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<?xml-stylesheet type="text/xsl" media="screen" href="/~d/styles/atom10full.xsl"?><?xml-stylesheet type="text/css" media="screen" href="http://feeds.feedburner.com/~d/styles/itemcontent.css"?><feed xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearch/1.1/" xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:gd="http://schemas.google.com/g/2005" xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0" xmlns:feedburner="http://rssnamespace.org/feedburner/ext/1.0" gd:etag="W/&quot;DkENR34_eyp7ImA9WhRUF0o.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476</id><updated>2012-01-28T19:18:16.043+01:00</updated><category term="Libri" /><category term="I grandi avversari" /><category term="Gs" /><category term="Gli eroi bianconeri" /><category term="Ricordate quel giorno ???" /><category term="Biblioteca" /><category term="Varie" /><category term="I grandi allenatori" /><category term="Momenti di gloria" /><category term="Uomini" /><category term="Il pallone racconta" /><title>Il pallone racconta</title><subtitle type="html">Non è il solito blog di calcio e sul calcio. È un vecchio baule dimenticato in soffitta, nel quale sono rinchiuse storie vere.
Storie fatte di vittorie e di sconfitte. Di gioie e di dolori. Di uomini che hanno dato la vita per il calcio.</subtitle><link rel="http://schemas.google.com/g/2005#feed" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/posts/default" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/" /><link rel="next" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default?start-index=26&amp;max-results=25&amp;redirect=false&amp;v=2" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><generator version="7.00" uri="http://www.blogger.com">Blogger</generator><openSearch:totalResults>589</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="self" type="application/atom+xml" href="http://feeds.feedburner.com/IlPalloneRacconta" /><feedburner:info uri="ilpalloneracconta" /><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="hub" href="http://pubsubhubbub.appspot.com/" /><feedburner:emailServiceId>IlPalloneRacconta</feedburner:emailServiceId><feedburner:feedburnerHostname>http://feedburner.google.com</feedburner:feedburnerHostname><entry gd:etag="W/&quot;DEMEQXczfCp7ImA9WhRUF0s.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-3436371562359306333</id><published>2012-01-28T17:00:00.000+01:00</published><updated>2012-01-28T17:00:00.984+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-28T17:00:00.984+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Ricordate quel giorno ???" /><title>JUVENTUS - UDINESE</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="https://lh4.googleusercontent.com/-DAlSptFtaI0/TXJh-cGkNtI/AAAAAAAACbI/7jNFZ-gZBp4/s1600/scansione0002.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="238" src="https://lh4.googleusercontent.com/-DAlSptFtaI0/TXJh-cGkNtI/AAAAAAAACbI/7jNFZ-gZBp4/s320/scansione0002.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
27 agosto 1961. Prima giornata di un campionato che inizia in anticipo per far spazio, nell’estate successiva, ai Campionati del Mondo cileni: Juventus - Mantova 1-1.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sembra una partita come tante altre ma, se si legge la formazione bianconera, non si trova il nome di Boniperti. Il capitano di lungo corso, dopo il quinto scudetto personale, ha deciso di chiudere in bellezza, con un coraggio pari alla classe che ha sempre messo in mostra.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
C’è un certo sconcerto nel sodalizio bianconero, in quanto il ritiro di Boniperti è stato come un fulmine a ciel sereno. Ben presto, come prevedibile, il campo lascia capire quanto l’uomo dalla bacchetta magica fosse decisivo per le buone sorti della squadra, malgrado Sivori voglia dimostrare il contrario. Proprio Omar, che l’anno precedente è stato il primo calciatore del campionato italiano a vincere il Pallone d’oro, alterna buone prestazioni a momenti sconcertanti e la Juventus risente tantissimo di questo rendimento altalenante del proprio fuoriclasse.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Il Mister Parola le prova tutte per dare un assetto accettabile alla squadra, dove l’oriundo Rosa non è Boniperti, dove Anzolin è il nuovo portiere ed in difesa ruotano in tanti, tanto è vero che anche Charles viene impiegato come stopper. Poi, ad un certo punto della stagione, il gallese si eclissa, dovendosi operare al ginocchio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anche in Coppa dei Campioni le cose non vanno meglio. La compagine bianconera, infatti, è eliminata al terzo turno dal Real Madrid. Ma la Juventus si fa onore, tanto è vero che costringe le “Merengues” allo spareggio di Parigi, dopo aver conquistato il mitico stadio Chamartín, con un goal di Omar Sivori.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due punti nelle prime quattro giornate danno subito l’idea della difficoltà della squadra e la sconfitta nel derby, che non arrivava da tre anni, praticamente comporta l’addio definitivo alle speranze di scudetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Comincia male anche l’Atalanta, che subisce un pesantissimo 0-6 dall’Inter. Nonostante questa sconfitta, però, gli orobici si riveleranno la vera sorpresa del campionato, tanto è vero che alla quinta giornata si ritrovano in testa insieme ai nerazzurri milanesi. L’Inter prova ad allungare, ma l’Atalanta ed il Torino non mollano la presa fino al termine del girone del ritorno, quando la squadra del Mago Herrera distacca le rivali. Il 10 dicembre 1961, l’Inter si laurea Campione d’inverno con quattro punti di vantaggio su Bologna e Fiorentina.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma per i nerazzurri sarà fatale il girone di ritorno: il 31 gennaio 1962 perdono in casa contro la Roma e sono raggiunti da Milan e Fiorentina. Il 4 febbraio, l’Inter vince il derby e pone una grande ipoteca sulla vittoria finale. Invece, la capolista è inaspettatamente sconfitta a Ferrara, mentre la settimana dopo il Milan si ferma a Lecco. In testa alla classifica, così, balza prepotentemente la Fiorentina. Il 4 marzo, ventinovesima giornata, la squadra viola crolla nello scontro diretto contro i rossoneri che, traendo entusiasmo da questa vittoria, prendono il largo e, l’8 aprile battendo il Torino, vincono l’ottavo scudetto della loro storia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Juventus a metà campionato è al centro della classifica, 17 punti contro i 27 della compagine di Helenio Herrera. L’espulsione di Sivori, nella partita contro la Sampdoria nel finale di campionato, dopo una violenta scenata all’arbitro, è l’indice della tensione in una squadra che, mancando della guida di Boniperti, è ora fragile anche nel morale. Un pareggio e nove sconfitte nelle ultime dieci partite fanno sì che la Juventus concluda il campionato al dodicesimo posto, a ben 24 punti dal Milan ed a soli sei punti dal Padova, retrocesso in serie B.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una delle ultime sconfitte avviene alla penultima giornata di campionato. Si gioca domenica 8 aprile 1962 ed al Comunale scende l’Udinese. La compagine friulana è ben stabile all’ultima posizione in classifica e, quindi, sta per salutare la massima serie.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’arbitro è Varazzani e scendono in campo le seguenti formazioni:&lt;br /&gt;
JUVENTUS: Gaspari; Sarti e Bozzao; Emoli, Bercellino e Castano; Stacchini, Rosa, Nicolè, Charles e Stivanello.&lt;br /&gt;
UDINESE: Zoff; Burelli e Valenti; Sassi, Tagliavini e Del Pin; Pentrelli, Salvori, Rozzoni, Segato e Selmosson.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Juventus si presenta priva di parecchi titolari, a cominciare da Omar Sivori, squalificato. Manca anche Roberto Anzolin, sostituito da Gaspari. Nella compagine friulana, spicca il nome di Dino Zoff, allora poco più di ventenne. Nell’attacco udinese figura anche lo svedese Selmosson, detto Raggio di luna, per via dei suoi capelli biondi. Selmosson è rimasto nella storia del derby romano, essendo uno dei pochi ad aver segnato, nella stracittadina, sia con la maglia della Lazio che con quella della Roma. Si è anche laureato vice-campione del mondo, con la sua Nazionale, al Mondiale casalingo del 1958.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La partita termina 3-2 per l’Udinese. Selmosson segna dopo dieci minuti dall’inizio del match. Raddoppia Del Pin al 20', prima della rimonta juventina con reti di Stacchini e di John Charles. Nella ripresa, la rete decisiva è di Rozzoni ad un quarto d’ora dalla fine.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
C’è un particolare curioso legato a questa sfida e riguarda proprio Dino Zoff. Era d’uso, in quegli anni, che fosse la squadra di casa a cambiare casacca e, così, la Juventus si presentò con un elegante completo nero. Pure la maglia di Zoff era completamente nera e l’arbitro pregò il giovane portiere di indossare una maglia di colore diverso. Siccome l’Udinese non aveva la maglia del portiere di riserva (non essendo prevista la sua presenza in panchina, come da regolamento di quell’epoca), la partita rischiò di essere rinviata. Intervennero, allora, i magazzinieri della Juventus che prestarono a Dino la maglia della Juventus (che era completamente bianca con due righe nere attorno al collo) alla quale venne scucito lo scudetto e la stella in fretta e furia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dino Zoff non poteva saperlo ma, in quell’aprile del 1962, indossò la prima delle sua quasi 500 maglie juventine.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-3436371562359306333?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/HeZEiSjItG3YrlgeDhCZse9PSeg/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/HeZEiSjItG3YrlgeDhCZse9PSeg/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/HeZEiSjItG3YrlgeDhCZse9PSeg/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/HeZEiSjItG3YrlgeDhCZse9PSeg/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/0uihYAfSIf4" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/3436371562359306333/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=3436371562359306333" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3436371562359306333?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3436371562359306333?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/0uihYAfSIf4/juventus-udinese.html" title="JUVENTUS - UDINESE" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://lh4.googleusercontent.com/-DAlSptFtaI0/TXJh-cGkNtI/AAAAAAAACbI/7jNFZ-gZBp4/s72-c/scansione0002.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2009/11/juventus-udinese.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;D0YGQH86eSp7ImA9WhRUF0g.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-5870874224755620982</id><published>2012-01-28T06:00:00.000+01:00</published><updated>2012-01-28T13:52:01.111+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-28T13:52:01.111+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Il pallone racconta" /><title>LA CONQUISTA DEL CHAMARTÍN</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="https://lh4.googleusercontent.com/-hh70ntJheC0/TXT8wuw9_pI/AAAAAAAACco/C3tZ50jbl44/s1600/chamartin.JPG" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="229" src="https://lh4.googleusercontent.com/-hh70ntJheC0/TXT8wuw9_pI/AAAAAAAACco/C3tZ50jbl44/s320/chamartin.JPG" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Puskás contro Sivori, Real Madrid contro Juventus; è la classica del calcio europeo. Si gioca nella capitale spagnola e sarà un incontro molto emozionante. Ecco la cronaca di “Hurrà Juventus”:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Juventus e la Coppa dei Campioni: un rapporto spesso pieno di amarezze, delusioni, lacrime e molto avaro di soddisfazioni. L’esordio avvenne nell’edizione del 1958/59, all’indomani dello scudetto della “stella”, ma la Juventus non ebbe fortuna e fu eliminata dagli austriaci del Wiener Sportkllub al primo turno. Analoga sorte due anni più tardi, quando i bianconeri furono sconfitti dai bulgari del Cdna di Sofia, anche se solamente per differenza reti. Le cose andarono diversamente nell’edizione 1961/62, durante la quale la Juventus riscattò, in Coppa, le amarezze di un campionato molto deludente. Soltanto la cattiva sorte ed uno spareggio costrinsero alla resa i bianconeri, che avevano di fronte, per l’ammissione alle semifinali, il grande Real Madrid.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;L’incontro fra madrileni e bianconeri, disputato il 21 febbraio 1962 allo stadio madrileno Chamartín (poi ribattezzato Santiago Bernabéu, in onore del presidentissimo madrileno), rappresentò una delle più prestigiose imprese della Juventus in campo internazionale. Mai sconfitti in casa dall’istituzione della Coppa dei Campioni, i madrileni persero quella sera, oltre alla partita, anche il loro leggendario mito d’imbattibilità.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Pochi scommettono sulla vittoria della Juventus e non si tratta soltanto di scaramanzia, ci sono i fatti che parlano in contestabilmente a favore degli spagnoli. Il Real Madrid, in 7 edizioni della Coppa dei Campioni, ne ha vinte ben 5, non ha mai perso in casa propria ed ha, per l’occasione, un importante ed ulteriore vantaggio. Infatti, nell’incontro di andata, disputato quindici giorni prima a Torino, Puskás e soci si erano imposti con autorità, anche se solamente per 1-0, ad una Juventus che aveva giostrato bene in attacco, ma alquanto rimaneggiata e confusionaria in difesa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per ristabilire la situazione ed accedere allo spareggio, i bianconeri devono vincere almeno per 1-0 oppure 2-1, considerato che ancora non si applica la regola dei goals in trasferta; costringere i madrileni alla terza partita, rappresenterebbe un risultato strabiliante. Carletto Parola, l’allenatore juventino, non dispera; la sua squadra, nei turni precedenti, ha già dimostrato di giocare bene a livello internazionale, certo più di quanto fa in campionato, nel quale naviga negli ultimi posti. Campioni come Sivori e Charles si esaltano negli impegni di prestigio e l’occasione di Madrid è davvero unica.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Arbitra un francese, Guigne, e le squadre entrano in campo nella fredda serata invernale accolte dal frastuono e dal tifo di oltre 100.000 spettatori; sono presenti anche&amp;nbsp;2.000 italiani, venuti a sostenere la Juventus ad una svolta cruciale del suo destino europeo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I bianconeri schierano: Anzolin; Sarti e Garzena; Charles, Bercellino e Leoncini; Mora, Mazzia, Nicolé, Sivori e Stacchini.&lt;br /&gt;
Le “Merengues” rispondono: Araquistain; Casado e Miera; Del Sol, Santamaria ed Alberto Ruiz; Tejada, Felix Ruiz, Di Stefano, Puskás e Gento.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella formazione spagnola c’è qualche sorpresa; Del Sol (futuro juventino), nonostante sia in condizioni fisiche imperfette, è schierato marcatore di Sivori con l’esclusione di Pachin. Mezzala destra è Felix Ruiz, al posto del titolare Canario. Lo schieramento bianconero prevede marcature rigide; Parola ha incarica il giovane Mazzia di controllare Di Stefano, mentre Puskás è affidato alle cure di Bercellino. Charles, in posizione di libero a tutto campo, è la novità di maggior rilievo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si comincia in lieve ritardo ed i madrileni dimostrano di non voler correre rischi superflui; Puskás gioca almeno venti metri più arretrato che a Torino ed il pericoloso Alberto Ruiz è risucchiato da Charles in posizione di secondo stopper. La prima azione pericolosa è di marca juventina; al 6’ Sivori toglie un bel pallone a Del Sol, nel cerchio del centrocampo, e fugge in progressione; il suo preciso invito in profondità è ben raccolto da Mora, il cui tiro è, però, parato da Araquistain.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al 10’, su rovesciamento di fronte, Puskás libera per il tiro Felix Ruiz, ma la sventola della mezzala sorvola, seppur di poco, la traversa. Ora sono le “Merengues” che assumono decisamente l’iniziativa, nell’intento di chiudere subito il conto con i Campioni d’Italia. Gento sfugge in dribbling a Sarti e crossa per Di Stefano, ma il centravanti si fa precedere dalla tempestiva uscita di Anzolin.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al 17’ c’è il primo grosso pericolo per la porta bianconera. Del Sol ingrana la quarta e salta come birilli i centrocampisti bianconeri; poi, giunto al limite dell’area, tenta il passaggio filtrante per Di Stefano; Leoncini, in scivolata, lo anticipa deviando in corner. Due minuti più tardi i madrileni ci riprovano con un’azione della coppia Di Stefano Puskás; con un retro passaggio, il fuoriclasse magiaro serve di precisione Felix Ruiz, smarcatissimo. Il centrocampista, anziché avanzare, conclude dal limite, sfiorando il montante alla sinistra del portiere bianconero.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il serrate degli spagnoli è interrotto soltanto al 23’ con un’azione di alleggerimento impostata da Nicolé e conclusa da Stacchini, ma il suo tiro fiacco si spegne molto lontano dai pali. Al 25’ Anzolin è chiamato al primo grande intervento della partita: c’è un fallo di Sivori su Del Sol al limite dell’area; Gento batte la punizione ed il tiro secco, una spanna sotto la traversa, è prontamente alzato in angolo dal portiere juventino. Sull’azione di contropiede, s’impadronisce della palla Stacchini, che fa tutto da solo: dribbla Casado, poi si allarga sulla sinistra per concludere, ma l’accorrente Santamaria riesce a respingere.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La partita è piacevole; il Real conduce il gioco, ma la Juventus non sta a guardare. Mischia furibonda davanti alla porta bianconera, al 29’; dopo un prolungato batti e ribatti, Charles riesce a deviare in angolo. Due minuti più tardi, è Araquistain a correre un serio pericolo; su azione di contropiede, Leoncini imbecca Nicolé che avanza in solitudine fino al limite dell’arca e qui tira con violenza all’incrocio dei pali. È bravo il portiere madrileno a deviare in corner.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Passa un minuto ed è il Real a mancare clamorosamente un’occasione per portarsi in vantaggio; Gento fa tutto da solo, liberandosi con eleganza di Sarti eppoi evitando l’intervento di Charles. Il suo cross, preciso al millimetro per la testa di Di Stefano, è clamorosamente mancato dal centravanti, sui cui Mazzia sta facendo un marcamento perfetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Azioni alterne per qualche minuto eppoi, improvviso, arriva il goal bianconero. L’azione è da manuale per la linearità e la freddezza di esecuzione. Stacchini cerca il contrasto a metà campo con Miera e lo vince; avanza liberandosi di Casado, con la coda dell’occhio vede Nicolé smarcato cinque metri avanti e gli passa il pallone. Il numero nove, di prima intenzione, fa spiovere al centro dell’area un calibrato cross che, sempre di prima, Charles smista sull’accorrente Sivori. La stupenda giocata del centravanti gallese ha sbilanciato tutta la difesa spagnola, sicché Omar può concludere di sinistro, indisturbato, cogliendo l’angolino alla destra dell’incolpevole Araquistain.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I centomila spagnoli ammutoliscono, mentre i bianconeri cercano di sfruttare lo smarrimento del Real per colpire ancora; un minuto dopo il goal, siglato al 38’, infatti, Nicolé ha l’occasione per raddoppiare su preciso invito di Sivori, ma tira a lato. Al 44’ solamente una grandissima parata di Araquistain salva il Real da una seconda capitolazione: il tiro, all’altezza del dischetto del rigore di Stacchini, servito da Nicolé, è angolatissimo, ma è deviato dal portiere con la punta delle dita. Riprende Mora, ma la sua conclusione, da due passi, finisce sul corpo di Araquistain che salva. Su questa azione bianconera finisce il primo tempo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La ripresa inizia con un’ennesima prodezza di Sivori, che scatta bene ed arriva al limite dell’area spagnola, dove Casado lo cintura platealmente. La punizione susseguente non ha esito. Il Real Madrid cerca di reagire ed al quarto minuto si rende pericoloso con il solito Gento: l’ala sinistra, di gran lunga il migliore dei suoi, elude ancora una volta l’intervento di Sarti ed effettua un preciso cross; Di Stefano è di nuovo in ritardo sul pallone, ma alle sue spalle c’è Tejada, che resiste alla carica di Garzena e si presenta solo davanti ad Anzolin. Il portiere bianconero esce alla disperata, si allunga ed abbranca il pericoloso pallone.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al 6’ l’incontro potrebbe prendere una brutta piega per i bianconeri; Alberto Ruiz interviene duramente su Charles, colpendolo al ginocchio sinistro. John si accascia pesantemente al suolo e deve essere portato fuori campo. L’arbitro dimostra scarsa energia nel reprimere il gioco duro ed a tratti intimidatorio dei madrileni ed i giocatori bianconeri ne fanno le spese in più di una circostanza; all’undicesimo minuto, mentre Charles rientra con il ginocchio abbondantemente fasciato, Casado scalcia Mazzia colpendolo alla schiena. C’è solo una punizione per i bianconeri, che, comunque, resistono con sicurezza all’offensiva spagnola, che si va facendo di minuto in minuto sempre più massiccia. Al 15’ Del Sol, in posizione di ala sinistra, avanza in profondità per poi crossare al centro; salta più alto di tutti Felix Ruiz, la cui deviazione di testa è, però, alta. Un minuto dopo tocca a Puskás concludere, dopo essersi liberato dall’assidua guardia di Bercellino; Anzolin para senza difficoltà.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al 20’ torna a farsi vedere l’attacco bianconero: Nicolé, Stacchini e Mora si smarcano a turno per il tiro, ma le loro conclusioni non sono pericolose e si spengono tra le braccia di Araquistain. Ben diverso è, invece, il pericolo che corre Anzolin al 22’: il solito Gento filtra tra le maglie della difesa bianconera e passa a Felix Ruiz; questa volta, l’interno aspetta a concludere ed il portiere bianconero gli si butta con coraggio tra i piedi, riuscendo a carpirgli la palla. Alla mezzora la pressione madrilena è oramai costante e l’area juventina è teatro di mischie furibonde; Santamaria reclama dall’arbitro la concessione di un rigore, per presunto fallo di mano di Leoncini, ma il direttore di gara non interviene.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il pubblico madrileno si spazientisce per l’imprevisto andamento della partita; i fischi pungolano i biancomalva, che ricominciano ad attaccare con veemenza, ma la difesa juventina, registrata molto meglio che a Torino, non concede varchi agli attaccanti spagnoli. Al 34’ Bercellino, al limite dell’area, trattiene il pallone tra le ginocchia; si incarica dell’inevitabile punizione Puskás, che appoggia lateralmente a Di Stefano. Gran tiro del centravanti e stupendo intervento in tuffo di Anzolin.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le ultime battute dell’incontro sono da cardiopalma: il Real attacca anche con i terzini, ma le occasioni più pericolose sono ancora per lo scatenato Gento: sua, al 43’, una deviazione di testa che colpisce la parte superiore della traversa, perdendosi sul fondo. È l’ultima emozione della partita; finisce in esultanza per i bianconeri protagonisti di un’impresa senza precedenti. Rimane il rammarico di non essere riusciti vincere con un maggiore scarto di reti, anche se il Real è andato più volte vicino al pareggio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sette giorni più tardi, al Parco dei Principi di Parigi, lo spareggio per l’ammissione alle semifinali aumenterà il dispiacere di non aver sfruttato la grande occasione; vincerà il Real Madrid per 3-1, anche se la Juventus uscirà a testa alta. L’eliminazione, però, non intacca minimamente il ricordo della stupenda partita vinta al Chamartín, in uno degli incontri più esaltanti della Juventus in campo internazionale. Un’impresa memorabile, se si considera che la Juventus non riuscirà più ad uscire, con un risultato positivo, dallo stadio delle “Merengues” per oltre venticinque anni; saranno sempre e sole sconfitte, alcune meritate, alcune meno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come quella del 1986, quando l’arbitro scozzese Valentine annullò misteriosamente un goal di Manfredonia, che avrebbe pareggiato la rete di Butragueño e dato la probabile qualificazione alla squadra allora allenata da Marchesi. Nemmeno la grande Juventus di Lippi riuscirà a non uscire sconfitta dal Bernabéu; una rete di Raul nell’edizione vittoriosa del 1995/96, una di Ronaldo e Roberto Carlos (con in mezzo il goal di Trézéguet) nel 2002/03 determinarono le sconfitte bianconere, rimontate poi, per fortuna, nella partita di ritorno. Anche la Juventus di Capello, non riesce ad interrompere la tradizione negativa nel 2004/05, sconfitta da un goal di testa di Helguera, risultato rovesciato al Delle Alpi ai tempi supplementari, grazie alle prodezze di Trézéguet e Zalayeta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se consideriamo anche la finale di Amsterdam del 1998, persa per 1-0, si può dire, senza paura di essere smentiti, che l’impresa dei ragazzi di Parola, in quel lontano febbraio del 1962, rimarrà per sempre nella gloriosa storia bianconera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-5870874224755620982?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-xfBzusK-EGs/TyEoPJvyDnI/AAAAAAAADUc/y5hGdI5flQQ/s1600/ebdc357f6e1b8726801f02e6473cc15c_medium.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="227" src="http://4.bp.blogspot.com/-xfBzusK-EGs/TyEoPJvyDnI/AAAAAAAADUc/y5hGdI5flQQ/s320/ebdc357f6e1b8726801f02e6473cc15c_medium.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Un suono antico, capace di fermare il tempo, quasi fosse un
flauto musicale. Noi, che abbiamo memoria, riconosceremo il fischio di Concetto
Lo Bello. Sono più di quindici anni che si è spento nella sua Siracusa. Ma la
sua ombra si staglia ancora all’orizzonte di un calcio sempre più affollato di
lillipuziani, lievi come semi di soffione, cangianti come bruchi che conoscono
la metamorfosi.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Lo Bello aveva peso, volume e forma. Era l’Arbitro. Il più
famoso, certo, e forse il più grande. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Il suo fischio non era modulato, vago come quello dell’usignolo.
Era acuto e perentorio. Lacerava l’aria. Non seduceva. Impietriva. Quel fischio
ha dettato il tempo a Rivera e Sivori, a Riva ed a Rocco. Gianni Brera lo aveva
definito: &lt;b&gt;«Un po’ Dionisio, tiranno di Siracusa, un po’ Abd el Karim, pirata
saraceno».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Luigi Gianoli, invece, scrisse: &lt;b&gt;«Per me somiglia tutto a
Timoleone. Timoleone, detto l’intemerato, era cittadino corinzio e venne a
liberare Siracusa dai cartaginesi per governarla poi, ma da semplice privato.
Un amministratore, insomma. E la rese felice. Fu forte, generoso, geniale».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Per Gian Paolo Ormezzano: &lt;b&gt;«Era meglio di Kalì che in fondo
aveva soltanto nove braccia, egli è trimurti, Brahma Siva Visnù insieme,
arbitro, assicuratore, assessore». &lt;/b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Perfino il grande Indro Montanelli lo onorò con un elzeviro
memorabile. Fu dopo la partita Fiorentina - Cagliari, 12 ottobre 1969, in cui
il pubblico di Firenze lo aveva salutato al grido “duce, duce”, e &amp;nbsp;Montanelli, sbollita l’ira del tifoso,
scrisse: &lt;b&gt;«Entra nel campo col passo del proprietario che perlustri il proprio
podere. Se ogni tanto alza lo sguardo sugli spalti, è come se ve lo lasciasse
cadere dall’alto».&lt;/b&gt; E concluse sicuro: &lt;b&gt;«No, i fiorentini hanno avuto torto: Lo
Bello non è il duce. Ed, anche se l’accostamento avesse qualche
verosimiglianza, almeno ne andrebbero rovesciati i termini, perché è caso mai
il duce che può aspirare ad essere scambiato per Lo Bello, non viceversa».&lt;/b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Lo Bello sarebbe agli antipodi del calcio di oggi, flebile,
affollato di comparse trasparenti, di emuli di don Abbondio, incapaci di
decidere. Era un personaggio forte. Duro e splendente come il diamante. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Aveva il coraggio dell’autorità ed, essendo bravissimo
tecnicamente, il suo fischio imperiale disarmava. Il vento del ricordo fa
rispuntare mille episodi. Quando al Vomero, tranquillo come un domatore,
accettò di finire un Napoli - Juventus con 5.000 tifosi ai bordi del campo. O
quando aveva denunciato l’avance di Totò Vilardo, che gli aveva offerto 5
milioni per favorire il pareggio alla vigilia di un Cosenza - Bari.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Quando inflisse alla Spal tre calci di rigore in una
partita, subì un’indagine fiscale dal Ministro Preti, ferrarese. I suoi
rendez-vous con Sivori e Rivera sono passati alla storia, come l’inchino di
Rocco, il Paròn, davanti al suo cartellino rosso. Quando nella finale dell’Olimpiade
di Roma l’attaccante jugoslavo Galić lo apostrofò, riconobbe quella parola
frullata via, che l’allenatore dell’Ortigia pallanuoto, Bonacić,
gli aveva un giorno tradotto, con un eufemismo, in “figlio di buona donna”.
Avrebbe potuto far finta di niente, invece estrasse il cartellino rosso.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Sei anni dopo ai Mondiali d’Inghilterra, in Urss - Germania,
espulse Cislenko per fallo di reazione. Pagò il suo rigore: l’opposizione dei
Paesi dell’Est gli impedì di dirigere una finale ai Mondiali, come avrebbe
meritato (proprio quella del famoso goal fantasma pro Inghilterra, chissà cosa
avrebbe deciso). Lo Bello diede scandalo, arbitrando anche dopo essere entrato
in Parlamento. Replicò: &lt;b&gt;«Continuo, perché sono un uomo libero». &lt;/b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Oggi abbiamo nostalgia della sua interpretazione. Lo Bello
appartiene al calcio: arbitrò in A dal 1954 al 1974 e nessuno, come lui, ha
diretto 328 partite in A e 4 finali di coppe europee. Era un uomo di sport.
Eclettico. Appassionato. Tra i fondatori dell’Ortigia di pallanuoto, nel 1952,
ne fu il primo allenatore e, poi, per ventuno anni, il presidente. Ha presieduto
la Federazione Pallamano dal 1976 alla morte. Ha promosso per Siracusa la
Cittadella dello Sport.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
La sua ombra, irraggiungibile come quella di Solimano,
attraversa la memoria nel profumo dei gelsomini e delle zagare. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DA “LA REPUBBLICA” DEL 10 SETTEMBRE 1991:&lt;/b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
QUANDO IN CAMPO C’ERA VON KARAJAN di Gianni Brera&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Un po’ Dioniso, tiranno di Siracusa, un po’ Abd el Karim,
pirata saraceno. Alto, possente, i capelli neri ondulati, non crespi, il naso
forte, gli occhi vivi, sempre capaci di accendersi d’una luce non proprio
bonaria, i baffetti sottili a proteggere una bocca larga e sensuale, tracciata
di netto sopra un mento quadrato e volitivo. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Nato per comandare, lo individui sicuro protagonista quando
ormai ti sei sbilanciato in un giudizio fin troppo perentorio: hai scritto
infatti che Concetto Lo Bello è il miglior arbitro del mondo. L’affermazione è
senza dubbio arbitraria (giusto il soggetto al quale si rivolge): chissà quanti
nei cinque continenti se la sbrigano bene con il fischietto: ma lui addirittura
lo morde: vi soffia come un tornado: corre in scioltezza, buttando i piedi un
po’ avanti, secondo lo stile calciato, e cerca in ogni modo di stare dietro all’azione.
