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	<title>il Blog di Piazza Perotti</title>
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	<description>Tra Castro e dintorni</description>
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	<title>il Blog di Piazza Perotti</title>
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		<title>Il Contributo di Filippo Giacomo CERFEDA sulla Cappella di San Vito in Ortelle (LE)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Micello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Nov 2025 19:03:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Biblioteca]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[Cappella e fiera di S. Vito. Atti del Convegno di studi (Ortelle, 21 ottobre 2011) La registrazione audio del contributo di Cerfeda in occasione della Fiera di San Vito del 2011.]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Cappella e fiera di S. Vito. Atti del Convegno di studi (Ortelle, 21 ottobre 2011)</p>



<p class="wp-block-paragraph">La registrazione audio del contributo di Cerfeda in occasione della Fiera di San Vito del 2011. </p>



<figure class="wp-block-audio"><audio controls src="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/11/Cerfeda_San_Vito_21_ottobre_2011.mp3"></audio></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>La Stalla Domestica 3/3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Micello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Apr 2025 11:23:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;AZIENDA AGRICOLA Concorre allo sviluppo di quella che fin qui abbiamo chiamato “stalla domestica” la dimensione rurale dell’abitato. In nessun centro che presentasse economie spiccatamente commerciali o amministrative, o semplicemente ambisse alla qualifica di piccola o grande cittadina, la presenza di animali di grossa mole sarebbe stata consentita come invece si tollera nei tanti piccoli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;AZIENDA AGRICOLA</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Concorre allo sviluppo di quella che fin qui abbiamo chiamato “stalla domestica” la dimensione rurale dell’abitato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In nessun centro che presentasse economie spiccatamente commerciali o amministrative, o semplicemente ambisse alla qualifica di piccola o grande cittadina, la presenza di animali di grossa mole sarebbe stata consentita come invece si tollera nei tanti piccoli centri rurali della Provincia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei casi di una maggiore dimensione dell’azienda agricola, o per semplice incompatibilità urbanistica, l’allevamento viene sempre delocalizzato rispetto al centro abitato o nella immediata periferia o nelle storiche masserie in piena campagna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I titolari di queste aziende di maggiore dimensione quasi sempre non concorrono direttamente alla cura degli animali ma si affidano a massari, custodi, guardiani o a mezzo di contratti di colonia si procurano le opportune scorte per l’alimentazione con il lavoro di bracciante e piccoli contadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le economie e le incombenze in questo caso crescono, così come le competenze merceologiche, l’attitudine alla contabilità e la figura di questo imprenditore agricolo spesso si confonde con lo svolgimento contestuale di altre attività come quelle professionali, finanziarie&nbsp; o industriali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>I cunti de l’oiu</em> -Un’azienda agricola che gestisce dai 30 ai 40 ettari di terreno diversamente coltivati si trova a gestire una contabilità che non può essere ridotta alla semplice memoria. Produzione e vendita di carne da macello con regolarità agli esercenti, produzione e vendita di formaggio a ciclo giornaliero, gestione delle sementi e delle arature, vendemmie e stoccaggio di vini, rimonde, raccolta e trasformazione delle olive, produzione e manifattura del tabacco e una infinità di adempimenti che la gestione del personale fisso, di quello avventizio spesso complicato dai rapporti di colonia richiedono una figura imprenditoriale con livelli di istruzione superiori che può ritrovarsi solo nel perpetuarsi di vecchie famiglie possidenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è un caso che nel registro giornaliero delle entrate e delle uscite dell&#8217;avvocato Enrico Rizzelli (1868-19 ) ci sia la tabella pitagorica dietro la propaganda dei fratelli missionari. Il brogliaccio è una sequela di somme e moltiplicazioni certamente non alla portata di ogni cittadino ortellese. Non è raro trovare sui vecchi muri conti segnati a matita, spesso colonne senza somme, poche moltiplicazioni, le divisioni rarissime. Numeri lasciate sui muri a testimonianza del rispetto di un accordo o della propria onestà. Famigerati i semplici calcoli aritmetici che si svolgevano nei frantoi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il giornaliero del nostro concittadino tenuto dagli anni 1929-1930 e salvato fortunosamente dalla distruzione ci consente di confrontare la piccola azienda agricola che sta dietro alla stalla domestica con una azienda tra le più grandi del paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un maestro muratore costa 14 lire al giorno, un muratore 13, un ragazzo d’aiuto 7,&nbsp; un chilo di riso viene 1,10 lire, un chilo di pane 65 centesimi, un chilo di zucchero 4,45 lire al chilo, le carrube si vendono a sacchi, un chilo di fichi secchi vale 80 o 105 centesimi al chilo secondo la qualità. I lupini a 1,65 lire, 100 chili d&#8217;olio 135 lire, un chilo di grano 50 centesimi, una giornata di aratura costa 23 lire, un cavamonti prende 8 euro al giorno, un concio di tufo franco cava 28 centesimi. Il libro giornaliero è un vero prezziario della vita quotidiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo ai primi dell’anno 1929, nella metà esatta tra le due guerre mondiali e la stagione annuale comincia con la prosecuzione di quella precedente vale a dire con la raccolta delle ulive. Le braccianti sono quasi sempre le stesse, un gruppo fedele che si presenta ogni volta che si richiede un certo numero di lavoratrici e di qualche aiutante maschio, spesso il giardiniere o il fattore fisso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le giornate effettuate sono appuntate con pignoleria e per soprannomi: ‘Ncoppe, Scorcia, Deva, Tuja, Muzza, Vantaggiata, Polli, Lezzi, Tujo, Tore Cretì, Pizzicarella, Massafra, Stella, Clelia, Riccarda, Genoveffa, Capona, Tetta, Manna, Lauretta, Bonafede, Gallozzi, basta capirsi. Nino Massafra sempre presente su ogni campo e ogni lavoro. Per ogni giornata alle ulive si pagano 3 o 4 lire alle donne, 4 ai ragazzi e 5 al maschio. La stagione della molitura comincia il 3 novembre del 1928 e finisce il 14 febbraio del 1929. Si macina da Giovanni Martella, Rocco Miggiano e anche al frantoio di un fratello di Enrico. Un po&#8217; di olive si vendono a 32 lire il tomolo. Sulle prime vascate, ognuna da 5-6 tomoli, la resa media è di 4,60 kg di olio per tomolo di olive (40 kg circa).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni mese si vendono a Giovanni Mileti, che forse gestisce una macelleria o una puteca, un paio di agnelli da 6 kg l’uno, il grano venduto a 8 lire il tomolo, l’orzo&nbsp; a 4,45 al tomolo, la biada a .</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando serve si offrono arature, sia a terzi che ai propri coloni. Il paricchio lavora per Nino Massara a Vignavecchia, per Peppe Martano, Fanfulla, Cretì e Tappu a Terra De Giorgi, ad Armando per il Vorio, a Capone per la Pitrusa, a Ciccone per la Torcera, a Carmine per Cavaccione, al suo giardiniere per i Saurrusi, a Tosolina per Pezza li Monaci, e così via.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Finita la raccolta si passa alla rimonda. Damiano, Giacomo, Nino Cavalieri, Tore Surdo, Muto, Gravante Giorgio, Fiorenzo, Michelino, Nino Buffo, Giuseppe Sciotta, Lazzaretto, Zaino. Ognuno saldato a 8 lire la giornata, il legatore delle fascine (sarcine) a parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A metà marzo si da una sarchiata alla grossa al grano con la solita squadra di donne. A metà maggio si comincia a lavorare sull’aia: piselli, lupini, ceci e poi il grosso dei cereali. La paglia venduta sull’aia per 260 kg a Francesco Cazzato, 25 q.li a un certo Bortone di Diso, e poi a Giorgio Vantaggiato, Stefano De Blasi, Mauro Michele. A luglio per ventilare il grano se ne occupano uomini e donne, 4 lire a giornata alle donne, 5 agli uomini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall’aia ci si arrampica sugli alberi dei fichi ormai maturi. Nella prima annotazione dai Saurrusi arrivano 6,4 tomoli, da Casino 1, da Terra de Giorgi 1,5 e così via. L’azienda Rizzelli porta a casa circa 730 kg di fichi secchi da rivendere al mercato per l’esportazione (<em>du ‘mmarcu).</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo si commissionano ricostruzioni di muri, scavi di calcinaie, pulizie di pozzi e cisterne. Nino Massafra ricolma un pozzo alla Longa mentre Antonio della Santa ci sta arando. Per arare tutta la Longa Antonio e un certo Fanfulla si fanno 20 giornate ciascuno a 6 lire l’una.