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	<title>Jujol cultura e spettacolo</title>
	
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		<title>Con Tullio Avoledo dalla Nebbia in Regione fino a toccare la Luna – Lo stato dell’unione – intervista a Tullio Avoledo – Sironi editore</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 10:24:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con Tullio Avoledo
dalla Nebbia in Regione fino a toccare la Luna
Lo stato dell&#8217;unione
di Giuseppe Iannozzi
Impossibile non riconoscere a Tullio Avoledo una fantasia ai confini della realtà, una realistica fantasia che ottimamente si sposa con gli accadimenti del nostro tempo storico. Tullio Avoledo con “L’elenco telefonico di Atlantide” si è subito imposto all’attenzione di molti critici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>Con Tullio Avoledo</strong></h1>
<h1><em>dalla Nebbia in Regione fino a toccare la Luna</em></h1>
<h1><strong>Lo stato dell&#8217;unione</strong></h1>
<p>di <strong>Giuseppe Iannozzi</strong></p>
<p><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/07/lostatodellunione.jpg" alt="Tullio Avoledo - Lo stato dell'unione" align="left" />Impossibile non riconoscere a <strong>Tullio Avoledo</strong> una fantasia ai confini della realtà, una realistica fantasia che ottimamente si sposa con gli accadimenti del nostro tempo storico. <strong>Tullio Avoledo</strong> con “L’elenco telefonico di Atlantide” si è subito imposto all’attenzione di molti critici e lettori, ottenendo, meritamente, un forte consenso. E’ stata poi la volta de “Il mare di Bering”: e nuovamente, Avoledo ha fatto centro, confermando appieno il meritato consenso che ottenne con il suo primo romanzo.<br />
Oggi, <strong>Tullio Avoledo</strong> torna con un nuovo lavoro,<strong> “Lo stato dell’unione”</strong>. Impossibile dare un’etichetta alla scrittura superlativa di Avoledo: i suoi romanzi sfuggono, non sono ‘etichettabili’ perché sempre profondamente originali. E’ fiction? narrativa, letteratura o super-fiction? Avoledo scrive a trecentosessanta gradi: nelle trame dei suoi romanzi confluisce tutto un “universo culturale”. L’autore spazia dalla citazione poetica presa a prestito da Emily Dickinson per arrivare fino a Michel Houellebecq, disegnando perfettamente la “mappa” e la “cognizione del dolore”. Ma Tullio Avoledo mette anche in evidenza tutto il marcio che fu di “Tricky Dick” Nixon attraverso un costrutto narrativo vertiginoso un po’ à la P.K. Dick, un po’ à la Chuck Palahniuk, con una sana dose di ironia lisergica<em> à la </em>Jonathan Lethem.</p>
<p>Ci troviamo in un’Italia costruita su “universi che cadono a pezzi” e la vita di Alberto Mendini, protagonista principale de “Lo stato dell’Unione”, è letteralmente a pezzi, e non solo metaforicamente. Alberto Mendini è già sulla cinquantina, un pubblicitario che ha non pochi casini alle spalle e la cui carriera sembra essere destinata a sfracellarsi nel nulla così come la sua vita coniugale. Invecchiato e ingrassato, ormai avviato ad un’inesorabile calvizie, a stento riesce a trascinarsi avanti nel fiume dell’esistenza: la moglie, ancora giovane, giorno dopo giorno, gli rammenta che è ormai un uomo prossimo al collasso. Non meno problematico è il rapporto con i figli: Alberto non riesce ad instaurare con loro un dialogo sincero, nonostante s’impegni parecchio per riuscire a tenersi stretto l’amore dei due bambini. Ma un giorno, quando sembra davvero che il suo destino sia già stato tutto scritto, alla sua porta bussa l’Assessore alla Cultura della Regione: riceve una proposta, un lavoro, metter su una campagna pubblicitaria in favore dell’“Anno dell’Identità Celtica”.<br />
<span id="more-7119"></span><br />
Mendini non sa &#8211; e non può &#8211; rifiutare: seppur non poco perplesso, alla fine si costringe a stringere la mano all’Assessore e ad accettare l’incarico. Entrare è stato facile, fin troppo, e una volta dentro, Alberto Mendini scopre che l’“Anno dell’Identità Celtica” è una truffa. In realtà, nel progetto s’annida il serpente del razzismo, un’organizzazione separatista il cui scopo precipuo è quello di ottenere la creazione d’un nuovo Stato, uno Stato “indipendente”, profondamente razzista, fondato sulla “presunzione d’un’inventata identità celtica”. Nonostante Alberto si opponga al progetto &#8211; in maniera piuttosto blanda -, subito ha inizio una serie di morti sospette: ad essere toccati sono quanti stanno lavorando intorno all’Identità Celtica. A poco a poco, Mendini viene a sapere che l’Assessore intrattiene stretti rapporti con il Governatore del Mittelmark, una sorta di redivivo Adolf Hitler. Fa la conoscenza di questo Hitler, anche se sarebbe più giusto dire che Mendini si “scontra”, vis à vis, con questo Hitler. A complicare ulteriormente la già intricata faccenda: Alberto Mendini è vittima d’una sbandata per una delle collaboratrici che insieme a lui lavora al progetto. La fresca ingenuità della collaboratrice lo colpisce dritto al cuore. Ma sarà vera l’ingenuità che questa collaboratrice mostra di sé? O piuttosto Mendini è caduto dentro la trappola d’una femme fatale? Mendini ha tanti dubbi e non gli riesce proprio di venirne a capo: indarno cerca di tirarsi fuori dal progetto di cui dovrebbe coordinare le strategie pubblicitarie affinché l’“Anno dell’Identità Celtica” vada in porto. Mendini può contare solamente su Neil, un vecchio amico americano che negli anni Settanta s’è trasferito in Italia. Mendini l’aveva conosciuto, quasi per caso, qualche anno addietro, in una notte che s’era perso girando in macchina, imboccando una strada sbagliata mentre cercava di recarsi con la moglie ad una festa: chiedendogli alcune informazioni, Neil e Mendini fanno amicizia, l’unica amicizia che Mendini manterrà viva fino alla fine. Ma anche Neil ha un segreto: grazie ad un marchingegno riesce a parlare coi morti e a sapere così il futuro. Ma Neil è anche un ex astronauta che sa dello sbarco sulla Luna, quello del 21 luglio 1969. E’ tutta una Nebbia profonda, impossibile da allontanare, per Alberto Mendini: non può contare su nessuno tranne che su sé stesso e sul quel poco che può &#8211; che vuole &#8211; scucire a Neil, perché Alberto si rifiuta recisamente di venire a conoscenza del suo destino in anticipo, tramite la bocca dei morti, tramite l’intercessione di Neil. Ma ne <strong>“Lo stato dell’unione”</strong> c’è molto altro ancora, e io non ve lo posso proprio dire. Dovrete scoprirlo da soli quale sarà il futuro di Alberto Mendini, della sua famiglia, e sempre da soli dovrete scoprire quale futuro è stato diagnosticato per l’Italia.<br />
Con<strong> “Lo stato dell’unione”</strong>,<strong> Tullio Avoledo</strong> consegna nelle nostre mani un romanzo completo e perfetto: l’autore ci racconta tutte quelle cose che non si potrebbero dire intorno al 2005, sempre con profonda maturità artistica, sociale e politica. Non siamo di fronte a della semplice e banale fantapolitica, siamo invece “dentro” un futuro che è già il nostro presente, quello che mirabilmente Tullio Avoledo ha fotografato con icastica realistica fantasia ne “gli universi che cadono a pezzi”, nella “mappa” e nella “cognizione del dolore”.</p>
<p><em>Lo stato dell’unione &#8211; Tullio Avoledo &#8211; Sironi Editore -  EAN: 9788851800680 &#8211; Pagine: 443 &#8211; € 11,90</em></p>
<h1><strong>Intervista a Tullio Avoledo</strong></h1>
<p>a cura di <strong>Giuseppe Iannozzi</strong></p>
<p><strong>1. Una domanda banale ma utile a chi ancora non dovesse conoscerti: chi è Tullio Avoledo? Come ti descriveresti?</strong></p>
<p>Sono nato nel 1957. Fatto importante. Se non fossi nato quell’anno non sarei un quarantasettenne. Sono alto un metro e ottanta. Discretamente sovrappeso, da quando ho smesso di fumare (1995, quasi dieci anni&#8230;) e soprattutto da quando ho abbandonato anche l’ultima finzione di attività sportiva (sci da fondo). Mentalmente mi do trent’anni, trentuno al massimo. Mia moglie molti di meno.<br />
Capelli neri (quelli non ingrigiti), occhi marrone con qualche sprazzo di verde. Eredità del mio ramo materno tedesco è un taglio un po’ asiatico dei suddetti occhi, più evidente in mio figlio Francesco. Qualche interazione con un guerriero mongolo (chissà fino a che punto volontaria) da parte di una mia antenata, probabilmente. E probabilmente da lì mi viene qualche occasionale raptus di follia omicida, fortunatamente mai messo in atto.<br />
Considerato che avrei voluto fare il DAMS è già tanto se mi sono laureato in legge, mettendoci un sacco di tempo e cambiando tre università. Nell’ordine, per la cronaca: Padova, Trieste, Urbino. E’ stato scrivendo le motivazioni che dovevano giustificare il cambio di ateneo che mi sono scoperto scrittore&#8230;<br />
