<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:blogger='http://schemas.google.com/blogger/2008' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd="http://schemas.google.com/g/2005" xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476</id><updated>2026-08-12T20:12:34.924+02:00</updated><category term="Gli eroi bianconeri"/><category term="Le partite"/><category term="Momenti di gloria"/><category term="Gs"/><category term="I grandi allenatori"/><category term="Uomini"/><category term="Libri"/><category term="Altri libri"/><category term="I grandi avversari"/><category term="Storie e misteri"/><title type='text'>Il pallone racconta</title><subtitle type='html'>Non è il solito blog di calcio e sul calcio. È un vecchio baule dimenticato in soffitta, nel quale sono rinchiuse storie vere.&#xa;Storie fatte di vittorie e di sconfitte. Di gioie e di dolori. Di uomini che hanno dato la vita per il calcio.</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default?redirect=false'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default?start-index=26&amp;max-results=25&amp;redirect=false'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>914</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-5433841233064628742</id><published>2026-08-12T07:00:00.000+02:00</published><updated>2026-08-12T08:55:17.959+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Francesco MORINI</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgrt9NqqC_NRsrfvV3VXsuETPwq7XG35ww8V9fzD6-QwRMf7IOted1kqykI4TEakSIgaL3E2wFRH_WLUbJpqjk6XPskWJChfygciRreFCpv0UTWSMwQ4G7Wz8P7P0yzEjHWTQR5iltGmi_9u0Kx2-apUJcLH1LcqVxo3UEf6YRLBrKAwMtYGLrXKCSr8gs/s1443/morini%20ChatGPT%20Image%2011%20ago%202026,%2008_00_04.png&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;1090&quot; data-original-width=&quot;1443&quot; height=&quot;320&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgrt9NqqC_NRsrfvV3VXsuETPwq7XG35ww8V9fzD6-QwRMf7IOted1kqykI4TEakSIgaL3E2wFRH_WLUbJpqjk6XPskWJChfygciRreFCpv0UTWSMwQ4G7Wz8P7P0yzEjHWTQR5iltGmi_9u0Kx2-apUJcLH1LcqVxo3UEf6YRLBrKAwMtYGLrXKCSr8gs/w424-h320/morini%20ChatGPT%20Image%2011%20ago%202026,%2008_00_04.png&quot; width=&quot;424&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
Veste la maglia bianconera nell’estate del 1969, arrivato, dalla Sampdoria, in compagnia di Bob Vieri. Due personaggi completamente differenti: lui pisano (nato a Metato, frazione di San Giuliano Terme) concreto, attento, preciso, attaccato alla professione; il pratese geniale, quanto incostante, promessa mai mantenuta nel nostro calcio. L’allenatore della Juventus è Luis Carniglia, un esigente sognatore, il quale avrebbe voluto che tutti i propri giocatori, anche uno stopper, saltassero gli avversari con un tunnel. Morini non aveva per niente queste caratteristiche e si trovò a disagio.&lt;br /&gt;
&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;Era una piovra che, con mille tentacoli, toglieva il pallone dai piedi del diretto rivale, uno stopper perfetto, dalla marcatura ferrea.&lt;br /&gt;
«Sapevo di avere dei limiti, ma sono sempre stato sorretto da un buon fisico e da un’ottima condizione atletica; seppure fossi alto, ero molto veloce e scattante, sicché potevo marcare, indifferentemente, avversari piccoli o ben messi. Anche se non cattivo, sono sempre stato molto spigoloso, rognoso e appiccicoso, pronto in ogni momento a far valere il mio anticipo, Di certo, non mi cimentavo in lanci millimetrici, preferivo appoggiare la palla a un compagno vicino a me».&lt;br /&gt;
Soprannominato Morgan, come il pirata, perché, come scriveva un giornalista a quel tempo, da pirata era il suo modo di depredare l’avversario del pallone roteandogli addosso i bulloni, di arrangiarsi con i gomiti. Fisico poderoso e asciutto (181 centimetri per settantatré chili), undici volte nazionale, Morini era uno di quei rari atleti mai domi, di grandissima utilità, capaci di giocare anche con una caviglia a pezzi, con un muscolo dolente. Arrivò a marcare un extra terreste come Cruijff, malgrado avesse un tallone fuori uso. Bastava un’iniezione antidolorifica per farlo scendere in campo: «In bianconero ho passato degli anni meravigliosi. Abbiamo centrato risultati eccezionali, sia in Italia che in Europa, ho avuto per compagni di squadra, dei veri campioni. È importante giocare con dei campioni, perché ti trascinano ed io mi sono fatto trascinare. Ricordi ne ho tanti, rimpianti un solo: Belgrado, eravamo nel 1973, finale di Coppa dei Campioni, persa contro un Ajax grande, ma non poi così grande. Insomma, avremmo potuto anche giocarcela, invece andò come tutti sanno».&lt;br /&gt;
Francesco lascia la Juventus alla fine del campionato 1978-79. Si trasferisce in Canada, nel Toronto Blizzard a studiare lingue, per poi presentarsi, successivamente, al corso di manager di Coverciano. Terminato il corso, Cecco, ritorna alla Juventus come dirigente: «Un tipo di lavoro che mi ha sempre affascinato e appassionato». Mette a disposizione la sua esperienza maturata sul campo, che unisce la professionalità all’amore per colori per i quali ha dato molto ma dai quali, dice, ha ricevuto moltissimo: «Ho sempre cercato di imparare dai più bravi, sia da calciatore che da dirigente ed ho sempre continuato a farlo. Sono stato onorato di far parte della famiglia bianconera, mi sono sempre identificato in questo ambiente, conoscendone i segreti; non mi sarei mai visto a lavorare altrove».&lt;br /&gt;
Non ha mai segnato una rete ufficiale: «A dire il vero, una volta un goal l’ho fatto, in un torneo italo-inglese, disputato in un’estate di tantissimi anni fa. In ogni caso, la mancata segnatura di reti non mi ha mai contagiato più di tanto, perché ciò che mi esaltava era fare in modo che non andasse in goal l’uomo che dovevo marcare. Questo equivaleva, per me, a una rete, perché se in squadra devono essere particolarmente attivi i bomber, altrettanto devono esserlo i difensori a imbrigliare il gioco delle punte avversarie». Come dargli torto?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;b&gt;GIANNI GIACONE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1980&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Lo stopper più granitico e guerreggiante dei tempi moderni, dunque, prende e se ne va. Francesco Morini, gloria vivente di tanto calcio italiota degli anni Sessanta e Settanta, decide che è giunto il suo momento, ma prima vuole, fortissimamente vuole, concedersi una divagazione sportiva che è emblematica del tempo presente, inimmaginabile per il pioniere. Morini va a chiudere la sua carriera di ineguagliabile lottatore in America, Canada per l’esattezza, ed è decisione niente affatto sorprendente, semmai perfettamente allineata con la personalità di questo difensore tra i più illustri della Juventus trionfante di questi anni. Duro è il mestiere di stopper, dove il talento non basta e spesso il coraggio e la cattiveria sono valori ben più essenziali. Durissimo, poi, fare lo stopper nella Juve. 1969, anno di grazia e di parecchie disavventure. Francesco Morini arriva venticinquenne dalla Sampdoria con la fama di marcatore ruvido ancorché insormontabile. Deve rilevare le incombenze dell’araldo difensivo della Juve heribertiana, dell’ultimo centromediano antico del nostro calcio, di Giancarlo Bercellino da Gattinara, eroe con Tino Castano del tredicesimo scudetto. È un’eredità grave, un fardello dei più ingombranti.&lt;br /&gt;
Gli inizi non sono facili, né potrebbero esserlo. La Juve che dovrebbe voltare pagina e tornare a essere trionfante, in realtà inciampa spesso in ostacoli all’apparenza agevoli e le colpe si ripartiscono tra tutti, stopper compreso, stopper prima di altri. Il derby di andata in una luminosa e calda giornata di ottobre si vinceva a una manciata di secondi dalla fine grazie ad una rete di Zigoni detto Zigo e va a finire che si perde per una dabbenaggine di Morini nostro, che fa saltare indisturbato Bui sotto porta, e gli consente la più comoda delle realizzazioni. Lo sguardo solare di Francesco si rabbuia, ci sono giornate tristi di solitudine per quest’atleta in cerca di comprensione tecnica. Carniglia, l’allenatore che nulla ha da insegnare a Vieri e Haller fuoriclasse d’altri tempi, non riconosce l’indispensabile lavoro di rottura del biondo stopper toscano e si lascia andare ad affermazioni poco felici che rattristano il ragazzo. Ci vuole tempo, non molto, ma ci vuole. Carniglia non può avere futuro in questa Juve che vuole proiettarsi sugli anni Settanta. Morini fa parte della Juve Settanta. Il dilemma tecnico tra il vecchio hidalgo e il giovane stopper non si pone neppure.&lt;br /&gt;
La leggenda bianconera di Francesco Morini, certo, passa attraverso tappe e momenti speciali. Per esempio, momento importante e altamente significativo il suo duello con Gigi Riva, che inizia nel novembre del 1969 all’Amsicora di Cagliari e prosegue per anni, sempre all’insegna della massima correttezza pur nel massimo dispiego di energie e sforzi. Tenacemente assertore del gioco all’inglese, dotato di un anticipo che non concede scampo all’attaccante in cerca di leziosità, Morini costruisce il suo stile in pochi tratti essenziali e lo spiega al volgo con prestazioni monumentali. I duelli rusticani con Giorgione Chinaglia esemplificano al massimo grado questa concezione di gioco, di tempesta e assalto, di pionierismo nel senso di impegno cristallino, di dedizione alla causa bianconera. A qualcuno può non piacere questo modo brusco di cercare il tackle, questa volontà tremendamente applicata alla marcatura. Nessuno, però, può discuterne l’efficacia.&lt;br /&gt;
Cesto Vycpálek, chiamato a proseguire il lavoro del povero Picchi su un telaio di giovani campioni in cerca di grandi traguardi, eredita già lo stopper di tutte le leggende. Nella Juve 1971 che sta per vincere tutto, Morini è già colonna insostituibile. I centravanti del campionato imparano a conoscere e a temere la disfida lanciata dallo stopper toscano oramai saldamente trapiantato a Torino. Lo scudetto della sofferenza, il quattordicesimo, arriva con il determinante contributo dello stopper giunto a piena maturazione tecnica e umana. Morini onora la maglia con un rendimento medio altissimo e giganteggia con fior di campioni, soffrendo praticamente in una sola circostanza, un Juventus-Napoli che anche per questo finisce pari, 2-2. Morini nell’occasione è chiamato a controllare un centravanti che ne sa una più del diavolo e che, secondo alcuni, sta per appendere le scarpe al fatidico chiodo. Non sarà così, per fortuna della Juve che anche grazie a costui costruirà il suo mito. Fin troppo chiaro che stiamo parlando di Altafini. Trenta presenze nel magico campionato 1971-72, trenta erano pure state le presenze nel 1970-71. Due stagioni senza manco un’assenza che è una rappresentano già un fatto significativo.&lt;br /&gt;
Ma il bello deve ancora venire. Lo scudetto numero quindici, quello del 1972-73 propone un Morini ancora migliorato sul piano della sicurezza, oramai dotato di un bagaglio di esperienza che solo un veterano può permettersi di vantare. E Francesco a tutto si può avvicinare, meno che a un veterano. 1973-74 e 1974-75 coinvolgono anche il biondo difensore bianconero, ne toccano assetti umani non inediti ma comunque suggestivi in prospettiva futura. Morini accusa qualche infortunio, il dispendio di energie e gli elevati rischi che comporta il suo modo di giocare, sempre estremamente battagliero, intaccano, talvolta, la sua dura scorza. Accade che talvolta la critica non sia benevole nei suoi confronti. Sono accadimenti, episodi, che lasciano il tempo che trovano. La volontà contribuisce ad assorbire infortuni e critiche a tempo di record. Il tallone che lo fa soffrire è spesso ignorato a scusante di certe prestazioni non propriamente inappuntabili, e sono le poche volte che il personaggio, che poi personaggio non è almeno nel senso comune del termine, esce allo scoperto e affronta le critiche con la medesima risolutezza e linearità con cui duella con i centravanti.&lt;br /&gt;
Le fortune bianconere non coincidono che raramente con analoghe soddisfazioni azzurre, e questa è la principale ragione di rammarico di Morini. La Nazionale messicana, che giustamente Valcareggi, per meriti effettivi oltre che per normale riconoscenza, mantiene a lungo intatta o quasi, non concede spazio allo stopper bianconero, all’oramai leggendario Morgan delle mille battaglie. Né si può dire dei più fortunati l’impatto di Francesco con la maglia azzurra, alle porte del Mondiale di Germania. A trent’anni, coinvolto negli esiti infausti di una spedizione nata male e finita peggio. Morini paga colpe che non ha mai avuto e finisce nel dimenticatoio, proprio mentre la sua vicenda bianconera raggiunge vertici assoluti, tanto in campo nazionale che a livello di coppe. È un neo assolutamente ingiustificato, sul quale Francesco ha lungamente filosofeggiato, senza acredine e inutili polemiche.&lt;br /&gt;
Anche questo contribuisce a rendere grande e assoluto il personaggio. Il Morini più grande, quello cui tutti i supporter bianconeri sono maggiormente legati, è però senza dubbio l’ultimo, il più vicino a noi. La maturità del campione è spesso segnata da una lenta quanto inesorabile parabola discendente sul piano del rendimento: nulla di tutto questo nel caso di Morini che conosce nella Juve trapattoniana i momenti forse più esaltanti di una carriera sfolgorante. Le battaglie di Coppa Uefa esaltano l’ardore e l’attaccamento alla causa bianconera dello stopper più roccioso dei tempi moderni, ne affinano l’acume tattico, ne rendono sempre più efficace il contrasto. Anche gli esteti devono alfine ammettere uno stile Morini, e di stile autentico si tratta, affinato dalla partecipazione a tutti i massimi eventi della recente storia bianconera.&lt;br /&gt;
Entrato di diritto, nella stagione passata, tra i grandi della Juve quanto a fedeltà di presenza, Francesco Morini lascia in modo glorioso, in perfetta sintonia con il suo carattere. In America ritroverà una fetta del suo passato, e rivivrà con sfumature diverse gli attimi esaltanti della sua ineguagliabile carriera. E sarà tramonto ancor più glorioso. Il momento di appendere le scarpe al chiodo rappresenta per molti giocatori un vero e proprio trauma; vediamo esempi quasi quotidiani di uomini dal passato eccellente che, non sapendo rassegnarsi, accettano ruoli quasi patetici in squadre, per così dire, periferiche. Nel caso di oggi c’è, al contrario, chi impegna le sue attività sempre nel calcio ma in altra direzione restando in servizio attivo ad alto livello. Non poteva essere altrimenti: Francesco Morini stopper tutto di un pezzo, terrore di tanti attaccanti di casa nostra e del resto del mondo, non soddisfatto delle sue esperienze ha deciso di studiare il calcio straniero e in particolare quello d’America. Poiché, in casa, vi era oramai un degno e promettente sostituto, se n’è andato a vedere da vicino le società calcistiche del nuovo mondo.&lt;br /&gt;
Sir Morgan, come lo soprannominano i tifosi, giunto quasi al momento di ritirarsi in pensione, ha voluto rimanere se stesso: infatti, il segreto della sua carriera è sempre stato condensato in queste due parole: saper osservare. «Vi sono due modi di essere buoni giocatori – ha detto Morgan in un’intervista – avere innato il senso del gioco e della posizione oppure imparare guardando per far tesoro delle prestazioni altrui». Nella sua lunga carriera, non ha mai sgarrato da questo intendimento. Per lui non vi sono mai state polemiche se doveva starsene in panchina, sia quando militava nella Sampdoria, sia quando vestiva in bianconero: «Anche stando ai bordi del campo c’è tutto da apprendere; certo, dipende da chi vedi all’opera ma, stai tranquillo, se hai occhio critico, impari come comportarli anche se fai la riserva».&lt;br /&gt;
Il ruolo che ha ricoperto nella sua carriera non è stato dei più facili, eppure in virtù della sua umiltà è riuscito a intimidire e ridicolizzare tanti avversari di grido. Tralasciando l’attività nelle squadre minori, la sua carriera si è svolta in sei anni alla Sampdoria e undici alla Juventus, vivendo due aspetti diversi di gioco, due modi distinti di lottare: il primo quasi totalmente intento alla ricerca della salvezza, il secondo diretto invece alla conquista di tanti primati. Il segreto di una carriera sempre, in crescendo è costituito esclusivamente dalla professionalità di Morini e dal suo comportamento lineare che non ha mai sgarrato dalle precise regole che si era imposto. Comportarsi secondo i dettami della disciplina sportiva non gli è mai costato sacrificio: ubbidire all’allenatore è sempre stato per lui facile, mantenersi in forma altrettanto, nessuno può imputargli crisi o impennate di carattere.&lt;br /&gt;
Il nostro biondo Vichingo, ha un cruccio: «In mezzo a molti successi, a tanti trofei, sento la mancanza di una Coppa dei Campioni. Ogni volta che la Juventus ha giocato in quella competizione è sempre arrivata a due passi, a un soffio da quel traguardo e ogni volta se l’è vista sfuggire». È vero, fare previsioni specie in quel campo, è assai arduo: quella è una strada intessuta di tanti piccoli frammenti di mosaico che fanno storia a sé e poi vi partecipa la crema del calcio mondiale per cui il successo ti arriva con la stessa difficoltà di un terno al lotto o di una vincita al totocalcio.&lt;br /&gt;
Si è parlato troppe volte di un Morini terribile come se fosse un pirata dell’area di porta: «Non mi sono sempre fermato in quel punto, sovente mi sono spinto in avanti, perché così mi ha imposto di fare il gioco praticato dalla Juventus. Ho fatto anche lo stopper avanzato e, credetemi, il mestiere in quel punto del campo è quanto mi ardito». Le più grosse soddisfazioni di Morgan sono quelle di aver fatto passare notti insonni agli avversari e di aver mandato a monte innumerevoli piani tattici di allenatori avversari che pensavano di poterlo distogliere facilmente dai suoi compiti: «Cruijff mi ricorderà certamente, Bersellini e tanti altri mi sogneranno, però dovranno dare atto della mia lealtà sportiva, perché falli cattivi con il preciso intento di far male, non ne ho mai compiuti. Non fanno parte del mio bagaglio mentale e neppure del mio stile». Con queste parole, egli intende chiudere la bocca a taluni denigratori che, per poter segnare reti, avrebbero voluto incontrare un Morini suonatore di violini o clavicembali. Nella vita di ogni giorno, Cecco, è tutt’altro che un duro: legato sì alle tradizioni e ai ricordi ma è anche previdente e sa mettere le mani avanti con oculata preveggenza: «La vita di un calciatore è veloce, possa con la rapidità di un lampo per cui bisogna aver gli occhi ovunque: sul passato, sul presente e sul futuro».&lt;br /&gt;
In vista del futuro si è inserito nella concessionaria Otma e volgendo le spalle indietro ha chiamato Jacopo il figlio: «Ricorderò sempre i primi passi che ho mosso sul campetto dell’Oratorio di San Jacopo a San Giuliano in quel di Pisa». Questa è una sorta di legame tra il passato e il più bel presente dello stopper juventino. Ora, è partito per l’America a studiare l’ambiente calcistico di laggiù: «È che non sono tuoi sazio di esperienze, mi sono cercato un’altra panchina perché so quanto sia utile vedere cose nuove per continuare a imparare».&lt;br /&gt;
Ecco cosa gravita oggi attorno alla realtà Morini, quell’uomo tutto di un pezzo che non ha mai speso una parola in più del dovuto e che, forse, ha fatto un solo sogno di troppo: la Coppa dei Campioni. Che cosa si poteva chiedergli e cosa poteva darci di più? Nulla! Ha vestito la maglia bianconera e quella azzurra della Nazionale con eguale ardore e impegno, ha collezionato successi in Italia e all’estero in piena umiltà e in nome di un’inimitabile professionalità.&lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;font-size: large;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;
&lt;span&gt;&lt;b&gt;VLADIMIRO CAMINITI&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Ciccio Morini detto Morgan, stopper sgranocchiante il pallone come una cabala misteriosa, soltanto in fin di carriera finalmente in grado di stopparlo al volo, eppure negli scudetti juventini della prima serie bonipertiana uno dei fondamentali della squadra, per l’epica grinta. Aveva negli occhi tutto l’infinito della speranza quando lo conobbi nella Sampdoria allenata da Ocwirk. Biondo e aguzzo, andava in campo e risolveva la vicenda del gioco come un fatto personale con l’asso a lui affidato. Bisognava arginarlo e possibilmente annichilirlo, ed ecco Morgan, piratesco il suo stile nell’irruzione tra pallone e piede portante, nella spallata leale ma dura, l’avversario interdetto tentava la replica, ma incespicava fatalmente nel rivale a lui addossato, come una parte del suo stesso intendere, felinamente intuitivo negli anticipi più condizionati. Allenandosi con ossessiva costanza, rispettandosi come un anacoreta, Morini risolse nella Juventus decisa a vincere tutto, allenata da Vycpálek, da Parola e anche dal giovane Trap, ogni problema delle domeniche affliggenti, e se un avversario riuscì a superarlo fu Giggiriva di Leggiuno, che sgomitava anche lui, ferocemente proteso al goal d’autore. Quando, nel 1973, Valcareggi lo convocò in Nazionale, insieme a Zoff, Spinosi, Furino, Causio, Anastasi e Capello, era divenuto proprio necessario. Aveva già due scudetti sul petto, ne avrebbe vinti altri tre, con un rendimento sempre sostanziale, che aveva sbugiardato quel verdetto del Caballero falsamente appassionato Carniglia dei suoi pochi mesi di permanenza juventina. Il cherubino Morini, pur non possedendo l’aire dello stile di Bellugi, completava idealmente la squadra ruggente su tutti i traguardi, in un tempo di calcio a misura di uomo, e di chi uomo era nella vita come in campo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span&gt;&lt;b&gt;NICOLA CALZARETTA, DAL “GS” DELL&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;’AGOSTO 2011&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
Francesco Morini detto Morgan, come il pirata. Capello biondo, eleganza naturale e battuta pronta, in fin dei conti nelle sue vene scorre sangue toscano, nonostante sia di casa a Torino oramai da più di quarant’anni. Morini detto Morgan, due vite per la Juventus. Prima da calciatore, poi da dirigente. Dal 1969, anno del suo arrivo dalla Samp in compagnia di Bob Vieri, al 1994, ultimo tassello della Juve bonipertiana spazzato via dal tornado della Triade. Uomo di fiducia del presidente Boniperti, con cui ha condiviso per anni la passione per la caccia, legato a doppio filo con l’avvocato Agnelli, che lo fece tornare dal Canada per affidargli il ruolo di direttore sportivo.&lt;br /&gt;
372 presenze con la maglia della Juve, una ventina di volte capitano, zero assoluto nella casella dei goal fatti, piccolo record. Stopper efficace e concreto, cresciuto alla scuola di Bernardini e affinatosi a quella di Carlo Parola, Cecco Morini è il numero cinque della Juventus del primo Trapattoni, che si siede sulla panchina bianconera a soli trentasette anni. Primo luglio 1976: trentacinque anni fa nasce la Giovin Signora. Non fu un azzardo affidare la guida della squadra a Trapattoni? «Effettivamente il Trap era un ragazzo e con pochissima esperienza come tecnico. Ma per Boniperti l’allenatore giovane era uno schema vincente. Nel 1970 ci aveva provato con Armando Picchi, alla prima esperienza in panchina. Un esperimento che stava funzionando benissimo. Squadra dall’età media molto bassa, guidata da un uomo di grandi valori, con carisma e notevoli capacità tattiche. Lì, purtroppo, ci si è messo di mezzo il destino».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;– D’accordo sulla bontà del progetto bonipertiano, ma quella di Trapattoni rimaneva una scelta che faceva discutere:&lt;/b&gt; «La scommessa non era facile da vincere. Trapattoni è stato bravissimo a sapersi inserire con noi. Quelli più scafati come me, Zoff e Furino gli hanno dato una grande mano. Per un allenatore è fondamentale trovare buoni giocatori».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Cosa avevate di speciale?&lt;/b&gt; «Per ogni ruolo c’era un ottimo professionista e una brava persona e con questo intendo dire che oltre ad essere tutti bravi calciatori da un punto di vista tecnico, eccetto me (ride), eravamo ragazzi seri, affidabili e disponibili. Trapattoni l’abbiamo fatto diventare noi allenatore. Dirò di più: quella Juve lì avrebbe trasformato in grande allenatore anche uno come Maifredi!».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Cosa aveva di particolare il Trap?&lt;/b&gt; «Era molto presente, si allenava con noi, non mollava mai. Stava moltissimo sul campo, specie con i più giovani. Quando eravamo in ritiro faceva il giro delle camere, continuava a dare consigli in vista della partita. Un martello, mai seccante, però. Anzi, la sua era una carica molto positiva».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Di chi fu l’idea di rinunciare al regista per un centrocampo di ferro composto da Furino, Benetti e Tardelli?&lt;/b&gt; «Certamente Trapattoni privilegiava la gente che mordeva le caviglie e che aveva le capacità di ripartire a razzo, di lanciare il contropiede veloce. Vado sul sicuro se dico che le varianti tattiche nascevano dal confronto tra Boniperti e Trapattoni. Anche se non so a chi dei due veniva prima l’idea».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Allora è vero che la formazione la faceva Boniperti!&lt;/b&gt; «Non è vero. La presenza di Boniperti era un valore aggiunto per l’allenatore. Il presidente sapeva di calcio e aveva grande personalità. Il Trap è stato bravo a lavorare con lui, ogni lunedì era in sede. Cosa che non ha mai fatto Zoff quando è tornato alla Juve da tecnico».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Perché?&lt;/b&gt; «Diceva: “Devo andar lì a sentir parlare di Hansen, di Praest. Ma no, non mi va”. Dino è fatto a modo suo, io sono stato con lui in camera per anni e mi avrà detto tre parole. Ricordo che gli piacevano i gialli del Commissario Sanantonio. Sia chiaro, siamo amici, il suo arrivo alla Juve come compagno è stato fondamentale. Prima, oltre che il centravanti, dovevo marcare anche i portieri, visto che non ne bloccavano mai una».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Lei a Zoff, invece, hai fatto più di uno scherzo in campo.&lt;/b&gt; «Non ho mai segnato. Mi sono sfogato con alcune autoreti di pregio al povero Dino. Quella più incredibile la realizzai all’Olimpico, contro la Roma nel 1975. Ero solo, sul dischetto del rigore, spalle alla porta. Cross lento di Bruno Conti ed io riesco a beccare il sette in rovesciata. Una sassata paurosa. E Zoff che mi fa: “Se la tiravi più piano, la paravo”».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;In fondo i piedi non sono mai stati il suo forte.&lt;/b&gt; «Mi ricordo il primo giorno a Torino. Io e Vieri andammo da un barbiere per tagliarci e capelli. Io stavo leggendo il giornale. A un certo punto, uno dei vecchietti che era lì disse: “Porca miseria, hanno mandato via Bercellino e hanno preso quello scarpone di Morini”. Io mi nascosi ancora di più dietro al giornale, chissà forse mi avrebbe preso anche a pedate se mi avesse riconosciuto».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Non male come accoglienza.&lt;/b&gt; «La giornata, in realtà, proseguì con la conferenza stampa di presentazione. C’erano venti giornalisti. A Vieri chiesero di tutto, a me neanche una domanda. Una tristezza enorme. Ma avevo voglia di sfondare dopo le buone stagioni alla Sampdoria. Venivo da una famiglia di contadini. Non mi sono mai buttato giù e quando è arrivato il Trap ero oramai uno dei cardini della Juventus».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Quali erano i suoi punti di forza?&lt;/b&gt; «L’anticipo, la velocità e la grinta. Il centravanti me lo mangiavo. Il mio motto era: munizioni non arrivano, cannone non spara. Se stavo bene fisicamente, era dura farmi goal. Vallo a chiedere a Gigi Riva: in diciassette duelli, non mi ha mai segnato».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Nella memoria collettiva sono rimasti impressi i corpo a corpo con il Boninsegna interista.&lt;/b&gt; «Bonimba era un teppista. Dicono che si strofinasse i gomiti con una pomata irritante. Di sicuro c’è che se gli stavi troppo attaccato, prima o poi ti arrivava un colpo».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;E lei porgeva l’altra guancia?&lt;/b&gt; «Col cavolo. Una volta a San Siro gli diedi una gomitata sulla spalla. Nelle interviste del dopo partita mi ricordo che dissi che non solo non ero pentito, ma che la spalla gliel’avrei staccata volentieri! Il guaio è che Boniperti, per quelle dichiarazioni, mi dette 500.000 lire di multa. Lo stile era stile».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Com’era il suo rapporto con Boniperti?&lt;/b&gt; «Ottimo, da cacciatore a cacciatore. Un anno rischiò l’infarto».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Durante una battuta di caccia?&lt;/b&gt; «No (ride), a fine stagione 1971-72. L’anno prima, alla mia richiesta di aumento, mi rispose tirando fuori la foto dell’Inter che aveva vinto lo scudetto. Allora io gli dissi: “Se l’anno prossimo vinciamo, mi regala un fucile”. Accettò la scommessa. Vincemmo il campionato ed io presi un Cosmi, valore commerciale quattro milioni e mezzo. È ancora lì che urla dalla disperazione per i soldi che gli ho fatto spendere».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Si vendicò in qualche modo?&lt;/b&gt; «No. Anche perché lui aveva il totale controllo su di noi. Sapeva tutto. Aveva un braccio destro, il mitico Romildo. Mandava lui a spiarti, a vedere se eri in casa o no. Oltre alle classiche telefonate serali. Non potevi muovere un passo. Niente discoteche, niente trasgressioni».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Niente donne, quindi.&lt;/b&gt; «Era matematicamente impossibile. Solo quando venivamo convocati con la Nazionale, allora in quella settimana lì le briglie si scioglievano. Aspettavamo quel momento per sfogare tutti gli istinti. Meno male che in azzurro ci sono stato poco».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Le è pesato aver fatto solo una decina di presenze con la Nazionale?&lt;/b&gt; «Sinceramente sì. Soprattutto mi rode non essere andato in Argentina. C’era tutta la difesa della Juve, tranne me. Senza contare che Bellugi era mezzo rotto, aveva una gamba più piccola dell’altra. Le provai tutte per andarci, anche una pressione tramite Zoff».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Si è raccomandato?&lt;/b&gt; «Gli dissi: “Tu e Bearzot siete della stessa terra. Gli puoi dire che ti fidi di me, che sono anni che giochiamo insieme”. Insomma avrei voluto che lui facesse presente al commissario tecnico che con me poteva andare sul sicuro, oltretutto avrei giocato con gli stessi miei compagni della Juve. Avevamo un blocco difensivo da urlo, in quegli anni».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Mi sembra che l’ambasciata non abbia avuto alcun effetto.&lt;/b&gt; «Anche perché non ci fu nessuna ambasciata. Dino mi guardò e fu perentorio: “Io non le faccio queste str... e!”. In compenso Bellugi prese goal dopo un minuto con la Francia e poi si fece male. Ed io persi cento milioni. Ma lasciamo perdere, torniamo alla Juventus 1976-77, è meglio».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Ok. Quali erano i punti di forza di quella squadra?&lt;/b&gt; «Tanti, ma non lo spogliatoio».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Davvero?&lt;/b&gt; «Il nostro non era uno spogliatoio in cui regnava la perfetta armonia. Non ci sono stati odi particolari, questo mai. Ma nemmeno una fusione perfetta. C’erano tanti leader, tante personalità forti. Poteva succedere che io, Scirea e Zoff fossimo più legati. Bettega per esempio era un tipo chiuso. Durante la settimana ognuno se ne stava per i fatti propri, ma la domenica o il giorno della partita, la Juve era un blocco unico e di acciaio».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Mi immagino durante le partitelle d’allenamento.&lt;/b&gt; «Ci tiravamo delle legnate bestiali, sa quante volte il Trap è stato costretto a fischiare prima la fine della partita? C’era molta animosità, diciamo pure rivalità. Si litigava spesso, questo sì».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Qualcuno è arrivato anche alle mani?&lt;/b&gt; «Qualche anno prima, tra Salvadore e Marchetti volarono pugni e zoccolate. Oddio, Salvadore, pace all’anima sua, una volta fece andare fuori dai gangheri anche me. Il male è che successe in partita».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Quale?&lt;/b&gt; «Era la finale di Coppa Intercontinentale del 1973, a Roma contro l’Independiente. Mi chiamava ogni secondo: stai attento lì, marca stretto quello, occhio di qua. A un certo punto dissi basta e gli rifilai una gomitata nello stomaco. Lui mi rincorse fino a centrocampo per vendicarsi, poi intervennero i compagni e la finimmo lì. Ora che ci penso, ricordo anche una furiosa litigata in allenamento tra Boninsegna e Benetti, durante il loro primo anno alla Juve».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Tutti i particolari, prego.&lt;/b&gt; «I primi tempi abitavano nello stesso condominio a Torino. Boninsegna aveva un cane con lo stesso carattere del padrone. Abbaiava in continuazione, si scagliava contro le persone. Una volta dette un morso al portiere. Insopportabile. Poco tempo dopo, il cane fu trovato morto. Per questo Bonimba litigò furiosamente con Benetti, fortemente sospettato di avergli fatto fuori il cane».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Ma era veramente così cattivo Benetti?&lt;/b&gt; «Con Benetti nessuno voleva condividere la camera perché fumava e dormiva con le finestre aperte anche a gennaio. Ma in quanto a cattiveria pura, non era il più cattivo. Prima di lui c’era gente come Furino, Tardelli, anch’io. Mettiamoci pure Gentile e sicuramente Bettega. Ecco, lui era capace di farti l’entrataccia».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Ma era anche l’uomo in più di quella squadra.&lt;/b&gt; «Roberto era fortissimo, grande giocatore e grande goleador. In quella stagione fu decisivo, sia in campionato sia in Coppa Uefa, insieme al Barone Causio e a Tardelli, una vera rivelazione».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Che ricorda del trionfo in Europa, il primo per la Juve?&lt;/b&gt; «I primi due turni in cui buttammo fuori i due Manchester. Una svolta decisiva per il resto del cammino. Personalmente il duello con Sparwasser del Magdeburgo, un centravanti tra i più forti dell’epoca. Fu una partita perfetta, non gli feci vedere pallone. È il mio fiore all’occhiello».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;E della finale di Bilbao?&lt;/b&gt; «Il Trap fece entrare Spinosi, loro premevano a più non posso. Mi passa davanti, era bianco come un cencio. Ed io gli faccio: “Spina, stai tranquillo, la cosa più importante è che martedì dobbiamo andare a caccia”. Per poco non resta secco e duro per terra. Per il resto la sensazione di assoluta mancanza di forze negli ultimi venti minuti. Non riuscivamo a venir via dall’area. Erano i fotografi a spingerci. Al fischio finale, una gioia mai provata. Finalmente».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Una giusta ricompensa per chi, come lei, visse la delusione di Belgrado del 1973.&lt;/b&gt; «Credo di sì. Quella con l’Ajax fu una partita stregata. Loro erano più forti e correvano di più. A un certo punto dissi a Furino: “Ma li hai contati? Perché secondo me sono più di noi”. Stavolta, invece, la Coppa era nostra».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Come avete festeggiato?&lt;/b&gt; «Festeggiato? Facemmo in tempo a bere un po’ di spumante, poi Boniperti ci richiamò all’ordine, perché la domenica dopo c’era l’ultima di campionato con la Sampdoria, il Toro era a un punto. L’aeroporto di Bilbao era chiuso per nebbia. La mattina dopo arrivammo in Francia in pullman e poi con un aereo messo a disposizione dall’Avvocato Agnelli tornammo a Torino».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;22 maggio 1977: Juventus cinquantuno punti, Torino cinquanta. È lo scudetto record.&lt;/b&gt; «Il derby dell’anno lo vincemmo noi».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Grazie anche a una difesa mostruosa.&lt;/b&gt; «Senza nulla togliere agli altri reparti, era la nostra arma vincente. Gentile e Cuccureddu non erano solo terzini. Scirea era un centrocampista aggiunto. Con lui l’intesa era perfetta. Non abbiamo mai sbagliato un’uscita difensiva. E poi c’era Zoff, insuperabile».&lt;br /&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Nel 1980 chiude la carriera da calciatore e l’anno dopo inizia quella da dirigente.&lt;/b&gt; «Non era nei programmi. Ero in Canada, tiravo gli ultimi calci con il Toronto Blizzard. Un giorno mi chiama l’Avvocato: “Morini, la smetta di fare il coglione in giro per l’America. Torni da noi a fare il direttore sportivo”. Mi avevano offerto di dirigere una scuola calcio, mi davano 150.000 dollari all’anno. Sono tornato a Torino per tre milioni lordi al mese. Ma alla Juve potevo dire di no?».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/5433841233064628742/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/5433841233064628742' title='9 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5433841233064628742'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5433841233064628742'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/francesco-morini.html' title='Francesco MORINI'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgrt9NqqC_NRsrfvV3VXsuETPwq7XG35ww8V9fzD6-QwRMf7IOted1kqykI4TEakSIgaL3E2wFRH_WLUbJpqjk6XPskWJChfygciRreFCpv0UTWSMwQ4G7Wz8P7P0yzEjHWTQR5iltGmi_9u0Kx2-apUJcLH1LcqVxo3UEf6YRLBrKAwMtYGLrXKCSr8gs/s72-w424-h320-c/morini%20ChatGPT%20Image%2011%20ago%202026,%2008_00_04.png" height="72" width="72"/><thr:total>9</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-5802705331796619332</id><published>2026-08-11T06:00:00.000+02:00</published><updated>2026-08-11T07:57:45.619+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Gianluca PESSOTTO</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEg09qD5m8RbWkiIjcLDvuF_26mND_L1JjPux1PmOH0d3Omqb1F6YF4aqUuASQim-zSH9rH6LbiiFngZThcgpICRbgJvXODqDWwpgoSf4ho0TxLVkRRCWjxLr67d5bQ6QbC_dh5gyqOIFDU/s1600/GettyImages-1523988.jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;544&quot; data-original-width=&quot;978&quot; height=&quot;272&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEg09qD5m8RbWkiIjcLDvuF_26mND_L1JjPux1PmOH0d3Omqb1F6YF4aqUuASQim-zSH9rH6LbiiFngZThcgpICRbgJvXODqDWwpgoSf4ho0TxLVkRRCWjxLr67d5bQ6QbC_dh5gyqOIFDU/w492-h272/GettyImages-1523988.jpg&quot; width=&quot;492&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Pessottino per chi gli vuole bene. E sono in tanti che lo stimano e che gli vogliono bene. Vent’anni di calcio, comincia a quattordici nelle giovanili del Milan; vive in collegio e la solitudine, il freddo, la nostalgia di tanti bambini che crescono così, con il loro sogno sotto il cuscino sono i suoi compagni di camera. È stato un trauma lasciare il suo Friuli, poco più che ragazzo. Lontano da casa sente la mancanza della famiglia, degli affetti più cari, degli amici di infanzia. Stringe i denti, fa grossi sacrifici e studia da perito aziendale e corrispondente in lingue estere, sognando di diventare un calciatore famoso, come i neo Campioni d’Europa del Milan che, tra gli altri, allineano Carletto Ancelotti.&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;A quel tempo, Pessotto, aveva già imparato cosa significa vivere in un collegio aperto a tutti, lavare la propria biancheria intima e mangiare cibi scotti. Gianluca ricorda che, quella del Milan, fu una scuola di vita importante e, se uno resiste a certe prove, nulla più lo spaventa. Pane duro, dunque, prima di pasteggiare a caviale e champagne, si fa per dire, grazie al calcio miliardario.&lt;br /&gt;
Dalla gestione Farina, il Milan passa a quella di Berlusconi e la situazione, anche a livello giovanile, migliora notevolmente sotto il profilo economico: «Il mio rimpianto più grande è quello di non aver continuato gli studi, come desideravo. Mi ero sposato con Reana, conosciuta a Varese quando ero in prestito nella squadra lombarda, e stavo superando i test per l’ammissione alla facoltà di Psicologia, quando è nata Federica. Mia figlia ha assorbito completamente le mie attenzioni, dopo l’incredibile full immersion calcistica che ho fatto nella Juventus. Quando è venuta al mondo, ero in ritiro per un mese e riuscivo a vederla con il contagocce. Allora ho capito che, nelle vesti di papà, dovevo dedicarmi a lei e a Reana. Per questo ho messo da parte i libri, il mio cruccio. Ed anche gli hobby. Ma la famiglia è molto più importante. Quando ero giovane mi è mancata parecchio».&lt;br /&gt;
Il sogno di una carriera normale che poi diventa grande: «Dai ragazzi del Milan al Varese, prima in C2 e poi in C1. Dal Varese alla Massese, ancora in C1 e, subito dopo, il passaggio di categoria, nel Bologna e nel Verona. Dalla B alla A con il Torino dove debuttai in prima squadra al Delle Alpi contro l’Inter, nel settembre 1994. Vinsero i neroazzurri 2-0, ma fu un ottimo campionato. Vincemmo entrambi i derby e avemmo la fortuna di essere l’unica squadra a battere due volte la Juventus. È stata una stagione importante, anzi inventandomi terzino sinistro, Sonetti fece la mia fortuna. Io sono destro naturale, anche se scrivo con la sinistra. E c’è carenza di mancini che giocano in difesa. Lo stesso Maldini è un destro che ha trovato la propria strada a sinistra. Naturalmente, Paolo è il più grande. Un problema, quello del fluidificante di sinistra, che aveva pure quel Torino. E Sonetti trovò la soluzione, cambiandomi la posizione che era originariamente quella di mediano destro, anche se, saltuariamente, mi ero cimentato sul versante opposto. Un segno del destino».&lt;br /&gt;
Con la Juventus gioca 366 volte, vince sei scudetti e tutte le coppe, compresa la Champions League, nel 1996, contro l’Ajax ai rigori. Uno lo segna proprio lui come quell’altra volta, agli Europei 2000 in semifinale contro l’Olanda. È la partita del “cucchiaio” di Totti, ma un altro pallone lo mette in porta proprio Pessottino, ancora una volta contro Van der Sar, suo futuro compagno bianconero.&lt;br /&gt;
Si rompe il ginocchio nell’amichevole prima dei Mondiali 2002: li avrebbe giocati da titolare, invece, sta fermo sette mesi. La sua carriera finisce con l’ennesimo scudetto, il ventinovesimo bianconero, quello più amaro.&lt;br /&gt;
«La Juventus è il massimo. Tante le gioie. Poche, anche se bruciano ancora, le delusioni. Nel primo campionato ci piazzammo secondi, ma poi vincemmo la Champions League. Mi viene ancora la pelle d’oca se penso a quando ho tirato uno dei calci di rigore che ci diedero il trionfo. Era una coppa cui la società teneva moltissimo dopo quella dello stadio Heysel, insanguinata e piena di polemiche. L’anno successivo, purtroppo, mi infortunai al tendine d’Achille e dovetti dare forfait a Tokyo, un appuntamento con gli argentini del River Plate che ci tenevo tantissimo a non perdere. Partecipai comunque alla gioia dei miei compagni. Purtroppo, dietro l’angolo, per me, c’era stata la iella. Lo scudetto mi ripagò, con gli interessi, di quell’amarezza e dell’altra, a Monaco di Baviera, nella finalissima persa con il Borussia Dortmund. Quella sera mi toccò soffrire in panchina. Ma non la dimenticherò facilmente».&lt;br /&gt;
Diventa Team Manager, prima di quel gesto difficile da spiegare, gesto che tutti vorrebbero dimenticare il più presto possibile: «Di quella mattina non ho un reale ricordo, ma tra le mani avevo un rosario. Prima provavo un forte senso di vuoto, un male nell’anima e una grande solitudine, nonostante le tante persone che ti stanno attorno. Quanto esci da una sofferenza ne trai sempre qualcosa di positivo, di costruttivo. Rivedi tutto, rivaluti tutto e ne esci più forte, con qualche cicatrice, ma sei più forte. L’affetto della gente mi ha aiutato moltissimo ed è una cosa bellissima, se dai amore ricevi amore. Se dovessi fermarmi a ringraziare tutti coloro che mi sono stati vicini nei mesi difficili, non finirei più. Così come la squadra che, addirittura, su decisione di Del Piero e dei vecchi dello spogliatoio, ha ritirato la maglia numero sette».&lt;br /&gt;
Lo chiamano il Professore; ha l’aria dell’insegnante, quando inforca gli occhialini e si tuffa nella lettura di un libro: «Schopenauer e Dostoevskij sono i miei autori preferiti, ma è “Il piccolo principe” il libro che mi ha maggiormente affascinato; attraverso una favola per bambini, lo scrittore ha voluto trasmettere l’insegnamento di quei valori che vanno contro il materialismo imperante della nostra società. Penso di essere così anch’io; sin da piccolo ho sempre preferito l’essere dall’apparire».&lt;br /&gt;
L’amore esasperato per la moglie «Reana è come la Juventus, la migliore che potessi mai sposare» e per le splendide figlie Federica e Benedetta. E poi il sorriso e la sua lealtà; come quella volta a Perugia. La Juventus sta perdendo lo scudetto; ultimi minuti, l’arbitro dà una rimessa ai bianconeri, ma lui dice che è un errore e restituisce la palla all’avversario.&lt;br /&gt;
«Vivere, prima di tutto, E camminare, muovere i primi passi incerti, sentire di nuovo la terra sotto di te, procedere spediti verso l’indipendenza; una sensazione stupefacente, la cosa più bella in assoluto. Non parliamo, poi, della gioia che ho provato quando, per la prima volta, ho potuto guidare di nuovo la macchina. Non mi sarei più fermato, ho girato e rigirato per tutta Torino, libero e con la mente sgombra, senza più quegli incubi che mi avevano accompagnato nel mio girovagare, sconvolto, per le stesse strade, in quel lontano sabato di fine giugno. Mi sentivo come un bambino sulla giostra, così felice che non avrei mai voluto interrompere il divertimento ritrovato».&lt;br /&gt;
Questo è Gianluca Pessotto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span&gt;&lt;b&gt;ANDREA NOCINI,&amp;nbsp; DA PIANETA-CALCIO.IT DEL 12 OTTOBRE 2013&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
