<?xml version="1.0" encoding="UTF-8" standalone="no"?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><rss xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" version="2.0"><channel><title>Immagini d'Italia</title><description></description><managingEditor>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</managingEditor><pubDate>Thu, 9 Apr 2026 20:12:04 +0200</pubDate><generator>Blogger http://www.blogger.com</generator><openSearch:totalResults xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/">263</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/">1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/">25</openSearch:itemsPerPage><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/</link><language>en-us</language><itunes:explicit>no</itunes:explicit><itunes:subtitle/><itunes:owner><itunes:email>noreply@blogger.com</itunes:email></itunes:owner><item><title>I Bagni di Lavina Bianca e la “segheria veneziana”</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2026/03/i-bagni-di-lavina-bianca-e-la-segheria.html</link><category>Trentino-Alto Adige</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 30 Mar 2026 16:02:00 +0200</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-4160345117754036550</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.suedtirol.info/content/dam/idm/im/images/experiences/activities/v/v_1/smgpoi241e200116cc6b00186fb1ad99274073/9D0E1EA586C096EE9F14C856935096E6.jpeg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Le Dolomiti, anche in Alto Adige e in Trentino, sono piene di segherie “veneziane”. In tutte le Alpi orientali, infatti, sono stati per secoli indicati in questo modo gli impianti per il taglio del legname azionati dalla forza dell’acqua.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Ai Bagni di Lavina Bianca (Weisslahnbad in tedesco) in valle di Tires e ai piedi dei ripidi versanti del Catinaccio e dello Sciliar, la segheria Steger Säge, annessa alla malga Tschamin, ha alle spalle quattro secoli di storia, dato che è stata citata per la prima volta nel 1598. La struttura, dopo qualche decennio di abbandono, è stata ristrutturata, ed è oggi un interessante centro visite del parco naturale SciliarCatinaccio.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Gli interventi di recupero hanno consentito il ripristino della vecchia segheria, che testimonia del lavoro di generazioni di montanari. Delle stazioni interattive forniscono informazioni sulla lavorazione del legno, gli uccelli, i mammiferi e la flora del parco. Il piano superiore dell’edificio in cui abitava il segantino, l’addetto al funzionamento dell’impianto, ospita una sezione dedicata alla geologia.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Dalla primavera all’autunno, ogni mercoledì, è possibile assistere al funzionamento della “segheria veneziana”. Su prenotazione, l’impianto viene messo in funzione anche in altri momenti per gruppi e scolaresche.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Ma l’acqua, in valle di Tires, è stata a lungo utilizzata anche per il benessere. Nella valle di Lavina Bianca, nominata per la prima volta in un documento del 1779, le sorgenti di acqua termale sono state utilizzate dall’antichità. All’interno di alcuni edifici di legno, delle semplici vasche da bagno in muratura, o scavate nella pietra, venivano riempite con acqua riscaldata sul fuoco. Sembra che alla fine del Settecento si sia verificato un grave incendio.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Nel 1811 Johann André Knollseisen, sindaco di Tires, fece costruire un piccolo albergo termale in legno e pietra, che poi, grazie a successivi ampliamenti, si è trasformato nell’elegante struttura di oggi.    &lt;br /&gt;Grazie a Knollseisen fu costruita anche la vecchia strada di Tires, che permetteva agli ospiti di raggiungere senza problemi le terme.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Le vasche di legno, per non far raffreddare l’acqua, venivano coperte con un’asse su cui veniva stesa una coperta, lasciando visibile la sola testa del bagnante. Sull’asse si poneva un boccale di vino, poiché spesso i bagni duravano ore. Gli ospiti potevano cuocere i loro cibi suun fornello, ma dovevano procurarsi da soli la legna.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Già nel 1828, una guida alle terme dell’Alto Adige sottolineava che le acque di Lavina Bianca erano utili per la cura di artriti, anemie, gastriti, malattie addominali, della respirazione e del sistema nervoso.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Le terme di Tires cambiarono spesso proprietario, e dopo la prima guerra mondiale passarono al comune.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Fin dall’Ottocento, grazie alla vicinanza a Bolzano e al fondovalle dell’Adige, Tires e i Bagni di Lavina Bianca sono stati utilizzati come base di partenza da escursionisti e alpinisti diretti verso i passi e le vette dello Sciliar e del Catinaccio.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Oggi i sentieri segnati che salgono verso i rifugi Bolzano, Alpe di Tires e Bergamo (la storica Grasleitenhütte, costruita nel 1887 dalla sezione di Lipsia del DÖAV e assegnata dopo il 1918 alla sezione di Bergamo del CAI) sono ancora frequentati, ma sono piuttosto faticosi per i gusti dei camminatori moderni.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Si raggiunge con un itinerario più agevole il rifugio Monte Cavone (Tschafonhütte in tedesco) che sorge a 1733 metri di quota, tra magnifici boschi, nei pressi del monte Balzo (Völsegg Spitze). Il percorso segnato che lo raggiunge dai Bagni di Lavina Bianca utilizza una strada sterrata a mezza costa, supera la malga Wuhn e il suo terrazzo erboso.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Nell’ultimo tratto si può scegliere tra la strada sterrata e un sentiero più ripido. Oltre le rocce della Tschafonwande si raggiunge il rifugio. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;L’itinerario richiede un’ora e mezza per la salita e un’ora per la discesa&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Sul Sentiero dei Masi, verso Tires.</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2026/03/sul-sentiero-dei-masi-verso-tires.html</link><category>Escursionismo</category><category>Trentino-Alto Adige</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 23 Mar 2026 14:52:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-1004599959293188886</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.platschgolerhof.com/bilder/wandern-22.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;In autunno, nelle valli dell’Alto Adige, si celebra una festa gioiosa. Il suo nome dialettale, törggelen, viene dal latino torcolum, “torchio”, e si riferisce alla vendemmia, e alla gioia di gustare il vino nuovo appena fermentato nei tini.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Da secoli, a ottobre, gli abitanti delle città e dei paesi altoatesini si dedicano a piacevoli camminate tra vigneti, castagneti e boschi di abeti, in vista delle Dolomiti e delle altre montagne della provincia, sostando per degustazioni e spuntini nei masi che s’incontrano lungo il percorso.    &lt;br /&gt; I masi sono stati per secoli i simboli dell’agricoltura altoatesina.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Lontani dal fondovalle e dai paesi, hanno dovuto sopravvivere a lungo producendo da soli tutti gli alimenti necessari ai loro abitanti.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Oggi, nella stagione del törggelen, i masi che accolgono gli escursionisti di passaggio sono segnalati da frasche verdi (buschen), un simbolo universale per questo tipo di osterie, se si pensa alle “fraschette” dei lontani Castelli Romani, e ai rami che indicano le osterie della Venezia Giulia, della Slovenia e del Friuli.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; In Alto Adige, a seconda della quota, i masi che propongono soste gastronomiche si chiamano Buschenschank oppure Hofschank. I primi sono quelli di bassa quota, in zone dove il clima consente di coltivare&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; la vite, e quindi di vinificare in proprio. Qui è possibile fermarsi e assaggiare il vino nuovo prodotto dall’azienda.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Negli Hofschank, posti a quote più elevate, il vino dev’essere trasportato da altri masi, ma contribuiscono alla celebrazione dei törggelen formaggi, verdure, salumi o altri prodotti dell’azienda.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Insieme al vino si degustano caldarroste, noci, mosto, speck, i krapfen al papavero o al mirtillo rosso e gli strauben, un dolce realizzato friggendo nell’olio bollente una pastella ottenuta miscelando farina, burro, latte, grappa, uova e olio, e che si mangia solo in compagnia e con le mani.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Cuore della cultura dei törggelen è la media valle dell’Isarco, tra Chiusa, Velturno, Barbiano, Villandro, Laion e lo sbocco della valle di Funes.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Da qualche anno la provincia di Bolzano realizza e diffonde (sia su carta sia su internet) la guida Masi con Gusto, dedicata alle tipiche osterie contadine, in cui tradizioni, golosità e gastronomia sono le portate principali. La guida, tra Hofschank e Buschenschank, includedecine di locali.    &lt;br /&gt; Si sposa magnificamente all’usanza dei törggelen il sentiero dei Masi, un itinerario che conduce verso la valle di Tires, ai piedi del Catinaccio, dal terrazzo di prati di Castel Presule (Schloss Prösels), affacciato verso la valle dell’Isarco.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Dal posteggio del castello, a 856 metri di quota, i cartelli del sentiero dei Masi conducono verso un viottolo che segue a mezza costa una staccionata, entra in un fitto bosco e scende fino a delle vecchie costruzioni in pietra restaurate. Si continua in piano e poi in salita, si supera una piccola cappella dedicata alla Madonna, e si sfrutta un sottopassaggio per oltrepassare la strada provinciale che sale da Prato all’Isarco verso Tires.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Si continua tra boschi e castagni, si superano delle stalle e si raggiunge un crinale che offre uno splendido colpo d’occhio verso la valle dell’Isarco e il Renon, dove si distinguono le famose piramidi di pietra.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Dei ripidi saliscendi tra boschi e coltivazioni di mele portano a girare un crinale oltre il quale si entra nella valle di Tires (Tiers), dominata alle spettacolari pareti dolomitiche del Catinaccio. Superata un’altra cappelletta dedicata a sant’Urbano (Sankt Urbanus) si lascia a destra il Gmoanerhof, un maso del 1317, e si prosegue in vista del centro di Collepietra (Steinegg).    &lt;br /&gt; Dopo un ponticello si sale alla strada asfaltata e si raggiunge l’abitato di Aica di Fiè (Völser Aicha). Un ultimo tratto tra bellissime praterie conduce a St Katharina, panoramico villaggio della valle di Tures. Il sentiero, se lo si percorre tutto d’un fiato, richiede poco più di due ore. Una decina di masi aperti per i törggelen, e anche in altri periodi dell’anno, invitano a trascorrere un’intera giornata nella zona.&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Il santuario di Pietralba</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2026/03/il-santuario-di-pietralba.html</link><category>Trentino-Alto Adige</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 16 Mar 2026 14:46:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-2821741696381620483</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.dolomiti.it/storage/localities/35544/conversions/santuario_di_pietralba_nova_ponente_iStock-tablet.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;L’Alto Adige, come il vicino Trentino, è una terra profondamente cattolica. Il santuario della Madonna di Pietralba (Wallfahrtsort Maria Weissenstein in tedesco) è il più frequentato dell’intera regione, e si affaccia sulla valle dell’Adige e Bolzano. Le architetture barocche, le opere d’arte e la raccolta di ex voto meritano una visita attenta.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Il santuario sorge in un luogo frequentato per il culto già prima dell’arrivo del cristianesimo sulle Alpi, sulle alture boscose tra Nova Ponente (Deutschnofen) e Monte San Pietro (Petersberg). Il panorama abbraccia il Corno Bianco, il Latemar e la lontana Marmolada. Tra le numerose cerimonie, la più suggestiva è la processione dell’Addolorata, a settembre.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; La storia del santuario è un misto di verità e di leggenda. A fondarlo nel 1553 fu Leonardo Weissensteiner, proprietario di un maso di Pietralba, guarito grazie a un miracolo della Madonna da una malattia mentale. Come ringraziamento Leonardo costruì una cappella; nello scavo trovò una statuetta della Pietà e la collocò all’interno. Da allora a questa immagine furono attribuite migliaia di grazie.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; La fama di Pietralba si sparse in fretta. Nel 1561 venne costruita una seconda cappella, nel 1673 la chiesa fu consacrata dal vescovo Sigismondo Alfonso di Thun. Dal 1718 il santuario è affidato ai frati dell’ordine dei Servi di Maria che vi affiancarono il monastero. Poi l’aspetto barocco del complesso fu rafforzato dagli architetti Johann Martin Gump, Agostino Maria Abfalterer e Giuseppe Dellai.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; La basilica in stile barocco, completata nel 1654, racchiude la cappella della Pietà. L’altar maggiore ha sei colonne adornate da motivi floreali. Il tabernacolo che custodisce la Pietà risale al 1894. Di pregio gli affreschi di Adam Mölk e di Mattia Pussjäger.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Nel 1787 l’imperatore Giuseppe II fece chiudere santuario e convento. I beni furono confiscati e messi all’asta, compresa la statuetta della Pietà. I campanili furono abbattuti, e furono dispersi gli ex voto. Chiesa e convento furono risparmiati grazie alla sensibilità delcompratore, Johann Gugler di Bolzano. Nel 1885 il santuario fu riaperto al culto. Vennero nuovamente raccolti gli ex voto, oggi più di quattromila, ed esposti all’ingresso.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Le alture intorno a Pietralba, percorse da sentieri, viottoli e strade forestali, permettono escursioni a piedi o in mountain bike, facilitate da un’ottima segnaletica. È possibile arrivare a piedi al santuario anche partendo dal passo di Lavazé o da Aldino (Aldein). D’inverno la zona offre piacevoli escursioni con le ciaspole.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; La camminata più interessante inizia dai 1357 metri di Nova Ponente (Deutschnofen). Si imbocca la strada per Aldino, poi si piega a sinistra per via Daum, che sale tra le case ed è indicata da segnavia biancorossi e dai cartelli di un itinerario ciclabile.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; A un bivio si va a destra per via Laab seguendo i segnavia 2, 6 e 8. Si lasciano a destra le case di Lihn, si toccano quelle di Kehr, si traversa un vallone, e si sale per una bella strada sterrata nel bosco, tra le pendici del monte di Pietralba (a destra) e del Laaberg.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; A un incrocio si piega a destra, su una carrareccia e poi su un sentiero. Una salita più netta, nel bosco di abeti porta a dei bellissimi prati, e poi ai 1520 metri del santuario, belvedere verso le Dolomiti, il Corno Bianco e il Corno Nero, e le montagne a ovest della valle dell’Adige e di Bolzano.    &lt;br /&gt; Si riparte dallo slargo davanti alla chiesa per un viottolo (segnavia 5 e 9) che si alza nel bosco, incrocia una strada sterrata e la segue (segnavia S) fino agli edifici della Schönstalm. Un tratto in piano a mezza costa, nel bosco, porta ai 1680 metri del rifugio-albergo Schmiederalm, che offre un altro splendido panorama in tutte le direzioni. L’intero anello richiede dalle tre alle quattro ore di cammino.&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Dalle rive del lago di Carezza si ammira un paesaggio da cartolina.</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2026/03/dalle-rive-del-lago-di-carezza-si.html</link><category>Laghi</category><category>Natura</category><category>Trentino-Alto Adige</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 9 Mar 2026 14:40:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-7719003052447494968</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://infodiviaggio.it/wp-content/uploads/2021/02/lago-di-carezza.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Oltre il bacino, che Karl Felix Wolff ha battezzato un secolo fa «un variopinto specchio da favola», si alzano le friabili torri rocciose del Latemar.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Dall’altra parte della conca svettano la Roda di Vaèl, la Croda di Re Laurino e le altre cime del versante altoatesino del Catinaccio. Da questa parte, al contrario che nella vicina valle di Fassa, la montagna è nota come Rosengarten, il Giardino delle Rose.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Si affaccia sul lago e i suoi boschi anche la Roda di Vaèl, l’impressionante “parete rossa” sulla quale i migliori alpinisti delle Dolomiti hanno tracciato degli itinerari di alta difficoltà. Offrono arrampicate difficili anche la Croda di Re Laurino, affacciata sui boschi di Tires, e le Torri del Vajolet, che sorvegliano malga Hanicker.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Le magnifiche vette e i fitti boschi di abeti, insieme alla comodità di accesso dalla valle dell’Isarco e da Bolzano attraverso la val d’Ega, fanno sì che Carezza e i paesi vicini siano una meta frequentata da oltre un secolo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Sono nati nei primi anni del Novecento il grande albergo a poca distanza dal lago, e la Grande Strada delle Dolomiti che collega Bolzano con Cortina. Un’aquila di ferro accanto al comodo sentiero che collega i rifugi Roda di Vaèl e Paolina ricorda Theodor Christomannos, greco residente a Vienna, l’imprenditore che ha avviato oltre un secolo fa i due progetti.