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	<title>Innernet</title>
	
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
	<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 03:11:56 +0000</pubDate>
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		<title>Il sesso secondo il buddismo: niente di speciale</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 03:11:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robin Kornman</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Ho visto un film di Neil Simon in cui un simpatico vecchietto insegnava al nipote quella che chiamava la “filosofia della battuta di baseball”. L’espressione scherzosa aveva un fondo di serietà, in quanto naturalmente c’è qualcosa di molto profondo nel riuscire a colpire una palla velocissima. Profondo nel modo in cui può esserlo qualsiasi cosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/coppia-tantra-statua.jpg"title="coppia tantra statua.jpg" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/coppia-tantra-statua.jpg" alt="coppia tantra statua.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Ho visto un film di Neil Simon in cui un simpatico vecchietto insegnava al nipote quella che chiamava la “filosofia della battuta di baseball”. L’espressione scherzosa aveva un fondo di serietà, in quanto naturalmente c’è qualcosa di molto profondo nel riuscire a colpire una palla velocissima. Profondo nel modo in cui può esserlo qualsiasi cosa cui diamo un’attenzione sufficiente.</p>
<p>Per il sesso vale la stessa cosa, almeno per quanto riguarda il pensiero buddista. Fare l’amore non è un argomento importante nei testi buddisti; di fatto, al riguardo non viene detto quasi nulla.</p>
<p>Questo è sorprendente, se pensiamo allo spazio riservato all’argomento dalle religioni occidentali. L’ebraismo contiene numerose proibizioni su chi può fare l’amore, con chi, come e quando. Il cristianesimo aggiunge a tutto ciò le nozioni sui rapporti tra il sesso, l’amore e il matrimonio.</p>
<p>Platone e Aristotele hanno scritto opere profonde sull’amore e l’amicizia; in particolare, Platone nel <em>Simposio</em> si è arrischiato a immaginare quello che potrebbe essere il legame tra il desiderio sessuale e l’amore spirituale. Da questa opera, e dalle riflessioni cristiane sul tipo di amore insegnato da Gesù, si è sviluppato il vasto corpus occidentale di testi sulla filosofia sessuale. Personalmente, ritengo che sull’argomento D. H. Lawrence rappresenti il punto di arrivo più elevato per l’occidente. Le sue opere esplorano la sessualità e ne analizzano il ruolo nel matrimonio con una precisione senza confronti.</p>
<p>Invece, nel buddismo non esistono norme generali su nessuno di questi temi. Fare l’amore (secondo l’espressione che ci piace usare) non è in sé un’attività più profonda delle altre.</p>
<p>Naturalmente, è possibile dire tantissime cose sul sesso, se gli si presta un’attenzione particolare. Esistono degli speciali yoga tantrici in grado di trasmutare l’atto mondano della fornicazione in una pratica meditativa, ma naturalmente ogni cosa può essere trasmutata in quel modo. Esistono approcci contemplativi al cibo, al modo di camminare, alla calligrafia… Di fatto, a ogni cosa. Esistono modi yogici di schiacciare un pisolino e di arredare una stanza. Tutto può trasformarsi in un esercizio yogico, se diventa oggetto di un’attenzione speciale. Lo <em>Shobogenzo </em>di Dogen Zenji fissa delle regole addirittura per l’igiene dentale.</p>
<p>Ma le attività davvero importanti per il buddismo, e che quindi occorre regolare, sono elencate sotto il nome di <em>Ottuplice sentiero</em>. Per esempio, c’è la<em> retta occupazione</em>, consistente in prescrizioni sui mezzi di sostentamento, e ovviamente ci sono la <em>retta meditazione</em> e la <em>retta consapevolezza</em>. Ma non esiste una nona area morale chiamata la <em>retta sessualità</em>, così come non esistono la <em>retta relazione</em>, il <em>retto amore</em> o il <em>retto matrimonio</em>.</p>
<p>Queste sono preoccupazioni al centro dell’attenzione delle religioni occidentali, ma verso le quali la religione buddista è profondamente neutrale, perché non attengono direttamente al cammino che conduce all’illuminazione. Essere un amante cattivo, adultero, infedele, maldestro, morboso, contorto o inetto non ritarda, in sé, il progresso sul cammino, così come essere un amante esperto, onesto, diretto, franco e gentile non lo accelera.</p>
<p>Questo, io credo, è l’atteggiamento fondamentale del buddismo verso la sessualità. Essa viene considerata un’attività priva di legami speciali al sentiero spirituale, anche se indirizzabile verso quella direzione, allo stesso modo in cui qualsiasi attività umana può diventare uno yoga. Per questa ragione, nel sistema morale del buddismo in genere esistono poche regole riguardo il sesso, sia pro che contro. In realtà, nei testi buddisti il sesso viene raramente menzionato, così come il matrimonio non è quasi mai considerato da un punto di vista morale.</p>
<p>Naturalmente, alcune persone ritengono che, siccome i monaci buddisti non possono fare l’amore, la generale concezione buddista del sesso sia negativa. Forse questo è sottinteso nella concezione cristiana del monachesimo, ma non è l’atteggiamento buddista. Il codice monastico non è un imperativo morale per i laici. Quando i monaci buddisti si allontanano dal sesso, non stanno volgendo le spalle al male.</p>
<p>I monaci buddisti evitano la sessualità così come evitano qualsiasi attività ordinaria. Le loro vesti sono costituite, per regola, di un indumento in tre pezzi; i loro pasti sono limitati alla colazione e al pranzo; la loro vita commerciale è ridotta allo zero. Tutto ciò non perché la dottrina buddista ritiene che vi sia qualcosa di intrinsecamente cattivo o immorale nei vestiti alla moda, gli affari o il sesso, ma perché la via monastica implica l’abbandono delle attività quotidiane per migliorare la concentrazione o la pratica della meditazione.</p>
<p>L’idea alla base del monachesimo cristiano è forse diversa. La decisione del monaco cristiano di rinunciare al sesso sembra dovuta alla volontà di evitare il male e abbracciare il bene, di allontanarsi dal mondo successivo alla cacciata dal paradiso terrestre ed entrare in quello di Dio. Di certo, dalle lettere di S. Paolo si ricava l’idea che la gente compie una scelta morale quando decide di fare l’amore o di sposarsi, piuttosto che indirizzare tutto il proprio amore verso la carità, la fede in Dio e i suoi figli in generale. In molte sette cristiane si avverte l’esistenza di un imperativo morale ad abbandonare l’amore individuale per una vita più ascetica.</p>
<p>Questa concezione si basa su una distinzione operata da Platone e fatta propria dai cristiani: quella tra “eros”, o l’amore sessuale, e “agape”, l’amore divino. Platone non aveva dubbi sul fatto che i due tipi di amore siano collegati – “eros” e “agape” rappresentano entrambi l’amore per la bellezza – ma “agape” è l’amore della bellezza più elevata, della bellezza in sé, priva di legami inopportuni con la carne. E così, come gli dice l’istruttore di Socrate, è meglio trascendere i ragazzini per volgersi alla bellezza di purezza più elevata.</p>
<p>San Paolo sembra seguire Platone quando evoca “agape” e non “eros” nel verso 13 della famosa <em>Prima lettera ai corinzi</em>, una delle cose più belle mai scritte sull’amore. I cristiani dovrebbero abbandonare l’amore inferiore o forse trasmutarlo in quello più elevato, lasciando che il desiderio sessuale si evolva in “amore autentico” e quest’ultimo in “amore divino”.</p>
<p>Ma nel buddismo non esiste una siffatta scala verso le stelle; distinzioni di questo tipo non sono tenute in gran conto. Sembra che i buddisti stiano semplicemente affermando: “Riteniamo che è possibile lasciare il sesso fuori dalla religione. Puoi fare sesso e lasciarti disorientare da esso per tutta la vita, ma continuare a compiere buoni progressi spirituali. Non devi venire a capo di ogni rompicapo filosofico per essere un Buddha”.</p>
<p>Com’è possibile che i filosofi buddisti non abbiano un’opinione su un argomento tanto importante per la morale occidentale? Per via della definizione buddista di identità. L’ebraismo, per esempio, è molto attento a limitare l’attività sessuale alla procreazione, perché per le religioni semitiche è fondamentale poter stabilire l’identità del padre. Conoscere la tua famiglia è il primo passo per conoscere te stesso, e se non sai chi è tuo padre, non puoi conoscere la tua famiglia. Da questo punto di vista, il matrimonio serve a controllare l’attività sessuale; se quest’ultima fosse priva di regolamentazioni, l’identità di una persona andrebbe perduta.</p>
<p>Ma nella letteratura buddista l’identità non discende dalla famiglia, bensì dalle incarnazioni precedenti e dall’appartenenza a una comunità di praticanti. Quando i primi discepoli si fecero monaci, lasciarono la casta e la famiglia patriarcale per entrare in quella del Buddha. Quest’ultima era tanto essenziale che nello <em>Uttaratantra Shastra</em> la natura stessa di Buddha era definita “la famiglia”: “rig” in tibetano, “gotra” in sanscrito. Poiché questa famiglia è quella importante, e l’aspetto principale dell’identità di una persona è dato dalla discendenza in linea diretta da un guru o da un’incarnazione precedente, non occorre regolamentare il sesso e il matrimonio, ovvero gli elementi determinanti dell’identità familiare.</p>
<p>Ovviamente, nei commentari buddisti vi sono dei passaggi in cui vengono fissate delle regole sessuali. Non li analizziamo in modo approfondito perché è difficile prendere sul serio queste proibizioni; esse sembrano insicure e afflitte da idiosincrasia. Per esempio, Patrul Rinpoche espone alcune regole sessuali in <em>The Words of My Perfect Teacher</em>. Una è: evitare rapporti impropri, tra cui le fornicazioni alla luce del giorno e la masturbazione. Patrul Rinpoche è molto preciso sulle conseguenze karmiche negative della masturbazione. Questo dà da pensare.</p>
<p>Il tantra buddista, d’altra parte, sembra dare grande rilievo al sesso fisico, un fraintendimento che ha appassionato generazioni di studiosi occidentali frustrati ed eccitati. La compassione da sola ci imporrebbe di correggere il loro punto di vista. Deve essere terribile ritenere la propria vita sessuale – una realtà confusa e complicata in sé – qualcosa di spirituale, trasferendo le inevitabili complessità del sesso al cammino spirituale.</p>
<p>Il problema delle interpretazioni occidentali del tantra è di non saper distinguere l’allegoria dal discorso letterale. Nel diciannovesimo secolo, l’occidente ha scoperto l’esistenza del tantra buddista e induista: sentieri che, come l’alchimia occidentale, enfatizzano la trasmutazione dell’ordinario nello spirituale. L’iconografia tantrica comprende rappresentazioni di divinità intente alla fornicazione, di solito con molte teste e arti (ma gli organi sessuali, stranamente, sono sempre rappresentati in modo fedele alla realtà), e forse per questo gli studiosi occidentali hanno pensato che il tantra avesse a che fare con il sesso.</p>
<p>Da allora, in occidente questo fraintendimento ha seguito i su e giù della moda. Negli anni settanta era normale sostenere che il sesso tantrico fosse semplicemente un’allegoria o una rappresentazione, attraverso un codice figurativo di corpi splendidamente modellati, di astratte idee metafisiche. Ma negli anni novanta, quando la gente ha cercato nel tantra un sostegno al proprio libertinismo sessuale, il vecchio equivoco vittoriano secondo cui l’iconografia tantrica riguarda il sesso è tornato di moda.</p>
<p>I “thangka” sessuali sono allegorici esattamente come i “thangka” raffiguranti divinità irate intente a sacrificare animali vivi e a mangiare carne umana. Se queste cose fossero veritiere anche solo per l’1%, il buddismo sarebbe una religioni di folli collerici e sconvolti.</p>
<p>Non faremmo lo stesso errore riguardo l’uso di immagini sessuali da parte della religione occidentale. Il <em>Cantico di Salomone</em> è un’autentica opera erotica; in molti canti una donna è alla ricerca dell’uomo che ama, lo desidera ardentemente e alla fine giace con lui in amore. San Giovanni della Croce imita il<em> Cantico dei cantici</em> nel suo <em>Cantico spirituale</em>, in cui evoca la ricerca dell’unione con Dio da parte di un monaco in preghiera. San Giovanni rappresenta se stesso come la sposa e Dio come lo sposo; l’elemento sessuale non simboleggia un’esperienza sensuale, ma l’intensità del desiderio del ricercatore e la forza penetrante, esplosiva dell’unione con il divino. Comprendendo l’allegoria, non scambiamo San Giovanni della Croce per un travestito lascivo che percorre la campagna spagnola alla ricerca di uomini.</p>
<p>Se non capiamo il codice, fraintendiamo i testi buddisti che adoperano immagini sessuali. Le schiere di divinità maschili e femminili “in unione” visibili nei templi tibetani sono rappresentazioni allegoriche di stati di illuminazione, descrizioni in codice della natura della mente assoluta e del mondo fenomenico.</p>
<p>Esiste davvero uno yoga sessuale segreto. Una volta eliminate tutte le allegorie, resta il fatto che alcune persone svolgono davvero una pratica segretissima di cui non si sarebbe mai dovuto parlare in pubblico: una pratica in cui l’atto della fornicazione si tramuta in una pratica meditativa. Sono sicuro che questo è possibile, perché svolgo una pratica in cui il mangiare diventa meditazione, e se questo può funzionare, qualsiasi cosa può farlo.</p>
<p>Ma non mi fido dei libri in circolazione sullo yoga sessuale tantrico. È una pratica così rara che non sicuro di aver mai incontrato qualcuno che l’abbia fatta. Da quello che conosco dei testi segreti, ogni libro in circolazione sull’argomento è sbagliato: un miscuglio fantasioso di illusioni, posizioni sessuali induiste e brani dai tantra induisti tradotti.</p>
<p>È possibile che i buddisti tantrici sappiano qualcosa sui rapporti tra i canali psichici e l’esperienza sessuale. I “nadi” (canali) regolano la maggior parte delle attività biologiche – il respiro, la defecazione, persino il pensiero – e sarebbe interessante studiare a fondo il tantra per scoprire cosa dice tale scienza sul sesso. In ogni caso, questa resta una materia occulta, e i pochi studiosi che la conoscono a sufficienza non ne hanno tradotto i segreti.</p>
<p>Jeffrey Hopkins, nei suoi due libri sul sesso tantrico, sembra divulgarne i segreti, ma così non è. Il suo primo libro, <em>Tibetan Arts of Love</em>, è una traduzione di un commento speculativo sui manuali del sesso induista, opera di uno studioso laico, Gendün Chöpel, famoso per il pensiero innovativo nel campo della filosofia e della storiografia tibetane. La traduzione di Hopkin non ci dice quale può essere stata la concezione tradizionale del buddismo tantrico sul sesso, perché l’opera che sta traducendo, scritta nel secolo XX, è innovativa da ogni punto di vista.</p>
<p>È molto interessante, comunque. Quello che ci dice è che dovremmo rileggere il <em>Kama Sutra</em> e studiare più attentamente la via hindu alla felicità sessuale. L’opera di Gendün Chöpel è affascinante e merita di essere posta accanto ad altri pensatori moderni, come D. H. Lawrence e Alfred North Whitehead.</p>
<p>Il secondo libro di Hopkins, <em>Sex, Orgasm and the Mind of Clear Light</em>, contiene le sue riflessioni basate su Gendün Chöpel e i manuali induisti sul sesso. Un’analisi attenta del libro rivela che in esso sono pochissime le idee riconducibili davvero al buddismo. La cosa interessante del libro è la trasformazione, operata da Hopkins, delle posizioni eterosessuali induiste in posizioni “omosessuali maschili”. Questa opera non rappresenta le idee tibetane sul sesso e certamente provocherebbe uno shock in qualsiasi lama tibetano, ma, nello spirito di Gendün, è molto creativa. Rappresenta il lavoro di Hopkins, non la tradizione, e in quanto tale andrebbe giudicata.</p>
<p>C’è un passaggio dal quale debbo prendere le distanze. Eccolo: “Sulle mura dei templi tibetani sono dipinti uomini con il fallo eretto e coppie uomo/donna in unione sessuale. Chiaramente, il sesso non è distinto dalla religione. Il fatto che questa religione sia tanto favorevole al sesso deriva innanzitutto dal riconoscimento che ognuno desidera la felicità e non vuole la sofferenza”.</p>
<p>Hopkins si sbaglia a pensare che quelle pitture sulle pareti dei templi tibetani indichino che il buddismo consideri il sesso una via alla felicità. Esse sono rappresentazioni in codice di dottrine metafisiche. Il sesso non è una via alla felicità più di quanto non lo siano il mangiare o il guardare la televisione. Egli sbaglia a definire il buddismo “favorevole al sesso”; esso è <em>neutrale verso il sesso</em>. Per chi fosse afflitto dagli ostacoli occidentali all’attività sessuale, la neutralità potrebbe sembrare una cosa estremamente positiva, ma se i tibetani fossero davvero favorevoli al sesso, per imparare qualcosa sull’argomento non avrebbero avuto bisogno di fare affidamento sui manuali sessuali induisti.</p>
<p>Di solito, evito di criticare un uomo della cultura, l’intelligenza, l’integrità e la creatività di Hopkins. Ma in questo caso i suoi ultimi scritti rientrano in un gruppo di opere più biasimevoli che hanno contribuito a creare una falsa immagine della sessualità buddista. Per esempio, recentemente una radio austriaca mi ha chiesto un’opinione su una delle opere più fuorvianti di questo tipo: una folle diatriba di 800 pagine sul Dalai Lama, la sessualità, il controllo della mente e il <em>Kalachakra Tantra</em>.</p>
<p>Quest’opera è una fantasia psicotica, ma dobbiamo accollarci il fastidio di confutarla. Un decennio fa, avrei potuto semplicemente dire che nessuno studioso serio avrebbe mai associato gli insegnamenti della tradizione del Dalai Lama alla comune sessualità umana. Adesso, gli ultimi scritti di tibetologi innovativi – i quali cercano nel tantra un sostegno non necessario alle loro idee sul femminismo, l’emancipazione dei sessi o la libera attività sessuale – hanno aperto la strada all’attuale moltiplicazione degli equivoci più grotteschi.</p>
<p>Robin Kornman è professore di letteratura comparata e membro fondatore del <em>Malanda Translation Committee</em>. Attualmente, con il sostegno del <em>National Endowment for the Humanities</em> (Fondo nazionale per le discipline classiche) e la fondazione <em>Shambhala</em>, sta traducendo il poema epico tibetano di Gesar di Ling.</p>
<p>Copyright originale “Shambhala Sun” magazine <a href="http://www.shambhalasun.com/">www.shambhalasun.com<br />
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</a>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
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		<title>Risvegliarsi al presente: intervista a padre Thomas Keating</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 12:36:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Keating</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>

		<category><![CDATA[buddismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Padre Thomas Keating è un monaco cistercense del monastero di San Benedetto a Snowmass, nel Colorado. È noto per essere un fautore della preghiera “di centratura”, una pratica individuale di silenzio contemplativo attraverso l’uso di una parola sacra (come “Dio”, “Gesù”, “pace”, “silenzio”, “apertura” o “presenza”) oppure un’immagine sacra (ad esempio, il riposo nelle braccia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Padre Thomas Keating è un monaco cistercense del monastero di San Benedetto a Snowmass, nel Colorado. È noto per essere un fautore della preghiera “di centratura”, una pratica individuale di silenzio contemplativo attraverso l’uso di una parola sacra (come “Dio”, “Gesù”, “pace”, “silenzio”, “apertura” o “presenza”) oppure un’immagine sacra (ad esempio, il riposo nelle braccia del Signore). Diversamente dal mantra, la parola o l’immagine non vengono ripetute continuamente, bensì considerate come punto focale al quale fare riferimento quando il consueto clamore dei pensieri diventa troppo insistente.</p>
<p>Padre Keating è anche l’autore di diversi libri, tra i quali <em>Il mistero di Cristo</em> e <em>Invito all&#8217;amore</em>. Nella metà degli anni Ottanta gettò le basi del programma <em>Contemplative Outreach</em>, il cui fine era dare informazioni sulla vita contemplativa non solo agli ordini monastici, ma a tutti i cristiani. Ciò veniva offerto attraverso ritiri intensivi della preghiera di centratura a Snowmass e in altri centri regionali affiliati.</p>
<p>Uno di questi centri è <em>Chrysalis House</em>, vicino al villaggio di Warwich, in mezzo alle colline boscose a circa ottanta chilometri a nord-ovest di New York. Proprio lì ha avuto luogo questa intervista, un pomeriggio degli ultimi giorni di ottobre.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Nel libro <em>Il mistero di Cristo</em> parli del fatto che viviamo in due diversi tipi di tempo, quello ordinario e quello eterno. Potresti spiegarci cosa intendi con questa distinzione?</p>
<p>Thomas Keating: Il tempo eterno implica i valori dell’eternità, che trascendono il tempo ordinario, interrompendo il tempo lineare. Al di là del mondo tridimensionale del tempo e dello spazio, c’è la sua fonte originaria, che è sempre presente anche come fondamento di ogni realtà. E i suoi valori comprendono e uniscono l’eternità in un eterno abbraccio. In tal modo, per la persona o il ricercatore che ha interiorizzato questi valori, tutta l’eternità è presente in ogni istante.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Il momento in sé si posiziona all’interno del tempo cronologico?</p>
<p>Thomas Keating: Sì, il tempo cronologico continua a scorrere. In questo contesto potremmo anche immaginarlo come un tempo circolare. Il tempo cronologico è una delle concezioni preferite in occidente, mentre il tempo “circolare”, forse più aderente ai cicli naturali, gode di maggiore considerazione nelle religioni orientali. Ma in ambedue i casi, sia che lo si concepisca come circolare o lineare (e quindi diretto verso un punto finale), il tempo eterno è presente in tutti gli istanti, dal momento che trascende il continuum spazio-temporale. E questo è ciò che rende straordinario ogni momento del tempo ordinario.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Non sembra che noi lo avvertiamo molto spesso come straordinario.</p>
<p>Thomas Keating: Questo avviene perché la nostra percezione del tempo è ordinaria, nel senso che ci sembra che non stia accadendo niente. Ma nella realtà, in ogni istante sta accadendo di tutto…</p>
<p>Cynthia Bourgeault: …se solo potessimo risvegliarci a ciò?</p>
<p>Thomas Keating: Questo è l’autentico significato di “risveglio”. “Risveglio” vuol dire la riscoperta del pieno valore di ogni istante, in quanto permeato di valori eterni. E di pari passo con l’eternità, ovviamente, vanno tutti i valori intuitivi dell’unità che vengono nascosti dalla percezione delle categorie e delle divisioni a livello mentale-egoico, o razionale, soprattutto in quelle culture spogliate delle loro radici e tradizioni contemplative. A un livello più elevato o profondo (che io preferisco definire più “centrato”) qualsiasi movimento verso il centro di sé è, allo stesso tempo, movimento verso il centro di tutti, ovvero verso quell’unità che è la fonte di tutta la creazione. In altre parole: gli individui sono legati insieme da una forza unificante che è sempre presente, ma di solito non è percepita (a causa della condizione umana) senza la disciplina di una pratica che riesca a penetrare il mistero del tempo ordinario.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Stai parlando solo della nostra civiltà occidentale o dell’intero genere umano?</p>
<p>Thomas Keating: Dell’intero genere umano. Tutte le religioni del mondo sembrano d’accordo nel sostenere che il presente stato di consapevolezza evolutiva è molto basso.</p>
<p>L’illusione (non sapere cosa è la felicità autentica) e la concupiscenza (il desiderio di cose sbagliate o la brama eccessiva di quelle giuste) ci fanno soffrire. E se anche riuscissimo a scoprire la strada per la perfetta felicità, non riusciremmo a seguirla a causa della nostra mancanza di volontà e scarsa energia. Questo è quello che i cristiani definiscono classicamente “le conseguenze del peccato originale” mentre nella religione induista ciò viene indicato come “maya”: ovvero, la comprensione che nell’apparente stato attuale della consapevolezza di tutti – della famiglia umana – qualcosa manca o è radicalmente sbagliato. Alcune religioni descrivono tutto ciò come una caduta da uno stato di grazia o felicità maggiori.</p>
<p>E così, nel disperato sforzo di trovare la felicità – sforzo che sembra comune a tutti gli uomini – cominciamo a sviluppare programmi emozionali che puntellino il nostro fragile ego, per compensare la felicità che non riusciamo più a trovare nell’esperienza intima della fonte della vita. Quando si smarrisce la connessione con le nostre origini, quasi ogni cosa sembra meglio del vuoto, della noia, dell’alienazione – del terrore esistenziale, forse – che vanno di pari passo con il senso di isolamento in un universo potenzialmente ostile.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Non c’è una parte di noi che ostacola questo ricongiungimento? Qualcosa al nostro interno che rimane attaccato alla percezione usuale del tempo? Dobbiamo arrivare a combattere per ritrovare la nostra fonte unitaria?</p>
<p>Thomas Keating: Penso che in genere le cose vengono sperimentate così. Infatti, questo è il motivo per cui nelle diverse tradizioni si usa l’immagine del guerriero o del combattente spirituale: perché si <em>tratta</em> di una guerra. L’illusione non sparisce a semplice richiesta; è saldamente radicata nel subconscio, al punto che anche quando siamo coscientemente immersi nel viaggio spirituale e nei suoi valori, l’io falso ride di queste cose e continua per la sua strada. E qui si sperimenta la contraddizione tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che realmente si fa, rimanendo ancora sotto l’influenza dell’inconscio. Il nocciolo dell’ascesi, in pratica, consiste nel tentativo di smantellare i valori inconsci, ma questi permangono fino a quando non gli si dà coscientemente la caccia.</p>
<p>Questo è il motivo per cui vediamo persone che fanno parte di gruppi religiosi, o che hanno intrapreso un cammino spirituale, abbandonare beni di tutti i tipi e cominciare una nuova vita. Ma se non si chiede al falso sé di cambiare, nulla muta veramente. È la stessa mondanità, magari sotto una facciata rispettabile.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Insomma, quello che è necessario è cambiare atteggiamento.</p>
<p>Thomas Keating: Esatto, e questo è difficile che avvenga, perché quando cominciamo il cammino spirituale, il falso sé è fortemente radicato in noi. E quindi la sua influenza nella nostra vita è molto potente e sottile, a meno che non lo affrontiamo direttamente, cercando di smantellarlo. O, come dicono i buddisti, cerchiamo di avere “una mente che non si aggrappa a nulla”.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Prima hai parlato del bisogno “della disciplina di una pratica che riesca a penetrare il mistero del tempo ordinario”. Ti stavi riferendo espressamente alla preghiera di centratura ?</p>
<p>Thomas Keating: La preghiera di centratura è una tecnica per introdurre la dinamica della contemplazione nella tradizione cristiana. Mettendo tra parentesi, per così dire, il flusso ordinario dei pensieri per un tempo predeterminato, in modo di poter cercare Dio a livello intuitivo, si permette al praticante di sperimentare una pausa dall’usuale flusso di pensieri che tendono a rinforzare gli oggetti dei desideri del falso sé. Quindi, è un modo per iniziare a risvegliarsi ai valori eterni che sono sempre stati presenti, ma soffocati da questo chiasso di desideri interminabili e di bisogni disperati.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Mi domando se questa sorta di interruzione, di rilassamento nel momento presente, non esista in pressoché tutte le tradizioni.</p>
<p>Thomas Keating: In forme diverse, ha un ruolo essenziale in tutte le tradizioni; inoltre, ci sono molti modi per raggiungerlo. Lasciando andare il flusso ordinario dei pensieri durante una preghiera regolarmente ripetuta, si sperimentano il silenzio, la solitudine, una vita semplice e la disciplina della preghiera. In tutte le tradizioni questi sono i quattro ingredienti di uno stile di vita contemplativo, e nella realtà dei fatti essi riescono spontaneamente a manifestarsi come un cambiamento di abitudini di vita, ovvero nel raggiungimento di un livello di quiete e benessere più profondi che durante il sonno normale.</p>
<p>Ma nella tradizione cristiana il singolo individuo ha una relazione personale con Cristo o con Dio, pertanto non si prega solo per avere un’esperienza di quiete, ma per approfondire il proprio rapporto con Dio, cosa che a sua volta rende capaci di affrontare il lato oscuro dell’inconscio. Se dentro di noi non stiamo trasformando questa esperienza di quiete nella pratica e nella libertà interiore, tale esperienza è semplicemente un ottimo calmante.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Tutto ciò ha a che fare con l’ingiunzione di San Paolo di “pregare senza sosta” ?</p>
<p>Thomas Keating: L’autentico significato della preghiera senza sosta, secondo me, è che la presenza divina o i valori eterni nel momento presente cominciano a diventare più trasparenti: diventano una sorta di quarta dimensione del mondo tridimensionale. La consapevolezza della presenza di Dio al livello più sottile di tutte le realtà comincia a essere una sorta di addizione spontanea della consapevolezza ordinaria, non attraverso un pensiero o uno sforzo, ma perché semplicemente esiste, e la nostra capacità di percepirlo si è risvegliata grazie alla preghiera contemplativa.</p>
<p>Poter accedere alla presenza divina dentro di noi sembra in grado di sbloccare la capacità di percepire quest’ultima in ogni evento, per quanto opachi questi ultimi possano sembrare alle comuni percezioni umane. Per cui, la preghiera senza sosta vuol dire essere consapevoli della presenza divina in ogni istante, come una parte spontanea della realtà.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Finora abbiamo parlato della preghiera contemplativa come di una relazione personale con Dio. Non c’è una somiglianza con il modo in cui una comunità religiosa, in quanto gruppo, può compiere una simile relazione attraverso la liturgia, in particolar modo durante l’Eucarestia?</p>
<p>Thomas Keating: Assolutamente sì. Forse per la maggior parte di noi è la partecipazione regolare al culto a tenerci in contatto con i valori eterni in maniera regolare e ricorrente. Nell’antico testamento, il sabato pare aver avuto questa funzione, e la domenica per i cristiani è semplicemente un altro modo per celebrare una sorta di momento “di vetta” nel tempo ordinario, in cui l’accesso al tempo eterno è particolarmente forte, di solito grazie alla comunità di individui praticanti che cerca di entrare in contatto con il divino.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: La liturgia è rivolta solo alla comunità o anche al singolo individuo? E cosa dona essa all’individuo che la preghiera contemplativa non potrebbe donare?</p>
<p>Thomas Keating: Fortunatamente, le due cose sono strettamente legate, quindi ogni progresso nella prima è un progresso nella seconda; inoltre, esse tendono a rinforzarsi reciprocamente. In altre parole, la migliore preparazione per l’eucarestia è rendere più profondo l’atteggiamento contemplativo. E in realtà la contemplazione è in se stessa un evento sociale, perché è una partecipazione reale alla passione e morte di Cristo, ovvero il paradigma di quello che sta avvenendo dentro di noi. In altre parole, anche noi stiamo sperimentando la morte del falso sé: questo è, secondo i cristiani, il significato del Cristo che assume la condizione umana, che “si fa carne”. La “carne” indica la condizione umana nel suo stato decaduto, e questo è ciò che, secondo noi, il figlio di Dio ha preso su di sé.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Puoi dire qualcosa di più riguardo l’anno liturgico, ovvero il modo in cui esso espande e approfondisce i vari momenti della liturgia su basi cicliche e regolari?</p>
<p>Thomas Keating: Ciascun istante di tempo è ovviamente breve, almeno dalla nostra prospettiva. Così, anche se l’intero mistero di Cristo è contenuto in un’eucaristia, poter in qualche modo “disfare il pacco” e separare le varie parti è molto importante. In tal modo, è possibile concentrarsi su un solo aspetto di questo mistero vivente e dinamico; esso può venir comunicato totalmente in un solo momento, ma, date le umane facoltà, può venire assimilato molto meglio tramite una graduale iniziazione a ciascun mistero, così come si manifestano nel ciclo.</p>
<p>A seconda di dove ti trovi nel processo, seguirai la liturgia identificandoti in uno stadio piuttosto che in un altro, perché in quel momento sei più in sintonia con quello stadio. Quando nel ciclo quel mistero si ripete, la consapevolezza si approfondisce. Alla fine, li hai assimilati e integrati tutti, e allora diventi la parola di Dio; in altri termini, ora l’hai udita a un livello più profondo che mai. In ultima analisi, il vangelo si rivolge al nostro essere più profondo, e in realtà non viene udito fino a quando non si raggiunge tale livello finale. E in quel momento tutti gli altri livelli si risvegliano e si arricchiscono, perché una volta raggiunto il centro e penetrato il mistero, tutti i simboli diventano più trasparenti e tutte le altre forme di preghiera si arricchiscono, senza che si debba dipendere da esse come sostituti del mistero stesso.</p>
<p>A proposito dell’anno liturgico, esiste una meravigliosa saggezza che insegna a vedere tutta la teologia spirituale in maniera concreta, quasi teatrale. Ma a differenza del teatro, non stai soltanto guardando: tu sei nel dramma e il dramma è in te. Pertanto, nella messa in scena della morte e resurrezione di Cristo, prima viene la purificazione rappresentata dalla quaresima: affrontare il falso Sé e smantellarlo con l’aiuto della grazia.</p>
<p>Dopo la quaresima, si è purificati e si accede ai misteri della pasqua e della pentecoste, esperienze di resurrezione frutto della libertà parziale dal nostro falso sé ottenuta grazie alle pratiche quaresimali. Anno dopo anno, nella liturgia si celebra la propria esperienza interiore di liberazione e di purificazione.</p>
<p>La pentecoste celebra il completamento del ciclo. Essa è la pienezza dello Spirito Santo, la piena illuminazione della grazia pentecostale, che consiste nel vedere la realtà attraverso gli occhi della saggezza divina, che è amore. E ricordiamo che l’anno liturgico legge il vangelo alla luce della pentecoste, non a quella degli stessi vangeli sinottici.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Ma il calendario liturgico non usa l’espressione “tempo ordinario” per il periodo tra pentecoste e avvento?</p>
<p>Thomas Keating: Sì, è chiamato così. Ma tutto il tempo è straordinario, quando viene osservato dalla prospettiva dello spirito.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Tuttavia, sembra che sottovalutiamo l’importanza del tempo ordinario nell’anno liturgico, così come smarriamo o ignoriamo l’importanza del tempo ordinario nella nostra vita quotidiana. Aspettiamo i giorni delle grandi feste come il natale, la pasqua e la pentecoste, e per il resto dell’anno pensiamo di non aver bisogno di andare a messa; questa non è un’esperienza “di vetta”.</p>
<p>Thomas Keating: Ma l’intero scopo delle grandi feste è risvegliarci all’importanza del tempo ordinario. Questo puoi vederlo negli ordini contemplativi. Dopo un po’, essi preferiscono i giorni feriali del tempo ordinario, perché questi ultimi non sono collegati a festività particolari, bensì comunicano la semplicità della vita quotidiana, con gli umili simboli del pane e del vino, del mangiare e del bere, che racchiudono tutto l’insieme della realtà.</p>
<p>In altre parole, tutta la vita è trasformata. L’eucarestia vuol dire che l’universo intero è davvero il corpo di Dio; dunque, qualunque sia la manifestazione dell’universo, stai sempre toccando, vedendo e sentendo Dio. E la coscienza che spontaneamente prende atto di questo profondissimo livello di realtà, è totalmente presente in queste cose semplici, perché adesso tutto è una rivelazione totale di Dio, che tu sia in chiesa o fuori da essa. Quindi, il vero motivo per andare in chiesa è riuscire a fare a meno di essa: il che è come dire che tu stesso sei diventato il tempio di Dio. E quindi il culto comunitario è la celebrazione di un’esperienza continua.</p>
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<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Originalmente apparso sulla rivista Parabola: The Magazine of Myth and Tradition <a href="http://www.parabola.org/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.parabola.org');">www.parabola.org</a><br />
Copyright originale: Cynthia Bourgeault, per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Per Nadia</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 05:42:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>

		<category><![CDATA[Nadia]]></category>

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		<description><![CDATA[Ricordati, solo ciò che puoi portare con te quando lascerai il corpo è importante.  Questo significa che, ad eccezione della meditazione, non c&#8217;è nulla di importante.
Tranne la consapevolezza, non c’è nulla d’importante,  perché solo la consapevolezza non può essere portata via dalla morte. Tutto il resto verrà sottratto, perché tutto il resto viene da fuori.
Solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/02/nadia.jpg"title="nadia.jpg" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/02/nadia.jpg" alt="nadia.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Ricordati, solo ciò che puoi portare con te quando lascerai il corpo è importante.  Questo significa che, ad eccezione della meditazione, non c&#8217;è nulla di importante.</p>
<p>Tranne la consapevolezza, non c’è nulla d’importante,  perché solo la consapevolezza non può essere portata via dalla morte. Tutto il resto verrà sottratto, perché tutto il resto viene da fuori.</p>
<p>Solo la consapevolezza sgorga dall’interno, e non può essere tolta. E le ombre della consapevolezza - la compassione, l&#8217;amore - a loro volta non possono essere portate via.  Esse sono parte intrinseca della consapevolezza.  Potrai portarti solo qualunque consapevolezza avrai raggiunto.  Questa è la tua unica vera ricchezza.  ( Osho)</p>
<p>Remember, only that which you can take with you when you leave the body is important. That means, except meditation, nothing is important.</p>
<p>Except awareness, nothing is important, because only awareness cannot be taken away by death. Everything else will be snatched away, because everything else comes from without.</p>
<p>Only awareness wells up within. That cannot be taken away. And the shadows of awareness - compassion, love - they cannot be taken away. They are intrinsic parts of awareness. You will be taking with you only whatsoever awareness you have attained. That is your only real wealth<br />
( Osho )</p>
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		<title>La via più semplice, estratto dal libro di Madhukar</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 17:02:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Innernet</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>

