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Storie fatte di vittorie e di sconfitte. Di gioie e di dolori. Di uomini che hanno dato la vita per il calcio.</subtitle><link rel="http://schemas.google.com/g/2005#feed" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/posts/default" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/" /><link rel="next" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default?start-index=26&amp;max-results=25&amp;redirect=false&amp;v=2" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><generator version="7.00" uri="http://www.blogger.com">Blogger</generator><openSearch:totalResults>628</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="self" type="application/atom+xml" href="http://feeds.feedburner.com/IlPalloneRacconta" /><feedburner:info uri="ilpalloneracconta" /><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="hub" href="http://pubsubhubbub.appspot.com/" /><feedburner:emailServiceId>IlPalloneRacconta</feedburner:emailServiceId><feedburner:feedburnerHostname>http://feedburner.google.com</feedburner:feedburnerHostname><entry gd:etag="W/&quot;CUYCRXc8fip7ImA9WhBaFEs.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-4397703668411363122</id><published>2013-05-25T06:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-25T08:26:04.976+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-25T08:26:04.976+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Gaetano SCIREA</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="https://lh6.googleusercontent.com/-4cA-_AQ_Oc0/TYOt_Ps-cdI/AAAAAAAACfg/4lLfvmlNJNY/s1600/scirea.png" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="https://lh6.googleusercontent.com/-4cA-_AQ_Oc0/TYOt_Ps-cdI/AAAAAAAACfg/4lLfvmlNJNY/s320/scirea.png" width="280" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;«Tra i liberi più forti del mondo, assolve il suo ruolo con assoluta naturalezza, in punta di piedi, &lt;/b&gt;&lt;b&gt;concedendo poco allo spettacolo e meno ancora alla gloria personale».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;«Nessuno è stato grande come Scirea, perché gli altri, compresi i sommi Beckenbauer  e Baresi, &lt;/b&gt;&lt;b&gt;erano difensori che avanzavano, lui era difensore in difesa, centrocampista vero a centrocampo, &lt;/b&gt;&lt;b&gt;attaccante vero in attacco. Era unico».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gaetano Scirea, nasce a Cernusco sul Naviglio il 25 maggio 1953. Comincia la sua strada di calciatore nel ruolo di punta, anzi, di centrattacco. Dopo aver giocato sempre nel ruolo di attaccante nei ragazzi della squadra del San Pio X°, firma il primo cartellino per i colori dell’Atalanta. È un suo amico, Crinella, a portarlo a Bergamo per un provino. Il dottor Brolis, addetto al settore delle giovanili nerazzurre, gli fa firmare il cartellino: Gaetano ha quattordici anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Sotto la guida di Capello e Castagner, Scirea viene utilizzato in prevalenza all’attacco, qualche volta ala e qualche volta interno. Come interno gioca due stagioni nella Primavera della squadra orobica. Benino, ma senza squilli di fantasia.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Capello mi ha salvato! Ero, infatti, sul punto di lasciare il calcio. Credevo di aver sbagliato mestiere; mi sembrava di essere un fallito».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Capello, infatti, un bel giorno decide di impiegarlo nel ruolo di libero. &lt;b&gt;«Mi parve di sprofondare. Portato alla manovra ritenevo erroneamente di essere diventato un tollerato, un tappabuchi. Tant’è vero che assunsi l’incarico senza entusiasmo, quasi con indifferenza. Abituato a rispettare i suggerimenti del tecnico, cercai di fare del mio meglio e venuto a mancare Verlotti, che si era fratturato una gamba in un’amichevole a Melegnano, divenni il libero titolare della Primavera».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per un infortunio capitato a Savoia, Gaetano si vede schiudere le porte della prima squadra. È la stagione 1972/73, Scirea disputerà 20 partite di fila in serie A, guadagnandosi il bastone da titolare per la successiva stagione nei cadetti. Corsini è stato il tecnico che lo ha lanciato nel massimo campionato. Heriberto Herrera quello che lo ha affinato, dandogli le attuali dimensioni di libero di gran lusso.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gaetano diventa ben presto un uomo mercato e, tra i tanti osservatori che lo spiano, c’è Romolo Bizzotto; il suggerimento di tenere Scirea sotto osservazione pare sia partito dall’ex bianconero Bonci. Fatto sta che qualcuno lo dice a Gaetano ma lui, timido e semplice, pur guardando alla Juventus con occhio languido, non riesce a crederci. Invece, a fine maggio del 1974, tornando a casa da un allenamento, viene raggiunto da una telefonata: &lt;b&gt;«Guarda che sei della Juventus».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lui pensa ad uno scherzo ma, arrivato a casa trova l’intera famiglia in agitazione. Fu una festa, e ci scappò anche il brindisi, confessa lui ancora emozionato al ricordo. Poi le visite, la conferma, l’appuntamento al ritiro del 29 luglio.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Mi ricordo che non volevo scendere dalla macchina sulla quale mio fratello mi aveva &lt;/b&gt;&lt;b&gt;accompagnato».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ed il fratello dovette quasi tirarlo giù di peso. A Villar Perosa viene messo in camera nientemeno che con Bettega. È troppo per un ragazzo semplice, ma con i piedi per terra come Scirea.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’ingresso in squadra, dopo la preparazione lo ricorda con sofferenza:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«La prima partita in coppa Uefa, mi faccio male alla caviglia. Così, appena cominciato, sono stato &lt;/b&gt;&lt;b&gt;costretto a fermarmi per due partite in campionato».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma, pagato quello scotto, Scirea gioca ben 89 partite consecutive, partecipando alle emozioni ed alle gioie degli scudetti più brillanti, quello dei 51 punti ed alla conquista della Coppa Uefa. E, ad ogni partita, l’impegno per essere sempre all’altezza della situazione.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Giocare libero è un impegno continuo. Devi controllare tutti e nessuno. Devi possedere un intuito &lt;/b&gt;&lt;b&gt;eccezionale. Capire quando il terzino parte avanti e prendere subito in consegna l’attaccante che &lt;/b&gt;&lt;b&gt;resta incustodito, tenendo ben presente lo spazio dal quale possono venirti le sorprese del &lt;/b&gt;&lt;b&gt;contropiede. Poi, quando intervieni, devi cercare non solo di liberare l’area, ma appoggiare il &lt;/b&gt;&lt;b&gt;gioco in maniera da far ripartire i tuoi; semplice da dire, ma provate a farlo, quando il gioco è &lt;/b&gt;&lt;b&gt;veloce e tutti sono in condizione di metterti in difficoltà».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma, per lui, nulla sembra essere eccezionale, dal momento che ha imparato a misurare con il metro del buonsenso ogni fatto della vita, da quella intima di casa, a quella professionale di giocatore di calcio.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Così riesco a far durare di più il piacere delle cose buone e ben fatte e tengo sempre davanti alla &lt;/b&gt;&lt;b&gt;mente che, se rifletto un pochino di più sugli errori, posso evitare di ricadervi».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quattordici anni di Juventus. Una scelta di vita che lui commenta così:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Certo che avrei potuto anch’io, con l’arrivo dello svincolo, spuntare contratti faraonici, ma di &lt;/b&gt;&lt;b&gt;squadre come questa ce n’è una sola. Ed io preferisco concludere la mia carriera alla Juventus. &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Senza fretta, però, ho il conforto dell’esempio di Zoff, un uomo che mi ha insegnato a non &lt;/b&gt;&lt;b&gt;guardare indietro».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ha vinto tutto: sette scudetti, due Coppe Italia, Supercoppa, Coppa Intercontinentale, Coppa dei Campioni, Coppa Uefa e Coppa delle Coppe, senza dimenticare il Mundial spagnolo. Ha sempre giurato di divertirsi troppo in campo, ogni partita è un avvenimento che lo affascina, aver tagliato tutti i traguardi possibili non l’ha mai accontentato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla Juventus deve sostituire Salvadore.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Provavo tanta gioia ma spesso scendevo in campo con le gambe che tremavano», &lt;/b&gt;&lt;b&gt;ricorda, &lt;/b&gt;&lt;b&gt;«mi ha &lt;/b&gt;&lt;b&gt;aiutato la squadra vincendo lo scudetto, il mio inserimento non poteva coincidere con miglior &lt;/b&gt;&lt;b&gt;risultato».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 1976/77 è forse la stagione più esaltante della Juventus ultimo decennio: quella dello scudetto dei 51 punti e del primo grande successo europeo, la Coppa Uefa.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Era la Juventus che dava sette od otto giocatori alla Nazionale. Una Juventus splendida, costruita &lt;/b&gt;&lt;b&gt;da Boniperti pezzo su pezzo, da grande intenditore»&lt;/b&gt;&lt;b&gt;.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Juventus che ha consegnato a Bearzot la Nazionale d’Argentina.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Per due volte ha capito che nel calcio non si finisce mai di imparare. &lt;/b&gt;&lt;b&gt;È&lt;/b&gt;&lt;b&gt; stato quando, dopo aver &lt;/b&gt;&lt;b&gt;vinto lo scudetto con Parola, l’anno successivo, a sette giornate dalla fine, con cinque punti di &lt;/b&gt;&lt;b&gt;vantaggio rispetto al Torino la squadra perse tre partite di seguito e consegnò il titolo ai cugini &lt;/b&gt;&lt;b&gt;granata. E, più grande di tutte, la delusione di Atene, la Juventus più bella, quella che era giunta &lt;/b&gt;&lt;b&gt;in finale dominando squadroni come Widzew Łódź, Aston Villa e Standard Liegi».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Juventus gli ha dato molto, gli ha spalancato le porte della Nazionale.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Ma è facile arrivare a &lt;/b&gt;&lt;b&gt;certi livelli, il difficile è restarci»,&lt;/b&gt; raccomanda sempre Scirea. E non dimenticherà mai che insieme a lui, in Nazionale, cominciò Rocca:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Ecco, lui è il caso sfortunato, quello che dimostra come sia tutto così aleatorio. In quel momento &lt;/b&gt;&lt;b&gt;era una pedina inamovibile, un esempio per me e tanti altri che si affacciavano alla maglia &lt;/b&gt;&lt;b&gt;azzurra».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gaetano Scirea è anche un buon marito, un buon padre, ama il cinema e pratica il tennis, sport preferito dell’estate. La famiglia è la sua &lt;b&gt;«oasi di pace, il rifugio di chi vive nel &lt;/b&gt;&lt;b&gt;frastuono del mondo dello spettacolo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ogni partita ha una sua fisionomia per cui, al termine di ogni incontro, Scirea si sente in dovere di analizzare, per conto suo, ogni azione giocata.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«E mi critico e mia moglie mi critica ancora di più. Ma, devo dire, che i suoi interventi mi sono di &lt;/b&gt;&lt;b&gt;aiuto, perché parla con serenità e la serenità ritrovata in casa, è il miglior sistema per distendersi. &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Ho sposato una juventina che mi ha portato una famiglia deliziosa. Ho imparato tante belle cose del &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Vecchio Piemonte, compreso il culto del vino buono, che ho imparato a fare da mio suocero nel &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Monferrato. Quando posso aiuto in cantina. Ma mi hanno detto che sono più bravo a fare il &lt;/b&gt;&lt;b&gt;calciatore».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;/b&gt;&lt;b&gt;«Mio marito»,&lt;/b&gt; racconta Mariella, &lt;b&gt;«ha una qualità/difetto grossa come una casa, la modestia. Lui &lt;/b&gt;&lt;b&gt;dice che, a volte, parlo come un direttore sportivo ma, secondo me, dovrebbe farsi valere di più. &lt;/b&gt;&lt;b&gt;È testardo, poi crede di essere preciso, mentre non lo è per niente.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;b&gt;Quante volte Gai, dopo l’allenamento, mi piombava a casa all’ora di pranzo con quattro &lt;/b&gt;&lt;b&gt;sconosciuti. Diceva: “Mariella, questi signori hanno fatto centinaia di chilometri per venire a &lt;/b&gt;&lt;b&gt;vedere la Juve e ho pensato che dovevano pur mangiare qualcosa”. Ecco, questo era Gaetano &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Scirea fuori dal campo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma Scirea rimane soprattutto un calciatore onesto e felice:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Perché ho amato questo sport fin da piccolo e sono riuscito a fare questo mestiere».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il destino ce lo ha portato via il 3 settembre 1989, in una strada polacca; nulla è più atroce che morire giovani. Per Mariella e Riccardo, una scatola piena di ricordi e l’esempio di un uomo e di un padre che non potrà mai essere dimenticato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;IL RICORDO DI ANGELO CAROLI:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Addio, campione! Gaetano Scirea ci lascia in un mare di stupefatto dolore. Non è tornato dal suo ultimo viaggio di lavoro, una fuggitiva comparsa in Polonia per osservare i prossimi avversari della sua Juventus in Uefa. Un attimo sconvolgente e tragico, un’auto che prende fuoco dopo l’urto con un furgoncino e Gaetano si accomiata per sempre dalla moglie Mariella e dal figlio Riccardo abbandonandoli nell’incredula costernazione. Ed attorno ai parenti si stringono commossi ed affranti il mondo delle sport e la Juventus, la seconda famiglia a cui si era unito, dal 1974, con una dedizione totale. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel momento di piangere e celebrare il campione e l’uomo non è possibile trattenere le lacrime. Non c’entra soltanto la professione, il dovere in questo frangente ci spinge a ricordare innanzitutto l’amico. Era il ragazzo della porta accanto, al quale ci si sente istintivamente legati ed al quale si da immediata fiducia, un uomo buono ed accomodante, dolce e docile, onesto ed umile fino al paradosso, nonostante la professione gli avesse costruito attorno una celebrità sconfinata. Non esiste un personaggio amato come lui, al punto che perfino i più accesi rivali municipali oggi lo ricordano con affettuoso rispetto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Conosciamo Gaetano Scirea nella primavera del 1974. Militava nell’Atalanta. Era stato un incontro del dopopartita, uno scambio di poche parole, si leggeva una misura lucida in ogni sua frase. E Gaetano era come trafitto da indefinibile mestizia, poiché anche davanti all’elogio iperbolico sorrideva appena, con un garbo che aveva il sapore irrecuperabile di uno stile d’altri tempi. Gli dicemmo che aveva disputato un match stupendo. Abbassò gli occhi, fissando un punta imprecisato del pavimento ed arrossì, come fanno i bambini che vivono negli incantesimi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come e facile cadere nella retorica quando si parla di Scirea! Ma la verità è che con lui se ne è andato realmente il migliore, nel senso di sintesi di uomo/atleta, Aveva appeso le scarpe al famoso chiodo da un anno ed era rimasto nel cuore dei tifosi, dei critici, degli avversari. La sua sembrava un’eterna sfida al codice di comportamento. Ed era un esempio per i giovani, i campioni del futuro, i quali non soltanto ne imitavano le delizie stilistiche, ma ne ammiravano ogni tipo di approccio con la professione. Ed è anche per tale motivo che Gaetano riusciva ad incutere rispetto ed ammirazione in tutti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un episodio ci è caro ricordare e riguarda i Mondiali svoltisi in Argentina, nel 1978. Mar del Plata, la sede dei primi due turni eliminatori dell’Italia, era fustigata da raffiche di vento gelide, nonostante l’inverno australe non fosse particolarmente rigido, L’Italia aveva appena battuto la Francia e l’Ungheria, in rapida successione. Gli argentini, che in quanto al calcio hanno palato fino, gli avevano riconosciuto ampi meriti tecnici. Eravamo insieme con Gaetano, seduti al bar dell’hotel che ospitava la comitiva azzurra, nell’ora dell’aperitivo. Gli dicemmo che era un un libero che giocava con la marsina e gli chiedemmo se era d’accordo sui fatto che fosse il più forte del mondo nel ruolo. Abbassò gli occhi. come quella volta a Bergamo, ed ammise:&amp;nbsp;
&lt;b&gt;«&lt;/b&gt;&lt;b&gt;È vero, hai ragione&lt;/b&gt;&lt;b&gt;»&lt;/b&gt;&lt;b&gt;.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Restammo stupefatti, ci saremmo aspettati un atteggiamento diverso, uno schermirsi discreto, come la sua natura gli aveva sempre consigliato. Poi capimmo che Gaetano, serio ed onesto fino all’esasperazione, non poteva mentire a sé stesso. Si era limitato a prendere atto della verità. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una volta sola lo vedemmo irritato, nella stagione 1986/87. La Juventus giocava a Pisa ed alla fine del primo tempo pareggiava dopo aver fallito due clamorose opportunità. Gaetano, seduto in tribuna a due passi da noi, si lasciò scappare, sollevando le braccia al cielo, questa frase:&amp;nbsp;
&lt;b&gt;«&lt;/b&gt;&lt;b&gt;Non si possono sbagliare goal così facili&lt;/b&gt;&lt;b&gt;»&lt;/b&gt;&lt;b&gt;.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fu questione di un attimo, poi riacquistò lo stile del gentleman ed aggiunse:&amp;nbsp;
&lt;b&gt;«&lt;/b&gt;&lt;b&gt;Comunque, vinceremo&lt;/b&gt;&lt;b&gt;»&lt;/b&gt;&lt;b&gt;.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;La sua previsione, dettata da logica e da amore, si rivelò indovinata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I successi, tutto ciò che calcisticamente era possibile conquistare, lo incoronano atleta inimitabile.&amp;nbsp;Il comportamento, sui campo e nella vita privata, lo eleggono ad uomo esemplare. Ed oggi, in silenzio, non ci resta che piangerlo con l’animo gonfio di un dolore senza limite.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;FRANCO CAUSIO:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Arrivò a Torino che era ancora giovanissimo, mentre io ero lì già da anni. Si può dire che l’ho visto crescere: ragazzo, fidanzato, marito, padre modello. Era timido e buono, forse persino troppo. Spesso gli dicevo di reagire, di essere un po’ più cattivo con gli avversari: quella sua serenità mi faceva incavolare. E lui sa che cosa mi rispondeva sempre?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Non ci riesco».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo diceva con il sorriso sulle labbra, ed era disarmante. Non l’ho visto una sola volta arrabbiarsi, diceva che non ne valeva la pena ed, a posteriori, devo ammettere che aveva ragione lui. Abbiamo passato insieme i migliori anni della nostra vita, vinto tanto, condiviso gioie bellissime. Quando sono andato via dalla Juve siamo comunque rimasti molto legati. Era impossibile non volergli bene, era impossibile parlare male di lui. Gli volevo molto bene.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;MARCO TARDELLI:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Era uno dei giocatori più forti del mondo, ma era troppo umile per dirlo od anche solo per pensarlo. Il suo essere silenzioso e riservato forse gli toglieva qualcosa in termini di visibilità, ma certamente gli faceva guadagnare la stima, il rispetto e l’amicizia di tutti, juventini e non. Questo non significa che fosse un debole o che non avesse niente da dire: al contrario, era dotato di una grande forza interiore e sapeva parlare anche con i suoi silenzi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Io e lui avevamo caratteri completamente opposti, ma stavamo bene insieme. Una volta venne a trovarmi al mare e giocammo insieme a nascondino. Una cosa strana per dei professionisti di serie A, invece faceva parte del nostro modo di stare insieme e di divertirci in maniera semplice.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel calcio d’aggi credo che si sarebbe trovato un po’ spaesato, ma solo a livello personale. Calcisticamente era uno molto competente ed avrebbe saputo rendersi anche autorevole. Diciamo che personaggi con il suo carattere, al giorno d’oggi, nel mondo del calcio non ce ne sono più.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DA “LA STAMPA”, DEL 2 SETTEMBRE 2009:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;«Era stata una domenica di fine estate al mare, di quelle che sfrutti al massimo perché sono le &lt;/b&gt;&lt;b&gt;ultime e poi arriva la scuola. I bagni, la pizzetta, il gelato, il pallone. Soprattutto il pallone. Ero &lt;/b&gt;&lt;b&gt;contento. Quando alla sera mi sedetti con i miei nonni sul divano per vedere alla “Domenica &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Sportiva” come aveva giocato la Juve, non immaginavo che la mia infanzia era già finita da &lt;/b&gt;&lt;b&gt;qualche ora».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Riccardo Scirea è un uomo di trentadue anni. Ne aveva dodici quando conobbe nella maniera più crudele la notizia che gli cambiava la vita: aspetti di guardare i goal del campionato e ti dicono che è morto tuo padre, senza la possibilità che una persona cara ti prepari al colpo.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Gaetano Scirea è morto in un incidente d’auto in Polonia. L’ho saputo così, dalla televisione. Poi &lt;/b&gt;&lt;b&gt;si sforzarono tutti di distrarmi perché non pensassi al dramma ma oramai avevo realizzato che non &lt;/b&gt;&lt;b&gt;avrei più visto mio padre e già mi mancava».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Riccardo, l’unico figlio di Gaetano, è rimasto sempre nell’ombra di quella tragedia. Mariella, sua madre, reagì mettendosi sulla scena. La politica, il Parlamento europeo, un po’ di televisione, quel cognome, Scirea, che restava presente nella vita degli italiani che intanto gli dedicavano premi, tornei, impianti sportivi e, a Torino, una curva dello stadio e persino una via nel quartiere di Mirafiori. Lui, Riccardo, continuò discretamente a giocare a pallone nelle giovanili bianconere (&lt;b&gt;«un terzino/mediano che non aveva tra le qualità quella di sfondare a tutti i costi»&lt;/b&gt;), si laureò, da qualche anno è nello staff tecnico della Juventus: è l’uomo che analizza statisticamente il match, inquadra con i numeri quanti passaggi, tiri, errori, palloni recuperati o persi si sono visti nella partita e ne traccia il bilancio.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Me lo chiese Ranieri, adesso lo faccio per Ferrara. Ma quest’anno c’è anche la novità che alleno &lt;/b&gt;&lt;b&gt;una squadra di “Pulcini” e mi piace moltissimo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I bambinetti non lo guardano come il figlio del grande Scirea, di cui non sanno nulla. Però lo sanno i&amp;nbsp;genitori ed è come riprendere il filo interrotto vent'anni prima quando, all’uscita dall’istituto San Giuseppe, i compagni di scuola ed i loro parenti ne approfittavano se Gaetano si presentava all’uscita per accompagnare il figlio a casa.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Sentivo che mio padre era speciale e ne ero orgoglioso. Solo una volta provai gelosia e fastidio per &lt;/b&gt;&lt;b&gt;la sua popolarità. Fu al ritorno dai Mondiali in Spagna. Andammo al mare in Liguria, a Ceriale, e da &lt;/b&gt;&lt;b&gt;tutta la spiaggia venivano ai nostri bagni per un autografo o una fotografia: lui era gentile, non &lt;/b&gt;&lt;b&gt;diceva mai di no e non aveva più il tempo per giocare con me che l’avevo aspettato tanto. Passò &lt;/b&gt;&lt;b&gt;quattro giorni seduto nella cabina perché non voleva che i vicini di ombrellone fossero disturbati &lt;/b&gt;&lt;b&gt;da quell’andirivieni, poi decise che era abbastanza: lasciammo il mare e andammo in campagna».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il ritratto che ne fa Riccardo è di un padre famoso e tenero.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Conservo le cartoline che mi spediva dalle trasferte più lunghe. Ne ho una da Barcellona, del &lt;/b&gt;&lt;b&gt;1982, una dalla tournée a New York, l’orologio che mi portò da Tokyo quando vinse &lt;/b&gt;&lt;b&gt;l’Intercontinentale e me lo invidiavano tutti perché, allora, chi lo aveva in Italia un orologio con &lt;/b&gt;&lt;b&gt;tutte quelle funzioni? Ho la maglia di Vialli alla Sampdoria, l’unica che gli abbia mai chiesto, più &lt;/b&gt;&lt;b&gt;quelle che portava a casa scambiandole con gli avversari. Ma il ricordo più vivo è l’immagine di &lt;/b&gt;&lt;b&gt;quando mi portava all’allenamento ea alla fine rimanevamo noi due a giocare per un quarto d’ora al &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Combi».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Visto con gli occhi del bambino, Gaetano era un gigante.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Ho sentito parlare molto delle qualità umane di mio padre e sicuramente era un personaggio &lt;/b&gt;&lt;b&gt;lontano dallo stereotipo del calciatore. Ma quando lo vedo nei filmati riscopro che era davvero un &lt;/b&gt;&lt;b&gt;campione e un leader. Il senso della posizione e il tempismo erano le sue armi per chiudere i &lt;/b&gt;&lt;b&gt;corridoi in difesa ma le sfruttava anche per segnare due o tre goal a campionato. Un anno ne fece &lt;/b&gt;&lt;b&gt;cinque e non erano i goal del difensore che va a saltare sui calci piazzati, lui li costruiva con la &lt;/b&gt;&lt;b&gt;manovra.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;b&gt;Oggi mio padre farebbe il centrocampista e non il libero, probabilmente sarebbe il regista arretrato &lt;/b&gt;&lt;b&gt;in copertura, come Felipe Melo in questa Juve. Cosa non gli piacerebbe del calcio attuale? Si &lt;/b&gt;&lt;b&gt;sarebbe adattato a tutto con il buon senso: lo avrebbero infastidito solo le troppe chiacchiere, le &lt;/b&gt;&lt;b&gt;mille interviste, magari l’ingerenza dei procuratori e dei manager. Ma sono convinto che, da &lt;/b&gt;&lt;b&gt;tecnico, avrebbe creato qualcosa di nuovo perché aveva le idee. Non ebbe il tempo di esporle. &lt;/b&gt;&lt;b&gt;L’estate prima che morisse avrebbe potuto allenare la Reggina, preferì restare alla Juve perché &lt;/b&gt;&lt;b&gt;c’era Zoff. La cosa strana è che quando aveva smesso di giocare, un anno prima, ero stato &lt;/b&gt;&lt;b&gt;contento perché pensavo che finalmente lo avrei avuto per me anche nei weekend che non &lt;/b&gt;&lt;b&gt;avevamo mai fatto insieme. Invece scoprii che da vice allenatore vaggiava più di prima e lo &lt;/b&gt;&lt;b&gt;vedevo ancora meno. Certo non pensavo che, per quel lavoro, non l’avrei più rivisto».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DA “REPUBBLICA”, DEL 1° SETTEMBRE 2009:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Zoff, sono già vent’anni.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Tornavamo da Verona in pullman, la Juve aveva vinto 4-1, il casellante disse che era successo &lt;/b&gt;&lt;b&gt;qualcosa a Scirea, io risposi è impossibile, a quest’ora sarà già a casa che dorme».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Invece era morto su una strada polacca.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Allenavo la Juve, Gaetano era il mio vice. Era andato a vedere i nostri avversari di Coppa, lui non &lt;/b&gt;&lt;b&gt;era convinto che fosse necessario, nemmeno io lo ero, ma Boniperti aveva insistito ed era giusto &lt;/b&gt;&lt;b&gt;così. Il destino è invisibile».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Chi era Gaetano Scirea? Cos’era?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Un uomo. Era il suo stile. Non la forma, lo stile. Era serenità, chiarezza e pulizia. Era convincente &lt;/b&gt;&lt;b&gt;anche quando si arrabbiava così di rado, non perdeva mai il controllo. Una persona sempre &lt;/b&gt;&lt;b&gt;misurata e tranquilla. Diceva solo cose autentiche, ponderate».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ricorda quando lo conobbe?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Arrivava dall’Atalanta, un ragazzone taciturno, buonissimo. All’inizio mi sembrava troppo perfetto &lt;/b&gt;&lt;b&gt;per essere vero: a volte i timidi appaiono meglio di quello che sono, vale anche per me. Invece &lt;/b&gt;&lt;b&gt;era così sincero e puro, senza sovrastrutture. Aveva il pudore delle parole, così raro sempre e di &lt;/b&gt;&lt;b&gt;più adesso, in mezzo a questo boato».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In campo, inarrivabile.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Perché era sempre lui, era la sua continuazione. Dicono che in partita ti trasformi: fesserie, in &lt;/b&gt;&lt;b&gt;partita sei tu e basta. E conta l’istinto, lì non esiste il freno dell’intelligenza, viene fuori il &lt;/b&gt;&lt;b&gt;profondo. E il profondo di Scirea era Scirea».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mai un’espulsione, eppure giocava in difesa.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Gli bastavano la classe e la pulizia del gioco. Mai visto uno così elegante, con la testa così alta. E &lt;/b&gt;&lt;b&gt;la purezza del tocco era purezza morale. Questi sono uomini importanti, che magari non segnano &lt;/b&gt;&lt;b&gt;un’epoca perché non gridano. Ma quanta ricchezza».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Eravate sempre insieme: chissà che silenzi.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Invece parlavamo tanto, anche se per capirci non c’era bisogno di dire cose. Ci assomigliavamo, &lt;/b&gt;&lt;b&gt;però lui era incomparabilmente migliore di me: io non sono così buono, né accomodante. &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Dividevamo la stanza d’albergo nella Juve ed in Nazionale, leggevamo, giocavamo a carte, robe &lt;/b&gt;&lt;b&gt;semplici. Tra noi c’era una goliardia da ragazzini. Gaetano non era un musone, amava gli scherzi, &lt;/b&gt;&lt;b&gt;ci stava, anche se era così delicato».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come visse il tumultuoso Mundial 1982?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«La nostra camera la chiamavano la Svizzera, era stato Tardelli a inventare il nome perché &lt;/b&gt;&lt;b&gt;cercava rifugio da noi nelle sue notti insonni».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gaetano voleva fare l’allenatore: ci sarebbe riuscito?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Sì, perché era intelligente e convincente. In campo, un leader senza bisogno di urlare e sapeva &lt;/b&gt;&lt;b&gt;farsi seguire. Aveva carattere, si era diplomato alle magistrali giocando e studiando anche di notte. &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Al calcio italiano è molto mancato uno come lui: forse, per carattere non avrebbe avuto troppe &lt;/b&gt;&lt;b&gt;prime pagine ma non sarebbe cambiato, non l’avrebbero mai cambiato. Neppure in questo &lt;/b&gt;&lt;b&gt;ambiente, dove fa notizia solo il rumore».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cosa accadde, dopo la vittoria di Madrid?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Ero rimasto allo stadio più degli altri per le interviste e tornai in albergo non con le guardie del &lt;/b&gt;&lt;b&gt;corpo, come succede oggi, ma sul furgoncino del magazziniere. Gaetano mi aspettava. Mangiammo &lt;/b&gt;&lt;b&gt;un boccone, bevemmo un bicchiere, ci sembrava sciocco festeggiare in modo clamoroso: mica si &lt;/b&gt;&lt;b&gt;poteva andare a ballare, sarebbe stato come sporcare il momento. Tornammo in camera e ci &lt;/b&gt;&lt;b&gt;sdraiammo sul letto, sfiniti da troppa felicità. Però la degustammo fino all’ultima goccia, niente &lt;/b&gt;&lt;b&gt;come lo sport sa dare gioie pazzesche che durano un attimo, e bisogna farlo durare nel cuore. &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Eravamo estasiati da quella gioia, inebetiti».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cosa ricorda della sera in cui morì?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Rientrando da Verona, eravamo andati a cena dalle parti di Ponte sull’Oglio. I cellulari non &lt;/b&gt;&lt;b&gt;esistevano. Arrivati a Torino, il casellante ci disse quella cosa, non volevo crederci. Il pullman &lt;/b&gt;&lt;b&gt;raggiunse lo stadio, dove avevamo lasciato le auto. Era pieno di giornalisti. Diedi un calcio &lt;/b&gt;&lt;b&gt;fortissimo alla fiancata».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dino Zoff, lei pensa spesso al suo amico?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Gaetano torna sempre. Lo penso ad ogni esagerazione di qualcuno, ad ogni urlo senza senso. &lt;/b&gt;&lt;b&gt;L’esasperazione dei toni mi fa sentire ancora più profondamente il vuoto della perdita. Gaetano mi &lt;/b&gt;&lt;b&gt;manca nel caos delle parole inutili, dei valori assurdi, delle menate, in questo frastuono di cose &lt;/b&gt;&lt;b&gt;vecchie col vestito nuovo, come canta Guccini. Mi manca tanto il suo silenzio».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI VLADIMIRO CAMINITI:&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Tutto passa, è un’amara storia. Ci riguarda tutti, nessuno escluso. Cera una volta Scirea.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;/span&gt;Il paese nomato Italia viveva certi momentacci e tra le pochissime realtà consolatrici la Juventus di Gaetano Scirea, impegnata a vincere in tutto il mondo. Ma non soltanto lui. Anche di Zoff e Gentile. Furino e Tardelli, Boninsegna e Bettega, Cabrini e Causio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma questa volta vogliamo limitare l’occhiata, fermarci sul giocatore libero di ruolo, libero in tutto, Gaetano Scirea di Cernusco sul Naviglio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli statistici diranno nei secoli dei secoli: chi ha mai più vinto come e quanto Scirea? Vediamo intanto il come.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Mi rivedo all’Hindu Cub, in Argentina.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;Soldatini tenebrosi marciavano, saracinesche venivano improvvisamente abbassate in pieno giorno in Avenida Centrale nella venturosa Buenos Aires, ma gli azzurri di Enzo Bearzot null’altro vedevano che una distesa sterminata di prati verdi. Un vecchione michelangiolesco veniva presentato da Gigetto Peronace agli azzurri. Qualcuno non ne aveva mai sentito parlare. Quell’uomo antico era Luisito Monti il centromediano che cammina.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E Scirea? In quella incipiente estate, co si piena di incubi per le dolorose vicende politiche legate al sequestro di Moro ed al suo martirio, Gaetano Scirea, classe 1953, aveva venticinque anni appena compiuti, ed appariva ancora timido, irresoluto, di poche parole, fin troppo rispettoso di uomini e cose. Era fatto cosi, inseparabile dall’infrangibile portierone di tutti i primati, Dino Zoff.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fui io ad andare all’assedio della roccaforte, tirandomi dietro i colleghi reticenti. Il dubbio era semplice: ma questa signor Scirea parla? Fino a quel momento lo si era sentito mugugnare o al massimo lo si era visto sorridere.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il calciatore vero, tanto più lombardo, anche “furlan” per questo, ha sempre prediletto la linea dei fatti a quella delle parole.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mi ricordo sì del primo Scirea, era timido perché era orgoglioso. Riteneva fosse perfettamente superfluo parlare e respingeva al mittente tutti i dubbi e perplessità che la stampa soprattutto milanese, già preferendogli almeno altri 3 liberi, nutriva sul suo conto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fu cosi che riuscii a farlo sfogare, Scirea finalmente parla.&lt;b&gt;&amp;nbsp;«Non sono debole nel gioco di testa, ho il mio gioco, dipendo come tutti anch’io dalla squadra».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;/b&gt;Avvenne al Mundial di Argentina l’esplosione tecnica di Scirea libero. Nasceva il ruolo di libero, inventato da Scirea. Quante volte l’ho scritto, vogliamo ripeterlo?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Prima di lui il libero era mezzo ruolo, per tappabuchi predestinati, per campioni alla frutta, per assi acciaccati, per nulla tenenti della fantasia. Fecero eccezione di uomini grandi come Picchi che costruirono il ruolo su sé stessi, sulle proprie ossa e sul proprio cuore. Ma ormai il libero doveva entrare stabilmente nel gioco, partecipare alla manovra, non limitarsi a rompere. E Scirea faceva molto di più. Avanzava, inserendosi in ogni reparto con naturalezza; a seconda della posizione che andava prendendo sul campo era “half” o interno o attaccante. E che splendidi goal andava a segnare!&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Nazionale finì quarta ma era nato un campione nuovo, era arrivato il più grande libero del mondo. Un altro come Franz Beckembauer il superbo, Gaetano Scirea di Cernusco sul Naviglio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma non superbo, timido. Di una rara timidezza, come certi cieli della sua terra, uno che non la manda mai a dire, se la tiene dentro. Ha sposato una bella ragazza. Ha ideali semplici. È un arcade, è Gaetano Scirea.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ora può andare a vincere tutto quello che c’e da vincere. La Nazionalsentimental di Bearzot vive i suoi anni fulgidi. Non si sa cosa aspetti all’angolo domani, non si può mai sapere. Consapevolmente ed inconsapevolmente, Bearzot il “furlan” ha messo insieme un gruppo bellissimo. E sono anni guerreggianti nel calcio, in cui anche la Juve vince tutto quello che ancora manca al suo palmares, per i posteri, per sé stessa; e Scirea va a dare ripetute prove di regia retrorsa, di goal di volo belli e puntuali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ha inventato il ruolo. La Juve di Zoff, di Cabrini e Gentile, di Tardelli e Furino, di Brady eppoi di Platini, di Boninsegna eppoi di Paolo Rossi, è la sua Juve, specialmente la sua Juve, di questo giocatore araldico che conosce i tesori del silenzio, che sa applicarsi nel lavoro e rifugge da ogni atteggiamento demagogico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Oggi è facile dire che il giocatore è cresciuto ed una volta era ignorante. Sara pur vero, ma oggi è spesso arrogante, la cultura non lo ha fatto crescere. Quando era primitivo era anche creativo. Io direi che uno come Scirea fa tabula rasa di tutti i pregiudizi sul calciatore. È un desso che si impegna a fondo nella vita quotidiana per essere la stessa persona che è in campo; quando non arriva su un pallone è perché proprio non ce l’ha fatta a raggiungerlo. Il miglior discorso tattico della Juve, come della Nazionale, nasce dal suo piazzamento e dalla sua imbeccata. In Espaňa un’edizione che si fa strategia, gioca alla grande in ogni zona di campo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;/span&gt;È un uomo aggiunto alla manovra che sa colpire al momento giusto. E gli anni passano. E qualche filino grigio compare nelle tempie del nostro uomo. &amp;nbsp;Una volta a Cagliari lo vedo giocare male e lo scrivo. Allo Sporting, un giorno, me lo rimprovera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;/span&gt;Caro Scirea, hai data al calcio il meglio di te stesso con esecuzioni esemplari di un gioco che apparteneva alle tue serene albe, ai tuoi sogni discreti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/mtzfR7D8VrI" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/4397703668411363122/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=4397703668411363122" title="8 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4397703668411363122?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4397703668411363122?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/mtzfR7D8VrI/gaetano-scirea.html" title="Gaetano SCIREA" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://lh6.googleusercontent.com/-4cA-_AQ_Oc0/TYOt_Ps-cdI/AAAAAAAACfg/4lLfvmlNJNY/s72-c/scirea.png" height="72" width="72" /><thr:total>8</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/gaetano-scirea.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DU8GSHk_eyp7ImA9WhBaFE0.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-3543426391363246907</id><published>2013-05-24T17:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-24T17:03:49.743+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-24T17:03:49.743+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Momenti di gloria" /><title>18.5.1977: COPPA UEFA</title><content type="html">&lt;table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="https://lh5.googleusercontent.com/-p67MBV0FLbk/TXYl-eMJqvI/AAAAAAAACds/BCYaOkvc2SU/s1600/1977+coppa+uefa.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="393" src="https://lh5.googleusercontent.com/-p67MBV0FLbk/TXYl-eMJqvI/AAAAAAAACds/BCYaOkvc2SU/s400/1977+coppa+uefa.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', serif; font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI ANGELO CAROLI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL DICEMBRE 1988:&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