È uno dei pochi calciatori laureati; l’alloro gli fa conquistare l’appellativo di &quot;professorino&quot;. Rimasto alla Juventus come dirigente (team manager), la mattina del 26 giugno 2006, in piena crisi, si lancia impugnando un rosario da un abbaino della sede bianco-nera a Torino, ma si salva miracolosamente, anche perché termina il volo sulla capotta dell’automobile di Roberto Bettega, allora vice-presidente della Juve. Vince il suo calvario di crisi spirituale e di dolore fisico, e continua la sua carriera di dirigente bianconero.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;– Quando è, direttore, che le è venuta per la prima volta la pelle d’oca?&lt;/b&gt; «Quando ho giocato una partita vera, in uno stadio pieno; lì sentii veramente un’emozione unica. Quindi, ogni esordio, ma, soprattutto, quella partita che ti immagini da bambino, no, quando affronti grandi squadre, quando debutti in Champions League, quando debutti in campionato. Ma, più di tutti, l’esordio in Serie A è stato da pelle d’oca: con la maglia del Torino, al vecchio Comunale, contro l’Inter, anche se perdemmo 0-2».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Cosa è che le manca nel suo ricco carnet?&lt;/b&gt; «A livello di trofei, qualche Champions League in più, poiché abbiamo conquistato quattro finali e ne abbiamo perse tre. Nella mia vita desideravo disputare un Mondiale con la Nazionale, desideravo vincere una Champions League, ma non ho rimpianti».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Il goal più bello e quello più pesante?&lt;/b&gt; «Il goal più bello è quando Gianluca Pessotto si è sentito felice di quello che ha fatto, perché convinto di aver dato il meglio di sé. Il goal più bello è essere soddisfatti di se stessi. Poi, il riconoscimento da parte degli addetti ai lavori di essere stato un esempio positivo a livello di sportività. Per l’uomo Gianluca è una grande vittoria».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;“Schemi e Patemi”, questo il titolo del libro: quali sono le certezze e quali invece le sue paure quotidiane?&lt;/b&gt; «I patemi sono quelli di domandarmi se ogni giorno, lavorando con i giovani del vivaio della Juventus, riesco a trasmettere messaggi utili a livello di comportamento e di passione che ho dentro di me. Il mondo pazzo del calcio è bellissimo. Voglio mettermi alla prova nel cercare di riuscire ad aiutarli a raggiungere i loro sogni. E di realizzare gli obiettivi che la mia società si è posta: quello, in testa, di far crescere tutto il movimento giovanile: questa è la mia mission e anche il mio patema. Il mio schema, quello che ha contraddistinto la carriera di Pessotto calciatore, è stato il lavoro e l’attenzione a ogni particolare. Sopravvivo ai patemi attraverso il lavoro, lavoro, lavoro, continuando a rimboccarmi le maniche».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Cosa è che le dà fastidio e cosa la riesce ancora a colpirla, a stupirla, a commuoverla?&lt;/b&gt; «Mi fa arrabbiare l’idea generale dell’opinione pubblica di un non futuro, la sensazione di un paese che non vuole crescere, che è convinto di non farcela a uscire dalla crisi, dalle difficoltà a ogni livello; anche nel mondo del calcio. Mi emoziona la semplicità e la fiducia della gente comune, quando si incontra per strada. Nel vedere come ci si emozioni per le piccole cose: io mi emoziono ogni volta che vedo un campo da calcio pieno di bambini che giocano e dentro di me dico che, nonostante tutte le difficoltà che si sentono in giro, economia, guerre e altro, però, alla fine un campo da calcio pieno di bambini vocianti e che rincorrono, spensierati e divertiti, la palla mi riempie di gioia e dà l’idea di una grande sollievo e di una palpabile distensione».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Di che cosa non può fare a meno nella vita di tutti i giorni?&lt;/b&gt; «Del calcio, di sicuro, sotto tutti i suoi aspetti. Mi piace vederlo, mi piace trattarlo, mi piace condividerne le amarezze e le gioie che ti trasmette, ed è veramente la mia vita».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Gianluca Pessotto juventino da sempre?&lt;/b&gt; «No, da piccolo ero milanista, ma, devo dire che poi ho trovato, nella Juventus, la società nella quale completarmi e realizzarmi. Anche caratterialmente, oltre che dal punto di vista calcistico. Ho avuto la fortuna di crescere in una società vincente come il Milan, che ti aiuta a creare la mentalità vincente, e poi sono riuscito a completare il mio percorso in una società come la Juventus, con più di cento anni di storia e vincente. Ed è il massimo dei miei sogni, delle mie ambizioni».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;– Un Pessotto più forte, più limpido e più equilibrato da quel tragico mattino del 26 giugno 2006?&lt;/b&gt; «La sofferenza vissuta in quei mesi, prima e dopo, in quegli anni in cui il percorso della mia rinascita è durato del tempo, al di là delle cicatrici nel corpo rimaste e qualcuna nel cuore, sicuramente mi ha aiutato molto a ridefinire alcune cose. La sofferenza ti aiuta a crescere, io ho conosciuto un punto davvero basso della mia anima, di me stesso e della mia vita, dove ho avuto paura di morire, e oggi non ho smesso di avere paura ma la vivo meglio. E, quindi, sicuramente, da questo punto di vista, mi sento molto più sicuro, molto più forte e molto più semplice. Il grande insegnamento di tutto quello che ho vissuto è che la mia voglia di sentirmi perfetto è stato l’errore più grande che io potessi commettere, è stata la mia debolezza e la mia forza e viceversa».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Quindi, il suo più grande, sommesso pianto è stato quando ha potuto, riaprendo gli occhi, rivedere la moglie e le sue due figlie?&lt;/b&gt; «Esattamente: il primo sorriso che ho riconosciuto è stato quello delle mie figlie, la prima parola che ho potuto pronunciare è stato il nome delle mie figlie, la prima parola che ho potuto dire di nuovo è stato il mio nome ed è come se fossi tornato bambino, quando ti insegnano a pronunciare il tuo nome. Ecco, il paragone mi sembra che calzi per quello che ho vissuto in quei momenti».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;Cosa è che l’ha aiutata a venirne fuori?&lt;/b&gt; «In quei giorni lì, di dolore, io mi sono portato nel cuore una poesia, un salmo che mi ha donato un’infermiera delle Molinelle, e che porto ancora oggi con me, nella testa, nel cuore, e che diceva: “Camminavo sulla spiaggia, a fianco di Dio, e a un certo punto mi guardo dietro e vedo solo due orme. Alzo gli occhi al cielo e chiedo ma perché Gesù mi hai abbandonato?” Lui mi guarda e mi dice: “Sciocco, non vedi che non ti ho abbandonato, ti sto solo tenendo in braccio!” Ed è una cosa che mi ha segnato e che mi guida tutt’ora in ogni mio percorso».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;–&amp;nbsp;È una frase tratta da un anonimo brasiliano.&lt;/b&gt; «Sì, è vero! Non sono uno abituato a esternare le mie emozioni, ma oggi dover riuscire a descrivere quello che ho vissuto, anche quelle di paura, è la più grande battaglia ed è anche la mia grande mission con i giovani. Sono convinto che non bisogna avere paura di emozionarsi, le emozioni non sono debolezze».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/5802705331796619332/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/5802705331796619332' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5802705331796619332'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5802705331796619332'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/gianluca-pessotto.html' title='Gianluca PESSOTTO'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEg09qD5m8RbWkiIjcLDvuF_26mND_L1JjPux1PmOH0d3Omqb1F6YF4aqUuASQim-zSH9rH6LbiiFngZThcgpICRbgJvXODqDWwpgoSf4ho0TxLVkRRCWjxLr67d5bQ6QbC_dh5gyqOIFDU/s72-w492-h272-c/GettyImages-1523988.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-1261941908557114498</id><published>2026-08-10T06:00:00.000+02:00</published><updated>2026-08-10T08:04:10.147+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Michelangelo RAMPULLA</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEi9c-rVuUj72Y5v9NkU4REASfR3Xa7ts9YYJQJoaZ-KH_nbQEhqPudy9NTPryJfTLKMH7sXTHTZGpDvPCMF9JTKkSXfQisczq13IrFIMnC7BwUqMsPp9zEfMvOT6700KMzt_wI_ytu5lFg/s1600/rampulla.jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;300&quot; data-original-width=&quot;450&quot; height=&quot;289&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEi9c-rVuUj72Y5v9NkU4REASfR3Xa7ts9YYJQJoaZ-KH_nbQEhqPudy9NTPryJfTLKMH7sXTHTZGpDvPCMF9JTKkSXfQisczq13IrFIMnC7BwUqMsPp9zEfMvOT6700KMzt_wI_ytu5lFg/w435-h289/rampulla.jpg&quot; width=&quot;435&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Michelangelo Rampulla lega il suo destino all’anonimato di una panchina – scrive Angelo Caroli su “Hurrà Juventus” del novembre-dicembre 1998 –. E lo fa con atto volontario. “Un gesto romantico”, spiega lui con il tono di chi prende tutto terribilmente sul serio. E quando il destino lo fa riemergere dalle nebbie del dimenticatoio, ecco che i giornali si affrettano a chiedere aiuto alla memoria storica per rispolverare l`episodio del gol realizzato quando militava nella Cremonese. Con quel “colpo di testa”, è il caso di dirlo, Michelangelo diventa il primo portiere italiano a indossare il vestito del bomber.&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Un capolavoro degno di Michelangelo, è fin troppo facile il gioco di parole. Ma Rampulla, che nel singolare genere di imprese è un rivoluzionario, già nell’89 e sempre in zona Cesarini, tenta di profanare la porta altrui, a Monza, ma il guardiano brianzolo con un volo di arcangelo gli gela l’urlo in gola. E perfino nell’85 il nostro eroe tra i pali accarezza le ambizioni del cannoniere a Cesena, ancora contro il Monza. Stavolta è Torresin a negargli il gol, parandogli il tiro dagli undici metri. Già perché Eugenio Fascetti, nel Varese, gli insegna a calciare Coppe se fosse un attaccante. Dopo quello sbaglio su rigore, Michelangelo non fa che coltivare il culto della vendetta, che arriva nel febbraio del ‘92.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ma è evidente che il portiere nato 36 anni fa a Patti, paesino di 700 anime in provincia di Messina, in cuor suo alimenta fin da giovane il vizietto di fare il rivoluzionario. E quando la Cremonese sta perdendo ingiustamente con l’Atalanta di Ferron e Caniggia, Michelangelo getta un’occhiata frenetica verso la panchina dove siede Giagnoni, gli fa un segno e si vede rispondere con eloquente scuotimento del capo: “Vai e castiga, Miché”! Mancano briciole di secondi al termine del match, un velo sembra calare insieme con la sera sulle velleità dei cremonesi. Venti secondi e i giochi sono fatti, venti lunghissimi secondi «durante i quali anticipai con il cervello ciò che sarebbe successo. Io, proprio io, una variante impazzita che però, al massimo, avrebbe stornato l’attenzione dei difensori avversari sui miei compagni di squadra nell’affollatissima area di rigore. E pensai perfino a Pagliuca che qualche settimana prima aveva tentato di togliere la Samp dai guai in un match con il Toro. Prese il palo, e quell’ardire mi era rimasto nella testa. Ma torniamo a Cremonese-Atalanta. I secondi volavano e mi venne la folgorazione. Sentii dentro di me che sarebbe stato gol, e, anche questo un segno del destino, un impulso strano mi spinse sul secondo palo, mentre Chiorri batteva il corner.&amp;nbsp; Arrivai quatto quatto, nessuno badò a me, i bergamaschi forse si chiedevano “ma che cosa vuole questo qua” e mi lasciarono pascolare tranquillamente. Colpii bene e fu uno a uno. Addio pace...».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;E già perché mentre il buio precipitava su Cremona, il nostro eroe finì presto ai tifosi che se lo mangiavano con un affetto immisurabile. E soltanto il giorno dopo, nella quiete verdeggiante di Gazzada, a 4 chilometri da Varese dove Rampulla aveva una casa di campagna, i giornalisti possono ascoltare il suo racconto, che sembra una favola per bambini.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ma Rampulla non è tutto qui. Michelangelo si guadagna le greche fra i pali con il suo repertorio vario, vicino alla completezza, tanto che squadre come l’Inter prima e la Lazio dopo lo corteggiano senza tregua. Ma ahimè, non si sa bene per quale stranezza della vita, la sua residenza calcistica resta Cremona. E a ogni estate si ripete il refrain della disillusione. Michelangelo pare rassegnarsi dopo una carriera sviluppatasi a Varese, Cesena, Cremona e dopo l’ennesimo sogno di fare le valigie destinazione Lazio. Invece spunta la Juve che lo inserisce nelle sue nobili schiere. È la classica palla da cogliere al balzo, un boccone prelibato. Michelangelo è alle soglie dei 30 anni, capisce che è il passo che deve fare poiché la Signora è la donna delle fantasticherie giovanili, delle arrampicate all’irreale. E firma. Ma le promesse di trovare una collocazione in prima squadra si spezzano di fronte ai diritti del più giovane e più forte (lo ammette Rampulla stesso), Angelo Peruzzi.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;E allora il popolo si domanda: caro Michelangelo, è possibile accettare il ruolo di panchinaro a vita invece che trovare luce sotto altri cieli della serie A? Lui non si scompone e ribatte: «A 30 anni non si può rifiutare un’offerta tanto prestigiosa, la Juve era ed è il top e ho accettato. Però la mia non è un’esistenza fatta solo di panchina. Ricordatevi che ho disputato 500 partite tra serie A e serie B. E che la richiesta di un club famoso, blasonato come la Juve, è anche un riconoscimento professionale alle mie qualità. Ed eccomi con la maglia bianconera e nel ruolo di rincalzo».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Di lusso, aggiungiamo noi.&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Quando sono stato ingaggiato dalla Juventus, ho fatto felice mio padre, Lui è sempre stato molto più tifoso di me, più tifoso di qualsiasi altro. Ai tempi di Paolo Rossi, Boniek e Platini, si presentò un giorno al lavoro, con la macchina dipinta di bianconero: a strisce, ovviamente. Dal 1969 al 1979 sono stato abbonato a “Hurrà Juventus”; ricordi da tifoso ne ho tantissimi, quasi tutti legati a grandi successi. Dal vivo, ho ammirato la Juventus due volte a Palermo e poi sempre in televisione. Lo stile bianconero mi ha sempre colpito, sia da tifoso che da avversario; alla Juventus, nulla viene lasciato al caso, persino i dettagli più insignificanti rivestono un’importanza determinante. Doveva essere un’esperienza fugace, invece a Torino mi sono fermato per dieci campionati, coprendo le spalle anche a Van der Sar, Buffon e Carini. Ho giocato più di quanto immaginassi e ho vinto davvero tutto».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;In effetti, Michelangelo, approfitta dei numerosi guai muscolari che affliggono Peruzzi e riesce a ritagliarsi un poco di gloria, poiché la Juventus di quegli anni vince tutto. Come nella Supercoppa Italiana del 1995-96, quando entra in campo causa l’espulsione di Peruzzi e contribuisce, con un paio di parate sicure, alla conquista del trofeo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Con l’arrivo del portiere olandese e di Buffon, lo spazio si riduce notevolmente e a Rampulla non restano che le briciole di qualche presenza in Coppa Italia. Nell’estate del 2002, Michelangelo decide di appendere gli scarpini al chiodo ma resta alla Juventus in veste di collaboratore.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Un grande esempio di professionismo da parte di Rampulla che, con le sue enormi potenzialità, avrebbe potuto giocare titolare in qualsiasi squadra, ma che ha sempre preferito rimanere nella sua amata Juventus, anche se questo comportava l’essere costretto a guardare gli altri giocare dalla panchina.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;FRANCESCO DI CASTRI, DA JUVEATRESTELLE.IT DEL 18 MARZO 2019&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ci sono due modi di dire molto noti che, se portati nel mondo del calcio, hanno un significato diverso da quello universalmente accettato.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ad esempio, “l’ancora di salvezza”, detta anche “di riserva”, veniva gettata dalle imbarcazioni in caso di estrema necessità; se riferita al mondo degli uomini è l’ultima possibilità, il rimedio, l’espediente o la persona cui ricorrere in una situazione disperata.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Oppure, la “ruota di scorta”, ruota supplementare di cui sono dotati i veicoli (anche se oggi come oggi non ci sono più); riferita alle persone, viene vista come una persona tenuta in scarsa considerazione cui si ricorre solo in mancanza di alternative migliori.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Per noi calciofili non è così. Nel mondo del calcio siamo abituati al fatto che ci siano i “titolari” e le “riserve”, che in genere sono giocatori di un valore complessivo minore dei titolari (ma non sempre).&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Le riserve hanno molteplici funzioni. Far rifiatare i titolari, essere delle alternative tattiche, “spaccare” le partite. Tant’è vero che spesso i campionati e le coppe vengono vinte da chi, tra le “riserve”, ha i giocatori migliori.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Al giorno d’oggi, dove gli impegni sono molti e ravvicinati, il “turnover” la fa da padrone, anche in ruoli che fino a poco tempo fa erano gestiti per tutta la stagione da un solo giocatore. Mi riferisco soprattutto al ruolo del portiere.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Quando il campionato era a 16 squadre e i calciatori arrivavano, compresa la nazionale e le coppe, a giocare poco più di 40 partite a stagione, il turnover non era mai preso in considerazione se non a causa di infortuni e squalifiche.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ad esempio, nell’82 l’infortunio di Bettega aprì le porte della prima squadra a “Nanu” Galderisi, così come nel 2000, all’Europeo, Toldo diventò titolare per l’infortunio di Buffon.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ma se eri riserva di un “mostro”?&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Zoff, dal 1972 al 1983 alla Juve, giocò 330 partite consecutive in campionato, cioè tutte. E le sue riserve? Massimo Piloni (1969-75) solo una presenza in Coppa Italia; Giancarlo Alessandrelli (1975-1979), solo 26 minuti, all’ultima di campionato, con anche la beffa di tre gol subiti; Luciano Bodini (1979-89), zero presenze in campionato, almeno sino al ritiro di “Superdino”.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Con i portieri successivi, Tacconi e Peruzzi, ci fu un po’ più di spazio per il cosiddetto “12”: specialmente con “cinghialone”, che aveva la tendenza a infortunarsi, il secondo portiere ebbe molte più chance che in precedenza.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Michelangelo Rampulla, nato a Patti, in provincia di Messina, il 10 agosto 1962, iniziò nelle giovanili della Pattese. Dall’80 all’83 giocò nel Varese, poi, dall’83 all’85 nel Cesena e dall’85 al ‘92 nella Cremonese.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Il 23 febbraio 1992 si giocava Atalanta-Cremonese, e i bergamaschi erano in vantaggio. Ultimi minuti. In area la mischia era furibonda, per la Cremonese era una delle ultime opportunità per poter riagguantare gli orobici. Sembrava un normale parapiglia quando all’improvviso sbucò Rampulla. Chiorri tirò nel mucchio la punizione, i difensori dell’Atalanta non riuscirono a organizzarsi per tempo e il portiere grigiorosso colpì di testa la sfera che si insaccò alle spalle di Ferron.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Il gesto di Rampulla, oltre che dare ancora qualche speranza alla Cremonese (che a fine stagione, però, sarebbe retrocessa) fu fissato nell’immaginario collettivo calcistico per anni, poiché Rampulla fu il primo portiere a realizzare un gol su azione nel campionato di Serie A.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Quando giocavo alla Cremonese il mio motto era: non importa contro chi giochiamo, undici siamo noi e undici sono loro».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nell’estate 1992 venne ingaggiato dalla Juventus che, dopo la partenza del capitano Stefano Tacconi e la conseguente promozione a titolare del giovane Angelo Peruzzi, necessitava di un rimpiazzo di affidamento in panchina.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nonostante fosse stato preso come riserva, Rampulla giocò la doppia sfida di Coppa Italia contro la Fidelis Andria ed esordì in campionato alla prima giornata contro il Cagliari (per infortunio di Peruzzi).&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Anche in Coppa Uefa, sempre per infortunio del titolare, giocò entrambe le sfide di semifinale contro il PSG, risultando determinante per il passaggio del turno. Ricordo una parata eccezionale, da grande portiere: cross di Roche dalla sinistra, tiro al volo “spizzato” di Weah che riesce a indirizzare nell’angolino basso alla sinistra di Rampulla. Guizzo felino del portiere che devia in calcio d’angolo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nel 1995 giocò entrambe le partite della finale di Coppa Italia contro il Parma mantenendo la porta inviolata in entrambe le partite. Restò imbattuto, sempre contro gli emiliani, anche l’anno dopo, in occasione della Supercoppa italiana, subentrando a Del Piero per rilevare l’espulso Peruzzi e contribuì all’1-0 finale.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Gli anni di Lippi dove abbiamo vinto tutto il primo anno e la Champions al secondo, mi ricorderò sempre che all’inizio di ogni stagione in ritiro parlavamo già della finale per capire solo contro chi l’avremmo giocata, quello era il nostro unico “problema”, pensate che mentalità».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Della Champions ricordava: «È una bellissima sensazione, quella che ogni ragazzo quando inizia a giocare a pallone sogna. Sogna di vincere lo Scudetto, la Coppa Campioni e vabbè, la Coppa del Mondo con la Nazionale. In ordine ci sono il Mondiale poi la Champions e infine il Campionato. Quando tu la tocchi e pensi a chi l’ha vinta prima di te, ti rendi conto che tutti i sacrifici che hai fatto sono valsi a qualcosa».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Con il cambio tecnico, prima Ancelotti, poi Lippi, cambiarono anche i portieri titolari, passando da Van der Sar a Buffon: Rampulla divenne così il “terzo” portiere.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Al termine del campionato 2001-2002, ormai alle soglie dei quarant’anni, decise di ritirarsi.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ma la presenza in bianconero non terminò, perché dal 2002 Rampulla entrò nell’organico: prima come coordinatore degli allenatori dei portieri; poi come allenatore dei portieri della prima squadra; infine come allenatore dei portieri della squadra Primavera, rimanendo in squadra fino al 2010, per poi seguire Lippi nella sua avventura in Cina.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nonostante le poche presenze, vinse tanto in bianconero: quattro scudetti (1994-95, 1996-97, 1997-98, 2001-02), due Supercoppa Italiana (1995, 1997), una Coppa Italia (1994-95), una Coppa Uefa (1992-93), una Champions League (1995-96), una Supercoppa Uefa (1996), una Coppa Intercontinentale (1996) e un trofeo Intertoto (1999).&lt;/div&gt;&lt;div&gt;E, per me, Michelangelo Rampulla da Patti, sarà per sempre la migliore ruota di scorta che una squadra possa mai avere, o, per rimanere nel linguaggio calcistico, uno dei migliori “dodicesimi” nella storia della Juventus.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/1261941908557114498/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/1261941908557114498' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1261941908557114498'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1261941908557114498'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/michelangelo-rampulla.html' title='Michelangelo RAMPULLA'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEi9c-rVuUj72Y5v9NkU4REASfR3Xa7ts9YYJQJoaZ-KH_nbQEhqPudy9NTPryJfTLKMH7sXTHTZGpDvPCMF9JTKkSXfQisczq13IrFIMnC7BwUqMsPp9zEfMvOT6700KMzt_wI_ytu5lFg/s72-w435-h289-c/rampulla.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-3925951846061469524</id><published>2026-08-09T06:00:00.000+02:00</published><updated>2026-08-09T07:59:39.972+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Filippo INZAGHI</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiAQPhhtNog5MiaqS3kh-D_fGZWQhCzmOtGnH_mmkATYByKlq9-JzDxipzj22O0B-dhn9BeBeYTZ7MndAIP08857dfSR7oxl1aG075UUah7e-SP6UZEGILUxMgYFddYhEa82BHmT5e9pJH82PvcsN_7BBS5eVNJYhTF4wlBOVl9Ax3tlW7140gwH4lM67Q/s667/inzaghi%20(2).jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;540&quot; data-original-width=&quot;667&quot; height=&quot;316&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiAQPhhtNog5MiaqS3kh-D_fGZWQhCzmOtGnH_mmkATYByKlq9-JzDxipzj22O0B-dhn9BeBeYTZ7MndAIP08857dfSR7oxl1aG075UUah7e-SP6UZEGILUxMgYFddYhEa82BHmT5e9pJH82PvcsN_7BBS5eVNJYhTF4wlBOVl9Ax3tlW7140gwH4lM67Q/w390-h316/inzaghi%20(2).jpg&quot; width=&quot;390&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Il più forte giocatore scarso di tutti i tempi. Potrebbe essere questo l’identikit di Filippo Inzaghi, detto Pippo. Scarso tecnicamente, goffo nei dribbling, costantemente a testa bassa, egoista come pochi. Eppure, riesce a sopperire alle mancanze grazie a un istinto e a un fiuto del gol da autentico killer. Nessuno come lui sa giocare sul filo del fuorigioco, nessun avversario può dormire sonni tranquilli, perché Pippo è letale come un cobra, basta un istante di distrazione e la palla è in rete. «Non è Inzaghi a essere innamorato del gol, è il gol a essere innamorato di Inzaghi», sentenzia Emiliano Mondonico.&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;STEFANO SALANDIN, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 1997&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Si potrebbe persino pensare che si tratti di un predestinato: arriva da una terra che ha il cuore bianconero: l’Emilia; da una citta la cui squadra è gemellata con la Juve: Piacenza; da una stagione che lo ha consacrato re dei bomber con 24 gol, uno dei quali segnato anche a Peruzzi e proprio nella partita che ha dato lo scudetto numero 24 alla Signora. Insomma, a saperla leggere, c’era molto nella vicenda calcistica di Filippo “Pippo” Inzaghi che aveva il profumo di Juventus. Adesso quel vago sentore è diventato realtà bella e concreta, adesso che gli strateghi del mercato bianconero lo hanno strappato alla concorrenza internazionale (Atletico Madrid) e italiana (il Parma, ancora loro) spendendo 20 miliardi e facendogli firmare un contratto di 5 anni. E chissà che numero sceglierà Inzaghi per la sua nuova maglia bianconera? Chiederà ancora il 9, come quello che aveva quest’anno a Bergamo, nella sua stagione più bella, oppure punterà sul 24: i gol che ha segnato, lo scudetto della Signora, gli anni che compirà giusto il 9 di agosto: che sia il suo numero fortunato? Dettagli: non è il tipo, Inzaghi, che fa troppo affidamento sulla sorte: «Nessuno mi ha mai regalato nulla – spiega a chi gli chiede se non tema la concorrenza degli altri bianconeri – mi sono sempre guadagnato tutto sul campo, con il lavoro».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Una filosofia di vita semplice, efficace, sana, che ha respirato sin da bambino, da quando mamma Marina lo portava sul campetto dell’oratorio di San Niccolò, il piccolo centro alle porte di Piacenza dove è nato e dove ancora vive la sua famiglia. Volevano che facesse il portiere e lui ha ubbidito, per un po’, come educazione e buona creanza impongono, ma poi, diamine, all’istinto non si può fare violenza per sempre e lui ha cominciato a giocare in attacco e a segnare valanghe di gol. Qualche volta, nel San Niccolò, ha fatto coppia col fratello Simone, tre anni più giovane: si somigliano come due gocce d’acqua e si vogliono un bene dell’anima, altro che fratelli-coltelli. A Bergamo dividono anche la casa perché Simone, quest’anno, giocava nel Lumezzane dove ha vinto il campionato di Cl, un bis dopo quello dell’anno scorso con il Novara. Il fratellino Simone, papà Giancarlo e mamma Marina: ecco il vero segreto di Pippo Inzaghi, il mondo piccolo e semplice che gli dà rifugio nei momenti bui e che lo riporta alla realtà quotidiana in quelli felici, che potrebbero rischiare di diventare persino troppo esaltanti.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Perché può persino succedere di perderti se vinci due campionati d’Europa con l’Under 21, se il Parma ti fa esordire in serie A e in Coppa Coppe e poi tutto crolla per una botta al piede, se Maldini ti chiama in Nazionale e, mentre sei lì, a 24 anni, che aspetti di sfidare il Brasile, ti dicono che ti ha comprato la Juve per 20 miliardi. E invece tutto diventa più gestibile se qualcuno ha pensato a insegnarti il senso della misura e se è ancora lì a ricordartelo come quando ti ricordava che quel benedetto diploma da ragioniere bisognava proprio prenderlo e ad ascoltarti. Gli atteggiamenti di Inzaghi, del resto, sono un’efficace miscela di educata umiltà (nella stagione più bella per lui, ad esempio, non dimentica di esaltare Lentini: «Un fenomeno, avessi io la sua tecnica») e di consapevole sicurezza; «Lippi fa in turnover? Penso di presentarmi con buone credenziali».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Quelle dei gol, ma non solo: a Piacenza lo chiamavano “Peter Pan” per quella sua aria da eterno bambino che fa impazzire le ragazzine (non è fidanzato e riceve decine di lettere al giorno dalle ammiratrici); a Bergamo è diventato SuperPippo, qualcuno dice che ricorda Paolo Rossi, Cesare Maldini è convinto che sia il giocatore più promettente del calcio italiano. Insomma, sulla scommessa della Juve sono in molti pronti a puntare. Il primo, però, è proprio Inzaghi, che vorrebbe imitare la carriera di un altro bomber che, come lui, e partito da Leffe ed è passato da Piacenza: Beppe Signori: «Diventare la bandiera di una squadra – confessa Pippo – sapere che i ragazzini si identificano in te: sì, questo mi piacerebbe proprio».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Cinque anni di contratto sono un tempo sufficiente per riuscirci, per diventare uno degli idoli di questa Juventus decisa a restare in cima al calcio mondiale e che, per farlo, ha puntato sui “ragazzi italiani”. Si ambienterà presto, a Torino, Pippo Inzaghi: a due ore di autostrada dalla sua Piacenza e dai tiramisù della mamma, dalle colline verdi e ancora selvagge della Valtrebbia dove lui va a pescare, dal mare della Costa Azzurra dove ha comprato casa per ricaricare le pile al sole tiepido dell’inverno. Quando ha detto alla mamma che l’aveva comprato la Juve, lei ha tirato fuori dal cassetto una vecchia foto in cui lui, bambino che tifava Inter, stava tutto impettito in un completo della Juve (difficile, a Piacenza, che i bambini non ce l’abbiano). Quasi un sogno, ma adesso Peter Pan è diventato grande ed è volato in cima al mondo, alla Juve: ora sì che sogno e realtà sono la stessa cosa.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La Juventus di Lippi decide di privarsi di un giovane molto promettente e atleticamente esplosivo come Christian Vieri per puntare su Superpippo. La decisione è presa unicamente per motivi di bilancio. Luciano Moggi spiega che la Juventus cede Vieri all’Atletico Madrid, «perché la società spagnola si è presentata nella sede di Piazza Crimea con una valigia piena di quattrini e che, nello stesso tempo, ingaggiamo il capocannoniere del campionato italiano, approfittando del fatto che l’Atalanta si accontentata di una valigia più piccola».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La sua prima stagione in bianconero inizia tra lo scetticismo generale: si dice che lui e Del Piero formino una coppia di attacco troppo leggera. «La Juve è una macchina perfetta – dichiara – lo sapevo, altrimenti non l’avrei scelta. Se ho cominciato segnando, proprio come avevo smesso, il merito è soprattutto dei compagni. Nella Juve l’individualismo non esiste. Per questo non penso al titolo di capocannoniere, né al numero dei gol che potrò realizzare. Io e Del Piero non andiamo d’accordo? Siamo sereni, non c’è il minimo problema, è solo una questione di forma. Penso che la nostra scommessa sarà vincente: un attacco veloce, tecnico, agile. Non conta come si segna, ma quanto. Qui pare che nessuno abbia mai vinto nulla. È incredibile come i vecchi riescano a contagiare i nuovi. Tra tutti i rischi possibili, l’appagamento non lo vedo».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;I due rispondono con i fatti: Inzaghi segna 18 gol in campionato e 6 in Champions League, Del Piero fa ancora meglio di lui, con 32 realizzazioni. La Juventus vince la Supercoppa italiana (3-0 al Vicenza, con una sua doppietta alla prima gara ufficiale in bianconero) e lo scudetto (grazie a una sua tripletta nella decisiva partita contro il Bologna), al termine di un appassionante duello con l’Inter. In Coppa dei Campioni, invece, dopo un cammino entusiasmante, la Juventus perde la finale ad Amsterdam contro il Real Madrid (0-1, rete decisiva di Mijatović, in netto fuorigioco). Superpippo segna a raffica: contro il Feyenoord, il Manchester United, in casa contro la Dinamo Kiev e una tripletta in Ucraina, sempre contro la compagine di Andrij Sevchenko. Adalberto Bortolotti, sulle pagine del “Guerin Sportivo”, annuncia che questo Inzaghi appartiene al filone dei Paolo Rossi, magari con maggior potenza di tiro.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Il 1998-99 è piuttosto negativo: Del Piero si fa male a Udine e perde tutta la stagione. Lippi si dimette a febbraio e lo sostituisce Ancelotti. Inzaghi non fa, comunque, mancare il suo apporto di gol, ma i risultati sono deludenti. In Coppa Campioni, la Juventus è eliminata in semifinale dal Manchester United, nonostante la doppietta di Pippo nei minuti iniziali della partita. Nella massima competizione europea, Inzaghi realizza 6 gol, di cui uno meraviglioso, con una spettacolare rovesciata, contro i turchi del Galatasaray. In campionato, le cose vanno ancora peggio. La squadra bianconera finisce fuori dalla zona Champions League e perde la possibilità di accedere alla Coppa Uefa, perdendo lo spareggio con l’Udinese. Comunque sia, le realizzazioni del cecchino bianconero sono 19 in 42 partite.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La stagione 1999-2000 si apre con la vittoria della Coppa Intertoto, anche grazie ai numerosi gol di Inzaghi (7 in 4 partite). La Juventus disputa un ottimo campionato, rimanendo in testa per quasi tutto il torneo, poi perso nella “piscina” di Perugia. Inzaghi segna 15 gol fino a marzo, poi si blocca dopo una doppietta al suo Piacenza. Il suo innato ed eccessivo egoismo comincia a creare qualche problema, soprattutto con Del Piero. Pinturicchio è ritornato dopo il grave infortunio e stenta a trovare la via della rete su azione, mentre è infallibile dagli undici metri. A Venezia la situazione precipita: la squadra bianconera è in vantaggio per 3-0, grazie al rigore di Ale e alla doppietta di Superpippo. Manca una manciata di secondi alla fine: Inzaghi è lanciato solo davanti al portiere. Alza la testa e vede Del Piero; sarebbe facile appoggiare al compagno e permettergli di segnare la prima rete su azione della stagione. Invece, Pippo salta il portiere e mette la palla in rete. Negli spogliatoi succede di tutto. Ale è furioso con il bomber piacentino, si racconta che i due vengano alle mani. Ci vorrà tutta la capacità dei dirigenti bianconeri (Moggi in primis) per ristabilire la calma. Dirà Pippo qualche mese dopo: «Di questa storia dei litigi non voglio parlare mai più». Risponde Ale: «Chi ci conosce, sa qual è la verità».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Qualcosa si è rotto. La società juventina acquista David Trézéguet, giovane bomber francese, e Inzaghi comincia a capire che il suo tempo a Torino sta per finire. La Juventus comincia la stagione malissimo. Eliminata al primo turno di Coppa dei Campioni (anche grazie alle espulsioni di Davids e Zidane e alle “papere” di Van der Sar), nonostante le 5 realizzazioni di Superpippo (di cui 3 ad Amburgo). La Juve esce anche dalla Coppa Italia, per mano del Brescia di Darione Hübner. In campionato, la squadra bianconera segue a distanza la Roma, non riuscendo quasi mai ad avvicinarla. Pippo segna 11 gol, ma fallisce un rigore contro il Lecce, spegnendo quasi definitivamente le speranze di aggancio della compagine giallorossa. Dopo il pareggio per 2-2 contro la stessa Roma, Inzaghi vede il campo sempre più raramente. La società ha deciso di puntare su Trézéguet e Pippo deve accontentarsi di guardare le partite dalla panchina. Il suo bottino finale è di 16 reti in 34 partite.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Durante l’estate del 2001 l’alleanza politico-economica-calcistica fra Gianni Agnelli e Silvio Berlusconi porta Inzaghi al Milan, in cambio del via libera per Thuram. Il vecchio Diavolo che, per rifondare la squadra si è affidato al profeta Terim, punta decisamente sul ritorno al gol dell’ex bianconero. A fornirgli le munizioni ci penserà il portoghese Rui Costa. Quando ritrova Ancelotti, rinasce il vecchio feeling e saranno scudetti e Coppe Campioni.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/3925951846061469524/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/3925951846061469524' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3925951846061469524'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3925951846061469524'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/08/filippo-inzaghi.html' title='Filippo INZAGHI'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiAQPhhtNog5MiaqS3kh-D_fGZWQhCzmOtGnH_mmkATYByKlq9-JzDxipzj22O0B-dhn9BeBeYTZ7MndAIP08857dfSR7oxl1aG075UUah7e-SP6UZEGILUxMgYFddYhEa82BHmT5e9pJH82PvcsN_7BBS5eVNJYhTF4wlBOVl9Ax3tlW7140gwH4lM67Q/s72-w390-h316-c/inzaghi%20(2).jpg" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-8017748289456502956</id><published>2026-08-08T06:00:00.000+02:00</published><updated>2026-08-08T08:34:15.960+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Lamberto LEONARDI</title><content type='html'>&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEh9STsEViufAMFPnE328i0WAJHys9BrSwxgz-39n9rtZOGvSmHiMlxMSInAdpISgOPZJvNgHBGzr7fmXuh0OuubnooFPn23GDiF1kIwaqzI3nnczbSEHymq3J1m8SP1qF3aeif0tLZzGCg/s440/salvadore%252C+leonardi%252C+haller%252C+anastasi.JPG&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;332&quot; data-original-width=&quot;440&quot; height=&quot;333&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEh9STsEViufAMFPnE328i0WAJHys9BrSwxgz-39n9rtZOGvSmHiMlxMSInAdpISgOPZJvNgHBGzr7fmXuh0OuubnooFPn23GDiF1kIwaqzI3nnczbSEHymq3J1m8SP1qF3aeif0tLZzGCg/w443-h333/salvadore%252C+leonardi%252C+haller%252C+anastasi.JPG&quot; width=&quot;443&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: justify;&quot;&gt;«È veramente una grandissima soddisfazione poter giocare in una squadra come la Juventus, amata in tutta Italia e con delle magnifiche tradizioni – racconta al suo arrivo a Torino – sono certo che mi affiaterò presto con i miei compagni e i dirigenti non dovranno rimpiangere la fiducia concessami. La Juventus, oltre che un grosso traguardo, rappresenta anche una piccola rivincita personale verso la Roma che, cedendomi al Varese, mi aveva certamente declassato».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;Alla Juve, Leonardi arriva trentunenne, da Varese – racconta Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” dell’agosto 1973 – in un anno in cui pure giungono nomi illustri a rinnovare la squadra pressoché in ogni reparto. Ma il suo arrivo non ò casuale: l’idea è quella di ricostruire il tandem che a Varese, due anni prima, aveva destato sensazione, Anastasi-Leonardi vale a dire. E si tratta di un’idea azzeccatissima.&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
Non appena conosciuta la notizia dell’acquisto di «Bebo», il picciotto non ha infatti potuto nascondere la propria felicità: «È un grosso giocatore, affiatatissimo con me sul terreno di gioco come nella vita privata; un vero amico, un ragazzo allegro e simpatico come tutti i romani, con il quale è impossibile non andare d’accordo; sono lietissimo di ritrovarmelo vicino; ritengo che insieme potremo fare grandi cose».&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
Anche un suo ex avversario, ora collega, Leoncini, ne parla in termini entusiastici: «Leonardi è una brutta gatta da pelare per un difensore; scatta da fermo come se fosse catapultato da una spingarda, ed ha una velocità progressiva impressionante; inoltre per completare... l’opera, dispone di un tiro a rete fortissimo e preciso. Tutte le volte che gli ho giocato contro mi ha sempre fatto penare, tanto è vero che quasi mai, nel corso della partita, mi sono potuto spingere all’attacco com’è mio costume; era troppa la paura di non potere più recuperare su quel diavolo scatenato...».&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
La squadra, dopo una partenza piuttosto infelice, si assesta in ogni reparto, e comincia a risalire la china. Leonardi, piano piano, conquista il pubblico torinese, che usa per lui lo stesso nome abbreviato di Leoncini, «Leo».&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
Come gioca questa squadra, che Rabitti ha appena ereditato e subito immesso in acque più tranquille? In un modo semplicissimo, essenziale, moderno e antico al tempo stesso. Si capisce che c’entra in questo Leonardi da Roma, ala pura tra le ultime in circolazione: era da tempo che la Juve non aveva più un uomo simile, capace di sfruttare al massimo le fasce laterali e di far spiovere al centro palloni dorati per la delizia dell’attaccante appostato, Anastasi il più delle volte.&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
L’intesa tra i due è pressoché perfetta, e più di una partita viene risolta in virtù dell’abilità del tandem avanzato juventino. Prendi Juventus-Fiorentina, 30 novembre ‘69: contro i viola campioni uscenti, i bianconeri danno per la prima volta nella stagione una dimostrazione di grande efficienza tattica. La chiave di volta della partita è proprio Leonardi, inafferrabile e determinato nel dosare i lanci, una spina nel fianco della difesa viola. La Juve vince due a zero, non segna lui ma fa segnare Pietruzzo nostro, è proprio lo stesso...&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
Ma Leonardi ha un altro grosso pregio tecnico da far fruttare al servizio della squadra: il tiro estremamente violento e preciso. Le occasioni per mettere in mostra le sue capacità in tal senso arrivano presto: in casa bianconera, i rigori continuano a rappresentare una vera spina nel fianco, nel senso che non si riesce a trovare uno «specialista» che garantisca il buon esito dell’esecuzione. E a un certo punto Rabitti decide che dovrà essere Leo a tentare: accade il 21 dicembre, in uno Juve-Lazio che promette rilancio al vertice per la Juve già reduce da tre vittorie consecutive. I bianconeri, che conducono col minimo scarto grazie ad un gol realizzato in mischia da Salvadore, usufruiscono di un rigore al quarto d’ora della ripresa. Tocca a Leo, contro il quale è il portiere laziale Sulfaro. Rincorsa piuttosto lunga e... niente tiro: già, perché nel frattempo l’estremo difensore è finito a mezza strada tra la linea di porta e il dischetto. Tutto da rifare, il momento può essere importante, e la tensione in campo e fuori è notevole. Ma Leonardi ha nervi d’acciaio, e, col portiere al suo posto tra i pali, scaraventa il pallone in rete con memorabile legnata.&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
A distanza di due domeniche dal fatto, Leo fa ancora di più: risolve su punizione dal limite la partita casalinga col Bari, fattasi difficilissima a causa del terreno innevato e perciò ammazza gioco. Intanto, il suo gioco continua a essere di estrema efficacia e importanza nell’economia della manovra bianconera: a Bologna, contro i rossoblù scatenati alla ricerca del successo di prestigio, Leo disputa una grande prova, alleggerendo con i suoi spunti in velocità la costante pressione dei padroni di casa. E nel derby di ritorno la sua prestazione è addirittura memorabile, così come sono senza dubbio da ricordare quasi tutte le sue prove del finale di stagione.&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
8 febbraio 1970, è giorno di gran derby: all’andata han prevalso i granata su una Juve perfino autolesionista nel dosare le marcature, ma adesso molte cose sono cambiate, e nei bianconeri secondi a un passo dal Cagliari è grande la voglia di vincere e convincere. Leonardi gioca qui forse la sua migliore partita in bianconero: una prestazione esemplare sul piano della manovra condita da un gol tanto bello quanto decisivo. Sull’uno a zero per la Juve, con i granata proiettati all’attacco in cerca del gol del pareggio, un difensore bianconero vince un contrasto e appoggia a Leonardi, che si trova appena oltre la propria metacampo. Leo compie uno stupendo slalom in progressione ai danni di tre difensori granata, e, giunto in prossimità del vertice destro dell’area torinese, pur sbilanciato da un contrasto, beffa il portiere in uscita disperata con un pallonetto smorzato che si infila nell’angolino opposto. Esecuzione magistrale, una vera «pennellata» che esalta la platea del Comunale.&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
«Sulla rimessa del nostro portiere, ho anticipato Fossati e sono giunto fin sul limite dell’area. Avevo di fronte un paio di avversari, ho fatto la finta di scartare sulla sinistra e invece mi sono incuneato sulla destra. Poi ho sparato e la palla è entrata».&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
Rincara la dose Renato Molino su “La Gazzetta dello Sport”: «Dimostrazione vivente su cosa sia il contropiede. Mezzo campo di corsa e tiro in diagonale. Poi una botta di Agroppi gli ha tolto una marcia e ha dovuto cedere il posto a Zigoni. Ha lasciato il campo tra gli applausi».&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
Naturalmente, ci sono nell’arco del torneo momenti meno esaltanti per questa ala di grandi risorse atletiche che sa pure risolvere situazioni in area di rigore, con la sua considerevole potenza di tiro.&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
Vedi il caso di Juve-Napoli zero a zero, rigore calciato sull’incrocio dei pali e punto importantissimo regalato agli azzurri di Zoff. O ancora la prova opaca di Firenze, con relativa sconfitta che estromette in pratica i bianconeri dalla lotta per il titolo.&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
Il 29 marzo, comunque, è nuovamente festa per Leonardi: il Milan, che si illude forse di avere a che fare con una Juve ridimensionata dalla sconfitta subita dai viola e perciò dimessa, becca subito due magnifiche reti da uno scatenato Anastasi, e dopo una manciata di minuti arriva il definitivo suggello alla vittoria. Haller filtra tra due difensori e scodella al centro un pallone millimetrico che Leonardi sbatte dentro al volo, agganciandolo di collo destro. Finisce tre a zero la partita, e finisce anche il campionato, che per la prima volta nella sua storia è sfuggito alle squadre del continente per prendere la strada della Sardegna.&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
Leonardi detto Leo si è praticamente congedato dal pubblico juventino con la prodezza della gara col Milan: ventotto presenze, cinque gol, sono il bilancio della sua stagione. Un bilancio più che lusinghiero; c’è soltanto il rammarico che un giocatore del genere non sia arrivato prima in bianconero. Avrà la conferma per l’anno dopo? No; i piani di rinnovamento della squadra sono estremamente chiari, occorre programmare a distanza, e per questo occorre votarsi ai giovani. Leonardi è una soluzione positiva, ma elude il problema. Chi lo sostituirà nell’ormai atipico ruolo di ala «vecchia maniera»? Nessuno, chiaramente. Si torna a giocare secondo quanto comanda il moderno verbo calcistico, che parla di «punte» tuttofare, e non di «ala» o «centrattacco».&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
Per questo, oltre che per il poco tempo trascorso da allora, Leonardi si ricorda bene, senza timore di confonderlo con qualche altro «juventino di passaggio»: parlare di lui «ala pura» è un po’ come fare un tuffo nel passato.&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/8017748289456502956/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/8017748289456502956' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8017748289456502956'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8017748289456502956'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/lamberto-leonardi.html' title='Lamberto LEONARDI'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEh9STsEViufAMFPnE328i0WAJHys9BrSwxgz-39n9rtZOGvSmHiMlxMSInAdpISgOPZJvNgHBGzr7fmXuh0OuubnooFPn23GDiF1kIwaqzI3nnczbSEHymq3J1m8SP1qF3aeif0tLZzGCg/s72-w443-h333-c/salvadore%252C+leonardi%252C+haller%252C+anastasi.JPG" height="72" width="72"/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-7682666316163781565</id><published>2026-08-07T06:00:00.000+02:00</published><updated>2026-08-07T07:51:56.530+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Roberto TAVOLA</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEh4DlPcISHLFMvbog7HRST9fWTDcAUkdsVuwB_2EAKNSRF6EILwBKQl5QaoGThvql57EboDE6qY3_rTIC0HuLQv42bR6ALNuN_2jNLbQIRCw0x3L9zS7cxZxpKPDz8zRtvKQD1n_KOAnth5fw75mGVGOcCWDbP09lfxvzsFxztMZ1GPzWJsRWcPJTyQLkM/s787/tavola.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;787&quot; data-original-width=&quot;566&quot; height=&quot;369&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEh4DlPcISHLFMvbog7HRST9fWTDcAUkdsVuwB_2EAKNSRF6EILwBKQl5QaoGThvql57EboDE6qY3_rTIC0HuLQv42bR6ALNuN_2jNLbQIRCw0x3L9zS7cxZxpKPDz8zRtvKQD1n_KOAnth5fw75mGVGOcCWDbP09lfxvzsFxztMZ1GPzWJsRWcPJTyQLkM/w265-h369/tavola.jpg&quot; width=&quot;265&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;div&gt;Un gol davvero indimenticabile, da favola – scrive Maurizio Tarnavasio su “Juventus Story” del giugno 2000 – un gesto atletico di rara bellezza che rimarrà per sempre negli annali della storia del calcio, anche se il nome del suo autore forse è già stato frettolosamente dimenticato. Sveliamo subito l’arcano. È il 28 settembre 1983 e la Juve è di scena a Danzica contro i polacchi del Lechia. Sul 2-0 a favore dei bianconeri, Trapattoni manda in campo il cavallo di ritorno Roberto Tavola, per la terza volta a Torino dopo la positiva esperienza con la Lazio. «Dopo dieci minuti provoco un calcio di rigore e me ne dispero; pochi istanti più tardi mi spingo in avanti e, su un cross di un compagno, colpisco al volo di sinistro da fuori area in maniera impeccabile. Ne scaturisce un missile imparabile che lascia di stucco il portiere avversario».&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Il giorno dopo la rete di Tavola è premiata con l’Eurogol, prestigioso riconoscimento che allora era attribuito alla più spettacolare marcatura realizzata nel mercoledì europeo. «Una soddisfazione enorme e indimenticabile per chi, come il sottoscritto, ha certamente raccolto meno del dovuto».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Come dar torto al quarantaduenne centrocampista comasco di scuola atalantina che, nonostante le 12 presenze con la Nazionale Under 21, si è eclissato troppo presto dal calcio che conta lasciando di sé soltanto un tiepido ricordo? «Sono nato come mediano ma, una volta approdato alla Juve, il Trap mi impostò come terzino sinistro in quanto, pur credendo nelle mie qualità, si era accorto che il centrocampo bianconero era prerogativa di troppi campioni; ed io ero un giocatore di quantità che si manteneva sempre su un discreto standard di rendimento, anche se usavo il destro giusto per correre. Pur non essendo grintoso e neppure cattivo, cercavo di non mollare mai l’avversario di turno. Il più grande difetto? Nella vita, come nel calcio, sono sempre stato incapace di mordere: quando, a soli 22 anni, arrivai a Torino con ottime prospettive, non mi resi conto di essere in grado di confrontarmi con i vari Cabrini, Gentile, Tardelli, Cuccureddu, Causio e Bettega. Avrei dovuto essere più sfacciato. Invece mi rassegnai, non so perché, alla parte del rincalzo. Il carattere non è mai stato il mio punto di forza».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nelle prime tre partite del campionato 1979-80 a Tavola fu assegnata addirittura quella maglia numero 10 che in precedenza era stata di Capello e Benetti. E Roberto non sfigurò. Poi, dopo un po’ di panchina. «A un certo punto iniziai senza motivo a farmela sotto; quindi andai militare, e questa concomitanza contribuì a rendermi ancora più insicuro. Quando finalmente ripresi fiducia nei miei mezzi, mi spaccai un menisco: quello che doveva essere per me l’anno della consacrazione si rivelò invece un mezzo fiasco».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dopo una stagione in A con il Cagliari, Tavola è richiamato una seconda volta alla Juve. «Ero in prestito, per cui mi toccava ubbidire. Il fatto è che ogni volta che tornavo, prendevo sempre meno soldi. Per motivi vari, sia nel 1981-82 sia nel 1983-84 ho giocato davvero poco, ma ho imparato moltissimo. Anche se ero sempre di cattivo umore, perché le cose non andavano come volevo io. Però, grazie al cielo, qualche soldo l’ho guadagnato».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Anche se, inutile negarlo, le cifre che giravano nel mondo del calcio una quindicina di anni fa non erano nemmeno lontanamente paragonabili a quelle attuali. «Nel corso della carriera mi sono preso qualche piccola soddisfazione; ma il calcio che ora pratico per puro diletto mi appassiona più di un tempo. Di certo però i 13 anni di professionismo non mi hanno reso ricco: allora guadagnavo circa il triplo di un impiegato di buon livello, mentre ora i miei colleghi incassano come ridere cifre anche di 50 volte superiori. Tra l’altro all’epoca, salvo casi rarissimi, andavano di moda i contratti annuali, per cui chi non rendeva come richiesto dalla società fanno successivo era costretto a cambiar aria senza aver possibilità di scelta. Poi devo anche ammettere che mi è sempre piaciuto vivere bene, e non ho mai avuto la mentalità della formica».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dopo aver gestito per otto anni una boutique in pieno centro, Tavola, che si è ormai definitivamente stabilito a Torino («Anche se ogni volta che mi trovo a venti chilometri dalle mie montagne e dal Lago di Como mi viene la pelle d’oca», confessa) continua in qualche modo a interessarsi di abbigliamento. Ma il suo anelito è quello di rientrare nel calcio dalla porta principale. «Ho il patentino da allenatore di terza categoria, e presto dovrei iscrivermi a quello di seconda. Per ora ho guidato al massimo squadre di Promozione, e questa esperienza mi ha arricchito non poco; certo, non è facile insegnare la tecnica ha chi ha più di vent’anni e un difficile rapporto con i fondamentali, però a livello tattico si può lavorare con soddisfazione. Così mi diverto a far finta di essere un trainer vero: le mie squadre si allenano almeno tre volte alla settimana e praticano il 3-4-3 con buoni risultati. Dove vorrei arrivare? Almeno in C2 o nel campionato nazionale Dilettanti, anche se so che non sarà facile. È troppo tempo che sono fuori dal giro; e poi, salvo rare eccezioni, non ho mai coltivato rapporti con gente del mio ambiente».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;E, infatti, pur frequentando ancora, quando gli è possibile, gli stadi, gioca a calcio con chi gli capita. Meglio se si tratta di amici privi di un passato come il suo. «A differenza di altri non mi sono ancora dato al calcetto, finché il fisico mi sorregge. Poi continuo a essere tifoso della Juve, e la seguo con continuità in Coppa e negli allenamenti: purtroppo la domenica mi è impossibile andare allo stadio, perché sono impegnato con i miei ragazzi. Gli amici? Pochi ma buoni, anche se sono davvero poche le occasioni per incontrare i vari Prandelli, Marocchino e Fanna, mentre è molto più facile coltivare rapporti con illustri sconosciuti che però sanno darmi moltissimo».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;A trent’anni Roberto Tavola era già un ex. Dopo l’ultima parentesi in bianconero per lui si aprirono prima le porte della Terza Serie (Avellino, Reggina, Spal, Catanzaro, Ischia) e poi l’Interregionale in quel di Asti. Un curioso cammino professionale, il suo. «Scesi in C pur di giocare ma Angelillo, l’allenatore degli irpini, mi spedì sin da subito in panchina. Fu una grossa delusione, dalla quale non mi ripresi più. Il carattere mi aveva fregato ancora una volta. A quel punto mi resi conto che sarebbe stato assai difficile risalire e, dopo qualche stagione al Sud, decisi che pur di tornare a Torino avrei smesso di giocare. E così è stato. Se ho rimpianti? Non troppi. Anzi, mi considero un ragazzo fortunato, in quanto ho esercitato per anni una professione bellissima che mi ha portato a vivere a fianco di allenatori e compagni che mi hanno aiutato a crescere anche dal punto di vista umano. Certo, ero proprio un orso: una volta, quando avevo già più di vent’anni, mi chiesero un autografo. Ed io, nel prendere in mano la penna, iniziai a sudare come un pazzo. Mi sembrava impossibile un tale attestato di stima».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Roberto Tavola canta fuori dal coro ancora adesso. Un fatto piuttosto strano nel mondo dei giocatori, quasi sempre totalmente omologati al sistema anche nel dopo calcio.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;MARIO TENERANI, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 3-9 FEBBRAIO 2009&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Istruzioni per l’uso: prendete una figurina degli anni Settanta/Ottanta, togliete la polvere con un movimento secco dell’indice e il gioco sarà fatto. Ritroverete un volto, dietro quegli occhi spunterà un’anima. Basta cercarla. Noi l’abbiamo trovata, in una Torino da fiaba, bianca di neve, con un silenzio rassicurante in sottofondo. A passeggio, sotto i fiocchi, con Roberto Tavola nel cuore del Parco del Valentino. «Siete proprio sicuri di voler intervistare me? Allora qualcuno si è ricordato che esisto». Non c’è astio nel tono, la sorpresa è autentica. Un uomo senza rancori, dalla serenità contagiosa, per niente scalfita da una vita di salite durissime da scalare, dopo la lieve gioventù spesa al fianco di Platini, Rossi e Tardelli, in una Juve stellare e trapattoniana. Guadagni evaporati, investimenti sbagliati, ora però di nuovo in linea di galleggiamento, più forte di prima. Le luci si sono spente a 31 anni, a Ischia. Carriera magra, pensando alle premesse: Tavola erede di Benetti e Furino. Solo 91 presenze in A con 8 gol (2 e uno in Coppa delle Coppe con la Juventus), poi frammenti di B e C.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Tavola è cresciuto nell’Atalanta ed è arrivato a Torino da Bergamo con Prandelli («Uno dei rari amici che ho ancora in questo ambiente, allenatore straordinario»), Bodini e Marocchino. Parentesi più o meno brevi con Lazio e Cagliari. «Mi è mancato il carattere» continua Tavola. «Non ho capito che la Juve era un lavoro, mentre io stavo in mezzo a quei campioni come in un film». Mediano in campo e nella vita, Lì si che ne ha avuto di temperamento, senza mai smarrire la rotta della dignità. Platini ora organizza i destini dell’Uefa, Tavola l’angolo dei giornali in alcuni supermercati torinesi. Tavola che divora libri e che si commuove a parlare di Platini. Che con pudore ed eccessiva timidezza si chiama fuori dal ricordo di scudetti e coppe («Vincevano loro, io li ammiravo dalla panchina»). E che ammette: «Avrei voluto di più, ma è colpa mia, di questo mio maledetto carattere. Non chiedo mai».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;A 51 anni, in fin dei conti, non è cambiato molto: una spruzzata di grigio sui capelli, stessa mascella da marines buono. Sogna un figlio da Paola, la donna che gli ha dato equilibrio dopo un matrimonio durato un mese («Ero troppo giovane») e alcune convivenze turbolente. Se potesse riscrivere la sua storia che farebbe? «Mi comporterei diversamente. E nella Juve ci resterei dieci anni invece di giocare solo 19 partite in 3 campionati».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Che le è mancato?&lt;/b&gt; «Il carattere. Arrivai da Bergamo nel 1979, avevo 22 ami. Mi pareva di vivere in un film e tutto era splendido. E per me poi, juventino da sempre, in modo particolare. Ero troppo timido e poco determinato».