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come imprenditore non solo agricolo il nostro avvocato ha per tempo commissionato a Nuzzo Salvatore fu Donato l’imbianchimento interno ed esterno dello stabilimento balneare di proprietà a Santa Cesarea Terme e venduto a Pippi Circhetta 4 kg di colorante per cemento giallo arancio a 5 lire al chilo. A Giuseppe Ruggeri 5 chili di giallo limone, 4 chili di rosso mercurio e 1 chilo di nero avorio un po&#8217; più cari. L’avvocato ha una fabbrica di mattoni a Maglie e da quello che si intuisce vende il colorante che usa per le sue cementine, comprato a Milano, a chi fa lastricati in opera colorati (alla veneziana) e forse agli imbianchini che colorano le loro scialbature di calce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad ottobre riparte una minuta contabilità per dotare i coloni per le semine autunnali. Grano, orzo, avena, piselli, ecc.. secondo l’estensione del fondo coltivato e il ciclo della terra si chiude con la nuova raccolta delle olive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante una corte di una quarantina di pecore non vi sono annotazioni circa la produzione e la vendita di latte e derivati. Il 9 ottobre, tuttavia, ad Antonio, calderaio di Uggiano La Chiesa, si ordina una nuova caldaia di rame, finitura martellata liscia, fondo doppissimo, a 18 lire al chilo di rame, mentre l’artigiano si riserva di scontare la vecchia per 5 lire al chilo. A maggio comunque si tosano 34 pecore e 8 agnelli, se ne occupano il pastore, Raffaele Gravante e Donato Capone a 0,50 lire a capo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="725" height="1025" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/Figura_7-725x1025.jpg" alt="" class="wp-image-10183" srcset="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/Figura_7-725x1025.jpg 725w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/Figura_7-600x848.jpg 600w" sizes="(max-width: 725px) 100vw, 725px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Sono gli anni in cui l’Italia raggiunge il record di produzione di foglia di tabacco lavorato e sulla fascia adriatica salentina questa coltura ormai ha monopolizzato i campi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stagione per l’imprenditore comincia col pagare la tassa di esercizio per la lavorazione del tabacco dell&#8217;anno precedente che per l&#8217;azienda Rizzelli ammonta a 78 lire e poi una serie infinita di marche da bollo,&nbsp; il primo settembre ben 58 marche da 2,70 lire, il giorno dopo altre 72 da 1,85 lire.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;attività di manifattura prevede costi per assicurazioni, infortuni, malattia. Il fermo di un carro ferroviario alla stazione di Spongano e di&nbsp; Poggiardo per il carico del tabacco costa 30 lire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A dicembre si imballa ancora il tabacco e a fine anno dalla notissima merceria Cavallo di Maglie si comprano 35 chili di tela, poi l&#8217;anno dopo sempre da Pippi Cavallo altri 30 sacchi di iuta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come obbligo verso i coloni, ai quali&nbsp; cui deve fornire oltre alla terra sementi, piantine e varia attrezzatura a Salvatore Panico si comprano da Giorgino a Maglie 60 telai per essiccamento di tabacco (<em>talaretti</em>) a 5 lire ciascuno da tenersi nel fondo Aia. Si comprano brocche di ferro zincato, innaffiatoi, mazze, maestro Ciccio fornisce 10 maniglie per tragno. Anche Carmine, stagnino da Poggiardo, fornisce roba di latta e recipienti zincati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giorgio Palazzo e Tore Polli, cavamonti, prendono 900 lire per lo scavo di due nuovi calcinai, Rosario Pede, l&#8217;anno dopo deve allargare le cisterne d&#8217;acqua usata per lo spegnimento della calce, Toto Nicolardi e Giorgio Tuju provvedono a intonacarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;aprile del 1931 si inizia la costruzione di un classico essicatoio da tabacco, termine con cui molti paesani chiamano qualunque costruzione rurale. Si costruisce nel fondo Leandro, i primi conci di tufo li fornisce Giorgio Barone, 576 pezzi a 28 centesimi l&#8217;uno, il capomastro Toto Nicolardi prende 14 lire di giornata, suo figlio 13, il manipolo Giorgio Cretì 8. Il secondo lotto di 140 tufi li fornisce Arturo Roma, poi gli ultimi 54 Fioravante Cascetta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Servono 1210 embrici (<em>irmici</em>) per la copertura dalla pioggia e 35 mazzi di canne per l&#8217;incannucciato sottostante. Alla fine gli embrici non bastano e maestro Nicolardi, trovando in Piazza ad Ortelle Antonuccio, il figlio di Salvatore Indino di Lucugnano, contratta ancora altre tegole per 13,50 lire. L&#8217;orditura del tetto richiede 16&nbsp; murali 7&#215;7 cm e due travi 18&#215;20 cm da sei metri, per l&#8217;imbiancatura serve una sola giornata, a&nbsp; Giorgio Zaino che ha legato le canne si pagano 5 giornate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto probabilmente ci si conserverà dentro il tabacco essiccato fino all&#8217;imballaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I lavori più pesanti vengono pagati meglio. Per pulire il pozzo nel fondo Puzzelle chi sta sotto prende 17 lire a giornata, quello sopra che tira l&#8217;argano 18 lire, e mezzo litro di vino a testa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La coltivazione a colonia più frequente è il tabacco. Giorgio Capone si prende 42 are della Petrusa e 70&#8217;000 piantine, che tolti un po’ di stradoni e i capitali è la classica piantumazione con 15 centimetri tra una piantina e l&#8217;altra e un interfilare di 50 centimetri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Longa è divisa in tre coloni per un totale 680 mila piantine di tabacco. Sono almeno 15 i coloni che nel 1932 lavorano tabacco sulle terre dei Rizzelli.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="751" height="1025" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/Figura_9-751x1025.jpg" alt="" class="wp-image-10185" srcset="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/Figura_9-751x1025.jpg 751w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/Figura_9-600x818.jpg 600w" sizes="(max-width: 751px) 100vw, 751px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il blocco tra il piccolo latifondista salentino e i suoi coloni diventa all&#8217;interno delle comunità rurali un blocco sociale con dinamiche di solidarietà interne molto forti e spesso un vero e proprio cartello elettorale in contrapposizione con altri cartelli interni alla comunità. Votano ancora i soli maschi e, se capita l&#8217;occasione, non si manca di immortalare la propria forza elettorale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">All&#8217;imprenditore compete anche il dovere dell&#8217;aggiornamento professionale. Non è raro trovare nei suoi appunti notizie di botanica copiate da qualche testo e numerosi bollettini agricoli in abbonamento come ad esempio quello edito dal Comizio Agrario di Lecce&nbsp; con reclami di prodotti e attrezzature e con un sommario di articoli informativi e discussioni sul mondo agricolo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1386" height="1025" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/Figura_8-1386x1025.jpeg" alt="" class="wp-image-10187" srcset="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/Figura_8-1386x1025.jpeg 1386w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/Figura_8-600x444.jpeg 600w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/Figura_8-768x568.jpeg 768w" sizes="(max-width: 1386px) 100vw, 1386px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il 23 dicembre del 1932 si ritirano 11 quintali di patate da seme opportunamente ripartite tra vari coloni in base alla estensione del fondo assegnato. A Capone Pietro vengono consegnati 2 quintali di tuberi e i concimi raccomandati dalla letteratura tecnica per una proficua produzione: 50 kg di nitrato, 30 kg di potassio e 2 kg di perfosfato. E&#8217; la prima volta che negli appunti dell&#8217;imprenditore compaiono i concimi prodotti dalla chimica industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora in quegli anni negli affitti degli stabilimenti balneari di Santa Cesarea Terme di sua proprietà il Rizzelli ci tiene a specificare in contratto che il letame della stalle in cui si sistemano i tiri delle carrozze dei villeggianti resta di sua proprietà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono anche gli anni della corrente elettrica in casa. Il 14 novembre del 1931 a palazzo Rizzelli si inaugura l&#8217;impianto della luce elettrica installato dal magliese Gennaro De Iaco. Nel febbraio successivo per 220 lire si installano anche i comodi campanelli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con le rimesse degli emigranti e la produzione in proprio su modesti appezzamenti della foglia di tabacco tutto il blocco dei coloni nei decenni successivi andrà ad impoverirsi e ad emanciparsi completamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una nuova ricchezza diffusa per cui la mucca giù in cantina comincerà a non essere più indispensabile come nei secoli prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>La Stalla Domestica 2/3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Micello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2025 10:49:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Blog]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;edilizia rurale accessoria I tre esempi precedentemente analizzati non possono prescindere dalla presenza di uno o più manufatti accessori presenti in ambito rurale. Per quanto il perfezionamento del modulo edilizio urbano sia stato sviluppato negli anni alcune funzioni restano esterne all&#8217;abitazione e spesso delocalizzate nei terreni di proprietà fuori del centro urbano.   Sono anch&#8217;essi [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;edilizia rurale accessoria</strong></p>

