disturbare.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Di solito uso questo metodo, che ha i suoi limiti, ma mi aiuta a prendere decisioni meno affrettate:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;1. Guardo l&#39;&lt;b&gt;argomento&lt;/b&gt; e cerco di capire se ci sono:&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; - elementi oggettivi come ragioni, prove, fatti (anche se incompleti o non corretti);&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; - elementi soggettivi come giudizi, impressioni, dichiarazioni di appartenenza;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; - tipi di attacchi sul personale, indignazione, insulti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;2. Guardo allo &lt;b&gt;scopo&lt;/b&gt; e cerco di capire se:&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; - è per contribuire alla questione, anche con una critica o una correzione;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; - è per posizionarsi, cioè mostrare che è migliore di me o io sono peggiore di lui;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; - è per distruggere e mandare all&#39;aria tutto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A questo punto se nelle parole dell&#39;altro c&#39;è almeno un argomento oggettivo o c&#39;è almeno lo scopo di contribuire, tendo a pensare che valga la pena discutere. Anche se la questione oggettiva è sollevata con lo scopo di posizionarsi, c&#39;è almeno &lt;b&gt;il merito del tema&lt;/b&gt; da affrontare. Magari a beneficio di altri che leggono. Così come se escono giudizi soggettivi e poco argomentati, ma si intravede uno &lt;b&gt;scopo di contributo&lt;/b&gt;, può valere la pena proseguire. Magari l&#39;argomento con qualche domanda salta fuori.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Se non c&#39;è nemmeno un argomento oggettivo e nemmeno un minimo segnale di contributo, cerco di lasciare perdere. Non è facile perché di solito è proprio &lt;b&gt;la parte soggettiva e posizionante&lt;/b&gt; quella che attiva più intensamente le reazioni di difesa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;b&gt;Due esempi&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Prendiamo una scena tipica. Pubblichi un contenuto sul rapporto tra adolescenti e smartphone. Arriva questo &lt;b&gt;commento&lt;/b&gt;: “Certo, adesso date la colpa ai telefoni perché vi fa comodo non educare i figli. Psicologia da reel”.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Qui dentro ci sono almeno due cose. C’è la vena &lt;b&gt;posizionante&lt;/b&gt;, perché l’altro vuole segnalare che non appartiene alla tua tribù e vuole alludere alla tua inadeguatezza. Ma c’è anche, in mezzo a questo fango, &lt;b&gt;una questione discutibile&lt;/b&gt; sul serio: il rischio di usare la tecnologia come capro espiatorio educativo. E allora lì rispondere potrebbe avere senso. Non tanto per difendere il proprio onore, ma per tornare al punto della questione: “Il rischio che dici esiste. Infatti il tema non è demonizzare i telefoni, ma capire come adulti, piattaforme e contesti li rendano più o meno invadenti”. Hai provato a prendere la pepita d&#39;oro e hai lasciato cadere il fango. Certo, sempre se ritieni che, facendolo, chiarisci qualcosa a chi legge o magari anche solo a te stesso.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Altra scena. Scrivi un post sui trasporti urbani e uno ti &lt;b&gt;replica&lt;/b&gt;: “Gente da centro storico col monopattino elettrico e il papà notaio”.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Qui non c’è un’obiezione oggettiva. Ci sono solo giudizi e attacchi senza argomenti. Se rispondi, non entri in una discussione: sali sul ring di uno spettacolo già scritto. Oppure, in un maldestro tentativo di controargomentazione, ti ridurrai a spiegare che non vivi in centro, che tuo padre non fa il notaio, che prendi anche il treno regionale. Ma vedi? L’argomento non è più la mobilità urbana. L’argomento sei diventato tu. E quando l’argomento diventi tu, la discussione sta evaporando. Il litigio, in fondo, funziona proprio così: sposta il fuoco dalle idee ai contendenti e fa credere che quello spostamento sia forza, mentre è soltanto una fuga dal merito.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;b&gt;La virtù del lasciar cadere&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lasciar cadere, allora, non è un gesto passivo. È una competenza e una &lt;b&gt;virtù &lt;/b&gt;da allenare. È il contrario del riflesso condizionato. È dire: sceglierò come investire il mio tempo e come impiegare le risorse del mio sistema nervoso.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;C’è però un equivoco da sciogliere. &lt;b&gt;Non rispondere&lt;/b&gt; mai a nessuno è il segno di una dipendenza dal contraddittorio tanto quanto &lt;b&gt;rispondere sempre&lt;/b&gt; a tutti a tono. Sono entrambi estremi (per eccesso e per difetto) della virtù del silenzio, quella che aiuta a vivere sanamente il dissenso. Chi ha cose da dire non parla per forza. Sceglie. E questa scelta, filosoficamente, ha a che fare con il &lt;b&gt;limite&lt;/b&gt;. Non possiamo processare ogni provocazione. Non possiamo vivere come &lt;b&gt;centralinisti delle contrapposizioni&lt;/b&gt;. Però possiamo sempre ascoltare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Del resto, online ogni risposta non è solo una risposta. È anche &lt;b&gt;engagement&lt;/b&gt;, documento digitale, screenshot possibile. Un verbale che resta, gira, si stacca dal contesto e qualche volta torna mesi dopo a chiederci conto di una frase scritta in un pomeriggio sbagliato. Per questo il silenzio, nel digitale, non è sempre vuoto. È spesso cura della reputazione e &lt;b&gt;custodia del proprio pensiero migliore&lt;/b&gt;. “Un bel tacer non fu mai screenshot” non è solo una battuta riuscita: è igiene del linguaggio pubblico.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;b&gt;Contenuto e relazione&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il criterio operativo, allora, potrebbe essere questo: rispondi quando puoi fare&lt;strong&gt; avanzare il tema e la relazione; &lt;/strong&gt;lascia cadere quando l’unico risultato prevedibile è&lt;strong&gt; alimentare lo spettacolo&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Fare avanzare il tema può voler dire molte cose. &lt;b&gt;Correggere&lt;/b&gt; un argomento non corretto, che magari tu stesso hai offerto. &lt;b&gt;Chiedere&lt;/b&gt; una prova. &lt;b&gt;Accettare&lt;/b&gt; una parte di critica che è fondata. &lt;b&gt;Disinnescare&lt;/b&gt; un attacco personale con un po’ di autoironia e ritornare nel merito. A volte persino chi ti attacca sta consegnandoti, ancorché maldestramente, un test utile per le tue idee. In quel caso la conversazione non è una battaglia da vincere ma una &lt;b&gt;messa alla prova&lt;/b&gt; da attraversare: non serve sconfiggere l’altro, serve vedere se il tuo ragionamento regge all’urto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;b&gt;A chi tocca l&#39;ultima parola?&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Forse il punto più difficile da accettare è questo: non tutte le controversie sono fatte per risolversi. Alcune possono chiarirsi. Altre meritano di essere abbandonate come si abbandona una strada che non porta da nessuna parte. La saggezza è il contrario di avere &lt;b&gt;l’ultima parola&lt;/b&gt;, è riconoscere quando quella parola &lt;b&gt;è di troppo.&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;C’è una prova molto semplice per capire se abbiamo scelto bene. Come insegna Adelino Cattani è &lt;b&gt;il &quot;test della doccia&quot;&lt;/b&gt;: più tardi, quando la conversazione è finita e resta solo il suo deposito interiore, allora ripensi alle tue riposte. Lì lo sai se hai davvero chiarito qualcosa, anche poco, o se ti è rimasto soltanto il retrogusto amaro della rispostaccia perché hai solo litigato.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il litigio, in quel caso, è stato solo un &lt;b&gt;modo rumoroso&lt;/b&gt; di lasciare tutto come era prima (forse peggio) e non acquisire alcuna &lt;b&gt;nuova conoscenza&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2026/04/quando-rispondere-e-quando-lasciar.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEg8AcucWmzcEgRKAXvCK3M5CQED8Yz4m4D8Hu9cfEQZECtqKG4mffCxZWSley8aGfNhb9hssX1SQa8ZouDyZ2Zk7xTmcoZcaftPINiXZZftfOviICPBRp-JUGSEesnchGepFYEPJBirba-F2R2rIf2TpPKGZK0ik9WyuEGOkcVOXkp0UW_KR5ZFlWjce0g=s72-w640-h426-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-3995244219633452049</guid><pubDate>Fri, 03 Apr 2026 14:53:00 +0000</pubDate><atom:updated>2026-04-03T17:15:30.907+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>Quando ti attaccano sul personale? Fai la mossa del gattino</title><description>&lt;div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEg9AchWm3GkW_0T6YmE-FytL3GaL9_8ihDBuip5QF-A8ukyv74zRX69EAfxAoB9RDoSllihx-k1LjXppOt6XeoM4Uxyxch01X6txtCUQsxdo_Ha6wDakhMlncT-qT-Un9AUdg1oYHnjPQMOYU3oZ0HNEgc1_Ep1WP7zoHOarVye2Sm5zrQPp4-OjrmHqb4&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;622&quot; data-original-width=&quot;1051&quot; height=&quot;378&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEg9AchWm3GkW_0T6YmE-FytL3GaL9_8ihDBuip5QF-A8ukyv74zRX69EAfxAoB9RDoSllihx-k1LjXppOt6XeoM4Uxyxch01X6txtCUQsxdo_Ha6wDakhMlncT-qT-Un9AUdg1oYHnjPQMOYU3oZ0HNEgc1_Ep1WP7zoHOarVye2Sm5zrQPp4-OjrmHqb4=w640-h378&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;“Dici così perché sei giovane”.&lt;br /&gt; “Da professore è facile parlarne”.&lt;br /&gt; “Certo, tu queste cose non le vivi”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’attacco &lt;b&gt;ad hominem&lt;/b&gt; comincia sempre allo stesso modo: smette di contare ciò che dici e comincia a contare chi sei. O meglio: chi l’altro decide che tu sia in quel momento e te lo rinfaccia davanti a tutti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È l&#39;attimo in cui la discussione rischia di rompersi. Non solo perché qualcuno è stato sgarbato. Quello è il meno. Il punto è che il tema inizia ad andare in secondo piano e l&#39;&lt;b&gt;identità&lt;/b&gt; viene messa al centro. L’argomento smette di essere il motore del confronto e l’immagine e la reputazione (deteriorate) diventano protagoniste.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2022/08/come-e-perche-fallisce-una-discussione.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Il litigio&lt;/a&gt; interrompe la discussione proprio quando si mette da parte il tema. E questo succede con una facilità impressionante soprattutto in pubblico, di fronte a una “moltitudine silenziosa”, che ascolta, valuta, si fa un’idea non solo di quello che diciamo, ma anche di come stiamo nel conflitto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per questo l’ad hominem è così efficace. Ti tenta verso l&#39;&lt;b&gt;autodifesa&lt;/b&gt;. Ti invita a mollare l’argomento per correre a salvare la faccia. Ti spinge a tirare fuori unghie, criniera e artigli per ripristinare, come un leone, il tuo buon nome.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Tre modi per rispondere &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando vieni colpito sul personale, di solito hai tre possibilità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;u&gt;1. Andare in metadiscussione &lt;br /&gt;&lt;/u&gt;&lt;br /&gt;La prima è &lt;b&gt;denunciare&lt;/b&gt; la scorrettezza della mossa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Mi stai attaccando sul personale, non stai rispondendo a quello che dico”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È una risposta legittima. A volte necessaria. Soprattutto quando l’altro sta usando il discredito personale come pura scorciatoia. Il problema è che non basta. Perché apre una &lt;b&gt;nuova discussione&lt;/b&gt; sulla forma della discussione. E intanto il tema iniziale continua a scivolare via. Si rischia di finire a discutere non più della questione, ma del fatto che uno ha attaccato e l’altro si è sentito attaccato.&amp;nbsp;Insomma: è una buona difesa, ma raramente è una vera ripresa della disputa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;u&gt;2. Riguadagnarsi l’argomento &lt;/u&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La seconda possibilità è migliore. Consiste nel non negare che l’altro stia tentando di portarti via il terreno, ma nel rimettere subito &lt;b&gt;al centro la questione&lt;/b&gt;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Va bene. Ho questo limite. Ma io sto sostenendo questo. Se non sei d’accordo, rispondi alla questione che ho posto”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qui fai una cosa più sottile: non insegui la provocazione, non la trasformi nel nuovo centro della scena. Rimetti &lt;b&gt;il tema sul tavolo&lt;/b&gt;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se ti dicono:&lt;br /&gt; “Da manager è facile parlare di sacrifici”,&lt;br /&gt; una risposta del secondo tipo è:&lt;br /&gt; “Può essere. Ma io sto sostenendo che questa scelta avrà queste conseguenze. Se vedi un errore, guardiamo lì.” &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se ti dicono:&lt;br /&gt; “Da cittadino del centro non puoi parlare di periferie”,&lt;br /&gt; puoi dire:&lt;br /&gt; “Il mio punto di partenza è quello che è. Ma sto facendo un’affermazione precisa su un problema pubblico. Se non regge, dimmi dove”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa seconda strada ha un pregio: impedisce all’ad hominem di &lt;b&gt;occupare il campo&lt;/b&gt;. È una forma di disciplina. E nelle discussioni pubbliche la disciplina vale molto più della prontezza. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;u&gt;3. Rielaborare il colpo come un gattino&lt;/u&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi c’è la terza possibilità. La più raffinata e anche la più difficile, spesso la più forte. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non limitarti a denunciare la mossa.&lt;br /&gt; Non limitarti neppure a riportare all’argomento.&lt;br /&gt; Prendi il tratto personale che ti viene imputato e &lt;b&gt;rielaboralo dentro&lt;/b&gt; ciò che stai dicendo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Qui entra in gioco quella chechiamo &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2019/03/la-mossa-del-gattino-lautoironia-per.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;la mossa del gattino&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;. Il punto è semplice: l’ad hominem prova a usare un tuo limite, o una tua caratteristica, come se fosse automaticamente un disvalore, un ostacolo, una prova di inaffidabilità e tenta di farti reagire come un leone per contrastare l&#39;assalto.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La mossa del gattino consiste nel fare il contrario: mostrare che proprio lì, in quella caratteristica specifica e limitata, può esserci un valore o almeno un elemento di esperienza, che rende più intelligibile quello che stai sostenendo. Non fare il leone (che non sei), sfodera &lt;b&gt;il gattino limitato che ti definisce&lt;/b&gt; e dà autenticità al tuo argomento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se ti dicono:&lt;br /&gt; “Da madre è ovvio che la pensi così”,&lt;br /&gt; puoi rispondere:&lt;br /&gt; “Certo! Essere madre mi obbliga a misurare le conseguenze concrete delle azioni, infatti sostengo che...”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se ti dicono:&lt;br /&gt; “Da freelance difendi questa posizione perché ti tocca da vicino”,&lt;br /&gt; puoi dire:&lt;br /&gt; “Proprio perché mi tocca, ci tengo a capirla bene con queste ragioni...&quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se ti dicono:&lt;br /&gt; “Da uomo non puoi capire fino in fondo questo tema”,&lt;br /&gt; una risposta-gattino non è negare il limite, ma lavorarci sopra:&lt;br /&gt; “Il mio punto di vista limitato mi costringe ad andare oltre l&#39;esperienza soggettiva, infatti sto soppesando bene questi fatti e queste ragioni...”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se ti dicono:&lt;br /&gt; “Parli così perché vieni da un contesto privilegiato”,&lt;br /&gt; puoi rispondere:&lt;br /&gt; “È proprio il privilegio che mi dà le possibilità e le risorse per dedicarmi a una questione così necessaria”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa mossa fa due cose insieme. Primo: mostra che stai &lt;b&gt;ascoltando&lt;/b&gt; anche mentre vieni attaccato. Secondo: fa vedere a chi osserva che non hai bisogno di fingerti neutrale, puro, astratto, per sostenere una posizione. Mostra che quelli che da un lato appaiono come limiti (ciò che ti manca), dall&#39;altro sono le tue qualità e caratteristiche (ciò che hai e ciò che sei). Ed è qui che il gattino diventa più credibile del leone. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Perché si chiama “mossa del gattino” &lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Quando siamo esposti, osservati, contestati, tendiamo a proiettare &lt;b&gt;un’immagine magnificata di noi stessi&lt;/b&gt;: più grandi, più compatti, più forti, più giusti di quanto siamo davvero. E proprio questa immagine ingrandita ci rende fragili. Basta un colpo ben assestato e passiamo immediatamente a difendere l’ombra del leone, perdendo per strada il gattino che sta proponendo l&#39;argomento. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mossa del gattino rinuncia all’autodifesa, resta dedicata al tema, accetta i propri limiti senza farsene schiacciare. In &lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2020/10/litigando-si-impara.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Litigando si impara&lt;/a&gt; ho proposto tre virtù da coltivare per compierla: guardarsi con un certo distacco invece di identificarsi con l’offesa, restare votati all’argomento e accettare che le nostre caratteristiche specifiche, cioè i limiti, non ci squalificano, ma ci collocano nel posto in cui siamo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed è per questo che il gattino, se ben portato in primo piano, produce un doppio effetto: migliora la &lt;b&gt;reputazione&lt;/b&gt; di chi risponde e riporta la discussione sul &lt;b&gt;contenuto&lt;/b&gt;. Non è poco. Soprattutto quando intorno ci sono persone che non sono ancora schierate e stanno cercando di capire chi, dei due, sta davvero discutendo e chi invece sta solo cercando lo scontro. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Non tutti gli ad hominem sono fallaci &lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Qui però bisogna stare attenti a una semplificazione che piace molto, ma aiuta poco: non ogni riferimento alla persona è una scorrettezza. A volte il tratto personale tirato in ballo &lt;b&gt;c’entra davvero con l’argomento&lt;/b&gt;. E allora non siamo più di fronte a un attacco evasivo, ma a un rilievo pertinente. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando la caratteristica personale messa in evidenza ha davvero a che fare con ciò di cui si sta parlando, non siamo davanti a una fallacia, ma a un &lt;b&gt;elemento pertinente&lt;/b&gt;&amp;nbsp;a cui bisogna rispondere. Se uno costruisce tutta la propria autorevolezza pubblica sulla coerenza e poi si contraddice in modo evidente, farlo notare non è “buttarla sul personale”: è mettere in questione la forza della sua posizione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se uno pontifica sulla trasparenza ma agisce nell’opacità, la sua condotta non è un dettaglio biografico esterno. Se uno parla di realtà che non conosce e usa quella distanza come se fosse neutralità, segnalare il limite non è aggressione: è precisione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli ad hominem possono essere legittimi quando non pretendono di dimostrare che una tesi è falsa, ma mettono in dubbio il fatto che la si debba accettare soltanto sulla &lt;b&gt;parola di chi la sostiene&lt;/b&gt;. È una differenza importante: una cosa è dire “hai torto perché sei tu”; un’altra è dire “la tua posizione perde forza perché quello che sei, fai o mostri incide sulla sua credibilità”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;La domanda giusta da farsi &lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Alla fine, la domanda non è soltanto:&lt;br /&gt; “Come rispondo all’attacco?” &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La domanda più utile è:&lt;br /&gt; “Questo è davvero un attacco o sta toccando un limite reale del mio punto di vista?” &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se è un attacco pretestuoso, non seguirlo. Puoi segnalarlo, puoi riguadagnare il tema, puoi perfino decidere di ignorarlo. L&#39;importante è non regalargli &lt;b&gt;il centro della scena&lt;/b&gt;. Se invece tocca un limite reale, non fare il leone. Sarebbe il modo più rapido per perdere credibilità. Lavora su quel limite, dichiaralo, circoscrivilo, integralo, rispondi lì. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché il punto, in una discussione, non è uscire immacolati. Il punto è rimanere capaci di discutere in mezzo alle distrazioni provocatorie. Insomma: non salvare te stesso, &lt;b&gt;salva il tuo argomento&lt;/b&gt;. Perché è lì che si vede se stai litigando o se stai ancora facendo qualcosa di più interessante: capire, insieme agli altri, di che cosa si sta parlando davvero.&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2026/04/quando-ti-attaccano-sul-personale-fai.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEg9AchWm3GkW_0T6YmE-FytL3GaL9_8ihDBuip5QF-A8ukyv74zRX69EAfxAoB9RDoSllihx-k1LjXppOt6XeoM4Uxyxch01X6txtCUQsxdo_Ha6wDakhMlncT-qT-Un9AUdg1oYHnjPQMOYU3oZ0HNEgc1_Ep1WP7zoHOarVye2Sm5zrQPp4-OjrmHqb4=s72-w640-h378-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-555350295383961848</guid><pubDate>Tue, 31 Mar 2026 16:34:00 +0000</pubDate><atom:updated>2026-04-01T15:02:03.902+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">guidasocial</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">social</category><title>Perché abbiamo bisogno del dissenso</title><description>&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEilUUjHyogyLtGsNVh0ZhEm-EzgBLaD3ofp5hrXP1ByTcfMVG-AYv2LmUkudjSVc8Qlkn1Jd0i30vax59LR1q9npcDrb3Mxs30ylsO08EK09DFEMlCdb5ws-_o04U5NxO2p24ypGYnbYkqjhjNyOAYTX15zXDMsmwbni4oxHrYPXaGdpxedxRdHFmqjvIs&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em; text-align: center;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;622&quot; data-original-width=&quot;1051&quot; height=&quot;379&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEilUUjHyogyLtGsNVh0ZhEm-EzgBLaD3ofp5hrXP1ByTcfMVG-AYv2LmUkudjSVc8Qlkn1Jd0i30vax59LR1q9npcDrb3Mxs30ylsO08EK09DFEMlCdb5ws-_o04U5NxO2p24ypGYnbYkqjhjNyOAYTX15zXDMsmwbni4oxHrYPXaGdpxedxRdHFmqjvIs=w640-h379&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;«Quando mi si contraddice si suscita la mia attenzione, non la mia irritazione», diceva Michel de Montaigne. Beato lui. Noi, di solito, andiamo in un’altra direzione. Quando qualcuno dissente, il primo impulso è ribadire la nostra idea, alzare il tono, dire che l’altro non ha capito nulla. Oppure scegliere la versione elegante: lasciare cadere, ghostare, archiviare la persona tra quelle che “non meritano risposta”. In entrambi i casi facciamo la stessa cosa: ci difendiamo dal &lt;b&gt;fastidio del dissenso&lt;/b&gt;.&amp;nbsp;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Perché il punto non è soltanto saper ragionare. Non basta neanche saper argomentare bene. Il punto vero arriva sul campo quando &lt;b&gt;qualcuno resiste&lt;/b&gt;. Il momento in cui dall’altra parte non c’è un pubblico che annuisce, ma una voce che dice: “non sono d’accordo, perché…”.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Lì si misura una competenza che va oltre la capacità logica e la buona argomentazione. È una dimensione ulteriore, quella che chiamo &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;https://www.francocesatieditore.com/catalogo/la-disputa-felice/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;disputa felice&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;. Cioè saper dissentire senza sbroccare. O almeno sbroccando un po’ meno. Perché puoi conoscere mille concetti su bias, sulle fallacie, sugli errori cognitivi e poi perdere il senno appena qualcuno ti contraddice sul serio. Anche il più brillante degli argomentatori, davanti alla resistenza dell’altro, può regredire in pochi secondi: irrigidirsi, ridicolizzare, smettere di capire.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Conoscere è l’arte di sentirsi leggermente scemi&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ci piace pensare che conoscere sia dire: “È come dico io, ecco le prove”. Ci piace l’idea di essere saldi, lucidi, ben piantati nelle nostre convinzioni. Dentro questa narrazione ci mettiamo l’assertività, la forza retorica, la prontezza di risposta e pure una spruzzata di sana polemica. Peccato che, molte volte, tutta questa sicurezza copra&lt;b&gt; una conoscenza fragile&lt;/b&gt;.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Perché una conoscenza che conferma quello che già conosce assomiglia più a un arredamento mentale che a una scoperta. Decora bene la stanza interiore, ma non invita a cena nessuno. La vera conoscenza arriva quando incontra una resistenza. Quando passa attraverso una &lt;b&gt;piccola umiliazione&lt;/b&gt;. Quando ti costringe a dire, con un certo imbarazzo: allora fin qui avevo capito male.
Conoscere, in fondo, somiglia a questo: sentirsi per un attimo un po’ scemi. E riconoscere quel momento come un punto da cui ripartire.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Da bambini disegnavamo il mondo con la terra marrone sotto e il cielo azzurro sopra. Ci sembrava sufficiente. Poi siamo andati a scuola e la maestra ci ha mostrato il globo terrestre. In quell’istante qualcosa si è rotto. Ci siamo detti: “Cavolo, allora il mondo è un’altra cosa”. È lì che abbiamo &lt;b&gt;incominciato a conoscere&lt;/b&gt;.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La disputa felice comincia proprio qui: quando non vivi la contraddizione come un’offesa personale, ma come un possibile nuovo punto di accesso alla realtà. Non rende il dissenso piacevole (fa schifissimo), ma almeno lo rende fecondo. Ti allena a restare dentro quella scomodità senza correre subito a richiudere tutto. 
