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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
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		<title>Liberare la sessualità</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 22:36:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Miranda Shaw</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Sessualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Miranda Shaw ha conseguito un dottorato in Studi buddisti alla Harvard University, è vincitrice di una borsa di studio Fullbright e attualmente è ricercatrice in Studi buddisti nel Dipartimento di Religione all’Università di Richmond. Il suo libro, Passionate Enlightenment: Women in Tantric Buddhism, spiega quanto fosse importante il ruolo delle donne nell’insegnamento e nella pratica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="statua donna estatica.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/statua-donna-estatica.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/statua-donna-estatica.jpg" alt="statua donna estatica.jpg" align="left" hspace="6" /></a>Miranda Shaw ha conseguito un dottorato in Studi buddisti alla Harvard University, è vincitrice di una borsa di studio <em>Fullbright</em> e attualmente è ricercatrice in Studi buddisti nel Dipartimento di Religione all’Università di Richmond. Il suo libro, <em>Passionate Enlightenment: Women in Tantric Buddhism</em>, spiega quanto fosse importante il ruolo delle donne nell’insegnamento e nella pratica tradizionali tantriche.</p>
<p>Il Tantrismo è un ramo non-monastico e non-casto della pratica buddista indiana, himalayana e tibetana, che cerca di inserire ogni aspetto della vita quotidiana, incluse l’intimità e la passione, nel cammino verso la liberazione. Gli storici hanno quasi sempre pensato che nelle pratiche tantriche le donne fossero subordinate, quando non addirittura sfruttate e degradate. Miranda Shaw sostiene il contrario.</p>
<p>Oltre alle interviste e al lavoro sul campo condotto per due anni in India e in Nepal, la Shaw ha scoperto quaranta opere inedite di donne del periodo Pala (dall’ottavo al dodicesimo secolo d.C.), grazie alle quali ha riscritto la storia del buddismo tantrico nei primi quattro secoli. La Shaw sostiene che in quel periodo il Tantrismo promuoveva un’ideale di relazione tra uomo e donna basato sulla cooperazione e la liberazione reciproca, assegnando alle donne il ruolo di sorgente dell’intuizione e del potere spirituali. Segue una intervista.</p>
<p>Ellen Pearlman: Esistono dei principi fondamentali nella letteratura sulla sessualità tantrica,?</p>
<p>Miranda Shaw: Sì. I Tantra, o i testi sacri tantrici, affermano chiaramente che lo scopo della relazione è l’illuminazione di entrambi i partner. Non può essere la gratificazione egoica di una sola persona. Questo scopo deve essere assolutamente chiaro e concordato esplicitamente da entrambi. Un altro principio che può impedire il tipo di sfruttamento avvenuto in occidente è che nel Tantra la donna prende sempre l’iniziativa. Sempre.</p>
<p>Ellen Pearlman: È possibile che l’uomo chieda e la donna acconsenta</p>
<p>Miranda Shaw: Sarebbe una rottura delle regole, perché l’iniziativa è nelle mani della donna. Ma se egli fa un approccio, cosa inusuale, deve usare delle convenzioni stabilite nei testi tantrici. Deve essere estremamente rispettoso e usare gesti segreti non verbali per comunicare con lei. Innanzitutto, cerca alcuni segni ben precisi per determinare se lei è una praticante tantrica, poi dimostra di essere un degno compagno tantrico usando quei gesti e rendendo quelle forme di omaggio che ci si aspetta da lui. Queste forme di omaggio sono elencate negli <em>Yogini Tantra</em>, che i tibetani definiscono i “testi madre” del Tantra.</p>
<p>Egli deve prostrarsi davanti a lei, girarle attorno e usare una forma di etichetta chiamata “condotta della sinistra”, in cui lui sta alla sinistra di lei quando camminano, fa il primo passo con la gamba sinistra e le porge offerte con la mano sinistra. Quando mangiano insieme, deve sempre servire lei per prima. Questi atteggiamenti dimostrano che egli non cerca una relazione per l’appagamento del suo ego, ma che è abbastanza civilizzato e raffinato da diventare il suo compagno spirituale e da comprendere che questa relazione sarà al suo servizio.</p>
<p>Ellen Pearlman: E questo avviene tra insegnante e discepolo?<span id="more-801"></span></p>
<p>Miranda Shaw: No, questo avviene tra uomo e donna, sia quando uno dei due è un insegnante sia, più spesso, quando nessuno è l’insegnante dell’altro. I racconti che ci sono pervenuti includono vari tipi di casi. Nella sessualità tantrica, la relazione ruota intorno alle offerte che lui fa a lei, anche se entrambi i partner stanno cercando di raggiungere certe trasformazioni yogiche. Si ritiene che essi porteranno i propri stati psichici in risonanza l’uno con l’altro, e lentamente si aiuteranno a innalzarsi, aumentare e intensificare l’energia a disposizione di ognuno per percorrere il cammino tantrico. Quindi, è impossibile che una persona consegua qualcosa a livello psichico, mentre l’altra resta indietro. I partner devono entrare in questa dimensione, questa esperienza della beatitudine trascendentale, insieme.</p>
<p>Ellen Pearlman: Come si riconoscono tra loro?</p>
<p>Miranda Shaw: Innanzitutto, essi sono alla ricerca di un praticante tantrico che comprenda i principi basilari della relazione. Una persona nuova allo studio e alla pratica del buddismo non è un potenziale praticante tantrico. Una delle caratteristiche chiave è che entrambi devono aver fatto voti tantrici, quelli che accompagnano l’iniziazione all’«Anuttara-yoga». Prendere i voti, o “samaya”, vuol dire far propria quella concezione del mondo all’interno della quale sono operativi questi principi. Tenere fede a questi voti indica una capacità di mantenere un impegno, di restare fedeli a una relazione di importanza profonda e assoluta per entrambi i partner, mantenendola nell’integrità e la segretezza necessarie.</p>
<p>Ellen Pearlman: Questo implica la monogamia?</p>
<p>Miranda Shaw: Questo implica integrità impeccabile nei rapporti reciproci. Per esempio, un partner non può mantenere segreta una relazione con un’altra persona. Una delle ragioni di ciò – piuttosto diversa da ciò che potremmo aspettarci – è che i partner stanno letteralmente condividendo il loro karma, la loro risonanza psichica. Sono in comunione al livello più intimo possibile, stanno unendo il loro destino spirituale. Questo è uno dei motivi per cui si chiama “pratica della karma mudra”: entrambi stanno lasciando un segno sul karma dell’altro. Ecco perché devi scegliere un partner con grande attenzione. Se interviene un’altra persona, il suo karma entra nell’equazione, per cui questo deve avvenire con la conoscenza e l’approvazione dell’altro. L’altra persona deve almeno poter scegliere se continuare o no, se interagire con la qualità di questa energia o no.</p>
<p>Ellen Pearlman: Puoi dire qualcosa di più riguardo le formalità?</p>
<p>Miranda Shaw: I criteri per scegliere un partner tantrico sono più severi di quelli per selezionare un compagno o un partner sessuale. I principi di una relazione tantrica sono più inflessibili, perché stai affidando la tua crescita spirituale a una relazione in cui entrambi i partner attraverseranno profonde trasformazioni yogiche. Nei testi tantrici è esplicitamente affermato che la donna ha le sue modalità di trasformazione che riflettono l’anatomia sottile del suo corpo psichico, o yogico, o “vajra”. L’uomo viene istruito sul come compiere quella serie di offerte collegate alle sue esperienze sempre più sottili e interiorizzate. Quando le si avvicina, le fa offerte gradite ai sensi, incluse parole premurose e gentili. Si dice che egli non deve criticare la donna o parlare duramente; deve essere molto amabile, gradevole, e fare offerte al Buddha in lei. Anche lei deve riconoscere il Buddha maschile, l’essenza illuminata, in lui.</p>
<p>Ellen Pearlman: Lei fa delle offerte?</p>
<p>Miranda Shaw: Lei non rende omaggio in alcun modo. Questo avviene per garantire che l’equilibrio del potere non penda assolutamente verso di lui. Dopo che egli ha compiuto le offerte esteriori ai sensi e le si è avvicinato, il livello successivo è l’offerta del piacere sessuale. I testi tantrici sono molto specifici su questo. In tale campo, egli deve essere una persona capace e preparata. I testi descrivono questo punto con grande delicatezza e bellezza. Egli deve essere un esperto, un virtuoso dell’eros, nonché dello yoga.</p>
<p>Ellen Pearlman: Ai fini del piacere sessuale?</p>
<p>Miranda Shaw: Lo scopo del darle piacere sessuale è risvegliare quella beatitudine che lei combinerà con la meditazione sul vuoto per raggiungere l’illuminazione. Le istruzioni sono estremamente chiare su questo. Man mano che il piacere aumenta, entrambi i partner devono rammentare l’uno all’altra di non scendere nella passione ordinaria e di non perdere la consapevolezza, perché questo sarebbe molto facile. A tal fine possono dire dei mantra, oppure graffiarsi o picchiettarsi leggermente con le unghie, per ricordarsi di restare desti.</p>
<p>Uno dei motivi per i quali la virtuosità di lui è tanto importante è il fatto che, quando cominciano a meditare sul vuoto, l’interazione fisica deve essere molto sottile e delicata, per non distrarre lei dalla meditazione sul vuoto. A questo punto, entrambi applicano la loro comprensione del vuoto alle esperienze che stanno vivendo. Cominciano a decostruire l’estasi, la relazione e l’oggetto e la fonte del piacere in quanto vuoti.</p>
<p>Ellen Pearlman: Qual è il rapporto tra tutto ciò e le accuse contro certi insegnanti di abusi sessuali sugli studenti?</p>
<p>Miranda Shaw: Penso che sia molto importante che le persone siano informate su cosa siano le relazioni e l’intimità tantriche. Una volta che lo sapranno, avranno qualcosa con cui misurare tutte le esperienze e le relazioni che gli capiteranno. A qualsiasi stadio potranno valutare se questo processo è per il beneficio di entrambi. Esso è utile all’illuminazione di entrambi i partner e di tutti gli esseri senzienti? La gente può applicare queste conoscenze anche alle azioni degli insegnanti buddisti. Per esempio, ogni tanto si viene a sapere di qualche insegnante che manipola verbalmente o emotivamente una donna per avere rapporti sessuali con lei, che è disonesto e non dimostra alcuna maestria yogica nella relazione. È molto facile vedere che questo comportamento non ha nulla a che fare con la pratica tantrica.</p>
<p>Ellen Pearlman: Cosa accade se due persone che non hanno mai avuto un’iniziazione tantrica, che deve essere data da un lama o un insegnante, vogliono praticare comunque esercizi tantrici?</p>
<p>Miranda Shaw: Questo tipo di informazioni può essere usato da persone che non sono interessate all’illuminazione, ma che vogliono usare alcune tecniche orientali per migliorare la propria vita sessuale. La motivazione è la linea divisoria tra la pratica tantrica e i suoi adattamenti più secolari. Penso che le persone di cui stai parlando, forse, vogliono conoscere meglio il Tantra per aggiungere nuove dimensioni alla propria vita sessuale.</p>
<p>Ellen Pearlman: Dunque, questa pratica è solo per i buddisti laici?</p>
<p>Miranda Shaw: È per chi non ha preso l’ordinazione monastica. Nella scuola “Nyingma” del buddismo tibetano, per esempio, esistono due strade percorribili: una è la “thab lam”, la pratica dello stadio perfetto con un partner yogico; l’altra è “dro-lam”, la pratica dello stadio perfetto senza un partner, per i monaci che non vogliono abbandonare il celibato o che non sono pronti per questo tipo di pratica. In Tibet, molto spesso le persone che non fanno una pratica tantrica con un partner si trattengono perché pensano di non essere abbastanza avanzate. Non è che ritengono il cammino monastico intrinsecamente superiore.</p>
<p>Ellen Pearlman: Secondo te, perché queste pratiche sono state tanto fraintese in occidente?</p>
<p>Miranda Shaw: In occidente siamo a uno stadio iniziale di assimilazione del buddismo. Siamo all’incirca come il Tibet del settimo secolo, quando i testi buddisti cominciarono ad arrivare dall’India. In India questi testi e insegnamenti hanno impiegato centinaia di anni per emergere, mentre in Tibet arrivarono tutti insieme sulla groppa di uno yak, come dicono laggiù. Ci furono molte discussioni e molta confusione, perché tantissimi testi arrivarono contemporaneamente. Oggi, anche noi in occidente abbiamo ricevuto una grande varietà di insegnamenti, e dobbiamo passarli al vaglio. Esistono così tanti testi buddisti che occorre molto tempo affinché vengano tradotti quelli pertinenti a un dato argomento.</p>
<p>Ellen Pearlman: Pensi che alcuni di questi testi sono stati soppressi perché furono tradotti da uomini?</p>
<p>Miranda Shaw: Nel Tibet, per esempio, i testi tantrici di cui sto parlando sono stati censurati nella loro versione canonica. Nelle versioni più antiche troviamo intatti tutti i riferimenti alle donne e al loro rapporto con gli uomini. Penso che nelle successive versioni canoniche questi riferimenti sono stati eliminati, perché sempre più spesso i traduttori erano monaci che avevano interesse a eliminare gli accenni alle donne, alla purezza e allo splendore del corpo femminile, alla magnificenza della sessualità e della sensualità nel contesto religioso.</p>
<p>Anche in Cina questi testi sono stati modificati, trasformando i riferimenti alle donne in riferimenti agli uomini. E scopro che quando questi testi vengono tradotti in inglese, di solito i traduttori uomini declinano i nomi e i pronomi al maschile o usano costrutti generici, ambigui, al plurale. Questo è molto fuorviante. In diverse versioni tibetane e nell’originale sanscrito in cui il genere è chiaramente specificato, ho scoperto che quello che in inglese è diventato un riferimento maschile, in origine era femminile.</p>
<p>Ellen Pearlman: Questa è una grande scoperta. Quindi, al lettore inglese stai offrendo molto di più che una semplice traduzione.</p>
<p>Miranda Shaw: È un mutamento di paradigma, perché io lavoro in base a principi ermeneutici diversi, con un altro approccio alla traduzione e all’interpretazione. La filosofia predominante è che tutti i testi religiosi sono stati scritti dagli uomini, sugli uomini e per gli uomini. Io non condividevo questo assunto, soprattutto quando stavo leggendo testi tantrici che stavano chiaramente parlando di qualcosa che è praticato tanto dagli uomini quanto dalle donne.</p>
<p>Quindi, non ho dato per scontato che i testi contenevano solo esperienze, intuizioni e punti di vista maschili, e questo ha rivoluzionato il mio modo di leggerli. Anche se per anni sono stata educata al modo di lettura androcentrico, ho capito molte cose quando mi sono resa conto che i testi stavano parlando delle donne, delle esperienze femminili, delle incarnazioni, della sessualità e della pratica religiosa da un punto di vista femminile.</p>
<p>Ellen Pearlman: Dove ci portano queste nuove informazioni?</p>
<p>Miranda Shaw: Dal punto di vista accademico, apriranno un nuovo campo di ricerche. Le origini del buddismo tantrico, le donne fondatrici del movimento e la declinazioni dei generi saranno oggetto di attenzioni molto maggiori. Ho lavorato su parecchi testi, ma resta ancora molto da fare. Ora che questa porta è aperta, sono certa che molti ricercatori affronteranno questa area di studi.</p>
<p>Ellen Pearlman: In che modo ciò può influenzare la pratica buddista in occidente?</p>
<p>Miranda Shaw: Nessuno potrà più avvantaggiarsi dell’ignoranza sugli insegnamenti tantrici per avere comuni rapporti sessuali. Non si potrà più dire: “Beh, se è un insegnante buddista e se c’è sesso, deve essere Tantra”. Ho parlato con alcuni insegnanti accusati di abusi sessuali, e ho scoperto che in molti casi, all’inizio della conversazione, essi cercano di usare astutamente e disinvoltamente, ma suggestivamente, la parola <em>Tantra</em>, sperando che io lasci cadere l’argomento, quasi essa spiegasse tutto ciò che hanno fatto.</p>
<p>Ma quando comincio a tirare fuori testi e insegnamenti precisi, e comprendono che conosco le fonti, abbandonano ogni pretesa di essere insegnanti tantrici, confessando di non sapere nulla del Tantra e di non praticarlo. Insegnanti del genere non potranno più nascondersi dietro l’etichetta del Tantra, perché sapremo cosa vuol dire quest’ultimo.</p>
<p>Ellen Pearlman: Avremo un criterio.</p>
<p>Miranda Shaw: Sì, soprattutto perché la classiche opere tantriche che ho letto – il “Cakrasamvara”, l’«Hevajra» e in misura minore il “Guhysamvara” – sono i principali testi tantrici usati nel Tibet. Ho anche consultato il “Candamaharoshana”, che fu uno dei testi più importanti in India e che attualmente è uno dei Tantra principali usati in Nepal. Quindi, ho consultato le fonti principali. Non mi sono rivolta alle fonti minori, sconosciute.</p>
<p>Ellen Pearlman: Il tuo lavoro ha delle conseguenze per il femminismo all’interno del buddismo?</p>
<p>Miranda Shaw: Una della cose che la gente può comprendere dal mio lavoro è che ci troviamo di fronte a problemi che non sono nuovi. Non siamo i primi ad affrontare la sfida di creare una relazione, di cercare l’illuminazione nel contesto di una relazione intima. Non siamo noi a scoprire che gli uomini e le donne devono avere tra loro una relazione corretta per arrivare all’illuminazione. In realtà, non è consigliabile per nessuno isolarsi in un monastero. Questo atteggiamento può creare relazioni molto difficili tra il femminile e il maschile. Il fuggire, in sé, può diventare un ostacolo all’illuminazione.</p>
<p>In occidente non siamo i primi a scoprirlo, né siamo i soli in grado di raccogliere questa sfida. Molte persone sostengono che le donne americane stanno introducendo una nuova prospettiva femminista nel buddismo. Non sono d’accordo. Potremmo pure avere fatto pratica buddista, possedere una laurea e avere un punto di vista femminista, ma questo non vuol dire che abbiamo un punto di vista sulla femminilità privilegiato rispetto alle molte donne che hanno praticato prima di noi. Quelle donne hanno praticato per molti anni; molte di loro erano di educazione superiore, e anche illuminate. Avevano grandi conoscenze.</p>
<p>Noi possiamo imparare da loro. Non è che abbiamo qualcosa da insegnare al buddismo; il buddismo ha molto da insegnare a noi. Sembra irriguardoso verso le donne buddiste del passato pensare che noi conosciamo automaticamente più cose di loro. Se erano illuminate, sapevano cose che noi dobbiamo ancora scoprire.</p>
<p>Ellen Pearlman: Ma la sensazione è che la loro vita quotidiana fosse piena di limitazioni sessiste.</p>
<p>Miranda Shaw: Nella letteratura che ho studiato, c’erano molte donne che non erano dominate dagli uomini, ma manifestavano una completa libertà nella loro vita. Non dipendevano dagli uomini per la loro autostima, la crescita o gli insegnamenti spirituali. Le donne insegnavano alle donne, e agli uomini. Li rimproveravano, li trattavano apertamente dall’alto in basso e in nessun modo riconoscevano loro una superiorità o una preminenza. Erano donne indomabili.</p>
<p>Ellen Pearlman: Perché, secondo te, tutto ciò è andato perduto?</p>
<p>Miranda Shaw: Non è andato perduto. È sopravvissuto come un ramo della tradizione ancora oggi esistente in Tibet e Nepal. La ragione per cui in occidente non abbiamo riconosciuto questo aspetto della tradizione è che la prima cosa che abbiamo incontrato sono state le parti più appariscenti e visibili di quella cultura, cioè le università monastiche. Queste università erano in competizione con il ramo yogico, contrario alla castità. Lentamente, questi elementi diventano più visibili ai nostri occhi. All’epoca dell’invasione cinese, in Tibet esistevano moltissime donne illuminate e insegnanti.</p>
<p>Oggi sono ancora vive delle persone che ricordano i loro nomi e custodiscono i loro testi. Si tratta spesso di manoscritti conservati dai loro studenti. Posso confermare l’esistenza di alcune di queste opere, ma i loro custodi non me li hanno mostrati, anche perché tali manoscritti contengono la preziosa registrazione delle visioni e dell’illuminazione di queste donne. Molte donne erano yogini originali e anticonformiste; alcune vivevano nude, altre indossavano stracci, altre ancora vivevano ai lati della strada. Molte di loro viaggiavano in un pellegrinaggio perpetuo.</p>
<p>Nel Tibet c’era una donna chiamata A-tag Lhamo, che vuol dire Donna Tigre Divina. Si accoppiò con molti uomini. Quando morì, il padre, che era un lama, disse che ogni uomo che si era unito a lei, che aveva avuto un’unione sessuale con lei, non avrebbe mai più avuto una reincarnazione inferiore. Sarebbe rinato in una dimensione celestiale o in una terra pura, grazie al potere dell’unione con lei. Questo è solo un esempio. Qualcuno potrebbe raccogliere altre storie; molte sono scritte in testi difficili da leggere. Devi conoscere molto bene la lingua, e devi ottenerli dagli studenti. Devi dimostrare di essere degna di leggerli, perché non basta essere una studiosa per tradurre un testo che parla di esperienze spirituali estremamente rarefatte. Ecco perché i loro custodi giustamente non affidano i testi a nessuno.</p>
<p>Ellen Pearlman: Cosa hai dovuto fare per ottenere l’accesso al materiale di base del tuo libro?</p>
<p>Miranda Shaw: Ho dovuto conquistarmi la cooperazione e l’aiuto di molti yogi e yogini. Sapevano bene che, rivelandomi questi insegnamenti, contribuivano a trasmetterli all’occidente. Per cui, una delle loro preoccupazioni maggiori fu, potrei dire, la mia motivazione. Mi hanno interrogato a lungo su ciò che stavo facendo e perché lo stavo facendo, e mi chiedevano anche di raccontare i miei sogni. In certi casi, non mi hanno insegnato nulla prima di ricevere un segno dalle dakini. Quel segno era di solito qualcosa nel cielo, perché le dakini sono danzatrici del cielo.</p>
<p>Le dakini sono allo stesso tempo donne e spiriti femminili rappresentanti la libertà e il conseguimento spirituale. Gli insegnanti guardavano il cielo alla ricerca di insolite formazioni nuvolose, un arcobaleno o qualcosa fuori dall’ordinario. Dopo aver ricevuto quella conferma, lavoravano con me e continuavano a cercare segnali. Pensavano che era importante che fossi una donna. Questi insegnamenti sono stati custoditi da spiriti femminili per secoli, e agli insegnanti sembrava naturale che le dakini avessero scelto di rivelarli a una donna di questa epoca.</p>
<p>Quindi, hanno pensato che io ero stata mandata o scelta dalle dakini per portare questi insegnamenti in occidente. Secondo loro, questi insegnamenti non potevano essere rivelati senza la cooperazione e la benedizione delle dakini. Questo non vuol dire che c’è qualcosa di speciale nel trasmettitore, nel metodo scelto per trasmetterli. Quello che è speciale è la trasmissione.</p>
<blockquote><p>Il fine dello yoga dell’unione è una relazione nella quale entrambi i partner cercano di conseguire simultaneamente la liberazione. Questo livello di intimità non si raggiunge facilmente. Quindi, spesso un uomo e una donna creano una relazione spirituale che dura tutta la vita. In altri casi, un uomo e una donna tantrici vanno in ritiro per un anno o due, praticando e realizzando insieme precisi scopi religiosi. Quando il respiro, i fluidi e le energie sottili dei partner yogici penetrano e circolano l’uno nell’altra, producono esperienze che sono molto difficili da creare con la semplice meditazione solitaria. I testi descrivono una complessa interdipendenza spirituale, sottolineando la dipendenza dell’uomo dalla donna e i suoi sforzi per supplicarla, compiacerla e adorarla. La loro interdipendenza arriva a compimento quando combinano la loro energia per creare il mandala di un palazzo, colmo di vuoto e beatitudine. Quindi, i partner maschile e femminile nell’unione assumono la forma (letteralmente e figuratamente) di un mandala, generato e infuso della loro saggezza e beatitudine, che si irradia dal punto più intimo della loro unione fisica. Usano le energie e i fluidi in circolazione nei loro corpi per diventare esseri illuminati al centro di quel mandala. Da <em>Passionate Enlightenment: Women in Tantric Buddhism.</em></p></blockquote>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0691010900/innernet-20">Miranda Shaw. Passionate Enlightenment. Princeton University Press.1995. ISBN: 0691010900</a></p>
<p>Originalmente pubblicato su Tricycle magazine, www.tricycle.com<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>L’ego transpersonale: esiste una nuova formazione?</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Apr 2012 13:41:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrew Cohen</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mente ed Ego]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>

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		<description><![CDATA[Riflettendo a fondo sul tema quanto mai affascinante (“Cos’è l’ego?”), un pomeriggio, un pensiero interessante si è affacciato nella mia mente curiosa: è possibile che in questa epoca di trasformazioni, nel fertile campo dell’emergente paradigma spirituale del nuovo millennio, sia emersa una nuova struttura, ovvero l’ego transpersonale? È possibile che in seguito alla disillusione provocata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2012/04/cabalistic.jpg"><img class="alignleft  wp-image-1495" style="margin: 6px;" title="cabalistic" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2012/04/cabalistic-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Riflettendo a fondo sul tema quanto mai affascinante (“Cos’è l’ego?”), un pomeriggio, un pensiero interessante si è affacciato nella mia mente curiosa: è possibile che in questa epoca di trasformazioni, nel fertile campo dell’emergente paradigma spirituale del nuovo millennio, sia emersa una nuova struttura, ovvero l’ego transpersonale?</p>
<p>È possibile che in seguito alla disillusione provocata dalla caduta di tantissimi maestri e guru “illuminati”, l’autorità in fatto di questioni spirituali sia stata, lentamente ma saldamente, usurpata dagli psicologi con un amore profondo per lo spirito, gli psicologi transpersonali che oltre a essere esperti del loro campo, hanno una comprensione teorica delle conquiste più elevate della ricerca spirituale?</p>
<p>Aspetta un po’ – ho pensato – questo è da approfondire: è in corso la nascita di una nuova formazione dell’ego perenne? Un ego che sa più cose su se stesso, sulla sua nascita, la sua evoluzione, la sua natura vuota e addirittura la sua morte, di tutte le altre formazioni dell’ego mai create? A quel punto, è sorta l’inevitabile domanda: è possibile che questo tipo di straordinaria conoscenza di sé sia per l’ego, dal punto di vista dell’illuminazione, il più sofisticato e involontario meccanismo di difesa mai esistito nella storia del genere umano? Dovevo scoprirlo!</p>
<p>Per questo chiamai Kaisa Puhakka, psicologa, praticante zen, teorica transpersonale, direttrice della Facoltà Clinica all’Istituto di Psicologia Transpersonale e gigante intellettuale che da sola ha trasceso e incluso la teoria del tutto di Ken Wilber, nella conferenza del 1997 all’Istituto californiano di studi integrali intitolata <em>Ken Wilber e il futuro dell’esplorazione transpersonale</em>.</p>
<p>Le risposte di Puhakka alle mie domande sulla “nuova formazione” rivelano quanto è difficile cercare di trascendere l’io-mente e allo stesso tempo essere esperti dell’argomento. Comunque, Puhakka ha detto di desiderare che il lettore capisse chiaramente che, secondo lei, qualsiasi attaccamento o “punto di vista” era di per sé un limite, e che forse io, nella mia posizione di <em>insegnante spirituale</em>, nel porre queste domande stavo cadendo vittima della stessa condizione che stavo evidenziando negli altri. Chi lo sa?</p>
<p>Ciò che segue è un’indagine provocatoria, e si spera divertente, in risposta alla domanda: Esiste una nuova formazione sull&#8217;orizzonte spirituale?<span id="more-624"></span></p>
<p><strong>L&#8217;intervista</strong></p>
<p>Andrew Cohen: Vorrei cominciare chiedendoti: chi è la persona – viva o morta – più illuminata che conosci? Chi ha toccato di più il tuo cuore e in chi riponi maggiore fiducia?</p>
<p>Kaisa Puhakka: Una sarebbe il Buddha. Poi, mi viene in mente Ramana Maharshi. E vorrei dire che mi danno la stessa sensazione alcuni maestri tibetani. Nel mondo contemporaneo, Sua Santità il Dalai Lama e Sasaki Roshi.</p>
<p>Andrew Cohen: Okay. Quello che ora, per gioco, vorrei che tu facessi è immaginare – anche se so che è impossibile – che sei una sorta di agglomerato del Buddha, Sua Santità il Dalai Lama, Ramana Maharshi e Sasaki Roshi. Immagina di avere abbracciato le loro menti. Sei diventata una cosa sola con esse, la loro illuminazione e la profonda saggezza che viene da oltre la mente.</p>
<p>Kaisa Puhakka: Okay. Sembra meraviglioso.</p>
<p>Andrew Cohen: Kaisa Puhakka si è fatta da parte e adesso è solo un veicolo vuoto per la mente illuminata. Dunque, ora, o Illuminata, vorrei rivolgerti un paio di domande.</p>
<p>La prima è: gli psicologi transpersonali sembrano alle prese con una doppia difficoltà. Da una parte, sono bravissimi nell’usare la mente per concettualizzare, comunicare e facilitare le più sottili evoluzioni della consapevolezza; dall’altra parte, per conoscere il significato autentico del cammino spirituale, dobbiamo tutti abbandonare non solo il desiderio di conoscere, ma anche quello di <em>essere colui che conosce</em>. O illuminata, cosa hai da dire su questa affascinante doppia difficoltà che stanno vivendo gli psicologi transpersonali? Cosa hai da dire sull’enorme sfida rappresentata dalla rinuncia alla grande tentazione del potere intellettuale e personale creato dalle universali, profondamente chiarificatrici e intellettualmente soddisfacenti teorie dello sviluppo umano della psicologia transpersonale?</p>
<p>Kaisa Puhakka: La difficoltà in cui si trovano i teorici transpersonali è quella di tutti gli uomini, ma più grande. La difficoltà di tutti gli uomini è il fatto che desideriamo conoscere. È difficilissimo opporsi a questo istinto, desiderio o aspirazione alla conoscenza, che è fondamentale e riguarda il nostro desiderio di essere in contatto diretto con la realtà. Quindi, questo è uno dei lati del problema.</p>
<p>In tutto ciò c’è qualcosa di molto divertente, naturalmente, perché, come hai detto, per conoscere direttamente l’illuminazione o per essere illuminati, devi abbandonare il bisogno di conoscere. E come lo abbandoni? È difficilissimo. Infatti, se qualcuno ti dice: «Abbandona semplicemente il desiderio di conoscere e ci arriverai», non funzionerà.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi, cosa diresti agli psicologi transpersonali? Cosa diresti loro dalla tua prospettiva di mente illuminata?</p>
<p>Kaisa Puhakka: Ciò che direi è che nel creare mappe, come fanno loro – infatti, le loro teorie hanno l’aspetto di mappe – se lo fanno come bambini che costruiscono castelli di sabbia, non c’è nulla di male. Il bambino o la bambina sono felici quando le onde arrivano e spazzano via il castello; urlano di gioia quando tutto crolla. A quel punto, hanno la possibilità di costruire un altro castello. Se pensiamo che queste mappe sono qualcosa che ci divertiamo a fare e che stimolano la nostra mente, tenendo presente che esiste un numero infinito di altri modi per farle, non c’è nulla di sbagliato in esse, così come non c’è nulla si sbagliato nei castelli di sabbia dei bambini.</p>