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		<description><![CDATA[Ospite: A volte, durante la mia indagine, sento che devo usare questo “chi sono io?” come un mantra perché la mia mente è così forte che devo ripeterlo continuamente. Va bene o non dovrei indagare in questo modo?
Madhukar: Va senz’altro bene, ma ciò ti può essere d’aiuto solo per un po’, poi scivolerai di nuovo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ospite: A volte, durante la mia indagine, sento che devo usare questo “chi sono io?” come un mantra perché la mia mente è così forte che devo ripeterlo continuamente. Va bene o non dovrei indagare in questo modo?</p>
<p>Madhukar: Va senz’altro bene, ma ciò ti può essere d’aiuto solo per un po’, poi scivolerai di nuovo nella mera ripetizione di un mantra – quel che numerosi guru consigliano di fare. Essi danno ai loro studenti un mantra da ripetere continuamente. Ciò crea un certo stato mentale, una certa armonia, ma questo stato non è il tuo vero Sé. È solo uno stato che viene e se ne andrà di nuovo. Se ti addormenti in qualsiasi tipo di stato, perdi la Verità, e per la Verità vieni al satsanga. Se tu dovessi rimanere in un certo stato per molti anni, potresti eventualmente scoprire, “Ancora non so chi sono. Ancora non so chi è.”</p>
<p>E allora avresti sprecato un sacco di tempo, e così l’indagine “chi sono io?” non è intesa a rimpiazzare pensieri spiacevoli. È un’indagine, una domanda. Se diventa solo una canzone, molto piacevole, armoniosa, raffinata, allora non sarà una domanda. Si pone una domanda per ottenere una risposta, vero? E dunque devi chiederti, “Chi sono io? Chi percepisce gli stati mentali turbati? Chi è persino in grado di ripetere questa domanda come un mantra? Chi è?” Quando cominci ad indagare, realizzi che la mente, che vuol dire l’attività mentale, il pensiero, appare e scompare continuamente. In qualche modo, la mente ruba la tua attenzione da questa indagine nel tuo vero Sé, e tu rimani di nuovo catturato continuamente da tutti i tipi di storie.</p>
<p>Queste sono principalmente storie del passato, che si riflettono sul passato, e desiderano il futuro, ma, in quell’istante, tu, chi tu sei, sei perduto. E nel perdere questo istante, rimani intrappolato in un labirinto di esperienze intellettuali e sensuali. Alcune ti hanno soddisfatto, altre ti hanno interessato, e altre ancora ti hanno eccitato, ma se sei onesto devi ammettere, “Non mi hanno dato la soddisfazione completa. Non sono totalmente pieno, non sono la pace stessa.” In casi molto rari ci si sveglia da sé. In base alla tradizione, solo un Guru può condurti fuori da questo labirinto. Ora questo Guru risiede nel tuo Cuore. Chi l’ha realizzato davvero?</p>
<p>Se non avete questa comprensione e se state cercando la libertà con ardore e sincerità, allora un Guru si manifesterà all’esterno. E quando dici che questo Guru risiede all’interno, non intendo dire che è seduto nella vostra mente. Se questo momento è perduto, la pace è perduta. Allora l’intero universo, che è fatto per soddisfarvi, per servirvi, diventa una macchina di tortura. Che peccato! Ma ora vi potete rallegrare immediatamente perché il mio messaggio è, “Voi siete la Libertà stessa.” Così, anche se la vostra immaginazione crea problemi, sofferenza, il fatto di sentirsi perduti e soli, ogni tipo di cosiddette emozioni e stati negativi, sono semplicemente immaginazione. Voi siete la Libertà stessa. Guardate, e istantaneamente si rivela.</p>
<p>Così, se avete una personalità come la mia, una mente molto forte, fortemente intrappolata in attività mentali, potrebbe darsi che sia necessario indagare continuamente. Nel mio caso ce n’era bisogno. L’illuminazione è avvenuta da sé, tuttavia la mente è riapparsa. Senza la grazia del mio maestro, non sarei libero. Questa è stata la mia fortuna, pura grazia.</p>
<p>Ospite: Se sei in una situazione che tu senti ti torturerà continuamente, pensi che sarebbe meglio uscire da questa situazione o rimanere in essa giusto per vedere quel che ne vien fuori e poi bruciarla?</p>
<p>Madhukar: Chi la brucia?</p>
<p>Ospite: Se puoi passare attraverso le situazioni, te ne puoi liberare.</p>
<p>Madhukar: Sì, ma per quanti anni sei già passato attraverso situazioni? In questa vita sei già passato attraverso le tue “cose” che tu stesso sei diventato una “cosa”, ma chi sei, non lo sai. No, non consiglio di passare attraverso situazioni. Il mio consiglio è di indagare chi sei, qui e ora. Và alla tua stessa Fonte, sperimenta che non c’è affatto alcun problema, e da lì in poi, quando qualsiasi “cosa”, qualsiasi problema, appare, tu saprai che “io non sono questo”.</p>
<p>Questo è il mio consiglio. In base al tuo karma, ai tuoi vasana, le tendenze latenti del passato, “cose” potrebbero affiorare, ma tu saprai chi sei. Allora tutto brucia molto in fretta, perché tu non cerchi di estinguere il fuoco continuamente con le tue emozioni, con le tue abitudini inveterate. Non dovresti accendere la fiamma con una mano e gettare acqua su di essa con l’altra. Se fai così, rimarrai impegnato in questa vita così come lo sei stato in molte altre vite precedenti. Per migliaia di vite ti sei detto, “Lo brucerò. Guarderò dentro queste cose.” Tu ti sei già seduto negli ashram. Hai fatto ogni tipo di esercizi, meditazioni, e ripetuto mantra. Sei stato nelle scuole di filosofia, hai pulito gabinetti e scarpe, hai fatto di tutto. E così ora è tempo di afferrare questa possibilità di diventare libero.</p>
<p>Devi dire a te stesso, “In questa vita, ora, devo farcela.” Altrimenti ti ingannerai ripetutamente. Realizzare il tuo vero Sé, la Fonte, è l’essenza stessa di tutte le religioni e filosofie. È una possibilità molto specifica e rara. Ramana non disse mai, “Devi guardare nelle tue cose” e neanche Papaji lo disse, come i maestri mediocri che non sanno. Essi vogliono solo mantenerti impegnato perché questo è l’unico modo di mantenerti. E ad alcuni di voi piace rimanere impegnati. Solo un maestro mediocre ti lega alle pratiche, ti lega ad ogni tipo di attività come yoga, meditazione, o qualsiasi altra cosa, perché la trasmissione della libertà, che può essere realizzata immediatamente, non gli è disponibile. La libertà è il tuo diritto di nascita!</p>
<p>Ospite: Ora che posso essere con te ogni giorno, è facile per me chiedermi ripetutamente, “Chi sono io?” In questi giorni vivo come non ho mai vissuto prima, in una tale libertà. Mi ritrovo a fare cose che non avevo mai il coraggio di fare prima d’ora, ma quel che affiora ripetutamente quando ci sono delle forte emozioni e mi chiedo “Chi sono io?” sento il bisogno di tale attenzione, tale potere che ho il sentimento di essere tirato indietro verso questo lato “emotivo”. Mi spingo e tra questi due “lati” c’è il regno di disperazione che sono venuto a conoscere molte volte in questi ultimi mesi. Potresti dirmi qualcosa su questo, per favore?</p>
<p>Madhukar: Prima di tutto c’è un potere notevole, e così anche si pensi che devi usare e creare il potere, da dove viene questo potere? È la tua stessa fonte e così c’è un’abbondanza di potere.</p>
<p>Ospite: Ma si muove dall’altra parte!</p>
<p>Madhukar: Sì, perché è un’abitudine. Di fatto è una strada a senso unico dalla Fonte all’esperienza sensuale, e all’esperienza emotiva fuori nell’universo. Semplicemente svoltare non richiede alcun potere.</p>
<p>Ospite: E allora perché è così difficile?</p>
<p>Madhukar: Perchè hai adorato questo culto per molte vite, il “Difficile”. (Ride) È molto facile. Talvolta potrebbe esserci bisogno di uno sforzo, e altre volte, da sé, ti trovi in questa dimensione, su questo lato, o sull’altro. Questi sono semplicemente fenomeni. Devi scoprire chi è. Noi ci identifichiamo sempre con la forma esterna di una manifestazione o di uno stato emotivo, come ci sentiamo, bene o male, felici o infelici, confusi eccetera. E di nuovo ti ripeto, “Scopri chi è, assolutamente indipendentemente dal tuo stato emotivo.”</p>
<p>Certamente ti augurò felicità, di essere su quel lato dove tutto è facile, liscio, godibile, dove hai abbastanza coraggio da accettare quel che questo mondo ti offre ad ogni istante. Ma alla fine devi scoprire chi è, e questa fine è qui. Qui è dove terminano tutti gli sforzi. Tu sei fortunato; viene per stare con me. Ciò ti aiuta. Ogni giorno puoi venire a questo incontro, al satsanga, e così il giorno comincia molto bene.</p>
<p>A voi aiuta venire a stare con me. Quando capirete, anche voi, inviterete questa persona turbata nel vostro vero Sé dicendo, “Vieni, riposa con me perché io sono la Verità, l’Amore, la Pace.” Ciò non richiede sforzo; è un invito. Dovete essere anche amorevoli con queste parti dentro di voi che sono turbate poiché è semplice immaginazione. Ovviamente, la comprensione di base è che non ci sono affatto parti. C’è solo l’Essenza dell’Essere, solo la Coscienza, che vede ogni tipo di manifestazione, ogni tipo di stato, se è diretta verso i pensieri, le emozioni, nel corpo. Questa è la manifestazione “esterna”. E dunque chi è all’interno”? Chi è quì?</p>
<p>Il libro di Madhukar „<em>La via più semplice</em>” spiega, attraverso una serie di dialoghi, l’autoindagine, l’esplorazione del Niente totale, il vuoto al di là di tutti gli insegnamenti. Contiene anche un’intervista inedita con il maestro spirituale indiano Sri H.W.L. Poonja. OM edizioni Bologna, 2009,<br />
Vedi anche: <a href="http://www.madhukar.org " target="_blank" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.madhukar.org ');">www.madhukar.org </a></p>
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		<title>Il fidanzato Zen</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 10:11:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariana Caplan</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Esperienze]]></category>

		<category><![CDATA[Sessualità]]></category>

		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>

		<category><![CDATA[zen]]></category>

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		<description><![CDATA[Un’aspirante dea che cerchi l’amore tra un mare di ragazzi che si trastullano con giocattoli spirituali, non ha di fronte a sé un compito facile. La maggior parte delle donne scopre che a un certo punto del cammino i ragazzi normali, palestrati, sicuri di sé, “non-essere-troppo-profonda-con-me”, non vanno più bene. Ma anche la versione spirituale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/medita-buffo.gif"title="medita buffo.gif" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/medita-buffo.thumbnail.gif" alt="medita buffo.gif" hspace="6" align="left" /></a>Un’aspirante dea che cerchi l’amore tra un mare di ragazzi che si trastullano con giocattoli spirituali, non ha di fronte a sé un compito facile. La maggior parte delle donne scopre che a un certo punto del cammino i ragazzi normali, palestrati, sicuri di sé, “non-essere-troppo-profonda-con-me”, non vanno più bene. Ma anche la versione spirituale di tali ragazzi è ugualmente problematica, per non parlare degli orribili rammolliti New Age.</p>
<p>Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che probabilmente ciò che ti ha condotto sul cammino è stata la tua angoscia psicologica di tipo nevrotico, e che l’abbandono emotivo subito nell’infanzia ti fa provare attrazione verso ciò che per te è irraggiungibile, è verosimile che ti ritroverai dentro un paio di manette New Age di argento puro.</p>
<p>A un tale stadio del mio sviluppo spirituale (uno stadio che, sfortunatamente, per alcune di noi sembra prolungarsi per decenni!), ho cominciato ad attrarre una nuova razza di uomini (o forse era sempre la stessa razza, ma camuffata sotto nuove vesti). Col tempo, ho imparato a chiamarli i “ragazzi zen”. Uso liberamente il termine “zen”, perché un uomo non deve necessariamente essere un buddista zen per fare parte di questa categoria.</p>
<p>Potrebbe essere un buddista tibetano, un sufi o persino un praticante di qualche oscura scuola yoga. Più è rigida la tradizione, meglio è per questo tipo. Ciò che permette di identificare un “ragazzo zen” è il modo in cui usa le idee e le pratiche spirituali per evitare di entrare in una relazione autentica con una donna. Egli è allo stesso tempo troppo identificato con le sue palle per diventare un monaco celibe, ma anche troppo poco identificato con esse per assumersene tutte le responsabilità. Risultato: un presuntuoso, freddo e intelligentissimo sostituto di un uomo vero.</p>
<p>Andrew era un esempio eccellente di ragazzo zen. Alto, brillante, affascinante e singolarmente attraente, era creativo, espertissimo di testi spirituali, ottimo cuoco e straordinariamente divertente… Ma non riusciva a lasciarsi andare con una donna, se da questo dipendeva la sua vita.</p>
<p>Così si svolgeva una tipica mattina tra Andrew e me. Alle 4:30 del mattino suona la sua sveglia (non la sveglia normale, ma uno squillo schizofrenico simile a uno stridere di cicale).</p>
<blockquote><p>«Andrew, la tua sveglia sta suonando.»<br />
«Spegnila.»</p></blockquote>
<p>Obbedisco. Poi, alle 4:38, suona ancora.</p>
<blockquote><p>«Andrew, svegliati!»<br />
«Sono troppo stanco.»</p></blockquote>
<p>Al quarto squillo ero completamente sveglia, mentre lui dormiva come un neonato tra le braccia della madre. Quando alla fine apriva gli occhi, intorno alle 5:30, avevo una rabbia assai poco spirituale. Senza dire una parola né guardare nella mia direzione, Andrew usciva dal letto e andava in bagno. Sempre più arrabbiata, lo sentivo fare gargarismi con le sue erbe cinesi, eseguire un’ora di tai chi sul pavimento scricchiolante di legno, quindi sistemarsi sullo “zafu” per meditare.</p>
<p>Spesso mi alzavo e meditavo anche io, ma poiché non praticavo il suo stesso tipo di meditazione, diceva che non potevamo praticare insieme. Alla fine, poco prima delle 8 – circa tre e ore e mezza dopo che la sveglia aveva suonato per la prima volta – entrava e mi diceva che stava preparando la colazione. Urrà. Durante la colazione, la sua regola era il silenzio, affinché potesse leggere il giornale sopra i chicchi di avena organici e il tè alla menta, entrambi senza zucchero.</p>
<p>La discussione era sempre lo stessa:</p>
<blockquote><p>«Perché metti la sveglia, se non ti alzi?»<br />
«È importante avere sempre l’intenzione di alzarsi presto. L’energia per la meditazione è più forte dalle tre alle cinque del mattino.»<br />
«Se è così forte, perché non la fai mai?»</p></blockquote>
<p>E poi:</p>
<blockquote><p>«Andrew, per me sarebbe molto importante se tu dicessi almeno “Buongiorno” quando ti alzi.»<br />
«Voglio che la mia meditazione sorga direttamente dalle onde delta che si attivano durante il sonno, e parlare sarebbe di disturbo.»<br />
«Anche due parole: “buon” e “giorno”?»<br />
«Sì, anche due parole.»<br />
«Allora, perché non mi dai un abbraccio?»<br />
«È la stessa cosa.»<br />
«Ma l’acqua fredda sul viso e lo sciacquone del gabinetto non eliminano le onde delta?»<br />
«Ho bisogno di spazio. Fine della conversazione.»</p></blockquote>
<p>Gli uomini hanno bisogno di spazio; tutte le donne lo sanno. Ma alcuni uomini hanno bisogno di uno spazio doppio di quello dedicato all’intimità, o anche dieci volte tanto. Andrew e altri ragazzi zen, invece, sembravano volere il 98 per cento di spazio e il 2 per cento di intimità. Quella con cui desiderano davvero avere una relazione è una divinità di pietra, non una donna.</p>
<p>La situazione con Andrew non giovava a nessuno di noi due. È una domanda interessante chiedersi perché volevo, in primo luogo, che la nostra relazione andasse tanto male, ma io sono una donna, e più un uomo si ritira in se stesso, più una donna lo assilla perché venga fuori. Andrew mi ha detto che la nostra relazione non funzionava perché non ero abbastanza spirituale. Che fanfaronata! Si lamentava perché non ero un’esperta meditatrice e perché i miei tre anni di meditazione non mi avevano permesso di capire la mia mente così come lui aveva capito la sua; per questo, non ero adatta a una “relazione spirituale”. Quando si lamentò perché meditavo solo mezz’ora al giorno mentre lui meditava un’ora, cominciai diligentemente a meditare per un’ora. Quando si lamentò perché avevo studiato il buddismo vipassana e non quello zen, e quindi non ero in grado di comprendere il suo vero scopo, cominciai a leggere lo zen e a cambiare la mia meditazione. Alla fine disse che, sì, stavo cominciando a percorrere il sentiero dello zen, ma la sua insegnante lo insegnava in modo particolare, diverso da quello di tutte le altre scuole zen. Però, quando gli dissi che volevo incontrare la sua insegnante, mi rispose che avevo già preso troppo dalla sua vita, e che aveva il diritto di tenere per sé ciò che considerava più prezioso: la sua insegnante (anche se quest’ultima insegnava pubblicamente in tutta la California).</p>
<p>La nostra relazione finì un weekend invernale in un appartamento affittato sul Lago Tahoe, dove c’era anche sua madre. Avrei dovuto capire prima che, per alcuni uomini, avere la ragazza e la madre nella stessa casa è più di quanto possano sopportare.</p>
<p>Cominciammo a litigare per il suo particolare coltello zen, come se quello fosse il vero motivo. Egli aveva un coltello di acciaio inossidabile comprato da qualche samurai giapponese cuoco, che usava per tagliare la frutta e la verdura. Il coltello andava tenuto in un modo particolare, con una certa angolazione, e doveva toccare il tagliere il meno possibile. Egli era orgoglioso del suo coltello, e poiché ero la sua ragazza, mi aveva concesso il permesso speciale di usarlo. Quella domenica mattina, scese le scale mentre stavo preparando un’insalata di frutta con un normale coltello per sbucciare.</p>
<blockquote><p>«Puoi usare il mio coltello, se fai attenzione.»</p></blockquote>
<p>Annuii e continuai a tritare le noci.</p>
<blockquote><p>«Beh, non lo usi?»<br />
«No.»<br />
«Beh, e perché no?», ribatté, senza compassione zen nella voce.</p></blockquote>
<p>A quel punto, alzai lo sguardo: «Ci sono troppe regole del cavolo su quel coltello, e preferisco usare un coltello di plastica da picnic, piuttosto che affrontare le conseguenze di un uso sbagliato del coltello».</p>
<p>Mi disse una volta per tutte che non ero abbastanza Yin per armonizzarmi con il suo Yang, al che risposi che la sua spiritualità era gravemente distorta e la relazione finì lì, sebbene lui mi sia mancato tantissimo per mesi.</p>
<p>Jake era un altro di questi ragazzi spaventati che si nascondono dietro la spiritualità. Quando lo conobbi, era un buddista zen, ma quando ci lasciammo era diventato un seguace del Vedanta non-dualista, che è la stessa cosa di un “ragazzo zen”, se non peggio. Ci incontrammo a un seminario narcisista tipo “salviamo-la-Terra”, ma questa è un’altra storia.</p>
<p>Due giorni dopo il seminario, mentre guidavo lungo il Golden Gate Bridge verso la strada 101 per tornare a casa, dopo una giornata in cui avevo visto molti pazienti di terapia, vidi a lato della strada un uomo alto, in cima a un malconcio furgoncino Volkswagen, che batteva un tamburo. Mi sembrava di conoscerlo, ma non potevo essere sicura. Imboccai l’uscita della Mill Valley, ripercorsi all’indietro la strada, girai un’altra volta e mi accostai al furgoncino. Sicuro, era Jake. Mi disse che il seminario gli aveva ispirato una nuova forma di eco-protesta. Una volta a settimana aveva intenzione di salire sul tetto del suo furgoncino a leggere ad alta voce la lista di specie in via di estinzione, suonando il tamburo. Quando gli chiesi cosa sperasse di ottenere in questo modo, mi disse che non lo sapeva, ma si sentiva ispirato a fare così. Per quanto possa sembrare strano, rimasi impressionata.</p>
<p>Mi chiese un appuntamento. La prima sera mangiammo lasagne vegetariane, <em>Caesar salad</em> e gelati <em>Haagen Daz</em>, a lume di candela nel suo salotto. Poi ci spostammo sul terrazzino, dove restammo per ore mentre Mickey Hart suonava dallo stereo e Sausalito [villaggio californiano, NdT] danzava ai nostri piedi. La mattina dopo, egli mi disse di aver bisogno di spazio. E in tal modo, si sviluppò la nostra relazione zen, nei piccoli intervalli tra i grandi spazi di tempo.</p>
<p>Alla fine, Jake partì per l’India (una fuga spirituale dall’intimità che io stessa avrei preso a modello, in seguito), ritornando un anno e mezzo dopo, vestito come un monaco, in abiti indiani di cotone bianco e uno scialle color avorio. I lunghi capelli erano stati tagliati all’altezza delle spalle ed erano diventati bianchi, la pelle sembrava aver acquisito un’abbronzatura perenne e piccole rughe erano spuntate agli angoli degli occhi. Disse di aver pensato molto a me e… Perché non andavamo fuori a cena? Poiché ero senza ragazzo (di nuovo) e lui ero piuttosto attraente nel suo nuovo aspetto da guru, accettai.</p>
<p>Jake pensava di essersi illuminato, anche se non aveva il coraggio di dirlo. Era diventato studente di uno di quegli insegnanti indiani che riescono a provocare esperienze mistiche nei seguaci eliminando momentaneamente i loro blocchi psicologici e dichiarando che tale esperienza li aveva resi illuminati. In una tale situazione, il maestro diventa molto presuntuoso e acquista la reputazione di persona capace di illuminare gli altri. Migliaia di hippy occidentali che hanno paura di vivere credono di aver trasceso i loro problemi, e cominciano a elargire lo stesso dono agli altri, senza che nessuno glielo chieda.</p>
<p>Jake era un esempio vivente di ciò. La prima notte andò tutto bene, nei limiti di un ragazzo zen. Mi divertii a sentire le sue avventure bevendo un cappuccino, provando solo irritazione ogni tanto, quando accennava di “aver scorto la vera natura della realtà” o di “essere divenuto uno con il tutto”. Naturalmente, all’inizio della sera aveva bisogno di spazio, ma questo c’era da aspettarselo.</p>
<p>Tuttavia, il giorno seguente, mentre camminavamo nel parco di <em>Muir Woods</em>, cercò di fare la sua solita tirata spirituale con me. Per sintetizzare le sue idee spirituali in una frase, il non-dualismo si basa sul tacito riconoscimento dell’unità – o non-separazione – di tutte le cose. Vuol dire che io non esisto separatamente da te o da qualsiasi altro essere animato o inanimato: tutto è uno. Però c’è una grande differenza tra il riuscire a pronunciare queste frasi (come ho appena fatto) e il vivere come una persona che si attenga eternamente alla verità di questa realtà.</p>
<p><em>«Jake, se dobbiamo stare insieme, ho bisogno di sentire che tu sei davvero qui con me, e non sempre così distaccato», ruppi il ghiaccio.<br />
«Ma chi è questo “tu” che vuole stare con “me”?»<br />
«Io sono “io” e tu sei “tu”!»<br />
«Non c’è differenza, quindi non possiamo mai essere davvero divisi o insieme. Tutto è uguale.»<br />
«Sei pieno di merda.»<br />
«Ma chi pensi che sia il “me” pieno di merda?»<br />
«Penso che sei TE!»<br />
«Chi si sta arrabbiando?»<br />
«Io mi sto arrabbiando.»<br />
«Guarda nei miei occhi, cosa vedi?»<br />
«Te.»<br />
«Guarda più profondamente. Ora cosa vedi?»<br />
«Vedo un uomo solo che pensa di essere illuminato.»</em></p>
<p>Estremamente frustrata e con le lacrime agli occhi, me ne andai a sedermi su un tronco accanto al fiume, cercando di capire perché era così importante per me cercare di comunicare con lui. «Perché sei venuta fin qui a piangere?», si sedette vicino a me, credendo fino in fondo alla sua innocenza.</p>
<p>Mi voltai verso di lui con il tipico sguardo “fine-della-relazione”: «Perché non c’è nessuno che mi sostenga mentre piango, e per me è uguale piangere da sola o con nessuno.»</p>
<p>E così andò con un altro paio di ragazzi zen. Ma alla fine non do la colpa a loro, bensì a me stessa. Infatti, per quanto essi fossero arroganti, distanti, presuntuosi e spaventati, ero io che li sceglievo, che cercavo di aprili nei modi in cui volevo si aprissero, e che ricreavo gli schemi della mia infanzia mettendomi in relazioni in cui non ricevevo amore. Dopo tutto, sarei potuta benissimo uscire con un bel ragazzo ebreo.</p>
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<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Copyright originale Mariana Caplan, per gentile concessione. Il sito web dell&#8217;autrice è <a href="http://www.realspirituality.com/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.realspirituality.com');">http://www.realspirituality.com/</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per l’edizione italiana Innernet.</p>
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		<title>Cerca la verità, dovunque essa ti conduca</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 15:21:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>David Peat</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>