Spesse volte capisci che gli debbono dolere gli apici dei polmoni, che il
fiatone viene dissimulato con sibili perversi: è quando teme, a ragione, di
venire spinto lontano dalla ribalta. Allora è capace di lazzi che Matamoro gli
invidierebbe digrignando. I tapini da lui amministrati impettiscono offesi o
straniti. Li redarguisce e spintona come fatue comparse.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
L’état c’ est moi! Senti che potrebbe ruggire con la sua
voce aspra di tiranno. Re Sole si confonde con Dionisio. Abd el Karim mulina la
sua sfolgorante draghinassa tagliando teste d’ infedeli come neanche fossero
poponi. Finisce che diverte più lui della partita. È Toscanini o Visconti, Von
Karajan o Strehler. Come pubblico per Longanesi un pimpante manuale di pedate
intitolato “I campioni vi insegnano il calcio”, tra i fischietti campioni
scelgo lui, che con insigne modestia redige il suo capitolo. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Don Concetto non rientra fra certi sanguigni rurali. La sua
fronte bozzuta si corruga, le palpebre si strizzano su occhietti neri e
cattivi. Poiché ad esaltarlo sono io, gli avversari mi fanno contropiede. E lui
s’indigna con virile acredine. Che ha scritto l’uccello? Povero Aluisinus Avis
Columba! Non era certo di non inciamparvi, se a tradimento gli mettevi in
corridoio di redazione una palla da calcio: però l’intuito gli aveva dettato il
rilievo più facile: l’arbitro non si deve notare: il suo fischio deve vibrare
come in astratto sopra la mischia. E questo siracusano sfacciato prende a
prestito le gote di Eolo per soffiare più forte nel suo fischietto.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Abd el Karim sguaina infuriato la draghinassa facendola
mulinare e lampeggiare nell’aria. Giocando perché indubbiamente gioca anche
lui, inventa soluzioni di sconcertante genialità. Più lo studi e meglio
individui le sue reazioni di despota vistosamente ligio alle norme. Lo esalti,
questo è vero, ed i tuoi nemici sono anche i suoi. L’astuto Aluisinus asserisce
di voler bene a Rivera per la solidarietà che ha saputo esprimergli il giorno
in cui venne a mancare sua madre. Abd el Karim corruga la fronte fino a
confondere i neri e forti capelli con le sopracciglia del visir saraceno. I
suoi referti hanno da essere all’acido prussico. Il povero e compassato Barbè
deve rifarsi sgomento al tariffario dei confessori secenteschi: e buon per noi
della parrocchia calcistica che abbiamo un giudice imparziale come un santo.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Era il Minosse dei nostri stadi. Passano gli anni e noti che
il tonitruante Minosse degli stadi è meno spietato quando avvinghia e giudica
squadre di altre città, magari un tantinello rivali di Milano. Una certa
domenica, tifando Cagliari, lo aspetti a Torino con la Juventus. Non ho
archivio e di ciò mi rallegro perché aver debiti con la memoria mi torna grato.
Ricordo solo che Riva sta calciando in rete un paio di metri entro l’area
juventina e non so chi in bianconero oppone i tacchetti secondo che esige
spietato cinismo: è un fallo grave e sgradevole, che denuncia pure assoluta
mancanza di deontologia professionale (caro Sergio Campana, amico mio: sapranno
i tuoi protetti che significa mai?). Istintivo torna gridare al rigore: ed un
coinquilino malignazzo ironizza pure: Vediamo come se la cava il tuo Tamagno.
Ha fischiato subito, il mio divo: niente da dire, ma che decide, il rigore?&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Qui s’inciela il suo genio: Abd el Karim si pianta sulle
solide piote, leva un braccio, dilata indice e medio della destra: deve
spiegare: “macché regore, ostruzzzione ell’è!” Quindi due calci in area.
Nessuno può obiettare nulla (e guai se qualcuno si permettesse). Gli juventini
si ammucchiano in silenzio davanti al proprio portiere. Greatti e Riva stanno
sulla palla. Hanno l’occasione più ghiotta di far propria la partita: uno che
alzi palla a cucchiaio, l’altro che spari in fulminea rovesciata. Penso questo
avendo la mente ben irrorata (sto comodamente seduto): non ci arrivano i due
cagliaritani per i quali stravedo: Greatti sfiora palla e Riva ci arriva sopra
mazzolando spaventosamente il sinistro: non so chi colga: qualcuno rischia la
vita in barriera: la palla rabbiosamente impenna e ricade spenta fra le mani
del portiere juventino. Così Concettissimo nostro onora il regolamento con una
sentenza inventata a tutto genio. Oggi vedrete altri fischiare ostruzione
quando un terzino maligno oppone i tacchetti al piede dell’avversario che sta per
colpire palla: in mezzo secolo di pedate, nessuno avevo mai sorpreso in così
arduo momento di necessità.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Invero don Concetto era stato un asso. Una volta “Gigirriva”
diede fuori da matto e ringhiando arrivò ad insultare il grand’uomo. Il quale
un poco stette ad ascoltarlo: poi, voltandogli di botto le spalle, ebbe a
ingiungergli: “Corri, ragazzo, corri!” ed appena gli fu possibile inventò un
rigore anche per il Cagliari. Giova precisare che “Gigirriva”, prima di
abbandonarsi a quel raptus da mentecatto, aveva segnato il goal più
sensazionale che mai ci fosse capitato di vedere, a me ed allo stesso Concetto
Lo Bello. L’arbitro seppe capire e subito perdonare, da uomo autentico. Quella
vigilia di Cagliari - Juve arbitrò più di tutti i colleghi ed ottenne riconoscimenti
in ogni parte del mondo.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Per lui ho tifato come per Riva e per altri campioni del mio
sport. Forse io solo sono riuscito a comprarlo, una sera, la vigilia d’ un
Cagliari - Juventus. La situazione del Cagliari era disperata. Io stravedevo
per la Sardegna ed andai con Arrica a salutare Lo Bello, un amico. L’arbitro
cenava solo in un’ osteria deserta. Quando mi vide si rallegrò molto. Parlammo
di caccia e di serie B. Se domani perde, io ebbi la faccia tosta di ipotizzare
addio beccaccini. Il domani Longo, vecchio indio dal volto severo, fece secco
Combin alla prima entrata. Combin ebbe un astragalo fratturato. Rimase in campo
ma la Juve perdette 1-0. I severi dirigenti pre “bonipertiani” deplorarono
Combin per scarso attaccamento ai colori sociali. Fece giustizia la radiografia
ma Combin, offeso, se ne andò dalla Juventus. Il Cagliari fu salvo ed i suoi
dirigenti passarono da Concetto Lo Bello a ringraziare. Nessuno di loro, tranne
Arrica, sapeva che tutto il merito era dei beccaccini e dei tordi. Il Concetto
vi dissi. Come non voler bene a tanto uomo? &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
In realtà Concetto Lo Bello aveva della vita un concetto
agonistico, dire sportivo non basta. I continui viaggi lo avevano trasformato
in cittadino del mondo. Dal cassero della sua nave tuonava bordate di fischi
malamente ricambiate da plebi ostili e nel contempo ammirate. Il tifoso
avvertito lo apprezzava come il calcio che sapeva far produrre ed indirizzare
con arguzia sorniona ma ferma. Gli dava fastidio anche l’ombra sui piedi
(espressione che usava il mio amico Italo Pietra, da poco mancato ai vivi) se a
fargliela era un nemico, una persona da lui non accettata secondo schiettezza d’uomo:
se invece era un amico a spingerlo, addirittura ad urtarlo in buona fede, come
se fosse incredulo sdilinquiva per il piacere.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Di cultura non superiore al diploma, don Concetto sapeva
contenersi così civilmente da indurre chiunque ad accettarlo come suo pari. Né
stupì che gente avveduta come gli andreottiani lo invitassero a presentarsi
candidato. Eletto con molti voti al Parlamento, subito intraprese fervide
campagne per indurre i colleghi a varare finalmente una legge che prevedesse l’istituzione
di un Ministero dello Sport. Quando ci invitò a Siracusa perché ne
appoggiassimo l’uzzolo, io non temetti di inimicarmelo affermando “coram populo”
che i governi italiani duravano in media sei mesi, e quindi la creazione di un
Ministero dello Sport avrebbe causato ogni sei mesi la nomina di nuovi custodi
dei gabinetti in tutti gli stadi italiani.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Mi ascoltò sorridendo con denti da pascià turco in procinto
di ordinare una carneficina di schiavi cristiani. Tuttavia, non me ne volle. E
quale deputato accettò di presiedere la Federazione della Pallamano. Nel calcio
venne continuato dal figlio, e non risulta abbia molto brigato per non dover
lasciare la ribalta. Gli bastava il ricordo delle molte battaglie ingaggiate e
vinte. Gli bastava la stima degli onesti. Malato, seppe ritirarsi in dignitoso
riserbo. Il suo carattere adamantino rifulse proprio quando avremmo potuto
temere che si offuscasse nella tremenda sofferenza fisica. Io lo ricorderò come
un amico e soprattutto come un campione.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
A lui tutta la nostra riconoscenza di uomini di sport, a lui
il commosso augurio che fu degli antichi: “sit tibi terra levis”, ti sia lieve
la terra.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;a href="http://www.storiedicalcio.altervista.org/index.html"&gt;http://www.storiedicalcio.altervista.org/index.html&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-1411916178031214153?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/dxuS_EOzuiAyWUkFlimuI5I5TkI/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/dxuS_EOzuiAyWUkFlimuI5I5TkI/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/dxuS_EOzuiAyWUkFlimuI5I5TkI/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/dxuS_EOzuiAyWUkFlimuI5I5TkI/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/QQ8LVH08aGc" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/1411916178031214153/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=1411916178031214153" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1411916178031214153?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1411916178031214153?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/QQ8LVH08aGc/concetto-lo-bello.html" title="Concetto LO BELLO" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://4.bp.blogspot.com/-xfBzusK-EGs/TyEoPJvyDnI/AAAAAAAADUc/y5hGdI5flQQ/s72-c/ebdc357f6e1b8726801f02e6473cc15c_medium.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/01/concetto-lo-bello.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;D0MEQHczfyp7ImA9WhRUFUQ.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-3848667900015235376</id><published>2012-01-26T17:30:00.000+01:00</published><updated>2012-01-26T17:30:01.987+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-26T17:30:01.987+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Giampiero GASPERINI</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/--38dFNaHHCI/TwgCnSwbQoI/AAAAAAAADQU/IQhF4zbMMF8/s1600/gasperini.JPG" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://4.bp.blogspot.com/--38dFNaHHCI/TwgCnSwbQoI/AAAAAAAADQU/IQhF4zbMMF8/s320/gasperini.JPG" width="158" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Giampiero Gasperini, a nove anni, partecipò ad un provino per la Juventus insieme ad una miriade di ragazzini. Il teatro del batticuore era proprio il Combi e, come principale esaminatore, il mitico Predale, scopritore di tanti talenti. Fu scelto, ma nacque subito un problema a causa dell’età, in quanto il tesseramento al Nagc era possibile soltanto a dieci anni. Il piccolo Gasperini si era presentato, spavaldamente, con un anno di anticipo; era, però, troppo bravo per essere lasciato in pasto alla concorrenza e fu preso ugualmente e tesserato la stagione successiva.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel settore giovanile della Juventus, rimarrà per nove anni; una costante, questi tempi lunghi di appartenenza, che si ripeterà più avanti anche da professionista. I suoi maestri saranno Bussone, Viola, Castano e Grosso; conquisterà uno scudetto Allievi Nazionali nel 1975 vinto ai danni dell’Atalanta (2-0 all’andata, 1-1 al ritorno) e l’anno successivo la finale Primavera persa contro la Lazio di Giordano e Manfredonia, allo stadio Olimpico davanti a 30.000 spettatori.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Aveva come compagni Paolo Rossi, Zanone, Brio, Miani. Marocchino, Marangon, Chinellato, Verza, Schincaglia, Chiarenza, Capuzzo e Maggiora. Una bella nidiata, frutto di un settore giovanile che sfornava talenti stagione dopo stagione. Poi, l’esordio in prima squadra:&amp;nbsp;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;b&gt;«Me lo ricordo bene perché segnai il goal del pareggio contro il Lecce in Coppa Italia».&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Era la Juventus del Trap, la grande Juventus autarchica che vinse lo scudetto e la prima Coppa Uefa. Altre due presenze in Coppa Italia contro l’Inter a San Siro e con il Vicenza. La stagione successiva (1977/78) in prestito alla Reggiana in serie C:&amp;nbsp;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;b&gt;«Era l’anno dei Mondiali in Argentina e siccome la Juventus dava molti giocatori alla causa azzurra, gli furono concessi dei prestiti a fine stagione per disputare la Coppa Italia. Lì sommai sei presenze alle diciotto che avevo avuto nella Reggiana».&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poi a Palermo:&amp;nbsp;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;b&gt;«Quella che doveva essere soltanto una tappa di passaggio, si dimostrò invece un tour lungo cinque anni in serie B. Venni accolto bene, l’ambiente era ideale, c’era entusiasmo. Peccato la mancata promozione, sfiorammo più volte la serie A e addirittura una Coppa Italia».&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A proposito di quest’ultima, il Palermo giocò la finale proprio contro la Juventus, sul neutro di Napoli:&amp;nbsp;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;b&gt;«Match storico per noi e vissuto fino all’ultimo secondo di gioco. Eravamo sfavoriti, ma i bianconeri tremarono a lungo e li portammo ai supplementari. Al goal di Chimenti rispose Brio. Chiuse ogni discorso Causio, ma per Palermo quella partita è rimasta scolpita nella memoria».&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il periodo siciliano resta un ricordo magnifico non solo dal punto di vista professionale. Fu tempo di matrimonio con Cristina, un amore nato sui banchi di scuola all’Istituto Sommellier di Torino:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Due ragionieri in casa, nessuno corre».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa è la battuta di Gasperini riferita al diploma, che entrambi hanno conseguito. Solo uno scherzo, perché il centrocampista Gasperini ha sempre pedalato unendo qualità e temperamento. Altri due passaggi a Cava dei Tirreni ed a Pistoia, prima di approdare a Pescara:&amp;nbsp;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;b&gt;«Anche qui sono rimasto cinque anni. Ho conosciuto la zona di Catuzzi e quella di Giovanni Galeone, ma soprattutto la serie A».&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Era il 1987, Gasperini a ventinove anni era nella piena maturità:&amp;nbsp;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;b&gt;«In quella stagione segnai sette goal, il primo dei quali proprio all’esordio contro il Pisa. Con me c’era Junior, poi vennero altri due brasiliani come Tita ed Edmar. I due anni in serie A sono stati indimenticabili».&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma non è finita perché Gasperini ha tenuto duro fino a trentacinque anni, passando dalla Salernitana in B, alla Vis Pesaro in C2 dove ha vinto anche un campionato e disputato il successiva in C1.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il passaggio tra il campo e la panchina è stato quasi simultaneo; è il 1993 ed anche stavolta la Juventus nel destino:&amp;nbsp;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;b&gt;«Il primo anno sono stato alla Sisport con una squadra esordienti, poi sono entrato nel settore giovanile».&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Due anni coi Giovanissimi, altrettanti con gli Allievi e, nel 1998, la Primavera:&amp;nbsp;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;b&gt;«Il ricordo più bello e sfortunato è ovviamente legato alla finale Giovanissimi persa a Terracina contro la Roma».&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poi, il salto nei professionisti, con le ottime stagioni a Crotone e, nel 2006, il trasferimento a Genova, sponda rossoblu, con il quale ottiene la promozione in serie A.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-3848667900015235376?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/hqUsPO6AZDtCL9iyFv_nHs2xy1g/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/hqUsPO6AZDtCL9iyFv_nHs2xy1g/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/hqUsPO6AZDtCL9iyFv_nHs2xy1g/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/hqUsPO6AZDtCL9iyFv_nHs2xy1g/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/dUnlXKNv80w" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/3848667900015235376/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=3848667900015235376" title="2 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3848667900015235376?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3848667900015235376?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/dUnlXKNv80w/giampiero-gasperini.html" title="Giampiero GASPERINI" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://4.bp.blogspot.com/--38dFNaHHCI/TwgCnSwbQoI/AAAAAAAADQU/IQhF4zbMMF8/s72-c/gasperini.JPG" height="72" width="72" /><thr:total>2</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/giampiero-gasperini.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CUICRno6eCp7ImA9WhRUFko.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-5437511402350651502</id><published>2012-01-26T06:00:00.000+01:00</published><updated>2012-01-27T15:12:47.410+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-27T15:12:47.410+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Sebastian GIOVINCO</title><content type="html">&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-Ru1MwWxHhAA/TxhdMf9mnJI/AAAAAAAADSU/NwMfSe5v1KE/s1600/giovinco.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/-Ru1MwWxHhAA/TxhdMf9mnJI/AAAAAAAADSU/NwMfSe5v1KE/s1600/giovinco.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Soprannominato Formica Atomica per via del suo fisico minuto (1,64 per 62 chili), nasce a Torino da mamma calabrese di Catanzaro e da padre di Bisacquino, paese in provincia di Palermo. Eredita il nome dal nonno, che in realtà si chiamava Sebastiano, troncando la “O” finale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La sua statura limitata ed il suo fisico leggero non gli impediscono di essere considerato una delle migliori promesse del calcio italiano ed uno dei giovani calciatori più talentuosi in circolazione. Preferisce giocare da trequartista, ma può ricoprire anche il ruolo di esterno di centrocampo e seconda punta. Rapidità di esecuzione, visione di gioco e dribbling sono alcune delle migliori doti che lo contraddistinguono, insieme ad una grande abilità nei calci piazzati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Comincia a tirare i primissimi calci al pallone nel campetto di calcio al quartiere della Riber a Borgo Melano (Beinasco). Matura nelle giovanili della Juventus, con la quale compie tutta la trafila delle formazioni giovanili, vincendo tra il 2005 ed il 2006 il Torneo di Viareggio ed il campionato Primavera, alla fine del quale verrà premiato dal “Guerin Sportivo” quale miglior giocatore della fase finale del torneo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella stagione 2006/07 conquista la Supercoppa e la Coppa Italia Primavera. Il 12 maggio 2007, a vent’anni, debutta in Serie B con la prima squadra: si gioca Juventus - Bologna, partita fondamentale per il ritorno della squadra bianconera in serie A, e Sebastian entra al posto di Palladino. Nemmeno il tempo di annotare la sostituzione e Giovinco, con una grande giocata, fornisce a Trézéguet l’assist per la rete del definitivo 3-1 in favore della Juventus.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 1º giugno 2007 esordisce nella Nazionale Under 21 allenata da Pierluigi Casiraghi, giocando da titolare nella gara contro l’Albania, in un match v alido per la prima giornata di qualificazioni al Campionato Europeo del 2009.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La società bianconera, ritornata nella massima serie, decide di mandare in prestito i suoi giovani più promettenti, per permettere loro di farsi le ossa. Sebastian e Marchisio, emigrano ad Empoli, nell’ambito dell’operazione che porta Sergio Bernardo Almirón alla Juventus. Giovinco esordisce in Serie A il 26 agosto 2007, nel derby contro la Fiorentina, quando il Mister Luigi Cagni gli concede l’ultima mezzora, al posto di Antonini. La prima rete nella massima serie arriva il 30 settembre, quando realizza il secondo goal nella vittoria casalinga sul Palermo per 3-1.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 4 ottobre esordisce anche in campo europeo, a Zurigo, in occasione della partita di ritorno del primo turno di Coppa Uefa tra Empoli e Zurigo, conclusasi 3-0 in favore della formazione elvetica. A fine campionato, l’Empoli retrocede, ma Giovinco chiude la prima stagione in Serie A con 6 goal in 35 partite. Grazie alle buone prestazioni, si aggiudica la sesta edizione del Premio Leone d’Argento, essendo stato votato attraverso Internet e da una giuria tecnica composta da giornalisti e rappresentanti del tifo empolese.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In estate, è convocato dalla Nazionale olimpica per partecipare al Torneo di Tolone, durante il quale disputa cinque gare, mettendo a segno due reti; Giovinco è premiato come miglior giocatore del torneo. Nel luglio successivo partecipa ai Giochi olimpici di Pechino, dove disputa quattro partite, realizzando una rete contro l’Honduras nel primo incontro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 26 giugno 2008 la Juventus lo richiama a Torino. Disputa la sua prima partita stagionale in bianconero il 26 agosto, nella gara di ritorno del terzo turno preliminare della Champions League, contro l’Artmedia. Il 24 settembre dello stesso anno, contro il Catania, gioca la sua prima partita in bianconero in serie A. Il 7 dicembre, nel match contro il Lecce, segna, con uno splendido calcio di punizione, il goal del momentaneo 1-0 per i bianconeri.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È nuovamente protagonista il giorno del suo esordio in Champions League, il 30 settembre contro il Bate, fornendo due assist per le reti di Iaquinta che valgono il 2-2 finale. Nella partita di ritorno, conclusasi 0-0, Sebastian fallisce un calcio di rigore, tirando sopra la traversa. Da ricordare anche la grande prova casalinga contro il Bologna, culminata con una sonante vittoria per 4-1. Sebastian, insieme a Del Piero, è il protagonista assoluto, deliziando il pubblico con grandi giocate e con uno splendido goal. Nella sua prima stagione con la Juventus può vantare 3 reti in 27 presenze.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Viene convocato per l’Europeo Under 21 in Svezia, nel quale l’Italia sarà eliminata in semifinale dalla Germania. Con questa partita, che lo ha visto tra i migliori in campo, si chiude il suo ciclo in Under 21. L’esperienza all’Europeo è comunque positiva per Sebastian, infatti è inserito dalla Uefa sia nel “Dream team” della competizione, che nella lista dei dieci giocatori che maggiormente si sono messi in mostra durante la competizione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La stagione 2009/10 è negativa, come per tutta la Juventus. Giovinco riesce a trovare spazio quando Ferrara (nuovo Mister bianconero) adotta il 4-2-3-1. È protagonista nella roboante vittoria (5-1) contro la Sampdoria. Quando Zaccheroni subentra a Ciro, Sebastian non riesce praticamente più a vedere il rettangolo di gioco, anche a causa di numerosi problemi fisici. Il tabellino finale parla di 19 presenze ed un goal, realizzato nella partita casalinga contro il Napoli, persa per 2-3.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;«La mia stagione? Personalmente non ho nulla da rimproverarmi, penso di aver giocato bene le poche partite che ho disputato»,&lt;/strong&gt; spiega la Formica atomica. &lt;strong&gt;«Fin quando sono stato in campo, la Juve era seconda in classifica. Poi, all'improvviso, sono stato messo da parte e da lì il bilancio personale ha rispecchiato quello della squadra: peggio di così non poteva andare. Perché sono stato estromesso dalla squadra? Il motivo non l'ho capito e non riesco a darmi una spiegazione, però mi ha dato parecchio fastidio. Fino alla trasferta contro il Bordeaux di Champions avevo giocato con una certa continuità, poi il black out, nei mesi successivi non ho più sentito da parte di tutti, staff tecnico e società, la considerazione che aveva di me fino a tre giorni prima. Se Ferrara fosse rimasto, probabilmente avrei chiesto un confronto con lui. Invece se n'è andato. Così, l'unica consolazione che mi è rimasta è l'aver fatto bene quando ho avuto la possibilità di esprimermi. Quando si punta su un giocatore bisogna metterlo nelle condizioni di rendere al meglio. Se mi avessero messo in quelle condizioni, forse sarei riuscito anche a dare di più».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nell’estate del 2010 arriva Gigi Delneri ed il suo 4-4-2 non prevede l’utilizzo del trequartista. Giovinco capisce che non c’è più posto. &lt;strong&gt;«Tutti sanno quali sono le mie caratteristiche. Io con il 4-4-2 ho giocato sia nell'Empoli, sia con Ranieri largo a sinistra e so adattarmi a diversi ruoli, posso essere esterno o centrale di centrocampo o seconda punta. Certo, se Delneri chiede agli esterni di essere i quinti di difesa, allora quello non è il mio mestiere. Il mio sogno è quello di continuare con la Juve. Però se non c'è considerazione, è giusto cambiare aria, anche se sono consapevole che separarmi da questa maglia sarebbe per me una decisione estremamente difficile da prendere».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così, Sebastian chiede di essere ceduto: &lt;strong&gt;«Se la società non mi vuole cosa ci sto ancora a fare qui? Dopo due stagioni, non passo un altro anno ad ammuffire in panchina, non avrebbe davvero senso. Penso anche di non meritarmela la panchina. Anzi, non me la merito di sicuro per come mi sono comportato dentro e fuori il campo. Certo, mi priverei di una squadra forte, di un club nel quale sono cresciuto, che mi ha dato tanto ed al quale ho dato tanto, dei tifosi che mi hanno sempre sostenuto. Però voglio giocare con continuità, in questo momento è l'unica cosa che chiedo: potermi divertire scendendo in campo. Solo in questo modo potrò ritrovare quell'entusiasmo che è venuto a mancare, non solo a me ma a tutta la squadra. Se sarebbe un fallimento lasciare la Juve? Da parte mia no, semmai lo sarebbe per la società perché non ha creduto in me. Penso che alla lunga avrò ragione io: sono più che convinto che se ne pentiranno. Avrei potuto dare molto di più se mi avessero messo nelle condizioni di farlo».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 5 agosto 2010 passa al Parma in prestito oneroso (un milione di Euro pagabile in tre anni) con diritto di riscatto per la metà del cartellino fissato a 3 milioni pagabili anch’essi in tre anni. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-5437511402350651502?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/BxTvhpsWKp98FRMbemebH0TUTKw/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/BxTvhpsWKp98FRMbemebH0TUTKw/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/POOKXnj-reQ" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/5437511402350651502/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=5437511402350651502" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5437511402350651502?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5437511402350651502?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/POOKXnj-reQ/sebastian-giovinco.html" title="Sebastian GIOVINCO" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://1.bp.blogspot.com/-Ru1MwWxHhAA/TxhdMf9mnJI/AAAAAAAADSU/NwMfSe5v1KE/s72-c/giovinco.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/09/sebastian-giovinco.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DUMGQX4_fyp7ImA9WhRUFEs.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-5996691974939023074</id><published>2012-01-25T05:57:00.000+01:00</published><updated>2012-01-25T05:57:00.047+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-25T05:57:00.047+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Alberto PICCININI</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-bN3luz3naCc/TxhePNsUaQI/AAAAAAAADSc/oI_n8--L2Z4/s1600/piccinini.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://4.bp.blogspot.com/-bN3luz3naCc/TxhePNsUaQI/AAAAAAAADSc/oI_n8--L2Z4/s320/piccinini.jpg" width="242" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Il 1949, per la Juventus, è l'anno zero. Il ventottenne presidente Gianni Agnelli vuole riportare la sua squadra ai fasti antichi, a quei successi epici culminati, tra il 1930 ed il 1935, con l'indimenticabile serie dei cinque scudetti consecutivi. Non è ammissibile prolungare oltre, un digiuno che dura ormai da&amp;nbsp;quattordici anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per far fronte a ciò, la rosa della stagione precedente viene quasi interamente smantellata: tra i titolari vengono riconfermati i soli Manente, Parola, Boniperti, John Hansen e Muccinelli, ai quali vengono affiancati i nuovi Bertuccelli, Viola (che rientra dal prestito alla Lucchese), Mari, Piccinini e gli stranieri Præst e Martino. I miglioramenti per ora sono solo sulla carta; occorre amalgamare al meglio undici campioni e farne una squadra.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;L'arduo compito viene affidato al neo allenatore inglese Jesse Carver che, con sapiente maestria, allestisce una compagine fortissima in trasferta, dotata di un solido impianto difensivo e di un centrocampo straordinariamente completo. Accanto al confermato Parola, il nuovo duo Mari - Piccinini, erede della coppia Depetrini - Locatelli, deve garantire grinta e tecnica, recuperi e suggerimenti, impostazioni e contenimento.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alberto Piccinini, nato a Roma il 25 gennaio 1923, cresce nella Roma per poi trasferirsi nella Salernitana, dove Gipo Viani lo imposta da finto centravanti. Piccinini veste la maglia numero nove, ma il suo compito è quello di marcare il centravanti avversario, quando i campani sono costretti in difesa; il suo arretramento, consente al difensore centrale Buzzo di operare in seconda battuta. Questa invenzione tattica, viene definita “mezzo sistema” o “Vianema”; il libero, l’ultimo nato del calcio mondiale, muove i primi passi proprio a Salerno, in quel lontano 1946. Dopo un paio di stagioni, viene ceduto al Palermo e raggiunge Torino nell’estate del 1949.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non ha un fisico eccezionale, ma le qualità proprie del mediano classico; l'ottima visione di gioco ed il sempre felice tocco di palla gli consentono finezze in serie e non troppe coperture, delle quali se ne occupa il compagno di reparto Mari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Giocatore elegante e di classe, Piccinini, che si toglie anche la soddisfazione di disputare cinque partite in Nazionale, è certamente da ricordare come uno dei migliori comprimari degli anni quaranta e cinquanta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nell’estate del 1952, lascia la Juventus per raggiungere il Milan, dopo aver vestito per ben 104 volte la maglia bianconera ed aver segnato 2 goal.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-5996691974939023074?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Gq4L8POkwo9DTCnHg_w7i-U2Slg/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Gq4L8POkwo9DTCnHg_w7i-U2Slg/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Gq4L8POkwo9DTCnHg_w7i-U2Slg/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Gq4L8POkwo9DTCnHg_w7i-U2Slg/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/KPwJJE6pHdU" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/5996691974939023074/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=5996691974939023074" title="2 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5996691974939023074?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5996691974939023074?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/KPwJJE6pHdU/alberto-piccinini.html" title="Alberto PICCININI" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://4.bp.blogspot.com/-bN3luz3naCc/TxhePNsUaQI/AAAAAAAADSc/oI_n8--L2Z4/s72-c/piccinini.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>2</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/alberto-piccinini.