<p>Ebbene, il problema delle mappe nasce quando le si prende molto sul serio, dicendo: “Questa è la mappa<em> giusta</em> e non ne esistono altre così valide”. A questo punto, stai implicitamente affermando di <em>conoscere</em> davvero il territorio, di avere camminato su di esso, e che esiste una sorta di corrispondenza tra il territorio e la mappa. Non appena la creazione di mappe cessa di essere qualcosa di divertente e giocoso, non appena le prendiamo troppo sul serio, penso che esse si trasformano davvero in un ostacolo.</p>
<p>Se consulti una mappa mentre cammini, ti stai perdendo tutto ciò che hai intorno. Come dice Sasaki Roshi, “State camminando in tondo pensando che esista una sorta di cammino spirituale o di grande via aperta davanti a voi come una strada. Siete degli sciocchi. Non c’è nessuna strada davanti a voi. La grande via si crea mentre ci camminate”. Non esistono strade già pronte, tanto meno una mappa che descrive la strada. La strada si forma camminandoci sopra.</p>
<p>Andrew Cohen: E oltre a questo consiglio sulle mappe, cosa diresti loro?</p>
<p>Kaisa Puhakka: Oltre a tracciare mappe, poiché sono esseri umani desiderosi di illuminarsi, ogni tanto hanno anche bisogno di camminare.</p>
<p>Andrew Cohen: Senza le mappe?</p>
<p>Kaisa Puhakka: Sì, tutti hanno bisogno di camminare senza le mappe.</p>
<p>Andrew Cohen: Illuminata, pensi che a causa del loro ruolo professionale, negli psicologi transpersonali esiste una forte tendenza a prendere rifugio nella <em>conoscenza</em> per proteggersi dalla vulnerabilità naturale e priva di difese della <em>non conoscenza</em> e del non <em>avere alcuna idea</em>? Ciò che voglio dire è: pensi che le ingegnose e universali teorie evolutive della psicologia transpersonale possono essere, da un certo punto di vista,<em> il più sofisticato meccanismo di difesa dell’ego mai sviluppatosi</em>?</p>
<p>Kaisa Puhakka: Certamente, è possibilissimo che esse ti diano la sensazione di conoscere davvero la configurazione del territorio e di essere quasi giunto a destinazione.</p>
<p>Andrew Cohen: Pensi che la sfida di lasciarsi andare, per gli psicologi transpersonali, possa essere molto più difficile, perché, nel loro caso, esistono molte più cose da lasciare andare? L’esperienza diretta di un abbandono profondo, della rinuncia totale all’identificazione con il sapere o con colui che conosce, può essere molto più impegnativa nel loro caso?</p>
<p>Kaisa Puhakka: Sì, anche se penso la stessa cosa per <em>tutti</em> gli intellettuali. Per loro, gli ostacoli sul cammino sono le filosofie e i costrutti intellettuali, mentre per altre persone sono altre cose. Ma di sicuro qui l’ironia è maggiore, perché abbiamo persone che stanno essenzialmente cercando di liberarsi da tutti questi ornamenti, mentre altre persone potrebbero non avere tale obiettivo. Quando si ricercano la libertà e l’illuminazione, le teorie diventano gli ornamenti, e si tratta di ornamenti molto, molto resistenti.</p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0791446166/innernet-20">Tobin Hart, Peter L. Nelson, Kaisa Puhakka. Transpersonal Knowing: Exploring the Horizon of Consciousness. State University of New York Press. 2000. ISBN: 0791446166</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/8120811747/innernet-20">Kaisa Puhakka. Knowledge and Reality. South Asia Books. 1994. ISBN: 8120811747</a></p>
<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine, <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.</p>
<p>Copyright per la traduzione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Lo zen della gravità zero</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2012 18:23:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simeon Alev</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Esperienze]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella vita dell’astronauta Story Musgrave si fondono lo spazio e lo spirito, la natura e la tecnologia, una grande concretezza e una concezione trascendentale della vita sulla Terra. Alla soglia di sessanta anni, l’astronauta F. Story Musgrave aveva passato nello spazio più tempo di qualsiasi altro americano: cinque missioni per un totale di 858 ore. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="story musgrave.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/story-musgrave.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/story-musgrave.gif" alt="story musgrave.gif" align="left" hspace="6" /></a>Nella vita dell’astronauta Story Musgrave si fondono lo spazio e lo spirito, la natura e la tecnologia, una grande concretezza e una concezione trascendentale della vita sulla Terra.</p>
<p>Alla soglia di sessanta anni, l’astronauta F. Story Musgrave aveva passato nello spazio più tempo di qualsiasi altro americano: cinque missioni per un totale di 858 ore. All’apparenza, sembrerebbe che tutta la sua vita sia passata a preparare questo mese e sei giorni di magia.</p>
<p>“È un cammino splendido e adatto a me”, dice, “Ma avrei percorso qualsiasi altro cammino con lo stesso senso estetico e spirituale. In tutti i casi, mi sarei sempre chiesto: qual è il nostro posto nell’universo e cosa vuol dire essere un uomo? Ho usato tutto ciò che ho fatto nella vita per rispondere a questa domanda”.</p>
<p>Il dr. Story Musgrave è tanto impressionante dal vivo quanto sulla carta: scienziato-astronauta, chirurgo, dottore aerospaziale e fisiologo; laureato in chimica, matematica, informatica e lettere; esperto in 160 tipi di velivoli, tra cui jet, aliante e paracadute. Calvo, portamento da marine, un impeccabile blazer della marina e pantaloni grigi, egli non passa inosservato in mezzo alla folla.</p>
<p><a title="Lo zen della gravita zero 1.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/lo-zen-della-gravita-zero-1.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/lo-zen-della-gravita-zero-1.gif" alt="Lo zen della gravita zero 1.gif" align="left" hspace="6" /></a>Ho incontrato Story Musgrave a un party per gli astronauti dello Hubble, allo “Space Telescope Science Institute” (<em>Istituto Scientifico Telescopio Spaziale</em>). Per esperienza, anzianità di servizio e profondità della ricerca intellettuale, Story è nello <em>Space Program</em> colui che più si avvicina al capitano di Star Trek Jean-Luc Picard. Ma, saggiamente, egli dà l’impressione di un semplice pilota collaudatore militare, tranquillo e imperturbabile, con una strascicata pronuncia del Kentucky e l’immancabile «understatement».</p>
<p>Da quando sono cominciate le missioni spaziali con equipaggio umano, molti astronauti hanno vissuto trasformazioni spirituali di cui hanno parlato volentieri. Dopo vari tentativi andati a vuoto di intervistare uno di loro, ho ricevuto una risposta entusiasta da Story, ma l’istante successivo egli fu risucchiato da un’altra attività.<span id="more-475"></span></p>
<p>Allora, feci in modo di partecipare alla conferenza sulla <em>Missione di riparazione del</em> <em>telescopio spaziale Hubble</em>, dove Story avrebbe illustrato la missione a un pubblico di ingegneri spaziali, analisti di computer ed esperti di telemetria, ovvero ai colleghi dalla cui bravura dipendeva la sua vita nello spazio.</p>
<p>Story mostra la sua prima diapositiva al pubblico: un bambino sulla spiaggia, accosciato tra la spuma dei frangenti, che osserva affascinato una manciata di sabbia bagnata. “Questa è la ragione fondamentale per essere nello spazio: la curiosità umana”, dice, “la meraviglia, lo stupore. È qualcosa che riguarda il senso stesso dell’essere uomini”.</p>
<p>Voglio sapere che effetto ha avuto lo stare nello spazio nel resto della vita di Story. Oltre all’ovvio mutamento di prospettiva determinato dai voli spaziali, sono curiosa di sapere qualcosa sull’addestramento di un anno e mezzo che ha preceduto i cinque giorni di camminate spaziali per effettuare le riparazioni. Era forse qualcosa di simile ai vari rituali della tradizione zen, finalizzati a farci passare dal “pilota automatico” allo stato di pura e semplice presenza?</p>
<p>L’addestramento, mi racconta Story, è qualcosa di molto più complesso della semplice esecuzione consapevole di determinate operazioni. Consiste nella definizione, la pratica e il perfezionamento in Terra delle operazioni, oltre che nella programmazione dell’interfaccia tra chi sta nello spazio e chi sulla Terra, al <em>Mission Control</em>. Ma tutto è complicato dal fatto che non esistono sulla Terra ambienti in grado di riprodurre esattamente l’atmosfera fredda, silenziosa, priva di peso e di aria nella quale andranno effettuate le riparazioni sul telescopio.</p>
<p>Story svolge questo lavoro dal 1967, quando smise di essere un chirurgo post-traumatico e un professore di medicina e fisiologia aerospaziale, per entrare nella NASA. Tra le altre cose, ha contribuito a progettare e creare gli strumenti e le procedure della prima camminata spaziale nel 1983, quando lui e l’equipaggio di uno Shuttle lanciarono un satellite per le comunicazioni. Nel 1976 ha collaborato alla progettazione dello Hubble, e nel 1992 è stato messo a capo della missione di riparazione dello Hubble, come responsabile scientifico.</p>
<p><a title="Lo zen della gravita zero 2.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/lo-zen-della-gravita-zero-2.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/lo-zen-della-gravita-zero-2.gif" alt="Lo zen della gravita zero 2.gif" align="right" hspace="6" /></a>Due aspetti della missione di riparazione sono particolarmente difficili, per quanto riguarda le procedure da provare sulla Terra. La tuta spaziale e lo zaino pesano 150 chili, ma nello spazio ogni cosa, inclusi gli astronauti all’interno delle loro tute, galleggia priva di peso. Quindi, come simulare il galleggiamento di un astronauta di 220 chili, con un oggetto di 320 chili e un elaborato set di strumenti, di fronte a un telescopio di 12 metri? “Non abbiamo a disposizione una stanza dove puoi entrare, girare un interruttore e cancellare la gravità”, dice Story. “Usiamo l’acqua: indossiamo la tuta e vi applichiamo un peso tale che non galleggiamo, ma nemmeno andiamo a fondo”.</p>
<p>Le prove con i vestiti vengono fatte nella vasca d’acqua del Centro Spaziale L. B. Johnson di Houston. Per simulare l’atto di spingere oggetti pesanti in assenza di gravità, vengono usati pavimenti particolari, una sorta di equivalente 3D dei tavoli di<em> air hockey</em>. “Ho sei gradi di libertà e sposto 320 chili con la punta delle dita. Dita e chili di forza: questo è quello che impari nel simulatore”.</p>
<p>Story deve fare pratica levando il coperchio della macchina fotografica <em>Wide Field</em> <em>Planetary</em> per attaccare lo specchio di quest’ultima al cammino ottico dentro il telescopio, una volta installato. “Questa veniva considerata la parte più difficile della missione”, dice Story, “e l’ho ripetuta centinaia di volte. Ogni volta che passavo davanti al modello a scala naturale, lo levavo e lo rimettevo, lo levavo e lo rimettevo. L’ho fatto tantissime volte. Mentre facevo questo, non avevo pensieri. Pratica, pratica, pratica… Era un momento critico. Era l’unico punto in cui avevamo davanti al viso una superficie ottica di quindici centimetri. Se toccavi quello specchio, l’immagine che dallo Hubble sarebbe arrivata sulla Terra avrebbe avuto le tue impronte digitali, e questo non andava bene”.</p>
<p>Alla fine, gli astronauti fanno pratica nella camera sotto vuoto, dove l’aria può essere aspirata ed è possibile verificare la presenza di fori nella tuta. La temperatura può essere abbassata fino a quella effettivamente esistente nello spazio, -170°C, quando il telescopio viene schermato dai raggi solari, in modo che i suoi delicati componenti non siano esposti al momento dell’apertura delle porte (nello spazio, il calore viene trasportato solo dalle radiazioni: se non sei di fronte alla Terra o al sole, e se non sei vicino allo Shuttle, non ti arriva alcun calore).</p>
<p>Story riassume l’addestramento: “Davanti a te hai cinque giorni di lavoro lassù nello spazio. È come un balletto. Non stiamo parlando di ingegneria, di ottica. Tutte queste cose sono alle tue spalle. Il lavoro che devi fare è primitivo: spostare oggetti, azionare meccanismi, disattivare collegamenti elettrici. Devi coreografare l’intera cosa, la posizione di ogni dito e di entrambi i piedi, le posizioni del corpo, le forze, tutto quanto.</p>
<p>Siete tu e 300 strumenti. Fai appello alle prove sott’acqua e in ogni altro ambiente, ma ciò che devi fare lassù esiste solo nella tua testa. Questo processo mentale è la ragione grazie alla quale la missione ha funzionato: unisci tutti i dettagli, al livello più infinitesimale possibile, in tutti questi diversi ambienti, e poi con l’immaginazione, la mente, elabori queste esperienze e le tiri fuori al momento giusto”.</p>
<p>Dopo che uno Shuttle è stato riempito di carburante per il decollo, tutto il personale abbandona il Centro Spaziale Kennedy, eccetto gli astronauti e pochi tecnici che allacciano loro le cinture di sicurezza, due ore prima del conto alla rovescia. Story spiega che, poiché lui occupa il posto centrale, è l’ultimo a entrare. Egli può restare all’esterno, a 600 metri dal suolo, per un’ora intera, prima di cominciare i controlli e tutte le altre procedure dell’ultimo momento.</p>
<p>“Questo, per me, è uno dei momenti più belli del volo spaziale. Godi di un punto di vista privilegiato sulla natura e la tecnologia. Di fronte a te c’è un veicolo vero, vivo. È immenso, gigantesco, vivente. Le pompe sono in azione, il gas sta uscendo, le cose stanno accadendo. E la natura: la spiaggia, i pellicani, i gabbiani, gli alligatori. Tutto è natura. È una vista da nido dell’aquila, altissima. Le due tensioni del pianeta: la tecnologia e la natura. È un’occasione per avere un’esperienza esistenziale, per pensare a cosa sta succedendo, a quello che stai per fare davvero”.</p>
<p>Occorrono otto terribili minuti e mezzo per salire dal Centro Spaziale Kennedy, in Florida, all’orbita iniziale sopra l’atmosfera terrestre. “Non mi piace il decollo”, ammette Story, “vorrei che fosse possibile qualcosa tipo «Tirami su, Scotty». Sei sdraiato sulla schiena, guardi in alto e non vedi altro che il cielo. Vibrazioni, rumori e paura che stai per morire”. Il rumore raggiunge i 137 decibel: il suono di un jet che decolla nelle vicinanze. Qualsiasi suono più forte non produce ascolto, ma dolore.</p>
<p>Il rumore diminuisce quando i razzi propulsori si staccano, ma il disagio fisico cresce finché una pressione di 3G incolla l’equipaggio ai sedili. Finalmente, il motore di lancio si spegne, lo Shuttle entra in orbita e in caduta libera. Gli astronauti, lo Shuttle e il telescopio stanno cadendo verso la Terra, ma quest’ultima si allontana da loro alla stessa velocità, per via della sua forma sferica. Quindi, gli astronauti e il telescopio sono sempre a 600 km dalla Terra, e viaggiano a una velocità di 30.000 km orari intorno a essa. Ma la sensazione è che gli astronauti e il telescopio stiano galleggiando, mentre la Terra ruota sotto di loro. Libri, matite e tutto ciò che non è stato assicurato con cinghie galleggia magicamente nell’aria. Il rumore e il disagio sono spariti.</p>
<p>A questa altezza il cielo è sempre nero, anche nei 45 minuti di luce diurna in cui lo Shuttle è sopra la faccia illuminata della Terra. A causa della luce riflessa, comunque, le stelle sono facilmente visibili solo quando lo Shuttle è sopra il lato oscuro. Per poter sfruttare al massimo il proprio corpo, l’equipaggio segue un programma basato sulle 24 ore terrestri.</p>
<p>Story paragona l’attesa dell’avvicinamento allo Hubble a quella per un evento olimpico: “Hai lavorato tantissimo per raggiungere un livello soddisfacente, e ora è arrivato il momento buono. Ci siamo”. Quando abbandona lo Shuttle per la sua prima camminata spaziale, si chiede: “Sono venti anni che lavoro affinché lo Hubble funzioni. Nella mia immaginazione, sto pensando alla coreografia. Va tutto bene?”.</p>
<p>Le riparazioni progrediscono: “È qualcosa di assolutamente magico. Il balletto più bello è fatto solo di polsi e mani. Ecco cosa impari nella caduta libera. Semplicemente, tocchi. Tocchi e osservi”. Anche quando le coppie di astronauti stanno lavorando intensamente durante una passeggiata spaziale, lo splendido sfondo dietro lo Hubble e lo Shuttle cattura la loro attenzione. “Non stai soltanto contando quante volte hai avvitato quel bullone. Con la coda dell’occhio stai vedendo, per esempio, la Shark Bay nell’Australia occidentale. La osservi per bene, e questo non interferisce in alcun modo con il tuo lavoro. Un luogo fantastico, baie a pettine create da onde alte otto metri. Nel nostro Paese non esistono.</p>
<p>Questo lavoro richiede grandi sforzi, ma quello che secondo è me veramente meraviglioso è la capacità di lavorare a livelli infinitesimali e allo stesso tempo galleggiare in altri mondi. Avere i piedi per terra ed essere eterici; essere entrambe le cose o sapere quando essere l’una e quando l’altra: penso che questo sia il modo giusto di vivere”.</p>
<p>Alla quinta passeggiata spaziale, Story e Jeff Hoffman devono sostituire l’unità elettronica <em>Solar Array Drive</em>, un’operazione che non è stata concepita per essere effettuata nello spazio. “C’erano delle minuscole viti sciolte, di due o tre millimetri, che in assenza di gravità non facevano che volteggiare nell’aria”. Con una sola mano, per di più coperta da un guanto, Story cominciò a inseguirle. Ci vollero tre ore. “Questo lavoro fu al limite delle mie possibilità. La vittoria più grande fu quando mi chiamarono dicendomi che l’unità stava funzionando. Avreste potuto sentirmi fin sulla Terra… Non c’era bisogno della radio!”.</p>
<p>Story conclude raccontando l’altro aspetto magico dello stare nello spazio: la vista dal finestrino. “Quando hai una pausa, corri al finestrino. È un momento emotivo; è come stare in chiesa”.</p>
<p><a title="Lo zen della gravita zero 3.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/lo-zen-della-gravita-zero-3.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/lo-zen-della-gravita-zero-3.gif" alt="Lo zen della gravita zero 3.gif" align="left" hspace="6" /></a>Ci vengono mostrati fantastici panorami di nuvole, correnti oceaniche, catene montuose, vulcani, barriere coralline, crateri meteoritici, delta di fiumi, laghi, uragani, dune di sabbia, canali dendritici di fiumi, tempeste e aurore. Dal racconto di Story è evidente che egli ha guardato a lungo e intensamente la Terra, e con grande affetto.</p>
<p>Vediamo la nostra galassia, la Via Lattea, di profilo nel cielo estivo. “Stiamo cominciando a pensare a tutti noi come ad abitanti di un solo pianeta”, dice Story. “Alla fine, ci considereremo creature del sistema solare. Al di là, c’è la nostra galassia. Quella è la nostra casa”.</p>
<p>E l’ultima diapositiva, un tramonto su Houston: “E questa è la mia casa. Torno dal lavoro e mi trovo di fronte a questo. Ovunque guardi… L’universo intero è la nostra benedizione. Tutto ciò di cui hai bisogno è l’atteggiamento di un bambino. Dobbiamo fermarci, toccare, apprezzare. Apprezzare ciò che ci è stato dato e il processo di cui siamo parte”.</p>
<p>Più tardi, ho intervistato Story al Centro Spaziale di Houston. Mentre salivamo con l’ascensore, egli è stato assediato da una mezza dozzina di turisti con varie richieste e commenti. Mi è rimasto impresso un bambino che guardava Story a bocca aperta, come se non credesse ai suoi occhi. Arriviamo al <em>Club</em>, una balconata privata affacciata sull’atrio di ingresso, riservata agli astronauti e gli ufficiali della NASA. Per cominciare, chiedo a Story di parlarmi della sua carriera medica, che egli ha praticato in modo intermittente: «Che genere di chirurgia praticavi?».</p>
<p>«Chirurgia post-traumatica: proiettili, coltelli, incidenti d’auto. Sono andato a finire là perché era un lavoro che facevo saltuariamente, due o tre giorni al mese. Prendevo chiunque passasse attraverso la porta».</p>
<p>Gli chiedo se questa è stata una conseguenza della sua passione per la meccanica (egli ha cominciato a lavorare all’età di cinque anni con i trattori nella fattoria di famiglia). «Era simile a quello che stavo facendo nell’aerospazio. Liste di controllo, strumenti, cose meccaniche», risponde. «Si tratta semplicemente di essere dei bravi idraulici. Tuttavia, è un lavoro importantissimo. Devi muovere il sangue, l’aria. Punto. Una volta che hai finito con l’aria e il sangue, cominci a intervenire nel lungo termine. È sopravvivenza pura e semplice». Story non pratica più la chirurgia, anche perché, mentre si stava esercitando nella camera sotto vuoto, ha avuto dei sintomi di congelamento.</p>
<p>Quale parte gioca la sua paura della morte nelle missioni spaziali? «Essa arriva quando le cinture di sicurezza sono state allacciate e il conto alla rovescia è cominciato», risponde; «Per me è semplicemente una paura boia. Non mi piace correre tanti rischi. Vorrei avere un veicolo sicuro come Apollo, ma me ne devo fare una ragione: questo è ciò che devo fare per salire lassù.</p>
<p>Ho molto caro ciò che ho qui. Non voglio perderlo. Non ho paura di morire, ma la vita mi piace tantissimo e ho ancora tantissime cose da fare. È un discorso pratico; ci sono delle cose da finire. Ora non sarebbe il momento giusto per morire».</p>
<p>Congetturiamo su cosa accada dopo la morte e quale sia il significato delle esperienze di quasi-morte. Story afferma: «Anche le esperienze di quasi-morte in cui non hai subito ferite ti costringono a riflettere intensamente. Cominci a riconsiderare le cose. Ma io sostengo che dovremmo sempre vivere in quel modo. Io vivo con la morte tutto il tempo. Non è qualcosa di morboso o di deprimente. È solo un fatto. Noi stiamo andando verso la morte».</p>
<p>E qual è la vita spirituale di un uomo che ha visto tantissime volte la Terra dallo spazio?</p>
<p>«È una nuova esperienza della natura. Ti rende più umile. È armonia. È la Terra e il cielo. Ed è magia, ciò che vedi con gli occhi, e caduta libera, gravità zero. E il lavoro che devo fare per avere questa esperienza, è qualcosa di estremamente ricco.</p>
<p>Non è che ho avuto un’epifania o qualcuno mi ha dato un libro dove sono scritte tutte queste cose. La mia ricerca spirituale è molto intensa. Qual è un’etica giusta? Quali dovrebbero essere i nostri obiettivi? Questa è la mia ricerca, e il 99% della mia motivazione. Ecco perché di notte studio materie umanistiche.</p>
<p>Sto cercando, e la mia indagine è in costante evoluzione. Devo andare fuori nel mondo, dentro la natura. Devo cercare Dio o gli dei. Quindi, lo spirito mi viene incontro, ma devo cercarlo. Definirlo. Non mi viene portato su un vassoio d’argento, sai. Devo lavoraci su, metabolizzarlo. Si capisce cosa voglio dire?».</p>
<p>Rido: «Sì», e chiedo se c’è qualche pratica spirituale che ha provato. No, nelle sue letture si è imbattuto in qualcuna di esse e ha riconosciuto cose che già fa, come il sogno lucido. E che ne pensa di una pratica formale di meditazione? Story sa che sono un’insegnante di meditazione buddista e nell’intervista ha acconsentito a parlare di queste cose. Non è sicuro riguardo una pratica formale, ma accenna alle meraviglie che riesce a ottenere con la sua mente, al fatto che è in grado di raggiungere una mente completamente silenziosa, una lavagna bianca. Spiego che la meditazione buddista è diversa, che si avvicina a ciò che deve aver fatto durante le camminate spaziali.</p>
<p>Story ci pensa su: «Ma in tutti questi discorsi lo sfondo contestuale è sempre presente. Se consideri il tiro con l’arco zen, la pittura zen, il Tao… Ho letto quei libri. Quando penso al mio lavoro sull’Hubble come a un’arte, quando penso di fare un’arte del mio lavoro, sono presenti anche quelle cose lì».</p>
<p>Gli domando se c’è qualche attività quotidiana che lo porti più a contatto con la sua spiritualità, qualcosa che fa consapevolmente e di cui altrimenti sentirebbe la mancanza: «Scrivere, comporre poesie, qualsiasi sforzo creativo è molto vicino alla spiritualità. L’esercizio fisico è un’altra cosa, il sonno… Ma essa è sempre presente. Tutto ciò che ha a che fare con lo spazio; un’immagine dello Hubble. È semplicemente fantastico! O quando sono immerso nella natura, in qualche modo, quando la natura sta operando su di me. Abbandonarmi a qualsiasi tipo di esperienza…</p>
<p>Lo scorso weekend mi trovavo in Arizona. Trovarmi in cima a una collina, correre per la boscaglia, il mesquite, tutto ciò che è in mezzo al deserto… La lepre del Nord America, i coyote e il cervo… E il tramonto lassù, incredibile. Le montagne, il loro colore risso vivo, come lo avevo visto dallo spazio. È portentoso.</p>
<p>La natura ha un ruolo importante, come la creatività. Penso che per essere davvero creativi, bisogna uscire un po’ da se stessi. Devi scendere in luoghi che non frequenti spesso. L’estetica è il modo in cui conosci la verità sulla natura. Non esiste solo la scienza. La bellezza fa parte del mio modo di percepire e conoscere il mondo».</p>
<p><strong>Impermanenza</strong></p>
<p>1 unità astronomica (UA) = distanza dal sole</p>
<p>1 anno luce (AL) = 63.000 UA</p>
<p>La stella più vicina al sole = 4,2 AL</p>
<p>Diametro della Via Lattea: 100.000 AL</p>
<p>Dalla sua posizione privilegiata sopra l’atmosfera terrestre, il telescopio Hubble, una volta riparato, è in grado di identificare puntini di luce dieci volte più deboli di quelli visibili dai telescopi terrestri; inoltre, può mettere a fuoco più chiaramente gli oggetti più grandi. Grazie a ciò, oggi gli astronomi possono osservare più chiaramente la nascita e la morte delle stelle nell’universo.</p>
<p><strong>La nascita delle stelle</strong></p>
<p>La nebulosa di Orione è una nuvola brillante di gas e polvere situata a 150 anni luce, in un braccio vicino della nostra galassia, la Via Lattea. Questo “vivaio” di stelle è visibile a occhio nudo nelle notti invernali come la “stella” di mezzo della spada della costellazione dell’Orione. Nelle foto 1 e 2 vediamo cinque nuove stelle circondate dai dischi di gas e polvere da cui si sono formate. Questo materiale residuo è largo circa due volte il diametro del nostro sistema solare e alla fine può dare nascita a dei pianeti.</p>
<p><strong>La morte delle stelle: nebulose planetarie</strong></p>
<p>Il nostro sole è una stella di mezza età (5 miliardi di anni) situata nel piano della nostra galassia discoidale a spirale (larga 100.000 anni luce), a circa due terzi di distanza dal centro. Man mano che il suo combustibile nucleare si esaurisce, il sole e le altre stelle della stessa massa espelleranno circa metà della propria massa formando nuvole gassose note come<em> nebulose planetarie</em> (nei primi telescopi, queste nebulose assomigliavano a pianeti). La massa rimanente avrà dimensioni e luminosità sempre minori, fino a diventare una stella bianca nana. Nella foto 3, vediamo un’esplosione particolarmente complessa provocata da una stella morente distante 3000 anni luce.</p>
<p>Judy Bond ha studiato geologia e astronomia. Attualmente, istruisce gli aspiranti insegnanti delle scuole materne di Baltimore su come insegnare la scienza ai bambini.</p>
<p>Copyright originale “Shambhala Sun” magazine <a href="http://www.shambhalasun.com/">www.shambhalasun.com<br />
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</a>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Il sutra del battito del cuore</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 15:55:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Roether</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>

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		<description><![CDATA[Tanto nel buddismo Vajrayana quanto nella teoria del caos, per la trasformazione viene usato ciò che si ha sotto mano: divinità feroci vengono utilizzate per dissipare la negatività, o impulsi irregolari verso il cuore vengono usati per curare battiti cardiaci irregolari. Entrambe le discipline considerano i sistemi aperti e suscettibili di cambiamento a ogni istante. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="frattale farfalle.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/frattale-farfalle.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/frattale-farfalle.jpg" alt="frattale farfalle.jpg" align="left" hspace="6" /></a>Tanto nel buddismo Vajrayana quanto nella teoria del caos, per la trasformazione viene usato ciò che si ha sotto mano: divinità feroci vengono utilizzate per dissipare la negatività, o impulsi irregolari verso il cuore vengono usati per curare battiti cardiaci irregolari. Entrambe le discipline considerano i sistemi aperti e suscettibili di cambiamento a ogni istante.</p>
<p>La teoria del caos, il karma e altre fluttuazioni.</p>
<p>La prima volta che ho parlato di buddismo con il “Dr. Caos” era una sera di gennaio di due anni fa, in California. Eravamo seduti sul pavimento della casa di un amico, a Big Sur, a sessanta metri sul mare. Da quel punto si potevano vedere e sentire le onde infrangersi. Mentre ascoltavamo e guardavamo, l’acqua si stendeva all’orizzonte come un grande specchio, e il sole invernale tramontava lentamente diffondendo una splendida luce di colore magenta, ambra e scarlatto: uno di quegli scenari naturali che per bellezza e profondità lasciano senza parole lo spettatore, al punto che ci prese una sorta di vertigine.</p>
<p>«Sai, non ho mai guardato un tramonto in vita mia, non fino in fondo», disse il dr. Caos quando l’oscurità si alzò dall’oceano coprendoci.</p>
<p>«Come mai?», chiesi, scioccata dal fatto che qualcuno avesse potuto lasciarsi sfuggire quello spettacolo per cinquanta anni. Di sicuro, anche un fisico nascosto nella Stanford University e nei laboratori Lawrence Livermore sarà stato lontano dai computer il tempo sufficiente per imbattersi ogni tanto in un tramonto.</p>
<p>«Perché mi faceva sentire troppo solo», rispose. «Non riuscivo a guardarlo in solitudine, era uno spettacolo troppo forte».<span id="more-569"></span></p>
<p>Allora capii, in qualche modo, qualcosa di nuovo a proposito del lavoro di Minh Duong-Van sul “controllo del caos”. Per lui, il mondo naturale dei fenomeni – per esempio, quei colori selvaggi e appassionati che tingevano di sangue il cielo – era troppo imprevedibile per affrontarlo direttamente. Parlando, capii che naturalmente un uomo simile avrebbe potuto trovare la felicità nell’ordine matematico: incapace di contenere le sue emozioni, lottava – e prosperava – nel mondo della teoria.</p>
<p>Minh Duong-Van è nato in un villaggio vietnamita intorno al 1940. Non conosce la sua data di nascita. Suo padre faceva il bidello in una scuola gesuita, e quando un giorno non poté andare al lavoro, Minh lo sostituì. I gesuiti presero in simpatia il ragazzo, che sembrava portato per la matematica, e lo mandarono in Francia a studiare. Tornò brevemente in Vietnam, poi la vita lo portò a Cornell, Stanford e infine nei laboratori Lawrence Livermore. È stato tra i primi vietnamiti a ricevere un dottorato negli Stati Uniti. La sua specialità accademica è la teoria del caos, in particolare il “controllo del caos”. In realtà, la sua fama è dovuta agli esperimenti per controllare il caos tramite i laser. Ma negli ultimi anni egli ha applicato le sue idee anche alla defibrillazione del cuore.</p>