Faccio il legale per una banca. So che di questi tempi non è più la stessa cosa, ma ritengo comunque di fare un lavoro onesto in modo onesto. Ho sposato una friulana nata a Parigi, e abbiamo due bambini simpatici, belli e intelligenti. La piccola è persino bionda. La chiamo Rosa Luxemburg, per il suo carattere e per la sua tendenza ai sit in di protesta. Viviamo accampati in pochi metri quadrati, in attesa che il mercato immobiliare crolli.<br />
Leggo molto. Soprattutto poesie e saggi. Scrivo poco (lo so che non tutti sono d’accordo su questo, ma la mia percezione soggettiva è questa: scrivo poco).<br />
Passioni: musica classica, giochi al PC (con una predilezione per i gestionali strategici). Segno zodiacale: Gemelli, ascendente Gemelli.<br />
Sono personalmente convinto che la nostra società debba tornare sui propri passi e recuperare quantomeno i principi ideali della Rivoluzione Francese. Liberté, Egalité, Fraternité, insomma. Basterebbe.</p>
<p><strong>2. Dopo “L’elenco telefonico di Atlantide” e il “Mare di Bering”, il tuo terzo romanzo è “Lo stato dell’unione”: come è nata l’idea per questa nuova storia?</strong></p>
<p>E’ nata a tavola, a Lignano, e posso dirti anche il giorno: il 25 luglio del 2002. C’eravamo io, Giulio Mozzi e Alberto Garlini. Ero andato a trovarli dopo un corso di scrittura che tenevano lì. Giulio mi aveva appena “scoperto” per la Sironi. Alberto era la prima volta che lo vedevo. Fra le cose di cui parlammo c’erano i soldi che la mia Regione buttava via per sponsorizzare la riscoperta delle radici celtiche. Di Giulio avevo appena letto un racconto apparso su un’antologia locale (locale di Lignano, intendo) dove parlava di alcune villette immaginarie, fra cui una abitata da un astronauta della NASA in pensione. I due stimoli si sono fusi insieme, come Jeff Goldblum e la Mosca nel film di Cronenberg. Poteva andarmi peggio. Quando ho scritto il romanzo ero molto incazzato, ma non particolarmente con i Celti, che non mi hanno mai fatto niente. Era una cosa più in generale. Sono ancora incazzato, per la cronaca.</p>
<p><strong>3. In che cosa differisce “Lo stato dell’unione” dai tuoi precedenti lavori? Quanto ti ha impegnato? Quali i debiti e i crediti, se ce ne sono?</strong></p>
<p>E’ un romanzo più “tirato” rispetto ai primi due. L’ho scritto di getto, praticamente in sei mesi. Poi l’ho rifinito e basta. Se dovessi definirlo con un aggettivo direi che è un romanzo necessario. Si è scritto praticamente da sé, e questa è una buona cosa. Sono in debito con chiunque abbia avuto fiducia in un’opera francamente bizzarra e fuori dai canoni classici del giallo, della fantascienza, o di qualsiasi narrativa di genere. Debiti e crediti? Mah&#8230; Sono in debito con tutti i miei lettori che mi hanno accordato fiducia sulla parola, e che spero di non deludere mai. Ma sono forse ancora più grato ai lettori che avendo comprato per sbaglio il libro ritenendolo un giallo o un romanzo di fantascienza sono arrivati comunque fino in fondo. In credito&#8230; Ma sì: mi sento in credito verso la classifica dei libri più venduti&#8230;</p>
<p><strong>4. “Lo stato dell’unione” è un romanzo, a mio giudizio, che accoglie molti spunti socio-fantapolitici che furono di autori quali P.K. Dick, ma anche un energico humour à la Jonathan Lethem, oltre a una marcata passione per Eva Cassidy e per la poesia di Emily Dickinson. Quali gli autori che ti hanno maggiormente influenzato per scrivere questo romanzo? E quali invece gli spunti sociali e/o politici in riferimento all’attuale tempo storico?</strong></p>
<p>C’è anche qualcosa di Michel Houellebecq. E di Tony Harrison e Philip Larkin, due poeti inglesi che amo. C’è anche un po’ di Gadda e della sua “cognizione del dolore”, se vogliamo. Ma l’autore che mi ha ispirato di più è decisamente Chuck Palahniuk, e la sua potente mistura di normale e bizzarro, di linguaggi diversi metabolizzati all’interno di strutture narrative potenti ma imperfette&#8230; E’ la dissimetria che causa il fenomeno, diceva Cartesio&#8230;<br />
Il dodici settembre del 2001 cenai ad Aviano con Mauro Covacich e sua moglie. Parlammo di quello che era successo il giorno prima a New York, ma anche di letteratura. La moglie di Mauro mi parlò di “Invisible Monters”. Io non conoscevo l’autore. Il giorno dopo ordinai tutti i suoi libri disponibili su Amazon. Così Palahniuk nella mia memoria è legato in modo inestricabile al Crollo delle Torri. Ma anche due fumettisti, Garry Trudeau di “Doonesbury” e il Gerard Lauzier de “La corsa del topo” (soprattutto quest’ultimo) fanno parte del genoma del libro, che è essenzialmente un romanzo in tempore belli. Descrive un angolo apparentemente pacifico di un impero in guerra.</p>
<p><strong>5. Alberto Mendini è il protagonista principale della tua ultimo lavoro: chi è questo pubblicitario semifallito che cerca, indarno, di riemergere da sé stesso?</strong></p>
<p>E’ un eroe del nostro tempo. Imperfetto, incompleto. Consapevole ma al tempo stesso incapace di essere all’altezza della sua coscienza. Uno che legge “L’Espresso” e crede di essere di sinistra&#8230; E’ anche un tecnico. I tecnici veri (non i manager!) adorano le sfide, e portano a termine anche le imprese più nefande pur di dimostrare di esserne capaci.<br />
Mendini è un ingranaggio di un progetto criminale. E’ al tempo stesso anche un uomo buono, e a taluni persino simpatico. Esprime il mio disagio di uomo e di professionista.</p>
<p><strong>6. E’ possibile leggere ne “Lo stato dell’unione” una provocazione &#8211; o un atto di resistenza &#8211; contro alcune mosse politiche che oggi si stanno consumando davanti ai nostri occhi?</strong></p>
<p>Quando guardo le vetrine delle librerie, nella sezione storica vedo un sacco di libri che rievocano questo o quell’aspetto del regime fascista. Accendo la TV e spesso mi imbatto in vecchi cinegiornali Luce o documentari di Leni Riefenstahl. Il sindaco di T. usa in diretta la celeberrima frase “mancò la fortuna, non il valore, come disse qualcuno”. Non sa nemmeno da dove arriva la citazione&#8230; Il giorno dopo lo stesso sindaco riceve una delegazione di “esuli dai Sudeti”. Esuli dai Sudeti, cazzo&#8230; A volte mi sembra di vivere in un mondo parallelo, in cui i nazisti non sono ancora al potere ma ci stanno provando. E il bello è che nessuno se ne accorge. Di qui il mio libro.</p>
<p><strong>7. Tanti i personaggi che si muovono tra i sogni e gli incubi interrotti &#8211; ma in continua evoluzione &#8211; dell’intricata trama de “Lo stato dell’unione”: Neil Cassidy, Hans Albert Mayer, l’Assessore alla Cultura della Regione, e altri ancora. A chi, o a che cosa, ti sei ispirato per renderli così reali, icastici?</strong></p>
<p>Alle persone che conosco, essenzialmente. Tranne che Rabo Mishkin. Quello è spuntato dal nulla. Su di lui non ho nessun controllo. Rabo, come il personaggio di un film di Woody Allen, è uscito dallo schermo su cui si proiettava la versione cinematografica di “Porci con le ali”. E’ Lou Castel che interpreta il professore sporcaccione, quello che se non ricordo male si scopa sia Rocco che Antonia. Aggiungi un po’ di pelo a Lou Castel e hai Rabo. E’ entrato nel primo libro e non è più voluto uscire. Aurelia Copetti è un mix secondo me felice di diverse belle ragazze che ho conosciuto (non in senso biblico, purtroppo). Alberto c’est moi, anche se fisicamente non mi somiglia. I bambini sono i miei, la moglie no. Insomma, è una cosa un po’ complicata da spiegare. Rubo un po’ qui e un po’ là. L’altro giorno una signora mi ha detto “Guardi, qui è come il Circolo Barlum”, e una frase così è inevitabile che prima o poi finisca in un mio libro. Magari messa in bocca a un maschio&#8230; Se uno scrittore va in giro con le orecchie ben dritte, le idee, le frasi, i personaggi stessi vengono da soli&#8230;</p>
<p><strong>8. Neil Cassidy nasconde dentro alla sua anima un segreto che riguarda lo sbarco sulla Luna del 21 luglio 1969: perché riproporre l’idea che lo sbarco sulla Luna fu, forse, tutto un bluff?</strong></p>
<p>E perché no? Il presidente USA all’epoca era “Tricky Dick” Nixon. Uno per cui gli avversari avevano coniato il felice slogan “comprereste un’auto usata da quest’uomo?”. No, un’auto no, ma lo sbarco sulla Luna sì&#8230;<br />
In realtà mi andava di parlare di Nixon e del 1969 per parlare di Bush e del 2005. Della caccia alle introvabili armi di distruzione di massa. Delle grotte di Tora Bora. Dei morti sotto il fuoco amico. Non ne parlo esplicitamente, ma sono tutte cose presenti sotto la trama delle parole del mio libro.</p>
<p><strong>9. Neil è anche uno che sente le voci dei morti che gli raccontano il futuro, o il passato: quale legame lega Neil ad Alberto Mendini?</strong></p>
