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	<title>Italiani Di Frontiera</title>
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		<title>Idee sul futuro da visionari del passato. In tour con ospiti speciali e due cimeli P101 Olivetti e Apple 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 09:27:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mai successo di condividere un palco… con due cimeli. Nel vero senso della parola, due ritrovati tecnologici di un’altra epoca. Presentare ed esporre due macchine leggendarie che hanno fatto storia è l’ennesima occasione per parlare attraverso la tecnologia delle idee, dei pensieri e delle visioni di chi quelle macchine ha saputo progettare e realizzare. A Ivrea la prima tappa di un evento che girerà l&#8217;Italia Si chiama “Da 101 a 1” l’evento lanciato lo scorso 11 aprile al Laboratorio Museo Tecnologicamente di Ivrea, scrigno di tesori Olivetti dalle macchine da scrivere e da calcolo all’elettronica, sorta di “numero zero” di un progetto ideato da Fondazione 101 di Crespi d’Adda e Italiani di Frontiera che verrà riproposto in un tour in località italiane che hanno avuto un ruolo importante nella storia dell&#8217;innovazione, prendendo a pretesto le ricorrenze dei 60 anni dell’uscita sul mercato del primo personal computer, la leggendaria P101 Olivetti e dei 50 anni dal lancio di Apple 1, il PC che ha segnato il battesimo di quello che è diventato il colosso informatico di Cupertino. Due anniversari occasione di conoscenza e riflessione sui visionari che hanno cambiato le nostre vite realizzando strumenti rivoluzionari.  Oggi cimeli rari, un modello di Olivetti P101 e uno di Apple 1 verranno&#160;esibiti e fatti funzionare ad ogni evento, dopo aver rievocato con ospiti qualificati in un dialogo col pubblico storie di ieri per cogliere prospettive e aspetti culturali che ci aiutino a guardare al domani. Come ricordare il contributo di grandi innovatori e visionari traendo spunti dal futuro dalla loro straordinaria esperienza? Gastone Garziera celebrato con StartupItalia ultimo testimone dell&#8217;impresa P101 Olivetti E’ un percorso che su StartupItalia assieme al direttore Giampaolo Colletti abbiamo anticipato, rendendo omaggio a Gastone Garziera, ultimo superstite del leggendario team che realizzò il primo persona computer P101 Olivetti, dedicandogli articoli, un’intervista live a cura di Likeabee e un premio Special Award P101 al #SIOS25. Abbiamo pure ricordato come grazie a Damiano Airoldi, ideatore della Fondazione 101, di Gastone sia stato pure realizzato un&#160;avatar,&#160;gemello digitale in grado di preservarne la straordinaria memoria. Gastone è stato ospite d’onore pure del primo evento “Da 101 a 1” a Ivrea, al quale  RaiNews ha dedicato un servizio per il TG Rai del Piemonte realizzato da Federica Burbatti. Prossimo appuntamento col Vintage Computer Festival a Nettuno Il format si appresta a girare l’Italia, a cominciare dal prossimo weekend, sabato 23 e domenica 24 maggio a Nettuno (Roma) nell’ambito del Vintage Computer Festival Italia. Se coraggio, tenacia, straordinaria inventiva sono state, come abbiamo ricordato nei nostri articoli, fra le caratteristiche di quel manipolo di visionari capace di realizzare il primo pc in Ollvetti quasi in clandestinità, la storia dell’inizio di Apple è soprattutto quella di un incrocio fra due personaggi geniali con competenze complementari: nessuno dei due avrebbe potuto raggiungere il successo senza l’altro. Wozniak un genio, Jobs un visionario «La genialità di Steve Wozniak è stata quella di ridurre e concentrare in una sola scheda la quantità di componenti necessari all’epoca per un computer, cosa che aveva già fatto per un gioco di Atari, facendo così vincere a Steve Jobs una scommessa… di cui non condivise con lui il premio incassato dalla software house», ricorda Paolo Cognetti , informatico, collezionista e divulgatore, figura di punta nel campo della storia dei computer, che sarà ospite dell’evento a Nettuno. «L’obiettivo di Wozniak era però quello di realizzare un computer semplice da donare ai soci dell’Homebrew Computer Club. La genialità dell’altro Steve fu quella di intuire che si trattava di una macchina rivoluzionaria. E di pensare che quella macchina andava venduta. Quindi Apple 1 non fu il primo computer ma il primo costruito in modo geniale e semplificato e poi sostenuto e venduto da un genio del marketing. All’epoca c’erano altri computer innovativi ma non poterono contare su questa combinazione di due  genialità», racconta ancora Paolo. Il progetto “Da 101 a 1” ha avuto un prologo riservato agli autentici patiti di Vintage Computer. Lo scorso 1 aprile infatti nella sede di Trezzo d’Adda di&#160;MMN&#160;che ospita una splendida raccolta di cimeli, in un evento esclusivo con ospiti illustri come&#160;Massimo Banzi, cofondatore di Arduino, a 50 anni esatti dalla sua nascita è stato riacceso un raro modello di Apple 1. Tutto questo in un’avvincente presentazione curata da Claudio Parmigiani fondatore di&#160;8-bit Lab&#160;nato a Torino nell’ambito del Temporary Museum, primo e unico laboratorio al mondo in grado di restaurare e rimettere in funzione i computer creati nella Silicon Valley nel decennio 1975-1985, un incontro aperto da un saluto in video di David Pogue, che ha appena pubblicato negli Usa “Apple. The First 50 Years”. Dopo Nettuno&#160;(Roma), il prossimo il 25-27 ottobre&#160;“Da 101 a 1” sarà all’IT Director Forum di Richmond&#160;a Rimini. In cantiere altre tappe a Vinci, Torino  Pisa, che ha di recente celebrato i 40 anni della prima connessione Internet italiana avvenuta proprio dalla città della torre pendente e Asolo (Treviso) che proprio fra i colli trevigiani aveva aperto uno stabilimento Brionvega, azienda in sintonia con la filosofia Olivetti. E forse in dicembre pure a Gubbio, in un inedito collegamento ideale tra visionari dell’informatica e un innovatore davvero rivoluzionario: San Francesco. Qui l&#8217;articolo su StartupItalia]]></description>
		
		
		
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		<title>Mezzo secolo di Acer rievocato con installazioni da giovanissimi creativi. E a sorpresa compare Catherine, &#8220;giornalista AI&#8221; del nostro esperimento Wings</title>
		<link>https://www.italianidifrontiera.com/2026/03/15/mezzo-secolo-di-acer-rievocato-con-installazioni-da-giovanissimi-creativi-e-a-sorpresa-sullo-schermo-compare-catherine-giornalista-ai-del-nostro-esperimento-wings/</link>
		