<p>La scienza del caos è cominciata negli anni ‘70 a Santa Cruz, in California, e si è rapidamente diffusa in tutta la comunità scientifica. Oggi vi sono circa 20.000 “praticanti”. È un ramo della Fisica che riguarda in generale il disordine dei sistemi, le fluttuazioni, le irregolarità e le anomalie. Esso studia i modelli, le periodicità e le equazioni non-lineari. Molte persone hanno familiarità con le forme sorprendenti e i modelli dei frattali, le immagini geometriche non-lineari del caos (e dell’ordine). Come dice James Gleick nel suo famoso libro sull’argomento, <em>Chaos: Making a New Science</em>: “Dove comincia il caos, finisce la scienza classica”.</p>
<p>Chiunque abbia mai praticato la meditazione tibetana “shi-ne” (o “samatha”) conoscerà la nozione del <em>controllo del caos</em>. Ricordando le metafore usate da molti insegnanti per descrivere lo stato quotidiano della mente – “turbolenta”, “fuori dal controllo”, “caotica” – ho detto a Minh che <em>Controllo del caos</em> mi sembrava un titolo adatto per un intensivo di meditazione a Esalen. “Così dovrebbe chiamarsi”, mi ha risposto. E mentre Minh, seduto accanto a me nel buio della notte, parlava del caos, mi sono venute in mente altre definizioni buddiste del mondo.</p>
<p><a title="Il sutra del battito del cuore frattale.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-sutra-del-battito-del-cuore-frattale.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-sutra-del-battito-del-cuore-frattale.jpg" alt="Il sutra del battito del cuore frattale.jpg" align="left" hspace="6" /></a>Un concetto fondamentale sia della teoria del caos sia del buddismo è quello secondo cui il lavoro avviene dall’interno verso l’esterno, cominciando “dal proiettore, non dal proiettato”. Tanto nel buddismo Vajrayana quanto nella teoria del caos, per la trasformazione viene usato ciò che si ha sotto mano: divinità feroci vengono utilizzate per dissipare la negatività, o impulsi irregolari verso il cuore vengono usati per curare battiti cardiaci irregolari. Entrambe le discipline considerano i sistemi aperti e suscettibili di cambiamento a ogni istante; entrambe riguardano il processo piuttosto che l’oggetto. La teoria del caos viene definita “una scienza del processo”; la meditazione buddista, “una pratica”.</p>
<p>È possibile trovare descrizioni simili in concetti che spaziano dai più semplici principi della meditazione alla possibilità di equazioni matematiche per il karma. L’idea del vuoto desunta dal filosofo buddista Nagarjuna, vissuto nel secondo secolo, ha molte cose in comune con l’antimateria della “fluttuazione universale”.</p>
<p>In <em>Path to the Middle</em>, Kensur Yeshey Thupden afferma: “Oggi, gli scienziati comprendono bene la «nascita dipendente»: sono in grado di identificare cosa proviene da cosa e per quali motivi… Le loro conoscenze [comunque] riguardano le cause temporali immediate, non le origini più distanti e profonde”. In realtà, alla luce del nuovo pensiero sul caos, una tale affermazione potrebbe presto apparire superata.</p>
<p>La gran parte della teoria del caos comincia con quella che è nota come un’equazione non-lineare. Quest’ultima è stata spiegata per la prima volta da un uomo che, come Minh e me, ebbe un’intuizione osservando le condizioni atmosferiche. Nel 1961, Edward Lorenz, un meteorologo, stava digitando al computer una serie di numeri che rappresentavano modelli del tempo atmosferico. Un giorno, poiché aveva fretta di pranzare, digitò i soliti numeri saltando un po’ di decimali, pensando che differenze tanto minuscole non potevano influenzare i numeri più grandi (che rappresentavano i cumulonembi e gli alisei) alla sinistra dei decimali. Al ritorno, scoprì con meraviglia che i suoi calcoli erano impazziti: in quelli che erano stati modelli regolari, apparivano ora grandi fluttuazioni caotiche. In altre parole, i cambiamenti non erano direttamente proporzionali alla causa; la relazione tra causa ed effetto era non-lineare.</p>
<p>Ufficialmente, gli scienziati del caos definiscono tale situazione “sensibilità alle condizioni iniziali”: una variazione microscopica che (in certi sistemi) ha effetti profondi a un livello macroscopico. Minh si spinge ancora più in là quando afferma che la “sensibilità alle condizioni iniziali” è ciò che i buddisti chiamano “karma”: le condizioni iniziali che sono state create nel passato e che continuano a manifestarsi nel presente.</p>
<p>La forza cui inizialmente siamo tanto sensibili è la “fluttuazione”, e Minh usa un altro esempio per spiegarla: “Un’idea comunemente accettata è che quando lanci in aria una moneta, la probabilità che esca testa è del cinquanta per cento. Questa è la nozione su cui basiamo il nostro pensiero. Ma ciò che accade davvero è molto diverso. Diciamo, per esempio, di lanciare in aria la moneta cento volte; la percentuale di testa o croce è sempre leggermente sopra o sotto il cinquanta per cento: 50.002, 49.005 e così via. Andando avanti per un’ora, i numeri continuano all’infinito a oscillare intorno a questo equilibrio, pendendo sempre da una parte o dall’altra. Contrariamente a tutte le nostre aspettative teoretiche, il cinquanta per cento è qualcosa che non accade mai davvero”.</p>
<p>Questa è una spiegazione plausibile del karma: le fluttuazioni nascoste che ci sballottolano da una parte e dall’altra, il quoziente nascosto di tutte le nostre azioni, l’irregolarità di ogni giorno. Possiamo immaginare che la nostra vita, come le monete, sia diretta verso un qualche equilibrio, ma oscillando costantemente da un polo all’altro.</p>
<p>Minh aggiunge che è fondamentale ricordare che “il risultato di un’azione dipende dalla natura di quest’ultima”. Nel lancio della moneta, un leggero angolo della mano o una sottilissima corrente d’aria determineranno la caduta della moneta. Quindi, il risultato viene collegato all’azione che l’ha prodotto.</p>
<p>La mano che lancia la moneta è ciò che un buddista potrebbe chiamare l’intenzione. L’importanza dell’intenzione nel determinare l’effetto karmico di un’azione è ben nota. Kalu Rinpoche scrive: “L’atteggiamento mentale è il fattore cruciale in ogni situazione”, e “Cambiando il nostro atteggiamento, cambiamo la nostra esperienza”.</p>
<p>Minh crede che non sia soltanto la fluttuazione a provocare risultati diversi quando la moneta cade; egli pensa che si crei un nuovo modello. Le cose sono cambiate a un livello profondo, e potrebbero anche non tornare mai alla forma precedente.</p>
<p>Questo spezzare gli “schemi abituali” è una nota idea buddista. Quando è possibile spezzare lo schema abituale, interrompendolo anche solo per un momento, si determina una sorta di apertura che manda in corto circuito gli schemi abituali di comportamento. Da un punto di vista buddista, il cambiamento di questi schemi può determinare la sfera nella quale si nasce.</p>
<p>Una volta ho letto che il compianto Dilgo Kyentse Rinpoche zoppicava perché da ragazzo aveva camminato con noncuranza sopra un libro del dharma. La teoria del caos ci insegna che questi passi decisivi avvengono a ogni istante. Qualsiasi istante può avere conseguenze incredibili. Toccare la mano di un amico al momento giusto può fare una grande differenza, mentre toccarla un momento dopo può non significare nulla. Lo stesso principio si applica alla fibrillazione del cuore; non è solo la quantità di “zap” inviati al cuore malato a essere importante, ma anche <em>il</em> <em>momento</em>. La scelta dei tempi è fondamentale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a title="Il sutra del battito del cuore albero frattale.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-sutra-del-battito-del-cuore-albero-frattale.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-sutra-del-battito-del-cuore-albero-frattale.jpg" alt="Il sutra del battito del cuore albero frattale.jpg" /></a></p>
<p>Gli alberi sono disposti secondo modelli di frattali, dalle radici fino alle vene di ogni foglia.<br />
Minh dice: “La vita non è un’equazione diretta causa-effetto, cioè un’equazione lineare. Ecco perché mi piace il buddismo, perché è non-lineare. I matematici odiano le equazioni non-lineari, perché sono difficilissime da risolvere. Il cristianesimo è lineare, deterministico. La scienza si è sviluppata all’interno di quella mentalità. Ma la non-linearità… Ebbene, su di essa possiamo lavorare”.</p>
<p>Chiedo a Minh: “Saresti in grado di rendere il karma in equazioni matematiche?”. “Certo”, risponde. “Penso di sì. Forse. È facile predire la traiettoria di una palla da tennis nell’aria, ma difficilissimo stabilire il comportamento di un granello di polline che cade nell’acqua di uno stagno. Davanti a un granello di polline – e davanti a una persona – la Fisica newtoniana esce di scena e subentra la non-linearità”.</p>
<p>Secondo l’idea di Minh, le probabilità di comprendere il karma variano con la natura del karma; cambiare il comportamento di una persona sarà più facile o difficile a seconda del suo stesso comportamento. Nei sistemi caotici (come il samsara) è spesso possibile introdurre l’ordine attraverso il feedback. Minh spiega in che modo ciò funziona.</p>
<p>“Immagina di essere in un elicottero sopra il deserto del Mojave e di osservare una jeep che si muove su una strada sterrata e impervia nel tavolato arido. La jeep gira bruscamente ora da una parte ora dall’altra, rallentando fino a fermarsi completamente e accelerando poi oltre i novanta. Certe volte le ruote si avvicinano pericolosamente a un burrone. Dall’elicottero pensiamo che ci devono essere ostacoli sul terreno: la strada avrà rocce e buche che non riusciamo a vedere. È così che la scienza tradizionale opera ancora oggi: essa presume che ci basterà dare un’occhiata ravvicinata per vedere tutte le cause.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a title="Il sutra del battito del cuore secondo frattale.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-sutra-del-battito-del-cuore-secondo-frattale.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-sutra-del-battito-del-cuore-secondo-frattale.jpg" alt="Il sutra del battito del cuore secondo frattale.jpg" /></a></p>
<p>Ma la teoria del caos ci dice che il vero motivo per una guida tanto eccentrica è che l’autista ha scoperto la notte prima che la moglie lo tradiva. Egli è arrabbiatissimo, leggermente ubriaco, e la sua mente è piena di immagini tumultuose. Quindi, bisogna riparare la sua mente, non la strada. Ma forse non hai nemmeno bisogno di ripararla, perché questa situazione è diventata tanto caotica che potrebbe mettersi a posto da sola.</p>
<p>A questo punto subentra la nozione di feedback. In tale situazione, il fatto che l’uomo continui a guidare praticamente sull’orlo del burrone, che devii dalla sua strada urtando i cactus, cambierà la sua mente. Il pericolo che sta correndo avrà un effetto di ritorno [“feed back” in inglese, NdT] sulla sua rabbia, frenandola. Egli comprenderà che la sua rabbia potrà ucciderlo e si calmerà un po’; non uscirà più dalla strada, perché in realtà non vuole morire per questa donna. Ciò cambia quello che chiamo il <em>parametro spazio</em>, che in questo caso è il suo stato mentale”.</p>
<p>Di quando in quando, chiacchiero con Minh a notte fonda. Egli dorme seduto su una sedia di futon in un appartamento moderno di Palo Alto; odia il buio e la solitudine, per questo vive in appartamenti in cui può udire la presenza degli altri. Intanto, cerca una moglie che sia sempre presente e allo stesso tempo non ci sia mai: un’aspirazione tipica di un uomo che, per sua stessa ammissione, “ha inseguito le fluttuazioni per tutta la vita”. Ma il punto è che egli vede la sua vita come una meditazione continua.</p>
<p>“Medito tutto il tempo”, dice Minh, “ma non medito con la quiete, bensì con più rumore. Vado a Las Vegas e gioco con le slot machines. È così che medito”.</p>
<p>In <em>The Dawn of Tantra</em>, mi sono imbattuta nella seguente risposta data da Trungpa Rinpoche a una domanda sulla complessità e la confusione della vita quotidiana:</p>
<p>“Domanda: Maggiore è la confusione, maggiore è l’unità?</p>
<p>Trungpa Rinpoche: Questo è quello che afferma la gente del tantra.</p>
<p>Domanda: Vuoi dire che più c’è confusione, più è difficile imporre un sistema alla realtà?</p>
<p>Trungpa Rinpoche: Il caos possiede un ordine, in virtù del quale non è davvero un caos. Ma quando non c’è né caos né confusione, c’è lusso, comodità. Il lusso e le comodità ti portano maggiormente nel samsara, creando situazioni più lussuose e aumentando il tuo caos. Tutte queste situazioni lussuose tornano su di te e cominci ad avere dei dubbi; ciò ti porta a comprendere che, dopo tutto, questo disagio possiede un ordine”.</p>
<p>Forse Minh aveva ragione in tutto il suo disordine. “Non ho mai fatto il tipo di meditazione di cui parli, ma lo capisco. In verità, penso che la fluttuazione alla base dell’universo sia nascosta nella meditazione. Quando qualcuno medita molto bene, può fare l’esperienza della fluttuazione nascosta dell’universo, della pulsazione tra la materia e l’antimateria che è la natura delle cose a livello subatomico”.</p>
<p>Di nuovo, mi tornano in mente gli scritti di Trungpa Rinpoche sulla meditazione: il lasciar venire i pensieri, l’esprimere la loro energia e l’andare oltre: “Il contatto non ha senso senza la separazione; sono simultanei. Questa simultaneità è la consapevolezza”.</p>
<p>Tali unioni di concetti sono presenti in tutto l’insegnamento buddista, come nell’unione tra saggezza e compassione che rappresenta l’illuminazione. Jeffrey Hopkins, nella sua introduzione a <em>Kalachakra Tantra</em>: <em>Rite of Initiation</em>, si spinge fino ad attribuire una “carica” alle qualità della mente. Secondo Hopkins, “Una carica è la chiara natura della mente, un fenomeno positivo, l’altra il vuoto inerente alla mente, un fenomeno negativo”.</p>
<p>Ho mostrato a Minh un dipinto delle divinità Paramasukha e Chakrasamvara nella posizione “yab-yum” (l’unione di maschile e femminile), ed egli ha risposto disegnando una fila di elettroni alternati.</p>
<p>Ho chiesto a Minh se la capacità di percepire questa fluttuazione, questa pulsazione, potesse essere collegata a ciò che il buddismo chiama la forma e il vuoto.</p>
<p>“Oh, sì”, ha risposto; “Ciò che tu chiami forma e vuoto, io lo definisco materia e antimateria. L’oscillazione costante tra materia e antimateria nell’universo è la base di ogni fluttuazione”.</p>
<p>In questo caso, la materia è la forma, il vuoto l’antimateria. Parlando a livello della meccanica quantica, la materia è nata nel passato e muore nel presente, mentre l’antimateria è nata nel futuro e muore nel presente. La materia pura, l’unione di queste due, è un fotone. Quando viene emessa della luce, questa è la prova della materia pura.</p>
<p>Quanto sono perfetti, ho pensato, i frutti di queste unioni: la luce dalla materia o l’illuminazione dalla mente. Luce e illuminazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a title="Il sutra del battito del cuore cavolfiore.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-sutra-del-battito-del-cuore-cavolfiore.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-sutra-del-battito-del-cuore-cavolfiore.jpg" alt="Il sutra del battito del cuore cavolfiore.jpg" /></a></p>
<p>Il cavolfiore si sviluppa secondo modelli frattali che sono immagini geometriche non-lineari del caos (e dell’ordine).<br />
Qualche settimana fa, Minh è venuto a cena. Dopo, mentre con una mano fumava Marlboro e con l’altra beveva ottimo champagne (che portava sempre), ho cercato di farlo parlare del vuoto. Ho accennato al <em>Prajnaparamita Sutra</em> dicendo che era noto come il <em>sutra del cuore</em>. Egli ha capito <em>sutura del cuore</em>, ma ha cominciato lo stesso a parlare del cuore. Cercando di riportarlo al vuoto, ho letto alcune frasi del filosofo buddista indiano Nagarjuna: “Né la nascita né la morte avvengono nel tempo”. “Quello che un buddista potrebbe chiamare il vuoto”, ha commentato Minh, “noi la chiamiamo la fluttuazione vuota della materia: l’oscillazione costante tra la materia e l’antimateria che stabilisce un modello di pulsazione in ogni cellula vivente. Dal momento che sto lavorando sul cuore, prendiamo il cuore. Non esiste un momento, nell’utero, in cui il cuore comincia a battere: le cellule battono sin dall’inizio. Quando le cellule si moltiplicano in quello che diventerà il sistema circolatorio, prendono spunto dal battito cardiaco materno, quindi il cuore della madre è il segnale che dice al cuore fetale come battere, con quale ritmo e così via. A quel punto puoi domandarti: quando ha cominciato a battere il cuore della madre? E arrivi allo stesso problema. Se tutte le cellule stavano battendo prima di diventare un cuore, come può esserci stato un momento in cui sono diventate un cuore?”.</p>
<p>“Né perituro né eterno.”</p>
<p>Il commento di Minh: “Il cuore è un sistema circolatorio: non ha fine né inizio. Questo è qualcosa che stiamo cominciando a capire solo adesso. Il motivo per cui i cuori artificiali hanno avuto poco successo è perché il cuore veniva considerato una semplice pompa, quasi un organo a parte. Ma in realtà sto scoprendo che anche l’aorta, che esce dal cuore, può fungere da pompa, e andando avanti scopri che il cuore è di fatto tutte le vene e le arterie che gli stanno attaccate”.</p>
<p>“Niente nasce dal caso.”</p>
<p>Minh: “Non esiste nulla di simile al caso. Quindi, naturalmente, questa affermazione è vera”.</p>
<p>Infine, chiedo a Minh di immaginare di essere un insegnante, anziché alla Stanford University nel 1995, a Nalanda, il grande centro indiano di studi buddisti, durante l’ottavo secolo. Con le sue attuali conoscenze sulla Fisica e il caos, se gli venisse chiesto di parlare della possibilità che le cose abbiano un’esistenza intrinseca, affermerebbe che non possiamo dire nulla al riguardo?</p>
<p>“Affermerei che non possiamo dimostrare che nulla ha un’esistenza intrinseca. Ecco perché nel 1936 il famoso matematico Kurt Godel ha sviluppato l’assioma noto come la prova di Godel. Egli dimostra che esiste sempre un problema, un assioma, un’equazione, che è vera ma non può essere risolta.</p>
<p>La matematica è fatta di assiomi che riteniamo veri. Per esempio: 1 + 1 = 2, e così via. Godel ne ha aggiunto un altro, secondo cui c’è sempre qualcosa in più che è vero, ma che non può essere dimostrato. Questa incertezza fa parte della logica operativa della matematica. È una prova coerente. Anche altre persone, provenienti da altri rami della matematica, hanno dimostrato la stessa cosa.</p>
<p>“Non sostengo nulla, quindi non posso essere contraddetto”: così Chandrakirti (della scuola Prasangika di Nagarjuna) cerca di dimostrare che è inutile sostenere una teoria secondo la quale la logica e il linguaggio hanno una solida base ontologica. Niente ha basi, perché niente esiste.</p>
<p>Questa logica contesta tutte le affermazioni, senza sostituirle con altre. Nagarjuna era alla ricerca di “un equilibrio supremo”, una tecnica di eliminazione dialettica che confutasse tutti gli argomenti degli avversari senza proporne altri. La prova di Godel sostiene che per tutto ciò che è dimostrato, esiste qualcos’altro che non può esserlo. In entrambi i mondi, c’è sempre un altro argomento o un’altra equazione; è impossibile chiudere la discussione.</p>
<p>Di fatto, più studiamo le possibilità create da questi due modi di descrivere l’universo, più esse si aprono a formare combinazioni simili a un mandala, anziché chiudersi in se stesse.</p>
<p>Nella teoria del caos esistono descrizioni delle sequenza che l’acqua, per esempio, attraversa nel suo movimento caotico. Esistono biforcazioni, biforcazioni doppie, periodi di “fuoco” (“generazione spontanea di caos temporaneo locale-spaziale), interrotti da fasi di calma; tutte queste varietà di mutamento non sono causate da un intervento esterno, ma sono intrinseche alla materia stessa.</p>
<p>Mi chiedo se tutto ciò può essere simile al viaggio degli esseri verso la completa illuminazione, una sorta di preparazione a quest’ultima attraverso gli stadi del bodhisattva, fino al decimo “bhumi” (stadio di illuminazione) degli esseri illuminati. Una mente illuminata “si infiamma” di attività illuminata, o il caos tra periodi di quiete è una micro-versione di un viaggio del bardo? Gli elettroni viaggiano nel bardo?</p>
<p>Nella nostra ricerca della “verità”, è sempre interessante supporre l’esistenza di un ordine intrinseco nel mondo fisico e spirituale, cioè la coerenza delle cose. Infatti, il ritmo del battito cardiaco umano è in proporzione perfetta con il tempo che la Terra impiega a girare intorno al sole… Almeno secondo Minh.</p>
<p>Barbara Roether, scrittrice e giornalista, vive a San Francisco</p>
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<p>Copyright originale Barbara Roether, per gentile concessione.<br />
Originalmente pubblicato su Tricycle magazine, <a href="http://www.tricycle.com/">www.tricycle.com<br />
</a>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Il censimento per l’alleanza globale</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 10:15:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nitamo Montecucco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[Come riunire tutte le associazioni e le persone che operano per un mondo migliore e creare insieme una Massa Critica e una Rete Globale: Grande Incontro del 3-4 Marzo 2012. E’ tempo che la parte più saggia e consapevole dell’umanità si riunisca e collabori per invertire l’attuale tendenza distruttiva e realizzare un futuro comune di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2012/02/censimento-globale.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1482" style="margin: 6px;" title="censimento globale" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2012/02/censimento-globale.jpg" alt="" width="368" height="104" /></a>Come riunire tutte le associazioni e le persone che operano per un mondo migliore e creare insieme una Massa Critica e una Rete Globale: Grande Incontro del 3-4 Marzo 2012.</p>
<p>E’ tempo che la parte più saggia e consapevole dell’umanità si riunisca e collabori per invertire l’attuale tendenza distruttiva e realizzare un futuro comune di pace, comprensione umana e rispetto della Terra. Ogni individuo, ogni associazione è determinante in questo<br />
processo di evoluzione della coscienza globale.</p>
<p>A cura di Nitamo Montecucco e del comitato del Club di Budapest Italia</p>
<p><strong>Il Progetto Globale 2012–2018</strong></p>
<p>Il Progetto Globale 2012-2018 è un importante programma culturale di collaborazione internazionale su cui stiamo lavorando da molti anni; è una strategia evolutiva di vasta portata che ha lo scopo, entro il 2012, di realizzare una prima Massa Critica tra le associazioni dei “Creativi Culturali”, la parte più sensibile e responsabile della società, e di catalizzare così entro il 2018 il salto di consapevolezza necessario per realizzare le basi di una società globale etica e sostenibile.</p>
<p><strong>I “Creativi Culturali” e la nuova Cultura Globale</strong></p>
<p>Il sociologo Paul Ray ha definito i “Creativi Culturali” come le persone sensibili al degrado della Terra e al dolore umano, che si interessano all’ecologia, alla pace, al volontariato, ai diritti umani, alla salute naturale, alla spiritualità, al commercio etico, al bene comune. I Creativi Culturali siamo tutti NOI che in ogni parte della Terra desideriamo un mondo migliore e cerchiamo di realizzarlo con amore nella vita quotidiana e nella società. Noi e le nostre associazioni stiamo creando una nuova Cultura Globale.</p>
<p>Secondo le ricerche sociologiche internazionali la “nuova cultura emergente” negli anni &#8217;70 era circa il 2%, negli anni &#8217;90 era al 25%, nel 2005-2007 (Italia, USA, Giappone, Francia, Ungheria) era salita al 33-35% e ora si stima intorno al 37-40% della popolazione totale. Siamo quindi già ora oltre 2 miliardi di persone nel mondo che vogliono pace, diritti umani e rispetto della Terra, ma che non sono consapevoli del proprio numero! Siamo un numero enorme di persone responsabili e creative che potrebbero cambiare la società e le scelte globali ma NON abbiamo potere perché siamo frammentati in miriadi di movimenti e associazioni.</p>
<p>In una decina di anni (2023-2024) dovremmo raggiungere il fatidico 51% ma la crisi economica potrebbe rallentare questa data al 2030 o addirittura al 2040, con il rischio che il sistema crolli prima che noi riusciamo a creare una rete che cambi le cose. Il progressivo peggioramento dei parametri ecologici, economici e sociali a livello globale ci pone quindi di fronte alla necessità di riunire le forze e creare un salto di coerenza tra di noi e tra le nostre associazioni. Il futuro del pianeta dipende dalla nostra capacità di sviluppare una nuova coscienza umana e planetaria, più unita e collaborativa. Dobbiamo necessariamente iniziare da noi stessi e dalle nostre associazioni. La crisi globale si può risolvere solo con un salto di consapevolezza globale!<span id="more-1476"></span></p>
<p><strong>La Massa Critica e la Rete Planetaria delle Associazioni (NGO)</strong></p>
<p>Noi siamo una “minoranza” dimenticata dalla politica e dall’informazione “ufficiale” solo perché NON siamo consapevoli del nostro numero e del nostro potere. Per cambiare la situazione dobbiamo prendere coscienza di essere parte del più grande Movimento Culturale Planetario mai esistito, con oltre 2 miliardi di persone nel mondo che condividono gli stessi valori.</p>
<p>Per riprendere il nostro giusto potere nella società, nei media, nella gestione dell’informazione, occorre iniziare creare una “Massa Critica” di persone e associazioni che si riuniscano consapevolmente! Ricerche internazionali hanno evidenziato che quando l’1% di una società si riunisce in modo consapevole intorno ad un progetto o ad un’idea, costituisce una Massa Critica: un &#8220;gruppo di coerenza&#8221; in grado di influenzare significativamente l’intera società. Per questo abbiamo realizzato il Censimento Globale.</p>
<p>Il nuovo sito <a href="http://www.censimentoglobale.it" target="_blank">www.censimentoglobale.it</a> è aperto dal 11-11-2012 e in 2 mesi siamo passati da 6.000 a oltre 110.000 iscritti! Iscriviti anche tu, come persona, professionista o Associazione. Attraverso il Censimento Globale cercheremo di raggiungere una Massa Critica di 60 milioni di persone nel mondo, 450 mila in Italia. Questo realizzerà il primo nucleo di Rete Globale delle Associazioni che operano per un mondo pacifico e sostenibile.</p>
<p><strong>Grande Incontro Nazionale di tutte le associazioni e dei creativi culturali del 3-4 Marzo 2012</strong></p>
<p>Per facilitare l’Alleanza e la riunione delle persone e soprattutto delle associazioni e dei centri Italiani, abbiamo organizzato un Grande Incontro al quale sono invitate a partecipare creativamente tutte le associazioni. Solo Uniti possiamo fare la differenza! Scopi dell’Incontro sono:</p>
<p>1) Facilitare un’Alleanza Globale tra le persone e le associazioni che in Italia e nel mondo operano per un mondo pacifico, umano e sostenibile.</p>
<p>2) Iniziare la cooperazione e la collaborazione su: progetti comuni, l’organizzazione della rete, creare la redazione del giornale online, costituire i gruppi di lavoro nelle varie aree.</p>
<p>3) Collaborare con gli altri Network globali: Wiserearth, Earth Charter, Club di Budapest, Pace, Eco, e molte altre&#8230;</p>
<p>4) Organizzare una grande manifestazione o molte grandi manifestazioni per il 12-12-2012, “Giorno della Coscienza Globale”.</p>
<p>Saranno proiettati Filmati con messaggi di maestri spirituali e di famosi ecologisti sulla necessità di un risveglio della coscienza globale e di un’alleanza in rete.</p>
<p>Il 12-12-2012 “Giorno della Coscienza Planetaria” per diverse ragioni sarà una data significativa, per iniziare un risveglio globale della consapevolezza. La Rete Globale potrebbe “catalizzare” entro il 2018-2020 la presa di coscienza e la riunione di oltre 2 miliardi di Creativi Culturali oggi sparsi in ogni angolo della Terra.</p>
<p>Insieme a noi, in tutto il mondo, molte altre associazioni si stanno muovendo per realizzare questa stessa Massa Critica e riunire in una grande alleanza le persone, le associazioni e i movimenti, orientati all’etica, alla pace, alla sostenibilità, alla crescita umana, alla salute e alla consapevolezza globale, ponendo in evidenza lo spirito che ci accomuna: il senso di responsabilità per il benessere dell’uomo e del pianeta. Uniti possiamo realizzare la nostra visione di una società globale, pacifica e cooperante.</p>
<p>Per maggiori informazioni: <a href="http://www.reteolistica.it" target="_blank">www.reteolistica.it</a>, <a href="http://www.clubdibudapest.it" target="_blank">www.clubdibudapest.it</a>, <a href="http://www.censimentoglobale.it" target="_blank">www.censimentoglobale.it</a>.</p>
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		<title>Dall’Homo Sapiens all’Homo noeticus</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 06:08:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>John White</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando immaginiamo il futuro della Terra, ci troviamo di fronte a un paradosso: da un lato è difficile pensare che l’«Homo sapiens» non continuerà a essere l’unico padrone del pianeta Terra, ma dall’altro è ugualmente difficile immaginare, data la vastità delle distruzioni in atto, quale sarà il futuro della Terra se continuerà il dominio dell’Homo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Leonardo. Proportions of Man.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/leonardo-proportions-of-man.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/leonardo-proportions-of-man.jpg" alt="Leonardo. Proportions of Man.jpg" align="left" hspace="6" /></a>Quando immaginiamo il futuro della Terra, ci troviamo di fronte a un paradosso: da un lato è difficile pensare che l’«Homo sapiens» non continuerà a essere l’unico padrone del pianeta Terra, ma dall’altro è ugualmente difficile immaginare, data la vastità delle distruzioni in atto, quale sarà il futuro della Terra se continuerà il dominio dell’Homo sapiens.</p>
<p>Nel corso della nostra indagine per scoprire se e come l’illuminazione può risolvere la crisi attuale, ci siamo imbattuti in un affascinante pensatore che ha osato spingere la sua immaginazione al di là di questo paradosso, arrivando a una soluzione nientedimeno che evolutiva.</p>
<p>Secondo il ricercatore della consapevolezza John White, benché tutte le tendenze siano contrarie, la Terra e l’umanità possono davvero avere un promettente futuro insieme. Ma l’essere umano che parteciperà a questo futuro sarà un primate molto diverso da quello che conosciamo oggi. White lo chiama “homo noeticus”: il gradino successivo dell’evoluzione.</p>
<p>Chiamato alla vita spirituale nel 1963 da un’esperienza spontanea di ciò che egli chiama “la realizzazione di Dio”, John White non ha mai avuto difficoltà a dire di essere illuminato, salvo precisare, subito dopo, “ma solo un po’”. E negli ultimi ventisette anni, quel “solo un po’” è stato ciò che ha alimentato il suo insaziabile interesse verso l’esplorazione del potenziale umano più elevato. Chiedetegli dei suoi risultati in questo campo, e l’ultima cosa che vi sentirete raccontare è l’esperienza di illuminazione che ha dato il via al suo cammino. Prima sentirete parlare della sua amicizia con l’astronauta dell’Apollo 14 Edgar Mitchell, la cui esperienza spirituale nella capsula spaziale lo ha portato a fondare, insieme a White, l’Istituto di Scienze Noetiche, oggi noto in tutto il mondo.</p>