<p>Una giornalista mi ha fatto presente che il rapporto fra Neil e Alberto è l’unico rapporto d’amore del libro. Non sono del tutto d’accordo, ma la frase mi ha fatto riflettere. Neil e Alberto sono amici. Una cosa rara, di questi tempi. Più preziosa dell’oro. Poi Neil è anche incuriosito da questo morto che vive, da questo amico che parla dal futuro, che è già oltre. Lo guarda e pensa che è già morto, e che è tornato dalla morte&#8230; Dev’essere strano. Chi non vorrebbe avere un amico così? E poi, a differenza di Lazzaro, non puzza&#8230;</p>
<p><strong>10. Il forse finto sbarco sulla Luna e l’idea di una Identità Celtica: c’è un legame, un’allegoria fra le due cose? E se sì, in che modo e perché?</strong></p>
<p>L’idea che avevo, e che ho, è che se spendi abbastanza quattrini e ti impegni un po’ puoi convincere la gente di qualsiasi cosa. Tanto la gente non ha più memoria. O conoscenze storiche. Aldous Huxley e George Orwell l’hanno intravisto da tempo, il potenziale sfruttamento dell’ignoranza delle masse da parte di una dittatura. Non occorre convincere tutti, e subito. Basta convincere abbastanza gente e zittire gli altri. E poi ci vuole un po’ di tempo, ma non certo decine d’anni. Credo siamo rimasti in pochi a incazzarsi se un telegiornale dice una bestialità storica. E col tempo la disinformazione si sedimenta e crea una nuova “storia”. Ad esempio è normale che tutti attribuiscano a Goebbels la frase “quando sento la parola cultura metto mano alla pistola”. In realtà la frase venne pronunciata da un altro funzionario nazista, Hans Joost, e parlava di una Browning. Ecco, un’informazione così sembra una cazzata. Ma io tengo alla precisione anche nei dettagli. Altrimenti poi uno finisce per sentire parlare dei “profughi dei Sudeti” e si beve la frase senza riflettere su cosa abbiano rappresentato i Sudeti nella storia, e senza capire chi sono veramente questi “profughi”&#8230; Non bisogna transigere su niente. Su niente. Pesare tutto, verificare tutto. Di qui il mio odio per Dan Brown. E per la famiglia Bush.</p>
<p><strong>11. E’ in corso, già da un po’ di tempo, un infuocato dibattito intorno al romanzo popolare e alla letteratura. La tua opinione in merito è…</strong></p>
<p>Non ho opinioni in merito. Non sapevo nemmeno ci fosse una polemica del genere. Che non m’interessa e sulla quale non ho niente da dire. Una volta un settimanale mi ha chiesto cosa ne pensavo del divorzio fra Michelle Hunzicker e Eros Ramazzotti. Mi brucia ancora, aver risposto. E’ stata l’ultima volta che rispondo su una cosa che non conosco.</p>
<p><strong>12. A chi consiglieresti di leggere “Lo stato dell’unione”? Ma soprattutto come andrebbe letto, in quale chiave? Ovviamente se ce n’è una valida più di un’altra.</strong></p>
<p>Non consiglio il mio libro a nessuno che non sia disposto a lasciarsi stupire. Il libro va letto abbandonandosi alla storia senza cercare una logica, come quando si fa una passeggiata senza cartine o guide in una città in cui non si è mai stati prima, e quindi non si ha assolutamente idea di cosa ci sia dietro l’angolo, o se quello che vedi è importante o no&#8230;</p>
<p><strong>13. Quali i tuoi progetti narrativi per il futuro?</strong></p>
<p>A novembre uscirà per Einaudi un romanzo completamente diverso, una storia seria su un pubblico ministero in un processo per crimini internazionali di guerra. E’ un sostituto pubblico ministero, in realtà, perché gli hanno fatto fuori il capo. E’ un uomo che deve affrontare diversi fantasmi: in primo luogo quello della sua inadeguatezza al compito che gli è stato assegnato. E poi quello del fatto di essere americano, e quindi cittadino di un paese che a sua volta ha commesso delitti in guerra. E’ un bel personaggio, una bella storia. Io penso a questo romanzo col titolo “Lezione sull’ombra”, ma penso che il titolo definitivo sarà diverso. Sto lavorando a questo nuovo libro da quasi due anni. Nei libri successivi, se mai troverò il tempo di scriverli, tornerò al Nordest. E rimetterò in corsa la Cecilia Mazzi de “L’elenco telefonico di Atlantide”.</p>
<p><em>Grazie Tullio Avoledo, sei stato gentilissimo e molto paziente a rispondere a tutte queste domande. A Te, tutta la mia stima ed amicizia.</em></p>
<p><em>Che ricambio di cuore.</em></p>
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		<title>Il bambino che sognava la fine del mondo di Antonio Scurati – recensione e videointervista – Bompiani</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 10:08:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il bambino che sognava la fine del mondo
di Antonio Scurati
fonte wuz.it
&#8220;Era uno stato d&#8217;animo difficile da spiegare: una sorta di tensione nostalgica verso sfuggenti ricordi della mia infanzia. Uno struggimento per momenti dimenticati della mia vita di bambino, esperienze probabilmente terribili e per questo rimosse, ma comunque ammantate da un&#8217;indicibile tenerezza.
Inizio a parlare di questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><em>Il bambino che sognava la fine del mondo</em><br />
di Antonio Scurati</h1>
<p><strong>fonte <a href="http://www.wuz.it/" target="_blank">wuz.it</a></strong></p>
<p>&#8220;Era uno stato d&#8217;animo difficile da spiegare: una sorta di tensione nostalgica verso sfuggenti ricordi della mia infanzia. Uno struggimento per momenti dimenticati della mia vita di bambino, esperienze probabilmente terribili e per questo rimosse, ma comunque ammantate da un&#8217;indicibile tenerezza.</p>
<p><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/07/ilbambinochesognavalafinedelmondo.jpg" alt="Antonio Scurati - Il bambino che sognava la fine del mondo" align="left" />Inizio a parlare di questo bel libro di Scurati con la citazione di una recente recensione di Walter Siti (ottimo scrittore lui stesso) apparsa su <em>La Stampa</em> il 18 marzo scorso:<br />
<em>Con abilità di pasticheur, Scurati combina varie storie realmente accadute, dal tragico teatro di Rignano Flaminio agli shoccanti episodi che hanno sconvolto il Belgio; Bergamo diventa l’emblema del Male che sovrasta la tranquilla provincia italiana. Scurati usa materiali extra-letterari: statistiche, articoli di giornale (in parte veri in parte ritoccati), cita pezze d’appoggio con nomi e cognomi, da Massimo Gramellini a Enrico Mentana. Eppure il lettore un po’ avvertito lo sa, che nulla è successo a Bergamo: sia perché non ricorda nessuna grancassa mediatica, sia proprio perché legge in filigrana altri episodi, delitti accaduti altrove. Sono quasi sicuro che Antonio Scurati, con questo romanzo ci ha dato il suo libro migliore.</em></p>
<p>Concordo con Siti: anche per me <strong>questo è forse il libro migliore di Scurati</strong> anche se <a href="http://www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/373/8845233855.htm" target="_blank"><em>Il sopravvissuto</em> </a>è  uno di quei romanzi che difficilmente si possono dimenticare.<br />
Recentemente è uscito un cofanetto che recensiamo in questa breve rassegna torinese e si intitola, <em><a href="http://www.wuz.it/recensione-libro/3291/governare-con-paura-deaglio-cremagnani-portanova.html" target="_blank">Governare con la paura</a></em>. Non è un caso l&#8217;accostamento in questa sede perché <strong>il primo tema che da questo romanzo emerge è quello civile perché oggi la pura è instillata nei cittadini</strong> attraverso i media. <strong>Giornali e televisioni fanno a gara nel raccontare nel modo più truce episodi orrendi</strong>, che giorno dopo giorno creano negli italiani insicurezza e panico, un senso di debolezza che produce il bisogno di affidarsi a chi si dichiara capace di porre un argine al Male.<br />
<span id="more-7115"></span><br />
<span>Il Male: <strong>che cosa si può immaginare di più disgustoso e esecrabile della violenza sui bambini?</strong> Che cosa c&#8217;è di più orribile della <strong>trasformazione in orchi di chi dovrebbe educare e proteggere i piccoli indifesi</strong>? Ed è proprio <strong>la pedofilia al centro del caso di cronaca</strong> su cui il protagonista narratore, un docente universitario saltuariamente collaboratore di un quotidiano nazionale, <em>La Stampa</em>, si trova a dover scrivere. Riluttante all&#8217;inizio si scopre invece <strong>sempre più malignamente attratto dal caso</strong> che lo fa ripiegare su di sé, fa riemergere lontani ricordi d&#8217;infanzia, paure, fantasie, angosce. E <strong>una voce segreta entra nel romanzo</strong> come immagine costante di <strong>un&#8217;infanzia turbata nel crescendo del virus della calunnia e del pettegolezzo</strong> che la scomposta cronaca giornalistica e gli &#8220;esperti&#8221; in materia fomentano.<br />
La <strong>morbosità collettiva lentamente si trasforma in spossatezza</strong>, sfinimento del protagonista che si rifiuta al gioco infame del pettegolezzo ma, come si diceva,  inesorabilmente ne è attratto. Come milioni di italiani, come ogni uomo medio, come ogni buon consumatore che <strong>acquista indifferentemente un maglione in saldo o l&#8217;orrore televisivo.<br />