<p class="wp-block-paragraph">I tre esempi precedentemente analizzati non possono prescindere dalla presenza di uno o più manufatti accessori presenti in ambito rurale. Per quanto il perfezionamento del modulo edilizio urbano sia stato sviluppato negli anni alcune funzioni restano esterne all&#8217;abitazione e spesso delocalizzate nei terreni di proprietà fuori del centro urbano.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">Sono anch&#8217;essi dei prototipi di edifici più o meno arrangiati, spesso tirati su con murature di  tufi cavati in loco e senza malta di giunzione. Sono casette (<em>caseddre</em>) o essicatoi (<em>siccatoi</em>) dove si stocca il grosso delle ramaglie (<em>sarcine</em>) della rimonda degli ulivi che serviranno ad alimentare i focolari domestici per tutto l&#8217;anno, dove si conserva il deposito principale di paglia e foraggio, e spesso presentano un piccolo vano con finitura più civile dotato di letto o pagliera e di un camino dove nella buona stagione alcuni familiari vi passavano anche la notte vista la scarsa disponibilità di spazio nella casa in paese.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1737" height="1025" class="wp-image-10161" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_5-1737x1025.jpg" alt="" srcset="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_5-1737x1025.jpg 1737w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_5-600x354.jpg 600w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_5-768x453.jpg 768w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_5-1536x906.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1737px) 100vw, 1737px" /></figure>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph"><em>U ciucciu porta a paja, u ciucciu se la raja</em>.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Il trasporto quasi quotidiano di vario materiale (paglia, fieno, legna, ramaglie, letame, ecc) dalla casa ai campi e viceversa ha imposto nell&#8217;economia aziendale la presenza di un traìno animale adeguato alla capacità produttiva. L&#8217;animale concorre alla formazione di un prodotto diretto (latte, formaggio, figliature, ecc&#8230;), al lavoro nei campi (arature, trasporto, concimazione, trebbiature, ecc..) e quindi anche alle proprie necessità. L&#8217;asino che trasporta la paglia è lo stesso che se la mangerà.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Alla bisogna il contadino o il piccolo massaro si dota comunque di una piccola trainella e di un asinello se non di un vero traìno da trasporto. Nel primo caso si soddisfano le sole esigenze di movimentazione dei materiali, nel secondo caso il contadino può trasportare ed arare in proprio o anche conto terzi. </p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">Per ragioni di spazio, nelle piccole aziende, la trainella è spesso ricoverata in un apposito spazio protetto accanto alla casetta di campagna che tra ricovero coperto o scoperto per l&#8217;animale da tiro, la pagliera e il vano civile assume una certa dimensione.</p>

<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;animale è più spesso utilizzato coma soma, col carico direttamente sulla groppa oppure bardato in uscita dalla cantina fino all&#8217;arrivo nei campi dove verrà giunto al traìno quando necessario. Nella stagione estiva può passare la notte anche nei ricoveri di campagna e nelle lunghe giornate di lavoro non era raro che ci si portasse dietro da casa oltre che gli ovini anche la mucca da latte. Non è difficile immaginare queste processioni di genti che alle prime luci dell&#8217;alba prendevano le vecchie strade vicinali coi loro animali e vi ritornavano al tramonto.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1737" height="1025" class="wp-image-10162" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_6-1737x1025.jpg" alt="" srcset="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_6-1737x1025.jpg 1737w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_6-600x354.jpg 600w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_6-768x453.jpg 768w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_6-1536x906.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1737px) 100vw, 1737px" /></figure>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;animale di grossa taglia portato con se nei campi non solo ara o trebbia i cereali nelle aie, ma col pascolo diretto nei campi consente di realizzare economie sulle scorte alimentari di paglia e foraggio e un controllo diretto sul benessere dei capi.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Nei periodi di scarso impegno nelle operazioni colturali era frequente che lo stesso contadino si dedicasse personalmente all&#8217;attività estrattiva producendo conci per le muratura di recinzione dei campi o per piccoli manufatti, come pure per realizzare fosse per le concimaie del letame, e ancora pozzi per la ricerca di acqua sotterranea o vere e proprie cisterne. Nei vecchi catasti onciari è ancora presente la distinzione tra muratori di case rustiche (<em>di campagna dal latino rus</em>) e muratori di case civili o case palazzate,  ma in molte parti di questi accrocchi di campagna si legge chiaramente la mano poco professionale del proprietario.  </p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">La paglia per gli animali e la legna e le ramaglie che alimenteranno i focolari e i forni devono restare asciutte, gli animali al riparo dalle intemperie o dal sole, le attrezzature al sicuro, all&#8217;aspetto estetico è lasciato quasi nullo. Il solo vano da abitare è voltato in muratura e spesso intonacato, stalli e depositi sono coperti alla buona con embrici (<em>irmici</em>) e i recinti restano scoperti o pergolati con le viti. I lastrici e gli scoperti vicini alla costruzione alimentano l’indispensabile cisterna di acqua pulita.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">Il modello culturale e colturale si perpetua nelle pratiche agricole, nell&#8217;edilizia e nelle modalità allevamento per molti decenni e non perché sia  impermeabile alle contaminazioni. Gli stessi contadini frequentano i campi della Lucania, i frantoi del brindisino, i palmenti del tarantino.</p>