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Qualche chilometro più a nord, risalgono ai primordi del turismo alpino anche i Bagni di Lavina Bianca, in valle di Tires, ai piedi delle rocce del Catinaccio e dello Sciliar.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Qui però l’ambiente della montagna è impregnato di lavoro e fatica, come dimostra la segheria azionata dall’acqua che viene avviata ogni settimana per i turisti. Anche i faticosi sentieri che salgono da qui verso i rifugi Alpe di Tires e Bergamo sono ben intonati all’ambiente.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Su un’altura boscosa più lontana dalle rocce, i fedeli dell’Alto Adige salgono da secoli a pregare nel santuario della Madonna di Pietralba, inaugurato nel 1553 e rifatto due secoli dopo in stile barocco.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Secondo la tradizione Leonhard Weissensteiner, un contadino di qui, scavando le fondamenta del santuario, trovò una statua di Maria che poi collocò nella chiesa. Nel santuario, centinaia di ex voto testimoniano dei miracoli della Madonna di Pietralba, e della fede di generazioni di altoatesini.&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Malga Hanicker e il rifugio dei Bergler</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2026/03/malga-hanicker-e-il-rifugio-dei-bergler.html</link><category>Escursionismo</category><category>Montagne</category><category>Trentino-Alto Adige</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Fri, 6 Mar 2026 22:52:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-1532263614079834543</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.suedtirolerland.it/images/cms/gallery/800x600/D-2993-haniger-schwaige.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il rifugio più piccolo e romantico del Catinaccio sorge in un bosco interrotto da salti di roccia, tra i larici che salgono verso le gigantesche pareti della Croda di Re Laurino. Per arrivarci basta deviare per pochi minuti dal panoramico sentiero che conduce da passo Nigra a malga Hanicker, nel cuore del versante altoatesino del gruppo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Proseguendo in salita per un quarto d’ora si esce definitivamente dal bosco, si zigzaga per superare delle rocce, ci si siede a contemplare il mondo accanto a un grande ometto di pietre che ricorda i chörten costruiti dai fedeli buddhisti in Himalaya. Dall’alto incombono le pareti del Catinaccio, di fronte c’è lo Sciliar, in fondo alla valle si vede Bolzano.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Se si bada ai ricoveri alpini di oggi, soprattutto nelle Dolomiti più note, anche la parola “rifugio” può sembrare eccessiva per questo punto di appoggio. Quella costruita nel 1923, e rifatta negli anni Cinquanta dai Bergler è una minuscola baita di legno, un bivacco, un riparo per fermarsi qualche ora a tu per tu con la montagna. Un luogo sufficiente, però, per ospitare i soci della piccola associazione. I Bergler, nati nel 1914, hanno per simbolo le Torri del&amp;#160; ajolet, e hanno svolto un ruolo importante nell’esplorazione del Catinaccio.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Negli anni tra le due guerre mondiali i soci del gruppo hanno aperto molte vie sulla Croda di Re Laurino e sui massicci del Principe e di Valbona, dove la Torre Bergler ricorda le loro esplorazioni.    &lt;br /&gt;Tra il 1946 e il 1947 Otto Eisenstecken, forte arrampicatore e poi presidente dei Bergler, ha tracciato sulla Roda di Vaèl, sui Mugoni e sulla Croda di Re Laurino dei magnifici itinerari di sesto grado. Per l’associazione è stato il momento più glorioso.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Oggi tra i soci del gruppo non ci sono alpinisti di primo piano. Il loro piccolo rifugio, però, merita la deviazione dal viottolo che conduce dai boschi di abeti di passo Nigra fino alla accogliente malga Hanicker (malga Costa sulle vecchie guide italiane) che offre un bel colpo d’occhio sul versante occidentale delle Torri del Vajolet. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Il sentiero inizia dai 1668 metri di passo Nigra (Nigerpass in tedesco) dov’è un rifugio aperto in estate, e che si raggiunge in auto da Tires, da Carezza, o dal passo di Costalunga e quindi da Vigo di Fassa.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Si imbocca una stradina che entra nel bosco, e sale accanto a una pista utilizzata d’inverno per gare di slittino. La si lascia a una curva, si scende verso la malga Baumann e, senza raggiungerla, si sale ripidamente nel bosco seguendo i segnavia bianco-rossi numero 7 e le indicazioni per la Hanicker Schwaige. Un tratto a mezza costa e una salita a tornanti nel bosco portano a un bel pendio erboso inclinato, sorvegliato dalla Croda di Re Laurino e dal Catinaccio. Lo si traversa, si rientra nel bosco, si supera un vallone in&amp;#160; parte roccioso e si continua su terreno più ripido fino a un terrazzo erboso, affacciato sulle Crode di Ciamin e le Torri del Vajolet.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Qui si può lasciare il sentiero segnato, e salire verso destra sui prati fino ai 2022 metri del piccolo rifugio dei Bergler. Si prosegue per un sentierino che sale tra gli ultimi larici, si aggirano senza difficoltà dei salti di roccia scistosa e si raggiungono gli ometti di pietre a 2120 metri di quota, ai piedi della Croda di Re Laurino.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Tornati al rifugio e al sentiero principale lo si segue a destra, in piano e poi in discesa, fino agli edifici di legno di malga Hanicker, a 1904 metri di quota, dove è possibile rifocillarsi con salumi, formaggi, bevande e i classici piatti della tradizione altoatesina. Verso l’alto, le Torri del Vajolet sembrano dei cippi di confine. Si torna per lo stesso itinerario, senza risalire al rifugio. Tra andata e ritorno si cammina per tre ore. Un sentiero più breve (un’ora di salita) porta a malga Hanicker dalla strada che s’inerpica da Tires al passo Nigra. D’inverno, quando la neve non è troppo abbondante né ghiacciata, i due sentieri che conducono ai piedi delle Torri del Vajolet offrono dei frequentati itinerari con le ciaspole. La malga in questa stagione è aperta durante le vacanze di Natale e nei weekend.&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Il castello di Salorno</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2026/03/il-castello-di-salorno.html</link><category>Arte</category><category>Castelli</category><category>Cultura</category><category>Trentino-Alto Adige</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 2 Mar 2026 14:35:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-2752745476184361241</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/40/Haderburg.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Una spettacolare fortezza sorveglia il confine meridionale dell’Alto Adige. Tra il centro di Salorno e la “chiusa”, il punto più stretto della valle dell’Adige che segna da secoli il confine tra il Trentino di lingua italiana e il Sudtirolo dove si parla soprattutto tedesco, i resti di un castello addossato alla montagna si affacciano sull’autostrada del Brennero, sulla vecchia statale, sulla ferrovia che congiunge Trento a Bolzano.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Il castello di Salorno (Haderburg in tedesco) è stato costruito dai conti di Salorno all’inizio del secolo XIII. A ricordarlo per la prima volta è un documento del 1222. Più tardi la fortezza passò al conte Mainardo di Tirolo, e venne espugnata nel 1349. Poi appartenne alla casata dei Botsch, e poi ancora nel 1497 ai von Völs, signori di Fiè allo Sciliar.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Nel 1514 l’imperatore Massimiliano d’Asburgo ordinò che la costruzione fosse adattata alle esigenze imposte dalle artiglierie, con la costruzione di bastioni arrotondati. La mancanza di spazio per costruire nuove strutture in muratura, e il consolidamento dell’impero di Austria-Ungheria che ridusse il suo ruolo strategico, fecero sì che lo Haderburg venisse abbandonato nella seconda metà del Cinquecento.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Nei successivi secoli il castello ha cambiato proprietario più volte (nel 1577 è passato a Philippine Welser, nel 1648 alla famiglia veneta dei conti Zenobio) ma ha conosciuto un inarrestabile degrado, interrotto da lavori di consolidamento per proteggere dalle frane la strada e Salorno.    &lt;br /&gt;Il restauro della fortezza è iniziato alla fine degli anni Novanta e si è concluso nel 2003. Voluto dall’attuale proprietario, il barone Ernesto Rubin de Cervin Albrizzi, il recupero è stato realizzato con il contributo della provincia e della fondazione Cassa di risparmio di Bolzano.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Gli interventi hanno incluso la costruzione di una strada forestale, battezzata “sentiero delle Visioni” a causa dei panorami verso l’Adige, l’abitato e il castello, e il consolidamento del castello e delle fortificazioni che lo proteggono a monte. Un nuovo sistema di scale, passaggi e ringhiere consente la visita dello Haderburg in sicurezza.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Aperto alle visite il venerdì, il sabato e la domenica da aprile a ottobre, il castello è diventato una delle mete più apprezzate della Bassa Atesina. Nella struttura, che può ospitare istoro.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Come logo del rinnovato Haderburg è stato scelto uno scudo stretto da due archi, un simbolo di origine etrusca. La posizione su uno spuntone a poca distanza da una parete rocciosa, rivestita da fitta vegetazione, rende difficile distinguere il castello dall’autostrada, dal paese e dalla pianura dove scorre l’Adige.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Dal posteggio, invece, il mastio si staglia contro il cielo, e offre un’immagine di grande leganza. Il sole che raggiunge il castello solo nel pomeriggio avanzato (e mai nei mesi più freddi dell’inverno) rende il luogo ancora più impressionante e severo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Poche centinaia di metri sull’asfalto portano al sentiero delle Visioni, che s’inerpica a tornanti in direzione del castello. Accompagnano in questo tratto sculture realizzate dagli studenti delle scuole di Salorno e dei centri vicini. Dalla base della rupe, dove i visitatori meno giovani possono arrivare con una navetta, poche decine di metri su un sentiero portano allo Haderburg.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Una discesa porta al cortile maggiore, affiancato dagli alloggiamenti delle truppe, dove sono i tavoli e il punto di ristoro. Una impressionante scala metallica porta ai bastioni superiori e al mastio, al quale si accede per un’altra scalinata.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; I pavimenti e le scale dell’edificio principale sono crollati. Dei cartelli permettono di distinguere gli ambienti, tra i quali spiccano alcuni magazzini e un forno. Oltre i merli a coda di rondine si ammira un magnifico panorama sulla valle dell’Adige. Lo Haderburg e i pendii che lo circondano fanno parte del parco naturale di monte Corno.&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Trodena e il parco del monte Corno.</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2026/02/trodena-e-il-parco-del-monte-corno.html</link><category>Natura</category><category>Parchi Nazionali</category><category>Trentino-Alto Adige</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 23 Feb 2026 14:22:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-3969472694687675185</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://blog.uniecampus.it/wp-content/uploads/2023/08/shutterstock_2345205409-scaled.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Le alture che separano la valle dell’Adige dalla bassa valle di Fiemme segnano il confine del mondo dolomitico, e offrono dei paesaggi sorprendenti. Il monte Corno, che culmina a 1817 metri di quota ed è protetto da un parco della provincia di Bolzano, è rivestito tra il passo di San Lugano e la cima da boschi di conifere.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; A sud si affaccia sulla Bassa Atesina il “Giardino del Sudtirolo”, con pareti calcaree che creano un microclima mediterraneo. Ai suoi piedi, intorno a Egna e Ora, sono rinomati vigneti.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Non c’è da stupirsi, insomma, se l’interesse del parco naturale di monte Corno è prima di tutto botanico. In alto l’area protetta è rivestita da fitti boschi di abete, che lasciano in basso il posto al pino silvestre, all’abete bianco, al faggio e infine a un bosco ceduo con roverella, carpino nero e orniello. Intorno alla torbiera della Palù Longa crescono piante carnivore come la drosera e la pinguicola.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;L’altitudine, il clima, l’acqua, il suolo e l’esposizione determinano anche la presenza e la distribuzione della fauna. Il ramarro è il gioiello faunistico della zona a vegetazione mediterranea. Nella stessa zona, nelle giornate più calde, si ascolta frinire la cicala. Nei cespugli vive la mantide religiosa.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Le pinete offrono un ambiente favorevole a mammiferi e uccelli. Il topo selvatico e il tasso trovano nel terreno roccioso e arido condizioni favorevoli per costruire le loro tane. La formica rufa si è evoluta nelle pinete in una forma tipica.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Le forre umide, dove crescono il faggio, il tasso, il carpino nero e l’acero, sono predilette dal capriolo e dal cervo. Nei boschi costruiscono il nido le cince, i picchi muratori e varie specie di rapaci notturni.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Sui prati del crinale vivono uccelli e mammiferi che prediligono vecchi alberi con cortecce screpolate, e cumuli di pietra ideali per nidificare e nascondersi. In questo ambiente si possono incontrare il corvo imperiale e la lepre variabile.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Anche l’uomo ha lasciato tracce importanti nella zona. Per presidiare la valle dell’Adige e la millenaria strada che collega la Pianura Padana al Brennero sono stati costruiti i fortilizi di Salorno (lo Haderburg) e di Castel d’Enna (Schloss Enn) e Castelfeder. Qui, dal Medioevo, l’etnia tedesca e quella italiana sono riuscite a convivere senza problemi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Testimoniano della prosperità di queste zone agricole (soprattutto vino e mele) interessate dal commercio e dallo sfruttamento dei boschi anche i centri storici di Ora (Auer), Egna (Neumarkt), Montagna (Montan) e Salorno (Salurn). Il piccolo centro di Anterivo (Altrei), da secoli, è un’enclave di lingua tedesca protesa verso le valli di Fiemme e di Cembra.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; La base migliore per visitare il parco è senz’altro Trodena (Truden), che si raggiunge dalla strada che sale da Ora ed Egna verso il passo di San Lugano e Cavalese. Nella parrocchiale gotica (sorta nel secolo XII, ma rimaneggiata più volte) spicca la statua lignea della Madonna della Misericordia. Nel centro visitatori del parco è stato ricostruito un mulino ad acqua.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Da Trodena, 1127 metri, si può salire a piedi verso ovest, nel bosco, in direzione del passo Cisa (Ziss Sattel in tedesco) e della Krabesalm (o Malghette), ottima meta per una passeggiata in famiglia. Una breve discesa in direzione di Annerivo porta agli acquitrini della Palù Longa(Langmoos), dov’è facile avvistare i caprioli.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;L’itinerario più vario inizia dal centro visitatori, esce a mezza costa dal paese e continua per una stradina in parte selciata e in parte sterrata, che sale con bella vista su Trodena e il monte Corno, toccando una calcara restaurata.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Dove la pendenza diminuisce si segue a sinistra un sentiero nel bosco. Dei saliscendi tra querce, faggi e conifere, un tratto esposto protetto da una staccionata, poi una discesa e una risalita portano a un prato che si risale fino a ritrovare la sterrata.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Seguendola a sinistra si raggiungono i 1250 metri della malga Cislon (Cisloner Alm), circondata da magnifici prati e belvedere verso la valle dell’Adige e le Dolomiti di Brenta. Occorrono tre quarti d’ora di cammino, e chi vuole fermarsi può assaggiare i prodotti della malga.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Chi cerca una passeggiata più lunga può ripartire sulla strada, affacciata sulla valle dell’Adige. Si lascia a sinistra una diramazione, si sale a mezza costa e si raggiunge un tornante affacciato sulla strada che sale da Ora a San Lugano. Qui si imbocca un sentiero che sale verso destra a tornanti, e si affaccia dall’alto sulla Hohe Wand, la parete con la quale il monte Corno si affaccia sulla Bassa Atesina.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Il percorso, sempre facile, diventa per un tratto un po’ aereo. Una discesa in cui il sentiero si divide (si può passare da entrambe le parti) porta alla strada forestale di Praglasir, alla strada asfaltata e a Trodena. In questo caso, da malga Cislon, si cammina per poco più di un’ora.&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Sentieri e natura a Caldaro</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2026/02/sentieri-e-natura-caldaro.html</link><category>Trentino-Alto Adige</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 16 Feb 2026 14:15:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-1392058686973554919</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.vinea-kaltern.com/cache/img-fotos-tv-kaltern-dorf-fraktionen-shopping-tourismusverein-kaltern-helmuth-rier-14-1800.jpg" /&gt;    &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;In alto sono le rocce chiare del Roèn, la montagna che sorveglia i paesi della Bassa Atesina. Più in basso sono alcuni dei vigneti più famosi della provincia. Il Pinot, il Sauvignon, il Traminer, il Cabernet prodotti lungo la “strada del Vino” hanno fatto il giro del mondo, e attirano qui, ogni anno, migliaia di amanti del buon bere.