</strong>Questo è il tema centrale del romanzo, ma altre pagine accennano, perfettamente congruenti con la narrazione, ad altre fotografie dell&#8217;Italia di oggi: <strong>il degrado dell&#8217;Università, la precarieta dei giovani, il sensazionalismo da talk-show&#8230; </strong></span></p>
<p>Tutto ciò rientra nella <strong>grande menzogna in cui viviamo</strong>, menzogna che sparge tutt&#8217;intorno il suo virus e che <strong>rende impossibile distinguere il Male dal Bene:</strong> l&#8217;incertezza nascosta sotto l&#8217;asserzione di verità assolute rende ancora più precario il nostro equilibrio, forse senza speranza. Eppure il libro si chiude su di una speranza di vita, un battito che può ritmare il futuro.</p>
<p><strong>Antonio Scurati &#8211; Il bambino che sognava la fine del mondo</strong> &#8211; 295 pag., € 18,00 &#8211; Edizioni Bompiani (Narratori italiani) &#8211; ISBN 978-88-452-6241-8</p>
<p><strong>Intervista a Antonio Scurati</strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="320" height="265" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/FHms21go3ww&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;color1=0x2b405b&amp;color2=0x6b8ab6" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="320" height="265" src="http://www.youtube.com/v/FHms21go3ww&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;color1=0x2b405b&amp;color2=0x6b8ab6" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Nobili si nasce, spiantati si diventa</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 09:52:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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di Stenio Solinas &#8211; Fonte: Il Giornale.it
Quando Boni de Castellane stava per morire, Chacha de St.S. si recò al capezzale per avere indietro le lettere d’amore che sua sorella Antoinette gli aveva scritto. Boni si fece portare il bauletto dove era raccolto e classificato mezzo secolo di corrispondenza amorosa e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Nobili si nasce, spiantati si diventa<strong><br />
</strong></h1>
<p>di <a href="http://www.ilgiornale.it/la_aut.pic1?ID=5349" target="_blank">Stenio Solinas</a> &#8211; Fonte: <a href="http://www.ilgiornale.it" target="_blank"><strong>Il Giornale.it</strong></a></p>
<p><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/07/dand.jpg" alt="" width="326" height="240" align="left" />Quando Boni de Castellane stava per morire, Chacha de St.S. si recò al capezzale per avere indietro le lettere d’amore che sua sorella Antoinette gli aveva scritto. Boni si fece portare il bauletto dove era raccolto e classificato mezzo secolo di corrispondenza amorosa e le consegnò il carteggio richiesto. «Vorrei anche quelle di mia sorella Pauline» disse allora Chacha. «Eccole, avete bisogno di qualcos’altro?» disse con un debole sorriso il morituro. «Visto che ci siamo, datemi anche le mie&#8230;».</p>
<p>Marie-Ernest-Paul-Boniface, conte di Castellane-Novejan, Boni per gli amici, fu la leggenda della Belle Époque. Nato nel 1867, a ventotto anni aveva sposato Anna Gould, la bruttissima figlia del re delle ferrovie americane, le aveva fatto fare tre figli e robustamente intaccato il patrimonio: l’acquisto di un castello fuori Parigi, la costruzione del Palais Rose nella capitale, sul modello del Petit Trianon di Versailles, un tre alberi da crociera, il Walhalla, una barca da regata, l’Anna, i cavalli più veloci, le carrozze più eleganti, le feste più belle, gli arredi più preziosi e, per amanti, le donne più desiderate. «Non è colpa mia se sono nato prodigo» diceva a propria giustificazione.</p>
<p>Le foto di Nadar, i quadri di Jaques-Emile Blanche e Van Dongen, i bronzi di Rembrandt Bugatti rimandavano l’immagine di un giovane biondo, i baffi dorati, l’incarnato pallido, l’eleganza estrema. Rampollo di una famiglia Ancien Régime, la nobiltà che affondava le proprie radici nella Francia prima della Rivoluzione, deputato al Parlamento, come già suo padre e suo nonno, rimase famoso un suo intervento presso l’allora presidente della Camera teso a conoscere l’indirizzo del suo calzolaio&#8230; La politica comunque gli piaceva: quella estera, i rapporti fra Stato e Chiesa.<br />
<span id="more-7112"></span></p>
<p>Il matrimonio durò una decina d’anni, poi lei chiese e ottenne il divorzio e Boni si ritrovò dalla sera alla mattina senza un soldo e con i creditori alla porta. Non contenta, Anna si fidanzò con Hélie de Talleyrand, principe di Sagan, che di Boni era cugino, altrettanto nobile quindi e altrettanto spiantato, più anziano di Anna di quindici anni&#8230; I giornali parlarono di un matrimonio ormai prossimo e Boni lo prese come un duplice affronto: alla religione, perché un cattolico non può sposare una divorziata, a lui stesso, perché a suo tempo, e sia pure con i soldi della moglie, aveva salvato Hélie dal totale tracollo economico. Si sa, «le persone vi perdonano tutto, eccetto di far loro un favore». E così, all’uscita da una funzione funebre, lo prese a bastonate sul sagrato della chiesa&#8230; Commentò in privato Marcel Proust: «Per il principe di Sagan, Gould vuol dire per lo più gold», oro. Lo scandalo fu enorme e la stampa ci sguazzò per mesi.</p>
<p>All’alba dei quarant’anni, Boni de Castellane era dunque un uomo finanziariamente rovinato e socialmente chiacchierato. L’aristocrazia di cui faceva parte non gli aveva in fondo mai perdonato l’eccesso di mondanità e di lusso, il perenne stare sotto i riflettori, il nome sui giornali, che mal si addicevano a un’etica della sobrietà, del decoro, delle tradizioni, all’ostinata difesa di privilegi ancestrali divenuti privilegi morali. Adesso potevano presentargli il conto, lo stesso conto che, per altri motivi, gli presentavano i «nuovi ricchi», quelli che del denaro avevano un sacro rispetto e per i quali il disprezzo prodigo di Boni era come un’offesa e la prova di una differenza troppo forte per poter essere accettata. Per loro il denaro era un fine e un mezzo, per lui, un semplice piacere. Dopo aver fatto una vincita milionaria al Casino di Deauville, un amico gli aveva domandato: «Tu Boni che cosa ne faresti?». «Dei debiti» era stata la risposta. L’arte di essere povero (Excelsior 1881, 290 pagine, 18,50 euro) è il divertito racconto che de Castellane scrisse a proposito di questa sua seconda vita, intanto che, «come a Versailles durante la Rivoluzione, quando si staccavano i gigli dalle cancellate di ferro battuto e dalle balaustre», l’ex moglie fa togliere le sue iniziali dal Palais Rose e «grattare i miei stemmi dall’argenteria».</p>
<p>Giornalista, antiquario, produttore di rovinose creme di bellezza, arredatore e ispiratore d’interni, Boni mette a frutto un talento educato al bello e un’educazione in grado di farlo stare a proprio agio in udienza privata in Vaticano come alla corte di Spagna o d’Inghilterra. Vive in affitto, ma trova comunque sempre il modo di riarredare l’appartamento come piace a lui, vive in albergo, ma trova sempre il modo di farne una sorta di residenza privata&#8230; Nel suo testamento, l’unico oro che lascerà ai figli è quello dei suoi denti, su cui però, avverte, «ha un’ipoteca di 4mila franchi» il suo dentista. I debiti sono talmente tanti che i figli rinunceranno alla successione.</p>
<p>Più che un dandy, de Castellane era un esteta, come Robert de Montesquiou, l’altra leggenda della Belle Époque (è ispirandosi soprattutto a loro che Proust darà vita al barone de Charlus della Recherche), come Huysmans che ne fu il teorico e il cantore. Il suo era un eccesso coordinato, il dettaglio che illuminava il ton sur ton dell’abbigliamento. Nel suo Journal d’un attaché d’ambassade Paul Morand lo coglie subito: «È il contrario di un dandy, il cui chic sarebbe impercettibile. Lo chic di Boni si vede». C’erano in lui, scrisse, «delle profondità inattese», un personaggio «costruito» in cui tuttavia albergavano «sotterrane psicologie balzacchiane».</p>
<p>Ben tradotto e ben annotato, L’arte di essere povero si avvale di un’introduzione di Massimiliano Mocchia di Coggiola un po’ tropo compiaciuta nel suo ostentato dandysmo da sfiorare qui e là il ridicolo. Non c’è niente di peggio che scimmiottare il passato non potendo riviverlo. Essere dandy oggi non è impossibile, è inutile.</p>
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		<title>Anatole France e la Rivolta degli angeli con prefazione di Roberto Saviano – Meridiano Zero</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 07:09:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ANATOLE FRANCE
LA RIVOLTA DEGLI ANGELI
A CURA DI ROBERTO SAVIANO
Collana SOTTOZERO
Euro 9,00
Pagine 320
ISBN 978-88-8237-200-2
PUBB. LUGLIO 2009
“IL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA INCHIODA
DIO ALLE SUE IRRIMEDIABILI COLPE”.
