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	<title>Il blog di San Paolo Store</title>
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	<description>Novità. Anteprima, Approfondimenti e news dal mondo dei libri</description>
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	<title>Il blog di San Paolo Store</title>
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		<title>Quattro chiacchiere con Sara Benecino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione San Paolo Store]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Sep 2016 08:21:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Illustratrice e grafica per i maggiori editori italiani, Sara Benecino è talentuosa e simpatica. A pochi giorni dalla pubblicazione de La carezza di Dio. Il catechismo di Papa Francesco sulla famiglia per il quale ha realizzato delle tenere e ironiche illustrazioni, l&#8217;abbiamo intervistata per voi. Uno dei tuoi ultimi lavoro …</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Illustratrice e grafica per i maggiori editori italiani, <a href="http://www.benecino.com/" target="_blank">Sara Benecino</a> è talentuosa e simpatica. A pochi giorni dalla pubblicazione de <a href="http://www.sanpaolostore.it/carezza-di-dio-catechismo-di-papa-francesco-sulla-famiglia-andrea-ciucci-9788821598968.aspx" target="_blank"><em>La carezza di Dio. Il catechismo di Papa Francesco sulla famiglia</em></a> per il quale ha realizzato delle tenere e ironiche illustrazioni, l&#8217;abbiamo intervistata per voi.</p>
<div id="attachment_437" style="width: 237px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.sanpaolostore.it/carezza-di-dio-catechismo-di-papa-francesco-sulla-famiglia-andrea-ciucci-9788821598968.aspx" target="_blank"><img aria-describedby="caption-attachment-437" class="wp-image-437 size-medium" src="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/09/9788821598968-227x300.jpg" alt="La carezza di Dio " width="227" height="300" srcset="https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/09/9788821598968-227x300.jpg 227w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/09/9788821598968-768x1017.jpg 768w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/09/9788821598968-773x1024.jpg 773w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/09/9788821598968-113x150.jpg 113w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/09/9788821598968-1200x1589.jpg 1200w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/09/9788821598968.jpg 1400w" sizes="(max-width: 227px) 100vw, 227px" /></a><p id="caption-attachment-437" class="wp-caption-text">La carezza di Dio</p></div>
<p><span style="color: #ff0000">Uno dei tuoi ultimi lavoro è La carezza di Dio. Il catechismo di papa Francesco sulla famiglia di don Andrea Ciucci. Non è strano disegnare una versione a fumetti di papa Francesco?</span><br />
<strong>Ho avuto modo di affrontare una versione a fumetti di papa Francesco già in un altro libro, ma devo dire che ne <em>La carezza di Dio</em> mi piace di più</strong> perché lì ritrovo maggiormente il mio stile. Nel primo libro ho cercato di cogliere forse eccessivamente troppi particolari del volto del Papa, con il risultato di snaturare il mio stile essenziale, fatto di linee semplici. In questa versione, anche grazie ai preziosi consigli di una persona con la quale collaboro da anni, sono riuscita a far emergere i punti di forza del mio stile così da rendere il mio lavoro più naturale.</p>
<p><span style="color: #ff0000">Quando hai scoperto la passione per il disegno? E soprattutto, quando hai capito che ne avresti fatto il tuo lavoro?</span><br />
A differenza di molti illustratori, <strong>da bambina non sognavo affatto questo lavoro</strong> e guai a passare le giornate con i disegni. <strong>Preferivo cucinare, pasticciare con la farina</strong>. Se per casa girava della farina, anche scaduta, quella doveva essere mia e utilizzavo mia nonna Leonilda come dolce cavia per i miei esperimenti. Crescendo, fortunatamente la passione per la cucina mi è rimasta, ma da ragazza, ritrovandomi a scarabocchiare sui banchi di scuola durante le lezioni più noiose, ho capito che di quel modo di esprimermi non ne potevo più fare a meno. Da lì a farlo diventare una professione c&#8217;è voluto un po&#8217;, ma la strada era ormai tracciata: prima il liceo artistico, poi il lavoro in una tipografia. Di giorno facevo la grafica e a sera davo libero sfogo alla mia creatività. Con il passare del tempo ho acquisito sicurezza e fiducia in me stessa e alla fine un bel hobby è diventato il mio lavoro.</p>
<p><span style="color: #ff0000">Tra i tanti libri che hai illustrato, ce n’è uno a cui sei particolarmente affezionata e che vorresti consigliare ai tuoi piccoli lettori?</span><br />
Di libri a cui sono affezionata ce ne sono tanti perché <strong>ogni libro che illustro è una parte di me</strong>,<strong> ma</strong></p>
<div id="attachment_438" style="width: 120px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.sanpaolostore.it/chi-ha-paura-del-lupo-carnera-roberto-pavanello-9788831530422.aspx" target="_blank"><img aria-describedby="caption-attachment-438" loading="lazy" class="wp-image-438 size-full" src="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/09/9788831530422g_110_200_0.jpg" alt="Chi ha paura del lupo Carnera?" width="110" height="163" srcset="https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/09/9788831530422g_110_200_0.jpg 110w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/09/9788831530422g_110_200_0-101x150.jpg 101w" sizes="(max-width: 110px) 100vw, 110px" /></a><p id="caption-attachment-438" class="wp-caption-text">Chi ha paura del lupo Carnera?</p></div>
<p><strong>quello che rimarrà per sempre nel mio cuore è <em><a href="http://www.sanpaolostore.it/chi-ha-paura-del-lupo-carnera-roberto-pavanello-9788831530422.aspx" target="_blank">Chi ha paura del lupo Carnera?</a></em> </strong>scritto da Roberto Pavanello e pubblicato dalle Paoline edizioni. È un libro che ho illustrato nel 2006, ma so per certo che è ancora uno dei più venduti della collana. È una storia movimentata e divertentissima, che ha per protagonista un piccolo scoiattolo un po&#8217; birichino e un lupo “da paura”. Mi sono divertita un mondo a illustrare le loro avventure rocambolesche e al di là del fatto che amo disegnare gli animali e che le storie divertenti sono le mie preferite, questo libro mi ha anche dato modo di conoscere un autore che stimo e di cui apprezzo la scrittura.</p>
<p><span style="color: #ff0000">Hai illustrato fiabe e favole, ma c’è una storia in particolare sulla quale ti piacerebbe metterti alla prova?</span><br />
<strong>Già dalla prima lettura ho amato tantissimo <em><a href="http://www.sanpaolostore.it/barone-rampante-italo-calvino-9788804598893.aspx" target="_blank">Il Barone rampante</a></em> di <a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?typefieldid=6&amp;typefieldvalue=Calvino,%20Italo" target="_blank">Calvino</a></strong>. Mi affascina la storia del protagonista, Cosimo, che dopo un litigio va a vivere sugli alberi, prima nel giardino di famiglia e poi nei boschi del circondario. Agli occhi di tutti, anche del lettore, Cosimo appare sempre più un fenomeno da baraccone. All&#8217;inizio persino la sua famiglia se ne vergogna, ma con lo scorrere della lettura, quando lo si trova a interagire con figure storiche del calibro di Diderot, Rousseau, Napoleone e lo Zar di Russia, si viene a scoprire lo stratagemma che Calvino usa per conferire la giusta dignità e importanza al suo amato personaggio, in parte autobiografico. <strong>Un grande classico della letteratura per ragazzi (godibilissimo anche dagli adulti) che mi piacerebbe proprio avere l&#8217;opportunità di illustrare in un libro.</strong></p>
<p><span style="color: #ff0000">Raccontaci come lavori. Sei ordinata e precisa come un orologio svizzero o disordinata e sognante come ogni artista che si rispetti?</span></p>
<div id="attachment_439" style="width: 237px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/09/calivno.jpg"><img aria-describedby="caption-attachment-439" loading="lazy" class="size-medium wp-image-439" src="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/09/calivno-227x300.jpg" alt="kuva: Jerry bauer" width="227" height="300" srcset="https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/09/calivno-227x300.jpg 227w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/09/calivno-114x150.jpg 114w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/09/calivno.jpg 720w" sizes="(max-width: 227px) 100vw, 227px" /></a><p id="caption-attachment-439" class="wp-caption-text">Italo Calvino ritratto da Jerry Bauer</p></div>
<p>Di solito mi programmo giorno per giorno, facendo un piano di lavoro la sera prima in base alle scadenze del momento. Anche se durante la giornata capita spesso qualche scombussolamento che mi costringe a rivoluzionare i lavori all’ultimo momento per far fronte a delle richieste urgenti. Per il resto <strong>sono disordinatissima, proprio come ogni artista che si rispetti</strong>.<br />
<strong>Ho la fortuna di avere uno studio tutto mio con più tavoli e ognuno di loro ha un proprio ruolo</strong>. Ho il tecnigrafo bianco e rosso dove dipingo le tavole con al fianco il mio carrellino pieno di colori acrili, acquarelli e matite colorate. Un tavolo dove lavoro con il computer, con stampante e scanner sempre collegati e uno dove dipingo la porcellana con la sua mensola su cui appoggio porcellane bianche dalle forme più curiose.<br />
Lungo tutto il perimetro della stanza si trovano le librerie ricche di libri che spaziano dagli albi illustrati, ai grandi classici, ai libri di fotografia, d&#8217;arte e di grafica.<br />
Negli spazi che rimangono sulle pareti, ho appeso alcune mie illustrazioni e un cartellone di 1 metro x 3 che mi è stato gentilmente donato e dove campeggia la prima collana che ho illustrato: i libricini delle <em><a href="http://www.sanpaolostore.it/conversazioni-piccole-cristina-petit-9788821595080.aspx" target="_blank">Conversazioni piccole</a></em>&#8230; mio grande orgoglio.<br />
Poi c&#8217;è il mio armadio segreto, una vetrinetta che racchiude la mia raccolta di albi illustrati da tutto il mondo.</p>
<p><span style="color: #ff0000">Matita o pennello? Colori o bianco e nero? Qual è il tuo disegnatore preferito? E il tuo libro del cuore?</span></p>
<p>Comincio dal fondo. È difficile per me scegliere un libro del cuore. Perché amo i libri in quanto tali. Amo la carta, il profumo del libro appena stampato. Amo collezionare i libri che trovo nei mercatini o nascosti e dimenticati tra gli scaffali delle librerie. Comunque, per rispondere alla domanda, anche come consiglio di lettura, <strong>mi piace molto <em>Il catturastelle</em> scritto da Chicco Padovan</strong>. Una piccola storia che racchiude tanta dolcezza e poesia. Mi piace in tutto: la copertina, le illustrazioni in bianco e nero. Sono contenta di aver seguito e contribuito, seppur in piccolissima parte, alla sua nascita.<br />
Per quanto riguarda i miei strumenti di lavoro, i pennelli sono i miei preferiti. Mi piacciono le tavole materiche con spessore, mi piacciono le pennellate fresche e i colori brillanti, ma se devo fare un ritratto, e qualche volta mi capita, preferisco il bianco e nero a matita o a china.<br />
<strong>Sono tanti gli illustratori che ammiro</strong>, chi per una ragione, chi per un’altra. <strong>Uno dei miei preferiti a tutto tondo è <a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?searchtxt=Antongionata%20Ferrari&amp;searchtype=" target="_blank">AntonGionata Ferrari</a></strong>. Adoro il suo tratto fresco ed elegante, la sintesi dei suoi disegni e i suoi colori brillanti.</p>
<p><span style="color: #ff0000">Fai un saluto ai lettori del nostro blog?</span><br />