Era arrivato da poco meno di un anno e già riempiva i saloni di Galleria San Federico con la sua smisurata ambizione. Senza ambizione non si arriva, nella vita e nel calcio. Chi rifiuta questo concetto si nasconde dietro diplomatiche ipocrisie. Giovanni Trapattoni era stato prescelto in mezzo ad un gruppo di giovani tecnici pieni di avvenire e di buoni proponimenti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Era la primavera del 1976 ed aveva alle spalle soltanto una fuggevole esperienza nel Milan di Duina e di Nereo Rocco detto il Paròn. All’epoca, la società rossonera non riusciva a liberarsi di una certa confusione di ruoli che generava nella critica più di un equivoco. Trapattoni mi parve il meno disorientato, lo conobbi a Bruges, una città ricca di squisitezze architettoniche, in occasione di una partita di Coppa.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
Usava maniere dolci e decise al tempo stesso, e possedeva l’arte preziosa di stabilire amichevoli rapporti con l’interlocutore. Ed era sostenuto da continue spinte agonistiche. Aspirava al successo come se questo fosse uno scopo irrinunciabile, anche se non è facile stabilire fino a che punto un particolare del genere fosse in lui connaturato oppure esaltato dallo stesso desiderio di vittoria che sospingeva, con movimento perpetuo, Giampiero Boniperti e Pietro Giuliano.&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
Il Trap arrivò a Torino e si ambientò in fretta, capì subito come fosse mortificante bere nell’amaro calice di un derby perduto con il Torino. E concluse la stagione in modo trionfale, un’annata sconcertante soltanto nel periodo delle amichevoli di precampionato. Quanto bastò per autorizzare i giornalisti e i tifosi a definire molto rischiosa l’operazione “vecchietti” che aveva riportato in bianconero un’antica conoscenza, Benetti, e che aveva assegnato il ruolo di Anastasi, un ex beniamino della curva Filadelfia, ad un campione non più giovane, Boninsegna.&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
Furono valutazioni fallaci, quelle emesse dalla critica in precampionato. Le ragioni di Boniperti e di Giuliano si fecero largo a poco a poco. Mai, probabilmente, la Signora aveva permesso di frequentare i propri salotti da un manipolo di gente tanto solida. Basta procedere nella lettura dell’11 titolare per rendersi conto di come quella Juventus somigliasse più ad una corazzata che ad uno yacht di lusso: Zoff, Cuccureddu, Gentile, Furino, Morini, Scirea, Causio, Tardelli, Boninsegna, Benetti e Bettega. Superfluo ogni commento. Quella squadra costituiva la stupefacente sintesi di forza e duttilità, di tecnica e di agonismo. La parte nevralgica era una Linea Maginot invalicabile. E si trasformò in un autentico rullo compressore.&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
Al fianco dei risultati acquisiti in campionato, non fece mancare ai propri sostenitori il gusto di successi in campo europeo. Eliminò, in stupenda successione, due formidabili club inglesi (Manchester City ed United), i tedeschi orientali del Magdeburgo, i sovietici dello Shakhtar ed i greci dell’Aek prima di approdare alla doppia finale con i baschi dell’Athletic di Bilbao.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
Attorno alla “Vecchia Signora” si condensarono le speranze di un’Italia che cercava nuovi successi internazionali dopo quelli consegnati alla storia dal Milan, dall’Inter e dalla Roma in epoche lontane.&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
L’andata fu una festa contenuta, poiché l’entusiasmo del pubblico si incendiò alla vista di Tardelli, che schizzò nell’aria in acrobazia per deviare, di testa, uno spiovente lunghissimo di Scirea. Però la partita si coagulò successivamente in una schermaglia sterile di mosse tattiche. I baschi, per tradizione spavaldi e focosi, si sentivano appagati da quel passivo limitato e desistettero, anche perché la Juventus non riuscì a dare incisività alle proprie manovre.&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
Frattanto procedeva, pieno di suspense, il terribile braccio di ferro con il Torino, Campione d’Italia in carica. All’ultima giornata il calendario sembrava dare una mano a Graziani e Pulici, i quali ospitavano il Genoa in casa mentre la Juventus, dopo il ritorno in coppa a Bilbao, si sarebbe trasferita a Marassi per respingere la disperazione della Sampdoria, in odore di retrocessione.&amp;nbsp;Boniperti e Trapattoni non fecero scelte, giocarono ai due tavoli del poker sempre alla ricerca del massimo traguardo.&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
A Bilbao si era creata una complessa situazione politica e si respirava l’acre sapore dell’ansia in ogni strada. Problemi e tensioni non sfiorarono però la Juventus; il popolo basco, orgoglioso e civile, fu accogliente con gli italiani.&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
Lo stadio San Mamés era un pozzo di composto delirio che Bettega gelò subito con una rete bellissima, un tradizionale colpo di testa. Sempre un colpo beneaugurante, quasi un “upperkut” decisivo. Ma i baschi non si arresero, e si avventarono, quasi moltiplicandosi in tutto il campo, verso la porta di Zoff. Sei minuti dopo Irureta siglò il pareggio.&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
La Coppa era tutt’altro che assegnata! Bastava distrarsi ed i baschi avrebbero dilagato, come un fiume in piena. La Juventus disputò un match gagliardo ma apparve carica di ansie e di responsabilità. In passato aveva sempre fallito l’ultimo assalto. Ed il peso di questi ricordi forse turbò l’inconscio di molti juventini.&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
Il secondo tempo fu un tormento. Boniperti fumò un numero inquantificabile di sigarette, torturò i bottoni dell’impermeabile, quel pressare continuo dell’Athletic non gli concesse tregua. Ebbe animo di resistere qualche minuto ancora nel suo posto di tribuna, poi la sua figura si dileguò nell’ombra della notte, sotto una pioggia torrenziale e tiepida. Si rifugiò in un bar, ordinò un cognac di marca, si portò il transistor all’orecchio e rimase in ascolto.&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
Mancavano circa 18 minuti alla fine. Un incubo. Gli assalti dell’Athletic erano portati con manovre aggiranti, che si concludevano con traversoni sui quali Zoff e Morini, Scirea e Gentile si avventavano per chiudere spiragli ai baschi. Che splendida partita giocò Bettega! Un capolavoro tecnico e tattico. Palloni e flash di fotoreporter bombardavano l’area piccola della Juventus. Poi Carlos, all’improvviso, spuntò in mezzo ad un grappolo di uomini e riuscì a praticare un foro nella difesa bianconera: 2-1, lo stadio si accese come una torcia immensa. Boniperti fu folgorato dalle urla che gli arrivarono dallo stadio, lo sostenne però la grande fiducia che ha sempre riposto nei suoi uomini. Ed ebbe ragione.&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
I bianconeri tennero duro fino al 90’, il punteggio (2-1) e l’ardore dei baschi non bastarono. La Coppa fu assegnata alla Juventus. Fradici di pioggia e di sudore, i protagonisti di quell’indimenticabile serata sollevarono al cielo il trofeo europeo, il primo della storia juventina. Ed arrivò Boniperti, pallido come un lenzuolo, provato dalla tensione ma felice come un bambino.&amp;nbsp;Chi lo conosce sa che in quei momenti di gioia totale avrà accompagnato i complimenti e gli abbracci ai giocatori con una raccomandazione specifica:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«E ora voglio vincere anche lo scudetto a Marassi».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
Fu come una profezia. Il ritorno in Italia si presentò complicato dalle condizioni atmosferiche. Dopo la notte di festeggiamenti, che furono contenuti nonostante lo champagne scorresse come un fiume, il giorno spuntò in un panorama infernale. Su Bilbao il cielo aveva disteso una coperta di nuvole basse e gonfie di pioggia.&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
Era impossibile volare. Gli aerei rimasero inattivi negli hangar. L’aeroporto restò chiuso per molte ore. La comitiva avrebbe dovuto trasferirsi in pullman fino a Madrid (dieci ore di viaggio) eppoi dirigersi verso Torino con volo di linea. Il problema fu risolto con un tocco di classe dell’avvocato Giovanni Agnelli, il quale si mise in contatto con Boniperti e gli prospettò un programma alternativo:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Raggiungete Biarritz in pullman, ci sarà il mio aereo ad aspettarvi e vi riporterà a Torino».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;
Detto e fatto. Il resto della storia la conoscete. Il goal di Bettega (un capolavoro eseguito con il tacco) e di Boninsegna resero inutili i tentativi della Sampdoria a Marassi e quelli del Torino, che vinse in casa con il Genoa. E resero ancor più felice ed orgoglioso Boniperti, che aveva arricchito il ciclo con un trofeo europeo.&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="https://lh3.googleusercontent.com/-MmQxBpNFwRI/TXYmB0iFMPI/AAAAAAAACdw/lMTXbeF6AJg/s1600/1977_04+coppa+uefa.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="257" src="https://lh3.googleusercontent.com/-MmQxBpNFwRI/TXYmB0iFMPI/AAAAAAAACdw/lMTXbeF6AJg/s400/1977_04+coppa+uefa.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="https://lh6.googleusercontent.com/-Oyw0jaBTjxI/TXYmC1qEejI/AAAAAAAACd0/7Ykas7bIic4/s1600/1977_01+coppa+uefa.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="296" src="https://lh6.googleusercontent.com/-Oyw0jaBTjxI/TXYmC1qEejI/AAAAAAAACd0/7Ykas7bIic4/s400/1977_01+coppa+uefa.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="https://lh6.googleusercontent.com/-mSaCyYxd9f4/TXYmGDb3HqI/AAAAAAAACd8/8Gjpx3gDyT8/s1600/1977_03+coppa+uefa.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="280" src="https://lh6.googleusercontent.com/-mSaCyYxd9f4/TXYmGDb3HqI/AAAAAAAACd8/8Gjpx3gDyT8/s400/1977_03+coppa+uefa.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', serif; font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;
&lt;table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;"&gt;&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="https://lh6.googleusercontent.com/-iDvNnQUqxA4/TXYmEyRwDdI/AAAAAAAACd4/QnMX1PxdhSY/s1600/1977_02+coppa+uefa.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="291" src="https://lh6.googleusercontent.com/-iDvNnQUqxA4/TXYmEyRwDdI/AAAAAAAACd4/QnMX1PxdhSY/s400/1977_02+coppa+uefa.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', serif; font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/98ZIXBb42ck" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/3543426391363246907/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=3543426391363246907" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3543426391363246907?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3543426391363246907?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/98ZIXBb42ck/1851977-coppa-uefa.html" title="18.5.1977: COPPA UEFA" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://lh5.googleusercontent.com/-p67MBV0FLbk/TXYl-eMJqvI/AAAAAAAACds/BCYaOkvc2SU/s72-c/1977+coppa+uefa.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/03/1851977-coppa-uefa.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;C0MFRX05fSp7ImA9WhBaE0o.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-4676633212036603765</id><published>2013-05-24T06:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-24T06:56:54.325+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-24T06:56:54.325+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Massimo MAURO</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-TBzWANFqLzY/TdX-LPG4rSI/AAAAAAAACrM/BUyuUyBN2m8/s1600/mauro.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://2.bp.blogspot.com/-TBzWANFqLzY/TdX-LPG4rSI/AAAAAAAACrM/BUyuUyBN2m8/s320/mauro.jpg" width="249" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Catanzaro, Udinese, Juventus, Napoli: la nascita (in tutti i sensi, dai primi vagiti il 24 maggio 1962 ai primi calci, alla serie A con Catanzaro-Milan 0-3 del 27 aprile 1980), la prima affermazione fuori casa, la consacrazione, il tramonto. Massimo Mauro alla prima stagione nella Juventus vince subito uno scudetto ed una Coppa Intercontinentale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È uno dei protagonisti del rinnovamento, della squadra che doveva essere sperimentale e che con il suo lungo sprint e qualche affanno ha messo in cassaforte il 22° titolo italiano. Trapattoni a Talamone, il suo feudo/vacanza, nel luglio 1985, diceva:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Mauro sarà importante. Lo aspetto come uomo cross, ma anche come prezioso elemento di raccordo. Le sue doti di palleggio sono note &lt;/b&gt;&lt;b&gt;ormai, con lui e gli altri faremo un buon lavoro».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Mauro non è arrivato molto al cross, va detto, ma il lavoro di raccordo in questa Juventus che si è scoperta da sola, partita per partita, è stato via via più importante. Sulla destra della squadra, punto di riferimento costante, puntuale, importante, hanno sempre trovato Mauro. Pronto a ricevere la palla, a difenderla, ad aspettare l’arrivo di supporti, a prendere tempo, a partire. Il fisico robusto lo rende non troppo veloce, ma alla carenza di sprint il bianconero supplisce con la padronanza del palleggio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Chi è, dentro, Massimo Mauro lo ha raccontato a cuore aperto:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Non è un mondo facile, quello del calcio: ti stressa, ti violenta, ti impone gente che non conosci, cerca di importi giochi che non vorresti giocare, e devi stare attento, è facile sbagliare. Se gratti via la superficie è un mondo non più dorato ma difficile, ti devi difendere se ti piace giocare, fare carriera, divertirti in campo. Che poi, a pensarci bene, io mi divertirei solo con undici amici in piazza; alla domenica non sono spensierato, voglio vincere. Sono così, anche da bambino, giocavo alle biglie, spesso vincevo, quando non capitava diventavo una belva, non scherzo.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Nel calcio italiano ti diverti se vinci, hai mille responsabilità addosso, se quando giochi pensi a troppe cose meglio starsene in spogliatoio: il segreto del calciatore è riuscire ad isolarsi, per poi entrare dentro, e vincere, e basta.&lt;/b&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Mondo strano, dicevo, che ha molti lati negativi e molti positivi. La cosa più stupida sono le pagelle con i voti, ma le guardiamo tutti, io per primo, e magari ci rimaniamo male. C’è altro, sì c’è anche altro, a volte compagni che non capisco, a volte un po’ di malinconia. Ma fa parte del gioco, come fa parte del gioco questo giro di trattative, di voci.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Io non mi sento carne da macello, se parlano di soldi e di quanto valgo: bene, se mi pagano tanto vorrà dire che guadagnerò di più, io sono entrato nel meccanismo, ho deciso di fare questo mestiere, chi si lamenta e non ama la parola mercato, perché non lo dice chiaro e non fa un’altra cosa?»&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Massimo lascia la Juventus nell’estate del 1989, dopo 150 partite, condite con 7 reti. Destinazione Napoli, dove incontrerà il terzo genio della sua carriera: dopo Zico (&lt;b&gt;«umiltà, ragionamento e classe, un modello di bravura e di dedizione, un giocatore universale»&lt;/b&gt;), Michel Platini (&lt;b&gt;«furbo ed intelligente, un uomo squadra che creava il gruppo e lo rendeva unito»&lt;/b&gt;) ecco Diego Armando Maradona (&lt;b&gt;«è stato il calcio e lo trasformava in poesia, nel teatro di ogni meraviglia possibile»&lt;/b&gt;). Sotto l’ombra del Vesuvio, Massimo conquista, da protagonista, un altro scudetto e, nel 1993, a soli trentuno anni, l’improvviso ritiro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;«Dopo aver subito un intervento di ernia al disco»,&lt;/b&gt; spiega, &lt;b&gt;«la mia schiena non ha più voluto saperne di mettere giudizio ed, inoltre, mi ero accorto di essermi stancato dei ritiri e degli allenamenti».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI VLADIMIRO CAMINITI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 1989:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’esterofilia che sembrerebbe privarci perfino del ragionamento, aveva, or non è molto, destinato Massimo Mauro, ovvero il Massimo dei pedatori quanto ad originalità, alla panchina. I tre fuoriclasse stranieri della squadra lo chiudevano, impedendogli non dico di respirare (infatti continuava ad essere altamente dialettico nei dialoghi coi cronisti) ma di credere nel futuro. Nonostante il conforto del contratto, Mauro sembrava definitivamente “fuori”, escluso, depennato e via continuando. I fatti hanno dimostrato il contrario. Mauro ha riconquistato la maglia di titolare ed ha assunto in campo la posizione che oggi gli è più congeniale, di “center half” offensivo, di punto di riferimento.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Chi vorrebbe paragonare Mauro, come tornante, a quel grandioso ineguagliato tornante che fu Causio, si troverebbe in minoranza; no, Mauro come tornante non ha eguagliato il maestro. È stato sicuramente eccezionale ma nella discontinuità, ha avuto momenti creativi propri del suo repertorio, ma cadenza di scatto e potenza di cross fanno preferire Causio, che modellava la sua partita all’insegna di uno scoppiettante talento estroso. Il tornante Mauro riesce per parte sua a chiudere l’azione col cross da goal, ma più sporadicamente; ed anela di conquistare zone centrali dalle quali sbrigliare il suo talento costruttivo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ben conoscendolo, Dinosauro Zoff ha aspettato che il suo pupillo si scaldasse abbastanza in panchina, prima di rilanciarlo. E la Juve ha trovato un giocatore d’ordine dalle caratteristiche native che lo portano a meditare l’assist per riassumere in esso il massimo dell’intelligenza tattica. Intelligenza tattica e squisitezza tecnica di piede fanno di Mauro il quarto effettivo grande straniero dell’attacco, se così ci vogliamo esprimere; e sempre che la nostra esterofilia non ci chiuda gli occhi definitivamente, anche per l’anagrafe Mauro è destinato a rendere ancora grossissimi, luminosi servizi alla “sua” Juventus. Anche se arriveranno altri mostri stranieri in una Juve sempre più competitiva, come ha sottolineato anche l’Avvocato, andando verso il Novanta? Il problema è credere in giocatori come Mauro, imprescindibili da società come la Juventus. Col destino di avere il massimo in tutto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/O2wDgVNUB6c" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/4676633212036603765/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=4676633212036603765" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4676633212036603765?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4676633212036603765?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/O2wDgVNUB6c/massimo-mauro.html" title="Massimo MAURO" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://2.bp.blogspot.com/-TBzWANFqLzY/TdX-LPG4rSI/AAAAAAAACrM/BUyuUyBN2m8/s72-c/mauro.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/massimo-mauro.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CkIAQ3g7eip7ImA9WhBaE08.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-8720873365581898243</id><published>2013-05-23T16:30:00.000+02:00</published><updated>2013-05-23T16:49:02.602+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-23T16:49:02.602+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Momenti di gloria" /><title>22.5.1983: COPPA ITALIA</title><content type="html">&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-1RFT2aF2I1U/TdOJFXxGrrI/AAAAAAAACqs/BJPZH2hDBUE/s1600/1983_01+coppa+italia.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="360" src="http://2.bp.blogspot.com/-1RFT2aF2I1U/TdOJFXxGrrI/AAAAAAAACqs/BJPZH2hDBUE/s400/1983_01+coppa+italia.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI FABIO ELLENA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 2004:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Capitolo 1982/83, da ripercorrere tutto ad un fiato. È una squadra che parte imbottita di Campioni del Mondo, da Zoff a Rossi passando per Gentile, Cabrini, Scirea e Tardelli, rinforzata da due fuoriclasse stranieri quali Platini e Boniek e che può sempre contare sull’esperienza di un certo Roberto Bettega, che il Mundial di Spagna ha dovuto guardarlo da casa per infortunio. In panchina il condottiero di mille battaglie Giovanni Trapattoni.&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Una Juventus che rispetta la tradizione e prova a regalare un’altra stagione indimenticabile ai propri tifosi. C’è uno scudetto da difendere (anzi due) e l’ennesimo assalto alla Coppa Campioni da dare. E fino a maggio tutto rientra nei piani. Ma, purtroppo, al momento di rispondere presente all’appuntamento con la storia, si mettono in mezzo la Roma e l’Amburgo che privano i bianconeri dello scudetto e, soprattutto, del massimo trofeo continentale, sfumato nella sfortunata finale di Atene.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Quando si entra nel mese di giugno, invece di pensare alle vacanze, c’è ancora una Coppa Italia da onorare. La Juve che ha superato brillantemente la prima fase (a spese di Milan, Catania, Pescara, Catania e Genoa), ed estromesso il Bari negli ottavi, si getta a capofitto sul trofeo nazionale.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
C’è la Roma nei quarti, eliminata nettamente nella prima rivincita post campionato. Poi I’Inter in semifinale. Ed in finale ecco spuntare il Verona che ha compiuto già un’impresa al Comunale strappando la qualificazione dalle mani del Torino.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Dopo un tour de force di quattro gare in due settimane, scaligeri e torinesi si trovano di fronte, domenica 19 giugno, al Bentegodi per la prima finale. Decidono le reti del futuro bianconero Penzo e Volpati, contro una Juve ridotta in dieci nella ripresa per l’espulsione di Galdersi. È un 2-0 che fa pendere la bilancia dalla parte della formazione di Bagnoli.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Non passano neppure tre giorni ed è subito tempo di retour match. Mercoledì 22 si replica al Comunale. Inutile dirlo: serve una gara perfetta per ribaltare lo svantaggio ed impedire che la Coppa Italia prenda la strada del Veneto.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Detto, fatto. Paolo Rossi insacca già all’8° minuto il goal che riapre il discorso. L’1-0 rimane fino all’intervallo e poi fino all’ultimo quarto d’ora. Quando manca una manciata di minuti alla fine, ecco la stoccata di Le Roi Michel Platini: 2-0, stesso punteggio dell’andata e tutti ai supplementari.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
La fatica accumulata nelle ultime settimane, ma in generale in un’intera stagione, si fa sentire. Sembrano prospettarsi gli spettri dei calci di rigore, ma quando manca un solo giro d’orologio dal termine ci pensa ancora Platini a chiudere nel migliore dei modi la sua prima annata bianconera: sgroppata di Cabrini a sinistra e tocco vincente del francese che completa l’impresa e regala la Coppa Italia alla Juventus. È festa grande al Comunale.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
In quella doppia finale di Coppa Italia, a difendere la porta juventina c’era Luciano Bodini. Un anno dopo aver alzato da capitano la Coppa del Mondo in Spagna, Dino Zoff diede l’addio e lasciò la platea al suo fedele secondo per l’ultima incredibile cavalcata.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Ecco il ricordo di uno dei più grandi numeri dodici della storia bianconera tratto dal libro “Secondo me” di Nicola Calzaretta:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«La fase finale della Coppa la feci io, da titolare. Trapattoni avevo deciso così, anche se prima di darmi l’annuncio, chiese a Zoff cosa ne pensasse. Superammo la Roma nei quarti, quindi l’Inter in semifinale ed il Verona in finale. All’andata perdemmo 2-0 e Penzo fu il vero mattatore, ma noi giocammo tutto il secondo tempo in dieci per l’espulsione di Galderisi.&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b&gt;Al ritorno andammo in campo motivati al massimo e con la giusta dose di rabbia. Volevamo assolutamente vincere quel trofeo che avrebbe reso meno amara la grande delusione di Atene. Rossi e Platini firmarono il 2-0 che ci porto all’overtime.&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b&gt;Ormai mi ero già mentalmente preparato ai calci di rigore visto che stava scadendo anche l’ultimo minuto del secondo tempo supplementare e nessuno aveva segnato. Ma arrivò il guizzo finale di Michel per il 3-0. Vincemmo col cuore, con la grinta, con il carattere. Ricordo ancora Scirea che alzò il trofeo ed il giro d’onore in un Comunale in festa».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Della rosa di quella Juventus faceva parte anche un giovane torinese, non ancora ventiduenne, frutto del settore giovanile bianconero: Massimo Storgato. L’attuale tecnico degli Allievi Nazionali entrò a gara iniziata sia a Verona, al posto di Prandelli, sia al Comunale, per Brio. Dopo lo scudetto della stagione 1980/81, ecco un’altra grande gioia.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Un ricordo ancora vivo:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Io ero uno dei giovani che faceva parte di quel magnifico gruppo di campioni ed in particolare in Coppa Italia ebbi maggiori possibilità di mettermi in luce e dare il mio contributo. A Verona perdemmo malamente, ma tre giorni dopo, a Torino, facemmo davvero un recupero incredibile, una vera impresa, vincendo 3-0 dopo i supplementari.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;b&gt;Ancora oggi, ho nella mia testa un’azione di quella incredibile gara di ritorno. lo entrai e mi piazzai sulla fascia sinistra. Ad un certo punto, Platini andò a prendere palla davanti alla nostra area, alzò la testa come faceva sempre, mi vide scattare e con un lancio di 80 metri me la mise sui piedi. Impressionante. Conservo ancora oggi a casa le fotografie della premiazione, con particolare affetto quella che mi ritraeva con il trofeo in mano».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Tra i reduci dell’indimenticabile notte di Madrid del luglio 1982 in campo anche in quel 22 giugno c’è anche Antonio Cabrini. Il Bell’Antonio saltò la sfida giocata in Veneto e tornò a disposizione di Giovanni Trapattoni per la seconda decisiva sfida con gli scaligeri. Un ritorno importante.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Questo il ricordo dell’ex terzino, oggi tecnico del Pisa: &lt;b&gt;«Eravamo reduci dalla finale di Coppa dei Campioni di Atene contro l’Amburgo ed in campionato non eravamo riusciti a confermarci Campioni d’Italia. Per questo c’era un’atmosfera pesante e tra i tifosi aleggiava anche sfiducia e malumore. Inoltre lo 0-2 patito a Verona rischiava davvero di far fallire la stagione. Invece ci furono la giusta reazione e la giusta rabbia per centrare l’unico obiettivo rimasto. Ed infatti non fallimmo.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;b&gt;Il ricordo più nitido che ho di quella partita al Comunale è l’azione che ci portò alla vittoria finale, quella del 3-0. Partii sulla fascia sinistra, arrivai sul fondo e riuscii a mettere in mezzo il pallone che Platini insaccò. Mancava un minuto alla fine dei supplementari e quello scatto non era solo l’ultimo sforzo di quella partita, ma di un’intera faticosissima stagione».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Un anno dopo per Paolo Rossi sembra riscriversi una storia meravigliosa. La Coppa Italia non ha e non può avere il fascino e l’importanza di una Coppa del Mondo. Eppure Pablito arriva di nuovo all’atto finale con un cinque nella casella delle reti segnate nella manifestazione (per la precisione, due contro Genoa e Milan nella prima fase ed una nei quarti contro la Roma).&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
E contro il Verona, al Comunale, non può che arrivare il sigillo numero sei, tanti quanti quelli realizzati in Spagna. &lt;b&gt;«Partendo da uno 0-2 da recuperare, trovare il vantaggio dopo pochi minuti diventava importante e fortunatamente riuscimmo a segnare all’8’. Noi prendemmo fiducia, loro forse persero un po’ di sicurezza. Platini fece poi il resto segnando gli altri due goal che ci fecero vincere il trofeo. Era l’ultima partita di una stagione particolare, come quasi tutte quelle post Mondiale. L’esito del campionato e, soprattutto, della Coppa dei Campioni, rendevano quella Coppa Italia un obiettivo importante per noi. Ci mettemmo determinazione e tanta voglia, cioè l’atteggiamento giusto per ribaltare il risultato negativo dell’andata».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Tra gli elementi di spicco di quella Juventus 1982/83 c’era anche Roberto Bettega. Ma l’attuale vicepresidente bianconero non prese parte alla doppia finale con il Verona, così come alle doppie sfide contro la Roma nei quarti e con l’Inter in semifinale. &lt;b&gt;«La mia storia da giocatore juventino era finita all’indomani della finale di Coppa Campioni di Atene. Quando ci furono le due partite con il Verona io ero già in Canada per iniziare la nuova avventura. Quindi direttamente a Toronto venni a sapere dell’impresa dei miei compagni, capaci di ribaltare alla grande lo 0-2 patito all’andata. A distanza di quasi vent’anni da quel successo posso solo dire che, scorrendo i nomi dei giocatori di allora, era davvero una grande Juve, una delle più forti di sempre».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/Hp0Oa53RMlY" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/8720873365581898243/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=8720873365581898243" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8720873365581898243?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8720873365581898243?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/Hp0Oa53RMlY/2251983-coppa-italia.html" title="22.5.1983: COPPA ITALIA" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://2.bp.blogspot.com/-1RFT2aF2I1U/TdOJFXxGrrI/AAAAAAAACqs/BJPZH2hDBUE/s72-c/1983_01+coppa+italia.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/05/2251983-coppa-italia.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;D0cHRHg6eCp7ImA9WhBaEkU.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-5435505424990801824</id><published>2013-05-23T06:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-23T06:57:15.610+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-23T06:57:15.610+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Momenti di gloria" /><title>22.6.1952: SCUDETTO</title><content type="html">&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-2prfB5p136g/TvDq7uXezhI/AAAAAAAADK0/oHdm5m4AfLg/s1600/1951-52_01.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="246" src="http://1.bp.blogspot.com/-2prfB5p136g/TvDq7uXezhI/AAAAAAAADK0/oHdm5m4AfLg/s400/1951-52_01.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DA “LA STORIA DELLA JUVENTUS” DI PERUCCA, ROMEO E COLOMBERO:&lt;/b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
E nove! La Juve è ancora una volta Campione d’Italia,
realizza una tappa storica: raggiunge a quota nove appunto quel Genoa che aveva
accumulato tanta gloria e tanti titoli ai tempi eroici. Da questo momento
nessuna squadra ha vinto più scudetti dei bianconeri, nessuna squadra ne
vincerà più dei bianconeri nel futuro. Eppure le premesse di questo nuovo
trionfo non erano state delle migliori, in estate ed in autunno.&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;br /&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
In estate c’era stata una tournée un po’ troppo turbolenta
nell’America del Sud, Brasile per la precisione, dove il divampante tifo locale
non tollerava in quel Torneo dei campioni il successo dei bianconeri, che si
erano permessi di sconfiggere subito il Palmeiras. Così un incontro con l’Austria
Vienna, soltanto perché i giocatori della Juve avevano protestato vivacemente
per un rigore contrario, finiva addirittura con un’invasione di campo e con
Muccinelli e Viola, rei di essersi difesi, in prigione per una notte. In finale
la Juve ci arrivò lo stesso, ma il fattore campo, l’arbitro ed il pubblico non
le consentirono più di un eccellente secondo posto, date le circostanze, ancora
contro il Palmeiras (una sconfitta per 1-0 ed un pareggio per 1-1 con rete
chiaramente irregolare degli avversari, nel doppio incontro).&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Dopo questa nube estiva, una nube autunnale: l’allenatore
inglese Carver in un’intervista critica aspramente i dirigenti bianconeri, la
loro mentalità che fa di ogni sconfitta una tragedia, suggerisce di cambiare
totalmente la squadra licenziando i giocatori stranieri poco attaccati ai
colori sociali. Ahi, potenza della stampa e delle parole poco soppesate! Sembra
di leggere una storia dei giorni nostri. La Juve preferisce tagliar corto, e
visto che si è creato un clima di tensione fra tecnico, giocatori e società
prega Carver di andarsene.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Tornano a mettere insieme le fila i fedelissimi Combi e
Bertolini, sempre pronti a dire “Obbedisco”, ma queste nubi sembrano difficili