<p class="wp-block-paragraph">I maschi con l&#8217;assolvimento della leva  militare vengono a conoscenza di pratiche e macchinari più moderni ed efficaci di quelli utilizzati nei propri campi, tuttavia il modello si persevera per arretratezza endemica, marginalità geografica, scarsa fertilità dei suoli e assenza di risorse idriche.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">Cosimo De Giorni nei suoi viaggi per tutta la provincia di Lecce nel 1882 scriveva che in Ortelle si coltivavano i campi ancora come ai tempi di Abramo. Resta il dubbio se si riferisse a un arcaico sistema prioritario di pastorizia rispetto alla coltivazione diretta della terra, ma se a metà del novecento in molti campi ortellesi si aravano le terre ancora con le vacche forse ci aveva visto giusto.    </p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>
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		<title>La Stalla Domestica 1/3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Micello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Apr 2025 12:51:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
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					<description><![CDATA[Un contributo su tre parti di prossima pubblicazione su carta   La stalla domestica   L’esteso affioramento di roccia tenera nella penisola salentina ha caratterizzato in ogni aspetto la valenza ambientale e culturale del nostro territorio. Dove questo affioramento è risultato proficuo si sono avviate attività estrattive e formazioni di ambienti ipogei finalizzati al supporto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="10151" class="elementor elementor-10151">
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<p class="wp-block-paragraph">Un contributo su tre parti di prossima pubblicazione su carta</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph"><strong>La stalla domestica</strong></p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">L’esteso affioramento di roccia tenera nella penisola salentina ha caratterizzato in ogni aspetto la valenza ambientale e culturale del nostro territorio. Dove questo affioramento è risultato proficuo si sono avviate attività estrattive e formazioni di ambienti ipogei finalizzati al supporto dell’attività edilizia e alla creazione di ambienti di diversa destinazione. Cave di tufo, cisterne, grotte, frantoi, cantine, cripte, la dove il banco della tenera calcarenite lo ha permesso, l’attività di estrazione e scavo si è sempre sviluppata.  Nell’areale di riferimento l’ampia presenza di queste diverse consistenze di calcareniti salentine hanno concorso ad evolvere, secolo dopo secolo  l’attività urbanistica adattando l’ambiente costruito alle specifiche esigenze di una popolazione principalmente dipendente dall’attività agricola.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">Senza trascurare l’utilizzo puramente artistico di alcune varietà di pietra come quella della pietra leccese, il concorso della risorsa  offerta da una roccia facilmente cavabile l&#8217;uomo l&#8217;ha tradotta immancabilmente in termini pratici. Se serve, per esempio, un ambiente in cui produrre olio di oliva che abbia contemporaneamente un’ampia sala per la vasca di macinatura, un adeguato soffitto per contenere la spinta dei torchi e soprattutto conservi  in inverno una temperatura che eviti la condensazione dell’olio il frantoio ipogeo scavato nella roccia è stata la risposta fino a buona parte del secolo scorso per la grande produzione di olio pugliese.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">Nella edilizia privata la presenza della calcarenite affiorante ha consentito la realizzazione di ambienti diversamente utilizzati nei piani interrati e seminterrati, spesso interamente cavati nella roccia ad eccezione della parti voltate di copertura fatte in muratura. Se il banco roccioso era di buona qualità permetteva l’estrazione di conci da utilizzare nella costruzione dei piani superiori e comunque l’efficace costruzione di cisterne di riserva per acqua potabile che fino al completamento della rete dell’Acquedotto Pugliese a tutto il Salento era condizione <em>sine qua non</em> per la sopravvivenza di uomini e animali.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Accanto alla sporadica presenza di falde freatiche superficiali, spesso comunitarie dove si sono fondati i tanti piccoli centri salentini, la ulteriore riserva di acqua raccolta durante gli eventi meteorici dimensionava e limitava sia le esigenze domestiche, sia quelle di allevamento che di produzione agricola.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">La tipologia di tre stalle rilevate nel Comune di Ortelle sono tre esempi di integrazione tra le diverse esigenze di una comunità che vive di piccola agricoltura e che dimensiona il suo costruito secondo l’estensione dei propri campi.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Oltre che a dare ricovero, la casa deve consentire la conservazione degli alimenti per le stagioni di scarsa produzione (lavorazione, essicazione, stoccaggio), il mantenimento degli animali allevati (depositi di foraggio, abbeveratoi, lettiere, trasformazione dei prodotti come latte e formaggio), la produzione minima di ortaggi (ortali di prossimità). La preparazione  e la cottura degli alimenti  esclusivamente fatta sul focolare con ramaglie e legna per esempio impone un ambiente specifico e separato, il numero dei familiari pretende uno sfruttamento estremo degli spazi, quasi sempre viene sacrificata la presenza di un servizio igienico ben collegato all’abitazione.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">L’ambiente dedicato alla stalla per quanto in connessione con la struttura  principale resta perfettamente definito e quasi autonomo eccezion fatta per la cisterna comune. A differenza di alcune tipologie di stalla del centro e nord Italia la presenza di volte in muratura impedisce lo sfruttamento termico della stalla sottostante verso l’abitazione.</p>

<p class="wp-block-paragraph">I tre casi esaminati partono dalla dimensione di una <em>azienda</em> agricola che può permettersi di allevare <em>in casa</em> uno o due bovini fino ad una azienda che dispone di campi di produzione di foraggio per massimo sei o sette capi di grossa dimensione.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Accanto a queste <em>stalle domestiche</em> ubicate nei piani seminterrati dell’abitazione del contadino o del piccolo massaro  dedicate principalmente allo stazionamento fisso di animali di allevamento sono comunque presenti stalle sempre fuori terra ad uso più professionale per specifiche esigenze come l&#8217;aratura (<em>paricchi</em>) e il trasporto (<em>trainieri</em>)  o per il tiro di carrozza dove si aveva la necessità di movimentare l’animale da lavoro quotidianamente. Questa edilizia si riconosce per avere sul prospetto stradale un discreto varco carraio su cortile, sotto un <em>sipporto</em> o direttamente al vano di ricovero interno.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>primo caso</strong> è una piccola abitazione di inizio novecento a schiera con uno schema della stalla seminterrata che ricopia fedelmente le strutture superiori con l’unica eccezione dell’assenza di un divisorio interno per avere un vano più ampio a servizio dei capi stabulati. Quanto l’esigenza dell’allevamento abbia condizionato la distribuzione architettonica dell’abitazione e viceversa non sappiamo dirlo, sicuramente si è raggiunto un equilibrio tra abitazione, allevamento e dimensionamento aziendale  che come tipologia è spesso riscontrabile in altre costruzioni.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Nello spaccato della figura n.1 è facile leggere la stratificazione di funzioni a cui la costruzione deve assolvere, dalla cisterna alla quota più bassa fino ai locali accessori terminali sulle coperture (<em>suppina</em>). L’acqua delle coperture è raccolta nella cisterna che presenta una doppia comoda possibilità di emungimento sia a livello di cantina che di abitazione. </p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1737" height="1025" class="wp-image-10152" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_1-1737x1025.jpg" alt="" srcset="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_1-1737x1025.jpg 1737w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_1-600x354.jpg 600w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_1-768x453.jpg 768w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_1-1536x906.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1737px) 100vw, 1737px" /></figure>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">L’accesso degli animali al piano seminterrato è sempre diretto sulla strada mediante una scala più o meno comoda che evidenzia chiaramente la dimensione massima dell’animale ospitato e la frequenza di entrata e uscita. Se i piccoli animali ovini e caprini possono sempre accedere allo stallo le dimensioni del varco e il numero di gradini chiarisce la dimensione massima dell’animale ricoverato. Un cavallo da lavoro da tirare fuori ogni mattina forse no, un piccolo asino e un mulo forse si. Un bovino che viene allevato da piccolo e uscirà da adulto dalla cantina dipende.  </p>