		<category><![CDATA[Bohm]]></category>

		<category><![CDATA[David Peat]]></category>

		<category><![CDATA[Einstein]]></category>

		<category><![CDATA[Krishnamurti]]></category>

		<category><![CDATA[meccanica quantistica]]></category>

		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[La vita di molti scienziati fu influenzata dal grande insegnante spirituale J. Krishnamurti, ma nessuno di loro ebbe un rapporto intimo e duraturo con lui come lo ebbe David Bohm.
Bohm e Krishnamurti si incontrarono la prima volta nel 1961 e la loro amicizia si protrasse fino alla morte di Krishnamurti, nel 1986 (anche se nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La vita di molti scienziati fu<a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/cerca-la-verita-bohm-krishnamurti.jpg"title="Cerca la verita Bohm Krishnamurti.jpg" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/cerca-la-verita-bohm-krishnamurti.jpg" alt="Cerca la verita Bohm Krishnamurti.jpg" hspace="6" align="left" /></a> influenzata dal grande insegnante spirituale J. Krishnamurti, ma nessuno di loro ebbe un rapporto intimo e duraturo con lui come lo ebbe David Bohm.</p>
<p>Bohm e Krishnamurti si incontrarono la prima volta nel 1961 e la loro amicizia si protrasse fino alla morte di Krishnamurti, nel 1986 (anche se nel 1984 entrò in crisi).</p>
<p>Bohm iniziò la carriera come pupillo di J. Robert Oppenheimer, il direttore del Manhattan Project, il progetto finalizzato alla realizzazione della bomba atomica, durante la seconda guerra mondiale. All’epoca del suo primo incontro con Krishnamurti, Bohm si era già guadagnato una grande e discussa fama come uno dei più brillanti fisici teoretici della nostra era. Egli aveva sviluppato la teoria del plasma – il quarto stato conosciuto della materia, dopo quello solido, liquido e gassoso – e la sua analisi del comportamento plasmatico degli elettroni nei metalli aveva posto le fondamenta per gran parte della fisica degli stati solidi.</p>
<p>Bohm, inoltre, esercitò un ruolo centrale nel dibattito sulla teoria dei quanti (ancora in corso ai giorni nostri), e fu l’autore di molte, provocatorie “interpretazioni” del quanto. Durante gli anni del suo insegnamento a Princeton, divenne amico di Albert Einstein, il quale, dopo aver trascorso vari anni cercando, senza successo, un’alternativa alla versione generalmente accettata della meccanica quantica, sembra aver indicato in Bohm il suo “successore intellettuale”, affermando: «Se qualcuno potrà riuscirci, questi è Bohm».</p>
<p>Ma David Bohm forse è più conosciuto, specialmente tra chi non è scienziato, per una teoria che è allo stesso tempo il frutto di una ricerca spirituale lunga una vita e il risultato di una profonda intuizione scientifica. Si tratta della teoria <em>dell’ordine sottinteso</em>, fondata su una visione globale, totale, nella quale la materia e la coscienza sono unite.</p>
<p>Bohm sembra essere stato ossessionato, sin da piccolo, dall’idea secondo cui viviamo in un universo nel quale la materia e il significato sono inseparabili; si dice che la parola “totalità”, da egli impiegata nel primo incontro con Krishnamurti per descrivere il suo lavoro scientifico, fece balzare quest’ultimo dalla sedia per dare un abbraccio a Bohm.</p>
<p>Leggendo <em>Wholeness and the Implicate Order </em>di David Bohm (in italiano <em>Universo, mente, materia</em>, RED edizioni), ho avuto spesso dei sentimenti simili. L’ampiezza e l’integrità della sua visione è efficacemente riflessa nella sua esposizione, che è allo stesso tempo lucida, ampia, precisa e profondamente, misteriosamente toccante. Leggendo Bohm, si rimane molto spesso sbalorditi dalla sua abilità nel connettere fenomeni di ordine radicalmente diverso, oltre che dalla sua passione per scoprire l’interrelazione e la coesione dinamica di un mondo generalmente considerato una forma di caos meccanizzato nel quale gli esseri umani sono destinati a svolgere una piccola parte.</p>
<p>Una volta abbandonata la vantaggiosa posizione di isolamento e distacco, l’essere umano si scopre profondamente inserito in un universo indivisibile che è allo stesso tempo reale ed eternamente misterioso; un unico evento multidimensionale senza inizio o fine.</p>
<p>Per molti colleghi di Bohm, comunque, la sua insistenza sul fatto che l’universo fosse da un lato intrinsecamente ordinato, dall’altro impossibile da comprendere appieno, era irritante piuttosto che fonte di ispirazione. Rievocando una frustrante intervista con Bohm nel libro <em>The End of Science: Facing the Limits of Knowledge in the Twilight of the Scientific Age</em> (<em>La fine della scienza: a tu per tu con i limiti della conoscenza nel crepuscolo dell’Era Scientifica</em>), lo scrittore di scienza John Horgan scrive: “Bohm anelava a conoscere, a scoprire il segreto di ogni cosa, sia attraverso la fisica… sia attraverso la conoscenza mistica. Tuttavia, insisteva sul fatto che la realtà era inconoscibile, perché, credo, provava repulsione verso l’idea della finalità”.</p>
<p>La premessa da cui parte Horgan, non insolita al giorno d’oggi, è che nel giro di venti anni la scienza avrà risposto a tutte le domande più importanti dell’uomo. Ma quello che Bohm riesce a comunicare in modo piuttosto chiaro durante quella intervista, è la sua concezione secondo cui le risposte finali non sono poi così importanti quanto il cercare di conoscere il mondo nel quale viviamo senza idee o conclusioni fisse. Fu caratteristico di Bohm insistere sul fatto che le idee fisse che sottintendono le ipotesi scientifiche non sono di aiuto, ma di ostacolo, e che una metodologia che unisca il rigore all’apertura mentale è la migliore per restare al passo della verità, man mano che essa si rivela nel corso dell’indagine scientifica.</p>
<p>Ma Bohm trovava ugualmente inadeguata la flessibilità senza il rigore, così comune nella vita spirituale. In un’intervista rilasciata per la rivista <em>ReVision</em> nel 1981, egli disse: “Dal momento in cui il mistico sceglie di parlare della sua esperienza… deve seguire le regole che governano il mondo ordinario, il che significa che deve essere ragionevole, logico e chiaro”.</p>
<p>E questo Bohm non lo chiedeva solo ai mistici, ma soprattutto ai fisici quantici contemporanei, molti dei quali, alla luce delle paradossali scoperte sul regno subatomico, si erano sentiti dispensati dalla necessità di offrire spiegazioni concrete o avevano sviluppato teorie e persino cosmologie più mistificanti delle visioni di uomini religiosi o spirituali. Ironicamente, fu proprio la richiesta di Bohm di spiegazioni puramente fisiche dei fenomeni quantici che lo portò a essere evitato da molti suoi colleghi.</p>
<p>Tuttavia, coloro che approvavano questo invito nutrivano per Bohm una grande fedeltà. Uno di questi è lo scrittore e fisico F. David Peat, che da giovane ascoltò catturato le spiegazioni di Bohm sulla meccanica quantica alla radio “BBS”, senza sapere che diversi anni più tardi avrebbe incontrato il suo eroe, apparentemente per caso, che sarebbero diventati amici e colleghi, che avrebbero scritto un libro insieme (<em>Science, Order and Creativity</em>), e che lui stesso avrebbe scritto alla fine la biografia di Bohm, <em>Infinite Potential: The Life and Times of David Bohm</em>.</p>
<p>Autore di molti libri, Peat è un uomo dai molteplici interessi, che l’hanno portato a girare tutto il mondo: tra questi la fisica moderna, le arti visive, la psicologia junghiana e la spiritualità dei nativi americani. La nostra intervista è stata condotta telefonicamente da Pari, il paese vicino a Siena dove egli vive attualmente. E’ stato un piacere parlare di David Bohm con qualcuno che lo conobbe intimamente e i cui ricordi sono ancora vivi nella sua memoria. Come si intuisce dalla nostra conversazione, il pensiero di Peat è stato influenzato, sotto molti aspetti, da Bohm.</p>
<p><em>Infinite Potential</em> è un ritratto completo e imparziale. La maggior parte del lavoro di Bohm è una straordinaria fonte di ispirazione, frutto di una grande integrità, ma Peat ha ben presenti anche i difetti del suo amico. “Bohm visse per il trascendente”, scrive Peat, “sognava una luce universale… Ma la sua vita fu caratterizzata da una grande sofferenza e da periodi di grave depressione. Durante la sua vita, non raggiunse mai la completezza; tutto ciò che conquistò, e di cui ancora avvertiamo i benefici, fu raggiunto solo al prezzo di grandi sacrifici”.</p>
<p>Simeon Alev: Perché pensa che fosse importante scrivere una biografia di David Bohm, in questo momento?</p>
<p>David Peat: Penso che sia un libro utile perché aiuta a mettere la vita di Dave in prospettiva e perché riunisce tutta la sua opera, cosa che non è mai stata fatta prima. Dave aveva fatto cenno al proposito di scrivere un’autobiografia – da solo o con l’aiuto di qualcuno – e dopo la sua morte, nel 1992, ne parlai con le persone che gli erano state più vicini. Tutti eravamo preoccupati dal fatto che un’altra persona avrebbe potuto improvvisare una biografia, per cui decidemmo che forse avremmo dovuto farne una noi, e subito.</p>
<p>Vede, sembra che il lavoro di Dave abbia molti aspetti diversi: in esso troviamo, per esempio, le ricerche giovanili sul plasma, la teoria delle variabili nascoste, l’ordine sottinteso e la ricerca di nuovi ordini nella fisica; inoltre, la collaborazione con Krishnamurti e le ricerche sulla coscienza e sul significato del soma. Ma quando si considera la sua vita come un tutto, ci si accorge che questi sono aspetti dello stesso modo di vedere l’universo, e quindi non sono diversi. Ho pensato che sarebbe stata una buona cosa che la gente sapesse ciò, particolarmente coloro che, nel mondo della fisica, hanno cominciato a selezionare le idee di Dave, scegliendone alcune piuttosto di altre. Ho pensato che sarebbe stato utile presentarle tutte insieme, in modo che le persone possano rendersi conto del loro livello di integrazione, cosa che non comprendono del tutto nemmeno coloro che conobbero abbastanza bene Bohm.</p>
<p>Simeon Alev: La sua vita e il suo lavoro furono un tutt’uno coerente.</p>
<p>David Peat: Sì, mi sembra che ogni cosa sia legata al resto; semplicemente, non puoi estrarne una parte.</p>
<p>Simeon Alev: Dunque, sembra che la vita e il lavoro di Bohm contengano un messaggio globale per l’umanità?</p>
<p>David Peat: Beh, in un certo senso il messaggio è questa stessa visione dell’interezza… Che naturalmente non è nuova; è contenuta in molte altre filosofie e se ne parla da tempo. Ma credo che ogni volta che qualcuno ne parla, la rinnova o la reinventa, riportandola in vita per il tempo presente. E io penso che David lo abbia fatto per la nostra epoca. Egli, inoltre, evidenziò il fatto che la scienza si era scissa sia all’interno di se stessa sia dalle tematiche spirituali e dalla riflessione sulla coscienza e il sé. E nella biografia è possibile vedere come queste idee si esprimessero attraverso la sua lotta. La sua vita fu allo stesso tempo l’intuizione di qualcosa di trascendente e una lotta per raggiungere questa condizione di integrità. E oggi il suo lavoro appare sempre più rilevante.</p>
<p>Simeon Alev: In che modo, secondo lei, la scienza e la spiritualità si incontrano nel suo lavoro?</p>
<p>David Peat: E’ certo che nei primi tempi nutrì dei sospetti nei confronti delle religioni organizzate, in particolare durante il suo periodo marxista – ma anche dopo – perché si era reso conto che esse non stavano aiutando la razza umana. Allo stesso tempo, però, fu sempre presente in lui un senso del numinoso, del trascendente – dalle sue precoci fantasie adolescenziali di una dissoluzione nello spazio fino alle visioni di luce, dell’illuminazione – un’intensità mentale, come se la mente potesse raggiungere una qualche verità che si sempre trova oltre il limite, che al di là di qualche sorta di frontiera ci sia una verità più profonda da scoprire.</p>
<p>Credo, quindi, che da questo punto di vista il suo lavoro fu una ricerca spirituale; qualcosa di più vicino, forse, alla ricerca dell’illuminazione, della luce, della verità. Diceva spesso che devi cercare la verità, ovunque essa ti porti; qualunque aspetto abbia, la dovrai affrontare. E a questo proposito penso che dovrei anche menzionare la sensazione che aveva durante la sua attività scientifica: egli sentiva spesso che l’universo era dentro il suo corpo, come se lui fosse un microcosmo all’interno del macrocosmo. Bohm intuiva che poteva raggiungere la verità all’interno del suo corpo, che era possibile rivolgere lo sguardo sia all’esterno che all’interno. Per tutta la sua vita fu presente questa sensazione di connessione diretta con il cosmo.</p>
<p>Simeon Alev: Sembra anche che abbia avuto la sensazione che gruppi più vasti di persone avrebbero potuto sperimentare la vita insieme in quel modo.</p>
<p>David Peat: Sì, parlava spesso delle diverse dimensioni dell’essere umano – l’individuale, la cosmica e la sociale – e, soprattutto verso la fine della sua vita, sentiva che esse dovevano integrarsi, e che forse ciò avrebbe potuto dar vita a una coscienza collettiva di qualche tipo. Talvolta faceva l’esempio di un fiume inquinato. Puoi cercare di eliminare l’inquinamento intorno alla città, ma la cosa importante è trovare la fonte dell’inquinamento, e in questo processo puoi scoprire un ordine di nuovo tipo. Sentiva che parte di quell’inquinamento era dovuto al linguaggio e che avremmo dovuto andare alle radici, alle origini del linguaggio, cosa possibile solo nell’ambito di un gruppo, attraverso una sorta di dialogo.</p>
<p><strong>Bohm e Krishnamurti</strong></p>
<p>Simeon Alev: Nonostante il fatto che Bohm era profondamente interessato a collaborare con gli altri, sembra che molti dei suoi rapporti di lavoro si siano conclusi tra i malintesi. Il suo rapporto con Krishnamurti è uno di questi. Come descriverebbe il ruolo di Krishnamurti nella vita di Bohm? Fu una delle sue relazioni più importanti?</p>
<p>DavidPeat: Credo che David Bohn avrebbe risposto di sì. Di certo, ha detto che i due incontri più importanti della sua vita furono con Einstein e Krishnamurti. Avvertiva qualcosa di simile tra i due: l’intensità, l’onestà e l’enorme energia che entrambi possedevano. Con entrambi instaurò una relazione di profonda amicizia , ma a un livello impersonale piuttosto che personale. Penso che ambedue furono molto importanti per lui, ma certamente i dialoghi che intrattenne con Krishnamurti si spinsero molto, molto in profondità.</p>
<p>D’altra parte, ho incontrato persone secondo le quali il pensiero di Bohm non fu profondamente influenzato da Krishnamurti, che le sue idee e il suo lavoro furono sempre dello stesso genere, che la frequentazione di Krishnamurti gli dava semplicemente incoraggiamento e ispirazione, e lo aiutò ad attraversare un periodo molto oscuro, in cui dubitava del valore in generale della scienza. Secondo queste persone, in quel periodo Krishnamurti fu importante per Dave, ma i gruppi di dialogo di quest’ultimo, tutto ciò che è a essi collegato, e le sue idee sulla coscienza collettiva non provenivano da Krishnamurti.</p>
<p>Si tratta di un argomento molto difficile e forse solo il tempo sarà in grado di dirci di più, quando vedremo le cose in prospettiva. Infatti, così come molte persone discutono di David Bohm, molte altre lo fanno a proposito di Krishnamurti, fuori e dentro la Krishnamurti Foundation. È in atto una rivalutazione di Krishnamurti, ci si incomincia a chiedere chi fosse e quale fu il significato della sua vita. E’ stato difficile per me, quindi, ricevere delle risposte chiare su Krishnamurti e Bohm.</p>
<p>Simeon Alev:Lei ha mai incontrato Krishnamurti di persona?</p>
<p>David Peat: Sì. Dave organizzò due incontri di scienziati con Krishnamurti e partecipai a entrambi.</p>
<p>Simeon Alev: Nella biografia lei approfondisce alcuni dettagli sulla loro relazione in generale, affrontandone anche la conclusione. Potrebbe riassumerci come e perché la loro relazione si ruppe?</p>
<p>David Peat: Nella biografia dovevo soltanto riferire ciò che la gente mi aveva raccontato, ma anche io avevo parlato molto con Dave di questo argomento. Penso che i loro incontri fossero molto intensi. Quando si sedevano insieme, in modo aperto e onesto, c’era una profonda intensità tra di loro, e Dave disse che riusciva a vedere alcune delle cose di cui Krishnamurti parlava; cioè, le sperimentava direttamente, non si trattava di una conoscenza di seconda mano.</p>
<p>D’altra parte, era disturbato dall’immagine di Krishnamurti creata dalle persone intorno a quest’ultimo. Sebbene Krishnamurti dicesse: «La verità è un territorio senza sentieri. Non ascoltate i guru, compreso colui che parla in questo momento», le persone lo trattavano e si comportavano come se lui fosse un guru. E credo che questo infastidì Dave. Sentì che c’era qualcosa di incompatibile in questo, di paradossale. Cominciò a chiedersi in che misura Krishnamurti fosse stato condizionato dalla sua stessa educazione e pose delle domande su questo argomento.</p>
<p>Penso che avesse anche dei dubbi sul modo in cui operavano le scuole di Krishnamurti, perché all’interno di queste ultime sembravano esserci molti conflitti. Se si riteneva che le persone potessero lavorare senza tutti questi condizionamenti, perché c’erano tanti problemi? Quindi, aveva molte domande dentro di sé. Penso che almeno durante un incontro con Krishnamurti si trovasse in questo stato d’animo. Allo stesso tempo, credo che avesse delle domande sulla propria vita e il proprio lavoro; forse si stava avvicinando uno dei suoi periodi di depressione.</p>
<p>Krishnamurti, dal canto suo, cominciò a chiedere perché David Bohm, se aveva capito tanto profondamente le cose di cui parlava Krishnamurti, fosse ancora tanto dipendente dagli altri; infatti, sembrava molto attaccato alla moglie e a Krishnamurti stesso.</p>
<p>Dunque, in realtà, si trattò di un confronto; Krishnamurti chiedeva a Dave di guardare la totalità della sua natura, mentre Dave aveva a sua volta dei dubbi su Krishnamurti. Alla fine, sembrò crearsi una rottura tra i due; per Dave essa fu, secondo me, dolorosa. Egli non riuscì a comprendere chiaramente cosa fosse successo, e perché. Anche se in seguito continuarono a vedersi, non discussero più con la profondità del passato.</p>
<p>Simeon Alev: Pensa che i loro incontri, fino a quel momento, fossero stati soprattutto intellettuali, o tra i due c’era una certa profondità spirituale, simile a quella che si può riscontrare tra un guru e un discepolo?</p>
<p>David Peat: Ho parlato con molte persone presenti a quegli incontri, e ho il massimo rispetto delle loro parole. Alcune di loro non avrebbero mai usato l’immagine del guru e del discepolo, ma quella di due persone impegnate in un’esplorazione comune, a un livello paritario. Dave contribuiva con un intelletto molto brillante e con profonde intuizioni provenienti dalla fisica, Krishnamurti interveniva dal suo punto di vista. In definitiva, si trattava di due uomini che discutevano dello stesso argomento. In molti casi, David Bohm aiutava Krishnamurti a chiarire non tanto le sue intuizioni – cosa che non avrebbe potuto fare – quanto il modo in cui Krishnamurti le presentava, il linguaggio che usava e l’andamento della discussione. Talvolta Krishnamurti faceva delle generalizzazioni su cui Dave balzava subito, sollecitandolo ad affinarle.</p>
<p>Ma non erano soltanto incontri tra due menti energeticamente elevate; secondo Dave, almeno, c’erano anche molto calore e affetto. Questo avvertì in Krishnamurti: il calore. Non si trattava, quindi, della tradizionale relazione tra guru e discepolo, ma della relazione tra due amici o colleghi. Dave disse di aver provato la stessa sensazione con Einstein: entrambi conducevano una ricerca comune, senza che qualcuno sembrasse superiore all’altro. Credo che la stessa cosa sia stata avvertita anche da molte persone che hanno lavorato con Dave. Naturalmente, eri consapevole che Dave era molto più intelligente di te – ti batteva su tutta la linea – ma quando lavoravi con lui, non avevi la sensazione che Dave fosse il capo, bensì che stavate indagando qualcosa in comune. Suppongo che la relazione con Krishnamurti fosse qualcosa di simile.</p>
<p>Allo stesso tempo, altre persone avevano la sensazione che, quando loro due erano insieme, si avvertiva una certa atmosfera spirituale; di fatto, la gente spesso diceva che si sentiva di qualcosa di potente nella stanza. E certamente questi dialoghi pubblici furono di grande aiuto a molti occidentali per riuscire ad avvicinare Krishnamurti: infatti, David Bohm li affrontava in maniera più occidentale di Krishnamurti.</p>
<p>Simeon Alev: Ho accennato alla relazione guru-discepolo a causa di un passaggio della biografia nel quale lei racconta come Krishnamurti, dopo quindici anni, avesse cominciato a esercitare su Bohm una certa pressione affinché egli cominciasse a cambiare: cosa che, normalmente, sarebbe sembrata consona al suo ruolo di maestro spirituale. Ma, poiché anche lei suggerisce che Bohm nutrì delle riserve per ciò che vedeva accadere intorno a Krishnamurti, forse si trattò più che altro di uno scambio di accuse.</p>
<p>David Peat: Di nuovo, è difficile da dire. Ho parlato con persone che erano nella cerchia intima di Krishnamurti, secondo le quali questo tipo di rottura si era verificata più volte. È come se le persone frequentassero Krishnamurti per molti anni, fino a quando lui sembrava quasi attaccarle e provocarle. A un certo punto, Krishnamurti sentiva il bisogno di provocare anche persone con cui si sentiva a suo agio e cui permetteva di stargli vicino. In questo senso, quando sfidò Dave su se stesso e i suoi condizionamenti, la cosa probabilmente assomigliò molto a una relazione guru-discepolo; all’improvviso tutto era cambiato.</p>
<p>Simeon Alev: Questo deve essere stato piuttosto sconvolgente per David Bohm.</p>
<p>David Peat: Secondo le informazioni raccolte, sì. Ma sono cose difficile da determinare con certezza, perché tutti coloro che li circondavano avevano dei forti interessi. Secondo alcuni, Dave era molto importante per Krishnamurti; altri, invece, sarebbero stati più felici se Dave non avesse avuto nulla a che fare con lui. Questi ultimi avevano la sensazione che egli stesse in un certo senso contaminando l’immagine di Krishnamurti, che lo stava spingendo a parlare in maniera troppo occidentale, intellettuale e razionale, a scapito della poesia. Alcuni sentirono questo: che la poesia si stava perdendo. Ma forse non vedevano la poesia insita in David Bohm.</p>
<p><strong>La scienza di Bohm</strong></p>
<p>Simeon Alev: Quali erano alcune delle principali idee di Bohm che lo resero una figura di primo piano nel processo di avvicinamento tra la scienza e la spiritualità?</p>
<p>David Peat: Dave avvertiva che la scienza non doveva staccarsi dalla vita di tutti i giorni, diventando qualcosa di astratto che aveva a che fare soltanto con la meccanica. Sentiva, piuttosto, che l’universo stesso è in certo senso uno specchio delle nostre strutture basilari come esseri umani e della nostra relazione con il trascendente. Questa fu la chiave di tutto il suo pensiero. Così, quando cominciò a sviluppare la sua teoria dell’ordine sottinteso, sentì che essa non riguardava soltanto la struttura della materia, ma anche quella della coscienza, perché ogni cosa riflette se stessa.</p>
<p>Persino il suo primo lavoro sul plasma sopraggiunse non tanto attraverso lo studio degli atomi e degli elettroni – cosa che naturalmente fece – quanto grazie al dilemma fondamentale dell’individuo e della collettività: può un individuo essere libero all’interno una società, portandovi allo stesso tempo il suo contributo? Anche qui, vide che i dilemmi di base degli esseri umani riguardo il libero arbitrio e gli obblighi verso la società sono, in qualche modo, riflessi nella struttura stessa dell’universo. A questo proposito, egli ebbe una visione (credo mentre viveva in Brasile): l’universo era un insieme di sfere di argento, ognuna delle quali rifletteva le altre, inclusa se stessa; una sorta di infinita riflessività dell’universo nella quale ogni parte era contenuta in tutte le altre.</p>
<p>Simeon Alev: A partire dal lavoro sul plasma, sembra che il pensiero di Bohm acquisisse una dimensione sempre più cosmica.</p>
<p>David Peat: Sì, anche se possiamo dire che fu sempre così. Persino quando frequentava ancora la scuola, tentò di sviluppare una teoria sul cosmo che comprendesse la coscienza; quindi, fin dall’inizio intuì che ogni teoria dell’universo doveva comprendere l’essere umano; l’osservatore umano doveva essere parte della teoria. Non avrebbe potuto essere una teoria obiettiva nel senso convenzionale del termine, cioè qualcosa di esterno ai fenomeni, che non tiene conto di noi, non considera la realtà esistenziale del nostro essere. Il suo pensiero fu sempre cosmico e onnicomprensivo.</p>
<p>Simeon Alev: Perché sembra che ancora oggi tanti scienziati hanno problemi ad accettare o rifiutare le sue idee?</p>
<p>David Peat: Beh, suppongo che in alcuni casi sia perché alla gente piacciono i lavori di dimensioni limitate: i “risultatini”, come li chiamava David; non i risultati, ma i “risultatini”. Quando Dave lavorava, affrontava idee e concetti molto generali; al contrario, la moda attuale nella fisica contemporanea è che tutto deve essere iper-matematico, mentre lui non ebbe mai fiducia nella matematica. Per lui, la matematica era un buono strumento, ma niente di più. Il problema della matematica, anche di quella più bella ed elegante, è che da qualche parte nasconde molti presupposti.</p>
<p>Quando parliamo insieme, usando il linguaggio comune, è più semplice scoprire quali siano questi presupposti. La matematica tende a nascondere molte cose. Bohm aveva dubbi anche su altri aspetti della fisica: per esempio, sulla tendenza della fisica delle particelle a frammentare, piuttosto che a unire. Vede, Dave si era reso conto che, in questo secolo, si era verificata una rivoluzione fondamentale nella fisica e nella meccanica quantica, ma che il nostro pensiero non ne aveva tenuto il passo.</p>
<p>Nel vecchio ordine, potevi frammentare le cose e definirle secondo una griglia cartesiana di spazio e tempo. Ora, avevamo bisogno di un ordine interamente nuovo, e l’ordine sottinteso, che è intrinsecamente infinito, era uno degli elementi su cui Bohm lavorò. Questo, però, equivale certamente a chiedere troppo dai fisici. A loro piace vedere le cose piccole e finite, mentre Dave fu un pensatore troppo globale, credo, per molti di loro… A parte i migliori, che simpatizzarono con Dave perché si resero conto che era necessario qualcosa di nuovo.</p>
<p>Simeon Alev: Ma alla maggior parte degli scienziati non sembrava che egli si fosse spinto oltre i confini della scienza?</p>
<p>David Peat: Sì. E appare ironico che ora, dopo la sua morte, il suo lavoro sulle variabili nascoste – quello che causò più controversie – è stato adottato dai fisici come un modello di calcolo. Per Dave, si trattava di un modo completamente nuovo di considerare la meccanica quantistica, ma ora viene usato solamente come un modello di calcolo. Hanno messo da parte il contorno, mantenendo l’essenziale.</p>
<p>Simeon Alev: La chiamano “la meccanica Bohmiana”?</p>
<p>David Peat: Sì, la meccanica Bohmiana, esatto. Dave sarebbe rimasto molto scioccato. È ironico che questo è ciò che hanno estratto dalla sua teoria. Ma in passato sono successe cose simili. Basil Hiley e lui, a un certo punto, si accorsero che il nuovo ordine che stavano cercando era già stato anticipato da matematici quali Grassman, Hamilton e Clifford. E anche in quel caso, quello che era successo fu che la gente aveva lasciato da parte i contenuti più profondi per conservare soltanto un semplice modello di calcolo; le idee veramente importanti sono sempre state ignorate.</p>
<p>Simeon Alev: Potrebbe essere utile per contestualizzare tutte queste informazioni fare una coincisa panoramica di alcune delle più importanti teorie di Bohm.</p>
<p>David Peat: Bene, una era la teoria delle variabili nascoste, che ho appena menzionato. Lui credeva che l’universo si componesse di un’infinità di livelli e che non potesse mai essere interamente compreso dal pensiero umano. In questo si differenziò molto da Einstein, con il quale ebbe un lungo scambio epistolare sull’argomento. Per Einstein, alla fine doveva esistere un solo livello unificato che avrebbe spiegato tutto, mentre Bohm credeva che ogni livello raggiunto ne avrebbe nascosto un altro dietro di sé, e che quindi non avremmo mai raggiunto la fine.</p>
<p>Questa idea rappresentava anche un’alternativa al riduzionismo, perché in quest’ultimo scopri, diciamo, delle molecole; queste le spieghi in termini di atomi, gli atomi in termini di particelle elementari e così via; ti addentri, via via, in componenti sempre più elementari. Ma per Bohm li livello superiore e quello inferiore potrebbero condizionarsi a vicenda. Quindi, non si trattava in realtà di livelli indipendenti, allo stesso modo con cui il corpo umano è fatto di organi e cellule, ma le cellule, a loro volta, sono specificate dall’intero ordine del corpo. Così, ciò che sta in alto condiziona ciò che sta in basso, e viceversa.</p>
<p>Perciò, intuì che la meccanica quantica, basata sull’idea di casualità e indeterminatezza a livello subatomico, era solo un primo passo verso una teoria più profonda che avrebbe incluso queste variabili nascoste. Come Einstein, Bohm voleva conservare l’idea che ci fosse un grado di oggettività a livello subatomico, che le cose non hanno bisogno di osservatori umani per accadere; e si interessò anche al fatto che la meccanica quantica non offre alcuna reale spiegazione sul modo in cui gli eventi quantici avvengono. Sviluppò, quindi, una teoria che all’inizio chiamò l’«interpretazione causale» e poi “ontologica” di questi eventi. Essenzialmente, si trattava di un tentativo di spiegare le cose in modo più razionale: sebbene nel 1950 esse non ebbero successo, recentemente la gente è arrivata ad accettarle come un modo diverso di considerare la meccanica quantica.</p>
<p>Poi c’era la teoria dell’ordine sottinteso. Dave definiva Il mondo dove sembriamo vivere – il mondo degli oggetti classici, della fisica newtoniana – come il mondo dell’«ordine manifesto». Sentiva che quella che consideriamo come realtà è solo uno specifico livello o una percezione dell’ordine. Sotto di esso si trova ciò che definiva “l’ordine sottinteso”, “ripiegato”, nel quale le cose sono ripiegate le une sulle altre e profondamente interconnesse, e dal quale l’ordine manifesto si rivela. Si potrebbe dire che il manifesto è come la schiuma del latte, mentre l’ordine sottinteso è molto più profondo; esso include non solo la materia, ma anche la coscienza; è solo nell’ordine manifesto che tendiamo a dividerli, a vederli come due entità separate. Dave trascorse parecchio tempo, negli ultimi decenni della sua vita, a cercare di trovare un’espressione matematica per questa intuizione della realtà.</p>
<p>Avvertì anche la necessità di reintrodurre il <em>tempo </em>nella fisica. Naturalmente, il tempo era sempre esistito come parametro, ma non come una reale entità dinamica, capace di muovere le cose. A questo lavorava negli ultimi giorni della sua vita. L’altra attività di quel periodo, con i gruppi di dialogo, non era qualcosa di diverso perché, di nuovo, avvertiva che la sua teoria doveva includere tanto la coscienza quanto la materia; ciò condusse all’idea che doveva esistere un campo di informazioni.</p>
<p>Dalla sua interpretazione ontologica della teoria quantica si ricava la nozione secondo cui la materia risponde sempre a un campo del genere. Fino a quel momento, erano presenti due livelli in natura: la materia e l’energia. Adesso Bohm, con la sua interpretazione ontologica, ne introdusse un terzo, che chiamò “informazione attiva”, cioè l’informazione come un’attività in natura. Gli elettroni si muovono e si comportano nel loro modo bizzarro perché rispondono a un campo di informazioni, un campo attivo. Ma anche il corpo umano risponde a un campo attivo: in questo modo opera il sistema immunitario. Dunque, egli introdusse il concetto dell’informazione attiva come qualcosa di inerente sia alla materia che alla coscienza, un fenomeno collettivo non localizzato al quale la coscienza individuale umana – o il cervello – è in grado di rispondere.</p>
<p>Bohm credeva fosse possibile sviluppare una qualche forma di collettività se la gente vi avesse lavorato per un certo periodo di tempo; ecco perché creò i gruppi di dialogo, basandosi sull’idea che sarebbe stato possibile, grazie a questa informazione attiva, produrre una trasformazione nella coscienza umana. Forse avrà pensato che la stessa cosa accadeva alla presenza di Krishnamurti, cioè che quando quest’ultimo incontrava un gruppo di persone, si verificavano dei cambiamenti di coscienza.</p>
<p>Simeon Alev: Questo era ciò che stava cercando di fare da solo, dopo la rottura con Krishnamurti.</p>
<p>David Peat: Sì, esatto, tramite il lavoro con questi gruppi. Qualche volta si sentiva molto incoraggiato da essi, altre volte, no. Ma ci credeva davvero: poiché in fisica non è sempre necessaria una grande quantità di energia per produrre un notevole cambiamento, forse anche questi piccoli gruppi sarebbero riusciti a influire sulla coscienza umana.</p>
<p><strong>L’ignoto</strong></p>
<p>Simeon Alev: Come obiettivo, potrebbe sembrare piuttosto ambizioso, ma una delle cose che più mi hanno colpito di Bohm, fin dalla prima volta che lo lessi, è il fatto che, a dispetto della sua importanza, egli sembra essere stato una persona molto umile. La sensazione è che avesse un rispetto profondo per ciò che non conosceva.</p>
<p>David Peat: Sì, questo fu certamente vero. Naturalmente, c’era anche l’altra faccia della medaglia. Discuteva abbastanza animosamente con le persone; quando gli altri facevano un errore, li perseguitava. Per il resto: sì, sentiva che, di fronte alla totalità dell’universo, conosciamo davvero poco.</p>
<p>Simeon Alev: Lei crede che questa umiltà abbia avuto un ruolo nel suo lavoro?</p>
<p>David Peat: Rese sicuramente le cose più facili per coloro che volevano lavorare con lui. Semplicemente, ci si sedeva insieme e si affrontava un problema, oppure si discuteva un argomento. Lo stesso atteggiamento, probabilmente, gli permise di parlare con Krishnamurti a un livello paritario. La maggior parte delle persone che incontravano Krishnamurti erano consapevoli di essere alla presenza di un guru, la qual cosa rendeva loro difficile la conversazione. E la sua umiltà probabilmente gli facilitò anche la conversazione con Einstein.</p>
<p>Simeon Alev: E per quanto riguarda il suo pensiero? Lei pensa che questa umiltà lo aiutò anche ad arrivare alle sue conclusioni o ad avere la sua prospettiva?</p>
<p>David Peat: Sa, c’è sempre una via di scampo, non è vero? Potresti prendere le tue idee e dire: «Le presenterò in modo piacevole per il pubblico»; oppure: «Non mi spingerò troppo in là». Puoi andare in cerca di approvazioni o di elogi , cioè quel genere di cose che conducono inevitabilmente al compromesso. Se vuoi avere successo, devi cercare un piccolo campo di lavoro e approfondirlo. Ma Dave non volle mai fare questo. Ebbe l’onestà e la modestia di fare quello che voleva veramente, ovvero formulare le domande più importanti. Mi spiego, che cosa rende possibile formulare le domande più importanti? O una grande arroganza o la franca ammissione della propria ignoranza.</p>
<p>Simeon Alev: In che modo il suo rapporto con lui ha influito su di lei come persona e come scienziato?</p>
<p>David Peat: Beh, probabilmente mi ha aiutato ad abbandonare la scienza!</p>
<p>Questo rapporto è arrivato nel momento giusto, quando stavo mettendo in discussione me stesso rispetto a un sacco di cose e volevo veramente andare fino in fondo a ciò che stavo facendo. Durante un anno sabbatico, venni a Londra per lavorare con Roger Penrose. Incontrai David Bohm quasi per caso e cominciai a conversare con lui. In realtà, quello che successe fu forse simile a ciò che avvenne tra Bohm e Krishnamurti: Dave non mi rivelò nulla di nuovo, ma confermò i dubbi che già avevo. Probabilmente, avrei preferito affrontare da solo tutte quelle profonde questioni, ma non ne avevo il coraggio, oppure pensavo che non fosse pratico o possibile.</p>
<p>Però, quando vidi che Bohm lo stava facendo, pensai: «Perché non possiamo farlo anche noi?». Forse, Krishnamurti non ha detto niente di nuovo a David Bohm, ma si è limitato a sostenerlo nelle sue indagini. Nel mio caso, il fatto cruciale fu sentire il sostegno di Dave per un certo numero di anni. Non che egli pensasse di starmi sostenendo in modo attivo; bastava la sua semplice presenza.</p>
<p>Inoltre, egli rifiutava l’idea del “genio”; sosteneva che non è necessario essere dei geni. Chiunque abbia l’energia per fare domande, per fronteggiare le cose e lavorare con costanza, può farcela. Questa è una cosa importante. Altrimenti, tanta gente lascerebbe perdere, dicendo: «Tanto non sono un genio». Questo è ciò che mi fu detto quando facevo il ricercatore: «Beh, non sei un genio: perché ti preoccupi di queste cose? Scegli qualcosa di modesto». Al contrario, Dave sosteneva che chiunque poteva fare questo lavoro. Naturalmente, devi avere qualche formazione, ma la cosa più importante è continuare a porsi quelle domande. E chiunque può farlo.</p>
<p>Simeon Alev: Questo suggerimento che le fu dato riguardo il fatto di non essere un genio… È normale per gli studenti di fisica sentirsi dire cose del genere?</p>
<p>David Peat: Sì. Sì, lo è. Succede spesso. Un altro consiglio che ricevetti fu: «Trova un settore molto, molto ristretto della fisica e pubblica all’incirca dieci o quindici articoli al proposito; così ti guadagnerai una reputazione». Solo dopo puoi cominciare a fare queste altre cose. Infatti – un altro piccolo aneddoto – quando andai a trascorrere un anno sabbatico con Bohm, in Inghilterra, un fisico molto importante mi chiese di fargli visita per qualche giorno.</p>
<p>Una sera mi portò a cena fuori e in modo molto paterno mi disse che voleva darmi qualche consiglio. Raccontò di essere al corrente del fatto che collaboravo con Bohm, aggiungendo che quella probabilmente non era la cosa migliore che potessi fare. In realtà, era una cosa che mi danneggiava e avrei dovuto cercare di staccarmi da lui per tornare a occuparmi di settori ben limitati della fisica. «Occupati di problemi modesti», mi disse; «questo è il modo in cui la fisica si evolve: grazie a persone che fanno piccole cose».</p>
<p>Un’altra persona mi confessò che la sua ambizione più grande era quella di diventare una nota a piè di pagina di un libro. Ebbene, Dave non ha mai ragionato così. Egli riteneva che quando le persone si esprimevano in tal modo, si trattava, in fondo in fondo, di falsa modestia; per lui, l’unica cosa veramente importante era porsi gli interrogativi fondamentali. Altrimenti, a che pro occuparsi di fisica? Penso che questa idea sia ben espressa in una delle lettere tra Bohm ed Einstein. Einstein scrisse: «Se così stanno le cose, non c’è motivo che continui a occuparmi di fisica».</p>
<p>Simeon Alev: Quali direzioni ha preso il suo lavoro che non sarebbero state possibili senza Bohm?</p>
<p>David Peat: Più che altro, si trattava di ampliare il campo di indagine. Una volta, David Bohm mi raccontò che la cosa più significativa che Krishnamurti gli avesse detto era: «Comincia dall’ignoto». Ebbene, Krishnamurti non aveva molto tempo per studiare fisica con Dave – né credo che ci pensasse molto – ma questo fu il suo consiglio: «Comincia dall’ignoto». Credo che da qui vengano le mie lunghe discussioni con i nativi americani, nel tentativo di comprendere il loro mondo. E negli anni passati ho anche discusso molto con vari artisti – scultori, pittori – per cercare di comprendere ciò che vogliono realizzare, che ha a che fare con la ricerca di un nuovo ordine; ho notato incredibili somiglianze tra tutto ciò e quello gli scienziati stanno cercando in fisica. Di base, sto cercando di porre gli interrogativi più grandi possibili. Forse è questa l’eredità di Dave.</p>
<p>Simeon Alev: Lei avrà un’idea di cosa intendesse Krishnamurti quando affermò: «Comincia dall’ignoto»…</p>
<p>David Peat: Penso che Krishnamurti sentiva che procedere dal noto verso l’ignoto non era il giusto modo di lavorare. Devi cominciare dall’ignoto, da ciò che non si conosce: e nell’ignoto scopri un’energia infinita per penetrare le cose, che non trovi quando lavori continuamente con il noto. David stesso una volta ha detto a qualcun altro: «Tra dove sei ora e dove vorresti essere c’è una specie di barriera, o un baratro, e talvolta è una buona idea immaginare di trovarsi già dall’altra parte del baratro, così che puoi cominciare dalla parte sconosciuta».</p>
<p><strong>Nuovi indirizzi della scienza</strong></p>
<p>Simeon Alev: Ho letto un suo articolo nel quale evidenzia il bisogno di un paradigma completamente nuovo per la scienza occidentale, e dove descrive le sue ricerche sulle filosofie e le cosmologie dei nativi americani. In che modo lei concilia queste tendenze che, agli occhi della maggioranza, possono sembrare molto distanti?</p>
<p>David Peat: Dunque, penso che quando stavo con alcuni nativi americani molto anziani cercando di comprenderne la visione del mondo – ma non è che al riguardo ebbi più di qualche barlume – alcune delle cose che dicevano sembravano corrispondere… Ma, vede, non ho mai voluto fare o scrivere qualcosa che assomigliasse al <em>Tao della Fisica</em> perché non sono certo di credere a tutta quella roba.</p>
<p>Quello che si può dire, tuttavia, è che tra i nativi americani esiste una certa percezione del cosmo, o della nostra relazione con esso, che è una visione della natura in divenire: tutto è movimento, flusso, trasformazione. Entriamo in relazione con questo flusso, ma la realtà di base è trasformazione e cambiamento. Dall’altro lato, per diverse centinaia di anni, gli scienziati hanno creato strutture e ordini fissi, fino a quando la meccanica dei quanti ha rivoluzionato tutto. In seguito, la teoria del caos ha creato un’altra rivoluzione.</p>
<p>Si potrebbe quindi sostenere che la fisica occidentale rifletteva il desiderio umano di un certo tipo di ordine – classico o platonico – che ora è stato rovesciato. E’ come se la natura ci avesse rivelato che non possiamo più procedere in quella direzione e che la modalità successiva, la teoria quantica o un’altra qualsiasi, corrisponde in qualche modo alle intuizioni che ho avuto parlando con i nativi americani. Può vedere che questi due modi di vedere le cose non sono così distanti. I nativi americani vedono l’universo come un flusso, un processo o un rapporto di energie. E quando chiedi ai fisici quantici: «Cosa sono queste cose, cosa sono le molecole?», ti risponderanno: «Sono rapporti di energie». Per esempio, David Bohm concepiva una particella elementare come un processo: una particella sta sempre collassando all’interno o espandendosi all’esterno.</p>
<p>Allo stesso modo, anche noi oggi abbiamo a che fare con flussi, processi e relazioni, il che è molto simile alla metafisica dei nativi americani. Rimasi molto colpito da questa scoperta. Suppongo che rimasi colpito anche dal fatto che essi avevano sviluppato un linguaggio che li rendeva in grado di vivere in quel tipo di mondo. Uno dei problemi chiave della meccanica quantica, come evidenziò Niels Bohr, è che i linguaggi indo-europei riguardano concetti e interazioni fra oggetti statici: per questo, non sembrano adeguati al mondo dei quanti. Sembra che siamo tagliati fuori da quel mondo a causa del nostro linguaggio.</p>
<p>Simeon Alev: Non abbiamo un linguaggio adeguato per esprimere queste verità.</p>
<p>David Bohm: Esatto, perché il nostro linguaggio è basato sui nomi, così tendiamo a vedere un mondo fatto di oggetti e interazioni. E poiché abbiamo un linguaggio basato sui nomi, tendiamo a vedere categorie e concetti, a sistemare le cose in categorie. Così, dal linguaggio che parliamo deriva un certo modo di pensare, una certa logica. Ma alcuni gruppi di nativi americani non hanno questo tipo di linguaggio; come risultato, non hanno categorie in cui incasellare le cose, quindi non hanno i nostri problemi. Vede, in questo c’è qualcosa di liberatorio: dando un’occhiata al loro mondo e facendo ritorno al mio, mi rendo conto che la mia esperienza del mondo è condizionata dalla mia cultura e non è inevitabile; capisco che potrebbero esserci altri punti di vista. Ecco cosa ho trovato di così prezioso in quel contatto.</p>
<p>Per rispondere alla sua domanda, quindi, non ho visto alcuna incompatibilità tra il mio interesse per la scienza e quello per i nativi americani. In questi giorni, per ragioni simili, discuto molto con gli artisti: infatti, ritengo che l’altro grande cambiamento che deve verificarsi nella fisica riguarda il nostro concetto di spazio, argomento con cui hanno a che fare tutti gli artisti con i quali ho parlato. Può darsi che avvicinandosi al millennio, stiamo tutti cominciando a porci le stesse domande, ognuno attraverso la sua disciplina; oppure, che la rigidità della mente occidentale sia arrivata alla fine e sta lasciando spazio a qualcosa di più flessibile. Forse la scienza sarà mitigata da cose come l’intuizione e la compassione, valori che non erano presenti prima.</p>
<p>Simeon Alev: Da un certo punto di vista, la scienza è sempre stata innovativa, ma allo stesso tempo gli scienziati sono spesso molto orgogliosi del rigore e della razionalità della propria metodologia. In questi tempi invece, molti tra gli scienziati più importanti dell’odierna generazione stanno seguendo direzioni molto affascinanti, anche se, da un certo punto di vista, apparentemente bizzarre. Rupert Sheldrake, per esempio, sta facendo ricerche sulla “fisica degli angeli”.</p>
<p>David Peat: Oh, davvero? Allora se ne è uscito con questo…</p>
<p>Simeon Alev: Sì, ha appena pubblicato un libro su questo argomento. E mi è venuto in mente che la gente potrebbe considerarlo, comprensibilmente, al di là del rigore necessario per l’indagine scientifica.</p>
<p>David Peat: Sono sicuro che è quello che pensano molte persone.</p>
<p>Ma, vede, io sto vivendo in questo paese, in Italia, dove pago un affitto molto basso, il vino è assai economico e tutto il cibo è coltivato localmente. Non devo più soddisfare nessuno, per cui la cosa non m’importa granché. E quando parlo ai nativi americani vedo che queste persone hanno un’incredibile disciplina nella loro vita e nel modo in cui lavorano –molto più di quella che abbiamo noi, direi – e anche gli artisti che ho conosciuto studiano a lungo e profondamente i loro materiali e il proprio lavoro: in tutto ciò, io scorgo un grande rigore. Mi interessa il rigore in questo senso. Forse dovremmo tornare all’idea di David Bohm, secondo cui bisogna cercare la verità dovunque essa ti porti, senza compromessi, senza cercare di mitigare le cose. Le persone che lo fanno sono quelle che rispetto.</p>
<p>Ora, come lei sa, esiste ogni genere di personaggi folli e bizzarri, sia dentro che fuori la comunità scientifica, ma la cosa non mi interessa.</p>
<p>Simon Alev: In questo caso, per esempio, si può considerare la fisica degli angeli un argomento molto creativo e rischioso, nel quale Sheldrake si inoltra da solo per esplorare qualcosa in cui crede profondamente.</p>
<p>David Peat: Mi sta chiedendo di commentare qualcosa di cui non sono molto al corrente. Ma forse potrei metterla in questo modo, sperando di non sembrare ipocrita: se ottocento anni fa, in Europa, alcune delle menti più filosofiche come Dionigi il Certosino e San Tommaso d’Aquino dibattevano e studiavano molto profondamente certi argomenti attinenti al modo in cui percepivano la realtà, arrivando alla fine a delle conclusioni, penso che valga la pena prenderli seriamente. Ebbene, quando cerchi di trasferire ciò alla meccanica quantica, per esempio, di solito ottieni qualcosa di molto stravagante, stupido e new age.</p>
<p>Quindi, devi trovare un linguaggio molto creativo col quale esprimere queste cose per il mondo moderno, restando però fedele alle idee originarie. Penso che qui stia la difficoltà: è un atto di traduzione. Infatti, dopo tutto, Nicola di Cusa (mi pare fosse lui) sviluppò un’idea molto simile all’ordine sottinteso, ma era impossibile trasferire Nicola di Cusa nella meccanica quantica. Non avrebbe funzionato. Ci voleva qualcuno come David Bohm per riscoprire quell’idea, porla in un nuovo contesto e tradurla in un diverso linguaggio. Penso che, in parte, le cose stiano così. E se Rupert Sheldrake riesce a portare il rispetto intellettuale del mondo moderno verso l’Aquinate, Dionigi e tutti gli altri, ha compiuto qualcosa di molto creativo. Non ho letto il suo libro e ne ho solo parlato brevemente con lui.</p>
<p>Simeon Alev: Penso di essere d’accordo, ma non intendevo chiederle di commentare Sheldrake, bensì di dirmi qualcosa sul fatto che questi argomenti sono diventati oggetto della scienza contemporanea.</p>
<p>David Peat: Vada per gli angeli. Ma che dire dei dischi volanti, i rapimenti degli extraterrestri e cose simili? Sono appena tornato da una conferenza dell’Istituto di Arti Contemporanee a Londra, la scorsa settimana, dove si parlava di dischi volanti, rapimenti da parte di alieni, dosi enormi di droghe, Timothy Leary che moriva nell’Internet… cose del genere. Insomma, le cose stanno diventando un po’ troppo stravaganti.</p>
<p>Simeon Alev: Quando fa queste distinzioni, come traccia la linea di confine?</p>
<p>David Peat: E’ molto difficile. Dipende dalle persone coinvolte. Penso che sia possibile individuare una persona insincera con molta facilità. Ma credo anche che se incontri una persona e hai per lei un certo rispetto, se questa ti dice delle cose che ti sembrano un po’ bizzarre, devi approfondirle, parlarne e investigarle insieme a lei. Questo è sempre possibile, anche se quello che senti all’inizio ti sembra decisamente folle. Voglio dire, quando senti dire che Swedenborg andò su altri pianeti e cose simili, si tratta ovviamente di fatti bizzarri; personalmente, non credo che Swedenborg sia andato su altri pianeti.</p>
<p>Ma se ipotizzi che Swedenborg intuì qualche verità e cercò di esprimerla nel solo linguaggio che conosceva a quel tempo, la cosa diventa più accettabile e puoi sostenere: «Approfondiamo questo Swedenborg, perché sembra un pensatore molto intelligente e profondo. Che cosa sta dicendo?». Forse questa è l’unica cosa che puoi fare, a livello personale. È possibile che all’inizio devi cercare di non farti scoraggiare dal linguaggio utilizzato (che si parli di dischi volanti, di angeli o di qualsiasi altra cosa) e dovrai dunque chiederti: «E se fosse una metafora, un’immagine? Bene, a cosa si riferisce quest’immagine?».</p>
<p>Alcune persone vedono dischi volanti, altre, angeli, ma cosa c’è dietro? I nativi americani direbbero: «Vediamo i guardiani dello spirito». E se solleciti spiegazioni, chiedendo: «Cosa sono i guardiani dello spirito?», risponderebbero: «Sono energie». Allora dici: «Va bene, se stai parlando di energie, stiamo usando lo stesso linguaggio, che si riferisce a relazioni di energie». Si tratta di trovare un linguaggio comune e discutere rispettandosi a vicenda.</p>
<p>Simeon Alev: Quindi, dal suo punto di vista, questi sono linguaggi ugualmente validi o modi diversi di descrivere la stessa cosa?</p>
<p>David Peat: Quello che intendo dire è che quando hai a che fare con una cultura esistente da molto tempo, come quella dei nativi americani (o anche dell’Europa medievale che discuteva degli angeli) devi averne molto rispetto. Non è la stessa cosa che rispettare i dischi volanti, il magico bambino interiore, il tuo animale superiore o cose del genere, come fa la gente in California. Non si tratta di queste cose. Voglio chiarire la mia posizione.</p>
<p>Simeon Alev: La distinzione fatta da alcuni autori che ho avuto modo di leggere – Ken Wilber e Huston Smith, per esempio – non verte tanto sul fatto che queste non siano tutte strade valide per studiare e descrivere la nostra esperienza, quanto sul fatto che potrebbe verificarsi una sorta di errore di classificazione. Secondo questa tesi, il dominio della scienza è quello di una realtà empirica fisicamente verificabile, mentre il dominio spirituale (ma anche quello razionale-filosofico) si rivolge a una dimensione completamente diversa dell’esperienza umana. Naturalmente, tutte queste dimensioni sono correlate, ma ciononostante, non si dovrebbe pensare che l’affermazione fatta in un dominio valga anche per un altro.</p>
<p>David Peat: Sì, questi sono ragioni forti, me ne rendo conto.</p>
<p>Sa, c’è un aneddoto riguardo Pasteur. Egli si trovava nel suo laboratorio, quando qualcuno venne a intervistarlo, chiedendogli: «Pasteur, signore, dottore, lei quando prega?». Ed egli, guardando al microscopio, rispose: «In questo momento, sto pregando». Nella vita dell’individuo – quella di David Bohm, per esempio – potrebbe non esserci distinzione tra quando si smette di essere uno scienziato e si diventa qualcos’altro. Egli non avrebbe potuto compiere questa frammentazione del proprio essere.</p>
<p>Con un nativo indiano anziano, avviene la stessa cosa: egli è sempre in preghiera e in profonda relazione spirituale con la natura. Personalmente, quindi, non vedo come una persona possa smettere di essere una cosa e all’improvviso diventare un’altra. E penso che per alcuni scienziati l’impulso di base sia di tipo religioso, o spirituale: cioè un senso del numinoso, di qualche ordine profondo o qualche qualità trascendentale dell’universo. Lei troverà che ciò è sempre vero in questi scienziati, anche dopo aver distinto la loro onestà e la loro volontà di affrontare la verità dal loro lavoro e dal linguaggio che utilizzano per esprimere le loro idee.</p>
<p>Ma credo che sia pericoloso usare la scienza per dimostrare o dare credibilità alla religione. Mi riferisco a libri del tipo <em>God and the New Physics</em>. Ritengo che sia un’operazione rischiosa.</p>
<p>Simeon Alev: Prima ha citato Il Tao della Fisica. Ritiene che il lavoro di Fritjof Capra appartenga a tale categoria?</p>
<p>David Peat: A essere onesti, non l’ho mai letto. Devo essere una delle poche persone sul pianeta che non lo ha ancora letto, quindi non so che dirle. Può appartenervi o meno, non so. Ma penso che ci siano un sacco di analogie deboli: per esempio, quando sostieni che la meccanica quantica produce uno stato di vuoto, che è uno stato di infinita energia potenziale, e poi da lì salti ad affermare: «Questo è Dio». Tutto ciò è molto stupido e superficiale.</p>
<p>Simeon Alev: Per finire, riprendiamo un filo del discorso che ci siamo lasciati alle spalle, e che ha a che fare con il suo modo di vedere le cose: qual è per lei la cosa più importante nella vita?</p>
<p>David Peat: Hmm…Una domanda facile! La cosa più importante nella vita…Sa, forse non ci penso. Mi spiego, è stato bello trovare un villaggio sulla cima di una collina, circondato dalla bellezza, dove le persone vivono in modo tradizionale e puoi condurre una vita bilanciata fatta di passeggiate, buon cibo, calore… Suppongo che… riuscire a esprimersi creativamente, forse questa è la cosa importante. Di qualunque cosa si tratti: scrittura, pittura, qualsiasi cosa… E relazionarsi con le persone…</p>
<p>Non lo so, non lo so. Non è qualcosa che mi preoccupa. Forse, se mi preoccupassi, non starei facendo questo. In passato, mi preoccupavo di più. Forse non sono preoccupato adesso… ma niente dura per sempre!</p>
<p>Informazioni sulle attività e i seminari di David Peat al sito <a href="http://www.paricenter.com" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.paricenter.com');">www.paricenter.com</a></p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.wie.org');">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Nityama Masetti. Revisione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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		<title>Euforico nichilismo, intervista con Ramesh Balsekar</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 04:31:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chris Parish</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>