da diradare. Ed alla prima giornata di campionato se ne ha la controprova: la
Spal di Ferrara, neopromossa dalla B, viene a pareggiare al Comunale, nella
tana di quel lupo che l’anno prima ha segnato 103 reti.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Subito ci si ricorda che l’anno precedente il campionato
della Juventus era cominciato con un pareggio con la Triestina e non era
approdato poi al preventivato scudetto. Su “La Stampa” Paolo Bertoldi elenca le
attenuanti dei bianconeri, che&amp;nbsp;hanno
segnato per primi, si sono visti annullare un goal di Muccinelli valido secondo
tutte le apparenze; mancavano di Bertuccelli; hanno avuto Mari inutilizzato per
metà gara; non è stato concesso loro un rigore evidente allorché Macchi ha
falciato Præst
a due metri dall’area di porta, ed infine la rete subita è stata la conseguenza
di un mezzo infortunio di Parola.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Aggiunge però Bertoldi: &lt;b&gt;«Con tutto questo la Spal ha
meritato il pareggio e la Juventus ha lasciato capire che avrà bisogno di molto
lavoro».&lt;/b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Sta di fatto che i giornalisti sono perplessi, il pubblico
al Comunale ha emesso con la sua passionalità già un affrettato giudizio
fischiando sonoramente la sua squadra ed applaudendo invece i ferraresi, che a
fine partita restano a lungo in campo a farsi fotografare per immortalare la
storica impresa. Il mediano Nesti, che andrà nei due campionati successivi a fare
doppietta di scudetti con l’Inter, continuava a ripetere negli spogliatoi prima
della partita: &lt;b&gt;«Chissà quanti goal prenderemo oggi; come faremo a giocare
contro quei cannoni?»&lt;/b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Ed invece va a finire come si è detto, con tutte quelle
scusanti per la Juve, alle quali va aggiunta la prestazione dell’eccellente
portiere volante Bugatti, uno di cui la storia del campionato italiano parlerà
molto. Scusanti ma tante perplessità, anche.&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Sui giornali del giorno seguente,
insieme ai commenti e alle perplessità, si legge però una notizia che risulterà
determinante per il futuro prossimo dei bianconeri: &lt;b&gt;«Il dottor Giorgio Sarosi,
famoso nazionale ungherese un tempo e poi allenatore in Italia del Bari e della
Lucchese sarà il nuovo allenatore della Juventus. Egli subentrerà entro la
corrente settimana a Combi e Bertolini, che data la situazione lasciata
scoperta dal “caso Carver” avevano accettato per amore dei colori sociali di
curare la squadra. La trattativa si è conclusa dopo una telefonata fra l’avvocato
Agnelli e il dottor Sarosi, che attualmente si trova negli Stati Uniti. Il
nuovo allenatore ha assicurato che farà il possibile per partire oggi stesso in
aereo».&lt;/b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Così questa Juventus accompagnata da tanti timori, questa
Juventus che per fortuna si è ben guardata dal seguire i consigli di Carver ed
ha tenuto compatta la sua intelaiatura inserendovi deliziosi talenti come
Corradi e Vivolo e grintosi lottatori come Ferrario, dalla domenica successiva
alza la testa e come i cavalli di razza punti nell’orgoglio fa immediatamente
il vuoto. Sette vittorie consecutive la lanciano in testa, ed alcune sono
sonanti come uno storico 7-1 all’Atalanta.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Come un orologio di gran marca, la Juve avanza con
precisione tale da annichilire gli avversari che pure si chiamano Inter e
Milan, sono gli squadroni che l’anno precedente hanno fatto faville. I nuovi si
mostrano assai preziosi per tenere in piedi l’impalcatura, Vivolo all’occorrenza
copre tutti i moli dell’attacco, peccato solo che gli manchi un po’ di grinta,
Ferrario sa sostituire egregiamente quel Parola che ogni tanto ha dei guai
fisici, Corradi si inserisce quando è l’ora. E l’orologio di gran marca segna
30 punti alla fine del girone d’andata, ne fa segnare altri 30 al ritorno per
un totale di 60, con il Milan a 7 lunghezze e l’Inter addirittura ad 11. A metà
campionato le due milanesi erano staccate di 4 punti, ma non sono state in
grado di resistere, di tener dietro a questa compagine equilibrata e armoniosa.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
All’inizio del ritorno la Juventus va a vendicarsi a Ferrara
con un 3-0 di quella gran paura che la Spal le aveva fatto passare; ma il nono
posto finale della matricola dimostrerà che quel giorno di settembre non era
poi stata solo colpa dei bianconeri, cominciare in sordina.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/MnBraR0tjN8" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/5435505424990801824/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=5435505424990801824" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5435505424990801824?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5435505424990801824?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/MnBraR0tjN8/2261952-scudetto.html" title="22.6.1952: SCUDETTO" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://1.bp.blogspot.com/-2prfB5p136g/TvDq7uXezhI/AAAAAAAADK0/oHdm5m4AfLg/s72-c/1951-52_01.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/01/2261952-scudetto.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;Ak4GQ3gzeyp7ImA9WhBaEUQ.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-1085320935024987166</id><published>2013-05-22T06:30:00.000+02:00</published><updated>2013-05-22T07:02:02.683+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-22T07:02:02.683+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Gianluigi ROVETA</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-KmnBuJvqeH4/TdSzQxcBy0I/AAAAAAAACq0/86djD9nIrK4/s1600/roveta.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://1.bp.blogspot.com/-KmnBuJvqeH4/TdSzQxcBy0I/AAAAAAAACq0/86djD9nIrK4/s320/roveta.jpg" width="252" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nasce a Torino, il 21 maggio 1947. Chiamato Giangi, appena dodicenne arrivava allo stadio in bicicletta; capelli gialli, ottimo tocco di palla, buona visione di gioco. La sua bella figura, il suo stile, era quanto di meglio potesse rappresentare la Juventus sui campi delle squadre minori. Mario Pedrale stravedeva per lui anche se, il grande istruttori dei piccoli giocatori bianconeri, aveva un debole per tutti quanti e per tutti, in cuor suo, si augurava di vederli in prima squadra. Pedrale diceva: &lt;b&gt;«Roveta non è un difensore, ma un centrocampista».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Ma a Giangi importa poco del ruolo, per lui è fondamentale giocare ed entrare nella gloriosa storia bianconera. Bene impostato tecnicamente ed atleticamente, è un atleta serio, disciplinato e tutt’altro che privo di temperamento agonistico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;«Non sono timido»,&lt;/b&gt; racconta Roveta, &lt;b&gt;«sono molto riservato nei miei sentimenti, nonché molto geloso della mia intimità; chi mi sta vicino sa, però, che quando c’è da reagire, da combattere a viso aperto, non mi tiro certamente indietro. Sono juventino dalla nascita, sono stato tre anni sotto le cure di Pedrale, ai tempi del Nagc; è stato il mio padre calcistico, mi ha insegnato cosa fare, come giocare. Se sono quello che sono, lo devo in gran parte a lui».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Chiuso da Salvadore, lascia la Juventus nell’estate del 1972 e raggiunge il Mantova, dopo aver totalizzato 77 presenze ed aver contribuito allo scudetto del 1972.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo solo una stagione, si separa dalla squadra virgiliana per ritornare in Piemonte, più precisamente al Novara; a ventisette anni appende gli scarpini al chiodo, quasi a testimoniare che per lui il calcio era sinonimo di Juventus.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/ltLLjTjPqQ0" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/1085320935024987166/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=1085320935024987166" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1085320935024987166?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1085320935024987166?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/ltLLjTjPqQ0/gianluigi-roveta.html" title="Gianluigi ROVETA" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://1.bp.blogspot.com/-KmnBuJvqeH4/TdSzQxcBy0I/AAAAAAAACq0/86djD9nIrK4/s72-c/roveta.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/gianluigi-roveta.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CEQGSHw_fCp7ImA9WhBaEUw.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-5595446904087023759</id><published>2013-05-21T06:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-21T06:58:49.244+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-21T06:58:49.244+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Umberto COLOMBO</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-nv7tZWrsHEw/TdSyR2I-RJI/AAAAAAAACqw/7qPRpAGhwok/s1600/colombo+umberto.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://4.bp.blogspot.com/-nv7tZWrsHEw/TdSyR2I-RJI/AAAAAAAACqw/7qPRpAGhwok/s320/colombo+umberto.jpg" width="270" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nasce a Como il 21 maggio 1933. Cresciuto nelle formazioni minori, dopo un paio di stagioni trascorse in prestito al Monza rientra alla Juventus nell’estate del 1954 ed in bianconero si ferma per sette anni che gli fruttano 193 presenze (173 in campionato, 16 in Coppa Italia e 4 nella Coppa dei Campioni) e 23 goal (22 in campionato e 1 in Coppa Italia).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con la Juventus, quella di Boniperti, Sivori e Charles, Colombo lega il suo nome a tre scudetti (1958, 1960 e 1961) ed a due Coppa Italia (1959 e 1560). Lascia Torino nell’estate del 1961 e si accasa all’Atalanta e con i nerazzurri, nel 1968, torna ad aggiudicarsi la Coppa Italia. Ha indossato tre volte la maglia azzurra della Nazionale A.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Poiché giocava in una Juventus il cui genio era garantito da un fuoriclasse come Sivori, a Colombo non si chiedeva di avere il piede vellutato, ma di garantire la solidità del centrocampo ed il controllo, con dedizione assoluta, delle mezzali avversarie. Ed il possente ragazzo di Como (un metro ed ottantatré centimetri di altezza per settantasette chili di peso) assicurò, alla squadra, il sudore di mille rincorse, di altrettanti preziosi recuperi, di appoggi mai leziosi ai compagni più dotati tecnicamente di lui, sebbene nell’eleganza dello stile potesse rivaleggiare con gli stessi Sivori e Boniperti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Juventus lo lanciò nel campionato 1954/55, in uno dei periodi più critici della storia bianconera; anche da lui, uno dei rappresentanti della linea verde, la società iniziò la ricostruzione che avrebbe portato alle vittorie dei primi anni Sessanta. Non era certo in possesso di una tecnica sopraffina, ma era prezioso per il suo senso tattico e per il grande dinamismo, tanto nei recuperi quanto nel rilancio dell’azione; il contributo alla squadra fu davvero prezioso e fondamentale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;SI RACCONTA SU “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 19&lt;/b&gt;&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;63:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Eccomi con la penna in mano. Di me e della Juventus potrei scrivere volumi. E temo che riuscirò soltanto a scrivere poche righe. Mi fanno ridere quelli di “Hurrà Juventus”. Mi hanno detto:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Per favore, ci raccomandiamo a te, poche righe, non eccedere, ma non scriverne anche in misura limitata; devi dire tutto quello che vuoi, ma per favore dillo bene. Non aver paura della verità, ma non trattarci troppo male».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Scrupoli eccessivi. Se sapessero leggermi dentro, saprebbero cosa è la Juventus per me. Cosa è stata, cosa forse sarà per sempre. Quali pagine del libro della mia vita mi abbia aiutato a sfogliare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Rivedo una fotografia: io giovanissimo in una Juventus che aveva Garzena, Emoli, Vavassori, Aggradi. Ci trovammo insieme anche in azzurro, oltre che in bianconero. Vivemmo un’epoca, la facemmo nostra. Io e la Juventus, ricordi, innanzitutto. Ricordi di quel che fu, di anni meravigliosi passati troppo in fretta. Quando arrivò Charles: sapevo un po’ d’inglese, mi delegarono ad interprete. Che uomo immenso John! Se l’onestà è vita, se la volontà è vita, se il coraggio è vita, se l’amicizia è vita, John mi fece conoscere larga parte della vita.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Che uomini! E per quale Juventus! Sivori fantasioso e geniale, Boniperti continuo ed accorto, John immenso e nobile, e la squadra che vinceva quasi sempre, ed io che preferivo credere ad un sogno, spaventato da una realtà troppo grande e troppo bella per me. Anni felici. Vivevo a Torino lungo il Po, ero sempre un ragazzo anche se i mesi si accavallavano sulla mia carta d’identità. Ero straordinariamente felice e l’unico mio rammarico attuale è di non averlo mai saputo completamente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Adesso gioco nell’Atalanta, ho trovato la mia seconda Juve e mi dicono: &lt;b&gt;«scrivi qualcosa sul tuo periodo juventino, su cosa pensi della Juve, paisà».&lt;/b&gt; Ma cosa volete che io pensi della Juventus? Tutto il bene possibile, con nostalgia, è chiaro. Per lei ho speso, oppure impiegato con buon reddito, il meglio di me, quando ero di lei innamorato e con lei passavo tutte le mie domeniche. Che posso dire di più, di diverso?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Andai poi all’Atalanta. Attesi il mio primo match contro la Juve con una certa paura, parente prossima del terrore. Mai l’ipotesi di giocare contro la Juventus era entrata nelle dimensioni del mio pensiero. Quel giorno. Beh, quel giorno fu una ridda di pensieri ed in me si accavallarono sensazioni strane. Ma tutto andò bene. Fui un buon giocatore professionista, quel giorno. Appresi allora che la lezione juventina era stata definitiva, preziosa, insostituibile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Juventus, al fondo di tutto, mi aveva insegnato anche ad essere professionista. E la lezione si era sovrapposta ad ogni altra. Anche di questo fui grato alla Juventus. Di questo le fui grato nel momento in cui giocavo contro di lei, ed al massimo del rendimento, come, stando nella Juventus, avevo imparato che si doveva fare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ed adesso? Adesso ho con me ricordi e sensazioni e li sto catalogando tutti in quella che sarà la mia definitiva esperienza di vita. La Juventus ha significato per me cose grandiose, che mi pare persino di non poter mettere sulla carta. Vorrei che fosse chiara una cosa: noi calciatori siamo legati al nostro mestiere, che è poi la nostra vita. Chi “segna” il nostro mestiere con esperienze e insegnamenti, è legato a noi per la vita.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Episodi? Ne ho troppi in mente. Quando John Charles segnava ed allora io cercavo di essere il primo ad abbracciarlo, e lui mi parlava in inglese, ed io non capivo niente, ma proprio niente, ma non potevo deluderlo o tradirlo, perché ero il suo interprete. Allora gli dicevo: &lt;b&gt;«&lt;/b&gt;&lt;b&gt;Oh, yes, John, very nice, very nice».&lt;/b&gt;&amp;nbsp;Lui contento, io pure.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In tutti questi sentimenti  gentili, si innestò, direi brutalmente, un sentimento ardito e fiero. Quando volli mostrare a me stesso ed alla Juve di essere un buon giocatore quale che fosse la mia maglia; ed, operai allora in maniera strana e violenta, della quale mai mi sarei creduto capace. Una esperienza in più, e anch’essa la devo alla Juventus.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla Juventus devo tante altre cose. La sensazione pesante di un debito di esperienza che non so proprio come pagare. Molta nostalgia, molti rimpianti, molte amarezze, molta fierezza per poter vivere anche senza di lei. La difficoltà, in ogni momento, di inquadrare me stesso, Umberto Colombo, in una sintesi di vita in cui la Juventus non c’è più.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Io che con la Juventus fui ragazzo, che conservo una foto in cui sono con gli altri ragazzi juventini; e con essi feci una strada lunga, difficile, meravigliosa.&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/ZnBK1OauvFE" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/5595446904087023759/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=5595446904087023759" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5595446904087023759?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5595446904087023759?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/ZnBK1OauvFE/umberto-colombo.html" title="Umberto COLOMBO" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://4.bp.blogspot.com/-nv7tZWrsHEw/TdSyR2I-RJI/AAAAAAAACqw/7qPRpAGhwok/s72-c/colombo+umberto.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/umberto-colombo.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CE4DRnkzfip7ImA9WhBaEEs.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-6180030265516946452</id><published>2013-05-20T17:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-20T17:16:17.786+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-20T17:16:17.786+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Davide BAIOCCO</title><content type="html">&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-s4L7KbAJ03k/TdepHWXES_I/AAAAAAAACrQ/W8_hJXwVTqM/s1600/baiocco.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://2.bp.blogspot.com/-s4L7KbAJ03k/TdepHWXES_I/AAAAAAAACrQ/W8_hJXwVTqM/s320/baiocco.jpg" width="257" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: left;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: left;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
Nasce a Perugia, l’8 maggio 1975. Centrocampista da combattimento, arriva alla Juventus nell’estate del 2002. Chiuso da tanti campioni, non troverà tanto spazio, riuscendo a vestire la maglia bianconera solamente per 16 volte. Al termine della stagione è ceduto alla Reggina.&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 2002:&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
Davide Baiocco è visibilmente emozionato quando racconta le sue prime sensazioni da juventino, lui che in soli due anni è passato dalla Viterbese al tetto del mondo, via Perugia, ovviamente: &lt;b&gt;«L’esperienza che ho fatto in serie C, nelle stagioni 1998/99 e 1999/2000 mi è servita molto per maturare, infatti quando sono tornato a Perugia ho messo in pratica quanto avevo imparato ed ho dimostrato di essere in grado di giocare in serie A. È normale però che arrivare qui alla Juve ti fa provare certe emozioni. La prima cosa che ho notato è un’organizzazione eccezionale, e poi ci sono tanti campioni».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
Prima di partire per l’avventura bianconera ha ascoltato i consigli dell’allenatore che lo ha lanciato nel grande calcio, Serse Cosmi. &lt;b&gt;«Mi ha detto solo, ed è ovviamente il mio proposito, di fare un passo alla volta».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
Intanto in bianconero trova uno dei suoi modelli, Edgar Davids: &lt;b&gt;«Nel suo ruolo, che è anche il mio, pur avendo io giocato sia da centrale che da esterno, l’olandese è senza dubbio uno dei più forti al mondo. Ha dimostrato di essere un grande campione ed avendolo vicino sono sicuro che imparerò ancora di più. l miei modelli sono lui ed il romanista Tommasi».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/HbGGF33cEak" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/6180030265516946452/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=6180030265516946452" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/6180030265516946452?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/6180030265516946452?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/HbGGF33cEak/davide-baiocco.html" title="Davide BAIOCCO" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://2.bp.blogspot.com/-s4L7KbAJ03k/TdepHWXES_I/AAAAAAAACrQ/W8_hJXwVTqM/s72-c/baiocco.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/05/davide-baiocco.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;Ak4MQno5eyp7ImA9WhBaEEk.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-4538431428776600672</id><published>2013-05-20T06:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-20T13:23:03.423+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-20T13:23:03.423+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Ruben OLIVERA</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-HTMsyRbdZ1E/UZoHjHOklwI/AAAAAAAAD0g/uXRRE-v77tw/s1600/ruben_olivera_400x600.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://3.bp.blogspot.com/-HTMsyRbdZ1E/UZoHjHOklwI/AAAAAAAAD0g/uXRRE-v77tw/s320/ruben_olivera_400x600.jpg" width="213" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Uruguagio di Montevideo, sponda Danubio, classe 1983, arriva alla Juventus nel 2002, quando è poco più che un ragazzino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È molto difficile trovare spazio in una squadra che Lippi sta pilotando verso il secondo titolo consecutivo, senza perdere di vista la Champions League. E proprio in questa competizione, nella trasferta di Kiev a qualificazione già conquistata, gli toccano spiccioli di gloria. Siamo nel novembre 2002, la stagione è appena decollata e per il centrocampista, che ha grinta da vendere ed un talento tutto sudamericano, sembrano aprirsi spazi importanti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Purtroppo per lui, Lippi ha alternative valide e di esperienza e la sua stagione si conclude con poche apparizioni. Chiede ed ottiene di trovare una squadra per farsi le ossa, magari all’estero. Lo accogli in prestito l’Atletico di Madrid, ma anche qui gli spazi sono pochi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nell’estate del 2004, arriva alla Juventus Fabio Capello; Ruben è fresco di vacanze e, quindi, con lo spirito giusto per dare il meglio di sé. Don Fabio lo vede all’opera nelle amichevoli precampionato e lo conferma; una scelta felice, che il ragazzo contraccambia innestando le marce alte e dando da subito un senso nuovo al proprio gioco. Sostituisce Camoranesi nel preliminare di Champions League, contribuendo in modo importante al superamento del turno&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È un giocatore nuovo, notevolmente maturato, sia tecnicamente che tatticamente e non tarda ad emergere.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Non avevo mai giocato da esterno destro, in passato ero un trequartista. Invece, sono molto felice del ruolo che mi ha assegnato Capello; mi piace molto e penso di non averci messo molto tempo ad abituarmi».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Prima giornata di campionato, a Brescia, entra nella ripresa al posto di Del Piero e trova il mondo di rendersi utile a tutto campo, non sulla fascia destra, nella quale è spesso schierato da Capello. Titolare contro l’Atalanta, gioca pezzi di gara praticamente ogni domenica, rilevando di volta in volta Nedved, Camoranesi, Pessotto o Zalayeta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma il primo, vero giorno di gloria è una fresca serata di novembre, quando al Delle Alpi arriva la Fiorentina. La Juventus capolista fatica tantissimo per segnare e lo 0-0 resiste per oltre un’ora, finché Ruben sblocca il punteggio, irrompendo di destro su un calcio d’angolo di Camoranesi; è il goal partita. Ed è doppiamente protagonista qualche domenica dopo, Juventus-Lazio sempre a Torino. Vantaggio laziale di Pandev, un gran goal, ma la replica è veemente; ancora Olivera, sempre su assist di Camoranesi, pareggia il conto con un perfetto colpo di testa. Sarebbe festa grande se di lì a poco non si infortunasse in modo serio; un mese di stop e poi nuovamente in campo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Bergamo, nella prima di ritorno, sfrutta al meglio un pasticcio della difesa atalantina andando nuovamente a segno. Ed è decisivo a Verona, il 13 marzo, nell’ostica trasferta sul campo del Chievo, quando ad una manciata di minuti dalla fine, sfrutta un altro errore difensivo per infilare il goal dell’1-0. Bravo a sostituire Del Piero in un’altra delicata trasferta, contro la Lazio, Ruben chiude la stagione con un contributo significativo alla conquista del 28° scudetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Durante il secondo anno di Capello, le cose non vanno altrettanto bene; il mister lo utilizza con il contagocce, tanto che fa sparire le sue tracce. A fine stagione, infatti, viene ceduto alla Sampdoria, per rientrare a Torino nell’estate del 2007. Nel mercato invernale si trasferisce in Uruguay, al Penarol e dopo aver fatto ritorno in bianconero alla fine della stagione, ritorna a Genova, sponda rossoblu, nuovamente in prestito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/6B1p2jscBjc" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/4538431428776600672/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=4538431428776600672" title="2 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4538431428776600672?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4538431428776600672?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/6B1p2jscBjc/uruguagio-di-montevideo-sponda-danubio.html" title="Ruben OLIVERA" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://3.bp.blogspot.com/-HTMsyRbdZ1E/UZoHjHOklwI/AAAAAAAAD0g/uXRRE-v77tw/s72-c/ruben_olivera_400x600.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>2</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/10/uruguagio-di-montevideo-sponda-danubio.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DkAGQnY8fCp7ImA9WhBbGUo.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-2977447366369883951</id><published>2013-05-19T16:30:00.000+02:00</published><updated>2013-05-19T16:45:23.874+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-19T16:45:23.874+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Guglielmo STENDARDO</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-3uaRd_m45gI/UZjlbVJr95I/AAAAAAAAD0Q/Fy7GmtRr2As/s1600/stendardo_juve.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="283" src="http://1.bp.blogspot.com/-3uaRd_m45gI/UZjlbVJr95I/AAAAAAAAD0Q/Fy7GmtRr2As/s320/stendardo_juve.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Guglielmo Stendardo, nasce a Napoli, il 6 maggio 1981; cresce nella società partenopea, insieme al fratello Mariano, con la quale esordisce in Serie A contro il Bari, il 16 maggio 1998. Nella squadra campana resta solo per una stagione, totalizzando solo quella presenza. L’anno seguente si trasferisce alla Sampdoria, dove giocherà per cinque stagioni in serie B, collezionando 33 presenze totali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Guglielmo, detto Willy è un difensore roccioso, molto forte fisicamente, anche se non eccelle in velocità; nell’estate del 2003 è ceduto in prestito, per sei mesi ,alla Salernitana, dove colleziona 17 presenze, impreziosite da 4 reti. Ancora cambi di maglia, sempre in serie B, negli anni successivi, con Catania (42 presenze, in prestito dal Perugia, che lo rileva nell’estate 2003) e Perugia, dove scende in campo 35 volte e realizza 2 goal.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;In seguito al fallimento del Perugia di Luciano Gaucci, nella stagione 2005/06 ritrova la serie A, trasferendosi a Roma, nella Lazio di Delio Rossi; nella sua prima stagione, scende in campo 18 volte segnando una rete. Mentre, nella stagione seguente totalizza 21 presenze e 3 goal.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il campionato 2007/08 comincia bene per Willy, in quanto gli infortuni di Siviglia e Diakité lo promuovono titolare; schierato accanto a Cribari per tutta la prima parte della stagione, alterna buone prestazioni ed altre meno positive, complice anche il calo di rendimento di tutta la squadra. A metà dicembre 2007, in seguito all’esclusione dall’undici titolare per la partita contro il Real Madrid, litiga con Delio Rossi, provocando la reazione della dirigenza che lo mette fuori rosa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel gennaio 2008, la Juventus, causa l’impressionante serie di infortuni nel reparto difensivo, lo prende in prestito fino a giugno. La cifra del riscatto viene fissata a 12 milioni di Euro, troppo onerosa perché la Juventus possa essere interessata al riscatto. Esordisce, con la maglia numero 25 bianconera, il 30 gennaio nella partita Juventus-Inter, valida per la Coppa Italia. In campionato l’esordio avviene il 16 marzo, nella gara interna contro il Napoli. Il 20 aprile, realizza la sua unica rete stagionale a Bergamo, contro l’Atalanta, deviando impercettibilmente un colpo di testa di Legrottaglie dopo soli 48 secondi, goal più veloce della stagione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le sue buone prestazioni convincono i dirigenti juventini a trattare con la Lazio, per il riscatto ad un prezzo inferiore a quello concordato; non raggiungendo l’accordo, nell’estate del 2008, Willy ritorna a Roma, dopo aver vestito solamente per sei volte la maglia bianconera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/Ew0cSx48odY" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/2977447366369883951/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=2977447366369883951" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/2977447366369883951?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/2977447366369883951?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/Ew0cSx48odY/guglielmo-stendardo.html" title="Guglielmo STENDARDO" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://1.bp.blogspot.com/-3uaRd_m45gI/UZjlbVJr95I/AAAAAAAAD0Q/Fy7GmtRr2As/s72-c/stendardo_juve.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2009/08/guglielmo-stendardo.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;D0QHQ3w-eSp7ImA9WhBbGUk.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-5935546382599701350</id><published>2013-05-19T08:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-19T08:35:32.251+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-19T08:35:32.251+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Ricordate quel giorno ???" /><title>AJAX - JUVENTUS</title><content type="html">&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-_p0U2BKkNik/TvDlMEYjAgI/AAAAAAAADKU/63cCE125pIY/s1600/champions+league+1973.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://3.bp.blogspot.com/-_p0U2BKkNik/TvDlMEYjAgI/AAAAAAAADKU/63cCE125pIY/s320/champions+league+1973.jpg" width="253" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DA “LA STORIA DELLA JUVENTUS” DI PERUCCA, ROMEO E COLOMBERO:&lt;/b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Alla Coppa dei Campioni 1972/73 la squadra bianconera si
presentò dopo aver aggiunto alla rosa che l’aveva portata al titolo il portiere
della Nazionale Dino Zoff ed il centravanti del Napoli (e del Brasile Campione
del Mondo 1958) José Altafini. Le speranze di Boniperti ed Allodi non andarono
deluse. La squadra, giovane ma non del tutto priva di esperienza, marciò a
lungo spedita sul doppio fronte del campionato e della Coppa dei Campioni.&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;br /&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
In campo continentale la squadra bianconera si sbarazzò
agevolmente, al primo turno, dei non irresistibili francesi dell’Olympique
Marsiglia (che schieravano, fra l’altro, quel Roger Magnusson che abbiamo incontrato
come straniero di Coppa juventino nel 1968/69); soffrì non poco per venire a
capo della tenace resistenza dei tedesco orientali del Magdeburgo, piegati col
minimo scarto sia all’andata (1-0: Anastasi) che al ritorno a Magdeburgo (1-0:
Cuccureddu).&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Drammatico anche il superamento dei quarti, contro gli
ungheresi dell’Újpest Dózsa. Chiusa con un pericolosissimo 0-0
la gara di andata a Torino, i bianconeri rischiarono il tracollo con 15’ di
streghe al ritorno, a Budapest, al termine dei quali si ritrovarono sotto di
due goal. Trascinata da Anastasi, Altafini e dal solito Furino la Juve reagì
con grande caparbietà ed acciuffò col brasiliano e col siciliano un 2-2 che,
grazie ai goal in trasferta, la spedì in semifinale.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
In cui le toccarono i terribili inglesi di Brian Clough, il
Derby County. Con una straordinaria prestazione nella gara di andata a Torino,
la Juve si assicurò un 3-1 (firmato da una doppietta dello strepitoso Altafini
e da Helmut Haller). Nella gara di ritorno Zoff e compagni controllarono senza
mai andare in autentico affanno, con grossa personalità, il risultato. E
portarono a casa lo 0-0 che voleva dire finale (la prima nella storia della
Juve) grazie anche ad un calcio di rigore fallito dallo specialista Hector.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Ma la partita ebbe un inquietante retroscena venuto alla
luce solo dopo la disputa della finale. Prima della partita di ritorno
l’arbitro Lobo era stato avvicinato da un certo Deszo Solti (un profugo
ungherese che gravitava nel sottobosco del calcio milanese ai tempi della “Grande Inter”) che gli aveva promesso una lauta ricompensa per dare una mano
alla Juventus nella sua corsa verso la finale. Lobo denunciò tutto all’Uefa che
condusse un’inchiesta al termine della quale scagionò completamente la società
bianconera, non essendo emersa alcuna connessione fra l’operato del Solti ed il
club torinese.&lt;br /&gt;
&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
E venne il giorno della finale: dall’altra parte
l’avversario più ostico che si potesse immaginare per i bianconeri, quell’Ajax
che, costruito pezzo dopo pezzo da Rinus Michels, il santone del calcio
olandese e guidato con grande maestria da Stephan Kovacs, un poliglotta rumeno
addottorato e pieno di fascino, aveva nelle sue file quel Johan Cruijff che ha
rappresentato, almeno fino all’esplosione di Michel Platini, l’espressione più
completa che il calcio europeo abbia saputo fornire.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Ed attorno a Cruijff giocatori di grandissimo talento come
Krol e Neeskens, Haan e Suurbier, Rep ed Hulshoff, e tutti gli altri. In quel
momento l’Ajax non era soltanto uno squadrone: era soprattutto l’espressione di
una scuola innovatrice, quella del “foot-ball total” destinata a rappresentare
una svolta per l’intero calcio mondiale, con l’introduzione dei valori della
potenza, della velocità, del movimento continuo non più in subordine alla
componente tecnica. Un calcio fatto anche di una modernissima impostazione
tattica e che toccava vertici organizzativi elevatissimi grazie anche alla
polivalenza dei suoi atleti. Un calcio che avrebbe vissuto da protagonista (ancorché
sfortunato) anche i Mondiali dell’anno dopo in Germania, vinti dalla squadra di
casa ma passati alla storia come i mondiali dell’Olanda.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
A Belgrado l’Ajax era arrivato seminando per strada
avversari come il Cska di Sofia, Bayern e Real Madrid. Ma soprattutto, Cruijff
e soci avevano vinto le due precedenti edizioni della Coppa dei Campioni, erano
alla quarta finale in cinque anni. La partitissima, che dette vita al più
massiccio esodo di tifosi (oltre 30.000 gli italiani a Belgrado, non meno di 15.000
gli olandesi, con non meno “birra in corpo” dei loro giocatori) visse più
attese che storia. La decise un goal di testa di Rep dopo 4’. La Juve,
letteralmente “groggy”, non seppe mai autenticamente reagire. Cruijff e
compagni gelarono e controllarono il gioco più facilmente di quando potessero
legittimamente sperare. E la Juve tornò a casa inebetita, con dentro qualcosa
di più di una semplice delusione.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b&gt;«Quell’Ajax era fortissimo»&lt;/b&gt;, racconta Giampiero Boniperti, &lt;b&gt;«ma noi gli facilitammo il compito con una serie di errori che ci
condizionarono soprattutto psicologicamente: il lunghissime ritiro innanzitutto,
in un luogo isolato e tetro. Il riscaldamento pre partita effettuato in un
campetto laterale, in modo che i giocatori al loro ingresso in campo, in uno
scenario struggente, furono letteralmente paralizzati dall’emozione. Per 20 minuti la
Juve non toccò palla».&lt;/b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b&gt;«Ho giocato centinaia di partite a tutti i livelli»&lt;/b&gt;,
racconta Roberto Bottega, &lt;b&gt;«ma quella di Belgrado è l’unica della quale io non
sappia spiegare nulla. Il che la dice lunga sullo spirito con cui l’affrontammo».&lt;/b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
L’allenatore Stephan Kovacs racconta invece un retroscena curiosissimo,
in parte forse romanzato, ma che certamente ha un grosso fondo di verità: &lt;b&gt;«In
vista dell’impostazione tattica della finale di Belgrado»&lt;/b&gt;, ha detto Kovacs, &lt;b&gt;«ho
potuto giovarmi concretamente delle note che un giovane allenatore turco aveva
preso nel corso delle due semifinali fra Juventus e Derby County. Note in cui
aveva riprodotto fedelmente gli schemi attuati dalle due squadre. Su quelle
note, su quel che vidi io nella partita di Roma che consenti alla Juve di vincere
