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	<title>Il Nuovo Tribuno</title>
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		<title>Ostaggi del Toga Party: ora per Meloni il rischio di tirare a campare</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 10:44:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Nuovo Tribuno]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le ragioni della sconfitta: nel breve termine, sottovalutata la posta politica in palio; nel lungo trascurata la battaglia culturale. Come e da dove ripartire? Non dalla legge elettorale La vittoria del “No” al referendum sulla riforma della giustizia è netta (53,23 a 46,77 per cento), amplificata da una partecipazione al voto che ha raggiunto quasi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le ragioni della sconfitta: nel breve termine, sottovalutata la posta politica in palio; nel lungo trascurata la battaglia culturale. Come e da dove ripartire? Non dalla legge elettorale</em></p>
<p>La vittoria del “No” al referendum sulla riforma della giustizia è netta (53,23 a 46,77 per cento), amplificata da una partecipazione al voto che ha raggiunto quasi il 56 per cento degli aventi diritto. L’<strong>affluenza relativamente alta</strong> registrata nella giornata di domenica ci aveva indotti a ritenere come probabile uno scenario che ricalcasse un voto politico e in cui, quindi, potesse prevalere l’indicazione per il “Sì” dei partiti di maggioranza, a cui tra l’altro si aggiungevano i partiti “centristi” del centrosinistra.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Defezioni nel centrodestra</h2>
<p>Due le condizioni, pensavamo, che avrebbero consentito al “No” di superare l’asticella dei 14 milioni di voti: la mobilitazione di un numero considerevole di elettori di sinistra “dormienti”, cioè che si erano astenuti sia alle politiche del 2022 che alle europee del 2024 per delusione nei confronti dei loro partiti, e una <strong>defezione consistente degli elettori del centrodestra</strong>. Sembrano essersi realizzate entrambe queste condizioni.</p>
<p>Secondo il consorzio <em>Opinio</em>, addirittura <strong>il 18 per cento degli elettori</strong> di <em>Forza Italia</em> alle ultime elezioni avrebbe votato “No” alla riforma forse più cara al fondatore del partito, il cui nome è ancora sul simbolo. Sorprende anche il 14 per cento di “No” tra gli elettori della Lega, il cui leader è stato sotto processo per il caso <em>Open Arms</em>, e un non trascurabile 11 per cento tra gli elettori di <em>Fratelli d’Italia</em>.</p>
<p>Le percentuali cambiano a seconda degli istituti, ma complessivamente, e sorprendentemente, si può concludere che la tenuta dei partiti del “No” sia stata più alta di quella dei partiti del “Sì”. Dobbiamo ammettere che <strong>non ce lo aspettavamo</strong>. Credevamo che il centrodestra fosse più compatto del centrosinistra, almeno su questa riforma.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Sinistra radicalizzata</h2>
<p>La prima conclusione da trarre è che la sinistra “riformista”, quella schierata per il “Sì” e rappresentata tra l’altro da autorevoli costituzionalisti, era una bolla: altamente rappresentata sui giornali, quanto <strong>elettoralmente irrilevante</strong>.</p>
<p>La sinistra come ovunque in Occidente è radicalizzata. Gli elettori sono impermeabili a qualsiasi valutazione di merito quando c’è la destra al governo, come un toro che vede svolazzare un mantello rosso davanti a sé. La mobilitazione in nome del “<strong>pericolo fascista</strong>” travolge tutto e tutti.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Mobilitazione tardiva</h2>
<p>Viceversa, il centrodestra – con l’eccezione di Berlusconi – mostra molto più pudore nel far leva sull’emotività e sulle pulsioni identitarie del proprio elettorato, soprattutto quando è al governo. Ed è stato probabilmente questo uno dei limiti della campagna referendaria dei partiti e dei leader di maggioranza. Soprattutto nelle prime settimane, è stata troppo <strong>razionale, tecnica, fredda</strong>. Scaldata solo negli ultimi 7-10 giorni dagli interventi di <strong>Giorgia Meloni</strong>. La sensazione è che se la premier non ci avesse messo la faccia, la sconfitta sarebbe stata ancora più pesante.</p>
<p>Una mobilitazione però troppo tardiva, dopo una prima parte della campagna trascorsa sulla difensiva, a respingere nel merito e con rilievi tecnici gli attacchi degli avversari sul piano invece puramente ideologico. Meloni e coloro che la consigliano avrebbero dovuto comprendere che <strong>la posta politica in palio era troppo alta</strong> per muoversi solo a fronte di una situazione già compromessa.</p>
<p>L’unica cosa che si può forse rimproverare alla premier è essersi concentrata, in questi tre anni e mezzo di governo, sulla sua affermazione come leader di livello europeo e internazionale. Un’operazione senz’altro riuscita che le ha assicurato un certo <em>standing</em>, un’autorevolezza, che ha proiettato un’immagine di stabilità e credibilità anche sul Paese, ma che a livello interno <strong>non ha ancora prodotto risultati tangibili</strong>, spendibili sul piano della competizione elettorale.</p>
<p>All’interno, proprio le politiche più “popolari”, su sicurezza e immigrazione, hanno incontrato l’opposizione e il vero e proprio <strong>sabotaggio da parte della stessa magistratura</strong>, mentre è mancato il coraggio sia in Europa che nel rilancio dell’economia.</p>
<h2 class="wp-block-heading">La posta politica</h2>
<p>Sebbene sia stato apprezzabile il tentativo di spiegare nel merito le ragioni del “Sì” alla riforma, e nonostante il ragguardevole risultato di aver comunque superato i 13 milioni di voti, i partiti e i leader del centrodestra non sono riusciti a trasmettere l’importanza politica di questo voto, quanto cioè il successo dell’azione di governo proprio sui temi più cari ai loro elettori dipendesse dallo <strong>scardinamento del potere delle correnti</strong> della magistratura.</p>
<p>La riforma non riguardava solo l’ammodernamento dell’ordinamento giudiziario, la “giustizia giusta”, i diritti dei tanti chi si trovano schiacciati nel suo terrificante meccanismo. No, si trattava di una questione di sovranità popolare, un <strong>pericolo per la democrazia</strong> perfettamente speculare a quello denunciato con maggiore convinzione dagli avversari della riforma. Una magistratura politicizzata che tramite il potere delle correnti <strong>sabota l’azione dei governi sgraditi</strong>.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Il voto dei giovani</h2>
<p>Da non sottovalutare il dato geografico – ad affossare la riforma è stato il Sud, a sostenerla Lombardia, Veneto e Friuli. E il dato generazionale. Solo nella fascia 50-64 anni, la <em>“generazione Berlusconi”</em>, hanno prevalso i sì, mentre nella fascia 18-34 anni il “No” ha superato il 60 per cento, suggerendo un processo di <strong>fidelizzazione dei giovani alla sinistra</strong> che non fa ben sperare per il futuro.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Un’occasione persa</h2>
<p>Come avevamo avvertito la settimana scorsa, si trattava di un’occasione unica, che non si sarebbe ripetuta nell’arco di generazioni. Ha ragione <strong>Daniele Capezzone</strong> a paragonarla al referendum del 1987 sull’energia nucleare. Ancora oggi rimpiangiamo e subiamo le conseguenze dello sciagurato “No” di allora al nucleare. Anche questa è <strong>un’occasione persa per i prossimi decenni</strong>. Le elezioni politiche si tengono ogni cinque anni, un treno così passa ogni trent’anni.</p>
<p>Ma un errore che non va commesso nell’analisi del voto è cedere alla tentazione di <strong>prendersela con gli elettori</strong> perché non hanno capito o, peggio, sono troppo stupidi e ignoranti per capire, come fa la sinistra quando il risultato non le sorride.</p>
<h2 class="wp-block-heading">La battaglia culturale</h2>
<p>Il centrodestra è capace di straordinarie vittorie politiche ed elettorali, di generare leadership forti. Eppure, stenta a trovare il bandolo della matassa, non riesce a combattere la battaglia culturale in modo da rendere <strong>non effimere le sue vittorie</strong>. In tre anni al governo, non ha sfidato le casematte del potere che generano consenso a lungo termine per la sinistra – scuola, università, stampa. Non ha opposto una sua narrazione forte alla narrazione <em>mainstream</em> sui principali eventi di politica internazionale, quasi vergognandosi del buon rapporto della Meloni con Trump.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Dimettersi o andare avanti?</h2>
<p>E ora? Come e da dove ripartire? Meloni dovrebbe dimettersi o andare avanti? Confessiamo di avere poche certezze. Certo, se andare avanti significa galleggiare, tirare a campare, logorandosi sempre di più, per esempio trascorrendo un anno a <strong>discutere e litigare sulla legge elettorale</strong>, allora anche no, grazie.</p>
<p>Ora si apre una <strong>questione gigantesca per la destra</strong>, che va molto oltre l’orizzonte di questa legislatura e delle prossime elezioni politiche. Oltre al problema di come proseguire e come vincere nel 2027, una riflessione approfondita va aperta per capire come governare e, auspicabilmente, come cambiare rotta al Paese, con il <em>Toga Party</em> contro, legittimato e rafforzato dal voto referendario.</p>
<p>Una magistratura politicizzata che non ha avuto pudore a condurre in prima linea la campagna referendaria, ricorrendo tra l’altro a qualsiasi sorta di mistificazione, e che ieri sera nei locali del Tribunale di Napoli <strong>inneggiava alla vittoria</strong> cantando <em>“Bella Ciao”</em> e <em>“Chi non salta, Meloni è”</em>. Qualcosa di unico in Occidente.</p>
<p>La vogliamo porre, cari partiti e leader di centrodestra, questa questione per quella che è, una <strong>emergenza democratica</strong>?</p>
<p>Federico Punzi &#8211; Atlantico Quotidiano</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Referendum, dietro il “No” la visione fascista dello “Stato etico”</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 10:38:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Nuovo Tribuno]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Lasciando la magistratura al suo autogoverno, i costituenti hanno consentito che l&#8217;idea di far prevalere &#8220;l&#8217;eticità&#8221; dell&#8217;azione giurisprudenziale, rispetto all&#8217;applicazione della legge, sopravvivesse nei decenni Ecco che si stanno consumando gli ultimi giorni di campagna per il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. I toni si stanno alzando sempre di più tra le opposte [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lasciando la magistratura al suo autogoverno, i costituenti hanno consentito che l&#8217;idea di far prevalere &#8220;l&#8217;eticità&#8221; dell&#8217;azione giurisprudenziale, rispetto all&#8217;applicazione della legge, sopravvivesse nei decenni</em></p>