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CEEEQXg7eCp7ImA9WhRUFE8.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-3381530803110059340</id><published>2012-01-24T17:30:00.000+01:00</published><updated>2012-01-24T17:30:00.600+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-24T17:30:00.600+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Gabriele PIN</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-OoMqdclZKyA/TwgBMfdk4kI/AAAAAAAADQE/iF_rQz-8qok/s1600/pin.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://2.bp.blogspot.com/-OoMqdclZKyA/TwgBMfdk4kI/AAAAAAAADQE/iF_rQz-8qok/s320/pin.jpg" width="227" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Nasce a Vittorio Veneto, in provincia di Treviso, il 21 gennaio 1962.&amp;nbsp;Arriva alla Juventus nell’estate del 1985, da Parma, sulla scia di Pioli, ma con un particolare importante in più; è di scuola juventina, avendo, appena diciottenne, già debuttato in serie A, all’ultima giornata del campionato 1979/80, contro la Fiorentina. Giocò, per la cronaca, un solo tempo e la Juventus vinse bene, un 3-0 indiscutibile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella squadra emiliana, allenata da Gedeone Carmignani, Gabriele svolge mansioni atipiche, che si avvicinano a quelle del play-maker del basket. Un regista, insomma, ma anche un incontrista/lottatore, che si sdoppia a seconda del bisogno e che garantisce alla squadra un contributo sia in fase di costruzione, che in quella di interdizione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Pin ha i piedi buoni ed il senso geometrico del gioco, che vede assai bene e con singolare rapidità; ha anche uno spiccato senso della ricerca dell’avversario a cui applicarsi, degli spazi da chiudere. In definitiva, un giocatore capace di adattare i propri estri al servizio del collettivo, ma anche uno con la necessaria personalità per impugnare, quando occorre, la bacchetta del direttore d’orchestra.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con queste credenziali, Gabriele ritorna in bianconero e trova in Trap un immediato motivo di stimolo. L’allenatore bianconero capisce le doti del ragazzo e lo getta, sin dalle prime amichevoli, nella lotta. Non c’è partita, più o meno importante, in cui Gabriele non abbia l’opportunità di mettersi in luce e non c’è partita in cui Pin, una volta in campo, non ricambi la fiducia dell’allenatore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In Coppa Italia, nella goleada contro la Casertana, Gabriele riesce a realizzare anche una rete; a Firenze; sempre in Coppa Italia, Pin risulta, a giudizio unanime, il più positivo dei centrocampisti bianconeri e si merita elogi pubblici dell’allenatore. Il Trap smorza gli entusiasmi, usa prudenza e non vuol bruciare le tappe rischiando di bruciare Gabriele. Gioca quando serve, quando la logica della partita lo richiede.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ed in Coppa dei Campioni, nella partita di ritorno con la Jeunesse, scocca la seconda ora fatidica; Gabriele è in campo dall’inizio, in un ruolo che esalta le sue molte valenze tattiche e la sua prestazione è di quelle che fanno parlare a lungo. I pochi addetti ai lavori che seguono, in esclusiva, la partita nel Comunale deserto, si sbilanciano in giudizi perentori sul ragazzo; in parecchi lo additano addirittura come il migliore in campo. Il goal che Gabriele segna, con stoccata dalla distanza che coglie l’angolo estremo, è un pezzo di bravura tutt’altro che isolato, in una gara che lo conferma giocatore davvero versatile per tutte le incombenze del centrocampo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Pin disputa 32 partite, compresa la vittoriosa finale di Coppa Intercontinentale; alla fine di quella stagione, viene ceduto alla Lazio. Nella capitale disputa sei stagioni ad altissimo livello, prima di ritornare al Parma; rimane in gialloblu quattro campionati, per poi chiudere la carriera al Piacenza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-3381530803110059340?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/S-O8RMDJ9PUilb1cfyLPARCZN_0/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/S-O8RMDJ9PUilb1cfyLPARCZN_0/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/S-O8RMDJ9PUilb1cfyLPARCZN_0/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/S-O8RMDJ9PUilb1cfyLPARCZN_0/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/4HOCD-EfmhU" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/3381530803110059340/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=3381530803110059340" title="4 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3381530803110059340?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3381530803110059340?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/4HOCD-EfmhU/gabriele-pin.html" title="Gabriele PIN" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://2.bp.blogspot.com/-OoMqdclZKyA/TwgBMfdk4kI/AAAAAAAADQE/iF_rQz-8qok/s72-c/pin.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>4</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/gabriele-pin.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CUEEQXs8cCp7ImA9WhRUFko.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-2252033731093763812</id><published>2012-01-24T06:02:00.000+01:00</published><updated>2012-01-27T15:13:20.578+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-27T15:13:20.578+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Mohamed Lamine SISSOKO</title><content type="html">&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://www.direttanews.it/wp-content/uploads/SISSOKO18.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="240" src="http://www.direttanews.it/wp-content/uploads/SISSOKO18.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
Momo Sissoko nasce a Mont-Saint-Aignan, in Francia, il 22 gennaio 1985, da genitori originari del Mali. Cresce a Parigi, ma inizia la sua carriera a soli diciassette anni nell’Auxerre, in Francia, dove però non riesce a dimostrare il suo valore e finisce la stagione senza far l’esordio in prima squadra:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Che cosa fosse davvero l’Africa, l’ho scoperto a diciassette anni; prima dovevo giocare a calcio, costruire il mio futuro. E, così, rimandavo e rimandavo; poi, un giorno, decisi che era arrivato il momento di andare in Mali. Ricordo che, quando arrivai, all’aeroporto c’era la gente che mi aspettava. La cosa mi colpì; vidi le loro facce, sentii il loro affetto. Fino ad allora, quel paese viveva solamente nei racconti dei miei genitori. Era la cultura che mi avevano trasmesso, il dio che pregavo, i piatti che trovavo sulla tavola. Vedere, però, è un’altra cosa, ti apre gli occhi. Ho capito che, in qualche modo, anch’io appartenevo a quella terra. Fu allora che rinunciai alla Nazionale francese.&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;b&gt;Ogni volta che vado in Mali sento di essere un riferimento, di rappresentare il sogno di quei bambini. Loro sono orgogliosi di me ed io mi sento orgoglioso di questo ruolo. Per questo non ho avuto dubbi, quando ho detto sì alla Nazionale. E non mi sono mai pentito. La Francia ha una storia importante, punta sempre a grandi traguardi, è piena di fuoriclasse, ma nessun risultato, nessuna coppa, nessun titolo può valere un sentimento».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
Nell’estate del 2003, si trasferisce in Spagna al Valencia. Sino ad allora era stato schierato come attaccante, ma l’allenatore Rafael Benítez capisce le sue potenzialità come mediano incontrista e lo sposta a cen-trocampo. Rimane due anni in terra valenciana vincendo una Coppa Uefa, una Supercoppa europea e la “Liga” nel 2004, mettendosi in grande evidenza anche grazie al sostegno dell’allenatore Claudio Ranieri:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Andare in Spagna è stata la mia fortuna, perché ho potuto iniziare presto la mia carriera. Un vantaggio. Ora sono giovane, ma di esperienza ne ho accumulata abbastanza e mi sono tolto qualche soddisfazione».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
Nel 2006 approda al Liverpool dove ritrova l’allenatore che ha creduto in lui, Benítez; con la maglia dei “Reds” si fa apprezzare per le sue doti atletiche e agonistiche e, nonostante qualche cartellino giallo di troppo per i suoi tackle, diventa subito un beniamino del pubblico. Nella prima stagione riesce a trovare &amp;nbsp;parecchio spazio, giocando nelle due finali di Supercoppa Europea e di Coppa Intercontinentale; a fine stagione, infatti, riesce a totalizzare 45 presenze.&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
Il secondo anno è più difficile per Momo; nel febbraio del 2006 il Liverpool affronta il Benfica in Champions League. Sissoko, in un’azione di gioco, riceve un calcio sull’occhio destro dal portoghese Beto e viene portato fuori in barella: la diagnosi parla di retina danneggiata e, nei mesi seguenti, si susseguono le notizie incerte sul suo stato; si parla addirittura di perdita della vista dell’occhio destro, ma per sua fortuna, dopo numerose operazioni il giocatore si riprende completamente.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
L’inizio della stagione 2007/08 è molto travagliato per Momo, anche per l’arrivo in mezzo al campo di Javier Mascherano e di Lucas Leiva, che superano il maliano nelle preferenze di Benítez. Sissoko riesce, comunque, a segnare il suo primo ed unico goal con la maglia del Liverpool, il 25 agosto 2007 nella gara di “Premier League” vinta per 2-0 contro il Sunderland.&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
Stanco di guardare i compagni dalla panchina, nel gennaio del 2008 viene messo sul mercato, destando l’interesse di numerose squadre europee fra cui l’Atletico Madrid e, soprattutto, la Juventus. Ed, infatti, proprio quest’ultima lo ingaggia il 29 gennaio, per 11 milioni di Euro. Momo ritrova Claudio Ranieri e l’esordio con i bianconeri arriva il 3 febbraio nella partita contro il Cagliari; in poche partite diventa uno dei beniamini della tifoseria bianconera, che rivedono in lui Davids, per la sua capacità di recuperare palloni e per la sua efficacia nel rincorrere sempre l’avversario dal primo all’ultimo secondo della partita.&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;b&gt;«Ranieri è un grande allenatore e l’ha dimostrato in tutte le squadre che ha guidato. Quello che mi piace di più di lui è come difende i suoi giocatori. A me ha dato la possibilità di giocare e di crescere, di dimostrare il mio valore».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
Contro la Fiorentina, il 2 marzo 2008, Momo realizza il suo primo goal in maglia bianconera, con una splendida rovesciata; termina il campionato in modo positivo, nonostante l’espulsione rimediata contro la Sampdoria, con 15 presenze e la convinzione di avere superato in pieno il difficile esame del campionato italiano.&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
Il secondo anno è ancora migliore; infatti, il maliano diventa il perno insostituibile del centrocampo bianconero e la sua assenza, dovuta ad una frattura del piede nel derby del 7 marzo 2009, costerà parecchi punti ai bianconeri, nonché l’eliminazione dalla Champions League. Purtroppo, l’infortunio al piede si rivela più grave del previsto e Momo non riesce a rientrare fino a metà ottobre, dopo più di sette mesi di assenza dal terreno di gioco:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«È stato molto difficile superare l’infortunio. Più difficile di quanto avessi immaginato, forse perché uno stop così lungo non mi era mai capitato. Non ho paura di dire che è stato un momento di depressione. Non sono andato da uno psicologo, ma devo dire grazie a mia mamma e mia moglie, alle loro piccole parole quotidiane. Grazie anche ai miei compagni, alle loro telefonate che non mi hanno mai fatto sentire solo. Mi chiamavano pure quando ero in Francia, per curarmi. Mi chiamavano tutti, soprattutto Zebina e Tiago».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
Ma la sfortuna non abbandona Momo: un altro infortunio, infatti, lo tiene lontano dai campi di gioco fino al 22 novembre quando rientra nell’incontro casalingo contro l’Udinese, vinto per 1-0. Alla fine della stagione riesce a collezionare solamente 24 presenze.&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
Nella stagione 2010/11, decide di vestire la maglia numero 5, lasciata vacante da Fabio Cannavaro. Ma trova meno spazio rispetto agli anni precedenti, essendo spesso utilizzato dal nuovo tecnico Luigi Delneri solo a partita in corso. Il tecnico friulano, infatti, &amp;nbsp;gli preferisce il brasiliano Felipe Melo. Il 1° marzo 2011 è sottoposto ad un intervento artroscopico di regolarizzazione della cartilagine del ginocchio sinistro, rimanendo lontano dai campi di gioco per altri tre mesi, terminando in anticipo la stagione con un totale di 29 presenze.&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
Il 28 luglio 2011, passa al Paris Saint-Germain firmando un contratto triennale. Alla Juventus arrivano 7 milioni di Euro più 1 milione di bonus:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Ringrazio con tutto il mio cuore tutti i tifosi della Juventus. Dal mio primo al mio ultimo giorno da giocatore della Juve, mi hanno sempre sostenuto e mi hanno tifato nei periodi felici e quelli infelici. Non dimenticherò mai tutto ciò che mi hanno dato sul piano umano durante la mia permanenza in seno alla squadra. Durante tre stagioni, ho vissuto momenti indimenticabili, anche grazie a loro. Se ho passato cosi tanti belli anni alla Juve, lo devo anche alla società. Tutti i dirigenti e tutti i miei compagni che tengo a ringraziare e a salutare per tutti questi eccellenti momenti che abbiamo vissuto assieme.&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;
&lt;b&gt;Avrò sempre nel mio cuore questa parte della mia carriera. Oggi, sono un giocatore del PSG, ma ciò che ho vissuto durante due anni e mezzo con la maglia della Juventus, non lo dimenticherò mai. Auguro lunga vita a questa squadra che mi è ormai molto cara. Spero che la squadra ritroverà la via del successo come lo vuole la sua storia e che continuerà a fare vibrare tutti i suoi tifosi che meritano tanto».&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-2252033731093763812?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;/div&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-V8nCcwCOEHI/TdvVmoNtuQI/AAAAAAAACtA/aqupIsELfMs/s1600/Copia+di+fernando.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://3.bp.blogspot.com/-V8nCcwCOEHI/TdvVmoNtuQI/AAAAAAAACtA/aqupIsELfMs/s320/Copia+di+fernando.jpg" width="265" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL'AGOSTO 2005:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Estate 1961, Torino è in festa per lo scudetto numero 12 della “Signora” targata Charles - Sivori - Boniperti e per le solenni feste a ricordo del centenario dell’unità d’Italia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Josè Puglia Fernando, classe 1937, da San Josè do Rio Pardo, è un ragazzo di buone promesse che la Juve ha acquistato, sulla fiducia di osservatori amici brasiliani, per vedere se ne può fare qualcosa nell’imminente stagione dell’assalto alla Coppa dei Campioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un centravanti grande e grosso con buon dribbling e bel tiro, che dice papale di non essere secondo a nessuno e di voler pertanto giocare il più possibile. La Juve però è coperta, c’è Charles e pure Nicolè, per non parlare del giovanissimo Cavallito, asso della &amp;nbsp;De Martino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fernando fa in tempo a giocare una partita di Coppa Italia quando ha da poco disfatto le valige: lo danno in prestito al Palermo. Per farsi le ossa, naturalmente. Fernando inizialmente punta i piedi, ma l’idea alla fine non gli spiace. E fa bene.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Giocherà in Sicilia una stagione da grande, contribuendo al miglior Palermo di sempre, a fianco degli ex bianconeri Mattrel e Burgnich. La Juve, quell’anno, ne avrebbe avuto bisogno.&lt;br /&gt;
&lt;div&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-269257077277572397?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/agMJvzdXH9KCyIT_-kdCsUtMc4M/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/agMJvzdXH9KCyIT_-kdCsUtMc4M/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/agMJvzdXH9KCyIT_-kdCsUtMc4M/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/agMJvzdXH9KCyIT_-kdCsUtMc4M/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/CCuHBzy7lK4" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/269257077277572397/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=269257077277572397" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/269257077277572397?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/269257077277572397?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/CCuHBzy7lK4/fernando.html" title="FERNANDO" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://3.bp.blogspot.com/-V8nCcwCOEHI/TdvVmoNtuQI/AAAAAAAACtA/aqupIsELfMs/s72-c/Copia+di+fernando.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/05/fernando.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;Dk8ESHo6cSp7ImA9WhRUEkQ.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-5698323550672920190</id><published>2012-01-23T06:00:00.000+01:00</published><updated>2012-01-23T06:00:09.419+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-23T06:00:09.419+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Moreno TORRICELLI</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-juYW7lJp44E/Txher2HBZEI/AAAAAAAADSk/SM0sI3FEs0o/s1600/torricelli.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://2.bp.blogspot.com/-juYW7lJp44E/Txher2HBZEI/AAAAAAAADSk/SM0sI3FEs0o/s320/torricelli.jpg" width="264" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Moreno Torricelli nasce ad Erba (CO) il 23 gennaio 1970. La sua storia ha dell’incredibile; si può dire che interpreta la fiaba di Cenerentola ambientata nel mondo del calcio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Torricelli, infatti, lavora come magazziniere in una fabbrica di mobili della Brianza ma grazie, ad un amichevole disputata dalla Juventus nel luglio del 1992 contro la squadra nella quale milita per hobby, la Caratese (campionato nazionale dilettanti), la sua vita cambia:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Dai&amp;nbsp;quindici ai&amp;nbsp;ventidue anni ho lavorato fino alle sei del pomeriggio. Fare il falegname non mi dispiaceva, così come essere un calciatore solo per divertimento e qualche spicciolo. Avevo già allora una volontà di ferro. Ero uno dei quelli che appena finito il turno preparava la borsa e volava al campo sportivo per l’allenamento. Fino a tardi, almeno tre volte a settimana. Sacrifici che oggi ricordo con grande piacere. Sarebbe stato bello farli anche se non fossi arrivato in serie A.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;In origine ero un libero. Staccato, si diceva quando la marcatura era solo a uomo. Ho giocato così nei primi anni a Oggiono. Poi nel 1990 andai a Carate Brianza, dove arrivò un allenatore, Antonelli, che portò idee nuove. Il Sacchi dei campionati minori. Ci fece giocare in linea e mi spostò a giocare sulla fascia. Mi ha inventato come terzino, sono stato bravo ad adattarmi»&lt;/b&gt;&lt;b&gt;.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Giovanni Trapattoni, impressionato dalla carica agonistica e dalla grinta del giocatore lo convoca in prova nel ritiro precampionato bianconero e convince la Juventus ad acquistarlo per pochi milioni di Lire:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«All’improvviso è spuntata la Juventus &lt;/b&gt;&lt;b&gt;e fino all’ultimo non ci ho creduto. Mi seguivano due società; avrei potuto andare alla Pro Vercelli, ho fatto un provino per il Verona, infine sembravo destinato al Lecce. Poi è arrivata la grande occasione, due amichevoli con la Juventus che aveva bisogno di prestiti per le gare di Vicenza ed Ancona. La favola è cominciata lì. Con la Juventus, mica una squadra qualsiasi».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non fatica molto a diventare titolare fisso della squadra che in quella stagione si aggiudica la Coppa Uefa, battendo in finale i tedeschi del Borussia Dortmund:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Probabilmente non ho avuto nemmeno il tempo di rendermene conto che giocavo con la Juventus, mi sono subito sentito a mio agio. Ora mi sembra tutto normale, grazie all’aiuto dei miei compagni che, sin dal primo giorno, si sono comportati con me come se fossi uno di loro».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Giocatore volitivo e dalla grande grinta, Torricelli occupa indifferentemente tutti i ruoli della difesa juventina, anche se preferisce giocare sulla fascia destra. Proprio per la sua generosità, per la sua voglia si lottare e per la sua determinazione, diventa immediatamente l’idolo dei tifosi juventini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dal Trap si passa a Lippi, ma la musica non cambia; Moreno è sempre titolare fisso della squadra bianconera. Le due stagioni migliori per Torricelli sono la 1994/95 e la 1995/96. Conquista lo scudetto, la Coppa Italia, la Champions League, la Coppa Intercontinentale, la Supercoppa europea e la Supercoppa Italiana, disputando partite memorabili per intensità e grinta. Da incorniciare è la finale contro l’Ajax, nella quale sfiora il goal dopo una corsa di cinquanta metri verso la porta avversaria e viene eletto miglior giocatore in campo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Naturalmente, arriva anche la convocazione in Nazionale con la quale disputa 10 partite, partecipando al Campionato Europeo inglese:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«La stagione del primo scudetto è stata unica, memorabile; siamo partiti senza i favori del pronostico poi, strada facendo, arrivano le vittorie. Un pomeriggio, allo stadio Tardini, prima di Parma - Juventus, Luca Vialli si mise a strillare: “Ragazzi, il treno passa una sola volta, non facciamolo scappare”. Detto e fatto; battemmo i rivali emiliani per 3-1 e ci avviammo trionfalmente verso il titolo. Secondo me, quella è stata la partita della nostra svolta».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nelle stagioni 1996/97 e 1997/98 Geppetto è ancora protagonista ed è determinante per la conquista due scudetti. Nell’estate del 1998, dopo 230 partite e 3 goal in maglia bianconera, chiede ed ottiene di essere ceduto alla Fiorentina, dove ad allenare la squadra c’è proprio Giovanni Trapattoni, l’uomo che lo aveva scoperto sei anni prima. Moreno lo ringrazia con una ottima stagione che termina con la conquista da parte della squadra viola del terzo posto in campionato e con l’accesso ai preliminari di Champions League.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Disputerà ancora tre stagioni con i viola, fino all’estate del 2002, anno del fallimento economico della società. Nel gennaio 2003 si trasferisce in Spagna, nell’Español, dove disputa due stagioni. Torna in Italia nel novembre 2004 giocando nelle file dell’Arezzo, nel campionato di Serie B.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DAL “G.S.” DEL FEBBRAIO 2010:&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
Cosa ricordi del primo incontro con Luciano Moggi alla Juventus? &lt;b&gt;«Cambiava un’epoca. Dall’Avvocato si passava al Dottor Umberto. Da una dirigenza a gestione familiare ad una più fredda e tecnica. Da Boniperti a Giraudo e Moggi. Non fu un passaggio indolore. Della vecchia gestione rimase solo il magazziniere. Per stare al passo con il Milan era l’unica strada da percorrere. E Moggi rappresentava il top, comprese le voci maligne».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Voci legittime? &lt;b&gt;«Di sicuro è che se la Juve voleva tornare a vincere, Moggi, per l’esperienza e le capacità, era il dirigente più adatto per costruire qualcosa di importante».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tu come hai vissuto il passaggio? &lt;b&gt;«Non c’era più Francesco Morini come team manager, non c’era più Boniperti. Erano stati ceduti anche diversi compagni. Eppoi andò via Trapattoni, al quale ero molto legato. È stato grazie a lui che sono arrivato alla Juve direttamente dall’Interregionale».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
All’epoca si parlò di favola: è giusto dipingerla così? &lt;b&gt;«L’incredibile sta nel salto mortale da una categoria dilettantistica alla società più titolata d’Italia nel giro di pochissimo tempo. Fin qui può anche essere una favola. Però c’erano delle basi importanti, altrimenti non avrei retto il colpo. E questa è tutta realtà».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Che ricordi conservi? &lt;b&gt;«Non ho dimenticato niente, come potrei? Era il 1992. La Juve doveva giocare alcune amichevoli di fine stagione ed io fui aggregato alla squadra come prestito. In quel periodo ero seguito da alcune società di C, insomma qualcosa si sarebbe mosso. Giocai bene, credo che Trapattoni abbia apprezzato la mia grinta, la determinazione, la fame che avevo. E così per l’anno dopo chiese alla società di acquistarmi».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il primo ingaggio a quanto ammontava? &lt;b&gt;«80 milioni, più i premi. Ma la cifra la mise Boniperti perché io firmai in bianco. Andai in sede con il mio procuratore, ma il presidente non lo fece neanche entrare».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È vero che come prima cosa ordinasti una Lancia Thema? (ride) &lt;b&gt;«Verissimo, d’altronde ero senza macchina. La Bmw che mi ero comprato con tutti i risparmi che avevo, mi era stata rubata. Senza auto e senza denari, approfittai degli sconti Fiat. Mi è andata bene».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quanto ha inciso Trapattoni nella tua riuscita? &lt;b&gt;«È stato determinante. Con me ha rischiato grosso. Non è da tutti puntare su un giovane che viene dai Dilettanti. Il nostro era un rapporto speciale, ci parlavamo in dialetto. E non sai quante volte sono rimasto a fine allenamento con lui per migliorare la tecnica».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dal Trap a Lippi. &lt;b&gt;«Non fu un passaggio indolore. Inizialmente è stata durissima. Dico subito che Lippi è il miglior allenatore che ho avuto, il più completo. Però quando arrivò le distanze tra di noi erano notevoli. Dovevamo capirci, conoscerci, ma non è stato semplice. Al punto che stavo quasi per andare alla Roma».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Davvero? &lt;b&gt;«Un giorno durante la solita chiacchierata prima dell’allenamento, il Mister mi attacca davanti a tutti. Per me, un fulmine a ciel sereno. Ci fu un battibecco tra me e lui. Incredibile. Dalla rabbia, mi vennero le lacrime agli occhi».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Motivo? &lt;b&gt;«Non c’erano motivi specifici. Io avevo alle spalle due campionati tra i professionisti. Voleva qualcosa di più da me. Di sicuro non gli piaceva che io fumassi. Lì per lì l’ho odiato: perché attaccarmi di fronte ai compagni? Con il tempo ho capito che era il suo modo per spronare i giocatori, per tenerli sulla corda. Tutto in funzione del gruppo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;nbsp;A volte questa del gruppo sembra una storiella un po’ artificiosa:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Niente affatto. Per Lippi il gruppo è il fulcro di tutto, basta vedere quello che è successo ai Mondiali. La Juventus è stata per lui la prima grande occasione. Il rischio era grosso pure per lui ed aveva bisogno che la squadra lo aiutasse».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Chiese a Vialli di rimanere:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Luca era giù di corda. Lippi seppe ricaricarlo e rinacque. Vialli in allenamento era un rompiballe incredibile. Guai a sbagliare un passaggio: voleva il pallone preciso dove indicava lui. Ma in partita era il primo a darti una mano. Finiva un’azione d’attacco ed era già vicino a noi difensori per aiutarci. Un vero leader, anche fuori dal campo. Quello che non è stato Baggio».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In che senso? &lt;b&gt;«Roby era uno tranquillo. Io credo che, per il grande giocatore che era, avrebbe potuto dare di più in termini di personalità, anche coi dirigenti. Per dirti: Vialli era uno che se avevi un problema se ne faceva carico con la società».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lippi quando svoltò davvero? &lt;b&gt;«Dopo la sconfitta per 2-0 a Foggia, parlò al gruppo senza mezzi termini. Disse che si era stufato di vedere la squadra che rinculava e subiva. Se proprio dobbiamo rischiare, disse, allora andiamo avanti. Da lì nacque l’idea del tridente. Fu la scossa vincente».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con Del Piero sempre più spesso in campo al posto di Baggio:&amp;nbsp;&lt;b&gt;«Ma al di là dei singoli, la forza di quella Juve era nella voglia di sacrificarsi per arrivare alla vittoria. Vedere quei tre davanti che non si fermavamo mai, dava a tutti noi una carica eccezionale».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Merito della cura Ventrone? &lt;b&gt;«Mamma mia. Al confronto gli allenamenti con Trapattoni erano passeggiate. Ci ammazzava. Ogni giorno ci aspettavano cinquecento addominali».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma nessuno lo ha mai mandato a quel paese? &lt;b&gt;«A turno lo abbiamo fatto tutti, ma poi si vinceva ed allora Ventrone era bravo. In campo andavi come una scheggia».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Solo per merito della preparazione atletica? &lt;b&gt;«No, anche della tua forza di volontà e della carica che ti da il successo».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La cosa più bella che ti ha dato la Juventus? &lt;b&gt;«La Coppa dei Campioni a Roma nel 1996. Ricordo tutto: la notte insonne, il viaggio in pullman fino allo stadio, la formazione letta dal Mister due ore prima, l’adrenalina che ti scuote. Eppoi il campo. La vittoria. La Coppa ed il palco. E gli occhi di Vialli che brillano, perché il treno stavolta si è fermato. La gioia per aver giocato una delle più belle partite della mia vita, correndo per due ore. Ed alla fine, sorteggiato per il controllo antidoping con Kluivert, la battuta dell’avversario sconfitto:&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;b&gt;“Ti hanno beccato, eh?”».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-5698323550672920190?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/TAosrXXOFZaEVJj90sQY4pda4rY/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/TAosrXXOFZaEVJj90sQY4pda4rY/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/TAosrXXOFZaEVJj90sQY4pda4rY/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/TAosrXXOFZaEVJj90sQY4pda4rY/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/GNElwv0vPAc" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/5698323550672920190/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=5698323550672920190" title="1 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5698323550672920190?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/5698323550672920190?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/GNElwv0vPAc/moreno-torricelli.html" title="Moreno TORRICELLI" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://2.bp.blogspot.com/-juYW7lJp44E/Txher2HBZEI/AAAAAAAADSk/SM0sI3FEs0o/s72-c/torricelli.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>1</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/moreno-torricelli.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;A0QEQ3s4eSp7ImA9WhRUFEw.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-4567896031968309132</id><published>2012-01-22T17:30:00.000+01:00</published><updated>2012-01-24T16:35:02.531+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-24T16:35:02.531+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Luigi SIMONI</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-crEAYKc_u8Q/TZb70ULEfPI/AAAAAAAACg0/8x4cDptL-6c/s1600/simoni.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://1.bp.blogspot.com/-crEAYKc_u8Q/TZb70ULEfPI/AAAAAAAACg0/8x4cDptL-6c/s320/simoni.jpg" width="186" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Nasce a Crevalcore, in provincia di Bologna, il 22 gennaio 1939. La Juventus vorrebbe Luigi Meroni, ma la forte protesta dei tifosi del Torino, spinge all’Avvocato Agnelli a rinunciare al beat granata ed a ripiegare su Simoni, altro granata e sempre Gigi di nome.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Simoni è lineare e pulito, piacevole, ma di poca incisività. Rimane alla Juventus solamente nella stagione 1967/68, collezionando 13 presenze (11 in campionato e 2 in Coppa Campioni). Nell’estate del 1969 viene ceduto al Brescia.