lo scudetto, predisposi una partitella preziosissima, disponendo la squadra
allenatrice, una selezione militare di Belgrado, esattamente come la Juve, sia
nella variante a due che in quella a tre punte. Sicché in campo non si verificò
nulla che non avessimo previsto».&lt;/b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Al di là della forza dell’avversarlo e della consumata
esperienza del suo tecnico, la Juve pagò anche l’inesperienza globale della
squadra e certi romantici eccessi offensivistici (attacco a tre punte, rinuncia
a Cuccureddu, l’uomo più in forma dell’ultimo scorcio di stagione) che
facilitarono il compito di una squadra che non aveva certo bisogno di aiuti.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/n-eKlLW5PME" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/5935546382599701350/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=5935546382599701350" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5935546382599701350?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5935546382599701350?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/n-eKlLW5PME/ajax-juventus.html" title="AJAX - JUVENTUS" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://3.bp.blogspot.com/-_p0U2BKkNik/TvDlMEYjAgI/AAAAAAAADKU/63cCE125pIY/s72-c/champions+league+1973.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/12/ajax-juventus.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CUQBSHY5eSp7ImA9WhBbGEg.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-8031822285708547125</id><published>2013-05-18T06:30:00.000+02:00</published><updated>2013-05-18T07:02:39.821+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-18T07:02:39.821+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Ricordate quel giorno ???" /><title>SAMPDORIA - JUVENTUS</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="https://lh5.googleusercontent.com/-kK8Mnd_6cSU/TXJi05S31OI/AAAAAAAACbM/8IDB5s7fm6g/s1600/samp-juve+1976_77.JPG" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="https://lh5.googleusercontent.com/-kK8Mnd_6cSU/TXJi05S31OI/AAAAAAAACbM/8IDB5s7fm6g/s1600/samp-juve+1976_77.JPG" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
22 maggio 1977, Allo stadio Luigi Ferraris di Genova scende in campo la Juventus che tre giorni prima, a Bilbao, ha scritto una pagina di storia vincendo la sua prima coppa europea, la Uefa. Non solo: il ritorno dalla città basca è stato avventuroso, rendendo ancora più difficile il recupero fisico e psicologico dei bianconeri.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sampdoria-Juventus è partita di vitale importanza, ultimo atto di una stagione ineguagliabile ed incredibile. La Juventus si trova in testa alla classifica a quota 49, il Torino campione in carica la segue a 48. Le altre sono lontanissime. Un campionato senza precedenti e che non avrà più eguali. Ma non c’è solo la Juventus, La Sampdoria è il peggior avversario possibile per la squadra del Trap; in caso di vittoria i blucerchiati possono ancora raggiungere la salvezza, ai danni del Milan, sempre che i rossoneri non facciano altrettanto sul campo del Cesena. Insomma, è una di quelle domeniche vietate a chi soffre di cuore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Ci sono 54.000 spettatori, tanti quanti ne può contenere il vecchio catino genovese; e l’incasso è record assoluto per Genova.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Trapattoni manda in campo:Zoff; Cuccureddu e Gentile; Furino, Morini e Scirea; Causio, Tardelli, Boninsegna, Benetti e Bettega.&lt;br /&gt;
Accanto a Trapattoni: Alessandrelli, Bobo Gori e Cabrini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Sampdoria di Bersellini (che è squalificato e lascia il posto al suo secondo, Onesti) risponde con: Cacciatori: Callioni e Valente; Bedin, Ferroni e Lippi; Saltutti, Orlandi, Bresciani, Savoldi e Tuttino.&lt;br /&gt;
In panchina: Di Vincenzo, Arecco e Chiorri,&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Arbitra il romano Lattanzi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il piano tattico prevede, nella Samp, Lippi libero, Ferroni su Boninba, Callioni su Bettega e Valente su Causio. Nella Juventus, Scirea è il libero, Cuccureddu su Saltutti, Morini su Bresciani, Gentile su Orlando. A metà campo, i duelli sono Bedin-Benetti, Furino-Savoldi, Tuttino-Tardelli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Juventus comincia con grande determinazione; come a voler chiudere subito la partita. Al 1’ Bettega, su cross di Tardelli, fallisce di poco il bersaglio. La Samp replica con Valente e Tuttino, mentre Lippi imperversa in chiusura ed in fase di impostazione. Al 10’ è proprio il futuro tecnico juventino a presentarsi al tiro, con un gran rasoterra che costringe Zoff ad una impegnativa parata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
15’, Saltutti in contropiede lancia Bresciani; che controlla bene ma sbaglia da due passi, con Zoff già fuori dei pali. Replica prontissima dei bianconeri al 17’: Benetti serve Boninsegna che si libera di Ferroni e scarica un gran destro, su cui Cacciatori respinge di piede. Non c’è un attimo di sosta. Furino e Benetti sono a tratti incontenibili. Furino sembra un indemoniato, tant’è grande la sua voglia di vincere. Ma i blucerchiati hanno motivazioni altrettanto valide per far loro il risultato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al 32’ si infortuna Morini e la Juventus deve modificare l’assetto tattico. Gentile va a fare la stopper, mentre il giovane Cabrini,prende in consegna la fascia sinistra, occupandosi di Orlandi. È il momento più difficile per il sodalizio bianconero, che deve far fronte ai doriani scatenati. Cross di Savoldi; Saltutti e Bresciani si gettano sulla palla e si ostacolano, occasione persa. 35’, tiro di Savoldi e Gentile deve salvarsi in corner. 40’ Ferroni e Tuttino avanzano in tandem, Savoldi raccoglie e spara a lato da ottima posizione. Valente e Tuttino, ancora loro, imperversano e per due volte in un minuto Scirea deve spazzare in angolo alla disperata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma anche la Juventus è in partita, sia pure un po’ scossa dall’arrembare dei rivali. Prima del riposo, Boninba da a Bettega, che smarca Causio. Saetta del Barone e nuovo salvataggio di Cacciatori.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ripresa. I bianconeri sentono che il Toro vince e spezzano ogni ulteriore indugio: la loro è una azione travolgente ed inattesa nella sua freschezza, visto che le tossine di Bilbao dovrebbero farsi sentire.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al 2’ Causio ubriaca due avversari con il suo dribbling e si presenta liberissimo alla battuta. Il terreno gibboso gli gioca un brutto scherzo ed il tiro diventa una specie di passaggio al portiere. Scirea lascia la propria area e diventa ala destra; due sue avanzate seminano il panico nella difesa blucerchiata. I ragazzi di Bersellini si fanno pericolosi in contropiede. Al 5’, Valente fugge e crossa; Bresciani conclude al volo, ma troppo alto. Al 10’ la “Vecchia Signora” è nuovamente arrembante: gran punizione di Cuccureddu, Lippi respinge sulla linea a portiere battuto, ribatte Tardelli a colpo sicuro, ma Lippi è ancora lì a salvare in corner. Prodigioso.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Serie di corner, si gioca in un fazzoletto. Causio al 14’ cava dal cilindro un braccio ad effetto, sembra goal, ma Cacciatori ci arriva. Il goal bianconero è maturo. 15’, Tardelli dal limite stanga in diagonale, una via di mezzo tra un tiro ed un cross, per Bettega è un assist perfetto, si avventa e di tacco spiazza difensori e portiere. 1-0. Il più è fatto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I giocatori del Trap galleggiano sull’entusiasmo di uno stadio che di colpo è tutto bianconero, palo di Tardelli, ancora palo dì Benetti al 26’. Al 38’ cala il sipario, definitivamente, su partita e campionato: Causio a Bettega che scatta sul filo del fuorigioco, supera Callioni e serve Boninsegna all’altezza del disco del rigore. Bonimba non perdona. 2-0 e proteste furibonde dei doriani. Ma il guardalinee, appostato a due passi dall’azione, non vede nessuna irregolarità: Genova, Torino, l’Italia intera, impazza per il diciassettesimo scudetto della “Signora”, ancor più goduto perché sottratto ai cugini granata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Grande Juventus ed apoteosi finale. La Sampdoria ha dato tutto, ma contro la storia non si va. Lippi migliore dei suoi ricorderà per secoli questa partita, ne siamo certi. Ma intanto, mestamente, i doriani sono in B. Euforia per lo scudetto dei record, naturalmente. Trapattoni, con un filo di voce e un’aria distrutta:&amp;nbsp;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;«Impresa storica, memorabile, per i due trofei vinti ma anche per il modo in cui la squadra li ha vinti. Pazzesco. E per molti dei ragazzi, tra campionato, coppe e Nazionale, questa di Genova era la sessantacinquesima partita stagionale!».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E regala la cravatta ad un tifoso.&amp;nbsp;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;«Ad un,certo punto»,&lt;/span&gt; è sempre il Trap a parlare, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;«la Samp ci ha costretto a ritirarci, giocavano come ossessi. Meno male che il Milan a Cesena ad un certo punto stava vincendo. Ho baciato tutti i ragazzi, uno per uno».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In via eccezionale, dice qualcosa anche Boniperti:&amp;nbsp;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;«Mi hanno stupito la potenza e la determinazione di questi ragazzi, così come la sagacia tecnica di Trapattoni».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Morini, polemicamente, ma con simpatia:&amp;nbsp;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;«I giornali di Torino volevano lo spareggio, non so se per fede granata o per godersi un ultimo spettacolo fuori programma. Volevano lo spareggio e tiè, è rimasto loro di traverso».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/M79F_xWBVM4" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/8031822285708547125/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=8031822285708547125" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8031822285708547125?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8031822285708547125?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/M79F_xWBVM4/sampdoria-juventus.html" title="SAMPDORIA - JUVENTUS" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://lh5.googleusercontent.com/-kK8Mnd_6cSU/TXJi05S31OI/AAAAAAAACbM/8IDB5s7fm6g/s72-c/samp-juve+1976_77.JPG" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/03/sampdoria-juventus.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;C08DQ3w5cSp7ImA9WhBbGE0.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-1829774274724166475</id><published>2013-05-17T16:30:00.000+02:00</published><updated>2013-05-17T16:44:32.229+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-17T16:44:32.229+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="I grandi allenatori" /><title>Carlo CARCANO</title><content type="html">&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="https://lh6.googleusercontent.com/-9a4kwnMc5EQ/TX4ViO9Lm8I/AAAAAAAACfA/CdHPMsBeAp4/s1600/carcano.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="https://lh6.googleusercontent.com/-9a4kwnMc5EQ/TX4ViO9Lm8I/AAAAAAAACfA/CdHPMsBeAp4/s320/carcano.jpg" width="228" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI UMBERTO MAGGIOLI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 1965:&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Il 23 giugno si è spento a Sanremo, dove si era ritirato da parecchi anni, Carlo Carcano. È un lutto per il calcio italiano ed juventino. Lo sport e la vita provocano delle curiose antitesi, molto amare: Carlo Carcano, che era stato poderoso esempio di forza e vigore atletico, oltre che di chiara valentia calcistica, è stato fermato da una paralisi progressiva.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Nella storia del calcio italiano Carcano ha avuto e sempre avrà un posta non infimo. Erronemente tutti lo hanno sempre creduto alessandrino, in quanto proprio nella squadra grigia svolse buona parte della sua carriera di calciatore militante, invece era lombardo, nato il 26 febbraio del 1891 a Masnago, nel Varesotto; ed aveva iniziato a giocare nell’undici famoso del Nazionale Lombardia, dove si creò una solida fama di centromediano, di quelli &amp;nbsp;tanto &amp;nbsp;per ripetere un luogo comune che usavano una volta.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Nelle file alessandrine ebbe modo di perfezionare e potenziare il suo gioco, alla scuola del famoso inglese Smith, cui vanno molti meriti nella creazione della cosiddetta scuola calcistica alessandrina o “ mandrogna”, o “grigia”, come normalmente la definiscono gli anziani sportivi.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Il gioco di Carlo Carcano era talmente efficace nella sua Alessandria che presto le Commissioni Tecniche del tempo, che avevano l’incarico di scegliere gli elementi per la Nazionale, si accorsero di lui. Il suo debutto in azzurro avvenne il 31 gennaio del 1915, a Torino, contro la Svizzera, che risultò battuta per 3-1. Carcano era di una classe di leva cosiddetta disgraziata: infatti per i calciatori della sua età ebbe inizio, e durò molto a lungo come tutti sanno, un campionato molto più duro e pericoloso: quello della “Grande Guerra”. In quegli anni molti giocatori che vestivano il grigio-verde formarono delle squadre famose come quelle degli aviatori di Cameri e di Cascina Costa, degli automobilisti.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Terminato il grande conflitto, l’attività calcistica riprese, sia nel campionato che nelle prove internazionali e Carlo Carcano ebbe modo di essere selezionato per la squadra azzurra cinque volte, giocando l’ultima partita quale nazionale sul terreno di viale Lombardia a Milano dove, il 6 marzo 1921, la nostra rappresentativa si concesse una bella rivincita sugli svizzeri, battuti per 2-1.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Carlo Carcano aveva ormai trent’anni e pensò bene di togliersi le scarpe a bulloni del calciatore per dedicarsi alla carriera di tecnico del calcio. Ed anche in tale nuova veste le soddisfazioni non dovevano mancargli. Dapprima venne assunto dall’Ambrosiana, poi passò al Napoli e più tardi non seppe resistere al richiamo alessandrino e, nella città dove si era affermato quale centromediano di classe, tornò quale tecnico di rara maestria. Nel frattempo aveva plasmato ed affinato alla sua scuola giocatori che sono stati a lungo in testa alle cronache del calcio internazionale, in special modo Giovanni Ferrari, che considerava quasi come un figliolo, e Gino Bertolini.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Dalla società grigia fu la Juventus che con fiuto finissimo seppe prelevare in blocco il terzetto per portarlo a Torino ed inserirlo in quel meccanismo di gioco che, tra altri successi, ebbe anche quello di vincere i famosi 5 scudetti consecutivi. L’abilità di Carcano quale allenatore non aveva nulla di eccezionale, di sopraffino: era fatta soprattutto di pratica e di buon senso. E magari anche, diciamolo pure, di qualche briciolo di malizia. Di malizia, intendiamoci bene, del tutto regolamentare.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Dal 1930 al 1934, ed anche per quasi tutto il torneo del 1934/35 Carlo Carcano fu la Juventus e la Juventus fu Carlo Carcano. Anche Vittorio Pozzo, nella sua qualità di Commissario Unico per la Nazionale, si avvalse della sua opera di allenatore per la comitiva azzurra; e la vittoria dell’Italia nel Campionato Mondiale del 1934 fu, non soltanto merito di Vittorio Pozzo e dei suoi azzurri, ma parecchio anche di questa tecnico calcistico abile, avveduto, consumatissimo: un autentico mago “avanti lettera”. Carcano non era soltanto un tecnico del calcio, ma anche un acuto psicologo che conosceva a fondo i caratteri dei suoi uomini ai quali sapeva chiedere, ottenendolo, il massimo rendimento.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
E non era soltanto un mago del calcio ma di qualsiasi gioco, sia sportivo che delle carte. Chi lo ha conosciuto a fondo e gli è stato amico ricorda come Carlo era imbattibile in qualsiasi gioco delle carte. Tutti noi che gli giocammo insieme avemmo sempre il convincimento che ci imbrogliasse ma, se lo faceva, vi riusciva tanto bene che nessuno avrebbe potuto muovergli il benché minimo rimprovero.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Nella Juventus, specie negli ultimi tempi del suo consolato, aveva disposto le cose tanto bene che tutto funzionava a dovere con il minimo della sua sorveglianza. Negli allenamenti mattutini si preoccupava principalmente che Cesarini giungesse in orario e che Bertolini seguisse le sue istruzioni in quanto, dato che lo aveva portato lui nella società, desiderava che il suo pupillo fosse sempre in forma ed in condizioni fisiche perfette; di tutti gli altri quasi non si curava, tanto era sicuro che seguivano i suoi ordini ed istruzioni. Aveva saputo far funzionare la macchina juventina con tale perfezione che tutto procedeva con facilità, quasi automaticamente: i giocatori stimavano ed apprezzavano il loiro tecnico e questi si fidava di loro: sia pure con qualche riserva mentale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Difficilmente Carcano puniva un suo giocatore. Essendo stato giocatore prima degli altri usava sempre la persuasione, sapendo che era, comunque, il migliore sistema.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Da tempo era sparito dalla scena calcistica. Ritiratosi a Sanremo, dove aveva acquistato con i suoi risparmi una ridente villetta, dedicava talvolta le sue cure ai vivai giovanili della Sanremese e dava anche vita alla conosciutissima contesa giovanile del torneo Carlin Boys; e Carlin non era altri che lui stesso.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Non lo rivedremo più. Tutti certamente lo ricorderanno così come avevano avuto modo di notarlo sui campi di gioco negli ultimi anni della sua attività, indossante quel suo elegantissimo giubbotto in pelle di daino. Che ha una sua storia particolare: una storia che illustra anche il carattere bonario e cordiale dello scomparso.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Una storia che vale la pena di essere raccontata. Quando nel torneo mondiale del 1934 si dovette disputare la partita con la Spagna, Carcano fu sollecitato a far giocare l’interista Castellazzi in luogo di Varglien I°, e ciò lui fece, forse per dimostrare a tutti come nella sua qualità di allenatore azzurro e collaboratore di Vittorio Pozzo egli non avesse alcuna debolezza in favore degli elementi della sua squadra di società. Inutile dire che Mario Varglien ci rimase un po’ male. Poi, nell’incontro ridisputato, Castellazzi venne sostituito da Ferraris IV°.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Poco tempo appresso, in occasione d’una partita juventina col Genoa, a Marassi, la direzione rossoblu ebbe l’idea di acquistare dodici scatole dei famosi canditi genovesi Capurro per farne dono agli undici bianconeri ospiti ed al loro allenatore. Quel giorno Mario Varglien era infortunato e quindi figurava soltanto quale riserva: perciò escluso dal dono. Carcano acquistò allora a sue spese una scatola identica alle altre e la donò a Varglien, il quale, logicamente, rimase colpito dalla finezza del suo allenatore e pensò bene di ripagarlo con altro gesto egualmente fine. Da qualche giorno aveva ricevuto a sua volta in dono dal cognato &amp;nbsp;marittimo che navigava allora col Saturnia sulla rotta di New York quella famosa giacca di daino: oggetto che a quell’epoca rappresentava autentica rarità.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Ci piace, oggi che Carlo Carcano non è più, ricordare questo simpaticissimo episodio che lumeggia ampiamente le doti del suo carattere generoso.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Ed anche ,quello del carattere di Mario Varglien.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/kNYqtnWImyc" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/1829774274724166475/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=1829774274724166475" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1829774274724166475?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1829774274724166475?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/kNYqtnWImyc/carlo-carcano.html" title="Carlo CARCANO" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://lh6.googleusercontent.com/-9a4kwnMc5EQ/TX4ViO9Lm8I/AAAAAAAACfA/CdHPMsBeAp4/s72-c/carcano.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/03/carlo-carcano.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DEIDQXw8eSp7ImA9WhBbF0s.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-8620952361906433220</id><published>2013-05-17T06:30:00.000+02:00</published><updated>2013-05-17T06:56:10.271+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-17T06:56:10.271+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="I grandi allenatori" /><title>Eraldo MONZEGLIO</title><content type="html">&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="https://lh6.googleusercontent.com/-T5Gq8f43od0/TXYcQi793cI/AAAAAAAACdg/lzAojRucKZE/s1600/monzeglio.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="240" src="https://lh6.googleusercontent.com/-T5Gq8f43od0/TXYcQi793cI/AAAAAAAACdg/lzAojRucKZE/s320/monzeglio.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DA “WILKIPEDIA”:&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Eraldo Monzeglio (Vignale Monferrato, 5 giugno 1906 - Torino, 3 novembre 1981) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo difensore. Campione del mondo nel 1934 e nel 1938.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Monzeglio fu un elegante terzino, ottimo interprete del suo ruolo nel modulo&amp;nbsp;“WM” che si era imposto agli inizi degli anni trenta. Esordì nella Divisione Nazionale del campionato italiano (non ancora Serie A) con la maglia del Casale, nel 1924. Nel 1926 passò al Bologna (nove stagioni, 252 incontri e 4 goal in campionato più 10 presenze nella Coppa dell’Europa Centrale), e nel 1935 alla Roma, dove chiuse la carriera nel 1939.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Giocò 35 partite in Nazionale laureandosi Campione del Mondo nel 1934 (giocando 4 partite su 5) e 1938 (torneo in cui giocò solo la gara di esordio). In occasione del Mondiale in Italia, conobbe e divenne amico di Benito Mussolini, diventandone anche allenatore personale dei figli.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Nel 1941/42 fu assunto come direttore tecnico della Roma (che avrebbe vinto quell’anno il suo primo scudetto), per poi partire per la campagna militare di Russia.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Dopo la seconda Guerra Mondiale allenò varie squadre; iniziò con il Como, che portò all’ottavo posto in serie B, per poi passare alla Pro Sesto, sempre in serie B, che per due anni concluse il campionato con un settimo posto. Nel 1949/50 andò al Napoli, che allenò fino al 1955/56, diventandone l’allenatore che è rimasto per più tempo consecutivamente alla guida, primato che è resistito per oltre sessant’anni.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Dal 1958/59 al 1961/62 allenò la Sampdoria, nel 1962 tornò al Napoli affiancando Bruno Pesaola in qualità di direttore tecnico, quindi nel 1963/64 subentrò a Paulo Amaral sulla panchina della Juventus. Nel 1966 e nel 1973 ha allenato il Chiasso, con un breve intermezzo nel Lecco.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
È morto a Torino all’età di settantacinque anni nel 1981.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DA “TRE RE PER UNA SIGNORA” DI BERNARDI &amp;amp; NOVELLI:&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Esonerato Amaral, che avrebbe in seguito guidato il Genoa, sbarca a Torino il bicampione del mondo Monzeglio Un piemontese monferrino di Casale, una delle culle e delle glorie del calcio nazionale. Ma pure il vecchio grande Eraldo venne licenziato.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b&gt;«E Sivori ha riconosciuto la sua colpevolezza, insieme a tanti suoi compagni, per la brutta stagione di Monzeglio E dice che Eraldo non ebbe colpe specifiche, se non quella di un’estrema labilità di carattere, sovente vicina alla debolezza. Ancora una volta, dobbiamo riconoscere l’onesta del Cabezon».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Diamo al Cabezon ciò che giustamente gli spetta. Facciamolo analogamente per Eraldo Monzeglio, possente difensore del Bologna, della Roma e degli azzurri del sommo Vittorio Pozzo. Compagno d’armi pedatorie, per così dire, di Combi, Rosetta, Foni, Rava, Monti, Bertolini, Borel ed Orsi.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b&gt;«Monzeglio, innanzitutto, era un gentiluomo, che disse a Sivori, al suo primo allenamento da tecnico bianconero “Alleni lei”. Lo responsabilizzò, volle dargli importanza. Ed Omar tirò il gruppo. Quando arrivò alla Juve, sostituendo Amaral praticamente all’inizio del torneo 1963/64, era felice come un bambino: era stato sempre il suo sogno quello di allenare la Juve.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;b&gt;Non era più giovane, è vero, tuttavia aveva un fisico straordinario questo casalese che, alla Liberazione, se l’era vista brutta. Non ha mai messo il cappotto in pieno inverno, figurati che qualche volta seguiva addirittura il giocatore che doveva battere un calcio d’angolo, si accovacciava e restava a vedere come lo batteva. E questo succedeva nelle partite di campionato.&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;b&gt;Allora, sai, l’allenatore poteva muoversi, non per nulla Oronzo Pugliese fece quel famoso numero in cui insegui un’ala avversaria lungo la linea del campo, per poi entrare nel tunnel degli spogliatoi di Foggia e riemergere dall’altra parte. Straordinario personaggio anche don Oronzo».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Eppure Eraldo da Casale, nonostante il suo passato lucente di grande uomo di calcio, alla Juventus colse soltanto amarezza e coltivò tristezza.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b&gt;«Arrivarono persino i tifosi a murare il campo Combi! Tanto, dicevano loro provocatoriamente, non serviva per allenarsi visti i risultati. Quindi presero dei mattoni e li appoggiarono all’ingresso del Combi, scrivendoci sopra “Non serve”. Non usarono la calce, almeno questo. Si limitarono a mettere assieme i mattoni».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
La Juve di Monzeglio, tuttavia, arrivo quarta nel 1963/64, a pari merito con la Fiorentina. Non era il massimo, ma neanche I’abisso. Inoltre Eraldo aveva fatto bene come allenatore al Napoli.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b&gt;«Forse arrivò troppo tardi alla Juventus, come tecnico aveva probabilmente già dato tutto o quasi tutto. Ricordo che, quando seppe dell’esonero, mi disse delle cose sulla società bianconera che non si addicevano ad un gentiluomo del pari suo. Se la prese. Si sfogò con me, si sentiva veramente deluso e, se non tradito, molto ferito. Bisogna capirlo».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="font-weight: bold;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/qoe_7djsK64" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/8620952361906433220/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=8620952361906433220" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8620952361906433220?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8620952361906433220?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/qoe_7djsK64/eraldo-monzeglio.html" title="Eraldo MONZEGLIO" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://lh6.googleusercontent.com/-T5Gq8f43od0/TXYcQi793cI/AAAAAAAACdg/lzAojRucKZE/s72-c/monzeglio.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/03/eraldo-monzeglio.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;AkcDQnoycSp7ImA9WhBbF0w.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-4469259831208365704</id><published>2013-05-16T17:04:00.000+02:00</published><updated>2013-05-16T17:27:53.499+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-16T17:27:53.499+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Angelo COLOMBO</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-iliKlcczN_A/Tc5ptEcOpPI/AAAAAAAACpE/qIJmo1rd450/s1600/colombo+angelo.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://4.bp.blogspot.com/-iliKlcczN_A/Tc5ptEcOpPI/AAAAAAAACpE/qIJmo1rd450/s320/colombo+angelo.jpg" width="293" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nato a Gattinara in provincia di Vercelli il 13 maggio 1935, inizia la sua carriera nella mitica Pro Vercelli, dove disputa tre campionati tra serie D e serie C. Un anno a Messina e poi il passaggio al Cagliari nel 1960, l’esperienza più significativa della sua carriera. Con lui in porta, la squadra sarda compie il grande salto, dalla serie C fino alla massima serie. Colombo, finalmente, riesce a guadagnarsi la serie A, a suon di grandi parate; un trionfo meritato per il bravo vercellese, giunto ormai sulla soglia dei trenta anni.  E l’anno magico si doveva ripetere; sotto la guida di Silvestri, il Cagliari si piazza sesto, anche per merito del brizzolato portiere.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Coordinato nelle movenze e perfetto in quanto a proporzioni morfologiche, essendo alto 1,73, eccelle nelle parate a mezza altezza ed a terra, in cui si appallottola come un gatto soriano. Ma il meglio di sé, Colombo, lo porta nel temperamento irriducibile, che fa di lui un portiere mai domo, A chi gli chiedeva, tempo fa, un episodio saliente della sua carriera, Colombo si rifece ad un lontano incontro Pro Vercelli-Ivrea del lontano 1956.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;«In quell’occasione»,&lt;/b&gt; racconta Angelo, &lt;b&gt;«sul campo del Robbiano incombeva una nebbia fittissima, tant’è che anch’io non potevo distinguere i miei compagni dagli avversari. Figurarsi poi il pallone! All’improvviso sentii un boato del pubblico e trasalii. Ero stato battuto da un pallone inviatomi alle spalle dal compagno Boglietti. Per fortuna che quell’autorete non ebbe conseguenze perché la gara fu poi sospesa!»&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vladimiro Caminiti scrisse: &lt;b&gt;«Un falco tra i pali, dotato di una presa di acciaio. Un portiere di altri tempi».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Arrivato alla Juventus nell’estate del 1965, Colombo non riesce mai a sfondare; troppo forte è Anzolin per poter prendere il suo posto fra i pali della porta bianconera. Angelo, che come Bettega e Ravanelli, ha i capelli completamente bianchi, rimane a Torino fino al 1968, totalizzando solamente sei presenze, tutte nel campionato dell’addio. Colombo non fu particolarmente fortunato, durante la sua permanenza in bianconero; basti pensare che una delle sue rare presenze, corrispose al derby giocato pochi giorni dopo la tragica morte di Meroni. Una partita dominata dalla commozione ed il buon Colombo dovette raccogliere per ben quattro volte il pallone nella sua rete.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Viene ceduto al Verona nel novembre del 1968 ed, in riva all’Adige, ricomincia a giocare con più continuità, alternandosi tra i pali con Giovanni De Min, il compianto Mario Giacomi e Pierluigi Pizzaballa. È tra i pochi portieri che possono vantare di aver parato un rigore a Gigi Riva.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al termine della stagione 1972/73, all’età di trentotto anni, gioca altri due anni nell’Omegna, prima di appendere gli scarpini al chiodo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/JqB_QevwlIk" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/4469259831208365704/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=4469259831208365704" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4469259831208365704?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4469259831208365704?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/JqB_QevwlIk/angelo-colombo.html" title="Angelo COLOMBO" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://4.bp.blogspot.com/-iliKlcczN_A/Tc5ptEcOpPI/AAAAAAAACpE/qIJmo1rd450/s72-c/colombo+angelo.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/angelo-colombo.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CkUGRHg_eip7ImA9WhBbFkU.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-1616832992273232915</id><published>2013-05-16T06:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-16T06:57:05.642+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-16T06:57:05.642+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Giovanni VARGLIEN</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-I5o5xyYTkUs/Tc5fkm2xX3I/AAAAAAAACos/S-ub5jvNfIM/s1600/varglien+giovanni.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://2.bp.blogspot.com/-I5o5xyYTkUs/Tc5fkm2xX3I/AAAAAAAACos/S-ub5jvNfIM/s320/varglien+giovanni.jpg" width="270" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anni Tenta: c’era una volta la Juventus e l’altra Italia, una 520 Torpedo può essere acquistata con 10.000 lire, le prime immagini sonore arrivano nei cinematografi, una copia di un quotidiano costa 25 centesimi, un pasto al ristorante 5 lire. Mumo Orsi sale sul tram in corsa, ha un morbido Borsalino in testa, le scarpe lucide di vernice, il cappotto di panno blu. L’Italia freme per Mussolini ed il ciclismo. Peppin Meazza sta riempiendo stadi, cuori e reti, l’Ambrosiana deve accettare il comando della “Signora” di Edoardo Agnelli e del barone Mazzonis.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;L’avventura comincia il 28 settembre dal 1930 alle 15:30 campo di via Marsiglia, Juventus-Pro Patria con la prima partita di campionato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;«Noi non andavamo in ritiro»,&lt;/b&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;precisa Nini Varglien, infervorandosi,&lt;b&gt; «&lt;/b&gt;&lt;b&gt;sapevamo controllarci. Anche alla domenica ognuno di noi poteva pranzare a casa e raggiungere lo stadio. Eravamo organizzati, la Juventus era l’unico club che disponeva di un magazziniere con tre valigie piene di indumenti e di scarpe da gioco, nessuno di noi doveva fare il facchino nelle trasferte. Vincemmo otto partite consecutive senza accorgercene, i giornali di Torino scrivevano che stavamo confermando le attese, quelli di Milano ci snobbavano. lo ero giovane, presi il posto di Barale sul finire di stagione, per non mollarlo più. Quella Juventus era una famiglia, un gruppo compatto. Se non c’è spirito di corpo uno squadrone si trasforma presto in una squadretta. Eravamo amici, ci vedevamo spesso fuori dal campo&lt;/b&gt;&lt;b&gt;»&lt;/b&gt;&lt;b&gt;.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Giovanni Nini Varglien, nasce a Fiume, il 16 maggio 1911. Ha giocato in vari ruoli, soprattutto come mediano, indossando la maglia bianconera (insieme al fratello Mario) dal 1929 al 1947. Giocatore dal fisico imponente, raggiungeva i 183 centimetri (un vero colosso, per la sua epoca) e sapeva disimpegnarsi ottimamente sia in difesa che a centrocampo. Cresce nella squadra della sua città natale, la Fiumana, con la quale esordisce, il 6 gennaio 1929 contro il Napoli, nella Divisione Nazionale, nonostante non fosse ancora diciottenne.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nell’estate del 1929 passa alla Juventus.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Mumo Orsi è stato il più grande»,&lt;/b&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;continua,&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;b&gt;«poteva fare tutto e tutto faceva, come Platini. Combi fu un portento, Rosetta era fortissimo ma pelandrone, Caligaris lanciò la moda della fascia alla testa, per ripararsi dalle cuciture del pallone. Lo imitò immediatamente Bertolini. Barale era, come Rier, un modesto giocatore, Mosca ed io togliemmo loro il posto in fretta. Cesarini incantava in una partita e faceva dannare in un’altra, non era tipo da campionato ma da gara. Vecchina era già anziano, Gioanin Ferrari era il maestro d’orchestra, bravo in difesa ed a centrocampo, ma non segnava molti goal, Mumo lo ricordo in una partita a Brescia, quaranta gradi all’ombra, un milite svenne per la canicola, noi eravamo cotti. Mumo sembrava una rondine, volava nell’aria. Io&lt;/b&gt;&lt;b&gt;? Bravo, più di mio fratello. Ho fatto di tutto, terzino, mediano, mezzo destro e interno sinistro.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Edoardo Agnelli era il presidente ed il barone Mazzonis l’uomo che decideva ogni affare. C’era una commissione tecnica che faceva la cernita dei migliori giocatori del campionato, poi i dirigenti e l’allenatore sceglievano i nomi. La spesa veniva ripartita in sedicesimi tra gli Agnelli, le famiglie Mazzonis, Levi, Tapparone ed altri ancora. Costruirono una Juventus fortissima in difesa, che è stata poi la caratteristica di sempre, l’ambiente societario garantiva a noi tutti sicurezza anche finanziaria. Per lo scudetto prendemmo un premio di 5.000 Lire, ne furono esentati Combi, Rosetta e Caligaris che avevano firmato un contratto particolare, 60.000 Lire a testa all’anno, compresi gli eventuali prem&lt;/b&gt;&lt;b&gt;&lt;/b&gt;&lt;b&gt;i&lt;/b&gt;&lt;b&gt;»&lt;/b&gt;&lt;b&gt;.