<p>Ecco che si stanno consumando gli ultimi giorni di campagna per il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. I toni si stanno alzando sempre di più tra le opposte tifoserie. Sorprende e spaventa, però, i <strong>toni che ha preso una certa magistratura</strong>, che non si vergogna di fare parallelismi tra i sostenitori del “Sì” e possibili organizzazioni criminali.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Rischio resa dei conti</h2>
<p>Si apre, così, la possibilità – come ha recentemente suggerito il procuratore di Napoli <strong>Nicola Gratteri</strong> – che, al di là dell’esito referendario, si scateni – per evidente ripicca – una campagna giudiziaria (si fa per dire) contro i “nemici”, appena saranno resi pubblici i risultati.</p>
<p>Il sistema già si sta preparando alle sue <strong>vendette a favore di telecamere</strong>. Come era meglio quando i magistrati erano figure, sì potentissime, ma nascoste, usi a polverosi uffici, piuttosto che agli strumenti della fama e della <em>telecrazia</em>.</p>
<p>In fondo non ci sentiremmo più tutelati da magistrati come quello incarnato da <strong>Peppino de Filippo</strong> (pretore <em>Salomone lo Russo</em>), in <em>“Un giorno in pretura”</em> (1954) che poneva i suoi dubbi etici, nell’applicazione spicciola della norma, ad un silenzioso busto di Marco Tullio Cicerone, piuttosto che da personaggi – ahimè reali – come Gratteri e Di Matteo che non si vergognano di affermare che a votare “No”, saranno solo le persone “per bene”, a differenza dei difensori del “Sì” che altro non sarebbero che <em>“delinquenti che l’hanno fatta franca”</em>, per usare l’antica espressione di Davigo, altra figura della peggior stagione della magistratura italiana?</p>
<h2 class="wp-block-heading">Tortora e Mani Pulite</h2>
<p>Quando iniziò una certa deriva? La memoria porta alle immagini dell’arresto di <strong>Enzo Tortora</strong> e della loro spettacolarizzazione: un evento che poteva essere gestito con sobrietà era stato prodotto con la mano registica di un film <em>noir</em>, senza dignità per l’imputato. Gli anni di “Mani Pulite”, diedero al potere giudiziario quello che la costituzione non concedeva: una <strong>assoluta visibilità</strong>.</p>
<p>La giustizia, la verità si vestirono dei panni di uomini che nella loro luminosa uniforme nera si atteggiavano a <strong>laica inquisizione</strong>, intoccabili e perfettissimi misero alla berlina un mondo politico, sostanzialmente distruggendolo.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Potere senza limiti</h2>
<p>Si parlò del “cosciente” tentativo della magistratura di assurgere a potere politico, ma non credo sia stato così, così pianificato. Il punto è che il “potere” è un fluido, e su di esso di possono applicare le regole dei vasi comunicanti: se viene meno in un punto, esso viene compensato da differenti istanze. Il potere, qualunque potere, tende a travalicare sempre se stesso, <strong>cerca sempre di espandere la sua sfera d’azione</strong>.</p>
<p>Il concetto stesso non ammette limiti. <em>Esso è!</em> <strong>David Hume</strong> ci ricorda che:</p>
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L’ambizione degli uomini è tanto grande che non sono <strong>mai soddisfatti del potere che hanno</strong> e, se un gruppo di uomini di un determinato grado sociale, perseguendo il proprio particolare interesse, può usurpare il potere di ogni altro gruppo, certamente lo farà, rendendo così il proprio potere assoluto e senza controlli.</p></blockquote>
<p>Ha un bel dire <strong>Giandomenico Caiazza</strong> – già presidente delle Camere Penali – commentando il tanto criticato sorteggio all’interno del Csm, bollato come un tentativo dell’Esecutivo di esautorare il libero agire dei “togati”, a dire che il Consiglio non è un organismo “rappresentativo”, ma di sola “amministrazione” (Cost. art. 105). A tutti gli effetti esso è <strong>diventato un vero potere politico</strong>, non democratico, ma politico.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Le origini: la riforma fascista</h2>
<p>Per arrivare a questo il processo fu estremamente lungo e trovò le sue radici nella riforma della giustizia voluta dal Regio Decreto 30 gennaio 1941, n. 12. Non che quest’ultima avesse creato una unitarietà dell’azione penale, precedentemente estranea al Paese. Non a caso la riforma Grandi riecheggiava gli articoli 6 e 129 del Regio decreto n. 2626 del 1865. In altre parole, non si tratta di una rottura, ma di una <strong>continuità con l’impianto precedente</strong>.</p>
<p>La novità apportata nel 1941 non è la semplice conferma di uno <em>status quo</em> precedente, dove i pm sono funzionari sottoposti al potere del ministro della giustizia, cosa per nulla incompatibile con un regime democratico, vista l’esperienza francese, ma, semmai, una <strong>visione unitaria e “politica” dell’azione penale</strong>, una interpretazione generale della funzione giudiziaria.</p>
<p>Spiegando il motivo per cui si è scelto di <strong>conservare l’unitarietà dell’ordine giudiziario</strong>, Grandi sottolineò infatti come una scelta diversa non sarebbe politicamente concepibile, alla luce del superamento “della distinzione, fondamentalmente erronea, tra i poteri dello Stato”. Per il ministro lo “Stato moderno”, cioè lo stato fascista, non era concepibile come un potere disorganico.</p>
<p>Erroneamente si sostiene che al centro dell’azione vi fosse il “governo”, quello che viene riconosciuto come “Esecutivo”. In questi giorni di dibattito sul referendum spesso si vuole ridurre il “fascismo” al trionfo degli strumenti del potere esecutivo, <strong>mortificanti gli altri poteri</strong>. Visto come, nella prassi, poco contassero i ministri e come lo stesso potere di Mussolini non risiedeva nella statutaria carica di presidente del Consiglio, ma di <em>“Duce del Fascismo”</em> è necessario avere un approccio più elastico. Nella sua organicità il regime metteva <strong>al centro dell’azione politica l’”idea”</strong>, la visione etica dello Stato. Illuminanti, per capire il momento storico, furono gli studi di <strong>Giovanni Gentile</strong> contro il liberalismo individualistico moderno che l’autore considera l’espressione politica del naturalismo meccanicistico. Contro questo liberalismo meccanicistico, Gentile afferma un “liberalismo” in cui lo Stato è <strong>realtà etica</strong> che si realizza nel momento stesso in cui si realizza l’individuo nella sua universalità.</p>
<p>Lo Stato etico – modellato sull’eredità del Risorgimento e di Giuseppe Mazzini – non assorbe dunque in sé l’individuo, annullandolo, ma, al contrario, lo invera nella sua moralità che si attua nel divenire storico. Per Gentile, Stato e individuo non vivono la polarità descritta dal liberalismo classico, perché a entrambi compete la stessa moralità: lo Stato infatti <strong>non è il limite della libertà dell’individuo</strong>, ma l’attualità concreta del suo volere, perché lo Stato non è sopra ed esterno agli uomini ma è “dentro” gli stessi uomini.</p>
<p>Ne consegue che all’interno della riforma del 1941 l’applicazione della norma, da parte della magistratura, non poteva non armonizzare i “fatti”, con i principi che <strong>innervavano l’eticità dello Stato</strong>.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Potere senza contrappesi</h2>
<p>Ora, nonostante l’autogoverno della magistratura sia sancito, e il potere giurisdizionale ricada su ogni singolo magistrato “sottoposto solo alla legge” (art. 101 Cost) che amministra “in nome del Popolo” (cioè di nessuno) si può dire che la magistratura si è <strong>affrancata dalla visione “fascista”</strong> dello “Stato etico” al di là dei proclami di indipendenza? Ne siamo del tutto sicuri?</p>
<p>A tutti è nota (e per molti è elemento positivo) <strong>l’estrema politicizzazione</strong> che è insita nei sistema di reclutamento dei “togati” del Csm. Ha recentemente fatto sorridere la rivelazione che il “correntismo” fece pressioni anche sulla formulazione delle tracce concorsuali.</p>
<p>Il punto è che il potere, quando è auto referenziato – come è il potere giudiziario sancito dalla Costituzione – ha bisogno, per riconoscersi, di una <em>“linea etica”</em> che serva ad interpretare la norma e determini le regole – che altrove sono proprie di un regime autoritarie – di <strong>confronto con il potere politico ufficiale</strong>, a seconda se sia gradito dalla maggioranza che governa (anche se dovrebbe solo amministrare) il terzo potere dello Stato.</p>
<p>In fondo la magistratura italiana ha quel potere che era dei monarchi ai tempi dell’assolutismo. La sua capacità “interpretativa” lo rende <em>horribile dictu</em> <strong>fonte del diritto stesso</strong>. La Costituzione è stata fondamentale nel cambiare i rapporti tra i due “poteri politici” imponendo in grande misura limiti all’Esecutivo ed introducendo un sistema di <em>check and balance</em> tipico delle democrazie occidentali. Lasciando la magistratura al suo autogoverno, i costituenti hanno consentito che quell’idea di far <strong>prevalere l’eticità dell’azione giurisprudenziale</strong>, rispetto all’applicazione della legge, sopravvivesse nei decenni.</p>
<p>Ogni potere deve avere un <strong>controllo esterno da esso</strong>. Non credo sia necessario leggere i classici del potere “limitato”. Feroce la critica di <strong>Francesco di Donato</strong> (Università Federico II) per il quale “I giudici italiani utilizzano il diritto <em>pro domo propria</em>”.</p>
<p>Che triste fine vedere che dopo ottant’anni di democrazia, sia così difficile spurgare da antichi liquami, nel quale si è impastato, quel potere che dovrebbe essere un <strong>baluardo di garanzia per i cittadini</strong>, ma che si è trasformato in una forma di <em>“comitato di salute pubblica”</em>. Tutti sappiamo come andò a finire.</p>
<p>Daniele Biello &#8211; Atlantico Quotidiano</p>
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		<title>Referendum, perché Sì: separare le carriere per separare i poteri</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 11:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Nuovo Tribuno]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;eredità del sistema inquisitorio si è dimostrata molto resistente in Italia. La fusione anche &#8220;culturale&#8221; tra accusatore e giudice rischia seriamente di portare ad una sorta di dittatura giudiziaria Cercando di unirmi a coloro (ahimè non sono molti) che nell’attuale dibattito sulla riforma dell’organizzazione giudiziaria mirano ad esaminare le idee e non a criticare le [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>L&#8217;eredità del sistema inquisitorio si è dimostrata molto resistente in Italia. La fusione anche &#8220;culturale&#8221; tra accusatore e giudice rischia seriamente di portare ad una sorta di dittatura giudiziaria</em></p>
