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<?xml-stylesheet type="text/xsl" media="screen" href="/~d/styles/atom10full.xsl"?><?xml-stylesheet type="text/css" media="screen" href="http://feeds.feedburner.com/~d/styles/itemcontent.css"?><feed xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearch/1.1/" xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:gd="http://schemas.google.com/g/2005" xmlns:feedburner="http://rssnamespace.org/feedburner/ext/1.0" gd:etag="W/&quot;A0ADR3Y6eCp7ImA9WxNUF0s.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-27358636</id><updated>2009-11-09T04:29:36.810-08:00</updated><title>Italian Blogs for Darfur</title><subtitle type="html">Aggiornamenti sulla campagna di Italian Blogs for Darfur per il Darfur: da maggio 2006 chiediamo a Rai, La7 e Mediaset che si parli del conflitto in Darfur. E non solo. Il silenzio delle democrazie è la migliore arma dei tiranni.&lt;a href="http://www.italianblogsfordarfur.it"&gt;Italians for Darfur ONLUS&lt;/a&gt;</subtitle><link rel="http://schemas.google.com/g/2005#feed" type="application/atom+xml" href="http://itablogs4darfur.blogspot.com/feeds/posts/default" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://itablogs4darfur.blogspot.com/" /><link rel="hub" href="http://pubsubhubbub.appspot.com/" /><link rel="next" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/27358636/posts/default?start-index=26&amp;max-results=25&amp;redirect=false&amp;v=2" /><author><name>Mauro A.</name><email>noreply@blogger.com</email></author><generator version="7.00" uri="http://www.blogger.com">Blogger</generator><openSearch:totalResults>525</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><link rel="self" href="http://feeds.feedburner.com/ItalianBlogsForDarfur" type="application/atom+xml" /><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="hub" href="http://pubsubhubbub.appspot.com" /><entry gd:etag="W/&quot;A0UGRHg6eSp7ImA9WxNUF00.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-27358636.post-2606765250971587863</id><published>2009-11-08T11:36:00.000-08:00</published><updated>2009-11-08T11:40:25.611-08:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2009-11-08T11:40:25.611-08:00</app:edited><title>Sudan a un bivio: referendum o guerra?</title><content type="html">&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Il Sud Sudan tra autodeterminazione e armi&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="left"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;da Limes - rivista italiana di geopolitica&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;N&lt;/span&gt;el 2001 è previsto il voto sul futuro del Sudan meridionale, ma ci sono ancora molti nodi da sciogliere. La nuova politica di Obama.&lt;br /&gt;La notizia è passata quasi in silenzio. Cosa che capita spesso quando si parla di Sudan. Il 16 ottobre, dopo lunghe trattative e qualche cedimento da entrambe le parti, Sud Sudan e governo centrale hanno raggiunto l’accordo sul referendum per l’indipendenza della regione meridionale del paese, che dovrebbe tenersi nel 2011. Il punto più importante, la determinazione del quorum fissato al 75% degli aventi diritto ad esprimersi sul quesito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con la definizione delle regole del voto si è scongiurata la ripresa palese delle ostilità tra Khartoum e Sudan People’s Liberation Movement (principale movimento politico-militare del Sud Sudan) che dall’83 hanno combattuto una guerra ultra ventennale che ha causato 2 milioni di morti ed oltre 4 milioni di rifugiati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre il National Congress Party del presidente Omar al Bashir fa affidamento sulle elezioni generali (slittate di un anno rispetto alla tabella di marcia del Comprehensive Peace Agreement, che sancì la fine al conflitto nel 2005 nda) per legittimare il proprio potere e quello del candidato unico, Bashir appunto (nonostante su di lui penda un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati in Darfur), l’Splm si concentra sul referendum che dovrebbe determinare la separazione tra Sud e Nord Sudan.&lt;br /&gt;I nodi da sciogliere risultano alquanto intricati, come delinea chiaramente Sadig al Mahdi, ex primo ministro e presidente dell’Umma Party. In primis il varo della legge sulla sicurezza nazionale e la contestazione dei dati dell’ultima relazione demografica del governo sudanese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Servono regole e metodi che garantiscano un democratico e libero confronto fra le forze politiche – sottolinea Sadiq, seduto su una comoda poltrona di vimini nel gazebo del giardino della sua villa nella periferia di Khartoum.&lt;br /&gt;Nella sua ‘candida’ jalabia, la tipica tunica bianca sudanese, spiega perché l’accordo non delinei chiaramente "come utilizzare i risultati del censimento nazionale del 2008, dati contestati dal Sud perché la popolazione sarebbe stata sottostimata. Se il Cpa rischia di arenarsi è anche a causa della sfiducia crescente tra le parti. Ma il punto è un altro: così com’è strutturato, l’Accordo - insiste Sadiq - non attribuisce alcun ruolo ai partiti minori che non lo hanno firmato e garantirebbe esclusivamente il Sud Sudan, senza tenere conto di altre aree, come l’Est del Paese e il Darfur, penalizzate allo stesso modo.&lt;br /&gt;Per rilanciare il processo di attuazione dell’Accordo è necessario ampliare il confronto sul futuro del Paese. Costituire un’assemblea con tutte le formazioni politiche, comprese quelle dell’opposizione, che abbia il sostegno della Comunità Internazionale che rilancia le riforme in Sudan e garantisca la transizione democratica su basi più ampie e condivise, dando vita a un vero decentramento a vantaggio di tutte le aree finora marginalizzate”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ancora più netta la posizione di Hassan Al Turabi, leader del maggiore partito di opposizione del Sudan, il Popular congress party, più volte arrestato per gli aspri attacchi politici rivolti a Bashir.&lt;br /&gt;“Non ho alcuna fiducia nel processo elettorale che dovrebbe portare alle presidenziali e alle legislative del 2010, tanto meno nel referendum – afferma sicuro circondato dalla sua corte di consiglieri e addetti alla sicurezza che per discrezione vengono presentati come ‘colleghi di partito’ – E’ tutto fermo e non credo che le urne saranno mai aperte. Dopo la firma del Cpa il governo sudanese non ha fatto nulla per preservare l’unità del Paese. Anzi. Ha alimentato le tendenze secessioniste dell’Splm che, però, non credo sia capace di governare un Sud Sudan totalmente indipendente. Bashir conta su questo e se può rallentare il processo elettorale e referendario lo farà”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su quest’ultimo punto anche gli osservatori esterni hanno qualche dubbio: non sono in pochi a ritenere che il regime sudanese possa attuare un subdolo ostruzionismo per far slittare la data del referendum. Cosa che di fatto decreterebbe la fine dell’Accordo e potrebbe riaccendere il conflitto. Eppure gli ultimi avvenimenti farebbero pensare il contrario. E Khartoum lo rivendica con decisione. Esponenti di spicco del governo, negli incontri con gli inviati della diplomazia internazionale. anche nelle ultime settimane hanno espresso valutazioni positive sulle prospettive di piena attuazione del Cpa.