Ai giovani lettori del blog voglio fare un augurio sincero: avere la mia stessa fortuna di trasformare il proprio hobby preferito in una professione. <strong>Il lavoro che si ama è una grande ragione di vita</strong>. Ciao!!!</p>The post <a href="https://blog.sanpaolostore.it/approfondimenti/quattro-chiacchiere-con-sara-benecino/">Quattro chiacchiere con Sara Benecino</a> first appeared on <a href="https://blog.sanpaolostore.it">Il blog di San Paolo Store</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Le donne yazide &#8211; Intervista a Claudia Ryan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione San Paolo Store]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jun 2016 14:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Autori]]></category>
		<category><![CDATA[al-Jazeera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un&#8217;intervista esclusiva a Claudia Ryan, autrice di Hana la Yazida. L&#8217;inferno è sulla Terra, di cui vi abbiamo offerto in lettura il primo capitolo la scorsa settimana. Il suo romanzo si apre con Hana, ormai libera, intenta a rievocare il dramma che ha vissuto. Che donna era Hana prima di …</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un&#8217;intervista esclusiva a <strong>Claudia Ryan</strong>, autrice di <a href="http://www.sanpaolostore.it/hana-yazida-claudia-ryan-9788821598142.aspx" target="_blank" rel="noopener"><em>Hana la Yazida. L&#8217;inferno è sulla Terra</em></a>, di cui vi abbiamo offerto in lettura il <a href="http://blog.sanpaolostore.it/anteprime/linferno-di-hana-e-delle-donne-yazide-raccontato-da-claudia-ryan/" target="_blank" rel="noopener">primo capitolo</a> la scorsa settimana.</p>
<div id="attachment_405" style="width: 214px" class="wp-caption alignright"><a href="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598142.jpg"><img aria-describedby="caption-attachment-405" loading="lazy" class="size-medium wp-image-405" src="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598142-204x300.jpg" alt="Hana la Yazida. L'inferno è sulla Terra" width="204" height="300" srcset="https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598142-204x300.jpg 204w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598142-696x1024.jpg 696w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598142-102x150.jpg 102w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598142-1200x1767.jpg 1200w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598142.jpg 1400w" sizes="(max-width: 204px) 100vw, 204px" /></a><p id="caption-attachment-405" class="wp-caption-text">Hana la Yazida. L&#8217;inferno è sulla Terra</p></div>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Il suo romanzo si apre con Hana, ormai libera, intenta a rievocare il dramma che ha vissuto. Che donna era Hana prima di essere rapita e che donna è diventata dopo, quando finalmente è riuscita a scappare ai suoi aguzzini?</strong></span></p>
<p>Hana è una mia invenzione, non è una donna reale, perciò non c’è una vera vita precedente alla sua prigionia, ma, basandoci su ciò che conosco del Kurdistan e delle donne yazide, possiamo ipotizzare come fosse Hana prima di essere rapita.<br />
La protagonista del romanzo è un’infermiera e lavorava in uno degli ospedali della città di Duhok. Parliamo perciò di una donna attenta alle persone, al sociale, che amava il suo lavoro. Quando torna ad essere libera, infatti, vuole stare tra la gente che ha sofferto come lei o che ha perso tutto in quanto scappata da Sinjar il fatidico 3 agosto 2014, così chiede di poter lavorare all’ambulatorio del campo IDP di Khanke vicino a Duhok. Non è una scelta facile: significa entrare in contatto quotidianamente con persone che ti ricordano il tuo stesso dolore, le angherie subite.<br />
<strong><em>Hana rappresenta anche la nuova generazione di donne yazide: ha studiato ed è indipendente.</em></strong> Anche prima di perdere la sua famiglia a causa dei Daesh, vive da sola a Duhok, ha un suo appartamento. Una donna semplice, che si veste in modo moderno con jeans e maglietta, ma che è attenta alle tradizioni e che ama il suo popolo.<br />
Quando riesce a scappare dai suoi aguzzini diventa una donna più fragile. Ha dimostrato la sua forza interiore sopportando i soprusi mentre era schiava, pianificando minuziosamente e con freddezza la sua fuga, ma poi, quando ormai è libera e al sicuro, emergono i traumi dovuti a ciò che ha subito. Il libro, infatti, ha in sé una doppia storia: quella di Hana come schiava e quella di lei nel presente che cerca di ricucire le ferite interiori, psicologiche e spirituali, di ritrovare una tranquillità.<br />
Hana, come le sue compatriote, è una donna di grande dignità.</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Da donna, ha trovato difficile concepire e raccontare una storia così forte e terribile come quella di Hana?</strong></span></p>
<p>In un mio precedente romanzo ho già raccontato una storia difficile: quella della monaca di Monza già rinchiusa nella sua cella da 10 anni, con tutti i suoi rimorsi, i suoi drammi e crisi spirituali.<br />
Anche in quel caso mi sono calata poco alla volta nel personaggio, mi sono immaginata le situazioni, ho provato a essere la mia protagonista. Così è accaduto per Hana.<br />
Fondamentale per concepire e raccontare la sua vicenda sono stati due fattori. Innanzitutto i tanti racconti veri di donne che hanno realmente vissuto questa esperienza, ascoltati in Kurdistan o letti in articoli e report; sono stati i loro drammi che hanno dato vita alla storia di Hana.<br />
L’altro fattore è stato il mio viaggio in Kurdistan, dove ho potuto vedere l’ambiente in cui si svolgeva la narrazione, sentirne i profumi, i sapori, conoscere le persone, capire meglio le tradizioni. Parlare con la gente e toccare con mano il modo in cui vivono è fondamentale.<br />
Tutto questo è stato molto importante ma non basta. Poi, come dicevo, c’è stata la parte più creativa: l’immedesimazione psicologica. Quando scrivo ho bisogno di silenzio, devo trovare la concentrazione che mi permette di calarmi in quella circostanza, nella mia mente devo vivere quel momento, devo cercare di essere la mia protagonista. È molto bello, ma anche doloroso. <em><strong>Quando ho scritto il libro di Hana ero provata, c’erano momenti in cui mi rendevo conto che avevo bisogno di staccare e vivere qualcosa di gioioso che mi desse l’energia per andare avanti a scrivere.</strong></em> Io quelle situazioni così terribili le ho vissute solo nella mia mente, non so come facciano quelle povere ragazze che devono confrontarsi e vivere quel tipo di realtà quotidianamente, senza speranza.</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Fino a poco tempo fa gli yazidi erano completamente sconosciuti alla maggior parte degli italiani, eppure lo Yazidismo è una religione molto antica. Cosa l’ha sorpresa di più di questo popolo?</strong></span></p>
<p>Nella storia degli yazidi si ricordano 72 genocidi: un popolo che nel tempo è sempre stato massacrato. Mi ha colpito la loro forza, la loro dignità, l’orgoglio di essere curdi yazidi, la consapevolezza di credere in una religione antica, ma anche l’essere consci della loro fragilità.<br />
Le famiglie yazide sono sorprendentemente numerose, ogni coppia ha molti figli, anche questo mi ha impressionato, considerando che qui in Italia è normale averne uno o due. D’altronde, pensandoci, si capisce che, con tutte le persecuzioni che hanno subito, se non facessero molti figli sarebbero già estinti&#8230; Comunque le donne hanno un fisico forte e malgrado i molti figli sono belle.<br />
<em><strong>Mi ha sorpreso quanto poco sappiamo di questa minoranza. Per esempio sono divisi al loro interno in tre gruppi e non si possono sposare tra gruppi diversi, è la tradizione. In un mondo globalizzato a volte per i giovani è difficile, ma o accettano questa regola o devono andare all’estero</strong>.</em></p>
<div id="attachment_431" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/hana.jpg"><img aria-describedby="caption-attachment-431" loading="lazy" class="size-medium wp-image-431" src="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/hana-300x200.jpg" alt="Claudia Ryan con Baba Chawish, capo religioso yazida" width="300" height="200" srcset="https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/hana-300x200.jpg 300w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/hana-150x100.jpg 150w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/hana.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><p id="caption-attachment-431" class="wp-caption-text">Claudia Ryan con Baba Chawish, capo religioso yazida</p></div>
<p>Mi ha emozionato andare a Lalish, il fulcro sacro della loro religione. Un luogo molto antico, cavernoso, che sembra penetrare negli anfratti della Terra dove il tempo si ferma perché nulla cambia: i riti si ripetono invariati, millenari. A Lalish ho incontrato uno dei capi religiosi, Baba Chawish, abbiamo parlato ed è sembrato molto demoralizzato, perché ha chiesto aiuto a tanti governanti, associazioni, ambasciate&#8230; tutti molto comprensivi ma poi, praticamente, non hanno fatto nulla.<br />
Purtroppo molti giovani vanno via, all’estero. I tre giovani yazidi che mi hanno supportato facendomi da guida e traducendo sono già tutti in Germania. Questo significa che le menti più brillanti emigrano e, si sa, quando si vive all’estero ci si deve integrare con nuove culture. Mi chiedo cosa ne sarà della tradizione yazida.</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Quanto peso ha avuto in un romanzo come il suo, ambientato in una terra poco conosciuta, il lavoro di documentazione e ricerca?</strong></span></p>
<p>Il lavoro di ricerca è stato importante nella fase preliminare, anche se all’inizio non era finalizzato al voler scrivere un romanzo. Mi sono “scontrata” con queste storie allucinanti, fatte di abusi, stupri, torture su donne inermi, e ho iniziato a documentarmi per capire di più. Poi, a un certo punto, un storia ha iniziato a formarsi nella mia mente e ho capito di volerla scrivere.<br />
Allora <strong><em>ho iniziato a informarmi sul Kurdistan, se era troppo pericoloso intraprendere un viaggio: ho telefonato a Lorenzo Cremonesi del «Corriere della Sera», ho preso contatto con Wadi, un’associazione non governativa tedesco-irachena che opera in Kurdistan, e infine mi ha dato una mano un amico inglese manager di </em>al-Jazeera<em> in Qatar</em></strong>, che mi ha messo in contatto con un loro corrispondente. Come dicevo prima, andare là è stato fondamentale per poter scrivere la storia di Hana.<br />
Devo comunque dire che, avendo scritto due romanzi storici di cui uno ambientato nel X secolo, il lavoro di ricerca per Hana la yazida, che racconta della nostra contemporaneità, è stato molto più facile: a volte, quando si narra di un lontano passato, per scrivere una sola frase bisogna documentarsi per ore.</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Cosa le è rimasto più impresso del suo viaggio in Kurdistan?</strong></span></p>
<p>Parecchie cose. La bellezza del paesaggio, aspro, forte, a volte sorprendente. Quando sono arrivata vicino a Duhok le montagne mi ricordavano i dipinti di Giotto! Una terra spesso quasi incontaminata, come nella valle Qsra Sadame, dove Saddam Hussein aveva un suo palazzo che ora è un rudere; qui si apre uno scenario ampio e bellissimo, dove le colline di addolciscono e il sole al tramonto si riflette in un piccolo lago.<br />
Mi ha colpito la vitalità della città di Duhok, sede universitaria. Eravamo a 40 km dai Daesh ma se non lo sapevi non l’avresti detto, perché la vita scorre normale, nulla farebbe intendere che l’ISIS è così vicino. Te ne rendi conto quando ti sposti da una città all’altra perché ci sono parecchi posti di blocco dove ti controllano.<br />
<strong><em>Mi è piaciuta l’umanità e la disponibilità delle persone curde, al di là del loro credo religioso. Qui convivono mussulmani sunniti, yazidi e cristiani.</em></strong> Noi ci siamo relazionati con yazidi e mussulmani, ma la religione non c’entra, la cultura dell’ospitalità è la medesima: il piacere di far capire com’è e cos’è il loro Paese, l’orgoglio per la loro terra. Abbiamo pranzato e cenato nelle loro case e ci hanno preparato pietanze squisite (introvabili nei ristoranti), ci hanno accolto facendoci sempre sentire i benvenuti.<br />
Il Kurdistan non meriterebbe di essere dilaniato, perseguitato; il suo popolo avrebbe bisogno di un po’ di pace, di tempo per risanare i terribili recenti drammi subiti, per ridare una casa a tanta gente che non ha più nulla e vive in una tenda.<br />