<p>Cercando di unirmi a coloro (ahimè non sono molti) che nell’attuale dibattito sulla riforma dell’organizzazione giudiziaria mirano ad esaminare le idee e non a criticare le persone, vorrei proporre al lettore una breve riflessione su un solo punto, ma fondamentale, toccato dalla riforma, cioè il rapporto tra le parti nel processo penale, pubblico accusatore, giudice e imputato, e nel fare ciò penso sia utile <strong>staccarsi un poco dalla cruda attualità</strong>, dato che sovente la realtà sociale e giuridica si comprende meglio cercando di chiarire le sue origini storiche.</p>
<h2 class="wp-block-heading">L’ordalia</h2>
<p>Quando nel 1215 il concilio ecclesiastico Laterano IV condannò moralmente la decisione dei processi civili e penali (ma allora la distinzione era in parte diversa da quella attuale) in assenza di prove attendibili, tramite il ricorso al cosiddetto “giudizio di Dio” o “ordalia”, esistevano in sostanza <strong>due tipi di ordalia</strong>, che peraltro continuarono ad essere applicati, più o meno legalmente per alcuni secoli: l’<em>ordalia – duello</em> e l’<em>ordalia – prova di resistenza</em>.</p>
<p>L’ordalia era un modo di giudicare barbaro e irrazionale, ma dai due tipi di questo barbaro modo di decidere sono derivati <strong>due modi diversi</strong> di disciplinare i rapporti tra le tre parti del processo penale. Vediamo i due modelli.</p>
<h2 class="wp-block-heading">L’ordalia-duello</h2>
<p>Nell’<em>ordalia – duello</em> la colpevolezza dell’imputato era stabilita in base all’esito di un duello tra l’accusatore o un suo campione e l’imputato o un suo campione (tipico il caso della donna accusata di adulterio). Il combattimento <strong>non era quasi mai all’ultimo sangue</strong>, ma si concludeva, per usare termini pugilistici, o con il getto della spugna da parte di uno dei contendenti che riconosceva le ragioni dall’altro, oppure con una sorta di ko tecnico, con il duellante che veniva disarcionato o perdeva le sue armi.</p>
<p>In entrambi i casi la parte sconfitta era considerata colpevole: all’imputato perdente era applicata la pena prevista, ma <strong>anche l’accusatore sconfitto era soggetto a sanzione</strong>, che in qualche caso era addirittura eguale alla pena prevista per l’imputato risultato innocente.</p>
<p>Il duello era ovviamente soggetto a regole ben precise e veniva <strong>diretto ed arbitrato dal giudice</strong>, che puniva i comportamenti scorretti e in casi estremi poteva “squalificare” il duellante attribuendogli la sconfitta e quindi applicandogli la pena.</p>
<p>Le due parti stavano su un piede di <strong>assoluta parità</strong> ed il giudice era pienamente equidistante da ciascuna di esse: la sua funzione consisteva essenzialmente in quella di un arbitro, mentre l’esito del giudizio era determinato dall’esito del duello.</p>
<p>Questo tipo di ordalia era utilizzato, in campo penale, soprattutto nei giudizi che riguardavano <strong>soggetti privati</strong> (peraltro, anche la distinzione privato – pubblico era diversa da quella attuale), nei quali in genere era la stessa vittima del crimine o un suo rappresentante ad agire in giudizio nelle vesti di accusatore.</p>
<h2 class="wp-block-heading">L’ordalia-resistenza</h2>
<p>Quando invece veniva coinvolto in qualche modo il <strong>potere pubblico</strong>, ad esempio quando la vittima era il sovrano (l’adulterio commesso dalla regina) o un signore locale (il furto di cose a lui riservate), oppure veniva coinvolto il potere ecclesiastico (l’uso indebito di cose sacre o nei secoli dopo il mille, la predicazione di tesi “eretiche”) si applicava il secondo tipo di ordalia, l’<em>ordalia – prova di resistenza</em>, che consisteva, a seconda dei casi nell’immersione della mano nell’acqua bollente, nel camminare su carboni ardenti ecc.</p>
<p>Anche qui il giudizio aveva le sue regole: ad esempio la mano veniva immersa bendata e si doveva aspettare qualche giorno per verificare se insorgevano dei segni di bruciatura, e l’esito non era sempre negativo. In questo caso <strong>non esistevano delle parti in senso stretto</strong>: il giudice, cioè colui che dirigeva la procedura cumulava in sé le funzioni di giudice e di accusatore, e in un certo senso anche quelle di difensore, dato che la sua funzione è quella di accertare l’esito della prova di resistenza, mentre l’imputato in sostanza era solo un soggetto passivo del giudizio.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Due modelli</h2>
<p>In tutta l’Europa, a partire dal tardo medioevo venne meno la possibilità per le vittime private di esercitare le funzioni di accusa nel processo penale, funzioni che vennero riservate a <strong>funzionari pubblici</strong>, e contemporaneamente nei due modelli di processo, all’irrazionale e violento giudizio ordalico si sostituì il pur sempre imperfetto, ma (almeno in ipotesi) ragionato giudizio umano.</p>
<p>I due modelli ebbero una <strong>diversa evoluzione</strong> nell’Europa continentale e in Gran Bretagna, che andarono in parallelo con lo sviluppo rispettivamente dello stato a potere assoluto nel continente e dello stato a potere limitato oltremanica.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Modello accusatorio</h2>
<p>Nelle isole britanniche il tipo di giudizio basato sul <strong>ruolo equidistante ed arbitrale del giudice</strong> e sulla <strong>assoluta parità</strong> tra accusatore e imputato si applicò anche agli accusatori pubblici e, quando al duello si sostituì il confronto in aula deciso con giudizio necessariamente unanime da una giuria, nacque il modello di processo penale basato sul confronto tra le parti, modello definito “accusatorio” (ma sarebbe meglio dire <em>“adversarial”</em>) che ancora oggi caratterizza il sistema inglese e soprattutto quello statunitense, dove pubblico accusatore e giudice sono entrambi funzionari non professionali (in genere rappresentati da avvocati o giuristi esperti) nominati dai rappresentanti politici.</p>
<p>Mentre però i giudici sono nominati (almeno in teoria) in un’ottica bipartisan e sono soggetti a rimozione solo con la procedura dell’<em>impeachment</em>, i pubblici accusatori sono <strong>dipendenti dall’esecutivo in carica</strong> (negli Usa dall’esecutivo federale o da quelli statali) e dello stesso seguono le sorti.</p>
<p>In questo modello è <strong>piena la distinzione tra i poteri</strong>: il pubblico accusatore rientra nel potere esecutivo ed il suo ruolo è quello di perseguire i reati, il giudice appartiene al potere giudiziario e il suo compito è quello di arbitrare il confronto tra accusa e difesa deciso dalla giuria, anche se al giudice spettano ampi poteri nel dirigere il dibattimento e soprattutto spetta il potere di determinare la pena a carico del colpevole giudicato tale dalla giuria.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Modello inquisitorio</h2>
<p>In tutta l’Europa continentale, compresi gli stati italiani preunitari, si sviluppò invece il <strong>modello senza parti</strong> con il giudice che, su denuncia della vittima o in seguito a rapporto della polizia, agiva di propria iniziativa, modello definito <em>“inquisitorio”</em> (in quanto usato anche dall’Inquisizione nel perseguire gli eretici o presunti tali).</p>
<p>Ben presto però, inizialmente per motivi soprattutto organizzativi legati alla gestione più efficiente dei processi, nonché per consentire al giudice (o al collegio dei giudici), la cui decisione aveva preso il posto del giudizio ordalico, di giungere ad una decisione più aderente ai fatti, nel processo furono <strong>inserite le parti</strong>: l’imputato ovviamente assistito dai difensori e il pubblico accusatore, o pubblico ministero, incaricato di formulare le richieste punitive a nome del potere pubblico.</p>
<p>Rimase però in questo modello una sostanziale ambiguità, una sorta di vizio di origine, la <strong>mancanza di una vera separazione dei ruoli</strong> tra accusa e difesa. Questo perché, al di là del contenuto formale delle leggi in materia, il rapporto tra pubblico ministero e giudice, anche se caratterizzato anche da dissensi e conflitti, era comunque un rapporto di collaborazione, e la stessa posizione dell’imputato (e del suo difensore) per molti versi era considerata in questo modello prima di tutto come una forma di partecipazione indiretta all’accertamento dei fatti: il processo a modello inquisitorio infatti culturalmente non era e non è un confronto tra parti, ma <strong>un’indagine collaborativa</strong>.</p>
<p>La mentalità liberale diffusa anche in Europa continentale a partire dalle riforme “illuminate” settecentesche e dalla rivoluzione francese (escluso ovviamente il periodo totalitario giacobino) e sviluppatasi appieno nel secolo successivo determinò il tentativo di <strong>importare alcuni principi</strong> del modello di processo penale accusatorio anglosassone: in molti Paesi fu introdotta la giuria, anche se il suo operare era soggetto ad un maggiore potere di direzione dei giudici togati, e le sue decisioni venivano prese a maggioranza.</p>
<p>Soprattutto si distinse anche a livello di principi, tra la posizione del pubblico ministero, inserito nel potere esecutivo, e quella del giudice, come prevedeva ad esempio la prima legge sull’ordinamento giudiziario dello stato italiano nel 1865. In assenza però di una disciplina chiara ed equilibrata, che in Italia è sempre mancata, dei rapporti tra l’esecutivo e i pubblici ministeri, hanno finito per <strong>prevalere le soluzioni estreme</strong>.</p>
<h2 class="wp-block-heading">L’evoluzione in Italia</h2>
<p>In particolare nel nostro Paese si è passati da una stretta dipendenza “gerarchica” dei titolari dei poteri di accusa dal governo, fatta propria dalle leggi e dalla prassi applicativa del ventennio fascista, ad una <strong>totale equiparazione</strong> della posizione dei pubblici ministeri a quella dei giudici come è accaduto in maniera sempre crescente nell’ordinamento repubblicano, per cui alcuni studiosi sono giunti addirittura ad affermare che il pubblico ministero rientra nel potere giudiziario e lo hanno definito <em>“parte imparziale”</em> o <em>“organo paragiudiziario”</em>, anche se la Costituzione, articolo 107, prevede la emanazione di una legge (mai approvata) destinata e regolare la posizione del pubblico ministero, distinta da quella del giudice.</p>