E questa è una disciplina pratica con le sue &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/non-bastano-competenze-ci-vogliono-virtu-ecco-come-discutere-bene-per-vivere-felici/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;competenze e virtù&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;: aspettare prima della risposta immediata, lasciar lavorare il dubbio, tollerare il colpo al proprio amor proprio.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dentro di noi, in fondo, lo sappiamo: finché non ci esponiamo al dissenso, è difficile capire se stiamo davvero pensando o se stiamo soltanto &lt;b&gt;parlando bene&lt;/b&gt; di cosa pensiamo.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;L’insospettabile superiorità del terrapiattista&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Pensiamo che un terrapiattista sia un idiota. Eppure, spesso, è più attrezzato di noi. È capace di tirarti fuori decine di pseudo-argomentazioni che sostengono la sua visione del mondo. Noi, che siamo certi della terra a forma di globo, non sapremmo formulare cinque ragioni solide, ordinate, convincenti, senza &lt;b&gt;rifugiarci nel “si sa”&lt;/b&gt; o nel ricordo sbiadito di qualcosa studiato anni fa.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Molti di noi credono cose vere in modo pigro. Hanno ragione, ma non sanno bene perché. E questa è una posizione più debole di quanto ci piaccia ammettere. Il dissenso dell’altro, perfino quando appare bizzarro o infondato, svolge una funzione sempre preziosa: costringe a verificare la consistenza delle nostre convinzioni. Ci chiede se possediamo davvero ciò che diciamo di sapere oppure se lo ereditiamo per abitudine, &lt;b&gt;appartenenza&lt;/b&gt;, atmosfera culturale.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Occhio che non si tratta di dare dignità a ogni tesi. Riguarda il dare serietà (e direi serenità) alle nostre. Se una convinzione regge soltanto finché nessuno la incalza, allora forse non era così buona. Ed è qui che la disputa felice diventa &lt;b&gt;allenamento&lt;/b&gt; al pensiero critico. Perché ti chiede una cosa semplice e severa: riesci a restare lucido mentre qualcuno mette sotto pressione la tua idea? Riesci a distinguere tra il voler vincere e il voler capire?&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Di solito &lt;b&gt;sbrocchiamo&lt;/b&gt; proprio nel punto in cui la nostra certezza si scopre più esposta. Alziamo il volume quando manca la prova. Screditiamo quando fatichiamo ad argomentare. La rabbia, in questi casi, arriva come una toppa all’intelligenza ferita. Per questo chi dissente ci serve. Perché fa una cosa che gli amici della conferma raramente fanno: ci mette alla prova.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Dis-senso e dis-credito&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Come nasce un litigio? Appena il dissenso affiora, e inizia a mettere alla prova gli astanti, si fa la manovra evasiva raccontata nel Gorgia di Paltone: i due “si irritano e credono che l’altro parli per spirito di contesa contro di loro, &lt;b&gt;gareggiando per vincere&lt;/b&gt;, e non cercando ciò che è oggetto del discorso”.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dal dissenso si passa al discredito. Ora il &lt;b&gt;dis-credito&lt;/b&gt;, ha a che fare con il &lt;b&gt;credere&lt;/b&gt;, con la credenza che proiettiamo sull’altro per giudicarlo. Il &lt;b&gt;dis-senso&lt;/b&gt;, invece, ha a che fare con il sentire e con il &lt;b&gt;senso&lt;/b&gt;, con l’oggetto di controversia che ci chiede di riformulare il nostro pensiero.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Per questo, in mezzo al rumore inevitabile della polarizzazione, ogni tanto emerge qualcosa di più interessante: un frammento di sano dissenso. Una resistenza che obbliga a precisare, distinguere, scavare. La virtù, allora, non consiste nello scandalizzarsi per il fango del litigio. Consiste nel fare il &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2021/07/da-re-mida-al-cercatore-doro-ovvero.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;setacciatore&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;: scartare l’insulto, trattenere quel poco o tanto di senso che lì dentro resiste ancora.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Le tre mosse della disputa felice&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Posta la bontà dell’allenamento al pensiero critico e una volta impiegate tutte le strategie della buona argonentazione, c’è ancora molta strada da fare per:&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;1. &lt;b&gt;Adottare:&lt;/b&gt;&amp;nbsp;se sei contrario a una certa opinione, prova e elencare le ragioni che animano la controparte. Cerca di accettare in te ciò che le rende forti prima ancora che deboli. Niente fantocci, riduzioni, giudizi apodittici.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;2. &lt;b&gt;Adattare:&lt;/b&gt;&amp;nbsp;da dentro la posizione forte prova a trovare cosa non funziona. Adatta: modifica le tue formulazioni in modo che mostrino, dal punto di vista dell’altro, dove ci sono mancanze o dove bisogna aggiungere qualcosa che è sfuggito.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;3. &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;https://www.audinoeditore.it/libro/9788875275051&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Adottare adattando&lt;/a&gt; (copyright Adelino Cattani):&lt;/b&gt;&amp;nbsp;solo ora puoi mettere la firma sul tuo pensiero. Perché sai che cosa stai lasciando e perché. E quindi sai anche cosa pensi davvero. Prima, molto spesso, non stavi firmando: stavi seguendo un orientamento, una fedeltà politica, una simpatia a pelle.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ecco la felicità della disputa: ti costringe a fare una cosa che evitiamo quasi sempre: riconoscere che l’altro, perfino quando sbaglia, può contenere un pezzo di realtà che a te sfugge.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Non “fine”, ma “fin qui” (copyright Adelino Cattani)&lt;/b&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La prossima volta che qualcuno ti contraddice, prova a fare una cosa innaturale: non correre subito a blastarlo. Fermati un secondo dentro quella sensazione di resistenza. Guardala: &lt;b&gt;ha qualcosa da dirti&lt;/b&gt;.
Chiediti: che cosa sta vedendo che io &lt;b&gt;non voglio vedere?&lt;/b&gt; Oppure, più onestamente: perché questo dissenso mi agita così tanto? Forse perché mette a nudo una fragilità della mia idea. Forse perché mi tocca nell’identità. Forse perché confondo da sempre l’avere ragione con l’essere al sicuro.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Smettere di screditare e iniziare a sentire &lt;b&gt;il senso del dissenso&lt;/b&gt; resta una delle poche rivoluzioni praticabili. Anche in mezzo alle burrasche polarizzanti degli algoritmi. La disputa felice, alla fine, non ha niente di astratto: è una tecnica di igiene mentale, una forma di disciplina del carattere, un addestramento all’intelligenza quando incontra attrito.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Serve a pensare meglio. Serve ad argomentare meglio. Serve a decidere meglio. E soprattutto serve a riconoscere qual è &lt;b&gt;la mancanza&lt;/b&gt; che ci permette di v&lt;b&gt;ivere meglio in mezzo agli altri&lt;/b&gt;. E se, mentre lo capisci, ti senti un po’ scemo, rallegrati: stai finalmente capendo qualcosa di nuovo.&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2026/03/perche-abbiamo-bisogno-del-dissenso.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEilUUjHyogyLtGsNVh0ZhEm-EzgBLaD3ofp5hrXP1ByTcfMVG-AYv2LmUkudjSVc8Qlkn1Jd0i30vax59LR1q9npcDrb3Mxs30ylsO08EK09DFEMlCdb5ws-_o04U5NxO2p24ypGYnbYkqjhjNyOAYTX15zXDMsmwbni4oxHrYPXaGdpxedxRdHFmqjvIs=s72-w640-h379-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-6703725620543436639</guid><pubDate>Sun, 22 Mar 2026 08:00:00 +0000</pubDate><atom:updated>2026-03-22T12:33:13.521+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">guidasocial</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">social</category><title>Il selfie involontario: come l’autoironia può salvarci</title><description>&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjsu7mcnkjc_-ruD1m1ZEUopj-C2JJW9ix6WX4s_818lgLtBzVoUaSqqFR_Q6JeQw6Mco2rW43GswELcTF8gWgqC7AcdbvqQqiFsaWXVcWpMAkWB3xAwt9q7tqEw3bcruaDg0RpjP80zZAdH0tU_TUo-7bLISF9UzRRCfyxWcru6wGcceTTWvUwi-yCNwk&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;622&quot; data-original-width=&quot;1051&quot; height=&quot;378&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjsu7mcnkjc_-ruD1m1ZEUopj-C2JJW9ix6WX4s_818lgLtBzVoUaSqqFR_Q6JeQw6Mco2rW43GswELcTF8gWgqC7AcdbvqQqiFsaWXVcWpMAkWB3xAwt9q7tqEw3bcruaDg0RpjP80zZAdH0tU_TUo-7bLISF9UzRRCfyxWcru6wGcceTTWvUwi-yCNwk=w640-h378&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;È vero, siamo forse nell’epoca più narcisistica della storia, ma è anche vero che questa è l’era con il più grande antidoto al narcisismo che sia stato mai inventato dall’uomo: &lt;a data-preview=&quot;&quot; href=&quot;https://www.google.com/search?ved=1t:260882&amp;amp;q=define+selfie+involontario+antidoto+narcisismo&amp;amp;bbid=1392315024737426798&amp;amp;bpid=6703725620543436639&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;il selfie involontario&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Avete presente quel momento drammatico che ciascuno di noi vive ogni tanto, quando si accinge con il suo smartphone a fotografare qualcosa, apre la fotocamera e questa è rivolta dalla parte sbagliata? In quel momento di shock per la visione della propria immagine autentica, senza pose, senza preparazione, c’è una delle più importanti esperienze di &lt;a data-preview=&quot;&quot; href=&quot;https://www.google.com/search?ved=1t:260882&amp;amp;q=define+autoironia+self+perception&amp;amp;bbid=1392315024737426798&amp;amp;bpid=6703725620543436639&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;autoironia&lt;/a&gt; che l’essere umano possa fare. E ce l’ha regalata la tecnologia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Le prime immagini di sé&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Nella storia era capitata una cosa simile solo ai primissimi uomini, quelli che iniziarono a riflettersi negli specchi d’acqua. Non appena si sviluppò un minimo di cultura, invece, il “guardarsi” diventò immediatamente un’esperienza preparata e non spontanea. Ancora oggi quando ci vediamo nel riflesso di un vetro, negli specchi presenti nelle nostre case, c’è un momento prima dello sguardo (una frazione di secondo appena) che ci permette di assumere una posa accettabile, un’espressione plausibile, una faccia presentabile a noi stessi.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Persino quando la mattina ci ritroviamo in bagno con i capelli arruffati, gli occhi gonfi, la mascella slogata dagli sbadigli, anche lì il nostro corpo attua tutta una serie di micro modifiche per renderci auto-accettabili.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;L&#39;immagine fedele in HD&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel selfie involontario no. È troppo veloce, troppo ad alta risoluzione, su schermo retroilluminato retina display full color 5 pollici e antiriflesso: quella è la nostra immagine fedele, siamo noi, e non si scappa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È un momento duro, ma è anche un momento di auto-ironia preziosissimo. Se solo sapessimo farne tesoro nelle tante occasioni di comunicazione che abbiamo: prima di lanciarci in una discussione, prima di premere invio per pubblicare un commento, prima di mettere quel like... prenderci quella frazione di secondo in più per guardarci da fuori, a sorpresa, con gli occhi dell’altro. Come un bel selfie involontario mentale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Quel momento auto-ironico potrebbe salvarci da molte cose, soprattutto da noi stessi (semicit.).&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;È un tema che ho sviluppato nel mio libro &lt;a href=&quot;https://www.ilsaggiatore.com/libro/storia-sentimentale-del-telefono&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Storia sentimentale del telefono&lt;/a&gt;&amp;nbsp;dove parlo dell&#39;&lt;a data-preview=&quot;&quot; href=&quot;https://www.google.com/search?ved=1t:260882&amp;amp;q=Homo+Smartphonicus+significato&amp;amp;bbid=1392315024737426798&amp;amp;bpid=6703725620543436639&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Homo Smartphonicus&lt;/a&gt; che siamo diventati. Ne ho parlato anche nella &lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2026/03/la-gestione-del-conflitto-formatori.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;puntata di FormaToriPodcast&lt;/a&gt; dedicata alla gestione dei conflitti.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://www.ilsaggiatore.com/libro/storia-sentimentale-del-telefono&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;630&quot; data-original-width=&quot;996&quot; height=&quot;405&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjwC7koMBA7SwddtRzLEpHZij1bkOAXu256kEIiVHZk8ozq6_0qIXWO5ZrCy8M537tpjJmmMoM5iYpgfM_QIPExz0aJeeWuWRvsD33gnv6Lb3O2IJ8fG3YMBYomGRxnPfvcYY1bu0gQegeFAsUSq9NiGSyOn5idfeXaNtCIW0CN07FXxd0iznRssKVqObk=w640-h405&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2026/03/lautoironia-puo-salvarci-da-noi-stessi.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjsu7mcnkjc_-ruD1m1ZEUopj-C2JJW9ix6WX4s_818lgLtBzVoUaSqqFR_Q6JeQw6Mco2rW43GswELcTF8gWgqC7AcdbvqQqiFsaWXVcWpMAkWB3xAwt9q7tqEw3bcruaDg0RpjP80zZAdH0tU_TUo-7bLISF9UzRRCfyxWcru6wGcceTTWvUwi-yCNwk=s72-w640-h378-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-7678771990902281646</guid><pubDate>Tue, 17 Mar 2026 12:34:00 +0000</pubDate><atom:updated>2026-03-17T13:34:02.953+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">media</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>La gestione del conflitto - FormaTori Podcast</title><description>&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEhkWp00kThT6IaTCT5_vNtZ-QSwIynKMMMZPI1EWC-a7KdqeHrL8GR3RrP1yZpL7sLM426nRel-RBu2obStGaeKBxzXT37BILNwUcL3txc4IHErcFdr-nIzPH-hmZBnfEbQKlJI6b3tKu3zrhGedjE4HCl0JOZ6taOR2ZizeZFoBKIMrr-Q31-0skicWCc&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;622&quot; data-original-width=&quot;1051&quot; height=&quot;378&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEhkWp00kThT6IaTCT5_vNtZ-QSwIynKMMMZPI1EWC-a7KdqeHrL8GR3RrP1yZpL7sLM426nRel-RBu2obStGaeKBxzXT37BILNwUcL3txc4IHErcFdr-nIzPH-hmZBnfEbQKlJI6b3tKu3zrhGedjE4HCl0JOZ6taOR2ZizeZFoBKIMrr-Q31-0skicWCc=w640-h378&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Il conflitto spaventa. Viene spesso percepito come un ostacolo alla produttività e alla pace. Ma è davvero così? Ne abbiamo discusso con Daniele Cursi e Marco Vianello &lt;a href=&quot;https://open.spotify.com/episode/2HAbyN3h2IXu2WncTP9U0x&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;in questa puntata del podcast FormaTori&lt;/a&gt; (qui sotto il tool di Spotify per sentirla) mettendo a fuoco quanto sia importante distinguere nettamente tra conflitto e guerra. Mentre la guerra mira all&#39;eliminazione dell&#39;altro e rappresenta il fallimento della relazione, il conflitto nasce da differenze di opinioni, scopi o linguaggi che, se affrontate correttamente, sono il vero motore dell&#39;innovazione.&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;iframe allow=&quot;autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture&quot; allowfullscreen=&quot;&quot; data-testid=&quot;embed-iframe&quot; frameborder=&quot;0&quot; height=&quot;352&quot; loading=&quot;lazy&quot; src=&quot;https://open.spotify.com/embed/episode/2HAbyN3h2IXu2WncTP9U0x?utm_source=generator&amp;amp;theme=0&quot; style=&quot;border-radius: 12px;&quot; width=&quot;100%&quot;&gt;&lt;/iframe&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;La diversità come&amp;nbsp;risorsa&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;Abbiamo parlato di come la pluralità degli ambienti sociali e di lavoro non deve essere solo &quot;tollerata&quot;, ma articolata: le migliori idee nascono proprio da una differenza di opinioni affrontata bene, perché il confronto con l&#39;altro permette di fare quel passo avanti che da soli non faremmo mai.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Per un professionista, il &quot;come si comunica&quot; conta spesso più del &quot;cosa&quot;. L&#39;uso improprio degli strumenti digitali può generare ingiustizie e malesseri organizzativi. I messaggi vocali possono diventare &quot;ipertelefonate&quot; che invadono lo spazio altrui senza permettere replica. Chiedere pareri delicati in una mail collettiva non mette tutti gli interlocutori nella stessa condizione di poter rispondere, creando disparità e &amp;nbsp;impedendo un confronto equo che solo una riunione o una call sincrona potrebbero garantire.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Come gestire i conflitti: la contempalzione della differenza&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;Abbiamo parlato della &lt;a href=&quot;https://www.amazon.it/dp/8876676414&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Disputa Felice&lt;/a&gt; che non è un approccio buonista, ma un metodo per trasformare la contrapposizione in contraddizione. Invece di ricorrere ad attacchi personali o &quot;argomenti fantoccio&quot; (distorcere il pensiero altrui per abbatterlo), è cercare di entrare nella prospettiva dell&#39;altro per trovare una sintesi superiore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Un bagno di realtà fondamentale è la contemplazione della differenza: a volte, l&#39;esito di un dibattito non è l&#39;accordo (l&#39;onnipresente happy ending dei manuali aziendali), ma il riconoscimento di una differenza inconciliabile. Identificare questo stallo con chiarezza permette di prendere accordi pratici e organizzativi per continuare a convivere in modo produttivo senza trascinare conflitti irrisolti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Formazione: non &quot;formattazione&quot;, ma facilitazione&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Il formatore non deve essere un formattatore: occorre partire dalle persone. Un intervento efficace deve basarsi sulle aspettative e sulla vita reale dei partecipanti, non su schemi rigidi calati dall&#39;alto. Abbiamo ricordato che &quot;Chi obietta compra&quot;: le obiezioni in aula non sono minacce all&#39;autorità del formatore, ma segnali di interesse e opportunità per rifinire i contenuti. Abbiamo visto anche qualche strategia per gestire le situazioni critiche durante un corso.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;E poi l&#39;umanità della mancanza: ammettere di non sapere o mostrare le proprie mancanze non mina la reputazione del formatore, ma crea una connessione umana profonda, poiché le relazioni si costruiscono proprio su ciò che ci manca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;I due &quot;superpoteri&quot; dell&#39;autoironia&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Infine, abbiamo considerato &lt;a href=&quot;http://www.brunomastro.it/2019/11/dissentire-senza-litigare-in-cinque.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;l&#39;autoironia&lt;/a&gt;: la capacità di guardarsi da fuori. È ciò che conferisce due virtù chiave per la gestione dei confflitti: la capacità di lasciar cadere le provocazioni, disinnescando i manipolatori, e la forza di rinunciare all&#39;ultima parola, privilegiando la sostenibilità della conversazione e della relazione rispetto alla dominanza dell&#39;ego.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;In conclusione, abbiamo considerato come la gestione del dissenso non è una tecnica di &quot;difesa personale&quot; astratta, ma una forma concreta di lotta di strada comunicativa che richiede umiltà, ascolto attivo e la volontà di abitare l&#39;imperfezione delle relazioni umane per trasformarla in valore organizzativo.&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2026/03/la-gestione-del-conflitto-formatori.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEhkWp00kThT6IaTCT5_vNtZ-QSwIynKMMMZPI1EWC-a7KdqeHrL8GR3RrP1yZpL7sLM426nRel-RBu2obStGaeKBxzXT37BILNwUcL3txc4IHErcFdr-nIzPH-hmZBnfEbQKlJI6b3tKu3zrhGedjE4HCl0JOZ6taOR2ZizeZFoBKIMrr-Q31-0skicWCc=s72-w640-h378-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-3731702886195576900</guid><pubDate>Thu, 12 Mar 2026 15:33:00 +0000</pubDate><atom:updated>2026-03-12T23:08:51.823+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">guidasocial</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>Disinnsescare l&#39;odio: come superare le polarizzazioni</title><description>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEhsNK9Pb3TrSVcvKN19NkfqpaxuY7IlMZlRqNtwSpRyEFgKsNm2lQKJ3JUq4cFVGRpCj84d9NrV6LtJSLx-t5EJWYb_D8n5QON9cCJWHkcUl01sb7rleRNSddCOGhg60jDKWsIfOy99T9pHdOnTcMHaLIQfbc31wsmEfjmDk-ATJPhaoaK3e0bN-U-BDsQ&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em; text-align: center;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;650&quot; data-original-width=&quot;1098&quot; height=&quot;378&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEhsNK9Pb3TrSVcvKN19NkfqpaxuY7IlMZlRqNtwSpRyEFgKsNm2lQKJ3JUq4cFVGRpCj84d9NrV6LtJSLx-t5EJWYb_D8n5QON9cCJWHkcUl01sb7rleRNSddCOGhg60jDKWsIfOy99T9pHdOnTcMHaLIQfbc31wsmEfjmDk-ATJPhaoaK3e0bN-U-BDsQ=w640-h378&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;C’è una cattiva notizia: le polarizzazioni non si possono superare. Resteranno con noi e probabilmente aumenteranno. Aspettare che “si abbassino i toni”, che “migliori il dibattito pubblico”, che “la gente torni ragionevole” è un modo elegante per non fare niente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E allora bisogna avere il coraggio di fare il contrario: &quot;calarsi nel caos per tornare su con un po’ di senso&quot;, come ha detto Alessandra Morelli, raccontando le sue esperienze di funzionaria dell&#39;ONU per i rifugiati. È una formula che può sembrare poetica, ma in realtà è molto concreta. Perché oggi il problema non è solo che litighiamo troppo. Il problema è che ci stiamo abituando a vivere dentro contrapposizioni continue senza quasi mai entrare davvero nei conflitti che dovremmo affrontare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;La guerra è la fine (peggiore) del conflitto&lt;/b&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Una delle confusioni del nostro tempo è questa: usare “conflitto” e “guerra” come se fossero sinonimi. Nella lingua italiana questo uso è ammesso, certo. Ma nel ragionamento conviene stare attenti, perché non coincidono affatto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il conflitto è una differenza che entra nella relazione. È una tensione, un urto (come dice il Prof. Franco Vaccari), una divergenza che chiede di essere articolata. La guerra, invece, comincia quando a quella differenza non voglio più dare forma e allora scelgo una scorciatoia: la tolgo di mezzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo facciamo continuamente anche con le parole. Ogni volta che trasformiamo l’altro in una caricatura, ogni volta che lo riduciamo a una categoria, ogni volta che smettiamo di considerarlo interlocutore, stiamo già praticando una forma di eliminazione simbolica. L’odio, in questo senso, è precisamente questo: non una critica, ma l’espulsione dell’altro dallo spazio del discorso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per questo si può dire, provocatoriamente, che la guerra è la fine (peggiore) del conflitto. È il momento in cui rinunciamo a stare nella differenza e scegliamo soltanto di annientarla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Il vero guaio: ci schieriamo prima di capire&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Proviamo a fare un piccolo esperimento mentale. Vai da qualcuno e chiedigli: “Cosa pensi del reddito di cittadinanza?”. Oppure: “Che idea ti sei fatto della famiglia nel bosco?”.&amp;nbsp;La persona saprà dirti in pochi secondi come è schierata. Avrà una posizione netta. Molto sicura. Forse anche indignata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi prova a fare una seconda domanda: “Mi spieghi bene come funzionava il reddito di cittadinanza?”; oppure: &quot;Quali sono gli elementi rilevanti nel caso della famiglia del bosco?&quot;. E lì, improvvisamente, la velocità sparisce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo non è un difetto occasionale della nostra mente. È il suo funzionamento ordinario. Noi esseri umani siamo perfettamente capaci di prendere posizione anche quando non abbiamo ancora elaborato elementi sufficienti per comprendere davvero il merito di una questione. È scomodo da ammettere, ma è così. E dentro le polarizzazioni questo meccanismo si vede benissimo: ci schieriamo prima di aver fatto la fatica di capire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mente umana lavora con ciò che ha a disposizione. Se una cosa è più familiare, più visibile, più evocativa, più emotivamente carica, la usa come scorciatoia di giudizio. Non è “irrazionalità” nel senso banale del termine: è il nostro modo di orientarci nel mondo. Il problema nasce quando questa tendenza diventa un’abitudine sociale e culturale. Quando, cioè, non è più solo parsimonia cognitiva, ma caratteristica preminente di un ecosistema che la sfrutta in modo sistematico.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;iframe allow=&quot;accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share&quot; allowfullscreen=&quot;&quot; frameborder=&quot;0&quot; height=&quot;315&quot; referrerpolicy=&quot;strict-origin-when-cross-origin&quot; src=&quot;https://www.youtube.com/embed/SQU7_OR3Jmk?si=yNGoW9oSRZE5lp8s&quot; title=&quot;YouTube video player&quot; width=&quot;560&quot;&gt;&lt;/iframe&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;
  