&lt;br /&gt;Dal ministero degli Esteri hanno più volte fatto filtrare la convinzione che “le questioni in sospeso possano essere risolte dalle parti entro la fine dell’anno”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Osman Hussein Mudawi, responsabile delle Relazioni internazionali del Parlamento, si spinge oltre sottolineando come “lo svolgimento delle elezioni e del referendum sia un obbligo costituzionale e malgrado oggettive difficoltà di carattere logistico-operativo il Governo sudanese stia profondendo il massimo impegno affinché sia garantito un processo elettorale il più ‘inclusivo’ e democratico possibile”. Eppure, nonostante le rassicurazioni di Khartoum, lo scetticismo di esperti e analisti resta forte. Per comprenderne i motivi è necessario fare un passo indietro e capire cosa sia successo negli ultimi quattro anni e quali prospettive (reali) abbia la totale attuazione del Cpa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Con l’Accordo Globale di Pace sottoscritto a Nairobi il 9 gennaio 2005 dal Governo di Khartoum e dall’Splm – spiega Mauro Annarumma, vice presidente di Italians for Darfur, l’associazione italiana che da anni si batte per la difesa dei diritti umani in Sudan e Darfur e che ha recentemente partecipato a una missione nel paese subsahariano con l’Intergruppo parlamentare Italia – Darfur - furono tracciati nuovi parametri della distribuzione del potere politico ed economico nel Paese, garantiti dalla nascita di un Governo semi-autonomo del Sud Sudan con capitale Juba. Fu stabilito che il presidente designato assumesse anche la carica di Primo vice presidente del Sudan (il primo a ricoprire questo ruolo fu John Garang, morto in un sospetto incidente di elicottero in Uganda, al quale successe Salva Kiir che è tuttora in carica nda). Punti fondamentali dell’accordo, la suddivisione al 50% dei proventi petroliferi dei pozzi sud sudanesi, la definizione dei confini e il ‘diritto di autodeterminazione del Sud’ attraverso un referendum previsto per la fine di un periodo interinale di cinque anni. Il 2011. Ed è proprio il rischio che questo termine ultimo non venga rispettato a suscitare la preoccupazione della Comunità Internazionale”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo contesto geopolitico è maturata e ha preso corpo nelle ultime settimane la nuova policy, nei confronti del Sudan, dell’amministrazione Obama fatta di ‘incentivi e disincentivi’, la classica politica ‘del bastone e della carota’.&lt;br /&gt;Obiettivo degli States: accelerare l’attuazione dell’Accordo e convincere Khartoum a sospendere attacchi e azioni che violino i diritti umani sia in Sud Sudan sia in Darfur, utilizzando per quest’ultima area di crisi il termine ‘genocidio’.&lt;br /&gt;Sull’annuncio della nuova strategia americana si sono animate non poche polemiche e l’atteggiamento del governo sudanese è stato alquanto freddo, infastidito soprattutto dalla definizione, assai sgradita, usata da Obama.&lt;br /&gt;Dal regime sono arrivati velati avvertimenti su come “assumendo atteggiamenti punitivi nei confronti del Sudan, come sanzioni e mancata cancellazione del debito, si metterebbero a rischio sia la riconciliazione in Darfur sia lo sviluppo di altre aree depresse del Paese come l’Est Sudan”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nonostante le criticità siano numerose, l’elemento più preoccupante resta l’instabilità dell’accordo di pace, in bilico fino a quando non sarà attuata una precisa e incontestabile definizione e delimitazione dei confini tra Nord e Sud Sudan, fondamentale per potere dare attuazione agli altri punti del Comprehensive Peace Agreement.&lt;br /&gt;Tra le aree contese Abyei, ricca di petrolio e posta proprio al confine tra Nord e Sud (attualmente ha uno status amministrativo autonomo) e Sud Kordofan.&lt;br /&gt;Il referendum per l’autodeterminazione del Sudan meridionale, nel 2011, sarà l’occasione per Abyei di pronunciarsi sul mantenimento del proprio status speciale rimanendo nel Nord o sulla sua inclusione nel Sud.&lt;br /&gt;Le tensioni nell’area non mancano essendo abitata sia dagli autoctoni Dinka, etnia vicina all’Splm, sia da gruppi nomadi, in particolare Misseriya e Nuer, filogovernativi. Proprio a causa delle divergenze etniche, ma anche per ll controllo di acqua e terra destinata alle attività agricole e pastorali, si sono susseguiti negli ultimi mesi violenti scontri (il più grave poche settimane fa, oltre 400 vittime in poche ore) che non hanno risparmiato donne e bambini.&lt;br /&gt;Per cercare di dare un freno alle violenze nella regione nel giugno 2008 i governi di Khartoum e Juba hanno delineato una road map per la risoluzione dei problemi dell’area. Ma tale iniziativa non ha sortito gli effetti sperati.&lt;br /&gt;Le speranze, ora, sono affidate al protocollo proposto dalla Corte Permanete di Arbitrato dell’Aja, che investita della questione ha determinato la posizione dei campi petroliferi in Sud Kordofan (dove nel frattempo è stato nominato governatore Ahmed Harun, ex ministro per gli Affari umanitari del gabinetto di Bashir, anch’egli incriminato dal Tribunale penale internazionale di crimini di guerra e contro l’umanità) e ha parzialmente ridefinito, lo scorso 22 luglio, i confini dell’area di Abyei, aumentando le zone attribuite al Nord. La decisione è stata accettata dalle parti politiche, ma non ha placato il malcontento della popolazione locale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La situazione, dunque, è tutt’altro che sotto controllo. E poco o nulla può fare la missione di pace dell’Onu, Unmis (United Nation Mission in the Sudan), istituita con la Risoluzione 1590 del 24 marzo 2005 (8.400 soldati e 680 poliziotti) per sostenere l’assistenza umanitaria e garantire il rispetto dei diritti umani.&lt;br /&gt;Lo stato della crisi, visto il costante deterioramento delle condizioni umanitarie e di sicurezza, desta grandi preoccupazioni in tutta la comunità internazionale. Dall’inizio dell’anno i morti sarebbero circa 3mila.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E il contesto non può che peggiorare. Continua infatti a registrarsi un flusso di carichi di armi che, attraverso Port Sudan, arrivano nelle mani dei militari dell’Splm. E’ di pochi mesi fa la notizia del sequestro, ad opera dei pirati somali, della nave cargo ucraina ‘MV Faina’ che trasportava 33 carri armati, 150 lanciarazzi e 6 sistemi missilistici antiaerei destinati al Sudan meridionale. I marinai a bordo dell’imbarcazione hanno dichiarato e mostrato la bolla merci e il contratto relativo al carico a un giornalista della Bbc che ha documentato tutto in un’inchiesta smentita sia dal governo di Juba, sia dal Kenya che avrebbe effettuato l’acquisto per conto del Sud Sudan. Secondo la Bbc i carri armati e il resto del materiale, dissequestrati a seguito del pagamento di un riscatto, erano parte di una lunga serie di carichi bellici destinati a riarmare (clandestinamente visto che in Sudan è in vigore l’embargo della vendita di armi) l’esercito di Juba.&lt;br /&gt;Insomma, nel caso che il referendum non avesse mai luogo, l’esercito sudsudanese sarebbe pronto a conquistarsi con la forza l’indipendenza negata. &lt;/div&gt;&lt;div align="left"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="left"&gt;&lt;br /&gt;Antonella Napoli&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gruppo Espresso, 6 novembre 2009 &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;Firma l'appello on-line di Italians for Darfur!