<p>Quindi, l’eredità del sistema inquisitorio da noi si è sinora dimostrata molto resistente anche di fronte ai principi liberali. E questa sorta di simbiosi, sia pure “dialettica” tra due funzionari pubblici di carriera (pubblico ministero e giudice), che spesso passano da una posizione all’altra, sono legati da un modo comune di concepire il processo e che, purtroppo, spesso sono legati dall’<strong>appartenenza all’identica corrente “politica”</strong>, rappresentata nell’organo di autogoverno del sistema, il Consiglio superiore della magistratura, ha da sempre avuto effetti fortemente negativi sulla terza parte del processo, l’imputato, i cui diritti finiscono quasi sempre per cedere di fronte alle decisioni (spesso ampiamente discrezionali) delle due parti pubbliche, accusatore e/o giudice, con buona pace del principio della “terzietà” del giudice previsto dall’articolo 111 della Costituzione.</p>
<p>Non è una bella situazione dal punto di vista liberale: in Francia, il Paese culturalmente più vicino al nostro, non solo pubblici ministeri e giudici hanno <strong>carriere e posizioni separate</strong> e il Consiglio superiore dei magistrati è diviso in due sezioni, ma i pubblici ministeri sono soggetti alle direttive generali dell’esecutivo anche per quanto riguarda l’esercizio dell’azione penale, che oltralpe è facoltativa come nei sistemi accusatori.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Rischio dittatura giudiziaria</h2>
<p>Una fusione a livello culturale tra accusatore e giudice, quale quella che si è delineata da noi negli anni recenti invece rischia seriamente di portare ad una sorta di dittatura giudiziaria, soprattutto quando ad essa si unisce la cultura della “perfezione” applicata ai togati, la cui indipendenza rischia di trasformarsi in un <strong>potere assoluto e irresponsabile</strong>.</p>
<p>Lo stato basato sul pensiero liberale rispetta e valorizza tutti funzionari pubblici, ma facendo propria la tradizione cristiana che da sempre ha posto l’accento sulla imperfezione umana, racchiusa nel concetto agostiniano di peccato originale, <strong>rigetta ogni pretesa di perfezione</strong> di chicchessia e il  miglior modo di impedire che un potere dello stato vada oltre i suoi compiti è quello di tenerlo sotto controllo tramite l’azione degli altri poteri, secondo gli insegnamenti di Montesquieu.</p>
<p>La riforma costituzionale con la separazione delle carriere e lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura su cui si voterà rappresenta a parere di chi scrive un piccolo (forse troppo piccolo) passo verso una giustizia più rispettosa dei diritti degli imputati e meno discrezionale nei suoi modi di agire, ma il suo affossamento rappresenterebbe una <strong>pericolosa conferma del modello inquisitorio</strong> che tanti danni ha fatto nel nostro Paese.</p>
<p>Fabrizio Borasi &#8211; Atlantico &#8211; <em>nicolaporro.it</em></p>
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		<title>Iran: oltre le tifoserie, una chance per il popolo iraniano</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 07:47:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Nuovo Tribuno]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica estera]]></category>

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		<description><![CDATA[La vera sfida non è vincere una guerra, ma aprire una possibilità. Immaginare un Iran libero, laico, moderno non significa imporre un modello esterno, ma restituire spazio a una scelta interna Non serve essere sostenitori di Donald Trump. Non serve essere sostenitori di Benjamin Netanyahu. Anzi, si può provare diffidenza – o aperta contrarietà – verso entrambi. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>La vera sfida non è vincere una guerra, ma aprire una possibilità. Immaginare un Iran libero, laico, moderno non significa imporre un modello esterno, ma restituire spazio a una scelta interna</em></p>
<p>Non serve essere sostenitori di <strong>Donald Trump</strong>. Non serve essere sostenitori di <strong>Benjamin Netanyahu</strong>. Anzi, si può provare diffidenza – o aperta contrarietà – verso entrambi. E tuttavia, nel caos morale che accompagna ogni crisi internazionale, esiste una <strong>gerarchia delle minacce</strong> che non può essere ignorata per ragioni di appartenenza ideologica.</p>
<h2 class="wp-block-heading">La natura del regime</h2>
<p>Perché se è legittimo diffidare dei governi eletti, è ancora più urgente riconoscere la natura di un potere che non risponde <strong>né al voto né ai diritti</strong>, ma a una verità rivelata imposta con la forza. Un regime teocratico che finanzia milizie armate, reprime sistematicamente le donne, soffoca il dissenso e utilizza la religione come strumento di controllo sociale non è semplicemente un attore geopolitico tra gli altri. È un sistema che trasforma la fede in apparato coercitivo. E il potere in destino.</p>
<p>Un regime teocratico non è solo un attore geopolitico tra gli altri: è una struttura che immobilizza il dissenso e sacralizza il potere. Di fronte a ciò che accade oggi, la linea di demarcazione <strong>non passa per l’identità di chi agisce</strong>, ma per il modo e il fine dell’azione.</p>
<p>La differenza sta nella precisione e nell’obiettivo politico reale. Disinnescare la minaccia rappresentata da un Iran con ambizioni nucleari, sostenuto da una rete di milizie armate, <strong>non è un capriccio strategico né una fissazione ideologica</strong>. È una preoccupazione che attraversa schieramenti e mappe geografiche.</p>
<h2 class="wp-block-heading">La minaccia nucleare</h2>
<p>Un Iran dotato di capacità nucleari militari non costituirebbe un equilibrio, ma un <strong>ricatto permanente</strong>. Sarebbe la possibilità di sostenere guerre per procura e destabilizzazioni regionali sotto una copertura intoccabile. Ridurre questa capacità significa incidere non solo sul Medio Oriente, ma su un sistema più ampio di conflitti indiretti che alimentano instabilità globale. Meno droni, meno <em>proxy</em>, meno caos esportato.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Una chance per gli iraniani</h2>
<p>Tuttavia, la storia recente ha insegnato quanto sia pericoloso fermarsi all’atto del colpire. La forza priva di visione <strong>non genera sicurezza, ma vuoti</strong>. E i vuoti vengono riempiti rapidamente, spesso da attori più radicali.</p>
<p>Per questo la legittimità di qualsiasi azione non può misurarsi nella sua intensità, ma nella sua finalità. Se esiste un <strong>obiettivo condivisibile</strong>, deve essere chiaro: limitare al massimo le vittime civili, bloccare il programma nucleare, evitare una spirale regionale incontrollabile.</p>
<p>Il nodo morale resta la <strong>distinzione tra regime e popolo</strong>. Esiste un Iran che protesta, che sfida, che chiede diritti. Un Iran che non coincide con chi governa. Un Iran di giovani e di donne che pagano il prezzo più alto di un sistema che non hanno scelto. Il punto non è punire un Paese, ma impedire che un potere continui a tenere in ostaggio la propria società mentre proietta instabilità oltre i propri confini.</p>
<p>La vera sfida non è vincere una guerra, ma <strong>aprire una possibilità</strong>. Immaginare un Iran libero, laico, moderno non significa imporre un modello esterno, ma restituire spazio a una scelta interna. Non un Iran umiliato o occupato, ma un Iran che possa finalmente appartenere ai suoi cittadini.</p>
<p>Se ci sarà il coraggio di andare <strong>oltre la logica dell’immediato</strong>, l’obiettivo non sarà la distruzione di un avversario, ma la fine di un sistema che ha confuso la fede con il dominio. Meno vittime, fine del programma nucleare e, forse, la possibilità che un popolo non debba più vivere sotto il peso di un potere che decide in nome di Dio.</p>
<p>Antonella Gramigna &#8211; Atlantico Quotidiano</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Foibe, il giorno del ricordo (e della vergogna)</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 11:05:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Nuovo Tribuno]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Memoria, verità e giustizia per gli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia Come ogni anno oramai dal 2004, anno in cui fu istituito” il Giorno de Ricordo”, con i due articoli della legge n. 92 del 30 marzo 2004 – i cui primi firmatari furono i Deputati Roberto Menia e Ignazio La Russa – il 10 febbraio si [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Memoria, verità e giustizia per gli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia</em></p>
<p>Come ogni anno oramai dal 2004, anno in cui fu istituito” <strong>il Giorno de Ricordo”,</strong> con i due articoli della legge n. 92 del 30 marzo 2004 – i cui primi firmatari furono i Deputati <strong>Roberto Menia e Ignazio La Russa</strong> – il 10 febbraio si commemorano in tutta Italia le drammatiche vicende che <strong>sconvolsero le vite degli italiani delle terre d’Istria, di Fiume e della Dalmazia</strong>, nonché degli esuli giuliano-dalmati.</p>
<p>Ieri tutte le istituzioni, dal Quirinale all’ultimo dei paesini d’Italia, hanno ricordato <strong>l’orrore delle foibe,</strong> le purghe titine, le torture, le violenze che costrinsero centinaia di migliaia di nostri connazionali a fuggire dalle loro case se non volevano finire massacrati e infoibati, come avvenne a circa diecimila di loro. La colpa? Essere nati nella parte sbagliata del Paese, quella che subì l’occupazione Jugoslava.</p>
<p>Ma è anche il giorno della vergogna, perché quanto accaduto fu taciuto per decenni al resto della Nazione, per opportunismo politico in un contesto internazionale e per non far innervosire il <strong>Partito Comunista Italiano</strong>, il più grande e influente partito comunista dell’Europa occidentale e dell’intero blocco occidentale durante la Guerra Fredda, che ebbe precise responsabilità di connivenza con i comunisti slavi.</p>
<p>E ancora oggi, con una verità storica oramai accertata, <strong>c’è chi ha ancora il barbaro coraggio di negare, di sminuire</strong>, di affibbiare ad altri le responsabilità. Così veniva rappresentata quella sciagura nella proposta di legge presentata al Parlamento, da quei politici allora appartenenti ad Alleanza Nazionale e che sfociò nella richiamata legge: “Ci sono pagine, nella storia dei popoli e degli uomini, che grondano di dolore e di ingiustizia. Oltre cinquant’anni fa con il Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, reso esecutivo dal decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato n. 1430 del 1947, si scrisse una di quelle pagine. Essa sancì la mutilazione territoriale delle terre orientali d’Italia e la perdita della gran parte della Venezia Giulia e della Dalmazia”.</p>