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Rimane a Torino anche durante la seconda Guerra Mondiale, giocando il campionato bellico del 1944; lascia la Juventus nel 1947, dopo aver vestito per ben 389 partite la maglia bianconera e realizzato 43 reti. Nel suo palmares, figurano anche i cinque scudetti consecutivi e le due Coppa Italia del 1938 e del 1942.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;«È importante quello che succede nello spogliatoio, undici assi che non si parlano o che litigano formano una squadretta. In questo sì, la Juventus è sempre forte, è il suo stile».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/UlBmrv4dJ8w" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/1616832992273232915/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=1616832992273232915" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1616832992273232915?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1616832992273232915?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/UlBmrv4dJ8w/giovanni-varglien-ii.html" title="Giovanni VARGLIEN" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://2.bp.blogspot.com/-I5o5xyYTkUs/Tc5fkm2xX3I/AAAAAAAACos/S-ub5jvNfIM/s72-c/varglien+giovanni.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/giovanni-varglien-ii.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;AkUHQnw-eCp7ImA9WhBbFk8.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-2671850018433067281</id><published>2013-05-15T16:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-15T16:30:33.250+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-15T16:30:33.250+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Čestmír VYCPÁLEK</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-gmK8XXEOV7c/Tc19PLmuAKI/AAAAAAAACok/fjP0o5Tk4Bo/s1600/vycpalek.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://1.bp.blogspot.com/-gmK8XXEOV7c/Tc19PLmuAKI/AAAAAAAACok/fjP0o5Tk4Bo/s320/vycpalek.jpg" width="317" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Čestmír Vycpálek è, con Julius Korostelev, il primo straniero a vestire la casacca bianconera dopo la seconda Guerra Mondiale. Entrambi cecoslovacchi, appartengono a una delle più famose scuole calcistiche europee, quel calcio danubiano che non aveva avuto rivali fino allo scoppio della guerra.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Parco Stromovka è il suo campo preferito, i compagni di quartiere gli avversari più indomiti. Čestmír è un ragazzotto biondo e paffutello che trascorre interminabili ore nel cortile di casa a incantare compagni e avversari; palleggia col piede destro e col mancino fino all’esasperazione. Papà Premsyl, tifoso del grandissimo Slavia Praga lo costringe a seguirlo ogni domenica allo stadio Spartan e Čestmír comincia ad accarezzare sogni di grandezza calcistica.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;La strada non è facile: papà Premsyl vede in Cesto un futuro campione, mentre mamma Jarmila, invece, pretende la massima dedizione allo studio: &lt;b&gt;«Ti dedicherai al pallone»&lt;/b&gt;, gli impone, &lt;b&gt;«solo dopo aver superato l’Accademia Commerciale».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Čestmír supera ogni anno a pieni voti le classi del ginnasio e quelle dell’Accademia Commerciale e, a diciassette anni, si ritrova con il diploma e il lasciapassare dei dirigenti dello Slavia per giocare in prima squadra.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma, dietro l’angolo, c’è la guerra con i suoi orrori; Cesto è internato nel lager nazista di Dachau: &lt;b&gt;«Nell’ottobre del 1944 ero uno scheletro vivente con una casacca a righe, che stringeva il filo spinato di un orrendo campo di concentramento nazista, quello di Dachau. Solo chi c’è entrato può sapere quanto sia stato difficile, quasi miracoloso uscirne. In quel campo, Hitler rinchiudeva i nemici della sua follia: ebrei, antinazisti, cittadini degli stati invasi dalla croce uncinata. Ed io sono cecoslovacco di Praga, dunque un nemico. Vi passai otto mesi di sofferenze inaudite, di privazioni enormi; una buccia di patata, ogni due giorni, mi pareva un tesoro inestimabile. Solo chi è passato attraverso queste esperienze, ripeto, può capire che valore ha la vita e non impressionarsi più di nulla».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1945 Čestmír fa meraviglie nello Slavia e i tecnici lo vogliono nella rappresentativa boema. Cesto assomiglia molto, come tipo di gioco, al grande Giovanni Ferrari: ha una tecnica di primo ordine, gli occhi sempre sul campo e mai sulla palla, un ottimo controllo della stessa, una notevole visione di gioco e la capacità di valutare tutte le situazioni tattiche per comportarsi di conseguenza. Quando si avvicina all’area di rigore, può diventare pericolosissimo per il portiere avversario, perché Cesto sa tirare molto bene, con traiettorie precise e potenti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Allo Spartan è ospite la fortissima Jugoslavia; la partita si rivela un’epica battaglia fra autentici giganti. Finisce 1-1 per merito di Čestmír che, di testa, realizza uno splendido goal. La via della Nazionale è spianata; Vycpálek vi resterà per sette anni: &lt;b&gt;«C’era l’entusiasmo e l’ardore dei vent’anni; era il periodo in cui ci si doveva battere per vincere, anche nello sport. E non era facile. La sconfitta più dolorosa la patii a Parigi; perdemmo 3-0 e per giorni, noi della Nazionale non avemmo pace. Fortunatamente, lo Slavia ripagava gli sportivi con partite e vittorie memorabili. Sono stato sei volte campione, dal 1939 al 1945. Allora mi sentivo un leone, ma erano altri tempi; il calcio era solo sport, diletto, passione».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’allora segretario della Juventus, Artino, e un certo signor Foresto, grande esportatore di vini piemontesi a Praga, che gestiva anche un avviatissimo night, avevano messo gli occhi sulla coppia dello Slavia: Vycpálek e Korostelev. L’offerta era allettante; stipendio da sgranare gli occhi, un annetto in Italia in riva al Po, quindi ritorno a Praga. Breve consultazione con la dolce Hana, che intanto Cesto aveva condotto all’altare, e partenza per l’Italia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;nbsp;Cesto esordisce in bianconero contro il Milan, il 6 ottobre 1946. Il presidente bianconero è Piero Dusio, l’allenatore Cesarini. Nella formazione rossonera militano campioni come Tognon, Gimona, Annovazzi, Puricelli e Carapellese. Il Milan parte all’attacco e passa in vantaggio di due goal, marcatori Annovazzi e Tosolini. Ma, prima del riposo, un perfetto passaggio di Cesto a Candiani consente alla Juventus di accorciare le distanze. All’inizio della ripresa, però, Gimona realizza il terzo goal per il Milan. Juventus decisissima a rimontare con un Vycpálek in grande evidenza, sempre assecondato dal compagno Korostelev, velocissimo sulla fascia sinistra. Alla mezzora Korostelev effettua un cross, Piola opera un perfetto assist di testa per Cesto che mette in rete. Cinque minuti dopo, sullo slancio, Magni sigla il goal del 3-3.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vycpálek ricordava con grande nostalgia quel suo campionato: &lt;b&gt;«Eravamo una grossa squadra, una pattuglia di amici ed anche di grandi calciatori. Il tasso tecnico di tutti era elevato. Prova ne sia che la Juventus tenne testa, per quasi tutto il campionato, a una formazione eccezionale come quella del “Grande Torino”: i granata vinsero lo scudetto, ma noi finimmo al secondo posto, precedendo uno strepitoso Modena, il Milan e il Bologna».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vycpálek resta bianconero solamente quella stagione, dove totalizzerà 27 presenze con 5 goal. Il trasferimento a Palermo vede la definitiva consacrazione di Vycpálek come giocatore, dove diventa l’idolo della Favorita. In Sicilia nasce anche il figlio, Cestino, che perirà tragicamente nell’incidente aereo di Punta Raisi: &lt;b&gt;«Il presidente Agnelli mi cedette al Palermo per devozione: lui e il principe Lanza, presidente del club rosanero, erano grandi amici ed io ci andai di mezzo. Considerai quel trasferimento l’ennesimo scherzo del destino, non potevo certo immaginare che, a Palermo, cominciava la mia vera carriera di giocatore».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Armando Correnti, ex portiere, nonché osservatore della Juventus, lo conosceva bene: &lt;b&gt;«Conobbi Cesto alla Favorita in un pomeriggio di sole; era rimasto in campo, per perfezionare ancora di più la sua tecnica. Io giocavo nel Siracusa, in serie B, ed ero nel pieno di una più che onesta carriera, ma lui era un’altra cosa: lui era un vero fuoriclasse. Cesto fece grande il Palermo da giocatore, ma gli regalò anche una travolgente promozione da allenatore».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella stagione 1970/71 la Juventus assume come allenatore Armando Picchi: ma l’ex libero dell’Inter, dopo pochi mesi di lavoro, è costretto ad abbandonare a causa di un male incurabile. Boniperti si guarda intorno e non dimentica il vecchio amico con il quale aveva giocato nella stagione 1946/47 e che si stava occupando del settore giovanile bianconero. Cesto prende le redini della prima squadra e ottiene risultati grandiosi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo il quarto posto della stagione 1970/71, il 1971/72 è l’anno di Cesto il boemo. Una stagione che vale una vita, un romanzo a puntate con dentro un po’ di tutto. Con il giovane Bettega nei panni dello stoccatore e il vecchio Salvadore a fare il guardiano del forte, Cesto allestisce una squadra spettacolare quando serve e molto, molto concreta quando conta solo il risultato. Quando poi Bettega si ferma per un serio malanno, l’allenatore boemo convince Haller a fare la seconda punta al fianco di Anastasi e questo è il suo capolavoro tattico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Juventus campione, un punto in più del Torino risorto, del Milan e del Cagliari. L’anno dopo, il bis ancora più eclatante, con Zoff in porta e Altafini uomo della provvidenza. Sensazionale, il bis, perché abbinato alla prima, seria cavalcata europea dei bianconeri, che giungono ad un passo dalla Coppa dei Campioni. Vycpálek, primo allenatore dei tempi moderni eppure antico nel suo modo molto romantico di intendere il calcio, dopo aver sfiorato il tris, beffato dalla Lazio di un altro tipo saggio come lui, Maestrelli, cede il posto a Carlo Parola e si rende ancora utile come osservatore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ci lascia il mattino del 5 maggio 2002, giorno fatidico per lo scudetto numero ventisei della storia juventina, così simile a quello da lui conquistato nel 1973 a Roma, con il goal di Cuccureddu nel finale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;COSÌ CAMINITI LO RACCONTA NEL 1972:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E ora bisogna convenire anche sui meriti di Cesto Vycpálek l’allenatore della Juventus scudetto numero quattordici. Meriti di simpatia e di semplicità. Vycpálek è un uomo all’antica eppure è un allenatore moderno. C’è contraddizione, ma il calcio è tutto una contraddizione. Questo Vycpálek è pesante, grigio, lento, eppure è giovane. E come può essere se non pareva giovane nemmeno da giocatore? Egli si muoveva con la solennità del calcio di Praga, che è un calcio di piazzamento e di appostamento: tu mi dai la palla a me, io ti do la palla a te. Čestmír, nello Slavia Praga, fece una carrierona, poi ci fu la guerra e fu sbattuto in Slovacchia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Erano i tenebrosi anni quaranta e Cesto, a chiusura di una festa, un poco brillo, passeggiava nottetempo cantando l’inno nazionale di Cecoslovacchia proibito dai nazisti (che proibivano pure di mangiare e respirare). Così, finì a Dachau, otto mesi di strazio. Ne uscì che pareva un osso e quest’osso di giocatore si schierò in campo a Praga, in Slavia-Bratislava, la partita della pacificazione e della ripresa. Vinse la squadra di Vycpálek per 3-1. Nel Bratislava giocava l’amicone di Čestmír, Korostelev, con il quale, due mesi dopo, avrebbe lasciato per sempre la patria.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Oh patria ingrata, ma l’Italia sorride. L’Italia è un giardino. Gli italiani sono stravaganti, rumorosi, ma si sanno divertire. C’è una libertà che confina con l’anarchia e Čestmír cerca libertà. La trova a Torino, in maglia bianconera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È il 1946, nella Juventus gioca un biondino elettrico di nome Boniperti: &lt;b&gt;«Gli ho fatto tanti bei passaggi e Boniperti non se l’è mai dimenticato»&lt;/b&gt;, dice. &lt;b&gt;«Quando ho avuto bisogno di un posto, mi sono rivolto a lui, sono andato a trovarlo alla Zagarella e mi ha accontentato, mandandomi al pensionato di Villar Perosa. Il resto lo sai. Si è ammalato Picchi e sono andato io al suo posto».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dunque, Vycpálek è arrivato alla guida della squadra più intrepida del nostro calcio per tragico accidente. È stato fortunato? Ma non è vero, non è stato fortunato. Ha avuto quel che merita. Come allenatore, si è formato nel duro Sud, dove gli allenatori vengono ingaggiati e licenziati con allegria. Pure, ha portato il Palermo in serie A prima di allenare altre squadre, come la Juventina, e di conoscere la disoccupazione. Allora, con il figliolo Cestino, il suo primogenito, ha vagabondato nei campi minori siciliani, conoscendo il peggio del nostro calcio. Né si faceva illusioni, una volta trasferitosi a Torino al seguito della grande Juve. Ma così è la vita, ognuno ha il suo destino e l’allenatore giramondo, proprio alla Juve dove ha cominciate la carriera italiana, doveva affermarsi come grande trainer.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Juventus, squadra moderna, è una brigata di giovani quale scanzonato o eccentrico, quale pensoso. E Picchi era un uomo vero applicato a farsi obbedire con l’esempio. I primi mesi di Cesto furono duri. Alcuni bianconeri lo sfotticchiavano per non dire che lo sbertucciavano. E lui? Inalterabile, come insensibile. Ci fu l’episodio di Padova, in pullman, con Haller che minaccia di accoppare a schiaffoni l’angelico Sarroglia. E Vycpálek? Protestava con meraviglia. Qualcuno continuava a prenderlo in giro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poi? Poi niente. La squadra comincia a far blocco attorno a Cesto. Quest’uomo che parla poco, che ha sempre un paterno consiglio, che si lascia guidare da un’antica saggezza, conquista gli anziani. Salvadore, il capitano, comincia a redarguire i giovincelli. Furino e Marchetti stringono alleanza con il Mister. E il Mister persuade pure Causio, il più recalcitrante. La sua maniera di insegnare comincia a scendere nei cuori di questi ragazzi milionari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È un preparatore che usa la dolcezza al posto della frusta, la persuasione al posto del comando. I suoi allenamenti sono ispirati a immenso amore per il calcio; i suoi allenamenti atletici sono dosati nel modo giusto per un calciatore professionista di serie A. Nei momenti difficili, davanti alle disavventure più crudeli (leggi malattia di Bettega) la saggezza di Vycpálek aiuta i ragazzi a maturare in fretta. Ecco cos’è un trainer, un padre di famiglia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La squadra non cede fisicamente, nonostante debba rinunziare al suo pivot. Nessuno si stira. Furino continua a sgroppare frenetico stracciando gli avversari. Con tre goal, Causio manda a picco l’Inter del tempo che fu. Il calcio della Juventus, inteso come automatismo e scambi a tutto campo, torna a dettar legge sul palcoscenico del campionato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel rogo della Montagna Longa, sopra Carini, muore anche il suo figlio adorato Cestino. Era nato a Palermo, lo aveva fatto crescere con le sue mani. Lo aveva fatto impiegare alla Fiat ed era il suo orgoglio. Si somigliavano come due gocce d’acqua. Ma, due giorni dopo, Vycpálek è già a Torino che lavora e prepara la cruciale trasferta di Firenze. Ora tutta la squadra è una famiglia. Hanno imparato a volergli bene. Tutti hanno capito che c’è parte di merito del trainer in questa stagione che ha dato amarezze crudeli e fantastiche gioie. &amp;nbsp;Che ha visto i ragazzi vincere senza aiuto della sorte, con la manovra dei goal di Bettega, con gli estri di Anastasi, con le puntate di Capello o Marchetti, con gli agguati di Furino detto Furia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Juve ha l’allenatore giusto, che completa la direzione ed ha ridato alla società un cammino avveniristico. Questo Vycpálek antico ma non vecchio, anzi giovane come tutti gli uomini buoni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/Ah7KtKOS7yo" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/2671850018433067281/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=2671850018433067281" title="1 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/2671850018433067281?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/2671850018433067281?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/Ah7KtKOS7yo/cestmir-vycpalek.html" title="Čestmír VYCPÁLEK" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://1.bp.blogspot.com/-gmK8XXEOV7c/Tc19PLmuAKI/AAAAAAAACok/fjP0o5Tk4Bo/s72-c/vycpalek.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>1</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/cestmir-vycpalek.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;D0EAQXY6cCp7ImA9WhBbFkw.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-559138969234774608</id><published>2013-05-15T06:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-15T13:00:40.818+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-15T13:00:40.818+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Luis MONTI</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-c0nN--FeVTo/Tc5gAJwBzYI/AAAAAAAACow/SUiP6nSqXmw/s1600/monti.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://1.bp.blogspot.com/-c0nN--FeVTo/Tc5gAJwBzYI/AAAAAAAACow/SUiP6nSqXmw/s320/monti.jpg" width="259" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Luisito Monti è stato grande fra i grandi; non c’era juventino che non lo ricordasse, che non avesse negli occhi le imprese di quel gigante, che non avesse apprezzato gli enormi sacrifici ai quali si sottopose per poter dimostrare anche alle platee italiane il valore mostrato prima in Argentina, in Uruguay ed ad Amsterdam, nel torneo olimpico del 1928. Ma è bene dire subito che Luis giocò senz’altro meglio in Italia di quanto non avesse fatto negli anni giovanili in Sud America. Forse anche perché nella Juventus era circondato da grandissimi campioni. Quando venne creato il campionato a girone unico, i dirigenti della Juventus decisero di costruire una squadra favolosa, destinata a dettare legge per un lungo periodo. Gli anni Trenta in casa bianconera sarebbero stati il frutto di una accorta e tenace fase preparatoria, avviata con la presidenza di Edoardo Agnelli, magnate di molti splendori.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Luisito Monti aveva colpito tutti alle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928 e la Juventus, di buona memoria e già fortunata con altri oriundi, pensò proprio a lui quando decise di completare la squadra. Monti, nel frattempo, aveva già interrotto l’attività agonistica: faceva il pastaio a Tigre, sobborgo di Buenos Aires, produceva (e mangiava) ravioli e tagliatelle. Aveva già compiuto i trent’anni e non era affatto allenato. Ma si lasciò convincere, anche per le insistenze di Orsi e Cesarini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo essere sbarcato a Genova il 1° agosto 1931, era atteso a Torino dalla curiosità dei giornalisti e dall’altra, ben più motivata, dei dirigenti bianconeri. Rimasero tutti di stucco quando lo videro scendere dal treno a Porta Nuova, perché il nuovo centromediano pesava la bellezza di 92 chili e dimostrava assai più dei trenta anni dichiarati. Rendendosi conto della sbalordita delusione di tutti e colpito a fondo dall’ironia dei commenti che gli si rovesciarono addosso, Monti chiese fiducia e qualche mese di tempo. Glieli concessero, anche se erano in pochi a credere che quell’omaccione, appesantito dalla pinguedine, potesse far riaffiorare i muscoli e renderli di nuovo scattanti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma pochi conoscevano che razza d’uomo fosse Luis. Per tutto il mese di agosto, lavorando da solo sotto il sole cocente, implacabile, deciso a spuntarla, raggiungeva il campo la mattina alle sei, correva, sudava, saltava, il torace coperto da tre maglioni, concedendosi il minimo apporto di calorie per ottenere ogni giorno una riduzione di peso. Spingeva avanti sull’erba un pallone medicinale (quelli pesanti 3/4 chili) e stringeva i denti, sempre tornando a correre, a saltare, a sudare, perché i maligni si rimangiassero le cattiverie ed i dubbi sulle sue possibilità di recupero e di rinascita.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando la squadra si ricompose dopo le ferie per iniziare gli allenamenti in vista della nuova stagione agonistica, Monti apparve già tirato sensibilmente. Era riuscito a perdere qualcosa come dodici chilogrammi. E la forma era già buona.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma sulle capacità tecniche del giocatore nessuno aveva mai nutrito dubbi di sorta. II primo allenamento con partita venne effettuato il 22 settembre ed in quella occasione Luis segnò la prima sua rete in bianconero: una bordata dal limite di inaudita potenza. Ancora un paio di settimane di duro lavoro, poi Monti si insediò al centro della mediana, miracoloso nel recupero fisico e nella straordinaria potenza di gioco.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La sua carriera cominciava a trenta anni suonati, la Nazionale italiana l’avrebbe richiesto a trentadue, a trentatré avrebbe conquistato il titolo mondiale a Roma contro la Cecoslovacchia, dopo essere stato finalista con l’Argentina nel 1930 a Montevideo contro l’Uruguay. Infine il posto di titolare nella Juventus sarebbe stato suo sino al campionato 1938/39, quando ormai trentasettenne, totalizzò ventiquattro presenze su trenta partite. Luisito Monti era tutto casa e famiglia, gelosissimo della propria privacy.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non si concedeva svaghi, non acquistò mai un’automobile, anche perché aveva preso l’abitudine di andare (e tornare) dal campo a piedi per combattere la pinguedine; e continuò per anni a macinare ogni giorno decine di chilometri in più, con quelle gambe massicce, capaci di spedire il pallone a cinquanta metri di distanza, con precisione millimetrica.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Probabilmente, Monti è stato l’inventore del silenzio stampa, in quanto, dopo la tormentata vicenda del suo arrivo a Torino, gli rimase una diffidenza invincibile verso i giornalisti, che giudicava, nel suo risentimento, gente capace di esaltare o di distruggere un giocatore, senza tanto pensarci, ma è stato ed è rimasto un uomo di grandissima dignità.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È stato, senza dubbio, il più forte centromediano metodista apparso in Italia, dove non si era mai visto un atleta dotato di un tiro così forte con i due piedi, un bestione così grosso e pur così pulito e delicato nel tocco, incontrista feroce e praticamente insuperabile, acrobatico, sicuro negli stacchi e nelle incornate difensive. Poiché non amava correre (e con quella mole non era nemmeno facile!), Luisito veniva chiamato L’uomo che cammina. In effetti faceva correre la palla e sapeva lanciarla, come nessuno, in perfette proiezioni sulle esterni. Non fu facile per nessuno superarlo, assolutamente impossibile prenderlo in giro sul terreno di gioco. Ne sanno qualcosa Schiavio e Sindelar, un italiano ed un austriaco, che, con la forza o con l’astuzia, cercarono di umiliare l’erculeo Luis. Ed accadde che entrambi, in diverse occasioni, lasciarono il campo in barella.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Luisito Monti era nato a Buenos Aires il 15 maggio 1901 ed aveva iniziato a giocare a calcio nelle formazioni giovanili del San Lorenzo de Almagro. Ben presto conquistò la maglia di titolare e successivamente venne acquistato dal Boca Juniors. Nazionale argentino alle Olimpiadi di Amsterdam (1928) ed al primo campionato del mondo disputato in Uruguay (1930), Monti passò poi alla Juventus grazie alla sua doppia nazionalità. Luis, infatti, era figlio di genitori italiani emigrati in Argentina. Monti è stato l’unico giocatore ad aver giocato finali di Campionato del mondo per due nazionali diverse: nel 1930 con l’Argentina contro l’Uruguay (fu sconfitta per 1-2) e nel 1934 con l’Italia contro la Cecoslovacchia (fu vittoria per 2-1).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In azzurro Luisito Monti esordì il 27 novembre 1932, contro l’Ungheria (4-2), dopo aver vinto con la Juventus il primo dei suoi quattro scudetti. Gioca una partita eroica ad Highbury, tempio dell’Arsenal, contro gli inglesi, restando in campo con un alluce spezzato per non lasciare in dieci i compagni. La sua ultima partita in Nazionale Monti la giocò nel 1936 contro la Svizzera a Zurigo, dove gli azzurri si imposero con il punteggio di 2-1. Un grave incidente riportato in campionato lo mise fuori combattimento e lo convinse a lasciare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1983:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La notizia della scomparsa di Luisito Monti non mi ha colto di sorpresa. Sapevo da alcuni amici di Avellaneda che vecchio Luis non stava affatto bene; anche l’età avanzata (aveva ottantadue anni!) rappresentava un fattore negativo e già una volta (cinque anni fa) era riuscito a superare una crisi grazie alla sua tempra eccezionale. L’ultima volta che ci eravamo visti, era stato a Torino, in occasione della premiazione dei Nazionali bianconeri e granata effettuata a Palazzo Madama. Era ancora un uomo eccezionalmente in gamba.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sarebbe stata mia intenzione rivederlo in Argentina in occasione dei Campionati del Mondo organizzati in quel Paese. Ma impegni di lavoro mi impedirono la trasferta a Buenos Aires: grazie all’affettuoso interessamento dell’amico Giglio Panza, ricevetti da Baires una cartolina con le firme ed il saluto di due vecchi giocatori della Juve di altri tempi: Mumo Orsi e Luisito Monti. Fu quello l’ultimo messaggio da parte di un uomo che ebbi la fortuna di conoscere e di apprezzare in un’epoca in cui la Juventus dettava legge in campo nazionale, l’epoca dei cinque scudetti consecutivi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando, il 1° agosto 1931, Luisito Monti arrivò in Italia, io avevo solo dodici anni, ma giocavo già nelle file dei giovanissimi bianconeri. Ebbi modo pertanto di seguire da vicino le vicende di questo grandissimo campione, nutrendo immediatamente sincera ammirazione verso un uomo che, a prezzo di incredibili sacrifici, doveva conquistare il podio sul quale salgono solo i superman più famosi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando l’allenatore Carcano ordinò le convocazioni per la ripresa del campionato, Monti (che per un certo periodo aveva continuato ad allenarsi da solo) appariva già abbastanza tirato, aveva perso oltre dodici chili. Ma aveva sempre paura di ingrassare e per quasi tutti gli anni in cui rimase a Torino, non fece altro che percorrere i lunghi viali cittadini a piedi, senza mai acquistare un’auto. Partiva dal campo di corso Marsiglia ed arrivava a mezzogiorno alla pasticceria Stratta di piazza San Carlo per fare quattro chiacchiere con il cav. Capello, titolare del negozio e suo sincero amico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per quanto concerne il gioco, non sorsero mai problemi: Luis era un campione completo, non aveva nulla da imparare. Sin dalle prime partite fece stravedere, impressionando tecnici e compagni, soprattutto gli avversari. Avendo infine smaltito una quindicina di chili, ritrovò anche una certa dinamica ed eleganza. I suoi lanci possenti arrivavano alle due estremità da qualsiasi distanza; i suoi tiri da fuori erano improvvisi e potenti, quasi sempre imparabili. In difesa sapeva operare energici stacchi acrobatici e nei tackles rasentava la ferocia, per non dire altro. Il suo gioco fece chiaramente intendere quale fosse la sua politica, perché rivelò la mentalità esasperata dello “struggle for life”, la lotta per la vita.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con noi ragazzini (e specialmente con il sottoscritto, che più degli altri gli gironzolava attorno) era paternamente affettuoso, ma non diceva più di tre parole: una ruvida carezza e via di corsa in campo. Luisito Monti era tutto casa e famiglia, gelosissimo della propria intimità familiare. Non si concedeva svaghi, raramente andava al cinema, mai i piedi in una sala da ballo o al night, come facevano i suoi connazionali Cesarini ed Orsi. Strinse amicizia con Bertolini ed aveva una predilezione per il più giovane dei campioni della Juve, per Farfallino Borel, che Luis giudicava addirittura più forte di Peppino Meazza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per quanto posso dire, sfruttando un’opinione fattami in età giovanile, Monti è stato non solo un grande campione di calcio, ma anche un grand’uomo, ricco d’umiltà e di dignità. La Nazionale e la Juve gli devono molto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="https://lh5.googleusercontent.com/-tlhVtzIB8x0/TXT_gA9Q7tI/AAAAAAAACdE/mMhrvI-bIgs/s1600/cagliari.JPG" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="191" src="https://lh5.googleusercontent.com/-tlhVtzIB8x0/TXT_gA9Q7tI/AAAAAAAACdE/mMhrvI-bIgs/s320/cagliari.JPG" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Campionato 1968/69. La Fiorentina ha appena conquistato il suo secondo ed ultimo scudetto, con una squadra plasmata attingendo dal vivaio e sotto la guida di un allenatore carismatico come Pesaola che, secondo le malelingue, è più bravo al tavolo da poker che sul campo di allenamento. In quel campionato, però, si è messa in luce una squadra rivelazione, subito definita da Gianni Brera come la nuova grande del calcio italiano: il Cagliari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’undici isolano aveva sfiorato la serie A, a metà degli anni Cinquanta, quando aveva perso lo spareggio promozione con la Pro Patria, poi all’inizio degli anni Sessanta, dopo aver nuovamente mancato di un soffio la promozione (quarto posto nel 1958/59), era retrocessa addirittura in serie C, approdando in quattro anni alla massima serie e meritando la qualifica di squadra rivelazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Quella squadra, allenata da Sandokan Silvestri, schiera alcuni giocatori che sarebbero poi entrati nella storia del Cagliari e del calcio italiano: Nené, Martiradonna, Cera, Greatti ed un giovanissimo attaccante dal coraggio leonino e dal sinistro atomico: Luigi Riva, detto Gigi. La stella è, però, un interno calabrese, Francesco Rizzo, che approda addirittura alla Nazionale di Fabbri ed entra nella lista dei 22 per i Mondiali inglesi del 1966, quelli della Corea. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Era quello un calcio di allenatori stregoni, fra il profeta (Helenio Herrera e Pesaola) e l’asceta (Heriberto Herrera), fra il fattucchiere (Pugliese) ed il personaggio della commedia dell’arte (Paròn Rocco). Silvestri, l’allenatore miracolo, è presto chiamato al Milan, dove fallirà clamorosamente; al suo posto arriva un allenatore un po’ strano, eccentrico, Manlio Scopigno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È definito il Filosofo, per la sua raffinata cultura, per l’apparente disincanto con il quale osserva il calcio e per l’arte di sdrammatizzare gli eventi. Calciatore mediocre e sfortunato al Napoli, dove chiuse presto la carriera per un grave infortunio, ha come unica credenziale l’aver portato il Vicenza al sesto posto, risultato migliorato solo ai tempi di Paolo Rossi. Per Scopigno non conta molto la rigida osservanza del ritiro e della castità, il maniacale controllo delle diete e dei carichi di lavoro, la puntualità nell’andare a letto alle nove.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Pierluigi Cera raccontò: &lt;strong&gt;«Scopigno era arrivato da poco: eravamo in ritiro per una partita di Coppa Italia: in sette od otto, in barba alle regole, ci eravamo dati appuntamento in una camera, per giocare a poker. Fumavamo tutti e giocavamo a carte sui letti; c’era anche qualche bottiglia, che non ci doveva essere. Ad un tratto si apre la porta: era Scopigno. Oddio, penso, ora, se ci va bene, ci leva la pelle e ci fa appioppare una multa (Silvestri lo avrebbe fatto)!&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;Scopigno entrò, nel fumo e nel silenzio di chi si aspetta la bufera, prese una sedia, si sedette e disse tirando fuori un pacchetto di sigarette: “Do fastidio se fumo?” In mezzora eravamo tutti a letto ed il giorno dopo vincemmo 3-0».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Scopigno, però, è anche un grande tecnico e comincia a costruire la squadra. Il punto di forza è indubbiamente l’attacco e, in una delle convocazioni della Nazionale, il Cagliari fornisce addirittura tre punte: Rizzo, Boninsegna e Riva. Il gioco di Scopigno esalta proprio le caratteristiche di Riva che al suo primo anno, col tecnico reatino, vince la classifica cannonieri ed i rossoblu si piazzano al sesto posto, a ridosso delle grandi. Ma il rapporto fra l’allenatore e la dirigenza è difficile, in particolare con il presidente Rocca, con il quale il dissidio si acuisce, anche per motivi extracalcistici mai chiariti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Durante una tournée negli Stati Uniti, fra i due si arriva alla rottura. Al ritorno il Presidente Rocca telefona a Scopigno per comunicargli l’esonero. Il Filosofo risponde: &lt;strong&gt;«Presidente, faccia presto, ho la minestra in tavola e non vorrei che si raffredasse».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al posto di Scopigno, arriva Ettore Puricelli; la squadra ne soffre ed in campionato stenta parecchio. Riva rimpiange pubblicamente Scopigno, che segue spesso la squadra, sapendo che una cordata guidata dall’Ing. Marras sta cercando di prendere il controllo societario e riportarlo in panchina. Alla fine la società cambia proprietà, presidente diventa l’avvocato Efisio Corrias; Scopigno può tornare in panchina e continuare il suo paziente lavoro di assemblaggio della squadra.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Proprio in quell’estate del 1968, il General Manager Arrica mette a segno il primo grande colpo di mercato: Rizzo finisce alla Fiorentina, in cambio di Albertosi e Brugnera, dal Brescia arriva Tomasini, dal Milan il giovane Zignoli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Cagliari parte fortissimo e, trascinato dai goal di Riva e Boninsegna, va in fuga ed è Campione d’inverno fra il tripudio dell’intera isola. Quel campionato, però, passerà tristemente alla storia per una tragedia assurda: negli spogliatoi dello stadio Amsicora di Cagliari, in un freddo pomeriggio, muore improvvisamente Giuliano Taccola, promettente centravanti della Roma che ha assistito alla partita dalla tribuna. Desta impressione il distacco dell’intero mondo del calcio da questo incredibile e drammatico fatto di cronaca, dalla tragedia umana. Herrera, allenatore dei giallorossi, è forse il più freddo di tutti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Cagliari resiste in testa fino alla sesta giornata di ritorno poi cede, complice una sfortunata gara interna con la Juventus, nella quale viene a mancare Riva; la Fiorentina diventa Campione d’Italia con quattro punti di vantaggio sui rossoblu, che hanno messo in mostra un attacco atomico, nel quale Riva è capocannoniere per la seconda volta. Scopigno, però, intuisce che il principale difetto della sua squadra è proprio in quello che sembra il suo punto di forza: il duo d’attacco. Riva e Boninsegna hanno due caratteri difficili, sono molto simili e sono due uomini goal egoisti come devono esserlo due bomber di razza; difficilmente si passano la palla, spesso litigano platealmente in campo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’Inter insegue Riva da tempo, Moratti, a suo tempo, ne aveva già disposto l’acquisto su consiglio di Allodi, ma l’affare era andato in fumo per la bocciatura di Herrera, che voleva il bolognese Pascutti. Il nuovo presidente Fraizzoli torna alla carica e, in quell’estate del 1969, Scopigno convince Arrica a fare il colpaccio. Non viene, però, ceduto Riva, bensì Boninsegna; in cambio arrivano dall’Inter Poli, Gori e Domenghini; gli ultimi due faranno sì che Scopigno compia la costruzione del suo Cagliari. Riva ha carta bianca su tutto, dall’allenatore e dai compagni, si allena quando vuole, si alza e va a letto quando vuole.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La difesa è un bunker: Albertosi in porta, marcatori Niccolai e Martiradonna, quest’ultimo è forse il più spietato marcatore di quegli anni. Scopigno una volta gli dice: &lt;strong&gt;«Con un cognome così non giocherai mai in Nazionale. Se ti chiamassi Martin saresti titolare fisso».