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		<description><![CDATA[Immagina, se vuoi, che un mattino ti svegli in un altro mondo. Appena ti stropicci gli occhi per abituarti alla luce splendente del sole, vedi che sotto molti aspetti non è un mondo molto diverso da questo. Sei circondato da creature che, ai tuoi occhi, appaiono identiche agli esseri umani con cui di solito condividi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Immagina, s<a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-1.gif"title="Euforico nichilismo 1.gif" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-1.gif" alt="Euforico nichilismo 1.gif" hspace="6" align="left" /></a>e vuoi, che un mattino ti svegli in un altro mondo. Appena ti stropicci gli occhi per abituarti alla luce splendente del sole, vedi che sotto molti aspetti non è un mondo molto diverso da questo. Sei circondato da creature che, ai tuoi occhi, appaiono identiche agli esseri umani con cui di solito condividi il mondo.</p>
<p>Li osservi mentre si muovono nelle loro attività giornaliere, vivono le loro vite, s’intrattengono a conversare con gli altri, prendendo le miriadi di scelte e decisioni inerenti alle richieste della vita. Il quadro sembra rassicurante, familiare e normale.</p>
<p>Ma presto scopri che in questo mondo le cose <em>non</em> sono necessariamente come appaiono. Perché questi non sono esseri umani. No, questi sono “organismi corpo/mente” che, a differenza delle loro controparti umane, non hanno la facoltà di scegliere tra più possibilità o di prendere decisioni. Infatti, questi organismi non hanno niente che assomigli lontanamente a quello che chiameremmo libero arbitrio. Le trame delle loro vite furono scritte sulla pietra, molto tempo prima che nascessero, lasciando loro solo la possibilità di compiere meccanicamente degli atti per rappresentare la loro programmazione.</p>
<p>Questi, in apparenza delle creature umane, sembrerebbe, non sono diversi dalle macchine. Mentre apparentemente sembrano comportarsi come normali individui dal pensiero libero, indaffarati nelle loro attività quotidiane, stranamente quando gli viene chiesto, sostengono che non stanno facendo proprio niente. Infatti, in questo mondo peculiare, affermano che non ci sono “coloro i quali agiscono”.</p>
<p>Per di più, nessuno in questo mondo è mai ritenuto responsabile di qualcosa. Anche quando sembra che uno di questi esseri faccia del male ad un altro, non viene percepito nessun rimorso e non viene assegnata nessuna colpa. Se ti capitasse di chiedere a uno di questi organismi corpo/mente qualcosa a proposito, la risposta sarebbe che non c’era nessuno che aveva fatto niente. </p>
<p>L’etica è un concetto sconosciuto da queste parti. Le leggi di natura non sembrano applicabili in questo mirabile nuovo mondo. O forse qui sono state riscritte, dal momento in cui gli esseri sembrano osservare alcune strane leggi. Ti chiedi in quale luogo della Terra potresti essere. Ma non sei sulla Terra, sei atterrato sul Pianeta Advaita.</p>
<p>Sono venuto a Bombay a intervistare Ramesh Balsekar (recentemente scomparso, n.d.r.), uno dei più conosciuti insegnanti dell’Advaita Vedanta. Vive nel cuore di questa vasta, caotica città, in un’esclusiva zona di fronte al mare, che, mi ha informato il mio tassista, è dove abitano molti vip. Il portiere della sua casa, deducendo automaticamente che come occidentale dovessi essere venuto a visitare Ramesh Balsekar, mi diresse ad un piano superiore, dove c’è la spaziosa e ben ammobiliata residenza di Balsekar. Balsekar fu un padrone di casa molto cortese, accogliendomi calorosamente, nel suo immacolato, tradizionale abbigliamento indiano. Il suo atteggiamento era raggiante e vivace, e mi è stato difficile credere che avesse ottant’anni.</p>
<p>Ramesh Balsekar proviene da un ambiente insolito per un guru indiano. Istruito in occidente, ebbe una carriera di successo come dirigente e andò in pensione dalla sua carica di presidente della Banca dell’India all’età di sessant’anni. E mentre afferma di essere sempre stato incline a credere nel destino, fu solo dopo il suo ritiro dal lavoro che iniziò la sua ricerca spirituale, una ricerca che lo condusse velocemente dal suo guru – il rinomato maestro di Advaita Vedanta Sri Nisargadatta Maharaj.</p>
<p>Nisargadatta era un’insegnante impetuoso che divenne famoso in Occidente negli anni ’70 quando fu pubblicata una traduzione inglese dei suoi dialoghi intitolata <em>I Am That (Io sono quello</em>, Astrolabio, Milano, 2001) – un libro che è diventato un classico spirituale moderno. Entro meno di un anno dall’incontro con Nisargadatta, accadde improvvisamente a Balsekar quello che lui ha definito <em>“la comprensione finale”</em> –<em> l’illuminazione</em> – mentre stava traducendo per conto del suo guru.</p>
<p>Secondo il racconto di Balsekar, Nisargadatta lo autorizzò ad insegnare appena prima di morire, e da allora, ha costantemente condiviso il suo messaggio come successore di questo maestro molto rispettato. Balsekar ha pubblicato molti libri dei suoi insegnamenti ed ha insegnato in Europa, negli Stati Uniti e in India. Tiene <em>satsang</em> [udienze con un maestro spirituale] ogni mattina nel suo appartamento, e un flusso costante di ricercatori quasi esclusivamente occidentali va a Bombay per vederlo.</p>
<p>All’inizio volevamo intervistare Balsekar, sia perché è un popolare e influente insegnante Advaita – adesso ha autorizzato dei suoi studenti all‘insegnamento – e sia perché è considerato, da molti, il successore di uno dei più riconosciuti insegnanti Advaita dell’era moderna. Nello studiare gli scritti di Balsekar, abbiamo presto realizzato che stava insegnando una forma dell’Advaita insolita e possibilmente eccentrica che induceva, francamente, a nostro parere, a conclusioni opinabili e perfino disturbanti.</p>
<p>Sebbene il pensiero indiano sia stato a lungo criticato per le sue inclinazioni deterministiche, sembrava che Balsekar avesse portato questo fatalismo a un estremo senza precedenti. Fu sia un desiderio di esplorare questi spazi inquietanti, sia di proseguire con il nostro interesse soprattutto per gli insegnamenti Advaita, che alla fine mi portò a Bombay a parlare con lui. E mentre arrivai immaginandomi un incontro impegnativo, guardando a posteriori, mi è chiaro che, mentre ci fu offerto il caffè e ci sistemammo comodamente nel suo soggiorno, non avrei avuto nessuna possibilità di prepararmi al dialogo che stava iniziando.</p>
<p>Chris Parish: Sei sempre più noto come insegnante dell&#8217;Advaita Vedanta sia in India sia in Occidente. Puoi descriverci cosa insegni?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Posso davvero dirlo con una sola frase. La frase su cui si basa il mio intero insegnamento è: “Sia fatta la tua volontà”. O come lo dicono i Musulmani, <em>Inshallah</em> –“Il volere di Dio.” O nelle parole di Buddha: “Gli eventi accadono, le azioni sono compiute, non c’è alcun individuo che agisce”. Vedi, il conflitto di base nella vita è: “Faccio sempre tutto nel modo giusto quindi mi aspetto la mia ricompensa; egli o ella fanno sempre qualcosa di sbagliato e quindi dovrebbero essere puniti”. Questa è la vita, non è cosi?</p>
<p>Chris Parish: Certamente, accade spesso.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Questa è la base di ciò che ho osservato. L’intero problema sorge perché qualcuno dice: “<em>Io</em> ho fatto qualcosa e <em>mi </em>merito una ricompensa, o <em>egli</em> ha fatto qualcosa e perciò <em>lo </em>voglio punire per quello che ha fatto”.</p>
<p>Chris Parish: Come conduci le persone a questo – che “non c’è colui che agisce”?</p>
<p>Ramesh Balsekar: È molto semplice. Se analizzi ciascuna azione che consideri la <em>tua</em> azione, scoprirai che è una reazione del cervello ad un evento esterno sul quale non hai alcun controllo. Un pensiero arriva – non hai controllo sul pensiero in arrivo. Qualcosa viene visto e udito – non hai controllo su ciò che vedrai e udrai in seguito. Tutti questi eventi accadono senza il tuo controllo. E poi che succede? Il cervello reagisce al pensiero o alla cosa vista, udita, gustata, odorata, o toccata. La reazione del cervello è ciò che chiami “la tua azione”. Ma, di fatto, è solamente un concetto.</p>
<p>Chris Parish: Qual è la differenza, quindi, fra i pensieri, le sensazioni e le azioni di una persona illuminata e di una non illuminata?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Succede la stessa cosa. La sola differenza è che il saggio capisce che quello è ciò che sta accadendo. Perciò sa che non c’è niente che <em>egli</em> stia facendo – <em>semplicemente le cose accadono</em>. Il saggio sa che “io non sto facendo niente”. Ma l’uomo comune dice: “Io faccio delle cose e loro fanno delle cose. Perciò voglio la mia ricompensa e voglio che loro siano puniti”. La ricompensa o la punizione derivano dal fatto che io, lui, o lei facciamo delle cose.</p>
<p>Chris Parish: Posso capire attraverso la mia esperienza che non abbiamo controllo sui pensieri e le emozioni che affiorano. Ma qualche volta un’azione segue e talaltra no, e mi sembra che c’è una grande differenza tra quando un pensiero si manifesta solamente e quando viene intrapresa un’azione che coinvolge un’altra persona.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-2.gif"title="Euforico nichilismo 2.gif" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-2.gif" alt="Euforico nichilismo 2.gif" hspace="6" align="right" /></a>Ramesh Balsekar: L’azione che accade è il risultato della reazione del cervello al pensiero. Se si è soltanto testimoni del pensiero e il cervello non reagisce a quel pensiero, allora non c’è azione.</p>
<p>Chris Parish: Ma, se come tu dici, non c’è nessuno che decide come rispondere, chi è che causa il manifestarsi o meno di un’azione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Un’azione accade se è nel volere di Dio che accada. Se non è nel suo volere, non accade.</p>
<p>Chris Parish: Vuoi dire che ogni azione che si manifesta è per il volere di Dio?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì – è il volere di Dio.</p>
<p>Chris Parish: Che agisce attraverso una persona?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, attraverso una persona.</p>
<p>Chris Parish: Sia che questa persona sia illuminata oppure no? Attraverso ognuno, in altre parole?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Esatto. La sola differenza, come ho detto, è che l’uomo comune pensa: “ È la <em>mia</em> azione”, laddove il saggio sa che è l’azione di <em>nessuno</em>. Il saggio sa che “le azioni sono compiute, gli eventi accadono, ma non c’è un colui individuale che agisce”. Per quanto mi riguarda questa è l’<em>unica</em> differenza. La<em> sola </em>differenza tra un saggio e una persona comune è che la persona comune crede che ogni individuo <em>fa</em> ciò che accade attraverso quell’organismo del corpo/mente. Così dal momento che il saggio sa che non esiste azione che <em>egli</em> compia, se si produce un’azione che ferisce qualcuno, farà tutto ciò che gli è possibile per aiutare quella persona – ma non ci sarà nessun senso di colpa.</p>
<p>Chris Parish: Vuoi dire che se un individuo agisce in modo da ferirne un altro, la persona che l’ha compiuto, o, come dici, l’”organismo corpo/mente” che l’ha agito, non è responsabile?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Quello che sto dicendo è che sai che: ”io” non l’ho fatto. Non dico che non sei dispiaciuto di aver ferito qualcuno. Il fatto che qualcuno è stato ferito indurrà un sentimento di compassione e il sentimento di compassione risulterà nel mio tentativo di fare il possibile per lenire la ferita. Ma non ci sarà senso di colpa: <em>io non l’ho fatto!</em> L’altra faccia della medaglia è che accade un’azione lodata dalla società che mi premia per questo. Non dico che non ci sarà felicità causata dalla ricompensa. Così come la compassione si è manifestata a causa della ferita, un sentimento di soddisfazione o felicità può sorgere a causa di una ricompensa. Però, non ci sarà orgoglio.</p>
<p>Chris Parish: Ma intendi letteralmente dire che se io vado a colpire qualcuno, non sono io a farlo? Voglio semplicemente essere chiaro a questo proposito.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Il fatto iniziale, il concetto originario, rimane ancora: tu hai colpito qualcuno. Sorge il concetto aggiuntivo che qualsiasi cosa accada è il volere di Dio, e la volontà di Dio relativa ad ogni organismo corpo/mente è il <em>destino</em> di quell’organismo corpo/mente.</p>
<p>Chris Parish: Quindi potrei soltanto dire: “Beh, ho agito per volontà di Dio, non è colpa mia”.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Certo. Un atto accade perché è nel destino di quest’organismo corpo/mente, e perché è il volere di Dio. E le <em>conseguenze</em> di quell’azione sono<em> anch’esse</em> il destino di quell’organismo corpo/mente. Se accade una buona azione, quello è il destino. Per esempio, prendiamo Madre Teresa. L’organismo corpo/mente conosciuto come Madre Teresa era stato così programmato affinché accadessero solo buone azioni. Quindi il manifestarsi di buone azioni era il destino dell’organismo corpo/mente chiamato Madre Teresa e le conseguenze furono un premio Nobel, ricompense, onorificenze e donazioni per le varie cause.</p>
<p>Tutto questo era il destino di quell’organismo corpo/mente chiamato Madre Teresa. Dall’altro lato c’è un organismo psicopatico che è programmato in modo tale - dalla stessa Sorgente – che accadano solo azioni cattive o perverse. La manifestazione di queste cattive azioni perverse è il destino di un organismo corpo/mente che la società chiama psicopatico. Ma lo psicopatico non ha <em>scelto</em> di essere tale. Infatti,<em> non c’è uno psicopatico</em>; c’è solo un organismo corpo/mente psicopatico, il cui destino è produrre azioni cattive e perverse. E anche le conseguenze di tali azioni sono il destino di quell’organismo corpo/mente.</p>
<p>Chris Parish: Ritieni che tutto sia predestinato? Che tutto sia programmato dalla nascita?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì. Uso la parola “programmare” in riferimento alle caratteristiche inerenti all’organismo corpo/mente. La “programmazione” per me significa i geni più i condizionamenti ambientali. Non hai potuto scegliere i tuoi genitori, perciò non hai avuto scelta per quanto riguarda i tuoi geni. Allo stesso modo, non hai avuto voce in capitolo riguardo all’ambiente di nascita. Perciò non hai avuto scelta riguardo i condizionamenti dell’infanzia che hai ricevuto in quell’ambiente, che include i condizionamenti a casa, nella società, a scuola e in chiesa.</p>
<p>Gli psicologi affermano che la somma dei condizionamenti ricevuti entro i tre, quattro anni d’età è il condizionamento di base. Ci saranno condizionamenti ulteriori, ma il condizionamento di base che crea la personalità è la somma dei geni più il condizionamento ambientale. La chiamo programmazione. Ogni organismo corpo/mente è programmato in un modo unico. Non ci sono due organismi corpo/mente uguali.</p>
<p>Chris Parish: Sì, ma non è forse vero che due persone possono avere un assortimento di condizionamenti simile eppure essere completamente diverse l’una dall’altra?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Certo. Per questo motivo uso due termini: uno è la <em>programmazione</em> dell’organismo corpo/mente stesso; l’altro è il <em>destino</em>. Il destino è il volere di Dio riguardo a quell’organismo corpo/mente, impresso al momento del concepimento. Il destino di un concepito può essere di non nascere affatto – nel qual caso sarà abortito. Tutto questo è un concetto, non ti sbagliare. Questo è il mio concetto.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ramesh-balsekar.jpg"title="Euforico nichilismo. Ramesh" ></a></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ramesh-balsekar.jpg"title="Euforico nichilismo. Ramesh" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ramesh-balsekar.jpg" alt="Euforico nichilismo. Ramesh" /></a></p>
<p>Chris Parish: Affermi che questo è un concetto e, di sicuro tutte le parole sono concetti, ma come facciamo a sapere che questo concetto rappresenta la verità? Tendo a pensare che ognuno abbia delle responsabilità individuali e che, sebbene ci sia una certa quantità di condizionamenti che ereditiamo, possiamo tuttavia scegliere la risposta. Un individuo può trascendere gli aspetti del suo condizionamento, mentre un altro può rimanerci bloccato tutta la vita. Dal momento che questo accade, direi che è dovuto alla volontà dell’individuo di trascendere i condizionamenti, e di aver successo.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma se questo accade può accadere se non è nella volontà di Dio? Supponiamo che ci siano due persone: una cerca di superare i suoi limiti e ce la fa; l’altra non ce la fa. Quello che intendo è: sia colui che ha successo, sia colui che fallisce lo fa perché quello è il destino del suo organismo corpo/mente – che è la volontà di Dio.</p>
<p>Chris Parish: Ma non potremmo più semplicemente dire che è nella volontà di Dio dare ad ogni individuo la libera scelta di prendere le sue decisioni?</p>
<p>Ramesh Balsekar: No. Vedi, la mia domanda è: quale delle due volontà prevale? Quella dell’individuo o quella di Dio? Secondo la tua esperienza fino a che punto il tuo libero arbitrio ha prevalso?</p>
<p>Chris Parish: Penso che, a volte, la volontà dell’individuo possa certamente prevalere.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Nei confronti della volontà di Dio? Quando vuoi qualcosa e ti dai da fare per averlo e lo ottieni, lo ottieni perché la tua volontà <em>coincide</em> con quella di Dio.</p>
<p>Chris Parish: Prendiamo l’esempio di un individuo che diventa un tossicodipendente e rimane tale tutta la vita. Uno, può altrettanto facilmente argomentare, che ha fatto questa scelta per andare contro la volontà di Dio e ha avuto successo – precisamente perché c’è il libero arbitrio.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma sia che tu lo accetti o no<em> di per sé</em> è la volontà di Dio, non lo vedi? Che tu accetti la volontà di Dio o che tu non accetti la volontà di Dio, è<em> la stessa</em> volontà di Dio!</p>
<p>Chris Parish: Affermare che tutto è programmato anticipatamente, che tutto è destino, che non c’è libera scelta, sembra una forma molto estrema di riduzionismo. Secondo questa visione gli esseri umani sono come computer; tutto ciò che ci riguarda è completamente predisposto.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, precisamente.</p>
<p>Chris Parish: Ma questa mi sembra una visione senza cuore. Allora siamo soltanto delle macchine – tutto ci accade. Non c’è niente che possiamo agire, niente che possiamo cambiare.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, esattamente.</p>
<p>Chris Parish: Ma questo potrebbe facilmente condurre ad una profonda indifferenza verso la vita.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, e se accadesse, allora sarebbe ottimo!</p>
<p>Chris Parish: <em>Davvero?</em></p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma questo è il punto! Certo. Poi puoi dire che qualsiasi cosa accada viene <em>accettata</em>. Allora non c’è infelicità; non c’è miseria, non c’è colpa, orgoglio, odio, invidia. Che c’è di sbagliato in questo? E come già ti ho detto, le azioni accadono attraverso questo organismo corpo/mente, e se questo individuo scopre che un atto ha ferito qualcuno, nasce la compassione.</p>
<p>Chris Parish: Ma non appare un po’ strano prima ferire qualcuno e poi provare compassione? Non sarebbe meglio, in primo luogo, non ferirlo?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma non è sotto il tuo controllo! Se lo fosse stato, in primo luogo non lo avresti mai fatto.</p>
<p>Chris Parish: Ma se uno crede di poter esercitare il controllo opponendosi alla credenza che afferma il contrario, potrebbe scegliere di non farlo.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Allora perché l’essere umano non esercita il controlla su ogni azione che si manifesta? Lascia che ti faccia una domanda. È evidente che l’essere umano possegga un intelletto straordinario, un intelletto tale che un piccolo essere umano è stato capace di spedire un uomo sulla luna.</p>
<p>Chris Parish: Sì, è vero.</p>
<p>Ramesh Balsekar: E ha anche l’intelletto per comprendere che se fa certe cose, altre cose terribili accadranno. <em>Ha </em>l’intelletto per sapere che se produce armamenti nucleari o armi chimiche, poi saranno usate e succederanno cose terribili nel mondo. Ha l’intelletto – dunque se possiede il libero arbitrio, allora perché lo fa? Se possiede il libero arbitrio, perché ha ridotto il mondo in queste condizioni?</p>
<p>Chris Parish: Ammetto che la situazione che descrivi è ovviamente malsana. Ma suggerirei che dipenda dal fatto che le persone hanno una volontà debole. E credo che possano cambiare se lo vogliono – se ci tengono.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Allora perché non l’hanno fatto?</p>
<p>Chris Parish: Alcune persone cambiano, ma, come ho detto, sfortunatamente sembra che i più abbiano una volontà debole. Il libero arbitrio da solo non ci assicura che agiremo con intelligenza. Come nell’esempio che hai appena portato, è chiaro che la gente spesso scelga di fare delle cose abbastanza dannose.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Se dici che abbiamo il libero arbitrio di distruggere il mondo, significa, in altre parole, che stiamo distruggendo il mondo perché lo <em>vogliamo</em> – sapendo benissimo che il mondo sarà distrutto! Il libero arbitrio significa che <em>vuoi</em> farlo.</p>
<p>Chris Parish: Penso che il problema stia più nel fatto che le persone, di solito, non si assumano le conseguenze delle loro azioni. Spesso pensano solo a loro stesse, senza considerare dove possano condurre le loro azioni.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma l’essere umano è straordinariamente intelligente. Perché <em>non</em> pensa nei modi che tu proponi? La mia risposta è – perché non è previsto che lo faccia.</p>
<p>Chris Parish: Quando dici “non è previsto”, che significa?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Non è nella volontà di Dio che gli esseri umani pensino in questi termini. Non è nella volontà di Dio che gli esseri umani siano perfetti. La differenza tra il saggio e la persona comune è che il saggio accetta<em> che sia</em> come Dio vuole, ma – e questo è importante – che ciò non gli impedisca di<em> fare quello che crede che debba essere fatto</em>. E quello che ritiene di dover fare è basato sulla programmazione.</p>
<p>Chris Parish: Ma perché il saggio ”farebbe quello che crede debba essere fatto” se, come hai già spiegato, sa che, in primo luogo, non è lui a pensare?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Vuoi dire, come accade l’azione? La risposta è che l’energia all’interno dell’organismo corpo/ mente compie l’azione secondo la programmazione.</p>
<p>Chris Parish: Quindi l’azione, come tu la descrivi, si manifesta solo <em>attraverso</em> la persona.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, fluisce. L’azione accade. Pertanto, questo è il punto di ciò che dico – tornando indietro, di nuovo, alle parole del Buddha: “Gli eventi accadono, le azioni sono compiute”.</p>
<p>Chris Parish: Da quello che conosco sul pensiero del Buddha, anch’egli sentiva fortemente che gli individui erano personalmente responsabili delle loro azioni. Non è questa la base del suo intero insegnamento sul karma, sulla causa ed effetto?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Non il Buddha!</p>
<p align="center"><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-4.jpg"title="Euforico nichilismo 4.jpg" ></a></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-4.jpg"title="Euforico nichilismo 4.jpg" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-4.jpg" alt="Euforico nichilismo 4.jpg" /></a></p>
<p>Chris Parish: È la mia impressione che Buddha insegnò un bel po’ la “retta azione”. Sembrava che gli stesse molto a cuore quello che la gente faceva, e poneva molta enfasi sulle persone che s’impegnano in modo appropriato per cambiare se stesse.</p>
<p>Ramesh Balsekar: <em>Questa è un’interpretazione successiva </em>del Buddismo. Le parole del Buddha sono molto chiare. Chi ha il controllo di ciò che accade? Dio ha il controllo! Questa è la base di <em>tutte</em> le religioni, come abbiamo visto. E perché ci sono delle guerre religiose se questa è la base di tutte le religioni? Sono coloro che interpretano, la causa di queste guerre! E, ancora, come potrebbe succedere se non fosse nella volontà di Dio?</p>
<p>Chris Parish: È chiaro che tu creda che tutto quello che facciamo, lo facciamo a causa della volontà di Dio. Mi sembra, però, che questo abbia un senso soltanto nel caso di un individuo che sia giunto alla fine del suo cammino spirituale – che abbia concluso con l’ego – perché le azioni di questa persona non sono al servizio di se stessa, e quindi, non ci sarebbe nessuna <em>deformazione</em> della volontà di Dio.</p>
<p>Ma fino a quel punto, se un individuo agisce male verso un altro, potrebbe essere solo una reazione compulsiva perché si sente egoista. Se quella fosse la causa, allora ciò che dici potrebbe effettivamente essere usato come una giustificazione per un comportamento spiacevole o aggressivo. Potrebbero semplicemente dire: “Tutto è volontà di Dio. Non ha importanza!”</p>
<p>Ramesh Balsekar: Lo so, ma quella è la<em> verità</em>. La tua vera domanda è: “Perché Dio ha creato il mondo in questo modo?”. Vedi, però, un essere umano è solo un<em> oggetto creato</em> che è parte della totalità della manifestazione che è stata generata dalla Sorgente. Così la mia risposta è: “Un oggetto creato non può in alcun modo conoscere il suo creatore!”. Lascia che ti porti una metafora. Immaginiamo che dipingi un quadro, e in quel quadro dipingi una figura. Poi quella figura vuole conoscere, numero uno, perché tu, quale pittore, hai dipinto quel particolare quadro, e, numero due, perché hai fatto la figura così brutta! Vedi, come può un oggetto creato arrivare mai, in alcun modo, a conoscere la volontà del suo creatore? Comunque il mio punto di vista è che questo non t’impedisce di fare ciò che pensi vada fatto! Accettando che niente accada senza la volontà di Dio non impedisce a nessuno di fare ciò che crede vada fatto. <em>Puoi </em>fare altrimenti?</p>
<p>Chris Parish: Ma basandomi su questa linea di ragionamento, come ho già detto, penserei che sarebbe piuttosto facile concludere: “D’accordo è tutto nella volontà di Dio; non ha importanza quello che accade”. E poi semplicemente lasciar perdere tutto quanto.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Vuoi dire: “Allora perché non stare a letto tutto il giorno”?</p>
<p>Chris Parish: Appunto, perché continuare a fare degli sforzi?</p>
<p>Ramesh Balsekar: La risposta è che l’energia all’interno di questo organismo corpo/mente non permetterà a questo organismo corpo/mente di rimanere inattivo neanche per un momento. L’energia continuerà a produrre qualche azione, fisica o mentale, ogni attimo, secondo la programmazione dell’organismo corpo/mente e il destino dell’organismo corpo/mente, <em>che è la volontà di Dio</em>. Ma questo non t’impedisce, pensando ancora di essere un individuo, di fare ciò che credi vada fatto. Per cui quello che dico, di fatto, è: “Ciò che tu pensi che dovresti fare in ogni situazione, in quel particolare momento, è precisamente ciò che Dio <em>vuole </em>che tu pensi vada fatto! In definitiva l’accettare la volontà di Dio non t’impedisce di fare ciò che pensi vada fatto. Vedi? Infatti, <em>non puoi fare a meno di farlo!</em></p>
<p>Chris Parish: Ho letto qualcosa su un opuscolo scritto da numerosi tuoi studenti che sembra rilevante a questo proposito. Dice: “Quello che ti piace può essere solo ciò che Dio vuole che ti piaccia. Niente può accadere senza la Sua volontà”. L’opuscolo aggiunge anche: “Non sentirti in colpa neanche se accade un adulterio. Tu, la Sorgente, sei sempre puro”.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Questo l’ha detto Ramana Maharshi.</p>
<p>Chris Parish: La Sorgente può essere sempre pura, ma, di nuovo, mi sembra che questo potrebbe essere facilmente preso come il permesso di agire senza coscienza. Potresti dire: “Non ha importanza se commetto un adulterio, non ha importanza se faccio del male ai miei amici, perché quell’azione semplicemente <em>accade</em>”. Può essere facilmente preso come il permesso di agire secondo il desiderio, solo perché mi succede di avere quel desiderio.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma non è proprio quello che accade?</p>
<p>Chris Parish: Accade, certamente, ma…</p>
<p>Ramesh Balsekar: Vuoi dire che succederebbe<em> più di frequente</em>?</p>
<p>Chris Parish: Potrebbe, con facilità, succedere più spesso. Potrei dire: “Ecco, non ha importanza quel che faccio adesso. Non devo far caso a frenarmi se sento un desiderio”. Ti è chiaro quel che intendo?</p>
<p>Ramesh Balsekar: La domanda comunemente formulata è: “Se in realtà io non faccio niente, che cosa mi impedisce di prendere una mitragliatrice e andare fuori ad uccidere venti persone?”. Questo è ciò che intendi chiedere, non è così?</p>
<p>Chris Parish: Beh, questo è un esempio estremo</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, prendiamo un esempio estremo!</p>
<p>Chris Parish: Ma io credo sia più interessante prendere in considerazione l’esempio dell’adulterio, perché molte persone non farebbero davvero un gesto così estremo come mitragliare delle altre.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Va bene. È la stessa cosa quando parliamo del commettere adulterio. Ho letto che gli psicologi e i biologi, basandosi sulle loro ricerche, sono giunti alla conclusione che se inganni tua moglie, non dovresti fartene una colpa. Sempre di più gli scienziati stanno arrivando alla conclusione che i mistici hanno sempre sostenuto – che qualsiasi azione accada sia rintracciabile nella programmazione.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-5.gif"title="Euforico nichilismo 5.gif" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-5.gif" alt="Euforico nichilismo 5.gif" hspace="6" align="left" /></a></p>
<p>Chris Parish: Mi rendo conto che in alcuni casi questo potrebbe essere vero, ma diciamo, per esempio, che ho l’urgenza di commettere un adulterio. Potrei dire: “Deve essere nella volontà di Dio che accada, quindi lo farò”. Oppure, potrei trattenermi e non causare un bel po’ di sofferenza ai miei amici. Non sarebbe meglio se mi trattenessi?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Allora, chi è che ti impedisce di trattenerti? Fai quello che ti pare! Che cosa t’impedisce di trattenerti? Trattieniti!</p>
<p>Chris Parish: Il mio punto di vista è che è meglio fare così!</p>
<p>Ramesh Balsekar: Anche il mio.</p>
<p>Chris Parish: Ma secondo la tua visione, potrei altrettanto facilmente dire: “Se sento un desiderio è in virtù del volere di Dio”. E poi <em>non </em>trattenermi.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Affermi che sai che dovresti trattenerti – allora perché non ti trattieni? Se un organismo corpo/mente è programmato per non ingannare la moglie, qualsiasi cosa dicano gli altri non lo farà. Se sei programmato per non alzare una mano su nessuno, cominceresti ad uccidere le persone? Ora, se ci fosse una legge che ti permettesse di picchiare tua moglie senza correre alcun rischio, cominceresti a picchiare tua moglie? No, senza che l’organismo corpo/mente sia programmato per farlo, e se è programmato per farlo, succederebbe in ogni caso. Così come ho detto, accettare la volontà di Dio non t’impedirà di fare qualsiasi cosa pensi che vada fatta. Falla! Fai esattamente quello che pensi che debba essere fatto!</p>
<p>Chris Parish: Alla fine, tuttavia, come possiamo dire che <em>sappiamo</em> che si tratta del destino o della volontà di Dio? Tutto quello che sappiamo è che certi eventi si manifestano. In seguito, possiamo rivedere ciò che abbiamo fatto e ammettere: “È successo, semplicemente”. E se ci piace possiamo chiamarlo destino. Ma non è più accurato dire che in realtà non sappiamo se si tratti del destino oppure no? Dire che non lo sappiamo è diverso dal dire che: “Sappiamo che è il volere di Dio”. È diverso dal dire che sappiamo che tutto è già predestinato. Vedi, mi sembra che tu voglia affermare che<em> sai</em> che tutto è nella volontà di Dio.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Non lo sappiamo, e questo è il dato di fatto; così se preferisci, puoi abbandonare il concetto di destino e dire che nessuno, in realtà sa niente su nulla. Bene. Non c’è bisogno del concetto di destino. Dopotutto, se accetti che qualsiasi cosa accada non sia nelle tue mani, poi chi rimane a preoccuparsi del destino?</p>
<p>Chris Parish: Dal momento che molti ricercatori spirituali vengono da te per ricevere consiglio sul cammino spirituale, vorrei chiederti, quale valore vedi, se ce n’è, nella pratica spirituale come strumento verso l’illuminazione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Se la<em> sadhana</em> [la pratica spirituale] è necessaria, un organismo corpo/mente è programmato per fare <em>sadhana.</em></p>
<p>Chris Parish: In altre parole se deve accadere accade?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Giusto. Le persone talvolta mi chiedono: “Se niente è nella mie mani (se non posso intervenire su niente), dovrei meditare oppure non dovrei?”. La mia risposta è molto semplice. Se ti piace meditare, medita; se non ti piace, non forzarti a farlo.</p>
<p>Chris Parish: La ricerca spirituale, allora, è un ostacolo all’illuminazione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, ricercare è il più grande ostacolo a causa della presenza del ricercatore. Il ricercatore è l’ostacolo – non il ricercare; il ricercare accade da solo. Il ricercare accade perché l’organismo corpo/mente è programmato per ricercare. Così se il ricercare l’illuminazione accade, allora l’organismo corpo/mente è stato programmato per ricercare. L’ostacolo è il ricercatore che dice: “Voglio l’illuminazione”.</p>
<p>Chris Parish: Allora perché tanti saggi hanno parlato dell’importanza del ricercare? Ramana Maharshi ha detto che il ricercatore deve volere l’illuminazione così intensamente come un uomo che sta annegando vuole l’aria – con tale livello di concentrazione e sincerità.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Certo. Quello che vuole dire, quindi, è che ci debba essere quel tipo d’intensità nel ricercare. Ma ha anche detto: “Se vuoi fare uno sforzo, devi fare uno sforzo; ma se è destino che lo sforzo non debba essere fatto, lo sforzo non sarà fatto”. Ramana ha detto questo. Così, vedi, se uno ricerca o non ricerca non è sotto il suo controllo. Se la ricerca di Dio o la ricerca del denaro accade, non è né un tuo merito né una tua colpa.</p>
<p>Chris Parish: In uno dei tuoi libri hai scritto che uno ha raggiunto una certa profondità di comprensione quando può dire: “Non m’importa se l’illuminazione accade o non accade a questo organismo corpo/mente”.</p>
<p>Ramesh Balsekar: È vero. Quando raggiunge quello stadio, allora significa che il ricercatore non c’è più. È estremamente vicino all’illuminazione perché se non c’è nessuno ad interessarsene, allora non c’è più nessun ricercatore.</p>
<p>Chris Parish: Ma il risultato non potrebbe essere soltanto un’indifferenza straordinariamente profonda – che <em>non</em> è l’illuminazione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Quello potrebbe condurre all’illuminazione!</p>
<p>Chris Parish: Ho ancora una domanda. Spesso affermi che dovremmo “solo accettare ciò che è”</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, se ti è possibile farlo – e questo non è sotto il tuo controllo!</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-6.jpg"title="Euforico nichilismo 6.jpg" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-6.jpg" alt="Euforico nichilismo 6.jpg" /></a></p>
<p><strong>Epilogo</strong></p>
<p>Mentre passai barcollando accanto al portiere e uscii nelle strade affollate di Bombay la mia mente vacillava. Come poteva essere, mi chiesi mentre mi facevo largo tra la folla, che un uomo intelligente ed educato come Ramesh Balsekar potesse veramente credere che ogni cosa è predestinata, che prima di essere nati, il nostro destino è già inciso in una sorta di granito etereo? Poteva essere veramente serio nella sua insistenza che la nostra intera vita, con il suo apparente flusso senza fine di scelte e decisioni, di precarie opportunità per sistemarne il corso per il meglio o per il peggio, sia veramente, dal primo respiro, un destino? Mentre traversavo il marciapiede alla ricerca di un caffè nel quale trovare ristoro dal caos, i difficili passaggi del nostro breve dialogo mi vorticavano in testa.</p>
<p>Si, “Così sia” è l’essenza della maggior parte delle religioni, pensavo tra me e me, ma per i più grandi mistici e saggi che avevano fatto queste affermazioni nella storia, l’arrendersi alla volontà di Dio ha significato molto di più del semplice accettare che non c’è nulla che si possa fare per influenzare le circostanze della vita. Certamente quello che tradizionalmente è stato riportato come “volontà di Dio” è quello che uno scopre quando ha completamente abbandonato l’ego, quando tutte le motivazioni egoistiche sono state bruciate, lasciandolo completamente arreso ad eseguire la volontà di Dio, qualsiasi essa sia!</p>
<p>Per un Gesù, o un Ramakrishna o un Ramana Maharshi dire che si era arreso alla volontà di Dio era un fatto. Ma dire che questo sia vero per tutti sembrava riflettere, al momento, una forma pericolosa e particolare di pazzia e di un tipo che poteva essere usato per giustificare le più estreme forme di comportamento. L’affermazione di Balsekar “Quello che pensi di dover fare in ogni situazione… è precisamente ciò che Dio <em>vuole</em> che tu pensi che debba essere fatto” significa che per lui il Buddha illuminato non sta facendo in misura maggiore la volontà di Dio, di un serial killer che sta attaccando la sua prossima vittima.</p>
<p>Ero venuto all’intervista aspettandomi qualche disaccordo, ma in qualche modo perfino i libri di Balsekar sui quali tutte queste idee sono ripetutamente e chiaramente espresse, non mi avevano preparato all’incontro con l’uomo stesso. Come gli erano venute queste idee? Mi chiedevo. E perché?</p>
<p>I miei pensieri giravano e rigiravano, richiamando ogni fatto della sua rabbrividente affermazione che perfino quando facciamo del male a qualcuno, non abbiamo bisogno di sentirci in colpa, perché non siamo responsabili delle nostre azioni - “che perfino Hitler fu un mero strumento attraverso cui gli orribili eventi che dovettero accadere accaddero” - alla sua dichiarazione, che andava oltre il buon senso, che non abbiamo il potere di controllare il nostro comportamento o perfino di influenzare quello degli altri. E tutto ciò nel contesto della sua descrizione fantascientifica di tutti noi come degli “organismi corpo/mente” che recitano la loro ”programmazione”.</p>
<p>Improvvisamente la benvenuta vista di un the shop apparve tra lo smog, e mentre mi facevo largo per entrare, provai sollievo nel trovare quel tipo di oasi quieta nella quale avevo sperato. Fu lì, a uno dei molti tavolini vuoti, mentre il primo sorso di tè al latte dal sapore dolce e vellutato scivolava tra le mie labbra, che, in un flash, mi colpì. Non stavo bevendo quel tè! Non ero seduto a quella tavola! Infatti, non ero quello che era entrato nel the-shop. E non ero quello che si era appena tormentato per un’ora discutendo con un uomo che in quel momento cominciava ad assomigliare ad un individuo sano. Infatti, non avevo fatto nulla. Era come se un peso che avevo portato per tutta la vita si fosse sollevato improvvisamente nel cielo grazie ad un pallone (ad aria calda), spedito lontano, per non ritornare più.</p>
<p>Tutti quegli anni avevo combattuto per diventare un essere umano migliore, più onesto e generoso – tutto quello sforzo che avevo fatto per rinunciare alle mie inclinazioni di superiorità, egoismo e aggressività – sono stati tutti una folle impresa, tutti stupidamente e senza necessità basati sull’idea importante che avevo un qualche controllo sul mio destino, e la meschina presunzione che quello che facevo importasse agli “altri”. Come avevo potuto essere così fuori strada?</p>
<p>Ma aspetta, non ero io neppure colui che fu condotto fuori strada! Come se si separassero le nuvole, all’improvviso ora vedo chiaramente, che quello che avevo pensato come “la mia vita” era stato solo un processo meccanico. La persona che pensavo di essere era solo una macchina. Ed il mondo nel quale pensavo di vivere non era, come avevo dedotto, un mondo di complessità umana, ma uno di meccanicistica semplicità, di ordine perfetto, un matematico svolgersi di programmi in movimento dall’inizio del tempo.</p>
<p>Come la clinica perfezione del piano scientifico di Dio iniziò ad aprirsi davanti a me, l’estatico trillo della libertà assoluta – dalla preoccupazione, dall’occuparsi, dall’obbligo, dalla colpa – iniziò a correre attraverso le mie vene come un torrente di fiumi senza argini. E con quello sopraggiunse una pace avvolgente, risuonante, un’assoluta mancanza di tensione, nel riconoscimento che non importa quale ambiguità apparente o quale incertezza potessi incontrare da lì in poi, non importa quali decisioni apparentemente difficili potessi incontrare, potevo sempre riposare con la certezza che qualsiasi scelta facessi era esattamente la scelta che Dio voleva che io facessi. Il misterioso senso di uno Sconosciuto che mi aveva trascinato per così tanto tempo era evaporato.</p>
<p>Gli altri nel caffè voltarono la testa mentre ridevo rumorosamente, una lunga risata di pancia, e riflettevo tra me e me che gioco fantastico sarebbe la vita se tutti capissero come va veramente, se ognuno potesse avere almeno un bagliore di come saremmo liberi, se vivessimo tutti sul Pianeta Advaita.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8834012038" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.internetbookshop.it');">Ramesh Balsekar. La coscienza parla. Astrolabio. 1996. ISBN: 8834012038</a></p>
<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org<br />
</a>Traduzione di Nityama Elsa Masetti. Revisione di Toshan Ivo Quartiroli.<br />
Copyright per l&#8217;edizione italiana Innernet</p>
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		<title>Il cammino della yogini</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2009 13:57:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jessica Torrens</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Sessualità]]></category>