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; È in buona parte legata al vino la prosperità dei centri della Bassa Atesina. Ad Appiano, a Termeno e a Caldaro, i palazzi dei proprietari terrieri sorvegliano centri storici curati, dove sorgono chiese di grande interesse artistico. Anche molti dei masi tra i vigneti sono edifici storici, come quello dov’è stato realizzato il museo provinciale del Vino dell’Alto Adige.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Tra il paese da cui ha preso il nome e Termeno, il lago di Caldaro è il più esteso tra i bacini di origine naturale dell’Alto Adige, e insieme il più temperato tra i laghi alpini. Esteso su 155 ettari, si trova a 216 metri di quota sul mare e ha una profondità media di quattro metri. La conca che lo ospita da millenni era in passato un tratto del letto dell’Adige.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Non a caso, in estate, il lago di Caldaro viene preso d’assalto da bagnanti, appassionati di vela e surfisti. A San Giuseppe, sulla sponda settentrionale, sono tre stabilimenti balneari. Si possono noleggiare tavole da surf, barche a remi, pedalò e pattini. In estate vengono proposti corsi di windsurf. La navigazione a motore è vietata.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Da marzo a settembre, intorno alle 13, inizia a soffiare l’Ora, un vento proveniente dal lago di Garda che rende felici i surfisti e i velisti.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Nel 2006 il lago di Caldaro è stato classificato tra i dieci laghi più puliti d’Italia in un’indagine di Legambiente.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Ma se il paesaggio agricolo intorno a Caldaro e al suo lago è stato plasmato nei secoli dall’uomo, il più vasto bacino di origine naturale dell’Alto Adige è anche un grande spazio di natura. Dal 2000 il lago, insieme ai canneti della sponda meridionale, è un biotopo protetto dalla Provincia autonoma di Bolzano. La presenza di oltre duecento specie di uccelli, tra stanziali e migratori, ne fa una meta d’eccezione per gli appassionati del birdwatching.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Per chi preferisce il binocolo alla tavola da windsurf (ma le due attività si possono piacevolmente alternare) le alte stagioni del lago sono la primavera e l’autunno.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Percorrendo a piedi la stradina asfaltata (Kuchlweg) o la passerella pedonale che corrono a sud del bacino, tra i canneti da un lato e la campagna coltivata dall’altro, si possono osservare piccoli rallidi come il voltolino e la più rara schiribilla. A sud-est del bacino si estende una pioppeta nei cui tronchi scavano il nido il picchio verde e il picchio cenerino, e si vede spesso il picchio nero.    &lt;br /&gt; Sul bacino principale, che si scopre da alcuni pontili, si possono vedere l’airone cenerino, il cormorano, lo svasso maggiore, la folaga, la gallinella d’acqua, varie specie di anatre di&amp;#160; superficie e tuffatrici, e rapaci come il nibbio bruno e il falco di palude. Tra i canneti si lasciano vedere il cannareccione, la cannaiola, il migliarino di palude, il pendolino e il tarabuso.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; A febbraio le acque ritornano interamente libere dal ghiaccio, e le oche selvatiche sostano durante la loro migrazione verso nord. Tra i migratori che si lasciano osservare di rado spiccano il falco pescatore, la gru, il marangone minore, l’oca colombaccio e l’aquila minore.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; La sponda meridionale del lago può essere raggiunta in due modi. La più varia e faticosa consiste nel seguire interamente, a piedi o in bicicletta, la pista di 7,5 chilometri che compie il periplo del bacino. Il percorso inizia dal Lido, si allontana dal lago tra i vigneti, poi incrocia&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; la strada per Termeno e raggiunge i canneti della sponda meridionale, che si traversano su una passerella. Alla fine si sbuca sulla strada che proviene da Ora, la si segue verso nord, poi si piega a sinistra il Lido.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; In più punti pedoni e ciclisti devono seguire itinerari diversi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Chi cerca una passeggiata più breve può raggiungere in auto un posteggio sulla strada che collega Ora a Campi al Lago, e seguire la passerella tra i canneti. Da vedere i resti dei castelli che sorvegliavano il lago da est. La stradina che scavalca il monte di Mezzo toccando Novale (Kreith) tocca le rovine di Castel Varco (Laimburg), belvedere sulla valle dell’Adige. Un viottolo da percorrere a piedi sale ai 575 metri di Castelchiaro (Leuchtenburg), dal quale il panorama abbraccia anche il Roèn, il lago di Caldaro e i vigneti che lo circondano.&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Le Dolomiti: Il canyon del Bletterbach</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2026/02/le-dolomiti-il-canyon-del-bletterbach.html</link><category>Escursionismo</category><category>Montagne</category><category>Trentino-Alto Adige</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Tue, 10 Feb 2026 01:29:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-9045032955157822239</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.alto-adige.com/media/3058/idm05679hebe.jpg?width=1200&amp;amp;height=630&amp;amp;rnd=133572994696330000" /&gt;    &lt;br /&gt; I visitatori dell’Alto Adige, da sempre, frequentano soprattutto le vette, i centri storici, i castelli e le piste da sci. Anche le zone a quote più basse, però, sono spesso di grande&amp;#160; nteresse. Nel più profondo canyon del Sudtirolo, che scende per duemila metri di dislivello dal Corno Bianco alla valle dell’Adige, lo spettacolo è offerto dalla roccia, dai boschi e dall’acqua.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; La forra, lunga quasi otto chilometri, profonda fino a quattrocento metri e tutelata dalla provincia di Bolzano, è stata scavata dalle acque che scendono dal Corno Bianco, e da quelle che confluiscono dai versanti di Aldino e Redagno. Il canyon, noto ai montanari locali con i nomi di Bletterbach (“Rio delle Foglie”) o Butterloch (“Buco del Burro”), attira visitatori da molto tempo A Redagno (Radein) si ricordano le visite del fisico tedesco Max Planck, che venne in villeggiatura nel 1926 e nelle estati successive, e che apprezzò la tranquillità della zona. Il Bletterbach, però, si raggiunge dalla vicina Aldino (Aldein), seguendo i cartelli per il Geoparc.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Dopo aver esplorato il centro visitatori, con le sue animazioni, i suoi plastici e le sue postazioni interattive, si seguono le indicazioni del Sentiero geologico. Un viottolo in discesa e dei gradini portano al fondo del canyon. Qui si segue a ritroso il viaggio dell’acqua, sul sentiero che risale la forra accanto al torrente, evita un salto da cui scroscia una cascatella, e continua tra rocce modellate dall’erosione.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; In alto la valle è sbarrata da un salto roccioso, da cui scende una cascata. Il sentiero supera tre ripide scale metalliche (comode e sicure, ma è importante tenere d’occhio i bambini), poi traversa a mezza costa fino al terrazzo roccioso da cui la cascata precipita nel vuoto. Chi non se la sente di affrontare le scale può tornare per il sentiero dell’andata. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Una nuova salita porta a una strada sterrata, che si segue verso sinistra in discesa, con magnifici panorami dall’alto sul Bletterbach.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Alla fine, dopo aver toccato la Laner Alm, una comoda malga-rifugio, si torna al piazzale del Geoparc. L’intero anello richiede un’ora e mezza di cammino.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Oltre allo spettacolo dell’acqua, il canyon offre l’incontro con rocce multicolori, bianche intorno alla cima del Corno Bianco e grigie o rosse nella parte inferiore. Alla base di questa piramide naturale è il porfido quarzifero di Bolzano, creato tra i 280 e i 260 milioni di anni fa dalla cenere e dalla lava fuoriuscite dai vulcani della placca continentale nord-africana.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Sul porfido poggia l’arenaria della val Gardena, creata dall’erosione delle rocce che formavano delle montagne più antiche. In seguito fiumi e torrenti hanno trasportato la sabbia verso le coste, dove si è depositata formando delle spiagge, ed è stata schiacciata dal peso del calcare. Orme di animali e resti di piante si sono conservati nella sabbia e nel fango.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Il terzo piano delle rocce è la formazione a Bellerophon, che si è formata in acque basse e lagune analoghe a quelle odierne della laguna veneta o delle Bahamas, che si prosciugavano spesso per essere poi di nuovo inondate. Nel fango, sotto al sole tropicale, si sono formati dei coaguli di gesso. Il loro colore che varia dal bianco al rosso testimonia della vita marina.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Gli strati di Werfen, che formano il quarto livello, si sono creati dopo la grande catastrofe (provocata dalla caduta di meteoriti, da un cambiamento climatico o da quello delle maree) che provocò l’estinzione di molte forme di vita sulla Terra.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; In queste rocce, spesse fino a quattrocento metri, compaiono fossili di animali e di piante diversi da quelli del passato. Corona la piramide la dolomia che forma la cima del Corno Bianco. Questa roccia che si è formata in acque basse riporta il visitatore alle Dolomiti.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Lungo il Sentiero geologico, delle tavole didattiche informano il visitatore sui punti più interessanti delle formazioni rocciose che si sono formate nel Permiano e nel Triassico e sono stati riportati alla luce dall’erosione dell’acqua. Ci sono informazioni sui fossili (piante, legni, crostacei, cefalopodi) e sulle tracce di diversi tipi di sauri che sono state individuate nella forra.    &lt;br /&gt; Nel centro visitatori è la ricostruzione di un pareiasauro, un rettile del Permiano (260 milioni di anni fa), forse antenato delle tartarughe e più antico dei veri e propri dinosauri che è stato riportato alla luce negli anni Ottanta da un team di ricercatori di Roma.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Nel museo geologico di Redagno si ammirano invece dei calchi di lastroni di roccia con le impronte di antichissimi sauri. Accanto allo spettacolo offerto dalla roccia e dall’acqua, il canyon del “Rio delle Foglie” conserva delle tracce straordinarie di vita.&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Le Dolomiti: Il museo Messner di Castel Firmiano</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2026/02/le-dolomiti-il-museo-messner-di-castel.html</link><category>Escursionismo</category><category>Montagne</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Tue, 3 Feb 2026 00:53:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-1243614900878605880</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://images.adsttc.com/media/images/51ec/c3ff/e8e4/4ee4/8a00/00d0/large_jpg/02_Exterior.jpg?1374471148" /&gt;    &lt;br /&gt;Il castello più visibile dell’Alto Adige è uscito qualche anno fa dall’abbandono. Tra le torri e le mura di Castel Firmiano – Schloss Sigmundskron in tedesco – che dominano Bolzano, l’autostrada del Brennero e la superstrada per Merano, è stato inaugurato nel 2006 il quarto dei musei che Reinhold Messner, uno dei più famosi alpinisti di tutti i tempi, ha dedicato alle montagne e al loro rapporto con l’uomo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;L’altura rocciosa di Firmiano, affacciata sulla confluenza dell’Isarco nell’Adige, era già abitata nella preistoria. La fortezza è sorta nel Medioevo, quando i conti di Tirolo avevano bisogno di bloccare l’espansione verso nord della Serenissima repubblica di Venezia.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Il rafforzarsi dell’impero di Austria-Ungheria ha reso il castello inutile.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Dall’Ottocento in poi le mura hanno iniziato a cadere in rovina, mentre all’interno è stato realizzato un ristorante. Qui, nel secondo dopoguerra, si sono svolte importanti manifestazioni della Südtiroler Völkspartei e di altri movimenti politici di lingua tedesca. Poi è arrivato Messner.    &lt;br /&gt;Impegnato da tempo a realizzare i suoi musei dedicati alla montagna (prima nel Castel Juval, poi sul monte Rite, infine a Solda), il “re degli ottomila” ha individuato in Firmiano il centro del sistema del Messner Mountain Museum. Il restauro è stato curato dalla provincia di Bolzano, poi Reinhold ha arredato l’interno con cimeli alpinistici e con opere d’arte in parte provenienti dalla sua collezione, e in parte realizzate per l’occasione.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Il risultato è un percorso di grande interesse per chi conosce la storia della montagna e dell’alpinismo. Il turista meno esperto resta affascinato dalle mura, dagli oggetti esposti, dal panorama che abbraccia i vigneti, Bolzano e Merano, le guglie dolomitiche dello Sciliar, il granito delle montagne di Tessa&amp;#160; e i lontani ghiacciai alpini.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Non si sale in cima alla collina, dove sorge una piccola chiesa affrescata e ancora pericolante. L’itinerario della visita gira intorno alla vetta in senso orario come la kora, il pellegrinaggio buddhista intorno al monte Kailash, in Tibet. Delle cinque torri del castello, ognuna è dedicata a un tema, illustrato con opere d’arte e cimeli.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Dall’ingresso, superati lo shop e il caffè-enoteca all’aperto, si raggiunge la residenza nobiliare, che accoglie le esposizioni temporanee. Subito dopo si sale al mastio, dove si scopre una collezione dedicata alla storia dell’Alto Adige e del castello. «La storia recente, qui, è un tema controverso. Nel resto del museo ho fatto quello che ho voluto, in queste sale la provincia ha voluto controllare l’allestimento», spiega Reinhold Messner.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; La torre nord, che si raggiunge con una passerella metallica, è dedicata al rapporto tra la montagna e la fede, evidente in Mosè come nel Buddha, raccontato con dipinti, sculture e dei magnifici thangka, colorati arazzi tibetani che contrastano con le antiche pietre delle mura. All’esterno è un teatro all’aperto, scavato nella roccia.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Delle scale portano a una terrazza da cui lo sguardo spazia verso Bolzano e le Dolomiti. In una galleria artificiale sono opere dedicate ai cristalli e alla leggenda di re Laurino, ambientata sul Catinaccio. Una passerella porta a un masso apparentemente in bilico, che simboleggia la punizione di Sisifo, costretto a spingere verso l’alto un macigno che rotola regolarmente a valle.    &lt;br /&gt; È una buona introduzione, secondo Messner, per le successive tre torri dedicate alla splendida “fatica inutile” che è l’andar per montagne. La prima racconta l’invenzione e lo sviluppo dell’alpinismo dalla conquista del monte Bianco nel 1786.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; La seconda è dedicata ai “punti chiave” delle Alpi, le vette come il Cervino, le Tre Cime di Lavaredo o l’Eiger, dove gli alpinisti hanno scritto le loro grandi avventure. In due salette sono esposte le fotografie in bianco e nero di un centinaio di alpinisti, e reperti (chiodi, capi di abbigliamento, calzature) delle loro salite più importanti.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; La terza torre è dedicata alle grandi montagne del mondo, dagli “ottomila” dell’Himalaya alle cime più alte dei sette continenti come il McKinley (che nel 2015 ha ripreso il nome originale Denali), il Kilimanjaro, il Vinson e l’Aconcagua. Un bel prato, utilizzato per manifestazioni e conferenze e sorvegliato da un’austera divinità nepalese, precede il passaggio nelle mura che segna la conclusione della kora di Firmiano.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;«Levando lo sguardo verso i monti non è importante ciò che comprendiamo, ma ciò che proviamo», spiega Reinhold Messner.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Difficile che la visita del museo e del castello affacciato su Bolzano non susciti delle forti emozioni.&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Le Dolomiti: Ötzi e il suo museo</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2026/01/le-dolomiti-otzi-e-il-suo-museo.html</link><category>Montagne</category><category>Musei</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 26 Jan 2026 23:35:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-2915598974580459446</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.iceman.it/_default_upload_bucket/130/image-thumb__130__thumbnail-header/d91a23f79e44dcaa783fcbe7cd803a7a27374d36.93c86782.png" /&gt;    &lt;br /&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Ignoriamo il suo nome, il suo mestiere, il punto di partenza e la destinazione finale del suo viaggio. Sappiamo che aveva con sé un pugnale di selce e un’ascia di rame, un amuleto di pietra, un arco, una faretra con quattordici frecce, uno zaino di corteccia contenente del carbone e un pezzo di carne secca di stambecco.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Sappiamo che vestiva di pelli, e che le sue scarpe erano imbottite d’erba secca. Che aveva più o meno trent’anni, e che morì circa cinquemila anni fa traversando un valico alpino oltre i 3000 metri di quota. A ucciderlo, oltre al freddo e al maltempo, furono un trauma cranico e una freccia, durante uno scontro che possiamo solo immaginare.