<p>Segnò la tragedia degli italiani di Trieste, <strong>che visse un lungo dopoguerra terminato solo il 26 ottobre 1954</strong> con il ritorno della città all’Italia; la tragedia degli italiani dell’Istria, del Quarnaro e della Dalmazia; la tragedia di un esodo incompreso, che fu scelta di dignità e di amore per la libertà e per la propria patria;<strong> la tragedia di un esodo che disperse 350 mila uomini e donne in ogni angolo d’Italia</strong> e del mondo. La tragedia di migliaia di famiglie abbandonate a se stesse, in balia del terrore che si respirava nell’Istria insanguinata dagli eccidi di migliaia e migliaia di uomini scaraventati nelle foibe dai partigiani jugoslavi perché colpevoli di essere italiani: <strong>quelle foibe che monsignor Antonio Santin, arcivescovo di Trieste e Capodistria</strong>, definì «calvari con il vertice sprofondato nelle viscere della terra». Ventimila furono i morti senza croce: si spopolarono, d’un tratto, paesi e città, lidi e campagne. Quasi tutti se ne andarono, lasciarono le case, i propri morti, serrando il pianto in gola, stringendo nella mano un pugno della rossa terra istriana. Portarono via le povere cose, qualche ricordo, un’insegna, una fotografia, un vecchio quadro, una bandiera. Il bel dialetto veneto, la dolce lingua del sì, <strong>non si sentirono quasi più cantare e rimasero muti i leoni di San Marco</strong>, le pietre degli archi e delle arene, i cento e cento campanili…” .</p>
<p>“Una cosa chiede la gente dell’esilio, il popolo giuliano-dalmata: <strong>che sia riconosciuto il valore di quell’esodo,</strong> che fu un grande plebiscito di italianità e di libertà; che questa pagina di storia diventi davvero patrimonio della coscienza di tutti gli italiani, squarciando il velo, la congiura del silenzio di questi cinquant’anni e più.” Ed ancora:” Onorevoli colleghi! Non dubitiamo che ognuno di voi saprà comprendere il profondo significato morale e nazionale della presente proposta di legge che vuole istituire, <strong>nell’anniversario del Trattato di pace che strappò all’Italia le terre d’Istria, di Fiume e della Dalmazia</strong>, il «Giorno della memoria e della testimonianza»: per non dimenticare quelle terre e quel popolo di esuli per amore dell’Italia. E noi non dimentichiamo.</p>
<p>di Sergio De Santis, COL. (RIS.) della Guardia di Finanza &#8211; <em>nicolaporro.it</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>A Torino cade ogni alibi, ogni narrazione indulgente della sinistra</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Feb 2026 10:57:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Nuovo Tribuno]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Da troppo tempo una parte del Paese accetta che l&#8217;aggressione venga travestita da impegno politico, che la violenza venga assolta in nome di cause ritenute &#8220;giuste&#8221; C’è un punto oltre il quale non è più possibile fingere ambiguità. Le immagini arrivate da Torino segnano quel confine. Un poliziotto a terra pestato, colpito quando non poteva più [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Da troppo tempo una parte del Paese accetta che l&#8217;aggressione venga travestita da impegno politico, che la violenza venga assolta in nome di cause ritenute &#8220;giuste&#8221;</em></p>
<p>C’è un punto oltre il quale <strong>non è più possibile fingere ambiguità</strong>. Le immagini arrivate da Torino segnano quel confine. Un poliziotto a terra pestato, colpito quando non poteva più difendersi, circondato e aggredito come un bersaglio inerme: è una scena che suscita indignazione profonda e che impone una presa di posizione netta. A lui va la solidarietà piena e senza condizioni di chi crede nello Stato di diritto e nella convivenza civile.</p>
<p>Perché c’è una domanda che <strong>non può più essere elusa</strong>: se un poliziotto reagisce viene immediatamente etichettato come violento e perseguibile; se un poliziotto viene picchiato a terra, cosa accade? Chi lo tutela? Chi si assume la responsabilità morale e politica di quella violenza? O anche questa volta tutto verrà assorbito dal rumore di fondo delle giustificazioni?</p>
<h2 class="wp-block-heading">Fine di ogni alibi</h2>
<p>Non siamo davanti ad una protesta degenerata né a un eccesso emotivo. Siamo davanti a violenza organizzata, deliberata, esercitata contro chi rappresenta le istituzioni. E quando la violenza si accanisce su un uomo a terra, <strong>cade ogni alibi, ogni narrazione indulgente</strong>, ogni distinzione ipocrita tra “buoni” e “cattivi” funzionale solo a non condannare davvero.</p>
<p>La solidarietà va anche alla collega <strong>Bianca Leonardi</strong> e alla troupe di <em>Far West</em>, aggredite e picchiate mentre svolgevano il loro lavoro. Colpire dei giornalisti significa colpire il diritto dei cittadini a essere informati. Significa voler imporre il silenzio con la paura, rifiutando lo sguardo esterno e il racconto dei fatti.</p>
<p>Da troppo tempo una parte del Paese accetta che l’aggressione venga <strong>travestita da impegno politico</strong>, che la violenza venga assolta in nome di cause ritenute “giuste”. Ma non esistono cause nobili che autorizzino il pestaggio di un poliziotto. E non esiste diritto di manifestare che includa l’impunità.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Una risposta concreta</h2>
<p>Quanto accaduto impone una risposta ferma, concreta, non rituale. Servono <strong>strumenti più efficaci</strong> per separare finalmente chi manifesta pacificamente da chi usa la piazza come copertura per colpire lo Stato, le sue istituzioni e la libertà di informazione.</p>
<p>“La prossima settimana sarà un passaggio decisivo. Non per le dichiarazioni, ma per le scelte. Sarà il momento di capire chi è davvero disposto a difendere lo Stato e chi continuerà a rifugiarsi dietro <strong>distinguo comodi e ambiguità ideologiche</strong>” scrive il ministro dell’interno <strong>Matteo Piantedosi</strong>.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Fermezza al posto di ambiguità</h2>
<p>C’è un copione che conosciamo fin troppo bene: la condanna formale seguita dal “ma”. Ma il contesto, ma la rabbia, ma le ragioni del movimento. Un meccanismo ipocrita che finisce sempre per <strong>attenuare le responsabilità dei violenti e isolare le vittime</strong>, che siano in divisa o con una telecamera in mano.</p>
<p>I gruppi che praticano la violenza non sono espressione di conflitto sociale, ma una <strong>minaccia alla convivenza democratica</strong>. Normalizzarli significa legittimare l’idea che la forza possa sostituire la legge, purché accompagnata dalla narrazione ideologica corretta.</p>
<p>La Repubblica ha già saputo reagire quando ha scelto la fermezza al posto dell’ambiguità. Oggi serve la stessa chiarezza: <strong>nessuna indulgenza</strong> verso chi aggredisce, nessuna criminalizzazione automatica di chi difende l’ordine pubblico, nessun silenzio complice.</p>
<p>Perché una cosa deve essere chiara, senza equivoci e senza scappatoie ideologiche: non c’è spazio per chi delinque. Non c’è spazio per questo governo e non può esserci spazio nella società. La <strong>violenza non è dissenso</strong>, l’aggressione non è politica, il pestaggio non è mai giustificabile.</p>
<p>Non è più tempo di parole. È il tempo dei fatti. E i fatti, questa volta, devono dire una cosa sola: lo Stato non arretra, la legge non si piega e chi sceglie la violenza sceglie di stare <strong>fuori dalla comunità democratica</strong>.</p>
<p>Antonella Gramigna &#8211; Atlantico Quotidiano</p>
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		<title>Venezuela: colpo da maestro di Trump che cambia l’inerzia della sfida con Pechino</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 10:38:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Nuovo Tribuno]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Dottrina Donroe&#8221; all&#8217;opera. Smacco a Cina e Russia: l&#8217;azione Usa ci ricorda la centralità dell&#8217;hard power e delle fonti fossili come essenziali leve geopolitiche. È il petrolio, bellezza È proprio il caso di dire che il 2026 è iniziato nel migliore dei modi, almeno sul fronte internazionale. Ieri mattina lo storico annuncio del presidente Donald Trump: [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;Dottrina Donroe&#8221; all&#8217;opera. Smacco a Cina e Russia: l&#8217;azione Usa ci ricorda la centralità dell&#8217;hard power e delle fonti fossili come essenziali leve geopolitiche. È il petrolio, bellezza</em></p>
<p>È proprio il caso di dire che il 2026 è iniziato nel migliore dei modi, almeno sul fronte internazionale. Ieri mattina lo storico annuncio del presidente <strong>Donald Trump</strong>: “<strong>Nicolas Maduro</strong>, insieme a sua moglie, è stato catturato e portato fuori dal Paese”. Finisce così dopo 12 anni il regime di Maduro e, molto probabilmente, dopo 26 anni lo <em>chavismo</em>, che hanno ridotto in miseria un Paese ricco di materie prime come il Venezuela e in catene i suoi cittadini.</p>
<p>Un’operazione piena di rischi che si è conclusa con un <strong>pieno successo</strong> per l’amministrazione Trump, senza perdite né <em>leaks</em>, pianificazione ed esecuzione da manuale, a dispetto di chi ne ha sentenziato prematuramente la totale incompetenza.</p>
<h2 class="wp-block-heading">L’ora anche di Teheran?</h2>
<p>E chissà che nelle prossime settimane non possa <strong>collassare anche il regime iraniano</strong>, che dal Venezuela, tra l’altro, traeva enormi profitti. L’abbiamo detto molte volte: il potere degli ayatollah si fondava in gran parte sulla cosiddetta mezzaluna sciita, la sua proiezione di potenza egemone e sul programma nucleare. Tutti pilastri demoliti dagli attacchi israeliani e americani. Trump ha già minacciato un nuovo attacco, se il regime di Teheran continua a “uccidere manifestanti pacifici”.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Sotto processo a New York</h2>
<p>Pochi minuti dopo il post del presidente su <em>Truth</em>, l’Attorney General <strong>Pamela Bondi</strong> ha reso noto che Maduro e sua moglie “sono stati incriminati nel Distretto meridionale di New York”, con l’accusa di “<strong>narco-terrorismo</strong>” e “importazione di cocaina”.</p>
<p>“Maduro e sua moglie affronteranno presto tutta la potenza della giustizia americana e saranno <strong>processati sul suolo americano</strong>“, ha assicurato il presidente Trump. “Le <em>gang</em> che hanno mandato hanno stuprato, torturato e ucciso donne e bambini americani… sono state mandate da Maduro per terrorizzare il nostro popolo, e ora Maduro non potrà mai più minacciare un cittadino americano o chiunque altro dal Venezuela”.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Furto di petrolio</h2>