Quando torni da un viaggio in quei luoghi ti senti un po’ in colpa, perché qui noi abbiamo tutto e anche il superfluo, perché siamo una società che vive in un benessere incredibile e non ce ne rendiamo conto fino in fondo, pensando che sia la normalità. Ma qui inizieremmo un altro discorso molto lungo&#8230;</p>The post <a href="https://blog.sanpaolostore.it/approfondimenti/le-donne-yazide-intervista-a-claudia-ryan/">Le donne yazide – Intervista a Claudia Ryan</a> first appeared on <a href="https://blog.sanpaolostore.it">Il blog di San Paolo Store</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Christian De Chergé, il martire di Tibhirine</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jun 2016 13:38:12 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sanpaolostore.it/altro-atteso-christian-de-cherge-9788821598470.aspx" target="_blank"><img loading="lazy" class=" size-medium wp-image-419 alignleft" src="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/9788821598470-196x300.jpg" alt="9788821598470" width="196" height="300" srcset="https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/9788821598470-196x300.jpg 196w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/9788821598470-668x1024.jpg 668w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/9788821598470-98x150.jpg 98w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/9788821598470-1200x1839.jpg 1200w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/9788821598470.jpg 1400w" sizes="(max-width: 196px) 100vw, 196px" /></a>Pubblichiamo <strong>in esclusiva sul nostro blog</strong>, l&#8217;introduzione di Andrea Riccardi a <em><a href="http://www.sanpaolostore.it/altro-atteso-christian-de-cherge-9788821598470.aspx" target="_blank">L&#8217;Altro, l&#8217;Atteso</a></em> (Edizioni San Paolo), il volume che raccoglie le omelie di <strong>Christian De Chergé</strong>, monaco trappista preso in ostaggio e assassinato nel 1996 a Tibhirine.<br />
A lui e ai suoi compagni, il regista Xavier Beauvois ha dedicato il film pluripremiato <em>Uomini di Dio</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>NIENT’ALTRO CHE L’AMORE</strong><br />
<strong> di Andrea Riccardi</strong></p>
<p><strong>Queste omelie di padre Christian de Chergé sono preziose.</strong> Abbracciano un lungo periodo che va dall’aprile 1980 a pochi mesi dalla sua morte, nel maggio 1996. Anzi, si dovrebbe dire del suo martirio. Infatti le omelie sono i testi spirituali di un uomo che, in qualche modo, sceglie di restare in una situazione sempre più minacciosa. De Chergé era in Algeria dal 1971, nel monastero di Notre Dame de l’Atlas a Tibhirine, dove era arrivato quando non erano ancora trascorsi dieci anni dall’indipendenza del Paese dopo una dolorosissima guerra di liberazione e l’esodo di gran parte della comunità cattolica algerina. La grande domanda che, dopo il 1962, anno dell’indipedenza, i religiosi e i cristiani algerini si erano posti era se restare o no. Avrebbero condiviso la nuova storia del Paese, come una piccola minoranza.<br />
La comunità di Notre Dame de l’Atlas aveva scelto di partecipare, in una prospettiva monastica, alla ricostruzione della Chiesa cattolica d’Algeria in un mondo divenuto tutto islamico. Lo aveva fatto in una vicinanza particolare all’arcivescovo di Algeri, il card. Léon Etienne Duval, il quale era profondamente affezionato ai monaci (infatti la notizia del loro rapimento fu un colpo gravissimo per il Cardinale, arrivato alla fine dei suoi giorni). Il card. Duval, arcivescovo di Algeri nei tempi dell’Algeria francese, con un profilo che gli valse ingiustamente l’ostilità di tanti suoi diocesani che lo chiamavano Mohammed Duval, aveva desolidarizzato la Chiesa cattolica dal regime francese e dalla volontà degli stessi cattolici di mantenere il governo della Francia nel Paese nordafricano. Aveva da sempre creduto nell’autodeterminazione dei popoli e rispettò la volontà della maggioranza degli Algerini per l’indipendenza. Duval aveva sognato, insieme ad altri cattolici, che l’Algeria potesse essere una terra di coabitazione tra la maggioranza musulmana, gli ebrei e i cristiani. Negli ultimi anni della sua vita – come ha testimoniato Marco Impagliazzo – sentiva l’amarezza del fallimento, ma continuava a credere che si dovesse provare a vivere insieme1.<br />
Il card. Duval rilanciò, nell’Algeria indipendente, una Chiesa povera e umile, tanto diminuita come strutture e funzioni, ma che sentiva d’avere una missione di fede, di amore e di preghiera nella società musulmana. Il monastero di Tibhirine è parte integrante e importante di questo nuovo profilo della Chiesa cattolica in terra islamica.<a href="http://www.sanpaolostore.it/uomini-di-dio-xavier-beauvois-5051891080256.aspx"><img loading="lazy" class=" size-medium wp-image-420 alignright" src="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/uomini-di-dio-210x300.jpg" alt="uomini di dio" width="210" height="300" srcset="https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/uomini-di-dio-210x300.jpg 210w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/uomini-di-dio-105x150.jpg 105w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/uomini-di-dio.jpg 600w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></a><br />
Il Cardinale appoggia i monaci e tiene molto alla loro presenza, come – del resto – teneva tanto alle clarisse di Bologhine, vicino a Notre Dame d’Afrique, ad Algeri, dove risiede lui stesso.<br />
Christian de Chergé è partecipe della scelta dei cristiani algerini, pochi e quasi tutti di origine straniera: restare nel Paese, vivere con i musulmani e non andare via, nonostante l’Algeria degli anni Settanta, Paese islamico e socialista, non sia più quella che la Chiesa ha conosciuto nei lunghi decenni dell’Algeria francese. Perché la Chiesa, in Algeria, è ritornata nell’Ottocento con le truppe francesi ed è stata, in larga parte, all’interno del quadro del mondo europeo. La retorica delle memorie cristiane dell’antico Nord Africa è spesso servita per giustificare la dominazione francese. Ma la Chiesa, dopo il 1962, è povera di ogni protezione. Resta il grande prestigio del card. Duval presso gli Algerini, che protegge la Chiesa dall’accusa di essere stata parte integrante del sistema coloniale francese.<br />
<strong>I monaci di Tibhirine sentono di avere una loro vocazione particolare all’interno della Chiesa cattolica algerina: quella della preghiera nella terra dell’islam e del dialogo con i musulmani. Sono gli unici monaci in tutto il Paese e portano la responsabilità di una collocazione così particolare, consapevoli che il mondo musulmano tradizionalmente ha un rapporto di rispetto verso i monaci. A Tibhirine s’investe molto nei rapporti umani e nell’ospitalità.</strong> Non è qui il caso di ricordare i legami spirituali e amicali che il monastero intesse con i musulmani di Medea e dei dintorni all’insegna del dialogo. Un giovane algerino di Medea, Mohammed Esslimani, ricordava il fascino spirituale che emanava dalla figura semplice e profonda di frère Christian, anche nell’ambiente musulmano2.<br />
Per i monaci, di stagione in stagione, si rinnova la scelta di restare. Sono tutti non algerini, quindi stranieri (non hanno la cittadinanza algerina come il card. Duval), ma sentono sempre più che l’Algeria è la loro patria.<br />
Nell’omelia dell’8 agosto 1983, De Chergé cita il monaco di Taizé, Max Thurian, a proposito della missione del monastero: «E Max Thurian dice: silenzio, preghiera, condivisione. Condivisione: forse è questo il senso della missione in Algeria? Riconciliazione e misericordia». La «condivisione» è un grande tema della spiritualità di Charles de Foucauld, che ha trovato origine proprio nel deserto algerino e qui è rinata con petit sœur Magdeleine e padre Voillaume. Ma significativamente alla condivisione, già nel 1983, De Chergé aggiunge la misericordia e la riconciliazione in una società, come quella algerina, traumatizzata da una lunga guerra civile, però anche segnata da una forte crescita demografica. L’Algeria ha ferite storiche, ma pure una grande fame di futuro, quella dei suoi tanti giovani.<br />
Christian, proprio un giorno dopo la citata omelia, seguendo il filo che probabilmente animava le riflessioni della comunità, continua a meditare sul senso della presenza cristiana e monastica in Algeria. Qui il suo discorso si fa molto chiaro: «Creare ponti e distruggere barriere; preparare qualcosa di nuovo e crederlo possibile&#8230; acconsentire al fatto che la nostra sola presenza abbia senso e valore di riconciliazione; percepire la via della riconciliazione verso l’islam». Niente di forzato o imperialistico, ma un umile servizio monastico che vuole «preparare qualcosa di nuovo», com’egli dice, all’insegna della riconciliazione con tutti, ma segnatamente con il mondo musulmano.<br />
Come si vede, si tratta di testi profondi e sintetici, che ci mettono a contatto con la storia spirituale del priore del monastero di Nostre Dame de l’Atlas e della sua comunità. Sono caratteristici della riflessione spirituale del priore di Tibhirine, che è fatta di semplicità dietro cui si intravede una profonda ricerca personale, teologica e culturale. Attraverso questi testi si penetra nel mondo dei monaci e si partecipa delle loro preoccupazioni e convinzioni. Ha ben fatto l’Editore a metterli a disposizione del pubblico italiano, proprio per il loro valore di testimonianza e per la prospettiva particolare che offrono.<br />
In controluce, si leggono tanti eventi della cronaca del mondo contemporaneo, ben presenti alla comunità di Notre Dame de l’Atlas. Si vede come <strong>un evento che dà molta forza ai monaci è la preghiera per la pace tra le religioni, voluta da Giovanni Paolo II ad Assisi nell’ottobre 1986, in un clima ancora da guerra fredda.</strong> L’evento ha una forte eco a Tibhirine anche proprio per la vocazione della comunità al dialogo. Frère Christian continua a parlare spesso dello spirito di Assisi. Proprio alla vigilia del giorno di preghiera interreligiosa, il priore dice nell’omelia: «&#8230;O Dio, abbia pietà di me peccatore è una preghiera che tutti, ebrei, cristiani e musulmani, possono fare insieme ad Assisi, o domani qui. È la preghiera preludio di ogni ringraziamento e di ogni pace. Se ci ritroviamo in una preghiera identica, allora possiamo capire meglio un Dio che non fa differenze tra gli uomini».<br />
<a href="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/de-cherg.jpg"><img loading="lazy" class=" size-thumbnail wp-image-421 alignleft" src="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/06/de-cherg-150x150.jpg" alt="de cherg" width="150" height="150" /></a>È interessante notare alcune annotazioni dopo l’omelia che mostrano come, nella sua ricerca, Christian si sia sforzato di trovare una convergenza su questa preghiera tra la tradizione ebraica e quella musulmana. Infatti egli crede molto al dialogo tra gente di preghiera, e pensa che la preghiera sia la dimensione in cui possa svilupparsi l’incontro tra i fedeli delle diverse religioni. Questa è una linea che i monaci vivono anche con la gente semplice e religiosa di Medea, una città di circa 120.000 abitanti a un’ottantina di chilometri da Algeri.<br />
Christian è molto toccato dall’evento di Assisi 1986. Segue lo sviluppo dello spirito di Assisi e, nel 1992, partecipa alla preghiera interreligiosa organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio a Bruxelles in questa linea. Lo ricordo in quei giorni, in Belgio, attento e gioioso, molto partecipe degli incontri con le personalità delle varie religioni.<br />
<strong>Nelle omelie qui pubblicate si sente l’eco della sua vita comunitaria</strong>, ma anche delle vicende algerine e del mondo più grande (che i monaci hanno presente e per cui pregano con uno sguardo che va lontano soprattutto negli angoli più dolorosi). Specie nelle preghiere, che seguono i testi omiletici dal 1986, brevi e sintetiche ma importanti, risuonano i dolori del mondo, le guerre, particolarmente le difficoltà dell’universo musulmano. Si offre in queste pagine, senza volerlo, un modello semplice ed efficace di intercessione comunitaria per il mondo.<br />