  &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Perché &lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2024/05/siamo-nellepoca-del-litigio-continuo-ma.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;il litigio funziona&lt;/a&gt; così bene&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Se si osservano i casi di dibattito pubblico più incendiari degli ultimi anni, emergono alcune regolarità. Cambiano i temi, cambiano i protagonisti, ma la struttura è sempre quella.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;u&gt;1. Il litigio è spettacolare&lt;/u&gt;&lt;br /&gt;Quella che dovrebbe essere una discussione si trasforma rapidamente in una scena. Si parte da un tema, si finisce a guardare altro: chi sbraita, chi interrompe, chi umilia, chi perde il controllo, chi “asfalta” l’avversario. Il merito evapora. La performance resta.&amp;nbsp;Il punto diventa: “Chi ha vinto?”.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;u&gt;2. La relazione deteriorata prende il posto dell’argomento&lt;/u&gt;&lt;br /&gt;Quando una discussione degenera, il contenuto passa in secondo piano e diventa più visibile il fallimento relazionale: il tono aggressivo, il volto paonazzo, il post sgrammaticato, l’insulto, la smorfia, la battuta sprezzante. A quel punto la delegittimazione dell’altro è servita. Non importa più ciò che ha detto: importa che appaia ridicolo, isterico, arrogante, indegno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;u&gt;3. Vedere litigare dà piacere&lt;/u&gt;&lt;br /&gt;È un piacere deplorevole, ma reale. C’è una soddisfazione immediata nel vedere qualcuno soccombere, essere umiliato, ricevere il colpo decisivo. Oppure nel vedere il proprio campione “mettere a posto” il nemico. Rafforza appartenenza, ma non produce chiarimento. Non migliora la comprensione.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;La guerra senza conflitto&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Un litigio occupa minuti di trasmissione, genera clip, viene rilanciato sui social, moltiplica commenti, reazioni, condivisioni indignate. L’indignazione è rapida, identitaria, gratificante. Ti fa sentire, almeno per un istante, dalla parte giusta della storia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il prezzo, però, è alto: la realtà si riduce a pro o contro. E tutto ciò che chiede tempo, sfumatura, esitazione, mediazione, viene percepito come debolezza. Siamo arrivati a una situazione paradossale: ci sono contrapposizioni ovunque, ma pochissimo conflitto vero. Molte posizioni si fronteggiano, si insultano, si esibiscono, ma non si toccano più. È una specie di &lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2025/12/contro-il-wrestling-delle.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;wrestling delle idee&lt;/a&gt;: una lotta molto rumorosa e molto visibile, che però spesso non entra davvero nel cuore delle questioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E questo è il vero impoverimento del dibattito pubblico: non l’eccesso di conflitto, ma il suo svuotamento. Non stiamo litigando troppo perché ci diciamo troppo le cose. Stiamo litigando troppo perché non ci stiamo più dicendo quasi niente.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Tornare al conflitto, ovvero disputare&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Le polarizzazioni, da sole, non sono eliminabili. Ci saranno sempre temi divisivi, identità contrapposte, interessi divergenti, narrazioni in tensione. Non si tratta di sognare un mondo senza litigi. Si tratta di imparare ad adottare una postura diversa dentro gli scontri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E qui entrano in gioco alcuni atteggiamenti molto pratici. Si possono fare quattro azioni per immergersi nel caos, senza farsi divorare:&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1. Diventare &lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2021/07/da-re-mida-al-cercatore-doro-ovvero.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;setacciatori, non Re Mida&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Molti di noi discutono come Re Mida: tutto ciò che toccano con le proprie idee sembra oro. E se l’altro non è d’accordo, si vive la cosa come una lesa maestà. Servirebbe il gesto opposto: diventare cercatori d’oro. Un setacciatore va nel letto del fiume sapendo che troverà soprattutto fango. Lo mette nel setaccio, lo scuote con pazienza e spera che resti qualche piccola pepita d&#39;oro. Ecco, le nostre conversazioni pubbliche e private sono spesso così: piene di provocazioni, fraintendimenti, ostilità, posture, slogan, vanità, rabbia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi vuole stare nel conflitto in modo non distruttivo deve entrare lì dentro con un filtro. Non per idealizzare tutto. Non per dire che ogni opinione ha lo stesso valore. Ma per provare a capire se, in mezzo al fango, c’è qualcosa che valga la pena trattenere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Applicazione pratica: prima di replicare a un post, a un commento o a una frase che ti irrita, prova a chiederti: qual è la pepita d&#39;oro qui dentro? Qual è il punto significativo, anche se espresso male, che potrei provare a prendere sul serio? Anche solo questa domanda cambia il tono della conversazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;2. Adottare adattando&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;C’è una mossa preziosa che &lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2021/04/accettare-quando-laltro-ha-ragione.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;insegna Adelino Cattani&lt;/a&gt;: invece di contrastare subito un’idea che ci disturba, provare ad adottarla per un istante, farle spazio e poi adattarla. Non significa arrendersi. Significa uscire dalla reazione istintiva. Vuol dire provare a dire: vediamo se c’è qualcosa che posso capire e, solo dopo, a partire da questa comprensione, mi metto a riformulare, spostare, integrare, correggere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È una pratica che rallenta l’indignazione e introduce una parola che oggi rischiamo di usare poco e male: rispetto. Il rispetto non è acconsentire. Non è annacquare tutto. È esporsi alla fatica di lasciare che l’idea dell’altro entri nella nostra mente senza dover essere subito espulsa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Applicazione pratica: quando senti l’impulso a dire “questa è una sciocchezza”, prova prima con: se prendo sul serio questa posizione, qual è il problema reale a cui sta cercando di rispondere? Molte volte non condividerai la soluzione, ma capirai meglio la domanda.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;3. Imparare dal silenzio&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Il &lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2025/05/silenzio-ovvero-il-peso-del-non-detto.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;silenzio&lt;/a&gt; non è remissività. Non è cedere. Non è sparire. È una competenza. È la capacità di non riempire subito tutto con la propria voce. Spesso la violenza più elegante sta proprio nel non detto: nelle allusioni, nei sottintesi, nelle parole scelte apposta per ferire mantenendo una facciata di correttezza. Per questo il silenzio, se ben usato, è uno strumento di attenzione. Ti aiuta a far emergere ciò che nell’interazione resta implicito, marginale, secondario, ma in realtà decisivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Applicazione pratica: in una conversazione tesa, invece di preparare la tua controbattuta mentre l’altro parla, prova a restare un secondo in più sul suo argomento. E poi fai una domanda che apra, non che chiuda. Per esempio: quando dici questo, che cosa temi esattamente? Oppure: qual è il punto per te inaccettabile? A volte il conflitto vero comincia lì e non nell’insulto precedente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;4. Rinvigorire la cultura dell’errore&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Viviamo in un contesto che registra, conserva, espone, rilancia ogni sciocchezza. La fragilità è diventata &lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2024/04/se-errare-e-umano-nel-digitale-puo.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&quot;fragilità aumentata&quot;&lt;/a&gt;. E così l’errore, invece di essere ciò attraverso cui si cresce e si corregge la relazione, diventa un carburante perfetto per l’umiliazione e l’engagement. Eppure il conflitto si regge proprio su questo: sul fatto che siamo limitati, opachi, contraddittori, imperfetti. Se non facciamo pace con l’errore, non faremo mai pace neanche con il conflitto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Applicazione pratica: distingui sempre tra errore e identità. Dire “è sbagliato questo o quello” non è dire “sei sbagliato”. E accettare di aver sbagliato non è perdere faccia: è rientrare nel campo della relazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;5. Saper &lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2025/04/quando-smettere-di-discutere.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;smettere di discutere&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo punto spesso viene dimenticato, ma è cruciale: non sempre bisogna continuare a discutere. Saper stare nel conflitto è una virtù. Ma lo è anche saper riconoscere quando il conflitto non c’è più e al suo posto è rimasta solo la guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se presenti un’idea e ricevi in cambio soltanto attacchi personali, umiliazioni ripetute, delegittimazione senza argomenti, non sei in una discussione. Sei in un contesto ostile che non vuole affrontare il merito. A quel punto insistere non è coraggio: può essere accanimento sterile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Applicazione pratica: chiediti sempre se l’altra persona sta ancora rispondendo alla questione oppure sta solo cercando di neutralizzarti. Nel primo caso si può lavorare. Nel secondo, può essere saggio cambiare contesto, cambiare registro o interrompere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Vivere non polarizzati&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;La tentazione più forte, davanti a tutto questo, è sentirsi impotenti. Pensare che il problema sia troppo grande: gli algoritmi, i format televisivi, le piattaforme, le multinazionali, la cultura della sorveglianza, l’economia dell’attenzione. Tutto vero. Sarebbe ingenuo ignorarlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma sarebbe altrettanto ingenuo concludere che allora non possiamo fare niente. Ogni volta che scegliamo se schierarci prima di capire o se prenderci il tempo di articolare, ogni volta che decidiamo se alimentare il caos o setacciarlo, ogni volta che distinguiamo tra guerra e conflitto, stiamo già prendendo parte a come vogliamo costruire la qualità del mondo comune.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non siamo spettatori innocenti del disordine. Siamo sempre, in qualche misura, co-autori del clima in cui viviamo. Ed è per questo che la domanda decisiva, oggi, non è se riusciremo a superare le polarizzazioni, ma se saremo in grado di vivere in mezzo ad esse non polarizzati.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Guarda il video dell&#39;intervento al convegno&amp;nbsp;&lt;a href=&quot;https://youtu.be/rMi_yMn7TH8?t=10464&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;«Ogni comunità, “casa della pace”» (Leone XIV). Educare alla pace e alla nonviolenza&lt;/a&gt;, Brindisi 27.2.2026.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;




&lt;div style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2026/03/disinnsescare-lodio-come-superare-le.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEhsNK9Pb3TrSVcvKN19NkfqpaxuY7IlMZlRqNtwSpRyEFgKsNm2lQKJ3JUq4cFVGRpCj84d9NrV6LtJSLx-t5EJWYb_D8n5QON9cCJWHkcUl01sb7rleRNSddCOGhg60jDKWsIfOy99T9pHdOnTcMHaLIQfbc31wsmEfjmDk-ATJPhaoaK3e0bN-U-BDsQ=s72-w640-h378-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-3943580039250356102</guid><pubDate>Fri, 06 Mar 2026 13:36:00 +0000</pubDate><atom:updated>2026-03-14T15:32:42.374+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>La violenza vellutata: quando il non detto diventa dominanza</title><description>&lt;div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjp06q1-IQZmbePLAcoZhh50aYLBTxzpKC9FEA0BfvD20VfDhpsFKLJebNpGA-KgRkJ-wWKJwmVsH3Nxa4cHvt3LEWZEk5Lf2w7Llurasvd9KOm2JycHQ3En-N10y2HTDmUQz-1i2Jn_PV4z-0v2mUEz3nMn_UAa3WijxQA4MUr4K7kJU5kYviAk_1j7L0&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;622&quot; data-original-width=&quot;1051&quot; height=&quot;378&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjp06q1-IQZmbePLAcoZhh50aYLBTxzpKC9FEA0BfvD20VfDhpsFKLJebNpGA-KgRkJ-wWKJwmVsH3Nxa4cHvt3LEWZEk5Lf2w7Llurasvd9KOm2JycHQ3En-N10y2HTDmUQz-1i2Jn_PV4z-0v2mUEz3nMn_UAa3WijxQA4MUr4K7kJU5kYviAk_1j7L0=w640-h378&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;C’è una forma di violenza che non alza mai la voce. Non lascia lividi visibili. Non “sembra” neppure violenza, perché si appoggia su una superficie di apparente gentilezza, ironia, normalità. Eppure lavora: mette a tacere, svaluta, isola. È la &quot;violenza vellutata&quot; dei non detti, ne ho paralto nel volume appena uscito di Cristina Pasqualini &quot;&lt;a href=&quot;https://www.vitaepensiero.it/scheda-ebook/cristina-pasqualini/in-nome-di-giulia-9788834362235-402075.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;In nome di Giulia. Il coraggio di cambiare della Generazione Z&lt;/a&gt;&quot;.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Il “non detto” non è un dettaglio: è gran parte di ciò che comunichiamo&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Il ragionamento parte da un’idea semplice e insieme destabilizzante: il linguaggio esplicito è solo la punta dell’iceberg. Sotto, c’è il grande territorio degli impliciti: ciò che non diciamo apertamente ma che facciamo capire, lasciando all’altra persona il lavoro di “completare” il senso.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Questo è normale (anzi: è una componente fondamentale dell’efficacia comunicativa), ma proprio perché avviene “sotto soglia” può diventare una leva di aggressione indiretta. Quando gli impliciti vengono orientati strategicamente, diventano veicoli di una violenza sottile e difficilmente contestabile: “vellutata”, appunto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;L’architettura della violenza: presupposizioni e implicature&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ci sono due meccanismi chiave della pragmatica:&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;- &lt;u&gt;La presupposizione&lt;/u&gt;: un contenuto dato per “vero”, ma non esplicitato, inserito come sfondo condiviso. Proprio perché non viene affermato frontalmente, spesso non viene neppure discusso.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;- &lt;b&gt;L&#39;implicatura&lt;/b&gt;: il significato che l’altra persona inferisce perché si aspetta cooperazione nella conversazione; quando qualcosa “manca”, il ricevente colma il vuoto e diventa co-autore del senso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È qui che la discriminazione può fare il suo lavoro “senza esporsi”: non come attacco frontale, ma come dato di fatto, allusione, cornice.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Tre esempi&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il testo riporta tre scene che mostrano la meccanica:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In coppia (chat): «Sei entrata in modalità femminile e vedi problemi dove non ci sono».&lt;br /&gt;Qui la presupposizione è che viene dato per scontato che esista una “modalità femminile” associata a scarsa razionalità. Il punto non è l’argomento: è screditare la competenza dell’interlocutrice prima ancora di discuterne. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sui social (commento pubblico): «Cara Francesca, di solito sei così brillante, ma…».&lt;br /&gt;Il “cara” rimpicciolisce; “di solito sei brillante” implica il contrario rispetto a ciò che stai dicendo ora: qui non lo sei. La critica si rafforza non con argomenti, ma con una posizione di dominanza. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al lavoro (riunione): «Non si senta in minoranza, siamo tra professionisti».&lt;br /&gt;È un’assegnazione forzata di debolezza: presuppone un disagio non espresso, collocando l&#39;interlocutrice in una posizione di difetto prima ancora che possa parlare. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;I “vizi” pragmatici che tornano sempre&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questi esempi mergono tre manovre distruttive tipiche:&lt;br /&gt;1. Attacco ad hominem: si colpisce una caratteristica personale invece di discutere il merito.&lt;br /&gt;2. Giudizio sprezzante: il difetto viene “internalizzato” (non sei brillante) e la critica prende forza da elementi estranei alla prova.&lt;br /&gt;3. Fraintendimento intenzionale: attribuire all&#39;interlocutrice emozioni o intenzioni non manifestate per controllare la relazione, travestendo tutto da cooperazione conversazionale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da notare un punto importante: gli impliciti non sono il male. Diventano problematici quando producono effetti distruttivi e asimmetrie indebite.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Dalla consapevolezza alla virtù: educare agli impliciti&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Il punto è che non basta “stare attenti alle parole”. Serve anche curare il non detto. Su questo si possono coltivare tre virtù, molto operative:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Ascolto e riconoscimento di presupposizioni e implicature: imparare a sentire “che mondo” viene dato per scontato e come vengono collegate le cose nel discorso. Sia da noi stessi che da chi ci circonda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Esplicitazione per la riparazione: allenarsi ad argomentare e rendere esplicite le ragioni, usando anche i fraintendimenti come occasione per far emergere la parte sommersa dell’iceberg. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Curiosità e umiltà intellettuale: ridurre la sovra-interpretazione soggettiva e la proiezione delle proprie conclusioni sull’altro, accettando che l’altro è differenza e che non possiamo sapere già cosa intenda o come stia reagendo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il punto d’arrivo è una definizione di maturità comunicativa centrale soprattutto nelle dinamiche digitali: passare da una comunicazione automatica e normativa a una comunicazione responsabile, capace di riconoscere e disinnescare le forme di violenza che, proprio perché non dette, rischiano di passare inosservate.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEh7Pl3C-gXIe1mtPsxAZWpJA_bI5-IynQmVS8uo0Gb5KKB13VJksf1YjVZ0daFc_O2fKQI6AQt2TtovuvmR1MB4YOetpvKP3j6xpaU2AaMEoX-WUA8BrZR4y98G7v5M6VpbXYbZ8jHF7ITeJ2jsh9EXSWs03bHdVNOzH77mFYU6Fw0bmoUIObGRrYduo0c&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;847&quot; data-original-width=&quot;600&quot; height=&quot;400&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEh7Pl3C-gXIe1mtPsxAZWpJA_bI5-IynQmVS8uo0Gb5KKB13VJksf1YjVZ0daFc_O2fKQI6AQt2TtovuvmR1MB4YOetpvKP3j6xpaU2AaMEoX-WUA8BrZR4y98G7v5M6VpbXYbZ8jHF7ITeJ2jsh9EXSWs03bHdVNOzH77mFYU6Fw0bmoUIObGRrYduo0c=w283-h400&quot; width=&quot;283&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Il libro, nel suo insieme, cosa prova a fare?&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&quot;In nome di Giulia. Il coraggio di cambiare della Generazione Z&quot; è un ebook (Vita e Pensiero / Istituto Toniolo) curato da Cristina Pasqualini con diversi contributi, nato all&#39;interno di una ricerca sociale avviata dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’impianto è chiaro: dare parola ai giovani (18–34 anni) e, insieme, costruire un quadro competente e multidisciplinare che aiuti a leggere stereotipi, violenze vecchie e nuove, e soprattutto strade di prevenzione e cambiamento. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Com’è organizzato&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’introduzione spiega che il volume è pensato come un percorso in tre parti: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;u&gt;La voce della Generazione Zeta&lt;/u&gt;: capitoli costruiti intrecciando dati quantitativi e qualitativi, con focus su famiglie, stereotipi, misoginia nei media/social e trap, relazioni sane/tossiche, violenza (anche online), femminicidio di Giulia, prevenzione e mobilitazione (“Per Giulia bruceremo tutto”). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;u&gt;La voce esperta&lt;/u&gt;: contributi di studiose e studiosi su patriarcato, sessismo, violenza digitale, giustizia riparativa, educazione sessuo-affettiva, manosfera, modelli maschili, femminicidi e rappresentazioni sociali. In questo “affresco”, il saggio sulla violenza vellutata sta come lente preziosa per capire le micro-dinamiche attraverso cui il potere passa anche quando non sembra. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;u&gt;La voce degli studenti di Sociologia&lt;/u&gt;: studi di casi su femminismo e attivismi, con un’attenzione particolare anche all’attivismo maschile e ai percorsi di consapevolezza. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Il filo rosso: un cambiamento desiderato (e praticato)&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Nell’introduzione c’è un’idea forte: la Generazione Z non sta solo “assistendo” al cambiamento, lo cerca e lo desidera in modo esplicito, anche come alleanza tra uomini e donne—per un “nuovo umanesimo” di reciprocità e responsabilità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2026/03/la-violenza-vellutata-quando-il-non.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjp06q1-IQZmbePLAcoZhh50aYLBTxzpKC9FEA0BfvD20VfDhpsFKLJebNpGA-KgRkJ-wWKJwmVsH3Nxa4cHvt3LEWZEk5Lf2w7Llurasvd9KOm2JycHQ3En-N10y2HTDmUQz-1i2Jn_PV4z-0v2mUEz3nMn_UAa3WijxQA4MUr4K7kJU5kYviAk_1j7L0=s72-w640-h378-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-4036450826152326583</guid><pubDate>Tue, 03 Mar 2026 13:17:00 +0000</pubDate><atom:updated>2026-03-03T14:17:36.937+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">media</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">social</category><title>Ancora con la gentilezza?</title><description>&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjK39H6ezZ6Sb_QvH2mJgEe28izqZe218vkyvZa_700JroMKcTFTz3RxPE9i6Gsy8tUTHisOVEQ7D1cfFpvT_Min_jvusJGMhZlU-DUkAln5sJHCyVMbAga8vUjMjngul-QNYFM8-YJY39t5CWr8JK2DsesJZwXek06XOQpRKckDdoAmRF0Z2ve-49bOoQ&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;678&quot; data-original-width=&quot;1146&quot; height=&quot;378&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjK39H6ezZ6Sb_QvH2mJgEe28izqZe218vkyvZa_700JroMKcTFTz3RxPE9i6Gsy8tUTHisOVEQ7D1cfFpvT_Min_jvusJGMhZlU-DUkAln5sJHCyVMbAga8vUjMjngul-QNYFM8-YJY39t5CWr8JK2DsesJZwXek06XOQpRKckDdoAmRF0Z2ve-49bOoQ=w640-h378&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;La guerra. Trump. Le ondate d&#39;odio sui social. E ancora con la gentilezza stiamo? A cosa serve? Non sposta niente. Non fa vincere. Anzi: sembra la strategia perfetta per farsi mettere i piedi in testa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eppure no.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il punto è che spesso chi dice “la gentilezza non serve” sta incorrendo in un equivoco: scambia la gentilezza per remissività. Cioè per quell’atteggiamento in cui si lascia correre, si abbassa la testa e si fa un passo indietro per quieto vivere. Se gentilezza significasse questo, sarei d’accordo: sarebbe una pessima idea coltivarla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solo che la remissività non è gentilezza. È, semmai, una mancanza di essa.&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Gentilezza non è cortesia&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;C’è una confusione comune: scambiare la gentilezza per cortesia. La cortesia è forma: tono educato, parole scelte, stile “a modo”. Ma possiamo essere impeccabili nella forma e devastanti nella sostanza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Quante volte abbiamo visto persone cortesissime che però calpestano gli altri con eleganza? Che non alzano la voce ma controllano tutto? Ti sorridono mentre ti tolgono spazio? Quella non è gentilezza. È un involucro cortese che nasconde una sostanza guerrafondaia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La gentilezza assomiglia di più a una virtù. E una virtù, in senso classico, è un “giusto mezzo”: non un compromesso debole, ma una posizione stabile tra due estremi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;I due estremi: “mi ritiro” e “invado”&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se la gentilezza è un giusto mezzo, allora ha due opposti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) L&#39;accondiscendenza (eccesso)&lt;br /&gt;Dai all’altro più spazio di quanto sia giusto. Ti fai invadere. Ti adatti. Ti sposti. Spesso lo fai non perché sei buono, ma perché vuoi evitare la fatica, il conflitto, l&#39;attrito. È una scorciatoia: cedi il tuo spazio, “basta che finisca”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2) Il solipsismo (difetto)&lt;br /&gt;All’estremo opposto c’è chi occupa tutto. Invade. Pretende. Spinge. Anche in questo caso è una scorciatoia: ottenere prima, con meno tempo, meno ascolto, meno mediazione. La versione muscolare del “tanto decido io”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono estremi perché in entrambi i casi stai rinunciando a una parte fondamentale della vita umana: stare bene in mezzo agli altri. Non esiste solo il tuo spazio da difendere, né solo quello degli altri da subire. Esiste la convivenza: lo spazio condiviso, che poi è quello che dà forma alle nostre vite. Ecco la gentilezza: sapere stare in quello spazio senza sparire e senza schiacciare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Il gentile sa stare nelle differenze&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Una persona davvero gentile non è quella che dice sempre sì. È quella che sa riconoscere le differenze, non diventa aggressiva quando le difende, non diventa remissiva quando le subisce. Il gentile “sta in mezzo” e resiste, ma non a pugni: resiste articolando, argomentando, interagendo. Fa una cosa difficile: non semplifica l’altro in un nemico e non semplifica sé stesso in una vittima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E in fondo lo sappiamo, perché la gentilezza è piena di gesti piccoli ma efficaci. Aprire una porta e far passare l’altro non è solo educazione: è dire, senza parole, “so che esisti anche tu”. È un segnale di consapevolezza della presenza reciproca. Una forma minima di protezione: “siamo qui insieme”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Perché oggi serve più che mai&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;La gentilezza non è buonismo. Non è condiscendenza. È antidoto a quello che stiamo respirando ovunque: un clima di aggressività costante che consuma fiducia, accorcia le conversazioni, rende tutto una gara (in perdita).