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Ibrahim Abdelrahman Ahmed, medico del Darfur. In Darfur, il Dott. Ibrahim è sposato e ha un figlio, e ha lavorato come medico presso l’El Fashir Teaching Hospital, al centro di maternità dell’ospedale di El Fashir, nonché nelle cliniche dell’International Rescue Committee (IRC) che forniscono assistenza medica ai profughi di diversi campi del Nord Darfur.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;M:&lt;em&gt;Dott. Ibrahim di cosa si occupa all’ospedale di El Fasher?&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Attualmente lavoro al pronto soccorso delle cliniche universitarie di El Fasher, mi occupo di emergenze cliniche e pediatriche in qualità di medico generico.&lt;br /&gt;Ho a che fare con diversi tipi di casi di medicina generale, chirurgici e traumatici. Le malattie più comuni sono la malaria, la febbre tifoide, le malattie del tratto respiratorio, le epatiti virali, malattie gastrointestinali di varia eziologia, tubercolosi, malnutrizione in bambini sotto i cinque anni, diabete, ipertensione, infarti. insufficienza renale e tante altre.&lt;br /&gt;Le più comuni tra le cause di accesso alla struttura sono appendicite acuta, colecistite acuta e cronica, fratture, e ferite da arma da fuoco e da taglio.&lt;br /&gt;M:&lt;em&gt;Sulla base della tua esperienza, al Saudi Maternity Hospital e al Teaching Hospital di El Fasher, quali sono le patologie più frequentemente causa di mortalità nella popolazione del Nord Darfur e che richiedono maggiore assistenza?&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;La causa più importante di morbilità e mortalità nel Nord Darfur sono le infezioni sistemiche, seguite dalle ferite di guerra. E’ importante un’appropriata e tempestiva pianificazione del trattamento per i casi di aborto, ma anche assistenza pre e post-natale clinica e farmacologica.&lt;br /&gt;La malaria in gravidanza è uno dei problemi più gravi.&lt;br /&gt;Le cause principali di morte delle gestanti sono:&lt;br /&gt;-Emorragie massive legate alla gravidanza;&lt;br /&gt;-Eclampsia e preeclampsia;&lt;br /&gt;-Sepsi.&lt;br /&gt;Nel corso della mia attività al Teaching Hospital di El Fasher, ho riscontrato un’elevata casistica per quanto riguarda malaria, dissenteria, epatiti, meningiti, febbre tifoide, tubercolosi, leishmaniosi, pneumonia, ma anche malnutrizione infantile e ferite e traumi da armi da fuoco o da taglio.&lt;br /&gt;Al Saudi Maternity Hospital i casi più frequenti riguardavano invece quelli di malaria in corso di gravidanza, aborti spontanei in urgenza, ipertensione e rischi correlati in gravidanza, fistole vescicovaginali e retto vaginali legate al travaglio difficile.&lt;br /&gt;M: &lt;em&gt;L’accesso alle cure e ai servizi ospedalieri è garantito a tutta la popolazione del Darfur? Il personale sanitario proviene da tutto il Sudan o origina prevalentemente dal Darfur?&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;L’assistenza ospedaliera è per tutti gli abitanti della città così come per quelli che affluiscono dai centri di assistenza dei campi profughi dell’area.&lt;br /&gt;Per quanto riguarda il personale, i medici vengono selezionati dal Ministero federale della salute da tutte le parti del Sudan, e in considerazione della loro ridotta disponibilità, un considerevole numero di essi proviene comunque dallo stesso Darfur. Infermieri, levatrici e altre figure professionali sono Darfuri. Diversi tecnici di laboratorio giungono da altre parti del Sudan.&lt;br /&gt;M: &lt;em&gt;Pochi mesi fa, hai frequentato con successo il master “Doctors for Africa” del Centro Universitario per Cooperazione Internazionale di Parma.&lt;br /&gt;Crediamo che la collaborazione tra Europa e Africa debba fondarsi proprio sulla formazione tecnica del personale già impiegato in Africa, come medici e infermieri, attraverso corsi intensivi che abbiano un impatto sulla realtà dello Stato da cui provengono.&lt;br /&gt;Crediamo, quindi, che il master “Doctors for Africa” sia un meraviglioso esempio di cooperazione.&lt;br /&gt;Nessuno può aiutare l’Africa meglio di se stessa, ma spesso gli africani non sono liberi abbastanza per poterlo fare. Cosa ne pensi?&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Quello che dici è verissimo, come ho potuto vedere c’è una differenza enorme tra Europa e Africa nella disponibilità di medici specialisti (per esempio specialisti in cardiologia, malattie infettive, endocrinologia, nefrologia, gastroenterologia, pneumologia etc..). Noi abbiamo essenzialmente medici di medicina generale, chirurgia generale e pediatria. Non c’è un solo specialista medico o chirurgico in tutto il Nord Darfur.&lt;br /&gt;Per esempio, dal mio punto di vista, i corsi sono buoni ma sarebbe meglio concentrarsi su esercitazioni mediche di tipo specialistico per incisivi cambiamenti sul terreno. So che tu puoi capirmi in quanto medico. Non c’è un solo medico o chirurgo specialista in tutto il Nord Darfur.&lt;br /&gt;Il master è stata una buona esperienza.&lt;br /&gt;Quello che stai dicendo è verissimo. Gli africani giocano un grande ruolo a questo proposito ma, come sai, dipende principalmente da chi dirige la politica e l’economia.