Per esempio, nel 1989, la comunità prega «per i poveri cui manca lo stretto necessario in beni materiali, rispetto di se stessi, rispetto da parte degli altri, per quelli accanto ai quali passiamo senza vederli». E la comunità non pregava solo per i poveri, ma era a contatto con i bisognosi vicini al monastero o di Medea, che venivano aiutati in vario modo e assistiti dal punto di vista della salute dal monaco-medico Luc (il quale avrebbe voluto aiutare tutti in ogni modo, pur mancandogli i mezzi e il tempo). Con umile orgoglio, in una serrata conversazione notturna, frère Christian risponde all’emiro Sayyeh Attia, che era entrato con i suoi uomini armati nel recinto del monastero: «Noi non siamo ricchi. Lavoriamo per guadagnarci il pane. Noi aiutiamo i poveri»3.<br />
Nel 1991, dopo un’omelia dedicata alla pace, nella Domenica delle Palme, la comunità monastica prega «per i popoli del Terzo Mondo quando le miserie e le carestie li spingono alla guerra civile, all’autodistruzione, per l’Iraq, la Somalia, il Mali&#8230;». Attraverso questi testi, si entra nel mondo della preghiera di Tibhirine. Si partecipa all’intercessione e alle preoccupazioni dei monaci e, in un qualche senso, si tocca il cuore della loro vita spirituale e quotidiana.<br />
Gente di preghiera in terra islamica, i monaci pregano perché le loro invocazioni «sostengano quelli che soffrono, malati, afflitti, poveri, vittime dell’alcol e dell’AIDS, della violenza e della morte». Così si legge in un testo del 1991, per la festa dell’Immacolata. Si scopre allora una comunità monastica che, nascosta in terra d’islam, veglia nella preghiera sul mondo intero. Si nutre della Parola di Dio, quella che Christian commenta nelle sue omelie, ma è anche informata sulle vicende del mondo e ovviamente dell’Algeria. Leggere le intenzioni di preghiera dei monaci, che seguono i testi omiletici, pur nella loro semplicità e forma scarna, è una scuola di preghiera.<br />
<strong>Christian de Chergé e i monaci suoi confratelli sono “vigilanti”: nella preghiera, nell’attenzione al mondo, nella partecipazione alla vita del loro ambiente e della società algerina. Questa è la preghiera cristiana; questa è quella monastica.</strong> In una periferia remota al mondo cattolico, c’è un gruppo di cristiani che scruta i grandi orizzonti universali e con umiltà si fa carico dei dolori che provengono da tante parti del mondo. Si vede come i monaci siano periferici ai grandi circuiti del mondo e di quello cattolico, ma non siano disattenti a quello che succede. In particolare i monaci vegliano sul mondo musulmano e sulla delicata frontiera tra questo e l’Occidente (e con il cristianesimo). Vengono dall’Occidente come storia personale, ma ormai si sentono parte del popolo algerino e ne vogliono condividere il destino: questa caratteristica non li porta a essere mediatori culturali o politici, ma solamente gente di preghiera e di amicizia. A Tibhirine, tutti i visitatori – cristiani o musulmani – percepiscono un clima di amicizia e di apertura. I monaci sentono che la frontiera tra islam e Occidente diverrà sempre più critica, mentre avvertono il malessere profondo nella comunità islamica, destinato a esplodere nei decenni a seguire. Vogliono aiutare, essere vicini e amici.<br />
La loro vigilanza, illuminata dalla Parola di Dio, che frère Christian propone in queste omelie, è nutrita dalla lettura della Bibbia. Si vede la semplice e fedele intercessione dei monaci, che credono che la preghiera protegga il mondo. Deboli, senza difesa, in un angolo dell’Algeria che, con il tempo, diviene sempre più difficile e minaccioso, i monaci confidano nella forza della preghiera e ad essa affidano tante situazioni complicate del mondo. Anche i rapporti tra i cristiani e i musulmani.<br />
Pur parte della Chiesa algerina, la comunità è sola a Medea. Qui non ci sono altri cristiani, in una città tutta musulmana. La comunità è povera di mezzi e di risorse. Non vuole essere difesa militarmente, anche quando la situazione si fa più tesa (infatti rifiuta le misure di sicurezza proposte insistentemente dai funzionari governativi). I monaci di Notre Dame de l’Atlas hanno scelto per la semplicità delle forme di vita e per la fragilità. Lo stesso De Chergé non ha voluto mai essere eletto abate, né portare le insegne abbaziali come la croce, che gli sembravano ridondanti. Non voleva proprio essere un superiore in questo senso, mai sopra la comunità. Chi l’ha conosciuto, chi come me ha avuto questo dono, lo ricorda bene per la sua profondità spirituale, la carica di amicizia, l’acutezza dell’intelligenza, ma anche per la semplicità: un fratello fra i fratelli di una comunità di vigilanti. Ma anche un cristiano alla finestra del mondo intero. Un uomo che viveva in un angolo remoto e, allo stesso tempo, curioso di conoscere e di sapere in una dimensione universale.<br />
Eppure, <strong>nelle omelie, nonostante la povertà e la semplicità della comunità, appare un’inspiegabile forza.</strong> È quella che il priore mostra, nel Natale 1993, quando tre uomini armati della guerriglia antigovernativa fanno irruzione nel monastero, chiedendo che il medico, fratel Luc, vada con loro. Uno dei monaci, Jean-Pierre, così ricorda quella notte: «Arrivando, Christian esclama: “Questa è una casa di pace; mai nessuno è entrato qui con le armi. Se volete parlare con noi, entrate, ma lasciate le armi fuori. E se non potete lasciarle, discutiamo fuori”». Il priore difende il carattere del monastero trappista come un luogo di pace, dove le armi non possono entrare. Ricorda che è Natale, la festa della nascita di Gesù, e i monaci debbono rammentarlo. Si muove con autorevolezza, anche se è in una situazione di grande fragilità, di notte, di fronte a un gruppo violento di cui non conosce le intenzioni. Gli armati domandano pure al priore denaro e una quantità di miele prodotto dalla cooperativa del monastero. In un certo senso, vogliono far rientrare il monastero nel loro sistema e servirsi di qualche sua risorsa. Che possono fare i monaci di fronte alla prepotenza delle armi?<br />
L’emiro Sayyeh Attia dice in maniera perentoria: «Non avete scelta». Ed è vero: i monaci, in qualche modo, sono suoi prigionieri, o alla mercé di chiunque voglia usare la forza nei loro confronti. Christian non intende però collaborare con i rivoltosi o con qualunque tipo di lotta armata. Questo suo atteggiamento non si spiega con una posizione lealista o filogovernativa, anzi il priore aveva personali perplessità sulla classe politica algerina e sulle scelte del governo. Non era contrario a una forma di negoziati che provassero a riportare la pace tra chi si combatteva dilaniando il Paese4.<br />
Aveva anche scritto, in una lettera a Marco Impagliazzo, un amico che lo aveva visitato varie volte a Tibhirine: «Personalmente io dico con forza che ogni tentativo di dialogo aperto e di riconciliazione mi pare benvenuto, degno di interesse e di appoggio». E concludeva saggiamente: «Credo che quelli che utilizzano la violenza (terrorismo o repressione) dovranno incontrarsi, presto o tardi, perché ciascuno sa che non c’è vittoria possibile e degna per l’uomo nel tout-sécuritaire o nel tout subversif»5. Aveva la convinzione che i monaci non dovessero prendere alcuna parte nel conflitto civile che dilaniava l’Algeria né a livello nazionale né locale. Luc, il monaco-medico, poteva curare i feriti che si presentavano al monastero. Non altro. Per il resto, i monaci pregavano per la pace, erano vicini a chi soffriva, vivevano il loro carisma di amicizia senza frontiere.<br />
«Non avete scelta» è la dura espressione dell’emiro. Forse aveva ragione: quel monastero era una trappola per chi lo abitava. Quali erano le scelte possibili per uomini disarmati di fronte alle armi? I monaci non erano ostaggi della violenza che insanguinava il paese? Questa è la risposta di Christian all’affermazione dell’emiro, nell’omelia di commento al capitolo terzo del Vangelo di Giovanni: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Per il priore, i monaci hanno un’altra scelta possibile oltre a quella propostagli dall’emiro, che li vuole piegare alle leggi della guerra civile. Non fuggire dal monastero, non schierarsi, ma restare pacificamente in mezzo agli algerini. È il cuore della loro fedeltà che, negli ultimi anni, diventa sempre più un rischio di vita. Anzi, è una fedeltà che si confronta con il tema e la realtà del martirio, come emerge dal testamento di frère Christian, che resta un documento eloquente.<br />
Questo non significa che i monaci rischino la loro vita, quasi, in un azzardo eroico. Anzi sembra che, anche dopo la cattura da parte dei ribelli, quando davvero la loro vita era minacciata, il priore abbia discusso a lungo per evitare la morte sua e dei fratelli. Fino alla fine ha difeso la loro vita. Il suo testamento spirituale evidenzia bene la coscienza di un uomo che vuole vivere e non morire: «Non potrei auspicare una tale morte», scrive. E lo afferma per amore della vita, ma anche perché la vergogna della loro uccisione non ricada sul popolo algerino. Il priore però mette in luce anche le condizioni in cui si svolge la sua esistenza: «La mia vita era donata a Dio e a questo Paese».<br />
Il testamento è scritto tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994, dopo la visita notturna degli armati, che concretizzò il pericolo anche se non ci furono minacce dirette alla loro vita, ma era chiaro che sarebbero ritornati. Nell’omelia del 13 marzo 1994, pochi mesi dopo l’incursione, in un tempo gravido di preoccupazioni, non evita una problematica drammatica, come quella del rischio della vita. Il priore dice ai suoi fratelli, ben consapevoli della situazione: «Nella libertà di questo dono, l’uomo – con Gesù e con i martiri – comprende che “l’importante” come diceva Etty Hillesum “non è rimanere in vita a ogni costo, ma come si rimane in vita”. La libertà è dalla parte dell’amore, sempre e definitivamente. La croce ce lo ripete, come una nuova creazione: la mia vita nessuno me la toglie, io la do da me stesso».<br />
La scelta sofferta (e discussa tra i monaci) è restare. Dopo l’indipendenza, un gruppo di cristiani algerini aveva deciso di rimanere nel Paese con i loro vescovi. Ora, mentre scoppia una guerra civile, i monaci decidono ancora una volta di restare in sintonia con la piccola Chiesa algerina, i cui permanenti sono religiosi, preti e religiose. I monaci non subiscono pressioni da parte dell’arcivescovo, mons. Teissier, successore del card. Duval, il quale evidentemente tiene a che la comunità monastica resti a Tibhirine. È documentato il processo di discernimento che porta alla decisione di restare. Le omelie, qui pubblicate, gettano nuova luce sull’itinerario spirituale dei monaci in questa condizione. Andarsene per evitare di stare in un luogo così rischioso non sarebbe stata un’onta. Del resto – come si è detto – non c’era nessun cristiano da assistere nelle vicinanze, ma solo musulmani con cui continuare un rapporto di amicizia e dialogo.<br />
Decidendo di restare, i monaci si confrontano con la minaccia di morte. Alcune righe scritte da frère Christian illuminano questo confronto: «Presenza della morte. Per tradizione, è assidua compagna del monaco. Questa compagnia ha assunto un’intensità più concreta con le minacce dirette, gli omicidi avvenuti vicinissimo a noi, alcune visite&#8230; Dopo il Natale 1993, noi tutti abbiamo scelto nuovamente di vivere qui insieme. Questa scelta (rinnovata) era stata preparata dalle precedenti rinunce di ciascuno (alla famiglia, alla comunità di origine, al paese&#8230;). E la morte brutale – di uno di noi o di tutti insieme – sarebbe solo una conseguenza di questa scelta di vita alla sequela di Cristo&#8230;»6. Il martirio non è mettere a repentaglio la propria vita con comportamenti a rischio, ma restare fedelmente laddove si è chiamati. E i monaci si sentono chiamati a Tibhirine.<br />