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Libero è l’essenziale Tomasini che sa essere anche duro, terzino fluidificante Zignoli, bravo e veloce ed in alternativa a lui, in cambio del collaudato Longoni, dalla Fiorentina arriva Eraldo Mancin titolare dello scudetto viola. A centrocampo Cera, Nené ed il regista, che Gianni Brera considera il migliore in Italia, Ricciotti Greatti, cui da man forte il gran correre di Angelo Domenghini. All’attacco c’è Riva con la sua spalla ideale, Sergio Bobo Gori, che gioca per lui.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Juventus, però, vuole acquistare Greatti a tutti i costi, il Cagliari tentenna, l’offerta è di quelle che non si rifiutano facilmente. Scopigno è d’accordo con la cessione perché spera nell’arrivo al Cagliari di Luis Suarez, il regista della grande Inter, ma la trattativa salta e Greatti resta in Sardegna. Scopigno, nonostante questo mancato affare, annuncia: &lt;strong&gt;«Per la lotta al vertice c’è anche il Cagliari».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fra le tante componenti di quella decisiva estate c’è anche la scaramanzia. Il Cagliari, l’anno precedente, aveva perso contatto con la Fiorentina e quindi lo scudetto, a causa della sconfitta subita all’Amsicora da parte della Juventus. Quel giorno i rossoblu indossarono la loro maglia ufficiale, a quarti rossoblu come quella del Genoa. Scopigno, che ha vissuto a Napoli, considerò quella sconfitta come un segno del destino ed impose che il Cagliari, da allora in poi, vestisse sempre la maglia di riserva, bianca con i bordi rossoblu, senza colletto e con i passanti e la cordicella sullo scollo, che resterà nel mito. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo un pareggio a Genova, l’accelerazione è bruciante: alla quinta giornata il Cagliari espugna Firenze con un goal di Riva su rigore e conquista la testa della classifica. Il punto di forza della squadra isolana è la difesa, che subisce solo 6 goal in 15 partite: i rossoblu si laureano per il secondo anno consecutivo Campioni d’inverno con 22 punti, tre in più di Inter, Fiorentina e della Juventus che ha cominciato una grande rimonta proprio il giorno in cui, in piena zona retrocessione, ha pareggiato all’ultimo minuto all’Amsicora con il goal di un giovane e sconosciuto sardo: Antonello Cuccureddu.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla prima giornata del girone di ritorno, il Cagliari batte la Sampdoria per 4-0, ma perde, dopo mezzora di gioco, uno dei perni del suo gioco difensivo: Tomasini. L’infortunio è grave, il responso è di quelli che non lasciano scampo ad interpretazioni: campionato finito. Purtroppo, non è possibile tornare sul mercato e, fra le riserve, non figura nessun difensore di ruolo di affidabilità paragonabile all’infortunato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Scopigno, la domenica successiva, a Vicenza, inserisce Cera come libero ed affida la maglia di Tomasini a Poli. Manca in quella difficile partita anche Greatti ed il Lanerossi Vicenza è una squadra insidiosa che naviga a ridosso delle prime. La partita è durissima, giocata in un ambiente difficile, ma il Cagliari vince con una doppietta di Riva; la seconda rete viene definita impossibile. È la svolta decisiva; l’invenzione di Cera come libero moderno da soluzione di emergenza diventa uno dei punti cardine del Cagliari, che naviga a gonfie vele in testa al campionato, spinto dai goal di Gigirriva.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tutta la Sardegna è in estasi; viene fondato il primo Cagliari Club ad opera del capo storico del tifo rossoblu Marius, grande amico e confidente di Riva. Altri club nascono in tutta l’isola e nelle principali città d’Italia ad opera di emigrati sardi, che si identificano con le loro radici.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una famosa puntata di TG7, il rotocalco di costume della Rai in quegli anni, mostra i pastori sardi che la domenica escono con la radiolina all’orecchio; il mito dei rossoblu arriva negli angoli più lontani del territorio, nel cuore della Barbagia. Quel Natale, Gianni Brera, grande sostenitore del Cagliari e di Gigi Riva, riceve una curiosa cartolina di auguri; arriva nientemeno che da Graziano Mesina, il super latitante, che lo ringrazia per il sostegno al Cagliari. Alcuni latitanti di minor spessore vengono arrestati dopo una partita casalinga del Cagliari, al cui richiamo non hanno saputo resistere e nasce il mito di Grazianeddu che la domenica lascia le montagne del nuorese e si reca all’Amsicora per tifare Gigirriva.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fino alla ventesima giornata la squadra di Scopigno ha perso solo una partita, alla Favorita di Palermo, condannata da un goal di Troja e da una grande partita di un giovane promettente, che farà molta strada: Franco Causio. In quella partita Scopigno viene bersagliato di sputi da un tifoso rosanero e reagisce litigando con un segnalinee; la squalifica è pesante: cinque mesi e mezzo, poi ridotta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma, a parte questo incidente di percorso, il Cagliari sembra imbattibile; nella scia restano l’Inter e la Juventus che, proprio dalla partita di Cagliari e dopo la sostituzione dell’allenatore Carniglia con Rabitti, ha cominciato una rimonta eccezionale: otto vittorie di fila portano i bianconeri in scia al Cagliari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla ventunesima c’è la partita con l’Inter a San Siro; i neroazzurri si giocano le residue possibilità di scudetto, ed alla sfida guardano con interesse sia la Juventus che la Fiorentina, le quali sognano un improbabile ritorno nella lotta per il titolo. La gara è presentata come una sfida fra Boninsegna e Riva. Il Cagliari la affronta al gran completo con la formazione oramai collaudata dove Nené prende il ruolo che era di Cera a centrocampo ed al suo posto gioca l’ex viola Mario Brugnera. La gara è dura, le cronache del tempo la disegnano preceduta da una settimana di polemiche e viene decisa proprio da Boninsegna con una rete nei minuti finali: 1-0 per l’Inter.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È il momento forse più difficile per i rossoblu, considerato anche il fatto che, presto, dovrà rendere visita alla Juventus a Torino ed il distacco adesso è ridotto ad un solo punto. Scopigno è magistrale nello spegnere il fuoco delle polemiche, rincuora i suoi giocatori ed in televisione esce con questa frase: &lt;strong&gt;«La Juventus è ad un punto? Bene, con un punto in più, se il regolamento non cambia, lo scudetto lo vincerà il Cagliari».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quella partita, che venne presentata come lo scontro fra due epoche, la rivoluzione del Cagliari contro la restaurazione juventina, fu forse un autentico cambiamento di rotta nella storia delle sfide scudetto che, fin a quel momento, non avevano mai visto protagoniste squadre del Sud e delle isole.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Comunale di Torino presenta un colpo d’occhio incredibile: lo stadio trabocca di bandiere rossoblu; da tutto il Nord Italia, dalla Svizzera, dalla Germania, dalla Francia, centinaia di emigrati sono venuti a sostenere il Cagliari, assieme ai tanti sostenitori arrivati dalla Sardegna. Si parla di 70.000 presenze in totale, per l’incasso record, per quei tempi incredibile, di più di 150 milioni di lire (era la stessa cifra messa in palio dalla lotteria di Capodanno, dell’epoca). Arbitra Lo Bello di Siracusa, il re del fischietto, e ci sarà modo di accorgersene.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Torino piove a dirotto, nella Juventus, assente l’arcigno Morini, tocca a Salvadore l’onere di contrastare Riva, molto nervoso e contratto. La partita scivola via senza grandi sussulti quando, intorno alla mezzora, Furino scende sulla destra e crossa verso il centro. La palla fila tesa verso Albertosi, lontano dagli attaccanti bianconeri, quando, improvvisamente e senza un motivo apparente, la testa di Niccolai colpisce il pallone anticipando il proprio portiere ed insaccando un clamoroso autogoal. Albertosi resta di sasso il busto e le ginocchia leggermente piegate, le braccia larghe, Domenghini ha le mani nei capelli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La leggenda vuole che Scopigno, con l’ennesima sigaretta accesa in bocca, fra la disperazione generale della sua panchina, esclami solo: &lt;strong&gt;«Bel goal!»&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Cagliari ha una reazione orgogliosa: Riva trascina i suoi all’assalto e bombarda la porta di Anzolin, che capitola nel recupero quando, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Riva segna il goal del pareggio, favorito da una mancata uscita dello stesso portiere bianconero. Il tifo rossoblu esplode mentre le squadre rientrano negli spogliatoi, con il Cagliari tonificato dall’ennesima prodezza di Gigirriva e gli juventini, Salvadore in testa, che non si danno pace per l’ingenuità di Anzolin.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Incomincia la ripresa: ha smesso di piovere, ma il terreno è ancora bagnato, insidioso, la Juventus sente che la possibilità di vincere lo scudetto sta per sfuggirle di mano, in quello stadio mezzo rossoblu, e cerca di attaccare. Il Cagliari è molto equilibrato, concentratissimo e non si lascia chiudere in difesa, ma durante un’azione interlocutoria dei bianconeri in attacco Lo Bello fischia un rigore per la Juventus per fallo di Martiradonna su Leonardi, o, addirittura, fallo di mani dello stesso Martiradonna. In tribuna stampa le voci si rincorrono, Scopigno, invece, è impassibile: siede in silenzio e si accende l’ennesima sigaretta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sul dischetto, dopo le inevitabili, inutili e prolungate proteste, si porta Haller. Il tedesco prende la rincorsa in un silenzio innaturale e si fa deviare il tiro da Albertosi in angolo. La panchina del Cagliari scatta in piedi, i compagni abbracciano Albertosi, i tifosi cagliaritani festeggiano, ma Lo Bello ordina che il tiro venga ripetuto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Succede di tutto. Riva viene portato via a forza dai compagni, Albertosi piange disperato, le proteste si sprecano, il capitano Cera fatica a tenere i compagni lontani dall’arbitro Lo Bello che cerca di spiegare come Albertosi si sia mosso in anticipo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bob Vieri, poco juventino come animo (andrà via dalla Juventus, la stagione successiva), e toscano come il portiere del Cagliari, lo consola: &lt;strong&gt;«Ricky, non ti preoccupare, quelli lo sbagliano un’altra volta».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sul dischetto non torna Haller, ma Anastasi che batte imparabilmente Albertosi. Adesso festeggia la metà bianconera dello stadio. Riva è furibondo ed i rossoblu rischiano di perdere la testa. Il gioco diventa duro, specialmente su Leonardi, accusato di aver simulato nell’azione del rigore; Riva insegue Lo Bello dicendogliene di tutti i colori, ma ottenendo sempre la solita risposta: &lt;strong&gt;«Pensi a giocare, pensi a correre!»&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il gioco è sempre più frammentato, ci prova Riva su punizione, sventata in angolo da Anzolin, poi è un continuo accendersi di mischie sul campo bagnato. Su una di queste Lo Bello assegna l’ennesima punizione al Cagliari che si riversa in area; la parabola di Nené cerca Riva. L’arbitro fischia, rigore anche per il Cagliari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gianni Brera racconta nella sua magistrale cronaca di aver gridato rigore ancora prima del fischio dell’arbitro, non per aver visto un fallo, ma per la certezza che Lo Bello avrebbe saputo (seppure a modo suo) ristabilire l’equità dell’arbitraggio. Salvadore si avventa all’arbitro giurando che lui e gli altri due juventini non hanno toccato Riva, Lo Bello risponde che ha fischiato una trattenuta su Martiradonna.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sul dischetto va Riva, teso come una corda di violino, e tira malissimo; Anzolin sfiora la parata scudetto, ma il pallone gli passa sotto la mano e gonfia lento la rete.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Manca poco alla fine, la Juventus è furente e cerca di vincere, sentendosi defraudata. Il Cagliari non esce più dalla sua trequarti, ma arriva la fine della partita senza che niente cambi: il Cagliari è ancora in testa, con due punti sulla Juventus, che diventano quattro la domenica successiva, quando i bianconeri cadono a Firenze, oramai sfiduciati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È il 12 aprile 1970, il Cagliari ospita il Bari invischiato nella lotta per la salvezza, la Juventus, a tre punti, va a Roma con la Lazio; per continuare a sperare deve solo vincere. Riva sblocca la partita con un’acrobazia dopo più di mezzora in cui il Cagliari è contratto, nervoso: il goal di Gigi è una liberazione, nessuno, infatti, sa niente del risultato della Juventus allo stadio Olimpico. Arriva l’intervallo e tutto l’Amsicora attende notizie dalla radiolina.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“Tutto il calcio minuto per minuto” porta la notizia ed un boato l’annuncia che la Juventus sta perdendo. Dopo un quarto d’ora del secondo tempo un altro boato segnala il raddoppio di Chinaglia: la Juventus è sotto di due goal! Quando per il Cagliari raddoppia Gori, la festa in tutta la Sardegna può cominciare ed è una festa che, da allora, si può dire non è più finita, tanto è ancora vivo in tutti il ricordo di quell’irripetibile impresa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’isola impazzisce, l’entusiasmo è travolgente, le ultime due partite del Cagliari vengono disputate in un autentico tripudio di bandiere rossoblu: è la meritata passerella per i Campioni d’Italia che, come prima uscita da vincitori, pareggiano col Milan per 0-0 a San Siro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’ultima domenica la passerella diventa un trionfo, al Comunale di Torino, ospite dei granata, il Cagliari da spettacolo con un Riva entusiasmante: il primo tempo finisce 3-0 (doppietta di Gigi), in apertura di ripresa Gori segna il quarto goal ed i rossoblu escono dal campo fra gli applausi convinti dei tifosi granata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Presidente Corrias ed il factotum Arrica garantiscono che la squadra non verrà indebolita e tolgono tutta la squadra dal mercato; è un sacrificio economico grandissimo, ma è anche un momento unico ed irripetibile. Il Cagliari sull’onda dello scudetto avrà anche uno nuovo stadio: il Sant’Elia, un palcoscenico degno per Gigi Riva e compagni; sarà abbandonato il vecchio Amsicora che qualcuno definì un cortile di caserma, nell’anno dell’esordio in A del Cagliari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I festeggiamenti sono comunque molto contenuti; l’anima sarda, l’attaccamento alla realtà tipica di quella gente, scongiura spiacevoli esagerazioni. I soliti caroselli di auto, l’intera isola imbandierata, ma tutto finisce presto, come quello strano campionato che si chiude entro aprile, per l’unica volta nella sua storia: ci sono i Mondiali e molti giocatori cagliaritani volano in Messico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al ritorno in Italia, il Cagliari si prepara a difendere lo scudetto ed a giocare la sua prima Coppa dei Campioni, inaugurando il nuovo stadio Sant’Elia. Riva, che ha giocato un Mondiale sotto tono (qualcuno dice anche perché ha sofferto Boninsegna, altri per scarsa assuefazione a giocare in altura, altri ancora perché distratto da un amore contrastato per una signora subito ribattezzata Dama bianca, come per Coppi), è nel punto più alto della sua strepitosa carriera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Segna a raffica in campionato, in Coppa Campioni fa due goals strepitosi al Saint Etienne eppoi trascina i rossoblu alla vittoria con l’Atletico Madrid; raggiunge l’apice della sua parabola sportiva quando il Cagliari batte l’Inter a San Siro con uno splendido 3-1 con due suoi goal e la squadra isolana, sola in testa, sembra irresistibilmente lanciata alla conquista di un altro scudetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La settimana successiva Riva gioca con la Nazionale, al Prater di Vienna, in una gara di qualificazione alla Coppa Europa contro l’Austria ed un difensore, Norbert Hof, con un intervento da dietro gli frattura tibia e perone. Il Cagliari ovviamente accusa il colpo, perde quota in campionato e l’Atletico Madrid lo elimina dalla Coppa Campioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I rossoblu vanno in crisi e piano piano scivolano fra le comprimarie, Riva, ancora convalescente, viene mandato in campo contro la Juventus, dopo un’assenza di sedici giornate: fa solo presenza simbolica, praticamente non può scattare, ma, per applaudirne il ritorno, accorrono in 70.000 al Sant’Elia. Il Cagliari arriva settimo a ben 16 punti dall’Inter campione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’ultimo grande Cagliari sarà quello dell’anno successivo; nel campionato 1971/72 la squadra isolana torna a lottare, per l’ultima volta nella sua storia, per lo scudetto e resta, almeno aritmeticamente, in corsa fino all’ultima giornata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per una sorta di curioso destino perde la sfida scudetto proprio a Torino ed ancora contro la Juventus, alla terzultima giornata per 2-1, e quel quarto posto finale (dietro a Juventus, Milan e Torino) è il suo canto del cigno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quattro anni dopo il Cagliari retrocederà nel suo anno più triste, quello nel quale Gigi Riva si infortuna gravemente, chiudendo in questo modo la sua straordinaria carriera. Nonostante le infinite proposte di andare a giocare in club prestigiosi, Rombo di Tuono rifiutò sempre, preferendo rimanere a Cagliari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando gli chiedono il motivo di tale scelta, la risposta è sempre quella: &lt;strong&gt;«Sono a Cagliari da quando avevo diciotto anni; tutta una vita. Se avessi vinto tre Coppe dei Campioni con la Juventus, oggi nessuno mi manderebbe una cartolina da questa splendida isola, scrivendo solamente: grazie. E quando penso che ho fatto contenta questa bellissima gente, sono contento anch’io».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/l82jKZmzQV8" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/7208204571164575388/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=7208204571164575388" title="2 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/7208204571164575388?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/7208204571164575388?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/l82jKZmzQV8/il-cagliari-di-gigirriva.html" title="IL CAGLIARI DI GIGIRRIVA" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://lh5.googleusercontent.com/-tlhVtzIB8x0/TXT_gA9Q7tI/AAAAAAAACdE/mMhrvI-bIgs/s72-c/cagliari.JPG" height="72" width="72" /><thr:total>2</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/il-cagliari-di-gigirriva.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;D0IMQno4eyp7ImA9WhBbFU4.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-3105244540308267451</id><published>2013-05-14T06:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-14T14:46:23.433+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-14T14:46:23.433+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Zdeněk GRYGERA</title><content type="html">&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-dEbpJYFGbXY/UZIwlI4ttiI/AAAAAAAADzY/rkMnewgZy1g/s1600/Grygera.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://2.bp.blogspot.com/-dEbpJYFGbXY/UZIwlI4ttiI/AAAAAAAADzY/rkMnewgZy1g/s320/Grygera.jpg" width="234" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Zdeněk Grygera, nasce a Pollepy u Holesova, nella Repubblica Ceca, il 14 maggio 1980. Dà i primi calci al pallone nello Zilin, con il quale esordisce nella massima serie ceca a diciassette anni; a venti si trasferisce allo Sparta Praga, dove resta tre stagioni, vincendo uno scudetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b&gt;«Mio padre mi ha insegnato ad essere sempre attento e mai impulsivo, quando devo pesare i miei successi ed i miei fallimenti; è una cosa che ho imparato nel confronto costante con cui ci obbliga la famiglia, un percorso di maturazione difficile, ma che ripeterei fin dall’inizio. Mio padre era sempre un passo indietro quando c’era da gustarsi un successo, era sempre più tiepido degli altri, quando doveva esprimere la sua contentezza per un mio risultato buono. E stava un passo avanti quando mi sentivo inadatto, quando avevo bisogno di qualcuno che mi incoraggiasse dopo un errore, di qualcuno che mi indicasse la via giusta per evitare altri sbagli. Un grande esempio, ecco che cosa è stato, per me, mio padre».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Nell’estate del 2003 abbandona la Repubblica Ceca per emigrare in Olanda, acquistato dall’Ajax; con i “Lancieri” rimane quattro stagioni, aggiudicandosi un campionato. Grygera è giocatore eclettico, capace di disimpegnarsi in ogni ruolo difensivo.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
La stagione 2007/08 lo vede con indosso la maglia bianconera; arriva a parametro zero e con molta diffidenza da parte dei tifosi juventini; esordisce il 23 settembre 2007, all’Olimpico di Roma, contro la squadra giallorossa. La prima parte della stagione è a luci ed ombre; Zdeněk si dimostra un buon giocatore, ma privo di quella personalità che necessità per fare il salto di qualità. È un giocatore diligente, ma si limita al compitino e niente di più; comunque sia, grazie anche ai frequenti infortuni di Zebina, è spesso schierato da titolare.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
La svolta della stagione, avviene a Genova, il 9 marzo, contro i rossoblu; Zdeněk viene schierato come terzino sinistro e, con un grandissimo goal ed un assist a Trézéguet, viene eletto migliore in campo:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«È stata un’emozione fortissima. Dopo aver messo la palla in rete ho percepito la forza e la fierezza della tifoseria bianconera, che si riversavano su di me, come un’onda che ti travolge, così anche da parte dei miei compagni di squadra. Eppure, non mi sembrava di avere fatto un miracolo, in fondo si trattava di un goal come tanti e non certo di una rete risolutiva per il campionato o per una coppa. Invece, tutti hanno esultato per il mio intervento, mi hanno abbracciato e festeggiato come un piccolo eroe; è stato un momento molto intenso e di grande coinvolgimento».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Da quella partita in poi, Grygera acquista sicurezza ed anche i tifosi bianconeri si accorgono di lui, incoraggiandolo ad ogni giocata. Grazie al costante appoggio dei tifosi, Zdeněk gioca a buon livello anche la seconda stagione con la maglia juventina, riuscendo a realizzare anche due reti; la seconda rete stagionale è quella importantissima, che vale il pareggio nella sfida casalinga contro l’Inter.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Nei minuti di recupero, infatti, Grygera viene lasciato completamente solo, su azione di calcio d’angolo battuto da Giovinco. La sua incornata è precisa e non lascia scampo a Julio Cesar, rendendo pazzi di gioia tutti i tifosi bianconeri che temevano di uscire sconfitti dalla sfida con i neroazzurri.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Le due stagioni seguenti sono senza lode e senza infamia. Grygera ritorna ad essere un calciatore che non riesce a dare quel qualcosa di più per meritarsi un posto in squadra. L’arrivo di Motta nell’estate del 2010, lo relega spesso in panchina.&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Il 30 agosto del 2011 rescinde il contratto che lo legava alla Juventus e firma con gli inglesi del Fulham.&amp;nbsp;In totale colleziona 144 presenze e 3 reti.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/LjwILcsbOIc" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/3105244540308267451/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=3105244540308267451" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3105244540308267451?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3105244540308267451?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/LjwILcsbOIc/zdenek-grygera.html" title="Zdeněk GRYGERA" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://2.bp.blogspot.com/-dEbpJYFGbXY/UZIwlI4ttiI/AAAAAAAADzY/rkMnewgZy1g/s72-c/Grygera.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/09/zdenek-grygera.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;D08GSX8_fSp7ImA9WhBbFU4.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-4239643489857153924</id><published>2013-05-13T07:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-14T14:50:28.145+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-14T14:50:28.145+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Stefano TACCONI</title><content type="html">&lt;div align="justify"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-BQc4fsEIc4M/T50oQ71dOSI/AAAAAAAADXM/MeQciMEpWY4/s1600/tacconi4.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://4.bp.blogspot.com/-BQc4fsEIc4M/T50oQ71dOSI/AAAAAAAADXM/MeQciMEpWY4/s320/tacconi4.jpg" width="246" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Da Perugia, dove nasce il 13 maggio del 1957, Stefano Tacconi prende una strada impervia e tutt’altro che diretta per la Juve. Anzi: poiché, dopo l’apprendistato a Spoleto, è l’Inter a scoprire per prima le doti del ragazzo tra i pali, si potrebbe pensare che tutto possa diventare Stefano, meno che il portiere della squadra bianconera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma in neroazzurro le cose non vanno come dovrebbero, e così il giovanotto comincia a peregrinare su e giù per la penisola, da Pro Patria a Livorno, da Sambenedettese ad Avellino. Qui, agli albori degli anni Ottanta, il giovanotto finalmente si ferma. E si afferma. Perché il fisico è da “goalkeeper” anglosassone aduso alle mischie ed il carattere è quello di un moschettiere di Dumas.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando Stefano decide di farsi crescere il baffo, l’aspetto da eroe di cappa e spada è perfetto. Ad Avellino è proprio quel che ci vuole, la gente sogna in grande, la squadra dei “Lupi” irpini non è mai stata così in alto, ed il portiere deve essere all’altezza. Tacconi in breve diventa uno dei punti di forza della squadra, e decolla con i compagni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Al punto che, declinando la lunghissima parabola stellare di Zoff, la Juve sceglie lui per perpetuare la specie dei grandi portieri. Una scelta ponderata a lungo, valutata sul rendimento del ragazzo nell’ultimo triennio. Una decisione rischiosa, perché, dopo undici stagioni con un monumento al ruolo come Super Dino, affidarsi ad un giovanotto che non vanta trascorsi ad alto livello in grossi club può sembrare una scommessa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Prendere il posto di Zoff era un compito che avrebbe distrutto chiunque , ma non il portiere perugino il quale non manifesta il minimo turbamento, ostentando sempre tanta sicurezza. Si allena con la stessa spregiudicatezza con cui si muoveva nell’Avellino e non dimostra alcun condizionamento nei confronti di un ambiente che rappresenta il sogno di ogni calciatore italiano:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Ad Avellino dovevo fare anche da libero, figuriamoci se mi spavento per il fatto di giocare in una squadra come la Juventus che al portiere è in grado di assicurare adeguata protezione. Non mi spaventa nemmeno il paragone con Dino. Io sono Tacconi ed a Zoff guardo come al maestro».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma il ragazzo, oltre che bravo, è indubbiamente fortunato. Il suo arrivo sotto la Mole coincide con la messa in pista di una delle più solide versioni della Juve “trapattoniana”: confermato lo squadrone sfortunato l’anno prima, sono arrivati ritocchi di sostanza, uno dei quali, la mezzala Vignola, dallo stesso Avellino da cui proviene il portiere. La difesa destinata a proteggere Tacconi è quanto di meglio al mondo sia stato assemblato negli ultimi anni, da Gentile a Cabrini, da Brio a Scirea.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si può temere qualcosa, con tanti pezzi da novanta a dare una mano? In effetti, non trema Tacconi e soprattutto non tremano i campioni bianconeri che di Tacconi cominciano presto a fidarsi. La Juve parte col botto, in tre giorni segna 14 reti e ne subisce appena una, è record mondiale o giù di lì. Avanti in campionato, avanti in Coppa delle Coppe, Tacconi che pure ha nell’esperto Bodini un rivale accreditatissimo è il titolare indiscusso e da alla retroguardia una sicurezza insperata. Non solo, con un carattere da simpatico guascone è tra quelli che più si danno da fare per incitare i compagni nei momenti difficili.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così facendo, nell’anno dell’esordio, mette insieme 23 presenze in campionato ed una decina in Coppa delle Coppe e, quel che più conta, da un contributo decisivo alla conquista di entrambi i trofei. Bravo e fortunato, si diceva. Un inizio così alla Juve l’hanno avuto in pochi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’anno dopo, con l’arrivo dell’amico ed ex compagno di Avellino Luciano Favero, ci sono le condizioni per ripetersi.. Ma stavolta la sorte è meno benigna e cominciano i problemi; dopo un clamoroso 0-4 rimediato a San Siro contro l’Inter ed il derby perduto nella domenica successiva, complice un suo errore in uscita, Tacconi viene sostituito da Bodini e l’imprevedibile portiere perugino non accetta la panchina, con furiose polemiche che non possono sicuramente essere tollerate dall’ambiente juventino. Fioccano le multe e trascorre parecchio tempo prima che Tacconi si rassegni alla panchina che sarebbe durata per lunghi mesi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;«Tacconi sfida la Juventus!», «Tacconi ha aperto il fuoco!», «Clamorosa polemica alla Juventus!».&lt;/b&gt; I giornali vanno a nozze, approfittando curiosi di queste polemiche poco abituali per l’ambiente juventino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;«Una volta i giocatori parlavano poco, forse avevano anche paura»,&lt;/b&gt; dice il giocatore, &lt;b&gt;«ma con la Legge 91 hanno acquisito la possibilità di andare dove vogliono e le società hanno inevitabilmente minor potere su di loro. Quell’esperienza che ho vissuto mi ha fatto capire che avevo commesso alcuni errori. Il tempo tuttavia ha dimostrato che non avevo parlato completamente a vanvera».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bodini si dimostra un ottimo portiere e Tacconi soffre parecchio: rientra in squadra sul finire della stagione È pronto per la finale di Bruxelles, ma se la sentirà il Trap di rischiare? Tacconi lo rassicura: &lt;b&gt;«Mister sono pronto, è la mia grande occasione».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Trap a questo punto si fida. E fa bene. Tacconi è grande nella notte di tregenda, la Juve issa in spalla la prima Coppa Campioni anche grazie alle sue strepitose parate.&amp;nbsp;Il grande slam del portiere perugino si chiude di lì a qualche mese.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tokyo, 8 dicembre 1985, finale di Coppa Intercontinentale. L’apoteosi per la Juve “trapattoniana”, il trionfo personale per il portiere erede di Zoff. Cosa c’è di più esaltante per un portiere che ergersi a baluardo, essere l’artefice unico di un successo, insomma parare un rigore, anzi due, anzi tre?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La coppa lottata e sofferta è aggiudicata ai penalty e qui Tacconi si esalta. La sua espressione dopo l’ultima decisiva parata è nella storia televisiva e fotografica del calcio. Pugni al cielo, ghigno di chi è arrivato dove nessuno avrebbe mai detto, insomma gioia incontenibile. Che è poi la gioia di milioni di juventini che hanno messo la sveglia nel cuore della notte per non perdersi l’evento in TV.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tacconi, di qui in avanti, è un mito dei fans, un uomo simbolo. La Juve dei ciclo “trapattoniano” non è più la stessa, lasciano campionissimi ed arrivano giocatori normali, non si può sempre vincere. Tacconi è la continuità tra quella Juve trionfante e questa che la sfanga senza infamia e con poche lodi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Passa il biennio di Marchesi, la nota lieta per Tacconi è il suo ingresso, in punta di piedi, nel giro della Nazionale. Da riserva di Zenga, si capisce, ma è sempre meglio di nulla. Poi, alla Juve, arriva Zoff ed è di nuovo tempo di vittorie. Tacconi non salta più una partita che è una, è sempre più il simbolo di una Juve che prova a vincere qualcosa e, nella stagione 1989/90, da un contributo decisivo ad un’altra doppia conquista, Coppa Italia e Coppa Uefa. Nella finale europea con la Fiorentina, sul neutro della sua Avellino, gioca un’altra partita da incorniciare, degna premessa al posto in Nazionale al Mundial italiano di un mese dopo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poi, nel 1992, l’arrivo di Peruzzi è il segnale che la lunga avventura è agli sgoccioli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lascia un ricordo indelebile e un curriculum da grande, uno dei più grandi nella storia del ruolo in maglia juventina: 402 partite, di cui 56 nelle coppe europee, con due scudetti, il tris delle coppe europee (una Uefa, una Campioni ed una Coppe) e quella Intercontinentale del 1985 che è più sua che di chiunque altro.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI ANGELO CAROLI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1984:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poteva diventare cuoco e preparare spaghetti all’amatriciana e polenta con spezzatino; invece è finito fra due pali, a vivere in solitudine l’arte acrobatica del portiere. La storia di Stefano Tacconi è singolare, quasi una fiaba, dove tutto diventa incantesimo ed è appeso al sottile filo dei sogni e dove un bambino fragile si trasforma in principe.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Figlio di operai (Arsenio e Giannina) di un lanificio di Ponte Felcino (piccolo paese umbro dove Stefano è nato ventisei anni fa), Tacconi viene dalla gavetta; e nasce portiere per caso, quando i fratelli maggiori Giuseppe e Piero, che credono di saperla lunga soltanto perché fanno il mestiere del centrocampista, lo obbligano a stare in mezzo a una porta, un ruolo che ogni bambino rifiuta categoricamente. Ma Stefano è docile e si adatta. Il tempo lo ripagherà con grossi interessi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le prime esperienze calcistiche le affronta a sedici anni, nella squadretta del suo paese; poi si trasferisce a Spoleto, lusingato da un osservatore che gli aveva riconosciuto buone doti atletiche. magro come un grissino, ma la voglia di imparare non gli manca. E sogna, proprio come nelle favole. Il giovane Tacconi deve però dedicarsi anche agli studi. Perciò, dopo aver superato l’esame di terza media, si iscrive presso l’Istituto alberghiero fra polli allo spiedo ed anatre all’arancia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma siccome lui pensa che è meglio un portiere oggi che un cuoco domani, mette la vita dentro a un pallone, che continua ad afferrare con mani diventate sempre più forti e sicure. Gioca nello Spoleto con buoni risultati; poi un giorno compaiono Brighenti e Manni (osservatore e generai manager dell’Inter del 1975/76) per vedere all’opera un giovanotto di nome Roselli. Però piace anche Stefano ed il doppio affare è concluso.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’Inter lo affida a Venturi ed a Giancarlo Cella: l’angelo di Ponte Felcino sta per spiccare il volo. Quattrini pochi, ma gloria abbastanza (tornei Primavera e Berretti e Coppa Italia). E rispedito successivamente a Spoleto, poi è mandato a Busto Arsizio (Pro Patria) per via del servizio militare, dal povero Barison. Tacconi si rompe infatti il braccio destro (l’ulna) in uno scontro con Vendrame. Sette mesi d’inattività, poi la ripresa, lenta ma sicura.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Soltanto a Livorno, in C1 ed alle dipendenze di Burgnich, conosce il calcio a livello semiprofessionistico. Fa parte anche della Nazionale di Serie C che sconfigge, a Londra, l’omologa scozzese. Ma a San Benedetto, altro ambiente caloroso e tranquillo, spicca il volo deciso. Fino ad arrivare all’Avellino dove gioca per tre anni, a livelli ottimi. La favola subisce bellissime trasformazioni. La realtà è accarezzata e non sembra più una montagna grande e difficile da scalare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Juventus lo mette sotto il proprio obiettivo, ne fiuta le grosse capacità e lo porta nella metropoli torinese. Però c’è un’ombra davanti a Tacconi: l’eredità di Zoff. Poi, in alcuni tifosi c’è diffidenza, in altri perplessità. Stefano è però un ragazzo intelligente: mette in un angolo certi aspetti istintivi del carattere e comincia a meditare, aspettando sulla sponda del fiume. Parla sempre poco e para tanto. Dopo un paio di incertezze nell’afosa notte di Casale (amichevole), il nuovo portiere juventino tira fuori una grossa personalità e notevoli doti tecnico/atletiche.