&lt;br /&gt;M: &lt;em&gt;I mezzi di informazione e le organizzazioni umanitarie hanno promosso a livello internazionale campagne sulle problematiche del Darfur, dovute alla guerra tra ribelli e governo sudanese in corso dal 2003 e che ha ucciso migliaia di civili.&lt;br /&gt;Come sono le condizioni della popolazione in questo periodo? Quali sono le principali preoccupazioni a carattere sanitario per i prossimi mesi?&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Come hai detto non c’è ancora pace in Darfur. Ci sono molti campi profughi, rifugiati in Chad e persone ferrite o traumatizzate dalla guerra, tutte queste persone hanno perso le loro risorse e dipendono dagli aiuti internazionali. In generale le criticità di tipo sanitario per i prossimi mesi restano le stesse di ora. Tuttavia, così come la sicurezza è frequentemente incerta è veramente difficile predire cosa possa accadere.&lt;br /&gt;M: &lt;em&gt;E per finire, last but not least.. hai gradito il tuo soggiorno in Italia?&lt;/em&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Certamente è stato interessante. Ho molti buoni amici lì.&lt;br /&gt;M:&lt;em&gt;Grazie mille, Dr. Ahmed Ibrahim e buon lavoro!&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;Firma l'appello on-line di Italians for Darfur!
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Goree - rientrata da pochi giorni da una missione in Sudan, che ha illustrato la situazione della crisi umanitaria in corso in Darfur dal 2003.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"Nel mio recente viaggio in Darfur - ha ricordato la Napoli, che è anche autrice delle foto della mostra - pur non trovando una situazione alimentare al tracollo ho potuto constatare gravi carenze. Se è vero che nonostante l'espulsione di 13 ong che garantivano la distribuzione del cibo e l’assistenza sanitaria a oltre un milione di profughi il sistema del Programma alimentare mondiale abbia retto, la crisi è ancora pressante, incancrenita nella sua mancata soluzione. Per di più l'area continua a non essere sicura. In particolare sono venuti meno progetti di educazione sanitaria e di igiene, sostegno psicologico a donne e bambini traumatizzati e, sotto l'aspetto del sostentamento primario, manca l'acqua. Ed è proprio questa, con l’esigenza di maggiore protezione, la richiesta più prestante. Non a caso i capi tribali di Zam Zam camp smentiscono quanto sostenuto dagli esponenti del governo del Sudan che hanno annunciato il rientro di molti profughi nei propri villaggi".&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"Nessuno - ha ribadito il presidente di Italians for Darfur - potrà mai tornare nella propria casa se prima non saranno garantite le minime condizioni di sicurezza. Basta parlare con i cooperanti presenti nella provincia di Al Fasher per comprendere che i timori di nuovi attacchi e violenze siano più forti che mai. Nonostante il contingente di Caschi Blu schierato (non del tutto ma solo al 75% dei 26mila uomini previsti) per proteggere la popolazione darfuriana, e chi in questa arida regione del Sudan è arrivato per portare aiuto, contninuano a suseguirsi attacchi ai villaggi, rapimenti e violenze".&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;Firma l'appello on-line di Italians for Darfur!
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Di ritorno da una missione in Sudan (la seconda in due anni) organizzata e promossa insieme all’Intergruppo parlamentare Italia Darfur, la consapevolezza - e passo a raccontarvi impressioni, emozioni e frustrazioni in prima persona - che tutto quello che si è riusciti a fare finora non sia sufficiente, che bisogna fare di più, è più forte che mai... e vi spiego il perché.&lt;br /&gt;Rispetto al 2007, quando insieme a una delegazione della Commissione Esteri della Camera avevo visitato ‘Al Salam Camp’, nel nord Darfur, non ho trovato volti scavati dalla fame, fantasmi senza futuro che non avevano neanche la forza di chiedere aiuto. Stavolta non sono state le migliaia di persone che pelle e ossa vagavano per il campo con gli occhi sbarrati dal panico o le agghiaccianti testimonianze delle ragazze che raccontavano il terrore degli stupri subiti a segnarmi profondamente. Questa volta è bastato il ‘contesto’... Il degrado umano dilagante, l'assenza di ogni barlume di speranza negli sguardi che ti scrutano nel profondo, la delusione trasformata in rassegnazione di non poter cambiare uno ‘status’ incancrenito, che ti porta a perdere dignità e futuro.&lt;br /&gt;E’ vero, la situazione alimentare non è al tracollo. Nonostante l'espulsione di 13 organizzazioni internazionali che garantivano la distribuzione del cibo e l’assistenza umanitaria a oltre un milione di profughi il sistema del Programma alimentare mondiale ha retto. Ma la rabbia repressa e il dolore immane per un’esistenza ai limiti della sopravvivenza e del decoro, hanno ‘inciso’ un marchio indelebile sulla pelle di questa gente. Avrei preferito trovarli con qualche chilo di meno addosso piuttosto che deturpati da una ferita aperta che neanche il tempo riuscirà a guarire.&lt;br /&gt;Quando bambini di quattro – cinque anni si azzuffano e calpestano i fratellini di pochi mesi pur di strappare dalle mani di chi li porge quaderni e matite che probabilmente non useranno mai, comprendi che per loro il presente e il futuro sono segnati da abbandono, disinteresse e violenza.