(Roberto Saviano)
“Il Dio vinto diventerà Satana, io, Satana, da vincitore diventerò Dio. Possa il destino risparmiarmi questa sorte spaventosa! Io amo l&#8217;inferno che ha formato il mio genio, amo la terra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/07/larivoltadegliangeli.jpg" alt="Anatole France, La rivolta degli angeli" align="left" /><strong>ANATOLE FRANCE<br />
LA RIVOLTA DEGLI ANGELI</strong></h3>
<p>A CURA DI <strong>ROBERTO SAVIANO</strong></p>
<p><em>Collana SOTTOZERO<br />
Euro 9,00<br />
Pagine 320<br />
ISBN 978-88-8237-200-2<br />
PUBB. LUGLIO 2009</em></p>
<p>“IL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA INCHIODA<br />
DIO ALLE SUE IRRIMEDIABILI COLPE”.<br />
<strong>(Roberto Saviano)</strong></p>
<p>“Il Dio vinto diventerà Satana, io, Satana, da vincitore diventerò Dio. Possa il destino risparmiarmi questa sorte spaventosa! Io amo l&#8217;inferno che ha formato il mio genio, amo la terra dove ho fatto un po&#8217; di bene, se è possibile farne in questo mondo terribile.”</p>
<p>Su Parigi piovono angeli. Ogni giorno qualche puro spirito, disgustato dalla monotonia della beatitudine, abbandona il cielo, s’incarna e vive come un parigino di inizio ’900 (è questa l’epoca del romanzo). Non sono messaggeri divini, ma personaggi alla Wim Wenders: hanno deciso, come i suoi angeli sopra Berlino, che è più interessante cavarsela da soli sulla terra piuttosto che durare eternamente nella contemplazione divina. Un avido banchiere, un musicista bohémien, un’anarchica affascinante: sono tutti angeli, anche se nessuno fra gli uomini lo sospetta. È una sorta di invasione degli ultracorpi, pacifica fino a quando Arcade, bellissimo angelo custode, non concepisce un folle progetto: rovesciare Dio, ripetere l’impresa tentata da Lucifero prima che il tempo avesse inizio. Sono stati i libri a perdere Arcade: ne ha divorati a migliaia nella biblioteca del suo custodito, il giovane aristocratico Maurice d’Esparvieu. Tanta scienza<br />
gli ha insegnato che il mondo non è la valle di lacrime descritta dai preti e ha suscitato in lui un’inestinguibile sete di vendetta contro il Dio uno e trino. Ma a Parigi è difficile pensare solo alla guerra: ci sono troppe belle donne disponibili ad avventure galanti; ci sono i loro innamorati da sfidare a duello; c’è la polizia da cui scappare, perché per un angelo è facile essere scambiato per un rivoluzionario…</p>
<p>In un’atmosfera molto francese di tranquilla amoralità, sotto l’impero della galanteria, France svolge una trama divertentissima, ma composta delle questioni più serie: la guerra in cielo è un trasparente riferimento al massacro del 1914; l’arrogante Dio della Bibbia è il simbolo della spietatezza di ogni potere. La rivolta degli angeli racconta, con linguaggio rapido e secco, &#8220;cose tali da far arrossire non solo un carrozziere, ciò che non è dir molto, ma persino<br />
una parigina!&#8221;.</p>
<p>La prefazione di Roberto Saviano e le illustrazioni originali di Carlègle del 1925 fanno del libro un autentico gioiello.</p>
<p><strong>ANATOLE FRANCE</strong> è tra le massime figure letterarie di tutti i tempi. Ha dominato incontrastato la letteratura<br />
francese nel primo quarto del ‘900 ed è stato premiato con il Nobel nel 1921. In France sono vissuti molti uomini: l’erudito, il gran viaggiatore, l’esteta, il socialista militante e l’anticlericale, tanto che le sue opere vennero messe all’indice dal Vaticano negli anni ’20.</p>
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		<title>Qualunque cosa succeda …una scelta esiste sempre, Umberto Ambrosoli. Vita morte eroicità dell’eroe che mise alle strette Sindona – Sironi editore</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 10:04:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualunque cosa succeda
… una scelta esiste sempre
Umberto Ambrosoli 
Vita morte eroicità dell’eroe che mise alle strette Sindona
di Iannozzi Giuseppe
“Qualunque cosa succeda”, scritto dall’amorevole mano di Umberto Ambrosoli, figlio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona, assassinato a Milano da un killer la notte tra l&#8217;11 e il 12 luglio 1979 mentre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>Qualunque cosa succeda<br />
… una scelta esiste sempre<br />
Umberto Ambrosoli </strong></h1>
<p><strong><em>Vita morte eroicità dell’eroe che mise alle strette Sindona</em></strong></p>
<p>di <strong>Iannozzi Giuseppe</strong></p>
<p><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/05/ambrosoli.jpg" alt="Umberto Ambrosoli - Qualunque cosa succeda" align="left" /><strong>“Qualunque cosa succeda”</strong>, scritto dall’amorevole mano di <strong>Umberto Ambrosoli</strong>, figlio dell’avvocato <strong>Giorgio Ambrosoli</strong>, commissario liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona, assassinato a Milano da un killer la notte tra l&#8217;11 e il 12 luglio 1979 mentre faceva ritorno a casa dopo una serata fra amici, è un libro che in un’ottica di compromissione personale riprende quel discorso di eroicità borghese romanzata da Stajano, di un uomo che operando per il “giusto” ha pagato con la propria vita.</p>
<p><strong>Umberto Ambrosoli</strong> ripercorre la breve e intensa vita dell’avvocato, del commissario liquidatore che ebbe la sola colpa – se tale la si può mai considerare – d’aver agito nell’interesse della giustizia, dello Stato italiano, mettendo a nudo gli sporchi intrallazzi finanziari di Michele Sindona. Risalgono al lontano 1971 i sospetti intorno al banchiere siciliano <strong>Michele Sindona</strong>, anche se già da prima il suo nome era fin troppo ben conosciuto in certi ambienti, tanto che già nei primissimi anni Cinquanta godeva immeritata fama di genio della finanza. Ma è negli anni Settanta che Sindona diventa un pericolo per il sistema bancario italiano e non solo. La Banca d’Italia, attraverso il Banco di Roma, cominciò a investigare intorno ai due istituti, Banca Unione e Banca Privata Finanziaria. L’allora Governatore Carli, nonostante l’evidenza che si era di fronte a una frode colossale, accorda un prestito a Michele Sindona nel vano tentativo di non far fallire i due istituti di credito da esso fondati. Il Direttore Centrale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, fu incaricato di effettuare le transazioni necessarie: ecco così che le due Banche &#8211; che fanno capo a Sindona &#8211; si fondono per dar vita alla Banca Privata Italiana di cui Fignon divenne Vice Presidente e Amministratore Delegato. Ben presto Fignon comprese d’essersi cacciato in un impiccio di proporzioni colossali, per cui decise per una immediata sospensione. La decisione a Roma non piacque affatto, tanto più che il banchiere siciliano gode purtroppo di altolocate conoscenze tra le fila della DC nonché del Vaticano. Sul finire del 1974 Fignon presentò la sua relazione circa l’effettivo stato di salute della Banca. <strong>Giorgio Ambrosoli </strong>fu dunque ordinato unico commissario liquidatore. Ambrosoli consapevolmente si gravò del compito di esaminare tutte le operazioni finanziarie legate a Michele Sindona o ad esso riconducibili. Furono anni di duro lavoro: l’avvocato arrivò a dormire poche ore a notte, due o tre, come racconta il figlio in <strong>“Qualunque cosa succeda”</strong>.<br />
<span id="more-7104"></span><br />
L’avvocato non si risparmiava: irregolarità, falsità, tutto fu messo a nudo, e di conseguenza tutto l’operato di Michele Sindona si rivelò per quel che era in realtà, una truffa colossale che al Paese era già costata fin troppi miliardi. Invano Sindona cerca di corrompere il commissario liquidatore. Nel 1975, <strong>Ambrosoli</strong> conscio del pericolo cui si stava esponendo, scrisse alla moglie: “Anna carissima, è il 25/02/1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I, atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Vertozzo e il fatto stesso di dover trattare con gente di ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E’ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese. Ricordi i giorni dell’Vmi, le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo e ho sempre operato &#8211; ne ho piena coscienza &#8211; solo nell’interesse del Paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: e hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo. I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [ .. ]”.<br />
Non senza problemi, Ambrosoli arriva a definire in maniera irrevocabile le responsabilità di Michele Sindona. Il clima che l’avvocato Giorgio respira è di piombo. Si è sul finire degli anni Settanta e non si sono spente ancora le rivendicazioni delle Brigate Rosse né quelle del Movimento Sociale Italiano: la violenza è tanto a destra quanto a sinistra, nessuno è innocente. I morti a fine anno sono tanti, par quasi di avere davanti agli occhi un bollettino di guerra. L’Italia è poi sotto l’egida della DC, di Fanfani, di Andreotti. Non sono tempi storici facili, men che meno per un uomo come Ambrosoli che intende servire al meglio il suo Paese.</p>
<p>Il 12 luglio 1979 <strong>Giorgio Ambrosoli</strong> avrebbe dovuto sottoscrivere una formale dichiarazione: l’inchiesta che l’aveva occupato per tanti anni era finita. Restava sol più d’arrivare al 12 luglio. Ma l’11 luglio 1979, mentre l’avvocato tornava a casa dopo una serata trascorsa assieme agli amici, viene raggiunto da un sicario. Non fa a tempo ad aprire il portone di casa. Da una 357 Magnum gli vengono esplosi contro tre colpi. <strong>William J. Aricò</strong>, sicario fatto venire dall’America, pagato con 25mila dollari in contanti e altri 90mila su un conto bancario svizzero, per conto di <strong>Michele Sindona</strong> a sangue freddo ammazza <strong>Giorgio Ambrosoli</strong>. Il 14 luglio 1979, ai suoi funerali, non presenziò alcuna autorità di governo. “Mezza Dc aveva contatti con Sindona. Il suo ‘piano’ aveva l’appoggio, o almeno l’interessamento, di Evangelisti, De Carolis, Fanfani, lo stesso Andreotti. Non è un caso se Sindona donò al governo due miliardi per finanziare il referendum sul divorzio. Papà non ha mai avuto la solidarietà del governo, né della collettività. E non credo che l’avrebbe nemmeno oggi. Di Sindona in giro ce ne sono tanti. Così come ci sono gli interessi particolari, le deformazioni del rapporto tra finanza, impresa, mondo politico, basti pensare al caso Alitalia. Per questo la storia di papà è ancora attuale. Si scontrerebbe con gli stessi ostacoli, pressioni, l’indifferenza della società, che dopo trent’anni non ha ancora acquisito il valore della legalità. Ma oggi come allora papà sarebbe andato avanti. Spesso si crede che se l’illegalità cresce fino a diventare ‘sistema’, il cittadino non può far altro che adeguarsi: mio padre ha dimostrato che una scelta esiste sempre”.<br />