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inutile ricordare le parate di Danzica o di Parigi, del derby o di quelle effettuate contro il Verona: le pagelle gli danno sempre ottimi voti, e lui oggi non è più osservato come scolaretto timido, ma come degnissimo successore di Zoff. Ed amato e stimato da tutti i tifosi; e lui ci tiene a ringraziarli. Come ringrazia i compagni di squadra (Zoff fra i primi), dirigenti e tecnici per avergli favorito l’ambientamento. Si accorge che vive giorni autentici però gli piace ancora aggrapparsi alla fantasia, per sognare altri traguardi che per ora non osa rivelare (scudetto, Coppa delle Coppe e la Nazionale). Sorride e si nasconde dietro a questa breve frase:&amp;nbsp;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold;"&gt;«Ho solo ventisei anni».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sulle difficoltà iniziali quasi sorvola:&amp;nbsp;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;«Non era timore il mio, solo che venivo dalla provincia e pensavo di incontrare grossi ostacoli. Era soltanto questione di convincermi di poter fare il mio dovere. Sono venuto a Torino sapendo che se sbagliavo mi si chiudeva una porta d’oro. Ed ora amo tutto di questa Juve, dalla società, ai tifosi, ai compagni di squadra».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ragazzo simpatico ed estroverso, ha l’aria del cucciolo che sa difendersi bene. Ama i motori e la musica. Ad Avellino, insieme con Juary, conduceva una trasmissione di disco-music per una televisione privata. Come atleta i tifosi lo conoscono già: ha doti eccezionali, che vanno soltanto un po’ disciplinate. La porta bianconera, insomma, è in mani sicure. E il sogno/realtà di Stefano Tacconi è appena cominciato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI VLADIMIRO CAMINITI:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Stefano Tacconi appartiene, per il carattere e la natura di forte idealista, alla schiatta dei frati giocondi che peroravano, nell’Umbria del 1200 sempre aprica e risparmiosa, il verbo della pudicizia. Dotati di favella gloriosa, costoro, scalzi, coperti da un saio, viaggiavano il mondo a dorso di faceti asinelli, e peroravano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Acclarata che è questa la natura di Tacconi, veniamo al portiere, e qui appare tutto evidente: più potente che agile, è però un autentico drago per la capacità di vivere il match nel suo cuore nobile; quasi imbattibile tra i pali quando è in forma, recupera doti di estemporanea efficacia nelle uscite frontali, mentre sui palloni che provengono dall’out rinunzia a priori, fidandosi, spesso a torto, dei colleghi difensori che subito rampogna aspramente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tacconi è un grande, acrobatico portiere nel senso lato dell’espressione, soprattutto quando la sfida si infiamma; nei confronti europei è risultato spesso decisivo dall’alto di una forza e furia atletica prestigiosa, con quel suo stile un tantino gradasso o spaccone pure nel baffo, i crudeli occhi cerulei ironici, che me lo hanno fatto soprannominare Capitan Fracassa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tacconi fa della porta il suo regno: essa è l’espressione del suo talento spettacolare e spericolato, uomo vero nella sfida pericolosa del calcio ama il più difficile, il sempre più difficile. E dopo la tragedia dello stadio Heysel, ha maturato un gusto amaro e sarcastico dell’ambiente in cui vive.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI NICOLA CALZARETTA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 2011:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Stefano Tacconi. Fisico esplosivo, i centimetri giusti per un portiere che deve dominare la sua area. Porta i baffi, sotto una cesta di riccioli biondastri. Lingua tagliente e ben affilata, ma questo si saprà poi. Ha già alle spalle una buona gavetta quando arriva alla Juventus, estate 1983.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Eppure per lui la giostra aveva previsto un altro percorso. Quando ancora non ha la patente, lo adocchia l’Inter che lo testa facendolo viaggiare tra Spoleto, Busto Arsizio, Livorno e San Benedetto del Tronto. La tappa marchigiana è fondamentale. Perché gioca titolare in Serie B a ventidue anni e, soprattutto, perché lo allena maestro Piero Persico, un grande del settore. La giostra, inaspettatamente, si ferma.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’Inter lo molla. Ma lui non molla, anzi. Va ad Avellino, Serie A. Motivato e sicuro di sé. Sono tre campionati senza stop. 90 partite tutte d’un fiato. Tacconi c’è. Il clima del Partenio e le stagioni a lottare per salvezza lo hanno temprato. Ma quando arriva la chiamata della Juve per sostituire il mito Zoff, qualcuno storce il naso:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«È normale»,&lt;/b&gt; spiega. &lt;b&gt;«Fino ad allora avevo giocato in provincia».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Invece dal cilindro di Boniperti spunta, a sorpresa, il tuo nome:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Ricordo che, però, già verso dicembre gennaio cominciò a trapelare la notizia dell’interessamento della Juve nei miei confronti, quando Zoff ancora non aveva annunciato il ritiro».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tu a questa notizia come reagisti?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«A modo mio».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cioè?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Dissi: “O io o lui”. Io la riserva non l’avrei fatta a nessuno».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non hai avuto paura con quella sparata di esserti giocato la possibilità di andare alla Juve?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«L’incoscienza ha sempre fatto parte del mio carattere. Sentivo di dover dire quelle cose e le ho dette. E sono convinto che i motivi per cui mi hanno scelto, c’è anche questo, la mia spavalderia».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando hai saputo che i giochi erano fatti?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Ad aprile. Me ne accorsi perché tutti temevano che mi facessi male! Comunque finché non ho firmato non sono stato tranquillo. Mi volevano anche il Napoli e la Roma con la quale l’Avellino aveva già fatto un pre-contratto senza che io sapessi nulla».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Arrivavi a Torino, dove però c’era un Bodini che scalpitava:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Lui aveva chiuso benissimo la stagione precedente, aveva vinto la Coppa Italia. Ma io ero sicuro di me. Avevo ventisei anni, l’età giusta. Mi ero fatto una bella esperienza. E poi se mi avevano comprato voleva dire che puntavano su di me. O no?»&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E difatti l’11 settembre 1983 debutti in campionato con la maglia di Zoff:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Avevo già fatto la Coppa Italia, ma l’esordio al Comunale in campionato ha avuto tutto un altro sapore».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sensazioni?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Un po’ di emozione c’era. Lo stadio era pieno, c’erano molte aspettative. Nell’aria sentivo ancora un po’ di scetticismo verso di me. In fondo dovevo dimostrare che quella maglia potevo meritarmela. È andata bene».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Direi benissimo, hai anche parato un rigore:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Onestamente l’Ascoli non fu un grande avversario: quel giorno vincemmo 7-0. E poi, con quella gente che stava davanti a me, mi sentivo molto tranquillo. Il rigore è stata la ciliegina sulla torta, fra l’altro De Vecchi non lo conoscevo proprio come rigorista».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Superata la prova del fuoco?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Mancava solo la Coppa delle Coppe che giocammo il mercoledì successivo. Anche li vincemmo 7-0. Se non altro portavo fortuna! Alla fine dell’anno vincemmo scudetto e Coppa, mica male!»&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel tuo primo anno alla Juventus hai avuto Dino Zoff come preparatore dei portieri. Quanto ti è servito?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Mi dava molta sicurezza».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli hai chiesto dei consigli?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Nessun consiglio. Anche lui aveva fatto così durante tutta la sua carriera. Ognuno deve fare di testa sua. Io poi sono sempre stato un tipo un po’ naif. Ero un orso, prima della partita non sono mai uscito a fare riscaldamento. Me ne stavo da solo nello spogliatoio. E poi non seguivo tabelle. Non c’era scienza nel mio gioco. Solo istinto e cuore».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ed anche una particolare attenzione al look: con te le magliette si sono colorate vistosamente:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Era anche un modo per distinguersi dagli altri. E poi mi sono sempre piaciuti i colori sgargianti. Tutti tranne il giallo che portava sfiga».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È vero che disegnavi tu stesso i modelli?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Sì, me li cucivo addosso. Anche se nella mia prima finale europea la maglia me la dette Zoff».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Contro il Porto dovevamo giocare con le divise pulite, senza scritte commerciali. Io invece avevo tutte le maglie con lo sponsor. Allora Dino mi prestò la sua e così feci un ritorno al grigio. Che portò benissimo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ricordi un intervento in particolare della notte di Basilea?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«La doppia parata su due tiri ravvicinati nel giro di cinque secondi. Modestamente ho dato anch’io il mio contribuito alla conquista della Coppa delle Coppe».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quello fu il tuo primo trofeo internazionale al quale sono seguiti tutti gli altri, nessuno escluso:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Sono l’unico portiere ad aver vinto tutto. Voglio vedere che aspettano a mettere il mio nome nella “Walk of Fame” di Montecarlo!»&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La lingua è ancora tagliente!&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Guai se non fosse così. Anche se le mie uscite in carriera mi sono costate un sacco di soldi».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quanti?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Più di 200 milioni. Anche se quella volta degli elicotteri di Berlusconi l’Avvocato Agnelli ne pagò la metà. Un grande!»&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quali sono stati i momenti più belli vissuti alla Juve?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Tutte le finali internazionali, con Tokyo un gradino su tutte: parai due rigori, quel giorno avevo una maglia verde».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E quelli più difficili?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Uno su tutti: quando rimasi fuori da novembre ad aprile, durante il campionato 1984/85. Ho sofferto molto, ho masticato amaro, ma alla fine ho vinto io. Feci anche la finale di Coppa Campioni, anche se ancora oggi non so perché il Trap mi fece giocare».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Che voto dai ai tuoi dieci anni alla Juve?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Dieci e lode».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI NICOLA CALZARETTA, DAL “GS” DEL GENNAIO 2012:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In mano ha una busta della spesa con un peperone rosso appena acquistato dal verduraio di fiducia: «Oggi preparo un bel sugo ai peperoni, tanto se non cucino io, in casa mia non ci pensa nessuno».&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È in perfetta forma, Stefano Tacconi, gli occhi azzurri scintillanti e la solita lingua tagliente. Siamo a Cusago, periferia sud di Milano. Mattinata brumosa, ma non fredda. L’appuntamento è in un bar del centro. Tuta nera, capelli biondo cenere spettinati come tendenza comanda e solito pizzetto ben curato. Un Campari, qualche patatina e via libera ai ricordi. Che sono tanti, perché lunga e ricca di eventi è stata la carriera di Tacconi, nato a Perugia il 13 maggio 1957. L’Inter, che lo aveva adocchiato da bimbetto, lo mette alla prova tra Spoleto, Busto Arsizio, Livorno e San Benedetto del Tronto. Poi, però, lo lascia libero.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ogni anno, uno scatto in avanti, fino alla Serie A con l’Avellino nel 1980. Ha una montagna di riccioli, il baffo precoce ed una voglia matta di arrivare. Nel 1983 ecco la Juventus per il dopo Zoff, hai detto nulla. Spaccone ed irriverente, si prende la maglia da titolare e scrive pagine storiche in bianconero. Conquista scudetti, ma soprattutto tutte le coppe possibili ed immaginabili.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quella di più alto grado, la Coppa Intercontinentale, giusto ventisei anni fa, l’8 dicembre 1985 a Tokyo contro l’Argentinos Juniors: &lt;b&gt;«L’ho vinta da protagonista, come avevo sempre sognato. Per un portiere è il massimo arrivare a giocarsi un trofeo ai calci di rigore. Quando l’arbitro ha fischiato la fine dei supplementari, ho detto: “Ed ora vado a prendermi la coppa”. Ero convinto, sicuro che quello sarebbe stato il mio momento. E difatti ho parato due rigori su quattro e siamo diventati Campioni del Mondo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Detta così, più facile che bere un bicchiere d’acqua: &lt;b&gt;«La partita è stata dura. Non quanto la preparazione, però».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In che senso? &lt;b&gt;«Siamo arrivati a Tokyo praticamente una settimana prima della gara, dopo un viaggio in aereo che non finiva più. Boniperti, tirato come sempre, ci faceva viaggiare in economica, mai in business. Io, Brio e Serena sembravamo dei ricci, raggomitolati tra una fila di seggiolini e l’altra. Facemmo scalo in Alaska, atterrando su una montagna di neve. Il fuso orario ci ammazzò. E questo è stato il viaggio».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ed a Tokyo? &lt;b&gt;«Un casino. La città stava aspettando da mesi l’evento. Eravamo sempre imbottigliati nel traffico. Trapattoni, poi, era una belva perché avevano messo sia noi che gli argentini nello stesso albergo. La tensione saliva a vista d’occhio. Non c’era altro che allenamento, mangiare e dormire. Io ho resistito fino al quinto giorno».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopodiché? &lt;b&gt;«Sono scappato e sono andato a cercarmi una geisha».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Trovata? &lt;b&gt;«Sì e posso dire che dopo sono stato parecchio meglio».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nessuno si è accorto di nulla? &lt;b&gt;«No, o per lo meno nessuno mi ha detto niente. Mancavano due giorni alla partita. Erano tutti stressati. Io no».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Avevate qualche timore? &lt;b&gt;«Era la finale di una coppa, gara secca. Non puoi mai stare tranquillo. Noi, comunque, eravamo abituati agli scontri diretti. Non come adesso che è tutto a gironi. Certo, qui ci giocavamo il mondo. Per la società poi c’era l’ulteriore traguardo di diventare l’unica squadra ad avere vinto tutte le coppe internazionali»&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ci furono particolari accorgimenti tattici? &lt;b&gt;«Si doveva vincere. E basta. Noi eravamo la Juve».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il tuo pre-gara come è stato? &lt;b&gt;«Quello di sempre. Da solo, nello spogliatoio, alla ricerca della concentrazione. Non sono mai uscito a fare riscaldamento. Non concepisco i portieri di oggi che stanno fuori un’ora prima della partita. E poi i saluti, i sorrisi nel sottopassaggio, ma che storia è? Io ero un orso. Dovevo stare da solo. Con la mia Marlboro ed il caffè».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E la testa in quei momenti dove è andata? &lt;b&gt;«È andata a mio fratello che, insieme a tanti tifosi della Juventus di tutta Italia, è partito con il pullman da Lucca per raggiungere Milano».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per seguire in diretta TV la partita? &lt;b&gt;«Sì. I diritti li acquistò Canale 5, ma la diretta avrebbe coperto solo la Lombardia. Noi giocammo a mezzogiorno, le quattro di notte in Italia. La differita l’avrebbero trasmessa nel pomeriggio dell’8 dicembre (tra l’altro l’ho vista anch’io). Prima della partita pensai a lui ed a tutti quelli che stavano facendo chilometri per vederci in televisione».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tokyo, ore dodici. Ci siamo: &lt;b&gt;«Lo stadio era tutto bianconero, sembrava di stare a Torino. In panchina, accanto al Trap, c’erano tutti i dirigenti, perfino Edoardo Agnelli che, però, non aveva l’autorizzazione per stare in campo. Alla fine del primo tempo fu cacciato, ma lui trovò il modo di tornare dentro lo stesso».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Che rapporto avevi con lui? &lt;b&gt;«Ottimo. Un bravo ragazzo, malinconico, ma genuino. Ricordo che prima della partita dell’Heysel, quando ancora fuori non era successo niente, prese una sedia, ci salì sopra e fece un discorso a tutta la squadra. Ci fece piacere. Si sentiva accolto da noi. Qualche volta è venuto persino in ritiro a Villar Perosa, come suo cugino Giovanni Alberto. Ma il calcio non era nelle loro corde: avevano i piedi pieni di vesciche».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Intanto le squadre sono schierate ed il tedesco Roth fischia l’inizio: &lt;b&gt;«La partita fu bella, tirata, sempre in bilico, con continui cambi di fronte. Di là c’era gente come Olguin, Batista e Borghi, che era fortissimo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due goal per parte, più qualche altro annullato: &lt;b&gt;«Ci siamo trovati a rincorrere, ma quella squadra poteva ancora contare su uno zoccolo duro di qualità, da Cabrini a Brio, da Scirea a Platini. Erano andati via Tardelli, Rossi e Boniek, ma era arrivata gente giovane come Mauro, Laudrup e Serena, oltre a Manfredonia, un leone. A un certo punto si fece male Scirea ed entrò Pioli, che aveva vent’anni. Fu bravissimo, dimostrò una personalità incredibile. Questa era la Juventus».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tutto bello, ma a dieci minuti dalla fine siete sotto di un goal: &lt;b&gt;«E lì c’è stato il capolavoro di Laudrup. Un pazzo scatenato. Anch’io ho urlato dalla mia porta di buttarsi per terra quando il portiere lo ha ostacolato. Il danese era un puledro purosangue. Quel goal lì, dalla linea di fondo, solo lui poteva farlo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fine dei 90 minuti, ecco i supplementari: &lt;b&gt;«A quel punto non me ne importava più niente. Volevo i rigori. Dovevo entrare in scena io, da protagonista vincente. Fremevo dalla voglia».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come ti sei preparato alla lotteria finale? &lt;b&gt;«Io non avrei fatto nulla, come era mio solito. Non ho mai visto cassette sugli avversari, non avevo dossier sugli attaccanti. Mi bastava l’istinto, la forza e la convinzione. In quel caso, invece, Romolo Bizzotto, il vice di Trapattoni, mi fece vedere per decine di volte la cassetta della finale della Libertadores tra Argentinos ed America di Cali, finita anche quella ai rigori. Non ne potevo più, quella cassetta diventò un incubo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma ti è servita o no? &lt;b&gt;«Servita, servita. Imparai a memoria tutto, chi erano i rigoristi, come calciavano, da che parte avrebbero tirato. Anche se poi, a Tokyo, non mancarono le sorprese».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tipo? &lt;b&gt;«Intanto Olguin, il primo rigorista, cambiò l’angolo. Io andai deciso sulla mia sinistra e lui la buttò dall’altra parte. Mi alzai e mandai a quel paese Bizzotto e la sua maledetta cassetta».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con Batista invece tutto filò liscio: &lt;b&gt;«Fu un coglione! Non cambiò nulla nell’esecuzione, piattone sulla mia sinistra. Io, in verità, anticipai un po’ il tuffo, tanto che presi il pallone con la mano sotto il corpo. Esultai come un centravanti, iniziai a non capire più nulla. Ero carichissimo, dovevo sfogare tutto, gioia compresa. Anche perché con la mia parata eravamo in vantaggio di un goal, visto che Brio e Cabrini avevano segnato».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E così arriviamo al terzo rigorista, tale Juan Josè Lopez: &lt;b&gt;«E chi lo conosceva? Era entrato a tre minuti dalla fine dei tempi supplementari, solo per tirare il rigore. Iniziai a guardare la panchina, ma il Trap fece finta di non vedere, nemmeno lui sapeva chi fosse. Ma porca miseria, possibile che nessuno lo conosca? Oltretutto, mentre si avvicinava al dischetto, mi guardava con aria incazzata perché avevo preso il tiro di Batista. Ma che cavolo vuoi? Fece goal, ma con il piede per poco non gliela prendevo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La situazione si fa incandescente. Laudrup sbaglia. Per te c’è Pavoni. Se segna, l’Argentinos pareggia: &lt;b&gt;«Lui c’era nella cassetta. Era un tipo massiccio, dal tiro forte e centrale. Devo dire che sono stato bravo, riuscendo a muovermi solo un istante prima del calcio. Feci un piccolo spostamento sulla destra, riuscendo però a ritrovare la posizione eretta ed a respingere con il corpo. E lì ho esultato come un matto. Sapevo che era l’ultimo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non è vero, c’era ancora Platini: &lt;b&gt;«Appunto».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non avevi dubbi su Michel? &lt;b&gt;«Nessuno. Platini disputò la sua più bella finale con la Juve. Anzi, direi l’unica finale giocata da star. Ad Atene non era lui, ma neanche a Basilea brillò. Sull’Heysel meglio non dire nulla. A Tokyo era in vena, oltretutto gli annullarono un goal magnifico».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per colpa di chi? &lt;b&gt;«Di Brio, che era in fuorigioco, ma che non c’entrava niente con l’azione. Michel ancora oggi lo maledice. Ma in realtà l’arbitraggio non fu all’altezza, così come il campo: buche, zolle, ciuffi d’erba qua e là, una pena».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E le trombette? &lt;b&gt;«Non le sentivo. La testa era per quella coppa. Sull’aereo, nel viaggio di ritorno, ci ho dormito insieme. Una gioia immensa».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anche per le tasche? &lt;b&gt;«A testa ci toccarono 125 milioni, non male».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In quei casi Boniperti pagava volentieri? &lt;b&gt;«Boniperti non pagava mai volentieri, ma era molto bravo a riscuotere, specie con me».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché ti multava così spesso? &lt;b&gt;«Perché io ero diverso dagli altri. Se avevo qualcosa da dire, la dicevo, non guardavo in faccia nessuno. Se volevo fumare, fumavo. Fumavo e vincevo, però. Fuori dal campo volevo fare come mi pareva: dal lunedì al sabato non volevo rotture di scatole».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Torniamo al trionfo di Tokyo: con la conquista dell’Intercontinentale la Juventus continua a dettare legge: &lt;b&gt;«Ancora per poco, a dire il vero. La partenza in campionato fu da urlo, otto vittorie consecutive, un record. Per essere pronti per la finale, infatti, avevamo cambiato la preparazione, accelerando i ritmi ed i tempi. L’idea, o meglio la speranza, era che si potesse prolungare il grande ciclo bianconero che durava dal 1977. In realtà quella squadra fu pensata quasi esclusivamente per vincere l’Intercontinentale».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma a maggio del 1986 quella squadra conquistò lo scudetto: &lt;b&gt;«Si, ed è stato l’ultimo prima di Lippi! Quel campionato l’abbiamo ripreso per i capelli grazie al Lecce alla penultima giornata. La verità è che si chiudeva una storia, il decennio di Trapattoni».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A proposito del Trap, con lui hai fatto fatica? &lt;b&gt;«È stato il mio primo allenatore alla Juve. C’era rispetto, forse un po’ di distanza. Era un martello pneumatico, non ti mollava mai. Nella mia seconda stagione mi ha tenuto fuori per sei mesi, ma ancora oggi non so il perché».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non avete mai chiarito questa cosa? &lt;b&gt;«Quando mi vede, mi dice sempre: “Tu lo sai il perché”. Ma io non so un cavolo. L’unica cosa che posso dire è che sono uscito di squadra che eravamo quarti e sono rientrato con la Juventus quinta. Solo colpa mia?».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come si sta in panchina? &lt;b&gt;«Fa freddo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come hai reagito alla decisione di metterti fuori squadra? &lt;b&gt;«All’inizio l’ho messa in vacca. Ho mollato. Ero incazzato nero. Parlavo male di tutti. Poi è scoccata la scintilla ed ho tirato fuori l’orgoglio. Fino al rientro in squadra».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Hai mai pensato di lasciare la Juve? &lt;b&gt;«Dissi di no al Napoli che mi offri un 1.200 milioni quando ne prendevo 700. Volevo dimostrare che ero da Juve. Dicevo: gioco e rivinco. Ho tirato fuori il meglio di me, come feci nel 1980 alla mia prima stagione con l’Avellino».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché, in quel caso cosa successe? &lt;b&gt;«Semplice: l’allenatore, Luis Vinicio, voleva farmi fuori. Eravamo nel pre-campionato ed io, francamente, pensavo a tutto tranne che al pallone. Poi feci un partitone a Palermo, il 24 agosto, e da lì tutto è filato liscio come l’olio. È sempre il campo che fa la differenza».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma intanto la domenica giocava Bodini: &lt;b&gt;«Ma io ero convinto che prima o poi sarei tornato. In una squadra c’è il numero 1 ed il 12. Ed il 12 di quella Juve era Bodini. Lo so che c’è rimasto male, ma io dovevo tornare a giocare. Rientrai a tre giornate dalla fine e poi feci la finale di Coppa Campioni all’Heysel. Senza nessuna spiegazione da parte di Trapattoni».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dai “non detti” del Trap passiamo alle coccole di Zoff: &lt;b&gt;«Dino mi voleva bene, ricambiato da me. L’ho avuto il primo anno come preparatore dei portieri alla Juve, poi due anni con la Nazionale olimpica ed altre due stagioni come allenatore alla Juve. Ha sempre puntato su di me, mi ha messo dentro anche quando non stavo bene».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando è successo? &lt;b&gt;«Quella volta che mi fratturai due costole, prima di una gara di Coppa Uefa. Lui andò dal dottore che confermò la diagnosi. Sai che rispose? “Io ho giocato con tre costole rotte”. Ed allora gioco anch’io, risposi».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cosa ti ha insegnato Zoff? &lt;b&gt;«Mi ha dato tranquillità, psicologicamente mi ha rafforzato molto. Dal lato tecnico, niente. Non gli ho mai chiesto consigli, né lui mai li ha dati a me. Mi diceva sempre: che ti devo insegnare? Quello che hai accumulato ce l’hai, io ti devo allenare. Che errore cacciarlo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Che gusto hanno avuto le due coppe vinte con lui? &lt;b&gt;«Per me ancora più saporito di tutte le altre. Perché erano quelle che mi mancavano per entrare nella storia e perché le ho tirate su io per primo come capitano».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Curiosità: com’è che la fascia era finita sul tuo braccio? &lt;b&gt;«All’inizio della stagione 1988/89 Zoff la dette a Tricella, facendo fuori Brio. Ma Tricella cosa c’entrava? Era alla Juve da pochissimo. L’anno dopo mi sono imposto, ne ho parlato con Zoff e tutto è tomato nell’ordine. Ero io il più anziano della rosa».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Invece Maifredi? &lt;b&gt;«Alla prima intervista da allenatore della Juventus dichiara: “Tacconi con me non sarà capitano”. Carino, eh?».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E tu? &lt;b&gt;«Quando ci siamo incontrati per la prima volta gli dissi che tra uomini si parla guardandosi negli occhi. Poi gli dimostrai che avevo tutti i requisiti per portare la fascia».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cosa facesti? &lt;b&gt;«Chiamai l’Avvocato Agnelli e poi passai la telefonata a Maifredi: “Mister, c’è qui qualcuno che vorrebbe parlarle”. Diventò rosso, si infuriò, ma capì che l’aveva fatta fuori dal vaso. Maifredi partì malissimo. Dopo la figuraccia in Supercoppa con il Napoli, chiesi alla società di cacciarlo, ma Montezemolo mi rispose: “L’ho portato io”. I risultati alla fine si sono visti».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tatticamente l’idea era buona: &lt;b&gt;«Quando Maifredi parlava di tattica e schemi andavo a giocare a tennis con Sorrentino, il preparatore dei portieri».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cos’è che non funzionò davvero? &lt;b&gt;«Maifredi aveva sfasciato lo spogliatoio. Per lui c’era solo Baggino. Sai quante volte gli ho detto: “E gli altri?”. L’aria era elettrica. C’erano continue litigate. Qualche giorno prima della partita di Coppa contro il Barcellona, con Dario Bonetti arrivarono alle mani. Era inevitabile che accadesse».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Chiusa la parentesi Maifredi, tornano il Trap e Boniperti e tu, però, chiudi il tuo ciclo bianconero: &lt;b&gt;«Puntarono su Peruzzi ed io non avevo nessuna voglia di stare in panchina. Non avrei mai fatto il dodicesimo, non l’avrei fatto neanche a Zoff a suo tempo. E lo dichiarai pure».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Già, quella volta lì l’hai sparata veramente grossa! &lt;b&gt;«La Juve mi aveva di fatto preso nell’aprile 1983, il sentore era che Zoff avrebbe smesso. Poi lui, in un’intervista dopo Atene, fece capire che forse avrebbe continuato. Allora io dissi: “O me o lui”. La sparai grossa, può darsi. Ma questo è il mio carattere. Spregiudicato, spaccone, un po’ presuntuoso. Ma se non sei così, muori».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Diciamo che il carattere ti è servito per resistere ai massimi livelli per molti anni: &lt;b&gt;«Ho iniziato nel 1976 a Spoleto in Serie D ed ho chiuso al Genoa a trentotto anni, vincendo tutto. Ho giocato con fuoriclasse assoluti alla Juventus. Ho affrontato tutto il meglio del calcio mondiale di quegli anni: Zico, Maradona, Vialli, tanto per metterli un podio. Se penso ai portieri di oggi della Serie A, mi chiedo che cosa racconteranno».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Chi ti ha insegnato i segreti del ruolo? &lt;b&gt;«Gino Merlo, al Livorno. Lo chiamavano il portiere ballerino. Un giorno mi prende e mi fa: Conosci il valzer? No, perché? Il valzer ti da i tempi. Un, due, tre ... e fai il movimento. Che lezione».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quale è stata la più bella parata che hai fatto? &lt;b&gt;«Ce ne sono tante. Dal mucchio prendo quella al 90° contro il Colonia nel ritorno della semifinale di Coppa Uefa 1990. Se entrava quel pallone, eravamo fuori. Tiro da dentro l’area, Brio che mi copre la visuale, io schizzo sulla sinistra e devio in angolo. Lì ho esultato come a Tokyo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E tra le tante maglie indossate in bianconero, a quale sei più legato? &lt;b&gt;«A tutte quelle con cui ho giocato le finali. A Basilea quella grigia me la prestò Zoff perché le mie avevano lo sponsor, mentre l’Uefa imponeva la divisa pulita. Mi è sempre piaciuto curare il look, molti dei modelli che ho portato li disegnavo io stesso».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È tua anche l’idea delle mezze maniche? &lt;b&gt;«Io le mezze maniche me le mangio oggi a pranzo. Con un bel sugo ai peperoni».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/ZT7XFKnX8E8" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/4239643489857153924/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=4239643489857153924" title="1 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4239643489857153924?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4239643489857153924?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/ZT7XFKnX8E8/stefano-tacconi.html" title="Stefano TACCONI" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://4.bp.blogspot.com/-BQc4fsEIc4M/T50oQ71dOSI/AAAAAAAADXM/MeQciMEpWY4/s72-c/tacconi4.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>1</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/stefano-tacconi.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;C0INSHY8cCp7ImA9WhBbE0k.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-1270405008087890997</id><published>2013-05-12T06:12:00.000+02:00</published><updated>2013-05-12T08:53:19.878+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-12T08:53:19.878+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Massimo BRIASCHI</title><content type="html">&lt;div align="justify"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-ePVbvqRYduk/TcPi0xlFU3I/AAAAAAAACnM/ctBDaEDrvmY/s1600/briaschi.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://4.bp.blogspot.com/-ePVbvqRYduk/TcPi0xlFU3I/AAAAAAAACnM/ctBDaEDrvmY/s320/briaschi.jpg" width="188" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Massimo Briaschi diventa juventino all’inizio del luglio 1984, quando, il presidente del Genoa, Fossati, lo chiama mentre si trova in vacanza con la famiglia, dicendogli, in un linguaggio misterioso: &lt;b&gt;«Tranquillo Massimo, ormai è fatta»,&lt;/b&gt; senza fornire altri particolari. L’attaccante, poco incline a credere alle ricorrenti promesse del suo presidente, risponde con un &lt;b&gt;«&lt;/b&gt;&lt;b&gt;va bene, allora devo tornare a Genova».&lt;/b&gt; Massimo Briaschi è reduce da una positiva stagione nel Genoa, contraddistinta da 12 goal ed è al centro delle attenzioni di tante squadre di serie A.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La mattina dopo il dottor Giuliano, cioè la Juventus in persona lo chiama.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Subito non mi sono reso conto»,&lt;/b&gt; racconta Briaschi, &lt;b&gt;«poi ho capito. La Juventus mi vuole, è la mia grande occasione!»&amp;nbsp;&lt;/b&gt;Il braccio destro di Boniperti comunica all’attaccante che ormai deve considerarsi bianconero e che lo attendono nel pomeriggio a Torino per firmare il contratto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Nella Juventus arriva al posto di Bruno Giordano, dopo che l’attaccante della Lazio non ha firmato il contratto con Boniperti per una differenze sull’ingaggio. La Juventus offre parecchi soldi, ma Giordano, tramite il manager, l’avvocato Canovi, rivendica molto di più. Briaschi, che pochi giorni prima rifiuta la Lazio, diventa juventino:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«È come uno di quei sogni che sai che non si potranno mai realizzare e, di colpo, diventano realtà. Ammetto di avere avuto una fortuna sfacciata e di aver rischiato; ho rifiutato la Lazio, perché volevo una sistemazione migliore, ma potevo anche rimanere in serie B e, magari, perdere il treno del grande calcio. Ho, forse, aiutato il destino, perché puntavo in alto. Sono bianconero, cioè ho raggiunto quella che è la migliore società d’Italia e, forse, di tutto il mondo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Attaccante completo, molto veloce, opportunista sottoporta, ma anche dotato di un buon tiro, disputa la prima stagione bianconera in modo molto positiva, stagione che culmina con la conquista della Coppa Campioni, nella tragica notte del 29 maggio 1985, a Bruxelles. Nella Juventus, che fatica in campionato, Briaschi lega a meraviglia con tutti: con Rossi, con Platini, con Tardelli, con Boniek. Tredici goal sono il suo bottino personale, ma la sfortuna è in agguato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 24 aprile a Bordeaux, nella gara di ritorno per le semifinali di Coppa dei Campioni, uno scontro a centrocampo con Battiston gli è fatale: salta il ginocchio sinistro, con lesione del legamento crociato e della capsula articolare. Un dolore atroce, ma Briaschi non si rende subito conto della gravità dell’infortunio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La domenica dopo, il 28 aprile, la Juventus deve giocare contro la Fiorentina, al Comunale di Torino: Rossi si infortuna durante il riscaldamento prepartita e Briaschi entra in campo col ginocchio fasciato, pur non essendo a posto fisicamente. Dopo tre minuti segna uno splendido goal, ma poi il male si acuisce; rimane in campo fino alla fine della partita, anche se zoppo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella notte di Bruxelles, contro il Liverpool, si batte come un leone, ma l’intervento diventa necessario a stagione finita. Lo opera il professor Bousquet, a St.Etienne e Massimo è pronto al rientro nel campionato successivo; la Juventus, però, ha cambiato pelle, sono arrivati Laudrup e Serena, Mauro e Manfredonia e per Briaschi gli spazi si riducono.