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Un esempio?&lt;/b&gt; «Andavo in sede per il contratto pensando di spaccare il mondo e una volta seduto cominciavo a sudare. Boniperti, che aveva un carisma fuori dal comune, mi chiedeva: “A casa tutto bene? I tuoi come stanno? Hai bisogno di qualcosa?”. E intanto mi faceva filmare senza neppure discutere la cifra. Il mese dopo, con il primo bonifico, capivo quanto avrei percepito. Ma alla Juve funzionava così».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;È vero che guadagnavate più con i premi che con l’ingaggio?&lt;/b&gt; «È vero, ma non per me. Il premio partita lo riscuotevano solo coloro che entravano in campo, anche per un solo minuto. All’epoca subentravano al massimo in due. Io era un mediano e se usciva Tardelli entrava il mio amico Cesare Prandelli. Eravamo come fratelli. Cesare, talvolta, sapendo che non avrei preso una lira diceva al Trap “Mister, stavolta faccia entrare Roberto”. Comunque non mi lamento: il mio stipendio era ottimo, certo non paragonabile a quelli attuali».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Poi che è successo?&lt;/b&gt; «Decisi di smettere presto anche perché ormai più della C non si andava avanti. Stavo con una ragazza che mi convinse ad aprire alcuni negozi di abbigliamento. Un disastro. Fallimento, risparmi prosciugati, una casa in Sardegna venduta. Insomma, mi ritrovai veramente con il sedere per terra e naturalmente la ragazza si dileguò».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Fu aiutato?&lt;/b&gt; «Non chiesi niente a nessuno. E pensare che in quel periodo c’era Furino nel settore giovanile della Juve, ma non ho bussato neppure alla sua porta. In molti pensavano che, in fin dei conti, non stessi così male, mentre quelli che sapevano, quasi infierirono. Un’altra lezione di vita... Per fortuna spuntò Gianni, un amico fuori dal calcio».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Che cosa fece?&lt;/b&gt; «Eravamo nei primi anni Novanta e mi disse che a Torino stavano aprendo alcuni supermercati e che cercavano una persona che curasse l’angolo dei giornali e dei libri. Accettai di corsa; amo troppo lavorare».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Uno scatto da mediano.&lt;/b&gt; «Stando a casa, mi sentirei umiliato. Ho trascorso 6-7 anni di grandi sacrifici economici, ma adesso sono in pari. Da allora mi sveglio tutti i giorni alle cinque e vado felice a fare il mio mestiere. Verso l’ora di pranzo ho finito. Pronto per ripartire».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Destinazione?&lt;/b&gt; «Carmagnola: seguo la Juniores e i bambini della scuola calcio. Allenare è la cosa più bella, la auguro a tutti. Ho avuto un privilegio: sudare al fianco di campioni incredibili. Questo patrimonio me lo ritrovo a distanza di 30 anni e cerco di trasmetterlo ai miei ragazzi. In più studio molto le metodologie di allenamento. Oggi è tutto diverso, è tutto più difficile».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Eppure non è passato un secolo.&lt;/b&gt; «Ma se ripenso ai nostri allenamenti... Torello, al Trap piaceva da matti, corsa sulla resistenza, poi partitella infinita. La parte tattica non era il piatto forte: ci basavamo su una grande grinta e le invenzioni degli “artisti”».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Più forti voi o i giocatori attuali?&lt;/b&gt; «Questi di oggi. Anche noi avevamo dei “mostri” come Platini, Rossi, Boniek e tanti altri, ma andavamo alla metà dei giri: ora la velocità di esecuzione è raddoppiata. Controllare la palla con questi ritmi è un’impresa. Il calcio del 2000 mi piace molto di più dal punto di vista tattico e anche atletico».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Preparazione decisiva?&lt;/b&gt; «La mia generazione è stata sfruttata poco: se avessimo lavorato così anche noi, avremmo potuto avere straordinari margini di miglioramento».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Cosa che le piace meno?&lt;/b&gt; «L’elemento economico. Il business è sicuramente determinante, ma visto da fuori ho la sensazione che la parte umana di questo sport si stia perdendo».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Come vivevate nella Juve di quel periodo?&lt;/b&gt; «Insieme, in campo e fuori. In via Roma, a Torino, era normale vedere a passeggio Rossi e Platini, magari con qualcuno di noi più giovane. Così come ritrovarsi ogni sera diversa a casa di qualcuno. Scherzavamo e ridevamo sempre. Io abitavo con Prandelli, in via Filadelfia, a cento metri dallo stadio. Un gruppo coeso con un motivatore formidabile come il Trap. E infatti durante la partita... Quei bravi ragazzi si trasformavano in una formazione tosta, dura. Belve affamate di vittorie. Eravamo veramente una squadra “cattiva”. Di rado ho visto giocatori così aggressivi. Un nome per tutti? Tardelli».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Qualche ricordo?&lt;/b&gt; «Tantissimi. Platini guardava a sinistra e scaricava il pallone a destra: immenso. Ma anche l’Avvocato Agnelli. Quando arrivava a trovarci, aveva una parola gentile per tutti. Quella società è stata una scuola di vita e anche certe imposizioni avevano una logica. Capelli corti e jeans vietati quando si doveva andare in sede: l’abbigliamento doveva essere consono al blasone della Juve. Le regole sono importanti».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Se chiude gli occhi?&lt;/b&gt; «Calcio d’angolo, palla che si impenna al limite dell’area, io che penso e adesso che faccio? Scelgo il sinistro al volo sul palo più lontano. Che gol! Passiamo il turno, andiamo agli ottavi di Coppa delle Coppe (28 settembre l983, Lechia Danzica- Juventus, 2-3, ndr)».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Mettendo insieme tutto, che sentimenti prova nei confronti della Juventus?&lt;/b&gt; «Le sono profondamente grato per quello che mi ha dato prima, mentre nutro indifferenza pensando a quello che magari avrebbe potuto darmi dopo».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Con chi è in contatto?&lt;/b&gt; «Con pochissimi ex. Tra questi ci sono sicuramente Cabrini, Fanna e Prandelli».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;E con Boniperti e il Trap?&lt;/b&gt; «Non ho più sentito nessuno dei due, anche se mi farebbe piacere andare da Boniperti. Sarebbe anche giusto. L’ultima volta che ho rivisto tutti è stato in occasione dei festeggiamenti del centenario della Juventus. E mi sono commosso. Mi viene la pelle d’oca ancora al pensiero. Platini e Boniek stavano parlando, mi sono avvicinato e loro mi hanno fatto una grande festa».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Se dovesse dare un consiglio ai calciatori più giovani, alla luce delle esperienze anche negative che ha vissuto, che direbbe loro?&lt;/b&gt; «Ragazzi state attenti perché quando si gioca a calcio ad alti livelli sembra di vivere in una favola, ma la realtà quotidiana è molto diversa. E prima o poi ti presenta il conto».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;La sua famiglia è rimasta in Lombardia?&lt;/b&gt; «Vivono ancora tutti a Pescate, vicino a Lecco».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;E per finire, qual è il suo prossimo sogno?&lt;/b&gt; «Io e Paola vogliamo assolutamente un figlio. Poi non ci mancherebbe niente. Siamo felici. E a lui un giorno racconterò che suo padre ha giocato con Platini».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/7682666316163781565/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/7682666316163781565' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/7682666316163781565'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/7682666316163781565'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/roberto-tavola.html' title='Roberto TAVOLA'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEh4DlPcISHLFMvbog7HRST9fWTDcAUkdsVuwB_2EAKNSRF6EILwBKQl5QaoGThvql57EboDE6qY3_rTIC0HuLQv42bR6ALNuN_2jNLbQIRCw0x3L9zS7cxZxpKPDz8zRtvKQD1n_KOAnth5fw75mGVGOcCWDbP09lfxvzsFxztMZ1GPzWJsRWcPJTyQLkM/s72-w265-h369-c/tavola.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-5327390779728557054</id><published>2026-08-06T07:00:00.000+02:00</published><updated>2026-08-06T07:55:26.606+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Mario ASTORRI</title><content type='html'>&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjiY3CHqloAmRHyWcqFTdGYB0d11rfSiOgLXanKI0uJ-LFbZYVmW6vAfsu_uBMZkwTzCT5ZUwS7qCgKBbab_4ZVgyfPWDUfSFFTi7RjrTXK8QunP8mC9KINTXJd2FskEyYuJwqWrFUWcwkesjHK4iW4eeBR49HOPl2Mbc_1fexDN2bGxb7k3TF-9VozKEA/s761/astorri%20gemini.png&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;761&quot; data-original-width=&quot;600&quot; height=&quot;371&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjiY3CHqloAmRHyWcqFTdGYB0d11rfSiOgLXanKI0uJ-LFbZYVmW6vAfsu_uBMZkwTzCT5ZUwS7qCgKBbab_4ZVgyfPWDUfSFFTi7RjrTXK8QunP8mC9KINTXJd2FskEyYuJwqWrFUWcwkesjHK4iW4eeBR49HOPl2Mbc_1fexDN2bGxb7k3TF-9VozKEA/w292-h371/astorri%20gemini.png&quot; width=&quot;292&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: justify;&quot;&gt;Negli anni dei Sentimenti, si fa valere anche un piacentino acquistato per avere una valida alternativa al giovanissimo Boniperti appena sbarcato dal Momo: si chiama Mario Astorri, è del 1920 e nella Spal, dove è cresciuto, ha segnato cataste di goal in tutti i modi possibili. Nel 1946-47 è molto più di un ripiego, anzi si rivela fior di cannoniere, in assoluto uno dei più prolifici della storia bianconera nel rapporto tra reti segnate e partite giocate: 17 goal fatti in 23 partite non sono bruscolini e si tratta in molti casi di reti pesantissime. Ma Boniperti cresce più in fretta del previsto e Astorri deve trovare fortuna altrove, all’Atalanta prima e al Napoli poi. Con qualche rimpianto.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Alquanto irsuto, di bruno pelo – racconta Caminiti – con bell’opportunismo, fu più redditizio del Piola juventino. Ma apparve Boniperti con la sua classe bionda e fu venduto all’Atalanta. Per il dispiacere di Zambelli che entrava nello spogliatoio e si deliziava a vederlo».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;ALBERTO FACCHINETTI, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL MAGGIO 2020&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La carriera di calciatore si è appena conclusa, quella di allenatore sembra non decollare. Nel 1957 l’ex centravanti della Juventus Mario Astorri decide di spostarsi in Danimarca a gestire il business delle “cartoline che cantano”. Presto l’appeal di questo particolare prodotto (un disco con le sembianze di una cartolina postale) va in crisi. Nel frattempo Mario a Copenaghen ha trovato l’amore e ‘divorziato dalla moglie in Italia. Deve reinventarsi una nuova vita, perché in tasca non gli è rimasto un soldo. Inizia ad allenare piccoli club danesi delle categorie inferiori, riuscendo a migliorare tutte le squadre che gli danno in mano. Sa caricare i suoi ragazzi, dando loro coraggio ed entusiasmo. Blinda la difesa e lascia spazio ai giocatori con più talento in attacco.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nel 1964 si trova sulla panchina di AB, una squadra che milita nella seconda divisione danese. La porta nella massima serie e nel 1967 vince il campionato nazionale. E la prima volta in assoluto che un italiano festeggia da allenatore uno scudetto all’estero. Tanti anni dopo vincere i campionati diventerà una consuetudine per i vari Trapattoni e Ancelotti, che oggi detengono il record (assieme a Tomislav Ivic, Ernst Happel, José Mourinho ed Eric Gerets) di quattro titoli nazionali in quattro diversi paesi. L’ultimo allenatore italiano in ordine di tempo a conquistare un campionato nazionale all’estero è stato Fabio Cannavaro, che lo scorso dicembre con Guangzhou è arrivato primo nella Super League cinese per club. Ma è stato Mario Astorri cinquantatré anni fa l’uomo che ha dato il via a questa lunga tradizione di allenatori italiani vincenti fuori casa.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Quando Mario arriva in Danimarca, trova un calcio che è ancora nel pieno della sua fase dilettantistica. Ai calciatori che firmano un contratto all’estero da professionisti è impedito di giocare in Nazionale. Soltanto nel maggio del 1971 gli “stranieri” iniziano a essere convocati nella selezione nazionale. Il primo torneo Pro in Danimarca è quello del 1978, in ritardo di anni rispetto agli altri Paesi dell’Europa occidentale.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Classe 1920, Astorri è stato un ottimo calciatore che ha toccato l’apice della sua carriera nell’immeditato dopoguerra. Nato in provincia di Piacenza, si è trasferito da bambino a Mestre con la famiglia. Qui ha esordito in prima squadra, segnando subito un gol e facendo intravedere la sua classe e il suo carattere. Poi un campionato nel Venezia in tempo di guerra e quindi a Schio, dove viene adocchiato dal presidente della Spal Paolo Mazza, uno dei migliori talent scout della storia del calcio italiano. Da Ferrara arriva nel 1946 alla Juventus. Esordisce con una doppietta e chiude il torneo con 17 gol in 23 partite, massimo realizzatore della squadra. Gioca da centravanti, in una formazione che ha in campo gente come Piola, Boniperti ed Ermes Muccinelli. È una bella Juve quella allenata da Renato Cesarini, arriva seconda dietro solo al Grande Torino. Ma è lo stesso Cé a cambiargli il ruolo. Non più al centro dell’attacco, ma laterale. Astorri pensa, per via di tutti i gol che ha realizzato, di essersi meritato la posizione centrale e preferisce così proseguire la carriera altrove. Continua a segnare prima con l’Atalanta e poi con il Napoli.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Stefan Astorri è uno dei due figli maschi avuti da Mario con la bella sposa danese. Oggi fa il medico in un ambulatorio nei pressi di Copenaghen, la sua città. Da lì è felice di parlare del padre, morto nella capitale danese nel 1989.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Non ho mai sentito uscire dalla bocca di mio papà – racconta – giudizi negativi su nessun allenatore. Neanche su Cesarini. La Juventus ha sempre avuto un posto speciale nel suo cuore».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Con i bianconeri i rapporti sono sempre rimasti ottimi. Karl Age Praest, due scudetti con la Juve negli anni 50, è stato un suo grandissimo amico.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Una volta alla settimana giocavano a tennis insieme ed era uno spasso vederli. Ridevano in continuazione».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ottimi amici gli erano rimasti anche a Mestre. Uno di questi si chiamava Attilio Pittarello, campione italiano dei 110 ostacoli nel 1942. Si erano conosciuti negli anni della Mestrina. I due di frequente si scrivevano cartoline oppure si telefonavano per ricordare i vecchi tempi in Veneto.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Mio padre – dice Stefan Astorri – si sentiva italiano al 110 percento e gli sarebbe tanto piaciuto ritornare a vivere nella nazione in cui era nato. Aveva avuto delle proposte dal Como e anche per allenare le giovanili della Juve, ma mia madre non voleva lasciare la Danimarca. Dell’Italia diceva sempre che era il Paese più bello al mondo, ma impossibile da capire. Leggendo i giornali italiani, intuisco che probabilmente è così anche ora».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dopo essere stato in odore di nazionale, il “Mago italiano” negli anni 70 si siede sulla panchina del KB, allora un club molto prestigioso. Qui vince un altro scudetto, il secondo della sua carriera. Allena Finn Laudrup in prima squadra, mentre il figlio Michael gioca nelle giovanili. Il padre è un buon giocatore, ma è il ragazzino a essere un fenomeno. Chiama allora il suo amico Boniperti per consigliargli il giocatorino, che nel frattempo ha esordito in prima squadra ed è passato al Brondby.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Boniperti manda a visionarlo Cestmir Vycpalek, lo zio materno di Zeman, che nel 1946-47 giocava nella loro stessa Juventus. Al cecoslovacco basta poco per riconoscerne la classe innata e dà il suo assenso. Nel 1983 le negoziazioni e la firma del contratto avvengono proprio nel salotto di casa Astorri. Presenti il diciannovenne calciatore, il padre Finn, il manager del Brondby Per Bjerregard e la coppia Boniperti-Vycpalek. A sbirciare dalla cucina i due figli di Astorri. Sempre alla Juve segnala Preben Elkjaer Larsen, centravanti della Nazionale danese che gioca in Belgio e non si è ancora fatto conoscere al grande pubblico all’Europeo 1984 in Francia. La dirigenza fa altre scelte, Elkjaer va a Verona dove vince uno storico scudetto e per due anni si piazza sul podio del Pallone d’Oro.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Stefan Astorri oggi nel suo ambulatorio conserva appese al muro delle foto del papà. Catturano l’attenzione dei pazienti seduti di fronte a lui.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Mi capita spesso di parlare con loro di calcio. Per un po’ si dimenticano pure dei loro problemi. Ne ho uno in cura, italiano ovviamente, che ricorda di avere visto mio papà dal vivo giocare nel Napoli».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/5327390779728557054/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/5327390779728557054' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5327390779728557054'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5327390779728557054'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/mario-astorri.html' title='Mario ASTORRI'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjiY3CHqloAmRHyWcqFTdGYB0d11rfSiOgLXanKI0uJ-LFbZYVmW6vAfsu_uBMZkwTzCT5ZUwS7qCgKBbab_4ZVgyfPWDUfSFFTi7RjrTXK8QunP8mC9KINTXJd2FskEyYuJwqWrFUWcwkesjHK4iW4eeBR49HOPl2Mbc_1fexDN2bGxb7k3TF-9VozKEA/s72-w292-h371-c/astorri%20gemini.png" height="72" width="72"/><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-6215867365172629665</id><published>2026-08-05T06:00:00.000+02:00</published><updated>2026-08-05T08:03:16.065+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Dario BONETTI</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEj_Z8pV2igAGzXASo5u67yOjdXF7K1G6b4B-BdX467R4LqnXAmDZHaSKRNslexk88dyXL_HixkHZdtDjOW3FYihErlZOVdOJ4UNrMv53Pcku0-XLgafA-J15m85_XYvuXfgz9IjRjUH-uD7ZTCxkuiwM6KjOI-GkDHudFRf0kJjAV-vk8gi5u7ZNms7uYk/s2164/bonetti%20dario%20(3).jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;1800&quot; data-original-width=&quot;2164&quot; height=&quot;398&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEj_Z8pV2igAGzXASo5u67yOjdXF7K1G6b4B-BdX467R4LqnXAmDZHaSKRNslexk88dyXL_HixkHZdtDjOW3FYihErlZOVdOJ4UNrMv53Pcku0-XLgafA-J15m85_XYvuXfgz9IjRjUH-uD7ZTCxkuiwM6KjOI-GkDHudFRf0kJjAV-vk8gi5u7ZNms7uYk/w479-h398/bonetti%20dario%20(3).jpg&quot; width=&quot;479&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Gli addetti ai lavori, tra i quali abbondano i saccenti, i competentoni, gli pseudo tecnici, i quali sanno tutto loro – scrive Vladimiro Caminiti su “Hurrà Juventus” del settembre 1989 – non hanno salutato come si deve la notizia dell’acquisto da parte della Juventus dello stopper Dario Bonetti, classe 1961, preciso: terzino, stopper. Al nostro scrivano sfuggono le ragioni di quest’accoglienza scettica, come se Boniperti avesse ingaggiato un pinco pallino, mentre si tratta di un difensore araldico. Ma tant’è, così va la vita, e per quel che si può, ripariamo in questa sede alle… dimenticanze.&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Scrive Oscar Wilde che il peggiore difetto dell’uomo è la superficialità. Dario Bonetti ha una storia alle spalle ricca di vicissitudini. Lo abbiamo visto cresce e affermarsi: lo abbiamo seguito nella Sampdoria e nella Roma, nonché nel Milan, imparando a studiarne il carattere, lo stile «difficile», per tanto che non si intendono di caratteri, in realtà uno stile spontaneo. Dario è un bresciano di umili origini che gioca per vocazione. Nel calcio, come nella vita, è portato a esprimersi istintivamente. Lega con chi sa conquistarlo alla maniera che usano i saggi, i calciatori di professione sono naturalmente diffidenti, Dario non fa eccezione: «Boniperti mi ha chiamato perché voleva conoscermi. Gli ho detto che se mi avesse preso non se ne sarebbe pentito. Ho voglia di riscatto. A Milano e Verona le cose non mi sono andate bene. Non dico che siano stati quattro anni persi, ma certamente ho smarrito la strada maestra del successo, e le ragioni sono tante. Principalmente ragioni fisiche, ho sofferto di infortuni che mi hanno impedito di giocare regolarmente. Poi ho avuto quella disavventura di Milano. Difesi il mio maestro Liedholm, Liedholm uomo, da attacchi alla persona che non mi sembrarono giusti. La mia sembrò una ribellione. Non me ne sono mai pentito. A Liedholm debbo tutto come calciatore, e così gli espressi la mia riconoscenza».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;In Italia si fa presto a mettere un’etichetta, a catalogare un calciatore. Ma Dario Bonetti respinge tutto al mittente. «Non credo di avere un brutto carattere. E sono convinto di prendermi delle grosse soddisfazioni alla Juventus, proprio perché la Juventus è una società dove, alla base di tutto, è il rispetto dell’uomo. Io ho bisogno di stimoli, io voglio tornare a vincere. Ho vissuto giorni bellissimi a Roma con Falcao e a Genova con Francis e Brady, e sono certo che questi giorni torneranno con una squadra come la Juventus che anela come me di vincere. Io so giocare difensore centrale, ma mi so adattare a più usi. Mi piace lottare e correre con tutti i miei compagni, mi piace dare tutto. Mi adeguo agli ordini di Zoff e giocherò come lui preferisce. So fare lo stopper e so fare il libero. Boniperti non si pentirà».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dario Bonetti è un difensore salgariano. Lo rivedo nella Roma, traverso un campionato di gloria e una Coppa Campioni che consentì ai giallorossi di sfiorare il trionfo. Bonetti ebbe giocate stupende, fu continuo ed elettrico, le sue fiondate di piede e le sue scrollate, i suoi allunghi; difendeva e attaccava con slancio intrepido.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Non ho più visto, tra parentesi, una coppia di difensori così ben assortita come quella composta da lui e da Pietro Vierchowod. Giocatori differenti, se vogliamo, in Dario agilità e tocco di piede anche pulito, in Vierchowod una sbrecciante potenza.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dario sa fare lo stopper centrale con dedizione e acume, ma sa anche sbrigliarsi sulle fasce e assumere compiti tattici speciali. La Juventus ha acquistato, ripeto, un difensore araldico, se ne vedranno delle belle, un difensore che sa tramutarsi in attaccante e castigare sulle parabole. «Non penso a sposarmi. Quando sento la nostalgia della famiglia volo a casa. Non credo che nella vita si possano fare bene due cose importanti, ogni cosa a suo tempo. Per ora voglio essere a tempo pieno calciatore. Io sono calciatore dalla testa ai piedi. Sento dire che siamo tutti dei mercenari, lo hanno fatto credere – a chi non ci conosce – episodi anche recenti. In realtà, noi calciatori nella maggioranza siamo dei bambini, giochiamo perché amiamo il calcio, io personalmente non credo che ci sia mestiere più bello, più ricco di gratificazioni a tutti i livelli».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;In linea tecnica, Dario Bonetti non è inferiore a nessun altro stopper italiano, se non vogliamo dire d’Europa. In effetti le sue quotazioni sono discese precipitevolissimevolmente in concomitanza alle due presenze nella Nazionale di Vicini.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Il giocatore assolve alle incombenze del ruolo di stopper con una grossa fiducia nel destino. Mi spiego. Gioca da stopper all’inglese, marca senza ossessionare, sfida l’attaccante anche a far meglio di lui... all’attacco. Una squadra nasce da mille cose, un atteggiamento difensivo così spregiudicato può non legare perfettamente con le esigenze del reparto.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La nuova Juventus rilanciata a solari imprese, destina Dario Bonetti a essere se stesso al cento per cento, gli apre le traiettorie prelibate del gioco perché partecipi a fare quanto sa fare e a dare quanto sa dare. Nel calcio nostro, oggi, la confusione è massima. Tutti dicono e predicono, tutti pontificano, tutti sanno tutto di tutti. E invece no. Ogni giocatore «pro» è un delicato meccanismo. Non cambia niente nel costume dell’atleta se ha fatto del calcio la sua professione. Dario Bonetti ricomincia dopo due stagioni al Verona amare e deludenti non per colpa sua. E ricomincia convinto che non può farsi sfuggire l’occasione storica della sua carriera.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Mi è bastato parlare con Boniperti, per capire il clima e calarmi in questa nuova maglia. Io conosco il mio valore, oggi sono nell’età giusta per non sbagliare più. Ma mi creda, ho avuto disavventure fisiche alla base di un rendimento che non e stato più negli ultimi quattro anni all’altezza delle prime sei stagioni in A. Mi piace sganciarmi, ma di più giocare con i compagni, all’unisono con loro. Si vince in undici, si perde in undici. Non penso più alla Nazionale, la mia Nazionale è la Juventus. Non potevo desiderare di meglio, in famiglia ne sono tutti felici».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Un altro Bonetti, Ivano, è brevemente passato alla Juventus (e uso l’avverbio limitativo al di là dei tre anni di permanenza, per le sole diciotto presenze e i due gol). È una razza di buoni calciatori. Dario rispetto a Ivano ha avuto in dono dalla natura questo suo fisico che lo porta a prestazioni eclettiche, è un atleta veloce quanto potente, agile quanto resistente.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Io predico a lui un gran destino bianconero se saprà ritornare lo stopper salgariano che vidi in Coppa dei Campioni con la maglia giallorossa della Roma. Di calciatori come lui, transfughi da un calcio romantico che tanto ha influenzato la Juventus, più che mai oggi si ha bisogno. Ne ha bisogno Zoff di un difensore tatticamente «ribelle» e tecnicamente completo, capace di difendere e di finalizzare l’azione. «Alla mia età è tempo di far fatti. Ho assaporato tante gioie senza potermele mai godere. Voglio vincere con la Juventus, che è la squadra più gloriosa. Mostrare a tutti chi è Dario Bonetti».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Come raccontato dal sommo Camin, Dario è un difensore molto dotato dal punto di vista fisico, ma di una lentezza esasperante. Le doti tecniche che possiede sono, in realtà, il suo maggior difetto, perché è solito voler uscire dall’area con la palla al piede causando, più volte, problemi alla squadra.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Stagione in chiaroscuro, nonostante Zoff lo schieri praticamente sempre da titolare come stopper o, all’occorrenza anche come libero. Conquista la Coppa Italia e la Coppa Uefa, con il grande rammarico di non aver potuto disputare la finale di ritorno della coppa europea, causa squalifica.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Vedere i compagni che si allenano, che sgambano sul campo e contano le ore che li separano dalla gara di ritorno di Coppa Uefa, mi fa crescere dentro un’ansia incredibile. Un’ansia distruttiva, perché mi rendo conto di non potere fare nulla per il collettivo. Credetemi, chi sta soffrendo di più è proprio il sottoscritto. A tutto ciò si aggiunga il fatto che Zoff ha dovuto rivedere la formazione in funzione di un libero che non c’è. Voglio dire senza il sottoscritto, con Tricella non completamente recuperato e ancora in forse, e Fortunato ancora ingessato, il nostro allenatore sarà costretto con molta probabilità ad arretrare Aleinikov nel ruolo di battitore. Non voglia polemizzare e per questo evito commenti sull’arbitraggio della partita di andata. Dico soltanto che dopo innumerevoli scontri, spintoni, calci e gomitate un capro espiatorio ci voleva. Ho pagato per un fallo che da ammonizione non era; lo era piuttosto la situazione che si era venuta a creare. Sono entrato sulla palla davanti all’uomo, ma il giocatore fiorentino, non mi ricordo neppure chi fosse, ha simulato bene, accentuando la caduta. L’arbitro ci è cascato ed eccomi qua in borghese. Domani partirò con i miei compagni per Avellino. Me ne starò a bordo campo a soffrire. Pagherei qualunque cifra per scendere in campo in pantaloncini corti. Mi consolo pensando che questo periodo di riposo forzata mi servirà per curare la pubalgia che mi perseguita ormai da due mesi».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nonostante le prestigiose vittorie, Zoff viene sostituito da Maifredi dal suo gioco champagne: la difesa bianconera fa acqua da tutte la parti, nonostante l’acquisto di Julio Cesar, e Bonetti è presto sostituito da Luppi o da De Marchi. Il difensore bresciano accusa il colpo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Mai come in questo periodo mi sono sentito criticato. E dire che di momenti difficili ne ho vissuti nella mia carriera. Se penso alle partite che hanno preceduto l’inizio del campionato, mi viene una grandissima rabbia. E non parliamo della Supercoppa contro il Napoli: una partita stregata, irripetibile. Per la Juve si è trattato di un incidente di percorso ma, per me, la punizione è stata tremenda: messo a digiuno a pane e acqua. La mia coscienza è a posto ma non il mio spirito, che scalpita nella speranza di un riscatto. Voglio recuperare in fretta il posto perduto».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Non sarà così e nell’estate del 1991, in coincidenza con il ritorno del Trap, lascia la Juventus, destinazione Verona, dopo 63 partite e 5 gol. Il suo è un addio al veleno.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Dico soltanto che ho giocato pochissimo e non sono mai riuscito a disputare due partite di seguito. Ho avuto poche possibilità di mettermi in luce. I tifosi bianconeri devono giudicarmi per le gare disputate nella stagione 1989-90, quando vincemmo Coppa Italia e Coppa Uefa. Con Maifredi il rapporto sembrava inizialmente ottimo poi qualcosa si è rotto. È facile il colloquio tra allenatore e giocatore quando le cose vanno bene. È certamente più difficile attuare un comportamento del genere quando, invece, le cose non vanno per il verso giusto. Maifredi parlava tanto e a sproposito, non ha capito che la squadra era debole in ogni reparto, non adatta ai suoi schemi di gioco che si sono rivelati mediocri e perdenti. Ma se Maifredi ha le sue colpe, anche gli altri devono prendersi le loro brave responsabilità. Non faccio nomi ma a qualcuno piaceva essere particolarmente coccolato a tal punto che poi, nel momento cruciale della stagione che poteva dare una svolta al nostro campionato, si è comportato da vigliacco. Ha tradito tutti, dai suoi compagni, ai tifosi e ai dirigenti. È stata, comunque, un’esperienza positiva, perché ho potuto conoscere il volto peggiore del calcio».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/6215867365172629665/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/6215867365172629665' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/6215867365172629665'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/6215867365172629665'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/dario-bonetti.html' title='Dario BONETTI'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEj_Z8pV2igAGzXASo5u67yOjdXF7K1G6b4B-BdX467R4LqnXAmDZHaSKRNslexk88dyXL_HixkHZdtDjOW3FYihErlZOVdOJ4UNrMv53Pcku0-XLgafA-J15m85_XYvuXfgz9IjRjUH-uD7ZTCxkuiwM6KjOI-GkDHudFRf0kJjAV-vk8gi5u7ZNms7uYk/s72-w479-h398-c/bonetti%20dario%20(3).jpg" height="72" width="72"/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-1910825976621801263</id><published>2026-08-04T07:00:00.000+02:00</published><updated>2026-08-04T08:03:45.400+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Juan VAIRO</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjA-1P_JI9s6FBLIuMoGQojD3_9aF4ershsOXchWptAg4NIUzk3ZERCFfAoySrII2hdgfqxxdIUdayHliwmfN5I263EQ9JeLKOsdklHOBowPTWigxnGdNfF9_p89dW0y9JiM4Khgl47Qx8dgeAQ8f6pcYjjmXBPXedi-obEF146dq7FZNNWjtkW8R8pWV0/s2160/vairo%20gemini.png&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;2160&quot; data-original-width=&quot;1952&quot; height=&quot;384&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjA-1P_JI9s6FBLIuMoGQojD3_9aF4ershsOXchWptAg4NIUzk3ZERCFfAoySrII2hdgfqxxdIUdayHliwmfN5I263EQ9JeLKOsdklHOBowPTWigxnGdNfF9_p89dW0y9JiM4Khgl47Qx8dgeAQ8f6pcYjjmXBPXedi-obEF146dq7FZNNWjtkW8R8pWV0/w347-h384/vairo%20gemini.png&quot; width=&quot;347&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
Estate del 1955: la dirigenza juventina decide di rinnovare parzialmente il parco stranieri della formazione, partendo dall’attacco che, dalla partenza dei due Hansen, non ha più trovato la penetrazione degli anni precedenti. Dall’Argentina giunge Juan Vairo, fratello di Federico, terzino della Nazionale albiceleste guidata dal Filtrador Guillermo Stabile. Vairo proviene dal Boca Junior, la famosa Equipo Zeneise, nella quale giostra da interno su entrambe le fasce del campo. È di origini calabresi: il giocatore racconta spesso, infatti, che il padre era stato ottimo calciatore con la maglia della Sampierdarenese negli anni Venti. La Juventus di quell’anno può contare ancora sul validissimo apporto di Boniperti, sempre atletico e ragionatore, anche se al centro manca un ariete sfondatore.&lt;br /&gt;
&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;Vairo stenta parecchio ad ambientarsi e, quando arriva l’autunno, incontra ancora più difficoltà a causa dei terreni bagnati, ai quali non è abituato. Viri Rosetta, nonostante tutto, afferma che si sarebbe dovuta attendere la primavera e, quindi, un fondo a lui più congeniale, per poter esprimere un giudizio compiuto. Ma l’allenatore Sandro Puppo non proverà l’argentino in maniera concreta, ritenendo più affidabile inserire in formazione giocatori meno dotati sul piano tecnico, ma più redditizi dal punto di vista del rendimento.&lt;br /&gt;
Era costato diciotto milioni, una cifra non esaltante, ma comunque non disprezzabile per un atleta sceso in campo undici volte complessive. Nel corso di queste rare apparizioni, Juan Vairo segna tre reti dando prova che, quando le condizioni fisiche e del terreno glielo permettevano, era dotato di una tecnica ben oltre la media e di una discreta visione di gioco.&lt;br /&gt;
«Viva sorpresa nell’ambiente bianconero – si legge su “La Nuova Stampa” del 13 marzo 1956 – la mezzala sud-americana Juan Vairo, acquistata dalla Juventus all’inizio della stagione, ha improvvisamente lasciato l’Italia, ed è tornata in patria, salendo ieri a bordo dell’aereo che è partito dalla Malpensa poco dopo le quattordici, diretto in Argentina. La notizia è trapelata nelle prime ore della giornata di ieri e sembrava in un primo momento infondata. Dirigenti bianconeri presenti in sede dichiaravano di non essere al corrente di una simile decisione e altrettanto sostenevano i giocatori, che sembravano anzi stupiti dell’informazione. Soltanto il commissario straordinario della società juventina, Umberto Agnelli, ha conformato di sapere con esattezza i termini della questione. Il giocatore aveva avuto un colloquio con il massimo esponente bianconero, chiedendo espressamente di essere autorizzato a rientrare in patria, dove sperava di ottenere una sistemazione presso una squadra di Buenos Aires. Pare infatti che Vairo avesse avuto, tramite i suoi familiari, approcci con il River Piate, che si era dichiarato disposto ad assumerlo in vista del campionato argentino che si inizierà ad aprile. Nel colloquio Umberto Agnelli-Vairo sarebbe stato raggiunto un accordo di massima, sul quale si mantiene logicamente il riserbo: pare tuttavia che al giocatore sia stato concesso di rientrare a suo agio in Argentina. Così sabato pomeriggio, dopo la partita Juventus-Sampdoria, l’attaccante sud-americano è andato a casa, ha fatto le valige ed è partito per Milano. All’amico Turchi, che ha assistito ai preparativi per il viaggio, ha dichiarato che intendeva cambiare casa, avendo trovato un’altra pensione. Evidentemente Vairo non voleva che la notizia del suo ritorno in Argentina trapelasse prima del tempo. È partito così senza salutare nessuno né i suoi compagni di squadra, né i suoi amici, né l’allenatore Puppo. Naturalmente Vairo potrà giocare a Buenos Aires soltanto dopo un completo accordo con la Juventus, accordo assai probabile, tanto più che i tecnici bianconeri non avevano alcuna intenzione di confermare il giovane sud-americano per la prossima stagione. Vairo del resto non aveva potuto trovare qui in Italia l’ambiente adatto al suo gioco e al suo temperamento. Tecnicamente a posto, era parso ai dirigenti e ai compagni poco adatto al campionato italiano, dove bisogna lottare con cuore e con decisione. Un infortunio iniziale (stiramento muscolare) ha costretto l’argentino al riposo per circa un mese. Da quel momento le sue apparizioni in prima squadra sono state’ sempre più saltuarie, finché Puppo decideva di toglierlo dalla rosa dei titolari. Vairo che soffriva di nostalgia della sua Argentina, ha chiesto e ottenuto di ritornarvi. Non si potrebbe parlare di fuga, ma forse soltanto di partenza anticipata».&lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;font-size: large;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;
&lt;span&gt;&lt;b&gt;ANGELO CAROLI&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Vairo tornò in Argentina molto prima della fine del campionato, sconfitto dalla nostalgia e dall’incapacità di adattarsi alle rinunce che il calcio italiano imponeva. Aveva tecnica e stile, ma non carattere. Gli piaceva troppo giocare a carte, frequentava i night e aveva l’eccentrico costume di svegliarsi a mezzogiorno. Era un guascone, sfrontato e simpatico ma indecifrabile in alcuni aspetti.&lt;br /&gt;
Marisa Zambrini, dinamica donna piena di interessi sportivi, fra un tuffo in piscina e il rombo di motori da rally, ebbe tempo di diventare segretaria della Juventus dal 1956 al 1961. Era arrivata con Umberto Agnelli, che aveva conosciuto a Modena: «Il dottore vinse il campionato italiano universitario su pista – diceva Marisa – a quei tempi mi occupavo di motori. Mi presentai a Torino per un colloquio e fui assunta».&lt;br /&gt;
La Zambrini ricorda un episodio che le aveva creato disagi di coscienza. Vairo si sentiva solo. Una sera chiese a Marisa di cenare con lui. La segretaria non poteva accettare quell’invito. Non era nelle regole. Una segretaria di club che affronta la notte torinese in compagnia di un giocatore era inconcepibile! Un mese più tardi Vairo scappò dall’Italia sopraffatto dalla nostalgia.&lt;br /&gt;
Marisa si porta dietro il rimpianto di non aver assecondato, in quella remotissima sera del 1956, il desiderio di un argentino, che aveva solo voglia di parlare con qualcuno, di avvertire calore, seppur provvisorio, di un’amicizia.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/1910825976621801263/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/1910825976621801263' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1910825976621801263'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1910825976621801263'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/juan-vairo.html' title='Juan VAIRO'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjA-1P_JI9s6FBLIuMoGQojD3_9aF4ershsOXchWptAg4NIUzk3ZERCFfAoySrII2hdgfqxxdIUdayHliwmfN5I263EQ9JeLKOsdklHOBowPTWigxnGdNfF9_p89dW0y9JiM4Khgl47Qx8dgeAQ8f6pcYjjmXBPXedi-obEF146dq7FZNNWjtkW8R8pWV0/s72-w347-h384-c/vairo%20gemini.png" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-7569411688816704740</id><published>2026-08-03T06:00:00.000+02:00</published><updated>2026-08-03T07:57:06.792+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Ivano BONETTI</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgKZVL6aT0bX2L3UMb7M36SJmHGl-jUaA5l2tgvYoliCBS6q_AJcn-dLIfnNlER6GyP2EIHn5zu1_NBLvb-r-VqNWnGmm3GveFD881XLlsVBLXDoXGq9_fE0QIG2xNHm567A8PrDtzzRN1oyDC9PaFiEQaqJ0jbUzSJ4OWP2gfbTqw8hzHM66KLteXdJPs/s1736/vignola%20e%20bonetti%20ivano.jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;1424&quot; data-original-width=&quot;1736&quot; height=&quot;315&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgKZVL6aT0bX2L3UMb7M36SJmHGl-jUaA5l2tgvYoliCBS6q_AJcn-dLIfnNlER6GyP2EIHn5zu1_NBLvb-r-VqNWnGmm3GveFD881XLlsVBLXDoXGq9_fE0QIG2xNHm567A8PrDtzzRN1oyDC9PaFiEQaqJ0jbUzSJ4OWP2gfbTqw8hzHM66KLteXdJPs/w385-h315/vignola%20e%20bonetti%20ivano.jpg&quot; width=&quot;385&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Se dovessi rapidamente evidenziare le qualità umane di Ivano Bonetti - scrive&amp;nbsp;&amp;nbsp;Massimo Burzio su “Hurrà Juventus” del febbraio 1986&lt;b&gt;&amp;nbsp;-&amp;nbsp;&lt;/b&gt;non potrei che citare ciò che, tempo fa, mi ha detto un suo esperto e navigato compagno di squadra: «Ivano – ha affermato il collega – è un ragazzo simpatico, allegro, disponibile. È uno che nella vita farà strada e non soltanto perché è capace a giocare a calcio». Sembrerebbe un ritratto troppo positivo, troppo di parte, ma la realtà dei fatti è proprio quella che obbiettivamente mi ha riferito quel compagno di squadra di Bonetti.&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Alla sua prima stagione in serie A il giovane bresciano è arrivato dopo una graduale e progressiva «gavetta». Nato, come abbiamo detto, a Brescia il primo agosto del 1964, Ivano ha dato i suoi primi calci al pallone nelle formazioni giovanili della squadra della sua città.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dopo la tradizionale trafila nelle minori, ecco la prima squadra e l’esordio in serie B a soli 17 anni, l’11 ottobre del 1981. Una sconfitta con la Lazio, ma anche un debutto che a fine campionato sarà seguito da altre diciannove presenze e da una rete. Il Brescia al termine di quella stagione precipita in serie C1 e per Bonetti l’anno successivo porta altre venti partite. Nel campionato 1983-84 le partite disputate dal buon Ivano, sempre ovviamente con il Brescia in serie C1, diventano trenta e le reti due.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nell’estate del 1984 si fa avanti il Genoa del vulcanico presidente Renzo Fossati e per Ivano Bonetti si apre la porta della serie B. Tra i cadetti Bonetti si fa valere e al termine dello scorso campionato può contare trentuno maglie&amp;nbsp; da titolare e una rete segnata.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Non è stato un grande anno per il vecchio grifone genoano ma sicuramente è stato un buon anno per Bonetti. La Juve lo ha fatto seguire dal suo staff di osservatori ed ha deciso di portarlo a Torino. La trattativa è rapida e senza intoppi e nella scorsa estate a Ivano Bonetti si schiudono le porte del grande calcio: «Fossati – racconta Ivano – mi ha fatto un enorme regalo cedendomi alla Juventus. In pratica sono arrivato nell’università del calcio».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La famiglia Bonetti in serie A è già, in ogni modo, ben rappresentata. Nella Roma, infatti, da qualche stagione si fa ben volere il fratello di Ivano: il roccioso ed estroso Dario, un difensore dal gran carattere e dalle buone intuizioni. «Avevo sempre sperato di imitare mio fratello – racconta Ivano lo juventino – ma mi sembrava che la serie A fosse una meta difficilissima da raggiungere e invece...».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;E invece l’esordio in serie A, per Ivano Bonetti, è coinciso proprio con una partita tra la Juventus e la Roma. La vittoria, al termine del match, è andata alla Juve, tre a uno il risultato finale e in campo c’era ovviamente anche Dario Bonetti: «È stato magnifico esordire e vincere sotto gli occhi di Dario. Lui – dice Ivano – alla fine dell’incontro non sapeva se essere triste per la sconfitta o felice per me. Io ero soltanto felice…».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ancora qualche presenza per il bravo Ivano, un infortunio alla mano che non gli ha però impedito di essere al suo posto in panchina e tutto sommato una prima parte di stagione che potremmo definire, per un «deb», assai positiva.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Il futuro, poi, non potrà che portare nuove soddisfazioni a Ivano. Il suo modo di giocare, la sua rapidità, il suo sinistro «creativo», ma anche e soprattutto la sua disponibilità in campo e fuori non possono che far ben sperare. Bonetti che è soprattutto una mezzala sinistra può, però, anche fare il tornante, la mezza punta e in certi casi persino la punta. Sono, insomma, molte le frecce al suo arco, frecce che il Trap saprà sfruttare a dovere. Nella grande Juve, dunque, c’è posto e ci sarà posto anche per Bonetti.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ivano, del resto, non ha che un desiderio, un sogno: «Vorrei – dice – conquistarmi un posto, non importa se da titolare o da riserva, in questa grandissima Juventus. Non vorrei, insomma, essere una meteora. Qui c’è da imparare vincendo, ma soprattutto c’è da conoscere qual’è il modo di essere di una grande squadra. E, lo ripeto, l’università del calcio».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;E allora in bocca al lupo per gli... studi e per la laurea.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;VLADIMIRO CAMINITI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 1986&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Lo vidi profilarsi, a Firenze, in Coppa Italia, come un autentico campioncino. Insieme a lui vidi profilarsi in tutto tondo il Pin. Scrissi di Bonetti che era bravo, che era forte, che aveva futuro. Ora siam qui, ci godiamo il Ventiduesimo, anche Bonetti ha avuto il suo merito nella vittoria collettiva, ma ha giocato poco. Perché Trap non gli abbia creduto, mi sfugge. Scommetto che il futuro darà ragione al vostro cronista. Bonetti è un incursore estroso, con levatacce di genio e capace anche di finalizzare lo dimostrò a Genova e Brescia, in modo splendido. Le qualità, che Ivano espresse in quella notturna di Coppa Italia, saranno sicuramente valorizzate.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Stagione 1986-87: Bonetti parte spesso dalla panchina, ma alla fine può contare 23 gettoni di presenza e 2 reti di cui una, all’ultima giornata, contro il suo Brescia. È un gol amaro, perché condanna i lombardi alla Serie B. «Adesso per dieci giorni non potrò tornare a casa, perché non mi perdoneranno mai questo sgarbo. Ma, capitemi, dovevo fare qualcosa di grande prima di chiudere il campionato. Quando ho battuto Aliboni ho sentito dentro una grande gioia, ma anche una grande tristezza. Ora aspetto che la società decida qualcosa. Alla Juve ho imparato molto, ma dalla Juve vorrei avere la possibilità di dimostrare il mio valore. Senza garanzie non voglio restare. Leggo che l’Avellino si interessa a me. Ci andrei di corsa, per sfogare tutta la rabbia che ho accumulato dentro».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Invece, la sua destinazione sarà Bologna, prima di approdare a Genova giusto in tempo per vincere lo scudetto con la Sampdoria.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;UMBERTO ZILIANI, DA LAVOCEDELPOPOLO.IT DELL’8 GENNAIO 2020&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ivano nasce in un condominio che si affaccia sul campo da calcio dell’oratorio di San Zeno, quel terreno da dove tutto è iniziato. Oggi vive a Misano, in Romagna, è sposato e padre di tre figli. Ha giocato in molte squadre: Leonessa, Brescia, Genoa, Juventus, Atalanta, Bologna, Sampdoria, Torino, Grimsby Town, Tranmere, Crystal Palace, Sestrese e Dundee. Con la Sampdoria ha vinto uno scudetto nel 1991.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Ivano come inizia la tua carriera?&lt;/b&gt; «I primi calci li ho dati all’oratorio. La prima squadra che mi ha tesserato è stata la Leonessa. Dopo quattro anni sono passato al Brescia calcio. Ho esordito in serie B a 17 anni, facendo praticamente tutto quel campionato in prima squadra».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Il 17 maggio del 1987 al Brescia bastava un pareggio per salvarsi. La partita è sul 2-2, al 62’ per la Juventus entra Bonetti e segna. La partita finisce 3-2 per la Juve, il risultato sancisce la retrocessione del Brescia. Cosa ti ricordi di quella domenica?&lt;/b&gt; «Fu un’azione “sfortunata”. Nel Brescia ero cresciuto ed era la squadra della mia città. In velocità con un pallonetto saltai il difensore del Brescia e mi trovai a tu per tu con Aliboni».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Qual è l’allenatore con cui ti sei trovato meglio?&lt;/b&gt; «Faccio prima a dire con chi mi sono trovato male: Eriksson. Non spiegava molto, non sapeva motivare la squadra ed era un pessimo comunicatore. Non so come abbia fatto ad allenare squadre di un certo livello. Trapattoni, invece, era un grande mister così come Maifredi: peccato che Gigi non abbia raccolto quanto meritasse».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Tu e tuo fratello Dario siete stati calciatori famosi, la leggenda narra che Mario, vostro fratello maggiore, fosse il più bravo dei tre, sfatiamo questo mito?&lt;/b&gt; «Mario era fortissimo, molto veloce, usava entrambi i piedi e aveva un tiro potente. Con la De Martino (primavera dell’Atalanta) aveva vinto il torneo di Viareggio con Bodini e Scirea. A causa di un forte trauma al ginocchio dovette smettere. Mario è stato un punto di riferimento: era il collante tra me e Dario».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;C’è un giocatore del paese che non ha rispettato le attese?&lt;/b&gt; «Mauro Saleri, classe 1958. Se sono quello che sono diventato, lo devo un po’ anche a lui. Passavo molto tempo all’oratorio a osservarlo. Aveva dei numeri pazzeschi, una tecnica eccelsa che gli permetteva di fare cose incredibili in spazi ristretti».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Hai incominciato all’oratorio, ti ricordi qualche aneddoto?&lt;/b&gt; «Giocavamo liberi, non c’era un vero allenatore. Ci si trovava e si facevano le squadre. In estate organizzavamo tornei e le giornate erano infinite».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;A fine carriera vai a giocare in Inghilterra, la gente del villaggio di pescatori si autotassa per pagarti l’ingaggio. Le pizzerie inventano la pizza “Bonetti”…&lt;/b&gt; «Sono stati meravigliosi: ho vissuto un’esperienza bellissima. Giocavo senza il contratto; i tifosi pensando che me ne andassi, aprirono in tutta la contea un fondo “Bonetti”, dove ognuno poteva versava il proprio contributo…».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Di cosa si occupa ora Ivano Bonetti?&lt;/b&gt; «Commercio un prodotto tecnologico, che applicato ai telefonini riduce del 90% il rischio biologico di radiazioni. È un dispositivo medico venduto anche in farmacia. Lo stiamo distribuendo a parecchie società di calcio come la Juventus, il Bayern e il Manchester».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Qual è la formazione degli undici compagni migliori?&lt;/b&gt; «Prendo il gruppo Juve e quello della Samp, giocando a zona direi: Pagliuca, Mannini, Scirea, D. Bonetti, Cabrini, Bonini, Manfredonia, Platini, Lombardo, Vialli e Mancini».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/7569411688816704740/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/7569411688816704740' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/7569411688816704740'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/7569411688816704740'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/ivano-bonetti.html' title='Ivano BONETTI'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgKZVL6aT0bX2L3UMb7M36SJmHGl-jUaA5l2tgvYoliCBS6q_AJcn-dLIfnNlER6GyP2EIHn5zu1_NBLvb-r-VqNWnGmm3GveFD881XLlsVBLXDoXGq9_fE0QIG2xNHm567A8PrDtzzRN1oyDC9PaFiEQaqJ0jbUzSJ4OWP2gfbTqw8hzHM66KLteXdJPs/s72-w385-h315-c/vignola%20e%20bonetti%20ivano.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-5394412615422746384</id><published>2026-08-02T06:00:00.000+02:00</published><updated>2026-08-02T08:06:21.289+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Alberto CORAMINI</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgiqSQbpzTIRlVLI1iCyxM1rqzxgaEFSBlzQ-Sj826fsW6zmrPLqiHx9-QRm2cxD61uesaZAGo2b-9awkEXxsc1ZhVD8LWSSY16E9V-4vpBSUuWuDj_LfXUuKOIr0Ye48-dIxqubsj9ID3O9IdR329EJ7LRtUNrrQOXRmVTZwsrD9xDDUDrIUIeYCLpeTc/s998/coramini%20(3).jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;727&quot; data-original-width=&quot;998&quot; height=&quot;317&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgiqSQbpzTIRlVLI1iCyxM1rqzxgaEFSBlzQ-Sj826fsW6zmrPLqiHx9-QRm2cxD61uesaZAGo2b-9awkEXxsc1ZhVD8LWSSY16E9V-4vpBSUuWuDj_LfXUuKOIr0Ye48-dIxqubsj9ID3O9IdR329EJ7LRtUNrrQOXRmVTZwsrD9xDDUDrIUIeYCLpeTc/w434-h317/coramini%20(3).jpg&quot; width=&quot;434&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Coramini come Sivori». Queste parole, dette da Heriberto Herrera, scatenarono un vero e proprio putiferio fra i tifosi juventini e fra gli addetti ai lavori. Il paraguagio sosteneva che per lui non esistevano differenze: tutti erano titolari, tutti erano riserve. Va da sé che il grande Omar non la prese benissimo e dichiarò guerra al Ginnasiarca. La spuntò Heriberto e il Cabezón fu costretto a fare le valigie. Per Alberto Coramini, autentica meteora bianconera (17 presenze fra il 1966 e il 1968), quella frase significò entrare di diritto nella storia juventina.