Non si può però salvare la propria vita a tutti i costi: questa è la coscienza di tanti martiri. È un aspetto della stessa passione di Gesù, troppo poco messo in rilievo: il Signore non vive la priorità di salvare la propria vita, non fugge lasciando a Gerusalemme i suoi discepoli e le folle che lo ascoltavano, pur vivendo l’angosciosa attesa – come nell’orto degli ulivi – di una violenza omicida che si sta profilando all’orizzonte. Resta a Gerusalemme e non abbandona i suoi. Rifiuta la tentazione che vanno a gridargli ripetutamente fin sotto la croce: «Salva te stesso». Ma si affida nelle mani del Padre.<br />
I monaci scelgono di restare a Tibhirine, anche dopo le prime uccisioni delle religiose in Algeria. Il 23 ottobre 1994 vengono uccise due suore missionarie agostiniane, che i monaci conoscevano molto bene. Andavano a Messa nella piccola cappella di Belcourt ad Algeri. Lì aveva servito padre Scotto, già vescovo di Costantina (che viene ricordato in un’omelia di Christian: «Un prezioso punto di riferimento»). Accanto alla cappella, nell’ex chiesa cattolica, aveva sede una moschea frequentata dagli ex combattenti in Afghanistan. Ricordo ancora qualche anziana signora francese andare a Messa nella cappella, passando accanto alla moschea. Era uno dei tanti paradossi della Chiesa algerina, che chiedeva solo di restare amica e indifesa in mezzo ai musulmani.<br />
Nella piccola comunità cattolica del Paese i legami sono forti: i primi omicidi sono un momento di prova. Christian conferma la volontà di restare in mezzo ai musulmani: «Le beatitudini sono innanzi tutto il Vangelo del vivere insieme», dice il 1° novembre 1994, nella festa di Tutti i Santi. È un’espressione bellissima che manifesta la comprensione evangelica del sogno del card. Duval, quello di un’Algeria come terra di coabitazione tra comunità religiose diverse. Gli uomini e le donne delle beatitudini sono quelli che sanno vivere con gli altri, nonostante la loro differenza, l’incomprensione e talvolta l’ostilità.<br />
Dopo l’uccisione di suor Odette, piccola sorella del Sacro Cuore di Gesù, nel 1995, frère Christian cita le parole della religiosa assassinata che egli condivide intimamente: «Restare vuol dire affermare il nostro diritto umano fondamentale: il diritto alla differenza, con il riconoscimento di tale diritto da parte degli Algerini, anche tra loro, nelle loro differenze». Così diceva la religiosa. E il priore commenta: «Quelli che hanno assassinato Odette e tanti altri volevano eliminare la loro “differenza”». È un’espressione profonda e luminosa, che coglie la portata totalitaria dell’islamismo radicale e la cecità brutale della violenza e del terrorismo: l’eliminazione della differenza e dei diversi.<br />
I cristiani, anche nella povera forma dei monaci di Tibhirine, rappresentano la differenza nel mondo musulmano e, in qualche modo, consentono che siano presenti e si esplichino tante altre differenze. Questo è vero – ce ne accorgiamo ai nostri giorni – soprattutto in Medio Oriente, dove i cristiani stanno emigrando sotto la pressione della guerra, o in Pakistan, dove la povera comunità cristiana è umiliata e colpita. Si vogliono eliminare i differenti. Ma una società di questo tipo sarà totalitaria. Dopo l’eliminazione del cristiano, verrà l’ora del musulmano “eretico”, poi quella di chi ha un’altra interpretazione dell’islam, delle donne che rivendicano la loro libertà, dei laici e di chi non si piega al conformismo e alla legge della violenza. Eliminare i cristiani dalle società musulmane è l’inizio di un processo che dolorosamente ricade su molti altri.<br />
<strong>I monaci di Tibhirine e il loro priore rappresentano la “differenza” cristiana e monastica in terra musulmana. È un’alterità che viene eliminata brutalmente.</strong> La storia della fine dei sette monaci di Notre Dame de l’Atlas ha ancora contorni oscuri: quelli di una vicenda che si svolge nell’intreccio tra forze brutali rivoltose e apparati statali poco chiari. È una storia che s’inserisce nella sofferenza del popolo algerino di quegli anni: vivere e morire da algerini era il desiderio dei monaci. Ma soprattutto da uomini di fede, di preghiera e di dialogo. La loro morte, resa eloquente da vari scritti (tra cui quelli di questo libro), non invita certo alla vendetta o allo scontro tra islam e Occidente. Le loro sono vite spese per il dialogo e nel vivere insieme, e questo, in ultima analisi, non è che l’amore. Quell’amore che, per il card. Duval, era la missione della Chiesa cattolica in Algeria.</p>The post <a href="https://blog.sanpaolostore.it/approfondimenti/christian-de-cherge-il-martire-di-tibhirine/">Christian De Chergé, il martire di Tibhirine</a> first appeared on <a href="https://blog.sanpaolostore.it">Il blog di San Paolo Store</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>L&#8217;inferno di Hana e delle donne yazide raccontato da Claudia Ryan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione San Paolo Store]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jun 2016 06:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anteprime]]></category>
		<category><![CDATA[Claudia Ryan]]></category>
		<category><![CDATA[Daesh]]></category>
		<category><![CDATA[diritti delle donne]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni San Paolo]]></category>
		<category><![CDATA[Hana la Yazida]]></category>
		<category><![CDATA[ISIS]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nuovo romanzo di Claudia Ryan racconta una storia che è tante storie insieme: la storia di Hana, una donna yazida rapita da Daesh e riuscita a sfuggire ai suoi aguzzini solo dopo aver attraversato l&#8217;inferno. Ryan ha dedicato il libro Alle donne yazide e al loro dolore. Al popolo …</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_405" style="width: 214px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.sanpaolostore.it/hana-yazida-claudia-ryan-9788821598142.aspx" target="_blank"><img aria-describedby="caption-attachment-405" loading="lazy" class="wp-image-405 size-medium" src="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598142-204x300.jpg" alt="Hana la Yazida. L'inferno è sulla Terra" width="204" height="300" srcset="https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598142-204x300.jpg 204w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598142-696x1024.jpg 696w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598142-102x150.jpg 102w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598142-1200x1767.jpg 1200w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598142.jpg 1400w" sizes="(max-width: 204px) 100vw, 204px" /></a><p id="caption-attachment-405" class="wp-caption-text">Hana la Yazida. L&#8217;inferno è sulla Terra</p></div>
<p>Il nuovo romanzo di <strong>Claudia Ryan</strong> racconta <strong>una storia che è tante storie insieme</strong>: la storia di Hana, una donna yazida rapita da Daesh e riuscita a sfuggire ai suoi aguzzini solo dopo aver attraversato l&#8217;inferno. Ryan ha dedicato il libro <em>Alle donne yazide e al loro dolore. Al popolo curdo e alla sua forza.</em><br />
Ecco il primo capitolo per in esclusiva per i nostri lettori.</p>
<p style="text-align: center"><strong><a href="http://www.sanpaolostore.it/hana-yazida-claudia-ryan-9788821598142.aspx" target="_blank">HANA LA YAZIDA</a><br />
<a href="http://www.sanpaolostore.it/hana-yazida-claudia-ryan-9788821598142.aspx" target="_blank"> L&#8217;inferno è sulla Terra</a><br />
</strong> (Edizioni San Paolo)</p>
<p>«Il mio è uno dei popoli sfortunati del mondo. Io sono una donna yazida.»<br />
Emise un lungo respiro, poi continuò a parlare.<br />
«Mi chiamo Hana, ho 26 anni. Il dott. Farhan ha detto che per star meglio devo raccontare la mia storia, così la elaboro&#8230;» La voce divenne quasi un soffio. Hana fissava il tablet da 7 pollici che aveva davanti a sé, appoggiato sul pavimento, e che registrava la sua voce. Lo spense. Seduta a gambe incrociate su un materassino posto lungo la parete, si prese il volto tra le mani e si accovacciò. Lei voleva dimenticare, cancellare in modo definitivo dalla sua mente e dalla sua anima quello che le era successo, ciò che aveva visto. Sentì un nodo allo stomaco, un senso di nausea, che arrivava ogni volta che doveva ricordare. Ma lo psicologo era stato chiaro: per lasciar andare il passato prima lo doveva accettare, così le aveva proposto di registrare la sua storia, con i tempi che voleva lei, quando se la sentiva, e lei aveva accettato. Sapeva che il medico aveva ragione, lei era un’infermiera e capiva che per poter sognare di nuovo un futuro doveva rivivere ancora una volta l’orrore dei suoi ricordi.<br />
La sua casa era lì, intatta, intorno a lei, con le pareti bianche e gli oggetti che le erano cari. Un appartamento di tre locali nel quartiere KRO a Duhok. Nulla era cambiato dall’agosto precedente, nessuno era entrato nei cinque mesi in cui era stata assente, ma tutto le sembrava estraneo, ormai. Aveva perso la sua anima e la doveva ritrovare, allora poi, forse, si sarebbe di nuovo identificata con le sue cose, i suoi libri, i suoi ricordi. In una nicchia nel muro c’era la foto della sua famiglia, tutti sorridenti, ritratti quando nessuno poteva intravvedere la tragedia che li avrebbe investiti.<br />
Fuori di casa i 42 gradi di un fine giugno e i bambini che giocavano per strada.<br />
«Sono nata a Sinjar, una città nel Nord-Ovest dell’Iraq, ai piedi del monte Sinjar. Lì vivevano yazidi, musulmani e cristiani. Adesso ci sono i Daesh. Sono arrivati il 3 agosto 2014, questo non potrò mai dimenticarlo, perché quel giorno è cambiata la vita di tutti noi.» Un’altra pausa. Hana guardava un punto fisso davanti a lei. Capelli neri, corti fino appena sotto le orecchie, occhi grigi e profondi, un paio di jeans e un’ampia camicia azzurra. Si sentiva pulita e in ordine, era tornata ad essere una persona e non più una schiava. Ora doveva ripulire il lerciume che sentiva dentro di lei.<br />
«Mio padre era un uomo buono e onesto, aveva un paio di baffi bianchi, profonde rughe gli solcavano la fronte e i suoi occhi erano sereni. Aveva un negozio e con quello ci ha permesso di vivere bene. Ha fatto studiare me e mio fratello, mia sorella più piccola, Wafa, non voleva continuare gli studi, lei aveva 15 anni e ambiva diventare una moglie felice e fedele&#8230;» Qualche lacrima incominciò a bagnarle il volto e Hana le asciugò con un gesto stizzoso.<br />
«Per fortuna mio padre è morto prima di tutto questo&#8230; Mia madre era una donna paziente e saggia. Vestiva in modo tradizionale, con un foulard che a volte legava dietro la testa e una lunga gonna morbida che ci accoglieva quando eravamo bambini. Aveva gli occhi chiari, grigi, come me. Per un problema di salute aveva potuto avere solo tre fi gli, una rarità nella nostra cultura. Era ancora giovane, aveva 48 anni&#8230;» Chiuse gli occhi e le lacrime incominciarono a scendere copiose. «Aveva continuato a lavorare al negozio anche dopo la morte di mio padre. Era una donna forte e riusciva sempre a vedere il lato positivo delle cose.»<br />
Hana spense per un attimo il registratore, si alzò e andò a guardarsi allo specchio appeso alla parete, vicino all’ingresso. Si sentiva vecchia, negli ultimi dieci mesi della sua vita aveva perso tutta la vitalità e la voglia di sognare che l’avevano sempre contraddistinta. Si accarezzò il volto con una mano, quasi a voler lisciare quella pelle che incominciava a presentare le prime sottilissime e lievi rughe, segni di sofferenza. Poi tornò a registrare.<br />
«Mio fratello Jovan aveva 22 anni. Era bello, giovane e forte.» Un sorriso animò il suo volto a quel ricordo. «Amava sempre scherzare ed era un ragazzo dolce, affettuoso con nostra madre e noi sorelle&#8230; gli volevo molto bene. Si era diplomato in contabilità e aiutava mia mamma nella gestione del negozio. La nostra era una vita tranquilla. Io avevo trovato lavoro come infermiera qui all’ospedale di Duhok, dove abitualmente vivevo. Tra Duhok e Sinjar ci sono due ore e mezza di strada, così tornavo a casa qualche giorno quando potevo.» Un’altra pausa. Hana osservava la leggera tenda bianca mossa dalla brezza, in realtà la sua mente era persa in ricordi che sembravano lontani, ma risalivano solo a dieci mesi prima. Una mosca si intromise tra lei e i suoi pensieri. La scacciò.<br />