<p>Poi sentirete parlare del manoscritto ricevuto nel 1974 da un giovane scrittore che faticava ad affermarsi, Ken Wilber, intitolato <em>The Spectrum of Consciousness</em>. Il libro fece una tale impressione su White che egli fece di tutto per pubblicarlo, cosa che gli riuscì trentatré editori e quattro anni dopo, dando l’avvio all’ascesa di Wilber, che oggi è uno dei più autorevoli pensatori spirituali dell’era moderna.<span id="more-687"></span></p>
<p>Scrittore freelance ed editore di gran parte dei suoi libri, White potrebbe raccontare anche di aver pubblicato decine di articoli e oltre quindici libri, tra cui <em>L&#8217;incontro tra scienza e spirito, A Practical Guide to Death and Dying </em>e le antologie <em>Kundalini, Evolution and Enlightenment e What is Enlightenment? </em>Nel suo prossimo libro<em>, Enlightenment 101</em>, White descrive come, secondo le sue ricerche ed esperienze, la razza umana sta già attraversando un mutamento evolutivo.</p>
<p>Vivere tra le avanguardie dell’esplorazione della consapevolezza, in compagnia dei più importanti pensatori spirituali, ha donato a White un punto di vista unico sul nostro potenziale umano più elevato, nonché uno sguardo penetrante su quello che potrebbe essere il futuro della nostra specie. Tuttavia, alla fine White ammette che la sua fiducia nel nostro potenziale evolutivo non è dovuta alle sue ricerche e ai suoi studi, bensì a quella prima esperienza spirituale avvenuta nel 1963. Come egli racconta, “Ci fu una rivoluzione nella mia consapevolezza che mi portò a scorgere l’illusorietà dell’io separato e la realtà del Sé autentico. Fu un momento di consapevolezza cosmica.</p>
<p>La percezione di un io corporeo venne completamente spazzata via, e restò solo l’«io» dell’universo, del cosmo. Tutto ciò non mi donò una sorta di onniscienza, ma un insieme di certezze. Sapevo al di là di ogni dubbio cosa ero, perché stavo qui, dove stavo andando e qual era la strada verso casa, verso Dio. E ho visto anche che esisteva qualcosa di simile a una natura umana, per cui ciò che era possibile per me lo era per tutti. Ho visto nel mio passato e nel mio futuro il passato e il futuro di tutta l’umanità”.</p>
<p>Lo scorso autunno, nel nostro centro nel Massachussetts occidentale, abbiamo avuto il piacere di una cortese visita di John White, proveniente dalla sua casa nel Connecticut. Quel pomeriggio egli ha condiviso con noi la sua visione di un’umanità illuminata.</p>
<p>Craig Hamilton: Molti futurologi, scienziati e pensatori sociali ritengono che l’umanità stia affrontando una crisi evolutiva. Prevedono trasformazioni potenzialmente devastanti nei prossimi decenni, quando la sovrappopolazione, la rapida globalizzazione e la sperimentazione tecnologica renderanno ancora più precario l’equilibrio su cui si basa la vita della nostra specie e del pianeta in generale. Molti autorevoli pensatori hanno affermato che, data l’enormità delle sfide che ci attendono, l’unica soluzione che può forse andare alla radice del problema è di tipo spirituale, ovvero è una trasformazione della consapevolezza. Cosa pensi di questa idea? L’illuminazione può salvare il mondo?</p>
<p>John White: L’illuminazione è la <em>sola</em> cosa che può salvare il mondo. La <em>sola </em>cosa.</p>
<p>Quando lavoravo con l’astronauta dell’Apollo 14 Edgar Mitchell, l’idea era che l’Istituto per le Scienze Noetiche, da lui fondato nel 1972 e del quale ero il Direttore dell’Educazione, avrebbe studiato la mente umana per applicare le scoperte in questo campo ai problemi dell’umanità. Ed, dopo aver avuto un’epifania o esperienza religiosa mentre la capsula spaziale scendeva sulla Terra, aveva capito chiaramente che i problemi che assillavano l’umanità non facevano parte del mondo naturale.</p>
<p>Le divisioni sociali, le lotte, i conflitti e tutti i problemi politici… egli aveva capito che quei problemi sorgevano nel contesto della mente, o della consapevolezza umana, e voleva studiare <em>quest’ultima</em> per risolvere quei problemi alle radici. Come ha detto Einstein, non puoi risolvere un problema al livello che l’ha originato: devi andare un livello sopra. Quindi, questa era la speranza dell’Istituto di Scienze Noetiche: comprendere meglio la natura della consapevolezza e capire fino a che punto potevamo trascendere la condizione alla base di tutti i problemi che l’umanità si trova di fronte. Senza questa comprensione, è facile che ci ritroviamo a essere nulla più che un granello di polvere nel cielo notturno, o un pianeta moribondo dove le specie sono morte.</p>
<p>Quindi, sì, abbiamo di fronte molte crisi, ma le mie indagini recenti e la mia esperienza personale mi dicono che riusciremo a superarle. Questo fa parte del grande disegno della creazione, del fine intelligente dell’universo. Dio non ci ha condotto attraverso cinque milioni di anni di evoluzione umana per spegnerci così. Abbiamo i mezzi, il potenziale per affrontare questa crisi in modo intelligente, in linea con la nostra spinta teleologica verso la trascendenza dell’io.</p>
<p>Ma per quello che posso vedere, tutto ciò non è assolutamente certo. Il nostro pianeta potrebbe subire un’overdose, per così dire. Ma non credo che arriveremo a quel punto: abbiamo superato moltissime crisi nella nostra lunga storia, e vedo diversi segnali promettenti secondo cui riusciremo a superare anche queste. In realtà, come ha detto un mio amico, “La parola inglese «<em>Hope</em>», speranza, è un acronimo per «<em>Help Our Planet Evolve</em>», <em>sostieni l’evoluzione del nostro pianeta</em>”. E io ho grandi speranze.</p>
<p>Craig Hamilton: Nel tuo prossimo libro, affermi che in realtà l’umanità si sta evolvendo verso una nuova e più elevata forma di vita, che riuscirà a trascendere molte delle difficoltà di oggi. Hai definito questa nuova ed evoluta forma di umanità “Homo noeticus”. Cos’è l’homo noeticus?</p>
<p>John White: L’homo noeticus è il termine che uso per indicare quella che considero una forma di umanità più elevata che sta emergendo oggi sul pianeta, caratterizzata non da mutamenti genetici, bensì <em>noetici</em>. In altre parole, la<em> consapevolezza </em>è il principio fondamentale per definire l’homo noeticus. Esiste una radicale trasformazione della consapevolezza che contraddistingue l’homo noeticus, un passaggio dalla centratura sull’io a quella su Dio. L’homo noeticus potrà assomigliare molto al Tizio e al Caio che oggi camminano per le strade di New York, ma sarà caratterizzato da una profonda trasformazione della consapevolezza. E tale trasformazione della consapevolezza fa parte del processo dell’illuminazione.</p>
<p>Non ho una lista antropologica di caratteristiche che definiscono l’homo noeticus. Se fossimo stati vivi quando stava apparendo l’uomo di Cro-Magnon, come avremmo potuto distinguere quest’ultimo dall’uomo di Neanderthal? Fisicamente, avevano praticamente lo stesso aspetto. Ma col senno di poi possiamo dire che il Cro-Magnon era un tipo di essere umano nuovo e superiore, caratterizzato dal fatto di essere il primo artista, che dipingeva caverne e scolpiva sculture femminili. Il Cro-Magnon ha inventato l’arco e la freccia, le prime armi del mondo dopo le semplici pietre. E ci sono altre caratteristiche che contraddistinguono il Cro-Magnon dal Neanderthal.</p>
<p>Lo stesso avviene con l’homo noeticus. I segni distintivi che secondo me indicano la piena appartenenza all’homo noeticus sono di base conseguenze del passaggio dalla centratura sull’io a quella su Dio. Quest’ultima riconosce la presenza del divino in ognuno e opera nel mondo su questa base. In essa non esiste competizione, bensì cooperazione, e il processo di pensiero non è del tipo semplice, lineare, sequenziale, o/o, ma è a più livelli, integrato e inclusivo. E dal punto di vista delle emozioni, non troverai né odio né vizi né alcuno dei sentimenti non virtuosi che creano tanta sofferenza, dolore, morte e distruzione nel mondo di oggi. Si può dire che è possibile sapere che l’homo noeticus è la forma-vita dominante sul pianeta grazie all’assenza di guerre, di oppressione, di competizione, di avidità, di cupidigia e di altri vizi che hanno molto contribuito a creare la condizione umana odierna.</p>
<p>Craig Hamilton: Quali sono i segni che scorgi nel mondo di oggi e che ti hanno portato alla conclusione che stia nascendo l’homo noeticus, che stiamo davvero evolvendoci?</p>
<p>John White: Nel mio libro<em> L&#8217;incontro di scienza e spirito </em>elenco una lunga lista di fattori che, presi insieme, mi dicono che nel mondo è in atto una profonda trasformazione della consapevolezza. Non che tutti questi fattori siano globalmente presenti, ma possiamo considerare ogni aspetto delle attività umane di oggi e vedere cose, movimenti, gruppi, prospettive che non sono semplicemente contrari allo status quo, ma che indicano una via nuova e più elevata al di là di quest’ultimo. L’economia, l’istruzione, la politica, gli affari militari: tutte le attività umane stanno mostrando segni, qui e là, dell’apparizione di qualcosa che non solo le trascende, ma proietta un’influenza che trasforma ulteriormente quei domini.</p>
<p>Nella gente è diffusa la volontà di crescita, che si sta manifestando in molti modi: fisico, mentale e spirituale. Guardiamo come la specie umana sta superando ogni limite nei campi dell’atletica e dell’esplorazione planetaria. Per la prima volta padroneggiamo l’esplorazione sottomarina al punto che è possibile scendere con l’autorespiratore per centinaia di metri, o anche più in basso grazie a mezzi tecnologici come i sottomarini o i batiscafi. Quindi, stiamo superando i limiti dell’esplorazione oceanica e atmosferica tramite i viaggi spaziali, gli aerei ultraleggeri e i vari tipi di sport aerei. E gli stessi sport fisici sono diventati realtà che cento anni fa non sognavamo neppure. I record vengono battuti in continuazione, man mano che miglioriamo i programmi di allenamento e il tipo di alimentazione.</p>
<p>Inoltre, gran parte del mio bagaglio culturale è fatto di parapsicologia, di ricerca psichica. Vedo quest’ultima come una conseguenza di un risveglio della consapevolezza dell’umanità, grazie al quale la gente vuole conoscere meglio se stessa, a un livello più profondo o elevato. Per la prima volta in tutta la storia umana, esiste un vasto riconoscimento pubblico del potenziale psichico delle persone. E questo trova un’applicazione molto pratica nel movimento per la salute olistico, o alternativo. Dappertutto, la specie umana sta superando i limiti della nostra condizione fisica, mentale e spirituale.</p>
<p>Quindi, questi sono alcuni fattori.</p>
<p>Craig Hamilton: È giusto definire l’homo noeticus <em>illuminato</em>, così come l’illuminazione viene tradizionalmente intesa?</p>
<p>John White: L’homo noeticus sarebbe quello che definisco il primo stadio dell’illuminazione, in cui esiste una trasformazione psicologica, un mutamento radicale della consapevolezza, dalla centratura sull’io a quella su Dio. Ma questo deve avvenire anche a livello fisiologico. Molti anni fa, ho enunciato quella che ritengo la prima legge della noetica: “Il corpo segue la consapevolezza”. Ebbene, quando c’è un mutamento radicale della consapevolezza, “moksha”, si creano le basi per il perfezionamento di <em>tutti</em> gli aspetti delle nostre attività. E ne segue necessariamente, nel gran disegno dell’evoluzione umana (così come lo vedo io), la trasformazione del corpo stesso, del corpo e della mente, che sono<em> inferiori</em> allo spirito.</p>
<p>Craig Hamilton: Secondo te, quanto siamo lontani da quella trasformazione della consapevolezza che può davvero prepararci ai radicali cambiamenti futuri? Quale percentuale di persone si deve evolvere nell’homo noeticus prima di poter sperare di cambiare le cose e acquisire una prospettiva più vasta su questi problemi?</p>
<p>John White: Per come la vedo io, la piena emersione dell’homo noeticus (cioè la sua affermazione come forma-vita dominante sul pianeta) richiede ancora molte centinaia di anni, come minimo. Questo, per noi che stiamo seduti in questa stanza con un orologio al polso, sembra un lungo periodo di tempo. Ma dal punto di vista antropologico o evolutivo, equivale a un batter d’occhio.</p>
<p>In teoria, la prima forma di vita sulla Terra è emersa dal brodo primordiale quattro miliardi di anni di fa, e ha dominato per uno o due miliardi di anni. La seguente e più elevata forma di vita ha dominato per un periodo più breve, e ogni nuova forma di vita ha prevalso per un periodo sempre più limitato. In altre parole, l’emersione di forme più elevate sta <em>aumentando</em>. Dunque, quando si arriva al livello dell’uomo, stiamo parlando di io e te seduti in questa stanza grazie al fatto che appena cinque milioni di anni fa i nostri progenitori hanno assunto la posizione eretta in mezzo alle pianure africane. E il Neanderthal è apparso trecentomila anni fa; il Cro-Magnon, da trentacinque a quarantamila anni fa; l’Homo sapiens sapiens, l’uomo moderno, diecimila anni fa.</p>
<p>Se la <em>noe</em>tica, piuttosto che la <em>gene</em>tica, governerà il cambiamento evolutivo (come secondo me avverrà d’ora in poi), grazie al potenziale delle comunicazioni di massa e delle tecnologie delle<em> in</em>formazioni assumeremo davvero il controllo della nostra evoluzione. Avremo la possibilità di disseminare informazioni per creare <em>tras</em>formazioni. E quindi penso non solo che questo mutamento sta avvenendo, ma che la sua velocità è in costante accelerazione. Tuttavia, ci vogliono ancora molte centinaia di anni prima che l’homo noeticus sia davvero la forma-vita dominante. Ma non dobbiamo pensare che passeranno trecento anni prima che affronteremo tutte le crisi globali che abbiamo di fronte. Un essere trasformato nel mondo può trasformare centinaia e migliaia di persone.</p>
<p>Craig Hamilton: Come hai detto, esiste ovviamente una quantità enorme di segni positivi, e un numero crescente di persone sta cercando di avere una maggiore consapevolezza sulle sfide che abbiamo di fronte. Ma hai anche fatto notare come la maggioranza dell’umanità sembra tuttora bloccata in una visione del mondo estremamente materialista, egocentrica e governata dall’interesse a breve termine. Hai scritto: “<em>Dire </em>semplicemente che l’umanità può accelerare la sua evoluzione non è la stessa cosa che<em> convincerla</em> a farlo, o fargli capire che <em>deve</em> farlo”. Qual è secondo te il fattore principale che convincerà gli esseri umani a rispondere alla chiamata evolutiva, trasformando se stessi?</p>
<p>John White: Evidenzierei due fattori. Uno è la presenza di maestri illuminati nel mondo, il cui stesso essere irradia il messaggio. Nel loro esempio, abbiamo la dimostrazione del potenziale umano. Secondo, abbiamo l’aumento delle sofferenze, e la sofferenza è la prima grazia. È il modo in cui la natura ci dà un calcio, sul piano astrale, quando non vogliamo imparare attraverso mezzi più gentili. Se non ci lasciamo guidare dall’attrazione, verremmo guidati dalla repulsione. E, probabilmente, le cose sono sempre andate così.</p>
<p>Il livello di sofferenza è molto alto in certe aeree del mondo, mentre in altre è assai elevato il livello di consapevolezza del nostro potenziale di trasformazione: per questo è in atto un processo sinergetico nel quale coloro che sono illuminati, risvegliati e compassionevolmente preoccupati per le sofferenze del mondo, stanno rivolgendo la loro attenzione alla cura immediata e concreta di tali sofferenze. Ecco perché affermo di essere molto, molto fiducioso: perché <em>vedo</em> questa trasformazione avvenire davanti ai miei occhi.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione italiana: Innernet.</p>
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		<title>Peccato e salvezza nel buddismo e nel cristianesimo</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 18:27:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vajra Karuna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>

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		<description><![CDATA[Il peccato, buddista o cristiano, non è solo un sinonimo del male. Il suo significato specifico è un’azione che viola una legge sacra o minaccia le fondamenta stesse della nostra umanità. Nel cristianesimo è Dio che stabilisce l’ordine morale del mondo; quindi, chi viola questo ordine viola la volontà divina. È un atto di slealtà, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="peccato originale.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/peccato-originale.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/peccato-originale.jpg" alt="peccato originale.jpg" align="left" hspace="6" /></a>Il peccato, buddista o cristiano, non è solo un sinonimo del male. Il suo significato specifico è un’azione che viola una legge sacra o minaccia le fondamenta stesse della nostra umanità. Nel cristianesimo è Dio che stabilisce l’ordine morale del mondo; quindi, chi viola questo ordine viola la volontà divina. È un atto di slealtà, se non di tradimento, verso il proprio creatore. Nel buddismo non esiste un simile creatore, ma è presente un ordine morale predeterminato associato al<em> karma.</em></p>
<p>Mentre la teologia cristiana ha scrupolosamente classificato i peccati secondo una dettagliata gerarchia, l’approccio buddista è stato molto più limitato. Nel buddismo esistono cinque azioni principali che possono veramente definirsi peccati mortali o efferati. Esse sono: uccidere il proprio padre, uccidere la propria madre, versare il sangue di un Buddha, distruggere l’armonia di un ordine monastico (il<em> sangha</em>), uccidere un santo buddista (<em>arhat</em>) e/o distruggere statue e sculture buddiste.</p>
<p>Nel buddismo mahayana, uccidere un insegnante del dharma e un maestro dei precetti sono considerati peccati cardinali tanto quanto gli altri cinque. Nel buddismo tradizionale, si dice che commettere uno di questi cinque o sette peccati condanni una persona all’ultimo e peggiore dei regni infernali.</p>
<p>Possiamo aggiungere a questi peccati cardinali la violazione di uno qualsiasi dei cinque precetti generali, ovvero: non fare del male agli esseri senzienti, non rubare, non mentire, non indulgere in atti sessuali impropri o nell’uso di sostanze intossicanti. Con questi, il buddismo annovera fino a dieci o dodici peccati.<span id="more-448"></span></p>
<p>Uno dei fattori che può distinguere la concezione del peccato buddista da quella cristiana è l’insegnamento cristiano secondo cui l’umanità è nata nel peccato (originale), mentre il buddismo insegna che siamo nati nella sofferenza. Ma anche il <em>karma</em> agisce come una sorta di peccato originale, in quanto si dice che ciascun individuo nasca con un certo karma a causa dei suoi peccati passati.</p>
<p>Tuttavia, mentre il cristianesimo insegna che gli esseri umani sono troppo degenerati per salvarsi dal peccato senza l’aiuto di Dio, la maggior parte delle scuole buddiste sostiene che lo possiamo fare da soli.</p>
<p>Di certo, uno degli aspetti prioritari che distingue il peccato buddista da quello cristiano è il fatto che nessun Dio chiede ai buddisti di intraprendere crociate morali per salvare gli altri dai loro peccati, come invece avviene per i cristiani. Ciò vuol dire che nel mondo poche persone sono state danneggiate dalla concezione buddista del peccato, a differenza di quanto avvenuto con quella cristiana.</p>
<p>Per comprendere invece l’approccio zen al peccato, bisognerebbe notare che esistono, in genere, tre diversi atteggiamenti religiosi verso il peccato e la salvezza. Il primo afferma che io vengo salvato nonostante continui a commettere peccati: è il punto di vista del cristianesimo “disimpegnato” e del buddismo della “terra pura” (Jodo Shin Shu). Il secondo sostiene che vengo salvato e non commetterò più peccati: è l’approccio del cristianesimo “rigido”. Il terzo dice che vengo salvato perché, in primo luogo, i peccati non esistono. Questo è l’approccio dello zen illuminato.</p>
<p>Ciascuno di questi punti di vista presenta problemi di natura filosofica, metafisica e anche morale. Il primo e l’ultimo, in particolare, comportano rischi morali più grandi del secondo. Troppo spesso è possibile usarli per giustificare comportamenti molto egoisti. La debolezza umana, in sé, non è un peccato; sfruttarla deliberatamente, in se stessi o negli altri, è un peccato.</p>
<p>Molti occidentali vengono attratti dallo zen perché quest’ultimo crede che siamo intrinsecamente buoni; quindi, nello zen non esistono prediche sul peccato. Ma lo zen cerca di chiarire che, finché non si è raggiunta la piena illuminazione (<em>satori</em>) e non si è abbastanza maturi per affrontare il concetto dell’inesistenza del peccato, è moralmente più sicuro assumere che, in primo luogo, il peccato è reale.</p>
<p><em>Rev. Vajra è un insegnante di Zen Dharma all’International Buddhist Meditation Center, <a href="http://www.ibmc.info/">www.ibmc.info</a>, per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l’edizione italiana Innernet. </em></p>
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		<title>Chi era il Buddha?</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 17:10:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rick Fields</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>

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		<description><![CDATA[Siddharta Gautama nacque intorno al 567 A.C. in un piccolo regno ai piedi dell&#8217;Himalaya. Suo padre era un capo del clan Shakya. Si dice che dodici anni prima della sua nascita, i brahmini profetizzarono che sarebbe diventato o un monarca universale o un grande saggio. Per impedirgli di diventare un asceta, il padre lo tenne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siddh<a title="Chi era il Buddha 1.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/chi-era-il-buddha-1.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/chi-era-il-buddha-1.jpg" alt="Chi era il Buddha 1.jpg" align="left" hspace="6" /></a>arta Gautama nacque intorno al 567 A.C. in un piccolo regno ai piedi dell&#8217;Himalaya. Suo padre era un capo del clan Shakya. Si dice che dodici anni prima della sua nascita, i brahmini profetizzarono che sarebbe diventato o un monarca universale o un grande saggio. Per impedirgli di diventare un asceta, il padre lo tenne rinchiuso nel palazzo.</p>
<p>Gautama crebbe in un lusso principesco, riparato dal mondo esterno, intrattenuto da ballerine ed educato da brahmini; inoltre, era esperto nel tiro con l’arco, nell’arte della spada, nella lotta, nel nuoto e nella corsa. Quando diventò maggiorenne, sposò Gopa, che partorì un figlio. Come diremmo oggi, aveva tutto.</p>
<p>Ciononostante, non era abbastanza. Qualcosa – qualcosa di persistente come la sua ombra – lo condusse nel mondo, oltre le mura del castello. Là, nelle strade di Kapilavastu, incontrò tre semplici cose: un malato, un anziano e un cadavere che veniva portato al forno crematorio. Niente, nella sua vita di agi, lo aveva preparato a questa esperienza. E quando il suo auriga gli disse che tutti gli esseri sono soggetti alla malattia, alla vecchiaia e alla morte, non seppe darsi pace.</p>
<p>Tornando al Palazzo, si imbatté in un asceta itinerante che camminava tranquillamente lungo la strada, indossando la tunica e portando niente altro che la ciotola dei sadhu; allora decise di lasciare il Palazzo per cercare la risposta al problema della sofferenza. Disse silenziosamente addio alla moglie e al figlio, senza nemmeno svegliarli, e cavalcò fino al limite della foresta. Qui si tagliò i lunghi capelli con la spada e scambiò le sue lussuose vesti con le semplici tuniche di un asceta.</p>
<p>Con tali azioni, Siddharta Gautama si unì a un’intera classe di uomini che avevano lasciato la società indiana per trovare la liberazione. Esisteva una grande varietà di metodi e insegnanti, e Siddharta condusse la sua ricerca presso molti di questi ultimi: atei, materialisti, idealisti e dialettici. Tanto la fitta foresta quanto l’affollato mercato risuonavano di migliaia di voci che discutevano opinioni e argomenti diversi, e in ciò quell’epoca non era diversa dalla nostra.<span id="more-554"></span></p>
<p>Alla fine, Gautama si impegnò a lavorare con due insegnanti. Da Arada Kalama, che aveva trecento discepoli, imparò come disciplinare la mente per accedere alla sfera del nulla; ma, anche se Arada Kalama gli chiese di fermarsi a insegnare come suo pari, Gautama riconobbe che questa non era la liberazione e se ne andò. In seguito, Siddharta imparò da Udraka Ramaputra ad accedere a quella concentrazione mentale che non è né coscienza né incoscienza. Ma nemmeno questo rappresentava la liberazione, per cui Siddharta abbandonò il suo secondo insegnante.</p>
<p><a title="Chi era il Buddha 2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/chi-era-il-buddha-2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/chi-era-il-buddha-2.jpg" alt="Chi era il Buddha 2.jpg" align="right" hspace="6" /></a>Per sei anni Siddharta, insieme a cinque compagni, praticò l’austerità e la concentrazione. Senza alcuna pietà per se stesso, mangiava un solo chicco di riso al giorno, contrapponendo la mente al corpo. Le costole spuntavano dalla pelle denutrita ed egli sembrava più morto che vivo. I suoi cinque compagni lo lasciarono quando decise di mangiare cibo più nutriente e di abbandonare l’ascetismo.</p>
<p>A quel punto, Siddharta entrò in un villaggio alla ricerca di cibo. Una donna di nome Sujata gli offrì una tazza di latte e un vaso di miele. Dopo aver riacquistato la forza, Siddharta si lavò nel fiume Nairanjana, quindi si mosse verso l’albero della Bodhi. Srotolò un tappetino di erba kusha e si sedette a gambe incrociate.</p>
<p>Aveva ascoltato tutti gli insegnanti, studiato tutti i testi sacri e provato ogni tecnica; adesso non c’era più nulla su cui fare affidamento, nessuno cui rivolgersi e nessun luogo dove andare. Si sedette immobile, stabile e determinato come una montagna, finché, dopo sei giorni, il suo occhio si aprì sulla stella del mattino che stava sorgendo; allora, si dice, realizzò che quello che aveva cercato non era mai andato perduto, né da lui né da nessun altro. Quindi non c’era nulla da raggiungere, né c’era più bisogno di lottare per raggiungerlo.</p>
<p>“Meraviglia delle meraviglie”, si dice che abbia detto; “questa stessa illuminazione è la natura di tutti gli esseri, ciononostante essi sono infelici per la sua mancanza”. Fu così che Siddharta Gautama si risvegliò all’età di trentacinque anni e divenne il Buddha, il Risvegliato, conosciuto come Shakyamuni, “il sapiente degli Shakya”.</p>
<p>Per sette settimane si godette la libertà e la serenità della liberazione. All’inizio non aveva intenzione di parlare della sua realizzazione, perché sentiva che per la maggior parte della gente sarebbe stato troppo difficile da capire. Ma quando Brahma, il signore dei tremila mondi, chiese (secondo la leggenda) che il Risvegliato insegnasse, perché c’erano alcune persone “i cui occhi erano solo leggermente velati”, il Buddha acconsentì.</p>
<p>Poiché entrambi i precedenti insegnanti di Shakyamuni, Udraka e Arada Kalama, erano morti pochi giorni prima, egli si mise alla ricerca dei cinque asceti che lo avevano abbandonato. Quando lo videro avvicinarsi, nel parco dei cervi di Benares, decisero di ignorarlo perché aveva rotto i voti. Tuttavia, nella sua presenza trovarono qualcosa di così radioso che si alzarono, prepararono un posto a sedere, gli lavarono i piedi e ascoltarono il Buddha girare la ruota del dharma, cioè impartire gli insegnamenti, per la prima volta.</p>
<p><a title="Chi era il Buddha 3.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/chi-era-il-buddha-3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/chi-era-il-buddha-3.jpg" alt="Chi era il Buddha 3.jpg" align="left" hspace="6" /></a>La Prima Nobile Verità del Buddha affermava che tutta la vita, tutta l’esistenza, è caratterizzata dalla duhkha, un termine sanscrito che indica la sofferenza, il dolore e l’insoddisfazione. Anche i momenti di felicità si tramutano in dolore quando ci aggrappiamo a essi. Oppure, una volta entrati nella memoria, distorcono il presente in quanto la mente tenta inevitabilmente e disperatamente di ricreare il passato.</p>
<p>L’insegnamento del Buddha si basa sull’intuizione diretta della natura dell’esistenza ed è una critica radicale alle illusioni e alle fughe, che si chiamino utopismo politico, terapia psicologica, semplice edonismo o (ed è questo che distingue il Buddismo dalla maggior parte delle religioni mondiali) salvezza nel misticismo teista. Duhkha è Nobile, ed è vera. È un fondamento, una pietra miliare, da comprendere a fondo, non da evitare o da spiegare. L’esperienza della duhkha, del funzionamento della propria mente, conduce alla Seconda Nobile Verità, l’origine del dolore, tradizionalmente descritta come la brama, la sete del piacere, ma anche – più profondamente – come l’attaccamento all’esistenza, così come alla non-esistenza.</p>
<p>L’esame della natura di tale desiderio conduce al cuore della Seconda Nobile Verità, l’idea del “sé” o “io”, con tutti i suoi desideri, speranze o paure. È solo quando questo sé viene compreso e percepito come privo di sostanza, che la Terza Nobile Verità, la cessazione del dolore, viene realizzata.</p>
<p>I cinque asceti che ascoltarono il primo discorso del Buddha nel parco dei cervi divennero il nucleo di una comunità – una sangha – di uomini (le donne sarebbero entrate più tardi) che seguivano la via descritta dal Buddha nella sua Quarta Nobile Verità: il Nobile Ottuplice Sentiero. Questi bhikshu, o monaci, vivevano semplicemente e non possedendo altro che una ciotola, una tunica, un ago, un colino per l’acqua e un rasoio (infatti, si radevano la testa per significare che avevano abbandonato la casa). Viaggiavano nell’India nord-orientale, praticando la meditazione da soli o in piccoli gruppi e mendicando il cibo.</p>
<p>Ma l’insegnamento del Buddha non era soltanto per la comunità monastica. Shakyamuni li aveva istruiti affinché lo portassero a tutti: “Andate, o monaci, per il beneficio e la prosperità dei molti; andate in compassione per il mondo, per il beneficio, la prosperità e il benessere degli dei e degli uomini”.</p>
<p>Nei successivi quarantanove anni, Shakyamuni attraversò i villaggi e le città dell’India parlando in dialetto e usando modi di dire che ognuno poteva intendere. Insegnò a un contadino a praticare la consapevolezza mentre estraeva l’acqua dal pozzo, e quando una madre sconvolta gli chiese di guarire il figlio morto che teneva in braccio, egli non operò un miracolo, ma le disse di portargli un seme di senape da una casa in cui non fosse mai morto nessuno. Ella ritornò dalla ricerca senza il seme, ma con la comprensione dell’universalità della morte.</p>