&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;BEPPE BARLETTI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1968&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Alberto Coramini ha ventitré anni, un viso tondo e liscio, occhi buoni e sorridenti, maniere distinte, discorso sobrio, intelligenza sveglia.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;E fa di professione… l’inseguitore.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;A una maglia di titolare nella Juventus.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ma non c’è affanno, non c’è malizia in questa continua (e forse eterna) rincorsa a una casacca bianconera «fissa». È come se il buon Dio gli avesse affidato un compito da portare a termine.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;A qualcuno Domineddio dice: vai per il mondo e insegna il Vangelo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ad altri: cammina, lavora e costruisci case. Ad altri ancora: prendi una parrucca, un po’ di cerone e fai ridere – o piangere – la gente con la tua arte.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ad Alberto Coramini, nato a Maserà di Padova nel 1944, ha detto: impara il gioco del pallone e datti da fare. Alla Juventus c’è anche un posto per te. Magari non subito, magari non sempre. Ma c’è.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Alberto Coramini, ragazzo di gran fede, è arrivato alla Juventus che aveva sedici anni. E poco dopo ha trovato Paulo Amaral. L’allenatore brasiliano, controfigura del sergente tipico dei «marines». L’uomo che ha cercato nella Juve un grande rilancio. E che ha sfiorato lo scudetto giungendo secondo. Coramini giocò, sotto Paulo Amaral, importanti partite internazionali. Mai in campionato, però.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Faceva la sua strada, Alberto, senza mugugni o sospetti. Si allenava come gli dicevano, seguiva un treno di vita regolarissimo, senza furbe stramberie. E senza sentirsi nelle ossa giovani l’apatia tipica del campioncino che si ritiene trascurato solo perché la maglia di titolare resta sulle solide spalle del compagno più anziano, che ha una lunga carriera dietro di sé, o su quelle del giovanissimo «asso» cui madre natura ha distillato nell’attimo vitale le doti ineguagliabili del fuoriclasse.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ogni tanto, tra un torneo De Martino e un campionato della «Primavera», lo inserivano nella «rosa» dei titolari. Così cominciò a farsi l’occhio buono. Viveva la stessa vita dei «numeri uno», degli eletti. Mangiava e si allenava con loro. Beccava le stesse «botte» in allenamento e gli stessi rimproveri. Non prendeva i loro stessi soldi. Ma questo è un fatto che non ci interessa. Per il momento.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Passarono gli anni. Il ragazzo padovano crebbe di peso, di statura e di esperienza. Rimase tale e quale solo nel carattere. Puntiglioso, serio, ordinato e disinvolto.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Fece un grosso campionato in serie B, dove lo avevano prestato a una squadra animata di buone intenzioni. E ritornò al suo vero ruolo di… inseguitore, nei ranghi della Vecchia Signora. Frattanto era giunto dalla Spagna il «señor» Heriberto Herrera. Uomo cui i divi puzzano un po’ di marcio. Uomo che ama il parlar franco e poco, l’agire svelto, grintoso e ostinato.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Coramini ricominciò da capo. Ma il paraguayano l’aveva già adocchiato. Solo che, fedele a una massima non sua ma che pare tagliata a pennello su di lui, non poteva mandare in campo più di undici atleti per volta. Dodici, da quando il nuovo regolamento permette il cambio del portiere.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Perciò Alberto Coramini continuò la trafila ormai solita. Allenamento, allenamento, gare De Martino e Primavera, duri allenamenti, secchi rimproveri. E qualche lira in più. E con maggior frequenza, le convocazioni per il «ritiro» dei titolari.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ci fu anche l’esordio in serie A, contro il Vicenza mi pare. E fu una vittoria bianconera di misura.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Poi, nuovo periodo di quarantena. Con tutti i sensi sempre all’erta, però. Perché il «mister» non tollera la gente dal piglio fragile, i lamenti da donnicciola, i «tagli di colletto» per vendetta.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Alberto Coramini ha continuato così per mesi e mesi. E quest’anno, quando all’avvio del campionato (e subito nel prosieguo) la Juventus si è trovata rabberciata più volte, Coramini ha ripreso a sperare. La convocazione si è ripetuta frequentissima finché, contro la Roma, parve arrivare il grande giorno. Invece, all’ultimo momento, toccò al buon Volpi, di scendere in campo. Coramini, inutile negarlo, ci rimase secco. Ma gli bastò un’occhiata del mister per riprendere colore.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Meglio, no?» Gli disse Heriberto a fine gara. «Lei si è risparmiato un po’ di responsabilità in una sconfitta che brucia. La terrò buono comunque per una partita più fortunata».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ed è stato di parola. Solo che, per teatro della nuova esibizione come titolare, Heriberto per Coramini scelse Bucarest. Il soggetto che si andava a recitare, una trama drammatica e pericolosa, era la Coppa dei Campioni, scena seconda.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«È stata una gran battaglia», dice sorridendo Coramini.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Ha sofferto l’emozione dell’esordio in un clima così impegnativo?».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Per niente. Ma debbo ricordare che tempi addietro giocai (in amichevole, però) contro il Real Madrid dei Puskás e dei Di Stefano».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Subito dopo Bucarest, e a seguito di un viaggio piuttosto complicato e affaticante, la Juve ha giocato a Brescia, contro una compagine dal dente avvelenato per la sconfitta subita otto giorni prima dal Milan, in modo alquanto sfortunato.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Coramini ha marcato Salvi, il peperino sgattaiolante tutto finta e passo doppio.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Il “mister” mi aveva detto di non gettarmi allo sbaraglio, che il piccoletto ama follemente chi gli balza frenetico addosso, perché in tal caso si libera con due “mosse” e poi va via. Ho fatto come il “mister” ha detto. Salvi ha sfarfalleggiato per una decina di minuti. Poi, anticipandolo e “contrandolo” senza esitazione l’ho frenato, mi pare».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Cosa chiedi adesso al tuo destino?».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Niente che non abbia chiesto prima. Una carriera dignitosa, magari senza grossi infortuni. E una maglia di titolare. Magari nella Juventus. Sa, ormai sono di casa».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/5394412615422746384/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/5394412615422746384' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5394412615422746384'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5394412615422746384'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/alberto-coramini.html' title='Alberto CORAMINI'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgiqSQbpzTIRlVLI1iCyxM1rqzxgaEFSBlzQ-Sj826fsW6zmrPLqiHx9-QRm2cxD61uesaZAGo2b-9awkEXxsc1ZhVD8LWSSY16E9V-4vpBSUuWuDj_LfXUuKOIr0Ye48-dIxqubsj9ID3O9IdR329EJ7LRtUNrrQOXRmVTZwsrD9xDDUDrIUIeYCLpeTc/s72-w434-h317-c/coramini%20(3).jpg" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-142074379496465403</id><published>2026-08-01T06:30:00.000+02:00</published><updated>2026-08-01T08:58:34.401+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Dino DA COSTA</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhfDjJDvicX94Qm5HkKVE53xIMeEfAtf_jMhjS_LglHos6Q8RQgnuSp9Q5mWVWSY2iUVvL_mrkAuq-jiQ1tlphHhuZBOaO-0C_3CCWOGEiRjLpmWhwvDz8Q5F2hBIcEkQsrYb5ylmA3xxHHqFn5qO_wwC9rEmgymscamvPooz4obbJzly2B5QHa5h-GKqY/s1563/da%20costa.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;1563&quot; data-original-width=&quot;1129&quot; height=&quot;386&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhfDjJDvicX94Qm5HkKVE53xIMeEfAtf_jMhjS_LglHos6Q8RQgnuSp9Q5mWVWSY2iUVvL_mrkAuq-jiQ1tlphHhuZBOaO-0C_3CCWOGEiRjLpmWhwvDz8Q5F2hBIcEkQsrYb5ylmA3xxHHqFn5qO_wwC9rEmgymscamvPooz4obbJzly2B5QHa5h-GKqY/w279-h386/da%20costa.jpg&quot; width=&quot;279&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
A ogni estate, col tradizionale calcio-mercato – Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del dicembre 1973 – si verificano acquisti-boom e acquisti che passano in secondo piano, offuscati dai primi. Quello che fece la Juve nel giugno 1963, prelevando il già trentenne Da Costa dall’Atalanta, doveva appartenere a quest’ultimo gruppo. Anche perché nel primo già c’erano nomi del calibro di Menichelli, Gori, Dell’Omodarme e Nenè. Già, Nenè.&lt;br /&gt;
&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;Alla Juve il problema del centravanti non è stato risolto certo con Miranda detto Mirandone, che l’anno prima ha fatto sfracelli con memorabili legnate ma pure ha corricchiato e basta. E così è arrivato Nenè, che centravanti non è, ma che quanto a tecnica garantisce assai più del predecessore. Da Costa, prelevato in extremis dall’Atalanta, rappresenta una alternativa alle punte e basta. Nessuno pensa a lui come a un possibile titolare, tantomeno Amaral trainer, che del resto al timone della squadra resta ben poco, presto rilevato dal serafico Monzeglio. Tutt’al più, Da Costa può venire buono come jolly: così, il suo esordio in maglia bianconera avviene nell’inedito ruolo di mediano di spinta, a Modena, nella gara persa di misura contro i «canarini» (0-1). Per la Juve è un momento balordo, ci sono polemiche, e Sivori fresco capitano spesso si rabbuia. A un certo punto, quinta giornata, Omar esce di squadra, squalificato, e Monzeglio lo rimpiazza con Da Costa.&lt;br /&gt;
Dino, che è subito diventato uno dei beniamini dei tifosi bianconeri, per il suo impegno in partita come in allenamento, diventa vice-Sivori proprio in occasione della partita contro la Roma, la formazione cioè in cui egli aveva conosciuto i primi e più consistenti successi nel campionato italiano. E una gara puntigliosa quella che i bianconeri disputano quel 20 ottobre, e molta parte del netto successo sui capitolini va proprio a Da Costa, che tra l’altro realizza il primo dei tre gol (a uno) della Juve.&lt;br /&gt;
Riscoperta la sua vena di cannoniere, non gli riesce difficile essere confermato, ora al posto di Sivori ora a quello di Nenè o di Del Sol.&lt;br /&gt;
La prima stagione juventina di Da Costa si chiude comunque in lieve calando, causa una serie di incidenti che pregiudicano la sua utilizzazione in parecchie partite. Si deve accontentare di dodici presenze, con tre reti all’attivo, una delle quali, ottenuta a spese della Sampdoria, davvero esemplare nell’esecuzione, con tanti contrasti vinti e una conclusione perentoria a fil di montante.&lt;br /&gt;
Per la sua conferma in maglia bianconera, comunque, non ci sono problemi. Nella squadra che eredita Heriberto non c’è più l’altalenante Nenè, e al suo posto è giunto Nestor Combin detto «folgore». Ma di Da Costa c’è più che mai bisogno. Vedi partita di Catania persa malamente, in cui solo il nostro si salva con prestazione maiuscola e gol della bandiera; e vedi la successiva gara interna con il Mantova, in cui Da Costa gioca al centro dell’attacco rimpiazzando l’infortunato Combin, subito a disagio con i ruvidi takles del nostro campionato. Si vince la partita ma si perde Sivori, costola rotta e addio campionato per un bel po’: ora Dino diventa indispensabile, e dalla squadra non esce più.&lt;br /&gt;
Ma come diavolo gioca Da Costa nella Juve heribertiana 1964-65? Molto semplice, svolge mansioni di regista offensivo, e intanto fa vedere che la classe è ancora integra, anche se non è più smaltata dalla grinta dei tempi di Roma. C’era il tempo degli assi segnareti, che nessuno sapeva frenare e che da soli risolvevano partite e campionati. La realtà juventina 1964-65 è naturalmente diversa, come diverso è Sivori dai tempi in cui a imbeccarlo era il saggio Boniperti. Da Costa applica alla lettera gli insegnamenti di Heriberto, che gli chiede prodezze nei sedici metri ma anche oscuro sfacchinare al servizio degli altri, solo così essendo possibile scardinare difese sempre più catenazziare. E il tifoso che vede e capisce un tantino più in profondità delle mere apparenze apprezza Da Costa come pochi altri. Succede che anche gol importanti arrivano con la sua firma, e allora si esulta: derby di andata, è novembre inoltrato e nessuno delle «torinesi» ha già raggiunto un’apprezzabile condizione di forma, ma la Juve azzecca la giornata buona e rifila un sonante tre a zero al Toro che pure tiene a portiere Vieri-saracinesca.&lt;br /&gt;
Il secondo dei tre gol è di Da Costa, ma anche sul terzo lo zampino del nostro c’è e si fa sentire. Altro gol di un certo rilievo è quello segnato a Vicenza nella vittoriosa trasferta di inizio ‘65 (3-1), con gran botta dal limite.&lt;br /&gt;
Non è per la Juve un campionato esaltante, ma i tempi consentono poche illazioni, e bisogna accontentarsi. Giornata atipica è quella del 7-0 inflitto al Genoa che pure tiene all’attacco un tipo strambo che è già stato e presto sarà di nuovo juventino, Zigoni si chiama costui. Da Costa cosa c’entra in tutto questo? Capperi se c’entra, è suo uno dei sette gol inflitti al grifone stanco di serie A. L’ultima giornata del torneo, nel vittorioso epilogo casalingo con il Vicenza, Da Costa conclude degnamente la sua stagione magica in bianconero realizzando la sesta rete personale in 31 partite. Non c’è male, è stato l’attaccante più regolare, ha fatto anche meglio di Combin. A trentatré anni è ancora utilissimo, e scontatamente viene confermato.&lt;br /&gt;
«Faccio vita tranquilla, senza pretendere nulla di eccezionale – confessa Da Costa – so che devo avere cura del mio fisico, come facevo quando ancora ragazzino aspettavo che mi chiamassero in prima squadra, nel Botafogo. Poi un giorno l’allenatore mi disse di prepararmi. Era il secondo tempo dell’incontro con il Vasco de Gama. Mancavano venti minuti alla conclusione. Mi disse di entrare e presi il posto di mezzala. Avevo il cuore che mi batteva forte, forte; le gambe mi tremavano per l’emozione. Però quando sono rientrato negli spogliatoi l’allenatore disse che avevo fatto il mio dovere. Ecco che cosa mi è rimasto in mente da quel giorno, la parola dovere. Mi prendevano in giro, dicevano che alla mia età sarebbe stata presunzione sperare nel posto in prima squadra. Non mi facevo illusioni. Ero anche rassegnato al destino di guardare le partite dalla tribuna. Qualche volta soffrivo, perché c’era chi scherzava sui miei sogni. Avevo fiducia, convinto che un uomo che abbia volontà non è mai finito. Non sbagliavo. Con l’arrivo di Heriberto Herrera è cambiata la mia vita. Ho indossato la maglia bianconera ritrovando forza e volontà di combattere ogni domenica per la squadra e il pubblico. Non mi sento un campione. Non credo neppure che sia eccezionale quello che faccio. Mi sento bene, mi diverte giocare. Non c’è miracolo nella mia vita di atleta. Cerco di non agitarmi, mangio a ore fisse, passeggio quando posso e la sera, dopo aver guardato un po’ di televisione, vado a dormire. Mi circondo di cose semplici, non desidero cose impossibili, sono felice con mia moglie. Ho tutto, capisce? Non mi manca proprio niente».&lt;br /&gt;
Chiaro che ripetersi su quei livelli di regolarità non è facile, a quell’età: e difatti accade che Heriberto, che intanto ha trovato in Cinesinho detto Cina il podista-regista per il suo movimento, spesso accantona Da Costa anteponendogli lo speranzoso Bercellino detto Bercedue, o Traspedini. Ma al momento buono Dino riesce ancora a rendersi utilissimo, realizzando una rete a Ferrara nella gara pareggiata due a due con la Spal, e soprattutto segnando la rete della vittoria a Roma contro la Lazio, con magistrale colpo di tacco.&lt;br /&gt;
La parentesi di Da Costa in bianconero si chiude qui: tre campionati, parecchi momenti da ricordare. Un posto nella galleria di bianconeri degli anni sessanta gli spetta di diritto: e non è necessariamente un posto di secondo piano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span&gt;&lt;b&gt;VLADIMIRO CAMINITI&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Una squadra abbastanza quadrata, col mulinello del movimiento heríbertiano, col Sivori declinante – una conferenza-stampa al giorno e Baretti accorreva – sfiniva l’epoca dei rodomonte viziosi, professionalità virtuosa in campo, questo furono Da Costa e Del Sol.&lt;br /&gt;
1964-65: Anzolin; Gori, Benito Sarti; Bercellino, Castano, Leoncini; Stacchini, Da Costa, Combin, Del Sol, Menichelli.&lt;br /&gt;
Correre più del pallone, amministrarlo con furore agonistico, battersi fino allo stremo e in realtà Da Costa aumentò la sua credibilità tecnica, risultò pratico fiondante sprintato eclettico possessivo, il primo heribertiano in terra, da brasiliano infine superstizioso e amabile si prodigò con meraviglioso slancio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/142074379496465403/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/142074379496465403' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/142074379496465403'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/142074379496465403'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/dino-da-costa.html' title='Dino DA COSTA'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhfDjJDvicX94Qm5HkKVE53xIMeEfAtf_jMhjS_LglHos6Q8RQgnuSp9Q5mWVWSY2iUVvL_mrkAuq-jiQ1tlphHhuZBOaO-0C_3CCWOGEiRjLpmWhwvDz8Q5F2hBIcEkQsrYb5ylmA3xxHHqFn5qO_wwC9rEmgymscamvPooz4obbJzly2B5QHa5h-GKqY/s72-w279-h386-c/da%20costa.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-5654601048558970153</id><published>2026-07-31T06:30:00.000+02:00</published><updated>2026-07-31T07:54:59.872+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Antonio CONTE</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiuAqnLVP8S76v5WsqyVs4ooRS6ZPu1RQz6ubwy_-zFlJ34cmKhiVCvfG6ewE4WMzujQ5VqbPHKsecLZA2ifb6nVLm1pIoqvJ1H76Qv1FLBfsr5rrTsB2BHFyMuF4k-J_9csgxR4hXWyGY/s1600/antonio_conte_01_getty.jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;462&quot; data-original-width=&quot;738&quot; height=&quot;298&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiuAqnLVP8S76v5WsqyVs4ooRS6ZPu1RQz6ubwy_-zFlJ34cmKhiVCvfG6ewE4WMzujQ5VqbPHKsecLZA2ifb6nVLm1pIoqvJ1H76Qv1FLBfsr5rrTsB2BHFyMuF4k-J_9csgxR4hXWyGY/w476-h298/antonio_conte_01_getty.jpg&quot; width=&quot;476&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Antonio Conte il capitano – scrive&amp;nbsp;Nicola Calzaretta su “Hurrà Juventus” dell&#39;agosto 2011&lt;b&gt; –&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&amp;nbsp;adesso mister, suo padre, Cosimino, lo ha sempre detto: «Diventerà un grande allenatore». Più che una profezia, una certezza. Il modo indicativo è lì a certificarlo. Non sogni di babbo, pur consentiti, ci mancherebbe. Ma previsioni fondate di chi è del mestiere. Di chi al pallone ha dedicato una vita intera, presidente-allenatore-segretario della Juventina di Lecce per oltre trent’anni.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Lì (e poteva essere diversamente?) ha mosso i primi passi Antonio. A tre anni già seduto in panchina accanto al babbo, a nove ufficialmente tesserato nel settore giovanile della Juventina. Maglia bianconera, pantaloncini e calzettoni bianchi: la perfetta copia della Juventus vera, la squadra del cuore del biondissimo Antonio. Un amore senza se e senza ma. La riprova quando un giornale lancia un concorso, chiedendo ai partecipanti di inviare il disegno del proprio calciatore preferito: il piccolo Conte manda quello di Roberto Bettega, il suo idolo. Anno Domini 1979.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Non è dato conoscere se e quanti poster bianconeri abbia nella sua camera. Di certo si sa che cresce bene e che gioca ancora meglio. Inevitabile e meritato, arriva il passaggio al Lecce. La testa rimane saldata al collo e i piedi alla terra. Unica concessione, a quattordici anni, una Vespa usata. Ma a correre in campo è lui. Due anni dopo arriva addirittura il debutto in A.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;È il 6 aprile 1986, Antonio non ha ancora 17 anni. Scommette su di lui mister Fascetti, uno che vede lontano. Gioca gli ultimi dieci minuti al posto di Vanoli. La gioia per il debutto, però, non dura molto. La sfortuna, che con lui sarà particolarmente accanita, si presenta subito sotto forma di una tibia rotta dopo uno scontro con un compagno. Stop forzato ai box. Tempra e carattere che si rafforzano ulteriormente. Torna più forte e sicuro di prima. Impressiona la sua grinta e la voglia di arrivare. Nel mezzo ecco pure il diploma di ragioniere, dopo cinque anni di superiori senza mai andare a settembre. Accidenti che tipo!&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Gli anni ‘80 stanno per chiudersi. Per Conte si aprono sempre di più le porte della Prima Squadra. È Carlo Mazzone che gli mette le ali. Lui prende al volo l’occasione e non molla più la maglia da titolare. È una bella squadra quel Lecce: Pasculli, Virdis, Barbas, Giacomo Ferri. C’è anche Checco Moriero, anche lui classe 1969, quello che da piccoli lo batteva nelle gare di atletica, ma poi Antonio si rifaceva con le ragazze, confidando sul gentile aspetto e sull’azzurro dei suoi occhi. La consacrazione arriva con il campionato 1989-90: 28 presenze e un gol, il primo in A, contro il Napoli, davanti a Maradona. Compimenti e successi. I primi soldi veri. Una parte destinati all’acquisto della Golf usata che gli vende Giuliano Terraneo, il portiere-poeta che chiude la sua lunga carriera proprio a Lecce nel 1990.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Il nome di Conte inizia a circolare. Debutta anche con l’Under 21, si fa un altro buon campionato con i giallorossi fino all’improvvisa chiamata della Juventus. Novembre 1991. A dire il vero il suo arrivo a Torino passa un po’ sottotraccia. È il mercato d’autunno, quello di “riparazione”; ultimo appello. In quei primi anni ‘90 è ancora così. Le sessioni di mercato sono due e molto contenute. Estate e autunno, per gli ultimi e definitivi ritocchi.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;È Giovanni Trapattoni, alla sua seconda tornata sulla panchina bianconera, che chiede l’acquisto di Conte. Al Trap, si sa, i mediani tutto cuore e grinta piacciono da matti, forse perché ci si specchia un po’ dentro. Boniperti lo accontenta. E chiama casa Conte. Dall’altro capo del telefono mamma Ada: «Immagino quanto le costerà rinunciare a un figlio che si trasferisce a 1.000 chilometri – sono le parole del presidente –. Ma voglio tranquillizzarla, alla Juve troverà un’altra famiglia che saprà crescerlo e aiutarlo nei momenti difficili».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Sarà così. Intanto l’acquisto è concluso facilmente. Antonio arriva a Torino. La nebbia gli mette un po’ di ansia. Le labbra sono cucite dall’emozione. Il cuore è in tumulto. Boniperti gli mostra le scarpette con cui ha giocato a Wembley e i trofei della Juve. «Ricordo bene il giorno che arrivai a Torino. Per l’emozione non spiaccicai una parola. C’erano campioni come Roberto Baggio, mi venne istintivo dare del “lei” a tutti. Anzi, del “voi”, perché sono leccese e dalle mie parti si usa così. Pensai: “Qui non duro a lungo, sono di passaggio, non posso permettermi un salto così lungo, dalla B in Puglia alla squadra più forte d’Italia”».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ma per fortuna il vento che scaccia la nebbia, si porta via anche i timori del giovanotto pugliese. Le foto, la figurina Panini stampata in extremis per inserirla nell’album e Antonio Conte si trova in mezzo a Schillaci e Baggio, Tacconi e Marocchi, Julio Cesar e Kohler. Inutile dire che lui è felicissimo, bianconero nel sangue com’è. L’inizio è in salita. Nella prima amichevole che gioca, con un maldestro passaggio indietro al portiere, favorisce il gol avversario. Lui ci rimane malissimo, ma sono peccati veniali. Trapattoni lo tiene sulla corda e gli offre supplementi di lezioni tecniche e tattiche. Lui risponde presente e alla fine gioca 14 partite e cosa più importante, si conquista un posto da titolare per l’anno successivo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;È già maturato tantissimo, dopo soltanto pochi mesi di cura Trap. Di lui si parla come il mediano del futuro, erede di Furino e Bonini. Antonio ci sta, non si spaventa. Brillano sul suo viso gli occhi azzurri chiarissimi.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La stagione ‘92-93 è trionfale per la Juve e per lui. Arriva la Coppa Uefa. Conte si tiene ben stretto il posto in squadra, né il Trap è intenzionato a dare la sua maglia ad altri. È cresciuto ancora. Non solo mediano. Centrocampista globale, perno della manovra, cacciatore di palloni ed anche goleador. E che goleador. Reti spesso spettacolari, gol frutto dell’istinto e di una tecnica di base che Conte migliora giorno dopo giorno. Il popolo juventino, che già l’ha in simpatia, lo eleva agli onori della canonizzazione bianconera il 10 aprile 1993. È domenica di derby, la partita che mette i brividi. Il Torino e il suo furore, con quel tremendismo granata che alla Juventus temono. Ci pensa Antonio Conte a dare la giusta misura alle cose e, dunque, alla superiorità ancestrale dei bianconeri. A nove minuti dall’inizio porta in vantaggio la Juventus. A nove minuti dalla fine realizza il gol del definitivo 2-1, dopo il pareggio granata di Aguilera. La sua corsa, folle e gioiosa, dopo la marcatura decisiva, è la corsa, folle e gioiosa, di ogni tifoso vero della Juve.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;In soli due anni, Conte è una delle colonne della Juventus e uno dei nomi nuovi su cui punta Arrigo Sacchi per la sua Nazionale che nel 1994 arriva seconda dietro il Brasile. Antonio c’è, uno dei pochi bianconeri stimati e voluti dal Commissario Tecnico Sacchi. E non è cosa da poco. Anzi. Umile e generoso, educato e colto, quando arriva Marcello Lippi ha l’intelligenza di mettersi a disposizione, senza reclamare nulla. Conte è juventino. Aspetta il suo turno, con pazienza e dedizione. Che arriva, impreziosito da gol stupendi, come il colpo di testa in tuffo contro il Borussia Dortmund nella prima di Champions League.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La fascia di capitano ben presto gli circonda il braccio sinistro. Gliela consegna Vialli, l’avallo Io appone mister Lippi. «È un grande onore, oltre che una responsabilità di cui vado fiero. Questa fascia è anche simbolica, in squadra ci sono, infatti, più capitani!». I tifosi, poi, gliene regaleranno una personalizzata: “Senza di te non andremo lontano. Antonio Conte è il nostro capitano”. «Penso che i tifosi apprezzino il mio modo di essere dentro e fuori dal campo. Con me sono sempre stati davvero fantastici. Nei momenti più difficili mi sono stati vicini, dimostrandomi calore e simpatia».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Conte capitano e la Juve va lontanissimo. Champions, Intercontinentale e un’altra dozzina di trofei tra scudetti, coppe e supercoppe assortite, alla fine saranno 15 in totale. Lui c’è, anche quando la malasorte si diverte a rendergli più dura la giornata. Tre le stazioni della sua personale via crucis. La prima durante la finale dell’Olimpico il 22 maggio 1996, dopo uno scontro con Davids. La coscia gli si gonfia come un cocomero. Addio Europei. «Quella sera, provai la soddisfazione più grande e l’amarezza più intensa. Pochi giorni dopo, i miei compagni partivano per gli Europei ed io ero in un letto di ospedale con una coscia gonfia e dolorante».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La seconda il 9 ottobre dello stesso anno, con la maglia della Nazionale. Salta il legamento crociato del ginocchio sinistro. Lungo stop e addio Tokyo. Terza stazione, il 24 giugno 2000, durante gli Europei che lui ha bagnato con una rovesciata-gol (sua specialità) di rara bellezza. Contro la Romania, un’entrata da codice penale di Hagi gli frantuma una caviglia e il torneo per lui finisce lì. Dolorose cadute e resurrezioni miracolose. Anzi no: resurrezioni figlie legittime della volontà di ferro e della tenacia di un ragazzino che con la maglia della Juve è diventato uomo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dice di lui il Trap: «Era duttile e intelligente. Una forza della natura nella fase difensiva e in quella offensiva: non è un caso che sia diventato allenatore. Giocando in mezzo capisci meglio le dinamiche di tutti i reparti».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;“Voglio arrivare alla Juve”, lo dichiara subito, appena seduto sulla panchina dell’Arezzo, nel 2006: «L’idea di approdare alla Juventus prima o poi non è stata un’ossessione, semmai un pensiero piacevole e soprattutto inevitabile. Perché appena ho smesso di fare il calciatore e ho intrapreso un nuovo mestiere ho pensato subito che mi sarebbe piaciuto arrivare alla Juventus. Il motivo è molto semplice: questa è casa mia. Non si può stare lontani troppo a lungo».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Tredici stagioni in bianconero. Dal 1991 al 2004. Prima capitano, adesso mister. Antonio Conte, il terzo leccese juventino in ordine di tempo, dopo Causio e Brio. Anche lui, come i suoi concittadini, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della Grande Juventus da calciatore. Ora, siamo sicuri, saprà farlo anche da mister.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;STEFANO DISCRETI, DAL LIBRO “I NOSTRI CAMPIONI”&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;In una testimonianza scritta rivelata al sottoscritto, mi raccontò questo episodio: «Era un periodo in cui mister Lippi mi faceva giocare mediano sulla destra, ruolo che non gradivo troppo. Fui intervistato proprio in quei giorni ed evidentemente il giornalista fu bravo a estrapolare questo mio leggero malumore. Sai come fanno poi i giornali. Il giorno dopo il titolo fu: “Conte: vinco ma non mi diverto”. Successivamente, al mio ingresso negli spogliatoi trovai, attaccato al mio armadietto, questo messaggio: “Se vuoi divertirti, vai all’Una Park”. All apostrofo una! Ti rendi conto che cosa provocò in me quella frase scritta da quell’ignorantone di Angelo? (scrivi pure ignorantone, tanto è in senso affettuoso). Ancor oggi, quando rincontro Di Livio, lo prendo in giro».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;IL FRATELLO, DA “TUTTOSPORT” DEL 25 NOVEMBRE 2011&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Antonio è un vincente, ha chiamato la figlia Vittoria perché non sa parlare di altro, sua moglie è una santa: prima o poi parlerà di tattica anche lei, Siamo una famiglia bianconera, papà fondò una squadra a Lecce e la chiamò Juventina. Antonio al tempo era già determinato, per lui non esistono ostacoli impossibili ma solo sfide da vincere e ora pensa a far vincere la Juve 24 ore al giorno. Cosa temiamo in famiglia? La prima sconfitta. Quando è capitato in passato da giocatore e da allenatore si nota il cambiamento di umore, diventa intrattabile, non esce di casa. Pensa e ripensa agli errori. Io reagii male quando nel 1991 Antonio andò alla Juve, A dieci anni mi veniva a mancare in casa il fratello maggiore. Mia madre? All’inizio era preoccupata ma poi ci pensò Boniperti che parlo anche con lei per velocizzare la trattativa visto che c’era anche la Roma su Antonio. Mio padre invece fu orgoglioso del passaggio in bianconero ma non se ne vantò mai, è sempre stato schivo.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Comincia l’avventura di Antonio sulla panchina bianconera. Questa volta il mercato è basato sulla “qualità”: arrivano Pirlo, Vucinić, Lichtsteiner e un semisconosciuto cileno, Arturo Vidal. E proprio il dover utilizzare il cileno e mettere Pirlo in condizione di esprimersi al meglio, “costringe” Conte ad abbandonare il suo amato 4-2-4 per un più produttivo 3-5-2. «Abbiamo lavorato due mesi su quel sistema di gioco, secondo me il più difficili da adottare. Poi, col passare dei giorni e degli allenamenti, mi sono convinto sempre di più che sarebbe stato un delitto non utilizzare insieme Pirlo, Vidal e Marchisio. Da qui ho studiato nuove soluzioni, senza abbandonare mai la nostra proposta di gioco».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Il trio difensivo è composto da Chiellini, Bonucci e Barzagli, la famosa BBC. Una specie di linea Maginot, quasi impossibile da superare. Gli attaccanti non segnano molto, ma ci pensano i centrocampisti (Marchisio in primis) e i difensori (lancio di Pirlo e gol di Lichtsteiner, vero leitmotiv della stagione) a riempire il tabellino delle realizzazioni. Ottimo anche il rendimento della panchina: Giaccherini, Padoin e il redivivo Cáceres non deludono mai quando chiamati in causa.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La Zebra non perde mai, anche se i pareggi sono tanti. «L’imbattibilità è qualcosa di straordinario, di impensabile. Adesso sappiamo che al massimo ci potranno raggiungere, mai superare».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ma si batte due volte l’Inter, i campioni in carica del Milan allo Stadium e si rimonta in modo clamoroso la partita a Fuorigrotta. L’inseguimento al Diavolo è serrato ma i rossoneri cedono sul finale. E quando a Trieste, vincendo contro il Cagliari per 2-0, lo scudetto è cosa matematica, il pensiero dei tifosi non può non andare a chi ha provato ad affossare la Juve, all’anno in serie B e ai due settimi posti. «Ho avuto la fortuna di veder subito accettata la mia idea di calcio e la mia gestione del gruppo. Si trattava di tornare a giocare da grande squadra, non da provinciale. Dissi che, se proprio dovevamo perdere, era meglio che succedesse trafitti da un contropiede mentre attaccavamo, piuttosto che aspettare la fine difendendoci nella propria area. Ebbi la sensazione che i calciatori non aspettassero altro che sentire queste parole. La vittoria più importante è stata quella di Palermo, quando abbiamo sorpassato il Milan. Ho capito che potevamo arrivare fino alla fine, che avevamo rimesso l’osso in bocca. E che togliercelo sarebbe stata dura».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Si arriva anche in finale di Coppa Italia contro il Napoli, ma gli azzurri sono molto più motivati dei bianconeri e la partita non ha storia.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Conte, il condottiero, il martello, va all’assalto del bis e della Coppa dei Campioni. Per la prima volta, dopo 18 anni, in ritiro non c’è Ale Del Piero. Il capitano, infatti, non rientrando nei piani dell’allenatore leccese, emigra in Australia. Ritorna Giovinco dal prestito, arrivano dall’Udinese Isla e Asamoah. Ma il colpo grosso è costituito da un giovinotto francese, detto il Polpo. Paul Pogba è il suo nome e sarà lo spacca campionato. Si parte con la conquista della Supercoppa italiana a spese del Napoli, coi partenopei che non si presentano per la cerimonia di premiazione. Lo scudetto viene vinto in carrozza, mentre in Europa le cose non andranno così bene. Si battono i Blues allo Stadium, ma il Bayern elimina la Vecchia Signora con una doppia vittoria per 2-0. «Qualche problema all’inizio c’è stato. Anche se facevamo buoni risultati la squadra non esprimeva sempre i nostri concetti di gioco e abbiamo avuto anche fortuna in certi casi. Ma appena siamo rientrati nella giusta dimensione, abbiamo vinto uno scudetto a ritmi da record. In Champions abbiamo avuto la sfortuna di incontrare il Bayern nei quarti. In Europa è difficilissimo e alla vittoria finale devi arrivare per gradi, con pazienza, attraverso un progetto vincente e il nostro lo è».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Estate 2013: con l’arrivo di Fernando Llorente e Carlos Tevez, Conte cambia nuovamente volto alla squadra. La BBC è sempre sugli scudi, ma questa volta c’è un attaccante di razza in mezzo all’area. Ma è Carlitos che farà la differenza con una stagione strepitosa condita da 21 reti. Continua la crescita di Vidal che metterà insieme ben 18 realizzazioni, le stesse di Fernando. Ancora una Supercoppa italiana, con un roboante 4-0 in casa della Lazio. Ancora uno scudetto vinto, con tanto di record di punti (102) per il campionato a 20 squadre. «Il nostro obiettivo era vincere lo scudetto, ma dopo la certezza matematica abbiamo fatto di tutto per raggiungere questo incredibile traguardo», dice un raggiante Conte.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Purtroppo, le note dolenti arrivano dalla Coppa Campioni. La Juve non supera ai gironi anche a causa della sconfitta contro il Galatasaray, su un vergognoso campo arato dalle ruspe turche. Retrocessi in Europa League e sconfitti in semifinali contro il Benfica. L’impressione generale è che, per inseguire un effimero record, Conte abbia snobbato la competizione che avrebbe visto disputare la finale proprio allo Stadium.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;E si arriva al triste epilogo. Dopo due giorni di ritiro Conte abbandona il ritiro e la Vecchia Signora. «Non si può mangiare in un ristorante da 100 euro con soli 10 euro i tasca», solo le rabbiose parole di commiato, in netto contrasto con la società, rea (a suo parere) di non mettergli a disposizione una squadra competitiva. Peccato che Allegri, il suo successore, con la stessa squadra sfiorerà la vittoria in Coppa Campioni, perdendo immeritatamente la finale contro il Barcellona.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ma questa è tutta un’altra storia.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/5654601048558970153/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/5654601048558970153' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5654601048558970153'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5654601048558970153'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/antonio-conte.html' title='Antonio CONTE'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiuAqnLVP8S76v5WsqyVs4ooRS6ZPu1RQz6ubwy_-zFlJ34cmKhiVCvfG6ewE4WMzujQ5VqbPHKsecLZA2ifb6nVLm1pIoqvJ1H76Qv1FLBfsr5rrTsB2BHFyMuF4k-J_9csgxR4hXWyGY/s72-w476-h298-c/antonio_conte_01_getty.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-1589880188133466858</id><published>2026-07-30T06:30:00.000+02:00</published><updated>2026-07-30T07:55:19.608+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Eugenio CORINI</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiKKNSyFPLRar6NLzayWbk4YeJW_2CwxW3cds96CEvu_Qn_GU-hVV-2Ux5xI8fPqDkuJwIirBbHe4utXJDqTNe5v2yOXnNj2i5rVw7dSgxI8pyiXgaWCUtSu5FIVG7eSV3DUz07MrIXSSk/s578/corini+%25282%2529.jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;373&quot; data-original-width=&quot;578&quot; height=&quot;283&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiKKNSyFPLRar6NLzayWbk4YeJW_2CwxW3cds96CEvu_Qn_GU-hVV-2Ux5xI8fPqDkuJwIirBbHe4utXJDqTNe5v2yOXnNj2i5rVw7dSgxI8pyiXgaWCUtSu5FIVG7eSV3DUz07MrIXSSk/w437-h283/corini+%25282%2529.jpg&quot; width=&quot;437&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Un centrocampista di ragionamento, si diceva ai tempi, dalle grandi possibilità. Il ragazzo, in effetti, aveva talento e, nelle due stagioni sotto la Mole, riuscì a mettere insieme tra campionato e coppe 64 presenze e 4 gol. «Fu un’esperienza non solo unica, straordinaria direi. Arrivai alla Juventus giovanissimo, a venti anni. Ricordo bene il giorno della presentazione in sede, che allora era in Piazza Crimea. C’era un grande fermento: era la stagione 1990-91, si veniva dai Mondiali, dove Baggio e Schillaci avevano lasciato il segno e inoltre la Juventus si stava rinnovando. Era arrivato Montezemolo e la squadra era stata affidata a Maifredi, per cercare di darle un gioco spumeggiante, spettacolare, sull’esempio del Milan di Sacchi. Il gioco che voleva non era semplice, richiedeva tempo e purtroppo noi commettemmo l’errore di… partire troppo bene. Poi perdemmo con la Samp, ci sentimmo fuori dalla lotta scudetto e probabilmente ci rilassammo, provocando il crollo. Tra l’altro tre giorni dopo quella partita uscimmo dalla Coppa Italia con la Roma, Maifredi disse alla dirigenza che se era desiderio della società lui era pronto ad andarsene, e tutto l’ambiente non fu più quello di prima. Peccato».&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;A livello personale però le soddisfazioni non mancarono: «In effetti, non posso che essere contento dei miei due anni alla Juventus. Venivo dal Brescia, ero molto giovane e per di più il mio ruolo, quello del regista, è particolarmente delicato; eppure giocai un buon numero di partite, molte da titolare. Ancora oggi qualcuno quando ricorda la mia esperienza alla Juventus, ne parla in termini poco positivi, mentre in realtà sono molto soddisfatto di come andò. Può darsi che non abbia avuto troppa fortuna, perché capitai in un periodo nel quale non si vinceva; prendiamo come esempio Tacchinardi, giusto per parare di un altro regista: lui ha avuto il tempo di ambientarsi e ha giocato in una squadra che ha collezionato scudetti e coppe, io no. Questo però non significa che non ricordi quegli anni con grande piacere».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Dopo la Juventus ha viaggiato parecchio: Sampdoria, Napoli, Brescia, Piacenza, Chievo, Palermo, Torino, un giramondo insomma: «Beh, ho vissuto un periodo particolare. Ero ritenuto un’eterna promessa ed è stato duro scrollarsi di dosso quell’etichetta, soprattutto perché sono incappato in diversi infortuni. Dai ventitré ai ventotto anni, in effetti, ho attraversato degli anni difficili. Poi fortunatamente mi sono ripreso e sono riuscito a togliermi grandi soddisfazioni».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Non è stato facile, però: «Certo, ma il lavoro, alla lunga, è quel che paga; il resto, per me, conta poco. Mi hanno insegnato così i miei genitori e sarò sempre grato a loro per questo. Sono contento di essere come sono, non vorrei essere nient’altro. Sono cresciuto in una famiglia di paese, gente abituata a lavorare sodo, sempre. Mi hanno insegnato che cosa è il sacrificio, che cosa significhi guadagnarsi il pane».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;È arrivato alla Juventus venti anni, se n’è andato dopo appena due stagioni; Trapattoni lo utilizzava come vice Baggio e le occasioni per scendere in campo, non furono tante. Fu ceduto alla Sampdoria, in cambio di Gianluca Vialli. Peccato, perché Eugenio era uno da Juventus.&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;MATTEO DELLA VITE, DAL “GUERIN SPORTIVO” DELL’11-17 MARZO 1992&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Giocano e vincono. Insieme. Dice: ma in che film? Non c’è trucco non c`è inganno. Lui e Baggio s’intendono a meraviglia quando, in coppia, sfidano i compagni. A carte... «In questa ottica è l’unica soddisfazione che mi rimane. Io e Roby siamo imbattibili a pinnnacolo. Ma poi, finisce lì: altre occasioni, spezzoni di venti minuti a parte, purtroppo non esistono...».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Parole e «singhiozzi» di Eugenio Corini, talento in naftalina che tanto si spiega e che poco si spezza. In un campionato vissuto a inseguire, l’Eugenio incompreso se la passa fra panchine tutte uguali, domande senza risposta e un cruccio grande come il mare. «Ripeto per l’ennesima volta: Trapattoni mi vede come alternativa a Roberto, ma io non sono da panchina. Credo di essere completamente diverso da Baggio, e credo anche di poter trovare posto alle sue spalle, come regista difensivo pronto all’interdizione. Non avrò il fisicaccio, ma se guardate bene la gamba non la risparmio mai…».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Simpatico, posato, con tanta amarezza in fondo agli occhi. La sua storia di «prigioniero di Baggio» ha fatto il giro dello stivale pallonaro, scatenando domande e proposte. Ma niente da fare. Trap tira avanti e risolve il Grande Dubbio... senza risolverlo: fuori uno, dentro l’altro e tanti saluti alla possibile coesistenza. A lui non resta che scherzarci sopra, parlando di sfide epiche con Luppi e Carrera seduti a un tavolo verde. Troppo furbo ed educato per cadere nella trappola di un attacco frontale al Trap; troppo sincero e pulito, però, per poter sopportare in silenzio una situazione del genere, così frustrante. Corini ha la faccia di tutti i giorni, ma anche gli stessi pensieri, le stesse angosce, le solite domande. Assieme alla bella moglie Caterina, sposata lo scorso dicembre, coccola la piccolissima Alessandra, sei mesi e tanta vivacità. «Molte volte mi è venuta la voglia di esplodere, di dire basta. Ma poi ho riflettuto trenta secondi in più e ho deciso di lasciar perdere. Avere una famiglia, una figlia, tante responsabilità tutte in una volta: devi saperti gestire, magari dissentire ma con garbo e correttezza. E allora, tanti saluti alla polemica. Non fa e non ha mai fatto per me».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Già, polemica mai, ma spazio per qualche chiarimento c’è sempre stato. Eugenio gioca, convince e stupisce nell’Under 21 di Cesare Maldini, poi... Poi, buonanotte talento e riecco le angosce. Momenti strani e di difficile interpretazione, momenti da non augurare a nessuno. «Beh, oddio: non è che non dorma alla notte, mi scoccia solo non calpestare mai il campo. Lo sfioro? Sì, lo tocco per venti minuti, ma dica lei quanto un uomo d’ordine come me possa cambiare la faccia a una partita. Non sono né un difensore, né un attaccante da impiegare secondo certi stravolgimenti tattici, il mio ruolo è ben definito, un ruolo che offre continuità, non scossoni sismici. Rimango dell’idea che io e Roberto possiamo coesistere, ma, per motivi tattici, Trapattoni non la pensa allo stesso modo. Peccato...».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– Solo «peccato»&lt;/b&gt;? «Cosa devo dire, se non altro ho la possibilità di sentire e leggere tanti attestati di stima. Ma c’è poca consolazione in questo…».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Ecco: non la infastidisce il fatto che si parli più per quel che non fa che per ciò che potrebbe fare?&lt;/b&gt; «Già, in effetti parlano tanto di uno che non gioca: e non è roba da tutti. Ma mi creda: preferirei giocare dall’inizio e ricevere qualche critica in più. Sarebbe per lo meno istruttivo».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Dentro di sé cova incertezze?&lt;/b&gt; «Sul mio futuro sicuramente, perché una volta mi danno come pedina di scambio, l’altra parlano di Juventus e l’altra ancora mi vedono già al Genoa, all’Atalanta o al Parma. Fa piacere, certo, ma puoi essere tranquillo pensando che domani sarai chissà dove? No, non puoi...».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Qualcuno dice che non ha le qualità opportune per fare l’incontrista. Vero o falso?&lt;/b&gt; «Falsissimo. Perché una delle mie caratteristiche migliori è quella di andare sempre in contrasto e in pressing con decisione e magari cattiveria. Quindi, osservazione ingiusta...».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Adesso preferirebbe giocare in un’altra squadra&lt;/b&gt;? «È una delle tante domande che mi faccio spesso. Ci sono domeniche in cui vorrei essere nella squadrina del mio paese; così, giusto per giocare una partita. Poi penso che sono nella Juve, che la società è formidabile e che ho a fianco un campione come Baggio...».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;A fianco?&lt;/b&gt; «Beh, sì, insomma: quasi...».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Ma Baggio che cosa le dice?&lt;/b&gt; «Mi dice e non mi dice. Non sarebbe corretto se prendesse la parte di qualcuno...».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;E il Trap?&lt;/b&gt; «Capita spesso che mi dica “una partita è una battaglia”, ma io gli rispondo che non mi sento un giocatore inadatto alle battaglie. Lui ha le sue idee, deve rispondere alla società e alla tifoseria. Tutto qui».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Proprio tutto qui?&lt;/b&gt; «Un giorno lo avvicinai, perché passavo un periodo veramente nero. Vedendo che non entravo più gli chiesi se mi ero comportato male, se avevo fatto qualcosa che lo avesse disturbato, irritato. Beh, lui fu stupendo: mi prese da parte e ci spiegammo alla perfezione. Che cosa mi disse? Niente di speciale, ma abbastanza perché ritrovassi la fiducia in me stesso».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Invidia Orlando?&lt;/b&gt; «In che senso?».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Nel senso che lui gioca ed è andato via anche perché c’era Corini...&lt;/b&gt; «Non lo invidio, ma sono solamente contento che faccia tante belle cose. Se Batistuta ha preso a far gol è anche merito suo».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;E allora, invidia qualcuno?&lt;/b&gt; «Assolutamente no».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Che cosa non riesce a dimostrare Corini?&lt;/b&gt; «A ventun anni devo dimostrare ancora tantissimo. Il mio valore non voglio che lo sottolineino gli altri, vorrei dimostrarlo sul campo, magari per novanta minuti. E soprattutto vorrei dimostrarlo a me stesso: a forza di giocare poco, finisce che mi metto anche in discussione».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Da uno a dieci, quanto crede che abbia fiducia in lei Trapattoni?&lt;/b&gt; «Se lo sapessi mi deciderei in un senso o nell’altro. Mi dice spesso che crede nelle mie qualità, ma alla luce dei fatti vedo solamente la panchina...».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Che cosa le dà la forza di non abbattersi?&lt;/b&gt; «La solita voglia di non mollare».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;E l’idea di essere nella Juve?&lt;/b&gt; «Sì, anche quella. Non posso nasconderlo. Ma se dovesse continuare così, vorrei andarmene. Ho ancora un anno di contratto e non mi va affatto di bruciarmi guardando gli altri».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Che cosa darebbe per essere in un’altra squadra?&lt;/b&gt; «Niente. Vede, nella mia brevissima carriera sono sempre stato abituato a giocare con allenatori che credevano ciecamente in me. Varrella a Brescia, Maifredi che si è rivelato come un padre l’anno scorso. Questo per dire cosa? Che per la prima volta ho capito che cosa significa lottare, soffrire per un posto in squadra. Fa parte dell’esperienza anche questo. Se non altro…».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Con tutto questo bailamme non dica che non sarebbe favorevole al mercato open...&lt;/b&gt; «E invece non la vedo come soluzione opportuna. La nostra mentalità, la mentalità italiana per intenderci, non è adatta a questo tipo di cambiamento».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Che cosa manca a Corini per essere felice?&lt;/b&gt; «Solo il campo, una maglia da titolare. Per il resto ho una famiglia stupenda e mi basta».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Si sente più ignorato o incompreso?&lt;/b&gt; «Incompreso».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Un anno vissuto così è un anno buttato via?&lt;/b&gt; «Quasi, ma non del tutto. Perché si cresce anche grazie alle difficoltà».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Che cosa cambierebbe di sé?&lt;/b&gt; «A volte penso che se avessi qualche centimetro e qualche chilo in più, tutti i problemi si risolverebbero in un attimo. Una volta l’Avvocato venne da me e mi chiese: “E allora, Corini: come andiamo col peso? Cresce? Cresce?”. È fantastico, Agnelli, infonde una simpatia incredibile. Ma anche tanto timore. Nel frattempo, però, sto lavorando moltissimo in palestra. Ma la gente non pensi che io possa diventare un armadio. Magari...».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Che cosa deve capire di se stesso come giocatore?&lt;/b&gt; «Ho la convinzione di poter diventare un giocatore da Juventus, ma devo dimostrarlo anche a me stesso. E questo è fondamentale».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;E l’Under 21 non basta...&lt;/b&gt; «L’azzurro rappresenta una valvola di sfogo importantissima. Ma anche qui ho dovuto penare. Albertini stava facendo grandi cose e quando arrivò, visto che abbiamo una posizione simile, pensai che anche qui sarebbe stato difficile trovare spazio. Poi Maldini mi ha provato e tutto è andato alla perfezione. Se ho paura, non giocando con la Juve, di perdere il posto nell’Under? Beh, spero di no, credo di aver dato abbastanza garanzie».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Una critica e un elogio...&lt;/b&gt; «Mi dico bravo per gli spezzoni di partita giocati».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;La critica?&lt;/b&gt; «Lungi da me l’idea di essere presuntuoso, ma non ho critiche da farmi».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Che cosa farà e che cosa sarà da grande?&lt;/b&gt; «Farò il papà, il marito e un campionato intero. Vincendo lo scudetto...».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Con la Juve?&lt;/b&gt; «Se Dio... Anzi: se Trap vuole, sì».