&amp;nbsp;Dopo aver giocato anche nel Genoa, intraprende la carriera di allenatore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI GIUSEPPE BARLETTI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1967:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ciuffetto, corto, dall’aria un po’ sbarazzina. Viso asciutto, occhi scuri sempre limpidi e ridenti. Un bel viso simpatico da ragazzo per bene. Sobrio e quieto nel parlare. Appropriato il dire, con ogni parola al posto giusto. Senza enfasi ma nutrite, ricche, le sue frasi. Di uno che con la lingua italiana ci sa fare senza intoppi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gigi Simoni, ventotto anni, cinque di serie A, tre nel Torino. Tre figli, belli e vispi, una moglie che lo adora e lo capisce. Niente pazzie nel suo modo d’agire. Qualche svago (legittimo) un po’ di buona lettura. È passato dai granata ai bianconeri senza rumore, quasi in punta di piedi. In un modo che rispecchia esattamente la sua natura elegante ed un po’ schiva. I tifosi non hanno fatto sommosse, per lui. Era l’altro Gigi quello che volevano rimanesse ancora al Torino. Del discreto Simoni, passato ai rivali, si dispiaceranno solo gli intenditori di palato fino, quelli che badano alla sostanza più che alla forma. Se Paròn Rocco fosse rimasto alla guida del Torino, forse Simoni non avrebbe avuto via libera. Mister Nereo, pur prediligendo gli uomini forzuti fin dal tempo del suo Padova d’assalto, ha sempre tenuto in considerazione somma le grosse teste, i calciatori cioè che sanno anticipare con il ragionamento l’azione che segue.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il mio pezzo comunque, non vuole gettare al vento nuvole polemiche. Meroni era uno degli obiettivi della Juventus. La squadra Campione d’Italia avrebbe tratto dal vispo inventore di Como i presupposti per variare in Coppa dei Campioni i suoi temi d’attacco. Ed era dato per scontato che ad Heriberto Herrera sarebbe toccato del lavoro supplementare per comporre il dissidio inevitabile tra la disciplina ferrea, (in campo e fuori) che gli è cara, e l’abilità ispirata del genietto Meroni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con l’arrivo di Gigi Simoni, Heriberto si troverà invece in mano una pedina che gli potrà fare più gioco del previsto. Simoni è maturo come uomo e come atleta. La famiglia occupa nel suo mondo il primo posto. Subito dopo c’è la sua carriera professionale. Ed il passaggio alla Juve campione viene ad incidere in notevole misura sul suo futuro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non ama parlare troppo, Gigi Simoni. Almeno non di calcio. Una sera, qualche mese fa, eravamo insieme a cena. Noi due soli, con poca gente in sala. Avevamo come programma una visita al Salone dell’Automobile. Gigi è un fine estimatore di macchine. Per tutta la durata del pranzo, ed il campionato era ben vivo, non parlammo che di vetture. Da competizione e da turismo, italiane e straniere. Il suo discorso era garbato e competente. Di rado si concedeva la sparata. Preferiva puntare sul sicuro, su quello che conosceva.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando il discorso cadde sul mostro di Lamborghini, la fantastica Miura, Gigi Simuni ebbe una frase davvero indovinata: &lt;b&gt;«Un incanto, senza dubbio. Ma non posso parlarne. Non ho la competenza necessaria per discuterne il rendimento, né i soldi sufficienti per possederla».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Era saltata fuori un’altra volta quella sua indole straordinariamente pacata e precisa, con un filo di astuzia campagnola nei risvolti del pensiero. Ecco, Luigi Simoni, è il classico tipo che fa simpatia. Ti accorgi che la sua compagnia, discreta e signorile, si porta sempre appresso una lieve vena di scanzonatura.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In squadra, quest’anno, i compagni si troveranno accanto, in allenamento, in ritiro o in partita, un ragazzo giovane d’anni e ricco d’esperienza. Un uomo responsabile e capace, un atleta serio e intelligente. Tre anni di maglia granata, di situazioni non sempre facili, lo hanno temprato a dovere. Il provinciale Simoni s’è trasformato. Ha preso il tono giusto della città senza dimenticare quel preziosissimo bagaglio che gli viene dalla nascita.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non creerà problemi nuovi per Heriberto. Questo è certo. Del trainer juventino, lo scorso anno, Simoni parlava volentieri. Tutte le volte che il nostro discorso cadeva sui sistemi di preparazione del paraguayano, Simoni si mostrava interessato al massimo. Le sue domande non erano fatte solo per curiosità. C’era in lui un desiderio forse inconsapevole di capire quello che accadeva sotto la regia sferzante di “HH2”. Ed ogni volta il suo commento era identico: &lt;b&gt;«Se qualcuno alla Juventus protesta per la durezza della disciplina di Heriberto, dovrebbe ricordarsi che grazie ai giri di vite del suo allenatore il proprio valore sul mercato sta aumentando».&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Era il solito bernoccolo di Simoni che sbucava all’improvviso. Quello del parlare serio e ragionato. Un pregio che l’ex ala granata svilupperà a suo favore nel nuovo ambiente. In casa Juventus da tre anni si marcia con assoluta dirittura: di intenti, di realizzazioni, di programma. Lo scudetto da onorare e la Coppa dei Campioni sono impegni gravosissimi per chiunque, l’Inter insegna. Per l’emiliano Luigi Simoni è in arrivo una stagione calda, ricca di imprevisti. Ma non temiamo per lui. È in grado di cavarsela a meraviglia.&lt;br /&gt;
&lt;div&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-4567896031968309132?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/sCOdDtd3LC2RdnowKCs5tEaCWmc/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/sCOdDtd3LC2RdnowKCs5tEaCWmc/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/sCOdDtd3LC2RdnowKCs5tEaCWmc/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/sCOdDtd3LC2RdnowKCs5tEaCWmc/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/p3F7rKqYgc4" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/4567896031968309132/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=4567896031968309132" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4567896031968309132?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4567896031968309132?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/p3F7rKqYgc4/luigi-simoni_27.html" title="Luigi SIMONI" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://1.bp.blogspot.com/-crEAYKc_u8Q/TZb70ULEfPI/AAAAAAAACg0/8x4cDptL-6c/s72-c/simoni.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/luigi-simoni_27.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;A0QCRXg6cCp7ImA9WhRUFEw.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-2889163917404673226</id><published>2012-01-22T06:00:00.000+01:00</published><updated>2012-01-24T16:36:04.618+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-24T16:36:04.618+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Alen BOKŠIĆ</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-LuswZ05EkOs/Ttnglc9EytI/AAAAAAAADIE/us3B5pSrln0/s1600/boksic.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/-LuswZ05EkOs/Ttnglc9EytI/AAAAAAAADIE/us3B5pSrln0/s1600/boksic.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Alen Bokšić da Makarska, classe 1970, poco più che ventenne, approda in Francia nell’Olimpique Marsiglia, dove vince una Champions League, strappandola al Milan di Capello:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«In quella stagione, segnai 22 goal in 37 partite, ma giocavo in una posizione centrale ed avanzata e non era un problema andare in rete. Ma che soddisfazione vincere la Champions, contro quella che era considerata la squadra più forte del mondo!»&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il calcio italiano lo accoglie nel 1993, a braccia spalancate, facendo di Alen un protagonista nella Lazio che insegue, con grande dispiego di risorse, lo scudetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Alen ha una forza fisica dirompente ed una progressione da mezzofondista di classe, si presenta come una specie di Boniek, sicuramente più tecnico; insomma ha tutte le caratteristiche per diventare un bomber di razza ed, invece, non sfrutta mai a dovere queste sue qualità, divorandosi spesso caterve di goal clamorosi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante ciò, approda alla Juventus, nell’estate del 1996:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Nella Juventus mi ha colpito tutto, senza esagerazioni. L’accoglienza è stata molto calorosa, i dirigenti ed i compagni mi hanno subito messo a mio agio; i metodi di allenamento e di gioco sono molto congeniali alle mie caratteristiche. Per non parlare, poi, dei prestigiosi traguardi che vedo, finalmente, a portata di mano e che, con una squadra così competitiva, sarà possibile raggiungere. Mi piace molto la tranquillità di Torino, una città che vive con la giusta misura degli eventi calcistici, a differenza di Roma, dove invece le tensioni erano all’ordine del giorno. Finalmente posso passeggiare in tutta tranquillità, firmando al massimo qualche autografo e godendomi un pochino di anonimato».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’avvio è incoraggiante, dei tanti bomber di cui la Juventus quell’anno dispone (Vieri, Amoruso, Padovano, Del Piero) Alen è il primo a convincere ed a catturare l’attenzione dei tifosi. All’esordio in Champions League, l’11 settembre 1996, annienta il Manchester United con azione da manuale del perfetto sfondatore e si ripete ad Istanbul contro il Fenerbahçe e contro il Rapid Vienna, addirittura con doppietta, nel 5-0 del 30 ottobre dello stesso anno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In campionato, stessa solfa: un goal al Cagliari alla seconda, un altro all’Udinese alla decima. Poi, qualche malanno muscolare e la pesante concorrenza interna non gli permettono di giocare con continuità. Fino a sabato 19 aprile, un Bologna - Juventus decisivo per lo scudetto. Bokšić segna un goal strepitoso al termine di uno slalom alla Sivori, alla Platini, insomma da grandissimo campione, quale avrebbe potuto essere.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La stagione successiva ritorna alla Lazio, dopo aver vestito la maglia bianconera per 33 partite, con solamente 7 realizzazioni. Troppo poche, per poter indossare la maglia numero 9 della Juventus.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-2889163917404673226?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Cd3Kf7scp5DcvAH_GDDqdpyrwfM/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Cd3Kf7scp5DcvAH_GDDqdpyrwfM/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Cd3Kf7scp5DcvAH_GDDqdpyrwfM/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Cd3Kf7scp5DcvAH_GDDqdpyrwfM/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/uDU_Gr5dzxc" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/2889163917404673226/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=2889163917404673226" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/2889163917404673226?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/2889163917404673226?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/uDU_Gr5dzxc/alen-boksic.html" title="Alen BOKŠIĆ" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://1.bp.blogspot.com/-LuswZ05EkOs/Ttnglc9EytI/AAAAAAAADIE/us3B5pSrln0/s72-c/boksic.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/alen-boksic.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DUUCRHo-cCp7ImA9WhRUEkQ.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-8327012744112188271</id><published>2012-01-21T17:30:00.000+01:00</published><updated>2012-01-23T06:41:05.458+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-23T06:41:05.458+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Ricordate quel giorno ???" /><title>ATALANTA - JUVENTUS</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="https://lh6.googleusercontent.com/-4Ryl7fS4E3Q/TXS1h7vCqwI/AAAAAAAACcA/RQFFTYyB21k/s1600/scansione0001.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="244" src="https://lh6.googleusercontent.com/-4Ryl7fS4E3Q/TXS1h7vCqwI/AAAAAAAACcA/RQFFTYyB21k/s320/scansione0001.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Non si può parlare di Atalanta e Juventus, senza ricordare i numerosi affari che si sono concretizzati sulla strada Bergamo - Torino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La grande collaborazione fra le due squadre comincia agli albori degli anni settanta; in quell’estate, infatti, un giovane di belle speranze, tale Adriano Novellini, arriva a Torino dalla squadra nerazzurra. In Lombardia approdano due giocatori che hanno fatto la storia del club bianconero: Roberto Anzolin e Gianfranco Leoncini. Si trasferiscono all’Atalanta anche Giovannino Sacco, talentuoso centrocampista mai sbocciato in maglia bianconera e Lamberto Leonardi, che a Torino ha ballato per una sola estate.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Ma è dall’insediamento di Giampiero Boniperti sulla più importante poltrona della società bianconera, a far sbocciare il grande amore fra Juventus ed Atalanta. Il neo presidente juventino è molto amico del presidente orobico Bertolotti e la compagine bianconera attingerà a piene mani dal fiorente vivaio atalantino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il primo affare è Giorgio Mastropasqua, libero di grande talento; la Juventus è a caccia dell’erede di Billy Salvatore, oramai a fine carriera e pensa di aver individuato in Mastropasqua l’uomo giusto. Mastropasqua è reduce da una grandissima stagione alla Ternana, ma la maglia della Juventus pesa assai e Giorgio non riesce a convincere, tanto è vero che viene ceduto all’Atalanta, in cambio di un giovanotto che ha destato ottima impressione nell’appena concluso campionato di serie B. Il suo nome è Gaetano Scirea e scriverà la storia del calcio italiano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Insieme a Mastropasqua, emigra in Lombardia anche Giampietro Marchetti, elegante terzino sinistro; a Bergamo, troverà la sua giusta dimensione e disputerà ottimi campionati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma è nell’estate del 1976 che la Juventus farà il colpo sensazionale: infatti, approda in riva al Po un terzino di bell’aspetto e di grandi speranze: il suo nome è Antonio Cabrini e diventerà una colonna della Juventus e della Nazionale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nell’estate successiva arriva Pierino Fanna, accompagnato da giudizi più che lusinghieri; purtroppo per lui, Pierino non riuscirà a sfondare in bianconero e troverà altrove, precisamente a Verona, il luogo adatto per dimostrare tutto il suo talento.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Altri acquisti, più o meno fortunati, negli anni a venire; ricordiamo Domenico Marocchino, cavallo pazzo ricco di talento, ma anche di sregolatezza; Carlo Osti, che avrà pochissima fortuna in bianconero, Roberto Tavola, autentica meteora juventina; ed, infine, Claudio Cesare Prandelli, vero jolly, capace di ricoprire ogni ruolo difensivo e di centrocampo e di rendersi utilissimo sia a partita in corso, sia quando viene schierato dal calcio d’inizio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non ci dobbiamo, però, dimenticare di un fatto importante; nell’estate del 1976, la Juventus è alla ricerca di un allenatore, dopo il fallimento di Parola che ha&amp;nbsp;consegnato lo scudetto ai cugini granata. Boniperti ha puntato gli occhi su Giovanni Trapattoni, allenatore senza alcuna esperienza; il Trap, però, si è promesso all’Atalanta. Basta una telefonata di Boniperti a Bertolotti ed il Giuan arriva alla Juventus, con la quale vincerà tutto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Negli anni ottanta prosegue la collaborazione fra le due squadre, con risultati non certo esaltanti: ricordiamo Daniele Fortunato, altro giocatore capace di disimpegnarsi sia in difesa che a centrocampo; Marino Magrin, prescelto per sostituire il divino Michel e, non solo per colpa sua, naufragato miseramente; Roberto Soldà, anche lui destinato a fallire, troppa pesante l’eredità di Gaetano Scirea; Marco Pacione, il nostro “Sciagurato Egidio”, capace di fallire tre palle-goal clamorose contro il Barcellona, in Coppa Campioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma anche i grandi amori hanno una fine e, spesso, questa coincide con un tradimento; pochi sanno, infatti, che Boniperti aveva già acquistato Roberto Donadoni, primo rinforzo di una Juventus incapace di ritornare grande. Tutto sembra fatto per l’approdo del talentuoso centrocampista orobico in riva al Po, ma un blitz del neo presidente milanista Silvio Berlusconi, porta Donadoni a vestire la maglia rossonera. Boniperti ci resta malissimo e comincia a capire che il “suo” calcio, quello a misura d’uomo, quello in cui bastava una stretta di mano per sancire un accordo è inesorabilmente finito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Comunque sia, con l’arrivo della Triade, arrivano altri ottimi giocatori dall’Atalanta: si comincia con Sergio Porrini, non un campione ma capace di ottime prestazioni con la maglia bianconera; Alessio Tacchinardi, destinato a lasciare un grandissimo segno nella storia bianconera; Massimo Carrera, juventino fino alla punta dei piedi; Christian Vieri, comperato per due soldi e rivenduto all’Atletico Madrid per una cassa d’oro; Paolo Pigna Montero, vero e proprio idolo della tifoseria bianconera; Filippo Inzaghi, vero rapace dell’area di rigore, capace di segnare quasi 100 goal con la maglia della Juventus.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dulcis in fundo, Marcello Lippi, uno dei più grandi allenatori juventini di tutti i tempi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La partita che andiamo a rivisitare si disputa allo stadio di Bergamo, il 23 maggio 1997. Si gioca di venerdì sera, perché la Juventus deve volare a Monaco di Baviera, per affrontare i tedeschi del Borussia Dortmund nella finale di Champions League.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma è anche un venerdì sera di festa. Alla compagine bianconera basta un punto per laurearsi Campione d’Italia, l’Atalanta ha disputato un campionato eccezionale, piazzandosi a centro classifica e permettendo al proprio bomber di vincere la classifica cannonieri. Si chiama Filippo Inzaghi ed è già stato promesso in matrimonio alla “Vecchia Signora”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Agli ordine dell’arbitro Bettin di Padova scendono in campo le seguenti formazioni:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
ATALANTA: Pinato; Foglio, Mirković (dal 49’ Rustico), Carrera e Sottil; Rossini, Sgrò, Morfeo (dal 74’ Daniele Fortunato) e Gallo; Inzaghi e Lentini.&lt;br /&gt;
JUVENTUS: Peruzzi; Pessotto, Ferrara, Iuliano e Dimas; Lombardo, Tacchinardi, Zidane (dal 65’ Di Livio) e Jugovic; Vieri e Del Piero (dal 68’ Amoruso).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante tutte queste premesse, la partita è vera. L’Atalanta non ci sta a fare da sparring partner di fronte allo stadio stracolmo; eppoi, c’è da far segnare il non ancora Superpippo. La Juventus non vuole incappare in brutte sorprese. La compagine di Mondonico parte all’attacco e, dopo nemmeno venti minuti è già in vantaggio. La difesa bianconera non è molto attenta ed il falco Inzaghi infila Peruzzi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La reazione juventina è rabbiosa. Pinato si erge a barriera insuperabile ed il primo tempo si conclude con la compagine orobica in vantaggio. Ma dopo pochi minuti della ripresa, un preciso colpo di testa di Mark Iuliano riporta le squadre in parità. La squadra bianconera prova a vincere, ma Pinato e compagni non si lasciano sorprendere. Poco male, il pareggio garantisce lo scudetto numero ventiquattro ed i ragazzi di Lippi possono volare tranquillamente a Monaco.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La voce dei protagonisti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Filippo Inzaghi:&amp;nbsp;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;b&gt;«Segnando alla Juventus, mi dicono che ho eguagliato un record di Platini, quello cioè di aver fatto goal a tutte le squadre di serie A. Sono davvero soddisfatto di me».&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Mark Iuliano:&amp;nbsp;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;b&gt;«Pazzesco. Il mio primo goal in serie A vale lo scudetto. Il merito è stato anche di Ferrara, al quale sarò sempre riconoscente, perché Ciro, oltre ad essere un grande campione, è un grande uomo ed un grande amico».&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Marcello Lippi:&amp;nbsp;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;b&gt;«Bellissimo. Sono fiero di questa squadra. Attenti, però: alla Juventus le vittorie durano poco. Da oggi abbiamo il dovere di pensare allo scudetto numero 25».&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La trasferta tedesca, purtroppo, non si rivelerà fortunata, ma per la Juventus sarà comunque una stagione memorabile. Scudetto, Supercoppa Italiana, Supercoppa Europea e Coppa Intercontinentale  sono i trofei conquistati dalla truppa bianconera; e come dimenticare le imprese epiche, come il 6-1 a San Siro contro il Milan ed a Parigi contro il P.S.G. oppure il 4-1 casalingo contro l’Ajax, in semifinale di Champions League che bissa il successo per 2-1 all’Amsterdam Arena? Senza contare il trionfo a Tokyo contro  il River Plate, grazie alla splendida rete di Ale Del Piero.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Insomma, nonostante la sconfitta contro il Borussia Dortmund, la Juventus è riuscita a portare il verbo del calcio in giro per il mondo, come sua abitudine.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-8327012744112188271?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/geHfrlUfrM7urVJzh9anvi76tzw/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/geHfrlUfrM7urVJzh9anvi76tzw/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
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&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-cQRfptJnaDs/TwgBX4W363I/AAAAAAAADQM/4lsUu2f-eCQ/s1600/rava.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://4.bp.blogspot.com/-cQRfptJnaDs/TwgBX4W363I/AAAAAAAADQM/4lsUu2f-eCQ/s320/rava.jpg" width="212" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
I ragazzi torinesi abitanti nel rione della Crucetta ed in quelli della periferia occidentale della città, avevano un numero relativamente alto di campi sui quali giocare a calcio; il più frequentato, tuttavia, era il campo del Dopolavoro Ferroviario, in corso Parigi, l’attuale corso Rosselli. Proprio sul terreno dei Ferrovieri, la squadra che non aveva nelle proprie file un ragazzone che si chiamava Piero Rava, aveva diritto a giocare con un uomo in più, per il semplice fatto che Rava valeva il doppio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Rava abitava a cento metri dal campo del Dopolavoro Ferroviario (il papà di Piero era capostazione a Porta Susa), mentre a poco più di duecento metri in linea d’aria c’era il campo in corso Marsiglia, dove giocava la Juventus, squadra per la quale, inutile dirlo, il ragazzone faceva il tifo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Rava diceva: &lt;strong&gt;«Lasciando aperta la finestra della mia camera, mi arrivava molto chiaro il grido d’incitamento della folla. Quando sentivo l’urlo irrefrenabile dei tifosi, capivo benissimo che la Juventus aveva segnato».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il campo di corso Marsiglia era vicino a quello di corso Parigi, ed era frequente che alcuni soci bianconeri andassero sino al terreno dei Ferrovieri per dare un’occhiata ai molti ragazzi che prendevano a calci un pallone. Fra questi soci c’era un certo Greppi, il quale rimase immediatamente impressionato dalla velocità di quel giocatore dai capelli biondi che giocava all’ala sinistra: un atleta dalla forza incredibile, foga che, dopo le prime battute di gioco, conferiva al viso del ragazzo tinte infuocate. Pierone, infatti, dopo cinque minuti dall’inizio della partita, diventava addirittura paonazzo, colore che dava in certo qual modo la misura della straripante passione del giovanissimo calciatore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Greppi aveva informato un dirigente juventino che si occupava delle squadre minori: Maccagno, factotum del Gruppo Anziani Juventus, questi andò a vedere un paio di partite nelle quali era impegnato Rava ed ebbe anche qualche colloquio con il giocatore. Piero Rava venne anche convocato per alcuni provini alla Juventus, tuttavia, per un certo periodo di tempo non ebbe più alcuna comunicazione da parte della società. Rava, come raccontava qualche tempo più tardi, ebbe la sensazione di essere stato scartato e trascorse un paio di mesi molto arrabbiato; avrebbe, infatti, pagato di tasca sua per indossare la maglia bianconera della Juventus.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Invece la Juventus si rifece viva, tesserò Rava e lo mise a disposizione di Armano, ex terzino della squadra che nel 1905 aveva vinto il primo scudetto, che era in quegli anni l’allenatore della squadra ragazzi e vide immediatamente che il ragazzo possedeva ottime qualità. Nonostante ciò fu deciso il temporaneo trasferimento del giocatore alla Virtus, società affiliata alla Juventus.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tornò bianconero per l’esordio nella stagione 1935/36, quando Rava aveva appena&amp;nbsp;diciannove anni. Nella Juventus di quegli anni c’erano ancora parecchi vecchi campioni pluriscudettatti, come Rosetta, Varglien, Monti, Bertolini, Borel, Varglien II° e Serantoni. C’erano anche Foni e Guglielmo Gabetto, inseparabile amico di Piero, cresciuto con lui nella squadra bianconera dei ragazzi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così Rava raccontava la sua gara d’esordio: &lt;strong&gt;«La squadra aveva pareggiato in casa con il Bologna, per 0-0, nel corso della quale si era leggermente infortunato Rosetta. L’allenatore decise allora di spostare Foni a destra e di farmi debuttare nella successiva partita da giocarsi in trasferta contro la Fiorentina. Nel primo tempo la Juventus giocò un ottimo calcio e concluse in vantaggio, grazie ad un goal di Varglien I°, la prima frazione. Nella ripresa la Fiorentina riuscì a pareggiare con un goal realizzato dalla mezzala sinistra Scagliotti. Io me la cavai egregiamente, Rosetta guarì velocemente e per 11 incontri consecutivi fu riformata la coppia con Viri a destra e Foni a sinistra.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;Fu poi nel febbraio del 1936 che disputai la seconda partita, quella volta in coppia con Rosetta. Risultato di gara decisamente negativo, perché la Lazio, a Roma, ci inflisse una secca sconfitta per 3-0. Ma intanto anche altri personaggi importanti si erano accorti di me. Non vi sto a dire la mia enorme soddisfazione nel vedermi convocato da Vittorio Pozzo nella squadra che avrebbe disputato il torneo calcistico alle Olimpiadi di Berlino».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’esordio in campo internazionale al Post Stadion di Berlino, fu emozionante, quasi drammatico: la squadra azzurra, infatti, trovò incredibili difficoltà a battere la squadra degli Stati Uniti. Gli americani, decisamente inferiori in linea tecnica, impostarono la partita sotto il profilo agonistico, costellando ogni azione con interventi decisi e scorretti. Rava, manco a dirlo, si trovò a nozze, ma incorse addirittura in un’espulsione. &lt;strong&gt;«All’ottavo minuto della ripresa, per contendere una palla alta, entrai a gamba tesa e colpii la mezzala destra americana, tale Namechik, ad una spalla; era un’azione scorretta, ma indubbiamente involontaria, con conseguenze volutamente esagerate da parte del giocatore americano e massimamente dall’arbitro, che accorse e mi indicò la via degli spogliatoi. Rimasi accovacciato sui gradini degli spogliatoi per seguire l’andamento della partita, facendo un tifo sfegatato. Per fortuna Frossi segnò e riuscimmo a passere il turno».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fortunatamente Rava non fu squalificato e poté quindi disputare tutte le altre gare, quella con il Giappone (3-0), con la Norvegia (2-1 dopo i supplementari) e l’ultima trionfale contro l’Austria (ancora 2-1, dopo i supplementari ). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le partite al calor bianco furono sempre la specialità dell’indomabile terzino della Juventus; alla sua apparizione nella nazionale maggiore, in coppia con Monzeglio al Prater di Vienna, il 21 marzo 1937, si trovò a fronteggiare le indiscriminate scorrettezze degli austriaci. In maglia azzurra Pierone inanellò 24 presenze consecutive e concluse poi a quota 30, dopo il vittorioso incontro di Milano contro la Spagna: 4-0.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Piero Rava, dopo essere stato campione olimpionico nel 1936, diventò anche campione del mondo nel 1938, ai Mondiali di Parigi. Il fatto di aver conseguito la laurea mondiale giustificò alcune pretese di carattere economico. Un terzino campione del mondo non poteva essere pagato come riserva: così il biondo Piero iniziò una specie di sciopero, non giocando come la sua immensa classe gli avrebbe consentito. Ciò avvenne nel campionato 1938/39 e dopo la sconfitta subita a Modena (2-0) il 5 febbraio 1939, la Juventus decise di punire il giocatore, lasciandolo fuori squadra fino alla fine del campionato, tra i commenti compiaciuti dell’indignatissima stampa torinese:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Io volevo essere considerato fra i titolari, cioè professionista,&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;da anni mi dedicavo al calcio con tutto me stesso; avevo cominciato da piccolino, proprio con la Juventus, mio solo amore, perché quei dirigenti non potevano accontentarmi? Così, a Modena, decisi di fare sciopero ed incrociai le braccia; non mi vergogno di averlo fatto. Erano tempi difficili e, per noi calciatori, poteva esserci la gloria, non la ricchezza; all’avvenire dovevo pur pensarci, intendevo mettere su famiglia».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Erano tempi molto difficili: &lt;strong&gt;«Era un derby, nel campionato 1944/45»,&lt;/strong&gt; racconta Piero, &lt;strong&gt;«Valentino Mazzola, arrabbiatissimo per un tunnel subito da Felice Borel, tenta vanamente di sferrargli una “carezza” a gioco fermo. Nasce subito una rissa, nella quale sono coinvolti una decina di giocatori e che termina con l’ingresso in campo delle milizie fasciste, che ci dividono. Contemporaneamente, udimmo dagli spalti l’inconfondibile boato provocato dalle sventagliate delle mitragliatrici, imbracciate da altri militanti del partito fascista; essi, infatti, non avevano trovato migliore soluzione per dissuaderci dalla nostra lite furibonda. Tutto il pubblico, scosso dalla paura, scappò dallo stadio e, noi giocatori, terminammo l’incontro in assoluta solitudine. Ovviamente, il giorno dopo nessun giornale riportò la notizia».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Rimase alla Juventus fino al 1950, totalizzando 316 presenze, arricchite da 14 goal; ci lascia nel novembre del 2006, mentre la Juventus sta festeggiando il suo 109° compleanno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI MAURIZIO TERNAVASO, DA "HURRÀ JUVENTUS" DEL SETTEMBRE 1988:&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