«Il destino gioca d’azzardo&#8230; se fossi rimasta a Duhok non avrei vissuto l’inferno, ma la mia religione dice che questa vita è una prova, tu puoi scegliere tra il bene o il male&#8230; di sicuro è stata una prova dura. Spero sarò ricompensata come l’angelo Melek Taus venne ricompensato da Dio stesso, perché c’è stato un momento quando avrei potuto uccidere, vendicarmi&#8230; ma non l’ho fatto.»<br />
Un altro sospiro, un altro silenzio.<br />
«Era già buio quando sentimmo i primi spari. Era tardi, mia madre e mia sorella erano già a letto, io leggevo, mio fratello usava il suo smartphone per giocare. Ci guardammo allarmati, sapevamo che i Daesh non erano lontani, ma nessuno credeva che potessero arrivare fi no a Sinjar&#8230; I colpi di mortaio erano sempre più vicini, e poi spari di fucile, mitragliatrici. Wafa e mia madre ci raggiunsero. “Scappiamo sulla montagna!” disse Jovan. “È troppo buio ora, è pericoloso&#8230;” rispose mia madre con il volto pietrificato per la paura. “Io credo sia pericoloso anche stare qui!” ribadì Jovan scalpitante. Alla fi ne stabilimmo che saremmo scappati alle prime luci dell’alba. Nessuno di noi andò a dormire, gli spari sembravano sempre più vicini. Io e mia mamma preparammo quattro borse con dentro dei vestiti, acqua, una coperta, soldi e i nostri pochi gioielli. Passarono un paio d’ore e Jovan tornò all’attacco: “Madre, dobbiamo andare! La gente fugge&#8230;” In effetti guardammo dalla finestra e molte persone correvano per strada. Si sentì bussare alla porta, era Erzan, l’amico di Jovan. “Venite, dovete venire! I Daesh sono entrati in città, la gente corre sulla montagna. È un grande esodo, già tanti sono scappati, muovetevi!” e se ne andò via di corsa.» Hana aveva gli occhi chiusi.<br />
«Fu un momento estremo, è difficile da spiegare. In un istante devi lasciare tutto. Non è un viaggio, non vai temporaneamente a visitare qualcuno, ma scappi. Capisci che pochi minuti possono fare la differenza. Mi guardai in giro, la nostra casa, il luogo dove ero nata, in pochi sguardi la feci mia, con bramosia, la fissai nel mio cuore perché sapevo che non ci sarei più tornata. Poi prendemmo le borse e ci buttammo fuori, nella ressa, con la paura che ci attanagliava, il panico lo potevamo sentire nell’aria. Correvamo, Jovan teneva per mano mia mamma, io tenevo Wafa. Correvamo verso la montagna, nelle vie strette dell’abitato. Ormai non era più buio profondo, le prime luci all’orizzonte facevano vedere meglio dove si stava andando. La città finiva là, in fondo alla via. Poi c’era la piana e poco dopo iniziavano i primi declivi che portavano alla montagna. Lì sarebbe iniziata la parte più faticosa, perché il monte è impervio.» Un sospiro. Il volto di Hana era pallido e tirato.<br />
«Ma alla fine della via c’erano i soldati dell’ISIS che ci bloccarono tutti, con i kalashnikov in pugno. Spararono in aria, intimarono di fermarsi. Ci furono urla di terrore, urla di ordini, urla&#8230; Ci facemmo stretti, tutti e quattro abbracciati, come se nell’unione potevamo essere più forti.»<br />
«La mia gente è abituata ai genocidi&#8230; c’è un ricordo orale che si tramanda: 72 volte tentarono di sterminarci. Ma per chi lo vive sulla sua pelle è diverso, non è una consolazione sapere che è già stato fatto prima, in quel momento sei solo terrorizzato e preghi di salvarti. O di morire, dipende&#8230;» La voce divenne quasi un sussurro.<br />
Il cellulare suonò interrompendo quell’atmosfera rarefatta, carica di fantasmi, facendo ritornare all’istante Hana al presente. Spense il tablet e rispose al telefono.</p>The post <a href="https://blog.sanpaolostore.it/anteprime/linferno-di-hana-e-delle-donne-yazide-raccontato-da-claudia-ryan/">L’inferno di Hana e delle donne yazide raccontato da Claudia Ryan</a> first appeared on <a href="https://blog.sanpaolostore.it">Il blog di San Paolo Store</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Sulle tracce di don Giovanni insieme a Davide Rondoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione San Paolo Store]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 May 2016 14:52:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anteprime]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Rondoni]]></category>
		<category><![CDATA[don Giovanni]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni San Paolo]]></category>
		<category><![CDATA[Il bacio di Siviglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con Il bacio di Siviglia, Davide Rondoni firma il primo romanzo della collana Vite esagerate, di cui è anche curatore. Tredici romanzi che raccontano le esistenze straordinarie di uomini e donne che hanno vissuto grandi avventure per amore di Dio. Il romanzo di Rondoni ci mette sulle tracce di Miguel …</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_414" style="width: 200px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598340.jpg"><img aria-describedby="caption-attachment-414" loading="lazy" class="size-medium wp-image-414" src="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598340-190x300.jpg" alt="Il bacio di Siviglia" width="190" height="300" srcset="https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598340-190x300.jpg 190w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598340-647x1024.jpg 647w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598340-95x150.jpg 95w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598340-1200x1899.jpg 1200w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/05/9788821598340.jpg 1400w" sizes="(max-width: 190px) 100vw, 190px" /></a><p id="caption-attachment-414" class="wp-caption-text">Il bacio di Siviglia</p></div>
<p>Con <a href="http://www.sanpaolostore.it/bacio-di-siviglia-miguel-manara-uomo-che-fu-don-giovanni-davide-rondoni-9788821598340.aspx" target="_blank"><em>Il bacio di Siviglia</em></a>, <strong><a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?typefieldid=6&amp;typefieldvalue=Rondoni,%20Davide" target="_blank">Davide Rondoni</a></strong> firma il primo romanzo della collana <strong>Vite esagerate</strong>, di cui è anche curatore. <strong>Tredici romanzi che raccontano le esistenze straordinarie di uomini e donne che hanno vissuto grandi avventure per amore di Dio.</strong><br />
Il romanzo di Rondoni ci mette sulle tracce di Miguel Mañara, l’uomo che fu don Giovanni. Una storia ricca di colpi di scena, di una umanità profonda e appassionata, attraversata dal dramma di sempre: cosa è amare?<br />
In esclusiva per i nostri lettori, il primo capitolo del libro.</p>
<p style="text-align: center"><strong>IL BACIO DI SIVIGLIA</strong><br />
<strong> Miguel Mañara, l’uomo che fu don Giovanni</strong></p>
<p>Il teatro alla Scala, le luci sulla piazza. E il suo senso di disgusto. La punta di amaro che conosce bene.<br />
Il palazzotto chiaro risulta squadrato e modesto rispetto ad altri grandi palazzi sulla stessa piazza e nei paraggi. È illuminato. Gabriele lo fissa. Sa, o meglio immagina, che il suo fascino sta dentro, nel vuoto che è al tempo stesso pieno del teatro, nelle poltrone rosse, nel sipario. Ma lo inquieta il fatto che “il tempio della musica”, come trova scritto spesso, sia quella cosa lì. Un palazzotto grazioso, ok, ma nulla di più.<br />
I suoi pensieri in quella sera vagano come i turisti sulla piazza, con la faccia inespressiva. La punta di disgusto che gli tocca la mente o il cuore li rende ancora più imprecisi e vaghi. Svogliati. Chissà se ha fatto bene a invitare Linda. Ha immaginato che questo potesse essere un buon modo per farle un regalo. Lei compie trentun anni, uno in più di lui.<br />
Si sente ancora un ragazzo. E li chiamano così lui e i suoi amici: ragazzi.<br />
Non ha mai assistito a un’opera lirica. Non è roba per lui quel genere di musica. Lui va avanti a rap e ogni tanto qualcosa di rock. Ultimamente ci sono dei gruppi svedesi e di paesi nordici che gli paiono forti. Ma a Linda, che non ascolta musica svedese, a lei forse una serata all’opera andava. Ha studiato pianoforte, e gli ha raccontato con una certa emozione che suo padre da ragazzina l’aveva portata in quel teatro “mitico”. Lo aveva sussurrato. Gli era parsa davvero emozionata. Non è sicuro, lui in quel momento stava per sputare un nocciolo d’oliva durante un party in un bar discoteca del centro e sì, gli era parso che una lacrima brillasse negli occhi della ragazza mentre parlava di padri e pianoforti. Con lei ci stava uscendo da un paio di mesi, forse era un po’ brillo. Comunque, dopo averla sentita parlare di una zia che suonava il piano e che tutti i pomeriggi veniva a suonare con lei, aveva deciso di fare ciò che non aveva mai fatto. Invitare una donna alla Scala.<br />
Aveva guardato cosa c’era in programma il giorno di primavera in cui cadeva il compleanno di Linda e aveva comprato due buoni biglietti. In una “ottima posizione”, aveva detto il tizio che glieli aveva venduti con la faccia di uno che ti ha appena fregato un sacco di soldi. Le conosce, quelle facce. Sono il suo lavoro. Ed eccolo, dunque, davanti al palazzotto chiaro.<br />
– Ci vediamo lì, – ha detto lei al telefono durante la pausa pranzo.<br />
Linda ha preso a telefonargli ogni giorno, durante la pausa pranzo. Si sono conosciuti per motivi di lavoro. Entrambi dipendenti di una grande banca. Ma lei doveva essere in carriera, ufficio legale o cose del genere. Mentre lui se ne andava in giro a cercare soldi dalla gente per investire in prodotti finanziari di “sicuro rendimento”, come diceva sempre, con la stessa espressione del tizio che gli ha venduto i biglietti.<br />
La sua specialità è un’altra. Linda non lo sa. Lei è così delicata. Ama la musica classica, il pianoforte, si commuove per la zia. Porta pure felpe con gli orsetti la notte, sul divano con lui, mentre guardano la tv. E non sa, molto meglio che non sappia, che lui è un collezionista di donne.<br />
Quel pomeriggio, prima di prepararsi per uscire con lei, Gabriele ha invitato nel monolocale dove vive una sua collega. Non ha fatto in tempo a stappare la seconda birra che erano già sul letto. Esattamente, non sa spiegarsi perché le ragazze e anche le donne più grandi si sentano così attratte da lui. Gli basta poco. Le cerca un po’, sa che vogliono essere corteggiate. Qualche uscita, un regalo, e loro ci stanno. A volte, non fa nemmeno in tempo a corteggiarle che se le trova già spettinate nel letto. In genere i problemi iniziano dopo. Si fanno pesanti, insoddisfatte. E alcune pressanti. Allora lui si sfila. Senza troppe chiacchiere. Ha imparato presto due cose: 1) le ragazze vogliono darsi, possibilmente a qualcuno che le faccia sentire regine; 2) il viso delle ragazze, quando le molli, non puoi fissarlo più di tre secondi.<br />
Ne ha conosciute di vario tipo. Una volta un amico, con un’espressione indecifrabile e la cravatta slacciata, gli aveva soffiato in viso, con il fumo di sigaretta: – Ognuna è come una partita di calcio, o di basket. O una corrida… Ognuna diversa, nessuna te la puoi giocare due volte. – Poi aveva riso, tirando indietro le braccia come ali rattrappite nello smoking sullo schienale del divanetto basso, seduto di fronte a lui. Anche Gabriele aveva riso, ma non aveva capito bene. Una partita, ogni volta diversa. Ok, questo sì<br />
i certo Gemma con le sue sfuriate potenti e inebrianti non era come Monica, con i suoi dentini sottili e desiderosi, con le mani veloci come una ricamatrice. Entrambe gli sono piaciute per qualche settimana, forse nelle stesse settimane, ora non ricorda bene, ed entrambe lo lasciavano stordito verso l’alba quando se ne uscivano dal suo monolocale, fuggendo chissà dove, chissà da chi, chissenefrega… Ma: «Non giocare due volte la partita». Cosa voleva dire esattamente il suo amico?<br />
I pensieri in piazza della Scala sciamano, come i turisti con la faccia in su, con quell’espressione a metà tra lo stanco, il leggermente interessato e l’annoiato.<br />