		<category><![CDATA[gender]]></category>

		<category><![CDATA[genere sessuale]]></category>

		<category><![CDATA[tantra]]></category>

		<category><![CDATA[yogini]]></category>

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		<description><![CDATA[La coscienza cosmica non ha corpo ed è al di là del sesso e del genere, tuttavia i ricercatori spirituali, vivendo nel nostro mondo quotidiano, non lo sono. La maggior parte degli esseri umani è incapace di immaginare un’entità priva di genere. Lo dimostrano espressioni come ‘in Lui’ o ‘Dio Padre’.
In certe tradizioni buddiste e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/yogini-deogarh.jpg"title="Yogini deogarh.jpg" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/yogini-deogarh.jpg" alt="Yogini deogarh.jpg" hspace="6" align="left" /></a>La coscienza cosmica non ha corpo ed è al di là del sesso e del genere, tuttavia i ricercatori spirituali, vivendo nel nostro mondo quotidiano, non lo sono. La maggior parte degli esseri umani è incapace di immaginare un’entità priva di genere. Lo dimostrano espressioni come ‘in Lui’ o ‘Dio Padre’.</p>
<p>In certe tradizioni buddiste e indù la forma femminile è ritenuta inferiore al corpo maschile, il che impedirebbe alle donne di raggiungere la liberazione finché non rinascono come uomini. I dogmi maschilisti servono le istituzioni religiose dominate dagli uomini non meno di quanto servano a escludere le donne e a impedire loro di realizzare la pienezza del loro potenziale nella sfera secolare.</p>
<p>Alle donne viene detto che nella teologia non c’è posto per il femminismo. Alcune ricercatrici spirituali considerano il femminismo un movimento socialmente ostile e aggressivo, che contrasta con il fine spirituale della pace interiore. Ma un atteggiamento femminista non deve necessariamente essere stridente e accusatorio, o imprigionarci nel ciclo dell’azione e reazione.</p>
<p>Dobbiamo semplicemente essere inflessibili e sagge nel riaffermare il ruolo delle donne nella storia della ricerca spirituale. Come nella sfera secolare, dove le donne non potevano pubblicare nulla sotto il proprio nome e perciò la loro opera non è documentata, così nell’ambito spirituale esse sono state viste più come oggetto di desiderio da trascendere che come compagne sul cammino dell’auto-realizzazione.</p>
<p>La biografia della monaca buddista Tenzin Palmo, <em>La grotta nella neve</em>, di Vicki Mackenzie, fornisce una testimonianza delle interpretazioni e adulterazioni delle scritture messe in atto per impedire alle monache buddiste l’accesso agli insegnamenti esoterici. A onta di queste umiliazioni, l’inglese Tenzin Palmo (che è stata la seconda donna occidentale soltanto a essere ordinata monaca buddista) ha continuato a cercare di comprendere le proprie radici tramite gli insegnamenti buddisti.</p>
<p>Buddha aveva raccomandato agli aspiranti ricercatori spirituali di visualizzare l’interno del corpo (sangue, viscere, pus ed escrementi) per liberarsi da ogni attaccamento alla forma umana. Ma alcuni secoli dopo, nel primo secolo AD, i testi buddisti riservavano ormai questa grottesca visualizzazione esclusivamente al corpo femminile.</p>
<p>Questa interpretazione misogina, secondo Tenzin Palmo, fu probabilmente conseguenza della polarizzazione fra uomini e donne instaurata da monaci che vedevano nelle donne la fonte della tentazione, e perciò il nemico. Buddha non ha mai affermato che le donne siano qualcosa di sporco o che non possano raggiungere l’illuminazione. Una conseguenza del portare la colpa del desiderio degli uomini fu il fatto che alle monache fu negato l’accesso a pratiche tantriche miranti all’illuminazione.</p>
<p>Peggio ancora, il loro senso di autostima venne demolito. “Una volta,” scrive Tenzin Palmo, “feci visita a un monastero le cui monache erano appena tornate da una cerimonia in cui avevano ricevuto degli insegnamenti impartiti da un alto lama. Il lama aveva detto loro che le donne sono impure e il loro corpo è inferiore. Erano così depresse. La loro immagine di sé era sottoterra. Com’è possibile costruire una pratica spirituale autentica, quando da ogni lato ti si dice che non vali nulla?” La svalutazione del contributo delle donne alla vita e alla comunità spirituale non è tipico soltanto della cultura buddista, ma di tutte le società patriarcali.</p>
<p><strong>La dicotomia migliore/peggiore</strong></p>
<p>La discriminazione spirituale a danno delle donne era già in atto molto prima del buddismo, in epoca vedica. Anche le donne contribuirono alla stesura dei Veda, secondo il guru di Ananda Marga, Anandamurti. Egli racconta che alle donne, così come ai membri delle caste inferiori, non era permesso ripetere i mantra vedici, per esempio il mantra <em>aum.</em> “Né era permesso loro, per quanto colte, di ascoltare tali canti sacri; e si insegnava loro che, per quanto una donna potesse essere spiritualmente avanzata, doveva comunque rinascere come uomo per poter raggiungere la liberazione. Questo tipo di propaganda fu diffusa a lungo da opportunisti.”</p>
<p>Le interpretazioni distorte persistono ancor oggi e anche in Occidente. Le differenze vengono tradotte in una dicotomia ‘migliore/peggiore’ che nuoce all’insegnamento dello yoga. Questo vale, per esempio, per la ghiandola paratiroidea, che è meno sviluppata nelle donne (Singh 1998: 146). Ma, se la struttura ghiandolare delle donne è diversa da quella degli uomini, devono esserci delle pratiche yogiche specializzate per la yogini. Specialmente in Occidente, dove buona parte degli studenti di yoga sono donne, le differenze dovrebbero essere trattate in maniera costruttiva e pratica.</p>
<p>Analogamente vi è una carenza di modelli per una pratica spirituale specializzata al femminile. Lo yoga è una scienza sperimentale. La conoscenza di questo sistema ci è stata tramandata dagli antichi rishi, che osservarono gli effetti di vari cibi, posizioni e tecniche di meditazione sul proprio corpo e sulla propria mente. Sarebbe ragionevole che le aspiranti facessero riferimento alle scoperte di yogini avanzate per comprendere la propria pratica e per esserne guidate.</p>
<p>Ma dove sono queste yogini? Ancora una volta, la condizione secolare delle donne ha effetti profondi sulla nostra vita spirituale. In molte società le donne non erano libere di errare attraverso il paese, dedicandosi alla ricerca spirituale: venivano invece praticamente vendute in matrimonio. Anche le poche yogini che sono riuscite a sfuggire a questa schiavitù, o che sono state aiutate dai mariti nella loro pratica spirituale, non hanno lasciato resoconti della loro vita facilmente accessibili come la <em>Autobiografia di uno yogi</em> di Yogananda o come La mia vita con i maestri himalayani di Swami Rama.</p>
<p>Non sorprende che rituali pagani abbiano acquistato una crescente popolarità a partire dagli anni Sessanta, in quanto celebrano la natura misteriosa della forma e della sessualità femminile. Le donne tornano a essere elevate al livello delle matriarche, il ciclo mestruale torna a essere visto come un legame con i ritmi della natura e dell’universo, una simbiosi con il ciclo della luna, e il ruolo della donna torna a essere quello di donatrice della vita.</p>
<p>I riti della fecondità celebrano le donne come espressione della forza vitale e perciò come esseri intensamente mistici e spirituali. Questa dev’essere stata una vera rivelazione per le donne della passata generazione, ancora sotto l’impatto della teoria freudiana, che le considerava come ‘maschi isterici’ e che vedeva nell’utero la fonte delle psicosi.</p>
<p>Non sorprende che molte donne si siano avvicinate a riti pagani di ogni genere per affermare la propria sessualità e per sfuggire a dottrine religiose maschiliste e a organizzazioni dominate dai maschi. Ciò nonostante, per la yogini devota, il problema di trovare insegnamenti e un modello di comportamento spirituale femminile rimane.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-cammino-della-yogini.jpg"title="Il cammino della yogini.jpg" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-cammino-della-yogini.jpg" alt="Il cammino della yogini.jpg" hspace="6" align="left" /></a>La biografia di Tenzin Palmo narra la sua personale inchiesta sulla condizione delle ricercatrici donne e il suo tentativo di trasformare la faccia maschile del buddismo tibetano. Tenzin Palmo intende fondare un monastero dedicato all’eccellenza spirituale femminile: “un luogo che non solo educhi le donne al dogma religioso, ma le trasformi in yogini, donne che hanno realizzato la verità interiore.”</p>
<p>Quel monastero resusciterà le speciali pratiche inventate da Rechungpa, una discepola di Milarepa, e messe in atto dalle yogini Togdenma per aiutare le donne a raggiungere lo stato di Buddha. Queste iniziative, insieme alla determinazione esplicitamente dichiarata da Tenzin Palmo a raggiungere l’illuminazione in un corpo femminile, sono di grandissimo beneficio nell’ispirare altre donne che intraprendono il cammino spirituale.</p>
<p>Probabilmente molte altre donne si assoceranno a questi sforzi: perché, quando si cominciano a formulare domande in precedenza impronunciabili, altre domande sorgono spontaneamente. È un fatto determinato socialmente o spiritualmente che le incarnazioni di Dio siano sempre maschili? Forse quelle società non erano pronte ad ascoltare la parola di Dio da una voce femminile.</p>
<p>Ma una tale voce sarebbe stata di immenso aiuto alla nostra causa e ci avrebbe dato grande ispirazione e libertà dall’odio verso noi stesse. È veramente il destino della donna quello di essere la biblica ‘aiutante’ dell’uomo? Non può la donna essere una personalità storica e spirituale autonoma? Dobbiamo credere, come fanno molti fondamentalisti cristiani, che la servitù della donna sia sanzionata da Dio? Nel nostro yogico tentativo di bruciare l’ego e fonderci con la realtà suprema, dov’è la via di mezzo fra un atteggiamento di dominio e uno di inefficace auto-cancellazione?</p>
<p>Quando una ricercatrice spirituale accetta un guru maschio, può solo trarre beneficio dalla sua guida se questi affronta i problemi delle donne apertamente e direttamente, denunciando le falsità relative alla presunta inferiorità femminile e le ingiustizie presenti nella vita spirituale. Anandamurti afferma che uomini e donne hanno un’uguale capacità di raggiungere la liberazione, la quale in senso ultimo non dipende dal corpo fisico: “Poiché l’anima non ha sesso, è ingiustificato discriminare fra il potenziale degli uomini e quello delle donne nelle pratiche spirituali.</p>
<p>Tuttavia certi aspetti della pratica riguardano il corpo e la mente, perciò è necessario prendere in considerazione le differenze ghiandolari fra uomini e donne e i loro possibili effetti sulla mente.” Da vero maestro spirituale, affronta l’erosione sociale dell’autostima femminile prescrivendo, fra l’altro, una danza yogica, detta Kaoshiki, che promuove la salute, la resistenza fisica e la fiducia in sé delle donne - oltre a prendere posizione senza compromessi contro tutti gli atteggiamenti e le pratiche che degradano le donne. In questo modo un vero guru, donna o uomo che sia, può efficacemente guidare gli aspiranti sul cammino spirituale verso un punto che è al di là della consapevolezza dell’identità di genere.</p>
<p>Jessica Torrens ha vissuto in Europa, Asia e Nord America. Si considera una studiosa delle culture sociali e spirituali con un particolare interesse per le questioni femminili. Email: jbtorrens@hotmail.com</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8880931652" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.internetbookshop.it');">Swami Rama. La mia vita con i maestri himalayani. Il Punto d’Incontro. 1999. ISBN: 8880931652</a></p>
<p>Traduzione di Shantena Sabbadini<br />
Copyright originale “New Renaissance” magazine <a href="http://www.ru.org/">www.ru.org<br />
</a>Copyright per l’edizione italiana Innernet.</p>
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		<title>Gli inesplicabili poteri degli animali</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 02:12:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rupert Sheldrake</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>

		<category><![CDATA[animali]]></category>

		<category><![CDATA[cani]]></category>

		<category><![CDATA[Sheldrake]]></category>

		<category><![CDATA[telepatia]]></category>

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		<description><![CDATA[Rupert Sheldrake si è accorto che era possibile scuotere i fondamenti della scienza materialista con pochi esperimenti a basso costo, condotti però con sufficiente rigore e meticolosità. In questa intervista, egli conferma ciò che parecchi di noi sanno intuitivamente da molto tempo: che gli animali possiedono poteri telepatici assolutamente inspiegabili dalla scienza ufficiale.
Ralph White: Rupert, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/sheldrake1.jpg"title="sheldrake.jpg" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/sheldrake1.jpg" alt="sheldrake.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Rupert Sheldrake si è accorto che era possibile scuotere i fondamenti della scienza materialista con pochi esperimenti a basso costo, condotti però con sufficiente rigore e meticolosità. In questa intervista, egli conferma ciò che parecchi di noi sanno intuitivamente da molto tempo: che gli animali possiedono poteri telepatici assolutamente inspiegabili dalla scienza ufficiale.</p>
<p>Ralph White: Rupert, nel tuo libro, <em>I poteri straordinari degli animali</em>, descrivi i vari esperimenti che conduci da qualche anno. Puoi dirci cosa sono questi esperimenti, e qual è il loro scopo?</p>
<p>Rupert Sheldrake: Ho studiato vari aspetti della telepatia nei cani, i gatti, i cavalli, i pappagalli e altri animali, e il caso in cui possiamo affermare con più sicurezza che siamo di fronte alla telepatia e non all’abitudine o a qualche indizio sottile, è quando i cani sanno che il loro padrone sta tornando a casa. Molte persone hanno cani che si comportano così. Un’indagine negli Stati Uniti e in Gran Bretagna ha mostrato che circa il 50% dei proprietari di cani afferma che il loro animale sente in anticipo l’arrivo di un membro della famiglia.</p>
<p>Talvolta questo avviene solo con pochi minuti di anticipo, quindi non si può essere sicuri che il cane in realtà non abbia udito il rumore o lo stridio delle ruote sulla ghiaia, ma altre volte questo si verifica con dieci minuti, mezz’ora, persino un’ora di anticipo. E in questi ultimi casi abbiamo scoperto, prima di tutto, che spesso ciò avviene anche quando l’orario di ritorno del padrone non è fisso. In molte case in cui il marito, la moglie o un membro della famiglia lavora con orario discontinuo, chi sta a casa sa quando arriva l’altro grazie al comportamento del cane. Certe volte, addirittura la gente prepara la cena, il tè o cose del genere in base al comportamento del cane.</p>
<p>Benché esistano già molte prove secondo cui questo non è un comportamento dettato dall’abitudine, abbiamo fatto degli esperimenti in cui abbiamo ripreso i cani con una telecamera. Quest’ultima veniva posizionata davanti alla porta d’ingresso, dove il cane restava in attesa. La lasciavamo riprendere per ore. Abbiamo moltissimi dati che fanno riferimento a ore di ritorno non fisse. Mandavo ai padroni un segnale e randomizzavo gli orari attraverso un teledrin. Bisogna anche aggiungere che i padroni arrivavano con mezzi insoliti, per esempio un taxi, quindi il suono dell’autoveicolo era fuori discussione. Nessuno a casa sapeva che l’altro stava tornando, a parte il cane.</p>
<p>Abbiamo fatto più di duecento esperimenti con la telecamera, e i risultati sono statisticamente stupefacenti. Il cane con cui ho lavorato di più si chiama J. T. e vive vicino Manchester, in Inghilterra. Ma anche se esso è il migliore esemplare da noi studiato finora, non era sempre agli stessi livelli. C’erano delle volte in cui J. T. non prevedeva il ritorno del padrone, in particolare quando era malato o quando nell’appartamento accanto c’era un cagna in calore. Ma la maggior parte delle volte J. T. lo preavvertiva, e l’analisi statistica di questi risultati è oltremodo significativa. Essa dimostra che siamo di fronte a risultati chiaramente ripetibili.</p>
<p>Ralph White: Quindi, hai scoperto che i cani eccellono in questo campo. E come si comportano, nello stesso ambito, i gatti e gli altri animali?</p>
<p>Rupert Sheldrake: Anche i gatti hanno poteri telepatici, ma penso che alla maggior parte di essi semplicemente non interessa farne uso. Secondo le nostre indagini, il 50% dei proprietari di un cane afferma che quest’ultimo preavverte il loro ritorno, mentre ciò avviene solo con il 25% dei proprietari di un gatto. E i gatti che si comportano così, di solito, non preavvertono il ritorno dei padroni con largo anticipo, ma solo cinque o dieci minuti prima. Sono più difficili da riprendere con la telecamera, perché i gatti che vengono lasciati liberi di girare fuori casa cambiano comportamento a seconda delle circostanze.</p>
<p>Se è bel tempo, aspettano all’esterno; se piove, dentro casa; se fa freddo, in un punto caldo. Quindi, è più difficile puntare la telecamera su un luogo preciso. Inoltre, essi sono più capricciosi. Se qualcuno gli ha dato da mangiare e non hanno fame, spesso non reagiscono. Invece, se chi arriva a casa è qualcuno che poi darà loro da mangiare, si dimostrano più interessati.</p>
<p>Abbiamo anche scoperto che i gatti possono prevedere con largo anticipo il ritorno dei padroni dalle vacanze. Accade spesso che questi ultimi lascino il gatto da qualcun altro, ma il giorno che fanno ritorno (a volte, persino il giorno prima) il gatto torna a casa sua e aspetta i padroni, anche se le persone cui sono stati affidati non sanno nulla. Se, per esempio, qualcuno sta lasciando New York per tornare a Londra, il gatto percepisce la sua intenzione da migliaia di chilometri di distanza. Quindi, se prova un interesse vero, anche il gatto può prevedere il ritorno dei padroni.</p>
<p>Ralph White: Perché hai scelto esperienze così quotidiane per ricerche tanto provocatorie e interessanti?</p>
<p>Rupert Sheldrake: Mi interessano i legami invisibili tra i membri dei gruppi sociali. Fa parte del mio lavoro sui campi morfici, cioè i campi che collegano tra loro parti di un tutto più grande. Questi campi si applicano, tra le altre cose, ai gruppi sociali. E quando ho cominciato a pensare agli animali domestici e a sentire i racconti dei loro padroni, mi sono accorto che su queste cose gli animali sono molto più sensibili, perché nessuno ha detto loro che non esistono. Sono molto più affidabili sull’uso della telepatia.</p>
<p>E ho pensato che questo sarebbe stato un buon modo di fare esperimenti ripetibili, perché gli animali sono più ripetibili delle persone. Gli esperimenti sulla telepatia umana hanno prodotto risultati positivi, ma la maggior parte di essi sono molto noiosi e piuttosto artificiosi. Invece, i cani che sanno che il loro padrone sta tornando a casa non si annoiano mai ad aspettare quest’ultimo, quindi puoi ripetere l’esperimento quante volte vuoi.</p>
<p>Questa è un’area di ricerca quasi completamente ignorata. I ricercatori psichici e i parapsicologi l’hanno trascurata, perché hanno definito la parapsicologia come lo studio di facoltà umane straordinarie. Questo non vuol dire che gli animali non possano averle, ma nella parapsicologia e nella ricerca psichica l’attenzione è sempre stata focalizzata sull’uomo. I biologi, dal canto loro, hanno ignorato quest’area, perché esiste un tabù contro il cosiddetto paranormale. Per questo, nel mondo scientifico tutti ignorano tali fatti, anche se esiste una discreta quantità di prove a loro sostegno. E ogni volta che parlo di questo argomento, c’è qualcuno che ha una storia da raccontare in merito.</p>
<p>Per cui, in un certo senso, questa ricerca non rivela ai possessori di animali domestici nulla che non sappiano già; essa dimostra però che è possibile studiare queste cose con rigore, e che accadono davvero. Infatti, quando qualcuno racconta queste storie, spesso viene liquidato con frasi tipo: “Sei troppo sentimentale verso gli animali”, “È innaturale essere tanto attaccato a essi” oppure “Ti ricordi solo quando si comportano così, dimenticandoti tutte le volte che non accade”. È facile che queste persone vengano fatte sentire inadeguate, ignoranti, superstiziose ecc. In questo modo, la gente può essere messa a tacere facilmente. Invece non dovrebbe restare zitta, perché questi fenomeni accadono davvero. E quello che imparano dai loro animali domestici è di importanza vitale per comprendere la natura animale e quella umana.</p>
<p>Ralph White: Mi sembra che hai anche detto che è difficilissimo trovare finanziamenti per ricerche che mettano in dubbio la concezione del mondo, materialista e meccanicista, prevalente nella scienza. Quindi, è molto importante trovare degli esperimenti semplici, nei quali sei riuscito a farti aiutare dai bambini delle scuole e da ogni sorta di persone. Puoi dirci qualcosa di più su questo argomento?</p>
<p>Rupert Sheldrake: Beh, una delle caratteristiche principali del mio lavoro, adesso, è cercare di trovare esperimenti facili e a basso costo. Infatti, finché si dipende dalle sovvenzioni e dai laboratori costosi, l’atteggiamento monopolista della scienza istituzionale di oggi impedirà qualsiasi ricerca di questo tipo. Ma la realtà è che se vuoi lavorare con gli animali domestici, non puoi farlo in laboratorio. Gli animali non si comportano naturalmente nei laboratori; devi andare a casa delle persone. Non hai bisogno né di laboratori né di un’attrezzatura più costosa di una semplice telecamera e un computer (se intendi fare analisi statistiche), cose che la gente di solito già possiede per conto proprio.</p>
<p>E per quanto riguarda gli animali domestici, parecchia gente li sta già osservando tutti i giorni. Molte persone hanno un animale perché gli piace, quindi sanno come si comporta. Se gli chiedi di fare un po’ più di attenzione, ti diranno di sì senza difficoltà. E a molti bambini queste cose piacciono. Parecchie famiglie hanno animali domestici non per sostituire i bambini, ma per i bambini. Nella maggior parte delle case in cui ci sono animali domestici ci sono dei bambini, e ho scoperto che questi ultimi sono spesso interessati a tali ricerche. Così si può organizzare un progetto di studio a vasta scala.</p>
<p>Questo è un esempio del tipo di ricerche che mi appassiona oggi; lo descrivo nel libro <em>Seven Experiments That Could Change the World</em>. Queste ricerche possono essere fatte con pochi soldi praticamente da chiunque. Ma non si tratta soltanto di un nuovo tipo di scienza, bensì di un nuovo modo di fare scienza, molto più aperto e partecipato, e meno monopolizzato dal clero scientifico.</p>
<p>Ralph White: Quindi pensi – ne sono sicuro – che numerosi scienziati credono nella visione del mondo strettamente materialista, pur avendo nella vita privata molte esperienze che confermerebbero la telepatia degli animali. Questo cosa ti dice sullo stato della scienza contemporanea?</p>
<p>Rupert Sheldrake: Mi dice qualcosa sullo stato dell’uomo contemporaneo in generale, vale a dire che la maggior parte delle persone aderisce in modo meramente formale a una visione del mondo meccanicistica (ovvero, trattare la natura come un fenomeno meccanico), perché essa è alla base dell’istruzione, dell’industria, dell’evoluzione e dell’economia moderne. Il modello meccanicista della realtà è quello dominante nella vita pubblica. E gli scienziati, naturalmente, lavorano al suo interno.</p>
<p>Ma la maggior parte delle persone ostenta queste convinzioni solo in pubblico; in privato ha una concezione della natura assai diversa, ed è per questo che nei weekend tanta gente va in campagna, cammina lungo i sentieri, tiene animali domestici, pratica il giardinaggio. Questi sono tutti modi diretti e personali di connettersi con il regno animale e vegetale, e con il mondo più vasto della natura. Fuori dal lavoro, gli scienziati sono persone normali (almeno la maggior parte di essi), e come tutti gli altri hanno un giardino, fanno gite in campagna e in molti casi possiedono un animale domestico.</p>
<p>La scissione che hanno gli scienziati, in realtà, è solo una versione estrema di quella delle persone comuni. La mia speranza è che le ricerche sugli animali faranno sì che la gente prenda sul serio ciò che ha osservato, aiutandola a capire che questo comportamento degli animali ci dà suggerimenti preziosi su ciò che dobbiamo fare per comprendere meglio noi stessi e il mondo. Non si tratta solo di cani e gatti che sanno quando la gente sta tornando a casa. Esistono molti altri esempi di telepatia degli animali.</p>
<p>Discuto anche due altre categorie di fenomeni inspiegabili, per esempio il senso della direzione: in che modo molti cani ritrovano la strada verso casa dopo parecchi chilometri di terreno sconosciuto. Questo si ricollega ai piccioni viaggiatori e alle migrazioni di uccelli come le rondini, capaci di volare dall’Inghilterra al Sud Africa. La terza categoria di comportamenti inspiegabili che analizzo è la premonizione: per esempio, gli animali in grado di segnalare l’arrivo di un terremoto.</p>
<p>Durante la seconda guerra mondiale, essi avvertivano quando stava per arrivare un bombardamento. In alcuni casi, particolarmente interessanti, i cani possono avvisare dell’arrivo di una crisi epilettica. Sono in grado di avvertire gli epilettici circa mezz’ora prima dell’arrivo di una crisi. Ciò cambia la vita dei malati, in quanto ora sono in grado di prendere precauzioni. Nessuno di questi fatti, che analizzo a fondo nel mio libro (insieme a una gamma di altri fenomeni), trova una spiegazione nella scienza; essi sembrano portarci tutti verso qualcosa al di là, o all’esterno, dell’attuale mappa scientifica della realtà. E prendendo queste cose sul serio, possiamo allargare la nostra mappa del mondo.</p>
<p>Ralph White: Ora che sono moltissime le prove scientifiche sull’esistenza di queste facoltà straordinarie inspiegabili con la scienza ufficiale, quali speri che siano le conseguenze per il pensiero scientifico?</p>
<p>Rupert Sheldrake: Ho una mia teoria che potrebbe spiegare molte di queste cose. Non pretendo che sia l’unica teoria; altre persone potrebbero averne una migliore. La mia teoria del campo morfico spiega abbastanza naturalmente quei legami tra le persone che possono essere alla base della telepatia. E anche i legami tra gli animali e la loro casa, che possono spiegare il senso della direzione o la capacità di emigrare verso il luogo originario o quello dove svernare.</p>
<p>Penso che l’idea di questi campi, questi legami, rientri in una teoria olistica della natura, proprio perché devi capire la relazione di un organismo con il suo ambiente, o con altri membri del suo gruppo sociale. Questo vuol dire riconoscere che in natura esistono altri livelli in cui le cose sono interconnesse. Se spezzi tutto in piccole parti, in molecole o atomi, i legami tra i membri di un gruppo sociale naturalmente scompaiono, e ogni cosa si frammenta in molecole.</p>
<p>La scienza ha dato troppa importanza a questa frammentazione in aspetti sempre più piccoli, e troppo poca al modo in cui le cose si relazionano tra loro, all’interno degli organismi e dei gruppi sociali. L’approccio olistico alla natura, che secondo me è il futuro della scienza, è in parte la strada che stanno prendendo molti scienziati e dottori. Quindi, penso che grazie a questo filone di ricerca potremo misurare l’interconnessione con adeguati metodi scientifici, come la statistica e l’analisi.</p>
<p>Si tratta di connessioni invisibili, ma non c’è nulla di mistico in esse. Dopotutto, la radio e la televisione dipendono da connessioni invisibili, come tutte le telecomunicazioni moderne che diamo per scontate. È solo che in natura esistono più connessioni invisibili di quante ne ammetta la scienza. Ma, di fatto, la scienza moderna è cominciata ammettendo delle connessioni invisibili nella teoria della gravità di Newton, che in realtà è una teoria olistica. Essa dice che tutto nell’universo è legato a ogni altra cosa mediante connessioni invisibili.</p>
<p>Ralph White: So che vorresti condurre altri esperimenti, come la telepatia telefonica e cose simili, che richiedono la partecipazione di un numero elevato di persone. Puoi spiegare quali sono alcuni di questi esperimenti, e come conti di trovare i partecipanti a questa ricerca scientifica?</p>
<p>Rupert Sheldrake: OK. Oltre agli esperimenti sugli animali, esistono due altre aree di indagine di cui posso parlarti. Sto cercando persone che partecipino a questi esperimenti, e se qualche lettore è interessato, può contattarmi attraverso il mio sito web. Uno degli esperimenti riguarda le telefonate telepatiche. Molte persone hanno avuto l’esperienza di sentire squillare il telefono, oppure pensano a una persona particolare e subito dopo questa li chiama al telefono. Sembra esserci una sorta di intuizione telepatica che qualcuno sta per chiamare. Oppure chiami qualcuno e ti senti dire: “Oh, ti stavo giusto pensando!”. O addirittura ci si chiama nello stesso momento e si sente per questo la linea occupata.</p>
<p>Ebbene, penso che questo fenomeno sia l’esempio più comune di telepatia nella vita quotidiana. Ed è l’unico fenomeno telepatico in cui la gente funziona meglio degli animali. Quindi, sono alla ricerca di persone per le quali questo fenomeno è abbastanza comune, e il primo passo è tenere un diario accanto al telefono in cui scrivere il nome della persona che secondo te sta chiamando, prima di rispondere. Se non ti viene alcun nome, non scrivere nulla, non ha importanza. Ma se hai un’intuizione, dopo la telefonata segna se era giusta o sbagliata, e se ti aspettavi o meno questa telefonata.</p>
<p>Poi ci sono degli esperimenti un po’ più formali, i cui dettagli specificherò nel mio sito, ma che sono molto facili ed economici, ed ognuno può farli. Voglio davvero che li faccia il maggior numero possibile di persone, perché questi dati dovrebbero essere abbastanza facili da raccogliere, corrispondono all’esperienza di molta gente e dovrebbero facilitare di molto la comprensione della natura della telepatia.</p>
<p>Il secondo tipo di indagine riguarda le madri e i bambini. Ho sentito parlare per la prima volta di questo fenomeno durante una conferenza che stavo tenendo al New York Open Center, quando una donna mi ha detto che un giorno, mentre faceva shopping al supermercato, il latte cominciò a uscirgli (all’epoca stava allattando). Non era l’ora solita in cui allattava il suo bambino, altrimenti non sarebbe stata al supermercato, ma il fatto che il latte cominciò a uscirgli le fece capire che il bambino aveva bisogno di lei.</p>
<p>Benché fosse lontana chilometri da casa, tornò indietro e trovò il partner con il bambino in braccio; quest’ultimo aveva cominciato ad agitarsi nell’esatto istante in cui il latte aveva iniziato a uscire dal seno di lei. Penso che tra le madri e i bambini esiste un legame telepatico. In realtà, tra tutti i casi in cui ti aspetteresti di trovare un legame telepatico tra gli esseri umani, quello tra le madri e i bambini è il più forte.</p>
<p>Su questo non si è mai indagato scientificamente, e io vorrei trovare madri che stiano allattando il figlio e che possano tenere un diario al riguardo. La prima cosa è avere un semplice notebook, dove annotare quando il latte esce mentre la madre è lontana dal bambino. Allo stesso tempo, chi si trova accanto a quest’ultimo deve prendere nota del momento in cui il bambino si agita, per poi verificare se i due momenti coincidono. Questa è la prima fase di questa ricerca.</p>
<p>Dunque, mi piacerebbe sentire qualcosa da madri che hanno avuto questa esperienza con i bambini, che stiano ancora allattando o che abbiano smesso, ma che comunque abbiano fatto delle osservazioni accurate. Mi interessano anche storie di levatrici o altre persone che lavorano con le madri, perché potrebbero aiutare a estendere la scala dello studio di questo fenomeno.</p>
<p>Ralph White: Una recensione del tuo primo libro, <em>La rinascita della natura</em>, diceva che era un candidato al rogo. Quali sono, secondo te, le reazioni del mondo scientifico oggi?</p>
<p>Rupert Sheldrake: Molti scienziati reagiscono positivamente, aiutandomi e sostenendomi, ma in privato. Pochissimi escono allo scoperto e difendono queste ricerche in pubblico, perché la maggior parte degli scienziati ha davvero paura dell’opinione dei colleghi. Dentro la scienza esiste ancora una sorta di pressione di gruppo. Ma io credo che molti scienziati hanno una paura esagerata. La situazione mi ricorda quella dei gay prima del loro movimento di liberazione. La mia esperienza è che la scienza è piena di olisti segreti, la maggior parte dei quali pensa che uscendo allo scoperto verrebbe condannata dai colleghi. Ma nei casi in cui qualcuno ha detto in pubblico ciò che pensava davvero, molti colleghi gli hanno dato ragione.</p>
<p>Per cui, dietro le quinte, esiste un grande interesse degli scienziati per queste cose, un notevole desiderio di cambiamento. Ma apparentemente la biologia ufficiale ha preso una direzione in un certo senso sbagliata, perché si è orientata ancora di più verso il riduzionismo della biotecnologia e dell’ingegneria genetica. Queste aree godono di grandi finanziamenti, dell’ordine di miliardi di dollari, e ciò vuol dire che danno molto lavoro. Quindi, le facoltà universitarie e i sussidi si orientano verso queste aeree, e come risultato l’insegnamento della biologia riguarda sempre più le molecole. Ora, io non ho nulla contro le molecole; ho studiato da biochimico e conosco abbastanza bene l’argomento.</p>
<p>Tuttavia, penso che questo sia un approccio molto unilaterale alla biologia, e sospetto che molti biologi siano d’accordo con me. Essi vorrebbero un approccio più vasto, che è ciò che sto cercando di suggerire. Dunque, per rispondere alla tua domanda, direi che nella biologia questo approccio gode di molte simpatie. Nel campo medico, ci sono sempre più ricercatori che ammettono l’efficacia di forme di terapia non appartenenti al modello standard, istituzionale.</p>
<p>Ralph White: Qualche pensiero per chiudere l’intervista?</p>
<p>Rupert Sheldrake: Penso che quello che sto per dire mette più o meno in secondo piano l’intervista, ma vorrei chiudere invitando la gente a partecipare a queste ricerche. Alla fine del mio libro <em>I poteri straordinari degli animali</em> ho messo un’appendice, <em>l’Appendice A</em>, che si intitola <em>Come prendere parte alla ricerca</em>. In essa suggerisco molti altri modi in cui la gente può partecipare. Ma come ho detto prima, sarei molto felice se qualche lettore potesse dare un contributo sulla telepatia telefonica o sulle ricerche sull’allattamento. Per questo, è possibile trovare più dettagli nel mio sito:<a href="http://%20www.sheldrake.org/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/%20www.sheldrake.org');"> www.sheldrake.org</a></p>
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</a>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
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		<title>Tao Te Ching, cos’è dunque questo Dao?</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 16:17:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Innernet</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[Confucio]]></category>