<p>Ma il presidente Usa non ha citato solo il narcotraffico: “Il Venezuela ha unilateralmente sequestrato e <strong>rubato petrolio americano</strong>, beni e piattaforme americani, costandoci miliardi di dollari… uno dei più grandi furti di proprietà americana”. “Come tutti sanno, il settore petrolifero in Venezuela è stato un disastro per un lungo periodo di tempo… Faremo entrare le nostre grandissime compagnie petrolifere, che spenderanno miliardi di dollari, ripareranno l’infrastruttura gravemente compromessa e inizieranno a generare profitti per il Paese”.</p>
<h2 class="wp-block-heading">La transizione</h2>
<p>Come ha fatto capire nei suoi interventi di ieri, l’America resterà impegnata nella transizione in Venezuela. Anzi, qualcosa di più che impegnata, pare di capire dalle sue parole: “Governeremo il Paese fino al momento in cui potremo effettuare una transizione sicura, adeguata e giudiziosa”. E il <strong>messaggio agli uomini di Maduro</strong> è chiaro:</p>
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L’embargo su tutto il petrolio venezuelano rimane pienamente in vigore. L’armata americana rimane in posizione, gli Stati Uniti mantengono <strong>tutte le opzioni militari</strong> fino a quando le richieste non saranno state completamente soddisfatte. Tutte le figure politiche e militari in Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro <strong>può succedere a loro</strong>, e succederà a loro se non saranno giuste e imparziali, anche nei confronti del loro popolo.</p></blockquote>
<p>Trump ha accennato al fatto che in una conversazione con il segretario di Stato <strong>Marco Rubio</strong>, la vicepresidente del Venezuela <strong>Delcy Rodriguez</strong> si sarebbe detta “sostanzialmente disposta a fare ciò che pensiamo sia necessario”, e al <em>Post</em> ha ribadito che non ci saranno <em>boots on the ground</em> “se farà ciò che vogliamo”, ma le sue prime dichiarazioni pubbliche non sono sembrate andare esattamente in questa direzione.</p>
<p>Vedremo, è ovvio che Washington è in contatto con figure del regime per assicurare una <strong>transizione ordinata</strong>, mentre un passaggio diretto del potere alle opposizioni potrebbe sfociare nel caos e nella violenza, ma a questo punto difficilmente mollerà la presa. Il fatto che i dettagli del piano non siano stati resi pubblici, non significa che non siano stati ancora definiti.</p>
<p>La leader dell’opposizione e recente Nobel per la pace <strong>María Corina Machado</strong> ha atteso le parole di Trump e ha poi diffuso il suo messaggio ai venezuelani:</p>
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Di fronte al suo rifiuto ad accettare un’uscita negoziata, il governo degli Stati Uniti ha mantenuto la sua promessa di far rispettare la legge… Siamo <strong>pronti per far valere il nostro mandato e prendere il potere</strong>. Rimaniamo vigili, attivi e organizzati fino a quando non si concretizzerà la Transizione Democratica.</p></blockquote>
<h2 class="wp-block-heading">La “Dottrina Donroe”</h2>
<p>Se <strong>l’illegittimità di Maduro</strong>, dal 2020 non riconosciuto dalle amministrazioni Usa né dall’Ue, e la <strong>guerra ibrida</strong> agli Stati Uniti portata avanti dall’ex dittatore venezuelano, sostenendo il narcotraffico e l’immigrazione clandestina, forniscono le basi legali del <em>blitz</em>, chiarissime sono le ragioni geopolitiche.</p>
<p>Il Venezuela è <strong>l’avamposto della penetrazione cinese e russa</strong> nell’emisfero occidentale (così come l’Iran lo è in Medio Oriente). Emblematico, anche se probabilmente casuale, che l’operazione abbia avuto inizio poche ore dopo l’arrivo a Caracas di una delegazione del regime cinese.</p>
<p>Il messaggio di Washington agli avversari dell’America, ma anche ai suoi partner, è triplice.</p>
<p>L’America è tornata e per prima cosa fa <strong>pulizia nel suo cortile di casa</strong> – l’America Latina – da troppo tempo trascurato, dopo che tre presidenze democratiche avevano permesso a Cina e Russia di agire indisturbate. Una versione aggiornata della Dottrina Monroe, ribattezzata da Trump stesso <em>“Dottrina Donroe”</em>.</p>
<p>“Vogliamo circondarci di buoni vicini. Vogliamo circondarci di stabilità. Vogliamo circondarci di energia… ne abbiamo bisogno per noi stessi, ne abbiamo bisogno per il mondo – e <strong>vogliamo assicurarci di poterla proteggere</strong>“. Pare di capire dalle parole di Trump che nel “cortile di casa” sia inclusa anche la Groenlandia.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Prova di forza</h2>
<p>L’America non teme di perseguire i suoi interessi attraverso l’uso dello strumento militare, come dimostrano gli attacchi al programma nucleare iraniano e la cattura di Maduro – e siamo solo nel primo anno di mandato. L’amministrazione Trump <strong>non teme di favorire i cambi di regime</strong>, in apparente contraddizione con la sua dottrina di politica estera, se questi corrispondono all’interesse nazionale.</p>
<p>Qui l’avvertimento è forte e lo esplicita <strong>Marco Rubio</strong>: il presidente Trump non è uno che gioca, “quando ti dice che farà qualcosa, quando ti dice che affronterà un problema, lo intende sul serio. Lo mette in atto. Non giocate con questo presidente, non la farete franca”.</p>
<p>L’America ristabilisce la sua <strong>supremazia militare</strong>. “Non esiste nessun altro Paese sulla Terra in grado di compiere una simile operazione”, ha fatto notare Trump intervenendo a <em>Fox News</em>. “Confrontate questo con l’Afghanistan, dove eravamo lo zimbello di tutto il mondo. Non siamo più lo zimbello. Abbiamo il più grande esercito del mondo – di gran lunga”.</p>
<p>“Una delle dimostrazioni più sbalorditive, efficaci e potenti della potenza e della <strong>competenza militare americana</strong>“, ha rincarato in conferenza stampa.</p>
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Nessuna nazione al mondo avrebbe potuto realizzare ciò che l’America ha realizzato ieri… tutte le capacità militari venezuelane sono state rese impotenti mentre gli uomini e le donne del nostro esercito, lavorando con le forze dell’ordine degli Stati Uniti, hanno <strong>catturato con successo Maduro</strong> nel cuore della notte.</p></blockquote>
<p>In effetti, balza agli occhi il contrasto con il tentativo russo di far fuori Zelensky nelle prime ore dell’invasione del 2022. Cina e Russia hanno fallito, anzi <strong>non hanno potuto nemmeno provare a difendere Maduro</strong>, mentre Usa e Regno Unito sono riusciti a salvaguardare il presidente ucraino e a sostenere la resistenza di Kiev per quattro anni.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Nessun via libera a Cina e Russia</h2>
<p>Non condividiamo la lettura di molti che vedono nella deposizione forzata di Maduro una sorta di via libera a Russia e Cina rispettivamente in Ucraina e a Taiwan, nel segno di un implicito riconoscimento delle loro sfere di influenza. A nostro avviso <strong>prevale l’effetto deterrenza</strong>, la prova di forza, la determinazione dell’amministrazione Trump a usare lo strumento militare a tutela dell’interesse nazionale e per il controllo delle risorse strategiche (quali sono anche i semiconduttori taiwanesi).</p>
<p>Mentre in Europa ragioniamo in termini di legittimazione e diritto internazionale, a Washington c’è qualcuno che sa ancora ragionare in termini di <strong>rapporti di forza</strong>.</p>
<p>La perdita del Venezuela è per Pechino molto più che una battuta d’arresto nell’avanzata che sembrava senza ostacoli della sua influenza. È una <strong>prima vera perdita di terreno</strong>, un primo arretramento.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Il petrolio</h2>
<p>Se la transizione venezuelana seguirà il corso immaginato da Washington, come tutto fa pensare, Pechino dovrà <strong>negoziare con Trump per il petrolio venezuelano</strong>, presto potrebbe perdere anche il petrolio iraniano, e questo rende molto più rischioso per la Cina muovere contro Taiwan. La sua posizione dopo la fine di Maduro, anche agli occhi dei suoi partner, incluso Putin, è sensibilmente più debole ed esposta.</p>
<p>Indicativo come Trump ha risposto ad una domanda su come questa operazione influirà sulle relazioni con i Paesi che hanno interessi in Venezuela: Cina, Russia e Iran.</p>
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Quanto a Cina e Russia… Beh, la Russia quando chiariremo le cose… Ma per quanto riguarda altri Paesi che vogliono il petrolio (la Cina, <em>ndr</em>), siamo nel settore petrolifero. Lo venderemo a loro. Non diremo che non glielo daremo. In altre parole, <strong>venderemo petrolio</strong>, probabilmente in quantità molto più grandi perché non potevano produrne molto a causa della loro infrastruttura così scadente. Quindi venderemo grandi quantità di petrolio ad altri Paesi, molti dei quali lo stanno già usando ora, ma direi che molti altri ne verranno.</p></blockquote>
<p>Tradotto: Pechino dovrà negoziare con noi e molti altri vorranno farlo. Il valore delle riserve di petrolio del Venezuela, oggi in gran parte sotto utilizzate, e che ora sono virtualmente sotto il controllo di Washington, è tale da cambiare gli equilibri di forza globali <strong>per la prima volta da molto tempo a sfavore di Pechino</strong>, oltre che naturalmente a sfavore di Mosca, che vede ridursi ulteriormente i suoi margini di guadagno.</p>
<p>Altro che isolazionismo, l’amministrazione Trump intende <strong>giocarla e vincerla</strong> la Seconda Guerra Fredda e tutte le mosse sono funzionali a rafforzare la posizione Usa.</p>
<p>Il significato dell’operazione è anche nel post del senatore <strong>Lindsey Graham</strong> rivolto agli “amici cinesi”:</p>
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Nel caso stiate pianificando un ulteriore incontro con Maduro, sappiate che ha un nuovo indirizzo. Sarà difficile fissare un altro appuntamento, ma so che lui significa molto per voi. Buona fortuna. A proposito, smettete di sostenere dittatori narcoterroristi come Maduro, smettete di comprare petrolio da Putin che mantiene la sua macchina da guerra ben fornita di denaro, e ripensate a sostenere l’ayatollah in Iran – un nazista religioso – comprando il suo petrolio. La Cina si è allineata con ogni attore negativo sul pianeta, mantenendo i conflitti accesi. È ora che <strong>paghino un prezzo per il caos che stanno seminando</strong>.</p></blockquote>
<h2 class="wp-block-heading">Messaggio agli europei</h2>
<p>Ma il senatore Graham ha un post anche per i “nostri alleati europei che sono preoccupati per questa operazione contro Maduro”, ai quali suggerisce di “calmarsi”:</p>
<p>&#8220;Dovreste celebrare la fine di un dittatore illegittimo narcoterrorista che è allineato con Hezbollah e Putin. Ha rubato le elezioni, sostiene il terrorismo internazionale ed è un trafficante di droga narcoterrorista. La risposta Onu/europea è debole e patetica e <strong>non fa che incoraggiare i cattivi come Putin&#8221;</strong>.</p>