Gabriele ha conosciuto Linda a un ricevimento della banca offerto per un importante ospite arabo. Per fare bella figura, l’Ufficio Relazioni Interne dell’Istituto aveva diramato l’invito a tutti i quadri e i dirigenti: una festa in un bel locale del centro. C’era pure un giardino. Lui l’aveva adocchiata lì… Il resto si era svolto più o meno come al solito. Pure lei non aveva fatto tante moine prima di finire a letto con lui. Ma era successo che, mentre si stavano spogliando, lui, nel silenzio impacciato con cui si stavano accostando – lei non era una che beveva e i silenzi dunque si sentivano –, aveva detto: – Che belle mani… Mani, mani da… – ma non aveva saputo continuare, restando nudo e sospeso con il polso di lei sollevato con le dita, tra la luce bianca e l’ombra, come una coppia ritratta in una lapide chiara, in piedi vicino al letto. Linda, immobile, aveva aggiunto: – Da pianista.<br />
Ed eccolo dunque, un po’ stanco ma ben profumato ed elegante con un tocco casual in attesa davanti al palazzotto. In realtà, quelle telefonate tutti i giorni all’ora della pausa pranzo hanno iniziato a infastidirlo. Spesso va in palestra a quell’ora. O da amici o si trova con un’amica. E avere Linda che lo chiama cinque, sei volte se non lo trova, inizia a essere un fastidio. Conosce esattamente, come un chimico o un cuoco sanno riconoscere certe sostanze con un’occhiata al microscopio o un tocco sulla punta della lingua, il sentore di nausea che segnala il declino della passione per una donna. Inconfondibile. Eccola che arriva, fine, splendente.<br />
In cartellone il <em>Don Giovanni</em> di Mozart.</p>The post <a href="https://blog.sanpaolostore.it/anteprime/sulle-tracce-di-don-giovanni-insieme-a-davide-rondoni/">Sulle tracce di don Giovanni insieme a Davide Rondoni</a> first appeared on <a href="https://blog.sanpaolostore.it">Il blog di San Paolo Store</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Una guida pratica alla confessione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione San Paolo Store]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Mar 2016 16:00:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tra le difficoltà legate al sacramento, vanno riconosciute prima di tutto alcune incertezze legate al vocabolario. In passato si parlava perlopiù di confessione e di penitenza, oggi si preferiscono termini come riconciliazione e perdono, senza tuttavia che le espressioni tradizionali siano del tutto sparite. Come fare chiarezza? Si intende la …</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sanpaolostore.it/guida-pratica-alla-confessione-guillaume-de-menthiere-9788821596384.aspx" target="_blank"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-397 size-medium" src="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/226T142_GuidaConfess-183x300.jpg" alt="226T142_GuidaConfess_110x180_br.indd" width="183" height="300" srcset="https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/226T142_GuidaConfess-183x300.jpg 183w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/226T142_GuidaConfess-625x1024.jpg 625w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/226T142_GuidaConfess-92x150.jpg 92w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/226T142_GuidaConfess-1200x1965.jpg 1200w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/226T142_GuidaConfess.jpg 1400w" sizes="(max-width: 183px) 100vw, 183px" /></a>Tra le difficoltà legate al sacramento, vanno riconosciute prima di tutto alcune incertezze legate </strong><strong>al vocabolario.</strong> In passato si parlava perlopiù di <em>confessione</em> e di<em> penitenza</em>, oggi si preferiscono termini come<em> riconciliazione</em> e <em>perdono</em>, senza tuttavia che le espressioni tradizionali siano del tutto sparite. <strong>Come fare chiarezza? Si intende la stessa cosa usando termini diversi?</strong></p>
<p>Il termine <strong>penitenza</strong> rischia di essere frainteso: normalmente la penitenza viene associata a una punizione. Con il rischio che il sacramento della misericordia diventi il sacramento della punizione! La penitenza non va confusa con “la soddisfazione”, con l’impegno che il confessore assegna al penitente come riparazione dei peccati fatti. Il termine “penitenza” vuole piuttosto evocare il valore della conversione, richiamando il primo appello di Gesù nel Vangelo: «Pentitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15). Radicato nella tradizione biblica e spirituale della Chiesa, questo termine non deve pertanto sparire dal vocabolario cristiano relativo al sacramento.</p>
<p>Il termine <strong>riconciliazione</strong> è quello pastoralmente più usato. Il suo tono sembra essere più positivo di “penitenza” e, come quest’ultimo, è ben attestato dal punto di vista biblico e spirituale. San Paolo, per esempio, parla del «ministero di riconciliazione» (2Cor 5,18) che Dio ha affidato agli apostoli. Presso le prime generazioni cristiane questo sacramento consisteva in una riconciliazione pubblica con la Chiesa. Il termine, tuttavia, è inadeguato per chi vive la confessione con una certa frequenza. Rischia di lasciar intendere che ci si deve accostare al sacramento solo quando abbiamo “rotto i ponti” con Dio, il che è sbagliato. Ugualmente, il termine è troppo forte per quanti si accostano al sacramento senza sentirsi lontani da Dio ma per sperimentare la sua misericordia. Tra l’altro Dio non deve, di per sé, riconciliarsi con noi. San Paolo dice chiaramente che Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo, non che si è riconciliato con il mondo. Il sostantivo rischia di evocare una simmetria tra Dio e l’uomo che non è corretta. Noi ci riconciliamo con Dio, non Dio con noi.</p>
<p>Il termine <strong>confessione</strong> è quello più usato dai fedeli. Nessuno dice: «Vado a fare penitenza» o «Vado a riconciliarmi». Si dice invece: «Vado a confessarmi». Del resto il momento della confessione dei peccati al sacerdote è un elemento essenziale del sacramento. Psicologicamente parlando, è la parte più impegnativa e spesso più dolorosa. Il rischio però è quello di dimenticare che questo termine non indica solo l’enunciazione dei peccati, ma qualcosa di molto più bello. Nel sacramento noi confessiamo anche la nostra fede e l’amore di Dio! Il sacramento della penitenza e della riconciliazione non consiste solo nell’accusa – o nello scusarsi! – dei propri peccati. È piuttosto una confessione di fede e una confessione di lode. La <em>confessio peccatorum</em> implica la <em>confessio fidei</em> e genera la <em>confessio laudis</em>.</p>
<p>Il termine <strong>perdono</strong> è spesso usato per indicare il frutto essenziale del sacramento: la remissione dei peccati. Il sacramento del perdono ha come scopo quello di recare, grazie al ministero della Chiesa, «il perdono e la pace». L’uso del termine “perdono” pone l’accento sull’assoluzione e su quello che Dio ci dona, piuttosto che su quello che fa il penitente.</p>
<p>L&#8217;articolo è un estratto da <strong><a href="http://www.sanpaolostore.it/guida-pratica-alla-confessione-guillaume-de-menthiere-9788821596384.aspx" target="_blank">Guida pratica alla confessione. Celebrare il sacramento della riconciliazione</a> </strong><a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?manufacturerid=1650" target="_blank">(Edizioni San Paolo) </a>di <a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?typefieldid=6&amp;typefieldvalue=Guillaume%20de%20Menthiere" target="_blank">Guillaume de Menthiere</a></p>The post <a href="https://blog.sanpaolostore.it/approfondimenti/una-guida-pratica-alla-confessione/">Una guida pratica alla confessione</a> first appeared on <a href="https://blog.sanpaolostore.it">Il blog di San Paolo Store</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Benedetto sia tu, Padre &#8211; Le parole di Hélder Câmara</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione San Paolo Store]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Mar 2016 14:33:27 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Fede]]></category>
		<category><![CDATA[Hélder Câmara]]></category>
		<category><![CDATA[Padre]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Se sogniamo insieme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Benedetto sia tu, Padre per la sete che ci fai sentire; per i piani coraggiosi che ci ispiri; per la fiamma – e sei tu stesso – che arde in noi. Cosa importa che la sete rimanga in gran parte bruciante? (guai a quelli che non hanno più sete!). Cosa …</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Benedetto sia tu, Padre<br />
per la sete che ci fai sentire;<br />
per i piani coraggiosi che ci ispiri;<br />
per la fiamma – e sei tu stesso –<br />
che arde in noi.<br />
Cosa importa che la sete<br />
rimanga in gran parte bruciante?<br />
(guai a quelli che non hanno più sete!).<br />
Cosa importa che i progetti<br />
rimangano di più sulla carta<br />
di quanto passino nella realtà?<br />
Chi meglio di te sa che il risultato<br />
non dipende da noi<br />
e che tu ci chiedi<br />
soltanto un massimo di abbandono<br />
e di buona volontà?</p>
<p><a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?typefieldid=6&amp;typefieldvalue=Camara,%20Helder" target="_blank">Hélder Câmara</a> da <a href="http://www.sanpaolostore.it/se-sogniamo-insieme-helder-camara-9788821597824.aspx" target="_blank"><strong>Se sogniamo insieme</strong></a> (<a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?manufacturerid=1650" target="_blank">Edizioni San Paolo</a>)</p>The post <a href="https://blog.sanpaolostore.it/senza-categoria/benedetto-sia-tu-padre-le-parole-di-helder-camara/">Benedetto sia tu, Padre – Le parole di Hélder Câmara</a> first appeared on <a href="https://blog.sanpaolostore.it">Il blog di San Paolo Store</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Conosciamo davvero i personaggi del Vangelo? Ce li racconta Remo Lupi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione San Paolo Store]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Mar 2016 14:04:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Conosciamo davvero i personaggi del Vangelo? Siamo consapevoli che nessuno di loro non è lì a caso, ma porta con sé un insegnamento, un esempio che ci aiuta nel nostro cammino di fede? Anche i personaggi che pensiamo di conoscere più intimamente possono sorprenderci. In questo cammino di scoperta ci …</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/9788821597213g.jpg"><img loading="lazy" class=" size-full wp-image-392 alignleft" src="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/9788821597213g.jpg" alt="24E75_ilRosario_copdef_pm.indd" width="200" height="313" srcset="https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/9788821597213g.jpg 200w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/9788821597213g-192x300.jpg 192w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/9788821597213g-96x150.jpg 96w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>Conosciamo davvero i personaggi del Vangelo?</strong> Siamo consapevoli che nessuno di loro non è lì a caso, ma porta con sé un insegnamento, un esempio che ci aiuta nel nostro cammino di fede? Anche i personaggi che pensiamo di conoscere più intimamente possono sorprenderci. In questo cammino di scoperta ci viene incontro <a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?typefieldid=6&amp;typefieldvalue=Lupi,%20Remo" target="_blank"><strong>Remo Lupi</strong></a> col suo libro <strong><a href="http://www.sanpaolostore.it/rosario-9788821597213.aspx" target="_blank">Il Rosario con i personaggi del Vangelo</a></strong> (<a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?manufacturerid=1650" target="_blank">Edizioni San Paolo</a>) da cui abbiamo estratto cinque profili.</p>
<p><strong>L’ANGELO GABRIELE</strong><br />
L’angelo Gabriele è la creatura spirituale che Dio invia per portare i lieti annunci all’umanità. Dopo il<br />
gioioso ma sconvolgente annuncio a Maria, l’angelo Gabriele la incoraggia e la rassicura, dicendole: «Non temere». Più tardi appare a Zaccaria e, vedendolo turbato, anche a lui dice: «Non temere». Anche nel nostro tempo, gli angeli non mancano, infatti Dio si serve delle creature umane per portare il lieto annuncio, cioè il Vangelo e attraverso di loro ci incoraggia: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!» come diceva il santo papa Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato. E santa Teresa d’Avila amava ripetere spesso: «Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Tutto passa, solo Dio non cambia. La pazienza ottiene tutto. Chi ha Dio non manca di nulla: solo Dio basta!».</p>