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Con il suo rudimentale zaino, i suoi goffi vestiti, i suoi strumenti, il viandante percorreva una strada che sarebbe rimasta importante per millenni. Quella che collegava la Pianura Padana all’Europa settentrionale attraverso la valle dell’Adige, la val Senales, la Ötztal e la valle dell’Inn.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Scoperta nel 1991 sul Giogo di Tisa, a poca distanza dal confine tra Italia e Austria dagli alpinisti tedeschi Erika e Helmut Simon, studiata pochi giorni dopo da Reinhold Messner, la mummia è stata scambiata all’inizio per il corpo di un escursionista moderno, e solo più tardi riconosciuta come uno straordinario reperto del passato. Oggi è conservata nel museo archeologico dell’Alto Adige, a Bolzano.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Austriaci e tedeschi la conoscono come Ötzi, un nome che deriva dalla Ötztal, la valle tirolese da cui quel viaggiatore proveniva, o verso la quale era diretto. In Italia, invece, si parla e si scrive dell’Uomo del Similaun, facendo riferimento alla cima di roccia e ghiaccio che sorveglia la zona del ritrovamento.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;La ricostruzione di Ötzi nel museo di Bolzano.&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;In val Senales, il luogo del ritrovamento, gli itinerari che conducono al Giogo di Tisa sono lunghi e impegnativi. Il più seguito sale dai 1711 metri di Vernago, in val Senales, fino ai 3039 del rifugio Similaun, e prosegue su un crinale dov’è bene avere la piccozza e i ramponi. Il più bello, che inizia dall’arrivo della funivia di Maso Corto, è meno faticoso ma si svolge su terreno alpinistico, con passaggi attrezzati su roccia e un piccolo ghiacciaio.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;L’interesse destato da Ötzi si riversa sul museo archeologico dell’Alto Adige, nel centro storico di Bolzano, che merita senz’altro una visita. La mummia viene conservata in una cella refrigerata e sterile, a una temperatura di -6° e un’umidità relativa che sfiora il 100%, le condizioni ambientali dell’interno di un ghiacciaio. I visitatori possono osservare la mummia attraverso un oblò.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Ma se la mummia offre uno spettacolo macabro, il corredo dell’uomo venuto dal ghiaccio consente di affacciarsi su un mondo e una cultura straordinari. Osservare gli oggetti che l’uomo aveva con sé – il pugnale, l’ascia, l’arco e le frecce, lo zaino – e gli indumenti, costruiti con materiali che a noi sembrano insignificanti, ci spiega che gli uomini dell’Età del Rame erano in grado di sfruttare in maniera straordinaria le fibre vegetali e gli altri materiali in loro possesso. Al piano superiore del museo, una ricostruzione di Ötzi com’era in vita consente ai visitatori di scattare un selfie con un uomo vissuto cinquanta secoli fa.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Museo archeologico dell’Alto Adige 0471.320100, www.iceman.it, Azienda di soggiorno e turismo di Bolzano 0471.307000, www.bolzano-bozen.it&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Le Dolomiti: La chiesa dei Domenicani</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2026/01/le-dolomiti-la-chiesa-dei-domenicani.html</link><category>Escursionismo</category><category>Montagne</category><category>Trentino-Alto Adige</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 19 Jan 2026 23:32:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-3893819869165147245</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://dynamic-media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-o/15/13/09/9e/caption.jpg?w=1200&amp;amp;h=-1&amp;amp;s=1" /&gt;    &lt;br /&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La strada che passa per la valle dell’Adige, la valle dell’Isarco e il Brennero, da millenni, è una delle grandi arterie d’Europa. Nelle sue città, da secoli, le opere di artisti arrivati dal mondo germanico si affiancano ad altre di gusto italiano, ispirate a quelle dei migliori pittori e scultori del momento.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Questa realtà si lascia facilmente capire passeggiando nel centro di Bolzano. Basta poco, dai palazzetti in stile mitteleuropeo di piazza delle Erbe e dai vicini portici, per raggiungere piazza Walther e le architetture gotiche del duomo. Pochi metri più avanti, uno straordinario ciclo di affreschi riporta con prepotenza all’arte italiana e toscana.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La chiesa dei Domenicani, della fine del Duecento, ha alle spalle una storia lunga e tormentata. Affiancata per cinque secoli da un convento (che è stato soppresso nel 1785) è stata spogliata nei primi anni del secolo XIX dai soldati di Napoleone. Trasformata in deposito di sale, e poi in magazzino dell’esercito, ha subìto danni durante la seconda guerra mondiale, a causa delle bombe degli aerei alleati lanciate contro la vicina ferrovia.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Oggi la chiesa conserva opere d’arte come la pala con l’Apparizione di san Domenico a Soriano, dipinta intorno al 1654 dal Guercino ed esposta nella cappella dei Mercanti. Una parte degli affreschi della navata destra è opera della scuola di Martino da Verona, la Madonna in trono con i santi Barbara e Antonio è stata dipinta nel 1404 dal bolzanino di formazione tedesca Hans Stotzinger.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La vera stanza delle sorprese, però, si raggiunge attraverso una porta che si apre di fronte all’ingresso della chiesa. Di colpo, ci si trova avvolti dai colori pastello e dalle figure dalle vesti drappeggiate tipiche dell’arte di Giotto. Gli affreschi dipinti tra il 1330 e il 1440 nella cappella di San Giovanni ricordano quelli della basilica superiore di Assisi e della cappella degli Scrovegni di Padova. Nient’altro del genere esiste in Alto Adige o in Trentino.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;È interessante notare che gli affreschi, opera di artisti di scuola giottesca padovana (il maestro nato nel Mugello, e morto nel 1337 a Firenze non sembra essersi mai spinto a nord di Padova) sono stati commissionati da Giovanni de Rossi, un banchiere fiorentino che si era trasferito a Bolzano, e più tardi cambiò il suo cognome in Botsch.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Anche la dedica della cappella a san Giovanni, patrono del capoluogo toscano, la dice lunga sul rapporto tra queste pitture e la regione d’Italia più amata da tedeschi e inglesi. Le pitture della cappella celebrano i patroni di Firenze, ovvero san Giovanni Evangelista, san Giovanni Battista e san Nicolò.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Gli affreschi, più volte restaurati, sono in ottime condizioni. Nella parete destra, di fronte all’ingresso, sono dipinte le Storie del Battista, nelle successive sono affreschi dedicati alla Madonna. Nelle volte compaiono i simboli dei quattro evangelisti, i padri della Chiesa e i profeti. Sulla parete di fronte, a sinistra per chi guarda, compaiono invece la Vocazione di san Giovanni, le Nozze di Cana e la Visione dell’Apocalisse, opera del Maestro del Trionfo della Morte, l’artista che più di tutti gli altri, nel gruppo arrivato da Padova, ha assimilato la lezione di Giotto nell’intensità delle espressioni, nella plasticità delle figure e negli sfondi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il chiostro, che si raggiunge anche direttamente dalla strada, è stato costruito poco dopo il Mille e ha preso l’aspetto attuale alla fine del secolo XV. Molti affreschi della seconda fase sono andati perduti. Tra quelli sopravvissuti, spicca il ciclo realizzato intorno al 1496 da Friedrich Pacher, e trasformato dal bolzanino Sylvester Müller.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Tra le opere di Pacher, nel lato meridionale del chiostro, spiccano un Cristo tra i dottori, il Battesimo del Cristo e i Santi e Beati domenicani. Accanto alla porta della sala capitolare sono dei Busti di Profeti di Pacher, e una Madonna, santa Caterina e un cavaliere della metà del Trecento. Una Crocefissione e altre scene bibliche di Friedrich Pacher spiccano accanto alla porta da cui si accede alla cappella di Santa Caterina.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Anche quest’ultima conserva importanti frammenti di affreschi del Tre e del Cinquecento. Uno di questi, dipinto sulla parete d’ingresso in modo da essere visto prima di tornare nel mondo esterno, è un Giudizio finale ispirato a quello della cappella degli Scrovegni di Padova. L’influsso del grande artista toscano è evidente anche qui.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano 0471.307000, www.bolzano-bozen.it   &lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Le Dolomiti: la ciclabile dal Brennero a Bolzano.</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2026/01/le-dolomiti-la-ciclabile-dal-brennero.html</link><category>Escursionismo</category><category>Montagne</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 12 Jan 2026 23:30:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-7039807888722189977</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.bicitalia.org/images/foto/20140424175146_Mezzaselva%20Mittewald%202008_1_big.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il passo del Brennero, crocevia dell’Europa, non è tra i luoghi più accoglienti delle Alpi. Accanto alla stazione, all’autostrada e alla dogana, si allineano brutti edifici moderni e caserme. Un centro commerciale attira clienti dall’Alto Adige e dal Tirolo austriaco. Qualche migrante cerca un modo per traversare il confine.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Dal Brennero, però, inizia una splendida avventura sui pedali. Un cartello indica la pista ciclabile che scende verso Vipiteno. Basta qualche pedalata, e ci si ritrova nel silenzio. Novantotto chilometri più avanti, attendono le piazze, le chiese e i portici di Bolzano.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La pista ciclabile della valle dell’Isarco, che collega il Brennero al capoluogo, è l’ultima nata della rete che traversa in tutte le direzioni l’Alto Adige, e che include anche i tracciati della val Venosta, della val Pusteria e della Bassa Atesina. Per realizzarla sono stati utilizzati tunnel e vecchi tracciati ferroviari, stradine di campagna, viottoli a picco sul fiume.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Cicloturisti allenati possono farcela in un giorno. Ai meno bravi, o a chi vuole dedicare del tempo ai tanti monumenti sul percorso, consigliamo di dividere la fatica su due. La città medievale di Bressanone, a metà della ciclabile, offre una tappa ideale. I treni locali permettono di tornare al punto di partenza trasportando (ci vuole un biglietto supplementare!) la bici.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il clima, fresco anche in estate al Brennero, diventa più caldo nelle conche di Vipiteno e Bressanone, e può essere torrido a Bolzano. Nell’ultimo tratto, la vicinanza delle acque dell’Isarco e i lunghi tratti nel fresco dei tunnel creano una situazione più piacevole.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Dal passo e dall’abitato del Brennero, si inizia con una lunga discesa a mezza costa. La ciclabile utilizza il tracciato ferroviario dismesso, e scende tra le foreste di abeti sulla destra orografica della valle, lontano dall’autostrada che utilizza il versante opposto.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Alla fine della discesa si raggiunge la valle di Fleres, si va a sinistra fino a Colle Isarco, dove accoglie il ciclista una statua dell’imperatore Francesco Giuseppe. Una faticosa risalita precede la planata verso Vipiteno, dove i bar all’ombra della Torre delle Dodici offrono una piacevole sosta.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Si riparte uscendo dalla città (attenzione alla segnaletica, a qualche incrocio si può sbagliare!), passando davanti a Castel Pietra e a Castel Tasso, e affrontando un’altra risalita che costringe molti a mettere piede a terra.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Si riprende a scendere in ambiente tranquillo, accanto ai cumuli di materiale di risulta dello scavo del traforo di base del Brennero. Poco oltre sono le mura di Fortezza (Franzensfeste), costruita dagli Asburgo al bivio tra la valle dell’Isarco e la val Pusteria. Dei saliscendi in vista del lago di Varna, e un viottolo sterrato, precedono la discesa verso l’abbazia di Novacella e Bressanone.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La seconda metà della ciclabile inizia sull’argine del fiume, gonfiato dalle acque di fusione dei ghiacciai. Una serie di passaggi sotto all’autostrada del Brennero porta al centro medievale di Chiusa, un altro gioiello dell’Alto Adige. Nel centro sono la chiesa quattrocentesca di Sant’Andrea e vari palazzi medievali, la salita al monastero di Sabiona dev’essere fatta a piedi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Si riparte accanto al fiume, nella valle che si stringe. Si passa da Ponte Gardena, si ammira da lontano l’imponente Castel Gardena, poi si traversano dei tunnel della vecchia ferrovia del Brennero, che nelle calde giornate d’estate offrono una gradita frescura. Oltre Prato all’Isarco, una serie di sculture moderne all’aperto precede l’arrivo nella conca di Bolzano.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La ciclabile costeggia ancora l’Isarco, interseca vari percorsi frequentati dai ciclisti locali, poi raggiunge piazza Walther, la stazione e il centro. Qui l’avventura sulla ciclabile finisce. Chi ci ha preso gusto, e ha voglia di proseguire, può scegliere tra la pista che conduce a Merano e in val Venosta e quella che costeggia l’Adige verso i vigneti della Bassa Atesina.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Da maggio a ottobre, www.suedtirol.info/it/esperienze/ciclabile-brennero-bolzano_activity_11080, associazione turistica di Bressanone 0472.836401, &lt;a href="http://www.brixen.org/"&gt;www.brixen.org&lt;/a&gt;, Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano 0471.307000, &lt;a href="http://www.bolzano-bozen.it/"&gt;www.bolzano-bozen.it&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Le Dolomiti: il trenino del Renon, un treno di altri tempi.</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2026/01/le-dolomiti-il-trenino-del-renon-un.html</link><category>Escursionismo</category><category>Montagne</category><category>Treni</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 5 Jan 2026 23:25:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-3837994294882438537</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.ritten.com/images/header/rittner-bahn_1602667616.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Un treno di altri tempi corre ancora oggi sui binari che attraversano i prati e i boschi del Renon, in vista del Catinaccio, dello Sciliar e degli altri massicci delle Dolomiti altoatesine. Lunga quasi sette chilometri, la linea che attraversa l’altopiano collega Soprabolzano (Oberbozen), dove arriva la funivia dal capoluogo, con la stazione in stile liberty di Collalbo (Klobenstein), all’estremità orientale del Renon.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Da Soprabolzano, il trenino raggiunge Costalovara (Wolfsgruben), che offre il panorama migliore sull’altopiano e le montagne che lo circondano. Più avanti, alla fermata di Stella (Lichtenstern), 1261 metri, la linea tocca la quota più elevata. Un tratto ricco di svolte e un laghetto precedono la fermata di Colle del Renon (Rappersbichl). Poi, costeggiando l’abitato di Collalbo, si arriva in leggera discesa al capolinea.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Nel 2007 sono stati festeggiati i cent’anni della più nota (e ormai unica) ferrovia di montagna dell’Alto Adige, che è stata costruita nei primi anni del Novecento. Lanciata nel 1890 da un articolo del «Bozner Zeitung», l’idea di un collegamento tra Bolzano e l’altopiano del Renon (Ritten in tedesco) diventò concreta sei anni più tardi con la presentazione del progetto della ditta Stern &amp;amp; Hafferl di Vienna.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Nel 1905 il comune di Bolzano approvò il progetto. I lavori iniziarono nel marzo 1906 e si conclusero in quattordici mesi. Per i muri e la massicciata furono utilizzate le cave di Santa Maddalena. Sul percorso c’era un unico tunnel. Il primo locomotore elettrico, costruito in Svizzera, arrivò nel 1907. Nei mesi successivi arrivarono gli altri mezzi, costruiti in Boemia. L’inaugurazione avvenne il 14 agosto 1907, il primo treno lasciò il capoluogo alle 7:16 del mattino.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il treno storico alla stazione di Soprabolzano. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Nella versione originale, la linea ferroviaria del Renon era più lunga e complessa di quella odierna. In quegli anni non c’erano né la funivia né la strada, e la linea, lunga dodici chilometri, collegava i paesi dell’altopiano al capoluogo. Il capolinea era in piazza Walther, cuore di Bolzano. La lunga salita, con un dislivello di quasi mille metri, veniva superata grazie a una cremagliera.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La ferrovia ebbe successo, e contribuì al decollo turistico del Renon. I biglietti, troppo cari per i contadini, erano alla portata dei visitatori che arrivavano da ogni parte d’Europa. Tra loro, nel 1911, c’era il viennese Sigmund Freud che salì all’altopiano e soggiornò nell’hotel Bemelmans-Post di Collalbo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il successo fece pensare a un prolungamento della linea verso Chiusa, da dove si sarebbe potuto proseguire verso la val Gardena e i suoi monti grazie al trenino che raggiungeva Ortisei. La Grande Guerra e l’annessione all’Italia fecero abbandonare il progetto, ma il trenino del Renon continuò a funzionare.