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		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 10:58:55 +0000</pubDate>
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		<title>Straordinarie innovatrici quelle musiciste veneziane del &#8216;700 oggi sugli schermi con &#8220;Primavera&#8221;</title>
		<link>https://www.italianidifrontiera.com/2026/01/07/15106/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 17:49:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[Erano bambine abbandonate da madri indigenti, nella Venezia del Settecento allevate da un istituto di carità, molte di loro furono avviate allo studio della musica, le più dotate diventarono straordinarie musiciste grazie a un maestro d&#8217;eccezione: Antonio Vivaldi. Un&#8217;emozione veder ricostruito sullo schermo in questi giorni una delle storie  più suggestive  raccontate da anni con Italiani di Frontiera (anche in un podcast e di recente pure in un esperimento con l&#8217;Intelligenza Artificiale). Quella delle &#8220;Figlie di Choro&#8220;, eccezionali musiciste veneziane dell&#8217;Ospedale della Pietà, dove Vivaldi insegnò per molti anni, protagoniste di  &#8220;Primavera&#8220;, film in sala da Natale per la regia di Damiano Michieletto. Un bel film, in cui però non compare un tratto essenziale di questa storia: l&#8217;eccezionale contributo che alcune di queste musiciste diedero al rinnovamento della musica grazie al loro talento di polistrumentiste. Ne ho parlato qualche giorno fa in una bella intervista di Angela Pederiva sul Gazzettino di Venezia (giornale&#8230; di famiglia! ci abbiamo lavorato io, mio papà Gibo e mio nonno Roberto, ci lavora oggi mio fratello Gianpaolo) e in due interventi alla Rai del Veneto, ospite assieme a Robert De Pieri, amico e musicologo italocanadese di Alessia Piovesan.  Qui il link su RaiNews, sotto uno spezzone da Buongiorno Regione del 19 gennaio 2026. I FILM &#8220;PRIMAVERA&#8221; E &#8220;GLORIA&#8221; Ispirato al  libro di Tiziano Scarpa &#8220;Stabat Mater&#8221; (Einaudi 2008 Premio Strega 2009),  &#8220;Primavera&#8221; narra il rapporto intenso fra un giovane tormentato Vivaldi e la sua allieva preferita, Cecilia, (interpretati da Michele Riondino e Tecla Insolia) di cui il grande musicista, che insegnò per lunghi anni nella scuola dell&#8217;istituto, intuisce e coltiva lo straordinario talento di  violinista eccezionale. Il trailer di &#8220;Primavera&#8221; (2025), per la regia di Damiano Michieletto  Nel 2024, la storia delle Figlie di Choro aveva ispirato, più liberamente, un altro bel film, &#8220;Gloria&#8221;, oggi disponibile su RaiPlay scritto e diretto  da Margherita Vicario, in concorso al 74* Festival Internazionale del Cinema di Berlino, diversi premi ottenuti tra cui  tre David di Donatello uno per il miglior esordio alla regia, con un Vivaldi più anziano e scorbutico interpretato da Paolo Rossi. Il trailer di &#8220;Gloria&#8221; 2024, per la regia di Margherita Vicario Damiano Michieletto e  Margherita Vicario hanno sviluppato in due film emozionanti un tema cruciale e attuale, non solo per l&#8217;identità femminile: l&#8217;arte e l&#8217;affermazione del talento come strumenti di consapevolezza e riscatto da uno stato di emarginazione. Ma quel che nei due film non compare&#8230; è il motivo principale per cui Italiani di Frontiera ha indagato a fondo in questa storia. Ed è lo straordinario contributo che queste ragazze (cui fu dedicata nel 2021  una bellissima mostra al Museo del Violino di Cremona) diedero alla modernizzazione della musica stimolando col loro talento di polistrumentiste Vivaldi e molti altri illustri compositori che dedicarono loro innumerevoli composizioni. Come lei qual professore/suona cembalo e violino/violoncel, viola d&#8217;amore/liuto, tiorba e mandolino?/Biondo crin/guance di rosa/ sen di neve, occhi di foco/nobil tratto e spiritose/ le maniere, in serio e in gioco. Questi versi dedicati all&#8217;epoca da un poeta anonimo ad Anna Maria Del Violin (cognome di maniera), la più celebre delle &#8220;Figlie di Choro&#8221;, considerata all&#8217;epoca senza rivali in Europa, possono spiegare come mai queste musiciste compaiano in un recente libro di un autore best seller New York Times, a fianco di figure storiche di innovatori in campi disparati, da Keplero a Van Gogh, a star dello sport come Tiger Woods e Roger Federer o del jazz come Django Reinhardt.. Nel suo “Range” (Generalisti, LUISS 2020),  David Epstein ha esaltato di  queste ragazze senza volto proprio la versatilità: virtuose di uno strumento, molte erano straordinarie polistrumentiste. Anna Maria ad esempio era violinista fuoriclasse ma sapeva suonare anche violoncello, oboe, clavicembalo, mandolino, afferma Epstein,  ricordando che per le “Figlie di Choro”, Vivaldi scrisse 140 concerti (alcuni trascritti da Bach), che anche Haydn compose per una di loro, mentre Mozart le avrebbe ascoltate da bambino, poi da ragazzo. La loro abilità con strumenti diversi, che sbalordì studiosi giunti dall’estero, avrebbe rappresentato una sfida per i compositori, al punto da stimolare il passaggio dal barocco ai maestri classici, con sperimentazioni alle origini dell’orchestra moderna e del rinnovamento della musica sacra. Confermando la tesi del saggio: la chiave del successo sta nel saper combinare competenze diverse, generando formule e innovazioni che spesso sfuggono ai “superspecialisti” di un solo campo. Mentre diversificare le esperienze, creare opportunità, esplorare e guardare con una visione più ampia, consente di pensare fuori dagli schemi e affermarsi in un mondo specializzato, con una conoscenza allargata, flessibile, trasversale. &#160; &#160; &#160; MUSICISTE DEL SETTECENTO RACCONTATE DALL&#8217;INTELLIGENZA ARTIFICIALE &#8220;&#8230;Ma soprattutto Vivaldi scoprì che la vera invenzione nasce dalla migrazione tra linguaggi&#8221; Chi è l&#8217;autore di questa riflessione? Una &#8220;collega giornalista&#8221; che non esiste. Italiani di Frontiera sta conducendo infatti un esperimento di giornalismo-AI con la fantastica squadra dell&#8217;agenzia Sharazad  guidata dal visionario Stefano Schiavo, che ha dedicato al mio progetto un  numero della rivista Wings,  interamente realizzata da &#8220;giornalisti-AI&#8221; che hanno riscritto in modo originale alcune delle mie storie, lasciandomi sbalordito. Una è proprio quella delle Figlie di Choro, intitolata Le costellazioni invisibili di Venezia,  Impressionante come la &#8220;collega-AI&#8221; abbia interpretato il talento innovativo delle giovani musiciste. &#8220;&#8230; L&#8217;intuizione di Vivaldi fu comprendere che la condizione di reclusione poteva diventare una camera di risonanza infinita&#8230;Il risultato furono quei concerti che spinsero la musica barocca verso costellazioni inesplorate, seducendo Bach che trascrisse diversi concerti di Vivaldi, anticipando l&#8217;orchestra come corpo creativo pensante&#8230;&#8221; . LS STORIA DELLE FIGLIE DI CHORO NEL PODCAST ITALIANI DI FRONTIERA La storia delle musiciste veneziane del &#8216;700 compare in una delle puntate del mio podcast Italiani di Frontiera (qui sotto su Spotify) Qui un estratto. &#8230; A Venezia, una di queste istituzioni era l’Ospedale della Pietà, attivo sin dal Trecento. Curare, educare e insegnare un mestiere agli “esposti” era la missione di tutti questi istituti. Ma a Venezia, che era centro d’eccellenza per la musica, l’Ospedale della Pietà potè contare anche su un insegnante straordinario, che assunto nel 1703, a 25 anni come “Maestro di Violino” vi]]></description>
		
		
		