<p class="wp-block-paragraph">L’ambiente ha sempre dei riscontri d’aria ricavati dove è possibile. L’accesso allo scoperto posteriore spesso non dispone di serramento restando sempre aperto, sul fronte stradale una apertura può agevolare l’insilaggio di paglia e foraggio direttamente dalla strada. Le deiezioni liquide e solide sono conservate verso il posteriore dell’animale stallato, in un angolo si ricava uno spazio per la paglia pulita.</p>

<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1737" height="1025" class="wp-image-10153" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_2-1737x1025.jpg" alt="" srcset="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_2-1737x1025.jpg 1737w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_2-600x354.jpg 600w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_2-768x453.jpg 768w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_2-1536x906.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1737px) 100vw, 1737px" /></figure>

<p class="wp-block-paragraph">Un’azienda agricola di questo livello dispone già di almeno due ettari di terreno coltivabile e in uno di questi campi è già presente un essiccatoio per conservare il grosso della paglia per le lettiere e dei foraggi. Non è raro trovare accanto a questi fienili un ricovero per un piccolo traino (<em>traìnu</em>) e una stalletta scoperta che spiegano che comunque quel contadino dispone di almeno un carro trainato per la movimentazione delle paglie e dei letami a servizio della stalla sotto casa.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Una caratteristica comune della stalla ipogea è la possibilità di ricavare mangiatoie che vanno oltre la proiezione della superficie del pavimento e consentono di accorciare lo spazio di stallo per almeno la lunghezza del collo dell’animale. La tipologia della mangiatoia viene differenziata per altezza e qualità dei materiali. Una vasca in pietra leccese perfettamente stagna è riservata agli animali a cui è necessario fornire impasti o che rifiutano una scarsa pulizia. Alcuni stalli per animali di grossa taglia possono comunque scambiarsi ma alcuni accorgimenti sono comunque specifici.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Lo stallo per l’animale ferrato, come un cavallo da lavoro per esempio, è sempre basolato in pietra dura mentre il resto della stalla resta allo stato naturale protetto da uno strato ormai impastato di ogni sostanza. Non era raro che anche i bovini da lavoro fossero scarpettati. In qualche punto opportuno una nicchia per una lanterna ad olio per le emergenze notturne come il parto di una mucca.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>secondo esempio</strong> manifesta probabilmente in maniera più chiara una eredità culturale che viene dal passato rispetto all’anno di costruzione della stalla. E’ sempre il padre che avvia la struttura abitativa del figlio e spesso le soluzioni adottate, oltre che dal lotto del terreno,  sono condizionate dalla previsione dello stile di vita sperimentato dalle generazioni precedenti. </p>

<p class="wp-block-paragraph">La costruzione è dichiarata al Catasto negli ultimi anni della seconda guerra mondiale ed è ubicata sulla via Roma che dalla sua costruzione ottocentesca ha poi polarizzato lo sviluppo urbano di Ortelle. Sono terreni che presentano storiche presenze di ovili (<em>Curti</em>) che probabilmente utilizzano la servitù di pascolo dei vicini Campi San Vito. Anche la masseria Cazzato (della Pietà) dispone di stalli aperti per ovini e in fondo a vico Mameli fino agli anni cinquanta era ancora presente l’ovile di Giorgio Micello. Non molto distante è sopravvissuto l’ovile dei Rizzelli sulla salita di via Calaturu.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1737" height="1025" class="wp-image-10154" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_3-1737x1025.jpg" alt="" srcset="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_3-1737x1025.jpg 1737w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_3-600x354.jpg 600w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_3-768x453.jpg 768w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_3-1536x906.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1737px) 100vw, 1737px" /></figure>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">In questo esempio è forse riscontrabile una eredità generazionale di massari e allevatori che si muovono dal settecento fino all’ottocento dalle masserie di Cerfignano fino ad Ortelle e realizzano una stalla domestica sotto casa per animali di grossa taglia ma dotandola ancora di un piccolo ricovero per ovini che beneficia di uno scoperto posteriore per lo stallo all’aperto.</p>

<p class="has-alert-color has-text-color has-link-color wp-elements-8a908b015c62cc947afb2c9b3dbf1503 wp-block-paragraph">Una ampia vasca in pietra leccese vicina alla cisterna dimostra la necessità abbeverare i numeri capi di ovini contemporaneamente senza uso di secchi. L’interferenza tra i capi è risolta con piccoli muretti divisori e alcuni pali in legno opportunamente fissati   La stalla è realizzata insieme a quella simmetrica del fratello con la costruzione di una unica cisterna comune. E&#8217; difficile pensare che una consistenza di animali di questa dimensione si potesse condurre senza l’ausilio della plastica, della lamiera zincata, del ferro saldato, della illuminazione elettrica, del caglio comprato in farmacia, dei frigoriferi. Si aggiunga la scarsa conoscenza delle patologie animali, il controllo delle epidemie con le vaccinazioni e l&#8217;assenza di ogni tipo di farmaco per uso veterinario dei secoli scorsi per intuire la durezza della vita quotidiana per la cura degli animali.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>terzo esempio</strong> riporta la stalla domestica di un massaro che dispone di terreni sufficienti ad allevare capi bovini per almeno sei esemplari.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1737" height="1025" class="wp-image-10155" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_4-1737x1025.jpg" alt="" srcset="https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_4-1737x1025.jpg 1737w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_4-600x354.jpg 600w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_4-768x453.jpg 768w, https://micello.it/wp-content/uploads/2025/04/figura_4-1536x906.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1737px) 100vw, 1737px" /></figure>

<p class="wp-block-paragraph">Oltre alla produzione di capi da latte anche bovini da ingrasso per macello. L’abitazione superiore denuncia una certa agiatezza familiare e alla abitazione formata da tre vani principali al piano rialzato corrispondono tre vani con almeno sei mangiatoie per bovini e due per equini. La disponibilità di un ampio scoperto ha spostato le funzioni di ricovero dei foraggi e della paglia fuori dalla stalla così come pure la gestione delle deiezioni. L’accesso allo scoperto posteriore, più comodo, diviene quello principale con la possibilità di stallare di giorno gli animali sull’ampia aria di pertinenza.</p>

<p class="wp-block-paragraph">La dimensione di questo ultimo esempio rappresenta il massimo della potenzialità della stalla sotto casa nella realtà ortellese e forse di buona parte della provincia leccese almeno nelle aree caratterizzate da estrema particellizzazione dei fondi.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Come raffronto immediato, Masseria Capriglia in agro di Ortelle che ammonta 83 ettari di buona terra ha una dotazione nel 1918 perfettamente conosciuta per via di un contratto di affitto firmato tra la proprietaria Donna Maria Zunica contessa di Nardò e il colono Salvatore Merola di Cerfignano.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">Il Merola subentra al vecchio tenutario Filippo Guglielmo che gli consegna dettagliatamente: <em>&#8220;a) Animali bovini di giusta età ed atti al lavoro, per il valore di lire seicentotrentasette e centesimi 50; b) Sessanta pecore di corpo, delle quali trentasei di ottima qualità, e ventiquattro recettili, cioè non cieche, non zoppe e ne mancanti di denti – c) Tre montoni di buona qualità – d) Quattro capre di buona qualità – e) Grano ettolitri tredici e litri ottantanove pari a tomola venticinque – f) Orzo ettolitri ventidue pari a tomola 40 – g) Avena tomola trentacinque misura colma, pari a ettolitri ventidue misura rasa – h) Fave tomoli sei, pari ad ettolitri tre e litri trentatre – i) Lupini tomola cinque pari ad ettolitri due e litri settantotto = Tutti i detti generi di buona qualità e per uso di semenza – j) Paglia di grano, immessa nella pagliera per la lunghezza di palmi sedici pari a metri quattro e centimetri 22, e per l’altezza di palmi undici, pari a metri due e centimetri 90, a taglio perpendicolare, e paglia di orzo nella pagliera palmi sette e di lunghezza pari a metro uno e centimetri 14, e palmi undici di altezza pari a metri due e centimetri 90, anche a taglio perpendicolare, come da segni esistenti ad uno dei muri del capannone – k) Una carretta in ordine del valore un tempo di lire centosessantotto e centesimi 50, ma che ora per i rincari di tutti i generi vale molto di più – l) Tre aratri coi rispettivi gioghi buoni e servibili – m) Due vomeri di ferro del peso di chilogrammi undici sani e servibili – n) Una madia, per la ricotta salata in buono stato, ma senza serratura – o) Un caccavo di rame rosso del peso di chilogrammi sei e grammi 460 – p) Otto mangiatoie nella masseria; cinque pile ed un pilone vicino al pozzo, e due altre pile vicino alla cisterna della masseria.</em></p>