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La morte della cremagliera fu decisa nel 1964, quando iniziarono i lavori per la funivia da Bolzano all’altopiano. Qualche mese dopo, il deragliamento di un treno causò la morte di quattro persone. Il 15 luglio 1966 l’ultimo treno salì da Bolzano al Renon, l’indomani fu inaugurata la funivia e fu avviato lo smantellamento della cremagliera. Con il nuovo impianto, la salita dal capoluogo a Soprabolzano richiedeva dodici minuti invece di quarantotto.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Sembrava che anche la linea sull’altopiano dovesse essere smantellata. Invece fu mantenuta in servizio. Tra il 1984 e il 1990 l’impianto venne messo in sicurezza con la sostituzione della linea elettrica e la sistemazione dei passaggi a livello.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Oggi anche la funivia che sale da Bolzano è andata in pensione, ed è stata sostituita da una cabinovia. Sulla linea che traversa l’altopiano, una elettromotrice confortevole e moderna si alterna a quelle che hanno cent’anni. La prima viene utilizzata tutto l’anno negli orari dei pendolari e degli studenti, e tutto il giorno in bassa stagione.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Le motrici storiche prendono il posto di quelle moderne negli orari più frequentati dai turisti. Spesso, a entrambi i capolinea, decine di visitatori provenienti da ogni parte del mondo fanno la coda per salire su un mezzo così ricco di storia.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Se gli appassionati di ferrovie storiche vogliono solo fare avanti e indietro tra Soprabolzano e Collalbo, altri visitatori preferiscono utilizzare il trenino per raggiungere l’inizio di uno dei sentieri che attraversano il Renon toccando prati, coltivi, boschi e frazioni isolate, sempre in vista delle Dolomiti. Uno dei più interessanti, da anni, è stato intitolato a Sigmund Freud.   &lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Le Dolomiti: le tracce della storia dell’uomo e la sicurezza sui sentieri.</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2025/12/le-dolomiti-le-tracce-della-storia.html</link><category>Escursionismo</category><category>Montagne</category><category>Trentino-Alto Adige</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 29 Dec 2025 23:19:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-4046972423854292572</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.dolomiten.net/it/images/gallery/estate/escursionismo/escursioni-dolomiti.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Pochi anni fa, tra il 2015 e il 2018, sulle Dolomiti e in altre zone delle Alpi, dallo Stelvio e dall’Adamello fino alla Carnia e alla valle dell’Isonzo, si sono celebrati i cent’anni trascorsi dalla Grande Guerra.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Tra le vette e le creste di dolomia, tra l’entrata dell’Italia nel conflitto e la disfatta di Caporetto che ha spostato il fronte sul Piave, gli alpini e i fanti in grigioverde si sono scontrati con i Kaiserjäger e i reparti territoriali austro-ungarici, a volte rafforzati dagli uomini dell’Alpenkorps tedesco.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;L’uomo si è insediato nelle alte valli alpine, e quindi anche sulle Dolomiti, al termine della Preistoria, quando la fine dell’ultima Era glaciale ha lasciato acque, pascoli, foreste e animali a disposizione di cacciatori-raccoglitori, e poi dei primi contadini.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Nel mondo dei castellieri e delle vie di commercio transalpine che si sono formate a partire dal Neolitico irrompono alla fine del I secolo avanti Cristo le legioni di Roma. Il cristianesimo, quando arriva nelle alte valli, riesce solo con lentezza a prendere il posto della fede pagana dei montanari.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Nel Medioevo, mentre le vie del Brennero e degli altri valichi restano frequentate, si afferma il potere dei principi-vescovi di Bressanone, Feltre e Trento, prende forma il confine tra la Repubblica di Venezia e il Tirolo. Nelle valli intorno al Sella, intanto, si forma la civiltà dei ladini, che hanno conservato la loro lingua fino a oggi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il Veneto e il Friuli entrano nel Regno d’Italia nel 1866, alla fine della terza guerra d’indipendenza. Nel 1919, con il trattato di St Germain che formalizza la fine della prima guerra mondiale, passano sotto il controllo di Roma il Trentino, etnicamente italiano, e l’Alto Adige popolato da tirolesi di lingua tedesca. Nei difficili anni tra le due guerre, all’uso obbligatorio dell’italiano si affianca l’arrivo di migliaia di immigrati provenienti da ogni parte della penisola. Oggi l’autonomia della Provincia di Bolzano ha in buona parte curato la ferita.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il turismo, l’escursionismo e l’alpinismo nascono a metà dell’Ottocento. L’ascensione che segna la nascita dell’alpinismo sulle Dolomiti viene compiuta nel 1857, sul Pelmo, dal britannico John Ball e da un cacciatore locale.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Nel Novecento l’afflusso di vacanzieri inizia a trasformare le valli. Nel 1909 le autorità austro-ungariche inaugurano la Grande Strada delle Dolomiti, lunga 142 chilometri, che collega Bolzano con Cortina d’Ampezzo e Dobbiaco. Negli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale, l’escursionismo e l’alpinismo diventano sempre più diffusi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;A cambiare il paesaggio e l’economia delle Dolomiti, negli anni del boom economico, è la diffusione dello sci, che porta le sue piste, i suoi impianti e un gran numero di nuovi posti di lavoro in quasi tutte le valli.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Qualche decennio dopo, con sempre maggiore evidenza, iniziano a farsi notare i problemi (gli ingorghi e l’inquinamento delle auto, la diffusione delle seconde case, la rapida riduzione degli spazi incontaminati) causati dal boom del turismo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Oggi lo sviluppo turistico, che continua in tutte le Dolomiti, ha caratteri diversi dal passato. Oltre alle zone più famose, come le valli Gardena, Badia e di Fassa, Cortina, l’alta val Pusteria e i centri ai piedi del Brenta, interessa quasi la totalità dei centri abitati. A restare esclusi dalla torta sono i centri posti a quote più basse, quelli dove non si può sciare.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Accanto al turismo tradizionale, legato soprattutto allo sci, tutte le valli delle Dolomiti accolgono ogni inverno un pubblico crescente di non-sciatori, che preferiscono le ciaspole, le passeggiate sui sentieri battuti o un soggiorno meno sportivo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;L’estate, spesso caotica tra luglio e agosto, si estende sempre più verso la primavera e l’autunno. In tutte le province delle Dolomiti, insieme alla tutela dell’ambiente, avanzano i progetti per contenere l’uso e l’inquinamento delle auto.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Accanto all’escursionismo si diffondono sempre più rapidamente la mountain bike, la e-bike e altre attività sportive, ma anche modi di vivere la montagna a ritmo lento come le cure termali, la riscoperta dei prodotti e dei piatti tipici.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La moltiplicazione delle iniziative culturali e dei musei mostra come, in tutte le Dolomiti, la natura, le tradizioni locali e la storia siano in grado di affascinare i visitatori che arrivano fin qui dall’Italia, dall’Europa e dal resto del mondo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;Nota importante: la sicurezza sui sentieri&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;Molti dei luoghi che raccontiamo e consigliamo di visitare in questa guida si raggiungono in auto, con gli impianti di risalita o con brevi e comode passeggiate dai paesi e dalle strade. Altri, come gran parte dei rifugi e degli edifici della prima guerra mondiale, si raggiungono con degli itinerari a piedi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Ricordiamo ai lettori che l’escursionismo alpino, anche sugli itinerari più battuti, richiede un po’ di allenamento, un equipaggiamento corretto (fondamentali le scarpe, lo zaino, gli occhiali da sole e la giacca a vento) e la massima attenzione alle condizioni meteorologiche e della montagna.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Per ogni itinerario indichiamo il periodo consigliato, ma in qualche annata, oltre i duemila metri di quota, si possono trovare pendii canaloni o pendii innevati anche ad agosto.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Le brevi indicazioni di questa guida sono state scritte con la massima attenzione, e nascono dalla conoscenza diretta dei luoghi da parte dell’autore.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Prima di mettersi in cammino, però, è buona norma informarsi presso gli uffici del turismo (ottimi e competenti ovunque), e munirsi di una buona mappa e magari anche di una guida dettagliata dei sentieri.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Chi non ha l’esperienza e l’equipaggiamento necessario per affrontare sentieri attrezzati e ferrate, deve affidarsi alla professionalità delle guide alpine, presenti in tutte le valli delle Dolomiti.&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Le Dolomite, una natura straordinaria</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2025/12/le-dolomite-una-natura-straordinaria.html</link><category>Montagne</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 22 Dec 2025 20:35:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-174231048008508305</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.turismovacanza.net/wp-content/uploads/2024/12/dolomiti.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;In altre zone delle Alpi, dal Piemonte fino alla Slovenia, le vette più alte sono disposte lungo catene più o meno regolari, e spesso lunghe decine di chilometri. A formare le Dolomiti, invece, è una ventina di massicci staccati, tra i quali si allungano valli e altopiani.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;I nomi del Catinaccio e del Sella, delle Pale di San Martino e del Brenta, delle Tofane, del Sassolungo, delle Tre Cime e del Sella sono celebri tra gli appassionati di montagne. A volte, però, sono dei massicci meno conosciuti (le Dolomiti friulane e le Odle, le Vette Feltrine e la Schiara, i Cadini di Misurina e lo Sciliar) a custodire i tesori di natura più preziosi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;A formare la maggior parte delle vette è la dolomia, il carbonato doppio di magnesio e di calcio che si è formato tra i 250 e i 200 milioni di anni fa, e che nel 1789 è stato scoperto e descritto da Dolomieu. Nella Marmolada e in altre vette si affianca a questa roccia il calcare massiccio. Altrove, dalle guglie della Mesola al Col di Lana, a comporre vette e guglie è la scura roccia lavica eruttata da vulcani ormai spenti.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Le vette delle Dolomiti, da milioni di anni, vengono spinte verso l’alto dalla collisione tra l’Africa e l’Europa. Nel tempo, le loro rocce sono state erose dalle acque, dalle frane e dal vento. Un fenomeno che continua anche oggi, come dimostrano i crolli avvenuti negli ultimi anni sulle Cinque Torri, sullo Sciliar, sulla cima Una e su altre pareti famose.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Ai piedi delle vette di dolomia, le foreste di abete rosso forniscono da secoli lavoro e reddito ai montanari di quasi tutte le valli. Le terribili bufere di vento della fine di ottobre del 2018, che hanno abbattuto milioni di piante d’alto fusto, non hanno scalfito il rapporto tra la gente delle Dolomiti e i suoi boschi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;In alto, dove il clima diventa più rigido, l’abete lascia il posto al pino cembro e al larice, dove il clima diventa più mediterraneo e temperato compaiono fitti boschi di faggio. In alto, oltre il limite del bosco, crescono il pino mugo, il ginepro e i rododendri. Tra la primavera e l’estate, le fioriture del giglio martagone, delle orchidee selvatiche e delle stelle alpine emozionano gli appassionati della flora.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Anche la fauna delle Dolomiti, nonostante l’antropizzazione e i secoli di caccia accanita, resta un patrimonio prezioso. L’orso, signore delle foreste alpine, è oggi insediato sulle Dolomiti di Brenta, e si affaccia saltuariamente nelle Dolomiti friulane e nella Carnia.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img src="https://www.olympiahotel.it/images/hotelolympia/blog/fauna_montagna.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il lupo, scomparso per più di un secolo, è tornato da qualche anno sulle Alpi orientali italiane. Non lontano da qui, sui monti della Lessinia, gli esemplari arrivati dall’Appennino e dal Piemonte hanno incontrato quelli provenienti dalla Slovenia e dai Balcani.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Tra i mammiferi, sono più facili da vedere il cervo, i cui bramiti echeggiano nei boschi in autunno, il capriolo e il camoscio. Lo stambecco, riportato dal Gran Paradiso, si è ben ambientato su numerosi massicci. Sono diffusi nelle Dolomiti anche la marmotta, la lepre variabile, lo scoiattolo, l’ermellino.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;In&amp;#160; cielo, oltre all’aquila reale che è uno dei simboli della montagna, volano altre specie di rapaci, il gracchio alpino, il gufo reale e il gipeto, un grande avvoltoio reintrodotto una trentina di anni fa sulle Alpi. Tra i boschi e le praterie d’alta quota vivono la pernice bianca, il gallo cedrone, il gallo forcello e il fagiano di monte.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;I crani di Ursus spelaeus, l’orso delle caverne, ritrovati nelle grotte delle Conturines e di altre zone, ricordano epoche in cui il paesaggio era simile a quello odierno. Le tracce di dinosauro individuate sul Pelmo e in decine di altri massicci dimostrano che le rocce delle Dolomiti si sono formate in un ambiente tropicale e marino.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img src="https://www.dolomiti.org/storage/4930/parco-naturale-dolomiti-ampezzo-3-1.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Una elegante specie endemica, la campanula morettiana, è il simbolo del parco nazionale delle Dolomiti bellunesi, il solo istituito fino a oggi nelle Alpi orientali italiane. Tutelano il patrimonio naturale dei monti Pallidi anche due parchi (Adamello-Brenta e Paneveggio-Pale di San Martino) della Provincia autonoma di Trento.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Di grande importanza anche i parchi altoatesini delle Tre Cime, di Fanes-Sennes-Braies, Puez-Odle e Sciliar-Catinaccio, delle Dolomiti d’Ampezzo in Veneto e delle Dolomiti friulane. Completano il quadro centinaia di biotopi protetti, le riserve naturali di Stato di Somadida e del Cansiglio, le aree incluse nelle ZPS (zone di protezione speciale) e quelle del patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Le Dolomite Patrimonio Mondiale grazie alla loro bellezza e unicità paesaggistica</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2025/08/le-dolomite-patrimonio-mondiale-grazie.html</link><category>Montagne</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 15 Dec 2025 20:34:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-1083430720181762732</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img alt="undefined" src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/8/8d/Hannover_Rom_-Luftaufnahmen-_2014_by-RaBoe_074.jpg/800px-Hannover_Rom_-Luftaufnahmen-_2014_by-RaBoe_074.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Una decina di anni fa, a Siviglia, una decisione dell’UNESCO ha arricchito le Dolomiti con un titolo di grande importanza. Nove comprensori di queste straordinarie montagne, per un totale di 142.000 ettari, sono entrati a far parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Questo elenco, insieme a centinaia di altri siti, comprende le piramidi d’Egitto e il Grand Canyon, la Grande muraglia cinese e il Partenone, l’Everest e il Mont Saint-Michel. In Italia, prima delle vette dove s’incontrano il Veneto, il Trentino, l’Alto Adige e il Friuli, erano già stati inclusi nel patrimonio mondiale la Torre di Pisa e il Colosseo, la Reggia di Caserta e le Cinque Terre, i trulli di Alberobello e Venezia.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img alt="undefined" src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/c/c2/Marmolada_-_Malga_Contrin%2C_Pozza_di_Fassa%2C_Trento%2C_Italy_-_August_29%2C_2013_02.jpg/1920px-Marmolada_-_Malga_Contrin%2C_Pozza_di_Fassa%2C_Trento%2C_Italy_-_August_29%2C_2013_02.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Dal 2009, la Fondazione Dolomiti UNESCO, che coordina tre regioni, cinque province e decine di parchi e riserve naturali, si occupa di promuovere e tutelare il paesaggio naturale e culturale di queste montagne.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Tra i temi di cui la fondazione si occupa sono i cibi e i prodotti tipici, i rifugi alpini (nei settori protetti delle Dolomiti ce ne sono 76), la formazione professionale dei giovani e lo sviluppo delle attività culturali. L’obiettivo, proiettato sul futuro, è di arricchire l’esperienza dei visitatori e migliorare la vita dei residenti.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img alt="undefined" src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/b/be/Lagazuoi_Torri_del_Falzarego_Col_dei_Bos_Tofana_de_Rozes_Cinque_Torri.jpg/1920px-Lagazuoi_Torri_del_Falzarego_Col_dei_Bos_Tofana_de_Rozes_Cinque_Torri.jpg" /&gt;    &lt;br /&gt;Certo, le Dolomiti erano famose nel mondo anche prima dell’arrivo del logo dell’UNESCO. Celebri tra camminatori e alpinisti, percorse da alcune delle piste da sci più belle delle Alpi, queste cime e queste valli ricche di borghi, di castelli e di chiese e circondati da paesaggi montani straordinari, hanno visto all’opera scrittori, pittori e musicisti famosi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Degli uomini nati da queste parti (tra loro Mauro Corona e Reinhold Messner), dopo aver vissuto per decenni le Dolomiti come degli obiettivi da scalare, sono entrati tra i protagonisti del panorama culturale dell’Italia e dell’Europa.