Seppure settantaduenne, il signor Rava, piemontese vecchia maniera, particolarmente gentile ed affidabile, pare ben più giovane: fonti solitamente ben informate mi hanno riferito di aver scorto quest’inverno la vecchia gloria mentre praticava il jogging nelle vicinanze del Comunale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Signor Rava, che cosa ha implicato emotivamente la vittoriosa partecipazione alle Olimpiadi di Berlino? &lt;strong&gt;«Ha rappresentato sicuramente l’affermazione più prestigiosa della mia carriera, avendomi provocato una soddisfazione personale superiore a quella provata vincendo due anni dopo i Mondiali; sa, la squadra del 1936 era composta quasi totalmente da giovani provenienti dalla serie C, e per di più nessuno aveva mai giocato in Nazionale: immagini quindi la sorpresa».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Crede che la presenza del calcio alle Olimpiadi di oggi sia snaturata o perlomeno diversa rispetto a quanto accadeva prima della Seconda Guerra Mondiale? &lt;strong&gt;«Oh, non c’è paragone! Allora vigeva tra noi una gran voglia di giocare ed aleggiava il vero spirito decoubertiniano in una sorta di romanticismo dello sport; ora tutto è legato esclusivamente all’interesse monetario, la medicina chiamiamola sportiva ha fatto passi da gigante e l’ingresso dei munifici sponsor ha spoetizzato completamente anche un avvenimento quale l’Olimpiade. L’unico Dio pare oggi essere il denaro e, secondo me, ciò denota un pericoloso venir meno dei più genuini valori dell’umanità».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ha avuto modo, in questi ultimi anni, di rivedere i compagni di quella avventura? E che cosa vi ha reso, in termini estremamente concreti, quella vittoria? «&lt;strong&gt;Purtroppo sono passati tanti, troppi anni da allora, e molti di loro sono mancati; inoltre non ho la possibilità di incontrare i sopravvissuti, perché vivono tutti lontano da Torino. Mi chiede di eventuali premi in denaro: ma neanche per sogno, tutto ciò che ottenemmo fu di partecipare a Roma, ovviamente nelle vesti di protagonisti, ad una importante cerimonia voluta da Mussolini nella quale ricevemmo grandi onori».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Chi era Pietro Rava prima che scegliesse di intraprendere la carriera di calciatore professionista? Cosa ne sarebbe stato di lui se non avesse sfondato in quel mondo? &lt;strong&gt;«Ero uno studente che si era iscritto ad Economia e Commercio e che forse avrebbe raggiunto la laurea pur giocando a pallone, se non fosse intervenuta la guerra: ero, infatti, un ufficiale e fui costretto dagli eventi a combattere anche in Russia, paese dal quale riuscii a tornare sfruttando una licenza stranamente concessami proprio per affrontare un esame che, ovviamente, non ebbi il tempo di preparare».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sia sincero: anche ai suoi tempi si guadagnava bene? &lt;strong&gt;«Certo, ma non è assolutamente proponibile un confronto con quello che i giocatori di oggi riescono ad incamerare. Pensi che la vittoria ai Mondiali del 1938 fruttò ad ognuno di noi 10.000 Lire, circa 10 milioni del 1988, mentre il mio ingaggio per un intero campionato raggiunse al massimo le 80.000 Lire: per quanto riguarda i guadagni noi eravamo al livello di medici ed avvocati di buona caratura, mentre oggi molti, terminata la carriera, devono essere considerati dei veri e propri miliardari».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ritiene che il divertimento provato dai giocatori che vanno in campo e quello di chi assiste agli incontri sia scemato rispetto agli anni in cui lei calcava i terreni di gioco? &lt;strong&gt;«In questi tempi perdere consecutivamente due partite provoca il finimondo e ciò fa sì che le tattiche, che a tutti i costi sono strutturate in modo tale da scongiurare un evento del genere, uccidano lo spettacolo ed il divertimento: spesso i giocatori paiono degli autonomi tenuti per le redini, perché si dimostrano privati della libertà di spaziare in ogni parte del campo; senza contare inoltre che le marcature sono diventate davvero troppo assillanti. Negli anni quaranta le tattiche permettevano ad ognuno di noi di sviluppare al meglio il proprio talento naturale e la personalità calcistica, sicché si poteva assistere domenicalmente ad incontri ricchi di emozioni e di reti e dall’andamento estremamente incerto».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-4847854230246774131?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/mk0Gg7KLlcEind-MG7bCHu85zVc/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/mk0Gg7KLlcEind-MG7bCHu85zVc/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/Kzjju62HTgw" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/4847854230246774131/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=4847854230246774131" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4847854230246774131?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/4847854230246774131?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/Kzjju62HTgw/pietro-rava.html" title="Pietro RAVA" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://4.bp.blogspot.com/-cQRfptJnaDs/TwgBX4W363I/AAAAAAAADQM/4lsUu2f-eCQ/s72-c/rava.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/pietro-rava.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CEENQn8_fCp7ImA9WhRUEUg.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-3520865532859088435</id><published>2012-01-21T09:30:00.000+01:00</published><updated>2012-01-21T14:31:33.144+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-21T14:31:33.144+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Pietro CARMIGNANI</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-xvjfb_23Uao/TtngH9Zp8aI/AAAAAAAADH0/meXiTQO3Vzo/s1600/carmignani.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://3.bp.blogspot.com/-xvjfb_23Uao/TtngH9Zp8aI/AAAAAAAADH0/meXiTQO3Vzo/s320/carmignani.jpg" width="224" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Pietro Carmignani nasce ad Altopascio, in provincia di Lucca, il 22 gennaio 1945; la svolta calcistica avvenne a Firenze, quando è ancora una giovane promessa, a diciotto anni. Lo visionò Pandolfini e, l’ex mezzala della Nazionale, diede il suo parere favorevole; la Fiorentina, però, nicchiò ed il talent scout Franceschini, se lo portò a Como.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tre anni in riva al lago e poi il trasferimento a Varese, da dove comincia la sua ascesa; l’affermazione, la promozione in serie A e l’acquisto delle doti necessarie per difendere i pali di una squadra che lotta disperatamente per la salvezza. Volente o nolente, deve fare i miracoli, ma lui è uno che ha un fisico di ferro; trentotto partite su trentotto in serie B,&amp;nbsp;30 su&amp;nbsp;30 in serie A, dove subisce più di 30 goal, ma fa almeno il triplo di miracoli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;span style="text-indent: 14.2pt;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="text-indent: 14.2pt;"&gt;Allodi, e
quindi la Juventus, lo vede una volta a San Siro parare un tiro di Hamrin quando
già i rossoneri si abbracciavano per festeggiare il goal. Pietro, invece, devia
quella palla lasciando di stucco tutto lo stadio. Allodi andò a congratularsi
con lui e gli propose di indossare la maglia numero 1 della Juventus, per la
stagione 1971/72.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Soprannominato Gedeone, doveva essere il portiere del futuro ed invece, si fece notare per alcune prestazioni opache ed un rendimento altalenante; è diventata storica la “papera” di Cagliari quando, allo scadere della partita, si fece scivolare fra le mani un innocuo traversone di Domenghini, permettendo a Bobo Gori di insaccare ed agli isolani di vincere quella partita.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così, nonostante lo scudetto vinto e le 37 presenze, fra campionato e coppe, Carmignani viene ceduto al Napoli, dove resterà per cinque stagioni, vincendo anche la Coppa Italia del 1976, per poi passare e chiudere la carriera alla Fiorentina, prima di intraprendere la carriera di allenatore, con alterne fortune.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il suo passaggio al Napoli, permise il trasferimento a Torino di Dino Zoff, l’uomo leggenda. Peccato, comunque, per Gedeone che, in precedenza e più precisamente a Como ed a Varese, aveva mostrato notevoli doti che, alla Juventus, pochi ebbero la fortuna di ammirare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-3520865532859088435?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Z9oRNqfjdEY7TIUJeQs-9CtYZ0A/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Z9oRNqfjdEY7TIUJeQs-9CtYZ0A/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Z9oRNqfjdEY7TIUJeQs-9CtYZ0A/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Z9oRNqfjdEY7TIUJeQs-9CtYZ0A/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/GftQ5WqObU4" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/3520865532859088435/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=3520865532859088435" title="1 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3520865532859088435?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3520865532859088435?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/GftQ5WqObU4/pietro-carmignani.html" title="Pietro CARMIGNANI" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://3.bp.blogspot.com/-xvjfb_23Uao/TtngH9Zp8aI/AAAAAAAADH0/meXiTQO3Vzo/s72-c/carmignani.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>1</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/pietro-carmignani.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DUcEQH4_cSp7ImA9WhRUEEo.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-1095978113849166624</id><published>2012-01-20T17:30:00.000+01:00</published><updated>2012-01-20T17:30:01.049+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-20T17:30:01.049+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Carlo OSTI</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-mLtK8G6rAn4/TwgA24Qv5rI/AAAAAAAADP8/7BNOhwrng3I/s1600/osti.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://4.bp.blogspot.com/-mLtK8G6rAn4/TwgA24Qv5rI/AAAAAAAADP8/7BNOhwrng3I/s320/osti.jpg" width="296" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Nato a Vittorio Veneto (Treviso) il 20 gennaio 1958. Difensore. Si forma nella Coneglianese. Passa all’Udinese, da questa all’Atalanta (e con i nerazzurri debutta in serie A) dove lo preleva la Juventus e lo rispedisce un anno in prestito ancora all’Udinese. Approda a Torino nell’estate del 1980. Difensore vecchio stile, di quei terzini che si attaccano alle caviglie dell’avversario e non le mollano più, coraggioso e combattivo, in bianconero è tuttavia chiuso dai vari Gentile, Cabrini, Cuccureddu e Brio:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Gentile, Cabrini e Cuccureddu sono degli autentici campioni ed anche a vederli dalla panchina ho tutto da guadagnare.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;Giocare sempre aiuta moltissimo, ma arrivando alla Juventus sapevo benissimo che non avrei potuto pretendere la luna. Perciò, sono contento così e non mi pongo traguardi particolari. Del resto, sono convinto che una squadra come la Juventus, prima o poi, ha bisogno di tutti i componenti del suo organico. Per quanto mi riguarda, certe opportunità le ho già avute, senza nemmeno dover aspettare troppo».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dicono che sia un duro, un cattivo:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Credo che queste persone confondano la cattiveria con l’esuberanza. Il confine tra i due concetti, del resto, non è facilmente individuabile. Si può e si deve, a mio avviso, essere esuberanti, decisi, quando si gioca sull’uomo. Il difensore moderno, secondo me, anche se dispone di doti tecniche rilevanti, deve soprattutto avere grinta ed anticipo, deve stare sull’avversario e non mollarlo mai. Quando poi ci sono le finezze. tanto di guadagnato, ma sono un di più».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Azeglio Vicini lo paragona niente meno che a Burgnich:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Essere avvicinato a quel grande campione che è stato Burgnich, tra l’altro l’idolo della mia infanzia, mi ha fatto estremamente piacere, anche se credo che il signor Vicini abbia un po’, come dire, anticipato i tempi. Spero che sia stato un buon profeta, ma ritengo, in tutta onestà, di dover ancora dimostrare quanto valgo e che, certi paragoni, siano prematuri».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In bianconero mette insieme 24 presenze (12 in campionato, 11 in Coppa Italia e 1 sul palcoscenico europeo) contribuendo agli scudetti 1981 e 1982 ed alla Coppa Italia 1983. Lascia la Juventus, con destinazione Avellino, nell’ottobre del 1982, poi, dopo un biennio in Irpinia, ritorna all’Atalanta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-1095978113849166624?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/6ZeakZPAlFIm-KzlkVs1rzFIB8A/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/6ZeakZPAlFIm-KzlkVs1rzFIB8A/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/6ZeakZPAlFIm-KzlkVs1rzFIB8A/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/6ZeakZPAlFIm-KzlkVs1rzFIB8A/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/4-vvcssGWes" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/1095978113849166624/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=1095978113849166624" title="1 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1095978113849166624?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/1095978113849166624?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/4-vvcssGWes/carlo-osti.html" title="Carlo OSTI" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://4.bp.blogspot.com/-mLtK8G6rAn4/TwgA24Qv5rI/AAAAAAAADP8/7BNOhwrng3I/s72-c/osti.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>1</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/carlo-osti.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DEcMQHg4cSp7ImA9WhRUEE4.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-3002569076749128467</id><published>2012-01-20T06:08:00.000+01:00</published><updated>2012-01-20T06:08:01.639+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-20T06:08:01.639+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Alfredo FONI</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-XVALOuVYOcM/Twf_9i06enI/AAAAAAAADP0/RYYAkdNEhTY/s1600/foni.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://1.bp.blogspot.com/-XVALOuVYOcM/Twf_9i06enI/AAAAAAAADP0/RYYAkdNEhTY/s320/foni.jpg" width="299" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Foni arrivò alla Juventus giusto in tempo per essere tra i protagonisti dell’ultimo scudetto conquistato dal mitico quinquennio ed il primo ed unico della sua carriera di campione, olimpionico e mondiale. Era stato acquistato dal Padova come rincalzo di Rosetta e Caligaris, ma, in quella prima stagione in bianconero, giocò molto più lui di quei due fenomeni ormai al tramonto: così fu schierato ora con l’uno, ora con l’altro, quasi a ricevere il testimone di un’ideale staffetta. Due anni dopo, infatti, erano Foni e Rava i nuovi dominatori delle aree di rigore, da affidare alla leggenda. Insieme avrebbero vinto Olimpiadi e Mondiali ma, per la Juventus, solo due Coppe Italia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;La storia juventina di Foni è legata a quello che viene definito un record, ma che è qualcosa di più di una curiosità: le sue 229 partite consecutive sono una vera sfida, vinta contro gli incidenti di gioco, i malanni, le insidie degli scadimenti di forma, la severità degli arbitri. Foni, tra l’altro, non fu mai squalificato ed anche questo può essere un bel vanto, per un terzino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La lunga sequenza, cominciò in una domenica storica, il 2 giugno 1935 quando a Firenze la Juventus vinse la partita decisiva per il suo quinto scudetto consecutivo. Compagni di Foni, nelle retrovie, erano il portiere Valinasso, Rosetta, Monti. Da allora per sette campionati neppure un’assenza, cambiavano i nomi al suo fianco: Amoretti, Bodoira, Peruchetti in porta, Rava, Varglien, Depetrini, Capocasale, Olmi, Locatelli tra i difensori, ma lui c’era sempre.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un giorno, molti anni più tardi, gli chiesero cosa ricordasse di quella sua impresa e la risposta tracciò un esemplare ritratto d’epoca: &lt;strong&gt;«Quando stavo per raggiungere il tetto delle presenze in campionato lo dissi al vicepresidente della Juventus, che era il barone Mazzonis. Mi aspettavo un incitamento, un complimento. Il barone mi rispose che gli risultava sempre regolare il pagamento del mio stipendio e che quindi, conquistando quel record, avrei fatto solamente il mio dovere. Restai di sale. Alzai i tacchi e me ne andai».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La 229ª fu un derby. Sei anni ed otto mesi dopo la domenica di Firenze: 31 gennaio 1943. Alle spalle di Foni c’era un nuovo portiere, Lucidio Sentimenti, l’altro terzino era il minore dei Varglien, centromediano era un giovane torinese di notevole classe, Carletto Parola e là davanti un vecchio compagno di Nazionale e di vittorie mondiali, Giuseppe Meazza. Di fronte aveva l’attacco del “Grande Torino” lanciato alla conquista del primo dei cinque scudetti. In quel derby, risultarono decisivi il terzino destro Sergio Piacentini e l’avversario diretto, Ferraris II°.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Otto giorni dopo, sempre a Torino, contro il Liguria, per la prima volta il suo nome non figurava in formazione. Il motivo dell’assenza non è molto noto: Foni era stato chiamato a Roma al distretto militare da una cartolina precetto. Erano giorni duri e tragici: l’Italia viveva sotto i bombardamenti, in Libia le nostre truppe avevano appena lasciato Tripoli, in Russia l’Armir si stava ritirando dalla linea dei Don.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per Foni non fu solo l’interruzione di una serie record, ma praticamente la fine di una carriera. In seguito giocò pochissimo, l’ultima ancora contro il Torino, nel marzo del 1947. Molti anni dopo, una trentina, venne un altro friulano a togliergli il primato delle presenze ininterrotte. Si chiamava Dino Zoff, anche lui giocava nella Juventus: era il portiere che proprio Foni, divenuto allenatore, aveva lanciato, ragazzino, nell’Udinese.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Foni era nato a Udine, il 20 gennaio 1911 e, nell’Udinese aveva tirato i primi calci professionali senza trascurare gli studi che lo avrebbero portato alla laurea in economia. Dall’Udinese lo acquistò la Lazio per 50.000&amp;nbsp;Lire, si dice. Giocava attaccante, ma segnava pochissimo. A Roma l’impresa più notevole fu un gran goal al volo in un derby pareggiato al Testaccio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per potersi laureare a Padova, chiese di essere ceduto. Qui, in una squadra che schierava anche l’occhialuto Annibale Frossi, cominciò a cambiare ruolo, retrocedendo saltuariamente a terzino. Lo ritroviamo centravanti, tuttavia, nell’ultima partita da avversario della Juventus; era l’ultima partita di un trio famoso. Combi, Rosetta Caligaris (non avrebbero più giocato insieme in campionato) ed il Padova fu travolto da un sonoro 5-1.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella Juventus, Foni concluse la sua metamorfosi e dopo aver fatto il mediano, l’ala ed il centrattacco fu schierato definitivamente terzino. Per Gianni Brera &lt;strong&gt;(«giocava onestamente bene, qualche volta di agilità, la sua battuta destra era lunga e forte, il tiro di collo una vera squisitezza»)&lt;/strong&gt; era stata la scarsa fantasia a spingerlo fin sulla linea dei “back” e probabilmente anche la scarsa propensione a realizzare dei goal. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sentite cosa si leggeva di lui sul “Calcio illustrato” ai tempi del Padova: &lt;strong&gt;«Giocatore calmo e compassato, alle volte anche troppo, dosa con intelligenza i suoi passaggi, a volte realizza, ma altre indispettisce il pubblico perché perde ottime occasioni».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quattro anni di serie A e non più di&amp;nbsp;12 goal: arrivato alla Juventus non riuscì, in quella lunga milizia, a farne uno solo su azione. Lo chiamavano saltuariamente, questo sì, a battere i rigori: ne infilò cinque in tutto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Aveva il gioco difensivo nei propri cromosomi, aveva un gran senso della posizione, era un temporeggiatore come Viri Rosetta: &lt;strong&gt;«Io giocavo di slancio, di forza»,&lt;/strong&gt; ricorda Rava, &lt;strong&gt;«lui aveva una tecnica superiore, una grande calma, una straordinaria sicurezza».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’intuito, nei momenti cruciali, era pari alla decisione: molto ammirata, spesso, la potenza dei rinvii, uno dei gesti atletici di grande spicco in quel calcio ancora antico. Quando debuttò ai mondiali, contro la Francia fu lui, con Rava ed Andreolo, a salvare la partita grazie alla &lt;strong&gt;«qualità e calma gelida del suo gioco».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E contro il Brasile, si legge, &lt;strong&gt;«spadroneggiò per potenza, tempestività nelle entrate, mirabile gioco di testa ed affiatamento con Rava».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella finale contro l’Ungheria, poi, conquistò persino i severissimi critici inglesi: &lt;strong&gt;«Gli attacchi ungheresi s’infrangevano contro lo sbarramento dei terzini italiani, solido come la rocca di Gibilterra».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Foni ebbe la sfortuna di essere capitato alla Juventus negli anni grigi che seguirono il famoso quinquennio. Dopo lo scudetto del 1935, le uniche vittorie vennero in Coppa Italia: in campionato non andò oltre un secondo posto. In compenso ci furono i trionfi in maglia azzurra, dalle Olimpiadi (&lt;strong&gt;«Avete mai provato ad essere incoronati?»&lt;/strong&gt; Scrisse felice dopo il trionfo di Berlino, quelle dello sgarbo di Owen ad Hitler, dove era il capitano della squadra) ed al Mondiale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In Nazionale giocò 23 partite, 19 delle quali vittoriose ed una sola perduta, proprio in Svizzera, sua seconda patria. La prima era stata con l’Olimpica nel 1936, l’ultima fu anche l’ultima partita degli azzurri in piena guerra: a Milano contro la Spagna, un 4-0 venuto tutto nel secondo tempo dopo che nel primo il trentunenne Foni si era esibito in alcuni salvataggi provvidenziali. Quel giorno firmò il primo goal in Nazionale Valentino Mazzola. Un suo compagno del “Grande Torino” era pronto a ricevere in eredità la maglia di Foni, Aldo Ballarin.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Conclusa la carriera di calciatore, Foni diventò allenatore. Cominciò col Venezia, serie B, nel 1947 poi si trasferì al Casale, al Pavia (serie C), al Chiasso. Nel 1951 era alla Sampdoria, l’anno dopo all’Inter dove vinse due scudetti all’insegna del primo non prenderle, secondo lo spirito che lo aveva animato, quando giocava. In due riprese, dal 1954 al 1956 e dal 1957 al 1958, fu alla guida della Nazionale, nel 1958 passò al Bologna, poi alla Roma, all’Udinese (ecco Zoff che gli avrebbe tolto il record delle 229 partite), ancora una rappresentativa nazionale, quella di Lega, di nuovo alla Roma, in Svizzera per la Nazionale rossocrociata (mondiali 1966), ancora l’Inter (1968).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È morto nel gennaio 1985 nella sua casa vicino a Lugano, una domenica, dopo aver visto in TV i goal del nostro campionato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 1985:&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Mi trovavo, un giorno di tanti anni fa, nella Divisione di Cardiochirurgia del professor Ake Senning, al Kantonosspital di Zurigo. Il giorno dopo avrei dovuto assistere ad un impianto di cuore artificiale su un cane lupo; la protesi sperimentale era stata ideata dall’ing. Roberto Bosio, uno scienziato torinese, e l’operazione sarebbe stata realizzata dal prof. Turina, un chirurgo jugoslavo che lavorava nella équipe di Senning.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un dottore che mi conosceva e che sapeva anche delle mie antiche ed indiscutibili simpatie sportive per la squadra della Juventus, venne a dirmi che era stato ricoverato d’urgenza un ex calciatore della squadra bianconera, un certo Alfredo Foni. Ebbi un sobbalzo. Non solo conoscevo molto bene l’uomo ricoverato, ma a lui ero legato da vincoli di fraterna amicizia. Ebbi rapidamente informazioni sulla natura del male. Si trattava di un aneurisma dell’aorta, cioè una pericolosa dilatazione della grossa arteria dovuta, a quanto sembrava, ad arteriosclerosi in un soggetto dalla pressione alta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’evoluzione clinica, in questi casi, è dominata dalla possibilità che l’aneurisma si rompa, eventualità che comporta una mortalità dell’ottanta per cento. Mi resi perfettamente conto che Alfredo era in pericolo di vita, ma sapevo che nelle mani di Senning un paziente aveva molte probabilità di essere salvato. Così infatti avvenne. Alfredo Foni si salvò. E del grave pericolo da lui corso e superato parlammo più volte insieme, seduti nelle comode poltrone del giardino della sua magnifica villa di Breganzona, sulla collina che domina Lugano. E, chiacchierando con l’amico, avevo rivissuto l’epopea di una invidiabile carriera calcistica. Rievoco per i lettori.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Friulano puro sangue, Alfredo Foni, detto Nifo dagli amici, aveva tirato i primi calci nelle file dell’Udinese, ma si era poi formato calcisticamente nelle file del Padova, un complesso allora forte e coraggioso nel quale militavano il Portiere kamikaze Latella, l’ala Prendato ed il centrattacco Vecchina. Foni rimase in forza al Padova sino all’età di diciannove anni, poi venne acquistato dalla Lazio, dove gli furono compagni ed amici il portiere Ezio Sciavi, già riserva di Combi nella Juve e nella Nazionale, ed il bellissimo Piero Pastore, che con la maglia della Juventus aveva vinto lo scudetto al termine della stagione 1925/26.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando Foni era alla Lazio non giocava terzino, almeno in un primo tempo, ma mezzala, formando un pericoloso tandem con Cevenini V°, il più giovane dei cinque famosissimi fratelli calciatori. Era tarchiato,molto veloce, tecnicamente inappuntabile, con una assoluta ed intelligente visione di gioco.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’ing. Bené Gola, dirigente accompagnatore della squadra bianconera, aveva avuto ottime referenze sul giocatore proprio da Vecchina, già in precedenza acquistato dal Padova, e dallo stesso Pastore: &lt;strong&gt;«È un ragazzo di sicuro valore»,&lt;/strong&gt; avevano detto i due, &lt;strong&gt;«e farà molta strada. Ne consigliamo l’acquisto: non ve ne pentirete!»&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ed Alfredo Foni approdò alla Juventus. Quando arrivò, lo ricordiamo per i più giovani dei lettori di “Hurrà”, in bianconero giocavano due strepitosi campioni, Rosetta e Caligaris. Se uno dei due risultava indisponibile, ecco in campo il modesto (come carattere), ma bravissimo (come giocatore) Mario Ferrero, bianconero dal 1927, difensore di sicuro talento. Ma occorreva un altro difensore: questa la ragione per cui venne acquistato Foni. Il quale, oltre ad essere un ottimo giocatore, era anche un ragazzo molto serio e studioso. A Roma, quando era alla Lazio, si era diplomato in Ragioneria. A Torino si iscrisse all’Università, nella Facoltà di Scienze economiche e commerciali: concluse positivamente il corso, con la sua brava laurea.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con la maglia della Juve, Alfredo Foni esordì il 30 settembre 1934, giocando a Brescia. La Juventus vinse per 2-0, reti di Farfallino Borel e Serantoni. Per sette domeniche Foni giocò terzino destro, avendo come compagno Caligaris; poi si spostò a sinistra, per far posto a Rosetta. In quel campionato, con prestazioni tutte ad alto livello, Foni disputò 27 partite su 30, portandosi poi a quota 30 su 30 nella stagione successiva, quella che vide anche l’esordio di Piero Rava, il terzino che doveva ricomporre una delle coppie di terzini più perfetta della storia juventina.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Racconta Alfredo: &lt;strong&gt;«Con Pierone Rava ci intendemmo subito a meraviglia. Era un ragazzo sincero ed appassionato. Intuimmo di poter continuare, senza interruzioni, l’epopea dei nostri grandi predecessori. Io stavo a destra, lui a sinistra, entrambi potenti e veloci, colpitori precisi con i due piedi. Vittorio Pozzo si ricordò ben presto di noi, allora studenti, in occasione delle Olimpiadi di Berlino nel 1936. Disputammo quattro partite, quattro autentiche battaglie; in due occasioni, contro la Norvegia e con l’Austria, ci furono i tempi supplementari: anche questo servì a collaudare le nostre doti atletiche. Lo dimostra anche il fatto che nella Juventus giocammo insieme tutte e trenta le partite della stagione 1936/37, tutte e 30 della stagione 1937/38. Io, poi, continuai la serie sino al 1942, senza mai lamentare un’assenza, nemmeno quando, una domenica a Bergamo, riportai la frattura del setto nasale!»&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Io ricordo molto bene quell’episodio, perché insieme al massaggiatore Guido Angeli accompagnai l’amico Alfredo alla Clinica Otorinolaringoiatrica dell’Università, diretta dal prof. Fausto Brunetti, padovano. Il clinico ridusse la frattura a Foni. Rammento che Guido Angeli, percorrendo tutto curvo i corridoi della clinica, mi disse: &lt;strong&gt;«Vuoi scommettere che quello là domenica sarà in campo a Roma contro la Lazio?» &lt;/strong&gt;E Foni, ormai lanciato verso il record delle presenze consecutive, andò infatti regolarmente in campo, con una mascherina sul naso, tenuta ferma da grossi cerotti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Proprio contro la Lazio, il 21 febbraio 1943 Alfredo Foni giocò la sua ultima partita con la maglia della Juventus. Aveva&amp;nbsp;trentadue anni ed aveva conquistato due scudetti, era stato campione olimpionico nel 1936 e campione del Mondo nel 1938.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Finita la carriera di calciatore, Foni iniziò la carriera di allenatore; ed anche qui ebbe le sue grosse soddisfazioni, conquistando, alla guida dell’Internazionale due scudetti nelle stagioni 1952/53 e 1953/54. L’undici nerazzurro guidato da Foni era una squadra razionale sino a sembrare sparagnina: i suoi solisti Wilkes, Lorenzi, Skoglund e Nyers folleggiavano in attacco, ben sicuri alle spalle in virtù di una difesa molto bloccata. Quasi sempre l’Inter subiva per lunghi tratti l’iniziativa avversaria e reggeva bravamente la botta; poi, d’improvviso, partiva il potente lancio di Blason, a settanta metri di distanza. Davanti c’era poca gente, gli spazi erano vasti. In quelli giostravano i solisti nerazzurri che facevano gaudiosi sfracelli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Più tardi Foni cercò di applicare tali schemi alla nazionale, ma ebbe poca fortuna. Godeva di grossa considerazione, tanto è vero che la Federazione elvetica gli affidò la nazionale di quel Paese.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ora Foni ci ha lasciati. Il vecchio male, l’aneurisma dell’aorta, cui il prof. Senning aveva posto rimedio, si è rifatto vivo. E questa volta non c’è stato scampo. Caro Alfredo: hai lasciato un grande vuoto. Io ed i tuoi amici della Juventus non ti dimenticheremo mai.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-3002569076749128467?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="https://lh5.googleusercontent.com/-8NN10O8j3Kk/TXT7IjtWHRI/AAAAAAAACck/bOIXI3C0xjA/s1600/il+vaffa+di+chinaglia.JPG" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="https://lh5.googleusercontent.com/-8NN10O8j3Kk/TXT7IjtWHRI/AAAAAAAACck/bOIXI3C0xjA/s320/il+vaffa+di+chinaglia.JPG" width="170" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Giugno 1974. Il calcio italiano si prepara ad affrontare i Mondiali in Germania. Nonostante l’eliminazione dall’Europeo del 1972, il presidente federale, Artemio Franchi, conferma il Commissario Tecnico Valcareggi, ma affida la Nazionale alla stretta tutela di Franco Carraro, erede della presidenza del Settore Tecnico dal dimissionario Walter Mandelli, e di Italo Allodi, che ha lasciato, dopo tre anni, la Juventus.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’immagine della squadra azzurra è resa splendente da un lungo periodo di imbattibilità: nelle due amichevoli per il 75° anniversario della Federcalcio, la nostra Nazionale batte sia il Brasile a Roma sia l’Inghilterra a Torino e, per la prima volta, sconfigge l’Inghilterra a domicilio, espugnando il mitico stadio di Wembley con un goal di Fabio Capello.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;È il momento, dunque, di pensare in grande; di questo se ne occupano la mente Carraro, che ha ceduto da tempo la presidenza del Milan e studia da super dirigente sportivo e l’esecutore Allodi, che desidera affermare le proprie capacità organizzative e di conduzione dimostrate nell’Inter e, soprattutto, nella Juventus del presidente Boniperti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli accompagnatori dei 22 azzurri sono 20 persone, fra dirigenti, assistenti e tecnici; il budget messo a disposizione è molto generoso, i premi sono alti, le pubbliche relazioni curatissime. Nessun particolare è trascurato; gli accoppiamenti nelle stanze obbediscono a criteri finemente psicologici: il vulcanico Chinaglia dorme col pacifico Zoff, Mazzola prepara la regia della squadra con Capello, Rivera prende lezioni di grinta da Burgnich, Bellugi e Morini, in lotta aperta per la maglia di stopper, devono dividersi fraternamente la stanza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma sotto la scintillante corazza dell’efficientismo, c’è un vulcano pronto ad eruttare problemi tanto seri quanto, per buona parte, inavvertiti. Artemio Franchi è diventato anche presidente dell’Uefa e deve, quindi, proteggere la propria immagine internazionale, evitando di curare troppo gli interessi italiani e, nello stesso tempo, prevenire ribellioni ed episodi clamorosi nel clan azzurro. In sostanza, anche nella Nazionale, come in tutta la Federcalcio, non si muove foglia che il dirigente toscano non voglia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il primo grosso problema per Ferruccio Valcareggi è il campionato appena concluso, che ha visto la Juventus mancare lo scudetto ed accingersi a sostituire Vycpalek con Parola, il Milan perdere sia il campionato sia la Coppa delle Coppe (nella finale con il Magdeburgo, una modesta squadra della Germania dell’Est) ed ingaggiare Giagnoni, l’Inter andare a picco, nonostante il ritorno in panchina del Mago Herrera e costretta a rilanciarsi, affidando la panchina all’inesperto Luis Suarez.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo scudetto lo vince la Lazio di Maestrelli, squadra di straordinaria efficienza tattica e collettiva, ma avara di fuoriclasse e, dunque, fatta apposta per creare dei grossi dubbi ad un commissario tecnico: o trasferisci la squadra in blocco o hai poco da prendere. Valcareggi sposa la seconda ipotesi e nella lista dei ventidue convocati, sono appena tre i Campioni d’Italia: Chinaglia, Wilson e Re Cecconi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