<p class="wp-block-paragraph">Il raffronto tra le piccole stalle urbane e la dotazione di Masseria Capriglia evidenzia la scala delle economie agricole in gioco. Da una parte un vero massaro che dimora permanentemente con tutta la famiglia nel <em>feu</em> assegnato, si occupa di ulivi, vigneti, pascoli, seminativi, campi di cotone e tabacco, dall&#8217;altra il contadino, il bracciante o il piccolo massaro che la notte dimora in paese e si tiene in casa la piccola dote allevata.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">Le tipologie esaminate, sviluppatesi con l’incremento demografico del settecento, si erano perfezionate nei decenni fino a diventare dei veri e propri prototipi edilizi. Nonostante i ricorrenti tentativi artificiosi dei vari governi di risollevare dalla povertà l&#8217;areale adriatico salentino come pure i radicali spontanei cambiamenti colturali (dal vino all&#8217;olio e poi viceversa con l&#8217;arrivo della fillossera in Francia, l&#8217;impianto di ficheti per la distillazione, la piantumazione di gelsi per l&#8217;allevamento del baco da seta, i tentativi di coltivare il cotone e infine le varietà orientali di tabacco) il modello di <em>stalla domestica</em> resistette per buona parte del novecento in quanto sostenuto dalle piccole esigenze di allevamento e dal contributo comunque offerto dall&#8217;animale nei campi. Resistettero fino a che scomparve l&#8217;economia di fondo dell&#8217;autoproduzione e dello scambio e il crescente benessere emancipò buona parte delle popolazioni dall&#8217;autosostentamento. Le rimesse della emigrazione e della coltivazione del tabacco permisero l&#8217;estensione dei campi coltivati e una moderna motorizzazione agricola. Le stalle ipogee andarono scomparendo sia per l’introduzione delle struttura in cls armato con volte piane che portarono realizzare stalle a piano terreno più ampie e più comode e poi a partire dagli anni sessanta i mezzi meccanici sempre più potenti (ruspe, escavatori, compressori a mano) consentono lo scavo integrale dei volumi interrati delle nuove abitazioni che presentano ormai esclusivamente murature appositamente realizzate, gli allacciamenti delle abitazioni alla rete dell&#8217;acquedotto porta alla dismissione delle vecchie cisterne che gioco forza diventano le nuove fosse settiche per la disponibilità in casa di acqua corrente.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">Non sono ancora arrivati gli anni dei regolamenti di igiene pubblica e dell&#8217;attività di prevenzione veterinaria che le vecchie stalle ormai risultano dismesse o ridotte a ospitare uno o due capi ovini la cui cura richiede notoriamente uno scarso impegno.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Tanti fattori ancora concorrono all&#8217;abbandono del tipo edilizio utilizzato per secoli, dal maggiore benessere alla motorizzazione di massa, la disponibilità di concimi industriali, alla elettrificazione delle campagne. I conci di tufo faticosamente cavati e squadrati a mano dai vecchi cavatori (<em>zucari</em>) sono economicamente perdenti rispetto ai conci segati con le macchine elettriche direttamente nelle cave.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>

<p class="wp-block-paragraph">In queste cantine in cui il contadino passava buona parte della giornata a governare, pulire e mungere restarono piccoli animali più da compagnia che da reale beneficio economico e infine oggi noi le vediamo ancora usate dai nipoti come apprezzate cantinette.</p>