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando l’ambiente è aggressivo, succede una cosa precisa: molte persone smettono di sostenere davvero ciò che pensano. Non perché hanno cambiato idea, ma perché non vale lo sforzo. Si ritirano. O diventano ciniche e rispondono con la stessa moneta aggressiva e si polarizzano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La gentilezza, invece, allarga lo spazio. E quando lo spazio si allarga, diventa più facile far emergere i conflitti, dissentire senza distruggere, affrontare le differenze senza umiliare o essere umiliati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Tre scene in cui la gentilezza cambia tutto (senza fare rumore)&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;1) Il capo che non strilla&lt;br /&gt;Non ottiene risultati perché “è buono”. Li ottiene perché segue, dà feedback, ascolta, coinvolge. La produttività non nasce dalla paura: nasce dall’attenzione e dalla chiarezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2) La riunione di condominio&lt;br /&gt;Il classico teatro: antipatie, sospetti, “io pago e quindi decido”. Poi qualcuno si mette lì e prova a fare una cosa rara: distinguere i punti, articolare le differenze, tenere insieme. Non fa scena. Però cambia la temperatura della stanza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3) Un commento sui social&lt;br /&gt;Ti aspetti la rispostaccia. Arriva invece qualcuno che ti contraddice ma ti ascolta, risponde argomentando, non ti riduce a caricatura. Anche solo per un attimo, cambia quell’ambiente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono trasformazioni silenziose e proprio per questo spesso non le contiamo. Ma se guardi bene la tua esperienza, quante volte la differenza non l’ha fatta l’urlo… ma la presenza gentile di qualcuno?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Gentilezza pratica: non un’idea, ma un’abilità da allenare&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;C’è un problema: la gentilezza ha molti credenti e pochi praticanti. Se ne parla tanto, la si cita volentieri, ma poi nel momento reale - quando ti sale la risposta pronta, quando ti senti attaccato, quando hai fretta - sparisce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché la gentilezza non è una teoria: è più simile al saper andare in bicicletta che al conoscere la fisica delle ruote. Una virtù è così: si acquisisce praticandola. E allora, più che dire “sono gentile”, la domanda utile è: come si fa, concretamente, a diventare gentili?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;La gentilezza che trasforma&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Con &lt;a href=&quot;https://www.linkedin.com/in/rossana-parrinello-7325196/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Rossana Parrinello&lt;/a&gt; stiamo portando in varie aziende un corso pratico sulla gentilezza che inizia proprio dalla domanda: &quot;che cos&#39;è per voi la gentilezza?&quot;. Le risposte dei partecipanti, di volta in volta, ci hanno sempre sorpreso. Ci hanno fatto mettere a fuoco che, alla fine,&amp;nbsp;la domanda non è se la gentilezza serva o meno, ma quanta fatica siamo disposti a fare per restare umani, proprio quando sarebbe più comodo non esserlo?&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2026/03/ancora-con-la-gentilezza.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjK39H6ezZ6Sb_QvH2mJgEe28izqZe218vkyvZa_700JroMKcTFTz3RxPE9i6Gsy8tUTHisOVEQ7D1cfFpvT_Min_jvusJGMhZlU-DUkAln5sJHCyVMbAga8vUjMjngul-QNYFM8-YJY39t5CWr8JK2DsesJZwXek06XOQpRKckDdoAmRF0Z2ve-49bOoQ=s72-w640-h378-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-5831835815907337872</guid><pubDate>Thu, 19 Feb 2026 09:28:00 +0000</pubDate><atom:updated>2026-02-19T10:48:26.640+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Intelligenza Artificiale</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">media</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>L’IA ci interroga su chi siamo davvero</title><description>&lt;br /&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEiNAeA5Hivo7QAcO6xoIG2o2BOWN2Bdm1FZ6SB8fHJMMDdRRi0dJF4I820GC_M22SqhIXeNYrilBuhXOhJmv02EQFiiOihvAnhqbteCxYgoWE_Tv3H9TZ3k7h2smRgc3yROmM2Kc75SHmW1DTE4xvvWiQNeXn5DalmoragwC6bk_40BSr2kLYEizKzK654&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;226&quot; data-original-width=&quot;382&quot; height=&quot;378&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEiNAeA5Hivo7QAcO6xoIG2o2BOWN2Bdm1FZ6SB8fHJMMDdRRi0dJF4I820GC_M22SqhIXeNYrilBuhXOhJmv02EQFiiOihvAnhqbteCxYgoWE_Tv3H9TZ3k7h2smRgc3yROmM2Kc75SHmW1DTE4xvvWiQNeXn5DalmoragwC6bk_40BSr2kLYEizKzK654=w640-h378&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Nel fragore mediatico che circonda l’&lt;b&gt;intelligenza artificiale&lt;/b&gt; — tra promesse di efficienza illimitata e timori apocalittici — undici esperti in diversi campi hanno lavorato su &lt;b&gt;11 parole&lt;/b&gt;:&amp;nbsp;benessere, competenza, conoscenza, consapevolezza, equità e accessibilità, formazione, mercati, responsabilità, sicurezza, silenzio, umanità.&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;font-family: Calibri, sans-serif; margin: 0cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;, serif;&quot;&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Le riflessioni sono raccolte nel volume &quot;L’Alternativa all’Intelligenza Artificiale: 10 parole (+1) per il futuro&quot; (EDUSC), curato da &lt;a href=&quot;https://giovannitridente.substack.com&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Giovanni Tridente&lt;/a&gt;. Non è un manuale tecnico, ma una riflessione a più voci che pone una sfida: prima di chiederci cosa le macchine possano fare, dobbiamo domandarci &lt;b&gt;chi siamo noi&lt;/b&gt; e quale idea di umano intendiamo custodire in questo mondo digitale.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;La virtù del Silenzio in un mondo di contenuti generati&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi sono occupato della parola &lt;b&gt;Silenzio&lt;/b&gt;. In un’epoca in cui l’IA inonda i nostri schermi di testi e immagini, &lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2025/10/il-silenzio-e-lintelligenza-artificiale.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;il silenzio non è semplice assenza di parole&lt;/a&gt;, ma il luogo dove risiedono le premesse implicite e i criteri non dichiarati delle nostre conversazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Essendo progettata per compiacerci e rispondere sempre, la macchina, se non gli viene richiesto, non mette in discussione i nostri presupposti, rischiando di alimentare una pericolosa &lt;b&gt;pigrizia cognitiva&lt;/b&gt;. La vera alternativa umana sta dunque nell’&quot;&lt;b&gt;estrarre dal silenzio&lt;/b&gt;&quot; ciò che diamo per scontato: chiarire perché chiediamo qualcosa, con quali dati e per quale scopo. Solo così la tecnologia diventa un amplificatore delle nostre capacità e non una &quot;stampella&quot; che atrofizza il pensiero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Oltre la tecnica: un percorso di competenza e responsabilità&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Il libro si dipana attraverso parole chiave che mettono a nudo i nodi reali della nostra convivenza con gli algoritmi. &lt;b&gt;Competenza&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Conoscenza&lt;/b&gt;: non basta saper usare gli strumenti; la competenza è comprendere i meccanismi che li governano per distinguere la verità dalla mera &quot;plausibilità&quot; linguistica, come sostiene Walter Quattrociocchi. La conoscenza, come suggerisce Piero Dominici, resta un processo complesso e relazionale che non può essere ridotto a sequenze di dati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Responsabilità&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Benessere&lt;/b&gt;: assumere una posizione attiva significa &quot;rispondere&quot; alla tecnologia (Responsabilità) e progettare ambienti digitali che favoriscano il fiorire dell’individuo (Benessere), senza delegare alle macchine il senso e il giudizio, come traspare dalle riflessioni di Luca Peyron e Falvia Marcacci. Secondo Veronica Del Priore, che ha curato la voce &lt;b&gt;Mercati&lt;/b&gt;, l’IA non è un sostituto, ma un potenziatore che ridefinisce il ruolo e la creatività dell’uomo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Formazione e sicurezza per coltivare la consapevolezza&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Sicurezza&lt;/b&gt; ed &lt;b&gt;Equità&lt;/b&gt;: per Luca Sambucci la fiducia nel futuro passa per la protezione dei sistemi (Security) e la salvaguardia delle persone (Safety), garantendo che l’accessibilità rimanga un diritto universale e non un privilegio per pochi, come sottolinea Roberto Scano.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;In un&#39;epoca di &lt;b&gt;crisi sovrapposte&lt;/b&gt; che rendono obsolete le nostre &quot;mappe&quot; interpretative, la &lt;b&gt;Formazione&lt;/b&gt; smette di essere un semplice strumento per &quot;trovare un posto&quot; e diventa la condizione essenziale per &quot;stare nel mondo&quot;, scrive Susanna Sancassani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Consapevolezza&lt;/b&gt;, quindi, secondo Massimiliano Padula, è la maturità umana e sociale necessaria per superare la dicotomia tra rischi e benefici, permettendo di abitare consapevolmente l&#39;ipercomplessità del digitale&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;L&#39;Umanità come criterio guida&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Tutte queste traiettorie convergono verso la parola &quot;+1&quot;: &lt;b&gt;Umanità&lt;/b&gt;. Giovanni Tridente ci ricorda che l’intelligenza artificiale, per quanto potente, resta uno strumento privo di coscienza e interiorità. La sfida è &quot;umanizzare il digitale&quot;, facendo in modo che l’umanità resti l’agente guida, capace di poesia, ironia e, soprattutto, di incontro reale.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&quot;L’Alternativa all’Intelligenza Artificiale&quot; è un invito a &lt;b&gt;non accontentarsi&lt;/b&gt; di soluzioni rapide. È una lettura indispensabile per chiunque — educatore, professionista o semplice cittadino — senta il bisogno di una bussola per orientarsi nel presente. Non offre ricette pronte all’uso, ma &lt;b&gt;strumenti per non subire &lt;/b&gt;l’innovazione come un destino ineluttabile e iniziare ad abitarla con consapevolezza e libertà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Autrici e autori&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• &lt;b&gt;Giovanni Tridente&lt;/b&gt; (Curatore): Professore Associato di Analisi dell’informazione presso la Facoltà di Comunicazione Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce, dove è anche Direttore dei Servizi di Comunicazione. La sua attività di ricerca si concentra sui rapporti tra media e religione, sulla comunicazione digitale nella Chiesa e sulle implicazioni etiche ed educative dell’intelligenza artificiale. È curatore e autore di diverse pubblicazioni sull’intersezione tra fede, giornalismo e tecnologie emergenti e cura una propria newsletter settimanale su Substack.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;• &lt;b&gt;Flavia Marcacci&lt;/b&gt;: Professoressa Associata di Storia delle scienze e delle tecniche nel corso di laurea di Filosofia dell’Informazione all’Università di Urbino. Si interessa di storia e filosofia della scienza, con particolare attenzione alla storia della logica e dell’astronomia. Fa parte del Consiglio direttivo della Società italiana di Storia della Scienza.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;• &lt;b&gt;Walter Quattrociocchi&lt;/b&gt;: Professore Ordinario presso l’Università Sapienza di Roma, dove dirige il Center of Data Science and Complexity for Society (CDCS). I suoi ambiti di ricerca includono la data science, la network science, le scienze cognitive e la modellizzazione data-driven dei processi dinamici nelle reti complesse. Vanta un’ampia produzione scientifica pubblicata su riviste di primo piano come Nature e PNAS e ha recentemente coniato il fenomeno dell’epistemia in rapporto all&#39;IA.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;• &lt;b&gt;Piero Dominici&lt;/b&gt;: Professore con titolo di Full Professor (MUR), sociologo, filosofo, educatore e systems thinker. È Direttore Scientifico del Programma Internazionale di Ricerca e Formazione CHAOS e Presidente Esecutivo del Consiglio di Amministrazione dell’International Engineering and Technology Institute (IETI). È Professore Associato all’Università di Perugia, dove insegna temi legati alla complessità, alla sociologia della comunicazione e all&#39;intelligence.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;• &lt;b&gt;Massimiliano Padula&lt;/b&gt;: Sociologo e docente stabile di Scienze della comunicazione sociale presso l’Istituto Pastorale Redemptor Hominis della Pontificia Università Lateranense. Insegna inoltre Introduzione ai Peace studies e Sociologia dei processi culturali e comunicativi. È Professore Invitato di Sociologia presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’educazione Auxilium di Roma e autore di numerose pubblicazioni scientifiche.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;• &lt;b&gt;Roberto Scano&lt;/b&gt;: Esperto internazionale di accessibilità informatica e competenze digitali, oltre che Presidente di IWA Italy. Rappresenta l’Italia in tavoli europei (CEN / ETSI) per lo sviluppo di standard tecnici per il web e l&#39;accessibilità. Lavora come consulente e formatore per enti pubblici e privati ed è l&#39;autore della voce “Accessibilità informatica” per l’Enciclopedia Treccani.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;• &lt;b&gt;Susanna Sancassani&lt;/b&gt;: Head of Unit di METID (MEtodi e Tecnologie Innovative per la Didattica) presso il Politecnico di Milano, dove insegna Teaching methodologies e si occupa di faculty development. Pioniera dell’apprendimento digitale in Italia, è membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di e-Learning (SieL) e di vari comitati internazionali.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;• &lt;b&gt;Veronica Del Priore&lt;/b&gt;: Professionista esperta in marketing digitale e strategia AI, specializzata nella comunicazione B2B e B2C e nelle tecnologie per la user experience. Guida progetti che integrano l&#39;IA per migliorare l’interazione uomo-macchina. È Ambasciatrice di Donne 4.0 e Responsabile AI di USiena Alumni Association.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;• &lt;b&gt;Luca Peyron&lt;/b&gt;: Presbitero diocesano, giurista e teologo. È referente per la pastorale della cultura tecno scientifica e coordina il servizio per l’Apostolato Digitale dell’Arcidiocesi di Torino. Insegna Teologia presso l’Università Cattolica di Milano e il suo lavoro si focalizza sul rapporto tra digitale, fede e società.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;• &lt;b&gt;Luca Sambucci&lt;/b&gt;: Esperto di cybersecurity e intelligenza artificiale con oltre 30 anni di esperienza nello studio degli attacchi tecnologici. Si occupa di AI Security con la sua startup Noctive Security e ha collaborato con il Governo italiano e la Commissione europea. È membro del Board industriale dell’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;• &lt;b&gt;Bruno Mastroianni&lt;/b&gt;: Filosofo, giornalista e formatore esperto in gestione dei conflitti e del dissenso. Consulente di strategie di comunicazione digitale per iniziative culturali e televisive, è docente di Teoria e pratica dell’argomentazione digitale all’Università di Padova.&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2026/02/lia-ci-interroga-su-chi-siamo-davvero.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEiNAeA5Hivo7QAcO6xoIG2o2BOWN2Bdm1FZ6SB8fHJMMDdRRi0dJF4I820GC_M22SqhIXeNYrilBuhXOhJmv02EQFiiOihvAnhqbteCxYgoWE_Tv3H9TZ3k7h2smRgc3yROmM2Kc75SHmW1DTE4xvvWiQNeXn5DalmoragwC6bk_40BSr2kLYEizKzK654=s72-w640-h378-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-2958806538387775973</guid><pubDate>Mon, 09 Feb 2026 18:43:00 +0000</pubDate><atom:updated>2026-02-17T12:26:09.304+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">guidasocial</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">media</category><title>Cosa pensano i ventenni del dibattito pubblico?</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEg-y8R3ASatqxqN1vuCDg2iqhDOs4rSNZqA8UXX_J-q3vFjvtIUnHUgopE53gi7C_4KdVvURDRHbQkEBIYICHL8_fewKelV5KCYX4DUVNPD6mMF5j8GYJiKYYQJttuQ5XBlK5Ew73Y_k_39AM8L_pXaf4Fqxz18P7atQZfWHo04lxxqS7HAtxdZtkVS8ME&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em; text-align: center;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;300&quot; data-original-width=&quot;600&quot; height=&quot;320&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEg-y8R3ASatqxqN1vuCDg2iqhDOs4rSNZqA8UXX_J-q3vFjvtIUnHUgopE53gi7C_4KdVvURDRHbQkEBIYICHL8_fewKelV5KCYX4DUVNPD6mMF5j8GYJiKYYQJttuQ5XBlK5Ew73Y_k_39AM8L_pXaf4Fqxz18P7atQZfWHo04lxxqS7HAtxdZtkVS8ME=w640-h320&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Nell’ultimo semestre con circa 100 studenti dell’Università di Padova abbiamo analizzato 35 casi e format del confronto mediatico (talk, social, “duelli” virali) e abbiamo provato a rispondere a una domanda semplice: qual è lo stato di salute del dibattito pubblico?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ne è uscito un quadro netto: spesso lo scontro diventa spettacolo, la discussione si trasforma in performance, gli algoritmi spingono verso polarizzazioni e indignazione facile. Ma la parte più interessante è un’altra: i ragazzi non si sono fermati alla diagnosi e ma hanno messo a fuoco quattro “virtù” pratiche per vivere tra le polarizzazioni senza polarizzarsi:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- setacciare invece di farsi distrarre dal rumore degli attacchi;&lt;br /&gt;- adottare e poi adattare (criticando dall’interno le cornici altrui);&lt;br /&gt;- semplificare senza ridurre;&lt;div&gt;- non cedere all’indignazione, ma capire le ragioni dell&#39;inaccettabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Per leggere il report completo recupera &lt;a href=&quot;https://dem.mondocomplesso.it/newsletter&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;la newsletter di Mondo Complesso&lt;/a&gt;&amp;nbsp;dove &lt;a href=&quot;https://www.instagram.com/joecasini/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Joe Casini&lt;/a&gt; mi ha ospitato per il numero dell&#39;8 febbraio.&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2026/02/cosa-pensano-i-ventenni-del-dibattito.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEg-y8R3ASatqxqN1vuCDg2iqhDOs4rSNZqA8UXX_J-q3vFjvtIUnHUgopE53gi7C_4KdVvURDRHbQkEBIYICHL8_fewKelV5KCYX4DUVNPD6mMF5j8GYJiKYYQJttuQ5XBlK5Ew73Y_k_39AM8L_pXaf4Fqxz18P7atQZfWHo04lxxqS7HAtxdZtkVS8ME=s72-w640-h320-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-1669922805085489668</guid><pubDate>Mon, 26 Jan 2026 16:30:00 +0000</pubDate><atom:updated>2026-01-26T17:30:58.458+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>Se io dico senza dire, tu leggi tra le righe?</title><description>&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEgRkHx4DGLwHGXv7zEy5a8MoJOb3bJTcS1_YU5BgFzR42hIMOw07A-VvKZMqDDRQwjsufBZzXaT7wfXMkKFjsloxBHUj5m9ROq_q-YBF6tHWohBd93xgbKGqZgdr25I4zh9Nai82LdymCxPrhhJFw3dGgILQjhCbPR5lh-bbsXeBqYBB3SHuKrL-swDfLM&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em; text-align: center;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;710&quot; data-original-width=&quot;1200&quot; height=&quot;378&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEgRkHx4DGLwHGXv7zEy5a8MoJOb3bJTcS1_YU5BgFzR42hIMOw07A-VvKZMqDDRQwjsufBZzXaT7wfXMkKFjsloxBHUj5m9ROq_q-YBF6tHWohBd93xgbKGqZgdr25I4zh9Nai82LdymCxPrhhJFw3dGgILQjhCbPR5lh-bbsXeBqYBB3SHuKrL-swDfLM=w640-h378&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;di Bruno Mastroianni, tratto da un articolo pubblicato in &quot;&lt;a href=&quot;https://italianistyka.uw.edu.pl/wp-content/uploads/2025/12/Vol_I_Zaleska%20-%20Fiorentino.pdf&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Lingua come bene culturale, vol. I, Lingua, retorica, didattica&lt;/a&gt;&quot;, 2025.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nelle conversazioni quotidiane il “non detto” è spesso più rilevante di ciò che è esplicitato. Un peso che aumenta nelle interazioni digitali dove la maggior parte dei processi di inferenza è dovuto al migliore o peggiore uso e interpretazione degli impliciti. In questo articolo, a partire dall’analisi di alcune interazioni critiche su piattaforme digitali, si trarranno spunti per prospettive educative sul patrimonio della lingua “non scritta” nelle interazioni online e della capacità di quest’ultima di favorire o compromettere la comprensione e, di conseguenza, la convivenza tra esseri umani.&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Dire senza dire e &quot;scrivere senza scrivere&quot;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Esiste un meme diffuso su internet che, con tono ironico, mette in scena una conversazione WhatsApp tra un uomo e una donna, presumibilmente fidanzati.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEi4-GsI-Wo2RTIjqAZiwowYNzFBAbpuTGXLFL9wV4dRN_tkNkf9EHHZyRvL6x85N5jajlqr7qvDysvqdu6xJTww26FmptlYAAY-BG7rQ6-9GRevIAShwGkQ3YK9zdq6d5xnUeFIeXwBMkyQ6w25iw6oMhvXeNVHoQOCgDI-qs0Yna-xf_7N3TvDzxKrxoA&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;1080&quot; data-original-width=&quot;948&quot; height=&quot;400&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEi4-GsI-Wo2RTIjqAZiwowYNzFBAbpuTGXLFL9wV4dRN_tkNkf9EHHZyRvL6x85N5jajlqr7qvDysvqdu6xJTww26FmptlYAAY-BG7rQ6-9GRevIAShwGkQ3YK9zdq6d5xnUeFIeXwBMkyQ6w25iw6oMhvXeNVHoQOCgDI-qs0Yna-xf_7N3TvDzxKrxoA=w352-h400&quot; width=&quot;352&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si tratta di una sequenza di interazioni fallimentari: l’interlocutore A (messaggi verdi) è maschio, l’interlocutrice B (messaggi bianchi) è femmina, come suggeriscono i maschili e i femminili impiegati nelle frasi. Le interazioni falliscono perché B, sin dalla prima risposta, mostra di fraintendere intenzionalmente le frasi di A.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È interessante osservare come avvenga il fraintendimento: la dinamica è interamente basata su un uso consapevole, da parte di B, di inferenze rispetto ai non detti di A. Inferenze tutte segnate da una tendenza sistematica verso la peggiore interpretazione possibile delle affermazioni esplicite di A.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È come se B desse per scontato che A stia violando tutte le massime conversazionali di Grice (1993) e, di conseguenza, sospendesse il principio di cooperazione: interpreta presupposizioni e implicature dei messaggi di A in modo tale da compromettere completamente le condizioni di felicità dell’interazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel primo scambio, tutti i segnali della frase, presi in sé, rimandano a una richiesta sincera, pertinente, con adeguata qualità e quantità di parole (Grice 1993). Un’analisi solo grammaticale-semantica porterebbe a capire che si tratta di un invito a fare sport insieme; e con un implicito abbastanza chiaro: condividere tempo libero tra persone che si vogliono bene. Le emoji confermano questa intenzione: faccia scanzonata + cuore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;B, invece, rovescia il senso e l’invito a correre viene frainteso su due binari. Sul piano delle presupposizioni, B assume che fare sport abbia come unico scopo “mettersi in forma”. Da qui l’implicatura forzata: A starebbe in realtà dicendo che B non è in forma. In questo passaggio c’è una manovra di riduzione simile alla fallacia del fantoccio: B omette volutamente il segnale di condivisione (“vieni con me”) e “legge” solo la parte legata al corpo, costruendo un’interpretazione parziale e malevola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella seconda interazione A prova a riparare il fraintendimento iniziale. Quell’“allora” porta con sé l’intenzione di correggere la deduzione errata. Ma proprio questo permette a B di produrre un secondo fraintendimento intenzionale: con una domanda retorica, e una formulazione che ricalca la precedente, introduce l’idea di “pigrizia”, elemento aggiunto artificialmente perché A non l’ha mai nominato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La dinamica va avanti così per tutte le interazioni successive. A dice qualcosa che, sistematicamente, B fraintende intenzionalmente.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;L&#39;ironia sessista del meme...&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo meme circola con intenti ironici e con esiti sessisti: dipinge una caricatura di figura femminile stereotipata che usa il fraintendimento intenzionale come arma aggressiva verso l’interlocutore. Ma questa stereotipia emerge soprattutto su un piano di fruizione “immediato”: quello che osserva il fallimento voluto dell’interpretazione come un problema di decodifica grammaticale-semantica degli enunciati di A da parte di B.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il meme, infatti, rende B “ridicolizzabile” se si guarda alla comunicazione principalmente come codifica e decodifica (Sperber e Wilson 1996). In questa ottica B non vuole decodificare i segnali che A ha codificato in modo abbastanza soddisfacente. Da qui l’ironia sessista, che si appoggia a un pregiudizio patriarcale: l’idea distorta che le donne introdurrebbero intenzionalmente difetti di decodifica per manifestare disagio nella relazione.