		<category><![CDATA[Lao Tze]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho il piacere di presentare l&#8217;ultima opera di Augusto Shantena Sabbadini sul Tao Te Ching.  Come l&#8217;autore afferma:
Il mio libro favorito. Non ne conosco un altro che vada altrettanto vicino a esprimere ciò che è al di là delle parole. Il libricino (consiste in tutto di soli cinquemila caratteri) comincia con l’affermazione: “il Tao di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.indranet.org/wordpress/wp-content/uploads/Tao_cover 250.jpg" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.indranet.org');"><img class="alignleft size-full" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="Dali The Phenomenon of Ecstasy.jpg" src="http://www.indranet.org/wordpress/wp-content/uploads/Tao_cover 250.jpg" alt="" width="250" height="386" /></a>Ho il piacere di presentare l&#8217;ultima opera di Augusto Shantena Sabbadini sul Tao Te Ching.  Come l&#8217;autore afferma:</p>
<blockquote><p>Il mio libro favorito. Non ne conosco un altro che vada altrettanto vicino a esprimere ciò che è al di là delle parole. Il libricino (consiste in tutto di soli cinquemila caratteri) comincia con l’affermazione: “il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao”. E poi continua a parlare del Tao, non nella modalità della definizione, bensì in quella dell’allusione, della suggestione, della provocazione. In questo sta il suo fascino, per questo ha incantato generazioni di lettori in Oriente e in Occidente. Non parla alla mente logica: allude a un’esperienza. Come i koan Zen, porta il lettore sull’orlo di un abisso, dove la mente si ferma.</p></blockquote>
<p>Di seguito un estratto dall&#8217;introduzione.</p>
<p><strong>Tao Te Ching</strong><br />
<em>Una guida all&#8217;interpretazione del libro fondamentale del taoismo<br />
Traduzione e cura di Augusto Shantena Sabbadini</em><br />
URRA, 2009<br />
<a href="http://www.urraonline.com"title="Urra"  target="_blank" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.urraonline.com');">www.urraonline.com</a></p>
<p><strong>Dao, 道 </strong></p>
<p>Cos&#8217;è dunque questo Dao?</p>
<blockquote><p><em>dao : </em>via, strada, cammino; tracciare un cammino, condurre, connettere; corso d&#8217;acqua o condotta; via da seguire, principio guida, norma, dottrina; seguire una dottrina, essere adepto di una disciplina; il Dao, la Via; modo di procedere, arte, metodo; opera magica o tecnica; potere dell&#8217;indovino, del mago o del re; reggere, governare; discorso, dire, insegnare, parlare, spiegare, esprimere, comunicare; sapere, essere consapevole. (nota 1)</p></blockquote>
<p>La maggior parte dei significati della parola <em>dao </em>preesistono al daoismo: il termine era già di uso corrente ai tempi in cui il daoismo ebbe origine. Ma i daoisti se ne servirono in una maniera particolare, in un senso nuovo e specifico che, seguendo la convenzione, indico con l&#8217;iniziale maiuscola: il Dao, la Via. Per comprendere l&#8217;origine di questo nuovo uso della parola dobbiamo in primo luogo farci un&#8217;idea di come il termine dao fosse usato nel dibattito filosofico all&#8217;epoca.</p>
<p>I temi principali di questo dibattito erano di natura epistemologica ed etica: riguardavano la distinzione fra il vero e il falso, fra il giusto e lo sbagliato, i principi che devono guidare il comportamento dell&#8217;individuo e i fondamenti delle norme che devono reggere la società. Il dibattito dunque riguardava &#8216;i <em>dao</em>&#8216;, i principi guida, le norme, le dottrine, così come la validità dei discorsi, delle argomentazioni in merito. In esso si affrontavano diverse scuole di pensiero che possono essere divise in due grandi campi, tradizionalisti e innovatori.</p>
<p>I confuciani, rappresentanti per eccellenza del campo conservatore, &#8220;erano sacerdoti del rituale culturale e sociale. Essi sottolineavano l&#8217;approvazione e l&#8217;autenticazione convenzionale.&#8221; (Nota 1) Per loro la suprema autorità etica era la via tracciata dagli antichi re-saggi, tramandata nelle norme e nei rituali sociali. Una delle loro preoccupazioni era la &#8216;rettificazione dei nomi&#8217;, l&#8217;uso appropriato del linguaggio: linguaggio corretto, comportamento corretto e ordinamento corretto della famiglia e della società erano intimamente connessi. In tutti e tre i casi occorreva ritornare a una tradizione più antica e più pura per porre rimedio al disordine e alla corruzione del presente.</p>
<p>I moisti, i seguaci di Mozi (circa 480 a.C.), sono invece un esempio paradigmatico del campo innovatore. Essi &#8220;erano carpentieri, ingegneri, strateghi militari. I criteri di validazione per loro erano più legati al mondo e meno alla società&#8230;&#8221; (nota 1) Ai loro occhi le norme tradizionali, in quanto creazione umana, non erano dotate di un valore intrinseco e universale. L&#8217;ideale moista era un&#8217;etica universale in quanto fondata nella natura, non nella cultura. Questo fondamento veniva individuato nella distinzione naturale fra il beneficio e il danno: compito delle norme etiche era dunque assicurare la massima utilità sociale, massimizzando il beneficio e minimizzando il danno.</p>
<p>In questo dibattito i daoisti intervennero in maniera radicale, mettendo in discussione i presupposti sia degli uni che degli altri e spostando il discorso a un metalivello. Moisti e confuciani discutevano su quale fosse il giusto <em>dao </em>a livello individuale e sociale. I daoisti chiesero invece: esiste un giusto <em>dao</em>? Esiste una norma, una dottrina, un discorso che sia costante, universale? Si può parlare di un giusto e di uno sbagliato in senso assoluto? Oppure il giusto e lo sbagliato, il vero e il falso sono relativi e dipendenti dal contesto? Moisti e confuciani discutevano su quali fossero i fondamenti dell&#8217;etica e su quali norme fossero più appropriate per lo sviluppo dell&#8217;individuo e della società. I daoisti misero in discussione l&#8217;idea stessa di etica. Ai loro occhi l&#8217;imposizione di un&#8217;etica, qualsiasi etica, era un allontanarsi dalla spontaneità, dalla natura originaria e autentica dell&#8217;essere umano.</p>
<p>Fondamentalmente dunque i daoisti spostarono il discorso da &#8216;cosa è vero e giusto&#8217; a &#8216;cosa si può dire in generale del vero e del giusto&#8217;. Spostarono cioè il discorso a un metalivello, dove inevitabilmente si trovarono ad affrontare il problema dei limiti del linguaggio, la frattura fra rappresentazione e realtà e, in nuce, tutti i dilemmi del pensiero postmoderno contemporaneo.</p>
<p>La risposta daoista alla domanda &#8216;cosa si può dire in generale del vero e del giusto&#8217; è fondamentalmente scettica e relativista. I daoisti ironizzano sulla presunzione di coloro che pensano di poter catturare la realtà in un sistema intellettuale. Sono altresì convinti che cercare di imporre una norma di comportamento agli individui e alla società, sforzarsi di migliorare le cose, è fare il primo passo nella direzione sbagliata ed è la sorgente ultima del disordine. Meglio è astenersi dall&#8217;interferire nel corso naturale delle cose, adottare una forma di azione fluida e minimale che può essere descritta come &#8216;non azione&#8217; (un&#8217;idea di cui avremo modo di occuparci spesso nel commento al testo) e ritornare a una condizione di semplicità descritta metaforicamente dall&#8217;immagine del &#8216;blocco di legno grezzo&#8217;.</p>
<p><strong>Dao ke dao&#8230;</strong></p>
<p>Riesaminiamo dunque il primo verso del Laozi alla luce del contesto tratteggiato sopra. Il verso consiste di sei caratteri: <em>dao (4) ke (3) dao (4) fei (1) chang (2) dao (4)</em>.</p>
<blockquote><p><em>dao </em>via, strada, cammino; principio guida, norma, dottrina; modo di procedere, arte, metodo; discorso, dire, insegnare, parlare, spiegare, esprimere, comunicare, il Dao, la Via</p>
<p><em>ke </em>potere, permettere, essere in grado, consentire, approvare, appropriato, possibile, veramente</p>
<p><em>dao </em>via, strada, cammino; principio guida, norma, dottrina; modo di procedere, arte, metodo; discorso, dire, insegnare, parlare, spiegare, esprimere, comunicare, il Dao, la Via</p>
<p><em>fei </em>non essere, non, diverso, opposto, contraddizione</p>
<p><em>chang </em>costante, durevole, sempre, frequente, assoluto, permanente<em></p>
<p>dao </em>via, strada, cammino; principio guida, norma, dottrina; modo di procedere, arte, metodo; discorso, dire, insegnare, parlare, spiegare, esprimere, comunicare, il Dao, la Via</p></blockquote>
<p>Alcune letture possibili di questo verso sono:</p>
<blockquote><p>&#8216;ogni via che può essere detta/insegnata/comunicata non è una via costante/eterna&#8217;<br />
&#8216;ogni norma che può essere detta/insegnata/comunicata non è una norma costante/eterna&#8217;<br />
&#8216;ogni dottrina che può essere detta/insegnata/comunicata non è una dottrina costante/eterna&#8217;.<br />
&#8216;ogni dire che può essere detto non è un dire costante/eterno&#8217;.</p></blockquote>
<p>Tutte queste letture corrispondono alla posizione epistemologica dei daoisti. Esse dicono sostanzialmente: ogni discorso è contingente, ogni rappresentazione della realtà è solo condizionalmente valida, ogni norma prescrittiva è relativa, non esiste un fondamento ultimo per l&#8217;epistemologia e per l&#8217;etica.</p>
<p>Questa è essenzialmente anche la prospettiva che sta alla base del pensiero postmoderno. Una formulazione classica di essa è la famosa metafora di Korzybski: &#8220;la mappa non è il territorio&#8221; (nota 1). Un&#8217;affermazione apparentemente ovvia, che tuttavia intesa in senso ampio colpisce alla radice ogni tentativo di catturare la realtà in un sistema di pensiero. Quel che Korzybski dice è che ogni descrizione della realtà mediante un linguaggio è una mappa. L&#8217;universo del discorso è l&#8217;universo delle mappe: la realtà, il &#8216;territorio&#8217;, resta eternamente al di là di tale universo.</p>
<p>Un&#8217;altra, splendidamente ironica, formulazione dello stesso assioma (una formulazione che indubbiamente sarebbe piaciuta a Laozi) è la pipa di Magritte. Nel 1929 il surrealista belga René Magritte dipinse questo quadro, intitolato <em>L&#8217;inganno delle immagini</em>:</p>
<p><a href="http://www.indranet.org/wordpress/wp-content/uploads/magritte pipa.jpg" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.indranet.org');"><img class="alignleft size-full" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="magritte pipa.jpg" src="http://www.indranet.org/wordpress/wp-content/uploads/magritte pipa.jpg" alt="" width="340" height="261" /></a><br />
L&#8217;inganno di cui Magritte parla non si limita alle immagini, ma si estende a ogni forma di rappresentazione: un persistente errore umano è la reificazione dei nostri costrutti mentali, scambiare il concetto per la cosa (scambiare la mappa per il territorio, nel linguaggio di Korzybski).</p>
<p>Ma, se daoismo e pensiero postmoderno condividono la stessa epistemologia relativista come punto di partenza, essi divergono nei loro sviluppi. La realtà è indicibile, è eternamente al di là dell&#8217;universo del discorso: questo è il punto di partenza comune. Ma l&#8217;interesse del pensiero postmoderno si concentra sull&#8217;universo del discorso come creatore di realtà intersoggettivamente condivise, di mondi sociali. L&#8217;interesse dei daoisti invece è tutto rivolto verso la realtà indicibile. Il loro interesse per la sfera del discorso è solo critico e ironico. La dimensione esistenziale è la sola che conta per loro.</p>
<p>Essi introducono perciò un nuovo uso della parola dao, l&#8217;uso che ho indicato con l&#8217;iniziale maiuscola. Il Dao, la Via è ciò che sta oltre il dicibile, ciò che non ha nome e di cui pertanto si può solo parlare per paradossi e allusioni, ciò che è più antico di &#8216;cielo e terra&#8217;, il &#8216;vuoto&#8217; che sta prima della dualità di soggetto e oggetto, coscienza e mondo. Il <em>Laozi </em>può essere letto come un invito a un viaggio esperienziale in questa dimensione del &#8216;vuoto&#8217; - il &#8216;vuoto&#8217; che è &#8216;la madre dei diecimila esseri&#8217;, il &#8216;vuoto&#8217; da cui ogni cosa scaturisce e a cui ogni cosa ritorna.</p>
<p>Tenendo presente quest&#8217;altro uso della parola dao, le letture possibili del primo verso del Laozi si allargano a comprendere le seguenti:</p>
<blockquote><p>&#8216;ogni <em>dao </em>di cui si può parlare non è l&#8217;eterno/costante Dao&#8217;<br />
&#8216;ogni via che può essere insegnata non è l&#8217;eterna/costante Via&#8217;<br />
&#8216;il Dao, non appena se ne parla, non è già più l&#8217;eterno/costante Dao&#8217;<br />
o anche, concisamente (con Addiss e Lombardo):<br />
&#8216;Dao detto Dao non è Dao&#8217;.</p></blockquote>
<p>È importante a questo punto comprendere che questi nuovi significati non escludono quelli indicati in precedenza. Il testo cinese li comprende tutti simultaneamente (e altri ancora). È una caratteristica della lingua cinese (una delle caratteristiche che ne fanno uno straordinario mezzo di poesia) il fatto che ogni parola contenga una molteplicità di risonanze e ogni frase possa essere letta in vari modi. Ma ciò che è in gioco qui è qualcosa di più della flessibilità della lingua: è lo spirito stesso del daoismo che accoglie gli opposti come complementari e tiene insieme letture diverse della stessa cosa. Si consideri, per esempio, questo passo del <em>Zhuangzi</em>, l&#8217;altro grande classico del daoismo, all&#8217;incirca contemporaneo o di poco posteriore al <em>Laozi</em>:</p>
<p>&#8220;Perciò &#8216;quello&#8217; emerge da &#8216;questo&#8217; e &#8216;questo&#8217; dipende da &#8216;quello&#8217; - che val quanto dire che &#8216;questo&#8217; e &#8216;quello&#8217; si generano a vicenda. Dove c&#8217;è nascita dev&#8217;esserci morte; dove c&#8217;è morte dev&#8217;esserci nascita. Dove c&#8217;è accettabilità dev&#8217;esserci inaccettabilità; dove c&#8217;è inaccettabilità dev&#8217;esserci accettabilità. Dove c&#8217;è il riconoscimento del giusto dev&#8217;esserci il riconoscimento dello sbagliato; dove c&#8217;è il riconoscimento dello sbagliato dev&#8217;esserci il riconoscimento del giusto. Perciò il saggio non procede in questo modo, ma illumina tutto nella luce del cielo. Anch&#8217;egli riconosce un &#8216;questo&#8217;, ma un &#8216;questo&#8217; che è anche un &#8216;quello&#8217;, un &#8216;quello&#8217; che è anche &#8216;questo&#8217;. Il suo &#8216;quello&#8217; contiene sia un giusto che uno sbagliato. Perciò, di fatto, ha ancora un &#8216;questo&#8217; e un &#8216;quello&#8217;? O di fatto non ha più un &#8216;questo&#8217; e un &#8216;quello&#8217;? Lo stato in cui &#8216;questo&#8217; e &#8216;quello&#8217; non trovano più il loro opposto è detto il perno della Via.&#8221; (<em>Zhuangzi</em>, 2) (nota 5)</p>
<p>Questo libro vuole essere un invito a leggere il Laozi nello spirito &#8220;in cui &#8216;questo&#8217; e &#8216;quello&#8217; non trovano più il loro opposto&#8221;.  Vuole essere una &#8216;traduzione daoista&#8217; del <em>Laozi</em>, che permetta al lettore di abbracciare diverse risonanze del testo, di tenere insieme interpretazioni contrapposte senza dover necessariamente scegliere, bensì contemplandole come strati di significato che si arricchiscono a vicenda.</p>
<p>(1) Voce del <em>Dictionnaire Ricci de caractères chinois</em>, Instituts Ricci (Parigi-Taipei), Desclée de Brouwer, Parigi, 1999 (mia traduzione semplificata).<br />
(2) Chad Hansen,<em> A Daoist Theory of Chinese Thought</em>, Oxford University Press, Oxford e New York, 1992, p. 99.<br />
(3) Ibid.<br />
(4) Questa frase compare per la prima volta in una presentazione che Korzybski tenne a un convegno della American Mathematical Society a New Orleans nel 1931.<br />
(5) Burton Watson, <em>The Complete Works of Chuang Tzu</em>, Columbia University Press, New York and London, 1969, pp. 39-40.</p>
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		<title>Scienza, coscienza e Dio</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 07:06:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Peter Russell</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>

		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>

		<category><![CDATA[Dio]]></category>

		<category><![CDATA[Kuhn]]></category>

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		<description><![CDATA[La visione scientifica tradizionale ci dice che la scienza non ha nulla ha che fare con la coscienza o con Dio. Ma oggi le cose stanno cambiando. Ora che ha cominciato a occuparsi della coscienza, ha intrapreso un cammino che alla lunga la porterà a esplorare le profondità della mente. Questa esplorazione la costringerà forse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/peter-russell.gif"title="peter russell.gif" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/peter-russell.gif" alt="peter russell.gif" hspace="6" align="left" /></a>La visione scientifica tradizionale ci dice che la scienza non ha nulla ha che fare con la coscienza o con Dio. Ma oggi le cose stanno cambiando. Ora che ha cominciato a occuparsi della coscienza, ha intrapreso un cammino che alla lunga la porterà a esplorare le profondità della mente. Questa esplorazione la costringerà forse ad aprirsi a Dio.<strong></strong></p>
<p><strong>La grande domanda<br />
</strong>Cosa ha a che fare la scienza con la coscienza? Pochissimo. La coscienza è un argomento problematico. Non è possibile individuarla e misurarla come un oggetto materiale e le incertezze dell’esperienza soggettiva interferiscono con i nostri tentativi di arrivare a verità universali. Perciò in generale la scienza ha deliberatamente escluso la coscienza dal proprio ambito di studio.</p>
<p>Cosa ha a che fare la scienza con Dio? Ancora meno. Se è inevitabile almeno accettare l’esistenza della coscienza, per quanto enigmatica, Dio invece non ha nessun ruolo nella visione scientifica del mondo. La scienza moderna ha esaminato le profondità dello spazio fino ai confini dell’universo, le profondità del tempo risalendo fino agli inizi della creazione e le profondità della struttura della materia scendendo fino ai suoi costituenti elementari. In nessuna di queste direzioni ha trovato un posto per Dio, né una prova della sua esistenza. L’universo, la scienza proclama, funziona perfettamente senza bisogno di Dio.</p>
<p>Questa è la visione scientifica tradizionale. Ma oggi le cose stanno cambiando. Alcuni vecchi confini si dissolvono e la scienza comincia a espandere il proprio campo di interessi.</p>
<p><strong>Il super-paradigma</strong></p>
<p>Quando parliamo dei limiti della scienza contemporanea è importante ricordare che ci riferiamo al paradigma attuale, non alla scienza come impresa in se stessa. Un paradigma scientifico è l’insieme dei presupposti all’interno dei quali una scienza particolare fa il proprio lavoro. La teoria quantistica, la teoria dell’evoluzione di Darwin e la teoria psicanalitica dell’inconscio sono altrettanti esempi di paradigmi.</p>
<p>I paradigmi cambiano nel tempo. Il concetto platonico della perfezione dei moti circolari dominò la scienza della meccanica per quasi duemila anni. Nel diciassettesimo secolo le leggi del moto di Newton divennero il nuovo paradigma. Oggi la relatività einsteiniana è considerata una descrizione più precisa del moto della materia nello spazio e nel tempo.</p>
<p>Disgraziatamente, come Thomas Kuhn ha mostrato nel suo magistrale libro <em>La struttura delle rivoluzioni scientifiche</em>, i paradigmi non cambiano facilmente. Sono tanto profondamente radicati nella cultura scientifica e nella cultura della società in generale che vengono raramente messi in discussione. I dati che contraddicono la visione delle cose in auge al momento vengono trascurati o contestati; oppure, se non è possibile negarli, vengono incorporati, spesso goffamente, nel modello esistente.</p>
<p>I guardiani del vecchio paradigma preferiscono morire piuttosto che abbandonare i loro presupposti sulla natura della realtà. E spesso è proprio questo che succede: nuovi paradigmi emergono, non perché le persone cambino idea, ma perché gli adepti del vecchio paradigma pian piano muoiono.</p>
<p>Nell’attuale visione scientifica del mondo materia ed energia fisica sono la realtà primaria. Secondo questa visione, quando saremo in grado di comprendere a fondo il funzionamento del mondo fisico, avremo capito tutto, compreso il funzionamento della mente umana. Questo è qualcosa più di un paradigma che si applica a un particolare campo di studi: è una credenza comune a quasi ogni branca della scienza. È piuttosto un super-paradigma.</p>
<p>Mettere in discussione questo super-paradigma è una faccenda grossa. Non stupisce perciò che ogni suggerimento dell’esistenza di fenomeni come la telepatia, la chiaroveggenza, la precognizione, la guarigione psichica, l’efficacia della preghiera o altro che faccia pensare a una parziale indipendenza della coscienza dalla materia venga ignorato o deriso dalla scienza istituzionale. All’interno della visione del mondo attualmente accettata queste cose semplicemente non possono essere vere.</p>
<p><strong>Cos’è la coscienza?</strong></p>
<p>Se, come l’attuale super-paradigma sostiene, la coscienza emerge dalla materia, è naturale chiedersi quando sia emersa per la prima volta. Un animale, un cane per esempio, è cosciente? Per quanto ne sappiamo, i cani non sono auto-coscienti come noi, non pensano in parole e probabilmente non ragionano come noi. Ma questo significa che non abbiano un’esperienza soggettiva, come Cartesio ha sostenuto?</p>
<p>A quanto mi risulta, il mio cane ha una sua esperienza del mondo circostante. Chiaramente prova dolore quando si fa male. Mentre dorme a volte sembra sognare, e fa piccoli rapidi movimenti con le zampe e con le dita come se stesse inseguendo un coniglio immaginario. Dire che non ha coscienza, che è soltanto una macchina biologica priva di un qualsiasi mondo interiore, mi sembra assurdo - non meno assurdo dell’affermare che il vicino che abita dall’altra parte della strada non ha coscienza.</p>
<p>Quando affrontiamo questi problemi è bene tener separati due ampi, ma distinti, significati del termine ‘coscienza’. In primo luogo ci sono i vari fenomeni soggettivi ed eventi esterni di cui facciamo esperienza: percezioni del mondo circostante, pensieri, idee, convinzioni, valori, sentimenti, emozioni, speranze, timori, intuizioni, sogni, fantasie. Tutte queste cose le chiamo ‘i contenuti della coscienza’.</p>
<p>La coscienza come facoltà in se stessa è distinta da tutto ciò: è la facoltà di avere un mondo mentale interno in cui tutte queste esperienze hanno luogo. I contenuti della nostra coscienza possono essere diversissimi - vediamo cose diverse, pensiamo pensieri diversi, abbiamo diverse emozioni e diversi valori - ma tutti quanti abbiamo in comune il fatto di essere coscienti. Senza questa facoltà non ci sarebbe nessun tipo di esperienza soggettiva.</p>
<p>Possiamo pensare per analogia a un dipinto. L’immagine corrisponde ai contenuti della coscienza, la tela su cui l’immagine è dipinta corrisponde alla facoltà della coscienza. Sulla tela possiamo dipingere un’infinità di quadri diversi: ma tutti i quadri possibili hanno in comune il fatto di essere dipinti su una tela. Senza tela non ci sarebbe il quadro.</p>
<p>La differenza fra i cani e noi non sta nella facoltà della coscienza, bensì nei contenuti della coscienza, in ciò di cui sono coscienti. Forse i cani non sono auto-coscienti e forse non ragionano e pensano come noi. Sotto questi aspetti possono essere meno consapevoli di noi. D’altro canto, essi odono frequenze acustiche più alte di quelle che noi siamo in grado di percepire e il loro olfatto è di gran lunga superiore al nostro. In termini della loro percezione del mondo circostante, può darsi che i cani siano più consapevoli degli esseri umani.</p>
<p><strong>Le origini della coscienza</strong></p>
<p>Se i cani posseggono la facoltà della coscienza, ragionando nello stesso modo debbono attribuirla anche ai gatti, ai cavalli, ai cervi, ai delfini, alle balene e agli altri mammiferi. Se i mammiferi sono esseri senzienti, non vedo alcuna ragione per supporre che gli uccelli non lo siano. Certi pappagalli che ho conosciuto sembravano essere altrettanto coscienti dei cani. E che dire dei rettili e dei pesci? Non c’è nulla nel loro sistema nervoso che faccia pensare che non debbano avere un proprio mondo di esperienza interiore.</p>
<p>Allora dove tracciamo il confine? Anche gli insetti hanno organi di senso e un sistema nervoso: perché non dovrebbero anch’essi avere un qualche grado corrispondente di esperienza interna? Il quadro dipinto sulla tela della loro mente può essere in verità molto diverso da quello della nostra mente - meno ricco, molto più semplice - ma non vedo nessuna ragione per dubitare del fatto che un quadro vi sia.</p>
<p>A me sembra probabile che ogni organismo in qualche modo sensibile al proprio ambiente sia dotato in una certa misura di un’esperienza interna. Se un batterio è sensibile alle vibrazioni, all’intensità della luce o al calore, come possiamo affermare che non abbia un corrispondente grado di coscienza? Il quadro può essere l’equivalente di una debolissima macchia di colore, praticamente nulla in confronto alla ricchezza e al dettaglio dell’esperienza umana: tuttavia non completamente inesistente.</p>
<p>Fin dove vogliamo scendere? Possiamo dire lo stesso per i virus e per il DNA? Perfino per i cristalli e gli atomi?</p>
<p>Il filosofo Alfred North Whitehead ha sostenuto che la coscienza è presente fino al livello più basso. Per lui la coscienza è una proprietà intrinseca del creato. In quest’ottica, con l’evoluzione della vita non è emersa la facoltà della coscienza, bensì si sono allargate le varie qualità e dimensioni dell’esperienza cosciente, i contenuti della coscienza. Man mano che gli esseri viventi sviluppavano occhi, orecchie e altri organi di senso, i quadri dipinti sulla tela della coscienza diventavano più ricchi. Per elaborare e utilizzare queste informazioni si è sviluppato un sistema nervoso - e man mano che il sistema nervoso diventava più complesso emergevano nuove qualità: il libero arbitrio, la cognizione, l’intenzionalità, l’attenzione. Con la comparsa degli esseri umani la coscienza acquisì una dimensione completamente nuova: quella del pensiero.</p>
<p><strong>In cerca di colui che pensa</strong></p>
<p>Osservando la nostra esperienza interna, sentiamo che dev’esserci un soggetto, un sé che ha tutte queste esperienze, che prende queste decisioni, che pensa questi pensieri. Poiché usiamo il linguaggio per etichettare praticamente ogni altra cosa nell’ambito della nostra esperienza, ci sembra un passo naturale dare un nome a questo sé, qualsiasi cosa esso sia: lo chiamiamo ‘io’.</p>
<p>Ma cos’è questo sé? Com’è? Dove si trova? Il filosofo scozzese David Hume lo cercò lungamente al proprio interno, tentando di individuare qualcosa che fosse il suo vero sé. Ma tutto quel che trovò furono vari pensieri, sensazioni, immagini e sentimenti. La ragione per cui non riuscì mai a trovare il sé è che lo cercava nel posto sbagliato: lo cercava nell’ambito dell’esperienza, fra i contenuti della coscienza. Ma il sé, per definizione, non può essere uno dei contenuti della coscienza. È ciò che esperisce i contenuti della coscienza.</p>
<p>La sola altra possibilità è che questo sentimento che abbiamo dell’esistenza di un sé abbia a che fare con la facoltà stessa della coscienza. Ma se questo è il sé che percepiamo internamente, esso non è un sé individuale, personale. Non è un sé con delle caratteristiche e qualità. Non è una cosa che può essere percepita o conosciuta, nel senso in cui percepiamo e conosciamo altre cose. Non è un sé unico in ciascuno di noi. È qualcosa che tutti condividiamo. È la tela della mente.</p>
<p><strong>Un sé vacillante</strong></p>
<p>Poiché la sensazione di essere un sé individuale e unico è tanto forte, continuiamo a cercarci un’identità fenomenica. Troviamo un senso d’identità nei nostri pensieri e ricordi, nel nostro corpo e nel nostro aspetto, in ciò che facciamo e in ciò che abbiamo realizzato. Ma un tale sé è perennemente alla mercé degli eventi. Perciò ci diamo tante arie, compriamo una quantità di oggetti di cui non abbiamo veramente bisogno e diciamo una quantità di cose che non intendiamo veramente dire, il tutto per puntellare questo senso di identità fittizio.</p>
<p>Quando questo sé si sente minacciato, tende a mettere in moto la paura. La paura è utilissima quando abbiamo a che fare con una minaccia che riguarda il nostro essere fisico. Non dureremmo a lungo senza di essa. Ma non è una risposta appropriata a una minaccia che riguarda un’identità psicologica artificiale. In questa forma la paura non aiuta, bensì danneggia la nostra sopravvivenza, e in vari modi.</p>
<p>La paura induce stress e di conseguenza porta a varie malattie fisiche, mentali ed emotive. Il timore che venga leso il nostro senso di identità ci porta a giudicare le persone con cui viviamo e con cui entriamo in contatto. Una mente giudicante tende a essere critica e aggressiva, non compassionevole e amorevole. La paura inoltre porta con sé l’ansia. Andiamo in ansia per ciò che abbiamo fatto in passato e per ciò che può accaderci in futuro. E mentre la nostra attenzione si fissa sul passato o sul futuro, essa non è nell’attimo presente.</p>
<p>La più triste e ironica conseguenza di ciò è che l’ansia ci impedisce di trovare proprio ciò che cerchiamo. Fondamentalmente, tutti vogliamo star bene. Naturalmente vogliamo evitare il dolore e la sofferenza e vogliamo sentirci in pace. Ma una mente ansiosa non conosce pace.</p>
<p>Gli altri animali, privi di linguaggio e di pensiero discorsivo, non hanno bisogno di rafforzare un illusorio senso di identità e perciò non conoscono queste paure. Probabilmente si sentono in pace molto più spesso di noi.</p>
<p><strong>Trascendere il linguaggio</strong></p>
<p>Sembra che la medaglia del linguaggio abbia anche un’altra faccia. Il linguaggio è impareggiabile per condividere conoscenza ed esperienza. Senza di esso la cultura umana non esisterebbe. E parlare interiormente a noi stessi può esser utilissimo quando abbiamo bisogno di concentrare l’attenzione su qualcosa, analizzare una situazione o fare dei piani. Ma altrimenti gran parte del nostro pensare è completamente inutile. Quando osservo l’attività della mia mente, trovo che di un novanta percento dei miei pensieri potrei fare a meno con vantaggio.</p>
<p>Se metà della mia attenzione è catturata dalla voce che parla nella mia testa, quella metà non è disponibile per notare altre cose. Non mi accorgo di quello che sta accadendo intorno a me. Non odo il canto degli uccelli, il fruscio del vento e lo scricchiolio degli alberi. Non noto le mie emozioni e le sensazioni nel mio corpo. In effetti, sono cosciente solo a metà.</p>
<p>Solo perché abbiamo il dono del pensiero discorsivo, non significa che dobbiamo tenerlo in funzione tutto il tempo. Questo fatto è sottolineato da molti insegnamenti spirituali. La maggior parte di questi insegnamenti comprende tecniche di meditazione o di preghiera atte ad acquietare il dialogo interno e a fermare la mente. Questo è il significato letterale del termine indiano <em>samadhi</em>: ‘una mente in quiete’.</p>
<p>Una mente tranquilla è più capace di essere nel presente ed è più in pace. È lo stato naturale della nostra mente, la nostra eredità evolutiva. È lo stato di grazia al quale vogliamo ritornare, lo stato di grazia da cui siamo caduti quando il linguaggio si è impadronito della nostra coscienza.</p>
<p>Inoltre, dicono i saggi, quando la mente è completamente immobile riconosciamo la nostra vera identità. Come ha detto la <em>Chandogya Upanishad</em> tremila anni fa: “ Ciò che è l’essenza di tutte le cose, Quello sei Tu.”</p>
<p><strong>Una scienza della coscienza?</strong></p>
<p>La scienza ha esplorato le profondità dello spazio, le profondità del tempo e le profondità della struttura della materia senza trovare né un luogo né la necessità di Dio. Ora che ha cominciato a occuparsi della coscienza, ha intrapreso un cammino che alla lunga la porterà a esplorare le ‘profondità della mente’. Questa esplorazione la costringerà forse ad aprirsi a Dio. Non all’idea di Dio che troviamo nelle religioni attuali - che si sono distorte e impoverite nella trasmissione da una generazione all’altra, da una cultura all’altra, da una lingua all’altra - ma al Dio di cui gli insegnamenti parlavano in origine, l’essenza del nostro sé, l’essenza della coscienza.</p>
<p>Questa possibilità è anatema per l’attuale super-paradigma scientifico. È un po’ come quando Galielo disse al Vaticano che la terra non era il centro dell’universo. Ma se c’è nella scienza una certezza, essa è che tutte le certezze cambiano col tempo. I modelli scientifici attuali sono, in quasi tutti i campi, radicalmente diversi da quelli di duecento anni fa. Chi sa come saranno i paradigmi del prossimo millennio?</p>
<p>Una scienza che includesse in sé le profondità della mente sarebbe veramente una scienza unificata. Essa capirebbe l’origine ultima di tutte le nostre paure inutili, capirebbe perché non viviamo la vita nella pienezza del suo potenziale, perché non siamo in pace interiormente. Una tale scienza contribuirebbe allo sviluppo di tecnologie interiori per acquietare la mente e trascendere le nostre paure. Ci aiuterebbe a diventare padroni anziché schiavi del nostro pensiero, in modo da convivere con questo accidente dell’evoluzione traendo profitto dai suoi benefici, ma senza permettergli di riempire la nostra mente al punto di farci perdere di vista altri aspetti della nostra realtà - ivi inclusa la nostra vera natura interiore. Non è forse questo un programma che vale la pena di realizzare?</p>
<p>Peter Russell, che è una delle figure di punta dello Human Potential movement, è membro dell’Institute of Noetic Sciences, della World Business Academy, della Findhorn Foundation ed è membro onorario del Club di Budapest. Fra i suoi libri: <em>Il risveglio della mente globale</em>. <em>Dalla società dell&#8217;informazione all&#8217;era della coscienza </em>(Apogeo/Urra, 2000), <em>From Science to God, Waking Up in Time e The Consciousness Revolution </em>(con Stanislav Grof ed Ervin Laszlo). Ken Wilber lo ha definito ‘una delle più belle menti del nostro tempo’. Il suo web site è <a href="http://www.peterussell.com" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.peterussell.com');">www.peterussell.com</a></p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=880615205X" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.internetbookshop.it');">Thomas Kuhn. La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Einaudi. 2000. ISBN: 880615205X</a></p>
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<p>Questo articolo è apparso originalmente su “New Renaissance” magazine, <a href="http://www.innernet.it/geoxml/getcontent/www.ru.org">www.ru.org</a><br />
Traduzione di Shantena Sabbadini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>La psicologia del futuro? È la scienza dello spirito</title>
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		<comments>http://www.innernet.it/la-psicologia-del-futuro-e-la-scienza-dello-spirito/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2009 10:36:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Fusi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>

