Di quale innovazione si parla? Anzitutto della digitalizzazione di tutto l’esistente, quantomeno a livello di “media”. Non si tratta solo passare da tecnologia analogica a digitale (ovvero digitalizzare la tv e trasmettere sempre le stesse cose), si tratta di introdurre nei media la “logica” digitale, che è quella (per farla breve) della trinità: test-measure-refine. Questa è cultura digitale, non tecnologia.
Di nuovo, Microsoft ha interessi consistenti in questo campo. E’ stata ripresentata in questi giorni (in occasione di una partnership con Publicis - disclaimer: la media agency per cui lavoro è parte del gruppo Publicis) la notizia di Microsoft che ha sviluppato una soluzione (nome: Admira) adatta alla creazione di piattaforme di gestione e acquisto dell’inventario TV su televisioni via cavo. Sembra una questione tecnica, d’interesse per addetti al settore, pubblicitari, inserzionisti, editori, e irrilevante per gli altri. Invece interessa tutti, anche l’utente finale che è investito dalla pubblicità - perché magari egli sia un po’ meno investito da messaggi non rilevanti e sia invece raggiunto da comunicazioni più utili, purchè dietro alla tecnologia di un ad exchange ci sia - di nuovo - non solo la tecnologia ma anche una cultura di questo tipo presso pubblicitari e investitori. Per la cronaca, nel medesimo campo Google è già attiva (con Google TV Ads) da due anni; per loro dev’essere stato naturale pensare di trasporre la logica di gestione di Adwords su altri strumenti, estendendovi l’applicazione della logica “test-measure-refine” (oltre che con la TV ci hanno provato anche con la stampa, ma con poco successo tant’è che pochi mesi Google Print è stato dismesso).
Comunque, cosa succede dove la logica digitale contamina i media e le attività pubblicitarie? Succede che si formano nuove professionalità ad alto valore aggiunto e si tende a perdere un livello di intermediazione. La professionalità ad alto valore aggiunto è proprio quella che si occupa di testare un messaggio, misurarne gli effetti, proporre le correzioni: un consulente e un esperto di comunicazione. Il livello di intermediazione che si rischia di perdere è invece quella della concessionaria di pubblicità: ad exchange come Admira di Microsoft o Google TV Ads appaiono più efficienti e trasparenti del rapporto con le concessionarie. A questo punto anche per queste entità di pura intermediazioni tra un fornitore e un compratore si porrebbe il punto di dover introdurre valore aggiunto oltre alla semplice vendita e alla contrattazione.
In Italia comunque (che novità) siamo molto lontani da tutto questo. Non solo non è disponibile un ad exchange per la tv (che via cavo praticamente non esiste, e questo è un requisito per implementare questo tipo di mercato) ma siamo lontani da una vera implementazione anche per la gestione degli inventari online (ambito dove sarebbe più immediato e naturale operare questo cambiamento gestionale).
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]]>Da qualche anno a questa parte qualcosa diventa virale perche’ viene pensato fin dall’inizio per essere “viralizzato”.
Il fatto che un’azienda chieda ad un’agenzia di produrre un video virale e’, secondo me, la negazione stessa della viralita’.
E soprattutto di solito fa perdere completamente il contatto con il prodotto, il servizio o qualsiasi altra cosa l’azienda voglia promuovere.
Alla fine quello che succede e’ che si crea qualcosa di divertente (quando va bene) e alla fine ci si appiccica il logo dell’azienda.
Poi lo si posta ovunque forzandone la diffusione, che a questo punto e’ tutto tranne che virale.
Questo video di Budlight ne e’ un ottimo esempio:
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]]>Io non odio i social media, ma odio l’approccio che il 99% delle aziende e delle agenzia ha nei confornti dei social media.
Non ha senso fare qualcosa sui social media solo perche’ i social media sono gratis e vanno di moda. Se non hai niente da dire dirlo su Facebook o Twitter non fa altro che amplificare l’inutilita’ dell’iniziativa.
E qui di seguito la parte dell’articolo che preferisco:
“What would happen if we acted on the implications of social media, rather than just use it as cheap media? What if we recognized that social media is really only shorthand for the multi-channel, hyper-connected, user-generated, co-created, always-on world we now live in — a world where the good gets what it deserves and so does the bad? What if we stopped getting all hot and heavy over the latest new media success stories du jour, and starting realizing that the real triumph of, say, the Obama campaign was the product and the story, not the channel used for storytelling? What if we took the social media “revolution” as our cue to stop creating tactical campaigns focused on amplifying our same-same stories and start creating better stuff and better stories to tell? What if we got really bold, and focused on creating products and services so inspired that “social” media does all our storytelling for us?”
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Mi ha stupito trovare su Internazionale, che e’ l’unica cosa su supporto cartaceo che ancora leggo, bollette e libri a parte, una pubblicita’ di Illy tutta focalizzata sulla promozione del proprio sito istituzionale.
Il testo e l’immagine sono molto anni ‘90 (“Clic. Siete nel sito Illy”), ma e’ comunque positivo vedere come anche aziende un po’ padronali come Illy si siano convinte a utilizzare il web come canale comunciativo e anche commerciale.
Probabilmente la crisi economica in tutto questo: con i riventitori che stentano e le vendite che calano il canale diretto puo’ diventare un nuovo revenue stream.
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Leggendo Repubblica e disperandomi per le assurde vicende sessuopolitiche italiane mi sono imbattuto in questo banner di McDonald’s che pubblicizza la lievitazione naturale del pane della catena di fast-food.
Il banner inoltra linka ad un minisito (www.persapernedipiu.info) dove si possono leggere le mirabolanti qualita’ degli ingredienti utilizzati da McDonald’s.
Per esempio: “I nostri polli vivono in spazi ampi con libero accesso ad acqua e cibo” (probabilmente gli unici al mondo…)
Oppure: “Il Cheddar e’ un formaggio di origine inglese e le sue specifiche di gusto e stagionatura” (ah, la famosa stagionatura del cheddar…)
La cosa che mi sfugge e’ per quale motivo Mc insista nel volersi porre come un fornitore di cibo salutare.
Chi ci va sa benissimo che e’ roba che ti fa ingrassare e venire i brufoli ma ci va lo stesso perche’ evidentemente quel sapore chimico gli piace. Non conosco nessuno che dica “Ah ho voglia di qualcosa di sano, adesso vado da Mc e mi faccio un bel McChicken, che i loro polli hanno ampi spazi e libero accesso al cibo…”.
E’ come elogiare i SUV per le basse emissioni di CO2 o l’economicita’ dei portatili Apple. La gente che compra quei prodotti lo fa per altri motivi e soprattutto a nessun consumatore piace essere trattato come uno stupido.
Certo non dico che dovrebbero usare uno slogan tipo “Vieni a rovinarti il fegato con un gustoso Big Mac”, ma credo che dovrebbero puntare su altre caratteristiche dei propri prodotti. La lievitazione del pane di McDonalds sara’ anche naturale, ma sa di plastica lo stesso…
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]]>E’ piena di contraddizioni e di predizioni apocalittiche sul presente e sul futuro dei social network e del web 2.0, ma… e’ pur sempre interessante leggere opinioni diverse dalle proprie.
O no? :)
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