<p class="wp-block-paragraph">I pavimenti e i gradini consunti scavati nella roccia vengono rivestiti di ceramica, le pareti di roccia e le volte di muratura a vista spesso intonacate ma l&#8217;occhio attento ci può ancora cogliere la trama delle funzioni originarie per cui quell&#8217;ambiente era stato costruito.</p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>
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		<title>L&#8217;arte delle volte leccesi &#8211; Parte Prima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Micello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Nov 2024 13:57:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Restauri]]></category>
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					<description><![CDATA[Confinate nel territorio salentino le volte dette alla leccese sono due tipologie di volte a crociera che si arricchiscono dell&#8217;innesto di una calotta centrale che interseca e sostituisce la zona centrale della volta a crociera tradizionale. Uno sfizio, un arricchimento, un barocchismo che pure ha una funzionalità in quanto eliminando le inevitabili costolature interne della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="9665" class="elementor elementor-9665">
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									<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-9675" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/volta_a_spigolo_04.jpg" alt="" width="1" height="1" /><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-9673" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/volta_a_spigolo_00.jpg" alt="" width="1" height="1" /><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-9676" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/volta_a_spigolo_07.jpg" alt="" width="1" height="1" />Confinate nel territorio salentino le volte dette alla leccese sono due tipologie di volte a crociera che si arricchiscono dell&#8217;innesto di una calotta centrale che interseca e sostituisce la zona centrale della volta a crociera tradizionale. Uno sfizio, un arricchimento, un barocchismo che pure ha una funzionalità in quanto eliminando le inevitabili costolature interne della volta più tradizionale ne riduce il volume murato ampliando lo spazio abitabile sottostante.<img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-9676" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/volta_a_spigolo_07.jpg" alt="" width="1" height="1" /></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/volta_a_spigolo_03.jpg" alt="" width="2442" height="2128" /><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-9675" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/volta_a_spigolo_04.jpg" alt="" width="1" height="1" /><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-9673" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/volta_a_spigolo_00.jpg" alt="" width="1" height="1" /><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-9667" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/pianta_volte_appese-Model.jpg" alt="" width="1" height="1" /><br />Non divagheremo sulle caratteristiche geometriche delle volte in quanto di materiale ed editoria generalistica se ne trova in sufficienza ma diremo un paio di cose sparse soprattutto sulle ragioni che ne hanno imposto alcune caratteristiche costruttive che ormai si dimenticano perseverando in una realizzazione ormai manieristica di queste strutture che non conoscono evoluzione ma solo piccole variazioni spesso derivate dal gusto personale delle maestranze.</p>
<p>Allo stesso modo trascureremo l&#8217;esecuzione di volte recenti che spesso sono unicamente ornamentali in quanto la sicurezza statica e sismica è assolta quasi prevalentemente da indipendenti strutture in cls armato.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-9666" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/71205835_10221480198822351_4287504837567840256_n-600x319.jpg" alt="" width="960" height="511" srcset="https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/71205835_10221480198822351_4287504837567840256_n-600x319.jpg 600w, https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/71205835_10221480198822351_4287504837567840256_n-768x409.jpg 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p>Tra bellezza ed equilibrio il secondo prevale. La bellezza tutta nell&#8217;armonia delle curvature e la simmetria delle parti, l&#8217;equilibrio quello finale ma anche in ogni passo della costruzione.</p>
<p>La prima compete alla bravura o al tempo dedicato dalla maestranza all&#8217;opera, spesso frettolosa nelle case rustiche, più attenta e perfezionista nelle case più civili. Lo studio delle curve e la simmetria tridimensionale delle parti nel passato assolvevano completamente al principio della bellezza, oggi con la moda delle volte lasciate a vista si è aggiunta all&#8217;estetica la problematica della coloritura uniforme o meno dei conci e la perfezione della tessitura dei giunti. La volta in muratura lasciata a vista non accetta imperfezioni o tessiture arrangiate, fratture, giunti non armoniosamente sfalzati. Quello che prima copriva l&#8217;intonacatura oggi non è più consentito.</p>
<p>Con l&#8217;introduzione delle catenature in cls armato negli ultimi anni la capacita statica della volta passa completamente in secondo piano a favore della bellezza estetica dell&#8217;intradosso della volta. Questo studio estetico preliminare comporta l&#8217;impostazione di curve che non accettano più arrangiamento nelle pezzature dei conci.</p>
<p><strong>DELLE APPESE</strong></p>
<p>La volta leccese come la crociera classica si imposta su alcuni filari isolati posti sull&#8217;angolo del vano da coprire. Sono i soli filari composti da conci che riescono a restare <strong>appesi</strong> in equilibrio senza  bisogno di puntelli o forme di sostegno. Da questa proprietà prendono il nome.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-9677" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/volte_sk-Model-1-600x424.jpg" alt="" width="600" height="424" /></p>
<p>Il primo criterio da impostare nello studio delle appese è come si svilupperanno questi primi conci in rapporto alla volta superiore e alle murature di appoggio. Una prima esigenza è quella di regolarizzare l&#8217;ambiente da voltare che si assolve con opportuni prolungamenti dei tratti delle volte elementari (tratti a botte) lungo il lato più lungo della stanza. Se i lati delle stanza sono poco diversi tra loro la formazione della parte centrale della volta è sempre possibile portarla in quasi perfetta simmetria con arcate e misure e tagli sui conci perfettamente simmetrici.</p>
<p>Questo accorgimento assolve anche al difetto di pareti non perfettamente parallele tra loro.</p>
<figure id="attachment_10123" aria-describedby="caption-attachment-10123" style="width: 960px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-10123" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2024/11/appese_1-600x424.jpg" alt="" width="960" height="678" srcset="https://micello.it/wp-content/uploads/2024/11/appese_1-600x424.jpg 600w, https://micello.it/wp-content/uploads/2024/11/appese_1-768x543.jpg 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption id="caption-attachment-10123" class="wp-caption-text">Impostazione della volta su un vano non regolare</figcaption></figure>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-9667" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/pianta_volte_appese-Model.jpg" alt="" width="1" height="1" /><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-9667" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/pianta_volte_appese-Model.jpg" alt="" width="1" height="1" /><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-9670" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/appese_1-1.jpg" alt="" width="1" height="1" /></p>
<p>Come tradizione, il primo filare dei conci è sempre portato leggermente in avanti rispetto al filo delle murature sottostenti in genere di pochi centimetri. Un ambiente non quadrato e/o con pareti non parelleli con appese in pianta allungate o avanzate (formazione di un vero e proprio pilastro sosttostante) è stato riquadrato per poter sviluppare una volta sovrastante perfettamente simmetrica nelle due direzioni principali.</p>
<p>Una sporgenza (sporgiu) che sulla proiezione  orizzontale si allungi di una misura superiore ai 17-20 cm, per quando si possano utilizzare conci di lunghezza superiore allo standard, determina l&#8217;ultimo filare ancora risolvibile in appesa.</p>
<p>L&#8217;allungamento di una o più appese può travare necessità anche nel contenere la spinta orizzontale della volta su una parete poco spessa o di perimetro. La direzione della risultante della spinta della volta è cosi più facilmente riportabile all&#8217;interno della base della muratura secondo le regole del terzo medio.</p>
<p>Uno sviluppo in pianta eccessivamente allungato si risolveva col cambio di tipologia di volta o con la costruzione di due o più volte di fila.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-9669" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2023/01/AutoSave_rizzo_volta-600x324.jpg" alt="" width="600" height="324" /></p>
<p>La curvatura dell&#8217;intradosso delle appese segue la scelta della geometria che si vuole adottare per la parte della volta propriamente detta, spesso un sesto esatto  o un sesto ribassato (o anche un arco a tre centri per evitare innesti troppo spigolosi alla base dell&#8217;arcata nei sesti troppo ribassati). Nel caso di volte asimmetriche anche archi acuti sul lato di ridotta estensione.</p>
<p>La forma delle arcate, tutte e due uguali o tra loro diverse, determina la curvatura dei primi filari delle appese e per ragioni di euilibrio il numero dei filari possibili di appese.</p>
<p>Volte ribassate che comportano sbalzi maggiori non consentono di realizzare troppi filari in equilibrio senza l&#8217;utilizzo di tutori.</p>
<p>Se considerassimo il blocco dei conci di appese d&#8217;angolo (come pure di appese interne per vani voltati con volte affiancate) come un tutt&#8217;uno questo blocco dovrebbe presentare un baricentro delle masse che cade verticalmente ancora sulla muratura su cui si appoggia. Un ulteriore accrescimento verticale del blocco porterebbe un avanzamento verso il vuoto del blocco e il suo ribaltamento.</p>
<figure id="attachment_10121" aria-describedby="caption-attachment-10121" style="width: 960px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-10121" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2024/11/IMG_20210512_105023-600x450.jpg" alt="" width="960" height="720" srcset="https://micello.it/wp-content/uploads/2024/11/IMG_20210512_105023-600x450.jpg 600w, https://micello.it/wp-content/uploads/2024/11/IMG_20210512_105023-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption id="caption-attachment-10121" class="wp-caption-text">Appese su tre filari provate a terra ancora in equilibrio &#8211; In colore chiaro l&#8217;ultimo filare (ssamurreddrhu)</figcaption></figure>
<p>La formazione del blocco in realtà si conduce per accostamento senza paricolari leganti di conci elementari che pure per quanto ricavati da conci di particolare lunghezza non assicurano l&#8217;aggregazione solida del blocco.</p>
<p>Un minore rischio di ribaltamento è ottenuto allungando i conci verso l&#8217;interno o a contrappeso se sul lato opposto della muratura è previsto una corrispondente volta pefettamente allineata.</p>
<figure id="attachment_10122" aria-describedby="caption-attachment-10122" style="width: 960px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-10122" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2024/11/appese-600x324.jpg" alt="" width="960" height="518" srcset="https://micello.it/wp-content/uploads/2024/11/appese-600x324.jpg 600w, https://micello.it/wp-content/uploads/2024/11/appese-768x415.jpg 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption id="caption-attachment-10122" class="wp-caption-text">L&#8217;ideale solido di una appesa d&#8217;angolo scomposto nei singoli pezzi.</figcaption></figure>
<p>Per tali ragioni è intuibile che il numero di filari che possono essere realizzati con conci a sbalzo in equilibrio ha un limite e che pertanto a un certo punto converrà impostare le centine definitive di supporto per la prosecuzione dell&#8217;arcata.</p>
<p>L&#8217;ultimo filare di appese che porta un assetto inferiore ancora perfettamente piano e un assetto superiore spallato è detto volgarmente ssammurreddru.</p>
<p>Nella seconda parte, ancora sulle appese, si illustreranno le differenze tra appese per volte a SPIGOLO e appese per volte a SQUADRO.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-10125 aligncenter" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2024/11/volta_a_spigolo_06-600x319.jpg" alt="" width="960" height="511" srcset="https://micello.it/wp-content/uploads/2024/11/volta_a_spigolo_06-600x319.jpg 600w, https://micello.it/wp-content/uploads/2024/11/volta_a_spigolo_06-768x409.jpg 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>