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il bruttissimo incidente ne interrompe la carriera ad alti livelli, permettendogli, nei due anni a venire, di spigolare solo una ventina di presenze; il suo gioco, rapido e scattante, risulta infatti decisamente penalizzato dai problemi al ginocchio:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Non è stato un infortunio da poco, tant’è che ci vollero moltissimi mesi per riprendermi ed il rendimento dell’ultima stagione a Torino ne ha in parte risentito. Così, dopo due campionati con il Genoa ed un’esperienza di quattro mesi in Canada, decisi, a soli trentuno anni, di mollare il calcio, sperando di avere lasciato un buon ricordo. Dopo aver vinto tutto con la Juventus, non volevo accettare di scendere in categorie inferiori».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Rimane in bianconero fino all’estate del 1987, collezionando 84 presenze, condite con 24 goal. Nel suo palmares, troviamo 1 scudetto, 1 Coppa Campioni, 1 Coppa Intercontinentale ed 1 Supercoppa Europea.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI MASSIMO BURZIO DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL'AGOSTO 1988:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In tre anni (dal 1984 al 1987) ha vinto quello che altri calciatori neppure riescono a sfiorare in tutta una carriera. Massimo Briaschi, infatti, è riuscito a conquistare uno scudetto (1986), la Supercoppa e la Coppa dei Campioni (1985) e la Coppa Intercontinentale (1986). Un palmarès esaltante, quasi unico nella storia del calcio tanto è concentrato e meritato, non fosse altro per il prezzo pagato da Briaschi. Ad ogni vittoria, infatti, si è accompagnato un infortunio e ad ogni faticosa convalescenza un ulteriore incidente ed il relativo, faticoso, recupero.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se, quindi, Briaschi ha avuto molto dal calcio, altrettanto ha dato in termini di sfortuna e soprattutto ogni vittoria è stata duramente ridimensionata da incidenti assortiti. Così Briaschi non ha potuto lasciare nella storia juventina una traccia maggiore di quella abitualmente concessa a coloro che da comprimari contribuiscono al successo finale. Poteva, però, essere un leader, il bravo Massimo. Poteva e voleva dare di più e non lasciare la Juventus in silenzio, quasi in punta di piedi e con la certezza d’essere assai poco rimpianto dai tifosi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E neppure al Genoa, dove Briaschi si è trasferito dalla scorsa estate, c’è stato quell’atteso quanto ormai sempre più desiderato, ritorno ai livelli di rendimento accettabili. Oggi c’è soprattutto da augurare a Briaschi un futuro migliore del recente passato; e cioè un futuro che permetta al buon Massimo di ritrovare quella forza e quella grinta che il fisico ritrovato nella sua efficienza gli permetterebbe nuovamente di mettere in mostra, ma che probabilmente sono frenate e coperte da strane remore psicologiche. Briaschi, forse, è quindi da recuperare nel morale più che atleticamente. L’augurio è quello di farcela a tornare quello d’un tempo. Un tempo, oltretutto, neppure troppo lontano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nato il 12 maggio del 1958 a Lugo di Vicenza, Massimo Briaschi inizia a giocare a calcio nelle giovanili del Vicenza. In maglia biancorossa si conquista presto il nome di Nuovo Rossi e molti pronosticano una carriera anche migliore (squalifica a parte, ovviamente) di quella del Pablito nazionale che a Vicenza aveva ed ha ancora oggi più d’un amico ed estimatore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dal 1975 al 1981 Briaschi entra nei ranghi della prima squadra del Vicenza. Punta abile sia sulle fasce sia al centro dell’attacco, buon rapinatore d’area dal tiro secco e bruciante, Briaschi si fa valere anche nel gioco aereo nonostante non sia dei più alti. Il fisico è ottimamente costruito, armonico, con leve proporzionate ed adatte sia allo scatto breve sia alla corsa lunga.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il periodo vicentino di Briaschi termina nel 1981 quando viene trasferito a Genova. Briaschi ritrova il rossoblù, lo stesso colore che aveva vestito con il Cagliari, in una breve parentesi nel 1979/80. Nel Genoa, Briaschi mostra ancora molte qualità, ma soprattutto diviene ciclicamente l’uomo del mercato estivo. Sono molte, infatti, le società che cercano di assicurarsi il bravo Massimo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla fine ci riesce la Juventus che nel 1984 chiama Max alla sua corte. Intanto Briaschi è diventato titolare della Nazionale Olimpica che a Los Angeles conquista un quarto posto di assoluto prestigio (e, certamente, il piazzamento avrebbe potuto essere migliore se l’avventura olimpica fosse stata intesa da tutta la squadra azzurra con uno spirito meno turistico). Così Briaschi a causa degli impegni azzurri arriva alla Juve a preparazione già iniziata. Ricordo d’essere stato tra i primi ad intervistarlo ed ancora mi viene in mente quella sua concreta umiltà, che subito lo fece apprezzare da Trapattoni e dai compagni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Diceva infatti Massimo:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Vada come vada. Alla Juve sono per imparare e soprattutto sono convinto d’essere arrivato al top della mia professione».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Molti, come detto, gli infortuni: addirittura a Bruxelles, contro il Liverpool, gioca con un ginocchio che in altri momenti sarebbe immediatamente da operare. Ma Briaschi stringe i denti e scende in campo. Così avviene in tante altre occasioni. Il rendimento, inizialmente scintillante, cala sempre di più. Briaschi conosce la panchina, la accetta in silenzio e con disciplina.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando scende in campo, ormai, il pubblico accompagna ogni sua giocata con un boato di disapprovazione. Il giocattolo si è rotto. È tempo di andare via, anche perché la Juve cerca ed ha cercato altre strade in attacco. Per Briaschi di nuovo illusioni e molta, cruda e spietata, realtà.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI NICOLA CALZARETTA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO/AGOSTO 2011:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Massimo Briaschi oggi ha cinquantatre anni e di mestiere fa l’agente di calciatori. Il nazionale del Napoli Christian Maggio e la giovanissima promessa Amidu Salifu della Fiorentina sono i suoi fiori all’occhiello.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vicentino di nascita e di formazione calcistica, Briaschi nel 1984 fu acquistato dalla Juventus in cerca di una seconda punta da affiancare a Paolo Rossi. Piccolo, guizzante e rapidissimo nel breve, Massimo ha scritto pagine importanti in maglia bianconera. Non solo goal per Briaschi, ma anche sponde vincenti ed assist decisivi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tre stagioni a Torino, uno scudetto, la Su-percoppa Europea, la Coppa Campioni e la prima Intercontinentale a Tokyo. 84 le presenze complessive e 29 i goal, 3 dei quali alla sua prima partita ufficiale con la Juventus, il 22 agosto 1984, contro il Palermo in Coppa Italia. Una partenza boom.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Che ricordo conservi di quell’eccezionale debutto?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Una grande tensione fino a un minuto prima dell’inizio. Sai, era la mia prima volta al Comunale. Giocavo nella squadra più importante al mondo. Non ero abituato a certe emozioni, in fondo venivo dalla provincia. E non ero un grandissimo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Insomma sentivi di dover dimostrare qualcosa al pubblico:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«In un certo senso sì, anche se venivo da due stagioni molto positive con il Genoa ed il mio nome era conosciuto. Ma sai, alla Juve era un altro mondo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A proposito, come è nato il tuo passaggio in bianconero?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«La storia è stata un po’ rocambolesca. Mi volevano diverse squadre. Il Genoa aveva chiuso con la Lazio, ma dissi di no, rinunciando a molti soldi. A un certo punto arrivò anche una proposta del Torino, che rifiutai. Nel frattempo, per mia fortuna, saltò l’affare tra la Juventus e Giordano».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come hai saputo del trasferimento a Torino?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Ero in vacanza ad Ischia con la famiglia. Mi chiama il presidente del Genoa. “È fatta, stai tranquillo”. Ma ormai io non ci credevo più. Ero convinto che sarei rimasto a Genova. E mi rodeva. Poi all’improvviso, ecco la telefonata di Boniperti. All’inizio pensai ad uno scherzo. Ricordo che gli dissi: “Sono a mille chilometri di distanza, ma se vuole parto anche adesso a piedi!”. A ventisei anni coronavo il mio sogno di indossare la maglia della squadra per cui tifavo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il primo impatto con Boniperti?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«È avvenuto due giorni dopo la telefonata. Prima di andare da lui, su consiglio del Direttore Sportivo Francesco Morini, ero passato dal parrucchiere per dare una spuntatina ai capelli. Ma non bastò: la prima cosa che mi disse fu di tornare dal barbiere».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E la seconda?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Aggiunse: “Ricordati che qui alla Juve se arrivi secondo hai perso”. Poi, tempo quattro minuti, ho firmato il contratto. Ero al settimo cielo, anche se c’era una cosa che mi tormentava».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ossia?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Ero tra i convocati della Nazionale Olimpica per i giochi di Los Angeles, ma sinceramente io non ci sarei voluto andare. Fu Trapattoni a togliermi ogni dubbio. Mi parlò della sua esperienza nel 1960 e, soprattutto, mi tranquillizzò dicendomi che per lui ero uno dei titolari e che non avrei dovuto temere nulla».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un attestato di fiducia fondamentale per un nuovo acquisto:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Devo dire che alla Juve mi sono sentito subito uno di casa. I compagni sono stati fantastici, specialmente i big».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bene, possiamo tornare a quel 22 agosto 1984: 3 goal in meno di un’ora e l’esame pubblico è superato a pieni voti:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«È andata benissimo. Ricordo che per ben due volte sono finito anch’io dentro la rete insieme al pallone. Una serata fantastica, anche se giocare in quella squadra lì per un attaccante era facile. Con gente come Platini, Boniek, Tardelli, Scirea, bastava sapersi smarcare che, prima o poi, la palla giusta ti arrivava».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Hai qualche ricordo personale di Platini?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«La cosa più bella successe quella volta che mi prestò la sua Ferrari. Era una domenica ed io ero squalificato. Ho sempre avuto la passione per le automobili e chiesi a Michel di prestarmi la “Rossa” per andare a Milano a vedere una partita. Mi disse, vai a casa mia, suona e dì a mia moglie di darti le chiavi. A parte il fatto che non aveva detto niente a sua moglie, la cosa triste fu che venne giù un acquazzone terribile. Feci Torino-Milano a 45 chilometri all’ora. Con la Ferrari di Michel».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tre anni di Juve: molte vittorie, ma anche momenti dolorosi, come l’infortunio al ginocchio contro il Bordeaux:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«L’entrata di Girard fu cattiva. E pensare che pochi minuti prima il Trap mi aveva chiesto di uscire. Il ginocchio non si gonfiò subito, giocai anche la domenica successiva. Poi più niente fino alla finale dell’Heysel».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Già l’Heysel: una serata maledetta:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«E pensa che io pur di giocare feci 7/8 infiltrazioni. Comunque vorrei chiarire due cose: la prima è che noi abbiamo saputo in albergo la vera entità di quello che era accaduto. La seconda è che siamo usciti con la Coppa e siamo andati verso i tifosi, per motivi di sicurezza ci era stato detto di andare sotto la curva».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1987 dici addio alla Juve e pochi anni dopo chiudi la carriera, hai qualche rimpianto?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«L’infortunio che mi ha tagliato le gambe, fino a quel momento ero uno dei titolari della Juve. Altro rimpianto è non aver indossato la maglia della Nazionale maggiore. Davanti a me in quegli anni c’era Galderisi. Ci sarei potuto stare anch’io».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anche nell’attuale Juve di Antonio Conte?&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Altroché: nel 4-2-4, l’esterno sinistro d’attacco lo potrei fare a occhi chiusi. Mi piace parecchio la nuova squadra e confido molto nell’entusiasmo e nella capacità di Conte, uno juventino vero».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;div&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/g0FPawTOJJQ" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/1270405008087890997/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=1270405008087890997" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1270405008087890997?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1270405008087890997?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/g0FPawTOJJQ/massimo-briaschi.html" title="Massimo BRIASCHI" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://4.bp.blogspot.com/-ePVbvqRYduk/TcPi0xlFU3I/AAAAAAAACnM/ctBDaEDrvmY/s72-c/briaschi.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/massimo-briaschi.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CUAGQHY-cSp7ImA9WhBbEkg.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-8170021387259867521</id><published>2013-05-11T06:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-11T08:28:41.859+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-11T08:28:41.859+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Ricordate quel giorno ???" /><title>JUVENTUS - CAGLIARI</title><content type="html">&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_NTUKu0pMgd0/S7t-iRUCl1I/AAAAAAAAB8k/pBXXNr-476U/s1600/niccolai--346x212.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="196" src="http://1.bp.blogspot.com/_NTUKu0pMgd0/S7t-iRUCl1I/AAAAAAAAB8k/pBXXNr-476U/s320/niccolai--346x212.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;
Stagione 1969/70.&amp;nbsp;Il Sergente di ferro Heriberto Herrera, dopo l’ultima stagione un pochino grigia, non è confermato. Al suo posto, arriva un altro sudamericano, Luis Carniglia, oramai trapiantato in Europa.&amp;nbsp;Continua la campagna di rafforzamento della squadra: soprattutto due ragazzi entrano a far parte della rosa. I loro nomi sono Beppe Furino e Francesco Morini: ne risentiremo parlare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'estroso Bob Vieri (anche lui neo arrivato) non ingrana, la Juve fatica tantissimo.&amp;nbsp;Quattro sconfitte nelle prime 8 giornate (fra le quali il derby) fanno decidere il presidente Catella, contro le sue abitudini, ad esonerare il tecnico, prima che diventi problematico raddrizzare la situazione. La Juventus, con solamente sei punti in classifica, è già staccata di 8 lunghezze dal Cagliari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Carniglia viene licenziato &amp;nbsp;ed i bianconeri sono affidati ad Ercole Rabitti, un altro vecchio cuore juventino e responsabile del settore giovanile, che pian piano ricostruisce il morale della truppa. Nel frattempo, Giampiero Boniperti diventa Amministratore Delegato della società.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel mercato di riparazione viene acquistato, dal Brescia, Antonello Cuccureddu che subito diventa un punto fermo della compagine guidata da Rabitti. Inizia la riscossa: la Juve risale la classifica, fermandosi tuttavia al terzo posto finale, alle spalle del Cagliari di Gigi Riva e dell'Inter.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 15 marzo 1970, il Cagliari capolista si presenta al Comunale di Torino. La squadra isolana ha sempre camminato sicura, nel frattempo, ma Rabitti ed i suoi ragazzi, con 27 punti totalizzati in 15 giornate, sono ormai a ridosso dei rossoblu: 32 punti contro 34.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Arbitra Lo Bello di Siracusa, a Torino piove a dirotto, nella Juventus, assente l’arcigno Morini, tocca a Salvadore l’onere di contrastare un Riva nervoso e contratto. Ma tutta la partita si disputerà sul filo dei nervi, grazie anche a due rigori (uno per parte) molto contestati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con il risultato finale di 2-2, la Juventus vede svanire le ultime possibilità di agganciare gli isolani, che volano sicuri verso la conquista del loro primo tricolore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il tabellino della partita:&lt;br /&gt;
JUVENTUS: Anzolin; Salvadore e Furino; Roveta, Leoncini e Cuccureddu; Haller, Vieri, Anastasi, Del Sol e Zigoni (dal 55’ Leonardi).&lt;br /&gt;
Allenatore: Rabitti&lt;br /&gt;
CAGLIARI: Albertosi; Martiradonna e Mancin (dal 74’ Poli); Cera, Niccolai e Nenè; Domenghini, Brugnera, Gori, Greatti e Riva.&lt;br /&gt;
Allenatore: Scopigno&lt;br /&gt;
ARBITRO: Lo Bello di Siracusa.&lt;br /&gt;
MARCATORI: Niccolai (autorete) al 29’, Riva al 45’, Anastasi (rigore) al 66’, Riva (rigore) all’82’&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;“LA GAZZETTA DELLO SPORT”:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Prima notazione assolutamente necessaria: il risultato è giusto. Seconda: nella ripresa si sono registrati due calci di rigore, trasformati da Anastasi e da Riva (ripetuto quello in favore degli juventini, calciato da Haller, ma parato da Albertosi mossosi anzitempo). Si è trattata di due falli secondo regolamento, che l’arbitro ha giustamente punito, ma dato che i falli non erano vistosi come vorrebbero coloro che vanno allo stadio prevenuti contro Lo Bello e che siedono ad ogni cento metri dalle aree di rigore, adesso si dirà che si è trattato di due invenzioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Purtroppo uno sciopero improvviso in seno alla televisione, posto purtroppo in atto per impedire la più importante e seguita trasmissione dell’anno, ci ha privato della moviola e del rallentatore, ma per fortuna un servizio allestito alla svelta e condotto stupendamente da Martellini, attraverso il meticoloso reperimento di alcune fotografie ci ha fatto vedere come sul primo rigore Martiradonna abbia spinto di spalle Leonardi, quindi toccato il pallone con la mano; mentre sul secondo a Brugnera e Riva, in un mare di bianconeri; è stato fatto tutto quanto il regolamento non consente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perciò risultato esatto e modalità impeccabili.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;“TUTTOSPORT”:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nelle nostre note della vigilia avevamo sottolineato che la Juventus, perdendo Morini e rilanciando per necessità Vieri, avrebbe perso un poco della propria organicità difensiva e, di conseguenza, le sue chances di vittoria si riducevano. Dovendo attaccare per vincere, la Juve ha attaccato: ma bastava che la palla arrivasse a Riva, perché un senso di affanno si estendesse non solo nel settore Interessato ma un poco a tutti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vogliamo dire che la Juventus ha disputato una perite mirabile per fervore di iniziative e spirito agonistico, mancando tuttavia della determinazione e della lucidità che sarebbero state necessarie per concludere perentoriamente. Singolarmente, salvo Zigoni che s’è smarrito dopo un promettente avvio, ogni bianconero merita più, elogi che rimbrotti. Arriviamo a dire che se i giocatori di Boniperti e Rabitti manterranno l’attuale condizione ed immutato lo spirito, un filo di speranza possono nutrirlo ancora.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anzolin è stato battuto dal portentoso Riva più per una sfratta ratée dei compagni che gli stavano davanti che per propria incertezza. Poi ha fatto cose notevoli, poiché il Cagliari in contropiede sa rendersi pericoloso: Gori è bravo e Riva da solo vale due grosse punte di statura internazionale. Contro questo Riva possente, ormai anche ricco di mestiere, forte come una roccia e scattante come un purosangue, Salvadore ha dovuto tirar fuori astuzie ed arrangiamenti, cavandosela bene anche con l’aiuto di un Roveta sempre più esperto. Una splendida prova l’ha offerta Leonini quale stopper su Gori. Solo alla distanza il giovane attaccante è riuscito talvolta a guizzare oltre l’anziano difensore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Naturalmente, la mancanza dello stopper titolare ha consigliato a Del Sol una posizione prudente; il che ha consentito a Greatti di avanzare d’una decina di metri, con profitto, il proprio raggio di azione. L’esuberanza di Dal Sol lo ha portato anche a sganciamenti che peraltro avevano solo saltuariamente una rapida protezione in verticale. Il centrocampo della Juventus, con un Cuccureddu mobile ma costretto a non perdere di vista Nené e con un Vieri felicissimo in alcuni lanci perfetti, ha portato organicamente ad un palleggio (talora a scapito della velocizzazione) che non era quello consueto, ma riceveva una spinta continua e formidabile dal piccolo Furino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La vitalità ed il temperamento di Furino hanno letteralmente stroncato Domenghini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/VQdCbtKNoP0" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/8170021387259867521/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=8170021387259867521" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8170021387259867521?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/8170021387259867521?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/VQdCbtKNoP0/blog-post.html" title="JUVENTUS - CAGLIARI" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://1.bp.blogspot.com/_NTUKu0pMgd0/S7t-iRUCl1I/AAAAAAAAB8k/pBXXNr-476U/s72-c/niccolai--346x212.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/04/blog-post.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DUAGR3w7eyp7ImA9WhBbEUs.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-3275008069187387921</id><published>2013-05-10T08:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-10T08:35:26.203+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-10T08:35:26.203+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Gilberto NOLETTI</title><content type="html">&lt;div align="justify"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-qV3Ux6HBe3k/TcPh0OpnqrI/AAAAAAAACnI/9FvVvObvpjo/s1600/noletti.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://3.bp.blogspot.com/-qV3Ux6HBe3k/TcPh0OpnqrI/AAAAAAAACnI/9FvVvObvpjo/s320/noletti.jpg" width="188" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Chissà quanti si ricorderanno di questo difensore che Amaral converte sin dall’inizio al suo 4-2-4 di tutto stile brasiliano? Al profano il modulo richiama prima di tutto confusione di numeri e di ruoli, a qualche tecnico pure, ma la Juventus formato sudamericano per un bel po’ è accattivata dalle trovate esotiche del suo trainer e la concorrenza guarda con curiosità, ma anche con una certa dose di rispetto, questa squadra che ha i centromediani interscambiabili ed il terzino sinistro con il numero 6, Noletti il più delle volte. Manco a farlo apposta, l’ex milanista interpreta il ruolo come il suo allenatore desidera, vale a dire con grinta ma anche con fantasia, sapendo adattarsi al rivoluzionario marcamento a zona, che per i teorici del catenaccio ad oltranza rappresenta una specie di pugno nello stomaco. 14 presenze totalizzerà alla fine di quel torneo atipico come le trovate di Amaral.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;L’esordio in bianconero è dei più felici; la squadra va a gonfie vele dopo un brutto inizio, Inter e Bologna dividono con la Juventus il primato in classifica. Il 25 novembre 1962, al Cibali di Catania, i rossoazzurri etnei sono travolti dalla Juventus, nonostante la giornata negativa di Del Sol; finisce 5-1 e Noletti ha avuto una parte considerevole nel successo, giocando con disciplina e senso tattico encomiabile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La conferma arriva quindici giorni più tardi, sempre in Sicilia; la Juventus non vince solo perché l’arbitro concede ai rosanero un goal che Borjesson ha segnato in evidente fuorigioco. Stavolta, a fianco di Noletti, gioca un altro ragazzo di belle speranze, Sacco Giovanni si chiama e ne risentiremo parlare, anche se non sempre bene. La brutta giornata di San Siro (0-1 con i nerazzurri, primo passo falso di rilievo nella lotta per il titolo) non è positiva per Noletti che perde nettamente il duello con Jair, giocatore inafferrabile dal dribbling assurdamente sghembo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A lottare a certi livelli si finisce inevitabilmente per andare incontro a qualche figuraccia, ma Noletti, che non è certamente un fenomeno, ma neppure brocco, limita al minimo i danni, sicché non si segnala al nuovo Commissario Tecnico della Nazionale Fabbri, ma neppure demerita il posto in squadra, nonostante la concorrenza. Gli nuoce, forse, il fatto di essere alla Juventus soltanto a titolo di prestito per un anno; così, quando si approssima la fine della stagione e lo scudetto è ormai all’Inter, gli capita di dover cedere il posto a qualche giovane del vivaio, da provare in vista di eventuali lanci. Comunque, il commiato dai tifosi juventini è uguale al debutto coronato, in altre parole, da una prestazione più che buona nella vittoriosa partita casalinga contro il Vicenza (2-0).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di lui si tornerà a parlare e bene, a dire il vero, in rossonero, anche se non fu molto fortunato; infatti, schierato titolare nel Milan, subì una serie di gravi infortuni, ultimo fra tutti la rottura dei tendini che, mal curati, a soli venticinque anni gli spezzarono la carriera ad alti livelli, non solo nel Milan ma anche in Nazionale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/Jp3UH_FEqh0" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/3275008069187387921/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=3275008069187387921" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3275008069187387921?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3275008069187387921?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/Jp3UH_FEqh0/gilberto-noletti.html" title="Gilberto NOLETTI" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://3.bp.blogspot.com/-qV3Ux6HBe3k/TcPh0OpnqrI/AAAAAAAACnI/9FvVvObvpjo/s72-c/noletti.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/gilberto-noletti.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;D0AGSXk6fip7ImA9WhBbEEo.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-1694427313238469702</id><published>2013-05-09T06:00:00.000+02:00</published><updated>2013-05-09T07:02:08.716+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2013-05-09T07:02:08.716+02:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Luciano SPINOSI</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-mSuIdMJuy5I/TcOXuZeoq_I/AAAAAAAACnE/TzyQMFWn1GY/s1600/spinosi.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://4.bp.blogspot.com/-mSuIdMJuy5I/TcOXuZeoq_I/AAAAAAAACnE/TzyQMFWn1GY/s320/spinosi.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Nato a Roma il 9 maggio 1950. A dieci anni, viene investito da una macchina, che gli causa la frattura di entrambe le gambe; si riprende e viene tesserato dalla Tevere Roma, che gioca in quarta serie. Luciano picchia che è un piacere, mangia delle bistecche da far paura, ma non ingrassa di un etto; lo chiamano Er secco der villaggio. Nell'estate 1967, compie il gran balzo che lo porta dalla serie D alla massima divisione nelle file della Roma con la quale, diciottenne, esordisce in serie A.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Racconta Luciano:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Eravamo di lunedì e Mister Helenio Herrera venne da me, dicendomi che la domenica successiva, nella partita contro il Pisa, mi avrebbe dato il posto da titolare. Mi disse di stare tranquillo e, forse per farmi passare un principio di tremarella, mi predisse che avrei pure segnato un goal. Fra me e me pensai che sarebbe stata una cosa assai improbabile, primo perché non sono mai stato un goleador, secondo perchè, nel ruolo di terzino, non è &lt;/b&gt;&lt;b&gt;che si abbiano molte occasioni per tirare a rete. Come fu, come non fu, fatto sta che, invece, il goal lo segnai davvero».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Dopo un triennio trascorso nella capitale, nel 1970, in compagnia di Capello e Landini II, raggiunge la Juventus ed in bianconero si ferma per otto stagioni. Difensore di buon temperamento a Torino è per 4 stagioni pedina fondamentale del pacchetto arretrato di una Juventus che sta diventando grandissima.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poi con l'arrivo di Gentile le sue apparizioni si fanno episodiche e Spinosi, con grande professionalità, appena ventiquattrenne, vive l'amara esperienza della retrocessione al ruolo di rincalzo, dovuta anche ad un gravissimo infortunio: il 3 novembre del 1974, infatti, sul campo della Sampdoria, intervenendo di testa, Luciano ricadeva malamente con conseguenze disastrose.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Frattura all’acetabolo del femore e forzato periodo di inattività. Morgan Morini riprende il suo posto in squadra e per Luciano iniziava un lungo calvario.&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Pensavo addirittura &lt;/b&gt;&lt;b&gt;di non poter più giocare, ma mi buttai a capofitto nella preparazione ed i primi allenamenti furono durissimi; poi, un mattino, il dolore sparì e capii di potercela fare. Più mi allenavo e più speravo, perché il muscolo si riprendeva. Purtroppo, quando mi sono ripreso, non ho più ritrovato il posto, anche se, devo riconoscerlo, Morini ha giocato sempre magnificamente».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Negli otto anni torinesi gioca complessivamente 241 partite (138 in campionato, 54 in Coppa Italia e 49 nelle Coppe europee), realizza 4 goal. (1 in campionato e 3 in Coppa Italia) e contribuisce agli scudetti 1972, 1973, 1975, 1977 e 1978 ed alla Coppa Uefa 1977. Nell'estate del 1978 rientra a Roma dove torna a vestire la maglia giallorossa (con la quale lega il suo nome alla Coppa Italia nel 1980 e nel 1981), nel 1982 approda al Verona, nel 1983 al Milan e nel 1984 al Cesena. Nel 1971 debutta in Nazionale A con la quale partecipa alla spedizione in Germania Ovest per il Mondiale 1974. Il ruolino azzurro di Spinosi annota 19 presenze al servizio della massima rappresentativa, 3 con l’Under 23 e 6 con la Giovanile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Spinosi è, sicuramente, un giocatore che ha ricevuto, almeno nella Juventus, molto meno di quanto avrebbe meritato; iniziò la sua carriera come terzino, costituendo con Marchetti una coppia dura e grintosa. Marcatore solido, sempre concentrato, era dotato di un bagaglio tecnico non disprezzabile che gli consentì, anni dopo nella Roma, di giocare esterno in una difesa a zona a quattro:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Me la sono sempre cavata, come terzino, spingendomi spesso in avanti, ma ritengo di essere, soprattutto, uno stopper. Sarà per l’alta statura che mi favorisce negli inserimenti di testa, ma è certo che al centro dell’area sono a mio agio».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il momento del decollo sembra arrivare nella stagione 1976/77: il Trap lo vuole stopper titolare da affiancare a Gaetano Scirea, ma dopo un paio di partite un altro infortunio lo mette fuori gioco. Entra Morgan Morini ed è un trionfo; l'esplosione di Cabrini poi (Cuccureddu e Gentile non si potevano discutere come marcatori) lo relega in panchina ed all’epoca era panchina davvero; una sola sostituzione, oltre al portiere e cambi davvero col contagocce.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;IL RITRATTO DI MASSIMO BURZIO, SU “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1988:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ci fu un tempo in cui Juve e Roma andavano d’accordo. Non parlo di tempi lontani, ma del principio degli anni Settanta, quando la Roma era Romena (la citazione è testuale ed è tratta dai giornali dell’epoca) e non era ancora balzata ai vertici del calcio nazionale, diventando per un certo periodo, una delle antagoniste che negli ultimi quindici anni la sorte ha posto ciclicamente sulla strada sempre vincente della Juve “bonipertiana”.&lt;br /&gt;
Bianconeri e giallorossi, insomma, avevano ottimi rapporti, certamente migliori di quelli, burrascosi, del primo periodo degli anni ottanta, quando la Juve era l’odiata nemica dei capitolini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma tant’è, tutto passa, i campioni se ne vanno dall’una e dall’altra parte ed il dialogo poi riprende, corretto e signorile com’è sempre stato da parte juventina. E così, magari, in futuro torneremo a vedere giocatori giallorossi emigrare verso la Juve e viceversa, così come è già accaduto con Boniek ed accadde nel 1970 con Spinosi. Il Core de Roma, infatti, è stato con Capello e Landini uno degli esempi dell’interscambio Juve - Roma e certamente ha lasciato una traccia nella recente storia della Juventus.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nato nella capitale, per la precisione nel popoloso e vivace Villaggio Breda, il 9 maggio del 1950, Spinosi comincia a giocare al calcio nella Tevere Roma. Prima le giovanili, poi l’esordio in serie D e quindi a diciassette anni la Roma. Tre stagioni, ottime prove anche nella primavera giallorossa e nel 1970 ecco la Juve. Difensore roccioso ed eclettico, abile sui palloni alti, con una propensione alla marcatura ma anche alla propulsione, Ciano forma allora con il biondo Marchetti una coppia che i cronisti non esitano a definire la riedizione del duo interista Burgnich - Facchetti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ottime prove, una disciplina di fondo unita ad un carattere gioviale, ad una facilità innata allo scherzo, fanno ben volere Spinosi sia dai compagni sia dai tifosi. Gran fisico, faccia sorridente fuori dal campo e cattiva in partita, per il bravo Luciano arrivano gli scudetti 1972 e 1973 e le prime maglie azzurre (1971). Sembra un sogno destinato a continuare e nell’estate del 1974 c’è anche la soddisfazione dei Mondiali in Germania.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Spinosi parte titolare, ma naufraga con la squadra azzurra che esce al primo turno eliminatorio rischiando anche contro i modesti giocatori di Haiti. Ed è proprio l’uomo affidato a Spinosi a segnare all’Italia l’unico goal haitiano, è un folletto, tale Sanon, che con uno scatto farà impallidire Luciano lasciandolo indietro di quei pochi (o tanti) metri sufficienti ad andare in rete.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al ritorno dai Mondiali, persa la maglia azzurra, Spinosi trova una sorpresa: la Juve l’anno precedente si è assicurata Claudio Gentile. Gento parte riserva ma scalpita e, complice anche un grave infortunio alla testa del femore rimediato da Ciano a Genova contro la Sampdoria, presto si appropria della maglia del titolare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da quei giorni Gentile diviene un inamovibile e Spinosi un panchinaro. Luciano accetta la sorte, si impegna ed ogni volta che verrà chiamato dall’allenatore cercherà di trovare spazio e gloria. Si reinventa stopper, libero, diventa, insomma, un jolly. Come tale vincerà ancora gli scudetti 1975, 1977 e 1978 e la Coppa Uefa 1978 (memorabile in quella occasione una sua partita contro la punta del Manchester Channon ed il secondo tempo del ritorno della finalissima a Bilbao).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo la Juve il ritorno a Roma, nel 1978, con due Coppe Italia (1980 ed 1981), quindi il Verona, il Milan ed infine il Cesena, dove nel 1984 Spina chiude una carriera davvero luminosa. Diciannove le sue presenze azzurre, il debutto è del 1971, con 3 gettoni nell’Under e 6 nella giovanile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Che dire in più di Spinosi? Che è stato un uomo capace di farsi apprezzare anche nei momenti più bui, che ha saputo lasciare in tutte le società in cui ha militato un ottimo ricordo. Chi scrive queste righe gli è stato amico ed ha passato splendide giornate con lui, apprezzandone quello spirito istintivo ed incisivo che lo ha reso personaggio anche soltanto in occasione d’una chiacchierata tra amici.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Oggi Spinosi allena la primavera della Roma, non è cambiato è ancora quel core de Roma che seppe amare Torino e farsi amare anche dai tifosi della Juve.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
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