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/1589880188133466858/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/1589880188133466858' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1589880188133466858'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1589880188133466858'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/eugenio-corini.html' title='Eugenio CORINI'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiKKNSyFPLRar6NLzayWbk4YeJW_2CwxW3cds96CEvu_Qn_GU-hVV-2Ux5xI8fPqDkuJwIirBbHe4utXJDqTNe5v2yOXnNj2i5rVw7dSgxI8pyiXgaWCUtSu5FIVG7eSV3DUz07MrIXSSk/s72-w437-h283-c/corini+%25282%2529.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-4665274196489632812</id><published>2026-07-29T06:30:00.000+02:00</published><updated>2026-07-29T10:29:48.150+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Fausto LANDINI</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhV_7bN7kZpE525gLXMkGWSZKh6cBSrsYSbtq0-IH4a3Xg8RmFm4MPv-4OPXL6sL2pFUJkzNxVb-FOcNTI4v1x4KsULXwu1s66lwOq3g_BXliJMBULqLTVrkSrJpBXAgV7ZwIA0gRCbYWg/s573/landini.jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;573&quot; data-original-width=&quot;558&quot; height=&quot;398&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhV_7bN7kZpE525gLXMkGWSZKh6cBSrsYSbtq0-IH4a3Xg8RmFm4MPv-4OPXL6sL2pFUJkzNxVb-FOcNTI4v1x4KsULXwu1s66lwOq3g_BXliJMBULqLTVrkSrJpBXAgV7ZwIA0gRCbYWg/w388-h398/landini.jpg&quot; width=&quot;388&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Per i più giovani, il nome di Fausto Landini può significare poco o nulla. Al contrario, i tifosi juventini di qualche anno più vecchi, ricorderanno sicuramente quello spilungone dinoccolato, quasi sgraziato, che approdò alla maglia bianconera nell’estate del 1970, proveniente dalla Roma, in compagnia di Fabio Capello e Luciano Spinosi.&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;«Un infortunio alla caviglia capitato quasi all’inizio del campionato scorso mi ha costretto a un lungo riposo – racconta a Bruno Bernardi de “La Stampa” appena approdato in riva al Po – quando l’arto non era ancora perfettamente guarito sono tornato in campo. In queste condizioni non potevo rendere al massimo ed ho avuto una ricaduta. Ho ripreso a giocare ma non ero sicuro come prima. Anzi mi è capitato un fenomeno curioso che ha tratto molti in inganno. Mancandomi lo scatto ero costretto a iniziare lo spunto offensivo a una certa distanza dall’area di rigore, cosicché si è pensato che io fossi diventato la classica mezza punta che parte da lontano. Io sono una punta. A me piace giocare con l’avversario addosso, liberarmene e andare a rete. Centravanti o ala e indifferente; ma il più avanzato possibile. Mi sento attaccante vero, la mia metamorfosi è stata momentanea. Sia chiaro però che giocherò come vorrà l’allenatore, ho solo bisogno di ritrovare lo scatto, il morale e la fiducia in me stesso per tornare quello di due anni fa. La Juventus è l’ambiente adatto allo scopo. Sono molto giovane, non ho fretta. Arriverà la mia occasione, il tempo non mi manca».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;ALDO BISCARDI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1971&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Due macchie rosse sulle gote, che accentuavano la tonalità quando gli facevi un apprezzamento o l’invitavi ad aprirsi in un’intervista; due gambe interminabili, coperte da pantaloni a larghi risvolti, che ricordavano vagamente quelle di James Stewart; lo sguardo sfuggente, chiaramente timido; i capelli rigati a sinistra. Così ricordo Fausto Landini, ai suoi primi esaltanti tempi giallorossi. Una struttura organica sottoposta a sforzi prematuri e sicuramente compressa. Una vitalità naturale prorompente ma contingentemente annullata nello stampo del calciatore professionista, in cui frettolosamente l’aveva calato Helenio Herrera, dopo la tragica scomparsa di Luciano Taccola e il suo brillante esordio contro il Bologna: tutto questo mi dava l’immagine del Landini II, ragazzo imberbe, adolescente in via di sviluppo, uomo fatto ancora no, di certo. Un tocco di palla eccezionale, una visione chiara di gioco, uno scatto lungo, come le sue leve da fenicottero gli imponevano, ma indigeste a qualunque avversario, una ancora scarsa potenza nel tiro e nel gol, una mezza punta non da rifinire nel gioco ma da irrobustire nella corteccia: ecco il Landini II calciatore, sempre rivedendolo ai tempi giallorossi.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;La mano esperta di Boniperti-Allodi, una volta passato il ragazzo in maglia juventina, l’ha progressivamente «rifatto», completando la sua maturazione fisica e atletica. I due dirigenti bianconeri hanno compreso subito – forse l’hanno acquistato proprio con questa finalità – di avere tra le mani un campione in bozza, che andava corretto e aiutato nella dimensione fisiologica, dopo gli sforzi tremendi e prematuri cui era stato sottoposto. Per questa ragione non gli hanno dato subito la maglia di titolare, per questa ragione lo hanno affidato ai medici, perché i suoi diciannove anni potessero esplodere compiutamente, ritrovando il ragazzo l’equilibrio dinamico e strutturale.&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Landini II, come Rivera, non ha una cassa toracica fortissima. Il suo sviluppo si era meglio localizzato nelle leve, difettando nella zona polmonare, per ragioni naturali e per sollecitazione agonistica improvvisa. C’era soltanto da irrobustirlo per farne un vero campione e un vero atleta. E le cure amorose hanno dato i frutti sperati.&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Ho rivisto Fausto Landini in Lazio-Juventus all’Olimpico, in quello stadio che l’aveva glorificato alle soglie della grande carriera. Mi è parso finalmente un giovane fisicamente a posto e psicologicamente più maturo. Niente più rossori da educanda, niente più sguardo evasivo, niente più stupore per essere stato illuminato improvvisamente dai riflettori della popolarità. Un ragazzo sicuro di sé, coltivato a giusta e graduale temperatura, un calciatore professionista, nell’aspetto fisico e temperamentale, al livello del suo vecchio e attuale compagno Spinosi.&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;«Er lungo», lo chiamavano e lo chiamano ancora a Roma.&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Nato a San Giovanni Valdarno, il 29 luglio 1951, venti anni ancora incompiuti, fratello di Spartaco, ottimo difensore dell’Inter euro-mondiale, figlio di lavoratori toscani umili, un metro e ottantaquattro di altezza, deve ancora darci l’esatta misura dei suoi mezzi di giocatore di foot-ball.&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Gianni Brera, che gli ha dedicato una minuziosa attenzione da quando è passato sotto le insegne juventine, concorda nella mia tesi, sostenuta fin dai tempi giallorossi. È Faustino una grande mezza punta, un rifinitore eccezionale, un attaccante che prepara il tema offensivo, capace con i suoi dribblings lunghi e continuati di sbilanciare i difensori più esperti e validi, un forward che a fianco di uno sfondatore autentico, è capace di fare impazzire gli avversari e dare alla propria squadra il timbro di una pericolosità veramente travolgente.&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Ha un carattere veramente buono, nel fondo, ancorché ovviamente infantile. Non è portato all’invidia, alla gelosia, al rancore, come capita spesso nella viziata e rumorosa famiglia del calcio. Si allena, sente e assimila i consigli di chi comanda in società e guida la squadra. Ha le passioni della sua generazione: i vestiti moderni, le giacche di pelle alla Marlon Brando del «Selvaggio», i maxi cappotti e i maxi impermeabili, i revers larghi, i motori, il film western. Non ha completamente trascurato gli studi, non si è montata la testa, è convinto dentro di sé che deve ancora sudare e lottare per arrivare alla fase di completa maturazione e alla conquista della popolarità definitiva e stabile.&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Esteriormente è un ragazzo moderno, con le inquietudini e le contraddizioni della gioventù e del mondo calcistico d’oggi. Interiormente è solido e inattaccabile, portando sulle spalle il senso del lavoro e della responsabilità, peculiari del suo gruppo familiare e della sua razza toscana.&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;È un calciatore, che per le sue virtù e il suo temperamento, tutti vorrebbero possedere. È, secondo me, già un sicuro pilastro della Juventus da scudetto ed europea che Boniperti e Allodi stanno costruendo, sgretolando poco a poco il mito della «vecchia signora» per farne una società e una squadra con le insegne nuove della giovinezza e della forza che occorrono nel calcio contemporaneo.&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Nonostante le grandi speranze del non ancora “Aldo nazionale”, Lando fallirà completamente la prova: un solo campionato sotto la Mole, 13 misere presenze (con una rete ai lussemburghesi del Rumelange in Coppa delle Fiere) e l’impressione di un’enorme fragilità psicologica che mai lo abbandonerà.&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;&lt;b&gt;NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 27 MAGGIO-2 GIUGNO 2003&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Un caffe d’orzo in tazza grande per Fausto Landini, detto Cicino, 52 anni a luglio, dinoccolato attaccante di Roma, Bologna e Ascoli con una spruzzata di bianconero juventino agli albori degli anni Settanta. Sorsata e si parte con il rewind. «La mia camera di fatto si è conclusa il 27 aprile del ‘75, a neanche ventiquattro anni. Era la mia ultima stagione al Bologna e a tre giornate dalla fine ci aspettava la sfida con la Sampdoria, che doveva fare punti per salvarsi. Era fine stagione ma io ci misi l’impegno di sempre, la solita voglia di vincere. Purtroppo nel tentativo di recuperare un pallone impossibile, mi saltò un ginocchio».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Il danno apparve subito molto serio. «In quegli anni non c’erano gli strumenti diagnostici di adesso. Subito dopo l’incidente mi operarono al menisco, ma non guarivo. Solo nel novembre del ‘76 i medici riuscirono a capire cosa era successo e mi ricostruirono i legamenti. Nel frattempo il Bologna mi aveva ceduto all’Ascoli, ma in quattro stagioni, fino al ‘79, giocai soltanto sette partite».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Dopo un ultimo tentativo con il Benevento in C1 nell’80, si concretizza la svolta che significa ritorno alle origini. «Sono tomato a casa, a San Giovanni Valdarno. Durante le stagioni da professionista avevo sempre cullato due desideri: tornare al paese e rimanere nell’ambiente del calcio. Invece ho dovuto patire, specie i primi tempi da ex sono stati molto duri».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Un attimo di sospensione. Serve a Fausto per scegliere le parole giuste, per spiegare qualcosa che sta dentro. «A poco più di trent’anni ho vissuto una vera crisi di identità. Intanto perché non mi riconoscevo più nel calcio, proprio io che ci avevo trascorso una vita. Pensa che nell’83 mi arrivò una buonissima offerta per allenare in C1. Feci la Coppa Italia, ma poi decisi di risolvere il contratto. Non faceva per me».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Ma non basta: «Negli stessi anni ci fu la dolorosa scoperta che le amicizie di un tempo erano cambiate e ho reagito alla delusione chiudendomi in me stesso».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Fino alla molla che finalmente scatta. «Era l’85, con mia moglie Maria si decise di aprire un negozio in paese, anche pensando alle figlie. In ballottaggio gli articoli sportivi e la cartoleria. Vinse la cartoleria».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Per la famiglia Landini inizia una nuova esperienza tra quaderni, penne e righelli. «Il gioco di squadra funzionava bene. Io mi sono subito occupato degli acquisti, mentre il contatto con il pubblico lo curava Maria. Le aperture e le chiusure toccavano a me. Non che avessi abbandonato del tutto il pallone, ho sempre fatto qualcosa, ma solo a livello di dilettanti e settore giovanile alternati a incarichi come osservatore. Il tutto, comunque, senza dimenticare il lavoro vero».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Fino a che non matura una seconda svolta. «Dopo quattordici anni di attività abbiamo preferito dare in gestione la cartoleria. Le figlie sono cresciute e hanno intrapreso altre strade. Il negozio non aveva grossi margini di crescita ed io cominciavo a battere i piedi. Il calcio mi aveva ripreso».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Stavolta senza crisi di rigetto, «anche perché avevo fatto chiarezza con me stesso. Ciò che volevo era lavorare con i ragazzi. Niente di più».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Da due anni Landini, dopo una bella esperienza alla guida della Rappresentativa Giovanissimi della Toscana nel ‘99, lavora per il Poggibonsi. «Oltre ad essere il vice di Tazzioli, che allena la prima squadra, guido la Berretti».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Passione e sentimento, le sue parole d’ordine. Quelle che lo hanno accompagnato in tutti i passi della sua carriera. Iniziata prestissimo. «Sono stato molto precoce. A sedici anni ci fu il passaggio alla Roma, il tutto dopo una partita tra rappresentative di Toscana e Lazio. Fu Crociani della Tevere Roma che compro il mio cartellino e mi girò ai giallorossi insieme a Luciano Spinosi che in quella stessa gara fu il mio marcatore. A Roma sono stato due anni, dal ‘68 al ‘70. Ero giovanissimo e sono passato da 30.000 lire al mese a 1.200.000, dal pensionato all’appartamento tutto per me, dall’attesa di mangiare la bistecca portata da mia cugina a offrire io la cena».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Più di una favola. «Due campionati stupendi, l’esordio con la Nazionale Giovanile, la Coppa Italia e la finale di Coppa delle Coppe sfuggita solo per la monetina che premio il Gornik».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Sul campo neutro di Strasburgo il 22 aprile 1970 si consumò la beffa. Con aneddoto gustoso: «Succede che quella volpe di Peirò, un attimo prima che l’arbitro tiri la monetina, ci chiama a raccolta e ci dice: “Non appena la moneta tocca terra, noi esultiamo!”. Eseguiamo l’ordine alla perfezione, ma invano perché l’arbitro, un francese (Machin, ndr) non abbocca. Peirò lo guarda male e, rivolto a noi fa: “Se eravamo all’Inter, si passava”».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Quella Roma, comunque, non era niente male, tanto che dalla Juventus arriva la chiamata per Capello, Spinosi e Landini. «Sinceramente non ero contento di andare. A Roma stavo benissimo e poi ero troppo giovane, non ancora ben formato fisicamente. Difatti per più di un mese mi mandarono in piscina. Per irrobustire le spalle, mi facevano nuotare con i piedi legati. Il fatto e che continuavo a non giocare e allora dissi basta alle fatiche in vasca. Fui subito convocato in sede da Boniperti per una multa».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Abbonata grazie ad Armando Picchi «Mi voleva bene: mi chiamava Cicino perché Cice era mio fratello Spartaco che aveva giocato con lui nell’Inter».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;La fiammata juventina dura giusto un anno. «Avevo ottenuto la riconferma, ma io e Novellini dovevamo prestare servizio militare. Uno dei due doveva partire. Io ebbi richieste dal Bologna e ci andai».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;La città del tortellino, l’ideale per la risaputa voracità di Landini. «Avevo sempre fame e raccattavo un po’ da tutti. Una volta eravamo in ballottaggio per la maglia numero 11 io e Bruno Pace che a tavola era seduto davanti a me. Nel mio piatto, nascosti sotto gli spinaci c’erano due filetti. Guardai prima l’allenatore Pugliese che mi strizzo l’occhio, facendomi cenno di stare zitto e poi Pace che bofonchiò: “Quest’anno mi sa che gioco poco”».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Con la maglia rossoblù Landini ha lasciato buoni ricordi, come la doppietta che rifilò al Torino in dieci minuti. «Il merito fu di... Radice che in vantaggio per 3-1 sostituì il mio marcatore con l’esordiente Pallavicini al quale disse di lasciarmi pure stare. Ma non aveva fatto i conti con il mio orgoglio».&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both;&quot;&gt;Torino-Bologna 3-3. Era il 16 marzo 1975.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/4665274196489632812/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/4665274196489632812' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4665274196489632812'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4665274196489632812'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/fausto-landini.html' title='Fausto LANDINI'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhV_7bN7kZpE525gLXMkGWSZKh6cBSrsYSbtq0-IH4a3Xg8RmFm4MPv-4OPXL6sL2pFUJkzNxVb-FOcNTI4v1x4KsULXwu1s66lwOq3g_BXliJMBULqLTVrkSrJpBXAgV7ZwIA0gRCbYWg/s72-w388-h398-c/landini.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-5306930144322675025</id><published>2026-07-28T06:00:00.000+02:00</published><updated>2026-07-28T09:02:30.521+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Ermes MUCCINELLI</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEikrQni9a-xGNKub7jOb9wegAAGCPTdoJdHbtsU02gLo1FBF4qezx_44eqWgqWrFecnIiuQ55PCcNHWVamNSGWP-PUBDShIOYhQ-9RLR5q87D8DlchyW1BQyhKcBzpmSRwoE0Vyx98LvxZIGmRIiGkKyrVuIDrAB9-iwFUYIlLSp62LXAhRkTfxbPol3Z8/s2729/muccinelli%20(6).jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;2729&quot; data-original-width=&quot;1849&quot; height=&quot;383&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEikrQni9a-xGNKub7jOb9wegAAGCPTdoJdHbtsU02gLo1FBF4qezx_44eqWgqWrFecnIiuQ55PCcNHWVamNSGWP-PUBDShIOYhQ-9RLR5q87D8DlchyW1BQyhKcBzpmSRwoE0Vyx98LvxZIGmRIiGkKyrVuIDrAB9-iwFUYIlLSp62LXAhRkTfxbPol3Z8/w260-h383/muccinelli%20(6).jpg&quot; width=&quot;260&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
«Ai miei tempi – diceva – sia la Juventus che il campionato erano un’altra cosa. Si dava più spettacolo, il pubblico si divertiva veramente e il gioco era meno sacrificato sull’altare delle tattiche. La nostra prima linea composta dal sottoscritto, Boniperti, Martino, John Hansen e Praest giunse a segnare cento reti in un campionato».&amp;nbsp;Di lui disse una volta Boniperti: «Quando giocavamo in casa, la sua domenica sera era già stabilita: cascasse il mondo, andava al night di Via Saluzzo dove, lui che era un tappo, ballava esclusivamente con ragazze altissime. C’era da divertirsi soltanto a guardarlo. Il conto lo faceva mandare sempre allo stesso indirizzo: “Giovanni Agnelli, Corso Matteotti”. Il segretario dell’Avvocato quando si trovava tra le mani quelle note spesa chiedeva preoccupato: “Cosa dobbiamo fare?” “Ah, è quel puttaniere di Muccinelli!” commentava l’Avvocato. E saldava».&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;span&gt;&lt;b&gt;&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;GIANNI GIACONE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL NOVEMBRE-DICEMBRE 1994&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Con Ermes Muccinelli è scomparso lo scorso 3 novembre uno dei campioni simbolo di una Juve tra le più belle e più grandi di sempre, quella capace di riconquistare il vertice del nostro calcio dopo anni difficili e vincere gli scudetti del 1950 e del 1952, con il fragore del tuono e la dolcezza di un assolo di violino. Piccolo, grande Muccinelli: tutto nervi e poesia al servizio di uno scatto proditorio e di un dribbling fiabesco.&lt;br /&gt;
Il suo curriculum parla di 241 presenze e 69 goal fatti, ma le statistiche non dicono quanti questo romagnolo, con tutti gli slanci, i pregi e i difetti della sua gente, ne abbia fatti fare a Boniperti, John Hansen e Præst, suoi degni compagni di una stagione felice e pure spensierata. Muccinelli era poesia, profilino di un calcio ancora romantico ancorché quasi professionale, l’ala destra tascabile per antonomasia: mai si era visto uno come lui, capace di gabbare stuoli di terzini con tinta e scatto, contro scatto e contro finta, fino a creare sconquassi nelle difese più abbottonate.&lt;br /&gt;
Debutta diciannovenne, nel 1946-47, e subito i tifosi lo notano, lo adottano. È un beniamino prima ancora di rivelarsi un campione. A vent’anni è già titolare fisso. A 23 la Nazionale gli fa spazio e l’esordio è fragoroso. A Bologna, il 5 marzo del 1950, contro il Belgio, segna due goal. Sì, è arrivato all’apice. Il 1950 è il suo anno magico. Conquista anche il suo primo scudetto, incorniciato da 34 partite e 13 goal. E chi lo ferma più?&lt;br /&gt;
In realtà. Muccinelli si concede qualche pausa, si gode la fama meritata e talvolta è come se non ci fosse. Il romagnolo, tanto simpatico alle fanciulle quanto inviso ai difensori grandi e grossi, che se lo vedono scappare da ogni parte, non è sempre al massimo. Ma chi lo è in quella Juve di rodomonte capace di segnare cataste di reti anche solo trotterellando?&lt;br /&gt;
Fa in tempo a vincere un secondo scudetto, nel 1952, con 17 reti in 30 partite, e partecipare nel 1954 al suo secondo Mondiale, in Svizzera: ha dato il meglio di sé, quando nell’estate del 1955 lascia la Juve per chiudere la carriera nella Lazio.&lt;br /&gt;
Una generazione di tifosi juventini lo ricorda con immenso affetto e con la riconoscenza che si deve a chi, con il suo infinito campionario di mosse e mossette, ha regalato momenti di spettacolo spensierato in un’epoca di calcio danzato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;span&gt;&lt;b&gt;SERGIO DI BATTISTA, DA “LA STORIA DELLA JUVENTUS” DI PERUCCA, ROMEO E COLOMBERO&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Il piccolo Ermes Muccinelli («mi manca un millimetro a 1 e 65» precisava lui; a quei tempi bastava molto meno per essere abili al servizio di leva) veniva da Lugo di Romagna (patria di Baracca, uno, annotavano gli spiritosi, che di ali se ne intendeva), aveva giocato nella Biellese ed era arrivato alla Juventus lo stesso anno di Boniperti, acquistato per due milioni dal presidente Dusio, ala destra anche lui intorno agli anni ‘20.&lt;br /&gt;
Quel peperino ricordava un altro irresistibile piccoletto di una formidabile Juve, Pietro Sernagiotto (1 metro e 55) e dopo averlo visto all’opera, lo aveva definito senza sforzi di fantasia «un piccolo grande giocatore».&lt;br /&gt;
Per Muccinelli la conquista della maglia di titolare non era stata facile. Se ne raccontano di buffe a questo proposito: il custode che lo blocca all’ingresso del campo perché «hai sbagliato giorno, i ragazzini si allenano domani» a uno stravagante allenatore, lo scozzese Chalmers, che lo fa stare dietro la porta, durante gli allenamenti, a riprendere i palloni, proprio come un raccattapalle.&lt;br /&gt;
Nella Juventus, prima di diventare il popolare «Mucci», aveva trovato un amico, Boniperti, debuttante anche lui. Tra i due si era stabilita un’intesa perfetta che il biondo centravanti ha descritto così: «Muccinelli era l’unico di cui sentivo il fluido, da qualunque parte del campo fosse. Prima ancora di scorgerlo, sapevo in partenza dove trovarlo; posso dire che fra di noi non sbagliammo mai un passaggio».&lt;br /&gt;
Giunto ai fasti della prima squadra, trovò critici entusiasti: «Una saetta negli ultimi 10 metri. Un giocatore di astuzia e di talento. I suoi spunti rimangono nella retina come saggi di bravura». E Gianni Brera: «Fu una delle più classiche ali mai prodotte in Italia. Era l’omino-dovunque della maggior Juventus da me vista. Evoluiva per il campo, nel settore destro, dietro al suo istinto di incontrista sul tempo: balzava fulmineo sulle palle portate dagli avversari, smistava a un compagno o addirittura faceva dietro-front per iniziare l’attacco. In fase difensiva permetteva alla Juventus di fare un catenaccio irreprensibile: arretrava lui sull’interno, Mari si spostava per il primo tackle sul centravanti...».&lt;br /&gt;
Per altri (Roghi poeticamente diceva che «Muccinelli in campo è un gol che fluttua nell’aria») era l’ultimo grande interprete del ruolo di ala destra secondo gli antichi canoni di purezza offensiva. Di fatto era un’ala completa che non si limitava all’appoggio: sapeva dribblare in maniera irresistibile, sfuggendo (non sempre) con la sua eccezionale vitalità alle durezze dei difensori e anche battendo a rete come dimostrano le copiose segnature.&lt;br /&gt;
Tra i suoi gol è famosa la doppietta del debutto in Nazionale, nella primavera di quel magico 1950. A Bologna, contro il Belgio, Muccinelli era entrato con la tuta delle riserve, si era seduto ai bordi (la panchina non esisteva) tra la folla che straripava in campo, dopo neppure mezz’ora eccolo prendere il posto del suo amico Boniperti, infortunato. Mancavano pochi minuti al riposo, l’Italia stava perdendo per 1 a 0, quando «Mucci» si trovò in mezzo a due marcantoni in maglia rossa nel cuore dell’area, allungò fulmineo la gamba su una palla che sembrava persa, la vide infilarsi in rete prima di cadere lungo disteso sulla schiena. Nella ripresa, il gol della vittoria, bellissimo: un fulmineo scatto, i famosi «ultimi 10 metri», un passaggio di Cappello che sembrava già preda del portiere, il tiro violento, dal basso in alto, il pallone a squassare la rete, sotto la traversa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;span&gt;&lt;b&gt;VLADIMIRO CAMINITI&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Questo Pollicino che dopo ogni partita è in fuga, perfino più velocemente che durante la partita, si chiama Muccinelli e rappresenta il trionfo dell’intelligenza sulla forza bruta. È un romagnolo simpatico che, fin dal primissimo match, ha legato con Boniperti, tecnicamente e oniricamente, nella realtà e nel sogno. Ha grandi occhi neri e piccoli piedi voraci di pallone. Chi è per l’abito che fa il monaco, lo scarti, non gli dia la maglia di titolare.&lt;br /&gt;
Ad esempio, l’inglese Chalmers, tipo bizzarro assai, trovatore più che allenatore, con le sue trovate diverte pure il controllore dei treni che lo scopre all’opera con delle molliche di pane con le quali allena il tozzo Sentimenti IV sulle poltrone del treno in viaggio. Non parlategli di Muccinelli. Come ala destra gli preferisce perfino Angeleri. Muccinelli non se la prende. Attende la prima occasione per andare in fuga, dribblando terzini che sono il doppio di lui, aspettandoli, per dribblarli di nuovo, prima di eseguire il cross in modo che raggiunga il suo amicone Boniperti perché schiaffi il pallone in rete.&lt;br /&gt;
Mucci è un altruista nato. Il calcio lo diverte e lo appassiona, perfino le tattiche annesse e connesse, ma molto di più il dopo calcio. Allora può indossare il tight, e accompagnarsi a Boniperti, andando insieme al night o al tabarin. Chi ha tempo non aspetti tempo. Fugge così velocemente la giovinezza.&lt;br /&gt;
Forte di tecnica, e spiritoso di carattere, Muccinelli esalta naturalmente il gioco della squadra nel campionato di tutte le rivincite, quando la Juventus si scuote d’indosso le fuliggini della nostalgia e rimescola il mondo con i suoi goal solari. Sembra finita quando il Milan viene a Torino e le infligge 7 bastonate, ma si rifà la domenica successiva andando a vincere a Trieste, e non è successo niente, possiede in se stessa, in ogni suo giocatore, che è un capolavoro di tecnica e di spirito, le risorse per cancellare ogni delusione.&lt;br /&gt;
Così come questo piccolo romagnolo è l’araldo del calcio che fa giocare, di conquista degli spazi fisici ma anche di quelli morali e psicologici, con l’allegria dei suoi comportamenti, mai obbedienti a fini prosaici; è il calcio della libertà da ogni alchimia tattica; il calcio di chi è ricco di tutto, e getta nella lotta il suo entusiasmo; il calcio del piccolo Muccinelli, il cui dribbling semina il panico nelle difese, il cui cross è atteso da Boniperti perennemente in agguato per trasferirlo in goal meravigliosi, i gol della giovinezza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/5306930144322675025/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/5306930144322675025' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5306930144322675025'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5306930144322675025'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/ermes-muccinelli.html' title='Ermes MUCCINELLI'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEikrQni9a-xGNKub7jOb9wegAAGCPTdoJdHbtsU02gLo1FBF4qezx_44eqWgqWrFecnIiuQ55PCcNHWVamNSGWP-PUBDShIOYhQ-9RLR5q87D8DlchyW1BQyhKcBzpmSRwoE0Vyx98LvxZIGmRIiGkKyrVuIDrAB9-iwFUYIlLSp62LXAhRkTfxbPol3Z8/s72-w260-h383-c/muccinelli%20(6).jpg" height="72" width="72"/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-2755938738679951817</id><published>2026-07-27T07:00:00.000+02:00</published><updated>2026-07-27T07:59:10.958+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Marco PACIONE</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjjvMh00TLFrTWIDAFT0Xo_0Bo0ZAUVdrOtewH_cskiIyvDK09Bv1s3uldKjjsPcQFL31SJ8p8kNmyMpC5Q7ss3nRedb6UohsP_inp4Z8FKGqF2g22_LCairAZ5DsK5MRCfzYXLi2hE1n04YD8FkmsDmLAjO-Fm5ot7WW_m2ouo8DXNPQ0noe0PTVM0Ow0/s1542/pacione%20(4).jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;1301&quot; data-original-width=&quot;1542&quot; height=&quot;383&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjjvMh00TLFrTWIDAFT0Xo_0Bo0ZAUVdrOtewH_cskiIyvDK09Bv1s3uldKjjsPcQFL31SJ8p8kNmyMpC5Q7ss3nRedb6UohsP_inp4Z8FKGqF2g22_LCairAZ5DsK5MRCfzYXLi2hE1n04YD8FkmsDmLAjO-Fm5ot7WW_m2ouo8DXNPQ0noe0PTVM0Ow0/w454-h383/pacione%20(4).jpg&quot; width=&quot;454&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
Da Pescara, classe 1963, è l’attaccante che, nella stagione 1985-86, deve sostituire il titolare Serena all’occorrenza, o affiancarlo quando si tratta di dare maggiore peso e incisività all’attacco bianconero. Il ragazzo, che nell’Atalanta in Serie B era stato ribattezzato Paciogol per la sua abitudine a segnare reti pesanti, è un talento naturale: gran fisico, buon colpitore di testa, sembra fatto apposta per sfondare le difese avversarie.&lt;br /&gt;
&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;Racconta il giorno del raduno: «Essere alla Juventus è come arrivare al top, al gradino più alto. Quando ero a Bergamo, nell’Atalanta, sapevo che la Juventus mi stava facendo seguire e si interessava a me. Ora vivo questa esperienza con umiltà e con una gioia incredibile. Non sono storie; quando mi hanno fatto sapere che sarei stato bianconero, mi è sembrato di essere di colpo entrato a far parte del grande calcio. Poi, mi sono detto, quello era soltanto un passaggio e non il traguardo finale. Alla Juventus si deve far sempre bene, crescere con il tempo».&lt;br /&gt;
Trapattoni gli dà spesso fiducia, non sempre però ripagato dal ragazzo, che offre buone prestazioni ma che, dopo essersi procurato non poche occasioni da goal, manca sistematicamente di lucidità al momento di concludere, fallendole clamorosamente. La svolta negativa di una stagione già poco entusiasmante arriva una sera di gran gala, in primavera; c’è il Barcellona nei quarti di finale di Coppa dei Campioni, e Trapattoni schiera Pacione nell’undici di partenza, al posto dell’infortunato Serena. Nel primo tempo la Juventus, che deve recuperare lo 0-1 subito al Camp Nou, attacca e Platini offre al centravanti pescarese almeno tre ghiotte palle goal, tutte mancate di un soffio. Poi, una rete dello scozzese Archibald, in forza agli azulgrana, ammutolisce lo stadio e rende ancora più evidente le opportunità non sfruttate da Pacione.&lt;br /&gt;
A fine stagione, Marco da Pescara è ceduto al Verona, dove, ironia della sorte, non solo riprenderà a fare goal, ma ne rifilerà addirittura due, in un colpo solo, proprio ai bianconeri, in un Verona-Juventus che lo consegnerà direttamente alla leggenda dei tifosi veronesi. Tre stagioni in Veneto, poi il ritorno a Torino, sponda granata, per disputare il campionato di Serie B; altri quattro tornei con Genoa e Reggiana, per poi concludere la carriera a Mantova, in Serie C, nella stagione 1994-95.&lt;br /&gt;
Nell’anno della Juventus, concluso con la conquista del ventiduesimo scudetto, Pacione, mette comunque insieme ventitré partite, di cui quattro in Coppa dei Campioni, pur senza andare mai a segno. Strano destino per un giocatore che in carriera ha realizzato più di settanta reti, molte delle quali, decisive ai fini del risultato.&lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;font-size: large;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;
&lt;span&gt;&lt;b&gt;ANGELO CAROTENUTO, DA REPUBBLICA.IT DEL 5 GIUGNO 2015&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Aveva gli anni di Morata e l’esperienza europea di Sturaro. Veniva dalla provincia come Scirea e sognava di diventare un altro Paolo Rossi. Un bravo ragazzo. Cognome e nome Pacione Marco, riserva della riserva del centravanti titolare della Juve, 1986, quarti di finale di Coppa dei Campioni. Se fosse un libro di Colin Shindler, la storia di quella sera avrebbe un titolo facile e diretto: “Il Barcellona mi ha rovinato la vita”. Insomma, all’età di anni ventidue, al povero Pacione tocca di giocare al centro dell’attacco della Juve nella sera in cui mancano contemporaneamente Serena e Briaschi. Non solo. Gli capita di avere tre volte l’occasione di mettere la palla in porta e di sbagliare sempre. La Juve va fuori dalla coppa e siccome Ennio Flaiano aveva capito come gira il mondo, succede che gli italiani corrano in soccorso dei vincitori. Pacione? Si può distruggere.&lt;br /&gt;
È il mese di marzo. L’era di Giovanni Trapattoni alla Juve sta finendo. Gianni Brera su Repubblica riferisce che «il proto fotografo Silver Maggi ha sentito bestemmiare adirato Michel Platini e chiedere a Pacione se per caso si considerasse in vacanza». Non è più elegante il portiere dei catalani, Urruticoechea, che a fine partita regala la sua sintesi: «Pacione è stato un amico». Per uno di quei casi clamorosi in cui la realtà si trasforma in tempesta mediatica, il nome di Pacione entra nella tipologia linguistica. Il “Guerin Sportivo” titola “Mi manda Pacione”, giocando con un film di gran successo dell’epoca (“Mi manca Picone”). Se c’è un disastro, si evoca Pacione. Il nuovo mangiatore di goal per antonomasia. Scalza finanche lo sciagurato Egidio, il celebre Calloni milanista.&lt;br /&gt;
Invano il ragazzo prova a spiegare che in realtà s’è mangiato soltanto un goal, che la seconda occasione non era così facile da trasformare e sulla terza Urruticoechea ha avuto fortuna. Dice: «Ho lottato, ho combattuto, credo di avere fatto il mio dovere. Quello che mi è toccato è insieme un onore e un onere». Non sa ancora che resterà soltanto l’onere. Alla Juve intuiscono tutto subito. A parte le bestemmie di Platini, la reazione ufficiale è di solidarietà. Briaschi: «Anche Pelé ha sbagliato molto». Sivori, grande ex e all’epoca opinionista TV: «Era emozionato». Boniperti, il presidente: «Non facciamo di Pacione la rovina della Juventus. Palle goal più facili delle sue ne ho sbagliate tante anch’io. È stato ingaggiato per formarsi gradualmente». La realtà è più complessa. Il ragazzo viene mandato a dormire in casa di un compagno di squadra (Bonetti), perché non rimanga solo. Dichiarazione di Bonetti: «Secondo me ha giocato bene, anche se adesso maledice la partita». Adesso. Bonetti è un ottimista. Il giorno dopo al campo Pacione non c’è. I giornali scrivono che s’è assentato per legittima difesa. Non ha il telefono in casa, deve concentrarsi sugli studi per prendere il diploma di geometra, pure il brasiliano Junior del Torino si mette nei suoi panni: «Metterlo in croce è assurdo, impietoso». Trapattoni allora accorre e rasserena: «Ho piena fiducia in lui per il futuro». La Juve lo venderà al Verona. Il sabato che precede la partita successiva, Pacione ha la voce bassa: «Ho già detto tante cose, è meglio che adesso stia zitto».&lt;br /&gt;
Non ha aggiunto molto altro da allora. Riprese a far goal a Verona, con il Torino e con la Reggiana (due promozioni dalla Serie B alla Serie A). Ma quella notte deve essere ancora un tarlo, se finanche oggi che è felicemente il team manager del Chievo, a distanza di trent’anni, preferisce sorvolare. «È passato molto tempo, ho fatto la mia carriera, non ho voglia di ricordare». Maledetto Barcellona, come diceva Colin Shindler dello United. Se non altro, a Pacione non hai rovinato la vita.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/2755938738679951817/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/2755938738679951817' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/2755938738679951817'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/2755938738679951817'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/marco-pacione.html' title='Marco PACIONE'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjjvMh00TLFrTWIDAFT0Xo_0Bo0ZAUVdrOtewH_cskiIyvDK09Bv1s3uldKjjsPcQFL31SJ8p8kNmyMpC5Q7ss3nRedb6UohsP_inp4Z8FKGqF2g22_LCairAZ5DsK5MRCfzYXLi2hE1n04YD8FkmsDmLAjO-Fm5ot7WW_m2ouo8DXNPQ0noe0PTVM0Ow0/s72-w454-h383-c/pacione%20(4).jpg" height="72" width="72"/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-5694178360937127420</id><published>2026-07-26T06:08:00.000+02:00</published><updated>2026-07-26T08:04:01.470+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Andrea FORTUNATO</title><content type='html'>&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhWsWoj_yYECN9UuOSqBnDjqbKUSa-sQg319wVVNBoPtEUPfU9nyeIGksOjpJjwQ6Dc1X86Jcxzkoj99NzVO5JYJ9AZ_qOxahIDZg8rKUXuEt2TnObE5ZzG5m1rLqI95_5OLU2oRt1xA6Q/s1600/AndreaFortunato2.jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; height=&quot;351&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhWsWoj_yYECN9UuOSqBnDjqbKUSa-sQg319wVVNBoPtEUPfU9nyeIGksOjpJjwQ6Dc1X86Jcxzkoj99NzVO5JYJ9AZ_qOxahIDZg8rKUXuEt2TnObE5ZzG5m1rLqI95_5OLU2oRt1xA6Q/w449-h351/AndreaFortunato2.jpg&quot; width=&quot;449&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;«Speriamo che in paradiso ci sia una squadra di calcio, così che tu possa continuare a essere felice correndo dietro a un pallone. Onore a te, fratello Andrea Fortunato». Gianluca Vialli.&lt;span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Sono passati tanti anni, ma fa ancora tanto male ricordare la storia di Andrea Fortunato. Nasce a Salerno il 26 luglio 1971 e intraprende presto la strada dello sport, sull’esempio del fratello maggiore Candido, cimentandosi con il nuoto e la pallanuoto. Il calcio, per adesso, è solo un divertimento dei mesi estivi. Ma galeotta sarà una di quelle estati salernitane, perché viene notato da Alberto Massa, tecnico e talent scout, che lo convince a seguirlo nella Giovane Salerno, squadra dilettantistica; Andrea accetta e, nemmeno tredicenne, insieme con altri giovanissimi talenti, va in giro per l’Italia a fare provini per squadre come Torino, Cesena, Empoli, Napoli e Como.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;A Sandro Vitali, direttore sportivo del Como e al tecnico della Primavera lariana, Angelo Massola, non sfuggono le grandi potenzialità di Andrea e lo ingaggiano, convinti di farne un grande centravanti. La svolta avviene, quando il tecnico della squadra Allievi, Giorgio Rustignoli, lo trasforma dapprima in centrocampista di sinistra, poi in difensore, sempre sulla fascia mancina.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Andrea segue tutta la trafila nelle giovanili e debutta in prima squadra, in Serie B, il 22 ottobre del 1989, a Pescara. A fine stagione colleziona sedici presenze nella serie cadetta, oltre a un diploma di ragioniere che aveva sempre inseguito: «I miei genitori, che non mi hanno mai ostacolato nelle scelte, quando partii per Como, mi chiesero semplicemente di non trascurare gli studi. Promisi e, naturalmente, mantenni».&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Diventa presto una colonna del Como di Bersellini, ed è un protagonista assoluto nel campionato ‘90-91, in C1, con la squadra lariana che manca la promozione, perdendo lo spareggio contro il Venezia. Roberto Boninsegna, selezionatore dell’Under 21, lo convoca immediatamente e tutta la Serie A si accorge di lui. Per quattro miliardi Aldo Spinelli se lo porta a Genova, ma la prospettiva è di una lunga coda dietro il brasiliano Branco, titolare della cattedra di terzino sinistro. Quello tra Fortunato e il Genoa non è amore a prima vista. Un litigio con Maddè, il braccio destro di Bagnoli, costa al ragazzo di Salerno l’esilio novembrino a Pisa. «Io non so se Bagnoli non credesse in me – confida un giorno Andrea – ma forse ho pagato quella nomea di arrogante, di testa calda, che qualcuno ha costruito su di me. Comunque devono mangiare sassi prima di scalzarmi».&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Testardo, ambizioso ma pure generoso («In campo darei l’anima anche per mille lire»), Fortunato sa risalire la corrente al suo rientro dal “confino”. Bagnoli e Maddè del resto sono stati risucchiati dall’Inter, Giorgi diviene subito suo sponsor, a mettersi in coda per la cattedra di terzino sinistro stavolta tocca a Branco. Campionato eccellente, questo del debutto in Serie A, con 33 presenze e 3 gol, l’ultimo segnato al Milan. Lui e il collega di reparto Panucci stuzzicano gli appetiti della Juve che vorrebbe acquistarli in blocco. Si dice che Spinelli avesse deciso di privarsi del solo Panucci (che nel frattempo aveva scelto di puntare sul Milan) ma, almeno così narrano le leggende metropolitane, Fortunato riesce ad ottenere disco verde per la fuga, approfittando dello “stato di bisogno” del suo presidente. Dopo una trasferta a Pescara, con il Genoa arenato in acque pericolose, Spinelli gli sussurra: «Andrea, aiutami a salvare la squadra e ti lascerò andare».&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;La Juventus è nel suo futuro, lo stesso Andrea non nega: «Arriva un giornalista e mi domanda se mi piacerebbe giocare nella Juventus. Ed io cosa dovrei rispondergli, che mi fa schifo? Figuriamoci, io da ragazzino per i colori bianconeri stravedevo, e anche se sono diventato un calciatore professionista, certi amori ti restano nel cuore».&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Nell’estate del 1993 firma il contratto che lo lega al sodalizio bianconero e, per tutti gli addetti ai lavori, Andrea è destinato a diventare il miglior terzino sinistro italiano, raccogliendo l’eredità di Antonio Cabrini, non solo sul campo, ma anche nel cuore delle tifose bianconere: «Mi fa arrabbiare questo paragone con Cabrini, lui è stato il più forte terzino del mondo, vi sembra una cosa logica? A me no; prima di raggiungere i suoi livelli, se mai ci riuscirò, ci vorrà tanto tempo».&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;La sua avventura a corte della Vecchia Signora incomincia nel migliore dei modi: precampionato ad altissimo livello, debutto in Nazionale a Tallinn, il 22 settembre contro l’Estonia. «Prometto sempre il massimo dell’impegno per la maglia. Darò sempre tutto me stesso e alla fine uscirò dal campo a testa alta, per non essermi risparmiato».&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;È una corsa verso la gloria apparentemente inarrestabile e invece Andrea rallenta, nella primavera del 1994. Si pensa che sia appagato: ha raggiunto la fama e il successo in poco tempo, è arrivato alla Juventus, il massimo per ogni giocatore, e ha perso il senso della modestia. Durante le ultime faticosissime partite, Andrea è accolto da fischi, da cori di scherno. Un giorno, alla fine di un allenamento, un tifoso juventino arriva a mollargli un ceffone, tanto per ricordargli la sua condizione di privilegiato e per fargli ritrovare la strada smarrita del sacrificio.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;È l’inizio del calvario. Si trova presto una spiegazione a quel vuoto dentro, purtroppo, così come per quella febbre persistente che si insinua nel suo organismo, provocandogli un continuo senso di spossatezza. Andrea si fa visitare, ma tutto sembra normale, il suo rendimento, però, continua a peggiorare. Il 20 maggio del 1994 Andrea è ricoverato in isolamento, presso la Divisione Universitaria di Ematologia delle Molinette di Torino. Dopo successivi esami medici, il risultato è agghiacciante: leucemia acuta linfoide!&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;«Può farcela – dicono i medici – Andrea è giovane, la sua tempra robusta lo aiuterà». Ma l’ottimismo di facciata è una pietosa bugia. Gli specialisti sanno bene che solo un trapianto con un donatore compatibile potrà restituire la vita a quel ragazzo coraggioso, assistito dalla fidanzata, Lara, e da mamma Lucia e papà Giuseppe, che è cardiologo all’ospedale di Salerno e che ha l’immediata percezione del dramma. Tre settimane di terapia intensiva. Un netto miglioramento, valori verso la normalità. L’organismo combatte, i globuli bianchi in eccesso spariscono, tecnicamente si parla di remissione completa della malattia.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;EMANUELE GAMBA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 29 GIUGNO – 5 LUGLIO 1994&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;È passato giusto un mese, un mese di tormenti, da quando Andrea Fortunato è entrato all’ospedale Molinette, ha ricevuto la notizia più terribile della sua vita, è stato rinchiuso in una camera asettica a combattere contro la malattia più perfida del mondo, quel male che ti sorprende senza avvisarti, che ti coglie alle spalle e ti frega sul tempo: la leucemia.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Andrea è ancora lì, con i capelli rapati quasi a zero, con un grembiule a coprire quel corpo che sta lottando; e non siamo neanche al primo tempo, non c’è ancora l’intervallo, non è finita. Un mese fa. Fortunato ha cominciato la chemioterapia. Un sistema molto moderno, inventato dai tedeschi e subito adottato dal professor Alessandro Pileri, primario del reparto di immunologia delle Molinette: «Al momento, non è stata scoperta una cura migliore. In questo campo, la ricerca è avanzatissima. Fortunato può disporre dell’alleato più forte che ci sia». Ma, dopo appena un mese, è ancora presto per sapere se il terzino della Juve ce la farà e quando ce la farà. Sabato 18 giugno ha smesso con la chemio: oggi nel suo sangue non ci sono più globuli bianchi, sono stati azzerati per evitare che la leucemia li trasformasse in particelle assassine. È il periodo più difficile, questo: l’isolamento è ormai rigidissimo, perché il corpo di Andrea non dispone più di difese immunitarie, è una porta spalancata a ogni malattia, un raffreddore può trasformarsi in una polmonite. Per questo i germi devono stare fuori da quella stanza, che è il nuovo campo di gioco di Fortunato. Almeno, lui lo vede così: «Sto imparando a prendere a calci questa maledetta leucemia», fu la prima frase che disse. Mai come quella volta il calcio è stato metafora di vita azzeccata, non retorica. Vera.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Da quel momento, su Fortunato è calato un ossequioso e logico silenzio, appena scalfito da qualche dichiarazione rassicurante («Aspettatemi, tornerò»), oppure dalla telefonata in diretta all’ultima convention estiva della Juventus, al Comunale di Torino: «Mi sto facendo un po’ di ferie. Non approfittate della mia assenza, mi raccomando». Ma da quel bunker è filtrata soprattutto la grande forza di reazione del paziente-calciatore, di un uomo accusato dai suoi tifosi di essere un lavativo. «In malattie come queste, la solidità di carattere e la voglia di lottare possono contribuire in maniera determinante all’evoluzione positiva della malattia» hanno spiegato i medici. Aggiungendo che Fortunato ha reagito alla grande: da atleta, da uomo.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Adesso bisogna aspettare ancora. Una decina di giorni almeno, cioè il tempo necessario perché nell’organismo di Fortunato comincino a riformarsi i globuli bianchi. La «fabbrica» è il midollo spinale, bisogna vedere la qualità di ciò che produrrà. Se i nuovi globuli non saranno ancora sani, esiste la possibilità del trapianto di midollo, esiste la possibilità che Giancarlo Marocchi e Lorenzo Minotti scendano direttamente in campo, essendo loro volontari dell’Admo, l’associazione dei donatori di midollo presieduta da Rita Levi Montalcini. «Tifo per Andrea» ha detto Marocchi, «tifo perché non ci sia bisogno del trapianto. E tifo per due vittorie: quella contro la malattia e quella contro l’indifferenza. Sono sicuro che la sofferenza del mio compagno avrà un risvolto positivo, perché convincerà tanta gente a iscriversi all’Admo. A cominciare da noi calciatori: prima, nessuno aveva mai voluto fare nulla».&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Dieci giorni, dunque, da trascorrere in apnea, in attesa di notizie. Anche perché la famiglia Fortunato (il papà di Andrea è un cardiologo) ha chiesto ai medici silenzio e riservatezza sulla vicenda. Ma presto arriverà il primo bollettino. Come la comunicazione di un risultato: chissà se Andrea sta vincendo, alla fine del primo tempo?&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;«Voglio farcela, voglio vincere questa guerra terribile», dichiara il giocatore. Ma la battaglia è ancora lunga. I medici non riescono a reperire, in tutto il mondo, un donatore compatibile per il trapianto. Sono solo tre i potenziali donatori, ma tutti troppo lontani. Così il 9 luglio si tenta un’altra strada. Fortunato è trasferito a Perugia, al Centro Trapianti diretto dal dottor Andrea Aversa e dal professor Massimo Martelli. Sono passate sette settimane. Nel giorno del suo 23° compleanno, il 26 luglio, gli vengono infuse le cellule sane della sorella Paola, opportunamente “lavorate”. Poi seguono altri due innesti. Ci vorranno un paio di settimane per avere certezza che il midollo si sia spontaneamente rigenerato. L’11 agosto si annuncia come un’altra data importante: Fortunato è trasferito in un reparto pre-sterile. Combatte, fino a quando le forze lo sorreggono. Parla al telefono con i compagni, può leggere qualche giornale “sterilizzato”, segue la sua Juve in TV. Andrea si è ormai reso conto che la battaglia è più dura del previsto, però scova insospettabili forze.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Poi, dopo Ferragosto, il primo crollo. Il suo organismo non ha assorbito le cellule della sorella Paola. Il rigetto fa ripiombare Andrea nella disperazione. Si tenta ancora, si spera in un altro miracolo. Papà Giuseppe prova a donargli le cellule del suo midollo. Ad Andrea inizialmente non lo dicono, si parla di normali terapie. Eppure la seconda infusione sembra miracolosamente attecchire, anche se preoccupa una febbre persistente. Il fisico reagisce bene, Fortunato torna in un reparto “normale”, può perfino iniziare una riabilitazione in palestra. Il 14 ottobre lascia la camera di ospedale. I compagni (Ravanelli, Vialli e Baggio, su tutti) lo incoraggiano, lo tempestano di telefonate: «Ti aspettiamo». L’ottimismo si fa nuovamente strada.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Andrea esce dall’ospedale, si ricongiunge, addirittura, ai compagni di squadra e li segue durante la trasferta a Genova, in occasione di Samp-Juve giocata il 26 febbraio del 1995. È emozionante vederlo sulle tribune dello stadio Marassi, felice come un bambino, a tifare per la sua amata Juventus.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Quando tutti cominciano a pensare che stia vincendo la sua battaglia, arriva una maledetta influenza a spezzare il filo della speranza. Il 25 aprile, alle otto di sera, Andrea muore. I compagni di Nazionale apprendono la notizia mentre sono a Vilnius alla vigilia di una partita contro la Lituania. Prima di giocare, si osserva un minuto di silenzio in sua memoria.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Poche settimane dopo la Juventus festeggia il suo 23° scudetto; 23 come gli anni di Andrea.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;MAURIZIO CROSETTI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1995&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;La sua voce era ferma, tranquilla, appena increspata dalla febbre. Andrea Fortunato voleva raccontare la sua terribile esperienza, la sua fiducia nuova, la sua vita che – lui ne era certo – stava ricominciando. Era la sera del 23 marzo, parlammo al telefono. Avevamo deciso insieme di pubblicare l’intervista sola a guarigione avvenuta, su&amp;nbsp;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;“&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Repubblica&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;”&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&amp;nbsp;e&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;“&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Hurrà Juventus&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;”&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;. Così desiderava Andrea. Ecco il testo di quell’ultimo colloquio.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;– Undici mesi di malattia: ce li racconti?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;«È stata una cosa lunga, infinita. Ma di tremendo, a parte i periodi di grande crisi fisica, ci sono stati solamente i primissimi momenti; dopo ho combattuto. Invece, all’inizio è stato diverso; il giorno prima stavi fra i sani, il giorno dopo passi fra i quasi incurabili. Non si può descrivere che cosa si prova».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Come si reagisce?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;«Ti senti perduto e, nello stesso tempo, diventi curioso, è una sensazione strana. Vuoi sapere ogni cosa della tua malattia, ti interroghi sui sintomi, sulle cause, sulle possibili conseguenze. Sai che non ti diranno tutto, provi a indovinare le bugie, ma poi fingi di crederci, ti convinci che è meglio, altrimenti impazzisci. Quando un medico ti spiega quali sono i sintomi della leucemia ti senti sprofondare; e più parla, più tu capisci che tutto corrisponde, che è davvero il tuo caso. In quel momento il male ti prende in ostaggio; ma tu devi impedirgli di ammazzarti».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Come ci si può riuscire?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;«Con l’aiuto di Dio e dei medici, ma anche con un pensiero fisso: ce la devo fare. Me lo ripetevo ogni giorno e me lo ripeto ancora; neppure per un istante ho pensato che avrei perso la partita. Lo chiamano atteggiamento positivo, pare sia una mezza medicina».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Vuoi fare ancora il calciatore?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;«Questo è un pensiero che non mi ha mai abbandonato. Mi sono sentito un atleta anche nei giorni più difficili, quando ero più di là che di qua. Ho lottato con spirito sportivo, si può dire che non mi sono mai tolto la maglia di dosso. Rimetterla davvero, ma non solo; ho chiesto, mi sono informato, mi hanno spiegato che tanti atleti sono tornati all’attività dopo la leucemia. Credo, spero che ci riuscirò».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Come cambia la vita, dopo un’avventura del genere?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;«Cambia tutto. Ti costruisci una scala di valori nuova. Dai importanza alle cose che valgono davvero. Non te la prendi più per le sciocchezze. E capisci che l’amicizia è la prima cosa: io, per esempio, ho un fratello in più. Si chiama Fabrizio Ravanelli. È stato incredibile, mi ha messo a disposizione una parte della sua vita, non solo la sua famiglia e la sua casa di Perugia. Non si può dire con le parole. Ecco perché il giorno più bello, in questi mesi di malattia, l’ho vissuto quando lui ha segnato cinque gol al Cska, in Coppa: quella sera ho capito davvero che cos’è davvero la felicità. Ed è stato bellissimo vedere Fabrizio esordire in Nazionale proprio a Salerno, la mia città».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Ti sono servite le vittorie bianconere?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;«Non solo quelle, ma la costante presenza dei compagni e della società. Un’altra famiglia, davvero. Se sono vivo lo devo anche a loro, al loro affetto».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;C’è un momento, di questi mesi, che ricordi con particolare intensità?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;«L’uscita dall’ospedale a Perugia, dopo il secondo trapianto. Non mi sembrava vero. Vedevo diverse tutte le cose, mi parevano straordinarie anche le più insignificanti. Non immaginavo quanto potesse essere meravigliosa anche una semplice passeggiata».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Cosa insegna la malattia?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;«Che nella vita c’è di peggio di uno stiramento che ti tiene fuori dal campo per due settimane. Che ogni giorno muoiono bambini leucemici senza che nessuno lo sappia e senza che si possa fare nulla. Che in Italia abbiamo i migliori medici del mondo: a Perugia vengono a imparare le nostre tecniche dall’America, da Israele, dalla Francia. Però, le strutture sono quelle che sono, mancano gli spazi, c’è gente in coda da mesi per un trapianto. Bisogna donare il midollo, senza paura, perché questo salva la vita agli altri e dà senso alla tua».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Il tuo sogno?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;«La leucemia mi ha insegnato a non fare progetti a lunga scadenza e neppure a media. Non per paura, per realismo. La prima volta che programmai il ritorno a Torino, mi alzai la mattina con la febbre. Nulla di grave, per fortuna, ma ci rimasi male. Vivere alla giornata non è una sconfitta, semmai un modo per apprezzare davvero la vita in ogni attimo, in ogni minima sfumatura. È quello che farò».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;RICCARDO AGRICOLA&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Caro Andrea, non ti nascondo che quando sei morto, pochi giorni fa, mi hai fatto molto&amp;nbsp; arrabbiare. «E perché mai?», potresti chiedere. Pensaci, Andrea: intanto hai provocato involontariamente in tutti noi un grande dolore, e poi ci hai privato del tuo quotidiano esempio di coraggio nell’affrontare un avversario che, credimi, si è rivelato insuperabile. Un coraggio, sicuramente superiore al mio che pure, se non affettivamente, non ero parte in causa.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Vuoi degli esempi? Ti ricordi, allora, quando il professor Pileri ti comunicò, quel maledetto giorno, con tatto ma senza parafrasi, che avevi la leucemia? Ebbene, fui io ad abbassare gli occhi, mentre un brivido mi scorreva nel corpo. Tu, invece, rispondesti senza esitazioni: «Quando si cominciano le terapie?». E ti ricordi ancora quando, ad agosto, ti venni a trovare nel reparto del caro Franco Aversa? Stavi molto male. Ed io, timidamente (perché non sapevo cosa dirti), ti chiesi come ti sentivi. Tu, per incoraggiare me, mi dicesti con un sorriso che proprio bene non stavi, ma che presto sarebbe stato diverso. E poi da quel giorno, altri giorni di speranza, poi di delusione, di speranza ancora, ma tutti affrontati con il grande desiderio di vivere.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Addio Andrea, con rabbia: perché se tutti dobbiamo morire, non è comunque giusto morire così.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/5694178360937127420/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/5694178360937127420' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5694178360937127420'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5694178360937127420'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/andrea-fortunato.html' title='Andrea FORTUNATO'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhWsWoj_yYECN9UuOSqBnDjqbKUSa-sQg319wVVNBoPtEUPfU9nyeIGksOjpJjwQ6Dc1X86Jcxzkoj99NzVO5JYJ9AZ_qOxahIDZg8rKUXuEt2TnObE5ZzG5m1rLqI95_5OLU2oRt1xA6Q/s72-w449-h351-c/AndreaFortunato2.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-3195609610999046154</id><published>2026-07-25T06:30:00.000+02:00</published><updated>2026-07-25T08:59:03.592+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>John HANSEN</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgmJf3f5l42ItzeFN8_2tAKjj56TA6sVAFiYxwbFCRVLNIKH-rotsNjoEskH3iiTY-ZNwsWNje71gTt2ak8jnBTMtXaLiIW2TVC2bSVmHYIG8lwhhMVlctwhyil4eUWPRnk0vJwAkRjNp_TnZ5bfAUsLrjXdtujziH9hvBrOdKbdfTkjYsWSWgx2yuW_JY/s529/hansen%20john%200%20(2).jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;529&quot; data-original-width=&quot;365&quot; height=&quot;375&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgmJf3f5l42ItzeFN8_2tAKjj56TA6sVAFiYxwbFCRVLNIKH-rotsNjoEskH3iiTY-ZNwsWNje71gTt2ak8jnBTMtXaLiIW2TVC2bSVmHYIG8lwhhMVlctwhyil4eUWPRnk0vJwAkRjNp_TnZ5bfAUsLrjXdtujziH9hvBrOdKbdfTkjYsWSWgx2yuW_JY/w259-h375/hansen%20john%200%20(2).jpg&quot; width=&quot;259&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