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img alt="undefined" src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/b/b2/Marmolada_Sunset.jpg/800px-Marmolada_Sunset.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; I confini tra gli stati, sulle Alpi, sono cambiati molte volte. Nella geografia dei popoli, invece, le Dolomiti si alzano da secoli sul confine tra la civiltà latina e quella germanica. Il loro nome, però, deriva da Déodat de Dolomieu, geologo e avventuriero francese, che alla fine del Settecento ha studiato la roccia che le compone. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Qualche decennio dopo i viaggiatori e gli alpinisti britannici hanno iniziato a scrivere delle Dolomite mountains, le “montagne di dolomia”. E l’aggettivo si è trasformato in sostantivo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img alt="undefined" src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/e/e6/Dolomiti_di_Brenta.jpg/800px-Dolomiti_di_Brenta.jpg"&gt;&amp;#160;&lt;/img&gt;&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Sicilia Trekking: Valle dell’Alcantara.</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2025/12/sicilia-trekking-valle-dellalcantara.html</link><category>Escursionismo</category><category>Itinerari</category><category>Sicilia</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 8 Dec 2025 21:12:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-7424805748645763955</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://pianoprovenzana.it/wp-content/uploads/2021/02/basalto-gole-alcantara-scaled.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il bacino idrografico del Fiume Alcantara si stende tra il massiccio dell’Etna a sud e le propaggini meridionali dei Nebrodi e dei Peloritani, grosso modo lungo il confine tra le province di Messina e Catania.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;L’asta fluviale principale scorre per poco più di 50 km sfociando nel Mar Jonio poco a sud di Taormina.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;L’alveo dell’Alcantara fu interessato in epoca preistorica e protostorica da colate laviche che a più riprese ne ostruirono o modificarono il corso. In corrispondenza delle formazioni basaltiche il fiume ha creato nel corso dei millenni un paesaggio geologico assolutamente unico, dando vita a caratteristiche, profonde forre frutto dell’erosione, che presentano strutture colonnari “a canna d’organo” o leggermente arcuate “ad arpa” e “a ventaglio” o disposte orizzontalmente “a catasta di legna” oppure caoticamente fratturate.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Tra queste formazioni le più famose e spettacolari sono quelle delle Gole di Larderia (più note semplicemente come “Gole dell’Alcantara”, anche se di gole l’Alcantara ne attraversa, solo in questo tratto, almeno tre). Sono ubicate in contrada Sciara Larderia, dove il fiume segna il confine tra i comuni di Motta Camastra (riva sinistra) e Castiglione di Sicilia (riva destra) e tra le province di Messina e Catania. Sulle strette pareti laviche, vicinissime e strapiombanti per decine di metri, si osservano splendide esposizioni con prismi basaltici.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;L’incessante scorrere della corrente e la conseguente erosione hanno svelato l’essenza del corpo lavico, che mostra tipiche fessurazioni verticali a prisma, comunemente note come basalti colonnari, a sezione pentagonale o esagonale, risultato delle contrazioni dovute al lentissimo raffreddamento di colate di notevole spessore.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Le gole sono lambite dalla statale 185, che risale per un tratto la valle dell’Alcantara. Direttamente dalla statale si può scendere, grazie a una lunga scalinata, fino allo sbocco delle Gole di Larderia: lasciandosi alle spalle la profonda forra il letto del fiume si allarga formando una deliziosa conca con sponde sabbiose, proprio nel punto in cui la scala termina.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Da qui, se le condizioni del fondale – soggetto agli effetti delle piene – lo permettono, è possibile risalire le fredde acque dell’Alcantara, inoltrandosi per alcune centinaia di metri nella forra basaltica e osservarne da vicino le stupefacenti formazioni geologiche.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Più a valle il fiume scorre ampio e pacifico per tornare a restringersi in prossimità della foce, nel territorio di Giardini Naxos, dove lo scavalcano le campate del famoso ponte di origine araba Al Qantar (“il ponte”), da cui deriva il nome Alcantara.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Oltre a quelli geologici molto interessanti sono anche gli aspetti botanici e faunistici della valle, che hanno concorso alle motivazioni per l’istituzione del Parco Fluviale dell’Alcantara, esteso su una superficie di 1.927 ettari.Parco Fluviale dell’Alcantara, F. Alaimo, Fabio&amp;#160; rlando    &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;Flora e fauna&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Nel 1493 lo storico Pietro Bembo descriveva una valle dell’Alcantara ricca di boschi di platani, querce e roveri. Oggi il fertile fondovalle è interamente occupato da colture, mentre l’ambiente ripariale è caratterizzato da macchia mediterranea con essenze spontanee (orchidee, anemoni, cisti, viole e papaveri), arbusti di oleandro, salice bianco, olmi, ontani, betulle, pioppi, nonché fichidindia selvatici. Per quanto riguarda le colture, la media valle è interessata da noccioleti e oliveti, mentre verso le pendici dell’Etna si estendono i vigneti (il territorio di Castiglione di Sicilia è quello maggiormente caratterizzato dalla produzione di vino e nocciole); la bassa valle è ampiamente caratterizzata dalla presenza di agrumeti (limoni e aranci).&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; La differenziazione morfologica dell’ambiente fluviale permette una variegata sopravvivenza di specie animali. In prossimità delle sorgenti, situate in un massiccio montuoso considerato come appartenente ai Peloritani occidentali e caratterizzato dalla presenza di foreste, è presente una ricca avifauna, tra cui spiccano l’aquila reale e l’aquila del Bonelli.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Con 174 specie gli uccelli sono il gruppo animale meglio rappresentato nell’intera valle.    &lt;br /&gt; Tra gli altri si segnalano il martin pescatore (Alcedo atthis), specie dal vistoso piumaggio, legata ai corsi d’acqua sia per l’alimentazione sia per la nidificazione, e il pendolino (Remix pendulinus), con un sito di nidificazione nel tratto medio dell’Alcantara; i nidi del pendolino, dalla peculiare forma a fiasco, costruiti con lana di pecora e amenti di salici e tamerici&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Trekking sulla catena del Lagorai, Cima d'Asta e Tesino (Trento)</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2025/12/trekking-sulla-catena-del-lagorai-cima.html</link><category>Itinerari</category><category>Trentino-Alto Adige</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 1 Dec 2025 21:05:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-5069619250236814279</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.visitvalsugana.it/images/Cosa_Scoprire/Valli/trekking-cima-dasta---lago-e-cima-7---foto-facen.JPG" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;Cima di Cece&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Catena porfirica dei Lagorai, zona centrale.    &lt;br /&gt;Partenza: rifugio Refavaie (1.115), (Caoria) in alta Val Vanoi (a 20 Km. da Fiera di Primiero x la galleria).    &lt;br /&gt;Percorso: Refavaie, bivacco &amp;quot;Paolo e Nicola&amp;quot; a forcella Valmaggiore (2.180), Cima Cece (2.754)(è la cima più alta della catena), forcella di Valmaggiore, lago Brutto (è bellissimo) e lago delle Trote, forcella Coldosè (2.182), Refavaie.    &lt;br /&gt;Difficoltà: Molto impegnativo più che altro per la lunghezza e le quote raggiunte. 10-13 ore complessive. Dislivello circa 2.000 metri!    &lt;br /&gt; Note: È molto bello spartire il giro in due giorni pernottando al bivacco o ancor meglio bivaccando con la tenda sulle sponde di uno dei laghetti.    &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;Laghi delle Buse Basse e forcella di Val Sorda&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Catena porfirica dei Lagorai, zona centrale.    &lt;br /&gt; Partenza: ponte della Conseria (1.485) in Val Campelle, laterale della Valsugana, strada da Strigno.    &lt;br /&gt; Percorso: malga Valsorda II (1.901), laghi delle Buse Basse (2.200), forcella Valsorda (2.256), passo di Val Cion (2.076), passo Cinque Croci (2.018), Conseria. Dislivello circa 1.000 metri.    &lt;br /&gt; Difficoltà: Facile. Veramente ameno. 1,30 a malga Valsorda + 1,30 ai laghetti + 1,30 al passo 5 Croci + 1 ora al ponte Conseria.    &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;Forcella Magna e Lago di forcella Magna&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Catena del Lagorai, zona centrale, versante Sud Occidentale del massiccio di Cima d'Asta.    &lt;br /&gt; Partenza: Ponte della Conseria (1.485), come al precedente itinerario.    &lt;br /&gt; Percorso: malga Conseria, passo Cinque Croci (2.018), laghi Lasteati, forcella Magna (2.117), laghetto di forcella Magna (2.165) +    &lt;br /&gt; Ritorno. Dislivello 700 metri.    &lt;br /&gt; Difficoltà: Facile. Ore 1,30 al 5 Croci + 1-2 al lago e forcella Magna + ritorno.    &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;Cresta di Socede e Cima d'Asta&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Cresta Sud Occidentale del massiccio granitico di Cima d'Asta.    &lt;br /&gt; Partenza: malga Sorgazza (1.450), strada della Val Malene da Castel Tesino, laterale della Valsugana.    &lt;br /&gt; Percorso: Sorgazza, baracca della teleferica, forcella Magna (2.117), cresta di Socede, rifugio O.Brentari (2.450), via normale alla    &lt;br /&gt; vetta di Cima d'Asta (2.847) + discesa per il sentiero di accesso al rifugio.    &lt;br /&gt; Tempi: ore 2 a forcella Magna + 3 cresta Socede + 1-2 alla Cima + 2-3 ore discesa.    &lt;br /&gt; Difficoltà: Molto impegnativo. Qualche passaggio attrezzato sulla cresta.    &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;Laghi e Cima di Colbricon&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Catena porfirica dei Lagorai, versante settentrionale.    &lt;br /&gt; Partenza: malga Rolle (1.950) a 1 Km. dal passo Rolle verso Predazzo.    &lt;br /&gt; Percorso: Facile mulattiera al rifugio Laghi Colbricon (1.927) poi sentiero a tratti ripido che si dirama dal passo del Colbricon, qualche&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Escursioni trekking Dolomiti - Sui sentieri della Grande Guerra.</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2025/11/escursioni-trekking-dolomiti-sui.html</link><category>Escursionismo</category><category>Itinerari</category><category>Trentino-Alto Adige</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 24 Nov 2025 21:01:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-280191333262520788</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://img.oastatic.com/img2/6241337/default/variant.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Un itinerario escursionistico impegnativo dal Passo Manghen al Rifugio Cauriol &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Località di partenza: Regione Trentino-Alto Adige   &lt;br /&gt; Tipo di itinerario: a piedi    &lt;br /&gt; Fondo stradale: Fuori strada    &lt;br /&gt;Difficoltà a piedi: Escursionisti Esperti    &lt;br /&gt;Dislivello in salita (m): 700    &lt;br /&gt;Quota massima raggiunta (m): 1600    &lt;br /&gt; Tempo (hh:mm): 8:00    &lt;br /&gt;Cartografia: 4LAND 108 - 1:25.000&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Dal Passo Manghen m 2047, unico valico che collega le vallate fiemmesi della catena del Lagorai alla Valsugana, il sentiero 322B conduce al Lago delle Buse superando alcuni straordinari esemplari di pino cembro, tra cui lo scheletro imponente de &amp;quot;L'Eterno&amp;quot;. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Superato anche il Lago delle Stellune e raggiunta a sinistra Forcella di Val Moena m 2294, il sentiero 321 costeggia il versante settentrionale di Cima delle Stellune e del Cimon di Busa della Neve fino a Forcella Lagorai m 2372, su tracce di sentiero in costa tra ampi ghiaioni, ammirando, duecento metri più in basso, la magnifica scenografia dei laghetti di Lagorai. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Sempre in costa si continua a seguire il segnavia 321, che sfiorata Cima Laste delle Sute m2 616, percorre uno spettacolare crinale su quote che si mantengono intorno ai 2500 metri, superando Forcella delle Sute m 2520, Forcella dei Pieroni m 2438, Forcella Cupolà m 2533, per raggiungere infine Cima di Litegosa a quota m 2548.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; La discesa al Passo di Litegosa m 2261, consente adesso di affacciarsi sul versante della Val Cia, avamposto del Vanoi nel cuore della catena del Lagorai, e costeggiare il ripido versante roccioso del Monte Formentone e Castel delle Aie, per scendere quindi a Passo Sadole m 2066.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Durante la Prima Guerra Mondiale del 1915/18, questo luogo fu teatro di drammatici&amp;#160; combattimenti per la conquista del Monte Cauriol m 2494, che domina la forcella. Evidenti tracce di baraccamenti e costruzioni militari caratterizzano ancora la zona; una comoda mulattiera conduce, attraversando suggestivi pascoli alternati a un rado bosco di abeti, fino al Rifugio Cauriol m 1600, dove in un piccolo museo sono conservati numerosi cimeli delle tragiche battaglie di ottant'anni fa&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Giro delle Orobie: Rifugio Lecco 1777 m.</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2025/11/giro-delle-orobie-rifugio-lecco-1777-m.html</link><category>Itinerari</category><category>Lombardia</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 17 Nov 2025 20:47:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-3082935223366107116</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/5/54/Rifugio_Lecco.jpg/1200px-Rifugio_Lecco.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Anche se si trova a pochi minuti dagli impianti di risalita delle piste da sci ai Piani di Bobbio, questo rifugio, costruito al centro di un bellissimo anfiteatro calcareo dominato dallo Zuccone dei Campelli, è immerso in un'atmosfera selvaggia e suggestiva.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; E' un punto di passaggio obbligato per compiere ascensioni allo Zuccone dei Campelli e allo Zucco Pesciola e per la più facile traversata del &amp;quot;sentiero degli stradini&amp;quot;. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;ACCESSO DA VALTORTA&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Difficoltà: T, Turistico;    &lt;br /&gt;Dislivello: 400 m;    &lt;br /&gt;Segnavia: dai piani di Bobbio n. 101;    &lt;br /&gt;Attrezzatura: Scarponcini.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Da Valtorta (935 m), nella Valle del Torrente Stabina, si continua lungo la strada carrozzabile che conduce ai Piani di Ceresola con baite, poi prosegue con curve e tornanti fino a toccare i Piani di Bobbio, a poche decine di metri dal Rifugio Sora (1662 m - privato). Si prosegue in direzione est sui bei piani erbosi, e in meno di un’ora si tocca il Rifugio Lecco (1779 m) del CAI di Lecco, posto su un cocuzzolo all’imbocco del Vallone dei Camosci.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;IL SENTIERO DEGLI STRADINI&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Difficoltà: E, per Escursionisti;    &lt;br /&gt;Dislivello: 150 m;    &lt;br /&gt;Segnavia: bolli e indicazioni della S.E.L.;    &lt;br /&gt;Attrezzatura: Scarponcini.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Questa traversata, molto frequentata, collega i piani di Bobbio a quelli d'Artavaggio, con un percorso però complessivamente più breve e meno ripido di quello utilizzato dal Sentiero delle Orobie Occidentali. In alcuni punti richiede comunque un certo impegno, lungo la testata della valle del Faggio si devono infatti superare brevi passaggi su roccia, talvolta attrezzati con catene fisse, per attraversare i canali che scendono sul fianco meridionale dello Zuccone Campelli e della cresta Ongania. Dal punto di vista geomorfologíco questa è l'area più interessante toccata dall'ítínerario che, tenendosi sotto l'alta bastionata dello Zucco di Pesciola, permette di osservarne i torrioni, le pareti, i pinnacoli e i salti di roccia in un paesaggio &amp;quot;dolomitico&amp;quot;. Molto gradevole anche il panorama sull'altopiano, le Grigne e il Resegone.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Dal rifugio Lecco si seguono le indicazioni per la via ferrata alla Zucco di Pesciola (via ferrata “Rebuzzini”) che conducono, dopo un breve saliscendi, alla vicina bocchetta di Pesciola (1784m), depressione tra la cresta Ongania e lo Zucco Orscellera, da cui si ha un bel panorama sul vallone dei Camosci e, alle spalle, dal Pizzo dei Tre Signori al Legnone.