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;...e il ribaltamento della situazione&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se però adottiamo un’ottica pragmatica — in particolare la teoria della pertinenza (relevance) di Sperber e Wilson (1996) — il senso si capovolge. Per la teoria della pertinenza, comunicare significa soprattutto comprendere reciprocamente le intenzioni: la codifica-decodifica è completata dal livello pragmatico degli effetti degli atti linguistici sulla relazione. Ed è questo livello che ci dice davvero cosa sta succedendo: se gli atti linguistici stanno raggiungendo o no le loro condizioni di felicità rispetto alla relazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In quest’ottica, il meme mostra che a fraintendere non è tanto B (la donna), quanto — in modo più rilevante — A (l’uomo). Di fronte a una serie di scambi dove il fraintendimento volontario sul piano del codice è evidente, A impiega molto tempo per interpretare correttamente le intenzioni di B. B, al contrario, è pragmaticamente chiarissima: sta comunicando ripetutamente, e con straordinaria efficacia, che la relazione è compromessa e che non c’è possibilità di intendersi.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Il vero ottuso è chi non coglie il &quot;non detto&quot;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da un certo punto di vista, il vero “ottuso” potrebbe essere A: insistendo sul piano dei significati letterali, non coglie il nucleo comunicativo dello scambio. Non è davvero in gioco “che cosa fare” (correre, discoteca, casa), ma il punto centrale che B non vuole intrattenere una comunicazione fluida con A, con tutto ciò che questo comporta in una relazione affettiva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per rendere esplicita la sostanza dello scambio, possiamo “tradurla” così (in una forma che nessun umano userebbe, ma utile come radiografia delle intenzioni):&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A: Voglio passare del tempo con te!&lt;br /&gt;B: Fraintendo volutamente le tue parole per segnalarti che, al di là del tuo desiderio, c’è qualcosa che non va tra noi.&lt;br /&gt;A: Non voglio che mi fraintendi, quindi correggo la mia proposta per farti capire l’intenzione di passare del tempo con te.&lt;br /&gt;B: Ti fraintendo volutamente di nuovo, così è chiaro che non è una questione di parole.&lt;br /&gt;A: Allora cambio proposta per ribadire che voglio passare del tempo con te.&lt;br /&gt;B: Continuo a fraintenderti e ti accuso anche di qualcosa che non viene dalle tue parole, così capisci che la questione non è ciò che proponi, ma sei tu.&lt;br /&gt;A: Mi arrendo perché ti ostini a non decodificare correttamente.&lt;br /&gt;B: Ti accuso ancora, stavolta del contrario delle tue intenzioni, così forse capisci che sto cercando di dirti che questa relazione non funziona più.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa traduzione rende evidente che è soprattutto A a ostinarsi a non recepire le intenzioni di B, e non viceversa. B, consapevole delle intenzioni di A, usa i fraintendimenti come strumento per dire qualcosa di più profondo e rilevante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qui il livello pragmatico si rivela più decisivo del livello grammaticale-semantico per capire cosa i due si stiano dicendo. Ciò che accade tra A e B non dipende tanto dall’interpretazione più o meno corretta delle parole scritte, quanto dalla comprensione delle intenzioni reciproche che incidono sulla qualità della relazione.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Scegliere con cura le parole da non dire&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da questa analisi derivano due considerazioni:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(I) Gran parte del senso pragmatico di un’interazione si costruisce, si sviluppa e si nasconde in ciò che non è detto esplicitamente. È così che B può usare interpretazioni volutamente distorte — aggiungendo o deformando presupposizioni e implicature di A — per inviare un segnale di fallimento della relazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(II) Il digitale sembra acuire l’effetto degli impliciti sia in modo passivo (le parole di A si prestano facilmente alle interpretazioni deteriori di B) sia in modo attivo (B ha mano libera nel fraintendere intenzionalmente). Ma soprattutto: l’intero “discorso” di B sta in ciò che non dice, e che cerca di far inferire ad A attraverso continue interpretazioni negative usate come atto performativo. Allo stesso tempo, il fallimento interpretativo di A — che non coglie i problemi di fondo della relazione — è nascosto in ciò che B non dice, ma “fa” attraverso i suoi fraintendimenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se fossero stati dal vivo, probabilmente B avrebbe mostrato segnali non verbali molto più trasparenti: avrebbe fatto il muso, incrociato le braccia, allontanato il corpo, ecc. Lo scritto digitale rende più opaco questo livello.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Il peso dei non detti&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La consapevolezza pragmatica (cioè attenta a ciò che le parole fanno nelle relazioni) e la condotta virtuosa nell’uso — e nell’abuso — degli impliciti nelle interazioni online può migliorare sensibilmente la comunicazione. Soprattutto quando ci si trova in situazioni di crisi o dissenso, dove ciò che resta “fuori campo” (non udibile, non visibile, non detto) nelle discussioni finisce spesso per alimentare la tensione che fa deragliare i confronti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se consideriamo ogni atto comunicativo come una vera e propria azione che usa un codice (prospettiva grammaticale-semantica) per produrre effetti nella relazione (prospettiva pragmatica), viene naturale chiedersi quale sia il principio che muove ciascun atto: cosa lo spinge in direzione distruttiva o costruttiva rispetto alla difesa della propria faccia, al rispetto di quella altrui e alla comprensione reciproca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel caso di A e B, il mancato capirsi non dipende solo da una cattiva decodifica, né soltanto da una certa impreparazione pragmatica nel riconoscere le intenzioni dell’altro. Dipende soprattutto da una non disponibilità (in gran parte di A) a comprendere, riconoscere e accettare l’intenzione di B: comunicare un malessere nella relazione. Scelte di questo tipo rivelano, sostanzialmente, difetti di virtù della comunicazione.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Non solo competenze: virtù&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;La buona riuscita degli scambi dipende dunque non solo dalla codifica-decodifica dei segni, e nemmeno esclusivamente dalla comprensione e interpretazione delle intenzioni, ma in fin dei conti anche dalle scelte che ogni interlocutore compie nel porsi come argomentatore virtuoso – impegnato cioè a vivere l’azione di comunicazione al servizio del bene che ne può derivare per gli interlocutori coinvolti – o vizioso, disinteressato cioè a compiere i suoi atti di comunicazione nella modalità più eccellente possibile.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;a href=&quot;https://italianistyka.uw.edu.pl/wp-content/uploads/2025/12/Vol_I_Zaleska%20-%20Fiorentino.pdf&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;LEGGI L&#39;ARTICOLO COMPLETO&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2026/01/se-io-dico-senza-dire-tu-leggi-tra-le.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEgRkHx4DGLwHGXv7zEy5a8MoJOb3bJTcS1_YU5BgFzR42hIMOw07A-VvKZMqDDRQwjsufBZzXaT7wfXMkKFjsloxBHUj5m9ROq_q-YBF6tHWohBd93xgbKGqZgdr25I4zh9Nai82LdymCxPrhhJFw3dGgILQjhCbPR5lh-bbsXeBqYBB3SHuKrL-swDfLM=s72-w640-h378-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-7039689664345835944</guid><pubDate>Sat, 06 Dec 2025 17:28:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-12-06T18:59:26.659+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>Il wrestling delle polarizzazioni e l&#39;educazione alla disputa</title><description>&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEiQu2OM47oSSr4R62O2Cx26rznEQFOzRSWj_I--TUIDnE0Gua0k__7aS7-5t4JoPYVqwNb-d-_QmMkjExBMfabM3K6ClGzAxZbmp0ZC2yN2_SU0W2vPiPQODSrqi55sFYAHMleGn7MNVTfxMBnZNPOWEUkvsxZGaMF8iezPLSkx-dSeD7Uj2tSs1DFl3hM&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;787&quot; data-original-width=&quot;1280&quot; height=&quot;394&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEiQu2OM47oSSr4R62O2Cx26rznEQFOzRSWj_I--TUIDnE0Gua0k__7aS7-5t4JoPYVqwNb-d-_QmMkjExBMfabM3K6ClGzAxZbmp0ZC2yN2_SU0W2vPiPQODSrqi55sFYAHMleGn7MNVTfxMBnZNPOWEUkvsxZGaMF8iezPLSkx-dSeD7Uj2tSs1DFl3hM=w640-h394&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Le polarizzazioni? Un spettacolo di wrestling. Non lotta, ma lotta finta. Magari ci fosse un vero scontro tra idee. Le posizioni in contrasto non si toccano nemmeno. Ad esser toccate, invece, sono le persone che rimangono incollate agli pseudo-dibattiti con grande guadagno di engagement per chi polarizza.&amp;nbsp;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A perdere terreno è la&amp;nbsp;&lt;b&gt;contraddizione&lt;/b&gt; - che dovrebbe essere il cuore dell’argomentazione, cioè esporre ciò che abbiamo contro per metterlo alla prova - in favore della&amp;nbsp;&lt;b&gt;contrapposizione&lt;/b&gt;: una postura rigida, irriconciliabile, che non mira a capire, o scalfire, ma solo ad affermare, schierare, far reagire.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;b&gt;I tre effetti tossici del litigio pubblico&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si parte discutendo di un certo tema, si lancia qualche accusa indgnata, si inizia ad andare sul personale, partono provocazioni e l&lt;b&gt;’argomento si perde per strada&lt;/b&gt;. Quando l’argomento cade, la discussione si sposta sulle persone, sugli schieramenti, sulle questioni di principio, diventa meta-discussione recriminatoria: si inizia a discutere di come si discute (male).&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nel litigio emergono &lt;b&gt;i lati peggiori del carattere&lt;/b&gt;.
È un po’ come guidare nel traffico di Roma: sotto pressione escono le emozioni più deteriori. Affiorano sentimenti che, in condizioni normali, sarebbero visti come dannosi e considerati da gestire. Nel litigio la parte emotiva prende il sopravvento e diventa il criterio principale attrevrso cui si partecipa alle controversie. Con tutti i danni che questo surriscaldamento provoca.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il litigio cattura l&#39;attenzione perché produce un piacere deplorevole.
Ci sentiamo migliori degli altri oppure proviamo godimento nel vedere il “nostro” paladino schiacciare l’avversario.
È un piacere che nasce dalla dominanza.
Ed è qui che scivoliamo nel wrestling: uno&amp;nbsp;&lt;b&gt;spettacolo di lotte finte&lt;/b&gt; di cui tutti conoscono la finzione, ma che ci incolla allo schermo. Oggi rischiamo che il dibattito pubblico sia esattamente questo: un gigantesco ring di idee che non lottano davvero.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;b&gt;Come si esce da questa deriva?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Proprio gli effetti negativi del litigio ci indicano la cura.
Educare alla discussione significa far crescere tre virtù, tre abitudini pratiche - non solo competenze cognitive - che rendono possibile un confronto fecondo. &amp;nbsp;Ne abbiamo parlato in &lt;a href=&quot;https://www.paroleostili.it/video/pas-2025-dialogo&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;un panel a Parole a scuola (qui trovate il video)&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;1. &lt;b&gt;La&lt;/b&gt; &lt;b&gt;dedizione all’argomento&lt;/b&gt;: è il rifiuto della fuga nella meta-discussione.
È la scelta di rimanere sul punto, anche quando l’altro tenta di sviare. Anche quando “viene voglia” di colpirlo sul piano personale.
Non abbiamo bisongo di discussioni perfette ma di dialoghi imperfetti che continuano a riparare se stessi.
La dedizione è una virtù, una pratica continua, simile al lavoro artigianale: si sbaglia, si corregge, si insiste.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;2. &lt;b&gt;Gestione (non controllo) delle emozioni.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;Le emozioni non si disattivano: si riconoscono.
Servono luoghi adatti di formazione - vere e proprie “palestre” - in cui giovani e adulti possano fare esperienza delle emozioni che sorgono nel confronto.
Solo riconoscendo la rabbia, la frustrazione, l’ansia da prestazione, possiamo imparare a conviverci.
Quando si riconoscono e si danno nomi precisi alle emozioni, imaturano le risorse per gestirle.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;3. &lt;b&gt;Riscoprire la dimensione spettacolare della disputa&lt;/b&gt;
Se il litigio attira, la disputa deve attrarre di più.
Non per distruggere l’altro, ma per generare quella soddisfazione di aver fatto “qualche passo in più verso la verità insieme”.
Come ricorda Adelino Cattani: non si tratta solo di saper convincere, ma di saper convivere.
Un confronto ben condotto produce un piacere diverso, più profondo: quello di aver ampliato la propria visione, migliorato le proprie idee, ridimensionato i propri pregiudizi.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Al contrario, l’esito naturale del litigio è la triplice sfiducia che oggi dilaga:&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;- è inutile &lt;b&gt;discutere&lt;/b&gt;;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;- specialmente su certi &lt;b&gt;argomenti&lt;/b&gt;;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;- in marticolare con certe &lt;b&gt;persone.&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Queste tre affermazioni sfiduciate sono l&#39;ammissione della fine della socialità. Senza la possibilità di articolare differenze, correggersi a vicenda, migliorarsi nel confronto, la convivenza si sgretola.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;b&gt;Dalla rissa al confronto&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Discutere non è facoltativo, è essenziale per la società. La discussione cura la frustrazione generata dai litigi continui: restituisce fiducia nella possibilità di affrontare temi difficili, fa scoprire che la complessità è affrontabile, fa temere meno la differenza di opinioni fra persone.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non è un lusso. È un bene comune. Creare spazi per il confronto non significa inventare un mondo perfetto, ma abitare meglio quello imperfetto che già abbiamo.
E quando si assaggia la felicità della disputa, sotto forma di un piacere non deplorevole ma generativo, diventa difficile tornare al wrestling delle opinioni.&lt;/p&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2025/12/contro-il-wrestling-delle.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEiQu2OM47oSSr4R62O2Cx26rznEQFOzRSWj_I--TUIDnE0Gua0k__7aS7-5t4JoPYVqwNb-d-_QmMkjExBMfabM3K6ClGzAxZbmp0ZC2yN2_SU0W2vPiPQODSrqi55sFYAHMleGn7MNVTfxMBnZNPOWEUkvsxZGaMF8iezPLSkx-dSeD7Uj2tSs1DFl3hM=s72-w640-h394-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-7166983828947833535</guid><pubDate>Tue, 02 Dec 2025 09:26:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-12-02T10:26:44.508+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>Quando l&#39;appartenenza diventa tossica - l&#39;esempio della &quot;bro culture&quot;</title><description>&lt;div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjYkZusU_Egm7F4UVo5H03_nDTrN0Lr8ikWVLK-guUdKSPOjt44r9JcqHQeuUITkJWiAnqQ6vaBIw4UiCq_3DQThi6xDLjQW995D8Le-oS4_plLgZ69VKADYzsmSK6S1sTNJfNQbgLMknQNO11zHzybTHbYtKO-0zyAMSqRMntXFtpdr0qBy_HtdEKR3-k&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;397&quot; data-original-width=&quot;640&quot; height=&quot;398&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjYkZusU_Egm7F4UVo5H03_nDTrN0Lr8ikWVLK-guUdKSPOjt44r9JcqHQeuUITkJWiAnqQ6vaBIw4UiCq_3DQThi6xDLjQW995D8Le-oS4_plLgZ69VKADYzsmSK6S1sTNJfNQbgLMknQNO11zHzybTHbYtKO-0zyAMSqRMntXFtpdr0qBy_HtdEKR3-k=w640-h398&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Ogni cultura, ogni sottocultura, ogni gruppo umano possiede elementi di appartenenza. Fin qui non c’è nulla di male: tutti siamo in cerca del &quot;chi sono&quot; e del &quot;chi sono i miei&quot;. Il problema nasce quando questi elementi identitari vengono elaborati e trasmessi in modo tossico e finiscono per fare male a chi ne fa parte e a chi ne è fuori. Allora proviamo a capire: che cosa rende tossica una cultura? Ma soprattuto: cosa si può fare dal punto di vista educativo per ridurne gli effetti negativi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prendiamo come esempio la cosiddetta &lt;i&gt;&lt;a href=&quot;https://www.ilsole24ore.com/art/dalla-bro-culture-malesseri-linguaggio-violento-cambia-la-cultura-AGxz9nJB?refresh_ce=1&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;bro culture&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;, associata a quella che chiamiamo “mascolinità tossica”. Perché è tossica? Perché si esprime attraverso un linguaggio fatto di &lt;b&gt;dominanza e discredito&lt;/b&gt;, di &lt;b&gt;vittimismo&lt;/b&gt; e di &lt;b&gt;riduzione della complessità&lt;/b&gt;. Ne ho parlato recentemente nel podcast &lt;a href=&quot;https://open.spotify.com/episode/4xA3wvSuE76J4u1UXUNEYZ?si=MXKPk3xzS4unPDhZ1tK42w&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Autonoma&lt;/a&gt; di Maria Cafagna (qui sotto nell&#39;articolo) e qualche tempo fa ne ho discusso in un panel a &lt;a href=&quot;https://www.paroleostili.it/video/pas-2025-bro-culture&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Parole a scuola&lt;/a&gt;.&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;La dominanza e il discredito&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Una cultura tossica promette a chi vi entra a far parte una identità integrata e integrante. Sfrutta quella sensazione di incompletezza che onguno di noi sperimenta quando si chiede &quot;chi sono?&quot;. La promessa è: “qui c&#39;è un posto per te, non ti mancherà più nessun pezzo&quot;. L&#39;identificazione diventa tossica perché è delineata attraverso dinamiche di dominanza e di discredito. La bro culture si afferma come presunta superiorità rispetto a ciò che è diverso e inferiore: nello specifico la femminilità come sede ciò che è debole e non conforme a canoni del gruppo.&amp;nbsp;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;

&lt;iframe allow=&quot;autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture&quot; allowfullscreen=&quot;&quot; data-testid=&quot;embed-iframe&quot; frameborder=&quot;0&quot; height=&quot;152&quot; loading=&quot;lazy&quot; src=&quot;https://open.spotify.com/embed/episode/4xA3wvSuE76J4u1UXUNEYZ?utm_source=generator&quot; style=&quot;border-radius: 12px;&quot; width=&quot;100%&quot;&gt;&lt;/iframe&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;La riduzione della complessità&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;In una cultura tossica la realtà viene ridotta in schemi semplicistici: “Il maschile è così, il femminile è cosà”. Il mondo diventa un elenco ridotto di categorie lineari e poco impegnative. Si ottiene una mappa chiara ed elementare in cui tutto è collocato in un posto preciso ed evidente. L&#39;illusione è quella di potersi muovere nel mondo con disinvoltura e poco sforzo. Questa riduzione piace al cervello, che per natura cerca scorciatoie.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Il vittimismo&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;A tutto questo si aggiunge un altro ingrediente: la retorica del vittimismo. Chi appartiene a una cultura tossica si mette sempre nei panni di un Davide contro Golia. Le retoriche del &quot;non si può dire nulla&quot;, &quot;ci imepdiscono di parlare&quot;, &quot;ci attaccano continuamente&quot; servono a sentirsi sempre identificati in una posizione ingiustamente osteggiata da un potere che la vorrebbe mettere a tacere. L&#39;essere umano da millenni si schiera dalla parte di Davide, il debole giusto, nella sua lotta contro il forte invadente. È proprio questa leva che spinge molti Golia a vestirsi da Davide, offuscando le vere vittime in gioco.&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Il sarcasmo&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;Spesso tutto ciò viene veicolato con modalità pseudo-ironiche, che sono più sarcasmo che ironia. Anche qui secondo modalità dominanti o di discredito. Ad esempio la battuta offensiva seguita da un “Dai, stavo scherzando!”, che colloca chi la dice in una posizione di consapevolezza superiore auto-attribuita. Oppure scaricando il problema screditando la sensibilità dell’altro: “Dai non ti offendere&quot;, &quot;Non essere così sensibile”.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;La grande promessa (illusoria)&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Dunque, qual è la promessa di queste culture identitarie tossiche? Ti dicono: “Ecco il tuo posto nel mondo, un posto migliore di altri, diversi e inferiori”.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;È qui che la retorica di una cultura diventa tossica:&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;- promette un&#39;identità mentre in realtà offre una dissociazione (dominanza/discredito);&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;- simula una mappa del mondo, che è di fatto uno schemino da cui tener fuori ciò che non torna (riduzione);&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;- indossa una veste etica che in realtà è un travestimento (vittimismo).&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Risposte inefficaci&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Quando nella relazione educativa proviamo a contrastare queste culture spesso peggioriamo le cose perché usiamo modalità retorico-dialettiche che nutrono la tossicità invece di metterla in crisi.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ad esempio:&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;- &lt;b&gt;L&#39;atteggiamento normativo&lt;/b&gt;: &quot;si fa, non si fa&quot;, &quot;si dice, non si dice&quot;, &quot;è sbagliato&quot;, &quot;è inaccetabile&quot;. Si offrono costanti conferme all&#39;identificazione per dissociazione: &quot;ci giudicano negativamente, quindi ci sentiamo più simili, più vicini, più uniti&quot;.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;- &lt;b&gt;L&#39;attacco e la categorizzazione&lt;/b&gt;: &quot;siete dei maschi tossici&quot;. Modalità che non fanno che alimentare, per contrapposizione, la promessa di integrazione: &quot;da noi puoi essere come sei, senza tante storie&quot;.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;- &lt;b&gt;Il distacco e la censura&lt;/b&gt;: &quot;non voglio avere nulla a che fare con voi&quot;, &quot;non voglio nemmeno sentirvi parlare&quot;. Permettono alla cultura tossica di collocarsi costantemente nella posizione di Davide perseguitato, emarginato, imbavagliato dal Golia che li censura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Il punto è che ogni contrapposizione non fa che rafforzare l’identificazione interna del gruppo. Più lo attacchi, più si crea attaccamento tra membri. Più ti dissoci, più l&#39;associazione interna si alimenta. Più lo condanni e più il condannato assume le fattezze di uno pseudo-Davide agli occhi dei suoi omogenei.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Oltre la contrapposizione&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Occorre allora utilizzare strumenti diversi che entrino in concorrenza con le promesse non mantenute dal gruppo:&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;- &lt;b&gt;Presenza e vicinanza&lt;/b&gt;: se la promessa della cultura tossica è il sentirsi vicini, simili, bisonga entrare in concorrenza con questa offerta.&amp;nbsp;Prima domanda: so davvero dove si muove chi rischia di cadere in una cultura tossica? Conosco i suoi ambienti, fisici e digitali? Il suo immaginario? Sono presente in quei luoghi? O li considero territori che non voglio nemmeno esplorare? Senza presenza, la relazione educativa non si avvia nemmeno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;- &lt;b&gt;Dialogo&lt;/b&gt;: che&amp;nbsp;non è dire “parliamone”, sottintendendo &quot;così ti spiego dove sbagli&quot;, ma è ascoltare. La logica tossica va considerata con coraggio, non per giustificarla, ma per comprenderla. Giudicare è più facile, indignarsi tiene lontani dal rischio. Lasciare spazio per far sì che le parole pericolose arrivino alle nostre orecchie è l&#39;unico modo per poterle poi trattare. È la via per disinnescare il muro della dominanza e del discredito.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;- &lt;b&gt;Esempio&lt;/b&gt;: che non è porsi come modello (sarebbe a sua volta un atto di dominanza). L’esempio si misura in azioni: se per primo l&#39;educatore abbandona le modalità linguistiche di dominanza, di vittimismo, di riduzione, costruisce uno spazio di comunicazione (quindi di relazione) alternativo alla tossicità, entrando in concorrenza con le sue promesse.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Adottare adattando&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La via alternativa è quella che Adelino Cattani chiama “adottare adattando”. Cioè: adotto il tuo punto di vista, prendo sul serio la tua ricerca di intregrazione dell&#39;identità (più di quanto la prendano sul serio i tuoi bro). Poi però inizio l&#39;adattamento: ci lavoro sopra, propongo modifiche ed evoluzioni, ci &lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2018/11/dalla-contrapposizione-alla.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;entro in contraddizione&lt;/a&gt;. Ma lo faccio da vicino (lì dove sei, nel tuo immaginario).