L’Italia degli anni Settanta, o di Michele Sindona, della DC e di Giulio Andreotti, è poi la stessa che viviamo oggi: garantire la giustizia è pressoché impossibile, nonostante i politicanti ogni giorno si spendano in fallaci rassicurazioni che non bisogna essere catastrofisti. Il Paese vive nella corruzione; la pagina della cronaca nera è ogni dì un bollettino di guerra; le tragedie, le morti bianche non mancano mai; scandali finanziari a iosa, sia per le aziende private sia per quelle riconducibili allo Stato per mezzo di sovvenzioni. Lo scontento del popolo italiano è forte, così tanto che sono tornati in strada gli eredi delle Brigate Rosse nonché dei movimenti nazifascisti.</p>
<p>In un Paese così, nelle condizioni in cui oggi versa, la lezione di <strong>Giorgio Ambrosoli</strong> è quanto di più attuale possa esserci. Se “Un eroe borghese” di Corrado Stajano è fondamentale, lo è ancor di più <strong>“Qualunque cosa succeda”</strong> di <strong>Umberto Ambrosoli</strong>: la vera storia di un uomo diventato eroe perché consapevole che una scelta esiste sempre.</p>
<p><strong>Umberto Ambrosoli</strong>, classe 1971, è avvocato penalista a Milano. È il più giovane dei tre figli di Giorgio Ambrosoli. Da anni è impegnato a valorizzare e attualizzare la storia del padre, partecipando a incontri nelle scuole di tutta Italia, a convegni e a iniziative pubbliche ed editoriali.</p>
<p><strong><a href="../../../../../2009/05/24/umberto-ambrosoli-qualunque-cosa-succeda-la-prefazione-di-carlo-azeglio-ciampi-sironi-editore/" target="_blank">Qui la prefazione di Carlo Azeglio Ciampi</a></strong></p>
<p><em>Qualunque cosa succeda – Umberto Ambrosoli – Prefazione di Carlo Azeglio Ciampi – Sironi Editore – collana Indicativo presente &#8211; ISBN: 978-88-518-0120-5 &#8211; Pagine: 320  &#8211; € 18,00</em></p>
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		<title>Le ossessioni private di Ballard. Lo scrittore Martin Amis ricorda l’amico e collega scomparso</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 05:49:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo scrittore Martin Amis ricorda l’amico e collega scomparso
Le ossessioni private di Ballard
Era assediato da fantasie belliche e tecnologiche
Ma la sua villetta e una Ford rossa lo rendevano felice
Fonte: Corriere della Sera.it
Il mio primo incontro con J. G. Ballard risale agli an­ni dell’adolescenza. Era amico di mio padre e fu mio padre a incoraggiarlo ai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Lo scrittore Martin Amis ricorda l’amico e collega scomparso</h3>
<h1>Le ossessioni private di Ballard</h1>
<h3>Era assediato da fantasie belliche e tecnologiche<br />
Ma la sua villetta e una Ford rossa lo rendevano felice</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.corriere.it" target="_blank">Corriere della Sera.it</a></h3>
<p><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/07/mostra-atrocita.jpg" alt="La mostra delle atrocità - Ballard - ed. Feltrinelli" align="left" /><span style="font-weight: bold;">Il mio primo incontro con J. G. Ballard</span> risale agli an­ni dell’adolescenza. Era amico di mio padre e fu mio padre a incoraggiarlo ai suoi esordi letterari, definendo­lo «l’astro della fantascienza post-bellica». Ballard era un uo­mo affascinante, con un viso pieno ed espressivo e uno sguardo intenso, e parlava in tono graffian­te accentuato da marcate cadenze, ma non di sar­casmo si trattava, bensì di fervore. L’amicizia tra i due non sopravvisse all’interesse crescente di Bal­lard per lo sperimentalismo, che mio padre defi­niva un modo per «rincoglionire il lettore». Tut­tavia, il piacere di incontrare Jim in seguito non venne mai meno. Era un uomo di eccezionale simpatia e affabilità, nonostante l’incredibile biz­zarria della sua immaginazione.</p>
<p><span style="font-weight: bold;">Immaginazione che era stata plasmata dalle esperienze belliche a Shanghai,</span> quando fu inter­nato in un campo di prigionia giapponese. Al­l’epoca aveva tredici anni e si adattò alla vita del campo come «a una gigantesca famiglia di strac­cioni ». Alla sua formazione non contribuì unica­mente la vita di prigionia, bensì soprattutto lo scarso valore attribuito alla vita umana, di cui vi­de testimonianze in tutta la sua infanzia. Mi rac­contò di aver assistito, a cinque metri di distan­za, al massacro di alcuni cinesi a bastonate, e ogni mattina, quando veniva condotto a scuola in una limousine americana, vedeva le strade riempirsi di nuovi cadaveri. Poi arrivarono i giap­ponesi. Diceva Ballard: «I popoli democratici non hanno idea della quotidiana brutalità che re­gna in alcuni Paesi orientali. No, non ne hanno la più pallida idea. E forse è meglio così».<br />
<span id="more-7101"></span><br />
<span style="font-weight: bold;">È interessante notare che i suoi due romanzi più famosi </span>siano stati entrambi trasformati in film: L’impero del sole, da Steven Spielberg (un artista fondamentalmente ottimista, che non ha però mai paura di affrontare i lati più oscuri delle tematiche storiche), e Crash, da David Cronen­berg (un regista assai più tenebroso, specializza­to nel realizzare film dalle opere che meno si pre­stano alla trasposizione cinematografica). Crash è il romanzo più tipico della produzione di Bal­lard, permeato dall’ossessione pornografica per le vittime degli incidenti stradali. Questo ci ricor­da che la parola «ossessione» deriva dal latino «obsidere», che significa «assediare». E Ballard era assediato dalle sue ossessioni. Scenario e at­mosfera per lui si equivalevano. Era scarso il suo interesse per gli esseri umani nel senso conven­zionale (e scarsissimo il suo orecchio per i dialo­ghi): per lui tutto passava inesorabilmente, spie­tatamente, attraverso lo sguardo.</p>
<p><span style="font-weight: bold;">L’impero del sole — il suo più grande successo — apparve quasi un insulto</span> per i fedeli ammirato­ri. Il romanzo, estremamente realistico, malgra­do l’ambientazione e le vicende bizzarre, sembra­va voler tradire il culto di cui era oggetto l’autore. I suoi fan capirono che l’«Impero» (così lo chia­mava lo scrittore) svelava i condizionamenti e le deformazioni cui era stata sottoposta l’immagina­zione di Ballard: in un certo senso, il libro era la spiegazione naturalistica della sua genesi. Per gli ammiratori (per quanto illogica la loro delusio­ne), era come uno stregone che sveli i trucchi del­la sua magia.</p>
<p><span style="font-weight: bold;">Ballard aveva esordito come scrittore di fanta­scienza duro e puro.</span> I suoi primissimi racconti, su tematiche correnti come la sovrappopolazio­ne, il degrado sociale e via dicendo, sono tra i mi­gliori del genere. Ma il genere non gli bastava. Seguirono quattro romanzi apocalittici — Vento dal nulla (1961), Il mondo sommerso (1962), Terra bruciata (1964), Foresta di cristallo (1966) — nei quali il mondo viene distrutto da vento, acqua, fuoco e mineralizzazione. Poi giunse il suo perio­do violento, con La mostra delle atrocità, nel 1969. Due racconti danno il tono all’intera raccol­ta: Il lifting della principessa Margaret e Ecco per­ché voglio fottere Ronald Reagan. La fase cemen­to- e-acciaio si prolunga con Crash (1973), L’isola di cemento (1974) e Il condominio (1975). Il perio­do successivo è racchiuso in un altro titolo: Mito­logia del futuro prossimo (1982). Lavorava ancora in quest’ultimo ambito quando è sopraggiunta la morte (fanno eccezione le commoventi memo­rie, I miracoli della vita, pubblicate lo scorso an­no). Gli ultimi romanzi — tra cui Cocaine Nights e Super Cannes — trattano dell’attivismo violen­to delle multinazionali e delle élite privilegiate in un futuro prossimo di stampo assai diverso.</p>
<p><span style="font-weight: bold;">In questi ultimi romanzi Ballard fa sfoggio di tutte le sue intuizioni sciamaniche.</span> Si chiedeva: quale effetto ha l’ambientazione moderna sulla nostra psiche — il flusso ininterrotto delle auto­strade, l’architettura degli aeroporti, la cultura dei centri commerciali, la pornografia e la tecno­logia? La risposta alla domanda punta verso una perversione che assume le più svariate forme mentali, tutte estreme. Quando si staccò dalla fantascienza, Ballard disse che respingeva lo spa­zio cosmico a favore dello «spazio interno». E questo è rimasto il suo campo di indagine. Bal­lard sarà ricordato come il più originale scrittore inglese dell’ultimo secolo. Diceva che gli scrittori erano «squadre di un’unica persona» che aveva­no bisogno dell’incoraggiamento della folla (ov­vero dei lettori). Ma sarà ricordato anche come unico nel suo genere: nessuno infatti gli assomi­glia, neppur lontanamente. È stato un’eccezione. Pochissimi ballardiani (quasi esclusivamente di sesso maschile) hanno commesso la follia di ten­tare di emularlo. Ballard è inimitabile. Ha eserci­tato però una notevole influenza per la meravi­gliosa scioltezza della prosa e le improvvise, stra­ordinarie espansioni delle immagini.</p>
<p><span style="font-weight: bold;">Ballard era un convinto sostenitore dell’etica flaubertiana, </span>e cioè che gli scrittori devono im­porre ordine e regolarità alla loro vita, per poter essere scatenati e sinistri nella loro opera. Viveva in una villetta bifamiliare a Shepperton, con una Ford Escort rosso pomodoro nel parcheggio adia­cente al giardino. Per scrivere un profilo su di lui, nel 1984, mi presentai a casa sua alle 11 del matti­no e le sue prime parole furono «Whisky! Gin! Vodka!». Mi raccontò che lo venivano a trovare dei «fan di Crash », mettiamo dalla Sorbonne, e si aspettavano di vederlo emergere da un mia­sma di acido lisergico e pedopornografico. E inve­ce si trovavano davanti un signore gioviale, felice e soddisfatto di abitare in periferia. Nel 1964, du­rante una vacanza, la moglie Mary morì improvvi­samente e Ballard si ritrovò ad allevare da solo i loro tre bambini. Mi rivelò che all’inizio, per far­lo, aveva bisogno di mandar giù un whisky ogni ora, dalle nove del mattino in poi. E gli ci volle molto tempo per riuscire a spostare il drink do­po le sei di sera. Gli chiesi se era stato difficile, e mi rispose: «Difficile? Come la battaglia di Stalin­grado ». Ma tutto lasciava intendere che era sem­pre stato un padre attento e amoroso.</p>