&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos-g.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc1/hs207.snc1/7424_1246406968302_1473262330_30709151_1431236_n.jpg"&gt;&lt;img style="MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 314px; FLOAT: left; HEIGHT: 224px; CURSOR: hand" border="0" alt="" src="http://photos-g.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc1/hs207.snc1/7424_1246406968302_1473262330_30709151_1431236_n.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Tutto questo e molto di più, o di peggio, è ancor oggi il Darfur. Eppure ci dicono che la fase critica è passata, che ai trecentomila morti causati dal conflitto che ha spinto alla fuga due milioni e mezzo di persone non si aggiungeranno altre vittime perché la guerra è finita!&lt;br /&gt;E allora se la guerra è davvero ‘finita’ perché negli ultimi dieci mesi la popolazione di Zam Zam Camp, il centro di accoglienza visitato pochi giorni fa con il presidente del’Interparlamentare Italia – Darfur, Gianni Vernetti, è praticamente raddoppiato passando dai circa 60mila del 2008 agli oltre 100mila di quest’anno? E non è l’unico punto di approdo di questa marea di disperati che non si arresta in tutta la regione.&lt;br /&gt;A spingerli lontani dai loro villaggi non sarà più la paura dei janjaweed, i cosiddetti ‘diavoli a cavallo’ – che secondo la Corte penale internazionale, hanno compiuto massacri indicibili sotto la guida del regime di Khartoum - ma la mancanza di sicurezza, che espone sia la popolazione locale sia gli operatori umanitari e gli stessi peacekeeper della missione Onu – Ua che dovrebbe garantire ad essi protezione, lo è di certo!&lt;br /&gt;La crisi umanitaria, già gravissima, rischia di diventare incontrollabile a causa delle continue incursioni di gruppi criminali armati che sequestrano indifferentemente civili, militari e cooperanti persino nelle loro abitazioni e/o sedi di lavoro.&lt;br /&gt;Nonostante la complessità della situazione che si è delineata nel corso delle ultime visite degli osservatori delle Nazioni Unite e le preoccupazioni esternate dagli operatori delle Ong ‘superstiti’, il governo sudanese - interpellato nel corso della visita - non è sembrato affatto preoccupato. Anzi. Il Governatore del Darfur ha annunciato che è in atto un flusso di rientro dei profughi nelle proprie abitazioni e che i villaggi abbandonati in passato per timori di attacchi, si stiano ripopolando.&lt;br /&gt;Peccato che i capi tribali di Zam Zam, ai quali abbiamo chiesto informazioni in merito, abbiano smentito quanto sostenuto dagli esponenti governativi incontrati poco prima. Non hanno esitato un attimo nel confermare che nessuno potrà mai tornare nella propria casa se prima non saranno garantite le minime condizioni di sicurezza per rendere i rientri possibili. Basta parlare con i cooperanti presenti nella provincia di Al Fasher e i rifugiati per comprendere che i timori di nuovi attacchi e violenze siano più forti che mai. Nonostante il contingente di Caschi Blu schierato (ancora non completamente, siamo ancora al 75% dei 26 mila uomini previsti) per proteggere&lt;a href="http://photos-c.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc1/hs207.snc1/7424_1246015678520_1473262330_30708266_7502977_n.jpg"&gt;&lt;img style="MARGIN: 0px 0px 10px 10px; WIDTH: 240px; FLOAT: right; HEIGHT: 352px; CURSOR: hand" border="0" alt="" src="http://photos-c.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc1/hs207.snc1/7424_1246015678520_1473262330_30708266_7502977_n.jpg" /&gt;&lt;/a&gt; la popolazione darfuriana e chi in questa arida regione del Sudan è arrivato per portare aiuto.&lt;br /&gt;Girando tra le capanne e le tende di Zam Zam è facile rendersi conto di quanto l’emergenza sia ancora pressante.&lt;br /&gt;Dopo gli ultimi arrivi dell’estate scorsa non c'è più posto. Non viene più accettato nessuno.&lt;br /&gt;Il messaggio degli sfollati e di chi li assiste è forte e chiaro. ''Abbiamo bisogno di voi più di prima”.&lt;br /&gt;Il dramma che si vive qui è lo stesso di tanti altri centri di accoglienza: poca acqua, cibo appena sufficiente, rifugi di fortuna e tutt’intorno il nulla.&lt;br /&gt;L’appello di aiuto viene pronunciato da tutti gli interlocutori che si incontrano. Un'invocazione che si legge sul volto delle donne e degli uomini assiepati nell’accampamento che dovrebbe garantirgli la sicurezza. E invece non è così.&lt;br /&gt;Una situazione disperata, che coinvolge sempre più persone inermi, ataviche, prive di ogni interesse per la vita, che ormai chiedono elemosina per inerzia (aspetto paradossale di questa tragedia nella tragedia) anche se nel campo non dovrebbe mancargli nulla.&lt;br /&gt;Sono soprattutto i bambini a tendere le mani, a tirarti per la giacca e a chiedere… ‘money?’, l’unica parola in inglese conosciuta.&lt;br /&gt;Sono proprio loro le vittime maggiori di questa crisi umanitaria, crisi che ormai sembra cronicizzata, congelata nella sua mancata soluzione. Tutto ciò lascia davvero poche possibilità a questi piccoli di vivere, un giorno, un’esistenza migliore dei loro padri e delle loro madri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonella Napoli&lt;br /&gt;Presidente di Italians for Darfur &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;Firma l'appello on-line di Italians for Darfur!