		<category><![CDATA[Grof]]></category>

		<category><![CDATA[psicologia transpersonale]]></category>

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		<description><![CDATA[Una conferenza internazionale della psicologia transpersonale a Milano, 15-18 ottobre
Un po&#8217; di respiro culturale in questa piccola Italia alle prese con storie personali e collettive alquanto meste. Una conferenza internazionale di psicologia traspersonale cui partecipano ricercatori da tutto il mondo, fra cui spicca Stanislav Grof, figura storica della psicologia umanistica, co-fondatore e ispiratore di questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Una conferenza internazionale della psicologia transpersonale a Milano, 15-18 ottobre</strong></p>
<p>Un po&#8217; di respiro culturale in questa piccola Italia alle prese con storie personali e collettive alquanto meste. Una conferenza internazionale di psicologia traspersonale cui partecipano ricercatori da tutto il mondo, fra cui spicca <a href="http://www.stanislavgrof.com/ " target="_blank" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.stanislavgrof.com');">Stanislav Grof,</a> figura storica della psicologia umanistica, co-fondatore e ispiratore di questo filone di studi e pratiche esperienziali.</p>
<p>La presenza stessa di Grof in Italia ormai è un evento, ma l&#8217;intera conferenza è un&#8217;occasione particolare e unica per incontrare 130 ricercatori, alcuni dall&#8217;Italia ma la gran parte dai quattro angoli della Terra. Persone che raccontano e fanno toccare con mano come stanno operando e i risultati che stanno ottenendo, per farci vedere come il loro lavoro stia “rischiando” nientemeno che di cambiare il modo in cui vediamo la mente, la medicina e la terapia, ma anche il mondo stesso.</p>
<p>Molto ambizioso? Certo, ma viene ovvio e naturale condividere le scoperte, se si sono sperimentati quegli stati di coscienza che la psicologia classica considera quantomeno con sospetto – la trance, l&#8217;estasi, le “esperienze di vetta”, la beatitudine della meditazione, il piacere di sentirsi parte di un mondo vitale e vivente&#8230; insomma, tutte quelle esperienze che, non essendo patologiche, ma al contrario segni di evoluzione positiva della coscienza e di benessere vero, in genere non vengono neppure prese in considerazione dalla Scienza accademica. Né dalla maggior parte degli specialisti, i quali per deformazione professionale tendono a vedere più i disturbi, che sono il loro pane quotidiano in tutti i sensi.</p>
<p>Invece, è proprio da questi stati di benessere e dai sentimenti “oceanici” che bisogna partire per evolvere. Imparare da essi, non considerarli accidenti di percorso ma via maestra. Per dirlo con le parole di Jung, “La vera terapia consiste nell&#8217;approccio al divino; più si raggiunge l&#8217;esperienza del divino, più si è liberati dalla maledizione della patologia”.</p>
<p>Insomma, è bene studiare come si può stare meglio accogliendo e condividendo le proprie profonde esperienze interiori, piuttosto che continuare a guardare il sacco nero dei disturbi: accendere la luce piuttosto che continuare a maledire il buio, uscire dalla cupa profezia che si autoavvera “siamo in crisi”. Sì, siamo in crisi, ma nel senso del cambiamento, sta succedendo qualcosa di inaudito: stiamo diventando esseri umani completi, davvero, solo ora.</p>
<p>Ma “come raggiungere l&#8217;esperienza del divino?” è appunto la domanda da 100.000 dollari. In un mondo come il nostro attuale, secolarizzato, desacralizzato, parcellizzato, in cui abbiamo una pillola e una tecnica per ogni malessere, che è da bandire immediatamente per non disturbare il manovratore (il nostro interno e quello che materializziamo fuori di noi dandogli credito)?</p>
<p>La proposta della psicologia transpersonale (il termine significa “che va oltre l’individuale”, “che si occupa dei rapporti con il mondo”) è quella di andare oltre. Oltre la mente che discrimina, oltre le divisioni classiche fra mente, corpo e spirito; fra materia ed energia; fra individuo e comunità; fra tradizione e modernità. Perfino oltre le tecniche di crescita personale stesse, quando occorre: le stesse “tecnologie del sacro”, così sono definite, che attingono alle antiche vie sciamaniche e mistiche, possono diventare ostacoli se ci si ferma sopra e ci si affeziona troppo, giocando a fare gli indiani. In realtà, queste tecniche servono a ripulire, sgombrare il campo da sovrastrutture, aprire le finestre per poter avere una visione più chiara e limpida di ciò che è lì davanti a noi, che la nostra anima sa già bene perché le sue radici sono nell&#8217;intera storia vivente, ma di cui ci scordiamo ogni istante: siamo tutti Uno, tutti in relazione.</p>
<p>La psicologia transpersonale è dunque un ponte fra le culture: integra scienza e spiritualità in una nuova sintesi che tiene conto tanto degli stati di coscienza considerati comuni (veglia, sonno, riflessione razionale) quanto di quelli meno comuni (intuitivi, creativi, spirituali e religiosi, di meditazione e mistici quali estasi e trance). Integra l&#8217;esperienza della psicologia occidentale con le tradizioni orientali basate sulla meditazione e l’esperienza diretta della natura interiore (Yoga, Zen, taoismo e sufismo, la “corrente” mistica dell’Islam) e con quelle sciamaniche.</p>
<p>Dal suo impulso, negli ultimi decenni sono sorte diverse metodologie “esperienziali”, che mirano a portare non ad una “guarigione individuale”, come nella psicoterapia classica, ma alla realizzazione del Sé, al pieno compimento della natura spirituale dell&#8217;essere umano. Considera i miti e le visioni ancestrali dei popoli antichi e di natura non come un prodotto fallace della fantasia, superato dalla razionalità, bensì come riflessi di princìpi cosmici primordiali organizzatori, che modellano e pervadono le dinamiche della psiche, gli eventi e movimenti nella storia umana e i processi evolutivi nella natura. Da conoscere, coltivare, valorizzare, utilizzare nella cura delle persone e delle comunità.</p>
<p>Considera gli stati di coscienza “altri” e le esperienze spirituali come elementi fondamentali sia per il benessere personale, sia per trovare una nuova armonia con la natura e nelle relazioni. Esigenze tanto più pressanti in questi tempi, in cui abbiamo da affrontare sfide globali: squilibri ecologici e sociali, senso di isolamento e di separazione dalla natura e dal cosmo, nuove forme di disagio esistenziale e di dipendenza. Con la psicologia transpersonale si portano in luce e valorizzano le nostre potenzialità evolutive: non si può star bene e guarire individualmente ma solo sentendosi connessi con l&#8217;intera sfera del vivente, come insegnano le antiche filosofie orientali, le visioni dei popoli nativi e la moderna medicina olistica.</p>
<p>Il termine “psicologia transpersonale” forse fu utilizzato per la prima volta da Roberto Assagioli, creatore della Psicosintesi, e in seguito da Carl Gustav Jung. Ma la prima associazione di Psicologia Transpersonale fu fondata negli Stati Uniti nel 1969, su impulso fra gli altri di Stanislav Grof, Abraham Maslow e Tony Sutich (questi ultimi avevano prima individuato il termine “psicologia umanistica”).</p>
<p>Oggi si presenta con una vastità di esperienze e di proposte che possono dare un contributo decisivo a quella “svolta” di ecologia profonda di cui parla Fritjof Capra, verso una nuova comprensione del nostro posto nella rete della vita, dei nostri legami indissolubili con l&#8217;intero universo e quindi verso una salute planetaria.</p>
<blockquote><p>Avevo cominciato la ricerca come ateo e materialista convinto: sono stato costretto invece a riconoscere che la dimensione spirituale è l&#8217;elemento chiave della psiche umana e dello schema universale delle cose. Ora sono assolutamente certo che divenire consci di tale dimensione della vita e coltivarla, sia parte essenziale e desiderabile dell&#8217;esistenza: l&#8217;assenza di questo parametro potrebbe persino diventare un fattore critico per la nostra sopravvivenza sulla Terra. Dallo studio degli stati non ordinari di coscienza ho imparato una lezione importante: riconoscere che molte situazioni, considerate illogiche o patologiche dal filone principale della psichiatria, sono invece manifestazioni naturali del profondo dinamismo della psiche. In molti casi, l&#8217;affiorare alla coscienza di simili elementi può essere considerato la ricerca da parte dell&#8217;organismo di liberarsi dai legami di diverse impressioni traumatiche e dalle limitazioni conseguenti: in altre parole, un tentativo di autoguarigione e anelito verso un funzionamento più armonioso.  Stanislav Grof</p></blockquote>
<p><a href="http://www.nonsoloanima.tv/index.php?controller=author&amp;author_id=173" target="_blank" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.nonsoloanima.tv');">Videointerviste a Grof, biografia e bibliografia</a></p>
<p>Milano, 15-18 Ottobre 2009<br />
<strong>11th EUROTAS International Conference</strong><br />
<strong>“Oltre la mente - Verso la coscienza dell&#8217;unità”</strong></p>
<p>Quest&#8217;anno è a Milano la conferenza internazionale della psicologia transpersonale: quattro giorni per scoprirne la proposta di passare “da una cultura della competizione a una cultura della condivisione&#8221;. E per toccare con mano come si possono guarire insieme l&#8217;individuo e il mondo.</p>
<p>Dal 15 al 18 settembre a Milano i maggiori esponenti al mondo della psicologia transpersonale presenteranno le loro vie di ricerca. Offriranno un panorama completo di questo affascinante filone della psicologia e della psicoterapia, che punta a oltrepassare i confini della mente individuale, di cui s&#8217;è occupata finora la psicologia classica, per occuparsi dei rapporti delle persone e della società con il mondo e con la sfera spirituale.</p>
<p>L&#8217;undicesima conferenza internazionale dei ricercatori in psicologia transpersonale (European Transpersonal Association- Eurotas è la loro associazione europea) è organizzata dall&#8217;<a href="http://www.biotransenergetica.it/ " target="_blank" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.biotransenergetica.it');">Associazione Om-Biotransenergetica </a>in partnership con il e con il patrocinio della Regione Lombardia, del Club di Budapest e della Federazione delle Associazioni Italiane di Psicoterapia.</p>
<p>Si svolge da giovedì 15 a domenica 18 ottobre all&#8217;Hotel Ripamontidue – Pieve Emanuele, via dei Pini 1.<br />
La Conferenza è aperta a tutti.  Il programma è di qualità e quantità insieme, per presentare a 360 gradi un mondo composito e affascinante: 130 relatori, 63 workshop, 7 gruppi di lavoro, 5 tavole rotonde, 4 lezioni, e inoltre videoproiezioni, concerti e cerchi di meditazione.</p>
<p>Fra gli ospiti, Stanislav Grof, psichiatra, fondatore della psicologia transpersonale e massimo studioso<br />
degli stati di coscienza “olotropici” (“rivolti verso il Tutto”). Sabato 17 alla mattina ci sarà l&#8217;evento<br />
speciale dell&#8217;incontro con Grof: terrà la lezione “Psicologia del futuro – lezioni dalla moderna ricerca sulla coscienza” e il seminario “Morte e Rinascita psicospirituale”.</p>
<p>Venerdì 16 alle 19 interverrà in videoconferenza Ervin Laszlo, fondatore del Club di Budapest.</p>
<p>Precede la conferenza un seminario di respirazione olotropica (12-13 ottobre), la tecnica messa a punto da Grof. Segue (19-20 ottobre) il seminario “Due passi nel Corpo del Sogno” esperienza con Pier Luigi Lattuada e lo staff della Biotransenergetica. Entrambi questi due ultimi eventi alla Libreria Esoterica di Milano (Galleria Unione, 1 presso piazza Missori).</p>
<p>Presidente della conferenza è il medico e psicoterapeuta Pier Luigi Lattuada, fondatore di Om - Associazione per la medicina e la psicologia transpersonale.</p>
<p>RIFERIMENTI UTILI<br />
<a href="http://eurotasitaly2009.eu/" target="_blank" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/eurotasitaly2009.eu');">Il sito della conferenza </a><br />
<a href="http://eurotasitaly2009.eu/uploads/Programma.htm" target="_blank" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/eurotasitaly2009.eu');">Il programma dettagliato </a><br />
Informazioni: 348 9247907</p>
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		<title>L’insegnamento perduto del Meccano</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2009 19:31:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Del Moro</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Tecno-consapevole]]></category>