<p><span style="font-weight: bold;">L’ultima volta che ho visto Ballard, tre o quat­tro anni fa,</span> ero in compagnia di mia moglie, con Will Self e Deborah Orr. Abbiamo cenato insie­me, c’era anche la sua compagna degli ultimi qua­rant’anni, Claire Walsh. Nel ristorante mi confes­sò che gli restavano «un paio d’anni di vita». Me lo disse con il suo coraggio istintivo, ma senza riuscire a nascondere la profonda tristezza di un uomo che amava la vita con tanta passione.</p>
<p><strong>Martin Amis</strong><br />
<span style="font-weight: normal;">(Traduzione di Rita Baldassarre)</span></p>
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		<title>Nico Orengo. La curva del latte – Collana Einaudi tascabili – Einaudi editore</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 05:34:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nico Orengo
 La curva del latte
Uno degli ultimi capolavori italiani
di Iannozzi Giuseppe
Nico Orengo è nato a Torino, (Torino, 1944 – Torino, 30 maggio 2009). Tra le sue opere pubblicate da Einaudi editori: “Ribes”, “Miramare”, “Le rose di Evita”, “Figura gigante”, “La guerra del basilico”, “L’autunno della signora Waal”, “Dogana d’amore”, “Il salto dell’acciuga”, “L’ospite celeste”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/07/lacurvadellatte.jpg" alt="Nico Orengo - La curva del latte" align="left" /><strong>Nico Orengo</strong></h1>
<h1><strong> La curva del latte</strong></h1>
<p><strong><em>Uno degli ultimi capolavori italiani</em></strong></p>
<p>di <strong>Iannozzi Giuseppe</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.nicoorengo.it/" target="_blank">Nico Orengo</a></strong> è nato a Torino, (Torino, 1944 – Torino, 30 maggio 2009). Tra le sue opere pubblicate da Einaudi editori: “Ribes”, “Miramare”, “Le rose di Evita”, “Figura gigante”, “La guerra del basilico”, “L’autunno della signora Waal”, “Dogana d’amore”, “Il salto dell’acciuga”, “L’ospite celeste”, “Gli spiccioli di Montale”, “La curva del Latte”, “L’intagliatore di noccioli di pesca”, “Di viole e liquirizia”, &#8220;Hotel Angleterre&#8221;. Tra le sue raccolte di poesia, “Cartoline di mare vecchie e nuove”, “Narcisi d’amore” e “Spiaggia, sdraio e solleone”. Inoltre ha curato per <em>Einaudi Stile libero</em> il libro di Antonio Ricci, “Striscia la tivù”, e tradotto “La morte malinconica del bambino ostrica e altre storie” di Tim Burton.</p>
<p><em>«Alla fermata Ceretta, ma si chiamava così?, c’erano arrosti e bolliti e forse erano i Tre Moschettieri. E poi c’era Cuneo, con i suoi aristocratici caffè che apparivano come teatri di silenzio fra un cioccolatino e una camerierina con il seno desiderabile come quello di Milady. Si andava con i nonni, si andava con i genitori, verso le spiagge del Corsaro Nero e tutti i tigrotti possibili. E si andava perché noi eravamo, per cautela, dei Tom Sawyer e solo laggiù, fra Sandokan, Tremal Naik e Yanez, avremmo incontrato, se avessimo avuto fortuna, Huckleberry Finn.</em></p>
<p><em>Erano inizi d’estate, attese di luci e profumi di buganvillea viola, pepi ed eucalipti, di campanule blu e gelsomini che intrecciavano con il fico il loro profumo vertiginoso.</em></p>
<p><em>Cosí si andava lungo la Valle Roja, verso il mare, incontro agli ulivi di Garcia Lorca e alla possibilità di imbattersi in un pesce grande come quello del pescatore di Hemingway. Ci portavamo dietro piccoli libri dove orsi venivano, chissà come, abbandonati in isole di rose, mentre noi sapevamo che la nostra realtà sarebbe stata ben più infelice. E dalla città saremmo stati sbalzati su terre da Robinson Crusoe, e avremmo dovuto accendere falò, contro il buio; pescare il pesce, cucinarlo sulla spiaggia, vivere solitari.</em></p>
<p><em>Erano vacanze desiderate, imposte, da conquistare. Per interromperle potevamo sperare in febbri solari che ci avrebbero consentito l’ombra della casa, la biblioteca dove non avevamo che da imbatterci, come nella natura appena oltre il giardino, in parole di Camus, Musil, Dostoevskij, Maupassant, Stevenson, Tolstoj. Lí c’erano giocatori, disperati, donne, avventurieri, mondi da mescolare, tirare giù, per vedere se assomigliavano all’Oscar, al Pepin, alla Mariuccia del treno, al professor Lanteri&#8230; Ma intanto, nella piccola febbre, eran parole, come quelle, meravigliose e più forti della febbre, del Chin P&#8217;ing Mei». </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong><em>Nico Orengo </em></strong><br />
Ha detto Cesare Segre a proposito di <strong>Nico Orengo</strong> e della sua infinita fantasia:<em> «La fantasia di Orengo è in questo romanzo inesauribile&#8230; Bravissimo a mescolare il riso e un filo di amarezza». </em>Provate ad immaginare una notte perfetta, ma non troppo, una notte che potrebbe profumare di gelsomino e fico, una di quelle notti che tutto sembra essere chiaro e che i totani aspettano solo di essere pescati. Con un’ambientazione così, probabilmente, anche voi sareste indotti a consumare un po’ del vostro spirito in intrighi e tradimenti. Ma forse, perché la trasgressione possa essere viva in voi come qualcosa di magico, dovreste tornare idealmente indietro nel tempo, negli anni Sessanta, subito dopo il primo Dopoguerra, quando le discoteche ancora non esistevano e uomini e donne vivevano alla giornata. Ma siamo sicuri che gli anni Sessanta fossero davvero incontaminati?<strong> Nico Orengo </strong>ci svela ne <strong><em>“La curva del latte”</em></strong> che l’innocenza umana non esiste se non come idealismo, o forse come scoperta; ma inevitabilmente, in entrambi i casi, si consumerà presto perché travolta dal tempo e dagli accadimenti.</p>
<p><strong><span id="more-7099"></span><br />
Nico Orengo</strong>, sapiente narratore, disegna una Italia “piccina piccina”, un microcosmo che è il perfetto quadro degli anni Sessanta, dei suoi sogni, delle sue speranze, ma anche quel prodromo che porterà la società a prostituirsi al “materialismo”, al “facile”, all’”ipocrisia”. Ora, intendiamoci, <strong>Nico Orengo</strong> non afferma affatto che gli anni Sessanta fossero esenti da imperfezioni, anzi le evidenzia e le mette a nudo, ma disegna anche il dubbio che forse ieri si agiva con meno predeterminazione rispetto ad oggi. I giorni non possono fare a meno di trascorrere sotto la coperta della notte, ma questa è lacerata, improvvisamente, da un urlo, e dopo questo urlo “bestiale”, niente sarà più lo stesso: il paese cambierà, e con esso gli uomini che lo abitano. L’urlo risveglia vecchi rancori, passioni assopite, ma anche un mondo fantastico che è patrimonio del futuro. Il paese sulla curva del Latte descrive con accorta sapienza gli uomini che lo abitano, ma, soprattutto, la storia che ci appartiene, quella di oggi e che è tanto simile a quella di ieri. E’ un ritratto ironico di una Italia che è fermento di passioni civili e amorose.</p>
<p>Un grido, da dove è partito? Perché si è fatto sentire proprio sopra la curva del rio Latte? E chi ha trafugato la testa della Madonna, simbolo del paese, senza che nessuno se ne rendesse conto? E poi, lo Sputnik, che è da poco stato lanciato in orbita, è davvero in grado di emettere onde elettromagnetiche capaci di cangiare gli uomini in mostri pelosi, o si tratta solo d’una fantasia, d’una leggenda paesana elaborata dalla fantasia di uomini signorilmente ignoranti?</p>
<p>Jolanda, ribelle sin da piccola, ha un figlio, ma nessuno sa chi sia il padre. Intanto i sentimenti di Libero e dei suoi Compagni, incaricati dal Partito di tenere sotto controllo il paese che vive il tempo delle elezioni, si troveranno coinvolti in una storia incomprensibile, assurda. La testa trafugata della Vergine di Sant’Anna continua a far parlare di sé: le beghine del paese la reclamano a gran voce, e qualcuno si spinge a mettere in circolazione la voce che sia stato il prevosto del paese a trafugarla tanto tempo fa. Ed intanto si favoleggia intorno al matrimonio di Grace Kelly e sulle colline, improvvisamente, appare l’ultimo mostro creato dalla bizzarria del conte Voronoff. E’ il 1957 e gli anni Sessanta sono proprio alle porte. Le passioni civili non riescono a stemperare completamente quelle religiose, o meglio, fideistiche legate all’idolatria di una immagine. E poi c’è anche un insegnate che si diletta con la musica, un tipo se non stravagante, almeno molto timido che con le donne riesce sempre a trovarsi in forte imbarazzo; e questo geniale dilettante ha in testa una musica, delle parole, che andrebbero benissimo per il Festival di Sanremo. Le donne, spinte dalla curiosità per questa insospettata fisima artistica dell’insegnante, presto cominciano quasi a soffocarlo con la loro curiosità.</p>
<p>Nell’intanto, Libero, Marti, Baciui, Luisò, amici e, soprattutto, vecchi compagni di una guerra solo “idealmente vinta “e “pragmaticamente perduta”, combattono ancora insieme per sconfiggere le pulsioni moderniste che arrivano in paese e che non riescono a comprendere. Ma il paese è piccolo, e si sa, “la gente mormora” e “si dà da fare” a tessere relazioni extraconiugali, che servono (o almeno, dovrebbero servire) anche ad occultare sinistri traffici in nome del Partito. E mentre tutto accade velocemente, troppo, per essere compreso appieno, si lavora per una Rivoluzione che appare, di minuto in minuto, sempre più improbabile agli stessi rivoluzionari-protagonisti.</p>
<p>Ma gli uomini, si sa, non possono vivere senza donne, e il paese ne accoglie tante e tutte sono particolari: Jolanda è bella, Luaiana è focosa e infedele, Dolora è “acqua cheta”, ma tutte, indistintamente, nascondono un segreto che mai potrebbero confessare neanche in confessionale; e poi la matura maestra in pensione Canzani, procace e capace di stimolare gli uomini meglio di quand’era giovane, si mette in comunicazione con le giovani vittime della Repubblica di Salò attraverso una rustica radio a onde corte, mentre l’insegnate continua a scrivere note e parole per far partecipare la sua canzone al Festival di Sanremo. Questa maestra vede un fantasma, quello di un giovane della Repubblica di Salò, lo vede tutte le sere, e lei si veste bene per “lui” indossando una provocante vestaglia e reggicalze. E lei sarà l’esca, che permetterà agli uomini del paese sopra il rio del Latte di catturare il mostro peloso che si aggira nelle campagne. Forse.</p>