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		<title>Ci salverà la Curiosità. Dieci video d&#8217;ispirazione per un 2026 che avrà bisogno di tutta la nostra intelligenza, creatività, umanità</title>
		<link>https://www.italianidifrontiera.com/2025/12/31/ci-salvera-la-curiosita-dieci-video-dispirazione-per-un-2026-che-avra-bisogno-di-tutta-la-nostra-intelligenza-creativita-umanita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Dec 2025 16:35:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[Pochi dubbi haimè che il 2025 abbia reso il mondo un posto peggiore. Eppure anche se da tempo sembrano privilegiare il peggio, tra arroganza litigiosità, narcisismo, complottismo e fake news, web e social sono anche miniera di idee, creatività, arte e valori positivi. Basta scavare sotto lo strato di melma in superficie per scoprire contenuti preziosi per affrontare la Complessità, che aiutano a capire ma sanno pure  emozionare. Abbiamo disperato bisogno d&#8217;ispirazione, per guardare lontano. Ecco allora i miei dieci consigli in altrettanti video con link di approfondimento. Con i migliori auguri di un buon 2026 che avrà bisogno di tutta la nostra intelligenza, la nostra creatività,  la nostra umanità. L&#8217;INTELLIGENZA ARTIFICIALE E NOI AI e il paradosso della fiducia, Yuval Noah Harari Storico e divulgatore israeliano di fama mondiale, Harari spiega in pochi minuti cos&#8217;è e cosa NON è Intelligenza Artificiale. E come il suo avvento richieda in noi esseri umani una nuova consapevolezza. Qui il sito di Harari &#8220;Paesi e aziende stanno correndo per consrtrire modelli di Intelligenza Artificiale sempre migliori, con capacità sempre più grandi. Alla domanda se dovremmo procedere con più cautela, molti concordano ma avvertono: se non arriviamo primi, lo faranno i nostri concorrenti  e vinceranno i più spietati,  Se non possiamo fidarci nemmeno gli uni degli altri, come potremo fidarci di una sconosciuta intelligenza aliena?&#8221; INTELLIGENZA ARTIFICIALE E CREATIVITA&#8217; UMANA Saffron and Smoke (Zafferano e Fumo) danza surreale con Intelligenza Artificiale, Kelly Boesh Da vent&#8217;anni Kelly Boesh esplora da Los Angeles le nuove frontiere dell&#8217;Immagine, dalla pittura astratta alle tecnologie d&#8217;avanguardia, per allargare i confini della nostra percezione e creare linguaggi visuali inediti, con un grosso seguito sulle diverse piattaforme online. Kelly considera l&#8217;Intelligenza Artificiale una potente collaboratrice per dare vita a scenari onirici in cui i codici si incrociano col subconscio, le immagini artificiali al movimento di corpi umani, come in questa coreografia. SPIRITI DEL PASSATO E DEL FUTURO &#8220;I Lied To You&#8220;, clip dal film Sinners (Peccatori), Miles Caton nel ruolo di Sammie &#8220;Ci sono leggende di persone nate col dono di fare musica così vera da perforare il velo tra la vita e la morte evocando spiriti dal passato e dal futuro&#8230;&#8221; Un insolito horror ambientato negli anni Trenta, scritto prodotto e diretto da Ryan Coogler, fa di una storia di vampiri una profondo viaggio nelle radici e nell&#8217;eredità del blues e della cultura afroamericana. Con una scena di musica e coreografia incredibile per complessità e significati simbolici. Qui la traduzione italiana RESISTENZA Heroes Ukraine videoclip del regista inglese Ruper Weinwright Solo voci femminili di cantanti ucraine per l&#8217;inno scritto da David Bowie e Brian Eno e adattato in un video toccante, quasi tutto con protagoniste femminili (al pianoforte Mike Garson a lungo collaboratore di Bowie)  a sostegno del Paese invaso con una raccolta fondi. DAL SOGNO ALL&#8217;INCUBO I padroni del mondo. di  Giorgio Mottola, Reportage da Silicon Valley, Report &#8220;Nella strategia di influenza americana sulla democrazia europea un ruolo fondamentale lo sta giocando un miliardario della Silicon Valley, Peter Thiel, ex socio di Musk e fondatore di Palantir, una della più misteriose e pericolose società tecnologiche del settore della difesa che rischia di far sembrare il Grande Fratello di Orwell una favola per bambini&#8221;. Cosa sta succedendo nella culla mondiale dell&#8217;innovazione (dove è nato pure il mio progetto)&#8230; Un quadro inquietante, anche se va ricordato che quel luogo che inseguiva l&#8217;Utopia rimane un incredibile concentrato di cervelli da tutto il mondo, non un blocco compatto votato a  un progetto distopico&#8230; Un prezioso reportage. STESSA SPIAGGIA STESSO MARE &#8220;Our Genocide&#8221;, Come si sentono gli israeliani per la guerra a Gaza? reportage da Tel Aviv di  Matthew Cassel, The Guardian Stessa spiaggia, stesso mare. Un reporter passeggia lungo una spiaggia affollata, tra bagnanti, ombrelloni racchettoni, chiedendo opinioni su quel che sta accadendo sulla riva di quello stesso mare, solo pochi chilometri più a sud, a Gaza: bombe, carestia, genocidio. E una crescente condanna internazionale. Grande giornalismo. UN&#8217;ORCHESTRA DI EMOZIONI Berghain, Rosalìa “La sua paura è la mia paura, la sua rabbia è la mia rabbia, il suo amore è il mio amore, il suo sangue è il mio sangue.”. Sono i primi versi della canzone che porta il nome di un club di Berlino considerato il più esclusivo del mondo, scelto come metafora di luogo fisico ma pure spirituale. Canta in inglese, tedesco e spagnolo Rosalìa, vulcanica artista spagnola, attrice e produttrice discografica oltre che cantautrice, che ha realizzato il video con elementi orchestrali realizzati con la London Symphony Orchestra, la collaborazione di Björk e Yves Tumor, la cantante portoghese Carminho, l&#8217;artista di flamenco Estrella Morente e il coro dei ragazzi della Escolania de Montserrat. Qui la traduzione e altre informazioni. CON AI IN UNO STRANO MONDO DI POST-POST-POST VERITA&#8217; The Future is Now Finally Weird AF (Il futuro alla fine è strano) video realizzato con Intelligenza Artificiale, Silvia Del Dosso  &#8220;Questa è una storia sul perchè abbiamo smesso di creare significato&#8221; Artista e ricercatrice nel campo delle tecnologie digitali e delle subculture del web, Silvia Del Dosso  (con lo pseudonimo Hawaidolphino) ha realizzato diverse mostre con il collettivo Clusterduck di cui è stata cofondatrice nel 2016. Questo video è la terza parte di  &#8220;The Future Ahead is WeirdAF,  trilogia dedicata alla conseguenze dell&#8217;Intelligenza artificiale &#8220;in un mondo AI di post-post-post Verità&#8220;. Silvia  ha pure curato la traduzione di &#8220;Medium Hot. Intelligenza artificiale e immagini ai tempi del riscaldamento globale&#8221; di Hyto Steyerl,  regista e artista delle immagini in movimento tedesca, cui la Fondazione Prada dedica una mostra The Island  aperta sino a fine ottobre a Milano. RICONOSCENZA &#8220;Maman&#8221; videoclip di Louane chiama mamma/ mamma, mamma,  mamma&#8221; Diventata famosa a 17 anni  come straordinaria interprete in contest televisivi,  Louane era stata protagonista nel 2014 di un film di culto, &#8220;La famiglia Bélier&#8221;, in cui da figlia normodotata dedicava in un&#8217;esibizione una toccante canzone ai genitori sordomuti,  sempre all&#8217;insegna della riconoscenza. In questo post di 4quartimagazine  scheda dell&#8217;artista e traduzione della canzone.(mi segnalano che questo video non è purtroppo accessibile oltreoceano). COME DOVREMMO ESSERE Hallelujah di Leonard Cohen cantata]]></description>
		
		
		