<p>Federico Punzi &#8211; Atlantico Quotidiano</p>
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		<title>ADDIO ALLE GEMELLE KESSLER. AVEVANO 89 ANNI</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Nov 2025 11:10:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Nuovo Tribuno]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Un tempo &#8220;gambe della nazione &#8221; sorvegliate dalla DC, oggi con il suicidio assistito le gemelle Kessler riaprono il tema della libertà dell&#8217;ultimo passaggio della vita  La loro morte volontaria, scelta insieme a 89 anni, è più di un addio. Alice ed Ellen Kessler, che negli anni Sessanta furono il segnale vivente della modernità che [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Un tempo &#8220;gambe della nazione &#8221; sorvegliate dalla DC, oggi con il suicidio assistito le gemelle Kessler riaprono il tema della libertà dell&#8217;ultimo passaggio della vita </em></p>
<p>La loro morte volontaria, scelta insieme a 89 anni, è più di un addio. Alice ed Ellen Kessler, che negli anni Sessanta furono il segnale vivente della modernità che bussava alle porte dell’Italia democristiana, con l’ultimo gesto hanno riaperto un tema che la politica continua a scansare: il diritto di decidere quando una vita è compiuta. Le “gambe della nazione”, che un tempo incrinarono il moralismo televisivo, tornano oggi a interrogare un Paese che sul fine vita resta fermo, timido, incapace di guardare in faccia la libertà dell’ultimo passaggio.</p>
<p>Si sono spente insieme, come avevano sempre vissuto. In un appartamento della Baviera, lontano dai riflettori che un tempo seguivano ogni loro passo, hanno detto basta con la stessa sincronia con cui riempivano palcoscenici e sigle televisive. Ottantanove anni di passi identici, sorrisi speculari, una vita che raccontò un’Italia a metà, sospesa tra bianco e nero e tanta voglia di futuro.</p>
<p>Quando arrivarono negli anni Sessanta, il Paese era un cantiere. Le 500 invadevano le strade, la Fiat del “professore” Vittorio Valletta scandiva il ritmo della ricostruzione, e la televisione diventava un secondo catechismo nazionale. Era un’Italia capace di idolatrare i suoi capitani d’industria al punto che Valletta, temendo che un varietà troppo leggero mandato in onda la domenica sera distraesse fino a tardi gli operai, telefonò alla Rai per spostare al sabato il giorno di Studio Uno. Gli operai la domenica potevano dormire. E la Rai obbedì. Era quell’Italia lì: dove la linea di montaggio dettava l’agenda culturale e un direttore generale democristiano sorvegliava solo una cosa, la pelle femminile, filtrata attraverso un moralismo che non riguardava la politica, il denaro o il potere, ma esclusivamente il sex appeal delle donne.</p>
<p>Le Kessler entrarono in questo mondo come una ventata straniera e precisa. Ma la Rai di Ettore Bernabei imponeva calze scure e abiti castigati: le gambe nude erano troppo, in un Paese che voleva modernizzarsi ma non scandalizzarsi. E non era solo la Rai. Era l’Italia di Peppone e Don Camillo, dove una parte del Paese andava in fabbrica e l’altra in sagrestia, dove la politica si litigava in piazza e si ricomponeva all’osteria, dove il boom economico conviveva con un moralismo che temeva qualsiasi segnale di emancipazione femminile.</p>
<p>Le Kessler, con il loro Da-da-umpa, furono il primo, timido corto circuito nazionale. Due ballerine tedesche che, senza volerlo, mostrarono al Paese quanto fosse fragile il confine tra modernità e censura. Dieci anni dopo sarebbe arrivata la legge sul divorzio, ma negli anni di Studio Uno anche solo la parola “divorzio” sembrava un attacco al cuore della nazione cattolica.</p>
<p>L’Italia ondeggiava, si apriva e si richiudeva, rideva davanti al televisore ma votava per mantenere intatta ogni tradizione. Si scandalizzava per un collant color carne e intanto sognava un’Europa che non sapeva ancora come raggiungere. Era un Paese doppio, quasi bifronte, come Peppone e Don Camillo: un piede nel futuro, l’altro piantato nella canonica.</p>
<p>La morte delle sorelle Kessler arriva oggi come la chiusura di quel capitolo e, insieme, come un varco. Il loro ultimo gesto, silenzioso, lucido, fermo, dignitoso, rimette al centro una domanda che l’Italia evita da sempre: chi decide l’ultimo tratto della propria strada? Loro, che furono censurate per un paio di gambe nude, oggi ci costringono a guardare il corpo non più nella sua esposizione, ma nella sua sovranità.</p>
<p>E forse questo è il senso più alto del loro addio.</p>
<p>Massimo Jaus &#8211; La Voce di New York</p>
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		<title>Perché il piano Trump ha cambiato il gioco, ecco vincitori e vinti</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Oct 2025 09:25:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Nuovo Tribuno]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Tregua, non ancora pace. L’offensiva diplomatica Usa e quella militare israeliana hanno messo Hamas, Qatar e Iran spalle al muro. In Europa parte la corsa al carro dei vincitori. Ma con bruciori di stomaco Il caso ha voluto che proprio mentre in Italia raggiungeva il suo climax il circo propal delle Flotille, dell’Albanese, dei sindacati, degli antagonisti e delle opposizioni [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Tregua, non ancora pace. L’offensiva diplomatica Usa e quella militare israeliana hanno messo Hamas, Qatar e Iran spalle al muro. In Europa parte la corsa al carro dei vincitori. Ma con bruciori di stomaco</em></p>
<p>Il caso ha voluto che proprio mentre in Italia raggiungeva il suo <em>climax</em> il circo <em>propal</em> delle <em>Flotille</em>, dell’Albanese, dei sindacati, degli antagonisti e delle opposizioni – parlamentari, mediatiche e accademiche – il presidente <strong>Donald Trump</strong> incassava il sostegno di Israele, dei più importanti Paesi arabi e islamici, e dell’Autorità nazionale palestinese, al suo piano di pace per Gaza e il Medio Oriente, e persino <em>Hamas</em> annunciava di valutarlo con attenzione.</p>
<h2 class="wp-block-heading">La lunga lista degli sconfitti</h2>
<p>Ieri è arrivato l’accordo sulla <strong>prima fase del piano</strong>, la più importante come vedremo più avanti, che prevede il cessate il fuoco e la liberazione di tutti gli ostaggi israeliani. Sì, lo stesso piano su cui poche ore prima Pd, 5 Stelle e Avs si erano astenuti in Parlamento; che <strong>Francesca Albanese</strong> aveva definito una “trappola” neocolonialista.</p>
<p>È dura oggi per costoro dover riconoscere il successo di <strong>Donald Trump</strong> e <strong>Benjamin Netanyahu</strong>, nemmeno il tempo di godersi le città bloccate, le piazze riempite al grido <em>“Palestina libera dal fiume al mare”</em> e <em>“7 Ottobre giornata di resistenza”</em>. Alcuni in queste ore restano in silenzio, incupiti, altri cominciano a <strong>saltare sul carro dei vincitori</strong>, non senza forti bruciori di stomaco. La <em>rapporteur</em> Onu avrà già “perdonato” <em>Hamas</em> per aver accettato di rilasciare gli ostaggi?</p>
<p>A saltare sul carro dei vincitori anche i leader di quei governi, con <strong>Emmanuel Macron</strong> in testa, che si sono affrettati a riconoscere uno Stato di Palestina e che per tutti questi mesi non hanno fatto mancare la loro pressione su Israele. Dopo aver di fatto <strong>remato contro</strong>, ora li sentirete salutare l’accordo e ringraziare il presidente Trump, ostacolato fino ad un minuto prima. Ora addirittura si offrono di mandare truppe di <em>peacekeeping</em>, ma sarà molto improbabile vedere <em>boots on the ground</em> europei a Gaza.</p>
<p>La <strong>lista degli sconfitti</strong> in Europa e in Italia è lunga: Albanese, Landini, Schlein, Conte, Macron, Starmer, Sanchez, Greta, i flottiglianti e le piazze <em>propal</em>, il <em>“cretino collettivo”</em> delle redazioni che hanno diffuso le bufale di <em>Hamas</em>, i rettori e i professori che hanno schierato i loro atenei per il boicottaggio di Israele e tollerato l’antisemitismo dilagante.</p>
<p>Più cauta la posizione del <strong>governo Meloni</strong>, che non si è fatto “intruppare” nella cordata Parigi-Londra-Madrid, fermandosi a pochi metri dal riconoscimento di uno Stato palestinese e dall’accusa di genocidio, ma che per mesi, per cerchiobottismo interno, ha <strong>colpevolmente lasciato campo libero</strong> alla narrazione pro-<em>Hamas</em>.</p>
<p>Ma mentre in Europa mondo politico e dell’informazione <strong>cercavano in tutti i modi di isolare Netanyahu</strong>, Trump e Netanyahu hanno isolato <em>Hamas</em>. Con le bombe e con la politica. Pace attraverso la forza. È così che si è arrivati al primo risultato di oggi, non grazie alle piazze pro-<em>Hamas</em>, alle condanne di Israele e ai riconoscimenti dello Stato di Palestina.</p>
<h2 class="wp-block-heading">I vincitori</h2>
<p>Certo, è solo l’inizio e paradossalmente <strong>il difficile viene adesso</strong>. Il piano Trump è fatto di 20 punti e siamo solo al primo, ma un viaggio inizia sempre dal primo passo. Se anche, nella peggiore delle ipotesi, di questo piano non resterà che la prima fase, la liberazione degli ostaggi, ne sarà valsa la pena.</p>
<p>Facile dunque riconoscere vincitori e vinti. Cristallino, innegabile, il <strong>successo di Trump e Netanyahu</strong>. Il presidente Trump ha utilizzato la potenza americana con cautela ma decisione per disegnare un nuovo contesto regionale che potesse porre le basi per l’accordo. L’intesa profonda con Netanyahu, i via libera spesso dissimulati alle operazioni israeliane, l’attacco diretto al programma nucleare iraniano, il coinvolgimento dei Paesi del Golfo, di Egitto e Giordania, chiamati a sostituire l’influenza iraniana sulla questione palestinese, tutto è stato funzionale a creare le condizioni, le premesse politiche per il suo piano. I successi militari israeliani hanno fatto il resto.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Il game changer</h2>
<p>Lo ripetiamo: siamo solo all’inizio, un migliaio di cose possono ancora andare storte. <em>Hamas</em> può opporsi al disarmo, qualche Stato arabo o la Turchia oggi a bordo potrebbero sfilarsi… Ma è comunque un piano che per la prima volta <strong>non è basato sul consenso di Oslo</strong>, che inverte l’ordine dei fattori – la sicurezza di Israele <em>prima</em>, uno Stato palestinese (forse) <em>alla fine</em> del processo, a precise condizioni – che vede i più importanti Paesi arabi impegnati in prima fila.</p>
<p>Il capolavoro del piano Trump, reso possibile ovviamente dalla pressione militare, sta nel fatto di aver separato la questione della liberazione degli ostaggi dai negoziati per la pace vera e propria. Tutti gli ostaggi devono essere rilasciati prima, in un’unica soluzione, mentre i termini per la fine della guerra iniziata da <em>Hamas</em> saranno negoziati <em>successivamente</em>, ma <strong>senza gli ostaggi come arma negoziale</strong>.</p>