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Qui si lascia a destra l'itinerario n. 9 che sale da Moggio e si prosegue in piano, entrando nell'impluvio della valle del Faggio tenendosi al di sotto della bastionata della cresta Ongania, ricca di interessanti conformazioni calcaree. Si lascia a sinistra l'attacco della &amp;quot;via ferrata Rebuzzini” e si oltrepassano diversi spalloni e canali rocciosi (uno assai ripido richiede molta attenzione), percorrendo il fianco meridionale dello Zucco di Pesciola che si alza alla testata della valle del Faggio. Aiutati da una scaletta e da catene fisse si superano canali e piccole cenge, quindi si continua alternando tratti di sentiero su terreno erboso a passaggi su roccia fino ad arrivare all'ampia dorsale del Colletto del Faggio (1838m, panorama sul monte Sodadura e la cima di Piazzo), che si attraversa per entrare nell'altopiano d'Artavaggio. Si scende verso la casera Campelli, che si scorge in basso, ma poco prima, a un bivio, si tralasciano le tracce per la casera e per i rifugi Cazzaniga-Merlini e Nicola seguendo il percorso a destra indicato dai segnavia (lettera &amp;quot;A&amp;quot;, cerchio e freccia in minio con scritta &amp;quot;Funivia&amp;quot;). Per un breve tratto non vi sono tracce evidenti sul terreno, poi si ritrova il sentiero, si giunge a un secondo bivio e si continua diritto sulle tracce meno marcate. In ambiente carsico, sul bordo di doline e conche erbose, si prosegue la discesa, si attraversa il piano della Scaletta dove si perviene a un altro bivio e, lasciando a destra il sentiero per i piani di Artavaggio, si prosegue a sinistra fino a raggiungere il rifugio Cazzaniga-Merlini.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; NOTA: Per tornare al rifugio Lecco è possibile servirsi della 2° tappa del Sentiero delle Orobie Occidentali, oppure seguire l’itinerario escursionistico descritto per raggiungere lo Zuccone dei Campelli dal rifugio Cazzaniga.    &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;VIA FERRATA &amp;quot;MINONZIO&amp;quot; ALLO ZUCCONE DEI CAMPELLI&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Difficoltà: EEA, per Escursionisti Esperti con l'Attrezzatura necessaria;    &lt;br /&gt; Dislivello: 450 m;    &lt;br /&gt; Segnavia: bolli e indicazioni della S.E.L.;    &lt;br /&gt; Attrezzatura: Scarponcini, Casco, Imbracatura e Kit da Ferrata.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Dal rifugio Lecco si prende il sentiero che sale da Valtorta e lo si segue in senso inverso sino a raggiungere la stazione superiore di uno skilift ai piedi dell’erboso versante occidentale dello Zucco Barbesino. Sul muro in cemento di una casetta nei pressi dell’impianto di risalita è ben dipinta una freccia in vernice: seguendola ci si avvicina al pendio più ripido e aiutandosi con alcuni segnavia si inizia a guadagnare quota. La spalla dello Zucco Barbesino è in gran parte erbosa, ma durante la salita sono sempre più numerosi i pinnacoli rocciosi che svettano rendendo più suggestivo il paesaggio. Comunque, senza particolari problemi, si vincono circa 300 metri di dislivello e si raggiunge il filo dell’ampia cresta occidentale, seguendo la quale in breve si sale al cucuzzolo dello Zucco Barbesino, avendo di fronte tutto il maestoso anfiteatro del vallone dei Camosci dominato dalle verticali pareti calcaree dello Zuccone dei Campelli.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Per arrivare all’attacco della via ferrata, dalla vetta bisogna scendere verso Sud al sottostante intaglio della cresta che divide lo Zucco Barbesino dallo Zuccone dei Campelli (questo valico può anche essere raggiunto direttamente tagliando a mezza costa il versante meridionale dello Zucco stesso non appena la traccia di sentiero sale alla cresta occidentale). Presso l’intaglio giunge pure un ripidissimo sentiero che sale dal vallone dei Camosci: partendo dal rifugio Lecco questo percorso è senz’altro più breve e diretto rispetto a quello che abbiamo descritto, però è meno panoramico e non consente di effettuare il giro completo del gruppo montuoso.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Dalla forcella, scendendo di poco sull’opposto versante, si raggiungono i primi cavi metallici della via ferrata. Il passaggio più duro è subito all’inizio: aiutandosi solo con la catena si vince, piegando verso sinistra, un salto di roccia piuttosto liscio e leggermente strapiombante; al di sopra si va verso la cresta e restando leggermente sul versante orientale si procede facilmente fino a raggiungere la base di un torrione verticale che interrompe bruscamente la cresta. Con l’aiuto di altri cavi metallici si aggira l’ostacolo sfruttando una cengia sul lato Ovest; in seguito una ripida discesa ben attrezzata permette di ritornare in cresta. Il percorso procede ora più semplice con una serie di vari saliscendi in un ambiente che diventa via via più bello e suggestivo. Alla fine una ripida discesa conduce alla base di un profondo intaglio al di là del quale si giunge alla base della paretina più emozionante di tutto l’itinerario. Aiutandosi con i pioli infissi nella roccia e sfruttando anche l’appoggio di una lama staccata, si sale verso destra con un passaggio suggestivo e si esce più in alto sulla grande cengia che contorna la vetta principale e ben visibile anche dal basso.     &lt;br /&gt; Ora con brevi e facili passaggini su roccia si vincono gli ultimi gradoni e senza difficoltà si sale alla punta principale, dominata da una croce in ferro.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Per tornare al rifugio Lecco si consiglia di percorrere il sentiero della via Normale: dalla vetta si scende sulla cresta in direzione Sud; dopo aver scavalcato con l’aiuto di una catena metallica una stretta forra rocciosa, si raggiunge l’intaglio della bocchetta dei Camosci. Qui arrivano da Est il sentiero che sale dal rifugio Cazzaniga e da Ovest il sentiero che sale dal rifugio Lecco. Prendendo questa seconda traccia si piega a sinistra entrando nel canalone che sfocia alla base del vallone dei Camosci: inizialmente esso è stretto e ripido, poi la pendenza diminuisce e allora il percorso diventa facile sino al pianoro sottostante. In ogni caso durante questa discesa è importante non smuovere i numerosi sassi mobili presenti. Una volta raggiunto il fondo della valle dei Camosci, in breve si torna al rifugio Lecco percorrendo per pochi minuti la mulattiera di servizio allo skilift. &lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Giro delle Orobie: Rifugio Tagliaferri 2328 m.</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2025/11/giro-delle-orobie-rifugio-tagliaferri.html</link><category>Itinerari</category><category>Lombardia</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 10 Nov 2025 20:39:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-8810838395163043978</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.valseriana.eu/wp-content/uploads/2016/04/DSCN0585.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il rifugio è posto quale tappa intermedia all'itinerario naturalistico Antonio Curò trovandosi esattemnete a metà strada tra il rifugio Curò e il passo del Vivione.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;L'ambiente è molto interessante sia per la fauna e la flora (la zona è tutelata dalla riserva faunistica Belviso/Barbellino), sia per i numerosi specchi d'acqua sparsi quà e là lungo tutti i versani delle montagne circostanti.     &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;ACCESSO DA SCHILPARIO (RONCO)&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Difficoltà: E, per Escursionisti;    &lt;br /&gt; Dislivello: 1250 m;    &lt;br /&gt; Segnavia: 413;    &lt;br /&gt; Attrezzatura: Scarponcini. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;A meno di i Km da Schilpario, in corrispondenza delle case di Ronco, si supera il ponte sul torrente Vo e si prosegue a sinistra lungo la strada sterrata che in circa 800 metri porta al piazzale del Ristorante Vo (1100m).&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Si lascia l’automezzo e si seguita lungo la ella stradina che, in mezzo al bosco, lasciata a destra la muiattierache porta al Passo del Venerocolo, supera il torrente su un caratteristico ponticello e con alcune curve portaalla Cascata del Vo. Una cinquantina di metri prima di giungere alla cascata (consigliata la visita) sullasinistra un doppio ponticello di travi in legno scavalca il torrente Vo (segnalazione). Imboccare questoponticello e innalzarsi lungo il bosco per ripido pendio fino ad incrociare poco più sopra la mulatteria cheproviene da Ronco. Seguire a lungo con moderata pendenza questa mulattiera, alta sul torrente, fino asbucare sul pianoro erboso dove, sulla sinistra, si trova la Baita di Venano di Sotto (quota 1500); con largogiro la mulattiera vince il cocuzzolo sul quale fa bella mostra di sé il piccolo fabbricato in muratura del rifugiodedicato a Placido Piantoni (1671 m). Senza raggiungere il rifugio che si lascia sulla sinistra, la mulattiera prosegue in piano poi, su alcuni massi, scavalca il torrente e si inerpica in direzione delle Baite di Venano diMezzo (1679 m).&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Un ripido sentiero dietro le baite sale in alto e va a raggiungere la mulattiera prima di una cengia scavata nella roccia; al di sopra il sentierino fa alcune curve, lascia a sinistra un bel pianoro erboso e in una ventina di minuti raggiunge la Baita di Venano di Sopra (1864 m), recentemente ristrutturata.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Il sentiero continua in piano nel pascolo (fare attenzione ai segnali); con un largo giro prima a ovest poi decisamente a sud si innalza gradatamente con una numerosa serie di serpentine. A quota 2100 circa oltrepassa un canale, generalmente con residui di neve: attenzione nell’attraversamento come attenzione si deve porre poco prima nell’attraversare un torrentello dove la mulattiera è letteralmente scomparsa.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Sempre con pendenza regolare, tipica delle mulattiere di guerra, ci sì innalza lungo un pendio di erbe e pietrame chiamato “i Solegà”; si oltrepassa un minuscolo laghetto a quota 2200 e qui la mulattiera prende decisamente la direzione nord. Quasi perfettamente in piano e per circa un chilometro e mezzo, la mulattiera continua assecondando alcune vallette poi, quando scompare perché franata, bisogna attraversare lungo una cengia di non facile percorso per una decina di metri; dopo un centinaio di metri facili ecco il Passo di Venano (2328 m). Al di là, la Valle di Belviso e vista sul Monte Torena e Pizzo Strinato.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Al Passo di Venano è stato costruito nel corso dell’estate 1985 un rifugio in muratura a cura della Sottosezione del CAI di Valle di Scalve, intitolato a Nani Tagliaferri scomparso sul Pukajirka Central (Ande Peruviane) il 14 luglio 1981. L’inaugurazione del rifugio è avvenuta il 22 settembre 1985.&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;IL PERIPLO DEL GRUPPO STRINATO-GLENO-RECASTELLO&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Difficoltà: EE, per Escursionisti Esperti;    &lt;br /&gt; Dislivello: 500 m;    &lt;br /&gt; Segnavia: 324 per tutto il percorso;    &lt;br /&gt; Attrezzatura: Scarponi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Nota: tutto il percorso è stato segnato dal CAI di Bergamo con il segnavia 324. Nella descrizione dell’itinerario però facciamo riferimento anche ai segnavia utilizzati dal CAI di Aprica per maggiore chiarezza.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Combinando questo itinerario con la seconda tappa del Sentiero Naturalistico A. Curò, si compie l’interessantissimo periplo del gruppo Strinato-Gleno-Recastello.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Dal rifugio Tagliaferri si sale al vicino passo del Venano, valico che permette di accedere alla valle dominata dal grandioso lago di Belviso, il maggiore invaso artificiale delle Orobie. Qui si imbocca la traccia segnalata dell’alta via delle Orobie Valtellinesi (segnavia 13) che scende sull’opposto versante: dopo alcuni tornanti il sentiero taglia in diagonale verso sinistra e incrocia la bella mulattiera (segnavia 12) che sale al passo di Belviso partendo dalle sponde del sottostante lago omonimo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Sempre verso sinistra si aggirano le pendici della cima del Trobio e del monte Costone fino a raggiungere, presso quota 2000 m, un secondo bivio: lasciando a destra la traccia n. 12 si continua a mezza costa verso sinistra e in breve si arriva allo spiazzo dove è costruita la Malga Pila. Questa località è molto panoramica e permette di abbracciare con un solo colpo d’occhio tutto il versante destro della valle di Belviso, dominato dalle cuspidi del monte Telenek, del Sellero e del monte Venerocolo. Alla baita perviene anche la mulattiera pianeggiante (segnavia n. 5) proveniente dalla splendida conca che ospita il lago Verde e il lago Nero (percorso dell’Alta Via delle Orobie Valtellinesi): proseguendo su questo tracciato si continua per circa un chilometro in direzione Nord, Nord-Est finché non si incrocia il torrente che scende dal passo di Pila. Senza scavalcalo si resta sulla sua destra idrografica e, seguendo alcune tracce di sentiero (segnavia 324), si inizia la faticosa salita che permette di vincere i 500 metri di dislivello che separano dal valico. Dopo un buon tratto in direzione Ovest si taglia a destra e poi nuovamente sulla sinistra del torrente finché non si raggiunge la ripida barriera rocciosa sovrastante. Qui l’unico punto di passaggio è dato dal solco acquifero: seguendolo si trovano le tracce di sentiero e in breve si arriva all’ampia sella del passo di Pila.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Dal passo di Pila si torna sul versante meridionale delle Orobie, dove la traccia n. 324 prosegue fino ad arrivare al rifugio Curò. La zona, nonostante la presenza a poca distanza di tre rifugi alpini, è tra le più selvagge ed isolate di tutto il gruppo montuoso e non sarà senz’altro difficile avvistare branchi di camosci o sentire i caratteristici fischi delle marmotte. Poco al di sotto del valico si raggiunge il piccolo laghetto di Pila e, sempre rimanendo sul fondo del valle, con un giro prima in direzione Nord-Ovest poi decisamente Ovest, si arriva al lago Naturale del Barbellino.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Contornata la sponda settentrionale del bacino, si supera il nuovo rifugio Barbellino (privato) e si imbocca la bella mulattiera militare: dopo aver superato il torrente che scende dalla valle della Malgina, si giunge nella sottostante conca occupata dal grande invaso artificiale del Barbellino. Percorrendone la sua sponda meridionale, con un percorso quasi pianeggiante si arriva infine al rifugio Curò.    &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;LA CRESTA PIZZO TRE CONFINI - MONTE GLENO&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Difficoltà: PD, Alpinistica Poco Difficile;    &lt;br /&gt; Dislivello: 900 m;    &lt;br /&gt; Segnavia: 321 fino al passo del Bondione;    &lt;br /&gt; Attrezzatura: Scarponi, Casco e Corda.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Dal rifugio Tagliaferri si sale al vicino passo del Venano e qui si prende la traccia del Sentiero Naturalistico Curò in direzione del rifugio Curò (segnavia 321). Dopo un breve tratto sulla panoramica cresta, dalla quale la vista spazia sulle cime calcaree della valle di Scalve e sull’ampia valle di Belviso dominata dal grande invaso artificiale, con una breve salita si tocca il passo di Belviso, valico che mette in comunicazione la valle omonima con la valle del Gleno.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Dal passo si scende in valle del Gleno perdendo poco meno di 300 m di quota fino ad incrociare sulla destra il bivio per la val Bondone. Sempre seguendo il segnavia 321 si lascia a sinistra il sentiero 410 che scende al lago del Gleno e con un percorso a mezza costa si scavalca la cresta meridionale del pizzo dei Tre Confini in corrispondenza dell’intaglio del passo di Bondone. Al di là del passo si scende brevemente nella conca postglaciale sottostante e si abbandona il sentiero 321 in favore di alcune tracce (bolli rossi) che salgono sui pendii di destra (Nord) in direzione della vetta del pizzo del Tre Confini.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Senza percorso obbligato si rimontano i facili gradoni in parte rocciosi e in parte erbosi fino ad una piccola forcella sulla cresta. Poco oltre si supera una breve placca rocciosa (attenzione a non scivolare sul pietrisco che la ricopre) e con un ultimo facile tratto di cresta si raggiunge la vetta del pizzo dei Tre Confini, al centro di un magnifico anfiteatro dominato dalle vette del pizzo Recastello e dall’affilato monte Gleno.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Dalla vetta iniziano le difficoltà alpinistiche vere e proprie: facendo molta attenzione si scende sulla cresta Nord-Est in direzione della sottostante bocchetta senza nome che separa il Tre Confini dal monte Gleno.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Oltre la bocchetta, la cresta si fa molto più sottile e sale a gradoni ripidi verso la vetta. Si segue il filo o le vicinanze immediate appoggiando per buoni tratti sempre sul versante della valle del Gleno (passaggi di II, attenzione alla roccia molto friabile) e per evidenti tracce di passaggio si raggiunge la cima.&lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Giro delle Orobie: Rifugio Vivione 1850 m.</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2025/11/giro-delle-orobie-rifugio-vivione-1850-m.html</link><category>Itinerari</category><category>Lombardia</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 3 Nov 2025 20:34:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-1275045052871947150</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.rifugi.lombardia.it/wp-content/themes/rifugi-lombardia/images/cache/2C8DDABA3E06CD9DC5608D655638A164_1440_620.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il rifugio Vivione è raggiungibile direttamente in automobile sia dalla Val di Scalve che dalla Valcamonica percorrendo la strada carrozzabile del passo del Vivione (aperta solo nei mesi estivi).   &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;IL CIMONE DELLA BAGOZZA&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Difficoltà: E, per Escursionisti;    &lt;br /&gt; Dislivello: 850 m;    &lt;br /&gt; Segnavia: 417;    &lt;br /&gt; Attrezzatura: Scarponi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Nota: anche se questa escursione non parte esattamente dal rifugio Vivione, abbiamo pensato di inserirla ugualmente in questa raccolta per non escludere una vetta così importante e suggestiva come questa. Il Cimone della Bagozza è la cima più bella ed attraente di tutto il gruppo dei Campelli. Con lo slancio del suo spigolo nord sul quale si svolge una delle più difficili arrampicate delle montagne bergamasche e l’adiacente Torre Nino, il Cimone della Bagozza rappresenta una tipica montagna dolomitica che caratterizza questo affascinante angolo della VaI di Scalve.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Dal passo del Vivione si percorre in discesa la strada che collega il valico con Schilpario fino alla quota 1580 nella località chiamata Cimalbosco dove la strada, con una curva, cambia direzione (bar). Per la strada carrareccia che si inoltra verso Est ci si porta alla Malga Campelli di sotto (1640 m) e a una radura erbosa dove sorge su un masso una bella Madonnina in bronzo, opera dello scultore Tomaso Pizio. Da qui seguire tracce di sentiero verso destra e portarsi al Lago di Campelli (1680 m), dal quale si punta in direzione del Cimone della Bagozza.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Si attraversano alcune strisce erbose e si attacca il lungo e faticoso ghiaione che adduce alla base dello spigolo nord del Cimone, dove alcune lapidi di caduti segnano l’inizio del canalone. Questo va risalito preferibilmente sul fondo (attenzione alla caduta di sassi!) o sui fianchi laterali. Il canale è stretto e pieno di ghiaia mobile: in cima si sbuca al Passo della Bagozza (2280 m circa).    &lt;br /&gt; Dal passo ci si porta su una cengia che sale diagonalmente verso sinistra e si raggiunge la cresta sud, erbosa, che senza difficoltà conduce alla vetta (2409 m).&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Per la discesa, volendo compiere un bel giro ad anello, dalla vetta conviene seguire la cresta est che precipita abbastanza ripida ed erbosa verso il sottostante Passo delle Ortiche (2290 m): alcune tracce di passaggio indicano esattamente il percorso. Raggiunto il passo, un sentiero percorre il ghiaione sottostante la Torre Nino che slanciata ed elegante caratterizza questo versante del Cimone; si raggiunge così di nuovo il Lago di Campelli e la radura erbosa dov’è la Madonnina.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; La strada carrozzabile del passo del Vivione costruita dagli Alpini durante la prima Guerra Mondiale, permette di accedere con tutta facilità all’estremo lembo orientale della valledi Scalve, in un ambiente tra i più intatti e suggestivi di tutta la catena. La zona è infatti interessante soprattutto per l’abbondante fauna d’alta quota, che può essere avvistata percorrendo ad esempio il sentiero Naturalistico A. Curò. &lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Giro delle Orobie: Rifugio Grassi 1987 m</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2025/10/giro-delle-orobie-rifugio-grassi-1987-m.html</link><category>Itinerari</category><category>Lombardia</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 27 Oct 2025 20:23:00 +0100</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-7968966019553943180</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.gedistatic.it/content/gnn/img/lastampa/2021/12/14/190247602-71d6d67b-6be0-41f5-a33f-c023c7c2c634.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il rifugio Grassi si trova presso la placida conca ai piedi del passo Camisolo, in posizione panoramica stupenda sullo slanciato profilo occidentale del pizzo dei Tre Signori.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Usato prevalentemente per scopi escursionistici permette di accedere anche a qualche via di arrampicata sul Tre Signori stesso e sul non distante pizzo Varrone. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;ACCESSO DA VALTORTA&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Difficoltà: E, per Escursionisti;    &lt;br /&gt;Dislivello: 650 m;    &lt;br /&gt;Segnavia: dai piani di Bobbio n. 101;    &lt;br /&gt;Attrezzatura: Scarponcini.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;L’accesso più veloce da Valtorta segue in parte il percorso del Sentiero delle Orobie Occidentali.    &lt;br /&gt;Lasciata la macchina al parcheggio alla partenza degli impianti da sci, si continua a piedi lungo la stretta strada asfaltata (divieto di transito agli automezzi privati) e dopo alcuni tornanti si passa accanto ad una pista da sci. Per questa o ancora sulla strada si sale direttamente verso i Piani di Bobbio: appena prima di raggiungerli, sulla destra della strada si incontra il segnale con le indicazioni per il rifugio Grassi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Con andamento pianeggiante all’interno di un bosco, si tocca il passo del Cedrino e, dopo poco, il passo del Gandazzo. Qui inizia una faticosa salita lungo gli erbosi versanti meridionali dello Zucco del Corvo: vinti circa trecento metri di dislivello si scavalca la cresta terminale del monte e si raggiunge la suggestiva cengia che permette di guadagnare l’aereo passo del Toro, alto sopra i dirupi che precipitano sul fondovalle. Da qui è già visibile, superiore alle altre, la cuspide rocciosa del Pizzo dei Tre Signori. Il successivo tratto di percorso, dopo una breve salita, corre quasi pianeggiante lungo i pianori che si distendono tra le dolci elevazioni di questa zona: scavalcata la bocchetta di Foppabona si esce in vista del rifugio Grassi, che si raggiunge in pochi minuti con un sentiero prima in discesa e poi in lieve salita. &lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;IL PIZZO DEI TRE SIGNORI PER LA VIA &amp;quot;DEL CAMINETTO&amp;quot;&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Difficoltà: EE, per Escursionisti Esperti;    &lt;br /&gt;Dislivello: 600 m;    &lt;br /&gt;Segnavia: n. 101 fino alla bocchetta Alta, poi segnalazioni S.E.L.;    &lt;br /&gt;Attrezzatura: Scarponi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Dal rifugio Grassi imboccare il sentiero delle Orobie occidentali n. 101 in direzione del rifugio Benigni che, per il primo tratto, avanza praticamente pianeggiante. Dopo aver superato i vasti pendii erbosi del cucuzzolo dietro al rifugio, si sale sul filo della spaziosa e panoramica cresta che scende dal Pizzo e, sempre procedendo in lieve pendenza, ci si dirige verso Est, raggiungendo in breve tempo la Cima di Camisolo (2157 m.).&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Ora il crinale diventa un poco più stretto: poco oltre due tratti rocciosi vengono facilmente superati aiutandosi con le mani e piegando prima sul versante Brembano e subito dopo su quello lecchese. Presso questo tratto di cresta è curioso osservare un vecchio cippo di pietra del 700 che indicava il confine tra territorio milanese e veneto; verso Nord colpisce invece l’attenzione il bellissimo laghetto naturale del Sasso (1922 m.), adagiato sul fondo dell’ampia valle che nel frattempo si è aperta di fronte a noi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Continuando a salire si giunge ad un bivio: sulla destra il sentiero delle Orobie Occidentali (segnavia 101) abbandona la cresta e, procedendo a mezza costa, aggira i pendii meridionali del pizzo dei Tre Signori sino ad attraversare la Valle d’Inferno; sulla sinistra, una traccia marcata dai segnavia S.E.L. conduce invece in vetta al pizzo. Seguendo quest’ultimo percorso si rimonta un ulteriore tratto di crinale erboso finché un marcato salto roccioso non interrompe bruscamente la cresta. Piegando allora sul più facile versante Brembano, le tracce portano all’imbocco di un ripidissimo canalone erboso che viene risalito completamente con frequenti e faticose svolte (attenzione alla caduta sassi e a non scivolare) fino a sbucare sulla cresta Ovest, nuovamente ampia e praticabile.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Procedendo adesso per qualche minuto verso Est, si giunge facilmente ai piedi della rocciosa e snella calotta finale del pizzo dei Tre Signori, l’ultimo ostacolo da superare per guadagnare la vetta. A questo punto il sentiero entra in una singolare frattura della roccia larga un paio di metri e che permette di scavalcare il blocco roccioso senza troppe difficoltà (catene fisse); al termine si sbuca sul fianco della parete Nord, ripidissima ma interrotta da una provvidenziale cengetta (punto più difficile). Il passaggio è piuttosto esposto, ma alcune catene fisse permettono di uscire facilmente dalle difficoltà e di salire così alla sovrastante anticima.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; La cima vera e propria è poco più lontano e viene vinta percorrendo alcuni metri di facile cresta e risalendo un piccolo canaletto erboso poco ripido. Il panorama dalla vetta è veramente immenso: tutte le Alpi valtellinesi, poi il gruppo delle Grigne e lo Zuccone dei Campielli, la costiera dell’Aralalta e del monte Venturosa, le cuspidi capricciose del monte Valletto, del Ponteranica e del pizzo di Trona... Il sottostante lago d’Inferno, invece, non è visibile perché coperto da un grosso sperone roccioso: se ne riesce ad intravedere solo la diga.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Per la discesa consigliamo di percorrere il seguente itinerario, più facile di quello dell’andata ma parimenti interessante. Dalla vetta si segue verso Est il sentiero C.A.I. n. 106 che scende alla bocchetta d’Inferno, ma lo si abbandona quasi subito nei pressi di un pianoro erboso poco sotto la cima. Qui, infatti, si devono seguire alcuni vecchi segnali (indicazione &amp;quot;sentiero delle foppe&amp;quot;) che tagliano verso Ovest addentrandosi nella valle, suggestiva e rocciosa, che si apre esattamente ai piedi delle pareti settentrionali del pizzo dei Tre Signori.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Il primo tratto richiede attenzione, ma impegna in divertenti passagini di arrampicata: per perdere quota ci si cala infatti in uno stretto e verticale canalone, tra salti di rocce e tratti su neve, fino a raggiungere un ripido prato. A questo punto la traccia si fa meno chiara, ma ciò non comporta problemi di orientamento: scendendo parecchio, sempre verso Ovest, si incrocia infatti il sentiero, assai più chiaro, che proviene dal rif. Falck attraverso la bocchetta di Trona e che giunge al “Pian delle Parole”. Seguendo questo tracciato e procedendo verso Sud, ci si ricollega facilmente al sentiero dell’andata all’altezza della Cima di Camisolo. &lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Giro delle Orobie: Rifugio Laghi Gemelli 1968 m.</title><link>http://immaginiditalia.blogspot.com/2025/10/giro-delle-orobie-rifugio-laghi-gemelli.html</link><category>Itinerari</category><category>Lombardia</category><author>noreply@blogger.com (Fausto Baccino)</author><pubDate>Mon, 20 Oct 2025 21:16:00 +0200</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-4254591590681498188.post-4689215857331233260</guid><description>&lt;p&gt;&lt;img src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/a/a2/Rifugio_Laghi_Gemelli_-_luglio_2008.jpg/1200px-Rifugio_Laghi_Gemelli_-_luglio_2008.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il rifugio dei Laghi Gemelli sorge nei pressi&amp;#160; della diga di sbarramento degli omonimi laghi, ora riuniti in unico bacino, e la sua collocazione è piacevolmente contornata da alcuni tra i monti più frequentati della Orobie, quali la cima del Becco, il monte Farno, il monte Corte, il monte Spondone e altri ancora. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;ACCESSO DA CARONA&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Difficoltà: T, Turistico;    &lt;br /&gt;Dislivello: 900 m;    &lt;br /&gt;Segnavia: 211;    &lt;br /&gt;Attrezzatura: Scarponcini.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Dalla sponda meridionale del lago Carona (1100 m) si stacca un sentiero (segnavia 211) che risale a zig zag tutto il vallone e il bellissimo bosco di abeti, sotto la linea della funivia dell’Enel. Dopo circa due ore di salita, sempre nel bosco, il sentiero sbuca, con serpentine, sotto la diga del Lago Marcio (1841 m), ne contorna in piano la sponda occidentale ed arriva alla stazione superiore della funivia. Si scende allora verso sinistra, alti sul Lago delle Casere, si attraversa un ponticello sul torrente della VaI Borleggia, si risale l’opposto versante e passando accanto ad una lunga casera si risale l’ultimo valloncello che conduce al rifugio. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;IL PIZZO FARNO&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Difficoltà: E, per Escursionisti;    &lt;br /&gt;Dislivello: 700 m;    &lt;br /&gt;Segnavia: 232 e 215 dal passo di Vasanguigno in poi;    &lt;br /&gt;Attrezzatura: Scarponcini.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Partendo dal rifugio si scende al lago e si attraversa la lunga diga portandosi sul sentiero che costeggia la sponda orientale del bacino. Lo si percorre per breve tratto indi si sale per ripidi pendii erbosi e pietrosi in direzione di uno sperone. Raggiungo il culmine si prosegue in direzione della Baita del Farno ( 2162 m) e da questa, per tracce e facili pendii erbosi, si giunge alla cima del pizzo Farno (2502 m., croce), da cui si gode di un’ottima vista sulla cerchia dei monti circostanti.    &lt;br /&gt; La discesa si può effettuare per il versante NE seguendo la cresta che divalla fino a trovare il passo di Valsanguigno (2380 m) ed ad incrociare il sentiero 232 che proviene dalla valle omonima. Una lunga discesa spesso articolata su un sentiero non sempre evidente riporta alla base del lago presso la sua sponda sotto il versante Nord del Monte Corte.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Scegliendo una delle tante tracce (segnavia 216) si risale gradatamente in diagonale fino alla sovrastante depressione del passo dei Laghi Gemelli (2139 m). Dopo una piccola sosta per osservare il panorama dolomitico che domina la Val Canale, si ritorna per un breve tratto sul sentiero 216 percorrendolo in direzione del lago fino ad incrociare sulla sinistra la traccia di collegamento con il passo di Mezzeno (indicazioni). Alcuni bolli rossi permettono di non sbagliare strada e in breve anche questo secondo valico viene raggiunto (2142 m).&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Il passo di Mezzeno è piuttosto frequentato perché permette l’accesso alla conca dei laghi Gemelli dalla valle di Roncobello: piegando decisamente a destra si imbocca proprio il sentiero (segnavia 215) che collega le Baite di Mezzeno (Roncobello) al rifugio. La traccia, dopo un ripiano, scende velocemente verso il lago dopo aver incrociato sulla destra quello che proviene dal passo dei laghi Gemelli e pure diretto al rifugio (segnavia 216). I due sentieri ora corrono in comune: prima alti sul lago e poi via via più in basso, superano una Baita e raggiungono infine il Rifugio. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;IL PIZZO DEL BECCO&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Difficoltà: EEA, per Escursionisti Esperti con l'Attrezzatura necessaria;    &lt;br /&gt;Dislivello: 600 m;    &lt;br /&gt;Segnavia: 214 fino al lago Colombo;    &lt;br /&gt;Attrezzatura: Scarponi. Utile il Kit da Ferrata e il Casco.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Partendo dal Rifugio si scende al lago e si attraversa la lunga diga. Raggiunta la sponda opposta, si prende a sinistra il sentiero 214 che, dopo aver superato alcune costruzioni, si immette sulla mulattiera di servizio agli impianti. Dopo alcuni tornanti, si raggiunge l’ovale del lago Colombo (2044 m), situato nella valle d’Aviasco tra il Pizzo Becco ed il Pizzo Farno.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Superata la diga si procede verso valle per poche decine di metri fino ad incrociare sulla destra la traccia per la salita al pizzo del Becco (chiare indicazioni su una roccia). Dopo alcuni gradini scavati nel terreno si piega a destra e dopo aver guadagnato quota si entra in una zona di grossi macigni. Puntando ad un grosso roccione si passa nelle vicinanze della baita del Teciù e per rapido sentiero si giunge ad un terrazzo erboso alla base delle pareti meridionali del pizzo del Becco.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Poco oltre i segnavia conducono all’imbocco di un viscoso canale che costituisce la via normale di salita alla vetta. Il canale, in parte attrezzato con catene fisse (l’attrezzatura è stata di recente sostituita a cura del Gruppo Penne Nere di Boccaleone-BG), va risalito fino alla sommità. Poco oltre, un prato in forte pendenza permette di guadagnare ulteriore dislivello e di montare direttamente sul crestone orientale del pizzo: qui, piegando a sinistra, si affrontano altri tratti attrezzati e alla fine si sale alla vicina croce di vetta. La vista è molto panoramica e domina i numerosi laghi e le cime della zona.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt; Per tornare al rifugio è consigliabile seguire un percorso diverso da quello dell’andata: giunti nuovamente al punto in cui il canale meridionale si salda alla cresta orientale, invece di scendere a destra si prosegue ancora lungo il crinale in direzione Est puntando ad una serie di dossi e avvallamenti rocciosi. Senza percorso obbligato e aiutandosi anche con i numerosi ometti di sassi sparsi qua e là, si prosegue restando alquanto al di sotto del filo della cresta sul versante Nord fino a raggiungere un laghetto e il vicino stretto intaglio del passo di Sardegnana. Questo valico è senz’altro uno dei luoghi più selvaggi e sconosciuti delle Orobie, dominato com’è da repulsive pareti verticali e rinserrato tra orridi salti di roccia.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   &lt;br /&gt;Scendendo sul pendio meridionale, erboso e più tranquillo, si procede liberamente andando ad individuare una traccia che sale da valle. Questa, dopo pochi tornanti, conduce al ben più marcato sentiero che proviene dal passo d’Aviasco (segnavia 214) e che riporta direttamente alla diga del lago Colombo. &lt;/p&gt;</description><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item></channel></rss>