Quando John Hansen giunge a Torino, nel 1948, il presidente della Juventus, l’avvocato Agnelli, manda a chiamare Pozzo per confermare che il giocatore danese sia effettivamente quello che, alle Olimpiadi di Londra, aveva giocato meravigliosamente bene e aveva segnato quattro reti alla squadra azzurra. Pozzo riconosce immediatamente nel lungo giocatore l’atleta che ci aveva dato quei quattro dispiaceri e Hansen entra a far parte della squadra juventina.&amp;nbsp;Gli inizi sono molto difficili: poche partite a causa di alcuni infortuni. Va fuori forma e alcuni arrivano a dire che il suo fisico non gli consente uno sforzo continuato. Per fortuna non è così, è semplicemente la conseguenza di allenamenti sbagliati, ma questo lo si capirà più avanti.&amp;nbsp;Il trainer juventino in quel periodo è Chalmers, che ha ottimi numeri come allenatore, ma conosce poco gli uomini che gli sono stati affidati, non sa dosare lo sforzo di ciascuno, fa lavorare troppo chi si stanca presto e viceversa.&lt;br /&gt;
&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;Così Hansen, che pure ha classe da vendere, non convince l’allenatore, che gli preferisce Jordan, Cergoli o Sentimenti III, insomma chiunque. Chalmers sostiene che Hansen è lento e discontinuo. Quando finalmente il danese trova posto, il 21 novembre 1948, con la Juventus già lontana dal Torino capolista, si capisce di che pasta sia fatto questo attaccante moderno e versatile, capace di risolvere la partita in cinque minuti. Succede a Busto Arsizio il 12 dicembre, si ripete a Torino contro il Palermo la domenica successiva. Boniperti ha al suo fianco un compagno che parla la sua stessa lingua e quando Muccinelli sull’out ha fatto fuori il terzino, non deve preoccuparsi di altro che metterla in mezzo, sicuro di trovare il danese pronto a colpire. Quarto posto per quella Juventus, quindici goal per John, al pari di Boniperti.&lt;br /&gt;
«Ricordo benissimo che quando arrivai in Italia accompagnato dal signor Artino, segretario bianconero, le cose alla Juventus andavano piuttosto maluccio. Nell’ottobre di quel 1948 i miei amici Parola e Rava, Depetrini e Locatelli, Boniperti e Muccinelli, avevano perso il derby con il Torino e le ripercussioni furono tali da provocare altre quattro sconfitte consecutive, a Genova con la Sampdoria, a Torino con l’Inter, a Lucca e nuovamente a Torino con il Modena. Quest’ultima partita l’avevo vista dalla tribuna, ero arrivato il giorno prima e ricordo benissimo l’autore dell’unica rete che decise la gara. La segnò il piccolo Edmondo Fabbri, che giocava all’ala sinistra. La domenica successiva era in programma l’incontro con il Bari. La mia presenza aveva, non so come dire, galvanizzato l’ambiente. Anche Parola e Rava, reduci da infortuni, decisero di scendere in campo. Io avevo sostenuto solo un paio di allenamenti, sotto lo sguardo di mister Chalmers, ma, anche per esaudire l’invito rivoltomi dall’avvocato Agnelli, buttai alle ortiche ogni esitazione e… indossai la mia maglia con il numero dieci. Fu una partita memorabile, un susseguirsi di incessanti attacchi alla rete del Bari, difesa da un portiere che non ho mai più potuto dimenticare, Bepi Moro, un autentico gatto, agile, coraggioso, dai riflessi fulminei, dalla presa ferrea. Lottammo per oltre un’ora prima di batterlo. Fu un gran tiro al volo di Boniperti che il portiere non riuscì a trattenere: arrivò, lesto come il fulmine, quel diavoletto di Muccinelli e la palla gonfiò la rete. In quell’attimo mi sentii immensamente felice, come se avessi segnato io. Capii che la Juventus avrebbe rappresentato qualcosa di molto importante nella mia vita di calciatore».&lt;br /&gt;
Il resto è cammino trionfale. 1949-50, dopo quindici anni torna lo scudetto e John Hansen timbra la stagione con ventotto reti in trentasette partite. In leggera flessione l’anno dopo, con lo scudetto che sfugge più per distrazioni juventine che per meriti altrui, e comunque i goal del danese sono venti. Riecco il John Hansen trionfante nella Juventus più bella, quella del 1951-52: trenta reti in trentasei partite, segnate in tutti ma proprio tutti i modi previsti dal regolamento. Rimane alla Juventus fino all’estate del 1954, totalizzando 187 presenze e 124 goal, che lo collocano nell’élite dei marcatori di sempre della storia juventina.&lt;br /&gt;
Pochi sanno che questo fuoriclasse autentico rischiò di andare al Torino. Lo stesso Hansen racconta come andò: «Giocavo ancora nel Frem di Copenaghen, quando il presidente mister Bernhard Langvold, direttore di una grande ditta di vini, occupandosi di importazioni, si trovava in Italia. Un dirigente del Torino gli chiese se fosse possibile avere dalla Danimarca una mezzala di valore e la somma per il trasferimento. Mister Langvold fece il mio nome, ero conosciuto in Italia per aver realizzato quattro goal contro la vostra Nazionale olimpionica a Londra. Con grande stupore del dirigente italiano, Langvold rispose che nessun compenso spettava alla squadra, della quale lui era presidente, in quanto in Danimarca i giocatori non avevano nessun vincolo con i club, essendo questi puramente dilettantistici. Così venni interpellato dal mio presidente per telefono e invitato a fissare la cifra di trasferimento al Torino. Ma una seconda telefonata venne a mutare il primitivo progetto: questa volta è il dottor Boella della Nordisk Fiat di Copenaghen, che, per incarico dell’avvocato Agnelli, desidera avere un colloquio per contrattare un mio eventuale passaggio alla Juventus. Optai per la Juventus e il giovedì 18 novembre 1948 firmai un contratto triennale per la società italiana, rappresentata dal signor Secondo Artino, segretario amministrativo e delegato del club. Il signor Artino, esperto in materia di trasferimenti, mi convinse a partire immediatamente per l’Italia, promettendo le vacanze in Danimarca dell’imminente Natale 1948, con relativo rimborso spese, affinché potessi sistemare e definire le mie pratiche private. In Danimarca io facevo il contabile, godevo di molta stima, ero un giovanotto timido e educato, in possesso di tre lingue e di una certa classe calcistica. La cosa tuttavia, che maggiormente mi inorgogliva, era il fatto di non essere mai stato espulso nel corso di una partita di calcio. Ed ecco che, militando nella Juventus, mi toccò proprio un’espulsione. Giocavamo contro il Padova, la prima domenica del gennaio 1949. Non c’erano problemi per il risultato: all’inizio della ripresa vincevamo già per 6-1 ed io avevo firmato proprio la sesta rete. Poco dopo, saltando su un traversone di Caprile, mi scontrai con il portiere Romano; la palla schizzò verso Muccinelli che mise in rete. L’arbitro fischiò e annullò il goal, perché in Italia il solo rispetto ancora tutelato è quello per i portieri. Accorse il mediano avversario Matè e mi colpì con un calcio a un braccio. Accorse il mio compagno Jordan, accorse il capitano del Padova, Quadri. Ci fu una collettiva stretta di mano. Tutto sarebbe finito lì se io, bonaccione come un parroco di campagna, non avessi espresso il mio punto di vista unendo il pollice e l’indice della mano destra, dicendogli “Okay!”. A questo punto Matè corse verso l’arbitro che, d’altra parte, aveva già visto e… giudicato il mio gesto. L’arbitro, un pisano, con vivo successo linguistico, mi chiese ragione ed io ripetei davanti a lui l’atteggiamento della mano. Fu allora che il signor Massai mi indicò la via degli spogliatoi, indignato per un gesto che lui riteneva altamente offensivo. La sera andai a consolarmi in un dancing, insieme all’inglese Jordan. Ebbene, volete sapere una cosa? Non riuscii a prender nemmeno una mandorla salata, perché avrei dovuto, inevitabilmente, unire nuovamente il pollice all’indice. Avrebbero potuto allontanarmi anche dal locale. E questa umiliazione non l’avrei mai sopportata…!».&lt;br /&gt;
&lt;span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;
&lt;span&gt;&lt;b&gt;VLADIMIRO CAMINITI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 1990&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
«Tra Caprile che non afferrava l’intenzione della mezzala, e Boniperti che aveva preso l’abitudine di restare prevalentemente in posizione arretrata, John Hansen non sapeva più come orientarsi. Egli non è una mezzala di sfondamento, l’azione personale non lo tenta, è uomo di manovra, un realizzatore sì, ma tendenzialmente un tattico; un atleta che reca nel gioco un apporto di idee le quali costituiscono il tema di un coro e non di un assolo. Rompere i collegamenti che Hansen costantemente cerca, equivale a isolare e rendere nulla una viva sorgente di gioco». Per scrivere così di calcio, bisogna essere grandi giornalisti di calcio; che a capire calcio, spiegandolo al popolo, ne siano rimasti molti come l’autore dei due stralci con i quali vi presento John Hansen, proprio non credo. Io credo che a parte pochissimi esemplari, il nostro mestiere si sia imbarbarito in un tecnicismo di maniera, e che sia conformistico in tutto, il modo di porgere e spiegare calcio. In realtà, Ettore Berra negli anni Quaranta, l’articolo è datato ottobre 1949, è stato un luminare della materia, io non posso negare di averlo fatto punto di riferimento nella mia formazione professionale.&lt;br /&gt;
Chi è stato allora John Hansen? Questo spilungone danese, con lentiggini come ceci, un gran ciuffo fulvo nei giorni del 1948 quando giocava a Torino, gazzella del gioco aereo, tempista incursore dai goal saettanti, è stato un momento importante per l’evoluzione del gioco in Italia. I padroni amano i fuoriclasse, vivono il calcio per e in funzione dei fuoriclasse, si deve dire che non sempre il fuoriclasse (raramente si vorrebbe dire) serve l’evoluzione del gioco. L’hanno forse servita fuoriclasse come Sivori o Platini? Ho i miei dubbi. Sivori è stato irripetibile come Platini. Al progresso del calcio, nel senso della tattica applicata e delle superiori strategie, sono serviti certi fuoriclasse specialissimi, e uno pensa subito a Di Stéfano più che allo stesso Pelé o a Maradona.&lt;br /&gt;
John Hansen ha aiutato il calcio nostro a uscire dalle secche dell’individualismo più o meno di maniera, è stato un fulcro, è stato un artificiere di gioco, con lui, e specialmente per lui è nata la Juventus irresistibile 1949-50, e seguenti, anche 1951-52, con Giorgio Sarósi allenatore, quando Jesse Carver era stato estromesso, dai giochi tentacolari della Signora. La signora del calcio, inimitabile e strepitosa, con un presidente mecenate inimitabile e strepitoso, congegnava in campo meccanismi perfetti. Li aveva studiati a tavolino. Gianni Agnelli aveva visto personalmente la partita all’Olimpiade di Londra in cui la Danimarca ci rifilò cinque legnate in testa a tre, e tre goal furono dello stangone, lo stesso che Gianni ricevette in ufficio, nella principesca sede di Piazza San Carlo, e volle che fosse presente anche Vittorio Pozzo, l’allenatore della Nazionale Olimpica bastonata, perché non ci fossero dubbi che era proprio lo stangone dei tre goal a Bepi Casari: «Sì, è luì», ammise Pozzo, granata di ferro, ma stimatissimo e legatissimo all’Avvocato.&lt;br /&gt;
Cominciò da questo momento la carriera juventina di John Hansen. Né si può dire che furono subito rose e fiori. La Juve doveva ancora darsi una regolarità e un indirizzo tattico. L’allenatore Chalmers era forse un competente, ma certamente un bizzoso. Per lui, era meglio Angeleri, un half puro all’ala destra, al posto del piccolo serpentineggiante Muccinelli! É tutto dire. Chalmers allenava Sentimenti IV nei vagoni ferroviari con molliche di pane! Era un desso che qualcuno ha ritenuto fesso, come allenatore di calcio, intendo. L’Avvocato prediligeva in materia gli inglesi e con Carver, seppur limitatamente, ci avrebbe azzeccato. Nel campionato 1948-49, l’ultimo del Grande Torino terreno, John Hansen gioca ventiquattro volte e segna quindici goal. Il suo valore è patentato, riconosciuto e sottoscritto, e John diventa un pilastro per la gloria successiva con ventotto goal in trentasette partite, l’attacco irresistibile e tranciante comprendeva da destra a sinistra Ermes Muccinelli, Rinaldo Martino, Giampiero Boniperti, John Hansen e Aage Præst. &amp;nbsp;Forse, e senza forse, l’attacco più forte in assoluto (io lo preferisco a quello della Juve “platiniana”) della storia bianconera.&lt;br /&gt;
John, la cui precoce scomparsa ha avvilito tutti i supporter juventini, aveva un carattere smagato e pressappoco innocente, pur con fondo di orgoglio che lo portò a schierarsi nettamente contro Jesse Carver dopo la famosa intervista di Emilio Violanti all’allenatore britannico, e alla quale si fa risalire l’inizio del giornalismo sportivo contemporaneo. Nascevano in quell’estate del 1951 i due punti e virgolette, che poi ironicamente visitati da un Gianni E. Reif avrebbero avuto tanta fortuna.&lt;br /&gt;
Dice Boniperti, nel ricordo nostalgico del campione: «John Hansen era un bravissimo ragazzo e un grande professionista. Ecco, lui amava allenarsi, e molto, a differenza mia. Lui era giovialone, sempre contento, non era molto attaccato al denaro, non aveva vizi, era un buono». Sì, John Hansen era così. Si era subito ambientato a Torino, trovandola città estremamente simpatica, e in pochi mesi aveva imparato a parlare un buon italiano. Andava a mangiare, come tutti di quella Juventus, in un ristorante toscano al centro della capitale sabauda, da Biagini, in quegli anni abbastanza memorabili anche perché in parte sognanti, smemorati.&lt;br /&gt;
Ritornava spesso in Italia, e la trovava molto cambiata: si isolava nell’ufficio di Boniperti, nella sede di Galleria San Federico, e stavano ore a parlare di calcio, com’era una volta e come oggi non è più. E non è nemmeno la gazzella danese, il trampoliere del goal. Il goal che arriva dall’alto e da lontano. Il goal modellato nel coro, di un campione strategico per eccellenza, tra i grandi del calcio di ogni tempo, da considerare davvero tra quelli alati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/3195609610999046154/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/3195609610999046154' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3195609610999046154'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3195609610999046154'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/john-hansen.html' title='John HANSEN'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgmJf3f5l42ItzeFN8_2tAKjj56TA6sVAFiYxwbFCRVLNIKH-rotsNjoEskH3iiTY-ZNwsWNje71gTt2ak8jnBTMtXaLiIW2TVC2bSVmHYIG8lwhhMVlctwhyil4eUWPRnk0vJwAkRjNp_TnZ5bfAUsLrjXdtujziH9hvBrOdKbdfTkjYsWSWgx2yuW_JY/s72-w259-h375-c/hansen%20john%200%20(2).jpg" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-8637726162444701983</id><published>2026-07-24T06:00:00.000+02:00</published><updated>2026-07-24T07:56:19.083+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Josè ALTAFINI</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgLtMAR6uxzaTnTws0U3qLHXgFvHK1b_uzjapxPQABe2JAlQaRwMumZJl1QCzWKiORZKHkkOB2NDTBIl1CLGkI6V1TzsL7fb44qcsQ-Pq5EwSEnxB9KmRpU01RB4qSwFBJGh68flds_cV63gI4JgL9irHPi3tMpNfQFoJ50zISDVMnPuJaxLrqLzCnpPlo/s567/altafini%20(4).jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;567&quot; data-original-width=&quot;444&quot; height=&quot;372&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgLtMAR6uxzaTnTws0U3qLHXgFvHK1b_uzjapxPQABe2JAlQaRwMumZJl1QCzWKiORZKHkkOB2NDTBIl1CLGkI6V1TzsL7fb44qcsQ-Pq5EwSEnxB9KmRpU01RB4qSwFBJGh68flds_cV63gI4JgL9irHPi3tMpNfQFoJ50zISDVMnPuJaxLrqLzCnpPlo/w291-h372/altafini%20(4).jpg&quot; width=&quot;291&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;«È un fanciullo mai cresciuto, ha il cuore ovunque e una valigia sempre pronta con camicie e pigiama, un giramondo che vive alla giornata, ma che costruisce il futuro con astuzia. Interpreta il calcio come un pioniere romantico, il professionismo gli dà quasi un senso di noia. Ma davanti a un pallone si diverte un mondo, in allenamento come in partita. E l’obiettivo è soltanto uno: trafiggere i portieri, in che modo non importa, basta che il pallone gonfi la rete».&lt;br /&gt;
&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;div&gt;Dunque sono nato… Quando non lo ricordo, ma mia madre ha sempre detto che erano le nove e mezzo di sera del 24 luglio 1938: ed io, a quello che dice Mamma Maria ho sempre creduto. Mamma Maria è originaria di Lendinara in provincia di Rovigo come mio nonno Luigi. Mio padre Giaoacchino, invece, è nato a Caldomezzo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ho passato l’infanzia come tutti i bambini brasiliani poveri: studiando il mattino e lavorando – quanti lavori ho fatto pur se a metà – il pomeriggio. Ho parlato prima di povertà: per tirare avanti, mamma e papà dovevano lavorare dalla mattina alla sera: la mamma in casa a tirare su noi piccoli e papà nelle piantagioni di canna da zucchero che crescono attorno a Piracicaba.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Piracicaba è un paesone (o meglio una cittadina) nello stato di San Paolo: da quelle parti, ci sono due cose che accomunano tutti quanti i bambini: la passione per il calcio e il cibo. Che è sempre o quasi quello: una bella scodella di «feijaos e arroz» ovvero riso e fagioli.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Quando ero bambino, la mamma aveva adottato per me un soprannome un po’ strano: mi chiamava «Quica», come il tamburello che serve, a Rio, ad accompagnare il samba durante il carnevale. Perché «Quica»? Forse perché ero duro com’è dura la pelle del tamburo o forse perché volevo sfondare a ogni costo come sognano tutti i poveri in ogni parte del mondo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Sì, volevo sfondare, perché non mi andava di continuare a mangiare riso e fagioli; perché non mi andava di continuare a fare i conti con il soldino da risparmiare. E speravo di sfondare quando studiavo; quando facevo il garzone da barbiere; quando scaricavo camion di saggina; quando lucidavo mobili. E volevo sfondare perché non mi volevo trovare, vecchio, a lavorare ancora nelle piantagioni di canna da zucchero, i «canaviais».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Con tutta la rabbia che avevo in corpo, quindi, appena potevo prendevo a calci una palla quasi sempre fatta di stracci: e lo facevo a piedi nudi perché di scarpe, ognuno di noi, ne aveva un solo paio che serviva quando mettevamo il vestito buono la domenica. Giocavamo dappertutto: anche perché lo spazio non era certo un problema: attorno a Piracicaba c’erano prati e campi che la nostra fantasia trasformava in altrettanti Maracanà.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La mia prima squadra fu il Club Atletico Piracicabano, serie B, del quale entrai a far parte che ero un bambino o poco più. In quella squadra eravamo dilettanti per cui quando – era il 1955 – Idillio Gianotti, un commerciante di Piracicaba, mi propose di andare a San Paolo a provare per il Palmeiras, non lo feci nemmeno finire di parlare: gli dissi sì e il giorno dopo partimmo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Il provino fu tutt’altro che entusiasmante: forse perché Gianotti aveva parlato tanto bene di me, chi mi vide quel giorno rimase un po’ deluso. Ma anch’io avevo le mie buone ragioni: mi avevano schierato mezz’ala che non era il mio ruolo. L’affare, a ogni modo, andò in porto e, come primo ingaggio, ebbi due vestiti, uno grigio e uno blu, e due camicie bianche: forse le prime della mia vita. Alla mia squadra andarono 75.000 lire. Allenatore della squadra ragazzi del Palmeiras era Alfredo Gonzales il quale, dopo avermi visto giocare un paio di volte, mi prese da parte e mi disse: «Ragazzo, tu non sei una mezz’ala; tu sei un centravanti. Il tuo mestiere non è giocare per gli altri ma fare gol. Impara e diventerai grande».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Io seguii a puntino i suoi consigli e, nel giro di un anno, passai dalla squadra ragazzi alla serie A. Nel Palmeiras ero il terzo centravanti: ero chiuso, quindi. Solo che io non ci stavo, tanto è vero che trasformavo ogni occasione che mi si presentava come l’ultima che avevo a disposizione. E mi avventavo come una furia su tutti i palloni. Come feci a Catanduva, durante la mia prima partita, quando, messo in campo col Palmeiras sotto di 4 gol, in 20 minuti segnai due reti e colpii due pali!&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Quello che feci in quella partita mi procurò la promozione in prima squadra per cui a vent’anni mi trovai titolare del Palmeiras e della nazionale Paulista. E a vent’anni diventai anche… Mazola. A chiamarmi così per la prima volta fu Claudio Cardoso, allenatore del Palmeiras quando mi volle con sé.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Perché Mazola? Perché somigliavo al grande Valentino Mazzola e perché in Brasile si usa dare un soprannome a tutti i giocatori. E fu appunto come Mazola che arrivai, con la Seleçao in Italia. Era il ‘58 e noi ci preparavamo ai mondiali che si dovevano giocare in Svezia. Allenatore era Vicente Feola e di quella squadra, ricordo, facevano parte i due Santos, Gilmar e Pelé. Che era poco più che un ragazzino.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;In nazionale, esordii contro il Portogallo: il Brasile vinceva 1-0 quando Feola mi mandò in campo a sostituire Pagao. Poco dopo segnai il secondo gol per la mia squadra e diedi a Del Vecchio il pallone del 3-0.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Prima della Svezia, giocai due partite in Italia contro Fiorentina e Milan: identico risultato: 4-0 per noi. Nel Milan ricordo che giocava Ghezzi e ricordo anche che mi raccontò in seguito che non sapeva darsi pace per un gol che gli segnai «em bycicleta». La mia partita contro i rossoneri segnò una svolta importantissima nella mia vita: il presidente Rizzoli, infatti, il giorno successivo mi acquistò per 242 milioni. In Svezia giocai poco: solo due partite e due gol. Ma d’altro canto, centravanti titolare era il grande Vavà e come potevo io, un «Mazola» qualunque, sperare di togliergli il posto?&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Rientrati in patria campioni del mondo, trovammo Rio come se ci fosse il carnevale: tutti ci trattavano da trionfatori e tutti ballavano samba. La sera dopo andai a Piracicaba dove mio zio Marchesoni mi comunicò che il Milan mi aveva comperato. Fissata la data di partenza attorno al ferragosto, mi restavano da fare ancora parecchie cose prima di partire, tra le quali sposare la mia ragazza, Eliana D’Addio: il matrimonio fu celebrato nella cattedrale di Praça da Sé.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dopo un breve viaggio di nozze, via in aereo con destinazione Milano dove trovai ad attendermi il ragionier Carlo Montanari, allora general manager del Milan, che non mi ha più perdonato di averlo costretto a restare in città in uno dei più caldi agosti degli ultimi trent’anni. Era il 18 agosto 1958: avevo vent’anni, tanta voglia di sfondare ma anche, debbo confessarlo, un bel po’ di paura perché sapevo di trovarvi il signor Viani: un orco o poco meno, mi avevano detto quelli che lo avevano conosciuto; un orco che da me si aspettava moltissimo e che, quindi, era ansioso di incontrarmi. Allora il signor Viani era il vero padrone: al Milan non si faceva nulla senza prima chiederglielo. E le sue parole erano vangelo! In questo campo, Viani è stato assolutamente inimitabile: tutta la squadra dipendeva da lui ed era lui che faceva il bello e il brutto tempo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Quando arrivai al ritiro precampionato, ero completamente spaesato, ma credo che mi si possa capire: il trasferimento in Italia, il matrimonio, il viaggio, il cambio di abitudini, tutto conferiva a fare di me una specie di disadattato. La prima partita che disputai, con la mia nuova maglia, fu un’amichevole a Monza. Che disastro fu! La gente mi fischiò, ma d’altro canto penso di aver diritto a qualche attenuante. Io, in Brasile, ero abituato a giocare in un determinato modo perché là si giocava così: in Brasile quando uno prendeva la palla cercava di risolvere il problema da solo; in Italia, invece, era tutto diverso; c’erano degli schemi da rispettare; c’era un certo gioco da fare. Ed io, a tutto questo, non ero abituato né tecnicamente né psicologicamente.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Alla fine della partita, Viani mi prese da parte e cercò di farmi capire che in Italia bisognava agire in un modo diverso e che, anche se ero campione del mondo, non è che quelli vicino a me fossero, pellegrini o quasi. Quello di Viani fu senza dubbio un rimprovero giusto; un rimprovero che mi fece bene tanto è vero che la volta dopo, a Lugano, segnai 4 gol. La lezione l’avevo imparata subito e poi mi ero accorto che, con Liedholm e Schiaffino a fianco, strafare non aveva senso: bastava aspettare la loro imbeccata per fare gol. E in quel campionato, debbo dirlo, «Liddas» e «Pepe», di imbeccate me ne diedero a non finire tanto è vero che, in 32 partite, segnai 28 gol! Che Milan era quello! Oltre a me, Schiaffino e Liedholm; c’erano Radice e Grillo; Buffon e Salvadore e Maldini e Galli! In tutto un campionato, la squadra non perse un incontro!&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ma se il Milan non perse, quell’anno, nemmeno una partita, io ne persi due. Per malinconia; per quella maledetta «saudade» che a noi brasiliani, prima o poi, ci prende. Era, la mia, una «saudade» di Piracicaba; di casa mia e di mia moglie; del mio mondo, insomma. Lo so benissimo che un professionista serio non dovrebbe soffrire di questi mali: io però, ero un professionista di vent’anni sbattuto lontano migliaia di chilometri dai suoi affetti e anche se al Milan avevo trovato amici più che colleghi, pure, non ce la facevo e soffrivo. E soffrendo non riuscivo a dare, in campo, quello che avrei voluto. Ma c’è di più: per dimenticare la nostalgia; per affogare la «saudade», cercavo di distrarmi nel modo sbagliato, uscendo per night. E fu qui che una sera Viani, informato non ho mai saputo da chi, mi scovò. Io lo scorsi appena entrato e per cercare di sfuggirgli mi buttai a pesce dietro un divano. Ma inutilmente: lui vide la mia mossa e si fece un’idea sbagliata sul mio conto.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;L’incontro che ebbi il giorno dopo con Viani me lo ricorda ancora: lui mi diede del «coniglio»; mi disse che non avevo il coraggio delle mie azioni e che, così come tiravo indietro la gamba in campo, lo stesso facevo nella vita privata. Ma che coniglio e coniglio! Io ero malato! Malato di dentro dove nessuno può vederti; dove non c’è medico che ti possa fare la radiografia. Come Dio volle, ad ogni modo, guarii, anche perché dal Brasile arrivò mio zio Marchesoni ed io bagnai la mia prima stagione italiana con lo scudetto.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Con Viani non è che io ci sia mai andato molto d’accordo: ma d’altra parte, tra il suo carattere e il mio le distanze erano incolmabili. E poi, sembra impossibile, tutte le volte che io parlavo, lui non mi capiva. Come quando, l’anno dopo il mio arrivo, ad Alessandria, mi trovai di fronte Rivera per la prima volta e, alla fine della partita, dissi a Viani: «Mi metta accanto quel ragazzino e vedrà i gol che faccio». Nel Milan, con me, giocavano Liedholm e Schiaffino, due signori giocatori, ma quel ragazzino magro con i capelli tagliati a spazzola e gli occhi impauriti era sin da allora migliore di tutti e due messi assieme. Viani non mi diede ragione ma si informò su Rivera che, infatti, nel 1960 arrivò al Milan.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nel frattempo io diventai… oriundo, nel senso che si scoprì, in un vecchio baule che mio padre e mia madre conservavano a Piracicaba, il passaporto di mio nonno Luigi. E diventando oriundo divenni anche nazionale e giocai contro Israele a Tel Aviv assieme a Mora, Lojacono, Sivori e Corso. In Israele feci due gol e quando tornai a Milano misi la maglia azzurra assieme a quella gialloverde del Brasile: per me, quelle due maglie, valgono uguale e di più di qualunque altra! Arrivato alla Nazionale contro Israele, continuai a indossare la maglia azzurra per altre cinque volte e feci parte anche della spedizione ai mondiali del Cile.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ero reduce da un altro scudetto e speravo proprio di fare bella figura: sapevo che il calcio italiano si attendeva molto da me. Appena arrivai in Cile, andai a trovare Pelé e gli diedi appuntamento per la finale che, secondo me, poteva essere soltanto Italia-Brasile. Ma una cosa sono le speranze e un’altra tutta diversa è la realtà fu quanto di più amaro ci potesse essere: facemmo 0-0 con la Germania e perdemmo con il Cile. E così tornammo a casa bastonati. Bisognava cambiare tutto e la prima decisione fu di precludere, alla gente come me, l’azzurro. Io, quindi, mi trovai impossibilitato a essere ancora italiano e con la certezza di non poter mai più giocare nemmeno come brasiliano! Mica male in verità!&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Al Milan, nel frattempo, era arrivato Rivera che mi aveva dato ragione in pieno tanto è vero che il campionato 1961-62 lo rivincemmo noi dopo due anni di Juve: quella di Boniperti, Charles e Sivori. Rientrato dal Cile, come allenatore trovai Rocco: Viani era ancora general manager e tra lui e il «paron» le liti erano all’ordine del giorno. E volete sapere a causa di chi? Ma di Altafini perbacco! Per Viani, infatti, io ero quel coniglio e quel vigliacco che lui aveva sempre predicato mentre per Rocco ero un grande giocatore. E siccome Viani e Rocco erano veneti, quando litigavano lo facevano nel loro dialetto a base di parole come «zocador», «monade» e così via.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Avendo vinto il campionato, il Milan aveva acquisito il diritto di fare la Coppa dei Campioni: il 22 maggio 1963, alla finale di Wembley ci trovammo contro il Benfica di Eusebio. La partita, per noi, cominciò che peggio non si sarebbe potuto: in campo c’erano solo i portoghesi che infatti andavano al riposo in vantaggio di un gol. Nell’intervallo, Rocco mi aggredì e in veneto come fa sempre quando è arrabbiato mi urlò: «Ciò Iòse g’ha razon Gipo: ti sé un coniglio». La sgridata di Rocco fece effetto: nella ripresa mi sentii trasformato e segnai due gol: il Milan divenne campione d’Europa e Rocco mi abbracciò dicendo: «Ciò, Iòse, ti sè un gran zocadòr».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Purtroppo, quella di Londra fu l’ultima partita di Rocco al Milan: il «paron» aveva accettato le offerte del Torino e se ne andava: al suo posto arrivava Carniglia e a quello di Rizzoli, Felice Riva. Per me invece arrivò… l’inferno. Andammo a giocare la Coppa Intercontinentale in Brasile contro il Santos e rimediammo botte e gol: tutti tornammo a casa letteralmente pestati con la sola eccezione rappresentata dal sottoscritto. E questo diede l’opportunità a Viani per accusarmi ancora una volta di vigliaccheria. La prima reazione fu di andarmene ma restai: il Milan però finì a pezzi e la cosa fece ancora più impressione perché il suo posto lo prese l’Inter di H.H.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Come Dio volle, a ogni modo, il campionato finì e quando arrivò il momento di firmare il contratto per il 1964, il presidente continuò a rimandare giorno dopo giorno di incontrarsi con me. E siccome io, se non ho il contratto non mi alleno perché non voglio rischiare, ecco che rispuntò Viani con il solito discorso del coniglio. Io, a queste parole, avevo ormai fatto l’abitudine per cui non gli davo peso: non sopportai però l’affermazione di Riva che mi diede del ricattatore perché non avevo voluto accettare un contratto a rendimento: chi mi avrebbe, infatti, valutato? Il 15 settembre 1964, quindi presi la nave e tornai in Brasile deciso a smettere di giocare piuttosto di tornare al Milan.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;In verità, speravo di riprendere là a giocare tanto più che pensavo di poter contare sull’amicizia di Pelé. Andai da lui perché mi raccomandasse al Santos e lui, a parole mi diede le più ampie garanzie. In pratica, però, mi tirò alle gambe dicendo a tutti che non ero più un giocatore ma solo un piantagrane. Nel frattempo, però, il Milan aveva perso la sua lucentezza ed io, che oltre tutto non ero allenato, non potevo fare miracoli: arrivato a Milano il 31 gennaio 1965, il 7 febbraio rientrai in squadra. Ma il Milan perse. E tornò a perdere la domenica dopo e dopo ancora: in poche parole, la squadra si sfasciò di colpo e la responsabilità di tutto la buttarono su di me. Dietro di noi, quando io arrivai, c’era l’Inter a 7 punti: alla fine del campionato, saranno i nerazzurri i campioni d’Italia.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Viani – che forse non aspettava altro – mi fece pagare la sua… sconfitta di alcuni mesi prima e me la fece pagare con gli interessi. Appena fu sicuro della vittoria dei nerazzurri, con me presente urlò a Riva: «Ha visto presidente il suo Altafini? Glielo dicevo io: quello non è un giocatore, è un coniglio!». E fu questa immagine che mi restò scolpita nel cervello; fu quest’offesa che rifiuto perché non merito che mi fece giurare davanti a Dio e davanti agli uomini che nel Milan non ci sarei rimasto. Nemmeno dipinto.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Lasciato il Milan passai al Napoli di Fiore. Dopo anni che il Napoli aveva, nella migliore delle ipotesi, vegetato, i suoi dirigenti volevano che «vivesse»: e per questo si erano dati da fare per allestire una squadra molto forte. Assieme a me comprarono anche uno dei più grandi giocatori mai esistiti: quel Sivori che, dopo esser stato uno dei punti di forza della Juve, giungeva carico di fama (e di pettegolezzi) all’ombra del Vesuvio. Sui rapporti – e sulle liti – tra me e Omar si sono scritti romanzi: niente di vero però. Non è vero che tra brasiliani e argentini non corra buon sangue; non è vero che gli argentini considerino i brasiliani dei sottosviluppati. O per lo meno non lo è mai stato per me, tanto è vero che mi sono sempre trovato benissimo con gli argentini: oltre a Sivori, infatti, sono stato a fianco di Grillo, di Vernazza e sempre con ottimi risultati.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Quando fui ceduto al Napoli e quando seppi che avrei trovato Sivori, feci l’impossibile per fare con lui il viaggio da Milano a Napoli. Fu un viaggio lunghissimo nel corso del quale gli dissi: «Omar, con la tua classe e i miei gol possiamo fare quello che vogliamo. E se facciamo buona figura, oltre a guadagnare un mucchio di soldi, possiamo vivere in una delle città più belle e affettuose del mondo». El cabezon – Omar l’ho sempre chiamato così – mi disse che era d’accordo e infatti all’inizio tutto andò al meglio.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Era l’estate del 1958, avevo 26 anni e tanta amarezza dentro per cui quando mi trovai in una città dove la gente mi osannava, mi sentii di nuovo a casa mia. Mi pareva di essere a Rio quando tornai in Brasile campione del mondo. E anche se Pesaola ci faceva lavorare come dei forzati ero felice come una pasqua tanto più che il raccordo tra me e Sivori era perfetto e in campo filavamo in perfetto amore. Il primo anno, grazie ai suoi suggerimenti, segnai 14 gol in 34 partite: il Napoli finì terzo a cinque punti dalla grande Inter di Herrera. L’anno successivo andò addirittura meglio: il Napoli finì secondo ed io segnai 16 gol in 27 partite diventando una specie di re di Napoli.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Purtroppo però a Sivori, che era un ipersensibile, non andava giù che tutti parlassero solo di me perché facevo i gol e non di lui che li suggeriva: rinacquero quindi gli screzi che già mi avevano addolorato a Milano e diminuirono di conseguenza i gol. La gente cominciò a parlare di incompatibilità tra me e Sivori, di liti che finivano a sberle, ma non è vero: diciamo che Omar non se la sentiva più di farmi da gregario e che io, senza i suoi suggerimenti, non riuscivo più a trovare con la necessaria frequenza la via della rete. Malgrado tutto, di tanto in tanto riuscivo ancora a inventare reti da manuale, da «esagerato» come diciamo in Brasile. Una la segnai al Bologna in una partita che i rossoblù dovevano vincere a ogni costo. Mancavano pochi minuti alla fine quando feci gol: la gente rimase come ammutolita e poi si alzò ad applaudirmi per la bellezza di tre minuti: una cosa da non credere! Io piansi in mezzo al campo come un bambino perché come un bambino mi trovai pieno di gioia.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ma i momenti di grande gioia erano sempre meno: sentivo che attorno a me aumentava la gente che non aveva più fiducia nelle mie possibilità tanto è vero che, alla vigilia del campionato ‘71-‘72, l’ingegner Ferlaino mi propose un contratto a rendimento: per tanto che fai, tanto ti paghiamo. A fine stagione sei libero di andare dove ti pare. Il Napoli voleva fare l’affare ma la stessa cosa la volevo anch’io: e alla fine mi trovai libero di scegliere la società dove andare con un mucchio di gente che mi voleva. Scaduto il contratto con il Napoli, mi trovai… disoccupato. Ma senza problemi in quanto sapevo che un posto lo avrei comunque trovato. Mentre ero ancora in azzurro, infatti, Herrera, che allora allenava la Roma, mi invitò a casa sua. Era l’aprile del 1972 e il «Mago», molto gentilmente, mi disse che, se avessi voluto, il centravanti della Roma, l’anno successivo, sarei stato io.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Di lei – aggiunse – farò un nuovo Di Stefano». Quando uscii dall’abitazione di Herrera era tutto praticamente fatto. Qualche giorno più tardi parlai con Anzalone col quale discussi il mio contratto: l’accordo fu trovato sulla base di 50 milioni più un milione a gol. Tutto a posto, quindi, niente da ridire senonché io, alla Roma, avrei dovuto andarci tanti anni prima; prima ancora che al Milan. Allora giocavo nel Palmeiras e su di me erano puntati gli occhi della società giallorossa che, anzi, mandò un suo osservatore a seguire Vasco De Gama-Palmeiras. Alla fine del tempo, eravamo in vantaggio per 2-0. Nell’intervallo, però ci fu detto chiaro e tondo che, se non avessimo perso, non saremmo usciti vivi dal campo. Io non sono mai stato un coniglio ma nemmeno un kamikaze: io, alla vita, ci tenevo e ci tengo per cui, ogni volta che il pallone mi arrivava tra i piedi, mi buttavo a terra, mi contorcevo, gridavo come un ossesso. O come un epilettico: e fu proprio a causa di questa «epilessia» che la Roma, nel ‘58, non mi prese.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Per la verità non mi prese nemmeno nel 1972 ma per una ragione tutta diversa: Ferlaino, visto il mio ultimo campionato, aveva deciso di guadagnare sul mio trasferimento e, grazie a un cavillo, non mi concesse più la lista gratuita. Come tesserato del Napoli, quindi, mi mise sul mercato: il mio cartellino costava dei soldi e se lo assicurò la Juve. Io non centravo per niente, ma una volta di più fui io a farne le spese: Herrera, infatti, mi definì «donna da marciapiede» perché – secondo lui – a me interessavano solo i soldi. E così, sfumato per la seconda volta il mio passaggio alla Roma, mi trovai alla Juve allora diretta da Boniperti – mio nemico ai tempi in cui giocava con Sivori e Charles – e Allodi, altro nemico ai tempi in cui, con Moratti e H.H., era uno dei tre artefici del «miracolo nerazzurro».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Perché Boniperti e Allodi mi acquistarono? Probabilmente perché la Juve aveva bisogno di una balia per i suoi molti giovani che, vincitori del campionato, erano attesi alla Coppa dei Campioni. Quando arrivai al ritiro di Villar, scoprii che qualche mio compagno di squadra imparava a leggere a scrivere quando io diventavo campione del mondo con il Brasile. Vycpalek — che allora allenava la Juve — era un acceso fautore della linea verde per cui, per me, tante possibilità di giocare non ce n’erano. A me però, anche così, andava bene lo stesso tanto più che ogni volta che mi veniva concessa la fiducia, trovavo modo di ripagarla a suon di gol.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;L’inizio non è stato dei più promettenti a causa di un eccesso di zelo da parte mia. Ci tenevo ad arrivare a Torino tirato il giusto e per questo, durante l’estate, seguii una dieta alimentare che poi, però, si rivelò eccessiva. I tre chili persi, penalizzavano oltre misura muscoli e gambe sicché, le mie prime apparizioni delusero i tifosi, anche perché dovevo sostituire Bettega. Finii presto in panchina, finché mi sbloccai definitivamente. E da lì, furono rose e fiori.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;E gol pesanti, come il 3 dicembre 1972, con la Juve che rimonta e batte 2-1 la Fiorentina o il 21 gennaio 1973, rete che schioda lo 0-0 con la Roma e ci fa restare in corsa per la conferma tricolore. Per non parlare poi del gol all’Olimpico, il 20 maggio 1973: noi che all’ultima di campionato inseguiamo il Milan a un punto, noi che perdiamo al riposo, ma anche il Milan perde a Verona, ed ecco il mio golletto di testa per l’ 1-1. Poi ci penserà Cuccu al 2-1 che entra nella leggenda.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Mi trasformo anche in re di coppa: salvo la squadra dall’eliminazione a Budapest, nei quarti di finale, segnando all’Ujpest il gol della speranza. Poi travolgo i britanni del Derby County del presuntuoso Clough in semifinale, con due reti e una partita monumentale. Le speranze di vincere la Coppa dei Campioni si infrangono purtroppo in finale, contro la grande Ajax di Cruijff.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;L’anno dopo non vinciamo nulla, ma le 21 presenze e i 7 gol si ripetono puntuali. E nel 1974-75 torno a frequentare la leggenda: a 37 anni, segno 8 volte in 20 partite e, soprattutto, gonfio la rete nella partita-scudetto contro il “mio” Napoli, regalando l’ennesimo triangolino tricolore alla squadra bianconera.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Josè è un fenomeno di longevità e, per certi versi, ricorda Matthews, l’ala britannica che fu nominato baronetto dalla regina di Inghilterra per meriti sportivi. Ma Josè si risparmia, ha il senso della parsimonia anche sul campo; entra per sostituire un compagno ed ha già i muscoli caldi. Tocca quattro palloni e al quinto fa piangere il portiere. Porta via il piede dai tackle dolorosi, ma lo mette nel momento della verità, come i grandi toreri», dicono.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Smetto a 38 anni. Anzi no: dalla Svizzera chiama il Chiasso che lotta in serie B, ed io vado per dare una mano anche ai cugini elvetici. Mi richiamano nuovamente nel 1979, due anni dopo: stavolta in palio c’è la permanenza in A, centrata regolarmente grazie ai miei gol. L’ultima recita di un’avventura stellare.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Sono del segno del leone, come Napoleone; tutti i leoni sono grandi, intelligenti e buoni. Sono allegro, bonaccione, spensierato, giocherellone, pronto a dare un sacco di vivacità alla mia vita e a quelle persone a cui questa vivacità manca; io voglio bene alla gente, sono sempre disposto ad assecondare i loro pensieri e le loro idee, difficilmente contraddico qualcuno. Nella mia vita, non credo di aver mai fatto male a qualcuno; la mia fede è questa, siamo tutti uguali: il ricco, il povero, il bravo, l’onesto e il cattivo. A volte, penso che l’unico torto della mia vita è stato quello di non aver avuto tanta grinta. Ora, a distanza di tanti anni, posso assicurare che un coniglio non lo sono mai stato; resto sempre un leone, con tutti i miei difetti e i miei pregi.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Quando arrivai alla Juve, sapevo benissimo qual era il mio compito: in una squadra di ragazzi avrei dovuto fare la «balia». Bene: io, certe cose le capisco ma non dimentichiamo mai che sono nato in Brasile e che l’entusiasmo è parte importantissima del mio carattere. Ecco quindi perché, pur riconoscendo tutto, quando l’allenatore mi diceva di star fuori io ci soffrivo. E ne contestavo le decisioni. Tanto più che mi sentivo bene; che mi accorgevo, in campo, di rendere secondo le mie possibilità e di non essere per niente quel vecchione» che la carta d’identità denunciava.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Quando uno sceglie il mio mestiere, non può non tenere sempre presente la disciplina; non può essere un anarchico o un protestatario: deve, al contrario, accettare in silenzio le decisioni dell’allenatore e, proprio per dimostrargli che ha avuto… torto, deve lavorare per essere sempre al meglio e per poter sempre rispondere in modo positivo alle sue chiamate. Chiuso.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;ANDREA PASQUALETTO, DA CORRIERE.IT DEL 9 GIUGNO 2018&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«... io non ho la pensione da calciatore, non sono riuscito a farla. Ho versato solo tre anni di contributi. Quando ero andato a chiedere il riscatto mi avevano chiesto 70 milioni di lire di arretrati e ho detto ciao amici».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– E quindi niente pensione?&lt;/b&gt; «Ho quella sociale: 700 euro al mese. Diciamo che sono tornato un po’ alle origini. Ma le scarpe ce le ho ancora eh».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Uno pensa che il campione del mondo Altafini, dopo aver giocato con Milan, Napoli e Juve, e dopo i successi televisivi, non debba fare i conti con la fine del mese.&lt;/b&gt; «Ascoltami, quando un uomo vive senza mai pensare ai soldi, i soldi non li fa. Ed io ho vissuto così. Non ho mai cercato il denaro. Pensavo solo a divertirmi, in campo e fuori, senza tanti calcoli. Ho molti difetti ma non sono tirchio e nemmeno invidioso dei miliardari. Tra l’altro, non riesco a chiedere i soldi, non l’ho mai fatto. Anche adesso, faccio fatica a dire quanto voglio di cachet per partecipare a un evento. E così ho un cachet bassissimo».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Com’era lo stipendio da calciatore?&lt;/b&gt; «Guarda, quello più alto lo prendevo alla Juventus. L’ultimo anno 67 milioni di lire lorde, 42 per cento di tasse, una casa ne costava 100. In Brasile al Palmeiras erano 400 cruzeiro al mese, circa 100 euro».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Altri tempi.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«I calciatori non facevano i miliardi e nel mio caso ancora meno perché non avevo quel tipo di testa. Per esempio, quando sono andato a Napoli avevo dimezzato la paga per essere libero di andarmene quando volevo. Per me il calcio è poesia, è Pelé, è Messi, è Garrincha, è Zizinho. Poeti. E quando uno è poeta non pensa al denaro. Se poi è come me, fa anche delle sciocchezze».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Cioè?&lt;/b&gt; «Quando sono venuto in Italia a vent’anni chiamato dal Milan, mio zio Angelo ed io abbiamo commesso un errore grandissimo: contratto in cruzeiro brasiliani. Una moneta che in quegli anni si è svalutata tantissimo e così io guadagnavo sempre meno».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Insomma, Altafini è costretto a correre più di prima.&lt;/b&gt; «Diciamo che devo lavorare per vivere ma sono contento».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Però l’umore sembra alto, o no?&lt;/b&gt; «Io ho un angelo custode, uno spirito guida che mi protegge. Non scherzo eh... É sempre stato così. Fin da piccolo. Mi ha salvato un sacco di volte. Lui mi sveglia tutte le mattine, perché quando dormiamo siamo come morti, ed io lo ringrazio».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Spiritismo?&lt;/b&gt; «Io sono cattolico ma credo anche nello spiritismo. In Brasile c’è questo sincretismo. Credo nello spirito guida e nei medium».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Ottant’anni, tempo di bilanci...&lt;/b&gt; «Per prima cosa saranno 80 il 24 luglio. E poi io non me ne rendo conto, anzi, me ne sento 40. Non fumo, non bevo, non ho brutti vizi. Prendo ogni tanto un Gratta e vinci, faccio una puntatina a Dieci e lotto. Le emozioni della vita sono amore e gioco».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Donne?&lt;/b&gt; «Non mi guardano più».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;É stata la vita che voleva?&lt;/b&gt; «Sì, una vita bellissima, tutto quello che sognavo mi è capitato. Ho sposato la donna che amavo e fatto il lavoro che desideravo. Anzi, sono andato oltre perché io sognavo di giocare nel Piracicaba in serie A. Mi sembrava tutto facile, tutto regalato. E non stavo tanto lì a guardare orari e diete come fanno adesso. Io ingrassavo ma mi divertivo, soprattutto al Napoli quando lo allenava Pesaola. Con lui in campo si entrava e si usciva ridendo. “E non rientrare prima delle tre di notte”, diceva. Con Rocco il coprifuoco era alle 22. Non mi sono mai piaciuti quelli che ti stanno col fiato sul collo. Tipo Conte adesso, io con lui sarei scappato».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Mai preso pilloline?&lt;/b&gt; «Come no. Prima dell’antidoping le squadre davano le pastigliette. Roba leggera però, tipo quelle per stare svegli e aumentare le prestazioni. Come prendere 5 o 6 caffè».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Il più grande rimpianto?&lt;/b&gt; «Il soprannome Mazola, mi ha segnato la vita. Perché quando sono venuto in Italia chiaramente non potevo essere Mazola e sono diventato Altafini e la gente faceva confusione. Non dovevo accettare quel nome».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;La tivù ha deciso di metterla in panchina. Come mai?&lt;/b&gt; «Eh! Sono arrivati in Sky dei personaggi che mi facevano la guerra per prendere il mio posto ed io ho detto tanti saluti, amici. In Italia a volte viene premiata la raccomandazione e non la competenza. E poi mettono i giovani che urlano senza fantasia. Quando li sento abbasso il volume. Io ho inventato il manuale del calcio, il golasso...».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;La gioia e il dolore più grandi della sua vita?&lt;/b&gt; «Gioie tante, non saprei, i Mondiali, le coppe, i figli, mia moglie... Il dolore quando è morto il mio cane 2-3 anni fa. Una tristezza e un dolore incredibile...».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Per moglie intende la seconda, Annamaria, con cui vive, giusto? Che era sposata con il suo compagno di squadra Barison. Un po’ come Icardi con Wanda Nara...&lt;/b&gt; «Questa storia di Barison la devo raccontare bene una volta per tutte. Eravamo compagni di squadra e amici al Milan e poi al Napoli. Quando è scoccata la scintilla, i nostri matrimoni, che già traballavano all’epoca del Milan, erano praticamente finiti. Io stavo ancora con Eleana, che avevo sposato a 17 anni in Brasile e mi ha dato due figlie. Con Anna siamo ancora insieme. Voglio dire, è stata una cosa seria, non un tradimento. Come Icardi, lui l’ha sposata e hanno pure dei figli, cavolo».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Se non avesse avuto i piedi buoni cosa avrebbe fatto?&lt;/b&gt; «Forse il meccanico. Quando ho iniziato a giocare con il Club Atletico Piracicaba stavo ancora studiando in una scuola di avviamento professionale. Odiavo la scuola. E comunque anche quando ci andavo ho sempre un po’ lavorato: dal barbiere, in una fabbrica di bibite, di mobili, dal macellaio, in una lavanderia e aiutante meccanico. Dai sette anni ho sempre lavorato perché così chiedeva mio papà Gioacchino, operaio in uno zuccherificio. Lui non voleva che giocassi a pallone. Però devo dire che poi ha cambiato idea».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Quando?&lt;/b&gt; «Quando ho avuto un po’ di soldi, a 18 anni, e ho comprato una casa dove ho fatto entrare anche lui e mia mamma».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Torna mai in Brasile?&lt;/b&gt; «Sì, ho lì due figlie e sei nipoti. L’ultima volta che sono andato ho organizzato anche una rimpatriata di vecchi amici. Non lo farò mai più: una tristezza, una cosa incredibile: uno senza denti, un altro storto, non riuscivano a parlare, a comunicare. Ho detto basta, chiuso».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a href=&quot;https://storiedicalcio.altervista.org/blog/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;In collaborazione col sito &quot;Storie di calcio&quot;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