<p>Man mano che la fama del Buddha si diffondeva, re e altri ricchi benefattori donarono parchi e giardini per costruirvi dei ritiri. Il Buddha li accettò, ma continuò a vivere come aveva fatto dall’età di ventinove anni: alla maniera di un sadhu itinerante, mendicando il cibo e passando i suoi giorni a meditare. Solo che adesso c’era una differenza. Quasi ogni giorno, dopo il pasto del mezzodì, il Buddha insegnava. Nessuno di questi discorsi, o delle domande e risposte che seguivano, venne trascritto durante la vita del Buddha.</p>
<p>Il Buddha morì nella città di Kushinagara, all’età di ottanta anni, dopo aver mangiato un piatto di maiale o di funghi. Alcuni dei monaci riunitisi erano afflitti, ma il Buddha, sdraiato su un lato, con la testa appoggiata sopra la mano destra, ricordò loro che ogni cosa è impermanente e li consigliò di prendere rifugio in se stessi e nel dharma (l’insegnamento). Chiese un’ultima volta se c’erano domande: non ce n’era alcuna. Allora pronunciò le parole finali: “Ora, bhikshu, mi rivolgo a voi: tutte le cose composte sono soggette a deperimento; fate ogni sforzo con assiduità”.</p>
<p>La prima stagione delle piogge dopo il parinirvana del Buddha, si dice che cinquemila discepoli anziani si riunirono in una caverna vicino Rajagriha, dove tennero il Primo Concilio. Ananda, che era stato il guardiano del Buddha, ripeté tutti i discorsi, o sutra, che aveva udito; Upali recitò le duecentocinquanta regole monastiche, mentre Mahakashyapa recitò l’Abhidharma, il compendio della psicologia e della metafisica buddhista. Queste tre raccolte, che vennero scritte su foglie di palma qualche secolo dopo e conosciute come Tripitaka (letteralmente: “Tre cesti”), divennero la base di tutte le versioni seguenti del canone buddista.</p>
<p>Rick Fields è stato redattore della rivista “Tricycle” e direttore di “Yoga Journal”. Chi era il Buddha? è ricavato da <em>How the Swans</em> <em>Came to the Lake </em>(Shambhala Publications).</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8834012429">Rick Fields, Glassman Bernie. Il pane e lo zen. Ricette per cucinare la propria vita. Astrolabio. 1997. ISBN: 8834012429</a></p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0394748832/innernet-20">Rick Fields. How the Swans Came to the Lake. Shambhala. 1981. ASIN: 0394748832</a></p>
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<p>Copyright originale Rick Fields, per gentile concessione di Marcia Fields. Originalmente apparso su Tricycle magazine, <a href="http://www.tricycle.com/">www.tricycle.com<br />
</a>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Andiamo oltre il gioco dei generi sessuali</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 21:45:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sam Keen</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Sessualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Un pioniere del movimento degli uomini chiede di andare oltre il “gioco dei generi sessuali”. «L’idea della liberazione totale è sbagliata ed estremamente distruttiva», diceva la burbera voce dall’altro capo del telefono, aggiungendo: «Una delle cose che francamente non mi piacciono del vostro giornale è il sostegno a queste persone, apparentemente “nell’assoluto” e totalmente liberate». [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="sam keen.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/sam-keen.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/sam-keen.jpg" alt="sam keen.jpg" align="left" hspace="6" /></a><strong>Un pioniere del movimento degli uomini chiede di andare oltre il “gioco dei generi sessuali”.</strong></p>
<p>«L’idea della liberazione totale è sbagliata ed estremamente distruttiva», diceva la burbera voce dall’altro capo del telefono, aggiungendo: «Una delle cose che francamente non mi piacciono del vostro giornale è il sostegno a queste persone, apparentemente “nell’assoluto” e totalmente liberate». Anche se il nostro giornalismo di indagine ci aveva spesso portato in territori inesplorati, dovevo ammettere che stavo sentendo qualcosa di nuovo.</p>
<p>Non erano passati nemmeno cinque minuti di quella che doveva essere un’intervista di un’ora e mezza, e già il nostro giornale e l’aspirazione su cui si basava erano sotto accusa. Per fortuna, ho pensato tra me e me, non ho chiamato Sam Keen per chiedere la sua opinione sull’illuminazione. E avendo scoperto di persona che egli non era uomo da usare mezze parole, mi sono sentito tanto più a mio agio nel porre a questo contemporaneo maestro del mito – una delle più influenti figure nel fiorente movimento della spiritualità degli uomini – le domande che avevamo preparato sul ruolo e l’influenza del genere sessuale nella vita spirituale.</p>
<p>Ci eravamo imbattuti nell’opera di Keen solo pochi mesi prima, quando, cominciando la nostra indagine sui rapporti tra il genere sessuale e la spiritualità, avevamo comprato il suo libro <em>Fire in the Belly: On Being a Man (Nel ventre dell&#8217;eroe. Viaggio alla scoperta del nuovo maschio)</em>. Siamo subito rimasti affascinati da questo libro, una ricca e quasi lirica miscellanea di aneddoti autobiografici e teoria psicologica, che nei primi anni novanta è servito da punto di riferimento per migliaia di uomini desiderosi di liberarsi dai miti della cultura maschile.</p>
<p>Per diverse settimane, la sauna del nostro seminterrato si è trasformata in una specie di capanna sudatoria privata, dove alla sera gli uomini della redazione si riunivano con il nostro maestro spirituale per leggere l’avvincente analisi di Keen sulle influenze sociali e culturali che hanno modellato la psiche maschile alla fine del ventesimo secolo. Poiché tutti conoscevamo solo a grandi linee il movimento degli uomini, spesso le nostre esperienze venivano efficacemente illuminate dall’esplorazione dettagliata di Keen dei riti della guerra, del lavoro e del sesso: i tre campi che, secondo lui, definiscono il concetto di virilità ai giorni nostri.</p>
<p>Usando il suo stesso pellegrinaggio come modello, Keen nel libro si spinge anche a descrivere quella che considera la via futura dell’uomo moderno. Non contento degli slogan popolari del movimento degli uomini, “abbracciare il nostro lato femminile” o “liberare l’uomo selvaggio interiore”, egli mira a una via di mezzo tra questi due estremi, per riindirizzare “le fiere energie del guerriero… coltivate per secoli dagli uomini… verso la creazione di un futuro più promettente e consapevole”.</p>
<p>Nella sua “nuova visione della virilità” c’è poco spazio per l’eterna indagine su di sé che molti associano alle <em>cose da uomini</em>; piuttosto, egli invoca la nascita di una nuova razza di uomini eroici, appassionati e “maschi” che si assumano la responsabilità di affrontare le crisi ecologiche e sociali dei nostri tempi.<span id="more-633"></span></p>
<p>Keen si autodefinisce “un filosofo del sacro”. Studente a Harvard e Princeton, con una sfilza di specializzazioni in filosofia e teologia, egli ha scritto più di una dozzina di libri e da anni è una figura di primo piano nel movimento americano per il potenziale umano. È stato grazie alle sue esperienze come conduttore di seminari all’Esalen Institute, come collaboratore di “Psychology Today” e come cofondatore di un gruppo di uomini chiamato <em>SPERM</em> (“Society for the Protection and Encouragement of Righteous Manhood”, <em>Società per la protezione e l’incoraggiamento della giusta virilità</em>) che ha cominciato a formulare molte delle idee contenute nei suoi libri.</p>
<p>Keen mi ha avvertito che all’interno del quadro generale della sua opera, <em>Nel ventre dell&#8217;eroe. Viaggio alla scoperta del nuovo maschio </em>si può definire, forse, la sua risposta ai dilemmi psicologici dell’uomo moderno; in quanto tale, esso non tratta principalmente della dimensione spirituale della vita. È stato solo con <em>Hymns to an Unknown God</em>, uscito nel 1994, che Keen si è avventurato nelle acque della ricerca spirituale, un viaggio che secondo lui è comune a entrambi i sessi e può cominciare solo dopo che “le ferite del genere sessuale” sono state guarite. Descrivendo il libro, egli dice: “È una mappa del cammino che percorriamo insieme quando ci siamo lasciati indietro tutti i problemi riguardanti la mascolinità e la femminilità, i ruoli maschili e femminili”.</p>
<p>L’approccio di Keen alla spiritualità – così come quello dell’analisi junghiana e di molte terapie<em> transpersonali</em> basate sul corpo – non si colloca tra quei sentieri spirituali miranti all’illuminazione finale, ma ricade sotto il grande ombrello di quella che oggi si definisce <em>psicologia sacra</em>. Cercando di dare un contesto spirituale agli ideali individualistici dell’umanesimo occidentale, Keen e altre figure autorevoli di questa scuola di pensiero sempre più diffusa indicano il significato della vita non nella resa a un Dio più grande di noi, non nello sforzo di uccidere l’ego attraverso la rinuncia agli impulsi centrati sull’io, ma nel confronto personale con le proprie questioni esistenziali e la resa dei conti con il mondo-ombra del nostro inconscio.</p>
<p>Keen scrive: “La mia ricerca… è guidata soprattutto da un bisogno personale-<em>esistenziale</em> di scoprire il mio posto nella schema delle cose, non dalla necessità di capire la posizione degli esseri umani nel cosmo. La dignità e il significato della mia vita richiedono la scoperta e la creazione della mia via, la mia verità e il mio destino”. Anche se alcuni tradizionali insegnamenti dell’illuminazione trovano espressione nell’opera di Keen, l’obiettivo finale della vita spirituale, secondo lui, non è la dissoluzione dell’io separato, ma il suo potenziamento.</p>
<p>Durante la nostra conversazione, avvenuta la primavera scorsa, Keen mi ha raccontato alcuni particolari del grande sforzo da lui sostenuto prima per dimostrare la sua virilità, poi per liberarsi dalle rigide nozioni su quest’ultima, che lo tenevano prigioniero. Dopo aver passato la maggior parte della vita ad andare contro la sua natura profondamente sensibile, ha raccontato Keen, è stato solo grazie all’osservazione di un terapista, secondo il quale la sua “virilità era la [sua] sensibilità”, che egli ha potuto cominciare il “viaggio oltre il genere sessuale”.</p>
<p>Avendo udito la descrizione delle fasi salienti della sua ricerca, mi è sembrato leggermente ironico che le sue maniere al telefono ricordassero in qualche modo quelle di John Wayne o del generale Patton. Nel corso della nostra conversazione, Keen ha detto chiaramente di non sopportare gli stupidi – o i punti di vista opposti – quando criticava tutto in modo documentato, schietto e spesso feroce, dal femminismo radicale alla psicologia junghiana, fino allo stesso movimento degli uomini cui doveva la fama.</p>
<p>E anche se non posso negare che ero ancora contento di non doverlo intervistare sull’illuminazione, la schiettezza (e persino la baldanza) del suo modo di parlare avevano qualcosa che non potevo fare a meno di apprezzare. Infatti, è raro incontrare persone che hanno vissuto le proprie domande come ha fatto Keen. E il suo pensiero su molti dei più importanti temi della nostra ricerca sul genere sessuale e la spiritualità dimostrava non solo una chiarezza e una precisione insoliti, ma un convincimento appassionato, una profondità ristoratrice e l’ampiezza di un senso comune difficile da raggiungere.</p>
<p><strong>L&#8217;intervista</strong></p>
<p>Craig Hamilton: In <em>Nel ventre dell&#8217;eroe</em> chiedi agli uomini di affrontare un cammino spirituale che culmini nella “celebrazione di una nuova visione della virilità”. In cosa consiste questo cammino, così come lo vedi tu?</p>
<p>Sam Keen: Bene, gran parte della mia opera tratta del modo in cui i miti di una cultura modellano e plasmano il modo in cui viviamo, sentiamo e pensiamo a noi stessi. Ciò che faccio in <em>Nel ventre dell&#8217;eroe</em> è affrontare il mito del genere sessuale, in particolare del genere maschile. Ma bisogna comprendere che quando parlo di un cammino spirituale in tale contesto, non mi riferisco a un cammino spirituale <em>totale</em>; sto parlando solo di un suo aspetto. Il mio messaggio fondamentale per il movimento degli uomini, o – per quel che lo riguarda – delle donne, in relazione alla spiritualità e il genere sessuale è: <em>Facciamola finita</em>. Infatti, il cammino spirituale comincia al di là del genere sessuale.</p>
<p>Adesso lasciami spiegare cosa intendo con ciò, perché penso che il mio punto di vista sia diverso da quello della maggior parte delle persone. Devo partire dall’idea del mito, inteso come il software inserito in noi dalla società, dalla nostra famiglia. La natura ci dà un certo hardware; esiste un hardware maschile e uno femminile. Ma non appena nasciamo, la gente comincia a metterci dentro questo software, dicendo: “Ecco che cos’è un vero uomo. Ecco cosa vuol dire essere un uomo. Ecco cosa vuol dire essere un uomo <em>americano</em>”, e cose del genere. Ecco cosa sono i generi sessuali. E tali divisioni di genere, da circa quarantamila anni, ruotano soprattutto intorno alla guerra.</p>
<p>La divisione tra uomini e donne è stata la divisione tra guerrieri e nutrici. Il maschio è stato artificialmente condizionato a essere duro, aggressivo, ostile, a desiderare di uccidere o di morire per la tribù. Il simbolo migliore di tutto ciò è, naturalmente, la circoncisione, ovvero un modo di dire che essere maschi significa essere feriti e desiderare di essere feriti.</p>
<p>La femmina invece è stata condizionata a essere la serva dei guerrieri, colei che portava i bambini, la nutrice della società, e in questo senso a essere inferiore al maschio. Quindi, quando parliamo di generi sessuali, stiamo parlando per lo più di ferite inferte a persone maschili e femminili nel tentativo di perpetuare un modello di vita basato sulla guerra, l’aggressione, la dominazione e il controllo. E tutto ciò, dal punto di vista della vita dello spirito, è uno sbaglio. È da questo che dobbiamo liberarci per cominciare a capire che cos’è lo spirito.</p>
<p>Craig Hamilton: Diresti, allora, che il cammino spirituale è lo stesso per gli uomini e per le donne? O è diverso?</p>
<p>Sam Keen: Direi che è lo stesso, anche se richiede di superare illusioni diverse. Il maschio deve andare oltre le illusioni della virilità, mentre la donna deve superare quelle della femminilità. Entrambi devono andare oltre gli stereotipi culturali che li hanno modellati, comprendendo che, al livello della vita dello spirito, non esiste differenza: per noi è ugualmente difficile trascendere quelle cose, polverizzare tutte le ombre, tuffarci nell’inconscio e superare il nostro condizionamento. Ritengo che la vita dello spirito sia, in un certo senso, ciò che comincia a emergere ai confini delle mitologie che ci hanno modellato e plasmato.</p>
<p>Secondo i miei ricordi, la prima volta che tale questione venne sollevata fu moltissimi anni fa, quando Reinhold Niebuhr, il teologo, scrisse un saggio sull’orgoglio, dicendo che andava superato perché era un peccato capitale. E una donna, che deve essere stata una delle prime femministe teologhe, scrisse: “Aspetta un attimo: questo potrebbe essere vero per gli uomini, ma non lo è per le donne. Queste ultime, in generale, hanno un problema di <em>scarsa</em> autostima, di <em>scarso</em> orgoglio, perché questo è ciò che la cultura ha fatto loro: ha detto che sono di seconda classe”. Per cui, in questo senso, dal punto di vista emotivo le cose da fare per raggiungere la liberazione sono diverse nell’uomo e nella donna, parlando in termini generali.</p>
<p>Lascia che ti illustri un altro modo in cui l’argomento viene affrontato, che secondo me ti aiuterà a capire perché il mio punto di vista è diverso da quello degli altri. Naturalmente, fino a tempi recenti la spiritualità occidentale ha utilizzato metafore quasi esclusivamente maschili. La metafora di <em>Dio Padre</em> è forse l’esempio migliore. Ma circa venticinque anni fa arrivò Mary Daly che disse: “Questo è un grande errore. Parlare di <em>Dio Padre</em> è solo un modo di contrabbandare la vostra politica e il vostro senso di superiorità maschile nella teologia”.</p>
<p>Fu come lasciare cadere una bomba nella teologia, perché improvvisamente ti rendevi conto che queste metafore venate da pregiudizi<em> </em>maschili dicevano, in realtà, che le caratteristiche <em>maschili</em>, per esempio il controllo e la ragione, erano meglio di quelle <em>femminili</em>. Come tutti i maschi, all’inizio feci resistenza alle affermazioni di Mary Daly. Poi cominciai a comprendere che ella aveva assolutamente ragione. Ma il problema è che le femministe andavano avanti dicendo: “Oh, Dio Padre. È un pessimo modo di parlare. Adesso parliamo della Dea<em> Madre</em>. Parliamo della Dea”.</p>
<p>Ebbene, penso che a proposito di quest’ultima Mary Daly dovrebbe essere tanto critica quanto lo fu della nozione di Dio Padre. Non cominceremo il cammino spirituale fino a quando non andremo oltre le metafore sessiste di Dio. Per esempio, quale può mai essere il significato dell’espressione<em> madre</em> natura? Cosa c’è di materno in essa, nel senso di opposto a <em>paterno</em> o<em> fraterno</em>? È una metafora, ed è una metafora che ha fatto il suo tempo, per quanto mi riguarda. Io sostengo che dobbiamo andare oltre ciò e fare ritorno alle metafore molto più importanti del sapere, della compassione, dell’amore.</p>
<p>Il secondo libro che ho scritto si chiamava <em>Apology for Wonder</em>. Aristotele sostiene che la filosofia comincia dalla meraviglia. La stessa cosa è vera per la vita dello spirito. La vita dello spirito comincia con la meraviglia, la meraviglia che esiste qualcosa, il senso di gratitudine per essere in un mondo colmo di queste meraviglie. E se la vita dello spirito comincia con la meraviglia e lo stupore, che senso ha dire che è maschile o femminile? È irrilevante. La virilità e la femminilità non influiscono sul fatto fondamentale che esiste questo universo meraviglioso.</p>
<p>Craig Hamilton: Stavi parlando del fatto che tutti noi abbiamo salde convinzioni su cosa vuol dire essere un vero uomo o una vera donna, convinzioni che ci sono state inculcate dalla cultura. E anche se le persone di solito tendono a mettere molta energia nel tentativo di realizzare quell’ideale, gli insegnamenti della liberazione spirituale sottolineano che dobbiamo abbandonare <em>tutte</em> le nostre idee preconcette e vivere in uno stato di perpetua ignoranza, di genuina apertura per scoprire ciò <em>che è.</em></p>
<p>Uno dei temi che stiamo affrontando in questo numero del giornale è il significato di questa ignoranza in relazione alla nostra identità di genere sessuale. È possibile, per esempio, che un individuo arrivi a un punto del suo sviluppo spirituale in cui è completamente libero da qualsiasi fissazione sulle differenze di genere, ma allo stesso tempo non sente il bisogno di evitare o negare le differenze che potrebbero esistere davvero?</p>
<p>Sam Keen: Beh, sì e no. In primo luogo, l’idea della liberazione totale è sbagliata ed estremamente distruttiva.</p>
<p>Craig Hamilton: Davvero?</p>
<p>Sam Keen: Sì, perché è qualcosa che non raggiungerai mai. Essere liberi dagli effetti menomanti del genere sessuale è una buona idea e dovremmo lavorare in quella direzione, ma stiamo anche vivendo in una società in cui queste distinzioni esistono e continuano a ferire noi e gli altri.</p>
<p>In parte, questo vuol dire che vivere la vita dello spirito equivale a lavorare per superare tutto ciò. Ma per quanto ti spingerai lontano, avrai sempre un inconscio, un’ombra, qualcosa che ha la tendenza a riportarti all’interno di quelle distinzioni, perché all’inizio sei stato educato così. In un certo senso, cercare di liberarsi da tali distinzioni è una sorta di azione controculturale.</p>
<p>Quindi, per quanto riguarda la liberazione totale, non ho la più pallida idea di cosa voglia dire. Una delle cose che francamente non mi piacciono del vostro giornale è il sostegno a queste persone, apparentemente “nell’assoluto” e totalmente liberate. Non so se ve lo ricordate, ma per molti anni sono stato colui che intervistava tutti questi guru per conto di “Psychology Today”. Quindi, mi sono fatto un po’ di esperienza con molti di loro: Chögyam Trungpa, Oscar Ichazo, Muktananda e altri.</p>
<p>E se questi sono tutti esempi di persone totalmente liberate, io dico: datemi la schiavitù, perché quelle erano persone enormemente illuse, e che stavano creando illusioni enormi nei loro seguaci. In generale, tutti erano molto vaghi su tre fondamentali argomenti: il sesso, i soldi e il potere. E potevano recitare la parte dei “liberati” perché avevano un’intera setta di discepoli che faceva ogni cosa per loro, eccetto pulirgli il culo (e forse pure quello). La maggior parte di loro era in un grandissimo trip di potere. Quindi, penso che l’idea della liberazione totale sia come quella della perfezione: fa più danni che altro.</p>
<p>Craig Hamilton: Ma nel capitolo <em>Prendere le misure dell’uomo</em> in <em>Nel ventre dell&#8217;eroe</em> scrivi delle “persone esemplari”, ovvero degli uomini e delle donne straordinari che, essendo una rara dimostrazione di “virtù fondamentali”, sono “araldi di speranza” per tutti noi che aspiriamo a una vita più vasta. Affermi che la cosa importante di questi uomini e donne è il fatto che “la loro vita è la prova più grande che gli esseri umani sono creature spirituali, che siamo in grado di trascendere il condizionamento della biologia e della cultura”. Per cui, ciò che ti chiedo è: cosa vuol dire trascendere il condizionamento biologico e culturale, soprattutto per quello che riguarda il genere sessuale?</p>
<p>Sam Keen: Lasciami fare uno dei miei buoni esempi: Georgia O’Keefe. Ebbene, Georgia O’Keefe, sin dall’inizio, non ha seguito la via che bisogna percorrere per essere una brava ragazza. Non era una ragazza all’acqua di rose. Non era al servizio di nessuno, né chiedeva a nessuno come comportarsi. Sin dall’inizio della sua vita aveva una visione, e la seguì. La seguì in modo tale da infrangere molti tabù della sua epoca. Quando volle sposare Stieglitz, si sposò; quando ebbe bisogno di stare nel New Mexico, andò nel New Mexico. Oggi questo non sarebbe scioccante, ma all’epoca si trattava di un comportamento molto radicale.</p>
<p>Craig Hamilton: Dunque, non dai alla parola<em> trascendenza</em> lo stesso significato delle grandi tradizioni mistiche, cioè di trascendenza <em>assoluta</em>, ma di una sorta di volontà di spezzare lo status quo.</p>
<p>Sam Keen: Beh, sì, ma riguarda anche la comprensione di sé. Però sai, potremmo considerare anche milioni di esempi “tranquilli”. In verità, faccio molta più fatica a considerare gli esempi ufficiali che quelli non ufficiali. Tutti noi rendiamo omaggio a questa specie di semi-santi ufficiali, ma, voglio dire, chissà cosa fa il Dalai Lama in privato?</p>
<p>Craig Hamilton: Ritornando alla domanda sulle differenze tra i generi sessuali, molti pensatori e praticanti contemporanei hanno affermato che le donne, per loro natura, sono predisposte a seguire un cammino di <em>immanenza</em>, che richiede una connessione profonda con il corpo e i cicli della natura, e che trova il sacro all’interno delle relazioni, mentre gli uomini tendono a cercare la <em>trascendenza</em> di tutto ciò che è mondano, a guardare oltre se stessi alla ricerca del mistero sacro alla fonte di tutta l’esistenza. Apparentemente a sostegno di questa idea sono certe tradizioni religiose che aderiscono a una sorta di modello tantrico in cui esistono sfere rigorosamente definite per l’uomo e la donna, che si ritiene siano state stabilite dalla divinità.</p>
<p>Nell’ebraismo ortodosso, per esempio, gli uomini si dedicano allo studio e alla preghiera, mentre le donne devono cercare la realizzazione spirituale nell’educazione dei bambini e nella tutela della santità della casa. Secondo questo paradigma, si può raggiungere l’unione divina e rendere manifesta la volontà di Dio sulla Terra solo quando ciascun sesso si dedica totalmente alla realizzazione di questi ruoli predefiniti, per poi unirsi nelle loro differenze. Pensi che esista davvero una distinzione tra il cammino dell’uomo e quello della donna?</p>
<p>Sam Keen: No. Credo che sia come dire che è innato e sancito da Dio che le donne indossino le gonne e gli uomini i pantaloni. Penso che si tratti di un condizionamento culturale simile. Cioè, fammi il piacere: basta con questa roba! Le donne sono più immanenti degli uomini? Vallo a dire a Van Gogh! Ad Audobon, a John Muir, ad Agassiz, a un poeta qualsiasi. Non so come fa la gente a fare questo tipo di generalizzazioni! Insomma: cosa vuol dire tutto ciò? Ecco, io sono seduto qua, in questo momento sto guardando fuori dalla finestra il fiume e i prati bellissimi inondati dal sole… Ne devo arguire che tutto ciò fa di me una donna?!</p>
<p>Quasi ogni anno porto dei gruppi nel Bhutan. È bellissimo, perché laggiù vedi uomini e donne, soprattutto nelle campagne, fare praticamente le stesse cose, gli stessi tipi di lavoro. Persino i loro corpi sembrano simili. E non c’è niente di straordinario. Ricevi la sensazione che la sessualità e tutto il resto accada molto più facilmente. Non ho mai sentito nessuno dire qualcosa che ricordasse anche alla lontana “un vero uomo fa questo e una vera donna fa quello”.</p>
<p>Naturalmente, nella società esistono alcune divisioni di ruolo. I monaci maschi occupano i posti più alti dell’establishment. E nella tradizione esistono delle svalutazioni della donna: per esempio, si dice che per loro l’illuminazione è più difficile e cose del genere. Ma penso che simili generalizzazioni sono repressive. E lascia che ti spieghi perché penso che sono repressive, perché sono così focoso sull’argomento.</p>
<p>Da piccolo, avevo una sensibilità insolita. Amavo gli uccelli, la natura, ed ero molto sensuale. A poco a poco mi accorsi che questo era qualcosa di cui mi sarei dovuto vergognare, come se fosse effeminato. Quindi, per molto tempo, rimossi tutto ciò. Durante l’adolescenza, seguii i corsi di Chalres Atlas e imparai a lottare per temprarmi e diventare un uomo. E fu solo quando cominciai a lavorare su alcune di queste idee che mi accorsi, in retrospettiva, di che razza di stronzate fossero, di quanto erano distruttivi quegli stereotipi culturali.</p>
<p>Cominciai a comprenderlo veramente durante una sessione di bioenergetica con Stanley Keleman. All’epoca avevo una relazione con una donna che mi stava creando molti problemi. Pensavo di non essere sufficiente maschile per lei. E Stanley un giorno mi guardò e disse: “Non lo cogli, vero? Non lo cogli. La tua virilità è la tua sensibilità”. E compresi che stavo cercando la mia forza nel posto sbagliato, che tutte queste parti <em>femminili</em> che ritenevo indegne di me in realtà erano il succo della mia vita, che dovevo imparare ad accettare di più, ad arrendermi, a essere più delicato e sensuale.</p>
<p>Quindi, penso che quelle nozioni sono davvero distruttive per gli individui. Nei miei seminari, spesso ci sono delle donne che dicono di vergognarsi profondamente perché sono aggressive, efficienti al lavoro e forse un po’ maschiacce. Dicono: “So fare questo e quest’altro, ma sai, sento che forse non sono abbastanza femminile”. Io le guardo e dico: “A me sembri una donna molto attraente. Cosa vuoi dire?”. Rispondono: “Sai, io non sono x, y, z e tutte queste altre cose”. Vedi, è insultante usare queste etichette.</p>
<p>Craig Hamilton: Oggi sembra pratica comune definire <em>femminili</em> qualità come la compassione, la ricettività, la sensibilità e l’intuizione, mentre qualità come l’aggressività, la competitività, l’ambizione sono<em> maschili</em>. Verso la fine di <em>Nel ventre dell&#8217;eroe</em>, a proposito di quello che chiami “il gioco dei generi sessuali”, ti soffermi su queste polarità vincolanti che sono diventate le nostre definizioni del genere sessuale. Scrivi: “La virilità e la femminilità sono entrambe definite da un processo di affermazione e negazione. A ogni genere viene assegnata metà dei vizi e delle virtù umane… Non sappiamo cosa diventerebbero gli esseri umani se venissero incoraggiati a sviluppare il loro potenziale innato senza il sistematico effetto rovinoso del gioco dei generi sessuali”.</p>
<p>Sam Keen: Sì, ma, innanzitutto, continuo dicendo che secondo me nessuna persona che abbia rispetto per sé e che abbia riflettuto su queste cose dovrebbe mai usare le parole <em>maschile o femminile</em>, attribuendo loro qualità o virtù generali. Queste sono stupidaggini. È tempo di liberarci da queste cose. Forse, sul cammino spirituale, sarà utile pormi questa domanda: in che modo sono stato menomato dal mio sforzo di diventare un uomo (un <em>vero</em> uomo) o una donna (una <em>vera </em>donna)? Come punto di partenza, non è una cattiva domanda. Ma esiste un interrogativo molto più importante e sottile, che è: Chi sono io? Chi è Sam Keen, cosa sperimenta, cosa ha bisogno di fare e dove sono le sue ferite?</p>
<p>Quindi, molto del mio lavoro consiste nello sforzo di andare al di là della mitologia, verso l’autobiografia, affrontando la mia storia e l’unicità della mia situazione, i miei doni e le mie ferite, con una specie di serietà assoluta. In altre parole, per usare una metafora, Dio non mi dà qualcosa con su scritto: “Agli interessati”, “A tutti gli uomini”, “A tutte le donne” o “Istruzioni per l’uomo del dodicesimo secolo”. No, la silenziosa, piccola voce si rivolge a me col mio nome: Sam Keen, fai questo; Sam Keen, sperimenta quello. È su misura per me, capisci. E il fatto è che il mio modo di essere uomo è probabilmente diverso dal tuo. Ed è mio compito scoprire quale sia. Sarò sempre un uomo; biologicamente, sarò sempre un uomo. Possiedo l’equipaggiamento dei maschi. Ma il significato di ciò sarà determinato dalla mia esperienza, in modo tale che forse diventerà diversissimo dal tuo.</p>
<p>Craig Hamilton: A questo proposito, in un altro punto scrivi: “È molto meglio restare con il mistero autentico dell’uomo e della donna che con la mistificazione della virilità e della femminilità”. Cosa intendi con “il mistero autentico dell’uomo e della donna?”.</p>
<p>Sam Keen: Non lo so. So qual è il falso mistero. La differenza tra un mistero falso e uno autentico è che puoi riconoscere un mistero falso, ma non sono sicuro che puoi fare altrettanto per il mistero autentico. È come quando sto con una donna che ha trasceso i limiti del genere sessuale, e io sto almeno cercando di fare altrettanto: ci fronteggiamo non più come maschile e femminile, ma come individui unici. A quel punto, c’è il mistero autentico dell’altra persona. Credo che quello che ho scritto nel libro assomigli a ciò che rispose Satchmo quando qualcuno gli chiese cosa fosse il jazz: “Ragazzo, se non lo sai, non potrò mai dirtelo”.</p>
<p>Craig Hamilton: La psicologia junghiana ritiene che dentro ciascuno di noi, maschio o femmina, esistono energie sia maschili che femminili, che vanno equilibrate se vogliamo diventare integri. Per esempio, Marion Woodman, nel suo libro <em>Leaving My Father’s House</em>, scrive: “Tutti funzioniamo grazie a queste due diverse energie. Così come la salute e la crescita dipendono sia dalla luce che dall’oscurità, allo stesso modo la maturità dipende da un equilibrio interiore tra lo yin e lo yang, <em>Shakti e Shiva</em>, l’essere e il fare”. Sei d’accordo con l’idea che nella psiche esiste una polarità fondamentale tra energie maschili e femminili?</p>