C’è poi, il vecchio credito di stima e di rispetto che il Commissario Tecnico vanta nei confronti dei “Messicani” vice campioni del mondo. Gladiatori come Facchetti e Burgnich sono, nonostante l’età, personaggi intoccabili e sui destini azzurri continua a gravare la questione Rivera - Mazzola. Entrambi hanno superato la trentina, sono rispettivamente al quarto ed al terzo Mondiale, ma l’idea di mandarli in pensione terrorizza i vertici del calcio italiano, per il putiferio che si scatenerebbe fra i tifosi interisti e milanisti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Valcareggi non ha dubbi e pensa di avere raggiunto la quadratura del cerchio evitando la staffetta: Rivera fa il rifinitore e Mazzola, rassegnatosi alla maglia numero sette, si finge ala destra; in questo modo il centrocampo offre una certa consistenza atletica, grazie alla solidità del regista Capello ed all’instancabile propulsore di Benetti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il problema più grosso, però, viene proprio dall’unico giocatore fuori discussione: Gigi Riva. Il fuoriclasse del Cagliari è reduce da un grave infortunio, non gioca da circa un mese ed il suo apporto è limitatissimo, ma nessuno si sogna di metterlo in discussione. Caso mai, ed ecco dove sta il vero dilemma, bisogna decidere quale centravanti gli va messo al fianco, chi insomma può essere più utile al recupero accelerato di Riva.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’Italia, come abbiamo visto, ha disputato uno splendido pre mondiale e la formazione base è praticamente già fatta. Sono assegnate le maglie ai giocatori per il Mondiale ma, anziché in ordine alfabetico secondo i ruoli come si fa adesso, i giocatori ritenuti titolari ottengono la maglia dall’uno all’undici. Si rivelerà un grave errore psicologico, perché chi non è compreso nei primi undici si sente escluso in partenza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come base del ritiro, è scelto il castello di Ludwigsburg, tra boschi, vigneti e frutteti, quindici chilometri fuori Stoccarda. Quello che avrebbe dovuto essere un ritiro ideale, in un albergo isolato, il Mon Repos, con un grande parco, un laghetto, stanze fin troppo accoglienti, si trasformerà in una bomba ad orologeria. Ogni clan ha un suo punto di ritrovo, ben separato dagli altri. L’unica cosa che tiene unito l’ambiente è uno sbarramento di poliziotti che, mitra alla mano, vieta l’ingresso agli estranei.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sono troppe le mine innescate, ma nessuno se ne accorge, neanche quando cominciano ad aprirsi le prime falle nella nave azzurra. A Como, alla prima uscita per un allenamento, Chinaglia è subissato di fischi dai tifosi juventini, che vorrebbero titolare Anastasi, e da quelli interisti, che reclamano Boninsegna. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel ritiro di Firenze, Juliano del Napoli, spara la prima bordata in sintonia con il laziale Giuseppe Wilson, napoletano di nascita:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Sono demoralizzato, è il terzo Mondiale in cui sono convocato senza alcuna speranza di giocare. Una volta perché c’era Bulgarelli, un’altra perché c’era De Sisti, ora perché c’è Capello. Possibile che io debba sempre essere considerato inferiore a qualcuno? Guardate Zoff: quando stava nel Napoli, titolare era Albertosi; poi è passato alla Juventus e tutto si è rovesciato».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Scatta il piano di emergenza: Carraro ed Allodi vogliono spedirlo subito a casa e chiamare al suo posto De Sisti; Valcareggi, sempre in contatto diretto con Franchi, si oppone e Juliano rimane. Viene, però, ribadita a parole, la linea dell’assoluto rigore disciplinare, già enunciata il giorno del raduno: d’ora in poi, chi sgarra va a casa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nell’amichevole di Vienna contro l’Austria, l’Italia, che deve rinunciare a Riva vittima di uno stiramento, pareggia 0-0, offrendo una prestazione preoccupante, Chinaglia è sostituito da Anastasi all’inizio della ripresa ed il cannoniere laziale dichiara:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Ho accettato la staffetta questa volta, ma non sono più disposto a farlo. È la prima ed ultima volta; a me le partite piacciono giocarle fino in fondo».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Eppoi una stoccata a Mazzola ed a Capello:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Noi punte ci siamo mosse, ci siamo smarcate, ma abbiamo ricevuto pochi lanci, perché la manovra ristagnava a centrocampo, con passaggi inutili».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A questo punto tutti si chiedono se Chinaglia sarà rispedito in Italia, secondo il “dictat carrariano” di Firenze. Prima di ogni qualsiasi risposta, un altro laziale, Re Cecconi, a caccia di un posto a centrocampo, si scaglia contro Rivera e Mazzola:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Uno riuscivano a sopportarlo in Messico, perché in campo c’erano anche Bertini e Domenghini, che si sacrificavano. Due, adesso, è proprio impossibile digerirli. Ma chi può andare contro quella gente là? Loro arrivano dove noi poveretti non possiamo arrivare».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un altro scontento è Bobo Boninsegna che, da centravanti titolare qual era stato designato, si ritrova addirittura il terzo della lista, dopo Chinaglia ed Anastasi. E pensare che, se proprio si cerca un elemento affiatato con Riva, non c’è nessuno più adatto di lui, che ha giocato mille volte insieme al cagliaritano, sia con la squadra sarda, sia in Nazionale. Poi c’è Causio che non ha digerito la decisione di Mazzola di mettersi all’ala destra, occupando il posto che avrebbe dovuto essere suo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una polveriera. ma Carraro non si preoccupa:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«L’atmosfera è tranquilla e ritengo di poter escludere che ci siano giocatori più contenti ed altri meno. Siamo tutti qui per lavorare e lo stiamo facendo con serenità. L’unico che ha detto qualcosa fuori dalle righe è Chinaglia, ma le sue dichiarazioni mi sembrano naturali; è ovvio che preferisca giocare un’intera partita invece di mezza».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le direttive di Franchi sono quelle di negare, coprire, minimizzare i problemi di questa squadra che è tutto fuorché unita, nell’attesa che la prevedibile larga vittoria su Haiti, nella partita di esordio a Monaco, faccia sparire ogni tentativo di ribellione e spiani la strada verso la conquista del Mondiale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Antoine Tassy, simpatico e rotondo allenatore haitiano, alla vigilia della partita con l’Italia, avverte i cronisti:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Il mio amico Helenio Herrera mi ha insegnato un mucchio di cose riguardanti il calcio italiano».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In pratica, Tassy, non si considera l’ultimo arrivato e, pur riconoscendo i grossi limiti della propria squadra, cerca di far intendere che difendersi resta sempre l’arma migliore, per non essere travolti. Poi, se eventualmente fosse riuscito un contropiede, Haiti avrebbe vissuto il suo momento di gloria.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cinquantamila italiani gremiscono lo stadio Olimpico di Monaco per il debutto della Nazionale contro Haiti. Tutti parlano di goleada, di una facile passeggiata ed invece, dopo pochi minuti, aleggia sullo stadio l’incubo di un’esperienza vissuta otto anni prima in Inghilterra, contro la Corea.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’attaccante haitiano Emmanuel Sanon, detto Manno, in una classica azione di contropiede, lascia in surplace Spinosi, percorre mezzo campo in solitudine ed infila Zoff, meglio di come avrebbe fatto un campione affermato. Il portiere azzurro era imbattuto da 1.143 minuti: dopo la rete di Vukotic al 13’ di Italia - Jugoslavia a Torino il 20 settembre 1972, per dodici partile consecutive non aveva subito un goal.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sanon guadagna 200 Dollari al mese giocando da centravanti nella squadra haitiana del Don Bosco di Petionville. Proviene dall’atletica e c’è chi dice che poteva essere un eccellente sprinter. È il pupillo del dittatore Duvalier ed è cresciuto in un quartiere dalle caratteristiche simili al Bronx, nel quale si impara presto a sopravvivere alle violenze. Al ritorno in patria sarà accolto come un re, con onorificenze, soldi, lauree ad honorem ed un contratto per giocare all’estero, in Belgio e negli Stati Uniti. Scriverà anche un libro sulla sua vita ed il sindaco di Miami gli darà le chiavi della città.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il centrocampista haitiano Philippe Vorbe racconta:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Per noi haitiani quella partita resta il massimo risultato mai raggiunto. Giocammo alla pari con gli azzurri per un tempo eppoi riuscimmo a beffare Zoff. Tutta Haiti era in festa, orgogliosa di noi e di sé stessa».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il pareggio arriva dal vituperato Rivera (con Mazzola, il migliore in campo), l’autorete di un giocatore haitiano ci porta in vantaggio. A questo punto Valcareggi decide di inserire il più agile Anastasi, che segnerà il terzo goal, al posto di Chinaglia, troppo irruente e, soprattutto, troppo nervoso. Chinaglia, uscendo dal campo, passa vicino alla panchina azzurra e manda a quel paese tutti i suoi occupanti: chiarissimo il movimento labiale ripreso in televisione, inequivocabile il gesto della mano. Una volta negli spogliatoi, completa la sua opera, scagliando sei bottiglie di vetro d’acqua minerale contro porte e pareti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quella notte si susseguono le voci più disparate c’è chi dice che Chinaglia è scappato, che non ha mangiato con gli altri e che nessuno l’ha più visto. Un’altra voce riferisce che Carraro gli ha intimato di chiedere scusa a Valcareggi ed a tutti gli altri in panchina, pena l’espulsione dalla Nazionale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo tanti anni Chinaglia racconta:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Dove andai? Gironzolai per due ore nel parco dell’albergo ed andai a prendere un paio di drink al bar. Sembrava che mi fosse caduto il mondo addosso, mi sentivo tradito, abbandonato. Nessuno capiva la psicologia dell’emigrante, che idealizza la patria, la bandiera, la maglia della squadra nazionale, che si sente solo e si è quindi abituato a reagire con aggressività ad ogni torto, vero o presunto, che crede di subire. Non ho mai pensato di lasciare la Nazionale. Volevo soltanto restare solo con la mia delusione, la mia rabbia».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma era il caso di fare quel gestaccio?&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Eh, sì, loro mi applaudivano dalla panchina. Mi prendevano per il sedere. Che c’è da applaudire uno che è sostituito in campo? Quella era una Nazionale che doveva vincere il Mondiale. Eravamo imbattuti da due anni. Avevamo piegato il Brasile e due volte l’Inghilterra nell’ultimo anno e mezzo. Gli uomini c’erano. La verità è che la Nazionale si portava appresso da quattro anni il problema Rivera Mazzola. Era tutto prestabilito: poiché non si poteva ripetere la staffetta Rivera Mazzola, sarebbe stata fatta la staffetta Chinaglia Anastasi. Sperimentata in pre mondiale a Vienna, applicata nel Mondiale contro Haiti. Valcareggi c’entrava poco, in questa strategia».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Erano, dunque, stati Carraro ed Allodi a non tener conto dell’ultimatum di Chinaglia?&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Il guaio di quel Mondiale fu che, mentre facevamo il provino a Vienna e ci insediavamo a Stoccarda, il presidente Franchi se ne andò a Francoforte per il congresso della Fifa. Se fosse rimasto con noi, certe cose non sarebbero successe. Dopo il mio sfogo, Carraro ed Allodi volevano mandarmi via, fu Franchi a dire: “No, per carità, se lo cacciamo ne facciamo un martire”».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
All’indomani di Italia - Haiti, Chinaglia rifiuta di fare la pace con Valcareggi poi, richiamato da Carraro, promette di non polemizzare ulteriormente. Ma appena capisce che sarà escluso dalla formazione che scenderà in campo contro l’Argentina, esplode nuovamente:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Sono falsi, mi avevano garantito il posto nelle prime due partite del girone degli ottavi. Sono stato sostituito nella prima ed ora non so neanche se vado in panchina od in tribuna per la seconda. In questa Nazionale non c’è niente di chiaro. I dirigenti mi hanno detto cento cose, nessuna vera. Nessuno ha il coraggio di parlare chiaro. La Lazio ha vinto lo scudetto e non ha neanche un titolare in Nazionale. Altri club, quando vincono il campionato, hanno otto giocatori in azzurro. Noi laziali, per averne uno, dovremo vincerne otto, di scudetti.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;Un controsenso anche la spiegazione di Valcareggi per la mia sostituzione: mi ha tolto proprio quando, andati in vantaggio, si stava profilando una situazione favorevole ai miei mezzi tecnici. Mi rimproverano il gestaccio di Monaco? Guardate che a me non rimprovera niente nessuno, in questa Nazionale c’è gente che ha fatto di molto peggio. Mi rammarico per il gesto, non per le opinioni che, come vedete, non esito a rendere pubbliche».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bisogna sapere chi è Giorgio Long John Chinaglia nel 1974, per capire la sua indomabile forza polemica. Nato a Massa Carrara, ventisette anni prima, è ancora un bambino quando suo padre lo porta a Cardiff, in Galles, dove emigra per fare il cameriere in un ristorante. Qui pratica prima il rugby eppoi il calcio; il padre gli fa scoprire a quattordici anni anche la vocazione patriottica quando, sorprendendolo a tifare per una squadra britannica contro un’italiana, gli riempie la faccia di ceffoni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1966, a diciannove anni, torna in Italia ed è acquistato dalla Massese. Tre stagioni in Serie C con Massese ed Internapoli, poi l’approdo alla Lazio nel 1969. Nel 1974 è campione d’Italia con la squadra capitolina e vince il titolo di capocannoniere, diventando un personaggio popolarissimo e discusso, abituato a gesti plateali. Nel 1973, quando la Lazio perde lo scudetto a Napoli nell’ultima giornata di campionato, Chinaglia risponde ai fischi del pubblico partenopeo andando sotto la curva a mostrare le corna. Negli spogliatoi laziali si azzuffa con l’allenatore Lorenzo, con i compagni Martini, Re Cecconi e Frustalupi, ha pure qualche battibecco con Maestrelli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo la burrascosa fine di un derby, mentre tifosi laziali e romanisti si pestano sulle tribune, lui si riveste in fretta e torna in campo per mostrare ai tifosi avversari, inferociti, il piede con il quale ha battuto il rigore decisivo. Il gesto di Monaco è, dunque, in sintonia con il suo carattere istintivo e spontaneo e la reazione dell’opinione pubblica è perfettamente proporzionata alla sua popolarità. Temendo, quindi, ripercussioni vastissime. Franchi orienta lo staff azzurro verso una posizione di rassegnazione e perdono.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Martedì 18 giugno 1974 è giornata di vigilia nel ritiro azzurro; l’indomani, al Neckarstadion, si gioca Italia-Argentina, una partita chiave per le speranze di qualificazione degli azzurri. Nel parco del Mon Repos c’è un’agitazione frenetica; dirigenti, tecnici, consulenti occasionali e, soprattutto, giornalisti vanno avanti ed indietro tra la palazzina degli alloggi dei calciatori, l’ufficio di Italo Allodi e la hall del club house.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alle 10:30 arriva Giorgio Chinaglia il quale dice, sorridendo:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Quando esprimevo le mie opinioni non pensavo certo ad eventuali punizioni. Mi mandano a casa? Bene, vuol dire che anticipo le vacanze. Mi chiedete se ho fatto un esame di coscienza? Lo faccio sempre prima, perciò non ritraggo nulla e non mi pento di niente. Mi ricordate che ci sono delle regole? È vero, ma in questa Nazionale non sono mai state rispettate».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Durante la discussione tecnica fra i calciatori e Valcareggi. Burgnich tenta di prendere le difese di Chinaglia, ma è severamente rimproverato dal Commissario Tecnico; Alfredo Casati, braccio destro di Allodi, si lascia sfuggire, davanti ai giornalisti, che Chinaglia sarà mandato a casa e sospeso per tre anni dalle convocazioni azzurre. Un’ora più tardi, si presenta Valcareggi, che si sta battendo contro l’espulsione di Chinaglia, e dice:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Penso di non essere io il suo bersaglio. Oggi ci sarà una riunione e sentiremo il presidente Franchi».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Carraro convoca urgentemente Tommaso Maestrelli, allenatore della Lazio, per cercare di domare l’imbizzarrito Chinaglia. La Federazione ha messo a disposizione a Maestrelli un aerotaxi, cosa non frequentissima, nel 1974, e questo rende l’idea dell’importanza e della delicatezza dell’operazione. Dopo vari colloqui, Carraro, Allodi e Chinaglia appaiono nella sala delle conferenze stampa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Commissario Tecnico Valcareggi è assente. Carraro informa i giornalisti:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Ieri mattina e stamattina la direzione azzurra si è riunita ed ha deciso di mandare Chinaglia a casa. Non per le dichiarazioni, ma per il comportamento da giocatore non inserito ed a disagio nell’ambiente azzurro. Dopo ripetuti colloqui con Chinaglia, abbiamo, però, cambiato idea ed abbiamo deciso che il giocatore resterà».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Chinaglia dice:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Ho parlato dieci minuti fa con Carraro, Allodi e Maestrelli ed ho chiarito. Ho parlato con i miei compagni dicendo loro che non serbo rancore e che so di avere sbagliato nei confronti di un paio di loro».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
Per la cronaca, Sandro Mazzola e Fabio Capello.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Carraro confessa:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Stamattina pensavo che Chinaglia dovesse essere mandato a casa. Poi ho capito che il giocatore è stato tradito dalla tensione del Mondiale. Ora ha assunto un atteggiamento di chiarezza e umiltà. Siamo già stati elastici con Juliano, dobbiamo esserlo anche con Chinaglia».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Allodi è furente e dopo qualche giorno si ritira nei suoi uffici, astenendosi da ogni intervento. Anche Enzo Bearzot, prende le distanze; nella storia di questo Mondiale, il futuro Commissario Tecnico Campione del Mondo recita un ruolo da protagonista per aver suggerito a Valcareggi di far marcare l’argentino Houseman a Capello. Bearzot ha sempre negato, dicendo di essersi limitato ad osservare la partita Polonia-Argentina e, quindi, di non aver dato alcun suggerimento riguardante le eventuali marcature da applicare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Houseman è un peperino vivacissimo, che gioca in posizione arretrata se è marcato da un difensore e gioca avanzato se lo contrasta un centrocampista. Si regola così anche contro l’Italia, costringendo Capello ad inconsuete mansioni di terzino: Valcareggi, a partita in corso, cambia la marcatura, mettendogli addosso Benetti, centrocampista con durezza di terzino. In realtà, furono gli azzurri in campo a decidere quella mossa con un consulto fra Rivera e Burgnich, considerato che dalla panchina non arrivava nessun ordine. La mossa, però, è attuata, quando Houseman ha già portato in vantaggio l’Argentina. L’Italia riesce casualmente a pareggiare nella ripresa, grazie ad un’autorete di Perfumo. Rivera, marcato spietatamente da Telch, non tocca palla ed è sostituito da Causio; nessuno in quel momento può immaginare che sarà l’ultima partita in Nazionale per il capitano del Milan.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A pochi minuti dalla fine Mazzola ha nei piedi la palla della vittoria:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Feci un doppio scambio con Riva ed entrai in area,&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;il portiere Carnevali mi venne incontro: era troppo vicino e se avessi calciato forte gli avrei mandato la palla addosso. Così tentai un colpo di finezza: accarezzai la sfera con l’interno destro per aggirare il portiere. Il pallone avrebbe dovuto dirigersi fuori dallo specchio della porta per poi rientrare, grazie all’effetto e finire in rete.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;In effetti, il pallone viaggiò rasoterra, cominciò a rientrare, poi, all’improvviso ritornò di colpo a sinistra ed uscì senza nemmeno colpire il palo! Io rimasi lì, come un allocco: non era possibile, pensai. Guardai il prato vicino al montante e vidi uno strano rigonfio. Andai a controllare: qualcuno aveva sostituito proprio in quel punto una zolla d’erba, ma non aveva sistemato a dovere quella nuova che formava una montagnetta. La palla, leggera e lentissima, aveva colpito quella zolla ed era schizzata fuori! Con quel goal avremmo passato il turno!»&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Finisce, invece 1-1 ed, a peggiorare le cose, giunge da Monaco la notizia che la Polonia ha rifilato sette goal (a zero) ad Haiti. Sanon e compagni, dopo il mezzo miracolo nella partita d’esordio, sono ritornati alla loro dimensione normale e, poiché è presumibile che subiranno molti goals anche dall’Argentina, l’unica possibilità per l’Italia di restare al Mondiale è quella di non perdere con la Polonia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La delusione è enorme; la squadra che avrebbe dovuto vincere il Mondiale, rischia di uscire al primo turno; logico cercare un capro espiatorio. La critica avrebbe il dovere di spiegare che i “Messicani” sono sul viale del tramonto, come già annunciato dalla precoce eliminazione dall’Europeo del 1972; di aggiungere che le profonde lacerazioni del gruppo tolgono ogni possibilità di lottare tutti per lo stesso obiettivo; di fare capire che le contraddizioni e le debolezze dello staff dirigente hanno oramai vanificato ogni speranza di ricompattare il gruppo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Invece, la colpa è data a Rivera; paladino di questa crociata è Gianni Brera che, poco dopo l’amichevole di Vienna, scrive che l’abatino inciampa nelle primule. Immagine deliziosa, ma smentita dai fatti; è stato Rivera a segnare il goal del pareggio che ha salvato la squadra azzurra contro Haiti ed è stata una sua penetrazione a provocare l’autorete di Perfumo, che ci ha permesso di pareggiare contro l’Argentina.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Golden boy si arrabbia di brutto, convoca i giornalisti e lancia il suo ultimatum:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Contro l’Argentina sono incappato in una di quelle giornate che capitano una volta ogni cinque anni. Sostituirmi è inutile, perché un solo giocatore non può cambiare la squadra. Se mi escludono, la Nazionale non m’interessa più».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il discorso del capitano milanista va letto fra le righe: è un’accusa a tutto l’ambiente che continua a difendere Gigi Riva, nonostante sia fuori forma. Franco Carraro si schiera con Rivera, convinto che, a parità di condizione fisica, il capitano milanista può sempre risolvere la partita, mentre Riva fuori condizione è un peso per la squadra. Carraro impone a Valcareggi (che metterebbe in campo Riva, anche se avesse solo una gamba) di escludere il cagliaritano dalla formazione titolare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Allodi, ammiratore assai tiepido del milanista, non accetta di buon grado questa decisione ed informa prontamente Franchi. Il presidente, trova politicamente saggio il compromesso di escludere entrambi, e decide, salomonicamente, in questo modo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tre giorni prima, all’indomani del nostro stentato pareggio con gli argentini e del 7-0 con cui la Polonia ha massacrato Haiti, è organizzata una festa per la stampa internazionale, sponsorizzata da una fabbrica locale. Musica, birra, salsicce, hostess: finisce all’alba, con molti ubriachi e con i giornalisti americani che si portano via le lampade come souvenir. All’inizio della festa, tale Zbignew C., unico giornalista al seguito della Nazionale polacca, raggiunge un collega italiano suo amico, che sta conversando con altri due giornalisti italiani.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Zbignew C. non parla tanto bene la nostra lingua, ma riesce a farsi capire in modo preciso:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Non facciamoci troppo male domenica, non ne vale la pena e può nuocerci per il resto del Mondiale. Noi siamo virtualmente già qualificati, ma vorremmo avere la certezza di arrivare primi nel girone, in modo da rimanere a Stoccarda ed incontrare, nei quarti, un’avversaria meno forte. Voi avete molti problemi, se perdete siete fuori, col pareggio restate secondi, ma avete la certezza di qualificarvi; parlane con i dirigenti della Federazione italiana. Se siete d’accordo, lasciate fuori Chinaglia ed Anastasi; quello sarà il segnale e noi lasceremo fuori Szarmach».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I tre giornalisti italiani restano senza parole; non hanno alcuna dimestichezza con queste operazioni e, soprattutto, non hanno alcuna veste per trattarle. Il collega polacco non molla ed anzi, per dare ufficialità alla sua proposta, invita un dirigente della federazione calcistica della Polonia. L’uomo non parla l’italiano, ma in qualche modo riesce a far capire che la proposta del suo connazionale ha il benestare della delegazione polacca. I giornalisti italiani abbandonano la festa e tornano in albergo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;«Andai subito ad avvertire il mio capo»,&lt;/strong&gt; racconta uno dei tre giornalisti, &lt;strong&gt;«il quale mi autorizzò a riferire a Franchi il messaggio di combine di cui ero stato fatto ambasciatore, ma mi ingiunse di non scrivere una riga di quella storia. L’avremmo invece riferita se fossimo stati eliminati. Chiamai al telefono il presidente Franchi e descrissi per filo e per segno personaggi, circostanze e discorso. Franchi non disse una parola. prese atto e, col solito garbo, mi ringraziò e mi salutò.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;Quando il giorno dopo sentii che anche Riva rischiava il posto, capii, prima degli altri, che avrebbero giocato Chinaglia ed Anastasi. La sera della partita, nella tribuna stampa del Neckarstadion, dopo il secondo goal di Deyna, il collega polacco cominciò a sbracciarsi ed ad urlarmi, rosso in viso:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;“Vi sta bene, avete voluto fare i furbi, ora ve ne tornate a casa!”&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;Scrissi la storia all’indomani dell’eliminazione, secondo le disposizioni impartite dal mio responsabile».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per quale motivo Franchi non abbia accettato questa proposta è difficile da capire ma, più probabilmente, Franchi, arrivato da appena un anno alla presidenza dell’Uefa ed in predicato di rivestire cariche internazionali sempre più prestigiose, non aveva nessuna intenzione di esporsi in questo modo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Contro la Polonia, nella partita decisiva, giocano Chinaglia ed Anastasi, con Mazzola interno e Causio all’ala destra. Il sole batte forte quel pomeriggio a Stoccarda per la partita con la Polonia al Neckarstadion; tantissimi italiani gremiscono lo stadio, sventolando migliaia di bandiere tricolori, piene di speranza. A sorpresa, giochiamo per vincere. Ci basterebbe difendere il pareggio e tenere buoni i polacchi, partiamo invece all’attacco.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’Italia ha due nitide palle goal nei primissimi minuti: sulla prima Anastasi subisce un evidente fallo da rigore commesso dal gigantesco libero Gorgon. Poi su un intervento mancato del portiere Tomaszewski, né Chinaglia, né Anastasi riescono ad infilare la palla in rete.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla mezzora Burgnich s’infortuna e deve essere sostituito da Wilson. La nostra nazionale perde un punto fermo della difesa; Wilson non ha tanta intesa con i proprio compagni ed i polacchi passano in vantaggio. C’è un cross di Kasperczak e Szarmach, un altro dei giganti polacchi, anticipa Morini e di testa mette in rete. Passano sei minuti e l’elegante Deyna infila Zoff con un tiro al volo dal limite. Siamo al tappeto e fuori dal Mondiale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Durante l’intervallo è lanciata l’idea, tardiva oltre che scorretta, di mandare qualcuno nello spogliatoio polacco per invocare il pareggio. L’incaricato dovrebbe essere Sandro Mazzola: il giocatore interista è una persona equilibrata, seria, diplomatica e prestigiosa. Chiaramente, la preghiera deve essere resa più convincente dalla presenza di robuste mazzette di Dollari, che avrebbero costituito un regalo abbagliante ed insperato per i calciatori della Polonia, che non navigavano di certo in mezzo all’oro. Mazzola s’indigna:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Mi rifiutai subito. Dissi che quelle cose non le facevo e basta».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella ripresa gioca Boninsegna al posto di Chinaglia. In avvio. Anastasi scocca un tiro da fuori, un bel sinistro radente che colpisce in pieno il palo. Tomaszewski compie un intervento prodigioso sventando un gran colpo di testa di Facchetti, avanzato per l’occasione. Non si passa ed i minuti trascorrono inesorabili. Quando arriva il goal di Capello all’85’, è troppo tardi, la partita termina 2-1 per la Polonia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Mondiale resta attaccato ad un filo, alla partita dell’Argentina contro Haiti; solamente la differenza reti può salvarci, ma paghiamo il magro 3-1 iniziale con gli haitiani, perché gli argentini li sconfiggono per 4-1 e ci sopravanzano di un goal. Tanto basta per tornare a casa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ancora Mazzola:&amp;nbsp;«&lt;strong&gt;Purtroppo per l’Italia, il passaggio al girone semifinale è saltato a causa di un goal di meno all’attivo, rispetto all’Argentina. Tutti, o per lo meno la maggioranza dei critici, hanno fatto risalire quell’eliminazione a mille piccoli motivi contingenti, Sanon, Chinaglia, il Mon Repos e via discorrendo. Secondo me, e nessuno ci ha pensato mai, è stato decisivo il portiere haitiano, il quale nella prima parte dell’incontro con l’Italia ci ha neutralizzato quattro palle goals, che gridano ancora vendetta.