&lt;div&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/8637726162444701983/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/8637726162444701983' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8637726162444701983'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8637726162444701983'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/jose-altafini.html' title='Josè ALTAFINI'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgLtMAR6uxzaTnTws0U3qLHXgFvHK1b_uzjapxPQABe2JAlQaRwMumZJl1QCzWKiORZKHkkOB2NDTBIl1CLGkI6V1TzsL7fb44qcsQ-Pq5EwSEnxB9KmRpU01RB4qSwFBJGh68flds_cV63gI4JgL9irHPi3tMpNfQFoJ50zISDVMnPuJaxLrqLzCnpPlo/s72-w291-h372-c/altafini%20(4).jpg" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-1403552117127571793</id><published>2026-07-23T06:02:00.000+02:00</published><updated>2026-07-23T07:55:42.920+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Alessio TACCHINARDI</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhMxedhmLvxqtk2CxssT5cvxjlvs4yzxJzRykiRdv-gGLY-TrevzZxjcwdxG1DvyL2NQtTrHK3loVTeqP613ejMZyRlMAlzcIabyo_EZSM35aUJ5n4urqzT-AJu9EWlnyfIZvf2zsLlKJI/s1600/tacchinardi+0+%25282%2529.jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; height=&quot;321&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhMxedhmLvxqtk2CxssT5cvxjlvs4yzxJzRykiRdv-gGLY-TrevzZxjcwdxG1DvyL2NQtTrHK3loVTeqP613ejMZyRlMAlzcIabyo_EZSM35aUJ5n4urqzT-AJu9EWlnyfIZvf2zsLlKJI/w483-h321/tacchinardi+0+%25282%2529.jpg&quot; width=&quot;483&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;div&gt;Un’idea dell’ex juventino Cesare Prandelli – scrive Salvatore Lo Presti, su “Hurrà Juventus” del settembre 1994 – lo trasformò pochi anni addietro da anonimo cursore di fascia in promettentissimo play-maker (un ruolo in via di estinzione malgrado ce ne sia un’impellente richiesta). Un litigio fra gli attuali dirigenti dell’Atalanta e il nuovo corso juventino (erano già d’accordo per lasciarlo un’altra stagione a Bergamo a maturare con Mondonico, quando le richieste esorbitanti per definire le posizioni di Morfeo e Locatelli interruppero bruscamente il dialogo e incrinarono i rapporti fra i due club, tradizionalmente amici) dirottò Alessio Tacchinardi a Torino con un anno di anticipo rispetto ai tempi previsti.&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Per una curiosa coincidenza, a Torino Tacchinardi ritrova Marcello Lippi, l’uomo che per primo, dopo Prandelli, ne aveva intravisto le grandi possibilità e che lo aveva fatto esordire in Serie A, poco più che diciassettenne, contro il Cesena. Nel cuore, però, Alessio ha sempre avuto la Juve e i suoi idoli. Nato a Crema il 23 luglio 1975, ha fatto rapidamente le sue scelte: la Juve e Platini. D’altra parte in quei tempi (fine anni Settanta, primi Ottanta) la scelta era obbligata: c’era una squadra che vinceva e dettava legge e c’era un campione che parlava con la «r» moscia, dava spettacolo e incantava, oltre a risultare spietatamente decisivo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Quando avevo dodici o tredici anni» ricorda Alessio, «mio padre mi portò a Torino per vedere per la prima volta dal vivo la mia squadra preferita. Era una Juve-Samp, ricordo ancora l’emozione per la cornice di folla del &quot;Comunale” e per il fatto di poter vedere giocare dal vivo i miei idoli. Fu una bellissima partita, decisa da uno straordinario gol di Platini. Cosa potevo pretendere di più?».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La carriera di Alessio Tacchinardi prese la via di Bergamo, dopo che suo fratello Massimiliano, difensore di ruolo di qualche anno più grande di lui, aveva trovato fiducia nelle giovanili dell’Inter. Impostato fin da giovanissimo come centrocampista, Alessio Tacchinardi negli Allievi dell’Atalanta era stato utilizzato stabilmente come tornante. Vista la sua personalità, il senso della posizione, l’autorità e la perentorietà del lancio, Prandelli decise di proporlo come regista. L’esperimento riuscì perfettamente e il giovanissimo Alessio fu protagonista assoluto dell’irripetibile stagione che portò la squadra nerazzurra a dominare la scena giovanile vincendo il Torneo di Viareggio e il campionato nazionale «Primavera». Un’esplosione talmente prepotente, quella di Tacchinardi (insieme con l’altro promettentissimo gioiello Morfeo), da meritare le attenzioni di Marcello Lippi, allenatore della prima squadra, e quelle della Juventus. Lippi ne fu talmente convinto da farlo esordire in prima squadra, contro il Cesena. La Juve anticipò tutti e se lo assicuro definitivamente pur lasciandolo maturare a Bergamo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Non sono certo io che devo scoprire Tacchinardi» ha detto ripetutamente Lippi in questo scorcio di stagione, «visto che due anni addietro l’ho lanciato in Serie A. Qui a Torino, quest’anno l’ho trovato maturato, fisicamente e psicologicamente. Certo, deve ancora crescere. Ma il senso della posizione e la capacità di orchestrare il gioco e orientare la manovra le possiede già».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Alla Juve, Tacchinardi ha trovato davanti a sé due centrocampisti di consolidata fama internazionale come Paulo Sousa e Deschamps. Ma è il portoghese, indubbiamente, l’uomo cui somiglia di più.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Avere davanti a me Paulo Sousa è molto importante» ci diceva Tacchinardi durante il ritiro di Buochs, «perché gioca come piace a me. Da lui potrò imparare molto e crescere ulteriormente».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Il portoghese, che non è certo un vecchio, è stato anch’egli molto accattivante nei suoi giudizi. «Tacchinardi» ha detto Paulo Sousa «ha già grandi qualità: il suo senso della posizione e la rapidità nell’impostare sono già buone. A mio avviso dovrebbe rischiare un tantino di più il lancio lungo: piedi e intelligenza non gli fanno certo difetto».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Ha già una notevole maturità» ha fatto eco Didier Deschamps dopo le prime partitelle, «deve solo migliorare nel recupero della palla: una qualità che cresce insieme con la maturazione fisica».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Oggi Alessio Tacchinardi, che ha già alle spalle una consistente esperienza come «vice-Sauzée» nella sfortunata stagione scorsa dell’Atalanta, si propone già come una valida alternativa a Paulo Sousa, anche se Lippi qualche volta lo ha provato pure al fianco del portoghese. Lui si dice pronto a qualsiasi esperienza e si gode questa sua prima stagione di grande calcio: «La mia più grande emozione è stata quando ho festeggiato il diciannovesimo compleanno a Buochs, da giocatore della Juventus. Il fatto di essere insieme con tutti quei grandi campioni, mi ha fatto accapponare la pelle».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Tacchinardi ha un sogno. Abbastanza ambizioso ma suffragato da circostanze accattivanti, per gli amanti della cabala. «Tre anni fa ho vinto lo scudetto Allievi e ho giocato col triangolino sulla maglia nella stagione successiva. Due anni fa ho vinto quello Primavera, e nella scorsa stagione con l’Atalanta baby ce l’avevo ancora sulla maglia. Nella scorsa stagione l’hanno vinto Del Piero e compagni e quest’anno, quando giocherò in &quot;Primavera&quot;, lo avrò ancora addosso, lo scudetto. Ecco, vorrei che l’anno prossimo la tradizione non si interrompesse. E siccome non dovrei più giocare con la Primavera, fra un anno...».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La Juventus gioca a zona e Lippi decide di schierarlo nel ruolo di difensore centrale: una soluzione azzeccata, poiché gli permette di compiere grandi passi. La convocazione nell’Under 18 gli spalanca cieli azzurri. Sergio Vatta, il tecnico che lo ha lanciato in Nazionale, dice: «Alessio è fra i migliori giocatori che ho avuto. Possiede una straordinaria visione di gioco e sa intuire con molto anticipo come si muoveranno i compagni».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Poi lo scudetto, la Coppa Italia e la Nazionale. Gioca la prima gara in azzurro come difensore, accanto a Ferrara e Costacurta, il 6 settembre ‘95 a Udine contro la Slovenia. «Ricordo fortemente l’esordio con la maglia azzurra a 21 anni e la settimana in cui mi sono preparato a vestirla, per un calciatore la nazionale è probabilmente il traguardo più emozionante. Quando però sei nel vortice non riesci a fermarti e a gustare queste emozioni, adesso quando ci ripenso è straordinario rivivere quei momenti».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;CAMILLO FORTE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1995&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«E chi l’avrebbe mai detto che un giorno avrei indossato la maglia juventina? Una sensazione strana che ancora oggi mi porto dietro. Al mattino mi sveglio e dico: ma è proprio tutto vero?».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Giochi nel ruolo che fu di Scirea, mica uno scherzo…&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«State a sentire. Per strada i tifosi mi fermano e dopo avermi fatto i complimenti mi dicono: “Alessio, continua così. Diventerai come Gaetano”. Miglior augurio non mi potevano fare. Li ringrazio e spero di non deluderli perché Scirea è stato uno dei difensori più forti del mondo. Io, invece, ho vent’anni e mille cose da imparare».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Rapida, bruciante, inarrestabile la tua scalata.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Ti riferisce alla convocazione azzurra? La dedico alla soprattutto a mio padre che stato vicino nei momenti difficili. Quali? L’anno scorso, per esempio, quando mi sono infortunato al ginocchio».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Come hai fatto a diventare libero... di sognare?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Pensare che all’inizio ero un po’ scettico. Lippi decise di provarmi nel ruolo per una situazione d’emergenza, alla fine della scorsa stagione; quest’anno siamo partiti dall’inizio con questa strategia e adesso eccomi qui».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Non ci sono alterazioni emotive nello sguardo e nella tua voce.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Perché sono un entusiasta: l’entusiasmo è la migliore delle medicine, produce effetti eccezionali sul tessuto muscolare e sulla psiche».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Tu e Del Piero, il futuro della Juventus.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Speriamo, per ora spero di essere il presente assieme a tutti gli altri miei compagni. La stagione è lunga, gli obiettivi tanti».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Iniziamo dallo scudetto che avete vinto da poco.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Una sensazione che non dimenticherò mai. Ricordo tutto di quei momenti. L’inizio, lo scetticismo dell’opinione pubblica. Poi, strada facendo, ci siamo accorti che non eravamo tanto male, anzi. Milan, Parma e via di seguito: le abbiamo battute tutte».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Quando hai capito che potevate conquistare il tricolore?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«L’otto gennaio dello scorso anno. AI Tardini, 3-1 per noi».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Spendi due parole per Marcello Lippi.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Sarebbe troppo facile parlare di lui, ma se siamo cresciuti così tanto il merito è soprattutto suo. Poi, naturalmente, lo staff tecnico che ha portato ii nostro allenatore. Gente preparata che non lascia niente di intentato e studia tutto anche nei più piccoli particolari».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;I tuoi compagni, racconta. Vialli è il leader. E perché?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«State a sentire. Ero da poco alla Juve e, in una partita, ho visto Luca inseguire un avversario qualsiasi per più di trenta metri. Al termine dell’azione mi sono detto: Vialli è proprio un grande. Da quel giorno ho capito che per diventare bravi non bisogna avere paura della fatica».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Non solo Vialli, però.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Sì, perché per vincere bisogna avere i campioni come lui e Ravanelli ma anche un gruppo di cui, con orgoglio, faccio parte».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Quest’anno, alla luce dei primi risultati, sembra di nuovo una lotta tra voi e il Milan.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Non dimentichiamo le altre, il Parma e le due romane. C’è ancora tempo per recuperare. La stagione è lunga».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;A 19 anni conquisti la Juve, a 20 la Nazionale. Nel frattempo hai vinto scudetto, Coppa Italia e partecipato a una finale Uefa. Non solo: da riserva sei diventato titolare e da centrocampista ti sei trasformato in libero. Quante cose in soli dodici mesi, tutte belle e avvincenti!&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Proprio così. Ma il difficile arriva adesso, devo cercare di migliorarmi».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;La svolta: di chi il merito?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;»Scusate l’insistenza, ma la domanda ha una risposta scontata: Marcello Lippi. Se non fosse stato lui a indicarmi la svolta, a quest’ora sarei ancora alla ricerca di un qualcosa di concreto. Lui, infatti, mi ha lanciato in serie A. Lui, prima di tutti, ha capito che potevo giocare da libero».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Giusto, e poi?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«I miei compagni, soprattutto quelli che vanno in panchina o addirittura in tribuna. I loro consigli sono stati fondamentali quelli di Fusi e Carrera, quelli di tanti altri».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Siamo pignoli e, soprattutto, convinti che ti manca una cosa. Con il tiro che ti ritrovi segni poco. Perché?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Cercherò di rimediare. Quando mi trovo in zona gol, o meglio in zona tiro, proverò a tirare. In passato qualche rete sono riuscito a farla».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;La Champions League, adesso.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Bella, avvincente, unica. Possiamo vincerla, ci proveremo. I nostri tifosi vogliono il trofeo più ambito da festeggiare e noi faremo il possibile per regalarglielo. Regalarcelo. Sino a oggi sono riuscito a trasformare in realtà tutti i sogni, la Coppa dei Campioni è uno di questi. Chissà».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Per concludere?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Non mi sembra vero, essere qui alla Juventus con lo scudetto cucito dalla parte del cuore. Ovviamente bianconero...».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dopo l’exploit, soffre una crisi di identità di ruolo: libero o centrocampista? Il dubbio viene sciolto dal campo nel 1997: da quel momento in poi, in Italia e in Europa, applaudiranno un grande centrocampista dotato anche di una gran fucilata da fuori area.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Carletto Ancelotti ne fa uno dei protagonisti dei suoi quasi due scudetti. Quando Umberto Agnelli scarica il tecnico emiliano per restituire la panchina a Lippi, Tacchinardi regala a Carletto un gol di rara bellezza contro l’Atalanta, ultima gara di un campionato sfortunato, il 2000-01.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Con tecnico viareggino sono altri anni di grandi trionfi: due scudetti, due Supercoppe Italiane e una finale di Coppa Campioni persa contro il Milan. È il turno di Capello: con Don Fabio, Tacchinardi conosce più la panchina che il campo, ma riesce a conquistare un nuovo tricolore, il sesto della sua eccezionale carriera. Nell’estate del 2005, Alessio abbandona la Juventus e si accasa in Spagna, nel Villareal; nonostante non sia una squadra formata da grandi campioni, Tacchinardi riesce a trasferirne tutta la sua esperienza fino a portarla alla semifinale di Coppa dei Campioni, eliminati dall’Arsenal, con grande rimpianto per un calcio di rigore fallito, nel finale della partita di ritorno, dall’argentino Riquelme.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Dopo l’arrivo di Capello mi sono sentito ai margini della squadra. Così, quando è arrivata la proposta del Villareal, l’ho accettata. In Spagna ci sono meno tensioni e pressioni. Lì se provi la giocata e non ti riesce, non ti fischiano. Diciamo che in Spagna, come in altri paesi, c’è più cultura sportiva. Quando abbiamo eliminato l’Inter dalla Champions, ho provato una grandissima gioia!».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;MAURIZIO SARRICA, DA “CALCIO GP” DEL MARZO 2011&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;È sempre stato juventino dentro, Alessio Tacchinardi, fin dalla nascita. Colori che scorrono più forti che mai, continuamente, nelle sue vene perché: «Mi sono sentito sempre uno della curva, ho gioito, sofferto e lo faccio ancora con loro, i miei tifosi».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Giocava accanto a gente del calibro di Zidane, Davids, Deschamps, ma non si faceva mai intimorire dal blasone altrui anzi era il primo a lottare, la sua grinta non aveva eguali, rubava palloni e subito impostava, da vero e proprio leader. Ha passato lunga vita alla corte della sua dama, donandole tutti gli ornamenti più belli, tutto quello che c’era da conquistare. L’unico suo rimpianto è stato quello: «Di non aver chiuso la carriera nella mia squadra del cuore, ci tenevo tanto, ma se poi mi dicono che dovevo fare la riserva a Tiago e Almirón...».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Parole di amore, di rabbia, tristezza. Frasi da juventino vero. Concetti e pensieri che emergono ancora oggi, tanto che Alessio parla di disastro, confusione ed errori imperdonabili per spiegare quello che sta succedendo alla Vecchia Signora e invita a trovare la possibile soluzione alla crisi coniando il seguente motto: «Dare la Juventus agli juventini, dal settore giovanile alla prima squadra».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Non ti prendevi quasi mai le luci della ribalta, eppure sei sempre stato uno dei primi a essere acclamato dai tifosi. Perché?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Avevo un grandissimo attaccamento alla maglia. Finita la partita, sia dopo una vittoria che una sconfitta, andavo sempre sotto la curva, a ringraziare la mia gente. Loro ti sostengono sempre se dai l’anima in campo, sanno che ci sta se qualche volta non vinci, ma devi sputare sangue per questi colori, la maglia bianconera pesa tantissimo, non tutti lo sanno».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Ricordi una vittoria particolare, una di quelle capaci di lasciare il segno, fondamentali per dare il via al vostro ciclo vincente?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Mi viene subito in mente la vittoria in rimonta, dallo 0-2 al 3-2, contro la Fiorentina. Quello è stato uno spartiacque importante per il nostro futuro vincente. Dieci giorni fa, poi, ho visto anche un’altra partita che ha fatto la storia, Milan-Juventus 1-6. Che nostalgia ragazzi, che squadra».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Che nostalgia canaglia di Luciano Moggi si direbbe in questi casi.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Beh, che dire. Stiamo parlando del migliore direttore sportivo di tutti i tempi. Normale che tutti lo rimpiangano. Ma non solo lui, anche uno come Giraudo manca a questa società. Il Direttore sapeva mantenere tutti sulla stessa lunghezza d’onda, andava d’accordo con tutti, Birindelli, Pessotto, Davids. Riusciva a comprendere e a capire i caratteri di tutti. Ricordo, ad esempio, che, quando all’età di 24-26 anni non trovavo molto spazio tra i titolari e manifestavo la voglia di andarmene, la sera mi portava a cena e riusciva sempre a calmarmi, da grande psicologo. Perché lui era anche quello, insomma un punto di riferimento. Non aveva soldi per fare il mercato, ma lo sapeva fare. Noi avevamo in panchina un certo Michele Padovano che quando entrava spaccava le partite, Birindelli, Pessotto, Zalayeta. Con questi giocatori abbiamo sbancato il Camp Nou».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;E poi dicono che ai tempi della Triade si vinceva perché si era aiutati dagli arbitri.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Non scherziamo. Possono dire quello che vogliono, la Juve è sempre stata la più forte. Quando l’Inter veniva a Torino giocava da provinciale, pensava solo a difendersi. L’ho battuta anche quando ero al Villareal e da favorita si comportava sempre allo stesso modo. Voglio lanciare una provocazione. Se i dirigenti della Juve nel 2006 avessero detto che la squadra sarebbe ripartita dall’Interregionale, volevo vedere se poi non ci facevano rimanere in A con una penalizzazione ma con gli scudetti al suo posto. Lo sbaglio è stato fatto all’inizio, la rinuncia a ricorrere al TAR. È stato come ammettere le proprie colpe».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Il tuo nome fa parte delle 50 stelle del firmamento, dei giocatori che hanno fatto la storia di questa gloriosa società, che dalla prossima stagione rimarranno scolpite per sempre nella nuova casa bianconera.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Prima di tutto voglio ringraziare di cuore tutti i tifosi juventini per questo riconoscimento. Non vedo l’ora di riabbracciarli, sono unici. È il coronamento di tanti anni spesi dando tutto, anima e cuore per questa società. Il mio desiderio è quello di vedere ancora oggi tanti miei ex compagni al servizio della Juventus, a partire già dalle giovanili. Sarebbe il giusto riconoscimento per quello che abbiamo fatto».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;ALESSANDRO BARETTI, DA TUTTOSPORT.COM DEL 12 APRILE 2014&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Davanti ha solo Alessandro Del Piero. Alessio Tacchinardi è il secondo calciatore nella storia bianconera per presenza nelle competizioni internazionali (93 per il mediano, 130 per l’attaccante). Da sempre tifoso della squadra con cui ha giocato dal 1994 al 2005, il centrocampista con la Juve ha vinto anche la Champions League, nel 1995-96.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Tacchinardi, definisca lo juventinismo?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Una cosa che prende i tifosi, la squadra e la società e li rende un blocco unito contro tutto e tutti. E che si esprime nella voglia di vincere sempre, di essere i più forti sapendo di ricevere in cambio odio da ogni altro elemento esterno al mondo Juve. Un odio che nutre la fame di vittorie, e che rende i nostri successi ancora più belli. Conte ha perfettamente ragione: da una parte ci sono gli juventini, dall’altra tutto il resto. Prima di diventare un calciatore bianconero ero un semplice tifoso, all’interno dello spogliatoio ho capito meglio il senso della Juve. All’inizio non capivo le facce dei compagni quando si pareggiava, mi dicevo che in fondo avevamo fatto un punto. Poi ho capito che se giochi nella Juve, il pareggio equivale a una sconfitta. Conta unicamente il successo, esattamente come dice Boniperti».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;E l’anti-juventinismo cos’è?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«La critica costante. L’invidia verso il più forte. Quando le altre squadre cambieranno mentalità, potranno risolvere il senso di inferiorità rispetto alla Juventus. Smettendo di pensare che vinciamo grazie a presunti aiuti. Semmai i trionfi arrivano perché ogni componente è perfetta. Città compresa. A Torino, quando esci e vai al ristorante, la gente non viene a salutarti, ti lascia vivere. Questo, per un professionista, è molto importante. Decisivo, poi, è il fatto che la società sia tornata in mano a un Agnelli. Con la gestione Cobolli Gigli-Blanc l’identità bianconera si stava perdendo».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Amato dal popolo bianconero, inviso agli altri: quale sentimento è prevalso?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«Il secondo. Anche perché giocavo in una Juve di calciatori che in campo non guardavano in faccia nessuno: Conte, il sottoscritto, Davids e Montero, per dirne alcuni. Tra gli avversari, ci facevamo pochi amici. Ma abbiamo vinto tanto».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Un episodio di chiaro anti-juventinismo?&amp;nbsp;&lt;/b&gt;«L’anno scorso sono stato a un passo dall’allenare una squadra giovanile di una società importante. Sono stato bocciato perché bianconero. E ne vado fiero».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/1403552117127571793/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/1403552117127571793' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1403552117127571793'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1403552117127571793'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/alessio-tacchinardi.html' title='Alessio TACCHINARDI'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhMxedhmLvxqtk2CxssT5cvxjlvs4yzxJzRykiRdv-gGLY-TrevzZxjcwdxG1DvyL2NQtTrHK3loVTeqP613ejMZyRlMAlzcIabyo_EZSM35aUJ5n4urqzT-AJu9EWlnyfIZvf2zsLlKJI/s72-w483-h321-c/tacchinardi+0+%25282%2529.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-8844607260276205858</id><published>2026-07-22T07:00:00.000+02:00</published><updated>2026-07-22T08:03:46.556+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Benito SARTI</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEis0Pn05gngBFJPixiMoPtW-O8HU2-yvHpl3TIWu3bR3Uw7S2ixRU8m2GRi4rap_Y8SGE2lutya9OfqfXB323w56zQE2aRIoIBvri-jy04d9zz6Axr-nMRct_S5x-BKPIUKAMFzSG03Y3w/s1600/sarti+benito+%25286%2529.jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;298&quot; data-original-width=&quot;450&quot; height=&quot;282&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEis0Pn05gngBFJPixiMoPtW-O8HU2-yvHpl3TIWu3bR3Uw7S2ixRU8m2GRi4rap_Y8SGE2lutya9OfqfXB323w56zQE2aRIoIBvri-jy04d9zz6Axr-nMRct_S5x-BKPIUKAMFzSG03Y3w/w429-h282/sarti+benito+%25286%2529.jpg&quot; width=&quot;429&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;div&gt;«Giocavamo per divertire il pubblico, quel pubblico a cui dovevamo fama e, perché no, qualche soldo. Ci si allenava duramente per essere pronti la domenica, per non fare mai brutte figure, per fare in modo che i nostri tifosi fossero contenti e soddisfatti per una bella partita o una vittoria. Ai miei tempi non era concepibile battere la fiacca, altrimenti ci si rimetteva per sempre la faccia».&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;ANGELO CAROLI, DA &quot;HURRÀ JUVENTUS&quot; DELL’AGOSTO 2000&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Anima semplice e grande terzino, lo chiamavamo “boccolo d’oro” per via dell’uso maniacale che faceva del “fon” per increspare la testa bionda di riccioli.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Andiamo indietro negli anni, a cavallo dei ‘50 e ‘60. Benito è un difensore naturale, cresciuto a Padova dove, adolescente, scopre l’arte italiana di piegare la schiena sotto il peso di una cinghia di canapa per trainare un carretto pieno zeppo di frutta e ortaggi. Suo padre fa l’ortolano. Ogni giorno il bocia spinge quel trabiccolo per 40 chilometri e alla fine della giornata si riposa all’ombra del monumento del Gattamelata, nella Piazza del Santo. E intanto gioca al pallone. In quel periodo di sacrifici e passione rifinisce il senso del dovere. E il suo angelo custode è il perfezionismo. I tifosi ricordano quando prima di entrare in campo il giovane Benito si inginocchiava per controllare se le scarpe fossero ben allacciate. Era molto di più che un semplice rituale scaramantico.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Cresce con Nereo Rocco, il Paròn. E vola verso la gloria. Nel ‘57 viene acquistato dalla Sampdoria. È già una fionda con la testa bionda. La rima gli piace. E vola ancora, tanto che nel ‘59 lo chiama il club più prestigioso d’Italia. La Juve lo compera per 80 milioni, una cifra esorbitante per un difensore. Benito non smette di saltare e volare, elegante, sicuro, tempista, con garretti che sembrano di caucciù. Ha due piedi d’oro, come la testa. È buono ma schivo e introverso. Parla poco e brontola a voce bassa. Si sfoga solo con chi entra in sintonia con lui. È attento e scrupoloso, Cesarini e Parola gli insegnano segreti fantastici e lui mette tutto in un cassetto, come i sogni. E li esibisce sul campo per migliorare la sua figura di terzino versatile e anche di centromediano dalla battuta sicura e rapida. Diventa una colonna anche con la maglia azzurra. Gioca in Nazionale sei partite, il debutto si celebra nel ‘59 nel famoso pareggio di Colombes, quando Nicolè sigla due gol che fanno delirare i fans italiani.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Sarti non si ferma, continua a volare e a trasformare la teoria in pratica. E ad accarezzare i boccoli biondi con interminabili soffi di “fon”. È sempre l’ultimo a lasciare lo spogliatoio, con la testa vaporosa come una colata di zucchero filato. La carriera nelle fila bianconere si allunga. Conosce anche Heriberto Herrera, un mastino che sta scomodo a tanti. Benito vince con lui il terzo scudetto.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Poi lascia il calcio ma non si allontana dal Piemonte. Mette su famiglia, la moglie gli dà due figlie, Isabella e Sabrina, che sono bionde come lui. Lascia il calcio con un secco e coraggioso colpo di machete. Non brontola più il padovano buono come il pane, però sono sicuro che insiste tutt’oggi nel custodire con gelosa delicatezza quei riccioli che a 64 anni si sono inceneriti un po’.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;«Rammento come fosse accaduto ieri un episodio buffo che ha per protagonisti proprio Umberto Agnelli e il sottoscritto. Siamo nel ‘59, e vengo convocato in Nazionale a Firenze per l’incontro con l’Ungheria, nonostante fossi influenzato da una settimana. Ma in campo dimentico gli acciacchi, e me la cavo piuttosto bene. Al termine della partita, davanti alle telecamere della Rai il mio intervistatore è proprio lui, il Dottor Umberto: “Sarti, ci dica: come ha fatto a salvare tre gol, praticamente già fatti, sulla riga di porta?”. “Presidente, il trucco è semplice: giocando, ho imparato anche a fare il portiere senza usare le mani”. Qualche giorno dopo a Torino gli regalai la medaglia d’oro con la quale all’epoca venivano ricompensati gli azzurri».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;EMILIO FEDE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1965&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nell’alloggio al terzo piano di via Barletta, Isabella e Sabrina hanno smesso di giocare. Stanno buone, sedute sulla stessa poltrona vicine al nonno Edmondo che fra poco, a bordo di un’autoambulanza, ritornerà nella sua città, a Padova. Lo accarezzano, gli fanno vedere gli ultimi giocattoli avuti in regalo dal papà, Sabrina gli offre anche le caramelle. Vogliono molto bene al nonno e sanno che è malato. È venuto da Padova, perché voleva rivedere il figlio, la nuora e le nipotine che adora. Ha voluto fare una sorpresa, è arrivato senza avvisare. Sabrina che ha quattro anni ha il compito di badare alla sorellina, Isabella, di due anni. «Non fare chiasso, il nonno deve stare tranquillo», dice a Isabella con tono molto serio.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Edmondo Sarti ha compiuto sessant’anni, ha lavorato tanto, la sua salute è logora, ma non si sente di starsene fermo nella sua casa in Borgo San Carlo, a Padova. Dei sette figli, quello che sta a Torino, Benito, è il più lontano ed è quello che gli è più caro. «Da bambino lo portavo sempre con me, Io tenevo per mano mostrandogli le cose curiose che accadono nel mercato generale di una grande città. Noi, oltre al negozio, avevamo anche un banco per il commercio della frutta e verdura e speravo che diventato vecchio toccasse a Benito di mandarlo avanti. Chi avrebbe pensato allora che invece la sua strada era il calcio?», dice Edmondo Sarti. È un uomo magro, dai capelli bianchi, lo sguardo dolce. Per Benito Sarti, il terzino titolare della Juventus, non è stato soltanto padre affettuoso, ma soprattutto un amico comprensivo e intelligente: «Si può dire - racconta Benito - che fino a pochi mesi fa mi ha tenuto per mano. Quando andavo a trovarlo a Padova e uscivamo insieme, lui mi prendeva una mano come da ragazzino e mi parlava del lavoro, delle difficoltà, del suo programma per il futuro. Della salute non voleva dire nulla, per non preoccuparmi. Era felice di ricordare gli anni della mia infanzia».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Benito Sarti è nato il 23 luglio del 1936 in una casa modesta del rione San Carlo di Padova, dove i genitori avevano un negozio per il commercio all’ingrosso di frutta e verdura. È penultimo di sette fratelli, cinque maschi e due femmine. Aveva undici anni quando il padre lo portò per la prima volta al mercato spiegandogli come funziona il commercio e facendogli vedere gli aspetti più curiosi di quel mondo che si sveglia all’alba fra clamori insoliti e rumori di camion e motorette. A Benito bambino, quel mondo piaceva. Seguiva spesso il padre e fu ben presto in grado anche di aiutarlo. Restava al banco, sorvegliava il carico e lo scarico della merce, imparò a conoscere la qualità della frutta, a dare consigli utili.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ma non era destinato a quella vita. Pochi mesi dopo lo videro giocare nella squadra della parrocchia San Carlo e fu chiamato fra i «pulcini» del Padova. Dalle file dei piccolissimi, passò in quelle dei ragazzi, poi fra gli allievi e infine, nel 1954, debuttò in prima squadra. Il Padova militava in Serie B, ma proprio al termine del campionato di quel l’anno fu promosso alla massima serie e Sarti disputò, a diciotto anni, la sua prima partita della Serie A. Era un ragazzo serio, di poche parole. I dirigenti già allora dicevano che avrebbe avuto un avvenire brillante. Due anni dopo fu ceduto alla Sampdoria, dove rimase fino al 1958 quando la società bianconera decise di acquistarlo. Benito Sarti, che all’età di undici anni era stato portato in un mercato generale, per imparare i segreti del commercio di frutta e verdura, indossava la maglia di una fra le più importanti società di calcio italiane. «Scrissi una lunga lettera a mio padre e pochi giorni prima di trasferirmi a Torino andai a trovarlo. Gli feci una sorpresa. Mi presentai all’alba al negozio e lui aveva le lacrime agli occhi. Stava leggendo sul giornale la notizia della mia cessione alla Juventus. Mi disse di non montarmi la testa, di continuare a vivere come avevo sempre fatto, allenandomi scrupolosamente, senza trascurare il minimo particolare. Restai con lui tutto il giorno, poi andai a Torino, la mia nuova città», racconta Benito.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La sua prima partita con la Juventus fu contro il Vicenza. Quella domenica i bianconeri scesero nella seguente formazione: Mattrel; Castano e Sarti; Emoli, Cervato e Colombo; Nicolè, Boniperti, Charles, Sivori e Stivanello. Vinsero per 4-0 e alla fine del campionato conquistarono anche lo scudetto. Era il primo che Benito fece cucire sulla sua maglia: «Mi ero sposato da un anno. Milena, mia moglie, era l’unica persona che capisse l’importanza di quel momento. Stava realizzandosi tutto ciò che di più bello avevo sognato. La Juventus, lo scudetto, una vita serena e felice. Cosa potevo chiedere di più alla vita?». Quell’anno fu il più importante per Sarti. Disputò la prima partita in maglia azzurra nella rappresentativa B a Saragozza e in seguito nella A, a Parigi contro la Francia che si concluse in pareggio con due reti a due. Che ricordo ha di quell’incontro in Nazionale? «So che abbiamo giocato tutti molto bene. Io ero terzino con Corradi, eravamo affiatati. I giornali scrissero che avevo fatto il mio dovere».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dopo Parigi Benito Sarti ha giocato sei volte in maglia azzurra. L’ultima a Firenze contro l’Argentina dove gli azzurri vinsero per cinque reti a una.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ci sono stati, in seguito, anche momenti tristi nella vita del forte difensore bianconero, com’è destino per ogni individuo. Quando fu chiamato Amaral alla direzione tecnica della squadra, Sarti rimase un lungo periodo fuori squadra e si parlò anche di cederlo: «Lasciare la Juventus sarebbe stato grave. Anche se mi avesse acquistato un’altra società importante avrei provato un profondo senso di sconforto. In quei giorni ero di cattivo umore, demoralizzato. Amaral diceva che il mio gioco non si inseriva nel metodo che lui voleva e non potevo che rassegnarmi. Devo ringraziare mia moglie che ha avuto tanta comprensione ed ha saputo aiutarmi a superare la crisi; anche la direzione della società che si è mostrata affettuosa nei miei riguardi. Oggi quel periodo è come cancellato dalla mia mente. Mi sento rinascere. Con Herrera facciamo tutti una nuova vita; abbiamo imparato certe cose che sono estremamente importanti nella vita e nello sport».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Sembra strano il modo vivace che ha di raccontare, di metterci al corrente dei suoi stati di animo. Lui che è schivo di confidenze, che appare spesso chiuso, impenetrabile. Ma è così Benito Sarti? «No, assolutamente no. Anzi a me piacerebbe parlare, intrattenermi con la gente. Ma è difficile farsi capire. La nostra è una professione che richiede molto controllo nei rapporti umani. Capita che si sia fraintesi. Uno ha voglia di sfogarsi, di parlare delle proprie aspirazioni, invece finisce con l’apparire presuntuoso. Così penso che sia meglio non dire niente. Quel che ho voglia di dire lo racconto a mia moglie la sera quando gioco con Sabrina e Isabella».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ma questo modo di essere schivo può crearle delle antipatie: «Lo so, ma non importa. Faccio il mio dovere di atleta, gioco sempre con impegno, non mi trascuro mai, perché so che il pubblico è giustamente esigente e vuol veder giocare. Io cerco di accontentarlo. Per quanto riguarda i rapporti umani non ho colpa. È il mio carattere, non posso cambiare».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nella sua casa elegante e ordinata, Milena Sarti aiuta le due figliolette a cambiarsi di abito. Fanno tutto piano, piano per non disturbare il riposo del nonno. Sono giorni tristi questi per Benito Sarti. Ha smesso di andare a caccia, i suoi fucili moderni sono rimasti appesi nello studio e non li tocca da diverso tempo. L’ultima volta era andato con Sivori in riserva per cacciare anatre e beccaccini. Una malinconica giornata nebbiosa. Avevamo parlato dei loro problemi personali, lontani dalle polemiche del gioco, dalle grida della folla. Sivori è suo buon amico, perché anche lui come Benito ha avuto tanti momenti tristi nella vita.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;È un tardo pomeriggio quando lasciamo Benito Sarti nel suo alloggio di via Barletta. Fuori c’è in attesa l’ambulanza che riporterà a Padova papà Sarti, un uomo dal volto magro, i capelli bianchi che ha voluto fare l’ultima sorpresa al figlio che per tanti anni ha tenuto per mano. Sarà ricordando questo pomeriggio di fine marzo che proveremo più affetto, la domenica, quando fra le maglie bianconere vedremo quella di un ragazzo biondo che da bambino era destinato a occuparsi di un banco ai mercati generali.&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/8844607260276205858/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/8844607260276205858' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8844607260276205858'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8844607260276205858'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/benito-sarti.html' title='Benito SARTI'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEis0Pn05gngBFJPixiMoPtW-O8HU2-yvHpl3TIWu3bR3Uw7S2ixRU8m2GRi4rap_Y8SGE2lutya9OfqfXB323w56zQE2aRIoIBvri-jy04d9zz6Axr-nMRct_S5x-BKPIUKAMFzSG03Y3w/s72-w429-h282-c/sarti+benito+%25286%2529.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-751600616968994855</id><published>2026-07-21T06:00:00.000+02:00</published><updated>2026-07-21T07:57:43.844+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Helmut HALLER</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhXXIalN-XJ57DtVnBQEDW8C7aHfOAP9LpKLeihUCvGTMbP9AhI7DIjIA4L8CreNijdcxZ3tOl-1no8YhIdigOFMjdoezINy_uPTQMnwl8M3V8KsanJ13RqZNXf3BXd5J9G9o8aH1X2qmc-0VLEK9ir-0cnu8w258TOYf8SAFJE2yWB7Da_TSLp5met0_0/s2398/haller%20(8).jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;1922&quot; data-original-width=&quot;2398&quot; height=&quot;351&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhXXIalN-XJ57DtVnBQEDW8C7aHfOAP9LpKLeihUCvGTMbP9AhI7DIjIA4L8CreNijdcxZ3tOl-1no8YhIdigOFMjdoezINy_uPTQMnwl8M3V8KsanJ13RqZNXf3BXd5J9G9o8aH1X2qmc-0VLEK9ir-0cnu8w258TOYf8SAFJE2yWB7Da_TSLp5met0_0/w439-h351/haller%20(8).jpg&quot; width=&quot;439&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
Nato ad Augsburg, in Germania, nel 1939, dopo una lunga e onorata carriera nel Bologna, oramai grassottello e appagato, si trasferisce alla Juventus nel 1968, convinto di poter terminare la sua carriera in pace e tranquillità. A Torino, trova il Ginnasiarca Heriberto Herrera, che lo torchia come un’oliva e lo restituisce alla più invidiabile delle condizioni fisiche. Comincia, così, una nuova vita da attaccante di fascia al servizio di una squadra giovanissima che trascina, con la sua classe e l’innegabile mestiere, alla conquista di grandi successi; addirittura, ritorna in Nazionale per i Mondiali del Messico del 1970, dopo essere stato protagonista assoluto ai Mondiali inglesi del 1966, portando la Germania in finale.&lt;br /&gt;
&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;Lo scudetto del 1971-72, conquistato senza Bettega, lo vede grande protagonista, offrendo scampoli di grande classe: suo il goal che, all’indomani del derby perso, sconfigge il Varese e rida speranza all’ambiente juventino. Sua, ancora, la rete che sblocca il risultato nel giorno più bello, quello che permette di festeggiare lo scudetto, contro il Vicenza.&lt;br /&gt;
Haller è un tipo strano, molto simpatico: al primo posto dei suoi pensieri c’è il divertimento, è sempre a caccia della buona cucina, del buon bere e della risata sopraffina. Quando decide di giocare, in campo vola, unendo la forza tedesca alla classe brasiliana, accarezzando il pallone con perfezione a ogni tocco, dribblando, concludendo a rete oppure fornendo l’assist vincente al compagno meglio piazzato. Vycpálek, spesso, chiude entrambi gli occhi sulla vita non propriamente da professionista del tedesco. Scappatelle che costringono i dirigenti bianconeri a prendere, nei suoi confronti, provvedimenti anche severi e che vengono anche duramente censurate dalla moglie, la terribile signora Waltraud che lo gestiva come procuratrice. Cercava sempre di fare gli interessi del suo eterno ragazzo e, se qualche volta Helmut non riceveva giudizi lusinghieri dalla stampa, prendeva il telefono e, con un tono che non ammetteva repliche, caricava di insulti il giornalista che si era permesso di censurare il marito.&lt;br /&gt;
E una volta, una di queste fughe gli costò molto cara. Era stato il migliore in assoluto nella Juve-baby battuta 2-1 sul campo del Wolverhampton, il 22 marzo 1972; su rigore, aveva trasformato il punto della bandiera. Poiché la qualificazione era già stata compromessa con l’1-1 dell’andata, Vycpálek aveva tenuto a riposo alcuni titolari, pensando al derby in programma la domenica successiva, sfida importantissima per la corsa allo scudetto. Per non mandare allo sbaraglio giovani come Piloni, Longobucco, Viola, Novellini e Savoldi II, l’allenatore aveva chiesto a Helmut di sacrificarsi in questo impegno internazionale di metà settimana. Haller fu ligio al dovere, fornendo una grande prestazione e strappando applausi agli stessi fan dei Wolves. Ritenendo di esserselo meritato, dopo cena chiese di fare un salto fuori albergo; richiesta bocciata, sia dal tecnico sia dai dirigenti.&lt;br /&gt;
Con la complicità di italiani residenti in Inghilterra, Haller preparò la fuga di soppiatto; ma Vycpálek e il Direttore Generale Giuliano vigilavano e lo sorpresero al night, con una coppa di champagne in mano. Il tedesco fu messo fuori rosa. Boniperti spiegò: «Haller ha sbagliato e deve pagare; so i rischi che correremo nel derby, ma debbo dare un esempio ai giovani che sono su questo aereo».&lt;br /&gt;
Sarebbe entrato di diritto nel Gotha dei grandissimi, se solo si fosse concesso qualche sacrificio in più. Nel 1999 è stato eletto centrocampista tedesco del secolo, a testimonianza della sua grande classe.&lt;br /&gt;
Aveva una visione di gioco totale ed era portato a deliziare il pubblico con autentiche magie; ai compagni che gli chiedevano il pallone, Helmut Haller replicava: «Tu non chiama. Io vedo e ti dà».&lt;br /&gt;
Lascia nel 1973 dopo aver contribuito a due scudetti e aver totalizzato 170 presenze e 32 reti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;span style=&quot;font-size: medium;&quot;&gt;&lt;b&gt;GIANNI GIACONE, DA “HURRÀ JUVENTUS” LUGLIO 1974&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Sarebbe stato facile scriverne un anno fa, di questi tempi. Sarebbe stato facile, ma forse si sarebbe corso il rischio di lasciarsi influenzare da ricordi troppo vivi. Helmut Haller che dopo la finale di Coppa Italia a Roma contro il Milan, saluta e se ne torna nella sua Germania, è per la verità difficile da scordare anche adesso, men che mai adesso. Questione di personalità del soggetto, non certamente di romanticherie italiote: forse che in Germania, dopo dieci anni buoni di assenza, gli stuoli di suoi fan lo avevano dimenticato?&lt;br /&gt;
Ma è un preambolo assurdamente lungo e pretenzioso, questo, che vuole in fondo soltanto introdurre l’Haller juventino, e non già spiegare il complessissimo personaggio, gran fuoriclasse della “pelota” e strambissimo esemplare di vichingo quale mai si era visto dalle nostre parti.&lt;br /&gt;
Haller è juventino per cinque stagioni e sono tantissime, se si pensa che arriva quasi trentenne e quasi per caso. Non segna l’avvento di un ciclo, per il semplice fatto che di cicli bianconeri ne vede sorgere almeno tre, e non tutti lieti e trionfanti. Così come per nulla regolare e costante è il rendimento suo: gli umori di un fuoriclasse sono passeggeri, è risaputo, c’era Sivori il Cabezon che aveva giornate nerissime in stagioni di luminosa classe, e tornando ancora più indietro negli anni, c’era Cesarini, gran furbacchione nonché ira di dio quando tutto gli girava per il giusto verso, la qual cosa fortunatamente doveva capitargli sovente. Ecco, l’Haller juventino ha antecedenti illustri nei due tipi summenzionati, e dunque non fa che continuare un certo stile, una certa tradizione di “juventinismo” ad alto livello.&lt;br /&gt;