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Fuggite in Ciad per scampare alle violenze nella regione sudanese subiscono la stessa drammatica sorte nei campi profughi nel paese confinante. Nonostante la presenza delle forze delle Nazioni Unite. schierate proprio per proteggere la popolazione. gli stupri continuano a essere perpetrati impunemente nel territorio ciadiano. A denunciarlo, in un rapporto presentato a Londra il 30 settembre scorso, Amnesty International che accusa la polizia del Ciad. sostenuta dai Caschi blu, di fare ben poco per impedire che donne, ragazze e bambine siano vittime di aggressioni sessuali da parte degli abitanti dei villaggi confinanti i campi profughi e, in alcuni casi, degli operatori umanitari e degli stessi soldati ciadiani che dovrebbero tutelare la loro incolumità. Amnesty ha riferito che la popolazione femminile a rischio è composta da oltre 142mila unità, su 260mila rifugiati che hanno lasciato il Darfur negli ultimi sei anni e che sono ospitati in 12 centri di accoglienza ai confini con il Sudan. Tawanda Hondora, vicedirettore del Programma Africa di Amnesty International, ha sottolineato che “se è un fatto risaputo che le rifugiate del Darfur rischiano di subire aggressioni e stupri quando escono dai campi per raccogliere legna e acqua, si ignora che la situazione all’interno delle strutture dove dovrebbero essere al sicuro non è migliore, giacché quelle stesse donne rischiano la violenza anche da parte dei familiari, di altri rifugiati, dei militari dell’esercito regolare del Ciad e del personale delle organizzazioni umanitarie».Secondo il rapporto di Amnesty International il pericolo proviene principalmente dagli abitanti dei villaggi situati nelle vicinanze dei campi. A garantire l’incolumità di queste persone dovrebbe essere l'Unità integrata di sicurezza, un reparto speciale di polizia sostenuto dalla Missione dell'Onu nella Repubblica centrafricana e nel Ciad.&lt;br /&gt;Ma possono bastare 800 agenti, dispiegati in tutta l’area che ospita le istallazioni umanitarie, a proteggere 260mila persone, la maggior parte dei quali sono donne e bambini?“Gli agenti del Dis - si legge ancora nel rapporto di Amnesty - sono diventati bersagli della violenza locale ma si sono resi anche responsabili di violazioni dei diritti umani. Molte donne rifugiate affermano che questi agenti pensano solo a proteggere se stessi e che hanno fatto ben poco per garantire la sicurezza dei rifugiati”. Le fonti dell’organizzazione internazionale che ha stilato questo desolante resoconto hanno segnalato, inoltre, violenze ancor più, se possibile, vili e subdole. Sono state accertate, infatti, molestie da parte di insegnanti che abusano delle loro alunne promettendo voti alti in cambio. “Alcune bambine hanno dovuto lasciare le scuole – afferma con rammarico Tawanda Hondora - per questa ragione. Il propagarsi della violenza sessuale è, putroppo, dovuto alla cultura dell'impunità, profondamente radicata nel Ciad orientale. L'uso del metodo tradizionale del «negoziato» per risolvere le dispute e i conflitti mostra tutta la propria pericolosità quando si tratta di casi di stupro”."No place for us here: violence against refugee woman in eastern Chad", traccia quindi un quadro ben più drammatico di quello che vogliono ‘mostrare’ le Nazioni Unite e le organizzazioni coinvolte in progetti di cooperazione in Ciad.Il portavoce della missione Onu – Minurcat, Michel Bonnardeaux, ha ammesso con riluttanza la perpetrazione di atti di violenza contro le donne e ha difeso la polizia sostenendo che la situazione della sicurezza stia migliorando.Ovviamente dal Palazzo di Vetro contestano questi dati, affermando che la Dis ha ricevuto uno speciale addestramento per i casi di stupro, e che il documento "è un po' affrettato e basato su un campione molto piccolo e su una breve visita".Ma abbiamo già avuto modo, purtroppo, di verificare e denunciare che tra i caschi blu non mancano individui privi di scrupoli che approfittano del loro ruolo per compiere impunemente atti orribili. Congo, Ruanda e Uganda insegnano.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Antonella Napoli&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Presidente di Italians for Darfur&lt;/em&gt;&lt;p&gt; &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;Firma l'appello on-line di Italians for Darfur!
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Dai primi mesi di quest’anno è certamente diminuito il numero di azioni condotte su larga scala nella regione da parte dell’esercito sudanese, così come il numero di decessi mensili (secondo i dati Onu, dai 200 del solo gennaio 2005 si è scesi a 150 del periodo gennaio 2008 - aprile 2009). Per questo il conflitto nella regione occidentale del Sudan non costituisce più un’emergenza ed ha assunto il carattere di ‘conflitto a bassa intensità’, sicuramente più accettabile dall’opinione pubblica mondiale. &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Il Sudan meridionale va a rotoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Secondo autorevoli esponenti della comunità internazionale la situazione del Darfur è ormai decisamente migliore rispetto a quella del Sudan meridionale; Lise Grande, coordinatrice umanitaria Onu per il Sudan mette in evidenza che mentre nella regione occidentale del Sudan “l’attenzione e la solidarietà internazionale stanno facendo la differenza”, nel Sud “si sta invece passando da una situazione disastrosa a una vera catastrofe” (Internazionale, n. 809, p. 38). Infatti, la situazione di transizione del Darfur rende il quadro tendenzialmente migliore rispetto a quello della zona meridionale del paese, dove da diverso tempo sono riprese le tensioni legate ai timori che Khartoum voglia impedire il referendum per l’indipendenza, previsto per il 2011. Ciò autorizza a pensare a un clima diverso, propizio a nuove e più convinte iniziative di pace. Purtroppo, però, la giustizia e l'ordine sociale sono ancora ben lungi dall’essere ristabiliti e proseguono gli episodi di banditismo e di violenza nei confronti degli sfollati e ai danni dello stesso personale civile e militare della missione Unamid.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Dalle insidiose iniziative di pace della Libia…&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;In questo clima si inseriscono le recenti iniziative della Libia e degli Stati Uniti per dare nuovo slancio unitario ai movimenti di opposizione del Darfur. Il 31 agosto scorso il governo libico ha annunciato la nascita del Sudan's Liberation Revolutionary Forces (Slrf), in seguito alla riunificazione di sei gruppi. Il paese del colonnello Gheddafi è legato a doppio filo alle vicende della regione, a partire dalle origini del conflitto: il Darfur è stato infatti utilizzato come retrovia durante la guerra con il Chad nella seconda metà degli anni ’70 e il leader libico ha avuto un ruolo di primo piano nel supporto all’Arab Gathering, il cui fine era la presa del potere nell’area centrale sub-sahariana e nell’Africa occidentale.Ma la Libia è stata anche coinvolta nelle diverse iniziative legate al processo di pace, di cui l’ultima due anni fa, quando il tentativo di favorire la riunificazione delle forze ribelli è fallito in seguito alla mancata partecipazione di alcuni fra i più importanti fra loro. Inoltre, Gheddafi è fra i maggiori sostenitori del presidente Bashir; è stato uno dei primi ad ospitarlo all’indomani della richiesta di arresto da parte della Corte penale internazionale (Cpi) e, nelle vesti di presidente dell’Unione Africana (UA), nel recente mese di luglio ha promosso la dichiarazione di non cooperazione con la richiesta di arresto della Corte, gettando gravi ombre sull’azione dell’organizzazione e sull’efficacia della pronuncia della Cpi. Infine, nei giorni scorsi, il presidente dell’UA (nel corso del summit africano sul tema della risoluzione dei conflitti nel continente) ha accusato Israele di dare supporto alle forze ribelli, facendo proprie le argomentazioni delle autorità sudanesi.