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		<title>Dieci libri d&#8217;ispirazione per cavalcare l&#8217;onda di una Complessità sempre più simile al Caos</title>
		<link>https://www.italianidifrontiera.com/2025/12/21/dieci-libri-dispirazione-per-cavalcare-londa-di-una-complessita-sempre-piu-simile-al-caos/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 09:07:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo un 2025 di drammatici cambiamenti sociali, politici e culturali che stanno stravolgendo le nostre consuetudini di vita e di pensiero, siamo oppressi pure dal rumore assordante di quanti mai sfiorati da dubbi  sentenziano con false certezze. Non ci sono antidoti, se non aprirsi all&#8217;ispirazione, per chi è convinto che conoscere sia una costante scoperta di quanto ci sia che ancora non sappiamo. Ecco allora per le feste e il nuovo anno i  miei  consigli personali per cavalcare l&#8217;onda di una Complessità sempre più simile  al Caos con dieci libri per me preziosi, alcuni scritti da amici davvero speciali. Alcuni letti avidamente, altri ponderati a lungo, altri ancora  letture in corso. Amanti sintetici. Sesso, relazioni e intimità nell&#8217;epoca dell&#8217;intelligenza artificiale     (Il Pensiero Scientifico Editore) di Davide Bennato  Con l&#8217;Intelligenza Artificiale fronteggiamo straordinari simulatori di comportamenti umani senza però la freddezza di &#8220;decodificare&#8221; il loro raffinato linguaggio di macchine abilissime che ci inganna, facendoci sospettare che le loro parole non siano quel che sono, frutto di complesse scelte statistiche, ma esprimano invece emozioni. E&#8217; quanto ci ricorda Davide Bennato,  eclettico docente universitario e sociologo del media digitali,  amico e compagno di diverse avventure (pure uno dei miei primi Silicon Valley Tour, in cui Davide si improvvisò con maestria guida nella visita al Computer History Museum di Mountain View!) Il digitale sta ridefinendo le modalità con cui si praticano e rappresentano intimità e sessualità. Questo crea nuove forme di interazione sociale, che vanno esaminate con strumenti analitici nuovi e una prospettiva critica. E da sociologo dei media, Davide propone col suo libro una riflessione inedita su un campo ancora inesplorato, quello di un&#8217;antropologia umana &#8220;aumentata&#8221; dalle tecnologie, che talvolta da strumento possono diventare oggetto dfi desiderio. Nel video qui sotto, Davide parla di legami emotivi e Intelligenza Artificiale ospite di padre Paolo Benanti nel programma &#8220;Intelligenze&#8221; sdi Rai Cultura. Qualcosa è andato storto. Come i social network e l&#8217;intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro   (Solferino) di Riccardo Luna Giornalista veterano del mondo dell&#8217;innovazione, con  Riccardo Luna   abbiamo a lungo condiviso fra giornalismo, eventi e progetti online una stagione di entusiasmo ed emozioni all&#8217;insegna di un&#8217;utopia: digitale e social network saranno lo strumento per rinnovare la società e migliorare il mondo. Non è stato così, molto è andato per il verso sbagliato, nel trasformare straordinari piattaforme di aggregazione e interazione in orribili strumenti di manipolazione. E nessuno come Riccardo poteva avere l&#8217;esperienza e la lucidità per analizzare e spiegare quanto accaduto, con un libro forse indispensabile, che sta avendo straordinari riscontri. No non c&#8217;è stato un incauto Apprendista Stregone al quale la bacchetta magica è sfuggita di mano, ricorda Riccardo. Da anni un pezzo di Silicon Valley era pienamente consapevole che  gli algoritmi incaricati di tenere agganciati gli utenti per generare profitti stellari e un immenso potere di controllo dati, l&#8217;hanno fatto seminando rabbia, indignazione e notizie false, plasmando un&#8217;umanità feroce, razzista, narcisista sempre più credulona e incline agli estremismi, con conseguenze devastanti soprattutto sui più giovani. Ma Riccardo difende tenacemente l&#8217;ottimismo che aveva ispirato le nostre speranze, invitando a perseguire oggi la strada più lontana dal rancore rabbioso che domina nei social: quella della Gentilezza. Asclepio AI. Intelligenza Artificiale e Salute per un futuro sostenibile  di Rossella Guido, Germano Bertin e Nadia Grillo (EthosJob) Fra i settori che l&#8217;Intelligenza Artificiale sta rivoluzionando, quello della salute e della sanità ha un ruolo particolare, ridefinendo i paradigmi della ricerca, della diagnosi e della cura, scrive  Rossella Guido , amica e compagna di avventure (fra cui due eventi organizzati a Vinci da Italiani di Frontiera con Federico Faggin), giornalista con grande esperienza nel campo della comunicazione scientifica, oggi impegnata in Università Bicoccca che ha firmato il libro assieme a Germano Bertin e Nadia Grillo. Sulla scia di un recente convegno, il volume definisce gli orizzonti di una piattaforma laboratorio di sperimentazione e progettualità tra mondo dell&#8217;informazione e medicina per coniugare scienza, divulgazione ed etica, intelligenza umana e artificiale verso un futuro sostenibile, ispirandosi nel nome al semidio greco venerato per le sue abilità terapeutiche e l&#8217;attenzione al benessere olistico dei pazienti. Ricordati di ridere. Manuale di leadership umoristica (Sole 24Ore) di Germano Lanzoni  e Fania Alemanno  &#8220;Giullare contemporaneo&#8221; è una bella definizione per Germano Lanzoni  vecchio amico e bravo attore comico diventato popolare oltre che come voce ufficiale del Milan a San Siro, come interprete del Milanese Imbruttito , caricatura del manager schizzato e ossessionato da business e immagine. Una figura in sintonia con quella del Disturbatore delle mie prime presentazioni in tutt&#8217;Italia con Italiani di Frontiera (ma pure a Montecarlo&#8230;), che Germano anni fa ha  impersonato alla perfezione da finto antagonista che contestava i miei contenuti d&#8217;ispirazione, di cui in realtà rafforzava il messaggio riuscendo a sconvolgere gli eventi con la sua carica di umorismo intelligente, dando vita a una serie di memorabili interventi a sorpresa (in questo video  Germano irrompe al termine del mio speech, World Wide Rome 2012, da 11&#8217;10&#8221;). Assieme a Fania Alemanno  psicologa e giornalista che lo affianca da tempo, Germano  ha fondato Humour Business Experience, metodo che studia e approfondisce l&#8217;importanza del saper ridere, che ha il potere di modificare il modo in cui comunichiamo, lavoriamo e guardiamo agli altri, &#8220;Humor Leadership non vuol dire avere un gruppo di clown aziendali: serve metodo, consapevolezza e la capacità di ridere anche della propria rigidità&#8221;. Una riflessione che viene proposta al mondo delle imprese, portando l&#8217;umorismo relazionale dal palco alla riunione, dal team alla vita di ogni giorno. Giorni di Macaia  (autoprodotto con Bookabook) di Alessio Mazzolotti Autore e regista all&#8217;incrocio fra spettacoli tradizionali (tv, teatro, eventi) e nuove tecnologie (metaverso, realtà virtuale e AI), con la sua Fishbone Creek,  Alessio Mazzolotti  oltre che prezioso amico è pure coautore e regista dei miei spettacoli (come &#8220;Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy&#8221;, in questo video  l&#8217;inizio dello spettacolo alla memorabile data al Blue Note di Milano, maggio 2018). E&#8217; stata una piacevole sorpresa scoprirlo pure scrittore di talento, con un romanzo autoprodotto con crowdfunding]]></description>
		
		
		