<p>La storia non finisce certo oggi. Ma se per <em>Hamas</em> e qualcun altro si tratta <strong>solo di una pausa tattica</strong>, una <em>“hudna”</em>, sarà una pausa tattica anche per Israele, che avrà le mani libere per reagire e difendersi, senza il fardello degli ostaggi e forte dei mutati, a suo vantaggio, rapporti di forza nella regione.</p>
<p>Israele avrà anche <strong>perso la battaglia mediatica</strong>, quella delle redazioni e delle pubbliche relazioni, ma solo nella irrilevante e patetica Europa, mentre ha vinto la ben più importante battaglia militare e politica. Come riconoscono anche gli analisti di <em>al Jazeera</em>, il piano Trump promette di realizzare gli <strong>obiettivi di guerra di Israele</strong>: liberazione degli ostaggi, disarmo e uscita di scena di <em>Hamas</em>, deradicalizzazione di Gaza, amministrazione sotto mandato internazionale mentre l’Anp viene profondamente riformata.</p>
<p>Potrebbero anche <strong>non arrivare mai le fasi successive</strong> del piano, Israele avrebbe comunque riportato a casa gli ostaggi e sarebbe libero di colpire <em>Hamas</em> quando vuole, come sta facendo con <em>Hezbollah</em>.</p>
<p>Tra i vincitori anche <strong>Benjamin Netanyahu</strong>. Ha avuto ragione su tutto, inclusa l’ultima controversa decisione, contestata persino dai vertici dell’Idf, dell’offensiva di terra a Gaza City, e il raid contro i leader di <em>Hamas</em> ospitati a Doha.</p>
<p>Hamas si è sempre rifiutato di liberare gli ostaggi prima di un completo ritiro israeliano dalla Striscia e della fine della guerra, ovvero gli ostaggi come <strong>polizza di assicurazione della sua sopravvivenza</strong>. Se queste linee rosse sono cadute – l’Idf resterà ancora a Gaza e i negoziati per la fine della guerra inizieranno solo <em>dopo</em> il rilascio degli ostaggi – è grazie all’offensiva a Gaza City e al raid su Doha.</p>
<p>Quel raid, a cui la Casa Bianca ha evidentemente dato via libera, tranne poi rassicurare il suo alleato, ha posto <strong>fine alla sensazione di impunità</strong> dei padrini di <em>Hamas</em> a Doha. L’emiro del Qatar ha compreso di non essere più al riparo dalle rappresaglie israeliane, esattamente come lo aveva scoperto poco prima il regime di Teheran. Questo uno dei <em>game changer</em> che ha spinto Doha a esercitare una pressione decisiva su <em>Hamas</em>. Per assicurarsi un ruolo nel futuro della regione disegnato (e imposto) dall’amministrazione Trump, ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e salire a bordo del piano.</p>
<p>Israele non avrà dalla sua parte i titoli dei giornali, né la simpatia dei campus universitari, ma ha <strong>cancellato la minaccia esistenziale</strong> che lo circondava. Conducendo una coraggiosa campagna multi-fronte ha distrutto il cosiddetto “Asse della Resistenza” e cambiato la mappa del Medio Oriente.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Scommessa persa</h2>
<p>Il regime degli ayatollah è ancora in piedi ma <strong>fortemente indebolito e isolato</strong>. La testa dell’Idra ha perso i suoi <em>proxy</em> e si è vista riportare indietro di anni il programma nucleare. Ha perso <em>Hamas</em>, ha perso la Siria, ha perso <em>Hezbollah</em>, decapitato e depotenziato, perso il Libano, ha dovuto subire una umiliazione nei suoi cieli e il ripristino delle sanzioni.</p>
<p><em>Hamas</em>, Qatar e regime iraniano hanno <strong>perso la loro scommessa</strong>. Avevano scommesso che l’Occidente avrebbe limitato, condizionato e infine fermato la reazione di Israele. E in effetti all’inizio, con l’amministrazione Biden, stava andando così, nonostante la determinazione di Netanyahu. Ma con la rielezione di <strong>Donald Trump</strong> è cambiato tutto. Ed è rimasta solo l’Europa a fare pressioni su Israele e diffondere la propaganda di <em>Hamas</em>. Troppo poco.</p>
<p>Federico Punzi &#8211; Atlantico Quotidiano</p>
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		<title>Francesca Ghio ci spieghi: stuprare una donna “fascista” è meno grave?</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Oct 2025 15:38:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Nuovo Tribuno]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Ancora una volta la memoria viene piegata all’ideologia: se la vittima non è “dalla parte giusta”, il rispetto della sinistra vacilla Durante la seduta del Consiglio comunale di ieri, dedicata alla memoria di Norma Cossetto, abbiamo assistito all’ennesima dimostrazione del doppiopesismo della sinistra. Gli esponenti del centrodestra hanno chiesto alla sindaca Salis di impegnarsi per il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ancora una volta la memoria viene piegata all’ideologia: se la vittima non è “dalla parte giusta”, il rispetto della sinistra vacilla</em></p>
<p>Durante la seduta del Consiglio comunale di ieri, dedicata alla memoria di <strong>Norma Cossetto</strong>, abbiamo assistito all’ennesima dimostrazione del doppiopesismo della sinistra. Gli esponenti del centrodestra hanno chiesto alla sindaca Salis di impegnarsi per il ripristino della targa commemorativa dedicata alla giovane istriana torturata e uccisa nel 1943 dai partigiani jugoslavi. Una targa che è diventata bersaglio costante di chi vede in quel nome non una vittima, ma un simbolo scomodo la cui unica “colpa” è stata quella di essere iscritta ai Gruppi Universitari Fascisti e di avere un padre anch’egli fascista.</p>
<p>Questo passato politico è stato sottolineato con durezza dalla consigliera comunale <strong>Francesca</strong> <strong>Ghio</strong> di AVS che con una “semplice” frase ha svelato la sua vera natura ideologica: <a href="https://www.nicolaporro.it/norma-cossetto-stuprata-era-fascista-la-frase-choc-della-consigliera-che-denuncio-abusi/" target="_blank" rel="noopener">“Per verità storica, <strong>Norma Cossetto era iscritta al partito fascista”</strong>.</a> Apriti cielo! Come se l’adesione a un’ideologia, per quanto discutibile, potesse giustificare — o addirittura sminuire — la barbarie subita da una donna. Come se una donna, solo perché di destra, valesse meno di un’altra. Per fortuna c’è chi non ha lasciato passare una frase così fastidiosa e moralmente inutile. Dall’opposizione sono arrivati attacchi duri, accuse di cinismo, di mancanza di empatia.</p>
<p><strong>Ma la frase della Ghio sorprende per due motivi:</strong> uno per la sua ingiustificata cattiveria che ricorda, come spesso accade, che per la sinistra esistono vittime di serie A e vittime di serie B. Norma Cossetto, essendo chiaramente di destra, viene considerata una donna di scarso valore sociale e umano. Come se il fatto di essere fascista in qualche modo rendesse il suo martirio meno degno di essere ricordato. Anzi ricordiamo che Cossetto è stata uccisa dai partigiani titini perché cittadina italiana e non perché fascista.</p>
<p>Il secondo motivo perché a pronunciare una frase così cinica è stata una donna che l’anno scorso in consiglio comunale <a href="https://www.nicolaporro.it/il-populismo-di-francesca-ghio-la-violenza-non-giustifica-la-maleducazione/" target="_blank" rel="noopener">aveva avuto il coraggio di raccontare le violenze psicologiche e fisiche subite a 12 anni da un amico di famiglia</a>. Una testimonianza forte ed emotiva che aveva scosso l’aula e ricevuto solidarietà bipartisan. Ed è qui che l’incoerenza si fa largo: <strong>è possibile invocare giustizia per le proprie ferite e poi relativizzare quelle di un’altra donna?</strong></p>
<p>Con il ricordo di Norma Cossetto non si chiede di cancellare il passato, ma di guardare in faccia una storia tragica e concederle almeno un momento di silenzio e di rispetto. Invece, il dibattito sulla sua memoria si è trasformato nell’ennesimo becero scontro tra “fascisti” e “antifascisti”, <strong>tra “le vittime giuste” e “quelle sbagliate”.</strong></p>
<p><strong>Per la sinistra</strong>, Norma Cossetto non era una partigiana, <strong>non era “della parte giusta della storia”.</strong> Era una fascista e quindi doveva morire e il suo ricordo essere cancellato per sempre. Poco importa se negli anni è diventata il simbolo del coraggio, del martirio e del sacrificio di tutte quelle vittime delle foibe, solo perché italiane. Poco importa se è stata insignita della Medaglia d’oro al merito civile alla memoria dal Presidente Ciampi nel 2005.</p>
<p>Di questi meriti Francesca Ghio non ha tenuto conto, mostrando zero empatia per una vicenda che dovrebbe far accapponare la pelle a tutte le donne (e uomini) d’Italia. Ha proseguito ciecamente nel suo approccio ideologico. E quando è stata attaccata dai colleghi dell’opposizione per le parole pronunciate, <strong>ha subito sventolato la bandiera del femminismo,</strong> accusando tre esponenti della minoranza di averla minacciata e aggredita verbalmente fuori dall’aula durante una pausa della seduta.</p>
<p>A suo sostegno è intervenuta immediatamente <strong>la sindaca Salis,</strong> che ha commentato gli attacchi con queste parole: “È un fatto vergognoso, dover dividere una giovane donna da uomini che le gridano in faccia frasi molto violente, molto aggressive, solo perché ha espresso un’opinione. Non accettiamo che in quest’aula si difenda la causa delle donne solo quando conviene, e poi tre metri più in là si aggredisca verbalmente una consigliera. La violenza sulle donne è un tema serio, non una bandiera politica.”.</p>
<p>Fa sorridere che sia proprio Salis a parlare di rispetto per le donne, quando invece quel rispetto nei confronti di Norma Cossetto non c’è stato, anzi. La sua memoria è stata più volte infangata senza pietà e <strong>senza che nessuno di sinistra si opponesse</strong>. La prova è la targa più volte divelta e rovesciata dal gruppo Genova antifascista che non ha mai fatto mistero del suo odio per la memoria di Cossetto.</p>
<p>Resta anche da capire perché l’opinione della Ghio è da difendere a prescindere e le reazioni dell’opposizione da condannare senza sé e senza ma. Anche perché i consiglieri accusati dalla Ghio (della lista civica “Vince Genova”) hanno smentito tutto, parlando di accuse false e minacciando denunce per diffamazione.</p>
<p>Ma si sa che in Italia<strong> la memoria è un campo minato</strong>. Ogni nome, ogni data, ogni targa può diventare occasione di scontro invece che di riflessione. E in questo clima esasperato, anche un gesto semplice – come ricordare una ragazza morta a ventitré anni – diventa una battaglia ideologica senza fine.</p>
<p>Cristina de Palma &#8211; nicolaporro.it</p>
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