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;… a quelle degli Stati Uniti&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;L’inviato speciale Usa, Scott Gration, sta concentrando la propria attenzione su tre gruppi, URF, SLM-Juba di Ahmed Abdel Shafi e SLM-Unity di Abdalla Yahya. Anche gli Usa hanno avuto un ruolo importante nel Darfur (nel 2004 l’allora segretario di stato Colin Powell è stato il primo a parlare di “genocidio”) e l’iniziativa del nuovo inviato speciale Gration indica l’intenzione di Washington di partecipare più attivamente alla ripresa del dialogo sia fra le forze ribelli che tra queste e Khartoum. Tuttavia ad alcuni il suo operato non piace: alcune fazioni locali lo hanno paragonato a un ministro degli esteri sudanese, mentre alcuni attivisti americani gli rimproverano di distogliere l’attenzione dai gravi crimini contro l'umanità perpetrati ai danni della popolazione per ottenere dal Sudan un compromesso per la stabilità nella regione.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Successi e debolezze della presenza internazionale&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Alla fine di luglio si sono celebrati i due anni dall’inizio della missione Unamid, considerata da molti un fallimento a causa soprattutto dell’ostruzionismo del governo sudanese, del mancato adempimento degli impegni da parte della comunità internazionale e della cronica mancanza di risorse (tra cui la ormai tristemente “famosa”mancanza di 18 elicotteri da trasporto, ritenuta necessaria per rendere efficace l’azione di peacekeeping in un territorio grande come la Francia). A tal fine, il Dipartimento della Difesa americano sta valutando la possibilità di inviare “consiglieri” per dare supporto alla missione per le questioni logistiche, mentre l’inviato speciale Gration ha dichiarato che, per garantire un cessate il fuoco duraturo tra le parti , è necessaria la presenza sul territorio di una forza di intelligence in grado di effettuare un continuo monitoraggio del processo di pace. Nonostante le indubbie difficoltà, la missione è spesso riuscita a fare la differenza; il rifiuto di abbandonare Muhajeria (come invece richiesto dal governo sudanese) nel mese di febbraio ha impedito un attacco su larga scala e dopo l’espulsione di 13 Ong avvenuta a marzo, l’Unamid è intervenuta per colmare le lacune nel programma di protezione e ristabilire così un efficace accesso umanitario. Sul piano diplomatico invece il mediatore congiunto Djibril Bassolè ha annunciato per la fine del mese di ottobre lo svolgimento del prossimo round negoziale tra il governo e i movimenti di opposizione, preceduto da due workshop: il primo che riunirà a Doha tutte le forze ribelli, finalizzato alla discussione di tutti gli aspetti legati al processo di pace, comprese le iniziative per garantire una più efficace sicurezza della popolazione e lo sviluppo socio-economico; il secondo, il forum della società civile, che si svolgerà in parallelo rispetto all’incontro di Doha e permetterà a tutte le comunità della regione di dare il proprio contributo alla pace, alla riconciliazione e alla promozione dello sviluppo nella regione. In conclusione, anche se molti dei problemi che affliggono in Darfur restano ancora non risolti, la speranza è che, con il maggior sostegno da parte dell’amministrazione Obama, le diverse tessere che compongono il mosaico del processo di pace possano finalmente integrarsi per arrivare alla definizione di una pace durevole.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Stefano Cera è il Responsabile della Formazione dell’Associazione “Italians for Darfur”; autore del volume “Le sfide della diplomazia internazionale – Il conflitto nel Darfur – L’escalation della questione cecena: i sequestri di ostaggi del teatro Dubrovka e della scuola di Beslan”.&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;Firma l'appello on-line di Italians for Darfur!
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La forte presenza della stampa filogovernativa sudanese, però, getta ombre sulle finalità dell’operazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il conflitto in Darfur dura ormai da quasi sette anni.&lt;br /&gt;Una crisi profonda, politica e militare, ma soprattutto una immane tragedia umanitaria, che ha coinvolto oltre tre milioni di persone, tra rifugiati, morti e sfollati, alla quale sembra&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; non si riesca a trovare una via di uscita&lt;br /&gt;Nonostante l’impegno profuso in questi anni da parte della comunità internazionale e, in particolare, degli attivisti e delle ONG della Save Darfur Coalition, della cui coalizione fa parte anche l’associazione italiana per i diritti umani Italians for Darfur ONLUS, i tentativi di pacificare l’area si risolvono spesso in sterili comunicati delle Nazioni Unite, mentre le diplomazie si affannano nella speranza di portare a termine difficili trattative e colloqui di pace.&lt;br /&gt;La missione ibrida delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, che avrebbe rappresentato un efficace cuscinetto tra la popolazione e le milizie armate, con oltre 30.000 unità previste  tra peacekeepers e poliziotti, è ben lungi dall’essere operativa, insufficiente sia in termini di uomini, circa la metà di quelli pianificati, sia di mezzi di trasporto.&lt;br /&gt;Dilaniato dagli interessi di interni ed esterni al Paese, il Darfur rischia quindi una lenta agonia.&lt;br /&gt;L’8 settembre, ad Addis Ababa,  Suliman Ahmed Hamed e altri nove tra rappresentanti dei rifugiati del Darfur ed ex combattenti ribelli, giunti da tutto il mondo, hann&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;o presentato alla stampa il N&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ational Group for Correcting the Track of Darfur Crisis&lt;/span&gt;, una nuova organizzazione di rifugiati e profughi del Darfur che chiedono il rispetto dei diritti del loro popolo, senza l’uso delle armi, ma attraverso lo sviluppo, la trattativa e l’istruzione&lt;br /&gt;Nel comunicato, saltano all’occhio alcune dichiarazioni di denuncia dell’ingerenza straniera nella crisi in Darfur, che sarebbe finalizzata al perseguimento di propri interessi nazionali, divenendo essi stessi ostacolo alla pace nella regione.&lt;img src="http://2.bp.blogspot.com/_fDzuonB9qz4/StjhUsVN0iI/AAAAAAAACx8/8cmAs1ldWZI/s200/DSC_6616.jpg" style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 133px;" border="0" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5393308299389948450" /&gt;Tale passaggio è stato ripreso e sottolineato dalla stampa sudanese, stranamente numerosa in sala,  che ne ha colto una chiusura verso la comunità internazionale,  la quale avrebbe esagerato la portata del conflitto in Darfur e ne avrebbe manipolato le sorti per coltivare propri interessi e per dividere il Sudan come l’Iraq e la Jugoslavia.&lt;br /&gt;Parole forti, registrate dall’agenzia di stampa ufficiale del Sudan, la SUNA, e dal Sudanese Media Center (SMC), il cui sito si ritiene sia gestito dai servizi di intelligence governativi, la National Intelligence and Security Services (NISS). Gli esponenti della nuova piattaforma affermano che ribelli, traduttori e mediatori hanno da sempre esagerato le cifre delle morti e delle vittime di violenze dei janjaweed e delle forze militari governative.&lt;br /&gt;A sei anni dall’inizio della crisi, fonti ONU hanno fissato a 400.000 le morti in Darfur, mentre il governo sudanese parla di massimo 10.000 civili uccisi nel corso del conflitto.&lt;br /&gt;Una guerra, che nelle ultime settimane, il governo sudanese sembra voglia combattere anche sui media.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;nelle foto, alcuni momenti del meeting fondativo ad Addis Ababa&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;Firma l'appello on-line di Italians for Darfur!