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;Sul piano della curiosità, ricordo invece un episodio che può illustrare gli stati d’animo imperanti nella comitiva azzurra. Dopo la partita con Haiti, Chinaglia era introvabile. I dirigenti lo cercarono, ma non vollero dirci nulla, al punto che tememmo in qualche disgrazia. Rientrò invece tardi, ma i responsabili della comitiva continuarono a tenerci all’oscuro di tutta la verità, non sapendo invece che noi oramai la conoscevamo benissimo».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Scatta il momento dei cambiamenti, delle rivoluzioni, delle rifondazioni. Il primo a pagare è chiaramente Valcareggi. Il suo ciclo è finito, dopo sette anni; Valcareggi ha perso solo due partite su cinquantaquattro, ha vinto un Campionato d’Europa, è arrivato secondo al Mondiale messicano, ma il tempo a sua disposizione è terminato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due partite l’hanno tradito: quella a Bruxelles, che ci ha tagliato fuori dall’Europeo del 1972, e questa di Stoccarda, che ci elimina da un Mondiale affrontato tra i favoriti. Con lui lasciano la Nazionale anche i “Messicani” e, soprattutto, Rivera, Mazzola e Riva.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Piazza pulita, quindi, giocatori nuovi, mentalità nuova; si invoca tutto e subito. Incantati dal gioco dell’Olanda, si riapre il processo alle nostre tattiche difensivistiche. È dato l’incarico a Fulvio Bernardini, il Dottor Fuffo, fautore del bel gioco e dei piedi buoni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Suo secondo è nominato Enzo Bearzot, il quale, qualche anno dopo, prenderà le redini della nostra Nazionale portandola a trionfare sul tetto del mondo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-7293758306463384278?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="https://lh5.googleusercontent.com/-NXHkYMZslZY/TXT99kJO4HI/AAAAAAAACc0/t1w02_He_HA/s1600/viola+e+muccinelli+arrestati.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="188" src="https://lh5.googleusercontent.com/-NXHkYMZslZY/TXT99kJO4HI/AAAAAAAACc0/t1w02_He_HA/s320/viola+e+muccinelli+arrestati.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Quando si vuole rievocare episodi nei quali il gioco del calcio ha sconfinato nell’avventura, rischiando addirittura di cadere in situazioni drammatiche, non si può dimenticare quanto è successo alla Juventus, nel luglio del 1951, in Brasile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In quell’anno, fu organizzato un torneo che, in sostanza, era la prima ed inedita edizione della Coppa dei Campioni; solo il meccanismo era diverso, in quanto tutte le gare dovevano essere giocate, nel breve spazio dì quindici giorni, da otto squadre suddivise in due gironi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Nel girone A (i cui incontri furono disputati a Säo Paolo) c’erano il Palmeiras, l’Olympique di Nizza, la Stella Rossa di Belgrado e la Juventus. Nel girone B (i cui incontri furono giocati a Rio de Janeiro) l’Austria di Vienna, lo Sporting di Lisbona, il Vasco de Gama ed il Nacional di Montevideo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il campionato italiano si era chiuso con la vittoria del Milan, che aveva totalizzato 60 punti contro i 59 dell’Inter ed i 54 della Juventus. Poiché i rossoneri rifiutarono l’invito del torneo in Brasile, fu richiesta la partecipazione al sodalizio bianconero e la squadra, allora allenata da Jesse Carver, partì, a fine giugno, alla volta del Brasile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per dovere di cronaca, è giusto sapere che i membri della Federazione espressero, in quell’occasione, giudizi forse non troppo lusinghieri all’indirizzo del club bianconero, mostrandosi preoccupati per un’eventuale brutta figura che la squadra torinese avrebbe potuto andare incontro, considerato che, in quel torneo, figuravano molti dei migliori giocatori del calcio internazionale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il torneo iniziò favorevolmente per la Juventus, che aveva portato in Brasile i seguenti giocatori: Viola, Bertuccelli, Manente, Mari, Parola, Piccinini, Muccinelli, Karl Hansen, Boniperti, John Hansen, Præst, Cavalli, Boniforti, Ferrario, Bizzotto, Scaramuzzi e Vivolo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella prima partita, i bianconeri batterono la Stella Rossa per 3-2. Segnarono per prima gli jugoslavi con Tomasevich, poi Boniperti realizzò sia la rete del pareggio sia quella del vantaggio; con il risultato di 2-1, si chiuse il primo tempo. Al 17’ della ripresa, Mitici rimise in equilibrio le sorti della gara che si era fatta piuttosto rude e cattiva. Karl Hansen, a metà ripresa, calciò a lato un rigore; cinque minuti più tardi, la mezzala danese si fece perdonare l’errore e, sfruttando abilmente un passaggio di Muccinelli, realizzò la rete della vittoria.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anche la seconda partita, contro l’Olympique di Nizza, si chiuse a favore dei bianconeri con l’identico risultato di 3-2, dopo un’altalena di reti simile a quella della gara con la Stella Rossa. Fu John Hansen ad aprire la serie dei goal, ma dopo pochi minuti Courteaux pareggiò per il Nizza. Prima del riposo ancora un goal della Juventus, autore Præst, che finalizzò nel migliore dei modi un passaggio di Vivolo, splendido sostituto dell’infortunato Boniperti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A metà della ripresa arrivò il secondo goal dei francesi, realizzato ancora da Courteaux, su allungo di Caré. L’incontro si decise a dieci minuti dalla fine, quando Muccinelli risolse una furiosa mischia accesasi nell’area transalpina, mettendo il pallone alle spalle del portiere Germain. Da notare che, nelle file dell’Olympique, militavano giocatori molto importanti, come Bonifaci, Bengtsson e Hjalmarsson.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Palmeiras, invece, sconfisse il Nizza per 3-1 e la Stella Rossa per 2-1. Vivissima era, pertanto, l’attesa per l’incontro tra la Juventus ed i brasiliani, beniamini del pubblico locale; la speranza era di una finale tra il Palmeiras ed il Vasco de Gama, l’altra squadra brasiliana che, dopo aver seccamente battuto l’Austria di Vienna per 5-1 (quattro reti dell’indimenticabile Friaca ed una di Tesaurinha), aveva brillantemente vinto il girone B.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Enorme fu la delusione dei tifosi carioca, perché la Juventus, con una partita fantastica, umiliò il Palmeiras con un secco 4-0; reti di Præst, Karl Hansen su rigore e Boniperti due volte. I bianconeri, grazie alla vittoria nel loro girone, avrebbero incontrato, come prescriveva il regolamento, la squadra seconda classificata del girone B, l’Austria di Vienna; il Palmeiras, terminato al secondo posto dopo la Juventus, se la sarebbe vista con il Vasco de Gama, trionfatore del girone B.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il dramma accadde nella prima gara di semifinale tra la Juventus e l’Austria, disputata a Säo Paolo. E che si sia trattato di un episodio davvero burrascoso, lo dimostra il fatto che due giocatori juventini, il portiere Viola e l’ala destra Muccinelli, finirono, addirittura, per essere arrestati e tradotti in prigione, dove rimasero per circa cinque ore, prima di essere rimessi in libertà.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Juventus scese in campo nella solita formazione tipo, con l’unica variante di Vivolo interno sinistro al posto di John Hansen, il quale si era infortunato ad una caviglia nel precedente incontro con il Palmeiras. Questo lo schieramento bianconero: Viola; Bertuccelli e Manente; Mari, Parola e Piccinini; Muccinelli, Karl Hansen, Boniperti, Vivolo e Præst.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’Austria presentava, a quei tempi, un autentico squadrone, forte dei vari Ocwirk, Stojaspal, Schleger ed i fratelli Melchior II° (terzino) e Melchior I° (ala destra). A dirigere la partita fu chiamato il brasiliano Malcher e fu, indubbiamente, un errore piuttosto grave, anche perché i tifosi brasiliani, dopo la cocente sconfitta patita dal Palmeiras, erano tutti schierati con i bianchi dell’Austria.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per circa mezzora la Juventus attaccò in forze, ma la difesa austriaca respinse ogni assalto. Poi, al 30’, l’Austria mise a segno la prima rete con la mezzala Kominek; sette minuti dopo, la Juventus pareggiò con Muccinelli, su ottimo passaggio di Boniperti. Palla al centro, veloce discesa di Stojaspal che superò Manente e saettò un pallone imparabile nell’angolo basso; nulla da fare per Viola.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella ripresa Carver ordinò a Karl Hansen di occuparsi di Ocwirk ed, immediatamente, gli austriaci videro inaridirsi la sorgente del loro gioco. Al 5’, uno splendido goal di Præst portò il risultato sul 2-2 e fu ancora l’entusiasmante ala sinistra danese, in giornata di vena eccezionale, a realizzare il terzo goal bianconero. Questo accadde esattamente al 26’ della ripresa e, per i restanti diciannove minuti, la difesa juventina riuscì a controllare agevolmente le azioni offensive degli austriaci.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A trenta secondi dalla fine ci fu il clamoroso colpo di scena. Manente intercettò, con un intervento acrobatico, un pallone alto e, di piede, lo passò indietro al portiere Viola. Nell’istante in cui Viola si apprestò a rinviare verso il centro del campo, si udì il fischio dell’arbitro ed i bianconeri levarono le braccia in alto in segno di giubilo, per la vittoria conquistata. Ma l’arbitro non fischiò la fine dell’incontro, bensì un calcio di rigore a favore dell’Austria, fra lo stupore e lo sgomento dei giocatori juventini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il signor Malcher sostenne che Manente aveva fermato il pallone con una mano ed, inutilmente, il terzino tentò di proclamarsi innocente. Viola si precipitò incontro al direttore di gara e protestò vivacemente. L’arbitro fu attorniato dai bianconeri ed in quel momento un certo numero di persone entrò sul rettangolo di gioco; erano di poliziotti in borghese, ma i giocatori juventini non li riconobbero e, scambiandoli per tifosi, reagirono.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Violentissimi scontri avvennero tra poliziotti, giocatori bianconeri (anche quelli che si trovavano in panchina, come Ferrario, Boniforti, Scaramuzzi) ed un gruppo di tifosi. Finalmente, ritornò la calma, ma mentre Stojaspal si apprestava a battere il rigore, alle spalle di Viola tifosi e poliziotti brasiliani inscenarono un’indecorosa gazzarra. Nell’istante in cui il portiere juventino si volse indietro per rispondere ad uno dei mille insulti, l’attaccante austriaco saettò in rete e l’arbitro fischiò la fine della partita.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ancora una volta, si riaccesero le mischie e volarono pugni a dritta ed a manca. Alcuni agenti di polizia, che in precedenza erano stati insultati, circondarono Viola e Muccinelli, fecero loro indossare la tuta, li caricarono su un furgone e li trasportarono in prigione; l’accusa fu di violenza e resistenza alla forza pubblica. I due giocatori ricordarono, per lungo tempo e con vero terrore, le ore trascorse nel carcere di Säo Paolo; dapprima in una grossa cella insieme ad ubriachi e prostitute, poi da soli in un’altra camera le cui piastrelle di ceramica bianca erano tutte chiazzate di sangue.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Viola e Muccinelli erano in preda ad autentica paura; pensarono di dover subire l’ira di qualche poliziotto esagitato, l’immediato futuro si presentava a tinte fosche. Inutilmente, intanto, il console italiano a Säo Paolo e l’accompagnatore della squadra, il commendatore Giovanni Rotta, fecero pressioni sulle autorità brasiliane per ottenere la revoca della denuncia ed il rilascio dei due atleti; poi, dopo cinque lunghe ore, i due furono rimessi in libertà.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tre giorni più tardi Viola e Muccinelli erano in campo per la seconda partita con l’Austria e questa volta, nell’immenso catino del Maracanà, a Rio de Janeiro, i bianconeri imposero i diritti della loro classe superiore, vincendo la gara per 3-1 e convincendo anche i più raffinati competenti del calcio brasiliano, della grande efficienza degli atleti in maglia bianconera. Meraviglioso artefice di quel successo fu Muccinelli. Mucci realizzò la prima e la terza rete della Juventus, propiziando anche la seconda segnatura bianconera, con un perfetto passaggio a Boniperti. Solo allo scadere del tempo gli austriaci salvarono l’onore con Melchior. Il Torneo dei campioni terminò con le due gare finali, tra la Juventus ed il Palmeiras.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella prima, i bianconeri furono sconfitti per 0-1; realizzò la rete decisiva l’ala sinistra Rodriguez. Nella seconda partita il risultato fu di 2-2; due volte la Juventus si portò in vantaggio e due volte venne raggiunta. Segnò Præst e pareggiò Rodriguez, segnò Boniperti e pareggiò ancora Liminha.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La grande avventura brasiliana della Juventus terminò in questo modo. Se si tiene conto dell’arbitraggio davvero parziale con il quale i carioca del Palmeiras vennero sfacciatamente favoriti nelle due ultime partite, non è esagerato affermare che la Juventus, sul piano morale, fu la vera trionfatrice di quella prima burrascosa edizione della Coppa dei Campioni. &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-3168824566061523501?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Ycc_GgjVwZVEyfhZIvrXgXkuaNo/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Ycc_GgjVwZVEyfhZIvrXgXkuaNo/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Ycc_GgjVwZVEyfhZIvrXgXkuaNo/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Ycc_GgjVwZVEyfhZIvrXgXkuaNo/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/0sCQbru5OWs" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/3168824566061523501/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=3168824566061523501" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3168824566061523501?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3168824566061523501?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/0sCQbru5OWs/viola-e-muccinelli-arrestati.html" title="VIOLA E MUCCINELLI ARRESTATI!" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://lh5.googleusercontent.com/-NXHkYMZslZY/TXT99kJO4HI/AAAAAAAACc0/t1w02_He_HA/s72-c/viola+e+muccinelli+arrestati.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/viola-e-muccinelli-arrestati.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;C0YDR3YzfCp7ImA9WhRVGEw.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-3221596923457899773</id><published>2012-01-17T06:00:00.000+01:00</published><updated>2012-01-17T15:39:36.884+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-17T15:39:36.884+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Uomini" /><title>Piero MONATERI</title><content type="html">&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-IouzCXpYl-Y/TwlOdKrukaI/AAAAAAAADQc/5WLDutYe-1A/s1600/001.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="257" src="http://1.bp.blogspot.com/-IouzCXpYl-Y/TwlOdKrukaI/AAAAAAAADQc/5WLDutYe-1A/s320/001.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DI MARIO PENNACCHIA, DA “GLI AGNELLI E LA JUVENTUS”:&lt;/b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Mercoledì 1° ottobre 1952 se ne va &amp;nbsp;Pierino &amp;nbsp;Monateri. La
Juventus non perde soltanto un dirigente di antica devozione, ma perde un
profondo affetto, un benemerito patrocinatore di tutte le più lodevoli iniziative,
un esempio di piemontese capace di ingentilire l’austerità con il sorriso ed il
buonsenso, un uomo nato per portare l’arcobaleno nelle ore del temporale.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
L’uomo che ha costruito il leggendario campo di corso
Marsiglia. L’uomo che ha percorso cinquant’anni di Juventus: da Bruna a
Bigatto, da Giriodi a Combi, da Rosetta a Hirzer, da Caligaris a Orsi, da
Cesarini a Monti, da Varglien a Munerati, da Ferrari a Bertolini, da Farfallino Borel a Foni, da Depetrini a Rava, da Parola a Boniperti, da Martino ai tre
danesi.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Pierino Monateri, che tutte le aveva perdonate a quel
furbacchione ma gran campione che era stato Cesarini, toccava l’apice della sua
beatitudine juventina con un rituale che i giocatori avevano oramai appreso ad
assecondare con indulgente complicità. Il rituale era questo: un attimo prima
che la squadra lasciasse gli spogliatoi (quand’era sicuro d’essere visto senza
però che nessuno potesse più intervenire) l’amabile geometra scriveva dietro la
lavagna il suo pronostico per la partita che stava per cominciare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Più tardi,
credendosi inosservato (ma questa poteva anche essere una galeotta supposizione
dei suoi prediletti campioni) scivolava furtivamente negli spogliatoi e pochi
attimi prima della conclusione dell’incontro, se necessario, rettificava la sua
previsione in modo da farla corrispondere al risultato reale e trionfalmente la
mostrava ai suoi ragazzi appena rientravano dal campo per riceverne
puntualmente il più fragoroso plauso.&lt;br /&gt;
&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
Mai nella sua vita popolata di partite juventine come di
stelle il firmamento, &amp;nbsp;Pierino &amp;nbsp;Monateri aveva scritto un pronostico che fosse
diverso dal successo e per questa ragione le sconfitte della Juventus erano
anche più tristi: perché erano rare e perché solo in quelle occasioni &amp;nbsp;Pierino &amp;nbsp;Monateri non aveva la forza di cambiare il suo sempre ottimistico pronostico; e
quindi veniva a mancare la cerimonia dell’allegro rovesciamento della lavagna,
fra battimani e rallegramenti.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-3221596923457899773?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/2Joch761Kmy-xAm3exiq73nZtX0/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/2Joch761Kmy-xAm3exiq73nZtX0/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/2Joch761Kmy-xAm3exiq73nZtX0/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/2Joch761Kmy-xAm3exiq73nZtX0/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/N7c_0S2ufvk" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/3221596923457899773/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=3221596923457899773" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3221596923457899773?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/3221596923457899773?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/N7c_0S2ufvk/piero-monateri.html" title="Piero MONATERI" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://1.bp.blogspot.com/-IouzCXpYl-Y/TwlOdKrukaI/AAAAAAAADQc/5WLDutYe-1A/s72-c/001.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/01/piero-monateri.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;A0EESXw_eCp7ImA9WhRVF08.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-6947039862575776216</id><published>2012-01-16T17:00:00.000+01:00</published><updated>2012-01-16T17:00:08.240+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-16T17:00:08.240+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Gli eroi bianconeri" /><title>Salvatore FRESI</title><content type="html">&lt;div align="justify"&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-j1DQanS1HnA/TtngVc1cb_I/AAAAAAAADH8/bGrjZS8dDnQ/s1600/fresi.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://1.bp.blogspot.com/-j1DQanS1HnA/TtngVc1cb_I/AAAAAAAADH8/bGrjZS8dDnQ/s320/fresi.jpg" width="231" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Salvatore Fresi nasce a La Maddalena, in provincia di Olbia, il 16 gennaio 1973.&amp;nbsp;Dopo alcune esperienze nelle giovanili di Fiorentina e Foggia, disputa il primo campionato professionistico con la Salernitana nel 1993/94. A soli vent’anni si impone come regista difensivo dal grande talento e carattere; arrivano, alla fine del campionato, la promozione in B ed, inevitabile, la convocazione in Nazionale Under 21, di cui porterà anche la fascia di capitano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
Dopo un eccellente campionato di serie B, in cui sfiora la promozione, viene acquistato dall’Inter; I tre anni con la casacca neroazzurra iniziano in maniera incoraggiante, ma la decisione dell’allenatore Hodgson di schierarlo a centrocampo, non gli consente di esprimersi al meglio. Nonostante ciò, partecipa all’Olimpiade di Atlanta nel 1996 e vince, con l’Inter, la Coppa Uefa nel 1998.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;La stagione 1998/99 lo vede nuovamente a Salerno, dove disputa 27 gare, con 3 goal all’attivo ma; dopo la retrocessione, ritorna all’Inter con cui gioca solo scampoli di partite. Nell’estate del 2000 è a Napoli, l’anno dopo si accasa al Bologna con cui torna a giocare a buoni livelli, segnando ben 8 goal.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
Le ottime prestazioni di Salvatore, non sfuggono ai dirigenti juventini che lo ingaggiano per i due anni successivi. L’avventura in bianconero comincia con il botto; prima partita del campionato 2002/03, contro l’Atalanta: Salvatore entra nella ripresa e va a realizzare la rete del definitivo 3-0. Sarà solamente un fuoco di paglia; infatti, Fresi non riuscirà a trovare molto spazio, Coppa Italia esclusa. Alla fine della stagione, potrà contare solamente&amp;nbsp;16 presenze e quel golletto contro i bergamaschi; tanto basta, però, per poter festeggiare il primo ed unico scudetto della sua carriera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
La stagione successiva è ancora più avara di soddisfazioni; Salvatore veste la maglia bianconera in una sola occasione, nel match di Coppa Italia contro il Siena. A gennaio, inevitabilmente, va in prestito al Perugia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
La stagione 2004/05 inizia a Catania, ma a gennaio torna a Salerno, ottenendo una salvezza vanificata dal fallimento della società. L’anno successivo accetta di restare a Salerno, con la nuova società in C1; ben presto, però, in disaccordo con l’allenatore Costantini, già avuto a Catania, rescinde il contratto. Gioca in eccellenza con la Battipagliese fino a fine anno, per poi appendere gli scarpini al chiodo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-6947039862575776216?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Y5grRVp1ebu-MD1LZ_7R8wU6vOM/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Y5grRVp1ebu-MD1LZ_7R8wU6vOM/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
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&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="https://lh5.googleusercontent.com/-L_sZfQcyiSk/TXI5g0bHhwI/AAAAAAAACa4/s8v7zeaVJ5M/s1600/athirson.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="https://lh5.googleusercontent.com/-L_sZfQcyiSk/TXI5g0bHhwI/AAAAAAAACa4/s8v7zeaVJ5M/s320/athirson.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Athirson Mazzolli de Oliveira, nasce a Rio De Janeiro il 16 Gennaio 1977 e cresce in un quartiere ricco, da una famiglia benestante: il padre è un ufficiale in pensione, la madre infermiera, i quattro fratelli periti informatici.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Athirson inizia a tirare calci al pallone nella scuola di calcetto del quartiere, il Grajau Country, cominciando a far intravedere qualcosa di buono: gli osservatori del Flamengo lo notano e ben presto gli aprono le porte della prima squadra. È il 1996 ed Athirson comincia a giocare nelle varie rappresentative nazionali (Under 17, Under 20 e poi addirittura la “Seleçao”, in sostituzione di Roberto Carlos); nel 1998 viene dato in prestito al Santos, ed in Brasile ci si stropiccia gli occhi per le gesta di questo imprendibile terzino sinistro dal goal facile; nella stagione 1999/2000, tornato al Flamengo, mette a segno ben 10 reti.&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;«È il nuovo Roberto Carlos!»,&lt;/strong&gt; dicono in patria; queste voci arrivano ad Omar Sivori che, nella primavera del 2000, lo segnala a Luciano Moggi. Dopo appena una settimana di trattative, viene trovata l’intesa con il giocatore che firma un contratto fino al 2005, ma non con il Flamengo. La Juventus ha fretta, vuole avere il giocatore a disposizione già da Settembre, per l’inizio del campionato, ma la società brasiliana non ne vuole sapere e così i bianconeri devono aspettare che il terzino si svincoli, il 31 Dicembre 2000, per poi prenderlo ad inizio del 2001. A quel punto il Flamengo tira in ballo un accordo precedente con il procuratore del giocatore, ma a seguito di un contenzioso legale lungo e travagliato, la Juventus ottiene dalla Fifa un transfer provvisorio, grazie al quale il 23 Febbraio 2001 Athirson diventa un giocatore bianconero a tutti gli effetti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Torino, appena sceso dall’aereo, lo accoglie la neve: &lt;strong&gt;«Non l’avevo mai vista dal vivo»,&lt;/strong&gt; racconta il brasiliano, che compera una casa appena fuori città ed una Alfa 166: comincia in questo modo l’avventura italiana!&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al termine di un periodo di riabilitazione per curarsi da un infortunio precedente, Athirson scende in campo per la prima volta il 1° Aprile 2001 allo stadio Delle Alpi, sostituendo Zidane al 29’ minuto del secondo tempo, con la Juventus comodamente in vantaggio per 1-0 sul Brescia. Dopo venti minuti le “Rondinelle” pareggiano con Roberto Baggio e la gara termina con il risultato di 1-1; considerata la contemporanea vittoria della Roma sul Verona, i bianconeri si complicano terribilmente le cose in chiave scudetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il brasiliano avrà altre poche occasioni di scendere in campo: qualche spezzone contro il Lecce, la Fiorentina, il Perugia e l’Atalanta ed il suo rendimento è spesso insufficiente. La stagione successiva, Ancelotti viene esonerato e sulla panchina dei bianconeri, ritorna Marcello Lippi; di Athirson si perdono completamente la tracce: non gioca proprio mai, nonostante in estate Moggi avesse rifiutato un’importante offerta per lui da parte del Celta Vigo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel Gennaio 2002 la Juventus lo manda in prestito, al Flamengo, in attesa di riportarlo un giorno a Torino. Quel giorno non arriverà mai, perchè il 2 Ottobre 2003 i bianconeri rescindono il contratto con il giocatore pagandogli, peraltro, una penale di 2,3 milioni di Euro. Nel Luglio 2002, Athirson balza agli onori della cronaca, anche se per meriti non sportivi; scoppia il caso “Viva Lain”, il centro di massaggiatrici a luci rosse per vip, scoperto nel capoluogo piemontese: sulla lista dei clienti stilata dagli inquirenti, compare anche il suo nome.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Athirson resta al Flamengo fino a Dicembre 2004, fatta eccezione per una breve parentesi al CSKA di Mosca (da febbraio a giugno dello stesso anno). Dall’estate del 2005, il Pappagallo, questo il suo soprannome dovuto alla sua loquacità ed all’innata simpatia, entra a far parte della rosa del Cruzeiro, per poi trasferirsi in Germania, a Leverkusen.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-6256620132214360521?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/_mVbgrUXW6ITW0cbJChjktv4kbc/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/_mVbgrUXW6ITW0cbJChjktv4kbc/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/_mVbgrUXW6ITW0cbJChjktv4kbc/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/_mVbgrUXW6ITW0cbJChjktv4kbc/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlPalloneRacconta/~4/1bvVG9aqwL4" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/feeds/6256620132214360521/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=888250682553358476&amp;postID=6256620132214360521" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/6256620132214360521?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/888250682553358476/posts/default/6256620132214360521?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/IlPalloneRacconta/~3/1bvVG9aqwL4/athirson.html" title="ATHIRSON" /><author><name>Stefano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04037737507536811932</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://lh5.googleusercontent.com/-L_sZfQcyiSk/TXI5g0bHhwI/AAAAAAAACa4/s8v7zeaVJ5M/s72-c/athirson.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/athirson.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;C0MEQ3w_eSp7ImA9WhRVFkk.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-888250682553358476.post-7208204571164575388</id><published>2012-01-15T16:30:00.000+01:00</published><updated>2012-01-15T16:30:02.241+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-15T16:30:02.241+01:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Il pallone racconta" /><title>IL CAGLIARI DI “GIGIRRIVA”</title><content type="html">&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="https://lh5.googleusercontent.com/-tlhVtzIB8x0/TXT_gA9Q7tI/AAAAAAAACdE/mMhrvI-bIgs/s1600/cagliari.JPG" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="191" src="https://lh5.googleusercontent.com/-tlhVtzIB8x0/TXT_gA9Q7tI/AAAAAAAACdE/mMhrvI-bIgs/s320/cagliari.JPG" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Campionato 1968/69. La Fiorentina ha appena conquistato il suo secondo ed ultimo scudetto, con una squadra plasmata attingendo dal vivaio e sotto la guida di un allenatore carismatico come Pesaola che, secondo le malelingue, è più bravo al tavolo da poker che sul campo di allenamento. In quel campionato, però, si è messa in luce una squadra rivelazione, subito definita da Gianni Brera come la nuova grande del calcio italiano: il Cagliari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;L’undici isolano aveva sfiorato la serie A, a metà degli anni cinquanta, quando aveva perso lo spareggio promozione con la Pro Patria, poi all’inizio degli anni sessanta, dopo aver nuovamente mancato di un soffio la promozione (quarto posto nel 1958/59), era retrocessa addirittura in serie C, approdando in quattro anni alla massima serie e meritando la qualifica di squadra rivelazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quella squadra, allenata da Sandokan Silvestri, schiera alcuni giocatori che sarebbero poi entrati nella storia del Cagliari e del calcio italiano: Nené, Martiradonna, Cera, Greatti ed un giovanissimo attaccante dal coraggio leonino e dal sinistro atomico: Luigi Riva, detto Gigi. La stella è, però, un interno calabrese, Francesco Rizzo, che approda addirittura alla Nazionale di Fabbri ed entra nella lista dei ventidue per i Mondiali inglesi del 1966, quelli della Corea. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Era quello un calcio di allenatori stregoni, fra il profeta (Helenio Herrera e Pesaola) e l’asceta (Heriberto Herrera), fra il fattucchiere (Pugliese) ed il personaggio della commedia dell’arte (Paròn Rocco). Silvestri, l’allenatore miracolo, è presto chiamato al Milan, dove fallirà clamorosamente; al suo posto arriva un allenatore un po’ strano, eccentrico, Manlio Scopigno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È definito il Filosofo, per la sua raffinata cultura, per l’apparente disincanto con il quale osserva il calcio e per l’arte di sdrammatizzare gli eventi. Calciatore mediocre e sfortunato al Napoli, dove chiuse presto la carriera per un grave infortunio, ha come unica credenziale l’aver portato il Vicenza al sesto posto, risultato migliorato solo ai tempi di Paolo Rossi. Per Scopigno non conta molto la rigida osservanza del ritiro e della castità, il maniacale controllo delle diete e dei carichi di lavoro, la puntualità nell’andare a letto alle nove.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Pierluigi Cera raccontò: &lt;strong&gt;«Scopigno era arrivato da poco: eravamo in ritiro per una partita di Coppa Italia: in sette od otto, in barba alle regole, ci eravamo dati appuntamento in una camera, per giocare a poker. Fumavamo tutti e giocavamo a carte sui letti; c’era anche qualche bottiglia, che non ci doveva essere. Ad un tratto si apre la porta: era Scopigno. Oddio, penso, ora, se ci va bene, ci leva la pelle e ci fa appioppare una multa (Silvestri lo avrebbe fatto)!&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;Scopigno entrò, nel fumo e nel silenzio di chi si aspetta la bufera, prese una sedia, si sedette e disse tirando fuori un pacchetto di sigarette: “Do fastidio se fumo?” In mezzora eravamo tutti a letto ed il giorno dopo vincemmo 3-0».