<p class="wp-block-paragraph"> </p>
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		<title>Ricerca Genealogica – L’uso dei soprannomi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Micello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jul 2024 10:55:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Genealogia]]></category>
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					<description><![CDATA[Alla soglia dei seimila nomi reciprocamente imparentati nell’albero genealogico degli abitanti di Castro, ai quali si aggiunge una quota di tremila abitanti di Ortelle e dintorni, con l’ambizione di diventare un vero e proprio database storico di tutta la contea,  vengono da sole molte considerazioni, tra cui alcune sull’uso del soprannome. Abbiamo visto che il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>


<h1 class="wp-block-heading"></h1>


<p>Alla soglia dei seimila nomi reciprocamente imparentati nell’albero genealogico degli abitanti di Castro, ai quali si aggiunge una quota di tremila abitanti di Ortelle e dintorni, con l’ambizione di diventare un vero e proprio database storico di tutta la contea,  vengono da sole molte considerazioni, tra cui alcune sull’uso del soprannome.</p>
<p>Abbiamo visto che il cognome rinasce alla fine del Medioevo e si ufficializza dopo le direttive del Concilio di Trento che obbligano i parroci officianti a verificare le linee ereditarie degli sposi al fine di escludere legami familiari o sacramentali. Tuttavia nemmeno il cognome riuscirà a individuare perfettamente l’individuo all’interno della comunità, neppure se aiutato dalla paternità, o nel secolo recente, dalla data di nascita. Tutti i sistemi di riconoscibilità dell’individuo cedono proprio nelle piccole comunità dove ricorrono spessissimo i soliti cognomi (per derivazione) e i nomi di battesimo (per omaggio generazionale o per devozione religiosa locale).<br />La soluzione della data di nascita, poi, non risulta pratica nel vissuto quotidiano e l’uso del soprannome personale diventa quindi necessario ed insostituibile. Lo Scipione studiato a scuola è l’<em>Africano</em>, Fabio Massimo è il <em>Temporeggiatore.</em> Da Roma ad oggi nulla è cambiato. Anzi, i Romani col ricorso alla indicazione della <em>gens</em> utilizzavano già un termine  specifico del clan familiare.</p>
<figure><img decoding="async" src="https://micello.it/wp-content/uploads/2024/07/vincenzo-pizzaiunu-capraro.jpg" alt="" /></figure>
<figure>
<figcaption>Vincenzo &#8220;Pizzainu&#8221; CAPRARO</figcaption>
</figure>
<p>Il soprannome è assegnato quasi sempre secondo uno dei seguenti criteri:<br />– una qualità fisica<br />– un mestiere<br />– un nome di battesimo riconoscibile in ambito familiare</p>


<p class="wp-block-paragraph"></p>


<p>Raramente il soprannome è dispregiativo, quasi sempre è accettato e utilizzato dallo stesso portatore per farsi riconoscere all’interno della comunità. A volta è utilizzato per dileggio scherzoso ma in fondo i cognomi dei castrioti non sono particolarmente ingiuriosi.</p>
<p>Il mestiere è alla base di tanti soprannomi. Se il portatore è un maestro sarto o maestro muratore,  il soggetto viene dispensato dal soprannome e verrà appellato per sempre col titolo di <em>Mesciu</em>, come il <em>Don</em> del prete o dei benestanti. <em>Paranza</em> tocca a chi organizzava quel tipo di pesca, <em>Lattature</em> all’imbianchino, <em>Caronte</em> a chi faceva le gite in barca.</p>
<p>Anche quelli che sembrano dei nomi geografici si possono ricondurre a fatti personali o di lavoro. “Tarantini” perchè un antenato ha avuto occasione di lavorare o di provenire da Taranto, “Catolla” perchè si commerciava pesce con la città di Cattolica. “Capitanu” per un lungo imbarco.</p>
<p>Tuttavia, se ad una persona è assegnato alla nascita un nome molto particolare, questi viene dispensato oltre che dall’uso del soprannome finanche dall’uso del cognome. Il nome, in questo caso, assorbe completamente l’individuo e si estende per gravitazione all’intorno dei suoi familiari.<br />Benemio, Quirino, Pantaleo, Idrusa, Saggio, Viola, Girolamo, non hanno bisogno di essere appellati e i loro figli e mariti saranno appellati con soprannomi come “Antonio da Viola”, o “Antonio Belfiore”. Il soprannome in questi casi può contrarsi per venire più comodo, per cui “Giovanni di Quirino” si contrae in “Cuinu” dove il patronimico diventa direttamente soprannome. Zibideo ha un potere terribile, prima si contrae in “Peo”, poi si estende, ancora oggi, su un intero clan familiare.<br />A volte è la storpiatura del nome di battesimo a risolvere il problema di identità. Un “Ciseppe” al posto di un inflazionato “Pippi”, un “Antonuccio” al posto di un “Uccio”. Ippazio Antonio diventa un comodo “Patintoni”. Ippazio Antonuccio un “Patucciu” e un Giuseppe Antonio un “Peppentoni”. A usarli pare di offendere, in realtà sono dei banali nomi di battesimo.</p>
<p>Il soprannome è personale e assolve unicamente la necessità della riconoscibilità. Quando questa funzionalità viene meno il soprannome si estingue o si relega a una riconoscibilità più allargata. Si “appartiene” ai “Farina”, è parente ai “Nicoli”, giusto il tanto per dare una dritta alla vecchia zia che non è pratica del nuovo soprannome assunto dal nipote o bisnipote.<br />Giuseppe Capraro, marito di Assunta “Tarantino” pare non avesse soprannomi, tuttavia i figli ne prenderanno uno diverso a testa: “Ngicca”, “Pizzainu”, “Schirosi” e “Nisi”. Probabilmente, qualunque soprannome avesse il padre, questo non garantiva più la riconoscibilità all’interno della comunità, da qui l’esigenza di un nuovo soprannome su misura.</p>
<p>Ancora oggi il soprannome è usato, benchè la diffusione di nomi di battesimo molto differenziati aiuti a distinguere l’individuo più che nel passato. Sono soprannomi molto più fantasiosi, legati molto al mondo dei media o dello sport. Gabriele “<em>Riva</em>” Panaro alla soglia dei quarant’anni conserva ancora una discreta riconoscibilità col soprannome giovanile anche se l’attività ristorativa che esercita da molti anni lo sta mettendo in serio pericolo.</p>
<p>Tra i ragazzi di oggi paiono prevalere i diminutivi o i vezzi o i modi di dire ricorrenti del portatore. Non paiono soprannomi destinati a durare, sono soprannomi (o nick) limitati all’uso del clan generazionale e solo con l’ingresso nella comunità potranno aspirare a un vero e dignitoso soprannome.</p>
<p>Come dicevamo il soprannome assolve sempre e soltanto alla funzione di riconoscibilità del soggetto, e la riconoscibilità si muove su più ambiti, sia familiare, sia cittadino che extraurbano. Nel primo caso basta il nome proprio o il diminutivo, nel secondo il soprannome vero e proprio, nel terzo caso in genere si assume come nome riconoscibile il nome e il toponimo di proveninza. <em>U Totu e Vitrugna</em> è unanimemente conosciuto in tutto il Salento meridionale. Pur avendo un nome molto comune il pervenire da Botrugno bastava già a identificarlo, anzi a costituire un nome per antonomasia.</p>
<p>Avere un soprannome, infine, è il segno più evidente del fatto di avere un ruolo, sia pur minimo, nella comunità. Solo chi non ha un ruolo sociale può essere dispensato dall’essere  individuato e quindi dalla necessità di essere, appunto,  soprannominato.</p>]]></content:encoded>
					
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