<p><strong>GIUSEPPE</strong><br />
Giuseppe pensava di abbandonare in gran segreto Maria. Poi ha il “sogno” e capisce che bisogna andare<br />
oltre i luoghi comuni, oltre le mormorazioni, e fidarsi di Dio, ascoltando le sue indicazioni. Giuseppe ci insegna a portare avanti la nostra missione, i nostri impegni con responsabilità e coerenza, incuranti di quello che dice la gente o la moda del momento. I progetti di Dio, infatti, richiedono sacrificio, a volte anche “umiliazione” davanti alla mentalità del mondo, per questo dobbiamo “morire a noi stessi”, cioè mettere da parte la nostra volontà, che a volte ci spingerebbe a mollare tutto e a ribellarci, per fare spazio alla volontà di Dio che è lungimirante e vuole il vero bene delle persone.</p>
<p><strong>GIOVANI BATTISTA</strong><br />
Il profeta Isaia così aveva profetato su Giovanni Battista: «Voce di uno che grida nel deserto: preparate<br />
la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!» (Mt 3,3). Quante volte anche noi abbiamo “gridato nel deserto”, cioè a vuoto: in famiglia, nel lavoro, ecc. Infatti, purtroppo, affermare un valore, indicare o preparare la via alla verità non è facile, non si hanno grandi ascolti, non si riempiono le piazze, anzi, sovente, si è ostacolati, scherniti e umiliati, ma questo non ci deve scoraggiare, poiché ci conferma nella missione. Del resto è successo così anche a san Paolo ad Atene, quando dopo aver iniziato il discorso sulla risurrezione, si è sentito dire: «Su questo ti sentiremo un’altra volta» (At 17,32).</p>
<p><strong>IL BUON LADRONE</strong><br />
Il buon ladrone ci insegna a pentirci veramente e a chiedere a Dio, con sincerità e umiltà, la nostra conversione e la nostra salvezza. Gesù vede il cuore delle persone, non si sofferma sugli errori del passato, va oltre. Il buon ladrone, che la tradizione ha chiamato Disma, riconosce i propri sbagli e si affida alla misericordia di Dio, in questo modo ci svela il segreto per entrare in Paradiso. Infatti, non si va in Paradiso facendo cose grandi e sensazionali davanti agli occhi degli uomini, ma ci si va con umiltà, riconoscendosi peccatori e continuamente bisognosi dell’infinita misericordia di Dio.</p>
<p><strong>MARIA MADDALENA</strong><br />
Un’altra conferma: «Gli ultimi saranno primi» (Mt 20,16). A Maria Maddalena, pubblica peccatrice, ma<br />
convertita, è dato di fare il primo annuncio della risurrezione di Gesù. Il Figlio di Dio è venuto per i peccatori, per guarirli e riportarli sulla retta via. Quindi, questo personaggio del Vangelo ci deve rincuorare e dare speranza, perché mette in evidenza che la salvezza di Dio tocca tutti, nessuno è escluso, basta che lo vogliamo. Non contano gli sbagli fatti nel passato se ce ne siamo pentiti, ciò che conta è mettere a disposizione i doni che Dio ci ha donato, cercando di essere strumenti di pace e di bene intorno a noi.</p>The post <a href="https://blog.sanpaolostore.it/approfondimenti/conosciamo-davvero-i-personaggi-del-vangelo-ce-li-racconta-remo-lupi/">Conosciamo davvero i personaggi del Vangelo? Ce li racconta Remo Lupi</a> first appeared on <a href="https://blog.sanpaolostore.it">Il blog di San Paolo Store</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Il veggente: intervista a Saverio Gaeta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione San Paolo Store]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2016 15:41:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anteprime]]></category>
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		<category><![CDATA[Bruno Cornacchiola]]></category>
		<category><![CDATA[Congregazione per la dottrina della fede]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Saverio Gaeta, caporedattore di «Famiglia Cristiana» e scrittore, ha da poco pubblicato Il veggente. Il segreto delle Tre Fontane (Salani) dedicato a Bruno Cornacchiola. Vi proponiamo in anteprima uno stralcio dell&#8217;intervista rilasciata alla nostra redazione. San Paolo Store: Il Veggente del suo libro è Bruno Cornacchiola che, a partire dal …</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_389" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.sanpaolostore.it/veggente-mistero-delle-tre-fontane-saverio-gaeta-9788869184864.aspx" target="_blank"><img aria-describedby="caption-attachment-389" loading="lazy" class="size-medium wp-image-389" src="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/GaetaIl-vecggente-cover-k3nC-U1070253801045sfC-1024x576@LaStampa.it_-300x169.jpg" alt="Il veggente. Il segreto delle Tre Fontane " width="300" height="169" srcset="https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/GaetaIl-vecggente-cover-k3nC-U1070253801045sfC-1024x576@LaStampa.it_-300x169.jpg 300w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/GaetaIl-vecggente-cover-k3nC-U1070253801045sfC-1024x576@LaStampa.it_-150x84.jpg 150w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/GaetaIl-vecggente-cover-k3nC-U1070253801045sfC-1024x576@LaStampa.it_.jpg 1000w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><p id="caption-attachment-389" class="wp-caption-text">Il veggente. Il segreto delle Tre Fontane</p></div>
<p><strong>Saverio Gaeta</strong>, caporedattore di «Famiglia Cristiana» e scrittore, ha da poco pubblicato <em><a href="http://www.sanpaolostore.it/veggente-mistero-delle-tre-fontane-saverio-gaeta-9788869184864.aspx" target="_blank">Il veggente. Il segreto delle Tre Fontane</a></em> (Salani) dedicato a Bruno Cornacchiola. Vi proponiamo in anteprima uno stralcio dell&#8217;intervista rilasciata alla nostra redazione.</p>
<p><strong>San Paolo Store</strong>: Il Veggente del suo libro è Bruno Cornacchiola che, a partire dal 1947 nella località delle Tre Fontane a Roma, ebbe decine di apparizioni della Madonna. Chi era quest’uomo?</p>
<p><strong>Saverio Gaeta: </strong><em>Un personaggio straordinario, veramente da romanzo. Durante la guerra di Spagna si convinse che il Papa era l’anticristo e stabilì che lo avrebbe ucciso. Tornato a Roma divenne il miglior propagandista dell’Avventismo protestante. Si era recato alle Tre Fontane per scrivere un discorso contro i dogmi mariani, ma la visione della Vergine della Rivelazione lo fece diventare un convertito “tutto d’un pezzo”, che dava persino fastidio al quieto vivere ecclesiastico. E per tutta la vita ha continuato a ricevere dalla Madonna profezie e messaggi che lo invitavano in particolare a difendere la “retta dottrina”</em>.</p>
<p><strong>SPS</strong>: Le rivelazioni al veggente Cornacchiola sono rimaste nascoste per molto tempo. Perché sottovalutate o per altri motivi?</p>
<p><strong>SG:</strong> <em>Occorrerebbe chiederlo ai responsabili della Congregazione per la dottrina della fede, dove sono custoditi questi e tanti altri messaggi di ispirazione soprannaturale. Indubbiamente non è facile essere certi della loro soprannaturalità. Però la mia impressione è che in generale si preferisce rinchiuderli in un oscuro archivio, piuttosto che interrogarsi sui motivi per cui la Madonna continua a intervenire nella storia umana richiamando alla conversione dei cuori. Sono convinto che un maggior sforzo nello studiarli e nel presentarli adeguatamente ai fedeli sarebbe l’atteggiamento più giusto. Personalmente è quello che provo a fare</em>.</p>
<p><a href="http://www.sanpaolostore.it/interviste/intervista-a-saverio-gaeta.aspx" target="_blank">Leggi l&#8217;intervista completa a Saverio Gaeta sul nostro sito sanpaolostore.it</a></p>The post <a href="https://blog.sanpaolostore.it/anteprime/il-veggente-intervista-a-saverio-gaeta/">Il veggente: intervista a Saverio Gaeta</a> first appeared on <a href="https://blog.sanpaolostore.it">Il blog di San Paolo Store</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Consigli di lettura in pillole!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione San Paolo Store]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Mar 2016 07:50:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cinque consigli di lettura in pillole! Perché ci odiano di Mona Eltahawy, Einaudi, p. 212, € 17,50 È il 1982, quando la sua famiglia si trasferisce dalla Gran Bretagna all’Arabia Saudita, Mona &#8211; 15 anni &#8211; si ritrova a dover lottare per il suo posto di donna nel mondo. Questa …</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cinque consigli di lettura in pillole!</strong></p>
<p><strong><a href="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/Senza-titolo-2.jpg"><img loading="lazy" class=" size-full wp-image-385 alignleft" src="http://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/Senza-titolo-2.jpg" alt="Senza titolo-2" width="369" height="530" srcset="https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/Senza-titolo-2.jpg 369w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/Senza-titolo-2-209x300.jpg 209w, https://blog.sanpaolostore.it/wp-content/uploads/2016/03/Senza-titolo-2-104x150.jpg 104w" sizes="(max-width: 369px) 100vw, 369px" /></a><a href="http://www.sanpaolostore.it/perche-ci-odiano-mona-eltahawy-9788806224295.aspx" target="_blank">Perché ci odiano</a></strong> di <em>Mona Eltahawy</em>, <a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?manufacturerid=1595" target="_blank">Einaudi</a>, p. 212, € 17,50<br />
È il 1982, quando la sua famiglia si trasferisce dalla Gran Bretagna all’Arabia Saudita, Mona &#8211; 15 anni &#8211; si ritrova a dover lottare per il suo posto di donna nel mondo. Questa battaglia la porta diventare una nota giornalista.</p>
<p><strong><a href="http://www.sanpaolostore.it/gialli-d-inverno-9788806228651.aspx" target="_blank">Gialli d’inverno</a></strong>, <em>AA. VV.</em>, <a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?manufacturerid=1595" target="_blank">Einaudi</a>, p. 310, € 16,00<br />
Da Agatha Christie a Fred Vargas, 10 racconti di 10 maestri del giallo: neve, cadaveri, assassini e l’abilità di indagare, con la scrittura, l’animo umano.</p>
<p><strong><a href="http://www.sanpaolostore.it/meglio-dirsele-daniele-novara-9788817082730.aspx" target="_blank">Meglio dirsele</a></strong> di <em><a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?typefieldid=6&amp;typefieldvalue=Novara,%20Daniele" target="_blank">Daniele Novara</a></em>, <a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?manufacturerid=2661" target="_blank">BUR</a>, p. 252, € 13,00<br />
Perché una coppia scoppia? Forse proprio perché si evitano a tutti i costi i conflitti e gli attriti. Insomma, meglio dirsele (ma nel modo giusto).</p>
<p><strong><a href="http://www.sanpaolostore.it/potere-dell-essenziale-elena-greggia-9788820059125.aspx" target="_blank">Il potere dell’essenziale</a></strong> di Elena Greggia, <a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?manufacturerid=1666" target="_blank">Sperling e Kupfer</a>, p. 182, € 16,00<br />
Pulire e fare ordine, in casa e nell’anima. Elena Greggia ci spiega come farlo al meglio in questo agile manualetto.</p>
<p><strong><a href="http://www.sanpaolostore.it/mercanti-di-schiavi-anna-pozzi-9788821597244.aspx" target="_blank">Mercanti di schiavi. Tratta e sfruttamento nel XXI secolo</a></strong> di <a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?typefieldid=6&amp;typefieldvalue=Pozzi,%20Anna" target="_blank">Anna Pozzi</a>, <a href="http://www.sanpaolostore.it/risultato-di-ricerca.aspx?manufacturerid=1650" target="_blank">Edizioni San Paolo</a>, p. 228, € 14,50<br />
Un reportage che racconta tutte le verità sulla tratta di esseri umani e le nuove schiavitù del XXI secolo: dai bambini-soldati agli uomini costretti a lavorare in condizioni subumane nelle miniere dell’America Latina.</p>The post <a href="https://blog.sanpaolostore.it/approfondimenti/consigli-di-lettura-in-pillole/">Consigli di lettura in pillole!</a> first appeared on <a href="https://blog.sanpaolostore.it">Il blog di San Paolo Store</a>.]]></content:encoded>
					
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