<p>Sam Keen: No, penso che sia un’idea noiosa. Potrei metterla così. Esistono due tipi di persone: quelli che dividono il mondo in due colonne e quelli che non lo fanno. Io non appartengono alla categoria di coloro che dividono in due il mondo, salvo poi dire: “Ma vedi, c’è un po’ di <em>yin nello yang</em> e un po’ di <em>yang nello yin</em>, e dobbiamo riunire le due colonne”. Bene, ma perché cominciare da due colonne? Perché iniziare facendo marciare al passo dell’oca i nostri concetti fondamentali sulla psiche umana? Penso che questa sia una tirannia intellettuale. Non serve! Per me, è utile affermare: “Ebbene, Sam, cosa stai sperimentando?”. Per me, è utile sedermi tranquillamente in meditazione e cercare di raggiungere uno spazio di osservazione, identificando i miei sentimenti e immagini. Per me, è totalmente inutile dire: “Ora devo riequilibrare il mio <em>yin</em> con il mio <em>yang</em>! Sono troppo <em>yang</em> o troppo <em>yin</em>?”. E di nuovo, etichettare queste virtù e/o vizi come maschili o femminili è parte del problema. Non cominciamo con una separazione artificiale. Pensiamo con altre categorie. Se tutto ciò cui riesco a pensare è: “Devo fare questo o quello”, se ragiono soltanto in termini di maschile o femminile, c’è da spararsi in testa. Ecco perché non mi piace la psicologia junghiana: semplicemente perché detesto l’idea degli archetipi.</p>
<p>Craig Hamilton: Perché? Ne esistono più di due.</p>
<p>Sam Keen: Okay. Prendiamo la cosa più recente. Dimmi: quali sono gli archetipi dell’uomo?</p>
<p>Craig Hamilton: Il re, il guerriero, l’amante e il mago.</p>
<p>Sam Keen: Ebbene, l’idea è che tutti dobbiamo passare attraverso questi archetipi, che sono modi diversi di strutturare le nostre esperienze. Per mostrarti l’assurdità di ciò, facciamo ritorno alla prima definizione, in occidente, di essere umano <em>decente</em>. Quale era? Il cittadino. Nel mondo greco, la parola <em>idiota</em> indicava, letteralmente, chi non era cittadino. Adesso dimmi: perché il cittadino non è tra gli archetipi? Perché gli junghiani sono apolitici, sono interessati allo psicodramma interiore. Non badano alla trasformazione del mondo. Vedi, se quelli sono i quattro archetipi, non dobbiamo preoccuparci delle guerre che stanno avvenendo nel mondo. Sono tutte cose che stanno succedendo <em>laggiù</em>. Non ci dobbiamo preoccupare del deterioramento del sistema educativo, perché è qualcosa di cui si curano i cittadini. Ma fammi il piacere! Il re come un archetipo?! Ecco perché siamo venuti in questo Paese: per liberarci da quegli archetipi!</p>
<p>L’America era tutta qua: “Fotti la monarchia! Fotti il potere!”. E il guerriero? Quello mi pare come l’alcool che si beve per lenire i postumi di una sbornia. Queste sono le cose che ci comandano da sempre. Se gli junghiani dicessero: “Esiste un numero infinito di metafore che ci aiutano a comprendere noi stessi: eccone quattro”, direi: “È un buon inizio. Adesso datemene cinque o sei. Che ne dite, per esempio di <em>spazzino</em>?”. Ebbene, non è un buon archetipo questo, dal momento che la metà dei problemi riguarda l’eliminazione della spazzatura dalla nostra psiche? Di sicuro lo è! Separare il grano dal loglio, capisci? E che dire del <em>folle,</em> il<em> vagabondo,</em> il<em> girovago</em> o l’<em>amico</em>? L’amico! Questo è un archetipo interessante. L’<em>Etica nicomachea</em> di Aristotele tratta in larga misura dell’amicizia, “philia”. Non sono un fan del pensiero junghiano perché ignora due cose: la politica e il corpo. Si tratta per lo più di un movimento disincarnato.</p>
<p>Craig Hamilton: La sensazione è che la maggior parte del movimento degli uomini si basi sul pensiero junghiano.</p>
<p>Sam Keen: È così. Quelle sono le sue basi. E non penso che siano state utili.</p>
<p>Craig Hamilton: In questa intervista, oltre a esplorare il rapporto tra il genere sessuale e la spiritualità, vorrei anche analizzare la relazione tra l’orientamento sessuale e il cammino verso la liberazione. Oggigiorno, esistono molti gay e lesbiche che considerano il proprio orientamento sessuale la base stessa del loro cammino spirituale, un cammino che si vale di forme particolari di pratica e adorazione. Alcuni fautori dell’esistenza di una specifica spiritualità gay hanno persino suggerito che, poiché negli omosessuali le polarità maschili e femminili sono teoricamente più integrate e bilanciate, la loro è una forma di pratica spirituale intrinsecamente superiore. Andrew Harvey, un importante sostenitore di questa idea, sostiene che “nei tempi antichi… gli omosessuali… erano considerati sacri, ovvero persone che, grazie a una misteriosa fusione tra le caratteristiche maschili e femminili, partecipavano con particolare intensità alla vita della Fonte”. Cosa pensi dell’idea secondo cui l’orientamento sessuale costituisce la base di un cammino spirituale distinto e separato?</p>
<p>Sam Keen: Non mi piace affatto. Penso che l’orientamento sessuale sia una cosa individuale che non va politicizzata. Né credo che va spiritualizzata. Nella vita dello spirito, il punto non è essere omosessuali o eterosessuali. Da una prospettiva spirituale, penso che la cosa sia irrilevante. Nella vita dello spirito, il punto è se ami o no, e quanto riesci a entrare in relazione con la totalità di ciò che sei. E questo costrutto teorico secondo cui le polarità sono più equilibrate nei gay e nelle lesbiche? Beh, dove sta scritto, e come è possibile fare un salto del genere? Forse loro semplicemente<em> non</em> hanno polarità. Già fare dei gay o delle lesbiche una categoria a parte è un peccato. È un errore e un peccato. Ho amici che sono certamente omoerotici, ma che non si definirebbero mai gay. E gli omosessuali sono tanto diversi tra loro quanto lo sono gli eterosessuali. Sono assolutamente favorevole al fatto che chiunque possa fare ciò che vuole con un adulto consenziente di entrambi i sessi, ma non consideriamo tutto ciò qualcosa di superiore. Non rendiamo l’omosessualità <em>o</em> l’eterosessualità spiritualmente superiori. Non è il caso.</p>
<p>Craig Hamilton: Nelle nostre ricerche per questo numero, ci siamo anche imbattuti nell’idea – diffusa tra gli psicologi junghiani, alcune femministe e molti pensatori spirituali contemporanei – secondo cui il nostro potenziale umano ultimo è la realizzazione di una sorta di androginia nella quale tutte le qualità umane trovano uguale espressione in ogni persona, a prescindere dal genere sessuale. Descrivendo la realizzazione del cammino spirituale come la nascita di ciò che egli chiama “l’androgino sacro”, Harvey (sempre lui) scrive: “Le principali tradizioni spirituali sono d’accordo sul fatto che un essere nuovo può venire alla luce solo attraverso un’unione lunga, difficile e sempre più consapevole tra il maschile e il femminile dentro di noi”, e che “solo tale matrimonio può dare origine al sacro, androgino, libero figlio della Fonte, esistente in potenza dentro ognuno di noi”. Sei d’accordo con il punto di vista di Harvey? La realizzazione dell’androginia è la massima espressione del nostro potenziale spirituale?</p>
<p>Sam Keen: Che palle! Dico: perché cercare di riportare in vita tutte le idee del passato? Perché non cercare di pensare a queste cose in modo diverso? L’idea dell’androginia non è altro che l’interiorizzazione del mito romantico. “Ragazzi, finalmente l’uomo e la donna in me stanno per unirsi e vivere felici e contenti, e io sarò integro”. Mi sembra che si stia pensando per stereotipi. Voglio dire, questa idea si è formata all’interno della tradizione alchemica, e a quei tempi era okay parlarne. Ma non è forse tempo di pensare creativamente, di creare nuove categorie, nuovi modi di pensare, invece che cercare di rispolverare queste cose vecchie?</p>
<p>Craig Hamilton: Prima hai parlato di Mary Daly. Lei e altre femministe radicali pensano che la maggior parte delle malattie psicologiche (se non tutte) esistenti in noi e nella società in generale sono il risultato dell’eccessiva influenza degli uomini – dei valori, atteggiamenti e modi di essere maschili – su ogni cosa, dalla struttura del governo a quella del commercio e del linguaggio. Citando i diffusi e catastrofici effetti del patriarcato non solo sulla condizione delle donne, ma sulla qualità della vita nel pianeta, esse chiedono di fare ritorno a una cultura spirituale femminile, con valori e istituzioni simili a quelli del pacifico mondo contadino di migliaia di anni fa. Ha ragione Mary Daly? Consegnare tutto il potere alle donne basterebbe a creare una cultura pacifica e armoniosa, fondata su profondi valori spirituali?</p>
<p>Sam Keen: Sì, sì, certo. Infatti, lo sai cosa fecero per costruire le piramidi? Si rivolsero ai sindacati chiedendo dei <em>volontari </em>in nome della <em>cultura cooperativa</em>. E in quelle culture matriarcali, anche lì “chiedevano” alla gente di fare i sacrifici umani, perché all’epoca erano una gran bella cosa. Hai presente… Il calice e il coltello.</p>
<p>Tutto ciò, in realtà, non è che una riscrittura tendenziosa della storia, finalizzata a criticare il maschio. Gli uomini e le donne hanno sempre camminato fianco a fianco, in queste cose. Se vuoi criticare il patriarcato, puoi portarlo fino all’era moderna e dire quanto erano brutali e orribili questi uomini che andarono in Vietnam e uccisero tante persone. Voglio dire, quelli erano ragazzini di diciannove anni che non avevano possibilità di scelta maggiori di quante ne aveva Mary Daly. Ogni volta che dai la colpa a uno dei sessi, hai reso l’altro inferiore. Se è vero che gli uomini hanno sempre dominato le donne e che queste ultime non avevano potere, probabilmente avevano bisogno di essere dominate.</p>
<p>Craig Hamilton: Pensi che dare la colpa agli uomini non sia altro che un’appropriazione indebita?</p>
<p>Sam Keen: Sì. Ma voglio anche dire che secondo me Mary Daly è una delle nostre grandi profetesse. Ho imparato tantissime cose da lei. Io sostengo la maggior parte della sua analisi, ma non la sua rabbia. Un uomo ha bisogno di molto coraggio per leggere Mary Daly e aprirsi alle sue ragioni. Molte di queste ultime rivelano una grande intelligenza e sono una cura necessaria per aiutare molti uomini a comprendere le ferite subite dalle donne in questa cultura. Ma ci sono delle femministe la cui rabbia impedisce di essere lucide.</p>
<p>Craig Hamilton: Penso che risponderebbero di avere molti motivi per essere arrabbiate.</p>
<p>Sam Keen: E li hanno. Li hanno.</p>
<p>Craig Hamilton: Dal tuo punto di vista, cosa vuol dire andare al di là dei generi sessuali?</p>
<p>Sam Keen: Di nuovo, vuol dire <em>andare oltre</em>! Questa questione del genere sessuale è qualcosa, in generale, di cui dobbiamo sbarazzarci, che occorre superare. Io non mi chiedo: “Sono un uomo? Sono abbastanza maschile?”. Bensì mi pongo la domanda: “Cosa sono?”. In altre parole, penso che dobbiamo smettere di pensare che la domanda “Chi sono io?” riguardi il genere sessuale.</p>
<p>Craig Hamilton: Cosa accadrà, secondo te, negli individui e nelle relazioni tra gli esseri umani quando “andremo oltre”, come dici tu?</p>
<p>Sam Keen: Beh, mi chiederei – e questa domanda è al centro del buddismo e del cristianesimo – cosa vuol dire essere saggi e compassionevoli. Questa, per me, è una domanda difficile. Nella mia vita quotidiana, in che modo sono saggio e compassionevole quando sono in conflitto con mia moglie, i bambini o gli amici? Cosa faccio per il Kosovo e il mio governo per diventare un essere umano decente? Questa è un’età in cui, come ha detto qualcuno, devi diventare eroico solo per essere decente! E non è questione di genere sessuale. Ciò che danneggia il mondo non è il genere sessuale. In America, le donne sono tanto dannose al mondo quanto gli uomini. Le donne stanno nei centri commerciali; il centro commerciale è il luogo in cui votiamo sui valori. Perché abbiamo fatto quello che abbiamo fatto in Iraq? Quindi, penso che dovremmo andare nei centri commerciali. E di nuovo, ciò che non mi piace del vostro giornale è la mancanza di veri problemi politici. In tutto questo pomeriggio, non mi hai chiesto nulla sulla <em>politica </em>dei generi sessuali.</p>
<p>Craig Hamilton: Ma il nostro è un giornale sull’illuminazione.</p>
<p>Sam Keen: Ecco cosa c’è di sbagliato, allora. Francamente, ecco l’errore: il narcisismo. C’è molto narcisismo spirituale, secondo me. Ora, le cose non stanno del tutto così. Voi avete il coraggio di uscire e parlare con la gente che non condivide la vostra idea fondamentale. Ma lasciami fare una domanda: perché sulla copertina, sotto il titolo “Che cos’è l’illuminazione?”, non mettete le parole: “Una definizione di persona illuminata potrebbe essere questa: colui la cui prima domanda è «Cos’è giusto? In che modo decidiamo cosa è giusto?»”. Ciò, infatti, ci porta nella dimensione politica. E l’ossessione per l’illuminazione può essere esattamente come l’ossessione per il genere sessuale. Le persone ossessionate dall’illuminazione non ci arriveranno mai.</p>
<p>Craig Hamilton: Questo è un argomento comune contro la ricerca dell’illuminazione. Ma io non penso che la domanda “In che modo decidiamo cosa è giusto?” sia in qualche modo estranea all’interrogativo “Che cos’è l’illuminazione?”. Se osserviamo la condizione umana, se guardiamo cosa si nasconde dietro le atrocità in Kosovo o nella Germania nazista, mi sembra che dobbiamo affrontare questo problema: come si risolveranno i problemi dell’umanità se gli individui non cambiano, non fanno luce su se stessi e le proprie motivazioni? Il nostro giornale, in realtà, si basa sull’idea che esiste una forte componente etica e morale nella liberazione dalle illusioni.</p>
<p>Stiamo esaminando il tema dell’identità sessuale perché, come hai detto tu, sembra che la forte identificazione con il genere sessuale, esistente nella maggior parte di noi, sia una delle strutture fondamentali alla base dei conflitti esistenti al mondo. L’idea è che se riusciamo a portare luce sufficiente su un tema tanto importante per la nostra formazione, forse potremo cominciare a scorgere un’alternativa, e anche a metterla in pratica.</p>
<p>Sam Keen: Bene. Trasformare il sé e la nostra società sono due aspetti della stessa medaglia. Sono necessari entrambi per costruire qualcosa di nuovo, bello e promettente.</p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine, <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a></p>
<p>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per la traduzione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Progetto Globale 2012-2018 e Giorno della Coscienza Globale a Bagni di Lucca</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 20:33:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nitamo Montecucco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come Presidente del Club di Budapest Italia, invito le associazioni al primo Incontro Nazionale delle Associazioni sul Progetto Globale 2012-2018, che si terrà al Villaggio Globale di Bagni di Lucca, Villa Demidoff, il giorno Venerdì 11 Novembre 2011 dalle 13.30 alle 18. Vorremmo che fosse un incontro amichevole tra operatori con esperienze in diversi campi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1450" style="margin: 6px;" title="Club of Budapest Italia logo" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2011/10/Club-of-Budapest-Italia-logo.gif" alt="" width="200" height="68" />Come Presidente del Club di Budapest Italia, invito le associazioni al primo Incontro Nazionale delle Associazioni sul Progetto Globale 2012-2018, che si terrà al Villaggio Globale di Bagni di Lucca, Villa Demidoff, il giorno Venerdì 11 Novembre 2011 dalle 13.30 alle 18.</p>
<p>Vorremmo che fosse un incontro amichevole tra operatori con esperienze in diversi campi della cultura e dell’impegno sociale, che vogliono conoscere meglio ed eventualmente collaborare al Progetto Globale.</p>
<p>A questo incontro sono stati invitati i responsabili delle associazioni non governative che stanno contribuendo a sviluppare una nuova cultura etica e sostenibile. Molte associazioni, reti, centri, radio e riviste hanno già aderito e siamo felici di poter iniziare insieme a voi tutti questo importante progetto internazionale, unico nel suo genere.</p>
<p><strong>Il Progetto Globale 2012-2018</strong><br />
Il Progetto Globale 2012-2018 è un importante programma culturale di collaborazione internazionale a cui stiamo lavorando da molti anni; una strategia evolutiva di vasta portata che ha lo scopo, entro il 2012, di realizzare una prima Massa Critica tra le associazioni dei Creativi Culturali, la parte più sensibile e responsabile della società, e di catalizzare così entro il 2018 il salto di consapevolezza necessario per realizzare le basi di una società globale etica e sostenibile.</p>
<p><strong>I Creativi Culturali e la nuova Cultura Globale</strong><br />
Il sociologo Paul Ray ha definito i Creativi Culturali come le persone sensibili al degrado della Terra e al dolore umano, che si interessano all’ecologia, alla pace, al volontariato, ai diritti umani, alla salute naturale, alla spiritualità, al commercio etico, al bene comune. I Creativi Culturali siamo tutti NOI che in ogni parte del mondo desideriamo un mondo migliore e cerchiamo di realizzarlo con amore nella vita quotidiana e nella società. Noi e le nostre associazioni stiamo creando una nuova Cultura Globale.<span id="more-1449"></span></p>
<p>Secondo le ricerche sociologiche internazionali questa nuova cultura emergente negli anni ’70 era circa il 2%, negli anni ’90 era al 25%, nel 2005-2007 (Italia, USA, Giappone, Francia, Ungheria) era salita al 33-35% e ora si stima intorno al 37-40% della popolazione totale. Siamo quindi già ora oltre 2 miliardi di persone nel mondo che vogliono pace, diritti umani e rispetto della Terra, ma che non sono consapevoli del proprio numero! Siamo un numero enorme di persone responsabili e creative che potrebbero cambiare la società e le scelte globali ma non abbiamo potere perché siamo frammentati in miriadi di movimenti e associazioni.</p>
<p>In una decina di anni (2023-2024) dovremmo raggiungere il fatidico 51% ma la crisi economica potrebbe rallentare questa data al 2030 o addirittura al 2040, con il rischio che il sistema crolli prima che noi riusciamo a creare una rete che cambi le cose. Il progressivo peggioramento dei parametri ecologici, economici e sociali a livello globale ci pone quindi di fronte alla necessità di riunire le forze e creare un salto di coerenza tra di noi e tra le nostre associazioni. Il futuro del pianeta dipende dalla nostra capacità di sviluppare una nuova coscienza umana e planetaria, più unita e collaborativa. Dobbiamo necessariamente iniziare da noi e dalle nostre associazioni.</p>
<p><em>“Non si può risolvere un problema usando la stessa mentalità che lo ha creato” Einstein</em><br />
<em>La crisi globale si può risolvere solo con un salto di consapevolezza globale</em></p>
<p><strong>La Massa Critica e la Rete Planetaria delle Associazioni (NGO)</strong><br />
Per cambiare la situazione dobbiamo prendere coscienza che siamo una minoranza dimenticata dalla politica e dall’informazione ufficiale solo perché non siamo consapevoli di essere parti del più grande Movimento Culturale Planetario mai esistito di oltre 2 miliardi di persone nel mondo che condividono gli stessi valori.</p>
<p>Attraverso il Censimento Globale cercheremo di raggiungere, entro la fine del 2012, una Massa Critica di 60 milioni di persone nel mondo, 450 mila in Italia. Questo darà vita al primo nucleo di Rete Globale tra le Associazioni che operano per un mondo pacifico e sostenibile.</p>
<p>Il 12-12-2012 “Giorno della Coscienza Globale” per diverse ragioni sarà una data significativa, non certo per la fine del mondo, ma per iniziare un risveglio globale della consapevolezza. La Rete Globale potrebbe catalizzare entro il 2018-2020 la presa di coscienza e la riunione degli oltre 2 miliardi di Creativi Culturali oggi sparsi (e dimenticati) in ogni angolo della Terra.</p>
<p>Insieme a noi, in tutto il mondo, molte altre associazioni si stanno muovendo per realizzare questa stessa Massa Critica e riunire in una grande alleanza le persone, le associazioni e i movimenti, orientati all’etica, alla pace, alla sostenibilità, alla crescita umana, alla salute e alla consapevolezza globale, ponendo in evidenza lo spirito che ci accomuna: il senso di responsabilità per il benessere dell’uomo e del pianeta. Uniti possiamo realizzare la nostra visione di una società globale pacifica e cooperante.</p>
<p><strong>Programma dell’11 Novembre 2011</strong><br />
Nell’Incontro illustreremo alcuni punti fondamentali:<br />
Ore 13.30: Proiezione dell’ultima edizione del film OLOS: l’Anima della Terra, che anticipa i temi della riunione<br />
Ore 15.00: Inizio dell’incontro e presentazione del Progetto Globale 2012-2018<br />
Ore 15.15: I dati negativi sullo stato dell’economia e del pianeta, i dati positivi di crescita dei CC e le previsioni sul futuro: i tre scenari.<br />
Ore 15.30: le quattro fasi del progetto: 1) il Censimento Globale e la strategia della Massa Critica. 2) la Rete tra le associazioni. 3) l’Alleanza e le proposte globali. 4) il raggiungimento del 51% e il worldshift: il grande cambiamento.<br />
Ore 16.00: Il “Giorno della Coscienza Globale” l’evento planetario del 12-12-2012<br />
Ore 16.30: Pausa Tea Break<br />
Ore 16.50: condivisione tra i partecipanti sulle strategie comuni per raggiungere la Massa Critica tra il 2011 e il 2012<br />
Ore 17.20: condivisione tra i partecipanti sull’organizzazione del Giorno della Coscienza Globale<br />
Ore 18.00: conclusione dei lavori</p>
<p><strong>Il Club di Budapest</strong><br />
Due parole sulla nostra associazione. Il <a href="http://www.clubdibudapest.it">Club di Budapest</a> è un’associazione culturale che – senza ideologie – opera in tutto il mondo per il risveglio di una nuova consapevolezza umana e planetaria. Il Club di Budapest è sostenuto in questo compito da otto premi Nobel per la Pace tra i quali Mikhail Gorbachev, il Dalai Lama, Nelson Mandela, Desmond Tutu, e da personaggi di rilevanza internazionale nelle scienze, nelle arti e nella spiritualità come l’ex-vicepresidente USA Al Gore, il creatore del microcredito Muhammad Yunus, il coreografo Maurice Bjart, gli scrittori Paulo Coelho e Arthur C.Clarke, l’ex presidente della Rep. Ceca Vaclav Havel, il musicista Peter Gabriel, il filosofo Edgar Morin, il direttore d’orchestra Zubin Metha, l’etologa degli scimpanzee Jane Goodall, e molti altri.</p>
<p>Il <a href="http://www.clubdibudapest.it">Club di Budapest</a> è solo il promotore di questo progetto e ne garantirà il corretto svolgimento iniziale attraverso i suoi Membri Onorari. Il progetto appartiene totalmente ai membri e alle associazioni che lo costituiscono.</p>
<p>Saremmo grati di una risposta (e-mail o telefonica) di adesione all’incontro; di fondamentale importanza per la buona riuscita dell’incontro. Nel caso non poteste essere presenti all’incontro mandateci comunque una email di interesse o adesione alle linee generali del Progetto Globale, vi terremo informati degli sviluppi futuri del progetto stesso. Chi desidera può prenotare (con almeno due giorni di anticipo) il pranzo vegetariano che viene servito dalle ore 13 alle 13.30 al costo di 13 euro.</p>
<p>Vi preghiamo di fare girare questo invito a tutte le persone e le associazioni amiche. Nell’attesa vi porgiamo i nostri piu’ sentiti apprezzamenti per il grande lavoro che avete fatto e state facendo per il futuro dell’uomo e del pianeta. Vi aspettiamo numerosi!<br />
Dott. Nitamo Federico Montecucco<br />
Presidente del Club di Budapest Italia<br />
Club di Budapest ITALIA<br />
Centro Internazionale per la Coscienza Globale – Villaggio Globale di Bagni di Lucca,<br />
tel 0583-86404 , www.clubdibudapest.it , info@globalvillage-it.com</p>
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		<title>Preghiera e guarigione: la forza delle parole</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 21:58:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Tricycle</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Tecniche dell'anima]]></category>

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		<description><![CDATA[La definizione di preghiera per Larry Dossey è comunicazione con l&#8217;Assoluto. I suoi studi riguardano l&#8217;efficacia della preghiera sulla guarigione degli umani ma anche sugli animali e sulla crescita della piante. In Medicina Transpersonale, il dr. Larry Dossey cita numerosi studi scientifici sull’efficacia della preghiera. Oggi esistono prove mediche a sostegno della tesi secondo cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="preghiera.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/preghiera.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/preghiera.jpg" alt="preghiera.jpg" align="left" hspace="6" /></a>La definizione di preghiera per Larry Dossey è comunicazione con l&#8217;Assoluto. I suoi studi riguardano l&#8217;efficacia della preghiera sulla guarigione degli umani ma anche sugli animali e sulla crescita della piante.</p>
<p>In <em>Medicina Transpersonale</em>, il dr. Larry Dossey cita numerosi studi scientifici sull’efficacia della preghiera. Oggi esistono prove mediche a sostegno della tesi secondo cui la preghiera favorisce il processo di guarigione. Inoltre, alcuni studi documentano i risultati positivi della preghiera tibetana come strumento di intercessione.</p>
<p>Il dr. Dossey ha scritto otto libri, tra cui <em>Il potere curativo della preghiera</em>, ed è direttore esecutivo della rivista “Alternative Therapies in Health and Medicine”. Oggi il dr. Dossey vive a Santa Fe, nel New Mexico. È stato direttore del personale alla <em>Humana Medical City</em> <em>Dallas</em> e co-presidente della <em>Tavola Rotonda degli interventi sul corpo/mente</em>, dell’Ufficio di <em>medicina alternativa e complementare</em> e dell’<em>Istituto Nazionale della Sanità</em>.</p>
<p>Tricycle: Qual è la tua definizione di preghiera?</p>
<p>Larry Dossey: La mia definizione è molto vasta. La preghiera è la comunicazione con l’Assoluto. Tale definizione non scontenta nessuno, e ci spinge a precisare cosa intendiamo con <em>comunicazione e Assoluto</em> (quest’ultimo può prendere la forma di un Dio personale o meno).</p>
<p>Tricycle: Quando preghi, c’è un oggetto?</p>
<p>Larry Dossey: No. Offro la mia preghiera all’Assoluto nel modo più generale immaginabile. Ironicamente, questa è la forma più personale che la mia preghiera può assumere.</p>
<p>Tricycle: Cosa intendi con “Assoluto”?<span id="more-617"></span></p>
<p>Larry Dossey: L’Assoluto è indefinibile, ineffabile, inarticolabile e non specificabile. Se attribuisci delle qualità all’Assoluto, per definizione determini una qualità che non esiste. Niente è esterno all’Assoluto, altrimenti non sarebbe Assoluto. Per cui, quando prego, non voglio definire ciò verso cui prego, perché questo limiterebbe l’Assoluto. Ci sono delle cose in cui è meglio non intromettersi.</p>
<p>Tricycle: In che modo ritieni efficace una preghiera se non esiste una divinità?</p>
<p>Larry Dossey: Non credo che, affinché una preghiera sia efficace, occorra una divinità, così come questa è concepita nel mondo occidentale. Semplicemente, prego: “Avvenga la cosa migliore. Sia fatta la tua volontà”. Oppure: “Accada il risultato migliore”. Non ho bisogno di rivolgere queste preghiere a un’immagine di Dio. Naturalmente, nella nostra cultura la maggior parte delle persone ha un’altra opinione. Ho avuto l’opportunità di discutere con migliaia di americani sulla loro idea di preghiera. La maggior parte delle persone sembra credere che la preghiera consista nel parlare a una sorta di cosmica figura paterna, bianca e di sesso maschile, che è irascibile e preferisce che la gente le si rivolga in inglese. Per me, questa è idolatria e spudorato antropocentrismo.</p>
<p>Tricycle: Il buddismo zen ci mette in guardia contro la tendenza delle parole a celare la vera natura dell’illuminazione. Tu come vedi il contrasto tra gli insegnamenti sul silenzio e l’articolazione della preghiera?</p>
<p>Larry Dossey: L’essenza della preghiera va al di là dell’articolazione, delle parole. L’idea del Vuoto è preziosa. È qui che c’è l’azione. Mi sento molto più a mio agio con il silenzio. Adoro i commenti di Padre Thomas Merton, cui una volta fu chiesto: «Come preghi?», e la risposta fu: «Respirando». Secondo me, questo ci fa capire che nelle conoscenze esoteriche di molte religioni si onora il Vuoto, o il Grande Silenzio. Finora, le prove dimostrano che nessuna strategia detiene un monopolio. Virtualmente, ogni modello di preghiera esaminato raggiunge risultati.</p>
<p>Forme molto specifiche di preghiera articolata, finalizzate a risultati precisi, sono efficaci, così come l’entrare nel Vuoto, nel silenzio, senza chiedere assolutamente nulla. Questo mette in crisi le nostre idee secondo cui esiste un modo di pregare migliore degli altri. Sto parlando di circa duecento studi che analizzano la capacità di persone che pregano di influenzare vari soggetti, inclusi gli esseri umani, gli animali, le piante e persino i microrganismi. Questi studi scientifici sono stati pubblicati su vari giornali, negli ultimi tre decenni.</p>
<p>Tricycle: Nel tuo nuovo libro, citi molti studi sull’uso della preghiera negli ospedali: <em>Mt. Sinai, Duke, Boston’s Deaconess Hospital</em>. Quale dei recenti studi sulla preghiera ti ha più impressionato?</p>
<p>Larry Dossey: I miei studi preferiti sono quelli che riguardano tutto ciò che non è umano, perché è possibile farli con precisione fanatica. Per esempio, questi studi analizzano l’effetto della preghiera sui tassi di crescita dei batteri e delle piante, oltre che sui tumori negli animali. Alcuni di questi studi riguardano specifiche reazioni biochimiche. Ci sono dei ricercatori, in Francia e nell’Università del Tennessee, che hanno inibito la crescita dei funghi in capsule di petri usando la preghiera a distanza anche di 25 chilometri.</p>
<p>All’università di St. Joseph, a Philadelphia, la gente usava la preghiera tanto per inibire quanto per stimolare la crescita dei batteri in provetta, in un periodo di ventiquattro ore. Questa è la parte più interessante negli studi sulla preghiera. Ma, ovviamente, la maggior parte delle persone sono più interessate all’effetto della preghiera al livello umano.</p>
<p>Tricycle: Nel 1998, il <em>Mantra Study Project</em> fu condotto dal dr. Mitchell Krocoff nell’ospedale Duke, e ha analizzato l’uso di cinque terapie noetiche (tra cui la preghiera), nell’ambito di uno studio su 150 pazienti di cardiologia. Quelli nel gruppo di preghiera hanno mostrato una riduzione dal 50 al 100 per cento degli effetti indesiderati dell’angioplastica e del cateterismo cardiaco rispetto al gruppo di terapia standard, senza la preghiera. Cristiani, monache carmelitane, battisti, moravi, ebrei e monaci tibetani hanno pregato per questi pazienti da luoghi lontani come il Nepal. Perché sono state usate queste diverse tradizioni, e cosa è stato detto agli oranti riguardo le persone per le quali stavano pregando?</p>