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		<title>I 40 anni di &#8220;Back to the Future&#8221; e l&#8217;intervista a Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò lo stralunato personaggio di &#8220;Doc&#8221;</title>
		<link>https://www.italianidifrontiera.com/2025/10/22/i-40-anni-di-back-to-the-future-e-lintervista-a-jack-sarfatti-scienziato-eccentrico-che-ispiro-il-personaggio-di-doc/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 22 Oct 2025 17:14:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[Lo scorso martedì 21 ottobre ,&#8221;Back to the Future Day&#8221;, gli appassionati del leggendario &#8220;Ritorno al Futuro&#8221; si sono ritrovati nelle sale di mezzo mondo per celebrare il leggendario film di culto sui viaggi del tempo firmato da Robert Zemekis, a quarant&#8217;anni dall&#8217;uscita di una pellicola che ha segnato un&#8217;epoca. Un&#8217;occasione per riproporre un&#8217;intervista in esclusiva che Italiani di Frontiera ha pubblicato dieci anni fa&#8230;  PS La leggendaria DeLorean del film è oggi in una sala della sede Google di San Francisco e siamo arrivati pure lì&#8230; Lo stralunato “Doc”, il dottor Emmet Brown di “Ritorno al Futuro” è ispirato proprio a lui, che negli anni Settanta è stato una figura di punta della scienza quantistica e contemporaneamente della controcultura californiana. Scienziato eccentrico, Jack Sarfatti classe 1939 vive ancora a San Francisco,  dove Italiani di Frontiera lo ha incontrato e intervistato. Una chiacchierata preziosa,  pubblicata il 21 ottobre 2015, giorno in cui nel celebre film professore e studente protagonisti del film di Robert Zemekis del 1985 compiono il viaggio nel tempo. Con i suoi studi, Sarfatti  che in passato ha trascorso anche un periodo di studi a Trieste, al Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam, per una ricerca sui mini buchi neri, ha fornito spunti ad altre pellicole imperniate su viaggi nel tempo, come “Terminator due: Il Giorno del Giudizio” e “L’Esercito delle Dodici Scimmie”. Qualche anno fa, in  “Come gli hippie hanno salvato la fisica” (Castelvecchi), David Kaiser docente di Fisica all’MIT ha illustrato il ruolo di un gruppo eccentrico di scienziati degli anni Settanta che combinavano ricerca d’avanguardia agli esperimenti di misticismo orientale e telepatia, test di mobilità psichica attingendo dal subconscio, uso dell’LSD… percorrendo una nuova importante frontiera: quella della fisica quantistica. Si riunivano spesso in una stanza del Lawrence Berkeley National Laboratory, si chiamavano Fundamental Fisiks Group e il loro eccentrico leader era proprio Sarfatti. “La teoria dei quanti rappresenta ancora oggi uno dei più eccitanti orizzonti della fisica. Eppure in pochi conoscono il grande contributo che a questa disciplina hanno dato gli eccessi del movimento New Age degli anni Settanta. Molte delle idee che sono alla base della fisica dei equanti, ebbero origine dalla frenetica controcultura di quegli anni, da un fecondo miscuglio di bong, viaggi con l’LSD, misticismo orientale, teorie del complotto ed entusiastiche fedi nell’Era dell’Acquario”, ha scritto Kaiser. Secondo il quale, sarebbero  stati loro a recuperare in qualche modo quell’intreccio fra ricerca scientifica e tensioni filosofiche ed esistenziali che era stato naturale sino agli anni Venti per geni con Albert Einstein e Niels Bohr, ma era stato mortificato, piegando la ricerca alle esigenze belliche, con secondo conflitto mondiale e Guerra Fredda. – Kaiser vi assegna un ruolo importante. Davvero negli anni Settanta avete dato una svolta alla fisica? “E’ un libro storico quello di Kaiser, racconta la storia di come io e i miei amici abbiamo iniziato a parlare di Quantum Entanglement (correlazione quantistica) oggi un aspetto importante. Ma all’epoca quando ne parlavamo molte figure di spicco della fisica dicevano no, non è importante… oggi c’è un settore di miliardi di dollari che è uscito da quelli che furono i nostri sforzi di allora e il libro documenta tutto questo”. Jack Sarfatti in primo piano in una foto degli anni Settanta con il Fundamental Fysiks Group – E com’è successo che Hollywood si sia ispirata a te per il personaggio di Doc in “Ritorno al Futuro”?  “Negli anni Settanta incontrai Eleaonor Coppola, moglie di Francis Ford Coppola, ad un seminario in cui ero stato incaricato di svolgere un aggiornamento sulle ultime novità della fisica. Ely aveva con sé una copia del mio libro Space-Time and Beyond scritto con Fred Wolfe e Bob Toben. Le portò me e Fred a casa sua alle tre di notte e Francis Ford Coppola scese dalla camera da letto molto contrariato dicendo: Non mi piace questa roba penso siano scemenze…” è così che io e Francis ci incontrammo e passai poi un bel po’ di tempo con lui e i suoi amici come George Lucas… una volta portai ad una festa, a casa di Francis, Uri Geller (controverso personaggio israeliano che sosteneva di possedere poteri psichici ndr), con me c’era pure Jacques Valèe, che divenne poi consulente tecnico per Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977 Steven Spielberg ndr). Poiché il mio libro parlava di viaggi nello spazio, è stato così che è stato creato il personagio di Ritorno al Futuro. Credo che anche Eli Coppola abbia fatto un film sui viaggi nello spazio, era un tema che la intrigava molto”. – I viaggi nel tempo sono il tema di uno dei più interessanti film di fantascienza degli ultimi anni, Interstellar di Christopher Nolan… “La fisica in Interstellar è la migliore che ci sia stata nella fantascienza, perché è stata creata da Kip Thorne, fisico di prim’ordine del CalTech. L’ho incontrato la prima volta attorno al 1967… quando ho ho visto il film sono rimasto impressionato anche dalla colonna sonora… forse un po’ confuso all’inizio ma di sicuro un bello sforzo e parla di quelo che è davvero la fisica”. – Davvero ci sarà la possibilità di percorrere questi tunnel spaziotemporali? “Non sono sicuro di esser d’accordo con l’uso di Kip Thorne della quinta dimensione per spiegare i suoi effetti. Penso ci sia un altro modo per arrivare ai wormholes (tunnel spazio-temporali) ma penso la questione centrale è che dischi volanti e fenomeni Ufo sono per me prove che forme di intelligenza (aliena ndr) visitano la Terra e l’hanno visitata per molto tempo, forse migliaia, milioni di anni ed hanno influenzato la nostra storia. Infatti penso che la Bibbia sia un libro di Ufo. Se pensi ai profeti, che hanno visioni e vedono le stesse cose in cielo…&#8221; (qui sotto link al podcast sul Caffè Trieste di San Francisco, che parlando del ruolo della controcultura nell&#8217;innovazione racconta anche la figura di Jack Sarfatti) – Un futuro che ha condizionato il passato? “Io ho anche il sospetto che chi ci ha progettato… siamo stati noi stessi, provenienti dal futuro, con un viaggio nel tempo. E c’è uno degli amici di]]></description>
		
		
		