Ma come diavolo succede che Haller capiti alla Juve? Quasi per caso, abbiamo detto prima. Il che, naturalmente, non può essere del tutto vero, almeno per chi crede in una certa predestinazione o fatalità degli umani eventi. Con il Bologna che è stato pure protagonista scudettato con un distinto signore di nome Bernardini, Helmut è entrato nel modo giusto tra le cose del nostro campionato.&lt;br /&gt;
Mezzala di enormi mezzi tecnici, con due Campionati del Mondo alle spalle alla faccia dei soli ventitré anni, il tedesco ha trasformato la squadra rossoblu in una formazione di primissimo ordine, complici quel delizioso palleggiatore e regista nostrano che si chiama Bulgarelli e un centravanti grosso e virulento, capace però pure di fiorettare nelle aree infuocate con freddezza tutta nordica, Nielsen vale a dire.&lt;br /&gt;
Finché tra i tre le cose sono andate lisce, il Bologna ha conosciuto attimi di vera gloria: basterebbe ricordare lo scudetto strappato all’Inter già europea nello spareggio di Roma, per rendere l’idea. Ma piano piano affiorano dissapori, Nielsen cambia aria e non lo ritroveremo più su certi livelli, e nel 1968 tocca a Haller fare fagotto. Un cambiamento d’aria perlomeno esaltante, con la Juve che offre al Bologna ponti d’oro per accaparrarselo. Ma nel contempo, un carico non indifferente di responsabilità.&lt;br /&gt;
La Juve 1968-69 vuole lasciarsi dietro certi atteggiamenti di mediocrità tecnica e di modestia nei risultati, puntando a un rilancio immediato e in grande stile: Haller non è il solo arrivo importante, c’è Anastasi fresco di Nazionale e di titolo europeo e ci sono altri ancora a garantire un campionato di prim’ordine. Riuscirà Haller a non deludere le attese, e cioè a essere veramente Haller? Intanto, le premesse sono incoraggianti, con prestazioni rodomontesche in Coppa Italia, tanto che la gente di parte juventina si domanda chi mai potrà fermare quella Juve nuovamente fatta di super assi.&lt;br /&gt;
Ma presto qualcosa comincia a non funzionare a dovere, Anastasi è troppo solo, il centrocampo non lega, Haller si concede lussuose divagazioni di sottile arte pedatoria, ma pure arranca e sbuffa, e tiene la panza di chi si sente oramai divo arrivato. Non va, e il pubblico si spazientisce.&lt;br /&gt;
Tecnicamente, nessun mette in discussione Helmut, che difatti risolve da par suo partite importanti; ma il tedesco patisce una strana involuzione tecnica che lo porta a giocare in zone ibride, a estraniarsi dal contesto della manovra, a non giocare insomma per la squadra. L’apporto di Haller, alla sua prima stagione in bianconero è fatto di sporadici ancorché imperiosi guizzi di estro: 10 novembre 1968, per esempio, sconfitta interna con il Cagliari di Riva e Boninsegna con prodezza di Helmut che apre le marcature alla sua maniera.&lt;br /&gt;
O ancor meglio, 4 maggio 1969: Juve-Inter grandi deluse si affrontano al Comunale e vince la Juve, perché a un certo punto il suo strambo tedesco decide che deve fare goal, e non c’è neroazzurro che possa impedirglielo. Appena sette giorni dopo la prodezza, ecco subito il tonfo: Juve-Fiorentina 0-2, è il secondo scudetto dei viola, Haller nella ripresa letteralmente non tocca palla, il suo guardiano Esposito fa il bello e il cattivo tempo.&lt;br /&gt;
Tra l’Haller deludente del 1968-69 e quello incontenibile dell’inverno e della primavera successiva, capace di riprendersi il posto nella Nazionale tedesca per i Mondiali messicani, c’è di mezzo l’ennesima contraddizione tecnica. Il 1969-70 è cominciato con in panchina uno strano e attempato signore argentino, Carniglia si chiama costui, che ha idee assai personali sul conto del rodomonte e cerca di applicarle anche in casa juventina.&lt;br /&gt;
Dunque, dice questo signore a Haller e a Bob Vieri il “sivoreggiante”, di fresco arrivo, la classe è tutto, e chi ne ha da vendere (come per l’appunto i due “professionial” summenzionati) è a posto, non è indispensabile sacrificarsi per servire alla squadra. Perbacco, ma allora Del Sol il vecchio sivigliano e Furino già detto Furia stanno sbagliando tutto, a galoppare perpetuamente su e giù per il rettangolo di gioco!&lt;br /&gt;
Eppure, i risultati danno inequivocabilmente ragione a questi ultimi e torto al Mister. Haller e Vieri recitano a soggetto, qualche volta davvero bene, ma intanto la manovra ristagna e il centrocampo juventino deve chiedere sempre più apporto dinamico ai cursori, visto che gli artisti si rendono irreperibili in fase di interdizione. Dopo la doppia sconfitta con Torino e Vicenza, la situazione precipita e Carniglia lascia il posto a Rabitti. Tutti ricordano la stupefacente metamorfosi della squadra nel giro di un paio di settimane.&lt;br /&gt;
Ma che cosa avrà mai portato di nuovo o di diverso la nuova conduzione tecnica? Pochissimo: un ritocco di numeri e compiti tattici. Haller è il principale interessato, naturalmente. Nessuno si sogna di rinunciare al suo elevatissimo tasso di classe e men che mai Rabitti. Si tratta di incanalarne le genialità al servizio del collettivo. Il tedesco non si sente portato all’interdizione? Ebbene, giocherà di punta, come appoggio al centravanti Anastasi.&lt;br /&gt;
Con il sette sulle spalle, Helmut può finalmente spaziare a suo piacimento senza creare scompensi dietro. È naturale che le cose vadano subito meglio. Otto vittorie consecutive, record eguagliato, prestazioni ad altissimo livello di una squadra che ha nel tedesco il suo asso nella manica. Partita capolavoro all’Olimpico contro la Roma (3-0) con goal da antologia, e poi tanti altri episodi degni di essere ricordati.&lt;br /&gt;
Basta ricordare questo: 29 marzo, Juve-Milan 3-0, è una delle più limpide affermazioni della squadra bianconera. Sul 2-0, Helmut conquista la palla nella sua metà campo, allarga sulla fascia sinistra e semina uno dopo gli altri quattro difensori, per poi crossare al millimetro per l’accorrente Leonardi che sbatte dentro. È un’azione da ala vecchia maniera, Præst non avrebbe saputo fare di meglio. Resta solo il rammarico di uno scudetto compromesso dalla disastrosa partenza.&lt;br /&gt;
L’anno dopo, 1970-71, vede una Juve tutta nuova, ricostruita da cima a fondo con l’arrivo di giovani talenti in gran copia. In questa squadra rinnovata, Haller è più che mai punto di riferimento, pedina chiave. Si capisce che certi traguardi non si possono raggiungere subito, ma le premesse sono a dir poco incoraggianti. Se nel campionato c’è qualche battuta a vuoto di troppo, è però vero che in campo internazionale la giovane Juve si fa rispettare, portando in giro per l’Europa un gioco d’assieme di primissimo ordine.&lt;br /&gt;
Le mansioni di Haller non sono cambiate che marginalmente: adesso, sulla fascia destra, si è formato un tandem nuovo di zecca, con il tedesco all’estrema e Causio interno, e i due dimostrano di intendersi alla perfezione. La stagione si chiude con le esaltanti e sfortunate imprese in Coppa delle Fiere: a Colonia, nelle semifinali, forse la migliore partita della stagione per Haller, che anche a Leeds fornisce un saggio, della sua classe, per di più correndo non poco dietro ai forsennati inglesi.&lt;br /&gt;
Il tempo vola e il meglio deve ancora venire. È la stagione successiva, 1971-72, a dare le soddisfazioni più consistenti alla squadra e, nello stesso tempo, a fornire la miglior versione del tedesco bianconero.&lt;br /&gt;
Anzi, Haller è in pratica il protagonista, in tutti i sensi, della stagione del quattordicesimo scudetto. Il cliché del rodomonte non potrebbe forse trovare espressione migliore che in quest’occasione. Un girone di andata esemplare, a livello mondiale, con partite capolavoro, come quelle interne con il Napoli e con la Fiorentina, o la trasferta trionfale di San Siro contro il Milan. Poi, qualche intoppo, viene a mancare Bettega e la squadra risente non poco della mezza rivoluzione tattica che la sua sostituzione impone di compiere. E c’è l’episodio di Wolverhampton, chi non ricorda il particolare, giusto alla vigilia di un decisivo derby, con Haller al centro della polemica, e che alla fine deve pagare.&lt;br /&gt;
E non giocherà con il Toro. Cesarini, poi Sivori, poi Haller: come si fa a non tentare l’accostamento? Cambiano soltanto i contorni, nel senso che adesso il rodomonte è pur anche e prima di tutto “professional”, cui non gli si può perdonare la scappatella in nome della classe cristallina. Il Toro batte la Juve priva del suo tedesco mattacchione e la gente mugugna, lo scudetto torna in discussione.&lt;br /&gt;
Ma no, non si getta alle ortiche una stagione così ben impostata: Haller rientra dopo l’assenza punizione e si prende una personale rivincita, da campione, battendo da solo il Varese in una giornata di grigiore generale per i compagni. E sul rettilineo d’arrivo, la sua classe risolve le ultime ansie bianconere: battuto il Cagliari con prestazione memorabile, battuto il Vicenza nell’ultimo assalto con rete capolavoro doppiamente importante perché rompighiaccio nel giorno della grande speranza e della grande paura di non farcela.&lt;br /&gt;
Siamo agli sgoccioli: la quinta stagione di Helmut bianconero conosce ancora momenti esaltanti tanto in campionato che in Coppa Campioni: ma è superfluo ricordare, tanto sono vicini alla memoria e al cuore del tifoso. Lascia la Juve e il calcio italiano, ma nessuno si stupisce nel leggere che, nella sua Augsburg, faccia ancora parlare di sé con entusiasmo le cronache calcistiche. Haller è un campione senza eguali, un rodomonte. E i rodomonti, si sa, non hanno età.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;span style=&quot;font-size: medium;&quot;&gt;&lt;b&gt;VLADIMIRO CAMINITI&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Rappresentava il di più, come lo era stato Sivori, e più ancora di Sivori, se ci è consentito, a tutto campo, almeno quando la musa lo ispirava. Quale fosse questa musa, non è dato dubitare; si è saputo che, smesso di giocare, Helmut il giocoso, Helmut il fanciullone, Helmut il biondone rubizzo portato a divertirsi sempre e dovunque, tedesco ma di più wagneriano, strapazzato dagli agi ma di più dalla sua Santippe personale, la possessiva magrissima sanissima amministratrice Waltraud, ha voltato pagina. Ha cioè smesso di fare sacrifici e per prima cosa si è separato dalla sua Santippe. Verosimilmente la moglie ne sopportava le divagazioni extraconiugali quando erano giustificate dalle occasioni offerte dai continui viaggi sul cocuzzolo del mondo.&lt;br /&gt;
Una volta, Furino mi disse: «La squadra respirava e acquistava armonia, è stato con lui il nostro periodo più bello anche dal punto di vista perfettamente tecnico. Ricordo quella partita di Milano (31 ottobre 1971) con Rocco disperato, costretto a cambiargli sempre marcatura, fare delle cose eccezionali a profitto di tutti, che è il modo vero e assoluto di essere fuoriclasse».&lt;br /&gt;
Haller aveva nel gioco un portamento tecnico-atletico trascendentale, in grado di ispirare dalle fasce l’azione con traversoni passanti di rara euclidea precisione e di far tutto con due piedi divini, dribblando l’avversario nel senso dell’anticipo e della velocità di base, né più mai vedrò giocare di prima intenzione verticalizzando come lui.&lt;br /&gt;
Allenava la Juventus, nei giorni in cui vi approdava Haller, per dotare finalmente la squadra di classe pura, il paraguaiano Heriberto Herrera; come tipo umano, come persona, tutto l’opposto di Helmuttone, quindi un disperato compare tutto ossa, dalle lunghe mani nodose e dagli occhietti neri cavallini. Helmuttone era grasso, troppo grasso. Le mani terribili di Heriberto lo torchiano e gli ridanno credibilità atletica. Però, non può bastare da solo, e Rabitti, subentrato a Carniglia, se ne accorge, bisogna riedificare la squadra e innestarvi il nuovo Haller così che risulti determinante.&lt;br /&gt;
Ci vuol il beato e bonario Cesto Vycpálek perché la Juventus cominci a vincere; lo ha detto Furino, l’ordito della manovra si realizza in modo perfetto soltanto quando Haller è ispirato. Non capita spesso; ne sa una più del diavolo; nelle trasferte di Coppa, quando gli salta il ticchio, lascia la comitiva e si infila al tabarin; senza sapere che con Boniperti è proprio cambiato il mondo; e puntualmente la paga.&lt;br /&gt;
Nelle giornate di vena accarezzava il pallone sprigionando perfezione in ogni impatto e ogni tocco, eseguire un disimpegno o un passaggio, laterale o frontale, indispensabile. Era tutto uno svolazzo senza esserlo in nulla. Si può dire che somigliasse all’acuto del tenore, quando tremano tutti i cristalli dei lampadari; all’assolo di Pavarotti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;ANGELO CAROLI, DAL SUO LIBRO “HO CONOSCIUTO LA SIGNORA”&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
Haller era alla sua penultima stagione juventina, era grandissimo, ma non sempre. Faceva leva sulla straripante vitalità di Causio, per concedersi pause che spiegano la lunga carriera. Il suo astro aveva cominciato a brillare ai Mondiali cileni, nel 1962. In Coppa Uefa i bianconeri non fecero troppa strada, con il Wolverhampton caddero al ritorno in Inghilterra, dove Helmut fu al centro di un curioso episodio di vita notturna.&lt;br /&gt;
Quando all’ora della ritirata i bianconeri spensero le luci o si dedicarono alle letture, il fantasista tedesco uscì dalla stanza e se ne andò in giro, in compagnia di vecchi amici che aveva incontrato in Inghilterra. Cesto, placido come un monumento, volle dare un ultimo controllo ai suoi ragazzi. Appena vide il letto di Helmut vuoto, fu come scosso da un terremoto. Chiamò il dottor Giuliano. Pietro stava leggendo un libro giallo e fu sorpreso dall’irruzione inconsueta. Si vestì in fretta, si infilò con Cestmír in un taxi.&lt;br /&gt;
Dopo un quarto d’ora trovarono il night galeotto. Wolverhampton è una città piccola. Quando misero il naso dentro il locale, Vycpálek e Giuliano videro subito Haller. Era seduto con amici italiani, in mezzo ad una nuvola grigia di fumo e l’aroma inconfondibile del whisky. Helmut si accorse del tecnico e del dirigente, sorrise, non gli restava altro da fare, si alzò, salì sempre in silenzio sul taxi prenotato da Vycpálek e da Giuliano e rientrò con loro in albergo.&lt;br /&gt;
In Italia mi raccontò l’episodio, parlava e rideva era un picaro stravagante, con la risata a raffica sapeva farsi perdonare. La spiegazione di Helmut riportò il buon umore in Cestmír, il quale però propose il tedesco per una multa. Boniperti non si fece pregare due volte. Vincere e incassare erano, per lui, due hobby irrinunciabili.&lt;br /&gt;
Helmut era un tedesco fuori dagli schemi, aveva sempre voglia di parlare se la luna non gli andava di traverso, magari per ragioni banali ma, per lui, importantissime. Quando instaurava il black-out non c’era verso di cavargli una parola. Nei periodi di eclissi, lasciava che la bella moglie Waltraud rispondesse al telefono: «Helmut non parla!»&lt;br /&gt;
E riattaccava rumorosamente la cornetta, dopo aver salutato con tono molto scortese. Passavano ventiquattro ore e il sorriso tornava a splendere sul volto di tedesco nato ad Augsburg, città vicino a Monaco, ma che aveva le caratteristiche di un latino sfaccendato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;span style=&quot;font-size: medium;&quot;&gt;&lt;b&gt;GIANFRANCO CIVOLANI, DAL “GS” DICEMBRE 2012&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Primavera del sessantadue. Il presidente del Bologna Renato Dall’Ara si innamora follemente di quel tedesco che nelle varie amichevoli pre Mondiali (i Mondiali cileni) fa sfracelli a tutto campo. Dall’Ara non ci pensa tanto. Invia il fido Raffaele Sansone, già campione del Bologna negli anni Trenta, a proporre a Haller (che vive ad Augsburg, in Baviera, e gioca lì) un precontratto al quale non si può proprio dire di no. E nel mese di maggio. Dall’Ara decide: si va a casa di Aler (Dall’Ara non sapeva aspirare l’acca e dimezzava le elle) per farlo firmare. «E ci vado proprio io di persona», dice.&lt;br /&gt;
Dall’Ara parte in Mercedes con l’autista, fa firmare a Haller tanto di contratto pluriennale, ma nel viaggio di ritorno l’auto si rovescia in un fosso e l’autista è disperato. Dall’Ara ha settant’anni ed è rotolato tra le erbacce. Sorpresa: il presidente rossoblu emerge dalla melma e urla: «Io sto benissimo e il contratto di Aler è salvo».&lt;br /&gt;
Ho seguito la carriera di questo tedesco funambolico e fracassone, diciamo pure un fantasista anarchico e spesso incontenibile fin da quando è arrivato a Bologna, luglio di quello stesso anno. Lui mi chiamava «giornalista di ciornale di Torino» perché io scrivevo per “Tuttosport” e chiaramente non mi considerava proprio uno di famiglia. Ma com’era possibile non fraternizzare con uno così? Napoletano di Baviera, scrivevamo e scrivevano tutti. Napoletano di giorno e di notte quando si concedeva qualche scappatella per sfuggire alle grinfie della terribile moglie Waltraud, una leggiadra signora che odiava tutti i giornalisti che non stravedevano per il suo augusto marito, una bollente e ruggente signora che a una giornalista bolognese diceva sempre: «Tu tifi per Nielsen, tu non vuoi bene a Helmut, tu puttana».&lt;br /&gt;
L’uomo era un po’ così, madornale nel bene e nel meno bene, ma il calciatore era sublime, il miglior straniero arrivato a Bologna negli ultimi settant’anni, una delizia degli occhi e del cuore per chi lo ha visto giocare, ma giocare come e dove? Come e dove gli pareva perché il grande Fulvio Bernardini gli diceva solamente: «Lei giochi come sa».&lt;br /&gt;
Uno scudetto a Bologna, due alla Juve, tre Mondiali disputati con la sua Germania e vicecapocannoniere (nientepopodimeno dietro al grande Eusébio) ai Mondiali d’Inghilterra. E poi quella storia della feroce inimicizia con il danese Nielsen. Erano nati e sputati per giocare insieme, la fantasia al potere e il cinismo del bomberissimo. Ma una sera Haller con un giornalista (ebbene sì, con me) si sfogò contro il danese, io riportai pari pari e per un po’ di tempo scoppiò una tempesta che coinvolse metà squadra (l’allenatore Bernardini e Janich con il danese, Bulgarelli e Perani con il tedesco e Pascutti solissimo con i suoi pensieri e sentieri) prima di riconciliarsi la sera di quel magico settimo scudetto a Roma e di ridiventare amici quando si ritrovavano con i capelli bianchi per qualche allegra rimpatriata.&lt;br /&gt;
Helmut Haller detto il Panzer arrivò a Bologna nel mese di luglio e tre mesi dopo Bernardini annunciò urbi et orbi che quel suo Bologna giocava «come si gioca in Paradiso». E adesso in Paradiso o lì nei dintorni ci stanno Giacomo Bulgarelli e il Panzer, là seduti nel trespolo a guardare qui da noi cose più terrene e più tristi.&lt;br /&gt;
Chi fu Helmut Haller? Uno così, a Bologna, io non l’ho mai più visto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/751600616968994855/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/751600616968994855' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/751600616968994855'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/751600616968994855'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/helmut-haller.html' title='Helmut HALLER'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhXXIalN-XJ57DtVnBQEDW8C7aHfOAP9LpKLeihUCvGTMbP9AhI7DIjIA4L8CreNijdcxZ3tOl-1no8YhIdigOFMjdoezINy_uPTQMnwl8M3V8KsanJ13RqZNXf3BXd5J9G9o8aH1X2qmc-0VLEK9ir-0cnu8w258TOYf8SAFJE2yWB7Da_TSLp5met0_0/s72-w439-h351-c/haller%20(8).jpg" height="72" width="72"/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-7515148706317868908</id><published>2026-07-20T06:30:00.000+02:00</published><updated>2026-07-20T07:56:21.179+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Rodrigo BENTANCUR</title><content type='html'>&lt;div style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEh6Z3PrOAz3HjrEO4xl02397vHv5X6NBcQSBRNtgPwI9dsmLwUbBYRoCAPun5of3ccJ6-QxWefNb8w6goDi-gQzKGyTTbTwe_c41O-bYu9KmZUksfWrdgaD7tlZnax0h5YGnaT5r7mI_rjKYYP_YMU0gTZ9NRlB_RrePVDkljp6XICJtOOog1-lIFsj/s1280/bentancur%20arancione.jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;790&quot; data-original-width=&quot;1280&quot; height=&quot;297&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEh6Z3PrOAz3HjrEO4xl02397vHv5X6NBcQSBRNtgPwI9dsmLwUbBYRoCAPun5of3ccJ6-QxWefNb8w6goDi-gQzKGyTTbTwe_c41O-bYu9KmZUksfWrdgaD7tlZnax0h5YGnaT5r7mI_rjKYYP_YMU0gTZ9NRlB_RrePVDkljp6XICJtOOog1-lIFsj/w480-h297/bentancur%20arancione.jpg&quot; width=&quot;480&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Il giovane centrocampista della Juventus uruguaiano – scrive Tommaso Giagni sul sito ultimouomo.com l’8 marzo 2019 – sembra destinato a grandi cose. Se il talento è luminoso, nella scintillante Juventus di questa stagione c’è un autentico “oggetto stellare giovane”, come l’astronomia definisce le stelle in via di formazione. A ventuno anni è il più giovane titolare del suo club e della nazionale uruguayana. Arrivato in Italia nell’operazione che ha riportato Tevez al Boca, Rodrigo Bentancur si sta dimostrando un centrocampista sempre più prezioso, un profilo di assoluta modernità per completezza tecnica e fisica. Un ragazzo maturo, che già prima di raggiungere l’Europa aveva capito quanto fosse meglio tenere la testa all’asciutto dalla critiche, non badare ai rumori di fondo («Criticano Messi, come potrebbero non criticare me?»).&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;30 giugno 2018, stadio Olimpico Fist di Soci, Russia, ottavi di finale della Coppa del Mondo. Bentancur ha appena compiuto ventuno anni, viene da una stagione di ambientamento nella Juventus, ha giocato alcune partite in Champions League ed è stato in campo la notte della rovesciata di Cristiano Ronaldo a Torino. Adesso l’Uruguay ha appena battuto il Portogallo, lui ha servito l’assist del gol decisivo. Nella pancia dello stadio, al controllo antidoping, c’è anche Cristiano, che lo saluta e lo chiama «Rodrigo». Bentancur non si capacita del fatto che conosca il suo nome. «Non so come facesse a saperlo» insisterà a distanza di tempo, quando già saranno diventati compagni.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Viene alla luce a Nueva Helvecia, una cittadina di neanche quindicimila abitanti, fondata da emigranti europei in Uruguay che la chiamarono appunto “Nuova Svizzera” e le diedero una vocazione a un’economia di latte e prodotti caseari. La famiglia di Bentancur non compra il latte al supermercato, va a prenderlo nella stalla. Svizzera è anche l’origine del nome del Club Lucerna, il club dove lui da bambino iniziò a giocare.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Viene alla luce da un uomo di calcio, Roberto, e da una madre, Mary, che morirà quando Rodrigo ha quattro anni. La figura materna e il calcio sono i gas e le polveri che generano la stella. Le torte dei suoi compleanni erano a forma di pallone. Il ricordo di Mary lo accompagna nella vita, con l’angelo tatuato sul braccio, e in campo, con il numero trenta sulla maglia a indicare il giorno in cui la madre nacque.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Una volta, durante una partita in trasferta col Club Lucerna, entra nello spogliatoio e si accorge di aver dimenticato gli scarpini. Gli succede spesso. È un ragazzino «distratto» e più alto dei coetanei, nel ricordo del suo allenatore di allora. Talmente alto che i genitori degli avversari mettono in dubbio la sua età dichiarata.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Un’altra volta, più avanti, Bentancur gli scarpini ce li ha e deve metterseli in fretta. È uscito da scuola e sulla strada del ritorno si è fermato al campo del Club Artesano per salutare il padre. Roberto Bentancur è un ex giocatore e ora dirigente della squadra, e quel giorno ha un ospite, “El Profe” Horacio Anselmi, un preparatore vicino al Boca Juniors, invitato lì per un corso di formazione per allenatori. Dal momento che Anselmi intende dare anche una dimostrazione pratica, Rodrigo viene tirato dentro. Va a cambiarsi, si presta agli esercizi coi birilli e al termine della dimostrazione “El Profe” dice: «Questo è un diamante grezzo». E invita il ragazzo a fare un provino con gli “Xeneizes”. Un provino che andrà bene.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;A dodici anni Rodrigo, che gli intimi chiamano “El Lolo”, attraversa l’ultimo tratto del Rio de la Plata ed entra nelle giovanili del Boca.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Nel 2013 è entrata in servizio una linea che collega Buenos Aires a Montevideo. Una nave che si chiama “Francisco Papa” e impiega poco più di due ore di viaggio. Prima di allora, anche quando Bentancur fu ammesso nel vivaio del Boca, bisognava impiegare più tempo per coprire gli ottanta chilometri che separano le capitali.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;La compagna del padre, Cecilia, è argentina e aveva la famiglia in città. Questo ammorbidì in qualche modo il passaggio dalla campagna uruguayana a una metropoli come Buenos Aires. Rodrigo andò a vivere da un’altra, affettuosa figura di madre («Lo sento come un figlio mio», dirà lei), a Liniers, il barrio del Velez Sarsfield.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Una manciata di anni dopo, nell’aprile 2015, lui è ancora un ragazzino ma già debutta con la squadra maggiore in una gara ufficiale. Una partita del girone di Libertadores, proprio a Montevideo, nel mitico Estadio Centenario che nel 1930 ospitò la prima finale di una Coppa del Mondo, con il trionfo dell’Uruguay padrone di casa.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Quei venti minuti in campo si riveleranno solo un inizio. Bentancur a diciott’anni diventa titolare di uno dei maggiori club del Sudamerica, insostituibile tanto col tecnico Arruabarrena quanto col successore Schelotto. Due anni di crescita e conferme.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Poi non si tratterà più di attraversare il Rio de la Plata, ma l’Oceano.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;L’Uruguay è una terra che si perde nella dimensione dell’infanzia. Bentancur ormai ha vissuto nel suo Paese quasi meno tempo di quanto ne abbia trascorso fuori. Ma c’è un filo che mantiene il ragazzo unito alle sue origini: la Nazionale di calcio.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Con la selezione Under 20, accanto ad Ardaiz e Fede Valverde, nel 2017 si è laureato campione del Sudamericano di categoria, superando l’Argentina di Lautaro Martinez e il Brasile di Richardson. Subito dopo è tornato a Nueva Helvecia e ha sfilato per le sue strade con una camiseta della Celeste addosso, sopra a un vecchio truck scoperto, accolto come un figlio illustre della cittadina.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Tutto avviene in fretta, a quel punto.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;In estate è leader dell’Under 20 che arriva quarta ai Mondiali (il bronzo perso ai rigori con l’Italia di Favilli e Orsolini). Nell’autunno di quello stesso anno viene chiamato in nazionale maggiore. Rodrigo ha vent’anni e si impone subito come titolare. Tolto il debutto assoluto, da quando è entrato nel giro ha sempre trovato posto dal primo minuto, incluse le gare del Mondiale («Non avrei mai pensato di riuscire a giocarne uno così giovane»).&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;All’inizio di ottobre, a Udine, è arrivato anche il primo gol in Italia. Rodrigo Bentancur l’ha dedicato a sua madre, guardando in alto.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;In una lettera del 1883, Emily Dickinson ha scritto: «Non quello che le stelle hanno fatto, ma quello che faranno, è ciò che fa durare il cielo».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Le prime due stagioni del giovane uruguagio sono ad alto livello: «Questa società è incredibile, quando arrivai mi dissero che avrei trovato una famiglia e me lo hanno dimostrato in questi anni. La Juventus è una delle tre migliori squadre d&#39;Europa e per me è un onore restare ancora cinque anni qui. Dove voglio arrivare? Voglio vincere tutto il possibile con questa maglia e poi, come ogni giocatore, sogno di conquistare un Mondiale con la mia nazionale: lavorerò duramente per realizzarlo. Mi piace giocare a centrocampo, il ruolo non è importante. Mi adatto rapidamente a giocare in ogni posizione anche in nazionale, non ho problemi: in questo calcio bisogna cercare di giocare in tutte le posizioni che servono al mister. Il mio primo gol con la Juve a Udine? Ricordo il cross di Cancelo, c&#39;era Cristiano Ronaldo dietro di me ma sono arrivato prima io. Fu un giorno molto speciale per me, il primo gol con questo club meraviglioso. Poi ho segnato anche a Firenze: lo scambio con Dybala, Ronaldo mi ha portato via il difensore e ho incrociato il tiro. Nella prossima stagione spero di segnare tanti altri gol».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Poi, comincia un lento declino, dovuto anche a parecchi equivoci tattici. Fatica la Juve di Sarri e ancora di più quella di Pirlo. Inevitabilmente, anche Rodrigo non riesce più a trovare la brillantezza dei primi tempi in bianconero. L’impressione generale è che non abbia fatto il salto da “giovane promessa” a “giocatore vero”.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;FEDERICO AQUÈ, DA ULTIMOUOMO.COM DEL 13 MAGGIO 2021&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Cosa è successo a Rodrigo Bentancur? Il centrocampista della Juventus sta vivendo una stagione difficile. Ha commesso diversi errori e la conclusione sembra scontata: Bentancur non può giocare da solo davanti alla difesa. È il pensiero ad esempio di Massimiliano Allegri, che lo ha allenato per due anni. «Non può giocare davanti alla difesa, al massimo una partita», aveva detto Allegri al tavolo di Sky Calcio Club. «Rodrigo ha giocato tante volte con me davanti alla difesa, ma poi ne giocava dieci da mezzala. Davanti alla difesa ha un tempo di gioco uno-tre, nonostante sia un giocatore importante».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Magari ha ragione Allegri, e in effetti Bentancur in questi mesi ha mostrato di non essere ancora abbastanza rapido di pensiero, pulito a livello tecnico, efficace negli smarcamenti per imporsi in una posizione così delicata, che richiede uno stile sobrio, poco appariscente, ma che è di vitale importanza per una squadra che ambisce a controllare le partite tenendo il pallone per la maggior parte del tempo. Bentancur non sembra cioè il tipo di centrocampista che fa sempre il passaggio giusto al momento giusto a inizio azione, una qualità rara e facile da trascurare, di cui sono specialisti giocatori spesso incompresi come Busquets, Jorginho o Thiago Motta.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Di certo Bentancur non è un centrocampista di quel tipo ma non è nemmeno il giocatore insicuro e impreciso visto negli ultimi mesi. Delle sue qualità con la palla aveva parlato con entusiasmo proprio Allegri quasi quattro anni fa, dopo le prime partite di Bentancur con la Juventus: «Ha grande personalità e gestione della palla. (…) Lo aveva dimostrato a Barcellona, aveva fatto una partita importante fino a che ha retto, aveva contro Iniesta e ci sono quindici anni e mille partite di differenza a grandissimi livelli. Però aveva fatto una partita con una tranquillità, con una serenità, con una gestione della palla straordinarie».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;In quattro stagioni Bentancur ha avuto tre allenatori diversi, ognuno con la propria idea sulle sue caratteristiche e sulla posizione in cui poteva esprimerle meglio. In questi anni ne ha cambiate molte e ha giocato in pratica in ogni ruolo, nel centrocampo a due o a tre, da mezzala, da mediano e anche da trequartista con Sarri. Un ruolo che però lui non sentiva nelle sue corde: «Quando gioco sulla trequarti cambia tanto perché avere il campo alle spalle è difficile, so che devo lavorare per migliorare. È una bella posizione perché sei più vicino alla porta e agli attaccanti, mi piace quel passaggio forte tra le linee, fare i cambi di gioco lunghi. In quel ruolo mi piaceva moltissimo Riquelme, non ce n’è un altro come lui. Anche Recoba era uno che guardavo quando ero più piccolo. Ora è difficile trovare un trequartista con quel carattere».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Una cosa però ha messo d’accordo ogni allenatore passato dalla Juventus negli ultimi quattro anni: Bentancur avrebbe dovuto segnare di più, essere più presente nell’area avversaria. Ne ha parlato lui stesso più o meno un anno e mezzo fa, quando era allenato da Sarri e aveva fatto il confronto tra le richieste di quest’ultimo e quelle di Allegri: «L’altro giorno ho parlato col mister (Sarri, nda) e mi dice le stesse cose di Allegri. Ha detto: “tu puoi diventare uno dei centrocampisti più forti al mondo, ma per fare la mezzala ti manca il gol”. Mentalmente penso che sia meglio fare il passaggio al compagno messo in posizione ottimale piuttosto che calciare in porta, devo essere più egoista».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Tre mesi fa anche Pirlo ha ripreso il discorso e gli ha chiesto di tirare di più in porta: «Stiamo cercando di lavorare su questo, visto che spesso i centrocampisti possono trovarsi in quella zona e concludere con un tiro. Siamo contenti di quello che sta facendo però».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;È un tasto molto battuto, evidentemente, visto che lo stesso Bentancur lo ha indicato a gennaio di un anno fa come uno degli aspetti da migliorare: «Ho iniziato a lavorare un po’ di più su questi inserimenti che non sono ancora nelle mie corde ma nel primo tempo con la Roma credo di averli fatti bene, è arrivato anche il gol e sono contento. Il mio modello deve essere Sami Khedira, credo sia il migliore in questa situazione di gioco, è sempre lì con sette-otto gol a stagione e il mister (Sarri, nda) dice di guardare lui».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Prima Sarri e poi Pirlo, però, non hanno continuato a sviluppare il senso di Bentancur per gli inserimenti, avanzando il suo raggio d’azione per farlo arrivare di più in area. Al contrario sia Sarri che Pirlo lo hanno spostato a giocare davanti alla difesa, a occuparsi quindi della prima costruzione. C’entrano anche le scelte di mercato della società, e in particolare la cessione di Pjanic al Barcellona nello scambio con Arthur. Già prima dell’accordo con i catalani Sarri aveva arretrato Bentancur davanti alla difesa al posto di Pjanic. Era capitato ad esempio in campionato nella gara di ritorno contro l’Inter, una partita in cui Bentancur, aiutato anche dalle tante linee di passaggio create dai compagni, era stato preciso con la palla e determinante in fase difensiva nel tagliare le connessioni dell’Inter tra la zona di costruzione e le punte.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Quando poi, alla ripresa del campionato, è arrivata l’ufficialità dello scambio tra Pjanic e Arthur, lo spostamento di Bentancur davanti alla difesa è diventato ancora più urgente per Sarri. A quel punto trovare un’alternativa a Pjanic era necessario, soprattutto in vista della stagione successiva, e la mossa più sensata era appunto l’arretramento di Bentancur, visto che in prospettiva nemmeno Arthur sembrava poter giocare da mediano.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Bentancur ha poi continuato a giocare davanti alla difesa anche con Pirlo, dopo l’esonero di Sarri, all’inizio in coppia con un altro centrocampista e poi sempre più come unico riferimento davanti ai difensori. È una delle mosse fatte da Pirlo nel corso della stagione, dopo aver cambiato idea sulle caratteristiche dei suoi centrocampisti. A inizio stagione infatti l’allenatore bianconero era stato categorico: «Abbiamo giocatori adatti per giocare a due. Non abbiamo registi e non abbiamo mezzali, sono tutti adatti a giocare a due. Arthur e Bentancur non sono né registi né mezzali, come del resto Rabiot. Forse solo McKennie è una mezzala, ma nel complesso sono giocatori più adatti a giocare a due».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Col passare del tempo Pirlo è diventato più flessibile e la squadra ha preso una forma diversa: da una costruzione con tre difensori e due mediani, con un esterno di centrocampo che si spostava tra le linee lasciando l’ampiezza a un terzino, a una costruzione con un solo uomo davanti alla difesa in un centrocampo a tre, e quindi con un giocatore in più sulla trequarti. «Non avevo avuto modo di provare i giocatori nelle amichevoli», aveva spiegato Pirlo a fine dicembre. «In allenamento ho capito che le posizioni di alcuni potevano cambiare. Abbiamo cambiato la nostra disposizione e da due siamo passati a tre».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Col tempo però la stagione ha preso una brutta piega e i meccanismi, già fragili, si sono definitivamente inceppati. Sono state abbandonate le scalate che permettevano alla squadra di alternare sistemi diversi a seconda delle fasi, i reparti sono rimasti scollegati, la zona di rifinitura si è svuotata e far risalire la palla è diventata un’impresa.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Man mano che la squadra cambiava forma, che il gioco si faceva più confuso, Bentancur ha perso riferimenti e non è più riuscito a stare al passo con i diversi compiti che gli venivano chiesti. Pulire l’uscita dalla difesa, ma anche fare da collegamento con la zona di rifinitura, inserirsi senza palla, senza trascurare ovviamente l’equilibrio da garantire nelle transizioni a palla persa e la protezione del centro nelle fasi di difesa posizionale.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Bentancur non ha però mai fatto vedere di poter essere ciò che Pirlo era da giocatore, un riferimento che decide da solo ritmo e direzione della manovra, e non ha più potuto fare ciò che gli riesce meglio, rinforzare il possesso, aggiungere un passaggio in più nello sviluppo dell’azione, usare il suo dinamismo per dare soluzioni comode a chi ha la palla in diverse zone del campo, anche intervenendo più volte nella stessa azione. Il meglio di sé, nella seconda stagione con Allegri e in parte con Sarri, Bentancur lo ha dato quando non si è occupato del primo passaggio e poteva muoversi a diverse altezze per far continuare la circolazione, senza mai mostrare una visione illuminata, ma restando preciso e gestendo bene la pressione anche in situazioni difficili.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;È il ruolo che l’uruguaiano sente più suo: «Mi trovo meglio come mezzala destra e lo sto dimostrando», aveva detto quando ancora giocava di fianco a Pjanic, nei primi mesi con Sarri. In una delle migliori partite dello scorso anno, quella vinta a San Siro contro l’Inter, Bentancur era entrato nella ripresa e si era fatto notare in occasione del gol decisivo, segnato da Higuain dopo una lunga azione di ventiquattro passaggi che aveva coinvolto tutta la squadra. Bentancur aveva dato l’ultimo, l’assist decisivo per Higuain, ma prima era intervenuto con un passaggio facile all’indietro per Cuadrado a centrocampo, poi si era abbassato di nuovo per far continuare la circolazione ricevendo dal terzino colombiano e subito dopo si era alzato dietro il centrocampo dell’Inter, per chiudere il triangolo con Pjanic e Ronaldo e giocare la palla rivolto verso la porta. A quel punto l’ultimo passaggio non era stato un filtrante visionario ma un tocco pulito di prima a destra per Higuain.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Nemmeno il ritorno di Allegri serve a rivitalizzare Rodrigo. Così, inevitabilmente, nel mercato di gennaio si arriva al divorzio. L’uruguagio emigra a Londra, sponda Tottenham, dove trova ad attenderlo Antonio Conte. «La Juve è stata la mia famiglia, il sentimento non muta né cambierà mai. Auguro loro trionfi in serie e ogni bene, ma la realtà era che, dopo essere rimasto alla Juve così a lungo, avevo bisogno di un cambio. Di aria, di campionato, di obiettivi, di tipo di calcio. Arrivare in Premier è stato un salto di qualità importante: se non avessi fatto le cose per bene, adesso non sarei qui».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/7515148706317868908/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/7515148706317868908' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/7515148706317868908'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/7515148706317868908'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2022/12/rodrigo-bentancur.html' title='Rodrigo BENTANCUR'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEh6Z3PrOAz3HjrEO4xl02397vHv5X6NBcQSBRNtgPwI9dsmLwUbBYRoCAPun5of3ccJ6-QxWefNb8w6goDi-gQzKGyTTbTwe_c41O-bYu9KmZUksfWrdgaD7tlZnax0h5YGnaT5r7mI_rjKYYP_YMU0gTZ9NRlB_RrePVDkljp6XICJtOOog1-lIFsj/s72-w480-h297-c/bentancur%20arancione.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-8623977899292228832</id><published>2026-07-19T06:00:00.000+02:00</published><updated>2026-07-19T08:07:41.348+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri"/><title type='text'>Jonathan ZEBINA</title><content type='html'>&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjue4vpCDZeD9QrpR8TFzZOgfw8Z-5Kraazo9YTmXftFbSQwU6AaZnF9leJEG4YlpLxysA2STWqaKwafKheOn390xMjrQsTbvLDOfCMXP6hA8ljuLOaDUyaYw8BL_WV9ar7tbAASJmEK1o/s1600/zebina.jpg&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; data-original-height=&quot;569&quot; data-original-width=&quot;1005&quot; height=&quot;276&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjue4vpCDZeD9QrpR8TFzZOgfw8Z-5Kraazo9YTmXftFbSQwU6AaZnF9leJEG4YlpLxysA2STWqaKwafKheOn390xMjrQsTbvLDOfCMXP6hA8ljuLOaDUyaYw8BL_WV9ar7tbAASJmEK1o/w489-h276/zebina.jpg&quot; width=&quot;489&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;&lt;div&gt;La pattuglia di “golfisti”, capitanata da Del Piero e Tacchinardi – scrive Enrica Tarchi su “Hurrà Juventus”&amp;nbsp;del luglio 2004 – avrà presto un nuovo adepto. E se è vero che questo sport è un buon esercizio di concentrazione, Jonathan Zebina, ci confida che anche la nuova città gli pare perfetta per i suoi gusti: «Mi ha fatto una bellissima impressione; Torino è soleggiata, verde, tranquilla, a misura, d’uomo, insomma. Ideale per le persone come me, che amano la serenità, a cui piace uscire di casa senza avere gli occhi puntati addosso».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span&gt;&lt;a name=&#39;more&#39;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– E poi i campi da golf non mancano…&lt;/b&gt; «Lo so, e so anche che alcuni dei miei nuovi compagni lo praticano volentieri. Ho iniziato anni fa ed è diventato una vera passione. Vivo di calcio, golf e famiglia, al massimo posso aggiungerci un cinema ogni tanto».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Raccontaci qualcosa della tua famiglia.&lt;/b&gt; «Si trasferirà a Torino con me, come ha fatto ai tempi del mio passaggio alla Roma. Papà, mamma, la mia sorellina Giulia di 14 anni e mio fratello Alexi, che ne ha 18».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Sono sportivi anche loro?&lt;/b&gt; «Mio fratello gioca a golf e penso che presto entrerà nei professionisti. Mia mamma è molto attiva, ma si dedica principalmente allo studio delle lingue straniere. Mia sorella studia e mio papà è appassionato di calcio».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– È stato lui a instradarti verso questo sport?&lt;/b&gt; «No, diciamo che a calcio gioco da quando ero bambino e la via per arrivare al centro di formazione della Banlieu parigina è venuta quasi naturale. Lui a quel tempo non era un fanatico del calcio, anzi, seguiva più che altro la mia istruzione. È stato il mio impegno in questo sport a farlo appassionare e ora lo conosce benissimo».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Parliamo degli albori della tua bella carriera.&lt;/b&gt; «Come dicevo, ho iniziato a Parigi, la mia città natale, nel centro di formazione vicino a casa. I primi passi li ho mossi da attaccante, ma è durato molto poco, poi sono passato, felicemente, a fare il difensore. A 16 anni mi sono trasferito a Cannes, dove ho vissuto un’esperienza di calcio e di vita che non dimenticherò mai e che mi ha aiutato a crescere. Tre allenatori in particolare hanno segnato in positivo la mia carriera, ognuno con le sue caratteristiche. Guy Lacombe, ex tecnico del Sochaux, che sicuramente finirà in una grande squadra perché è bravissimo. Richard Bettoni, che si occupava principalmente della nostra disciplina, e Michel Troin, un padre spirituale, sempre prodigo di buoni consigli. Diciamo che sono stati per me una seconda famiglia. Giocavo a calcio, imparavo a vivere e terminavo gli studi di ragioneria».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Durante la tua esperienza nel Cannes sei stato notato da osservatori italiani.&lt;/b&gt; «Infatti nel 1998 sono stato ingaggiato dal Cagliari. Mi sono trovato molto bene in Sardegna, sia per la qualità della vita e la serenità che si respira da quelle parti, sia per gli allenatori, da Ventura in poi, che, ognuno a suo modo, mi sono stati di grande aiuto».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Quando un giocatore vale, le big non se lo lasciano scappare. Così arriva la Roma.&lt;/b&gt; «Devo ringraziare Fabio Capello e il suo secondo Italo Galbiati che mi hanno voluto fortemente nella capitale e hanno sempre creduto in me, nonostante le difficoltà che ho incontrato con i tifosi e la critica».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Ne possiamo parlare brevemente?&lt;/b&gt; «Ormai è acqua passata. Dico solo che, quando abbiamo vinto lo scudetto, ero in una squadra di grandi campioni e sono diventato il capro espiatorio di tutte le colpe, anche non mie. A volte venivo fischiato ancora prima di toccare la palla. Da allora, mio padre ha deciso di non venire più a vedermi allo stadio perché ci soffriva troppo. Così ora guarda le partite da casa».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Ora sei qui alla Juventus, un rinforzo importante, e ritrovi l’allenatore che più di ogni altro ha creduto in te.&lt;/b&gt; «E questo mi fa molto piacere, anche se so che non mi regaleranno nulla, anzi. Sono felicissimo di essere arrivato in una squadra forte come la Juventus, che altrove vedono come il nemico numero uno proprio perché abituata a vincere molto».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Mi pare tu abbia un aneddoto da raccontare...&lt;/b&gt; «L’anno scorso mi trovavo per caso a Torino il giorno della vittoria dello scudetto, ero in un albergo del centro ed ho sentito iniziare la festa in piazza San Carlo. Subito ho pensato: ”Stasera non si dorme!”. Invece dopo un’ora e mezza, il tempo di vedere un film, era già tutto finito. “Si saranno spostati?”, mi sono chiesto. Poi ho pensato che forse non era così e ho capito che qui vincere è la norma, non l’eccezione».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Parlaci di Capello.&lt;/b&gt; «È un allenatore molto bravo e carismatico. È merito suo, ripeto, se sono entrato nel giro del grande calcio e credo di averlo ripagato con l’impegno e la mentalità che mi caratterizzano. Sono uno che non molla mai, le avversità e le pressioni non fanno altro che fortificarmi e darmi una carica ancora maggiore. Ora sono qui per dimostrare ai dirigenti bianconeri che non si sono sbagliati a credere in me».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Che impressione ti ha dato il primo approccio con loro?&lt;/b&gt; «Di grande serietà e professionalità. La Juventus è una società solida, i giocatori vengono tutelati, il che significa vivere tranquillo e allenarsi bene».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Dalla Roma alla Juventus, da Totti a Del Piero.&lt;/b&gt; «Sono le due stelle della Nazionale italiana. Totti è Roma, Del Piero è la Juventus, quando pensi alla mia nuova squadra il primo volto che ti viene in mente è il suo».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Un pensiero alla Champions League.&lt;/b&gt; «È una competizione splendida, vincerla è come conquistare un Oscar. Una, due, tre... non ti stuferesti mai di alzare quella Coppa ed io, che non l’ho mai fatto, non vedo l’ora di riuscirci».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;– Juventus-Roma 2003. 2-2 al Delle Alpi. Cosa ti ricorda?&lt;/b&gt; «Il mio unico gol in carriera. Forse è stato un segno del destino...».&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Jonathan è un difensore eclettico che può giocare sia come terzino sia come centrale difensivo. Abbastanza veloce e dotato di buona tecnica, ha l’abitudine di eccellere nella confidenza con le proprie doti e i suoi errori (ribattezzati Zebinate) fanno spesso infuriare i tifosi.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Durante prima stagione colleziona 24 presenze in Serie A e 6 in Coppa Campioni, conquistando lo scudetto. Nella stagione successiva il suo rendimento non è ottimale anche per colpa di continui problemi fisici. Inoltre, il rapporto con la dirigenza bianconera non è dei migliori a causa della sua richiesta, giudicata sproporzionata dalla società, del raddoppio dell’ingaggio. Non riesce a farsi amare nemmeno dai tifosi juventini, che gli rimproverano scarso impegno. A fine campionato, anche se con poche presenze, contribuisce alla conquista del 29° scudetto della Juventus.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Appassionato di arte, nel 2006 apre una galleria d’arte a Milano: «Ho deciso dopo una serie di eventi e di incontri. La scelta è stata un caso: passeggiando per Brera ho trovato un posto molto buio in Via Fiori Chiari, con un arredo particolare in stile anni ‘60: ma da subito ho visto la luce, un potenziale straordinario. E a fianco la lapide che ricorda che lì è vissuto Piero Manzoni, uno dei più grandi artisti italiani dello scorso secolo».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nell’estate dello stesso anno è operato a causa di un’ernia inguinale e decide di rimanere in bianconero, nonostante la retrocessione in Serie B. Ma si ripropongono presto i problemi con la dirigenza e, nonostante affermi di essere stato costretto a restare a Torino, decide di rispettare il contratto, superando anche le ire dei tifosi, ormai contrari a concedergli nuove possibilità.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Disputa, comunque, un buon campionato che gli vale la riconferma per la stagione successiva. La Juventus conquista la Serie A ma Zebina conferma il carattere bizzoso, colpendo con una manata un addetto allo stadio durante la gara contro il Cagliari, che gli costa una squalifica di 4 turni e 15.000 euro di multa. A causa di problemi con l’allenatore Ranieri e l’ennesimo infortunio patito a gennaio, disputa solo 16 gare in campionato.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Domenica 1° marzo 2009: a poco più di tre mesi dall’intervento al tendine d’Achille del ginocchio sinistro, il difensore francese torna in campo per una gara ufficiale. Non i compagni, ma con i ragazzi della Primavera, impegnati nello scontro al vertice del campionato contro la Sampdoria. Un test vero che Zebina affronta con impegno, rimanendo in campo la bellezza di quasi 75 minuti e sfiorando anche il gol con un destro finito alto di poco.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Una gara ufficiale (dopo alcuni test amichevoli in estate) che mancava dal 17 maggio scorso quando, scherzo del destino, prese parte a Samp-Juve, ultima giornata del campionato 2007-08. A fine gara, Jonathan può esprimere tutta la sua soddisfazione: «È stata un’esperienza davvero positiva, sono molto contento di aver ritrovato il mio equilibrio fisico. Ora sto bene e questa partita con la Primavera mi ha permesso di ripartire. Oggi per me è un altro punto di partenza, inizia una nuova carriera. Questa prestazione è di ottimo auspicio per tornare presto nel gruppo e dare il mio contributo per la conquista degli obiettivi che ci siamo prefissi».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nonostante i buoni propositi, riuscirà a scendere in campo solamente 8 volte. Non va meglio il campionato seguente: 16 presenze e un gol, il primo e unico in maglia bianconera, l’11 marzo, contro il Fulham in Europa League. Così, il 31 agosto 2010 rescinde il suo contratto con la Juventus.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Affermerà qualche anno più tardi: «Se un giocatore si presenta in ritardo due o tre volte e tu pensi di voler ancora giocare con lui, perché ne hai bisogno, allora cominciano i problemi. In Italia l’importanza di un investimento finanziario per un giocatore non è più importante della condotta dello stesso. Questa è la grande differenza con la Francia. Alla Juventus conta di più la mentalità dei soldi. Ho visto grandi giocatori eccedere, ma in questi casi si veniva subito richiamati all’ordine e se non imparavi la lezione venivi messo sul mercato. Questa è la cultura dei grandi club».&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/8623977899292228832/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/888250682553358476/8623977899292228832' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8623977899292228832'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8623977899292228832'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/jonathan-zebina.html' title='Jonathan ZEBINA'/><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='https://img1.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjue4vpCDZeD9QrpR8TFzZOgfw8Z-5Kraazo9YTmXftFbSQwU6AaZnF9leJEG4YlpLxysA2STWqaKwafKheOn390xMjrQsTbvLDOfCMXP6hA8ljuLOaDUyaYw8BL_WV9ar7tbAASJmEK1o/s72-w489-h276-c/zebina.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total></entry></feed>