<p>Larry Dossey: I critici talvolta affermano che i ricercatori che studiano la preghiera hanno un intento segreto, cioè fare pubblicità al loro credo religioso. Il progetto<em> Mantra</em> ha eliminato questa obiezione facendo ricorso alla preghiera di intercessione di molti gruppi religiosi. E ciò impedisce a qualsiasi religione di rivendicare meriti. I nomi delle persone del gruppo di preghiera sono stati detti alle sorelle carmelitane di Baltimore e sono stati inviati per e-mail o telefono ai monaci buddisti del monastero Kopan, nel Nepal, e del monastero Malanda, in Francia. Nei monasteri buddisti, i partecipanti hanno seguito le istruzioni di Lama Zopa Rinpoche e hanno praticato le cerimonie del Buddha della Medicina con il nome di ciascun paziente.</p>
<p>Il nome dei pazienti è stato inserito anche nel sito web della Gerusalemme Virtuale, i cui gestori hanno messo preghiere scritte nelle fessure del Muro Occidentale di Gerusalemme. Poi essi sono stati mandati alla <em>Silent Unity</em>, che è un gruppo cristiano interconfessionale di preghiera, nel Missouri, ai battisti, ai moravi e alle congregazioni della Chiesa della Vita Abbondante nel North Carolina. Tutti questi gruppi hanno pregato collettivamente per i pazienti, con la frequenza e la durata solite per loro. In tal modo, è impossibile accusare i ricercatori di fare pubblicità a una religione particolare.</p>
<p>Tricycle: Secondo lo studio, i pazienti non sapevano che si stava pregando per loro. Quale pensi che sia stato l’elemento chiave che ha reso efficaci le preghiere?</p>
<p>Larry Dossey: La mia opinione è che il ruolo centrale dell’amore e della compassione sia il fattore più importante alla base del successo della preghiera, in generale e in questo studio.</p>
<p>Tricycle: In un articolo di Glenn Mullin sulla preghiera si dice: “La preghiera nel buddismo… diventa una pratica buddista solo quando è accompagnata dalla consapevolezza della natura vuota dei tre circoli: la persona orante, la preghiera stessa e l’atto di pregare”. Cosa rispondi all’affermazione che non esiste un valore o uno status intrinseco alla preghiera?</p>
<p>Larry Dossey: Sono d’accordo al mille per cento. Anche se qualcuno analizzasse diversamente la preghiera buddista, dovremmo sempre fare i conti con gli studi che mostrano, semplicemente, che la preghiera buddista fa effetto. Quindi, per quanto noi si possa sezionare ed esaminare la preghiera buddista, le prove mostrano che è efficace.</p>
<p>Tricycle: Secondo te, dove sono dirette le preghiere?</p>
<p>Larry Dossey: Credo che la consapevolezza in generale, e la preghiera in particolare, siano non-locali. Cioè, la mente non è localizzata o confinata nel corpo, ma si estende all’esterno di esso. Ciò implica che la consapevolezza e la preghiera sono infiniti nello spazio e nel tempo. Se qualcosa è infinito nello spazio, vuol dire che è onnipresente. Ciò implica che le preghiere non si dirigono da nessuna parte: infatti, essendo onnipresenti, sono già là. La stessa analogia si applica al tempo.</p>
<p>Se qualcosa è non-locale nel tempo, è presente ovunque in quest’ultimo, ed è quindi eterno e senza tempo. Dunque, non esiste direzionalità nella preghiera, né nello spazio né nel tempo. Ciò ovviamente è in contrasto con la concezione occidentale della preghiera, secondo cui essa viene inviata al Divino e da questi deviata verso l’oggetto della preghiera. Quindi, possiamo affermare che il modo occidentale di pregare tende a essere altamente locale, mentre la preghiera buddista è non-locale.</p>
<p>Tricycle: Nel tuo libro, affermi di chiedere frequentemente ai laici perché pregano. Perché preghi, tu?</p>
<p>Larry Dossey: È la mia natura. Esiste un detto cinese: “Un uccello non canta perché sta cercando una risposta. Canta perché ha un canto”. Quando prego, sto semplicemente intonando il mio canto.</p>
<p>E ora, finché dura lo spazio,<br />
Finché esistono esseri da scoprire,<br />
Possa io allo stesso modo continuare a vivere<br />
Per lenire le sofferenze di coloro che vivono.</p>
<p><em>Shantideva, Bodhisattva-caryavatara</em> 10:55<br />
Tradotto dal <em>Gruppo di traduzioni Padmakara</em> in <em>A Flash of Lightning in the Dark of Night</em> (Shambala, 1994).]</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8870312852">Larry Dossey. Il potere curativo della preghiera. RED. 1996. ISBN: 8870312852</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8870314901">Larry Dossey. Medicina transpersonale. Il potere curativo della mente. RED. 2001. ISBN: 8870314901</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8827206469">Larry Dossey. Spazio, tempo e medicina. Mediterranee. 1983. ISBN: 8827206469</a></p>
<p>Originalmente pubblicato su Tricycle magazine, <a href="http://www.tricycle.com/">www.tricycle.com,</a> per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Fotografarsi dentro</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Oct 2011 08:12:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[ritratto]]></category>
		<category><![CDATA[workshop]]></category>

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		<description><![CDATA[Enzo Dal Verme è un fotografo italiano che abita tra Parigi e Milano ed ha ritratto celebrità come Donatella Versace, Williem Dafoe o Bianca Jagger. Il suo lavoro è stato pubblicato sulle pagine di Vanity Fair, Marie Claire, Grazia, L’Uomo Vogue, Elle e di tante altre riviste. Per lui l’atto di fotografare è una sorta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2011/09/le-baiser-enzo-dal-verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1435" style="margin: 6px;" title="le-baiser-enzo-dal-verme" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2011/09/le-baiser-enzo-dal-verme-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Enzo Dal Verme è un fotografo italiano che abita tra Parigi e Milano ed ha ritratto celebrità come Donatella Versace, Williem Dafoe o Bianca Jagger. Il suo lavoro è stato pubblicato sulle pagine di Vanity Fair, Marie Claire, Grazia, L’Uomo Vogue, Elle e di tante altre riviste.</p>
<p>Per lui l’atto di fotografare è una sorta di meditazione attiva, un approccio interiore che ha sviluppato nel corso del tempo. Enzo sostiene che la fotografia gli da l’opportunità di osservare la realtà da diversi punti di vista, il che – a volte – lo spinge fuori dal suo territorio familiare, consueto e confortevole. Qualcosa che può rivelarsi difficoltoso, ma anche molto stimolante.</p>
<p>Il suo approccio mi ha incuriosito ed ho voluto intervistarlo.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: La fotografia è una tipica arte che si rivolge all’esterno, dove c’è una separazione tra soggetto ed oggetto e dove l’attenzione viene portata verso l’esterno.  I percorsi di consapevolezza e di autoconoscenza spirituali, invece, e la meditazione stessa, sono arti dell’interiore, dove il soggetto, l’oggetto osservato e la consapevolezza che conosce si fondono. Mi sembra di capire che hai sviluppato una “via della fotografia” dove l’interiore e l’esteriore si uniscono. Puoi dire qualcosa a riguardo?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Non è necessario fare una distinzione così drastica tra interno ed esterno, dipende tutto da come osservi e percepisci la realtà. Se io considerassi solo le luci e le ombre, i volumi e l’armonia estetica di un’immagine mentre sto scattando, la separazione fra me e il soggetto sarebbe notevole. Ci sarebbe un fotografo che osserva una persona da fotografare: due entità separate. Però quello che mi attira non sono tanto le forme e il loro impatto estetico, ma la vita che si esprime (anche) nelle forme. In tutte le forme. Il che permette al grado di separazione tra me e le persone che fotografo di assottigliarsi molto.<span id="more-1434"></span></p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Nei percorsi spirituali tradizionali, il senso della vista è forse quello che può ingannarci maggiormente nel vedere “maya” (il mondo illusorio) invece delle realtà così com’è. A partire già dalla neurofisiologia dell’occhio, fino ad arrivare alle nostre proiezioni ed aspettative psicologiche, non c’è corrispondenza tra le nostre percezioni e la realtà. L’interferenza della mente e dell’ego sulla realtà è ciò che fa dire agli insegnanti spirituali che dormiamo. Come rompi l’incantesimo della mente sulla realtà?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Quando sono con le persone che devo fotografare, mentre conversiamo e ci guardiamo prima o durante gli scatti, stiamo già scambiandoci una grande quantità di informazioni. Tutto ciò accade principalmente in modo subliminale. E senza che ce ne rendiamo veramente conto, come in ogni relazione umana, abbiamo la tendenza di guardare la persona di fronte a noi attraverso le lenti deformanti del nostro passato, delle nostre convinzioni, dei nostri pregiudizi…</p>
<p>Nel mio lavoro cerco di essere il più neutrale possibile ed osservo i miei soggetti con curiosità. Un modo per avere uno sguardo fresco sul mondo è immaginare di essere un bambino molto piccolo senza memorie o bagagli emotivi. Questo atteggiamento permette di cogliere una grande quantità di dettagli che normalmente non vengono presi in considerazione perché tendiamo a dare per scontato il fatto di conoscere già ciò che vediamo. Ed anzi, abbiamo anche delle opinioni in proposito!</p>
<p>Alleggerirsi di questi filtri è un grande sollievo. In alcuni casi, però, essere neutrali è davvero troppo difficile. Ma è possibile essere consapevoli della nostra reattività, delle nostre aspettative e dei nostri limiti nel percepire la realtà. Il che aiuta a mantenere la connessione tra fotografo e soggetto semplice e piacevole.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Con la disponibilità di connessioni veloci, Internet si è mosso da un medium prevalentemente testuale ad uno dove le immagini e i video, cioè immagini in sequenza veloce, hanno un ruolo sempre più presente. A mio parere questo movimento dalle parole alle immagini ha indebolito la narrativa profonda e complessa. Il tuo lavoro riguarda le immagini e anche l’autoconoscenza. Qual è l’uso delle immagini verso il supporto della ricerca interiore e del vero?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Sono pienamente d’accordo con te, in questo momento storico siamo sottoposti a una grande quantità di immagini che consumiamo voracemente. Molte fotografie hanno lo scopo di stupirci e mantenere vivo il nostro consumo spropositato. Ma non tutte le immagini sono uguali. Alcune mettono a fuoco ciò che c’è dietro la superficie&#8230;</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Puoi spiegarti meglio?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Io sono attirato da ciò che c’è dietro la maschera sociale della persona di fronte a me. A volte i miei soggetti cercano di sedurre la mia macchina fotografica, apparire carini, interessanti, speciali… un sacco di rumore. Il silenzio che ogni persona ha (o forse dovrei dire “è”) dietro tutta quell’agitazione, sembra essere dimenticato. Ma quella è la parte più interessante! E, per me, è anche molto interessante mettere a fuoco una piccola timidezza, una esitazione, un senso di tenerezza o una forza interiore. Naturalmente mi riferisco a qualcosa di autentico, non a uno stato d’animo recitato per attirare l’attenzione. E questo genere di finzioni abbondano nella nostra società altamente narcisista…</p>
<p>Quando scatto un ritratto, nella maggior parte dei casi, riesco a vedere la maschera cadere. Ma, a volte, il soggetto vuole mostrarmi solo un’identità idealizzata. Il che può anche essere molto interessante… In ogni caso, anche se ho scattato il ritratto più intenso e profondo, ci sarà sempre qualcuno che non sarà per nulla toccato da quella immagine. Come quella donna che, ascoltando la registrazione di una preghiera di un lama tibetano durante una mia mostra, ha commentato: “Ma che roba è? Sembra che abbia mal di pancia!”</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli:  Qual è praticamente il tuo approccio verso la fotografia?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Cerco di connettermi con una sfumatura della profondità di quella persona e poi scatto. Però non cerco di “fare” una foto ma lascio che la foto accada. In altre parole preparo semplicemente le condizioni che mi sembrano più adatte, la foto nascerà dall’incontro tra me e il soggetto nell’obbiettivo. Detto questo, sicuramente il mio obbiettivo non è obbiettivo.</p>
<p>Io ho un mio punto di vista e nel mio ritratto sottolineo un aspetto che mi colpisce di quella persona. E intanto mi domando: sto fotografando qualcosa che c’è realmente oppure l’opinione che ho di questa persona? Oppure una sua idealizzazione? Come mi sento mentre scatto? C’è qualcosa che mi mette a disagio? Che mi eccita? Che vorrei evitare? Più sono limpido nell’osservare me stesso e la situazione, meno interferenze ci saranno tra la realtà e l’immagine del ritratto.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: C’è qualche aneddoto interessante riguardo i tuoi ritratti?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Ce ne sono moltissimi…. Dirò qualcosa che è successo recentemente. Ero in Inghilterra e dovevo scattare alcuni ritratti per una rivista di moda, servivano ad illustrare un’intervista. Procedendo, tutto è andato per il meglio e sono riuscito a fotografare diverse sfaccettature di quella persona. In una foto aveva l’aspetto molto autorevole, in un’altra rideva divertita, in un’altra la sua espressione era tenera… e in ogni immagine c’era quella quiete che a me piace così tanto.</p>
<p>Non ha mai recitato o preteso di essere diversa da ciò che era. Io la guidavo e creavo delle situazioni che la aiutavano a fare emergere un certo stato d’animo, ma non ho mai forzato la situazione. In seguito, osservando le fotografie, lei sembrava commossa. In particolare, riferendosi a una certa fotografia, mi ha domandato ridendo: “Oh Dio, questa sono io? Non mi riconosco!”</p>
<p>Ma ha continuato ad osservare quella espressione e dopo un po’ di giorni mi ha rivelato che osservando quel ritratto era riuscita a ricollegarsi ad una sensazione innocente di felicità della sua infanzia che pensava fosse andata persa per sempre. “Il tuo ritratto è stato terapeutico per me”. Commenti come il suo sono abbastanza comuni per i miei ritratti. E, naturalmente, scattare una foto è terapeutico anche per me.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: In che modo?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Sono affascinato dalla moltitudine di approcci che noi – esseri umani – abbiamo nei confronti delle esperienze della vita. I modi in cui affrontiamo le nostre paure, i sogni, le ambizioni, le sfide… Probabilmente questo è il motivo per cui trovo estremamente interessante la maggior parte delle persone che fotografo. Guardo una celebrità attraverso le lenti della mia macchina fotografica con lo stesso interesse con il quale osservo un contadino, uno scienziato o una prostituta.</p>
<p>Scattare un ritratto è un modo di esplorare la realtà ed ogni volta che fotografo qualcuno alla fine mi sembra di conoscere un po’ meglio anche me stesso. A volte riconosco uno stato d’animo che ho vissuto anche io, altre volte osservo qualcosa che non ha mai avuto modo di svilupparsi in me oppure sono testimone di un’emozione che conosco in modo leggermente diverso… è un processo molto interessante. Potrei dire che osservo i soggetti dei miei ritratti come se stessi osservando me stesso espresso in una forma diversa. Siamo diversi, ma non così diversi.</p>
<p>Ognuno ha punti di riferimento diversi, storie diverse, ma un terrorista, una casalinga o una spogliarellista sanno tutti che cosa significa essere tristi o essere eccitati, sanno che cos’è la paura del rifiuto e – anche se non ne sono necessariamente consapevoli – desiderano tutti l’esperienza più desiderabile che ci sia: l’amore.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Dimmi qualcosa del tuo <a href="http://www.enzodalverme.com/blog/2011/09/workshop-di-ritratto-a-gubbio/">workshop</a>, ho sentito dire che è un’esperienza molto intensa.</p>
<p>Enzo Dal Verme: I miei workshops sono due giorni e mezzo di immersione totale per affinare l’abilità del fotografo di comporre rapidamente e intuitivamente l’immagine ed entrare in contatto con qualche aspetto che rende speciale o unica la persona che si vuole fotografare (forse qualcosa di cui non è neppure consapevole).</p>
<p>Dedico molto tempo alla relazione tra il fotografo e il soggetto. Esploriamo approfonditamente le dinamiche di una sessione di ritratto. Ci sono esercizi studiati per spingere (gentilmente) i partecipanti ad affrontare le proprie paure ed inibizioni nella loro veste di fotografi ed altri che hanno lo scopo di incrementare la capacità di interagire. Lavoriamo sulle percezioni, empatia, creatività, composizione, luce naturale… Durante gli esercizi, gli studenti si fotografano tra di loro e poi selezioniamo alcune immagini da guardare e commentare tutti insieme per capire che cosa potrebbe essere migliorato prima di riprendere in mano la macchina fotografica.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Chi sono i tuoi studenti e cosa portano a casa dall’esperienza?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Fotoamatori, studenti di fotografia, fotografi professionisti. Alla fine di un mio workshop sembrano molto eccitati e ispirati. Non mi sorprende. Le esplorazioni che facciamo insieme suggeriscono loro una prospettiva completamente diversa sulle loro capacità e potenzialità. A giudicare da ciò che mi dicono o che mi scrivono, per la maggior parte di loro il workshop segna un punto di svolta importante. E, dal momento che il lavoro è così intenso e interattivo, si creano dei contatti umani interessanti.</p>
<p><a href="http://www.enzodalverme.com/blog">Il blog di Enzo Dal Verme.</a></p>
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		<title>The Digitally Divided Self</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 21:26:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[(Dopo un aggiornamento del database del sito questo ultimo post era scomparso, lo ripubblico ora.Mi scuso con chi aveva pubblicato dei commenti, a loro volta scomparsi) Dopo 8 anni di Innernet senza tediarvi di pubblicita’ mi auguro che mi perdoniate qualche parola per  il mio nuovo libro. Passando dall’attenzione verso la tecnologia a quella verso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.indranet.org/the-digitally-divided-self-table-of-contents-introduction-and-chapter-1/"><img class="alignleft" style="margin: 6px;" title="The Digitally Divided Self" src="http://www.indranet.org/wordpress/wp-content/uploads/The-Digitally-Divided-Self-cover-216x323.jpg" alt="" width="216" height="323" /></a>(Dopo un aggiornamento del database del sito questo ultimo post era scomparso, lo ripubblico ora.Mi scuso con chi aveva pubblicato dei commenti, a loro volta scomparsi)</p>
<p>Dopo 8 anni di Innernet senza tediarvi di pubblicita’ mi auguro che mi perdoniate qualche parola per  il mio nuovo libro. Passando dall’attenzione verso la tecnologia a quella verso la consapevolezza (andata e ritorno), da quando la tecnologia e’ entrata nelle nostre vite in modo pervasivo, mi sono interessato alla comprensione di come Internet opera sulla nostra mente e sulla dimensione psichica/spirituale e, dall’altro lato della medaglia, al come e perche’ la mente desideri creare strumenti dove si rispecchia e si riproduce all’infinito.</p>
<p>Successivamente all’esperienza come editore di libri di informatica con Apogeo, e di libri per la consapevolezza con Urra, ho creato Innernet come luogo di divulgazione di conoscenze spirituali e di confronto tra ricercatori. Innernet presenta articoli di ampio respiro, ed e’ per me un modo per restituire alla comunita’ dei ricercatori il supporto che ricevetti dagli stessi quando pubblicavo libri con il marchio Urra.</p>
<p>Unendo la consapevolezza della tecnologia alla consapevolezza della… consapevolezza, ho raccolto le mie riflessioni ed esperienze sul mondo digitale connesso allo sviluppo umano in <em>The Digitally Divided Self: Relinquishing our Awareness to the Internet</em>, <a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/8897233007/innernet-20">ordinabile su Amazon</a>. L’indice, la prefazione ed il primo capitolo <a href="http://www.indranet.org/the-digitally-divided-self-table-of-contents-introduction-and-chapter-1/">sono disponibili su Indranet</a>. Il libro e’ in inglese e non so ancora quando e da quale editore verra’ tradotto in Italiano, ma si sa che gli originali sono sempre meglio delle traduzioni :D Per quanto il mio inglese sia abbastanza buono, il libro e’ stato corretto dalle imprecisioni grammaticali da un editor statunitense.</p>
<p><em>The Digitally Divided Self </em>tratta degli aspetti storici, sociali, psicologici e spirituali del nostro rapporto con la tecnologia. Nonostante sia stato pubblicato in proprio e io sia sconosciuto nel mondo editoriale anglosassone, sono molto soddisfatto e grato del supporto ricevuto dalle recensioni di filosofi e di personaggi che la tecnologia l’hanno creata, studiata e divulgata, tra i quali Howard Rheingold, Derrick de Kerckhove, Arthur Kroker, Eric McLuhan, Douglas Rushkoff, Federico Faggin, Ervin Laszlo, William Powers, Michael Wesch.</p>
<p>Mi ha fatto anche molto piacere scoprire una sensibilita’ verso la ricerca interiore e intorno agli aspetti psicologici e spirituali della tecnologia da parte degli stessi personaggi, il che fa sperare in un’evoluzione, usando la definizione di Peter Russell, dall’information al consciousness processing.</p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/8897233007/innernet-20">The Digitally Divided Self: Relinquishing our Awareness to the Internet su Amazon.</a></p>
<p><a href="http:/www.indranet.org/the-digitally-divided-self-table-of-contents-introduction-and-chapter-1/">L’indice, la prefazione e il primo capitolo sono disponibili su Indranet.</a></p>
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		<title>L’imperturbabile redenzione dell’animo, intervista a Jack Kornfield</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 22:47:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jack Kornfield</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>
		<category><![CDATA[buddismo]]></category>
		<category><![CDATA[Chögyam Trungpa]]></category>
		<category><![CDATA[Dalai Lama]]></category>
		<category><![CDATA[dharma]]></category>
		<category><![CDATA[meditazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Jack Kornfield è stato monaco buddista in Thailandia, Birmania e India. Dopo essersi iscritto alla facoltà di Studi Asiatici a Dartmouth, nel 1967 è andato in Thailandia con il Corpo dei Volontari della Pace, in cerca di un insegnante buddista. Al ritorno si è laureato in psicologia clinica ed è diventato terapista. Nel 1975 è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Jack Kornfield è stato monaco buddista in Thailandia, Birmania e India. Dopo essersi iscritto alla facoltà di Studi Asiatici a Dartmouth, nel 1967 è andato in Thailandia con il Corpo dei Volontari della Pace, in cerca di un insegnante buddista. Al ritorno si è laureato in psicologia clinica ed è diventato terapista. Nel 1975 è stato il co-fondatore della <em>Insight Meditation Society</em>, con sede a Barre, nel Massachusetts, che ha molto influenzato la pratica della vipassana nel Nord America.</p>
<p>Nel 1986 ha fondato lo <em>Spirit Rock Meditation Center </em>di Woodacre, in California, dove insegna. Oggi vive vicino Spirit Rock con la famiglia e le sue occupazioni principali sono l’insegnamento e lo sviluppo del centro. Tra i suoi libri, ricordiamo <em>Seeking the Heart of Wisdom, A Path with Hearth e Teachings of the Buddha, After the Ecstasy, the Laundry</em>. Questa intervista si è svolta a Spirit Rock.</p>
<p>Helen Tworkov: Jack, i testi tradizionali parlano del cammino verso l’illuminazione, mentre tu, nel tuo nuovo libro <em>After the Ecstasy, the Laundry</em>, indaghi cosa avviene dopo la prima esperienza di illuminazione. Ciò nasce da un bisogno tutto occidentale di armonizzare il dharma con la psicologia?</p>
<p>Jack Kornfield: Non credo che la pratica del dharma e la psicologia siano contrapposte; la mia sensazione è che stiamo creando una falsa dicotomia. Il mio insegnante Ajahn Chah diceva spesso: “C’è la sofferenza, c’è la causa della sofferenza, e come insegna il Buddha nelle Quattro Nobili Verità, c’è la fine della sofferenza. Ovunque tu sia, quello è il luogo della pratica”. Talvolta la sofferenza giunge attraverso l’attaccamento a un certo dolore emotivo o a fatti particolari; talvolta, attraverso il non-riconoscimento del vuoto, dell’evanescenza della vita, del fatto che nulla può essere definito come <em>io o mio.</em> Lo scopo della pratica del dharma è prestare attenzione al punto in cui c’è sofferenza, scorgere l’attaccamento e l’identificazione, e lasciarli andare per trovare la libertà dell’animo.</p>
<p>Helen Tworkov: Ma in gran parte del buddismo tradizionale, portare l’attenzione sul dolore emotivo (e sulle vicende personali dietro di esso) viene considerata una pratica “altra” rispetto all’attività spirituale.</p>
<p>Jack Kornfield: Beh, spesso i tradizionali testi buddisti si concentrano sul raggiungimento della perfetta illuminazione e sul vivere in modo assolutamente puro e libero dopo di essa. Ma oggi non esistono molte persone che possiamo descrivere con queste parole, inclusi i grandi, rispettati a amati insegnanti come il Dalai Lama o il venerabile Mahahosananda, il Gandhi della Cambogia. Questi maestri contemporanei affermano: “Sto ancora lottando contro questo o quello, o queste sono le cose su cui sto lavorando oggi tramite la pratica”. Non parlano da uno spazio di libertà assoluta. Quindi, ai nostri tempi, anche i maestri più anziani si chiedono: “Come facciamo a vivere il dharma, a metterlo in pratica in modo continuo nella nostra vita quotidiana, e a non considerare più gli insegnamenti solo dal punto di vista archetipico o assoluto?”.<span id="more-791"></span></p>
<p>Helen Tworkov: Come descriveresti la tua prima formazione in Asia? Anche essa era di impostazione “archetipica”?</p>
<p>Jack Kornfield: Mi sento enormemente grato per la formazione ricevuta nei ritiri e nei monasteri delle foreste, e per il genere di iniziazione che ciò offriva. Sono riuscito a entrare in un mondo antico di 2500 anni, facendo esperienza delle pratiche austere e delle rinunce che lo caratterizzano. Quando sono arrivato per la prima volta nel monastero della foresta di Ajahn Chah, egli mi ha guardato e ha detto: «Spero che tu non abbiamo paura di soffrire». Ho risposto: «Cosa intendi per “paura di soffrire”?», e lui: «Ci sono due tipi di sofferenza: quella da cui scappi, che ti segue ovunque, e quella che affronti e sperimenti volontariamente, trovando così la libertà che il Buddha ha insegnato a tutti noi». Questa fu la sua frase di apertura.</p>
<p>Helen Tworkov: Ciò ti ha allontanato?</p>
<p>Jack Kornfield: Beh, lo disse con grande senso dell’umorismo; non c’era pesantezza. Egli portava la gente verso le esperienze difficili senza aumentare il loro senso di indegnità o peggiorare la loro scarsa autostima. Sapeva guidare le persone. Guardava gli studenti e diceva: “So che tu puoi fare questo”. Scorgeva quella che Thomas Merton chiamava la loro “bellezza segreta”, la loro natura di Buddha, e la incoraggiava, che è ciò che può fare un grande insegnante.</p>
<p>Helen Tworkov: Perché hai abbandonato la vita di monaco nella foresta?</p>
<p>Jack Kornfield: Dopo i miei primi cinque anni in Asia (ero ancora abbastanza giovane), ho compreso che non volevo restare un monaco celibe per tutta la vita. Il matrimonio, le relazioni e la vita nel mondo erano ancora importanti per me, quindi dissi al mio insegnante che volevo tornare indietro. Avevo la sensazione di aver imparato abbastanza sulla pratica dell’attenzione e della compassione; ora volevo vedere se riuscivo a vivere tutto ciò nella vita ordinaria, fuori dall’ambiente protetto del monastero. Non avevo intenzione di restare un immigrato in Asia per il resto della mia vita. Ero attirato dalla mia cultura.</p>
<p>Helen Tworkov: E quando sei tornato qui…?</p>
<p>Jack Kornfield: Il distacco favoloso e la grande gioia e beatitudine che avevo sperimentato per alcuni anni crollarono. Scoprii con orrore che molte nevrosi del passato erano rimaste ad aspettarmi, come vecchi abiti: i litigi con la mia ragazza, la preoccupazione per i soldi. Quindi mi sono dovuto chiedere: “OK, ora come vivi la tua pratica? Come la integri?”. Questa era diventata la domanda urgente. Ho scoperto così che avevo usato la spiritualità per rimuovere o aggirare molte aree dolorose della mia vita. Tutte quelle cose non finite fecero ritorno. Avevo passato otto o dieci anni a studiare e praticare il dharma, cominciando nel college.</p>
<p>Avevo lavorato soprattutto con la mia mente, attraverso la concentrazione e l’ardore, ma ora era emerso tutto questo lavoro emozionale. Ho dovuto davvero imparare a portare i principi dell’attenzione e della compassione nel dolore e nelle nevrosi della mia vita. E a trasformarli in qualche modo. Questo l’ho fatto con la meditazione, mettendo l’accento soprattutto sulla gentilezza amorevole e la compassione; l’ho fatto con la psicoterapia, specialmente con quella basata sul corpo e il respiro; e l’ho fatto imparando gradualmente a essere più consapevole nelle relazioni, che è una pratica straordinaria che non si impara nei monasteri.</p>
<p>Helen Tworkov: Quali effetti ha avuto tutto ciò sui tuoi insegnamenti?</p>
<p>Jack Kornfield: Probabilmente il cambiamento più grande è stato il passaggio dalla lotta contro se stessi, simboleggiata in Asia dall’immagine del guerriero (un tipo di pratica che ho trovato nel monastero ascetico della foresta), a un modello basato sul fondamento della compassione e della guarigione. E questo è avvenuto perché nei primi ritiri che abbiamo tenuto in questo Paese noi insegnanti abbiamo trovato tra gli studenti una quantità impressionante di odio e giudizio verso se stessi. Abbiamo visto che gli studenti prendevano l’insegnamento del dharma sulla purificazione – che parla della libertà dall’avidità, dall’odio e dall’illusione – e lo usavano per giudicarsi, per rinforzare il senso di inadeguatezza o per creare ambizioni spirituali (cioè quelle che Chogyam Trungpa definiva il “materialismo spirituale”).</p>
<p>Stavano provando, in qualche modo, a negare ciò che erano, e così non facevano che soffrire di più. Diventava sempre più evidente che l’archetipo del guerriero sul campo di battaglia non si addiceva a queste persone, le cui ferite più dolorose erano l’odio e il giudizio verso di sé. Quindi, la forma della pratica è passata dalla lotta contro l’io al lasciarsi andare, imparando ad avere per se stessi e gli altri un atteggiamento di compassione e di gentilezza amorevole.</p>
<p>Helen Tworkov: Senza la dura iniziazione dell’asceta o del guerriero, il cammino può ispirare lo stesso livello di impegno e motivazione?</p>
<p>Jack Kornfield: La pratica del dharma è un’attività rivoluzionaria; non è possibile evitare i disagi. Devi davvero mettere in discussione tutta l’identità della tua vita. Ma l’impegno richiesto non è necessariamente quello volto a eliminare le impurità del corpo e della mente, o a lottare contro le macchie dell’avidità, dell’odio e dell’illusione (le corruzioni interiori), anche se questo linguaggio è molto comune tra i seguaci del Theravada, del buddismo tibetano e di quello zen. L’impegno necessario è il coraggio del cuore di restare aperto e privo di difese per sperimentare le diecimila gioie e dolori della nostra compassione, lo spazio più profondo del nostro essere. Questo è un tipo di coraggio diverso, che richiede altrettanto (se non più) ardore e passione.</p>