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		<title>Addio Dina. Lezioni sul futuro dalla decana veneziana degli italiani di Silicon Valley, scomparsa a quasi 101 anni, nel Columbus Day.</title>
		<link>https://www.italianidifrontiera.com/2025/10/22/addio-dina-lezioni-sul-futuro-dalla-decana-veneziana-degli-italiani-di-silicon-valley-scomparsa-a-quasi-101-anni-nel-columbus-day/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 22 Oct 2025 08:23:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[Per andarsene ha scelto un giorno speciale: 12 ottobre Columbus Day, festa degli italiani in USA. Il 19 novembre avrebbe compiuto 101 anni, una combinazione quella di 1 e 0, che ha un significato particolare, per chi  si occupa di innovazione. Dina Viggiano (Leopoldina Fontanin) classe 2024, nata a Venezia e presto trasferitasi nel Trevigiano, poi emigrata oltreoceano col marito Adalberto diventando la decana degli italiani di Silicon Valley, l&#8217;avevo incontrata per l&#8217;ultima volta a casa sua, Palo Alto, lo scorso febbraio, dopo l&#8217;ultimo nostro Silicon Valley Tour con Confindustria Romagna. Maglietta di Italiani di Frontiera addosso, aveva insistito perchè mi fermassi da lei. &#8220;Torno presto Dina, promesso&#8221;. Troppo tardi. &#160; Conoscere Dina, raccontare la sua storia di donna “di frontiera”, organizzare e accompagnarla in un evento a Ca’ Foscari anni fa in suo onore, rivederla negli ultimi anni della sua vita, è stato un privilegio. L’energia inesauribile, la curiosità e la passione nell’aprirsi agli altri con generosità, anche agli sconosciuti, erano doti sbalorditive, intatte anche dopo i 100 anni. Il meglio di un’italianità che rimane per noi d’esempio per il futuro anche dopo la sua scomparsa. Dina l&#8217;avevo incontrata per caso nei sei mesi trascorsi a Palo Alto con famiglia nel 2008&#8230; grazie a una foto. Alla cerimonia dei diplomi di mio figlio Alessandro alla Gunn High School di Palo Alto, fra oltre duecento studenti, più di un terzo asiatici, un solo cognome italiano, oltre a quello di mio figlio: “Emily Viggiano” premiata per di più fra i tre migliori studenti dell’anno. Centinaia di persone, parenti e amici, affollavano il  prato del campus… quante possibilità c’erano che i Viggiano fossero a pochi metri da noi? Invece… fu così che ci ritrovammo a incontrare, e quasi subito abbracciare,  Adalberto e Dina Viggiano, nonni di Emily, scoprendo che non solo erano i veterani della comunità italiana di Palo Alto, in California dal 1962… ma erano partiti da Venezia! Quell’incontro, la foto scattata ad Emily premiata sul palco, ci valsero una serata memorabile: trovarsi a tavola a cena a casa Viggiano, unici ospiti assieme a due leggende, gli italiani più illustri della Bay Area: Luca Cavalli Sforza, genetista di fama mondiale oggi scomparso, e per mia moglie biologa sedere accanto a lui era un sogno… Federico Faggin, scienziato e inventore, tra i padri del microprocessore, inventore del touch, diventato poi il principale mentore del mio progetto, un’amicizia preziosa della nostra famiglia con lui e la moglie, Elvia, una donna straordinaria, che dura ancor oggi. &#160; Il racconto di come avessero lasciato Venezia negli anni Cinquanta per approdare a Stanford all’inizio degli anni Sessanta di Adalberto Viggiano, triestino di nascita, era stato suggestivo ma segnato da una punta di amarezza, visto che lui e la moglie da giovani laureati a Padova, lui Ingegneria Industriale lei in Lettere, avevano deciso di andarsene perchè un posto di lavoro adeguato all’epoca richiedeva di schierarsi politicamente. Loro rifiutarono il partito… e decisero di partire, con i figli piccoli. Dopo un periodo in Canada erano arrivati a Stanford, dove Adalberto aveva fatto una brillante carriera come ingegnere esperto di strumenti di precisione, collaboratore e amico intimo per anni di Henry Taube, premio Nobel per la fisica 1983, di cui ricordava con emozione la straordinaria carica umana. Dina invece laureata in Lettere aveva insegnato dal 1974 a Stanford lingua italiana, curando per diversi anni Casa Italia, il punto di riferimento per i connazionali che lavoravano nell’Università, molti dei quali figure illustri, il luogo in cui ricevere in visita ospiti famosi, da attori come Marcello Mastroianni e Giulietta Masina all&#8217;artista Michelangelo Pistoletto. Qui l&#8217;intervista a Dina e Adalberto Viggiano nel 2008. Dina era stata di recente anche tra i protagonisti di uno dei podcast di Italiani di Frontiera, &#8221; Stanford e  i Veneziani&#8221; visto che era stata lei a farmi scoprire l&#8217;incredibile storia che lega l&#8217;Università californiana a Venezia&#8230; &#160; Instancabile, Dina ha continuato a venire in Italia quasi ogni anno. Così nell&#8217;autunno 2011 grazie a un prezioso amico, Leonardo Buzzavo docente di Ca&#8217; Foscari, ero riuscito a organizzare last minute una cerimonia in suo onore nell&#8217;ateneo veneziano, con tanto di giro in laguna sul motoscafo messo a disposizione dal rettore! Dina si era presentata con un braccio ingessato.  Un &#8220;gentiluomo&#8221; all&#8217;aeroporto di Venezia l&#8217;aveva fatta cadere cn uno spintone, poi visto che lei non si lamentava si era dileguato rapidamente. Il braccio era fratturato ma Dina, tempra in titanio, l&#8217;aveva preso come un piccolo insignificante contrattempo Eravamo rimasti in contatto ma Dina l&#8217;avevo finalmente rivista solo l&#8217;estate dello scorso anno, ennesimo volo transoceanico poco prima dei 100 anni&#8230; di passaggio a Milano con la figlia Monique e la famiglia. Ospiti per un paio d&#8217;ore di Stefano Siglenti, managing partner di VC Partners SGR e presidente di Stanford Club Italia, che raccoglie gli alumni italiani dell&#8217;università californiana. Avevo parlato di Dina con tre bravi colleghi, che le avevano dedicato tre bellissimi ritratti, qui sotto, ricchi di aneddoti e riflessioni. &#160; L&#8217;articolo di Eleonora Chioda su la Repubblica Italian Tech,, dopo una breve intensa intervista al leggendario Bar Jamaica di Brera. &#160;  L&#8217;articolo di  Tommaso Moretto su Corriere del Veneto &#160; L&#8217;articolo di Angela Pederiva su Il Gazzettino. Sei figli nati in angoli diversi del mondo, diciassette nipoti e uno stuolo di pronipoti, tutti tenuti a parlare italiano, Dina è rimasta un faro e un  esempio invidiabile di doti umane sempre più rare, che l&#8217;età non aveva scalfito. Ci mancherai Dina ma molto di te sopravvive in chi ti ha amato.]]></description>
		
		
		
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		<title>Sessant’anni fa nasceva il primo personal computer. Ed era italiano. Inventato da Olivetti “quasi in clandestinità”</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2025 08:49:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[Il mio articolo pubblicato su StartupItalia con ottimi riscontri dai lettori. New York, ottobre 1965. Un grande stand a forma semicircolare, in un’immensa fiera internazionale. In bella mostra macchine calcolatrici, fatturatrici, macchine da scrivere, impreziosite dal raffinato design made in Italy che caratterizza l’azienda. Che in una saletta riservata espone anche un’altra misteriosa macchina, davvero singolare. Si chiama Olivetti P101. Quel “Uan-Ou-Uan” in inglese suona bene ma non è per questo che il pubblico dopo un po’ trascura il grande stand accalcandosi in quella saletta. E’ che quella macchina, esposta su un tavolo, viene presentata come un computer. E i primi visitatori non ci possono credere e cercano il trucco: sicuramente c’è un fascio di cavi nascosto che collega quell’apparecchio, non più grande di una telescrivente, al “vero” computer, grande almeno come un paio di enormi armadi. La squadra della P101 Olivetti: Pier Giorgio Perotto, Giovanni De Sandre, Gastone Garziera, Giancarlo Toppi La storia del primo PC Olivetti Sono passati sessant’anni da quel leggendario evento a New York, alla grande fiera delle macchine da ufficio BEMA (Business Equipment Manufacturers Association). Quando la Olivetti svelò al mondo il primo personal computer della storia. La Olivetti P 101 in una pubblicità dell’epoca Rievocare la storia della piccola squadra italiana capace sessant’anni fa di quella leggendaria invenzione è un misto di emozioni contrastanti. Ammirazione e orgoglio, per lo straordinario risultato ottenuto da un manipolo di visionari connazionali. Ma pure amarezza, per l’incapacità di valorizzare come meritava quell’eccezionale impresa. A guidarla era stato un torinese classe 1930, Pier Giorgio Perotto, scomparso nel 2002. Che aveva ricordato in un prezioso libretto  (“P101. Quando l’Italia inventò il computer”, Edizioni di Comunità) un’avventura in cui il modo di pensare contò più della tecnologia. Era iniziata a Pisa, dove Olivetti aveva aperto nel 1955 un laboratorio di ricerche avanzate in collaborazione con l’Università, con ricercatori che a Perotto erano sembrati personaggi di un altro mondo. Dieci anni prima di molti hippieggianti pionieri della Silicon Valley, quei ricercatori a Pisa, alle spalle esperienze in Inghilterra e Usa, erano eccentrici e trasandati, ostentavano uno stile informale agli antipodi rispetto ai colleghi della fabbrica di Ivrea, più rigidi e burocratici, che li consideravano poco più che inconcludenti farfalloni. Era stato Adriano Olivetti a capire che si doveva per forza esplorare un territorio nuovo, aprendo già nel 1953 nel Connecticut un piccolo laboratorio che studiava le possibili applicazioni dell’elettronica alle macchine da ufficio. Se l’azienda di Ivrea poteva coniugare innovazione, design, Umanesimo e welfare per i dipendenti, se poteva affiancare a ingegneri e designer geniali pure intellettuali e scrittori, era grazie alla straordinaria redditività dei suoi prodotti. Come la leggendaria Divisuma 24, macchina da calcolo che a fine linea di produzione costava circa 40mila lire e sul mercato era richiestissima al prezzo di 325mila lire. Un gioiello che permetteva operazioni di calcolo complesse e funzioni “da circuito elettronico”… grazie a pezzettini di lamiera. Merito di un genio autodidatta della meccanica, Natale Capellaro, classe 1902, entrato in fabbrica a 14 anni e cresciuto sino a diventare direttore generale tecnico. Sarebbe stato lui a confessare a Olivetti, dopo l’ultimo ciclo di progettazione, che non si potesse far evolvere ulteriormente quelle straordinarie macchine, ha raccontato in un recente incontro Gastone Garziera, classe 1942, progettista vicentino unico superstite di quel gruppo, in cui era entrato alla dipendenze di Giovanni De Sandre, ingegnere friulano. Sulla nuova frontiera dell’elettronica, quegli innovatori erano rimasti presto soli, dopo la morte improvvisa di Adriano nel 1960 e quella l’anno dopo, in un incidente stradale, di Mario Tchou, geniale ingegnere italocinese assunto proprio col compito di costituire il gruppo di Pisa. Mario Tchou con Roberto Olivetti Per Olivetti, in crisi finanziaria dopo l’acquisto di Underwood, l’elettronica era un «neo da estirpare», secondo una celebre affermazione, che oggi appare tragicomica, di Vittorio Valletta, alla guida della Fiat che deteneva una quota di azioni della casa di Ivrea e che pose pesanti condizioni per il suo risanamento. E nel 1964, quella divisione che contava 3mila persone e realizzava pure il calcolatore Elea, per molti dirigenti era ancora un «corpo estraneo», di cui liberarsi con un patto con un colosso Usa come General Electric. In un incontro a Phoenix, nel caldo soffocante del deserto dell’Arizona, l’accoglienza per gli italiani era stata gelida. «Ci fecero capire che l’unico interesse era costituito dall’acquisizione di una base commerciale per distribuire calcolatori progettati a Phoenix, di non attribuire all’Italia alcuna credibilità al di fuori del design», ricordò nelle sue memorie Perotto, che uscì da quell’incontro con funesti presagi sul futuro della divisione elettronica e del gruppo in generale. Lui invece da un paio d’anni sognava una macchina che stesse su una scrivania, offrisse autonomia funzionale e permettesse a chiunque di farla funzionare, seguendo poche semplici istruzioni, mentre i giganteschi computer dell’epoca erano complicati e accessibili solo a programmatori. Prima che nella tecnologia il pc fu una sfida nel modo di pensare Una sfida “culturale”, prima ancora che tecnologica: ribaltare il concetto che fosse l’uomo a doversi adattare a tempi, modalità ed esigenze della macchina. E quanta astuzia, in questa sfida. Il primo passo di Perotto fu quello di rendersi indisponente e odioso nel colloquio con gli americani, ben felici di liberarsi di lui “scaricandolo” alla divisione macchine da calcolo, dove il team lavorò quasi in clandestinità. Con De Sandre e Garziera, che considerava “bravissimi”, Perotto strinse un patto: punteremo ad ogni costo a un prodotto rivoluzionario. E se microprocessori e memorie a semiconduttore ancora non esistevano, i transistor furono componente cruciale e molti problemi inediti vennero risolti con l’inventiva e congegni meccanici, come l’uso di un filo d’acciaio che Olivetti impiegava per le molle, che si rivelò perfetto. Mario Bellini, architetto che realizzò il design della P 101 oggi esposta in diversi musei del mondo Dopo un lavoro ossessivo, il prototipo di quella macchina con 10 registri di memoria, un facile linguaggio di programmazione, scheda magnetica che funzionava come un floppy disk per registrare dati e programmi, piccola stampante incorporata, era pronto. E poteva stare su una scrivania, con un elegante design di un giovane architetto,]]></description>
		