&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;div&gt;Il primo passo è la &lt;b&gt;rinuncia alle categorizzazioni&lt;/b&gt;. Smetto di ridurti a &quot;un maschio tossico&quot;, &quot;uno dei bro”. Ti chiamo &quot;per nome e per cognome&quot; disinnescano il potere dissociante della dominanza e del discredito. Si&amp;nbsp;apre così qualche spiraglio verso quella complessità che ci mette tutti in difficoltà, e ci espone, perché ci domanda:&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;- So proporre&amp;nbsp;&lt;b&gt;prossimità/vicinanza&lt;/b&gt;? La mia porposta culturale alternativa ha spazio di riconoscimento per le inquietudini di chi si è infilato in una cultura tossica? Perché altrimenti ad essere dominante/screditante sono io.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;- So essere &lt;b&gt;semplice&lt;/b&gt;? La mia cultura sa offrire chiavi di lettura che, pur offrendo una mappa, mantengano il riferimento alla complessità del mondo? Altrimenti il primo a &lt;b&gt;ridurre&lt;/b&gt; sono io. O peggio: uso la &lt;b&gt;complessità&lt;/b&gt; come arma contro chi sta cercando una strada semplice da percorrere.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;- So essere dalla parte dei vari&lt;b&gt;&amp;nbsp;Davide&lt;/b&gt;? Nella mia prspettiva c&#39;è spazio di attenzione per tutti gli ultimi e i deboli? O ne considero alcuni e non altri alla bisogna, a seconda del &lt;b&gt;Golia&lt;/b&gt; che voglio cucire addosso al mio interlocutore?&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Una scoperta importante&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Quando entriamo davvero in una “disputa felice” con una cultura tossica, cioè stiamo sui contenuti curando al contempo la relazione, scopriamo una cosa essenziale: la nostra identità è fragile quanto quella di chi si riconosce in una appartenenza tossica.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Tutti noi siamo in costruzione, nessuno escluso. La differenza è solo che l&#39;intossicato è cascato in una promessa che non sarà mantenuta. La risposta non è costruire un’identità opposta più integra, ma uno spazio di dialogo che riveli costantemente l&#39;inconsistenza di quella promessa.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Il sintomo di una cultura sana, infatti, non è dare un posto preconfezionato nel mondo, ma offrire le risorse per non smettere mai di cercarlo.&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2025/12/quando-lappartenenza-diventa-tossica.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjYkZusU_Egm7F4UVo5H03_nDTrN0Lr8ikWVLK-guUdKSPOjt44r9JcqHQeuUITkJWiAnqQ6vaBIw4UiCq_3DQThi6xDLjQW995D8Le-oS4_plLgZ69VKADYzsmSK6S1sTNJfNQbgLMknQNO11zHzybTHbYtKO-0zyAMSqRMntXFtpdr0qBy_HtdEKR3-k=s72-w640-h398-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-6984391750613626069</guid><pubDate>Thu, 30 Oct 2025 15:18:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-10-30T18:17:44.970+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>La gentilezza: ovvero trasformare i conflitti in dialoghi costruttivi</title><description>&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEh_tuqNOARQqtzh4w9bTKlQtSkM1mzF9BGjIaHIUmMF8hlr2s5e4yyEtAuGJUUpMLpMkfNiX9Btwf85tGJueMuEkdO7Tl1lTAxFN_2Xii2T5l_nniOtigna8W7ESz76eNhEcqcwDJ7MZiFxQj4Mn0lP0VRyHbpqwvNVY3cSIc71YrQXqMbCYW7loV8Xwwc&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;1024&quot; data-original-width=&quot;1536&quot; height=&quot;266&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEh_tuqNOARQqtzh4w9bTKlQtSkM1mzF9BGjIaHIUmMF8hlr2s5e4yyEtAuGJUUpMLpMkfNiX9Btwf85tGJueMuEkdO7Tl1lTAxFN_2Xii2T5l_nniOtigna8W7ESz76eNhEcqcwDJ7MZiFxQj4Mn0lP0VRyHbpqwvNVY3cSIc71YrQXqMbCYW7loV8Xwwc=w400-h266&quot; width=&quot;400&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;La gentilezza viene spesso scambiata per remissività. È un errore concettuale che costa caro: ci fa credere che o si è “morbidi” e accondiscendenti o muscolari e impositivi. La gentilezza invece è il giusto mezzo tra i due estremi: è un metodo per sostenere le proprie idee con decisione, ma senza annientare l’altro. Non attenua la nettezza delle posizioni: la ri-centra sulle ragioni e la adatta allo stato mentale ed emotivo dell&#39;altro.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La gentilezza non è un tratto caratteriale stabile: è un allenamento. Possiamo riuscirci in un momento e fallire nel successivo. Ecco perché conviene trattarla come una virtù pratica: si coltiva con prove, errori, scuse e ripartenze.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Disinibizione digitale: distanza fisica, vicinanza simbolica&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il digitale ci disinibisce. Non abbiamo davanti il volto dell’altro, eppure le nostre parole lo raggiungono subito. Siamo lontani nel corpo, vicinissimi negli effetti.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Da qui due derive:&lt;/div&gt;&lt;div&gt;- Si assiste alla scomparsa dei segnali di cortesia (saluto, contesto, “hai tempo?”).&lt;br /&gt;- La logica dell’efficienza tecnica tende a entrare nelle relazioni: fare di più con meno sforzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa seconda è la più subdola. Le relazioni non prosperano con l’ottimizzazione, ma con il tempo e l&#39;attenzione. Portare il criterio dell’efficienza nel rapporto con gli altri significa consumarlo.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Perché polarizzare conviene (a pochi) ma non a noi&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Algoritmi e cicli mediatici premiano i contenuti divisivi: attivano tifoserie, producono engagement, chiedono meno fatica concettuale. Ma nella vita concreta - ufficio, famiglia, condominio, gruppi di lavoro - la polarizzazione fa perdere tempo ed energie. Il risultato è &quot;il silenzio degli intelligenti&quot;: proprio quelli che potrebbero mediare decidono di rinunciare a discutere. La risposta non è un eroismo sterile, è la partecipazione gentile: entrare nelle conversazioni con la determinazione di alzare la qualità argomentativa, non i toni.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Un dialogo a &quot;Saggi d&#39;autore&quot;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nella rubrica&amp;nbsp;&lt;a href=&quot;https://www.youtube.com/@Saggidautore&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Saggi d&#39;Autore&lt;/a&gt;&amp;nbsp;ho parlato di come la gentilezza può trasformare i conflitti in dialoghi costruttivi, anche nel mondo digitale. Il video qui sotto.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;iframe allowfullscreen=&quot;&quot; class=&quot;BLOG_video_class&quot; height=&quot;266&quot; src=&quot;https://www.youtube.com/embed/UTUaX6EBiPk&quot; width=&quot;320&quot; youtube-src-id=&quot;UTUaX6EBiPk&quot;&gt;&lt;/iframe&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class=&quot;yt-core-attributed-string--link-inherit-color&quot; dir=&quot;auto&quot; face=&quot;Roboto, Arial, sans-serif&quot; style=&quot;background-attachment: scroll; background-clip: border-box; background-image: none; background-origin: padding-box; background-position: 0% 0%; background-repeat: repeat; background-size: auto; border: 0px; color: #065fd4; font-size: 14px; margin: 0px; padding: 0px; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2025/10/oltre-la-tastiera-trasformare-i.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEh_tuqNOARQqtzh4w9bTKlQtSkM1mzF9BGjIaHIUmMF8hlr2s5e4yyEtAuGJUUpMLpMkfNiX9Btwf85tGJueMuEkdO7Tl1lTAxFN_2Xii2T5l_nniOtigna8W7ESz76eNhEcqcwDJ7MZiFxQj4Mn0lP0VRyHbpqwvNVY3cSIc71YrQXqMbCYW7loV8Xwwc=s72-w400-h266-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-8990527309652315292</guid><pubDate>Thu, 09 Oct 2025 14:43:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-10-09T16:43:27.129+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>Il silenzio e l&#39;Intelligenza Artificiale</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjWN4Phy5yb8fEesHl6Bj4nqT1XAOaRApAzILXShzvz9c5_49JPKmPVft5ZWVDiXF4N6Vu4zKao3QoOKLLwMEGJO0KhPA0TaB-GtVoPB55ooZH-62l6znuIkCfS26nTLCZ3rgODDY2lyHQlkxrQIYrCXEzlcOZlum4peDwET-W70X4GT_kbaL5wmZIqtvA&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em; text-align: center;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;1024&quot; data-original-width=&quot;1536&quot; height=&quot;266&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjWN4Phy5yb8fEesHl6Bj4nqT1XAOaRApAzILXShzvz9c5_49JPKmPVft5ZWVDiXF4N6Vu4zKao3QoOKLLwMEGJO0KhPA0TaB-GtVoPB55ooZH-62l6znuIkCfS26nTLCZ3rgODDY2lyHQlkxrQIYrCXEzlcOZlum4peDwET-W70X4GT_kbaL5wmZIqtvA=w400-h266&quot; width=&quot;400&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;E se il silenzio fosse la chiave per capire (e usare meglio) l’Intelligenza Artificiale? Il silenzio ha due volti: quello virtuoso, che abbassa il rumore e crea spazio per capire; e quello vizioso, che nasconde gli impliciti e i pregiudizi che guidano le nostre scelte senza che ce ne accorgiamo. Con l’IA — specie quella generativa — questa ambivalenza diventa pratica quotidiana: negli output, le macchine “fanno tornare i conti” del linguaggio, ma lasciano nell’ombra i passaggi; negli input, siamo noi a dover tirare fuori dal silenzio gli obiettivi, il contesto, il tono e i criteri di ciò che chiediamo. Un buon prompt è, in fondo, un esercizio di &quot;tirar fuori dal silenzio ciò che si vuole ottenere&quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E poi c&#39;è il grande tema della revisione umana. Il punto non è idolatrare o demonizzare l’IA, ma discuterci: non solo chiedere-rispondere, bensì entrare nella trama, cercare i buchi, domandare “da dove viene questo?”. Altrimenti scatta la pigrizia cognitiva e ci adagiamo su ciò che ci suona bene, senza vero progresso di conoscenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L&#39;IA, in fondo, è come uno specchio: non “sa”, ma ci restituisce il nostro modo di conoscere, cioè la nostra tendenza alle scorciatoie cognitive e la nostra fame di conferma. Il silenzio — quello virtuoso — è l’intervallo che ci permette di rivedere, di scegliere dopo aver cercato ciò che manca, di prenderci la responsabilità di ciò che facciamo con il supporto della macchina. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con &lt;a href=&quot;https://giovannitridente.substack.com/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Giovanni Tridente&lt;/a&gt; abbiamo fatto un po&#39; di ragionamenti su questa dialettica tra tacere e generare senso nel &quot;&lt;a href=&quot;https://www.youtube.com/playlist?list=PLFJrPJ_1a65VvXyiBTku9md-v_oo52RBH&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Lessico dell&#39;Intelligenza Artificiale&lt;/a&gt;&quot;, guarda il video completo qui sotto.&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;iframe allowfullscreen=&quot;&quot; class=&quot;BLOG_video_class&quot; height=&quot;266&quot; src=&quot;https://www.youtube.com/embed/jCiPGOgELms&quot; width=&quot;320&quot; youtube-src-id=&quot;jCiPGOgELms&quot;&gt;&lt;/iframe&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2025/10/il-silenzio-e-lintelligenza-artificiale.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjWN4Phy5yb8fEesHl6Bj4nqT1XAOaRApAzILXShzvz9c5_49JPKmPVft5ZWVDiXF4N6Vu4zKao3QoOKLLwMEGJO0KhPA0TaB-GtVoPB55ooZH-62l6znuIkCfS26nTLCZ3rgODDY2lyHQlkxrQIYrCXEzlcOZlum4peDwET-W70X4GT_kbaL5wmZIqtvA=s72-w400-h266-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-3330977929173467430</guid><pubDate>Wed, 10 Sep 2025 16:27:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-09-10T18:27:39.282+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">guidasocial</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">media</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>Più che Smart Cities ci vogliono Smart Citizen</title><description>&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjaUB_Vh_uNrlt_ugyH16MsanMhQ4gmSpdCX9xdQgwqqQg1f8Cls3BFrFVRYfZmMfNUY5a-w-MFPKO8dpG7t6BqbXUPw59kuT1SHNJPhDcFMlDZcAxJx5v99poaqaN9xNMsWYGZWoKfx7m1dbW7iDlFr-s5Ufq-eL_mAMdc43iEerKWZvRMEPMfLqkh5Tw&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;1024&quot; data-original-width=&quot;1536&quot; height=&quot;426&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjaUB_Vh_uNrlt_ugyH16MsanMhQ4gmSpdCX9xdQgwqqQg1f8Cls3BFrFVRYfZmMfNUY5a-w-MFPKO8dpG7t6BqbXUPw59kuT1SHNJPhDcFMlDZcAxJx5v99poaqaN9xNMsWYGZWoKfx7m1dbW7iDlFr-s5Ufq-eL_mAMdc43iEerKWZvRMEPMfLqkh5Tw=w640-h426&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;da &lt;a href=&quot;https://digitalepopolare.it/la-citta-del-futuro-intervista-a-bruno-mastroianni/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;digitalepopolare.it&lt;/a&gt; del 3 settembre 20025&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&quot;La tecnologia non va da nessuna parte da sola. Deve essere accompagnata”. Il fattore umano pesa molto, insomma e “l’aspetto tecnico si esprime meglio se lo abbini all’uomo”. Un esempio? “Pensiamo al QRcode: il suo utilizzo è decollato durante il Covid per evitare i contatti al ristorante e nei luoghi pubblici. Si è diffuso rapidamente e rappresenta una modalità per adoperare la tecnologia in modo proficuo: e ora, infatti, fa parte dell’immaginario di tutti”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mastroianni, in che modo l’etica della comunicazione può guidare lo sviluppo delle smart city, evitando che la raccolta massiva di dati e l’intelligenza artificiale compromettano la libertà individuale e la giustizia sociale dei cittadini?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“La raccolta dei dati facilita l’efficacia della tecnologia. C’è ovviamente una questione di privacy su cui bisogna lavorare per prevenire gli abusi, ma l’aspetto cruciale è e rimane la consapevolezza dei cittadini rispetto alle informazioni che condividono. Dobbiamo pensare ai cittadini delle smart cities come piccoli personaggi pubblici che, assumendo una nuova postura, si destreggiano tra social e intelligenza artificiale e sono sottoposti a un costante e inevitabile rilascio di informazioni personali: c’è un nuovo confine tra la sfera pubblica e privata, un confine che è proprio nel digitale. E a questa consapevolezza, non raggiunta nell’era dei social, possiamo arrivare solo grazie all’educazione al digitale e all’IA. La tecnologia, da sempre, non aspetta che tutti siano pronti al cambiamento: l’innovazione arriva”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Muoversi nel digitale fa parte della vita e, soprattutto per la popolazione più giovane, il tema non è solo “cellulare sì o no in classe”. Ma come usare bene la tecnologia, allora? “Senza delegare, ma con l’obiettivo di potenziare le nostre capacità – continua Mastroianni -. La guida è umana, occorre solo trovare l’equilibrio giusto nell’uso. L’IA va impiegata come fosse un’assistente, come revisore. Non dobbiamo dargli una delega in bianco, dobbiamo discutere con lei: questo sarà un esercizio che svilupperà ulteriormente il nostro pensiero critico”.&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Intervista completa &lt;a href=&quot;https://digitalepopolare.it/la-citta-del-futuro-intervista-a-bruno-mastroianni/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;b&gt;QUI&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2025/09/piu-che-smart-cities-ci-vogliono-smart.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjaUB_Vh_uNrlt_ugyH16MsanMhQ4gmSpdCX9xdQgwqqQg1f8Cls3BFrFVRYfZmMfNUY5a-w-MFPKO8dpG7t6BqbXUPw59kuT1SHNJPhDcFMlDZcAxJx5v99poaqaN9xNMsWYGZWoKfx7m1dbW7iDlFr-s5Ufq-eL_mAMdc43iEerKWZvRMEPMfLqkh5Tw=s72-w640-h426-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-8467340766694630065</guid><pubDate>Tue, 08 Jul 2025 16:28:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-07-08T18:28:58.502+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>Il podcast di Teoria e pratica dell&#39;argomentazione digitale</title><description>&lt;div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgMvM5EScitgK-acS3rGUzHW9_Hn9ZterXoDRIjkf2wtWHPGzQoY4dxjvk1N-Y7Edznwa7Lr4NGkFp92XDfQOjm_gKbfWzj6vO4uoLuJyGBrOmMzoVlNtQxnQLSHEr7046YHOu6O-O_6BTYirEuKNl-zrIiqx-00Jgz6_xHNyP7MXxSdES5KobKzeT-SPE/s1536/ChatGPT%20Image%208%20lug%202025,%2018_26_14.png&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;1024&quot; data-original-width=&quot;1536&quot; height=&quot;426&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgMvM5EScitgK-acS3rGUzHW9_Hn9ZterXoDRIjkf2wtWHPGzQoY4dxjvk1N-Y7Edznwa7Lr4NGkFp92XDfQOjm_gKbfWzj6vO4uoLuJyGBrOmMzoVlNtQxnQLSHEr7046YHOu6O-O_6BTYirEuKNl-zrIiqx-00Jgz6_xHNyP7MXxSdES5KobKzeT-SPE/w640-h426/ChatGPT%20Image%208%20lug%202025,%2018_26_14.png&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Un podcast per presentare un corso universitario? Lo hanno fatto tre studentesse per il mio corso a UniPD. Grazie a Giorgia Cerretini, Luisa Franchin e Sofia Scordo guidate dal prof. di Comunicazione multimediale Marco Toffanin. Qui potete sentire il podcast e a seguire la trascrizione del testo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;iframe allowfullscreen=&#39;allowfullscreen&#39; webkitallowfullscreen=&#39;webkitallowfullscreen&#39; mozallowfullscreen=&#39;mozallowfullscreen&#39; width=&#39;320&#39; height=&#39;266&#39; src=&#39;https://www.blogger.com/video.g?token=AD6v5dzrpJEegNlTBvziWkYd5fvtnGVnC0XitrVLr6Di9OaE2ro5yByybjIVkvuHzvM_2CEeIcsQBBN_M2NBSFJHWg&#39; class=&#39;b-hbp-video b-uploaded&#39; frameborder=&#39;0&#39;&gt;&lt;/iframe&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt; Ciao futuro comunicatore o comunicatrice. Ti è mai capitato di farti prendere dallo sconforto quando guardi i commenti sui social? Troppi litigi e offese gratuite. Questo corso è un primo passo per iniziare a cambiare l&#39;andamento di certe conversazioni.&amp;nbsp;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Anche oggi siamo qui per presentarti uno dei corsi a scelta di comunicazione in UniPd. Nella scorsa puntata è stata affrontato il corso di Comunicazione multimediale del professor Toffanin. Se non l&#39;hai ancora sentito, mettilo in coda per ascoltarla dopo questa nuova puntata.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ebbene sì, oggi infatti è il turno di Teoria e pratica dell&#39;argomentazione digitale. Corso del prof. Bruno Mastroianni. Aspetta, però direi che il corso si merita una degna introduzione. Fai partire la presentazione. Signore e signori, Preparatevi dagli oscuri, insidiosi meandri del web, ecco a voi il prossimo contendente al titolo di &quot;esame, superato con onore&quot;.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Con un peso di 9 CFU, metterà alla prova la vostra resistenza intellettuale. Con una presentazione orale per i frequentanti che osano affrontare il professore faccia a faccia, è uno scritto per i non frequentanti che preferiscono la battaglia a distanza, è un avversario pieno di armi segrete.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Allenato dal leggendario stratega dell&#39;argomentazione, colui che ha domato le bestie del dibattito online, il professore Mastroianni. Preparate le vostre slide, affilate le vostre tesi, perché oggi nel ring sta per entrare: Teoria e pratica dell&#39;argomentazione digitale.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Negli ultimi anni, grazie al divampare della comunicazione digitale sui social, anche il dibattito e l&#39;argomentazione online hanno vissuto un fortissimo incremento. Secondo uno studio di Nadine Keller e di Tina Askanius del 2020, il 78% degli utenti Internet in Germania ha dichiarato di essere stato esposto a discorsi di odio online. Nella fascia di età tra i 14 e i 24 anni la percentuale sale al 96%.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;L&#39;aumento dell&#39;hater speech è correlato alla crescita del populismo di estrema destra e della retorica razzista e islamofobica nei social media, che funzionano come strumenti principali di diffusione d&#39;odio, sia in forma spontanea sia organizzata. Per esempio le troll armies.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Beh, direi un buon motivo per frequentare le lezioni di Mastroianni, esatto. E sarebbe senz&#39;altro utile anche a molti leoni da tastiera. Però concretamente quali sono i punti di forza che potrebbe dare il corso? Perché non chiederlo direttamente a chi l&#39;ha frequentato?&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&quot;Eh, tipo vedere quanto sono applicabili nella vita reale le cose dette a lezione, tipo guardando commenti su tik tok o vedendo interazioni in televisione. E poi pensare oddio, quella cosa l&#39;ho studiata e quanto sono dinamiche le lezioni&quot;.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ma se fossi indecisa se frequentare o meno ultimamente un sacco di cose da fare tra lavoro, sport e vita sociale, quanto tempo prende lo studio? Beh, considera che c&#39;è una notevole differenza tra frequentanti e non frequentanti. Se decidi di frequentare, dovrai partecipare alle elezioni e trovare dei compagni di gruppo con cui analizzare un caso studio a tua scelta. Il vostro lavoro verrà seguito passo passo dal prof nel corso delle settimane e verrete valutati sulla base della presentazione finale interessante.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Quindi solo la presentazione e niente esame scritto? Eh, esatto, niente esame scritto però per quanto riguarda la mole di lavoro, invece, la presentazione va preparata in orario extracurricolare assieme ai tuoi compagni, ma se decidi di frequentare possiamo dire che sicuramente buona parte del lavoro è già fatta.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Non male. Sì, in effetti è un approccio diverso rispetto a quello dell&#39;esame scritto. Proprio ieri, ho chiesto al mio amico la sua esperienza da non frequentante e mi ha risposto così:&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&quot;Il corso è adatto anche agli studenti, lavoratori e non frequentanti, e l&#39;esame consiste nello studiare due libri sono scritti dal docente che danno molti spunti sui temi della gestione della discussione online e che sono molto utili e spendibili anche nel mondo del lavoro&quot;.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Allora direi di fare un breve riassunto: questo corso è un&#39;occasione importante per chi vuole capire come muoversi nel mondo dei dibattiti online. E, diciamocelo, serve a tutti. Quante volte abbiamo letto commenti tossici sui social e ci siamo chiesti: ma come si fa a far ragionare questa persona?&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nel corso vengono offerti gli strumenti per capire come approcciare queste situazioni, sia che tu scelga di frequentare e affrontare la presentazione finale in gruppo o preferisca lo scritto da non frequentante, però dai lavorare in squadra al suo perché.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Sì, certo, ma non è solo questione di voti, quei dati sulle speech che abbiamo citato dimostrano che serve informazione vera. Sapere argomentare bene online può essere quindi un antidoto al caos e magari, tra un esercizio e l&#39;altro, scoprirete pure che i leoni da tastiera si possono addomesticare, o almeno potete evitare di diventare uno di loro.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Per i dettagli su frequenza o non frequenza abbiamo già detto tutto, ma se avete dubbi chiedete in giro chi l&#39;ha fatto: ne parla sempre bene. Ora hai le idee più chiare? Continua a seguire il nostro podcast per scoprire altri corsi e se ti va facci sapere cosa ne pensi.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;font-family: Calibri, sans-serif; margin: 0cm;&quot;&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2025/07/il-podcast-di-teoria-e-pratica.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgMvM5EScitgK-acS3rGUzHW9_Hn9ZterXoDRIjkf2wtWHPGzQoY4dxjvk1N-Y7Edznwa7Lr4NGkFp92XDfQOjm_gKbfWzj6vO4uoLuJyGBrOmMzoVlNtQxnQLSHEr7046YHOu6O-O_6BTYirEuKNl-zrIiqx-00Jgz6_xHNyP7MXxSdES5KobKzeT-SPE/s72-w640-h426-c/ChatGPT%20Image%208%20lug%202025,%2018_26_14.png" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-6333847073522447734</guid><pubDate>Wed, 25 Jun 2025 15:14:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-06-25T17:15:13.113+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>Scontro, consenso o ragione? La &quot;quarta via&quot; della disputa felice</title><description>&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEi5lq8IsEHKpUwUH9s1mihonuyR1zdGKyHW9-5pDpCFHD9HLh4Dlo4gP-WN7YBzYRWJvF2pi8HDK0s0A8vpLxmIR7K6xC6ScJqloLLJOoo18A5prtk0ZnNZGnLf1LVt13sNfvMp68eLJBtAoQv9VFsCSdacymoJB2SPYvcqZAVjIF6a14e0bXFw9Frtd1k&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;1080&quot; data-original-width=&quot;1920&quot; height=&quot;360&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEi5lq8IsEHKpUwUH9s1mihonuyR1zdGKyHW9-5pDpCFHD9HLh4Dlo4gP-WN7YBzYRWJvF2pi8HDK0s0A8vpLxmIR7K6xC6ScJqloLLJOoo18A5prtk0ZnNZGnLf1LVt13sNfvMp68eLJBtAoQv9VFsCSdacymoJB2SPYvcqZAVjIF6a14e0bXFw9Frtd1k=w640-h360&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&amp;nbsp;Esistono tre modi per affrontare una divergenza di vedute:&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;1.    Andare allo scontro.&lt;br /&gt;2.    Cercare il consenso.&lt;br /&gt;3.    Affidarsi alla ragione, ai fatti, alla logica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In realtà nessuna di queste modalità permette davvero di avere un reale confronto. Ne serve una quarta, più impegnativa e meno istintiva, che però può aiutare nel momento in cui si vuole ottenere qualcosa di più dalle proprie interazioni. È quella che chiamo &lt;a href=&quot;https://www.francocesatieditore.com/catalogo/la-disputa-felice/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;la disputa felice&lt;/a&gt;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Il litigio perde il contenuto e la relazione&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il primo modo, quello dello scontro, è forse il più comune che osserviamo attorno a noi. Si parte da una qualche questione che però si perde presto per strada perché iniziano attacchi e accuse, oppure si va in meta-discussione: ci si mette a discutere di come si discute. In questo caso si perde sia il contenuto (il tema che si doveva affrontare) sia la relazione (i due o più contendenti alzano una barriera nei confronti delle idee degli altri). È la comunicazione litigiosa e polarizzata che vediamo spesso nelle conversazioni online e offline.