<p>Helen Tworkov: Pensi che gli studenti occidentali tendano a cercare una sorta di <em>agio</em> che pregiudica quel carattere rivoluzionario di cui stai parlando?</p>
<p>Jack Kornfield: Sì. Uno dei pericoli del successo del dharma è l’agio. Man mano che gli insegnamenti si diffondono, diventano sempre più rassicuranti. I praticanti sono diventati più ricchi, e se a questo unisci l’enfasi maggiore sulla compassione anziché sull’ascesi del guerriero, c’è il rischio di perdere quell’impegno profondo che è necessario per la trasformazione rivoluzionaria.</p>
<p>Helen Tworkov: Non c’è un modo di impedire questo?</p>
<p>Jack Kornfield: Beh, la compiacenza è sempre contrastata dall’integrità, che è un amore costante della verità e il desiderio di viverla. Se gli <em>insegnanti</em> non dimenticano questa eredità del Buddha, anche negli studenti si risveglierà quella parte che “conosce la verità”. Anche essi riconosceranno che la liberazione è il nostro diritto di nascita, la nostra vera natura.</p>
<p>Helen Tworkov: Una preoccupazione condivisa da molti insegnanti americani è che provocando gli studenti allo stesso modo con cui gli insegnanti asiatici hanno provocato loro (nell’ambito di una tecnica di insegnamento deliberatamente volta a creare disagio), gli studenti se ne andranno.</p>
<p>Jack Kornfield: Qui le condizioni per la relazione studente/discepolo sono diverse. Se gli insegnanti occidentali trattassero gli studenti con la stessa deliberata durezza e severità con cui Marpa istruì Milarepa nella famosa storia tibetana, probabilmente incapperebbero nelle nevrosi americane dell’odio e del giudizio verso di sé, e gli studenti si allontanerebbero o li querelerebbero. Comunque, l’indispensabile trasformazione dello studente può sempre avvenire focalizzandosi più sulle forme della pratica che sulla relazione insegnante/studente.</p>
<p>La durezza delle “sesshin” zen, delle 100.000 prostrazioni tibetane o di un ritiro silenzioso di tre mesi di vipassana è ottima per mettere alla prova i praticanti. Quando la gente viene da me durante un ritiro di due o tre mesi, piangendo di paura per i demoni che sono venuti fuori, posso essere molto duro e dire: “Ora, in questo spazio, puoi scoprire la tua libertà, oppure puoi essere un codardo e scappare. È arrivato il momento. Non mi interessa se muori; domani faremo il tuo funerale.</p>
<p>Puoi dirmi se preferisci essere cremato o sepolto, ma torna a sederti e affronta quei demoni”. Usando accortamente le forme della pratica buddista, non aumentiamo la nostra sofferenza, bensì accresciamo il nostro potere e raggiungiamo un certo grado di libertà. Poiché queste forme si basano sulla verità secondo cui tutti i nostri demoni sono vuoti, possono aiutarci a lasciarci andare, a trascendere il piccolo senso dell’io per scoprire la nostra libertà innata.</p>
<p>Helen Tworkov: E i tuoi studenti non ti raccontano i loro fatti personali?</p>
<p>Jack Kornfield: Talvolta è necessario raccontare qualcosa a un’altra persona per accettarlo o liberarsi di esso. Ma di solito qualche accenno è sufficiente; non occorre tirare fuori tutto il nostro passato. Qualcuno può dire che le persone soffrono a causa del loro passato, e ogni tanto passiamo un po’ di tempo a chiedere, beh, quali sono le loro convinzioni, paure, ricordi e immagini. Ma lavoriamo sempre con la domanda fondamentale: questo è ciò che sei realmente? Il nostro scopo non è risolvere situazioni o ricordare il passato per rielaborarlo. Il vero lavoro interiore consiste nello sperimentare la contrazione della paura, in questo istante, scoprendo che questa non è la nostra vera natura, non è ciò che siamo. Conoscere ciò che è successo non lo risolve. Quello che crea libertà è affrontare la radice della sofferenza e l’identità costruita intorno a essa, andando direttamente al suo centro fino a raggiungere il vuoto. E una buona psicoterapia deve fare la stessa cosa della pratica del dharma, perché è così che accade la liberazione.</p>
<p>Helen Tworkov: Il terapista non deve mettere di più l’accento sulla decostruzione delle storie o su una spiegazione che aiuti a liberare la sofferenza?</p>
<p>Jack Kornfield: Non necessariamente. Lasciami fare un esempio. Una volta venne da me una praticante molto afflitta perché il marito l’aveva appena lasciata. Avevano un figlio di quattro anni e la donna aveva sognato un bellissimo matrimonio d’amore, ma questo si era spezzato. Il suo dolore era accresciuto dal fatto che, quando aveva tre anni, suo padre se n’era andato e non era mai più tornato. Quando lui l’aveva abbandonata, lei da qualche parte dentro di sé era arrivata alla conclusione che gli uomini erano inaffidabili e che lei non era degna di essere amata. Quindi, abbiamo cominciato lavorando sulla consapevolezza.</p>
<p>L’intento era quello di affrontare il suo dolore con compassione, non per farlo cessare, ma per accettarlo tramite la consapevolezza e la compassione. Lei ha pianto e ha raccontato la sua storia. Dopo un bel po’ di lavoro, sembrava giunto il momento di tornare al nucleo del dolore primario che portava dentro di sé. Quindi le ho chiesto di chiudere gli occhi, e attraverso la meditazione della visualizzazione è tornata all’età di tre anni, quando in cima alle scale stava guardando suo padre con una valigia in mano che usciva dalla porta per non fare più ritorno. Immediatamente ha provato dolore e panico, per lei questo era spaventoso, e mi sono fatto raccontare cosa provava nel suo corpo di tre anni, spingendola a lasciare spazio per tutto ciò, con attenzione e compassione.</p>
<p>Poi ho detto: «Guarda se riesci a spostare la tua consapevolezza ed entrare nel corpo di tuo padre. Dimmi come lo senti». Lei lo fece e disse: «È rigido. Sono pieno di dolore, rabbia e sofferenza. Ma più che altro mi sento disperato». Ho chiesto: «Perché te ne stai andando?». Lei ha continuato: «Sono in trappola. Il mio matrimonio è terribile e sto perdendo la mia vita, sto morendo. Voglio avere una vita e sento che il mio matrimonio è così difficile che un giorno in più mi ucciderà. Voglio andarmene da qui per sopravvivere». Riuscì a sentire la rigidità e la disperazione. Ho detto: «Sai che tua figlia è in cima alle scale e ti sta guardando?». «Sì, lo so.» «E perché vuoi abbandonarla? Perché non dici nulla?» «Perché l’amo tanto che se la guardassi anche solo per un momento non riuscirei più ad andarmene di casa. Ma non posso restare; morirei.</p>
<p>Ho sposato la donna sbagliata. È orribile. Quindi devo tenere gli occhi in basso, digrignare i denti e uscire da quella porta per sopravvivere.» È rimasta in silenzio per un attimo, stordita, e ho detto: «Ottimo. Adesso torna indietro e sii di nuovo quella piccola bambina che sta guardando». Lei lo vede partire. Cosa sta dicendo a se stessa? «Se ne sta andando perché non mi ama. E poiché mio padre non mi ama, non posso essere amata. C’è qualcosa di sbagliato in me». Le ho chiesto: «Chi ha creato questa storia?».</p>
<p>Come stupita, mi ha risposto: «Io». «Bene», ho risposto, «è questo che sei davvero?». Ahhhh. In quel momento ci fu una realizzazione del vuoto: “Io non sono questo”. In seguito, l’ho fatta diventare sua madre che, piena di rabbia e paura, pelava le carote in cucina mentre il marito se ne andava. Sentendo la rabbia e l’ansia di sua madre, provò molta più comprensione verso di lei. Alla fine, tornò di nuovo una bambina piccola e disse: «Ora posso vedere quanto dolore c’era. Poiché ero una bambina di tre anni, mi è stato chiesto di sopportarlo senza capirlo». Gli ho chiesto: «Riesci a vedere come da tutto ciò hai sviluppato un io che non è la tua vera identità?».</p>
<p>E da quel momento in lei le cose cominciarono a cambiare: aveva visto la sua vita dal punto di vista di “colui che sa”, come diceva Ajahn Chah. Non le ho impartito degli insegnamenti sul vuoto e l’assenza dell’io, né le ho fatto fare una speciale meditazione buddista. Ma quando il lavoro interiore ha radici nella comprensione del vuoto, ci spostiamo dal “corpo della paura” alla libertà innata. È estremamente naturale. Quando lavoro con la gente, il fondamento è il vuoto. Dico loro: “Chi sei? Quali sono le possibilità nella tua vita di diventare veramente libero?”. Non si tratta semplicemente di cambiare la trama della storia, ma di lasciare andare tutto ciò cui ci aggrappiamo, in quanto falso io. In tal modo, la parte migliore della psicoterapia, improntata a una concezione spirituale, può essere una sorta di meditazione.</p>
<p>Helen Tworkov: Una volta applicati i fondamentali principi buddisti del vuoto e del “non-io” a qualcosa di socialmente accettabile come la psicoterapia, cosa accade alla natura “radicale” del dharma?</p>
<p>Jack Kornfield: Praticare il dharma vuol dire nuotare controcorrente nella società. Persino in Asia c’è una certa verità in questo. È necessario che i nostri valori fondamentali non siano più l’attaccamento alla sicurezza, l’avidità dei soldi o il desiderio di successo mondano, ma la trasformazione del cuore. Ogni giorno la gente arriva nei centri di ritiro buddista portando un’enorme quantità di tensioni, preoccupazioni e difficoltà frutto della vita nella moderna società consumista, dicendo: “Aiuto, aiuto, aiuto. Come può aiutarmi la pratica del dharma?”.</p>
<p>Una prima risposta è che devono cominciare a cambiare la propria vita! L’insegnamento del dharma non dice semplicemente: “Cambia il modo in cui vedi il mondo”, anche se questo è uno degli aspetti della liberazione. Esso ti chiede di abbandonare e cambiare il tuo atteggiamento, il modo in cui vivi. Il Buddha non ha scelto di vivere nel mercato di Benares; ha vissuto in modo semplice nella foresta. Ma anche per i seguaci laici che vivevano nelle città, il Buddha sottolineava che per liberare il cuore occorre agire con eticità e generosità: questo è il fondamento da cui si sviluppa la pratica del dharma. Non puoi meditare dopo un giorno di furti e omicidi; semplicemente, non funziona. A un altro livello, se la tua vita è piena di difficoltà stressanti e sei alla ricerca della pace e dell’armonia, dovrai certamente cambiare il tuo spirito interiore, ma forse anche il modo in cui vivi. La libertà si conquista vedendo la verità e imparando a metterla in atto in ogni parte della nostra vita. Non è solo una parola vuota.</p>
<p>Ricordo di essere andato a un convegno di psicologi, molti anni fa, e di aver tenuto una conferenza sul modo in cui insegno l’etica ai miei clienti. Nella psicoterapia tradizionale questa era una cosa radicale. In quanto psicoterapeuta, ci si aspetta che non esprimi giudizi. Se qualcuno ti racconta di avere una relazione amorosa dietro l’altra, si suppone che non lo giudichi. Ma io ho detto che questo è ridicolo. Se qualcuno mi racconta che ha una relazione dietro l’altra o che prende soldi dalla cassa, anche se ascolto con comprensione e cerco di capire il dolore che lo spinge ad agire cosi, gli ricordo che esistono degli insegnamenti spirituali universali (buddisti, musulmani, cristiani) secondo i quali se rubi, uccidi o menti, creerai inevitabilmente dei modelli di sofferenza. Stai facendo le cose che creano sofferenza. Non ti dirò cosa devi fare, ma voglio farti conoscere le leggi della vita, in modo che potrai essere la saggia guida di te stesso.</p>
<p>Gli occhi di alcuni si sono spalancati: «Vuoi dire che insegni questo?», «Certo», ho risposto; «non dobbiamo forse aiutare queste persone?». Questi confini tra la verità spirituale e la vita convenzionale mi sembrano, in un certo modo, molto artificiali. Nei miei insegnamenti, quella che mi interessa di più è la possibilità della liberazione, che in uno dei nostri testi è definita come “l’imperturbabile redenzione dell’animo”. Questo vuol dire che è possibile essere liberi e che la libertà non si trova nella trascendenza o nell’abbandono del mondo, ma qui e ora, in questo stesso momento. Quello che i miei insegnanti hanno dimostrato in modo meraviglioso è stato che persino nella terribile situazione della Thailandia, della Cambogia e della Birmania il loro animo era libero e aperto, e la loro compassione pareva senza confini.</p>
<p>Helen Tworkov: E in occidente, pensi che dovremmo cercare di realizzare un’integrazione tra il dharma e la psicologia?</p>
<p>Jack Kornfield: Non sono sicuro che abbiamo bisogno di un’integrazione tra la psicologia e il dharma. Semplicemente, sento che il dharma, per restare efficace al giorno d’oggi, deve includere l’attenzione alla vita personale e a quelle carenze emozionali che sono comuni nella nostra società. Deve portare i “mezzi abili” della consapevolezza e della compassione in queste aree, che non sono (e non sono mai state) al centro dell’attenzione nei monasteri asiatici. Questo è tutto. Naturalmente, allo stesso modo, dobbiamo includere nel nostro dharma l’attenzione verso la devastazione ecologica, il razzismo strisciante e la ingiustizie perpetrate dalla nostra cultura materialista… Ma questo è un altro discorso. La buona notizia è che il Buddha ci invita a raggiungere la liberazione sempre nel qui e ora. Qualunque siano le circostanze della nostra vita.</p>
<p><strong>Dopo l’estasi, fare il bucato<br />
</strong></p>
<p>Un brano da <em>After the Ecstasy, The Laundry</em> di Jack Kornfield.</p>
<p>Ajahn Buddhadasa, il cui monastero copre una grande foresta nella penisola malese, invitò i suoi studenti a sedersi con lui alla fresca ombra degli alberi. Quindi, ritenne doveroso dire agli studenti di cercare il Nirvana nel modo più semplice possibile, nella vita di tutti i giorni. “Il Nirvana”, disse, “è l’abbandono tranquillo, il piacere spontaneo che si sperimenta quando non esiste attaccamento o resistenza alla vita”.</p>
<p>Ognuno può vedere che se l’attaccamento e l’avversione fossero con noi tutto il giorno e la notte, non riusciremmo a sopportarli. Se così stessero le cose, gli esseri viventi morirebbero o impazzirebbero. Invece sopravviviamo perché ci sono dei periodi naturali di calma, integrità e serenità. In realtà, questi ultimi durano di più dei fuochi dell’attaccamento e della paura. È questo che ci sostiene. Abbiamo periodi di riposo che ci ristorano e ci fanno sentire bene. Perché non ci sentiamo grati per questo Nirvana quotidiano?</p>
<p>Sappiamo già come lasciarci andare: lo facciamo tutte le notti quando andiamo a letto, e questo lasciarci andare è delizioso come un buon sonno. Aprendoci in questo modo, possiamo vivere nella nostra integrità. Lasciandoci andare un poco, sperimenteremo una pace limitata; lasciandoci andare un po’ di più, sperimenteremo una pace maggiore. Entrando nella porta senza porta, cominciamo a fare tesoro dei momenti di integrità. Cominciamo ad avere fiducia nel ritmo naturale del mondo, così come abbiamo fiducia nel sonno e nel respiro che procede da solo.</p>
<p>In un ritiro, uno psicologo e guaritore che aveva dedicato quindici anni alla pratica spirituale non aveva ancora risolto il tema delle relazioni. Desideri, brame e sensi di colpa continuavano a trattenerlo. Dopo una conversazione, ho suggerito che per qualche giorno praticasse la meditazione della gentilezza amorevole verso di sé. All’inizio ha fatto resistenza; come molti di noi, si sentiva a disagio nel concentrarsi su di sé. Era imbarazzante offrire a se stessi amore e gentilezza per molti giorni. Ma con il progredire del ritiro, il suo cuore si è addolcito, lasciando spazio al perdono per sé e gli altri.</p>
<p>Il mondo cominciò a sembrare più bello. E poi giunse una comprensione: “Sono io che devo amarmi. Nessun altro può farmi sentire integro. Solo io posso fornire quell’amore. Adesso so che questa integrità è sempre accessibile a me e a tutti gli altri esseri, ovunque. Questa coscienza mi permette di essere sereno e gentile con me stesso e gli altri. Nel modo più semplice, ha cambiato tutta la mia vita”.</p>
<p>Anche qui, la pratica spirituale non consiste nell’accumulare conoscenze, ma nell’imparare ad amare. Siamo capaci di amare quanto ci viene dato, in mezzo a tutte le difficoltà? Siamo capaci di amare noi stessi e gli altri? Siamo in grado di vedere davvero la luce offerta dal sole tutte le mattine? Se non ne siamo capaci, cosa dobbiamo fare nel corpo, nel cuore e nella mente per riuscire ad aprirci, a lasciarci andare, a riposare nella nostra perfezione naturale? La porta è aperta, quello che cerchiamo è davanti a noi. È così oggi e tutti i giorni.</p>
<p>L’insegnante di meditazione Larry Rosenberg praticava in Corea con il maestro zen Seung Sahn. Una volta, fece un pellegrinaggio verso altri templi e maestri; in una strada remota si imbatté in un tempio buddista, o stupa, particolarmente elegante, ai piedi di una montagna. Accanto c’era un segnale indicatore che diceva: “Per il Buddha più bello di tutta la Corea”, con una freccia che indicava un sentiero che si inerpicava sulla montagna attraverso migliaia di gradini. Larry decise di salire, un gradino dopo l’altro, fino alla cima. Lassù, la vista toglieva il fiato in ogni direzione. La semplice pagoda zen era pari per eleganza a quella sottostante. Ma al posto del Buddha, sull’altare non c’era niente, solo uno spazio vuoto e la splendida vista sulle verdi colline sottostanti. Avvicinandosi, vide accanto all’altare vuoto una targa con scritto: “Se non riesci a vedere il Buddha qui, è meglio che torni giù e pratichi un po’ di più”.</p>
<p>Tratto da <em>After the Ecstasy, The Laundry: How the Heart Grows Wise on the Spiritual Path</em>, di Jack Kornfield</p>
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		<title>Il samsara è irreale</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jul 2011 08:48:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Innernet</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[In occasione dei 30 anni di Merigar, Il primo nucleo della Comunità internazionale Dzogchen, fondato nel 1981 dal professore tibetano Namkhai Norbu,presentiamo questo insegnamento di Norbu. Il samsara è irreale Da un Insegnamento del Maestro Namkhai Norbu, dato il 10 novembre 2004 al centro dzogchen Tashigar del Norte (http://www.tashigarnorte.org/), Isola Margarita, Venezuela Una delle pratiche più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione dei 30 anni di Merigar, <em>Il primo nucleo della Comunità internazionale Dzogchen, fondato nel 1981 dal professore tibetano Namkhai Norbu,presentiamo questo insegnamento di Norbu.</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><br />
Il samsara è irreale</strong></p>
<p><em>Da un Insegnamento del Maestro Namkhai Norbu, dato il 10 novembre 2004 al centro dzogchen Tashigar del Norte (<a href="http://www.tashigarnorte.org/">http://www.tashigarnorte.org/</a>), Isola Margarita, Venezuela</em></p>
<p>Una delle pratiche più importanti è essere consapevoli, essere presenti e quindi integrare corpo, voce e mente nello stato naturale. Inoltre quando siete presenti si manifestano i segni in maniera concreta: non sentite che la vita è pesante. Vedete, alcuni sentono di avere sempre molti problemi e tensioni. Altri mantengono tensioni accumulate da molti anni. Poi vi aggiungono più tensioni e covano dentro una specie di rabbia. Ciò è molto negativo.</p>
<p>Dovete liberarvene. Liberarvi significa sapere qual è la vostra vera condizione. Viviamo nel samsara, e Buddha ha spiegato che il samsara è irreale. Ha detto che non esiste nulla di reale. Cammino, saggezza, realizzazione… Nulla è reale, lo dicono anche gli insegnamenti sutra. Sono cose che sappiamo a livello intellettuale, ma non in pratica. E se non sappiamo che cosa significano praticamente, tutta la nostra conoscenza intellettuale non ci aiuta.<span id="more-1411"></span></p>
<p><strong>Diminuire le tensioni</strong></p>
<p>Per questa ragione nello Dzogchen abbiamo un tipo di pratica molto potente. Non si applica recitando mantra o visualizzando divinità, ma facendo qualcosa di molto semplice. Per esempio vi svegliate una mattina e immediatamente pensate: “Oh, sto sognando di svegliarmi!. Nel senso reale vi siete svegliati in quel momento; poi vi alzate e vi vestite pensando: “Sto sognando di vestirmi. Adesso sto sognando di farmi un caffè, di fare una doccia, sto sognando di andare in ufficio. Sto sognando di incontrare della gente”. Ricordate sempre di restare nel sogno fino alla sera. Poi sognate di andare a letto e dopo una pratica di Guru Yoga (nota 1) vi addormentate. Se riuscite ad avere questa presenza continuamente e a non distrarvi mai, dopo due o tre giorni osservate come diminuiscono le vostre tensioni. Lo potete davvero notare perché le tensioni sono il nostro problema. Non rendendocene conto, manteniamo tante tensioni anche quando non ce n’è motivo: considerandole importanti, sviluppiamo tensione.</p>
<p>Potete notarlo nelle discussioni: per esempio, si parla di qualcosa di insignificante come l’orzo o un altro tipo di cereale. Uno comincia a dire che quel cereale è molto buono per il fegato. Allora un altro sostiene che non è buono per il fegato, ma per qualcosa di diverso perché lo ha letto in un libro. Una terza persona dice che ha studiato queste cose per anni e sa tutto sull’argomento. Allora l’ego comincia ad affiorare e ognuno pensa che quello che sta dicendo è perfetto. La discussione continua per ore e certe volte si comincia anche a litigare. Questo è un esempio. Non vi è ragione per dare troppa importanza all’argomento della discussione, ma diventa importante perché il nostro ego è forte. Nessuno ritiene di non sapere, di non avere alcuna conoscenza. Tutti pensano di essere esperti di questo e quello. Questa è una manifestazione dell’ego ed è associata con le nostre tensioni.</p>
<p>Accumuliamo queste tensioni per anni ed anni. Naturalmente quando non le liberiamo, quando non osserviamo mai noi stessi, diventano sempre più forti e ci rendono molto nervosi. Anche parlando con gli altri diventiamo polemici e questa è la manifestazione delle tensioni.</p>
<p>Ma se siamo praticanti Dzogchen è necessario liberare le nostre tensioni, altrimenti non riceviamo molto beneficio dalla nostra pratica. E per liberarle, innanzi tutto non dobbiamo pensare che i colpevoli siano gli altri e che noi siamo innocenti. Se ci sono dei problemi, anche voi siete colpevoli, altrimenti non ne sareste coinvolti. Se sieti coinvolti con il problema, non potete essere del tutto innocenti. Ma non importa se siete innocenti o no. L’importante è che liberiate le vostre tensioni. Non potete liberare quelle degli altri. Se dite a qualcuno: “Oh, hai dei problemi, non stai osservando te stesso, sei un egoista”, di certo non lo renderete contento. Io sono un insegnante. Vi sto insegnando e sto cercando di farvi capire. Non sto dicendo che sono innocente e che non ho mai delle tensioni. Magari qualche volta ne ho anch’io. Ma anche se ne ho, non le seguo come una persona ordinaria. Noto di che tipo di tensione di tratta e ho la capacità di liberarla, così da non creare problemi.</p>
<p>Questo è ciò che vi insegno perché ognuno possa imparare e applicare.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Iniziare con il numero uno</strong></p>
<p>Parliamo della pace nel mondo. Molti amano occuparsi di questo genere di cose e sostengono che si tratta di un argomento molto interessante. Certo, possiamo parlare di pace, è un bel nome: ma come, in quale modo? Questo è il punto. Per esempio, se ci sono due persone che hanno delle tensioni tra loro, come possono liberarsene e diventare buoni amici? Come possono risolvere la situazione? Non certo accusandosi l&#8217;un l&#8217;altro di essere il colpevole e nemmeno lasciando che una terza persona decida chi è colpevole e chi innocente.</p>
<p>Non è facile, entrambi hanno l&#8217;ego. Ma se ci osserviamo, possiamo capire che tipo di limitazioni abbiamo. Innanzi tutto dobbiamo liberare noi stessi, non importa se gli altri sono liberi o meno. Anche se parliamo della società, la società è fatta di molte persone, incluso me stesso. Io sono una delle persone che formano la società. Posso considerarmi il numero uno di questa società, perché inizia da me. Pensando così, se io sono il numero uno, poi ci sono il numero due, il numero tre quattro e così via. Se pensiamo in termini di numeri, ve ne sono milioni e milioni. Ma i numeri iniziano dall&#8217;uno, poi c&#8217;è il due, il tre, il cento, e così via. Se non esiste il numero uno, non può esistere il due. Questo è un esempio di società.</p>
<p>Se cambiamo, modifichiamo, liberiamo le nostre tensioni, almeno una persona sarà libera da questo tipo di problema nella nostra grande società. Altra gente potrà allora imparare, e lo stesso accadrà a due, tre, quattro persone, eccetera. Allora può veramente esserci la pace. Se io divento consapevole, vuol dire che so come rispettare la dimensione degli altri.</p>
<p><strong>Rispettare gli altri</strong></p>
<p>Vedete, nella nostra società il problema è la mancanza di rispetto degli uni verso gli altri. Se c’è una grande nazione, ce n’è sempre una piccola assoggettata. Quando c’è una grande nazione, vi sono anche molti gruppi etnici che ne fanno parte. In senso reale, ogni gruppo etnico ha il proprio linguaggio e la propria cultura, la propria dimensione.</p>
<p>Quindi, se hai rispetto, c’è anche la possibilità di vivere in pace e collaborazione. Se non hai rispetto allora, naturalmente, ci saranno dei problemi.</p>
<p>Per esempio, anche le piccole formiche qui a Margarita, quando non le rispettate, saltano sui vostri piedi e vi mordono. Non hanno una grande energia, ma possono mordere! Allo stesso modo, se non rispettate una persona, questa, anche se debole, farà di tutto contro di voi.</p>
<p>Quindi nel mondo abbiamo bisogno di pace, di un genere di evoluzione. Se non c’è evoluzione la pace non può esistere. L’evoluzione può esserci se sempre più persone diventano realmente consapevoli. Io credo moltissimo in questo. Vi parlerò di un esempio che mi riguarda.</p>
<p>Nel 1959 ero in India e agli inizi degli anni Sessanta sono arrivato in Italia con una piccola valigia, senza nessuna idea di insegnare, né c’erano studenti o persone interessate all’insegnamento Dzogchen. Avevo avuto solo l’idea di andare lì e di lavorare con un professore per qualche anno. Poi, in seguito, ho scoperto che alcune persone erano interessate all’insegnamento. Ho lavorato con loro e uno dei nostri primi ritiri fu a Subiaco, vicino Roma. Molte persone qui presenti lo erano anche a quel ritiro, dove vennero una trentina di persone. Questo per me fu il punto di partenza per dare un piccolo insegnamento Dzogchen.</p>
<p>Da allora gradualmente ho insegnato e la gente ha imparato sempre di più. Naturalmente, anche se le persone non sono diventate dei mahasiddha, hanno la conoscenza dello Dzogchen e di come osservare se stessi e stanno crescendo sempre di più. Per esempio oggi vi sono molte migliaia di persone che seguono il mio insegnamento. Quindi secondo la mia esperienza c’è la possibilità per le persone di svilupparsi.</p>
<p>Sviluppo non significa aumento della quantità di persone che seguono il mio insegnamento. Non sono interessato al numero degli studenti, ma al fatto che qualcuno di questi capisca ciò che sto davvero comunicando, perché può essere utile per il futuro, per preservare l’insegnamento e per gli esseri senzienti. Particolarmente per gli esseri umani, affinché abbiano meno tensioni e siano più consapevoli. Quindi realmente credo che ci sia una possibilità di sviluppo e di un certo tipo di evoluzione.</p>
<p><em> Nota 1: Pratica in cui si dimora nel proprio autentico stato, che è lo stato della mente del Maestro</em></p>
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<p><strong>15-18 LUGLIO: MONTE AMIATA IN FESTA PER I 30 ANNI DI MERIGAR</strong></p>
<p><em>Il primo nucleo della Comunità internazionale Dzogchen, fondato nel 1981 dal professore tibetano Namkhai Norbu, propone “La Gioia di Essere Qui”: quattro giorni di eventi culturali e spettacolari tra Arcidosso, Castel del Piano e Santa Fiora (GR)</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Merigar, il primo nucleo della Comunità Internazionale Dzogchen, fondato dal professore tibetano Namkhai Norbu sulle pendici del Monte Amiata, celebra il suo Trentennale con “La Gioia di Essere Qui”, rassegna di iniziative spettacolari e culturali che si terranno tra il 15 e il 18 luglio prossimi tra Arcidosso, Castel del Piano e Santa Fiora (GR).</p>
<p>Namkhai Norbu è il più insigne studioso della storia prebuddista del Tibet e Maestro di Dzogchen, il vertice del Buddhismo, nonché tra i massimi esperti contemporanei di medicina tibetana. Su impulso del professor Norbu la Comunità Dzogchen è diventata una realtà mondiale, che conta altri sette Gar (i centri più grandi) e innumerevoli Ling (i centri minori) sparsi in tutto il pianeta. Nel suo alveo sono nati l’Istituto Shang Shung per la preservazione della cultura tibetana – tenuto a battesimo a Merigar, nel 1990, dal Dalai Lama – e ASIA, la Ong da oltre vent’anni impegnata in azioni di solidarietà in Tibet e in Oriente. Gli associati sono oltre 10.000, 2000 dei quali in Italia.</p>
<p>In questo contesto nasce “La Gioia di Essere Qui”, evento celebrativo del Trentennale.</p>
<p>Il programma prevede tre serate di spettacolo con artisti come Roberto Cacciapaglia, il Coro dei Minatori di Santa Fiora, il Circo Garuda di Praga, la concertista Daniela Manusardi; una nutrita serie di eventi culturali, tra cui mostre (da segnalare “Primo Centro” al Castello di Arcidosso, curata da Alessandra Bonomo, www.bonomogallery.com), proiezioni, mini-conferenze a tema; e poi pubbliche dimostrazioni di Yoga Tibetano e di Danza del Vajra, uno stand gastronomico di cucina internazionale guidato dalla celebre chef messicana Monica Patiño, un annullo filatelico creato per l’occasione.</p>
<p>“La Gioia di Essere Qui” avrà il suo prologo alle 19 del 14 luglio a Palazzo Nerucci di Castel del Piano con il reading di Giuseppe Cederna che segnerà l’apertura della mostra “Tibet. Art. Now.” organizzata da ASIA (www.asia-onlus.org). Venerdì 15 luglio inaugurazione del monumento “Alla Pace” – dono della Comunità Dzogchen alla cittadinanza di Arcidosso – alla presenza dell’assessore all’ambiente della Regione Toscana Annarita Bramerini, di Leonardo Marras, presidente della Provincia di Grosseto, e dei massimi rappresentanti delle istituzioni locali, tutte patrocinatrici dell’evento. Fino a domenica 17, poi, sarà un susseguirsi continuo di iniziative spettacolari e culturali. E lunedì 18 grande festa finale a Merigar, per chiudere in bellezza quello che si prefigura come uno dei principali appuntamenti dell’estate toscana.</p>
<p><em>Per ulteriori informazioni: </em></p>
<p><em>Edlin Paolone – Ufficio Comunicazione Merigar. Mobile: 338/9291527, <a href="mailto:edlin@libero.it">edlin@libero.it</a></em></p>
<p><em>Segreteria del Trentennale: Alessandra Policreti, </em><em>0564/966362</em><em> </em></p>
<p><em>Segreteria di Merigar: 0564/966837, email: <a href="mailto:office@dzogchen.it">office@dzogchen.it</a></em></p>
<p><a href="http://www.merigaranniversary.org/">www.merigaranniversary.org</a></p>
<p><a href="http://www.merigar30blog.com/">www.merigar30blog.com</a></p>
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