		
		
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		<title>Augusto e Marco, il successo miliardario di Kong citato da Von Der Leyen e i tanti ricordi della loro avventura</title>
		<link>https://www.italianidifrontiera.com/2025/10/03/augusto-e-marco-il-successo-miliardario-di-kong-citato-da-von-der-leyen-e-i-tanti-ricordi-della-loro-avventura/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 03 Oct 2025 14:05:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[Che sorpresa, scoprire oggi quasi in diretta dall&#8217;Italian Tech Week organizzata a Torino da Repubblica, che Ursula Von Der Leyen, presidente dell&#8217;Unione Europea, iniziando il suo discorso (in questo link il video, da 3&#8217;07&#8220;) ha citato il successo a Silicon Valley di Kong, ex Mashape, fondata da Augusto &#8220;Aghi&#8221; Marietti e Marco Palladino, divenuta un unicorno, con valore che di recente ha superato i due miliardi di dollari, per elogiare il talento italiano e contemporaneamente denunciare la difficoltà di reperire finanziamenti adeguati in Europa, anche se molto, ha detto, è cambiato da quando i due decisero di lasciare l&#8217;Italia. Emozione e un pizzico d&#8217;orgoglio, visto che Italiani di Frontiera aveva incrociato Augusto e Marco  giovanissimi, prima della partenza per gli USA ormai quindici anni fa. E rivederli oggi ragazzini in quel video &#8220;d&#8217;epoca&#8221;,  immagini sgranate, musichetta di sottofondo, fa impressione,  per la determinazione, la chiarezza di visione di due ventenni italiani che in un paio d&#8217;anni, lanciando la loro startup in un garage secondo tradizione, avevano già capito che solo oltreoceano, dove il loro progetto aveva già ottenuto preziosi consensi, avrebbero trovato  le risorse per tentare la scalata al successo. Meno di due anni dopo, Augusto era stato fra gli speaker del primo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour (2011), realizzato con Assolombarda. I partecipanti erano rimasti profondamente colpiti dalla sua carica. Nel video con Augusto, girato subito dopo l&#8217;incontro al consolato italiano di San Francisco,  Anna Tripoli, una delle partecipanti al primo Tour, divenuta anni dopo presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Brescia, si era detta sorpresa nello scoprire come a Silicon Valley si investisse sulle persone e non su un&#8217;idea, sulle capacità e potenzialità di chi si ha davanti e non su un progetto o un business plan. Nella foga dell&#8217;entusiasmo, &#8220;Aghi&#8221; si era lasciato scappare in quell&#8217;occasione l&#8217;annuncio di un importante investimento appena ottenuto&#8230; salvo telefonarmi poche ore dopo preoccupatissimo, chiedendo di non fare anticipazioni, visto che l&#8217;operazione non era stata ancora ufficializzata. Proprio in quel 2011 io avevo lasciato la redazione Reuters per intraprendere a tempo pieno l&#8217;avventura di Italiani di Frontiera. Per qualche mese avevo pure tenuto un blog per Forbes, E in Rete si trova ancora il video in inglese in cui Augusto aveva dimostrato tutte le proprie doti di grande comunicatore. Due giorni dopo quella registrazione, Mashape aveva ufficializzato l&#8217;investimento: un milione e mezzo di dollari ottenuto da un gruppo di investitori tra i quali Jeff Bezos and Eric Schmidt (con Innovation Endeavors), Erik Rannala (Admob, Heroku, 99design), Russell Siegelman (KPCB and Microsoft) e Rick Webb (TheBarbarianGroup). In quell&#8217;occasione, Augusto aveva anche dedicato una riflessione bellissima al mio progetto. &#8220;Italiani di Frontiera credo che sia uno stato d&#8217;animo, è una concezione e forse sta cercando di portare quel che si è perso degli italiani nel mondo&#8230; l&#8217;Italia era un popolo fatto di navigatori, esploratori, poeti, imprenditori, visionari e forse si è perso negli anni questo collante. Credo che Italiani di Frontiera voglia andare ai confini del mondo per ritrovare queste storie perse e rimetterle tutte insieme, per far vedere che forse c&#8217;è una parte di italiani che vuole e ha la forza  di aiutare il mondo ad essere un posto migliore. Credo che questa sia un&#8217;iniziativa unica, a lungo termine, che porterà benefici nell&#8217;intera società italiana sparsa nel mondo. E forse riuscirà a riscoprire quella voglia, quel coraggio di rischiare che si è perso recentemente in noi italiani&#8230; sono Augusto fondatore di Mashape. Ho 23 anni e sono un italiano di frontiera emigrato a San Francisco&#8221; Con &#8220;Aghi e Marco ci siamo poi incontrati in occasione di diversi Tour, nel 2015 avevo portato loro una copia del mio libro appena uscito, in cui erano tra i protagonisti. Decine di partecipanti ai nostri Tour incontrandoli sono rimasti negli anni  incantati dalla loro carica, dalla loro visione, dalla loro determinazione. E dalla descrizione della fatica, dei rischi e dei micidiali sacrifici che impone la vita da startupper che avevano scelto. Qui sotto, una galleria di immagini delle nostre visite con l&#8217;Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour in quella che si chiamava ancora Mashape. Due immagini su tutte mi sono rimaste nella memoria, di quegli incontri. L&#8217;aver trovato su una scrivania della loro sede un ritratto di Amadeo Peter Giannini, visionario finanziere filantropo la cui storia avevano scoperto proprio grazie ai miei racconti. E che l&#8217;avessero scelto come ispiratore per un percorso di straordinario successo l&#8217;avevo ricordato pure nel podcast dedicato a Giannini.  Seconda immagine, l&#8217;ultima volta che ho visto Augusto. Senza riuscire a parlargli, nemmeno a salutarlo: era addormentato,  stremato dalla fatica, su un&#8217;amaca nella loro sede. E io non avevo voluto svegliarlo. Proud of you, &#8220;Aghi&#8221; e Marco. Sarebbe ora di rivedersi&#8230;]]></description>
		