&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEhOTPyhSwZB22zP7TYGwt6rbpVvGH8YYPt7LNcWajdeboaBbfAPVLdpSKr--UfSemv16Uqr40Wq0G8byWFKz1MyaZ8uy4sKyV5cEQDsboLWogBFGEemnUxiwltSJLvU40_ElNGsj9n7suCxP-H1c7iM0p5t0NaDeUsI-k1QraNf5vKeVZvxsBJ-YwBxbl8&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;1566&quot; data-original-width=&quot;1566&quot; height=&quot;400&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEhOTPyhSwZB22zP7TYGwt6rbpVvGH8YYPt7LNcWajdeboaBbfAPVLdpSKr--UfSemv16Uqr40Wq0G8byWFKz1MyaZ8uy4sKyV5cEQDsboLWogBFGEemnUxiwltSJLvU40_ElNGsj9n7suCxP-H1c7iM0p5t0NaDeUsI-k1QraNf5vKeVZvxsBJ-YwBxbl8=w400-h400&quot; width=&quot;400&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;b&gt;Il consenso: cura la relazione, ma perde il contenuto&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La seconda strada è quella del consenso: per mantenere una buona relazione con l’altro si è disposti a cedere sul contenuto. Qui si va dalle modalità diplomatiche in cui si evitano certi temi pur di trovare un accordo, ma si arriva anche a certe pratiche manipolatorie in cui una parte del contenuto viene intenzionalmente omessa pur di ottenere il consenso dell’interlocutore. Della serie: “questo non glielo dico se no non mi vota”.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEiMTXl-vYCAzsuxaJSOJnMqR5NcJn7QxHCaSrUL9QglEmILJle6nlk6_w8QzOUEf1cgjzT05kLy6d2Bth0uTst4MIUqLqmGFs2UIzpxXmmPQ9g2LHW8fpEMhqi-uNxVHyx87holQSS00hfAnYsOHPkh8WNUtquCJ9InsI9K-PlfKv-r_JrxnSPlU8yVL78&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;1566&quot; data-original-width=&quot;1566&quot; height=&quot;400&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEiMTXl-vYCAzsuxaJSOJnMqR5NcJn7QxHCaSrUL9QglEmILJle6nlk6_w8QzOUEf1cgjzT05kLy6d2Bth0uTst4MIUqLqmGFs2UIzpxXmmPQ9g2LHW8fpEMhqi-uNxVHyx87holQSS00hfAnYsOHPkh8WNUtquCJ9InsI9K-PlfKv-r_JrxnSPlU8yVL78=w400-h400&quot; width=&quot;400&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;b&gt;La ragione che trascura la relazione&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;La terza strada, quella della ragione e della scienza, si affida ai fatti, alle prove, ai dati, puntando tutto sulla qualità e la fondatezza del contenuto, trascurando però la relazione. Spesso l’errore “tecnico” che fa una persona competente e preparata è pensare che “i fatti parlano da soli” o che “le ragioni si impongono da sé”. Così facendo tralascia tutta la parte emotiva umana che è fatta di resistenze, pregiudizi, credenze che non si è disposti a modificare, mancanza di strumenti culturali per comprendere e accettare certi ragionamenti.&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjhPlcEkAjQwhfQfRjuYi01ot_rhriF0tEwKxPOpMyQMiOfOvV14mBEjDbsmRU8lDMa8vrQEf8dIDaksnKrF9-NI0yZzhZdCKD-v50hv0pPV8T9XnRNgh2fdnOJEID8jeUWPrkfAgMzVK5lOHDOflZOM618CMsUsroyPwiiAQDwNdqbHb4gcOMI3aR2pGU&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;1566&quot; data-original-width=&quot;1566&quot; height=&quot;400&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjhPlcEkAjQwhfQfRjuYi01ot_rhriF0tEwKxPOpMyQMiOfOvV14mBEjDbsmRU8lDMa8vrQEf8dIDaksnKrF9-NI0yZzhZdCKD-v50hv0pPV8T9XnRNgh2fdnOJEID8jeUWPrkfAgMzVK5lOHDOflZOM618CMsUsroyPwiiAQDwNdqbHb4gcOMI3aR2pGU=w400-h400&quot; width=&quot;400&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;b&gt;La &quot;comunicazione felice&quot; non esiste&lt;/b&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le tre modalità precedenti, insomma, hanno il difetto di rinunciare ora al contenuto ora alla relazione, concentrandosi su un aspetto della comunicazione umana rispetto all’altro. La domanda allora è: esisterà un modo di interagire che tenga assieme il contenuto e la relazione? Una modalità in cui si possa sì andare fino in fondo in ciò che si sostiene mantenendo una collaborazione con l’altro pur nella divergenza?&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ebbene questo ideale di comunicazione felice non esiste. Dobbiamo dircelo. Essere tutti allineati sul contenuto e contemporaneamente privi di elementi emotivi che fanno resistenza di fronte alle differenze è sostanzialmente un’illusione. Per questo dobbiamo abbandonare l’idea di una comunicazione felice, che mette tutti d’accordo, ed entrare nell’ottica della disputa felice: stare nelle differenze senza che queste compromettano le relazioni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjps3P-LtcZedfrSk92YlN8j73v1r0fLM7zte9ZFY5JDX-xq_PrHwXsXrp3vCYh0vQ7XKViph1uRIQb39E1DaVrOoxEaHDd4UgZeohs0syyqwjJhgABo39xglNf8oxQyctlBKSS7sBo8UNSmWCfP084ozCAG7ToWXHEhnB7CpJO6JG0twWAXLRC4ShT0GY&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;1566&quot; data-original-width=&quot;1566&quot; height=&quot;400&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjps3P-LtcZedfrSk92YlN8j73v1r0fLM7zte9ZFY5JDX-xq_PrHwXsXrp3vCYh0vQ7XKViph1uRIQb39E1DaVrOoxEaHDd4UgZeohs0syyqwjJhgABo39xglNf8oxQyctlBKSS7sBo8UNSmWCfP084ozCAG7ToWXHEhnB7CpJO6JG0twWAXLRC4ShT0GY=w400-h400&quot; width=&quot;400&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;b&gt;Cosa è la disputa felice&lt;/b&gt;&lt;p&gt;La disputa felice prende il meglio delle tre modalità osservate e lo mette a sistema. Dallo scontro trae la motivazione a non cedere e tenere il punto. Nella razionalità trova un elemento fondante per rivedere le argomentazioni e andare fino in fondo nel contenuto. Allo stesso tempo va oltre: si nutre della spinta della diplomazia per non trascurare gli elementi relazionali. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La questione è fondamentale perché le decisioni migliori nascono proprio dal disaccordo e dalle idee divergenti. In quegli scomodi momenti di diversità le idee e le argomentazioni si possono purificare da ciò che diamo per scontato. Quando si è uno di fronte all’altro, onestamente in disaccordo, ci si aiuta ad andare all’essenza di ciò che riteniamo dotato di senso. Senza il confronto, invece, quando si sta sempre tra condiscendenti o dediti a stigmatizzare nemici, si finisce per vivere di imitazione e di conformismo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Il relativismo e la fiducia nelle capacità umane&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si dirà: ma questo è relativismo! Sì, il pericolo c’è. Ma è un rischio che va corso e va corretto con un po’ di fiducia nelle capacità umane. Un confronto proficuo si fonda proprio sul riconoscimento che ogni essere umano, anche quando sta sostenendo qualcosa di contraddittorio, ha qualcosa da dire. Quella parte va colta, ascoltata, capita e a partire da essa si deve e si può disputare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La disputa felice, insomma, non è scontro, non è politicamente corretto, non è razionalità pura. È un atto libero e realistico di persone che hanno fiducia nella capacità di farsi capire ma anche di riconoscere l’altro, convinte che per scoprire qualcosa è inevitabile questo “incontro”. Per tutto il resto si può continuare a blastare, a fare cassa di risonanza o a polarizzarsi; modi di interagire che, come osserviamo ogni giorno, non ci portano lontano.&lt;/p&gt;&lt;style class=&quot;WebKit-mso-list-quirks-style&quot;&gt;
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&lt;/style&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2025/06/scontro-consenso-o-ragione-la-quarta.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEi5lq8IsEHKpUwUH9s1mihonuyR1zdGKyHW9-5pDpCFHD9HLh4Dlo4gP-WN7YBzYRWJvF2pi8HDK0s0A8vpLxmIR7K6xC6ScJqloLLJOoo18A5prtk0ZnNZGnLf1LVt13sNfvMp68eLJBtAoQv9VFsCSdacymoJB2SPYvcqZAVjIF6a14e0bXFw9Frtd1k=s72-w640-h360-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-7264806431348827714</guid><pubDate>Fri, 06 Jun 2025 10:58:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-06-06T12:58:28.727+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>I valori della disputa felice</title><description>&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEggfjnvb0PYKoX66jCPCLd1D_eEXmHNx5Ig8zfA3wJGJjD1rgXt_jRbYBhNJlBBsO7myI88Vc3xpwBlcqAxMkO2uQI6kuoc6sxwiU20MMxDmBY_jWc66v3aj_DyxpghAjbmeWF_meSkmOsB26uyETttViuWvOlv0zW4w0Dmp40orN98xOF_uMpxraBepYw/s1920/Valori%20disputa%20felice.png&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEggfjnvb0PYKoX66jCPCLd1D_eEXmHNx5Ig8zfA3wJGJjD1rgXt_jRbYBhNJlBBsO7myI88Vc3xpwBlcqAxMkO2uQI6kuoc6sxwiU20MMxDmBY_jWc66v3aj_DyxpghAjbmeWF_meSkmOsB26uyETttViuWvOlv0zW4w0Dmp40orN98xOF_uMpxraBepYw/w640-h360/Valori%20disputa%20felice.png&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da Bruno Mastroianni, &lt;i&gt;I valori della disputa felice&lt;/i&gt;, in Gian Paolo Terravecchia, Marco Ferrari, a cura di, &lt;i&gt;&lt;a href=&quot;https://www.loescher.it/dettaglio/opera/O_3938/88--Cosa-sono-i-valori--Genesi-ed-esperienza-di-ci---che-vale&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Che cosa sono i valori? Genesi ed esperienza di ciò che vale&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;, &quot;I Quaderni della Ricerca&quot; 88, Loescher, 2025)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Essere d’accordo fa piacere. Fa sentire che si condividono valori e questa adesione li rafforza. Anche polarizzarsi dà piacere: definire i propri valori in contrasto con quelli di qualcun altro li fa apparire più nitidi e rilevanti. Queste due pratiche alimentano l’identità tramite il senso di appartenenza: ci fanno sentire qualcuno, con un preciso posto nel mondo. È una realtà molto umana: preferiamo sentirci dalla parte della ragione, piuttosto che avere ragione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In ambienti ad alto tasso di consenso, o in situazione di polarizzazione, dove si interagisce quasi esclusivamente tra opinioni omogenee o in contrasto inconciliabile, non si fa lo sforzo di esplicitare i valori: ci si appiattisce su un corredo valoriale dato per scontato. Si cade nelle insidie dei pregiudizi di conferma in cui la realtà appare costantemente conformata alle proprie convinzioni e aspettative. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il porre valori per contrapposizione è un atto identitario che potremmo definire “statico”: affermo chi sono e divido il mondo tra chi condivide le stesse idee e chi le rigetta. Nel farlo assumo un’identità di cui do per scontato il valore (o meglio, i valori che la animano). La reale consistenza di quei valori e l’adeguatezza della loro gerarchia rimane nel silenzio, in ciò che si matura per credenza più che per una vera messa alla prova. Non discutere è accontentarsi di ciò che si è e si è sempre stati, senza chiedersi chi si vuole diventare. Con il rischio di vivere una vita le cui scelte possono essere dettate da meri motivi di appartenenza, da bisogni, da convenienze, da paure e da pregiudizi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando invece ascoltiamo l’altro che dissente, quando scegliamo di argomentare a partire da quello che può accettare, è il momento in cui esplicitiamo i valori, li tiriamo fuori dal silenzio e incominciamo a metterli alla prova. È un momento di “exotopia”: ricostruiamo l’altro come portatore di una prospettiva autonoma, altrettanto sensata della nostra e non riducibile alla nostra. È un’esposizione del nostro orizzonte di riferimento. Un’attività che costa fatica perché comporta un rischio: quel mondo che ci sembrava così coerente, in cui il nostro posto era garantito, improvvisamente incomincia ad avere delle contraddizioni, delle feritoie. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora, questo modo di procedere nelle discussioni non è istintivo, è qualcosa che possiamo applicare con la volontà di farlo, dobbiamo desiderarlo. Alla disputa felice dobbiamo riconoscere valore. Quando non glielo attribuiamo, emergono le pratiche del consenso e della contrapposizione. &lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;a href=&quot;https://www.loescher.it/dettaglio/opera/O_3938/88--Cosa-sono-i-valori--Genesi-ed-esperienza-di-ci---che-vale&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Vai all&#39;articolo completo&lt;/a&gt;.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Indice&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Introduzione&lt;/i&gt; di Gian Paolo Terravecchia, Marco Ferrari&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Saluto&lt;/i&gt; del Ministro&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;I valori alla prova della filosofia e delle Romanae Diputationes&lt;/i&gt; di Marco Ferrari&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Sul torneo Age contra e sulla categoria Monologhi&lt;/i&gt;&amp;nbsp;di Gian Paolo Terravecchia, Gabriele Laffranchi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Essere e valere nell’età del nichilismo&lt;/i&gt; di Costantino Esposito&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;i&gt;I valori della disputa felice&lt;/i&gt;&amp;nbsp;di Bruno Mastroianni&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;i&gt;Cosa sono i valori?&lt;/i&gt; Intervista a Mario De Caro&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;I Valori: una questione di logos e attenzione&lt;/i&gt; di Gordan Gospodinovic, Elena Rocchi&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;i&gt;Tra virtute e cambiamento&lt;/i&gt; di Nicolò Biffi, Sofia Marastoni, Irene Bizzarri, Nicolò Portolani, Giulia Mattioli&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;i&gt;Fenomenologia dei valori: dall’assoluto al condiviso&lt;/i&gt; di Anna De Baggis, Matilde Dell’Agli, Allegra Franzina, Sara Mariani, Valentina Moro&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Dal nichilismo all’esperienza di ciò che vale: relazionalità e temporalità dei valori&lt;/i&gt; di Giorgia Cerolini, Caterina Ciribè, Matilde Torresi, Mattia Vigliotta&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Il politeismo dei valori&lt;/i&gt;&amp;nbsp;di Lucrezia Maria Scaccia, Gemma Trapani&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;L’essenza del valore tra estetica e moralità. Il sublime come sintesi&lt;/i&gt;&amp;nbsp;di Simone Riggi, Zeno Peracca&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Appendice&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Manifesto per la Filosofia&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Autori e curatori&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2025/06/i-valori-della-disputa-felice.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEggfjnvb0PYKoX66jCPCLd1D_eEXmHNx5Ig8zfA3wJGJjD1rgXt_jRbYBhNJlBBsO7myI88Vc3xpwBlcqAxMkO2uQI6kuoc6sxwiU20MMxDmBY_jWc66v3aj_DyxpghAjbmeWF_meSkmOsB26uyETttViuWvOlv0zW4w0Dmp40orN98xOF_uMpxraBepYw/s72-w640-h360-c/Valori%20disputa%20felice.png" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-5660584928880530457</guid><pubDate>Fri, 30 May 2025 13:59:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-05-30T17:19:09.101+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>Silenzio. Ovvero il peso del &quot;non detto&quot; nelle discussioni</title><description>&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgYSuzfFzzW5Z_Uzwo4SY7_SQrxJ0uruChMo5WKwxmXz5XWToVvezZ7ypPv5Iy-_PmMw068xPBpsKPSUo0FM6OVersgPQE0VxwbyzM-69bJwclsxmPGgx9rtk_Vf3uVq-S0Ozgq9o94axdTJm86_jTGNwnjIMwVKVeRl484TIrxelMbonv2M9a-R0VKb-A/s1536/Non-detto.png&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;1024&quot; data-original-width=&quot;1536&quot; height=&quot;426&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgYSuzfFzzW5Z_Uzwo4SY7_SQrxJ0uruChMo5WKwxmXz5XWToVvezZ7ypPv5Iy-_PmMw068xPBpsKPSUo0FM6OVersgPQE0VxwbyzM-69bJwclsxmPGgx9rtk_Vf3uVq-S0Ozgq9o94axdTJm86_jTGNwnjIMwVKVeRl484TIrxelMbonv2M9a-R0VKb-A/w640-h426/Non-detto.png&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&quot;Mi fai dubitare della tua intelligenza&quot;.&amp;nbsp;Quanto è fastidiosa un&#39;affermazione del genere in una discussione? Ma perché? È il potere del &quot;non detto&quot;. Una specie di magia che facciamo continuamente con le parole: ciò che non diciamo esplicitamente diventa più rilevante e significativo, soprattutto durante una conversazione accesa.&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&quot;Mi fai dubitare della tua intelligenza&quot; non è una frase che esprime dubbio, ma un modo implicito di dare dello stupido. Quel significato, &quot;stupido&quot;, matura dentro le inferenze dell&#39;ascoltatore, come se lo dicesse a sé stesso in base al buco lasciato nel non detto.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Il silenzio: un tessuto connettivo&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Siamo abituati a pensare al silenzio come a un’assenza di parole, come se fosse un vuoto della comunicazione. Soprattutto nelle discussioni in cui ci viene spontaneo inondare l’aria con le nostre repliche, come se fosse il loro suono o la loro presenza nello spazio a farci ascoltare. Invece è esattamente il contrario: il non detto non è affatto un vuoto, ma una specie di tessuto connettivo che attiva reazioni più delle parole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il nostro linguaggio si basa in buona misura su ciò che non diciamo rispetto alle parole che esplicitamente pronunciamo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Facciamo un esempio:&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Luca scrive su Instagram a Clara:&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&quot;Sabato c&#39;è un concerto al Monk&quot;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Clara dopo poco risponde:&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&quot;Non amo i concerti&quot;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Consideriamo questo scambio: nessuno dei due ha scritto esplicitamente ciò che intendeva davvero dire. Luca non voleva informare Clara su un evento pubblico che avveniva di sabato, ma con quell’informazione intendeva dire: “andiamo assieme?”. Clara, in risposta, non voleva tanto mettere al corrente Luca delle sue preferenze nel tempo libero, quanto fargli capire che non era interessata a uscire con lui.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Non dico, dico meno, ti coinvolgo&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;In questo scambio intervengono diversi elementi, ad esempio la cortesia che ci spinge a essere indiretti e più morbidi con l’altro. Ma intervengono anche meccanismi come la parsimonia: dire di più con meno parole. L&#39;effetto preminente, però, è il coinvolgimento: quel che non diciamo spinge l’altro a “riempire i buchi”, a dedurre da sé cosa intendiamo, in questo modo non siamo più noi da soli a dirlo, ma soprattuto l&#39;altro a interpretarlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È un’operazione che si può fare in modo virtuoso e costruttivo, per facilitare la collaborazione, oppure in modo distruttivo, per attaccare. Pensiamo ad esempio quanto è più cortese far notare a una persona un errore in modo indiretto e implicito con un “siamo sicuri si scriva così?”, rispetto a dire: “hai sbagliato a scrivere quella parola!”. Stiamo esprimendo la stessa cosa, ma in modo diverso: con la domanda (simulata) lasciamo all’interlocutore il compito di dedurre che forse quella parola non si scrive così. È permettere che faccia in gran parte lui il lavoro, senza invaderlo con una correzione dall’alto.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Gli impliciti distruttivi&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Lasciare all’altro il compito di dedurre e riempire i buchi si può usare anche in modo distruttivo. Sono gli impliciti corrosivi che abbiamo visto all&#39;inizio, ad esempio accuse come “sei sempre il solito”: lasciano all’immaginazione dell’interlocutore, e degli eventuali ascoltatori che assistono, cosa stiamo presumendo come caratteristica negativa dell’altro che diamo per stabile e assodata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La stessa forza &quot;silenziosa&quot; funziona negli attacchi personali. Quando diciamo a qualcuno “dici così perché sei un&#39;ottimista” o “perché sei giovane” è come se dessimo per scontato, senza dirlo, che la sua caratteristica personale compromette la bontà dei suoi ragionamenti.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Il potere distruttivo di un &quot;invece&quot;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Qualche tempo fa ho partecipato a una videocall con più professionisti in cui, alla fine dell&#39;intervento di una giovane collaboratrice, un&#39;altra collega più anziana ha iniziato il suo intervento dicendo: &quot;io, invece, che lavoro in questo campo da più di 20 anni penso che...&quot;. Quell&#39;&quot;invece&quot; e il riferimento ai &quot;20 anni&quot; hanno in un sol colpo implicato che tutto ciò che era stato detto prima aveva un valore minore vista la giovane età e la supposta minore esperienza della collaboratrice. Un&#39;accusa contenuta tutta in ciò che non è stato detto esplicitamente.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Parliamo per iceberg&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Il punto è che parliamo (e scriviamo) per iceberg: le parole che usiamo sono la punta visibile, ma il senso che le nostre parole hanno, i loro effetti sulle relazioni, sono sommersi, sono appunto nel silenzio. Una parte che bisogna saper cogliere, capire e gestire per non lasciarsene irretire.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Se pensiamo, poi, che molti dei nostri scambi avvengono nel digitale con messaggi scritti e stringati (spesso frettolosi), il peso dei &quot;non detti&quot; aumenta: da qui l&#39;aggravarsi della possibilità di fraintendere le reali intenzioni degli altri quando ci dicono qualcosa.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Dire senza dire e ascoltare&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Saper &quot;leggere e scrivere&quot; bene questa parte silenziosa è un impegno fondamentale per la salute delle nostre interazioni. Come farlo? Propongo tre virtù da coltivare:&lt;/div&gt;&lt;div&gt;1. Coltivare il silenzio&lt;/div&gt;&lt;div&gt;2. Saper ascoltare gli impliciti&lt;/div&gt;&lt;div&gt;3. Sforzarsi di esplicitare&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Coltivare il silenzio&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Alda Merini diceva: &quot;mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire&quot;. Siamo abituati a vedere la comunicazione come affermazione, espressione, contenuto, così spesso ci perdiamo che è il contrario: sono i buchi che lasciamo tra le parole a dire di più. Quei buchi vanno osservati, coltivati, curati. Oltre alla domanda &quot;che effetto farà ciò che dico?&quot; – fondamentale in ogni atto di comunicazione – dovremmo abituarci a chiederci: &quot;cosa susciterà ciò che non sto dicendo?&quot;. A pensarci bene la cura del silenzio serve a &quot;fare spazio&quot; all&#39;interpretazione dell&#39;altro nella propria formulazione di frasi, gesti, messaggi.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Saper ascoltare gli impliciti&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dato che è proprio nei &quot;non detti&quot; che si rivelano le intenzioni profonde dell&#39;essere umano, vanno presi sul serio e ascoltati con attenzione. Se qualcuno dice &quot;sei sempre il solito&quot;, oltre alla reazione istintiva di difesa, un atteggiamento attivo di ascolto dovrebbe portare a comprendere il fastidio e la frustrazione che sta manifestando.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dimmi cosa &quot;non dici&quot; e ti dirò chi sei. È il luogo dove si colgono le intenzioni e i veri significati che sta proponendo l’altro. Così come nei nostri silenzi traspare ciò che intendiamo e vogliamo veramente. È lì che spesso si gioca la vera posta in gioco di una discussione accesa.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Sforzarsi di esplicitare &quot;in uscita&quot;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Che ci piaccia o no, per discutere occorre esplicitare: mettere &quot;sul tavolo&quot; le questioni, esternarle affinché possano essere trattate dagli interlocutori coinvolti. E questo vale in uscita e in entrata. Quando si ha qualcosa &quot;contro&quot; qualcuno, occorre prendersi l&#39;impegno di argomentare per fornire all&#39;altro gli elementi necessari per poter rispondere nel merito.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Da &quot;sei sempre il solito&quot; a &quot;sei sempre il solito perché usi l&#39;ironia ogni volta che vuoi sviare da una questione...&quot; è già un passo avanti. Si sta cercando di dare consistenza a quella frustrazione per poterla affrontare assieme. Così come un &quot;mi fai dubitare della tua intelligenza perché mi ripeti sempre le stesse domande&quot; ha una formulazione che perlomeno si sta sforzando esplicitare una ragione o un motivo del giudizio espresso.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Sforzarsi di esplicitare &quot;in entrata&quot;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Certo si può fare di meglio, ma intanto la spinta all&#39;esplicitazione non può che favorire la possibilità di un dialogo più sano. E questo vale anche &quot;in entrata&quot;: quando si riceve un&#39;accusa implicita, piuttosto che soffermarsi sulla sua carica biasimante, si può scegliere di invitare l&#39;altro a esplicitare. &quot;Cosa intendi per sempre il solito? Fammi capire dove ho sbagliato&quot;: è un modo di rispondere che accoglie la frustrazione altrui, invitandolo a metterla sul piatto per affrontarla direttamente.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Con un correttivo però. A volte, proprio per il bene della discussione, più che esplicitare è meglio ritornare alla coltivazione del silenzio della prima virtù. Cioè accogliere la frustrazione presente negli impliciti &amp;nbsp;e farne tesoro, senza voler per forza ribattere. Sono tutti quei casi in cui non vale la pena discutere: quando l&#39;altro non ha la minima intenzione di collaborare (pensiamo a certi commenti provocatori online e offline) o comunque non ha davvero un argomento concreto da esprimere contro di noi. Qui il silenzio diventa capacità di &quot;lasciar cadere&quot;.