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font-size: 14px; -webkit-border-horizontal-spacing: 2px; -webkit-border-vertical-spacing: 2px; "&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Abbiamo piu volte rimarcato, nel corso della nostra campagna per i diritti umani in Darfur, come alla base del conflitto in Darfur, che dal 2003 ha causato la morte di circa 400.000 persone e la fuga di 2 milioni e mezzo di civili (stime ONU), ci sia anche e soprattutto una gestione oligarchica della politica e delle risorse economiche del Paese. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La minoranza araba al potere, in un Paese in cui si sommano e si fondono etnie e tradizioni diverse, detiene il controllo delle risorse del Paese, uno dei &lt;a href="http://itablogs4darfur.blogspot.com/2008/09/un-morto-e-sei-feriti-per-una-scodella.html"&gt;primi produttori di  cereali al mondo&lt;/a&gt;, ma anche uno dei primi Paesi in cui l'assistenza del PAM è fondamentale per la sopravvivenza della popolazione del Darfur e del Sud Sudan, e tra i Paesi piu ricchi di greggio, venduto &lt;a href="http://itablogs4darfur.blogspot.com/2008/06/saras-spa-greggio-dal-sudan-sarroch.html"&gt;anche in Italia&lt;/a&gt;.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Come coraggiosamente e sistematicamente denunciato nel&lt;i&gt; Black Book,&lt;/i&gt; la rappresentanza anche solo politica delle periferie del Sudan, rispetto a Khartoum, è nulla o palesemente insufficiente.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Tale quadro non poteva che avere ripercussioni sulla stabilità di tutto il Sudan, già colpito da numerosi golpe e residuati del post-colonialismo inglese: in tutto il Sudan, dal Nord Kordofan al Sud Sudan e nel ovest del Paese, in Darfur, si parla la lingua della violenza e delle armi.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Inutili, fino ad oggi, i tentativi di riportare pace e stabilità. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Riesplode proprio in queste ultime settimane la violenza sia in Darfur sia in Sud Sudan.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Addirittura, gli scontri etnici e tribali infiammano ora la popolazione cristiano-animista del Sud Sudan superando per gravità quelli degli ultimi mesi in Darfur: oltre 2000 persone sono morte e 250.000 sono i profughi che da gennaio fuggono nel panico (fonti ONU).&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;I primi di settembre, circa 50 persone armate, in uniforme, hanno attaccato il villaggio di Pigwrithiang della tribu DINKA, causando un vero e proprio "massacro" (fonte: AP).&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Jonathan Whittall, direttore di Medici senza Frontiere in Sud Sudan, ha denunciato l'intenzionalità degli ultimi attacchi a donne e bambini, contrariamente a quanto è avvenuto fino ad oggi. La popolazione vive nel panico, continua Whittall. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Le prime elezioni democratiche del Sudan si avvicinano.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;M.A.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;Firma l'appello on-line di Italians for Darfur!
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Ma i ribelli del Jem (il Movimento per la Giustizia e l'Uguaglianza che continua a combattere contro il regime di Kharyoum), ha già fatto sapere chiaramente che si opporranno "a qualsiasi tentativo di istituire corti o sedi di processi nel modo descritto dal Sudan Tribune perché sarebbe solo una via d'uscita per Bashir". Insomma il Jem, come gran parte degli osservatori internazionali e dei cooperanti, continua a ritenere la Corte Penale Internazionale l'unico organo 'lecito' a occuparsi del Darfur.&lt;br /&gt;E come non essere d'accordo quando in Sudan e in molti altri stati aderenti all'Ua si viòla quotidianamente ogni basilare diritto umano! Basti pensare alla vicenda di Lubna, Ahmed Hussein, giornalista sudanese ed ex impiegata dell'Onu, arrestata in patria il 3 luglio scorso perché indossava i pantaloni.&lt;br /&gt;L'articolo 152 del codice penale sudanese giudica ''indecente'' che le donne portino i pantaloni, ha raccontato la giovane in un'intervista a Repubblica pubblicata oggi.&lt;br /&gt;''La condanna consiste in 40 frustate o nel pagamento di una multa o entrambe''. ''Dal 1991 a oggi - ha ricordato Lubn che si è licenziata dall'Onu per rinunciare all'immunità - almeno 20 mila donne sono state arrestate in base a questa legge, ma nessuna di loro ne parla e nessuno lo sa''. Per questo non ha paura di essere frustata ed è pronta a subire anche più di quaranta frustate, purché tutti sappiano cosa succede a Khartoum. E noi amplifichiamo, e sempre lo faremo, la sua e tutte le voci che denunciano i soprusi subiti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;em&gt;* presidente di Italians for Darfur&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;Firma l'appello on-line di Italians for Darfur!
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