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Scopigno, però, è anche un grande tecnico e comincia a costruire la squadra. Il punto di forza è indubbiamente l’attacco e, in una delle convocazioni della Nazionale, il Cagliari fornisce addirittura tre punte: Rizzo, Boninsegna e Riva. Il gioco di Scopigno esalta proprio le caratteristiche di Riva che al suo primo anno, col tecnico reatino, vince la classifica cannonieri ed i rossoblu si piazzano al sesto posto, a ridosso delle grandi. Ma il rapporto fra l’allenatore e la dirigenza è difficile, in particolare con il presidente Rocca, con il quale il dissidio si acuisce, anche per motivi extracalcistici mai chiariti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Durante una tournée negli Stati Uniti, fra i due si arriva alla rottura. Al ritorno il Presidente Rocca telefona a Scopigno per comunicargli l’esonero. Il Filosofo risponde: &lt;strong&gt;«Presidente, faccia presto, ho la minestra in tavola e non vorrei che si raffredasse».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al posto di Scopigno, arriva Ettore Puricelli; la squadra ne soffre ed in campionato stenta parecchio. Riva rimpiange pubblicamente Scopigno, che segue spesso la squadra, sapendo che una cordata guidata dall’Ing. Marras sta cercando di prendere il controllo societario e riportarlo in panchina. Alla fine la società cambia proprietà, presidente diventa l’avvocato Efisio Corrias; Scopigno può tornare in panchina e continuare il suo paziente lavoro di assemblaggio della squadra.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Proprio in quell’estate del 1968, il General Manager Arrica mette a segno il primo grande colpo di mercato: Rizzo finisce alla Fiorentina, in cambio di Albertosi e Brugnera, dal Brescia arriva Tomasini, dal Milan il giovane Zignoli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Cagliari parte fortissimo e, trascinato dai goal di Riva e Boninsegna, va in fuga ed è Campione d’inverno fra il tripudio dell’intera isola. Quel campionato, però, passerà tristemente alla storia per una tragedia assurda: negli spogliatoi dello stadio Amsicora di Cagliari, in un freddo pomeriggio, muore improvvisamente Giuliano Taccola, promettente centravanti della Roma che ha assistito alla partita dalla tribuna. Desta impressione il distacco dell’intero mondo del calcio da questo incredibile e drammatico fatto di cronaca, dalla tragedia umana. Herrera, allenatore dei giallorossi, è forse il più freddo di tutti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Cagliari resiste in testa fino alla sesta giornata di ritorno poi cede, complice una sfortunata gara interna con la Juventus, nella quale viene a mancare Riva; la Fiorentina diventa Campione d’Italia con quattro punti di vantaggio sui rossoblu, che hanno messo in mostra un attacco atomico, nel quale Riva è capocannoniere per la seconda volta. Scopigno, però, intuisce che il principale difetto della sua squadra è proprio in quello che sembra il suo punto di forza: il duo d’attacco. Riva e Boninsegna hanno due caratteri difficili, sono molto simili e sono due uomini goal egoisti come devono esserlo due bomber di razza; difficilmente si passano la palla, spesso litigano platealmente in campo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’Inter insegue Riva da tempo, Moratti, a suo tempo, ne aveva già disposto l’acquisto su consiglio di Allodi, ma l’affare era andato in fumo per la bocciatura di Herrera, che voleva il bolognese Pascutti. Il nuovo presidente Fraizzoli torna alla carica e, in quell’estate del 1969, Scopigno convince Arrica a fare il colpaccio. Non viene, però, ceduto Riva, bensì Boninsegna; in cambio arrivano dall’Inter Poli, Gori e Domenghini; gli ultimi due faranno sì che Scopigno compia la costruzione del suo Cagliari. Riva ha carta bianca su tutto, dall’allenatore e dai compagni, si allena quando vuole, si alza e va a letto quando vuole.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La difesa è un bunker: Albertosi in porta, marcatori Niccolai e Martiradonna, quest’ultimo è forse il più spietato marcatore di quegli anni. Scopigno una volta gli dice: &lt;strong&gt;«Con un cognome così non giocherai mai in Nazionale. Se ti chiamassi Martin saresti titolare fisso».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Libero è l’essenziale Tomasini che sa essere anche duro, terzino fluidificante Zignoli, bravo e veloce ed in alternativa a lui, in cambio del collaudato Longoni, dalla Fiorentina arriva Eraldo Mancin titolare dello scudetto viola. A centrocampo Cera, Nené ed il regista, che Gianni Brera considera il migliore in Italia, Ricciotti Greatti, cui da man forte il gran correre di Angelo Domenghini. All’attacco c’è Riva con la sua spalla ideale, Sergio Bobo Gori, che gioca per lui.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Juventus, però, vuole acquistare Greatti a tutti i costi, il Cagliari tentenna, l’offerta è di quelle che non si rifiutano facilmente. Scopigno è d’accordo con la cessione perché spera nell’arrivo al Cagliari di Luis Suarez, il regista della grande Inter, ma la trattativa salta e Greatti resta in Sardegna. Scopigno, nonostante questo mancato affare, annuncia: &lt;strong&gt;«Per la lotta al vertice c’è anche il Cagliari».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fra le tante componenti di quella decisiva estate c’è anche la scaramanzia. Il Cagliari, l’anno precedente, aveva perso contatto con la Fiorentina e quindi lo scudetto, a causa della sconfitta subita all’Amsicora da parte della Juventus. Quel giorno i rossoblu indossarono la loro maglia ufficiale, a quarti rossoblu come quella del Genoa. Scopigno, che ha vissuto a Napoli, considerò quella sconfitta come un segno del destino ed impose che il Cagliari, da allora in poi, vestisse sempre la maglia di riserva, bianca con i bordi rossoblu, senza colletto e con i passanti e la cordicella sullo scollo, che resterà nel mito. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo un pareggio a Genova, l’accelerazione è bruciante: alla quinta giornata il Cagliari espugna Firenze con un goal di Riva su rigore e conquista la testa della classifica. Il punto di forza della squadra isolana è la difesa, che subisce solo 6 goal in 15 partite: i rossoblu si laureano per il secondo anno consecutivo Campioni d’inverno con 22 punti, tre in più di Inter, Fiorentina e della Juventus che ha cominciato una grande rimonta proprio il giorno in cui, in piena zona retrocessione, ha pareggiato all’ultimo minuto all’Amsicora con il goal di un giovane e sconosciuto sardo: Antonello Cuccureddu.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla prima giornata del girone di ritorno, il Cagliari batte la Sampdoria per 4-0, ma perde, dopo mezzora di gioco, uno dei perni del suo gioco difensivo: Tomasini. L’infortunio è grave, il responso è di quelli che non lasciano scampo ad interpretazioni: campionato finito. Purtroppo, non è possibile tornare sul mercato e, fra le riserve, non figura nessun difensore di ruolo di affidabilità paragonabile all’infortunato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Scopigno, la domenica successiva, a Vicenza, inserisce Cera come libero ed affida la maglia di Tomasini a Poli. Manca in quella difficile partita anche Greatti ed il Lanerossi Vicenza è una squadra insidiosa che naviga a ridosso delle prime. La partita è durissima, giocata in un ambiente difficile, ma il Cagliari vince con una doppietta di Riva; la seconda rete viene definita impossibile. È la svolta decisiva; l’invenzione di Cera come libero moderno da soluzione di emergenza diventa uno dei punti cardine del Cagliari, che naviga a gonfie vele in testa al campionato, spinto dai goal di “Gigirriva”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tutta la Sardegna è in estasi; viene fondato il primo Cagliari Club ad opera del capo storico del tifo rossoblu Marius, grande amico e confidente di Riva. Altri club nascono in tutta l’isola e nelle principali città d’Italia ad opera di emigrati sardi, che si identificano con le loro radici.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una famosa puntata di TG7, il rotocalco di costume della Rai in quegli anni, mostra i pastori sardi che la domenica escono con la radiolina all’orecchio; il mito dei rossoblu arriva negli angoli più lontani del territorio, nel cuore della Barbagia. Quel Natale, Gianni Brera, grande sostenitore del Cagliari e di Gigi Riva, riceve una curiosa cartolina di auguri; arriva nientemeno che da Graziano Mesina, il super latitante, che lo ringrazia per il sostegno al Cagliari. Alcuni latitanti di minor spessore vengono arrestati dopo una partita casalinga del Cagliari, al cui richiamo non hanno saputo resistere e nasce il mito di Grazianeddu che la domenica lascia le montagne del nuorese e si reca all’Amsicora per tifare “Gigirriva”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fino alla ventesima giornata la squadra di Scopigno ha perso solo una partita, alla Favorita di Palermo, condannata da un goal di Troja e da una grande partita di un giovane promettente, che farà molta strada: Franco Causio. In quella partita Scopigno viene bersagliato di sputi da un tifoso rosanero e reagisce litigando con un segnalinee; la squalifica è pesante: cinque mesi e mezzo, poi ridotta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma, a parte questo incidente di percorso, il Cagliari sembra imbattibile; nella scia restano l’Inter e la Juventus che, proprio dalla partita di Cagliari e dopo la sostituzione dell’allenatore Carniglia con Rabitti, ha cominciato una rimonta eccezionale: otto vittorie di fila portano i bianconeri in scia al Cagliari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla ventunesima c’è la partita con l’Inter a San Siro; i nerazzurri si giocano le residue possibilità di scudetto, ed alla sfida guardano con interesse sia la Juventus che la Fiorentina, le quali sognano un improbabile ritorno nella lotta per il titolo. La gara è presentata come una sfida fra Boninsegna e Riva. Il Cagliari la affronta al gran completo con la formazione oramai collaudata dove Nené prende il ruolo che era di Cera a centrocampo ed al suo posto gioca l’ex viola Mario Brugnera. La gara è dura, le cronache del tempo la disegnano preceduta da una settimana di polemiche e viene decisa proprio da Boninsegna con una rete nei minuti finali: 1-0 per l’Inter.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È il momento forse più difficile per i rossoblu, considerato anche il fatto che, presto, dovrà rendere visita alla Juventus a Torino ed il distacco adesso è ridotto ad un solo punto. Scopigno è magistrale nello spegnere il fuoco delle polemiche, rincuora i suoi giocatori ed in televisione esce con questa frase: &lt;strong&gt;«La Juventus è ad un punto? Bene, con un punto in più, se il regolamento non cambia, lo scudetto lo vincerà il Cagliari».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quella partita, che venne presentata come lo scontro fra due epoche, la rivoluzione del Cagliari contro la restaurazione juventina, fu forse un autentico cambiamento di rotta nella storia delle sfide scudetto che, fin a quel momento, non avevano mai visto protagoniste squadre del Sud e delle isole.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Comunale di Torino presenta un colpo d’occhio incredibile: lo stadio trabocca di bandiere rossoblu; da tutto il Nord Italia, dalla Svizzera, dalla Germania, dalla Francia, centinaia di emigrati sono venuti a sostenere il Cagliari, assieme ai tanti sostenitori arrivati dalla Sardegna. Si parla di 70.000 presenze in totale, per l’incasso record, per quei tempi incredibile, di più di 150 milioni di Lire (era la stessa cifra messa in palio dalla lotteria di Capodanno, dell’epoca). Arbitra Lo Bello di Siracusa, il Re del fischietto, e ci sarà modo di accorgersene.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Torino piove a dirotto, nella Juventus, assente l’arcigno Morini, tocca a Salvadore l’onere di contrastare Riva, molto nervoso e contratto. La partita scivola via senza grandi sussulti quando, intorno alla mezzora, Furino scende sulla destra e crossa verso il centro. La palla fila tesa verso Albertosi, lontano dagli attaccanti bianconeri, quando, improvvisamente e senza un motivo apparente, la testa di Niccolai colpisce il pallone anticipando il proprio portiere ed insaccando un clamoroso autogoal. Albertosi resta di sasso il busto e le ginocchia leggermente piegate, le braccia larghe, Domenghini ha le mani nei capelli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La leggenda vuole che Scopigno, con l’ennesima sigaretta accesa in bocca, fra la disperazione generale della sua panchina, esclami solo: &lt;strong&gt;«Bel goal!»&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Cagliari ha una reazione orgogliosa: Riva trascina i suoi all’assalto e bombarda la porta di Anzolin, che capitola nel recupero quando, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Riva segna il goal del pareggio, favorito da una mancata uscita dello stesso portiere bianconero. Il tifo rossoblu esplode mentre le squadre rientrano negli spogliatoi, con il Cagliari tonificato dall’ennesima prodezza di “Gigirriva” e gli juventini, Salvadore in testa, che non si danno pace per l’ingenuità di Anzolin.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Incomincia la ripresa: ha smesso di piovere, ma il terreno è ancora bagnato, insidioso, la Juventus sente che la possibilità di vincere lo scudetto sta per sfuggirle di mano, in quello stadio mezzo rossoblu, e cerca di attaccare. Il Cagliari è molto equilibrato, concentratissimo e non si lascia chiudere in difesa, ma durante un’azione interlocutoria dei bianconeri in attacco Lo Bello fischia un rigore per la Juventus per fallo di Martiradonna su Leonardi, o, addirittura, fallo di mani dello stesso Martiradonna. In tribuna stampa le voci si rincorrono, Scopigno, invece, è impassibile: siede in silenzio e si accende l’ennesima sigaretta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sul dischetto, dopo le inevitabili, inutili e prolungate proteste, si porta Haller. Il tedesco prende la rincorsa in un silenzio innaturale e si fa deviare il tiro da Albertosi in angolo. La panchina del Cagliari scatta in piedi, i compagni abbracciano Albertosi, i tifosi cagliaritani festeggiano, ma Lo Bello ordina che il tiro venga ripetuto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Succede di tutto. Riva viene portato via a forza dai compagni, Albertosi piange disperato, le proteste si sprecano, il capitano Cera fatica a tenere i compagni lontani dall’arbitro Lo Bello che cerca di spiegare come Albertosi si sia mosso in anticipo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bob Vieri, poco juventino come animo (andrà via dalla Juventus, la stagione successiva), e toscano come il portiere del Cagliari, lo consola: &lt;strong&gt;«Ricky, non ti preoccupare, quelli lo sbagliano un’altra volta».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sul dischetto non torna Haller, ma Anastasi che batte imparabilmente Albertosi. Adesso festeggia la metà bianconera dello stadio. Riva è furibondo ed i rossoblu rischiano di perdere la testa. Il gioco diventa duro, specialmente su Leonardi, accusato di aver simulato nell’azione del rigore; Riva insegue Lo Bello dicendogliene di tutti i colori, ma ottenendo sempre la solita risposta: &lt;strong&gt;«Pensi a giocare, pensi a correre!»&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il gioco è sempre più frammentato, ci prova Riva su punizione, sventata in angolo da Anzolin, poi è un continuo accendersi di mischie sul campo bagnato. Su una di queste Lo Bello assegna l’ennesima punizione al Cagliari che si riversa in area; la parabola di Nené cerca Riva. L’arbitro fischia, rigore anche per il Cagliari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gianni Brera racconta nella sua magistrale cronaca di aver gridato rigore ancora prima del fischio dell’arbitro, non per aver visto un fallo, ma per la certezza che Lo Bello avrebbe saputo (seppure a modo suo) ristabilire l’equità dell’arbitraggio. Salvadore si avventa all’arbitro giurando che lui e gli altri due juventini non hanno toccato Riva, Lo Bello risponde che ha fischiato una trattenuta su Martiradonna.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sul dischetto va Riva, teso come una corda di violino, e tira malissimo; Anzolin sfiora la parata scudetto, ma il pallone gli passa sotto la mano e gonfia lento la rete.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Manca poco alla fine, la Juventus è furente e cerca di vincere, sentendosi defraudata. Il Cagliari non esce più dalla sua trequarti, ma arriva la fine della partita senza che niente cambi: il Cagliari è ancora in testa, con due punti sulla Juventus, che diventano quattro la domenica successiva, quando i bianconeri cadono a Firenze, oramai sfiduciati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È il 12 aprile 1970, il Cagliari ospita il Bari invischiato nella lotta per la salvezza, la Juventus, a tre punti, va a Roma con la Lazio; per continuare a sperare deve solo vincere. Riva sblocca la partita con un’acrobazia dopo più di mezzora in cui il Cagliari è contratto, nervoso: il goal di Gigi è una liberazione, nessuno, infatti, sa niente del risultato della Juventus allo stadio Olimpico. Arriva l’intervallo e tutto l’Amsicora attende notizie dalla radiolina.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“Tutto il calcio minuto per minuto” porta la notizia ed un boato l’annuncia che la Juventus sta perdendo. Dopo un quarto d’ora del secondo tempo un altro boato segnala il raddoppio di Chinaglia: la Juventus è sotto di due goal! Quando per il Cagliari raddoppia Gori, la festa in tutta la Sardegna può cominciare ed è una festa che, da allora, si può dire non è più finita, tanto è ancora vivo in tutti il ricordo di quell’irripetibile impresa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’isola impazzisce, l’entusiasmo è travolgente, le ultime due partite del Cagliari vengono disputate in un autentico tripudio di bandiere rossoblu: è la meritata passerella per i Campioni d’Italia che, come prima uscita da vincitori, pareggiano col Milan per 0-0 a San Siro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’ultima domenica la passerella diventa un trionfo, al Comunale di Torino, ospite dei granata, il Cagliari da spettacolo con un Riva entusiasmante: il primo tempo finisce 3-0 (doppietta di Gigi), in apertura di ripresa Gori segna il quarto goal ed i rossoblu escono dal campo fra gli applausi convinti dei tifosi granata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Presidente Corrias ed il factotum Arrica garantiscono che la squadra non verrà indebolita e tolgono tutta la squadra dal mercato; è un sacrificio economico grandissimo, ma è anche un momento unico ed irripetibile. Il Cagliari sull’onda dello scudetto avrà anche uno nuovo stadio: il Sant’Elia, un palcoscenico degno per Gigi Riva e compagni; sarà abbandonato il vecchio Amsicora che qualcuno definì un cortile di caserma, nell’anno dell’esordio in A del Cagliari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I festeggiamenti sono comunque molto contenuti; l’anima sarda, l’attaccamento alla realtà tipica di quella gente, scongiura spiacevoli esagerazioni. I soliti caroselli di auto, l’intera isola imbandierata, ma tutto finisce presto, come quello strano campionato che si chiude entro aprile, per l’unica volta nella sua storia: ci sono i Mondiali e molti giocatori cagliaritani volano in Messico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al ritorno in Italia, il Cagliari si prepara a difendere lo scudetto ed a giocare la sua prima Coppa dei Campioni, inaugurando il nuovo stadio Sant’Elia. Riva, che ha giocato un Mondiale sotto tono (qualcuno dice anche perché ha sofferto Boninsegna, altri per scarsa assuefazione a giocare in altura, altri ancora perché distratto da un amore contrastato per una signora subito ribattezzata Dama bianca, come per Coppi), è nel punto più alto della sua strepitosa carriera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Segna a raffica in campionato, in Coppa Campioni fa due goals strepitosi al Saint Etienne eppoi trascina i rossoblu alla vittoria con l’Atletico Madrid; raggiunge l’apice della sua parabola sportiva quando il Cagliari batte l’Inter a San Siro con uno splendido 3-1 con due suoi goal e la squadra isolana, sola in testa, sembra irresistibilmente lanciata alla conquista di un altro scudetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La settimana successiva Riva gioca con la Nazionale, al Prater di Vienna, in una gara di qualificazione alla Coppa Europa contro l’Austria ed un difensore, Norbert Hof, con un intervento da dietro gli frattura tibia e perone. Il Cagliari ovviamente accusa il colpo, perde quota in campionato e l’Atletico Madrid lo elimina dalla Coppa Campioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I rossoblu vanno in crisi e piano piano scivolano fra le comprimarie, Riva, ancora convalescente, viene mandato in campo contro la Juventus, dopo un’assenza di sedici giornate: fa solo presenza simbolica, praticamente non può scattare, ma, per applaudirne il ritorno, accorrono in 70.000 al Sant’Elia. Il Cagliari arriva settimo a ben 16 punti dall’Inter campione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’ultimo grande Cagliari sarà quello dell’anno successivo; nel campionato 1971/72 la squadra isolana torna a lottare, per l’ultima volta nella sua storia, per lo scudetto e resta, almeno aritmeticamente, in corsa fino all’ultima giornata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per una sorta di curioso destino perde la sfida scudetto proprio a Torino ed ancora contro la Juventus, alla terzultima giornata per 2-1, e quel quarto posto finale (dietro a Juventus, Milan e Torino) è il suo canto del cigno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quattro anni dopo il Cagliari retrocederà nel suo anno più triste, quello nel quale Gigi Riva si infortuna gravemente, chiudendo in questo modo la sua straordinaria carriera. Nonostante le infinite proposte di andare a giocare in club prestigiosi, Rombo di tuono rifiutò sempre, preferendo rimanere a Cagliari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando gli chiedono il motivo di tale scelta, la risposta è sempre quella: &lt;strong&gt;«Sono a Cagliari da quando avevo diciotto anni; tutta una vita. Se avessi vinto tre Coppe dei Campioni con la Juventus, oggi nessuno mi manderebbe una cartolina da questa splendida isola, scrivendo solamente: grazie. E quando penso che ho fatto contenta questa bellissima gente, sono contento anch’io».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-7208204571164575388?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_NTUKu0pMgd0/S7t-iRUCl1I/AAAAAAAAB8k/pBXXNr-476U/s1600/niccolai--346x212.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="196" src="http://1.bp.blogspot.com/_NTUKu0pMgd0/S7t-iRUCl1I/AAAAAAAAB8k/pBXXNr-476U/s320/niccolai--346x212.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;
Stagione 1969/70.&amp;nbsp;Il Sergente di ferro Heriberto Herrera, dopo l’ultima stagione un pochino grigia, non è confermato. Al suo posto, arriva un altro sudamericano, Luis Carniglia, oramai trapiantato in Europa.&amp;nbsp;Continua la campagna di rafforzamento della squadra: soprattutto due ragazzi entrano a far parte della rosa. I loro nomi sono Beppe Furino e Francesco Morini: ne risentiremo parlare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'estroso Bob Vieri (anche lui neo arrivato) non ingrana, la Juve fatica tantissimo.&amp;nbsp;Quattro sconfitte nelle prime 8 giornate (fra le quali il derby) fanno decidere il presidente Catella, contro le sue abitudini, ad esonerare il tecnico, prima che diventi problematico raddrizzare la situazione. La Juventus, con solamente sei punti in classifica, è già staccata di 8 lunghezze dal Cagliari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Carniglia viene licenziato &amp;nbsp;ed i bianconeri sono affidati ad Ercole Rabitti, un altro vecchio cuore juventino e responsabile del settore giovanile, che pian piano ricostruisce il morale della truppa. Nel frattempo, Giampiero Boniperti diventa Amministratore Delegato della società.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel mercato di riparazione viene acquistato, dal Brescia, Antonello Cuccureddu che subito diventa un punto fermo della compagine guidata da Rabitti. Inizia la riscossa: la Juve risale la classifica, fermandosi tuttavia al terzo posto finale, alle spalle del Cagliari di Gigi Riva e dell'Inter.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 15 marzo 1970, il Cagliari capolista si presenta al Comunale di Torino. La squadra isolana ha sempre camminato sicura, nel frattempo, ma Rabitti ed i suoi ragazzi, con 27 punti totalizzati in 15 giornate, sono ormai a ridosso dei rossoblu: 32 punti contro 34.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Arbitra Lo Bello di Siracusa, a Torino piove a dirotto, nella Juventus, assente l’arcigno Morini, tocca a Salvadore l’onere di contrastare un Riva nervoso e contratto. Ma tutta la partita si disputerà sul filo dei nervi, grazie anche a due rigori (uno per parte) molto contestati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con il risultato finale di 2-2, la Juventus vede svanire le ultime possibilità di agganciare gli isolani, che volano sicuri verso la conquista del loro primo tricolore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il tabellino della partita:&lt;br /&gt;
JUVENTUS: Anzolin; Salvadore e Furino; Roveta, Leoncini e Cuccureddu; Haller, Vieri, Anastasi, Del Sol e Zigoni (dal 55’ Leonardi).&lt;br /&gt;
Allenatore: Rabitti&lt;br /&gt;
CAGLIARI: Albertosi; Martiradonna e Mancin (dal 74’ Poli); Cera, Niccolai e Nenè; Domenghini, Brugnera, Gori, Greatti e Riva.&lt;br /&gt;
Allenatore: Scopigno&lt;br /&gt;
ARBITRO: Lo Bello di Siracusa.&lt;br /&gt;
MARCATORI: Niccolai (autorete) al 29’, Riva al 45’, Anastasi (rigore) al 66’, Riva (rigore) all’82’&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;“LA GAZZETTA DELLO SPORT”:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Prima notazione assolutamente necessaria: il risultato è giusto. Seconda: nella ripresa si sono registrati due calci di rigore, trasformati da Anastasi e da Riva (ripetuto quello in favore degli juventini, calciato da Haller, ma parato da Albertosi mossosi anzitempo). Si è trattata di due falli secondo regolamento, che l’arbitro ha giustamente punito, ma dato che i falli non erano vistosi come vorrebbero coloro che vanno allo stadio prevenuti contro Lo Bello e che siedono ad ogni cento metri dalle aree di rigore, adesso si dirà che si è trattato di due invenzioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Purtroppo uno sciopero improvviso in seno alla televisione, posto purtroppo in atto per impedire la più importante e seguita trasmissione dell’anno, ci ha privato della moviola e del rallentatore, ma per fortuna un servizio allestito alla svelta e condotto stupendamente da Martellini, attraverso il meticoloso reperimento di alcune fotografie ci ha fatto vedere come sul primo rigore Martiradonna abbia spinto di spalle Leonardi, quindi toccato il pallone con la mano; mentre sul secondo a Brugnera e Riva, in un mare di bianconeri; è stato fatto tutto quanto il regolamento non consente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perciò risultato esatto e modalità impeccabili.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;“TUTTOSPORT”:&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nelle nostre note della vigilia avevamo sottolineato che la Juventus, perdendo Morini e rilanciando per necessità Vieri, avrebbe perso un poco della propria organicità difensiva e, di conseguenza, le sue chances di vittoria si riducevano. Dovendo attaccare per vincere, la Juve ha attaccato: ma bastava che la palla arrivasse a Riva, perché un senso di affanno si estendesse non solo nel settore Interessato ma un poco a tutti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vogliamo dire che la Juventus ha disputato una perite mirabile per fervore di iniziative e spirito agonistico, mancando tuttavia della determinazione e della lucidità che sarebbero state necessarie per concludere perentoriamente. Singolarmente, salvo Zigoni che s’è smarrito dopo un promettente avvio, ogni bianconero merita più, elogi che rimbrotti. Arriviamo a dire che se i giocatori di Boniperti e Rabitti manterranno l’attuale condizione ed immutato lo spirito, un filo di speranza possono nutrirlo ancora.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anzolin è stato battuto dal portentoso Riva più per una sfratta ratée dei compagni che gli stavano davanti che per propria incertezza. Poi ha fatto cose notevoli, poiché il Cagliari in contropiede sa rendersi pericoloso: Gori è bravo e Riva da solo vale due grosse punte di statura internazionale. Contro questo Riva possente, ormai anche ricco di mestiere, forte come una roccia e scattante come un purosangue, Salvadore ha dovuto tirar fuori astuzie ed arrangiamenti, cavandosela bene anche con l’aiuto di un Roveta sempre più esperto. Una splendida prova l’ha offerta Leonini quale stopper su Gori. Solo alla distanza il giovane attaccante è riuscito talvolta a guizzare oltre l’anziano difensore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Naturalmente, la mancanza dello stopper titolare ha consigliato a Del Sol una posizione prudente; il che ha consentito a Greatti di avanzare d’una decina di metri, con profitto, il proprio raggio di azione. L’esuberanza di Dal Sol lo ha portato anche a sganciamenti che peraltro avevano solo saltuariamente una rapida protezione in verticale. Il centrocampo della Juventus, con un Cuccureddu mobile ma costretto a non perdere di vista Nené e con un Vieri felicissimo in alcuni lanci perfetti, ha portato organicamente ad un palleggio (talora a scapito della velocizzazione) che non era quello consueto, ma riceveva una spinta continua e formidabile dal piccolo Furino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La vitalità ed il temperamento di Furino hanno letteralmente stroncato Domenghini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-8170021387259867521?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;
&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-F67h8EsZa90/Twf_VGHNreI/AAAAAAAADPs/81h8Tn5-nnc/s1600/maggiora.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://1.bp.blogspot.com/-F67h8EsZa90/Twf_VGHNreI/AAAAAAAADPs/81h8Tn5-nnc/s320/maggiora.jpg" width="286" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b style="background-color: #f9cb9c;"&gt;DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 2005:&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
Domenico Maggiora ha sempre e soltanto guidato le giovanili bianconere dal 1988 in avanti, quando ha portato a termine una prestigiosa carriera che lo ha visto prima esordire (e segnare) in coppa Italia con la Juventus, poi a Varese, quindi per sei stagioni a Roma (dove ha ripetutamente indossato la fascia di capitano) ed, infine, con le maglie di Sampdoria, Cagliari e Catania. Il cuore, però, è sempre rimasto a Torino:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«La Juve coincide praticamente con tutta la mia vita dai&amp;nbsp;quattordici anni in avanti: è stata una scuola, una guida, una famiglia.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;Se sono diventato calciatore prima ed allenatore poi, lo devo soprattutto ai colori bianconeri, il massimo in Italia per competenza ed organizzazione: qui, dove gli obiettivi sono di regola estremamente stimolanti, si arriva sempre prima degli altri e si semplificano tutti i problemi. Detta così, sembra la solita frase di circostanza. Invece bisogna viverci dentro, per rendersene pienamente conto: di mio, cerco di trasmettere ai ragazzi quanto mi è stato insegnato in tutti questi anni».&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Non deve essere stato facile, per uno come Maggiora, andare a giocare altrove e ritrovarsi la Juventus come avversaria:&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Grazie a mio zio, che da piccolo mi portava in curva, mi considero innanzitutto un tifoso che ha realizzato il sogno di giocare in bianconero a livello giovanile. Quindi era naturale che, durante i due anni di prestito a Varese, cullassi il desiderio di tornarci: però, una volta che le cose hanno preso una piega diversa, ho fatto come nulla fosse.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;Così, quando dovevo affrontare la Juve, per me cambiava poco: da giocatore non ho mai avuto bisogno di stimoli particolari per dare il massimo. Comunque mi faceva piacere vincere, perché era ed è sempre la squadra da battere, la grande rivale che raramente hai la fortuna di mettere sotto. E quando non me la ritrovavo di fronte, una volta rientrato nello spogliatoio la prima cosa che facevo era quella di domandare che risultato avesse fatto».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/888250682553358476-4995376908872244091?l=ilpalloneracconta.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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