		
		
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		<title>Abbiamo sempre fatto così&#8230;&#8221;E Venezia perse il mare&#8221;. Venti anni fa l&#8217;articolo di Gianni Toniolo che ha ispirato Italiani di Frontiera</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Aug 2025 17:00:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Venti anni fa nell&#8217;inserto domenicale del Sole 24 Ore compariva un bellissimo articolo di Gianni Toniolo (1942-2022), tra i massimi storici italiani dell’economia.  Uno splendido, drammatico excursus su come la lunga decadenza economica e politica di Venezia fu frutto di un handicap culturale, propiziato proprio dalla sua ricchezza e dai successi passati, che consentirono di frenare e umiliare gli innovatori con leggi ispirate da vecchie consuetudini. In quel 2005 io preparavo un viaggio di famiglia con amici veneti sulla West Coast, ignaro del fatto che la California avrebbe cambiato tre anni dopo la mia vita, in quei sei mesi trascorsi a Palo Alto che videro nascere Italiani di Frontiera. Quell&#8217;articolo  mi impressionò profondamente, prima di scoprire che il suo illustre autore aveva come cruccio personale proprio quello di valorizzare il talento, in un Paese che non sa offrire opportunità adeguate ai propri giovani, spingendo molti dei migliori a costruire all&#8217;estero il proprio futuro. Nel suo articolo, Toniolo svelava come fossero stati prima di tutto aspetti culturali le cause che spinsero una grande potenza a non sapersi adeguare ai cambiamenti, sedersi sugli allori e imboccare la strada della decadenza.  &#8220;Abbiamo sempre fatto così&#8221; non è un modo di pensare che scontiamo solo oggi. Un motivo in più per ripubblicare a vent&#8217;anni di distanza con Italiani di Frontiera uno dei testi che più hanno ispirato questo progetto, dedicato a valorizzare il talento e denunciare stereotipi e cattivi abitudini che penalizzano gli innovatori, mortificando prima di tutto le aspirazioni dei più giovani. E VENEZIA PERSE IL MARE di Gianni Toniolo (Il Sole 24 ore, Domenica 5 giugno 2005) In una giornata di bonaccia dell&#8217;estate 1455 il convoglio veneziano diretto alle Fiandre stava all&#8217;ancora presso Lisbona, caricando acqua e derrate fresche nell&#8217;attesa del vento favorevole per riprendere il viaggio. Alvise da Mosto, nobile mercante poco più che ventenne, ingannava il tempo con chiacchiere e giochi quando vide salire a bordo alcuni mercanti e cortigiani portoghesi che si misero a discorrere con un gruppo di veneziani. Avvicinatosi, Alvise li sentì favoleggiare di terre lontane e sconosciute che offrivano possibilità di guadagni quasi illimitati ai coraggiosi capaci di raggiungerle. Al giovane da Mosto bastarono quelle vaghe informazioni per liquidare la propria mercanzia, comprarne di più adatta e partire per il sud, lungo la costa africana.    Risalendo il fiume Senegal trovò le opportunità di guadagno che aveva sperato. I capi locali erano disposti a dare fino a 14 uomini in cambio di un cavallo. Gli schiavi neri si rivendevano poi a caro prezzo in Portogallo e nel resto d&#8217;Europa. L&#8217;anno seguente da Mosto si spinse nel Gambia e scoprì, pare per caso, le isole del Capo Verde. Acuto osservatore e buon cartografo, combinando la ricerca dell&#8217;avventura con quella del profitto, Alvise fu il primo autore di una generale descrizione dell&#8217; Africa. Tornò in patria come un uomo ricco, per servire la Serenissima nel Senato e nella guerra contro i turchi. Quasi tre secoli dopo, nel 1739, Nicolò Tron, già ambasciatore di Venezia alla corte di San Giacomo, volle importare dall&#8217;Inghilterra la navetta volante di Kay, la pionieristica innovazione, brevettata nel 1733, che diede avvio alla meccanizzazione della tessitura. Nicolò era uno dei pochi nobili veneziani tuttora dediti all&#8217;industria e al commercio. L&#8217;amore per il rischio era, per l&#8217;aristocrazia, un vago ricordo: le vecchie famiglie investivano nella terra e prestavano denaro allo stato il cui debito era cresciuto a dismisura. Nota come una delle capitali più allegre d&#8217;Europa, Venezia &#8211; tappa obbligata del Gran Tour &#8211; era forse il principale centro teatrale e operistico del continente: vi si contavano ben diciassette teatri, per una popolazione di 140mila abitanti. «I carnevali in cui uomini e donne andavano mascherati e indulgevano alle libertà rese possibili dalla finzione creavano uno spirito che durava tutto l&#8217;anno, un&#8217; aria di festa di cui era intrisa tutta la vita della città» (F.Lane, Storia di Venezia, Einaudi, 1978). Un&#8217;aria di festa che lasciava poco spazio alle attività industriali, anche innovative, come quella di Nicolò Tron. Questi comprese che la propria fabbrica non avrebbe potuto prosperare a Venezia: la impiantò, dunque, nel vicentino, presso Schio, in una valle pedemontana ricca di acqua e di manodopera a buon mercato, lontana dalle soffocanti corporazioni e dal controllo occhiuto del governo. La sua non fu una scelta isolata. Gli uomini nuovi dell&#8217;industria, di estrazione sociale modesta, quasi tutti nati e cresciuti nella terraferma, spesso al di fuori dai domini della Serenissima, crearono telerie in Friuli, setifici idraulici tra Padova e Bergamo, opifici meccanici a Brescia, nei luoghi, insomma, ove era più conveniente “delocalizzare&#8221;, fuggendo dalla città i cui costi erano divenuti proibitivi. Le nuove manifatture di terraferma sfornavano prodotti di qualità dozzinale, destinati al consumo popolare: la Francia aveva sostituito Venezia come centro europeo delle produzioni di lusso per l&#8217;aristocrazia e l&#8217;alta borghesia. Faceva eccezione la produzione vetraria di Murano, figlia non abbandonata di una tradizione tecnica e artistica gelosamente custodita, curata e sostenuta. Verso la metà del Quattrocento, grazie all&#8217;immaginazione, alla vitalità, allo spirito di avventura di mercanti come Alvise da Mosto, Venezia era la regina dei traffici mediterranei. Al bacino di San Marco convergevano e da lì ripartivano spezie, sete, broccati, lane, argento, schiavi. L&#8217;arte delle costruzioni navali, che nei due secoli precedenti aveva saputo creare un felice connubio tra la tradizione nordica e mediterranea, trovava la sua massima espressione nell&#8217;Arsenale di Venezia. All&#8217;inizio del Cinquecento, Vasco da Gama inaugurò una nuova era, spostando il baricentro del commercio mondiale dal Mediterraneo agli oceani Atlantico e Indiano. Venezia fu lenta a reagire. Le fece difetto la capacità culturale e politica di fare quanto necessario per adattarsi all&#8217; evoluzione dell&#8217;arte della navigazione e della guerra sul mare. Quando i galeoni del nord cominciarono a infastidire il loro commercio, i veneziani tennero lunghe discussioni su come rispondere alla sfida. I conservatori che sostenevano l&#8217;impiego della tradizionale &#8220;nave lunga&#8221; (la galera) ebbero la meglio. Fu a seguito di questa decisione che, Fyndes Moryson, contemporaneo di Shakespeare, poteva osservare come le navi inglesi, uscite da Venezia insieme a navi veneziane, fossero andate]]></description>
		
		
		
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