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Il valore del silenzio&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Istintivamente siamo portati a lasciarci prendere dal silenzio degli impliciti reagendo senza pensarci e, spesso, è proprio lì che cadiamo. Così come noi stessi siamo portati a formulare delle frasi che mettono nei silenzi parti fondamentali che compromettono la buona pace della discussione. Ripartire dal silenzio, dalla sua cura, dall&#39;ascolto degli impliciti può renderci più consapevoli di come stiamo discutendo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Dalla valorizzazione di questo &quot;patrimonio del non detto&quot; dipende una buona fetta del destino delle relazioni di convivenza della società in rete, plurale e iperconnessa in cui siamo immersi.&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2025/05/silenzio-ovvero-il-peso-del-non-detto.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgYSuzfFzzW5Z_Uzwo4SY7_SQrxJ0uruChMo5WKwxmXz5XWToVvezZ7ypPv5Iy-_PmMw068xPBpsKPSUo0FM6OVersgPQE0VxwbyzM-69bJwclsxmPGgx9rtk_Vf3uVq-S0Ozgq9o94axdTJm86_jTGNwnjIMwVKVeRl484TIrxelMbonv2M9a-R0VKb-A/s72-w640-h426-c/Non-detto.png" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-1147180888695305656</guid><pubDate>Wed, 21 May 2025 10:40:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-05-21T12:40:12.715+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">guidasocial</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">media</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>Sbagliando si impara? Nel digitale non è così semplice.</title><description>&lt;div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjySK9p897twtpC5ArZMHil1FLmkvnK7iV6Zm7gq_7GfZtqb7xFHG6yeMzxu5DLUbtOgoK5S7U_Hsyy6-PBxGCQIBGyJ9J7j5CCVr0SP9s6a6Cxuef3gAvYgZtY3A1FecL4QhiAZT64V9_jhhkYvFVOv25X9o9pdAtMMzYRpmiRPF_bxE-Ucy1TtVDpbLM&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;1024&quot; data-original-width=&quot;1536&quot; height=&quot;426&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjySK9p897twtpC5ArZMHil1FLmkvnK7iV6Zm7gq_7GfZtqb7xFHG6yeMzxu5DLUbtOgoK5S7U_Hsyy6-PBxGCQIBGyJ9J7j5CCVr0SP9s6a6Cxuef3gAvYgZtY3A1FecL4QhiAZT64V9_jhhkYvFVOv25X9o9pdAtMMzYRpmiRPF_bxE-Ucy1TtVDpbLM=w640-h426&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;(Pubblicato su &lt;a href=&quot;https://www.genuina.eu/com/wp-content/uploads/2025/05/62-1.pdf&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;The People Room&lt;/a&gt;, maggio 2025)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel contesto digitale, l’errore non è più solo un incidente, ma diventa un fenomeno di rete capace di influire potentemente nelle relazioni. Non importa che si tratti di un creator di grande visibilità o di un utente qualsiasi che invia il messaggio sbagliato: il guaio, amplificato dalla sua digitalizzazione nelle piattaforme di comunicazione, si trasforma in crisi di reputazione. Questa condizione, che potremmo definire di “fallibilità aumentata” (&lt;a href=&quot;http://www.brunomastro.it/2024/04/se-errare-e-umano-nel-digitale-puo.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;QUI&lt;/a&gt; un articolo in cui approfondisco il tema), impone un ripensamento profondo della concezione dell’errore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;La prevenzione non basta&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La tecnologia ha aumentato le possibilità di comunicazione, ma ha anche moltiplicato le occasioni in cui compiere passi falsi. L’invio impulsivo e l’eccessiva fiducia nella correzione automatica producono esiti a volte comici, altre volte gravi. Per chiunque invii qualcosa servendosi delle tecnologie digitali diventa cruciale rimettere costantemente in primo piano la fase di rilettura e di revisione dei contenuti. Questa azione viene spesso trascurata soprattutto quando si opera su certe piattaforme che, per il loro funzionamento, possono trasmettere all’umano un senso rapidità e imporre una certa fretta psicologica nel momento di inviare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allo stesso tempo, le soluzioni basate esclusivamente sulla prevenzione (revisioni, formazione, linee guida sull’uso dei social, regolamenti interni) seppur indispensabili, non risolvono la radice del problema: l’errore è connaturato all’esperienza umana e non può essere eliminato. Serve allora guardare all’errore nella sua versione potenziata dalle tecnologie, per poterlo gestire al meglio.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;La fallibilità aumentata dal digitale&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;L’ecosistema digitale rende qualsiasi atto di comunicazione persistente, riproducibile, pubblico o semi-pubblico (pensiamo alla pratica dello screenshot), ma anche in qualche modo decontestualizzato: è frequente, infatti, che ciò che era pensato per un certo uditorio finisca sotto gli occhi di chi non ci si era prefigurati di raggiungere. Anche i sistemi di cancellazione e revoca delle pubblicazioni presentando diversi limiti. Pensiamo a una piattaforma di messaggistica come WhatsApp che consente di eliminare o modificare i testi dopo l’invio. È un rimedio solo parziale: l’etichetta “messaggio eliminato” o quella “modificato” può stimolare ulteriore attenzione sull’errore compiuto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se in questo discorso includiamo le tecnologie di Intelligenza Artificiale, l’errore diventa ancora più complesso: bias algoritmici, allucinazioni, interpretazioni errate di testi, traduzioni imprecise. Anche qui l’eccessivo affidarsi al sistema digitale, spesso per comodità e per accelerare i processi, può indebolire la necessaria vigilanza umana che dovrebbe accompagnare ogni atto di comunicazione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Il recupero dall&#39;errore&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Di fronte a questa situazione occorre adottare un approccio a doppia valenza: prevenire sì, con policy adeguate e buone virtù di revisione, ma soprattutto occorre ripartire dal valore della gestione dell’errore, per saper reagire, essere in grado di comunicare in modo adeguato, riparare e ristabilire fiducia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In un’organizzazione umana efficace deve oggi più che mai maturare la consapevolezza che l’errore ci sarà, il punto è che, se ben gestito, può diventare un’opportunità di apprendimento e rafforzamento della credibilità. Occorre coltivare una rinnovata “cultura dell’errore” che stimoli all’apertura mentale e all’accettazione dell’adattamento continuo come dimensione ineliminabile delle relazioni umane. Mettersi sempre di più al riparo da ideali di assenza dell’errore (impossibili da realizzare) e puntare sulle qualità relazionali e sociali che alimentano la capacità di recupero. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Recuperando si impara&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;La valorizzazione dell’errore come risorsa strategica è da sempre una buona pratica per le organizzazioni umane. Per governare il cambiamento digitale diventa ancora più importante: un trampolino per innovare processi, affinare competenze relazionali e comunicative. L’imperfezione umana amplificata dal digitale richiede di rivedere gli atti di comunicazione anche alla luce di un continuo ciclo di potenziale caduta, apprendimento e riparazione, dove quest’ultima diventa il valore centrale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma, il classico “sbagliando si impara”, in un sistema di “fallibilità aumentata”, dovrebbe evolvere in un più articolato: “sbagliando potenziati, si impara se si riesce a comunicare efficacemente la riparazione”.  &lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2025/05/sbagliando-si-impara-nel-digitale-non-e.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjySK9p897twtpC5ArZMHil1FLmkvnK7iV6Zm7gq_7GfZtqb7xFHG6yeMzxu5DLUbtOgoK5S7U_Hsyy6-PBxGCQIBGyJ9J7j5CCVr0SP9s6a6Cxuef3gAvYgZtY3A1FecL4QhiAZT64V9_jhhkYvFVOv25X9o9pdAtMMzYRpmiRPF_bxE-Ucy1TtVDpbLM=s72-w640-h426-c" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-8865894704142450470</guid><pubDate>Thu, 15 May 2025 18:39:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-05-16T16:38:47.216+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>Il valore dei nostri scambi: l’ascolto in un tempo polarizzato</title><description>&lt;div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjFVKhDr_6rWbIWNpa7ZvULFhua7iEc8ryW4jmsmq84ddr7J6GvTJyqTTuJslKJ6gAvF8TLRahKClPPhOYTKIzbZ32fX2pkAJXWtwn6eMQB-VjOyi2KgCzTOlaQOl3k3VbNjzQc1ISVL5W_Fmp6xzHV4uMfDv5AhtjNeb-tzje6aXJa1QWaYAZbUyC6HkA/s1920/Ascolto.png&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;1080&quot; data-original-width=&quot;1920&quot; height=&quot;360&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjFVKhDr_6rWbIWNpa7ZvULFhua7iEc8ryW4jmsmq84ddr7J6GvTJyqTTuJslKJ6gAvF8TLRahKClPPhOYTKIzbZ32fX2pkAJXWtwn6eMQB-VjOyi2KgCzTOlaQOl3k3VbNjzQc1ISVL5W_Fmp6xzHV4uMfDv5AhtjNeb-tzje6aXJa1QWaYAZbUyC6HkA/w640-h360/Ascolto.png&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;(Tratto dall&#39;intervento: &quot;Ciò che vale: moneta e senso dello scambio&quot;, Festival della Moneta, Rotondella, 3 maggio 2025)&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Viviamo un’epoca in cui la discussione &lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2024/05/siamo-nellepoca-del-litigio-continuo-ma.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;sembra aver ceduto il passo al litigio&lt;/a&gt;. Le nostre interazioni, sia nei media tradizionali sia nei social, sembrano sempre più modellate sullo scontro, più che sul confronto. Ma cosa perdiamo davvero quando smettiamo di discutere? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è una frase amara che racchiude un sentimento diffuso: “Tanto è inutile discutere, soprattutto su certi argomenti, specialmente con certe persone”. È una resa, il segnale che siamo arrivati al punto di rottura nella nostra capacità di convivere attraverso le discussioni.&amp;nbsp;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Quando si perde la fiducia nella possibilità di uno scambio significativo, non è solo il dibattito a morire: finisce la socialità stessa. Questa sfiducia nel dialogo è uno dei semi della crisi delle democrazie che oggi percepiamo attorno a noi. Non si tratta solo di politica: è una crisi di relazioni, di tessuto sociale, di reti umane.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;iframe allow=&quot;accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share&quot; allowfullscreen=&quot;&quot; frameborder=&quot;0&quot; height=&quot;315&quot; referrerpolicy=&quot;strict-origin-when-cross-origin&quot; src=&quot;https://www.youtube.com/embed/Y372GSu5POs?si=go-d7BdW9VVheNKb&quot; title=&quot;YouTube video player&quot; width=&quot;560&quot;&gt;&lt;/iframe&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;La comunicazione aggressiva paga?&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Molti giustamente dicono: “Chi comunica in modo aggressivo sembra avere successo”. È vero: l’aggressività paga. Ma la domanda è: in che moneta?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La comunicazione polarizzante paga in una valuta effimera: l’attenzione. Chi alza la voce, cattura lo sguardo, ottiene like, forse anche il voto o l’acquisto di un prodotto. Ma non costruisce fiducia. Non costruisce credibilità. Anzi, alla lunga, quelle affermazioni sprezzanti, quelle scorciatoie suadenti, quelle continue riduzioni di problemi complessi, non riescono a mantenere nella sostanza la forza che promettono nella forma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Oltre l’emaptia: l’exotopia&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Se vogliamo ricostruire relazioni durature, dobbiamo reimparare a fare uno sforzo fondamentale: rendere le nostre idee accettabili per l’altro. Questo è il cuore dell’argomentazione: non imporre un punto di vista, ma proporlo in modo che l’altro possa ascoltarlo, comprenderlo, valutarlo (e anche criticarlo). Per farlo, dobbiamo conoscere l’altro, metterci nei suoi panni, capire il suo modo di vedere e sentire il mondo. Ma non solo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si parla molto di empatia. E l’empatia è fondamentale, ma non basta. Accanto a essa, serve un’altra virtù, spesso sconosciuta: l’exotopia. È la capacità di accettare l’altro nella sua irriducibile diversità, senza volerlo riportare ai nostri orizzonti di riferimento. È la base di un vero ascolto: non solo “sentire” l’altro, ma fargli spazio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Un’etica tanto antica quanto innovativa&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;A questo punto, potremmo pensare che tutto questo sia un bel sogno, un ideale platonico. E invece è il contrario: è qualcosa di profondamente concreto. Specialmente oggi, in un tempo in cui la comunicazione aggressiva è spettacolarizzata e monetizzata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non ci servono tanto &lt;a href=&quot;https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/non-bastano-competenze-ci-vogliono-virtu-ecco-come-discutere-bene-per-vivere-felici/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;nuove competenze, ma una nuova (o antica) etica&lt;/a&gt;. L’etica delle virtù, come ci insegna Aristotele. Fare le cose bene, per il gusto di farle bene. Trovando soddisfazione proprio nel condurre quella attività umana in modo eccellente in sé. Per questo diversi autori propongono le virtù dell’argomentazione come sprone a condurre al meglio possibile l’azione umana di discutere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come il barista che fa con cura il suo caffè e coltiva le relazioni con i clienti, non solo perché ci guadagna, o perché gli conviene, ma soprattutto perché prova gusto di farlo in sé. È un’etica che ci responsabilizza: non possiamo più dire “è colpa degli altri”, “è il contesto che non lo permette”. Nell’etica delle virtù il valore è cercato di per sé. Anche se accartocciati, stropicciati dalle situazioni difficili, possiamo continuare a coltivarlo. Come una banconota da 50 euro, che anche se spiegazzata, mantiene tutto il suo valore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Partire dall’orecchio dell’altro&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Mentre nel dibattito mediatico e social-mediatico c’è chi può permettersi di alimentare continui scontri monetizzando, nella vita quotidiana delle nostre assemblee condominiali e delle nostre riunioni di lavoro i continui scontri ci sottraggono risorse in termini di fiducia e credibilità. Con conseguenze nefaste sulla nostra convivenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giorgio Gaber diceva: “Si può scegliere se passare alla storia o passare alla cassa”. È vero, è possibile cercare il guadagno immediato drenando consensi velocemente. Ma la domanda è: cosa rimane in termini di fiducia e credibilità? Argomentare bene significa partire dall’orecchio dell’altro, non da quello che c’è nella nostra voce. Concentrarsi su &lt;a href=&quot;https://www.brunomastro.it/2025/03/la-resistenza-dei-valori.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;ciò che resiste dopo la discussione&lt;/a&gt;. Perché, alla fine, ciò che resta può cambiare la storia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Come scriveva Italo Calvino: “Non è la voce a condurre il racconto, sono le orecchie”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2025/05/il-valore-dei-nostri-scambi-lascolto-in.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjFVKhDr_6rWbIWNpa7ZvULFhua7iEc8ryW4jmsmq84ddr7J6GvTJyqTTuJslKJ6gAvF8TLRahKClPPhOYTKIzbZ32fX2pkAJXWtwn6eMQB-VjOyi2KgCzTOlaQOl3k3VbNjzQc1ISVL5W_Fmp6xzHV4uMfDv5AhtjNeb-tzje6aXJa1QWaYAZbUyC6HkA/s72-w640-h360-c/Ascolto.png" height="72" width="72"/></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1392315024737426798.post-4370170070687243737</guid><pubDate>Tue, 06 May 2025 15:22:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-05-06T17:22:18.731+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">disputafelice</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">pensiero</category><title>E se discutere diventasse un piacere? </title><description>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEgmIAPYwTBK74GV88qi3FZWRL9Qk_CiLqBodF23CMP80An6cb2ckEhhWrZKV29I2SayxCHrcHb20kxgaEvaRa_0uyeZz9fls67fEIuSVV2__aIN7evBHrqHULwcMT07YrBxJPkLd6LLD6lBQqwa2fQfZCQ14G-J1N23p2MplTtPvz2fxo4fLDAejmIxIJs&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em; text-align: center;&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; data-original-height=&quot;1080&quot; data-original-width=&quot;1920&quot; height=&quot;360&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEgmIAPYwTBK74GV88qi3FZWRL9Qk_CiLqBodF23CMP80An6cb2ckEhhWrZKV29I2SayxCHrcHb20kxgaEvaRa_0uyeZz9fls67fEIuSVV2__aIN7evBHrqHULwcMT07YrBxJPkLd6LLD6lBQqwa2fQfZCQ14G-J1N23p2MplTtPvz2fxo4fLDAejmIxIJs=w640-h360&quot; width=&quot;640&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;Nell’epoca dei toni forti, degli scontri sui media, delle polarizzazioni e dell’odio online un gruppo di giovani, universitarie e universitari, si è messo in testa di imparare a discutere bene. Basta questo per capire che &lt;a href=&quot;https://audinoeditore.it/libro/9788875276096&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;questol libro&lt;/a&gt;&amp;nbsp;è qualcosa di speciale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Negli intenti degli autori è una cassetta degli attrezzi per affrontare al meglio le gare di dibattito secondo il protocollo Patavina Libertas proposto dalla Palestra di Botta e Risposta in scuole e atenei di tutta Italia. Ma a leggere bene queste pagine si va molto oltre la semplice guida a tornei di dibattito regolamentato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Fare la differenza&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Qui si parla più in generale del piacere del discutere nella vita di tutti i giorni. Della capacità di saper argomentare le proprie idee di fronte agli altri, specialmente quando questi dissentono, resistono, pongono obiezioni. Si parla di saper fare la differenza, discutendo, invece di subirla scontrandosi e litigando.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una consapevolezza attraversa i vari capitoli di questa opera collettiva: disputatori felici non si nasce, si diventa. Saper discutere bene è una qualità che si raggiunge con la pratica, l’esercizio, si deve andare per tentativi ed errori. La strada proposta dagli autori è quella del riconoscimento delle proprie debolezze e dei propri limiti, del lavoro sulle proprie caratteristiche per perfezionarle. Gli strumenti: la pazienza, la perseveranza, la dedizione, l’impiego di tempo ed energie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Nessuno escluso&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Ciò fa sì che nessuno possa sentirsi escluso dall’ideale proposto in queste pagine: la disputa felice, cioè il saper affrontare le differenze di vedute valorizzando le relazioni invece di comprometterle. In un’epoca del “tutto e subito” questi giovani disputanti rispondono proponendo un percorso ludico-educativo basato sul raggiungere obiettivi “passo dopo passo”. Al miraggio dei talenti e delle doti speciali che portano alcuni eletti al successo, questi giovani autori replicano con la pratica concreta delle virtù come via che ciascuno può percorrere per tirare fuori il meglio di sé, qualsiasi siano le condizioni di partenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una palestra inclusiva che invita tutti ad allenare i muscoli della discussione. Un’attività di cui si sente quanto mai oggi il bisogno osservando il livello degli scambi di comunicazione tra esseri umani in cui siamo immersi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;La palestra dell&#39;ascolto&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Attraversando i vari capitoli di quest’opera, che mettono in fila tutti gli ingredienti necessari a costruire confronti proficui, si riconosce una prospettiva innovativa e in controtendenza rispetto a certe cattive abitudini contemporanee. Osserviamo i tutti giorni che ne è di modalità di comunicazione improntate a sconvolgere per spingere a schierarsi. Azioni che, se nel breve termine portano qualche beneficio in termini di popolarità, alla lunga erodono il gusto del mettere a confronto le idee. Tanto che siamo circondati da contrapposizioni tra tifosi più che da confronti tra ragioni in gara tra loro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quello che in queste pagine si sostiene è che il successo di un argomentatore, più che dalla sua capacità di propalare messaggi forti, dipende dal suo modo di ascoltare. La Palestra di Botta e Risposta, in fin dei conti, si potrebbe definire come un intenso addestramento che abilita a riconoscere le idee e le emozioni degli altri. Il buon disputatore è colui che capisce dove sta emotivamente e intellettualmente l’interlocutore che ha di fronte. Perché è solo a partire dall’accettazione di quella posizione esistenziale che si possono offrire ragioni convincenti.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Annodare i fili delle divergenze&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Discutere non è scambiarsi idee. È costruire – o deteriorare – relazioni significative. Il buon discutere è la roccia sicura su cui poggia la possibilità del convivere. È riconoscersi diversi e cercare di annodare i fili delle divergenze creando attraverso questi, legami pieni di senso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le attività e gli allenamenti per il dibattito regolamentato qui proposti non sono destinati ad atleti di una disciplina specializzata, parlano a qualsiasi essere umano sia impegnato a dire la sua in mezzo ai suoi simili. Le assemblee di condominio, i gruppi di WhatsApp, le riunioni di lavoro, i commenti sui social, le recensioni di prodotti su internet, i dibattiti televisivi cosa sono se non tutte occasioni in cui qualsiasi cittadino è chiamato, attraverso le discussioni, a capire qualcosa di più su se stesso, sul mondo e sugli altri?&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Considerazione degli altri, fiducia in se stessi&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Da come saranno condotti quei confronti dipendono cose molto più grandi di quello che si può pensare. Precisamente, la possibilità di partecipare in modo efficace alla vita in società: saper soppesare le varie possibilità che si presentano, correggere le proprie visioni pregiudizievoli, stanare i grandi e piccoli inganni che sempre affliggono la mente umana. In una parola, imparare a discutere bene è imparare a prendere decisioni sensate aperti alla considerazione degli altri, senza perdere la fiducia in se stessi. La disputa felice, in fin dei conti, è la strada per fruire sempre meglio della libertà che abbiamo conquistato con fatica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://audinoeditore.it/libro/9788875276096&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Questo testo&lt;/a&gt;&amp;nbsp;parla sì del discutere come un gioco, ma un gioco tanto serio che da esso dipende la qualità della nostra vita.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;b&gt;INDICE&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Invito alla lettura&lt;/b&gt; di Bruno Mastroianni&amp;nbsp;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Premessa&lt;/b&gt; di Giovanni Giardina e Marco Pellicano&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Capitolo primo: Termini e contestualizzazione&lt;/b&gt; di Marco Pellicano&lt;br /&gt;1.1 Definiamo i termini&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;1.2 Per un quadro generale&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Capitolo secondo: Il kit del dibattente&lt;/b&gt; di Laura Martini, Celeste Novaro, Gianluca Pedron&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;2.1 Logica di Jacopo Preci&lt;br /&gt;2.1.1 Qualche fallacia da conoscere e riconoscere di Federico Cabodi&lt;br /&gt;2.2 Retorica di Ilaria Orla e Paolo Sacerdoni&lt;br /&gt;2.3 Confutazione di Giovanni Giardina e Leonardo Suffritti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Capitolo terzo: Patavina Libertas&lt;/b&gt; di Margherita Baravalle e Marco Pellicano&lt;br /&gt;3.1 Promessa solenne del Disputator Cortese di Jacopo Preci&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;3.2 Prologo di Jacopo Preci&lt;br /&gt;3.3 Argomentazione di Elisa Ruffo&lt;br /&gt;3.4 Dialogo socratico di Giovanni Giardina&lt;br /&gt;3.5 Replica di Leonardo Suffritti&lt;br /&gt;3.6 Difesa di Matteo Alfano&lt;br /&gt;3.7 Epilogo di Gianluca Pedron&lt;br /&gt;3.8 Riconoscimento di Margherita Baravalle e Stefano Ruggiero&lt;br /&gt;3.9 Giudici di Maria Giulia Avio&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Capitolo quarto: Biodiversità oratoria &lt;/b&gt;di Celeste Novaro&lt;br /&gt;4.1 Torneo interscolastico di Palestra di Botta e Risposta di Laura Martini&lt;br /&gt;4.2 Torneo interuniversitario di Palestra di Botta e Risposta di Gianluca Pedron e Jacopo Preci&lt;/div&gt;&lt;div&gt;4.3 Romanae disputationes di Jacopo Preci&lt;/div&gt;&lt;div&gt;4.4 Campionati SNDI e formato World Schools Debate di Ludovica Gallo&lt;/div&gt;&lt;div&gt;4.5 “Disputa classica” di Ilaria Orla, Marco Pellicano e Paolo Sacerdoni&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;4.6 La gioventù dibatte di Celeste Novaro&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Conclusione&lt;/b&gt; di Margherita Baravalle&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Strumenti per approfondire&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Note sugli autori&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Indice analitico&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.brunomastro.it/2025/05/e-se-discutere-diventasse-un-piacere.html</link><author>noreply@blogger.com (Bruno Mastroianni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEgmIAPYwTBK74GV88qi3FZWRL9Qk_CiLqBodF23CMP80An6cb2ckEhhWrZKV29I2SayxCHrcHb20kxgaEvaRa_0uyeZz9fls67fEIuSVV2__aIN7evBHrqHULwcMT07YrBxJPkLd6LLD6lBQqwa2fQfZCQ14G-J1N23p2MplTtPvz2fxo4fLDAejmIxIJs=s72-w640-h360-c" height="72" width="72"/></item></channel></rss>