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		<description><![CDATA[Probabilmente stiamo attraversando un periodo di transizione. Il mondo è saturo di tutto, nessuno sta aspettando più niente di nuovo, non c’è più niente da scoprire, soprattutto sul fronte artistico. Questo tempo, come il Meccano, ha esaurito tutte le sue possibilità.
Il ‘Meccano’ era forse l’unico gioco che si poteva acquistare in ferramenta, dato che era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Probabilmente stiamo attraversando un periodo di transizione. Il mondo è saturo di tutto, nessuno sta aspettando più niente di nuovo, non c’è più niente da scoprire, soprattutto sul fronte artistico. Questo tempo, come il Meccano, ha esaurito tutte le sue possibilità.</p>
<p>Il ‘Meccano’ era forse l’unico gioco che si poteva acquistare in ferramenta, dato che era fatto soltanto di barrette di metallo forate, viti, dadi, pulegge e piccoli arnesi. Fu inventato da un inglese alla fine dell’800, ed era talmente originale che, oltre che in Europa, si diffuse anche in America. Di solito aveva un libretto di istruzioni che suggeriva alcuni modelli che si potevano costruire con i pezzi contenuti nella scatola: una locomotiva, una scavatrice, una bilancia, un’elica a manovella… cose così.</p>
<p>Il meccano era una gioia per gli occhi e una festa per le mani. Ogni bullone stretto equivaleva a mille neuroni attivi in più. A seconda del numero dei pezzi contenuti, le scatole erano numerate da 1 a 10. La scatola numero 10 era un sogno irraggiungibile, accessibile solo ai figli dei ricchi: conteneva tutti i pezzi per costruire una gru a motore alta due metri. Comunque, ogni scatola, anche la numero 1, permetteva di costruire moltissime cose, tutte davvero funzionanti.</p>
<p>Si partiva dalle strutture più intriganti (il mulino a vento! Il martello battipalo! Un camion col rimorchio!), poi si provava a costruire anche le altre, e poi si inventava.Ma inesorabilmente si arrivava, prima o poi, al punto di arresto, che era quando si esaurivano tutte le idee possibili con il numero di pezzi limitato contenuti nella scatola, allora si cominciava a improvvisare costruendo oggetti casuali, senza senso, ma era un sentiero che non andava mai molto lontano. E così, stanchi delle solite forme e poco gratificati da quelle senza senso, arrivava il giorno in cui la scatola del meccano rimaneva a prender polvere sopra qualche mobile.</p>
<p>Era un bel gioco e infastidiva il pensiero di non saperlo sfruttare meglio, di più, perché aveva potenzialità enormi, ma davvero non si riusciva ad andare oltre. Anche in seguito, quando ai pezzi meramente meccanici cominciarono ad aggiungersi parti elettriche, magnetiche e di plastica colorata, moltiplicando dunque le possibilità inventive, si arrivava comunque al punto di arresto.</p>
<p>Quello che non sapevamo è che invece “oltre” ci andavamo eccome: ci andavamo quando c’era da riparare la foratura della bicicletta, quando c’era da costruire il primo amplificatore per la chitarra elettrica comprando i pezzi sfusi, quando c’era da montare la scaffalatura in cantina per la raccolta di Topolino, Tex e Alan Ford… il Meccano non era stato affatto inutile, e anche se apparentemente non ci pensavamo più e continuava a prender polvere sul mobile, il suo insegnamento si rivelava in quelle circostanze della vita in cui mani e cervello, appunto, dovevano coordinarsi per la risoluzione di piccoli (ma anche grandi) intoppi.</p>
<p>Il pc ha preso il posto del meccano nella vita dei ragazzi di oggi. Il pc è un meccano hi-tech e tutti sappiamo quello che si può fare con un computer, oggi. Tutto ciò che a un ragazzo interessa: musica, film, immagini, notizie, idee… è immediatamente accessibile grazie a un pc collegato in rete, e non col contagocce, ma a cascata. Cascate e cascate di ogni ben di dio: discografie complete (inclusi i bootleg mai pubblicati) di qualunque artista esistente; centinaia di film, telefilm, cartoni animati da quelli usciti la settimana scorsa a quelli di sessant’anni fa; informazioni dettagliatissime su qualunque argomento esistente…</p>
<p>Eppure il punto di arresto è sempre dietro l’angolo. E, oltre a questo, oggi si è aggiunto un problema ulteriore, ben più grave del punto di arresto: l’ipereccedenza. L’iperceddenza di stimoli.</p>
<p>Per esempio, avere diecimila files mp3 è come non averne nessuno, perché semplicemente sono troppi e impediscono di sviluppare un gusto evoluto, una propria identità musicale. Ci vuole tempo e molti ascolti accurati per capire perché quel tipo di musica ci piace più di quell’altra, ci vuole tempo per capire perché Keith Emerson era meglio di Rick Wakemann (chi ha la mia età capisce cosa voglio dire); e un disco lo si assaporava sin dalla copertina, spesso capolavori di grafica, vista in negozio (che stupore quando apparve la mucca di Atom Heart &amp; Mother! E il tabloid finto incluso in Thick as a brick? E la copertina a strati di Brain Salad Surgery?…), poi lo si portava a casa (ma non subito, prima bisognava mettere insieme i soldi) come una reliquia, e lo si ascoltava attenti e concentrati… i dischi venivano acquistato accordandosi con gli amici: se tu prendi Per un amico io prendo Storia di un minuto, così poi ce li scambiamo.</p>
<p>Era un’esperienza artistica e di vita a tutto tondo e, soprattutto, erano altri centomila neuroni attivi in più a settimana. E questo valeva anche per le altre cose: i libri, il teatro, i viaggi, il cinema… È la perdita di questa rete fatta di dettagli, sensazioni, desideri a lungo inseguiti prima di essere esauditi, che rende sterili. Penso che se mi avessero regalato un meccano gigante con un miliardo di pezzi, forse mi sarei perduto nella sua vastità. L’idea di poter fare tutto non mi avrebbe fatto fare niente, e la conseguenza sarebbe stata l’anedonia, l’assenza di creatività.</p>
<p>Paradossalmente essere troppo ricchi fuori porta dritto alla miseria dentro. Mi chiedo se questo succederebbe anche con gli ideali alti come la bellezza e la verità… troppa bellezza spingerebbe alla noia e a trovare più interessanti i difetti? Troppa verità farebbe apparire più intrigante la menzogna? Bisognerebbe provare per saperlo; di certo comunque non è questo il mondo in cui potremo fare la prova dato che almeno sino ad oggi bruttezza e menzogna trionfano ancora in tale abbondanza da rendere inappagata la nostra sete di verità e bellezza…</p>
<p>A parte ciò è comunque vero che oggi fare una rivoluzione culturale è decisamente più difficile rispetto anche solo a qualche decennio fa. Non mi supisce il fatto che due giochi come il Meccano e il Monopoli siano nati più o meno nello stesso periodo, ma il Meccano sia ormai fuori produzione, mentre il Monopoli si è espanso anche in Oriente. Sono due giochi che rappresentano due paradigmi sociali possibili: l’uno basato sull’ingegno, l’altro sulla rincorsa al profitto. Tutti sappiamo bene dei due quale ha trionfato nel mondo e quale ceduto il passo.</p>
<p>Nel codice genetico mutante di questo tempo assordante e bulimico l’ingegno ha assunti caratteri aberranti, che poco o nulla hanno ancora a che fare con l’arte e la creatività e sono lontani anni luce dal tipo di ingegno alimentato dal Meccano. È difficile oggi immaginare un libro che abbia realmente la forza di scuotere le coscienze; una musica che susciti stupore e meraviglia per la sua novità; un’artista che trovi un linguaggio talmente originale da aprire un nuovo orizzonte… Difficile non tanto per la mancanza di idee rivoluzionarie nel mondo, ma per l’indifferenza con la quale le persone ci passano sopra.</p>
<p>Se dentro alla mia scatola gigante di Meccano, quella ipotetica con un miliardo di pezzi, ci fosse stato un pezzo specialissimo, che so, una “puleggia anti-gravità” o un “cristallo smaterializzante”, forse non me ne sarei nemmeno accorto. Forse lo avrei preso in mano, dopo aver rovistato fra centinaia di migliaia di altri pezzi ordinari e, annoiato, lo avrei rimesso nella scatola. Uno dei peggiori effetti collaterali dell’avere troppe opzioni è la perdita della capacità di discernimento: tutto è uguale a tutto. Il troppo genera accidia, inedia: quando sono troppi, i pezzi sono tutti uguali. E quando trionfa la noia anche l’incontro con il genio lascia indifferenti.</p>
<p>Se nascesse oggi Leonardo sarebbe costretto a lavorare nell’industria della telefonia; Mozart andrebbe a Sanremo; Dante scriverebbe sceneggiature per le fiction Tv e Omero sarebbe un giornalista. E sarebbero, probabilmente, talmente frustrati e privi di entusiasmo che userebbero soltanto il 2% del loro genio, lasciando nel mondo platonico delle idee il loro straordinario contributo all’evoluzione umana.</p>
<p>Questi sono tempi incredibilmente scoraggianti per gli artisti e i geni. Tutto viene appiattito e questo crea le condizioni più favorevoli per una trionfale instaturazione della mediocrità in ogni ambito della società. Quest’epoca verrà ricordata per i campioni di mediocrità che presero il potere nel mondo, nei parlamenti, nelle accademie, nei templi&#8230; (vien quasi voglia di sospettare che abbiano ragione coloro che credono vi sia in corso una invasione extraterrestre occulta che agisce mediante un’escaltion di alieni nei posti chiavi del potere, i quali mandano poi avanti degli umani-fantoccio per non farsi scoprire&#8230;)</p>
<p>Non sapremo mai quanti grandi artisti sono oggi in circolazione – e ce ne sono certamente –, perché sono inattivi, costretti a usare soltanto il 2% del loro talento in quanto vivono in un mondo talmente addormentato da non essere più in grado di riconoscere il talento, quando lo incontra&#8230; artisti di talento sconosciuti forse a cominciare da sé stessi. E mi chiedo anche: non sarà che questo ottundimento sociale diffuso non è un caso, ma fa parte di un piano strategico a lungo termine che punta a saturare con il nulla l’inconscio collettivo?</p>
<p>Non è un cervello vuoto, ma un cervello stracolmo di cazzate che mi fa davvero paura. Perché in un cervello siffatto non c’è alcuna speranza di far entrare più nulla di buono. E, diciamolo onestamente, siamo sommersi di cazzate. Pensateci un attimo e guardatevi intorno. È dagli anni ’80 che ci sommergono di cazzate. La nostra vita è farcita di cazzate al cubo, idee vuote e sterili, nulla a go-go tutto intorno a noi: nella politica, nella cultura, nell’arte, nella società, nella letteratura, nella musica, nel giornalismo&#8230;</p>
<p>Noi che siamo nati prima di quegli anni almeno abbiamo fatto in tempo a vedere e sentire la differenza ma, mi chiedo, quando al mondo ci saranno solo quelli che sono nati dopo, che razza di mondo sarà? Nick Mason, il batterista dei Pink Floyd, nel suo libro autobiografico (“Inside Out”, Rizzoli) ha scritto: «Quelli che avevano fatto tappezzeria ed erano stati tagliati fuori dal divertimento degli anni Sessanta, fecero ritorno negli anni Ottanta, ottenendo il controllo del paese e distruggendo il servizio sanitario, l’istruzione, le biblioteche e qualsiasi istituzione culturale su cui riuscirono a mettere le mani».</p>
<p>Un giorno, sicuramente dopo il 2012, un archeologo, sotto un cumulo di macerie tecnologiche e lamiere d’automobili  scoprirà una copia del Piccolo Principe, una di Ommadawn e una scatola del Meccano e allora penserà: “Capperi! quindi non sono sempre stati degli zombie i nostri progenitori, è esistita davvero un’epoca pre-rincoglionimento di massa…”</p>
<p>Pubblicato su<a href="http://www.ellinselae.org" target="_blank" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.ellinselae.org');"> Ellin Selae</a> n. 89</p>
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		<title>Compassione cosmica, intervista con Brian Swimme</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Sep 2009 05:06:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Brian Swimme</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo il cosmologo matematico Brian Swimme, l’universo è una rivelazione continua, radiosa, sfolgorante. Contemplare le meraviglie della creatività del cosmo che si dischiude è un evento mistico, estatico, che ispira stupore. E se parli con lui, leggi un suo libro, o guardi una sua serie di video educativi – è contagioso. Come specialista delle dinamiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/hubble-2001-10-a-1280.jpg"title="hubble 2001-10-a-1280.jpg" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/hubble-2001-10-a-1280.jpg" alt="hubble 2001-10-a-1280.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Secondo il cosmologo matematico Brian Swimme, l’universo è una rivelazione continua, radiosa, sfolgorante. Contemplare le meraviglie della creatività del cosmo che si dischiude è un evento mistico, estatico, che ispira stupore. E se parli con lui, leggi un suo libro, o guardi una sua serie di video educativi – è contagioso. Come specialista delle dinamiche evolutive dell’universo, Swimme ha fatto della trasmissione della nuova storia dell’universo lo scopo centrale del suo lavoro – la storia da stiramento mentale dei nostri quattordici miliardi d’anni d’evoluzione cosmologica che è stata rivelata dalle scoperte scientifiche delle recenti decadi.</p>
<p>Nel 1989 ha fondato il Centro per la Storia dell’Universo presso il California Institute of Integral Studies (CIIS), dove è anche professore di cosmologia. Swimme racconta la storia dell’universo nella speranza che questa vasta visione ci catapulti oltre la miopia delle nostre menti limitate di primati. Crede che la storia dell’universo, attraverso le vaste distese di spazio e di tempo, sia la storia più profonda di noi stessi. Swimme è particolarmente interessato al potenziale unico, nel trascorrere del tempo, del nostro momento presente – dato che ora è il momento, attraverso l’evoluzione delle uniche capacità riflessive della consapevolezza umana, che l’universo può diventare conscio di se stesso.</p>
<p>E, in modo più significativo per la nostra attuale crisi planetaria, ora è il momento in cui possiamo iniziare consapevolmente a “reinventare l’umano come una dimensione dell’universo emergente” ed evolvere in un modello d’essere umano con il quale siamo profondamente connessi, e con cui sperimentare una compassione globale e responsabilità per tutti gli aspetti della vita.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-cosmica-brian.jpg"title="Compassione cosmica Brian.jpg" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-cosmica-brian.jpg" alt="Compassione cosmica Brian.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Swimme ricevette il suo Ph. D. in cosmologia matematica dall’Università dell’Oregon nel 1978. Insegnò all’Università di Puget Sound per un certo numero d’anni, prima di trasferirsi a New York per studiare con Thomas Berry presso il suo Centro di Ricerche Religiose di Riverdale. Swimme e Berry iniziarono allora una collaborazione di lunga durata, il frutto della quale include <em>The Universe Story</em> (<em>La Storia dell’Universo</em>), scritta insieme nel 1992.</p>
<p>Swimme ritornò ad insegnare al <em>College Holy Names</em> a Oakland, in California, dove insegnò per sette anni e scrisse insieme a Mattew Fox: <em>Manifesto for a Global Civilization</em> (<em>Il Manifesto per una Civilizzazione Globale</em>) prima di unirsi al CIIS. E’ anche l’autore di numerosi altri libri, compreso <em>The Universe is a Green Dragon</em> (<em>L’Universo è un Dragone Verde</em>). Swimme viaggia regolarmente per parlare di cosmologia ed ecologia nelle conferenze e presso delle organizzazioni, incluse le Nazioni Unite, l’UNESCO, e The State of the World Forum.</p>
<p>Ho avuto il piacere di parlare con il Dr. Swimme, e di allargare le vedute della mia immaginazione all’infinito, all’università di Harvard, dove stava partecipando ad una conferenza sull’ecologia e la religione. Come ci sedemmo per iniziare l’intervista, m’informò che era appena tornato da una conferenza evento presso il Walden Pond di Thoreau. Mentre Swimme animava la grandezza e la maestà del cosmo, parlando della nascita delle galassie con l’intimità, lo stupore e l’eloquenza dei poeti trascendentalisti quando andavano in estasi descrivendo le foglie d’erba o uno stagno del Concord, sapevo che quello era l’incontro con un altro mistico della natura, ma uno del ventunesimo secolo, la cui sfera della natura include le stelle più lontane.</p>
<p>Susan Bridle: Quale ritieni che sia la crisi più urgente che oggi l’umanità stia affrontando? Quali sono i temi planetari ai quali abbiamo più bisogno di aprire gli occhi e di rivolgerci?</p>
<p>Brian Swimme: Ritengo che il modo più veloce di aprire gli occhi a quello che sta succedendo sul pianeta sia pensare in termini di estinzione di massa. Di quando in quando la terra attraversa una moría delle varietà viventi. Durante lo scorso mezzo miliardo d’anni, ci sono stati cinque momenti come questo. Non ne sapevamo niente fino a duecento anni fa; non avevamo la minima idea che questo fosse accaduto. Ora abbiamo scoperto che circa ogni cento milioni d’anni la terra ha subito questi stupefacenti cataclismi. E solo negli ultimi trenta o quarant’anni abbiamo scoperto che l’ultimo, il quale portò all’estinzione dei dinosauri, delle ammoniti e di molte altre specie, fu causato dalla collisione di un asteroide con la terra. Questo accadde sessantacinque milioni d’anni fa.</p>
<p>Non c’è stata consapevolezza di questo in nessun precedente periodo della storia umana. Lo cerchi nei Veda, lo cerchi nella Bibbia – non è da nessuna parte. Nello stesso tempo che lo scopriamo, scopriamo anche che <em>ne stiamo causando uno proprio ora.</em> Due anni fa il Museo Americano di Storia Naturale indisse un sondaggio tra i biologi. Fecero una domanda semplice: “Ci troviamo nel processo di un’estinzione di massa?”. <em>Il settanta per cento rispose di sì</em>. Un’estinzione di massa. Non puoi aprire gli occhi e vederla. È una scoperta che riguarda il tutto. I nostri sensi si sono sviluppati per trattare con le cose a portata di mano, e <em>questa</em> è una conclusione che riguarda l’intero pianeta.</p>
<p>Così, ora, stiamo <em>appena</em> scoprendo che siamo di fronte ad un’estinzione di massa. Ci capita di trovarci nel momento in cui la cosa peggiore che accadde alla terra sessantacinque milioni d’anni fa, sta accadendo di nuovo. Questo è il punto uno. Il punto due è che siamo <em>noi </em>a causarlo. Il punto tre è che non ne siamo consapevoli. C’è solo un piccolo frammento d’umanità che ne è consapevole. Le cifre sono queste: venticinquemila specie si estinguono, come minimo, ogni anno. Nel caso in cui l’attività umana fosse diversa, o se gli esseri umani non fossero qui, ci sarebbe una specie che si estingue ogni cinque anni. Abbiamo velocizzato il tasso d’estinzione nell’ordine di qualcosa come da cento a mille volte.</p>
<p>Il punto è che non siamo stati preparati a capire cosa sia un evento d’estinzione. Abbiamo avuto tutti questi grandi insegnanti. Tornando indietro negli anni troviamo persone straordinariamente intelligenti, ma, per esempio, puoi sfogliare, tutti i <em>sutra</em> o i dialoghi di Platone, e non citano mai un’estinzione. In realtà non credo che Platone o il Buddha fossero in grado di immaginare un’estinzione. Prima di tutto a quel tempo non eravamo consapevoli dell’evoluzione. Non eravamo consapevoli dell’intero processo, perciò l’idea dell’estinzione non aveva senso. Di tanto in tanto, quando gli scienziati o altre persone trovavano queste ossa, ne deducevano che queste creature effettivamente esistessero ancora da qualche altra parte, capisci, in un altro luogo del continente. Non esisteva il concetto d’estinzione. Solo ora dobbiamo avere a che fare, veramente, con il significato dell’eliminazione di una forma di vita.</p>
<p>Ho un’idea nuova sul modo di aiutare la gente a capirlo. I cristiani hanno riflettuto per duemila anni sulla crocifissione di Gesù. Nell&#8217;eventualità in cui ti fosse, poi, capitato di essere da quelle parti, per esempio ad Alessandria c’era un mondo cosmopolita e ricevevano notizie su ciò che accadeva nei dintorni, e avessi sentito dire di un rabbi ebreo ucciso – gran notizia. In realtà non avrebbe avuto un grande impatto su di te. Poi, però, i teologi cristiani ci riflettono per i duemila anni successivi. Così il mio ultimo pensiero è che forse per i prossimi <em>milioni</em> d’anni, gli esseri umani rifletteranno su ciò che significa per la terra attraversare questo processo d’estinzione.</p>
<p>Ci può volere quel lungo lasso di tempo per assimilarlo pienamente, in tutte le sue ramificazioni. Io non lo comprendo. È ben oltre la mia mente. Penso che in realtà non siamo preparati per comprendere il suo significato. Al momento, solo averne un bagliore sarebbe eccezionale. È tutto ciò che spero. Se solo ne avessimo un bagliore, potremmo iniziare a pensare a quel livello richiesto per occuparcene in modo effettivo.</p>
<p>Susan Bridle: Quale credi sia la soluzione a questa crisi?</p>
<p>Brian Swimme: Dovremmo reinventare noi stessi, a livello di specie, in un modo che ci consenta di vivere relazioni scambievolmente migliorative – non solo con le persone ma con tutti gli esseri – in maniera che le nostre attività migliorino il mondo. Al momento le nostre interazioni degradano tutto.</p>
<p>Vedi, la versione a fumetti della nostra civiltà è che siamo tutti materialisti, non abbiamo la percezione di un significato più esteso al di là di noi stessi. Nella cultura materialista occidentale, la nostra preoccupazione fondamentale è l’individuo. L’individuo e l’accumulo – di qualsiasi cosa si tratti. È la fama? Sono i soldi? Mettiamo questo a fondamento della nostra civiltà. Questo è il modo in cui abbiamo organizzato le cose. Ora, ci sono dei fattori mitiganti, ma sto dando una versione a fumetti. Quello che è necessario capire è che alla radice delle cose c’è la comunità.</p>
<p>Ad un livello più profondo, questo è il centro delle cose. Proveniamo dalla comunità. Di conseguenza come possiamo organizzare la nostra economia in modo da fondarla sulla comunità e non sull’accumulo? E in quale modo possiamo impostare la nostra religione affinché c’istruisca sulla comunità? E quando dico “comunità”, voglio dire la comunità di tutta la terra. Questo è il domino sacro fondamentale – la comunità della terra.</p>
<p>Queste sono le modalità con cui, penso, ci muoveremo. In che modo organizzi la tua tecnologia cosicché mentre la usi migliori la comunità? Questo è difficile. Finché abbiamo questa visione del mondo nella quale la terra è solo una cosa, materia vuota, e l’individuo è più importante, allora siamo destinati ad usarla come ci pare e piace. Di conseguenza l’idea è di smettere di considerare la terra un magazzino, e cominciare a vederla come la nostra matrice, la nostra comunità fondamentale. Questa è una delle cose più grandi di Darwin. Darwin c’insegna che ogni cosa è imparentata.</p>
<p>Alla faccia dell’intuizione spirituale! Ogni cosa è imparentata a livello di relazione genetica! Un altro modo semplice di dirlo è: costruiamo una civiltà basata sulla <em>realtà</em> delle nostre relazioni. Se pensiamo agli esseri umani come esseri in cima a questa enorme piramide, allora ogni cosa sotto di noi non ha valore e la possiamo usare come vogliamo. Nel passato non era così evidente perché la nostra influenza era minore. Ora, però, abbiamo un potere planetario. Improvvisamente i difetti di quest’attitudine ci sono fatti presenti dalle conseguenze delle nostre azioni.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-cosmica-cosmo.jpg"title="Compassione cosmica cosmo.jpg" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-cosmica-cosmo.jpg" alt="Compassione cosmica cosmo.jpg" hspace="6" align="right" /></a>È incredibile comprendere che, ora, ogni specie sul pianeta venga influenzata primariamente dalla sua interazione con gli esseri umani. Prima non è mai stato così. Durante tre miliardi d’anni la vita si è evoluta in un certo modo; tutta quest’evoluzione si è verificata in un ambiente selvatico. Ora sono <em>le decisioni degli esseri umani</em>, che determineranno il modo in cui questo pianeta funzionerà e apparirà per centinaia di migliaia d’anni, nel futuro. Guarda la quercia, la vespa e il rinoceronte. La bellezza di queste forme scaturì, nel passato, da un sistema integrato di selezione naturale. Ma, il modo in cui si presenteranno in futuro, sarà determinato principalmente da come interagiscono con noi. Perché noi siamo dappertutto. Siamo diventati potenti. Noi <em>siamo</em> il meccanismo planetario a questo livello su larga scala. Possiamo risvegliarci a siffatta evidenza, e reinventare noi stessi al livello di conoscenza e saggezza necessari? Questa è la natura del nostro momento. Il nostro potere è andato al di là di noi stessi, oltre la nostra consapevolezza. Questa è una sfida che non abbiamo mai affrontato; imparare di nuovo ad essere umani affinché sia d’effettivo miglioramento per queste altre creature. Se vuoi essere sconvolto, immagina d’essere responsabile della condizione delle giraffe tra un milione d’anni. O dell’elefante asiatico. I biologi sono convinti che l’elefante asiatico non esisterà più allo stato brado. Già da ora il ghepardo non può sopravvivere allo stato brado. Questo significa che gli elefanti asiatici del futuro, si troveranno principalmente nei nostri zoo, come pure i ghepardi. Il tipo di ambiente che renderemo loro disponibile formerà, perciò, i loro muscoli e il loro scheletro, e tutto il resto. Sto parlando di milioni d’anni. Ora, questa è la specifica sfida, perché questo è il momento in cui la terra sta attraversando tale importante fase di mutamento – gli sviluppi del pianeta stanno per aprirsi alla consapevolezza umana.</p>
<p>Ecco perché sono elettrizzato dalle tue domande. Vedi, penso che il risvegliarsi, l’illuminazione, <em>possa</em> salvare il mondo, il pianeta. Poiché stiamo facendo delle cose che nessuno vuole che accadano. E le stiamo facendo perché siamo inconsapevoli. Quindi se possiamo svegliarci e puntare tutte le nostre energie a proposito, allora ho una profonda fiducia che avverranno bellissimi eventi di guarigione.</p>
<p>Susan Bridle: Spesso parli del fatto che siamo ad una congiuntura particolare nella storia dell’umanità, perché abbiamo conoscenza di quattordici miliardi di anni di evoluzione cosmologica che ci ha portato a questo punto – e che questa conoscenza porta con sé una responsabilità che non abbiamo mai immaginato prima. Puoi darci un profilo essenziale della vasta portata di quest’evoluzione?</p>
<p>Brian Swimme: È davvero semplice. Ecco l’intera storia in un rigo. Questa è la più grande scoperta dell’impresa scientifica: prendi l’idrogeno allo stato gassoso, lo lasci da solo, e si trasforma in cespugli di rose, giraffe ed esseri umani.</p>
<p>Susan Bridle: Questa è la versione concisa.</p>
<p>Brian Swimme: Questa è la versione concisa. La ragione per cui mi piace questa versione è che l’idrogeno gassoso è inodore, incolore, e secondo il pregiudizio della nostra civiltà occidentale solo una cosa materiale. Non c’è gran che. Prendi l’idrogeno, lo lasci da solo, e si trasforma in un essere umano – è un’informazione piuttosto interessante. Il punto è che, se gli esseri umani sono spirituali, allora l’idrogeno è spirituale. È un’incredibile opportunità per sfuggire al dualismo tradizionale – sai, lo spirito è là in alto; la materia è quaggiù. In realtà è diverso. C’è la materia dall’inizio alla fine e c’è lo spirito dall’inizio alla fine. Ecco perché amo la versione concisa.</p>
<p>Va bene, ecco la versione più estesa: tredici miliardi d’anni fa, secondo la più recente ipotesi, l’universo apparve come particelle elementari incandescenti. Non solo particelle calde trilioni di gradi, ma anche un milione di volte più dense del piombo. L’universo non è nato come fuoco. Ha avuto inizio da tale incredibile calore denso – non siamo neanche in grado d’immaginarlo. Lo conosciamo solo attraverso qualche numero. E, poi, ha cominciato ad espandersi. Dopo trecentomila anni si è raffreddato abbastanza affinché si formassero gli atomi. Atomi d’idrogeno. E mentre la materia continuava a raffreddarsi e ad espandersi, ha iniziato anche ad unirsi in queste enormi nubi che chiamiamo galassie.</p>
<p>Quando l’universo ha circa un miliardo d’anni, le galassie nascono, whossshhhhhh, come fiocchi di neve cadenti, un centinaio di miliardi di galassie. Fu un momento incredibile perché quella fu l<em>’unica</em> volta nella storia dell’universo in cui le galassie ebbero la possibilità di prender forma. Prima, era troppo denso e caldo. Dopo, sarebbe stato troppo rado e disperso. Stephen Hawking scoprì qualcosa d’incredibile. Se consideri l’espansione dell’universo, vedi tutta quest’energia, non è vero? Sta esplodendo e allo stesso tempo c’è questa forza di contenimento, la gravità, che tiene tutto insieme. Abbiamo queste due forze opposte. Se la forza gravitazionale fosse stata leggermente più forte avrebbe schiacciato l’intero universo in un buco nero, in un milione d’anni. Oppure, se la forza gravitazionale fosse stata più debole, si sarebbe disintegrato e non avrebbe creato le galassie. Si tratta di un equilibrio incredibile. La differenza è una parte su dieci alla cinquantanovesima – che è un trilionesimo di un trilionesimo di un trilionesimo dell’uno per cento. Ecco quanto è delicato. É più delicato che danzare sulla lama di un coltello.</p>
<p>In seguito, la galassia diventa più complessa poiché si accendono le stelle, e le stelle nella loro combustione trasformano gli elementi all’interno del loro nucleo. Così l’idrogeno si trasforma in elio. E, più tardi, diventa molto più caldo, e l’elio si trasforma in carbonio e così via. Tutti gli elementi sono creati all’interno della stella, che poi esplode. Di modo che la successiva stella che si forma, si forma da questi elementi più complessi, e allora ecco la possibilità dell’esistenza dei pianeti. Tutti gli elementi del nostro corpo, ognuno di loro, sono stati forgiati da una stella. Walt Whitman lo intuì quando disse: “Una foglia d’erba non è da meno del ruotare delle stelle”. E ti chiedi, come ha potuto fare quest’affermazione? Si chiama conoscenza di sé. In altre parole, una stella ha dato vita agli elementi che poi si unirono nella forma di Walt Whitman. Potresti suggerire, quindi, che Walt Whitman ebbe un ricordo approfondito di dove proveniva.</p>
<p>Susan Bridle: È un’intuizione sbalorditiva.</p>
<p>Brian Swimme: Non è qualcosa d’incredibile? In che modo riuscì a scriverlo? Analogamente quando Einstein scoprì la teoria generale della relatività, la scoprì da dentro. Non c’erano dati a disposizione sull’espansione dell’universo, né di nient’altro. Lui affermò di essere entrato nei suoi moti viscerali – uno strano modo di pensare alla creatività – e pose l’attenzione su ciò che accadeva all’interno, e dette vita alle equazioni gravitazionali che usiamo oggi. É ciò che, ritengo, fece Whitman. Penetrò le profondità della realtà del suo corpo ed ebbe quest’intuizione sulle stelle. E ora ne abbiamo scoperti i dettagli empirici. Io <em>amo</em> tutto questo – siamo nati tutti dalle stelle.</p>
<p>Così continuando con la nostra storia – in certi sistemi planetari si forma la vita. È un’<em>enorme</em> trasformazione. E circa tre e mezzo miliardi d’anni fa comincia la vita, e poi, circa settecento milioni d’anni fa, inizia a diventare più complessa. Poi si forma una strana piccola razza – i vermi. I vermi sviluppano una colonna vertebrale e un sistema nervoso. Siamo così impressionati dai cervelli. I <em>vermi</em> crearono i cervelli. Vedi il tema che qui sto sviluppando? Idrogeno. L’idrogeno diventa <em>noi</em>. Tutta la materia è spirituale. E se i vermi possono creare dei cervelli, allora la creatività è in ogni dove!</p>
<p>Poi abbiamo le forme di vita avanzate - più avanzate nel senso di più complesse. Abbiamo attraversato vari stadi dell’umanità; si è sviluppata la nostra coscienza. Poi abbiamo <em>questo</em> momento. Ora scopriamo noi stessi nel bel mezzo di questa storia. E vedi, tutto ciò che è successo prima era <em>necessario</em> per noi, affinché ci scoprissimo a tutti gli effetti nell’universo, proprio ora – tutto lo sviluppo della mente, la strumentazione e così via.</p>
<p>Il modo, però, con cui intendo collegare la storia per te, consiste nel tornare indietro alla nascita delle galassie. Ci fu un momento in cui le galassie ebbero la possibilità di formarsi, non prima, né dopo. Ritengo che sia come il nostro momento attuale. Vedi, questo è per il pianeta il momento di svegliarsi a se stesso attraverso l’umano, cosicché gli sviluppi effettivi dell’evoluzione abbiano un’opportunità di risvegliarsi e di iniziare a funzionare a quel livello. Sai, non poteva succedere prima. E la cosa stupefacente è che, probabilmente, non accadrà in seguito. Nell&#8217;eventualità in cui non facessimo questo passaggio, la creatività del pianeta sarebbe, molto probabilmente, in una condizione così degradata da non poterci permettere quel passo. La cosa che fa rabbrividire è che, nell’universo, i luoghi veramente creativi <em>possano</em> perdere la loro creatività. Abbiamo parlato della nascita delle galassie.</p>
<p>Ci sono due diverse forme di galassie, galassie a spirale – galassie con braccia a spirale – e galassie ellittiche, che possono essere più estese o più piccole, ma senza una struttura interna. Le galassie che hanno braccia a spirale possiedono la creatività per originare nuove stelle. Così si formano le stelle. Esse creano questi elementi. Questi elementi si disperdono. Poi ne formano un’altra, un altro sistema stellare e così via. Nelle galassie ellittiche, però, questo non è possibile. Secondo la nostra attuale comprensione, le galassie a spirale, in certi momenti, sono entrate in collisione ed hanno distrutto la loro struttura interna diventando galassie ellittiche. Quest’ultime stanno semplicemente lì, e le stelle se ne vanno una ad una. E qui finisce la storia. Così puoi effettivamente uscire dalla dinamica principale della creatività nell’universo.</p>
<p>Eccoci ora in mezzo alla galassia della Via Lattea. Ci sono duecento miliardi di stelle. Molte di quelle hanno dei pianeti. Forse molti ospitano una forma di vita intelligente. Ci sono circa un centinaio di miliardi di galassie nell’universo conosciuto. Ovviamente un sacco di stelle; molto probabilmente, parecchia vita. Chi lo sa? Ma se ci pensi in termini di creatività dell’universo, è possibile che molti pianeti attraverseranno la transizione che stiamo affrontando ora. E se non lo fanno, moriranno – come le galassie ellittiche. Per cui la sfida che abbiamo di fronte come umani è vedere che ciò che consideriamo piccolo è immenso. La stessa forma della nostra coscienza ha un significato cosmologico che non conoscevamo prima. Ho parlato di questo in senso evoluzionistico, nei termini degli animali e via di seguito, ma può andare oltre. Può avere enormi implicazioni per l’intera galassia.</p>
<p>Questo, quindi, sarebbe un modo di considerare i tredici miliardi d’anni di storia – considerare la sfida che abbiamo di fronte come una sfida cosmologica. In passato abbiamo attraversato transizioni che <em>sarebbero potute</em> andare nel modo sbagliato. In tal caso il nostro pianeta sarebbe, forse, ancora in vita, ma certamente non a quel livello di complessità che vediamo oggi. Non voglio in nessun modo suggerire che quello che si sta verificando sia stato in qualche maniera progettato affinché accadesse. Più che altro è un avventura.</p>
<p>Susan Bridle: Questa nuova conoscenza della storia dell’universo, certamente, amplifica i confini della nostra immaginazione.</p>
<p>Brian Swimme: Sì. È così. Immagina come fu quando Copernico apparve in città e disse alla gente per la prima volta: “Ehi, lo sapevate? La terra gira intorno al sole”. Cerca di capire. Non ci siamo riusciti. Non saremmo stati in grado di occuparcene. Così ci dividemmo: l’impresa scientifica andò da un lato e quella religiosa/spirituale dall’altro. In un certo senso ci troviamo ad un bivio simile. Siamo in grado di trovare le risorse per capirlo e di procedere in accordo? È una sfida per l’immaginazione.</p>
<p>Susan Bridle: Qual è il catalizzatore più importante per il tipo di cambiamento della visione del mondo di cui stai parlando?</p>
<p>Brian Swimme: È una domanda rilevante. Avrei voluto avere una risposta adeguata. Ci ho pensato, e la mia conclusione è che ci sono molteplici catalizzatori. Per alcuni è la conoscenza, l<em>’ascoltare</em> semplicemente questa nuova storia dell’universo – che è l’opportunità che creo, insegnando. Per altri si tratta di una tragedia personale. O forse un primo legame con la bellezza di un luogo, dall’infanzia, e poi tornarvi e vederlo distrutto. Alcuni si risvegliano con vari tipi di meditazioni; altri usano le droghe. Vedo molti catalizzatori. Forse non ho una risposta adeguata, ma per me il catalizzatore è stato la conoscenza. Fui semplicemente colto da totale stupore di fronte alla conoscenza contemporanea. Di conseguenza questo è il mio cammino, ma non faccio preferenze, perché ho incontrato tante persone che cominciano a percepire il cambiamento e che provengono dalle direzioni più svariate.</p>
<p>Susan Bridle: Spesso parli dell’importanza di attivare quella che chiami “una compassione globale”. Cosa intendi per “compassione globale”?</p>
<p>Brian Swimme: Quando usiamo delle parole come compassione, ci limitiamo ad usarle per il mondo umano. Parte di ciò mi riporta a quello che ho già detto, sul fatto che consideriamo il resto dell’universo come <em>una cosa</em>, e non utilizziamo parole spirituali, calorose o emotive a questo riguardo. La tradizione scientifica lo ha sempre definito una “proiezione” – proiettare le tue qualità sull’universo nella sua interezza, o sulla natura. E questa si suppone sia una cosa terribile da fare. Penso che tale definizione si incrini non appena iniziamo a renderci conto che tutto è un evento d’energia. È un unico viaggio, un’unica storia, cosicché le qualità che sono vere per l’essere umano sono, in un modo o in un altro, vere per altre parti dell’universo. Parlo di compassione come di una realtà a più livelli. Non è vera soltanto riguardo agli umani.</p>
<p>La mia interpretazione è questa. Penso che l’attrazione gravitazionale sia una prima forma di compassione o del prendersi cura. Se all’origine dell’universo non ci fosse stata questa premura, non si sarebbero formate nemmeno le galassie - e non saremmo qui a discuterne. Questa cura o compassione, inizia a rivelarsi in forma organica, quando c’è un legame che si sviluppa tra una madre e la sua prole. Sai, Per molto tempo non c’è traccia di legame. Non c’è il prendersi cura – o almeno non in modo visibile - per esempio, coi batteri. Si replicano. In questo potrebbe esserci della cura ma non l’abbiamo ancora riconosciuta. Quando arrivi ai mammiferi, però, duecentoventi milioni d’anni fa, si manifesta questo legame tra madre e figlio. Questo compare come una mutazione genetica.</p>
<p>Ma, a causa di ciò, la prole ha una più alta probabilità di sopravvivenza. In seguito, quella mutazione si diffonde e inizia a caratterizzare l’intera popolazione. É solo il legame tra una madre e un infante. Poi si sviluppano altri legami tra fratelli ed essi hanno una maggiore probabilità di sopravvivenza. Tutto quel che dico è in accordo con la biologia Darwiniana. Non è al di fuori della scienza ufficiale. Quel che ci dice è che le dinamiche della biologia Darwiniana <em>favoriscono</em> la comparsa della compassione. Questa si manifesta tra la madre e il bambino. Tra fratelli, e perfino tra gruppi di famiglie. Ed inizia a diffondersi.</p>
<p>A questo punto appaiono gli esseri umani. Siamo la prima specie che ha la possibilità di prendersi cura di <em>tutte </em>le altre specie. Gli scimpanzé sono i nostri parenti più stretti, e si prendono certamente cura gli uni degli altri, ma il loro prendersi cura non si estende, in nessun modo visibile, ad altre specie, sebbene possano condividere dei territori con i babbuini. Ho chiesto ai naturalisti se hanno visto uno scimpanzé prendersi cura di un babbuino, e non l’hanno mai visto. Con gli esseri umani, improvvisamente, hai la possibilità, in gran parte grazie all’immaginazione, di prenderti davvero cura. Voglio dire, io mi prendo cura. Mi prendo tanta cura dei ghepardi.</p>
<p>E non sono mai stato vicino ad un ghepardo nel suo ambiente naturale. La mia tesi è, che l’essere umano rappresenti quella dimensione, nella quale la compassione globale che pervade l’universo dalle origini, ora cominci ad affiorare<em> all’interno della coscienza.</em> Questa è l’unica differenza. Non abbiamo <em>inventato</em> la compassione, ma essa scorre attraverso di noi – o potrebbe. Il cambiamento di fase in cui ci troviamo, mi sembra derivi, dalla compassione globale che si sta aprendo alla specie umana.</p>
<p>Susan Bridle: Vuoi dire che attraverso l’evoluzione, la selezione naturale Darwiniana abbia favorito la formazione di legami di cura e riguardo, ma che ora, nell’essere umano, abbiamo l’opportunità e la responsabilità di estendere quella cura e riguardo,<em> coscientemente</em>, oltre quello che è già stato determinato geneticamente. Nella tua serie di video <em>The Earth’s Imagination</em> (L’immaginazione della terra), dici: “È formidabile che ami i membri della tua famiglia, ma come ti comporti con le specie che sono fuori la cerchia dei tuoi geni? <em>Questa</em> è la sfida. Non sembra ingrato da parte nostra l’essere soltanto trasportati da legami emozionali formatisi nel passato? Come sarebbe se ci impegnassimo a sviluppare un riguardo più profondo verso tutte le specie?”. Puoi parlare sulla possibilità di realizzarlo effettivamente – in che modo ampliare la portata della nostra cura e riguardo?</p>
<p>Brian Swimme: La mia convinzione è che il primo passo sia solo porre attenzione. Quello che stupisce è che, come esseri umani, se ci soffermiamo su una qualsiasi cosa, dopo un po’ ne siamo affascinati. Non importa cosa sia. La capacità di soffermarsi sulle cose è tipicamente umana perché non possediamo programmi d’azione fissi. Possiamo dimenticarci di tutto e soffermarci soltanto su qualcosa. Lo chiamo il potere dell’intripparsi. Possiamo porre attenzione alle balene o ai colibrì e rimanerne affascinati. È un modo di osservare approfondito, o di contemplare, e la mia intuizione è che se gli esseri umani si permettessero di rimanere affascinati da altre creature, queste specie risveglierebbero le profondità psichiche nell’essere umano che corrispondono alla loro bellezza.</p>
<p>Poi ci convinceremmo che, in qualche modo stupefacente, essi sono per noi essenziali. Potremmo stupirci di come siano importanti per il nostro gusto della vita, il senso di benessere o la nostra felicità. Il capo indiano Chief Seattle ha affermato che se non ci fossero gli animali, moriremmo di solitudine. Penso che una sensazione più profonda di cura inizi permettendoci di muoverci con timore reverenziale – con tutte le diverse creature, non importa quali. Se avessimo cura di loro, vedremmo la loro colossale grandezza. Abraham Heschel ha detto che il timore reverenziale è il primo gradino verso la saggezza. Puoi sederti e guardare i pesci, e pensare a come si sono sviluppati durante centinaia di milioni d’anni, e immaginare quello che provano e dopo un po’ immergerti nella contemplazione dell’assoluto. Questo credo debba essere il primo passo verso la compassione.</p>
<p>Susan Bridle: Molte tradizioni spirituali parlano del trascendere l’interesse verso se stessi e dell’esprimere profondo riguardo per gli altri come di un aspetto fondamentale del cammino spirituale. É una trasformazione piuttosto radicale quella del cambiare le nostre motivazioni di base e fare il salto, dalla fondamentale preoccupazione di sé ad una condizione nella quale la propria vita è basata su un’autentica premura e un interesse per l’intera vita. I cammini spirituali impegnati in questo tipo di trasformazione di solito richiedono un’enorme dedizione e spesso anni di ampie pratiche spirituali. Tuttavia la situazione in cui siamo ora, su questo pianeta, è critica. Pensi che sia ancora possibile, per un numero sufficiente di persone, fare questo salto abbastanza velocemente da capire la nostra crisi attuale?</p>
<p>Brian Swimme: Penso che l’<em>universo </em>lo stia compiendo. Dobbiamo, però, parteciparvi consciamente. Ed è molto importante che vi partecipiamo in senso concreto. Allo stesso tempo è molto importante ricordare che non siamo noi i fautori. Intendo dire, l’universo ci ha lavorato per molto tempo ed ora questo mutamento sta esplodendo all’interno della coscienza umana. Ma non ne abbiamo il controllo. Di conseguenza non ho la minima idea se abbiamo abbastanza tempo. Per me è quasi una questione secondaria. Sembra soltanto <em>profondamente </em>giusto, che ci stiamo pensando e che ci stiamo lavorando. Penso che tutte le tradizioni spirituali evolveranno più in fretta non appena sapranno di questa nuova cosmologia, e del momento che affrontiamo quale specie umana. Si verificherà un’amplificazione. Potrebbe essere molto veloce. Oppure ci potrebbe impiegare migliaia di anni. Non lo so.</p>
<p>Susan Bridle: La tua visione del risveglio spirituale è un abbraccio del viaggio cosmico evoluzionistico dell’universo in quanto <em>noi stessi</em>, e uno spostamento dalla visione di noi stessi come individui separati all’identificazione con l’universo stesso quale Se più grande. Cosa ne pensi delle tradizioni mistiche orientali che ci dirigono esclusivamente a guardarci dentro per l’illuminazione, e di affermazioni come questa, del famoso saggio Indù Ramana Maharshi: “Tutte le controversie sulla creazione, la natura dell’universo, l’evoluzione, lo scopo di Dio, ecc. sono inutili. Non portano alla nostra vera felicità. La gente cerca di scoprire cose al di fuori di sé, prima di cercare di scoprire “Chi sono io?” Solo con quest’ultimo strumento possiamo guadagnare la felicità”. (<em>Be As you Are; the Teachings of Ramana Maharshi</em>. editor David Godman. Arkana. New York, 1985. Ediz. italiana: <em>Sii ciò che sei</em>; Ramana Maharshi ed il suo insegnamento. Il Punto d&#8217;Incontro. 1995)</p>
<p>Brian Swimme: Posso solo parlarti del mio orientamento. É che ci sono così tante cose a cui teniamo, che portiamo nei nostri cuori, a cui vogliamo essere di soccorso. La gente soffre. Gli animali soffrono. In che modo posso interagire per rendermi utile? Questo è il mio centro d’interesse. Tutto ciò su cui rifletto è in qualche modo legato a questo. Semplicemente l’essere responsabile e il partecipare al processo che approfondirà la gioia. É il solo modo in cui possa esprimerlo. É la mia grande speranza. Ci può essere per l’individuo una certa tendenza a focalizzarsi sulla “<em>mia</em> illuminazione” e cose del genere. Ma non sembra che sia ciò di cui ora abbiamo bisogno. Oppure non è abbastanza.</p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.wie.org');">www.wie.org</a></p>
<p>Traduzione di Nityama Masetti. Revisione di Toshan Ivo Quartiroli.<br />
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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		<title>Misticismo sessuale o erotico</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 06:20:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vajra Karuna</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[L’erotismo è ciò che una persona trova sessualmente interessante, al punto di venirne più o meno eccitata. È qualcosa con cui può avvenire una forte identificazione e attraverso il quale il desiderio sessuale può venire canalizzato, sia direttamente (in modo orgasmico) che indirettamente (in modo non orgasmico).
Le religioni più associate al misticismo sessuale sono l’induismo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/tantra3.jpg"title="tantra3.jpg" ><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/tantra3.jpg" alt="tantra3.jpg" hspace="6" align="left" /></a>L’erotismo è ciò che una persona trova sessualmente interessante, al punto di venirne più o meno eccitata. È qualcosa con cui può avvenire una forte identificazione e attraverso il quale il desiderio sessuale può venire canalizzato, sia direttamente (in modo orgasmico) che indirettamente (in modo non orgasmico).</p>
<p>Le religioni più associate al misticismo sessuale sono l’induismo e il buddismo (entrambi di origini indiane), nelle loro forme tantriche. Nella cultura dell’Asia orientale, dove si sviluppò lo zen, il misticismo erotico era poco sviluppato. I motivi principali di ciò sono due. Innanzitutto, nell’etica confuciana che domina tutta la cultura est-asiatica, la relazione fondamentale non è quella tra marito e moglie, come in occidente o in India.</p>
<p>Essa è soprattutto quella tra genitore e figlio, poi tra insegnante e alunno, quindi tra fratelli e solo alla fine tra coniugi. Il risultato di questa subordinazione del vincolo coniugale è che in nessuna cultura dell’Asia orientale esiste l’immagine dell’anima comunitaria o individuale come della sposa di Dio. Ciò colloca la relazione sessuale in una posizione subalterna. Se nella società est-asiatica si crea un forte legame all’esterno della famiglia natale, ciò avviene nella relazione studente-insegnante, che si ritiene non debba avere nulla di sessuale.</p>
<p>Secondo: dopo il confucianesimo, il sistema di pensiero più influente nella cultura dell’Asia orientale è il buddismo; questo sistema, essendosi sviluppato da una tradizione monastica, subordina anch’esso la sessualità, in questo caso alla relazione del sé con il sé. Ciò si manifesta nell’importanza assegnata alla meditazione. Oltre a questo, vi è il fatto che il buddismo preferisce la compassione all’amore. Tutti questi fattori hanno fatto sì che la presenza del misticismo erotico nella normale tradizione zen fosse minima.</p>
<p>Per comprendere meglio l’assenza dell’erotismo nella tradizione zen, è necessario dare un’occhiata a quelle tradizioni con caratteristiche erotiche più o meno manifeste. Esse non includono soltanto l’induismo tantrico (<em>shaktismo</em>) e buddista (<em>vajrayana</em>), ma anche il cristianesimo cattolico e, fino a un certo punto, il sufismo musulmano. Nelle tradizioni tantriche anche l’erotismo meramente simbolico è assai manifesto, mentre nelle tradizioni cattoliche o sufi è quasi sempre più celato.</p>
<p>Ognuna di queste tradizioni erotiche ha una cosa in comune: tutte ritengono che la salvezza può essere raggiunta solo grazie a una verità magica o esoterica trasmessa da un’elite religiosa. Esempi di questa elite sono il guru, il lama, il prete o l’imam. Solo questi specialisti religiosi vengono ritenuti in possesso di un accesso diretto al Divino. In più, ognuno di essi ha l’esclusiva autorità o capacità di concedere agli altri questo accesso attraverso sacramenti esoterici decretati dalla divinità, o tramite cerimonie di investitura.</p>
<p>Infine, in ognuna di queste tradizioni rituali esoteriche c’è un elemento di puritanesimo e/o di celibato, che serve a mistificare ulteriormente tali tradizioni. Queste tradizioni esoteriche possono paragonarsi a quelle prive di qualsiasi caratteristica esoterica e anche di un erotismo manifesto. Tra queste, vi sono l’induismo e il buddismo non-tantrici, il cristianesimo protestante, l’islam non-sufista e l’ebraismo.</p>
<p>Contrariamente alle tradizioni esoteriche o erotiche di cui sopra, quasi tutte le forme di induismo e buddismo, così come il cristianesimo protestante e l’islam, offrono a ciascun membro della propria tradizione un certo grado di accesso diretto, o non mediato dal clero, al processo della salvezza. Tale accesso, di solito, avviene attraverso mezzi non-sacramentali, non-magici e non-esoterici. Inoltre, mentre ognuna di esse presenta un elemento di puritanesimo e, nel caso del buddismo, anche di celibato, la mancanza di qualsiasi esoterismo sacramentale riduce grandemente la possibilità di mistificare questo elemento casto-puritano.</p>
<p>Nella tradizione zen esiste un certo grado di esoterismo nella relazione maestro-studente. Comunque, questo elemento esoterico è facilmente contraddetto, o addirittura sabotato, dal fattore dell’illuminazione istantanea e accidentale, che schiude il processo dell’illuminazione anche al non-iniziato. Inoltre lo zen, mentre ha sempre assegnato grande valore alla sua tradizione monastica, ha cercato (alle volte con successo, altre volte no) di evitare la condanna della sessualità laica. Il successo del movimento zen in Cina, infatti, fu parzialmente dovuto al fatto che offriva ai laici e ai monaci le stesse opportunità di illuminazione. Questo, naturalmente, voleva dire che lo zen non riteneva la sessualità un ostacolo all’illuminazione, in tal modo riducendo al minimo qualsiasi elemento puritano.</p>
<p>La maggior parte delle tradizioni spirituali, monastiche o no, comprende l’importanza che il sesso ha per gli esseri umani. Perciò, anche le religioni più puritane hanno dovuto tollerare controvoglia, almeno dal punto di vista teorico, il legame tra marito e moglie. Tali tradizioni potrebbero persino trovare vantaggioso mistificare questo legame santificandolo con il sacramento del matrimonio. Ciononostante, lo scopo ultimo di questa santificazione religiosa della sessualità, nelle tradizioni esoteriche puritane, è limitare rigidamente l’espressione della sessualità laica.</p>
<p>In altre parole, la loro mistificazione della sessualità non è una sana accettazione della sessualità comune o puramente mondana. Piuttosto, è poco più di un’accettazione di ciò che considerano un male necessario, e un tentativo di renderlo innocuo istituzionalizzandolo. Il cristianesimo è certamente una religione che considera il sesso, al massimo, come un male necessario, ma per una ragione molto simile altrettanto fa il buddismo tantrico.</p>
<p>Può sembrare contraddittorio considerare puritano il buddismo tantrico, specialmente da quando molti occidentali ritengono il tantrismo un modo di integrare il sesso nella religione, cosa che la tradizione giudeo-cristiana trova difficile. Ma la verità è che il tantrismo, anche nella variante apertamente sessuale “della mano sinistra”, può essere puritano quanto molte forme di buddismo non-tantrico. Questo, a sua volta, può renderlo piuttosto omofobico.</p>
<p>Credere, come fa il tantrismo, che il sesso ha bisogno di essere giustificato elevandolo a tecnica spirituale, non è meno puritano del sostenere che esso è legittimato solo da fini riproduttivi. Solo quando il sesso è accettato in e per se stesso, e non per qualche intento più spirituale o socialmente accettato, si può parlare di un atteggiamento autenticamente non-puritano verso il sesso, e quindi anche non-omofobico.</p>
<p>Il più recente e chiaro esempio dell’atteggiamento puritano e omofobico del tantra si può trovare nell’affermazione di Sua Santità il Dalai Lama resa nel maggio 2001. Dopo una lunga discussione sull’argomento, specialmente con i suoi seguaci gay, Sua Santità ha concluso che qualsiasi attività sessuale diversa dall’incontro dei genitali maschili e femminili è una “cattiva condotta sessuale”, perché gli organi sessuali sono stati creati per la riproduzione.</p>
<p>Naturalmente, il Dalai Lama, tecnicamente, parla solo per la sua particolare scuola di buddismo tibetano, la <em>gelukpa</em>. Alcuni leader di una o più delle altre scuole <em>vajrayana</em> in passato hanno avuto un atteggiamento più positivo verso l’omosessualità. Ciononostante, le scuole tibetane sono riluttanti a sfidare apertamente le parole del Dalai Lama, perché la <em>gelukpa</em> è la scuola più grande e importante, e perché le parole del Dalai Lama influenzano in varia misura ognuna di esse.</p>
<p>Lo zen, al contrario del tantrismo, considera in genere la sessualità semplicemente come una parte del mondo naturale. Questo si vede soprattutto nella tradizione nota come lo “zen del filo rosso”. Per tale ragione, lo zen non ha motivo di considerare la sessualità in modo esoterico o eroticamente mistico. L’assenza del misticismo sessuale è una delle ragioni per cui lo zen, una volta privato del sessismo confuciano o taoista, può considerarsi non-puritano e non-omofobico. Allo stesso tempo, questo non vuol dire che lo zen nega la componente religiosa o spirituale nella sessualità di una persona.</p>
<p>Poiché i desideri sessuali, sebbene essenzialmente buoni, possono a volte diventare eccessivamente egoisti, è possibile che vengano usati per sfruttare gli altri. Portare nella sessualità i tradizionali precetti buddisti secondo cui non bisogna nuocere, mentire o ingannare gli altri, dovrebbe aiutare a evitare questo sfruttamento. Ma il modo con cui lo zen nobilita la sessualità è soprattutto ricordando che entrambi i partner sono dei Buddha.</p>
<p>Rev. Vajra è un insegnante di Zen Dharma all’International Buddhist Meditation Center, <a href="http://www.ibmc.info/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.ibmc.info');">www.ibmc.info</a>, per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l’edizione italiana Innernet.</p>
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