<p>Ritratto ironico, sfrontato, dell’Italia, Orengo disegna un mondo pulsante di passioni: le pagine vagamente svagate conducono il lettore lungo una strada lieve che è memoria della nostra storia. Il Dopoguerra è ormai quasi una porta che si sta per chiudere alle spalle degli italiani e gli anni Sessanta bussano prepotentemente alle porte del paese. Il cambiamento è ineluttabile: ogni giorno passato non si ripete, e la nuova alba porta seco la consapevolezza, che per quanto il paese possa essere tagliato fuori dal mondo industriale, alla fine sarà conquistato. Questa lingua di terra compresa fra il Ponente ligure e la geografia francese presto, molto presto, non sarà più la stessa, perché il mare è blu, perché le onde corte della radio vengono raccolte e soffocate dalla naturale prepotenza della profondità del mare blu e dai suoi marosi, perché la canzone dell’insegnante tanto timido forse diventerà simbolo della canzone italiana, del Festival di Sanremo.</p>
<p>Nel ’57 sembrava che la supremazia dovesse essere quella sovietica, ma alle elezioni vincevano i democristiani; i distributori di benzina furono presto sostituiti dai ristoranti, e gli uomini vecchi, volenti o nolenti, si rassegnavano a vivere la modernità, a mangiare la cucina dei grandi ristoranti, però non smettevano di combattere contro i miasmi chimici che coprivano il saporoso sentore di un passato di rose e garofani.</p>
<p><strong>Nico Orengo </strong>disegna tutto questo con stile impeccabile: i significati non possono essere contraddetti dalla suscettibilità del lettore, perché sono significati universali, metastorici.</p>
<p><strong><em>“La curva del latte” </em></strong>è un romanzo straordinario che ordina perfettamente le nostre passioni, le contestualizza nel tempo presente, e soprattutto ci indica le “radici” di noi Italiani. Par quasi superfluo raccomandare questo romanzo &#8211; eppure è necessario come i <em>“venti di cambiamento”</em> -, perché è perfetto in ogni singola riga e merita veramente di essere letto e compreso <em>“nel mare blu dipinto di blu!” </em></p>
<p><em><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&amp;c=QQQJMAMMJAOQQ" target="_blank"></a>La curva del latte &#8211; Nico Orengo &#8211; Einaudi – Collana Einaudi tascabili  - pp. 214 &#8211; € 10,50<br />
</em></p>
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		<title>Nico Orengo, un ricordo</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 05:20:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nico Orengo, un ricordo
di Francesco Improta &#8211; fonte: Bartolomeo Di Monaco, Rivista di Letteratura

Quando se ne va un amico si porta via una parte di te stesso. Si avverte sempre un senso di perdita irrimediabile, quando poi l’amico è uno scrittore raffinato e affabile come Nico Orengo la perdita diventa incommensurabile perché ci si sente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>Nico Orengo, un ricordo</strong></h1>
<p>di <strong>Francesco Improta &#8211; fonte: <a href="http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=5096" target="_blank">Bartolomeo Di Monaco, Rivista di Letteratura</a><br />
</strong></p>
<p>Quando se ne va un amico si porta via una parte di te stesso. Si avverte sempre un senso di perdita irrimediabile, quando poi l’amico è uno scrittore raffinato e affabile come <strong>Nico Orengo</strong> la perdita diventa incommensurabile perché ci si sente privati della sua amabile conversazione, del suo sorriso disincantato, della sua sottile ironia, della ricchezza del suo ingegno, della sagacia delle sue osservazioni, di quella frequentazione, cioè, che ti rende più ricco e più consapevole.<br />
<img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/07/lacurvadellatte.jpg" alt="Nico Orengo - La curva del latte" align="left" />La notizia della sua morte, prematura ma annunciata, date le sue precarie condizioni di salute e quella innata libertà che lo portava a rifiutare qualsiasi restrizione o imposizione terapeutica, mi ha raggiunto a Roma, la mattina del 30 maggio, sotto un cielo umido e grigio che minacciava lacrime di pioggia. Avevamo in comune molti interessi: la letteratura su cui ci scambiavamo impressioni e opinioni, per lo più di fronte a un bicchiere di vino generoso, la passione addirittura maniacale per il cinema, con una certa predilezione per quello americano degli anni ‘40 e ‘50, e l’amore per la buona tavola, anche se in questo caso i gusti differivano, essendo io, in quanto meridionale, legato a una cucina più ricca ed elaborata, <em>barocca</em> la definiva Francesco Biamonti, e lui più incline a una cucina più semplice e leggera, qual è quella ligure.<br />
<strong>Nico Orengo</strong> era nato a Torino nel 1944, ma aveva trascorso l’infanzia e l’ado­lescenza nell’estremo lembo della Riviera di Ponente e a questa terra, che aveva fatto da sfondo alla quasi totalità dei suoi romanzi, era rimasto sempre fedele. Una terra magica in cui i colori non si percepiscono solo attraverso la vista ma anche tramite l’olfatto e gli odori passano necessariamente attraverso gli occhi, penso ai ciuffi di lavanda o alle teste di basilico che occhieggiano dai davanzali e dalle terrazze inebriando l’aria e la mente.<br />
<span id="more-7096"></span><br />
La Liguria per Orengo non era solo uno spazio incantevole, intriso di luce e d’odori, ma anche e soprattutto una stagione della vita, il tempo mitico dell’adolescenza, l’epoca avventurosa delle scoperte, quando i sogni riempiono le giornate ed i personaggi mitici della carta stampata e della celluloide diventano i nostri abituali interlocutori e compagni di gioco, come traspare da molti suoi romanzi. Né va dimenticato che negli anni cinquanta, quelli della sua adolescenza, questa striscia di terra, al confine con la Francia, era frequentata da tantissimi personaggi, famosi ed affascinanti, si pensi a Hemingway, a Chaplin, ai Roshild e da attrici bellissime e seducenti penso a Grace Kelly che nel 1955 ha interpretato “<em>Caccia al ladro</em>” di A. Hitchcock, prima di diventare la principessa di Monaco e Ava Gardner, splendida protagonista, nel 1954 di “<em>La contessa scalza</em>” di J. Mankiewicz, girato proprio in questi luoghi. Un mondo, quindi, e una stagione indimenticabili che Nico Orengo ha rievocato spesso nei suoi romanzi (si pensi a “<em>Le rose d’Evita</em>” e “<em>La guerra del basilico</em>“, “<em>Miramare</em>“, “<em>Ribes</em>“, “<em>La curva del latte</em>“) e sempre con una straordinaria leggerezza di tocco, con un’ironia lieve e divertita che gli suggeriva pagine fresche e talvolta esilaranti, con un’attenzione, diretta o riflessa, ma sempre commossa e sin­cera per il paesaggio ligure in tutta la sua magnificenza e bellezza e con una scrittura piana e ricercata al contempo ma sempre godibilissima. Nico, però, ha saputo spingersi ancora più in là alla ricerca delle radici della sua famiglia come in “<em>Hotel Angleterre</em>” o per costruire, grazie alla sua fervida invenzione, meccanismi narrativi altrettanto efficaci, penso a “<em>Figura</em> <em>gigante” </em>o all’ultimo romanzo “<em>Islabonita</em>“, ambientato a metà degli anni venti, quando in Italia si stava concretizzando e consolidando il passaggio dalla democrazia parlamentare al regime fascista.<br />
Né si possono dimenticare i suoi versi, i suoi acquerelli, le sue performances artistiche, con gli amici Giletta, Tamburelli e Salvo, le sue filastrocche per bambini, agili e divertenti, gli anni trascorsi a <em>La Stampa</em>, quale responsabile di <em>Tuttolibri, </em>dove curava tra l’altro<em> </em>la rubrica<em> Fulmini, </em>frutto della sua ironia pungente e graffiante. E ora non c’è più. Dopo Francesco Biamonti, con il quale aveva un rapporto di stima e di ruvida ma sincera amicizia (Francesco era il padrino del secondo figlio di Nico) se n’è andato un altro cantore di questa magica terra, sospesa come una zattera tra il mare e il cielo, e non è un caso che Nico abbia voluto come ultima e definitiva dimora un piccolo cimitero, tra Mortola e Grimaldi, aggrappato alla roccia e affacciato sul mare blu cobalto. Ciao Nico. Sappi, però, che non morirai del tutto, non solo perché gran parte di te continuerà a vivere nelle tue opere, ma anche perché la morte trasforma l’esistenza in destino, privandola di tutto ciò che è superfluo, effimero e contingente e lasciando solo l’essenziale, solo ciò che conta e significa veramente, ciò che ha dato un senso, nel pubblico e nel privato, alla nostra vita e che ci consentirà di essere ricordati e finché rimarrà memoria di noi non saremo del tutto o definitivamente morti.</p>
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		<title>Aspetta primavera, Bandini. John Fante -Il classico che non tramonta</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 05:10:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Aspetta primavera, Bandini
John Fante
Il classico che non tramonta
A cura di Daniele della Libreria Fahrenheit 451 Quarrata (PT)
Titolo: Aspetta primavera, Bandini
Autore: Fante John
Curato da: Trevi E.
Traduttore: Corsi C.
Prezzo: € 11.50
Editore: Einaudi
Data di Pubblicazione: 2005
Collana: Einaudi. Stile libero
ISBN: 8806171364
ISBN-13: 9788806171360
Pagine: XXXIII-238
Arturo ha quattordici anni, abita in America, in uno sperduto paesino sulle montagne, possiede una slitta. Per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>Aspetta primavera, Bandini<br />
John Fante<br />
Il classico che non tramonta</strong></h1>
<p><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/07/aspetta-primavera-bandini.jpg" alt="John Fante - Aspetta primavera, Bandini" align="left" /><strong>A cura di Daniele della Libreria Fahrenheit 451 Quarrata (PT)</strong><br />
<strong>Titolo: Aspetta primavera, Bandini<br />
Autore: Fante John<br />
Curato da</strong>: Trevi E.<br />
<strong>Traduttore</strong>: Corsi C.<br />
<strong>Prezzo</strong>: € 11.50<br />
<strong>Editore</strong>: Einaudi<br />
<strong>Data di Pubblicazione</strong>: 2005<br />
<strong>Collana</strong>: Einaudi. Stile libero<br />
<strong>ISBN</strong>: 8806171364<br />
<strong>ISBN</strong>-13: 9788806171360<br />
<strong>Pagine</strong>: XXXIII-238</p>
<p>Arturo ha quattordici anni, abita in America, in uno sperduto paesino sulle montagne, possiede una slitta. Per il resto avrebbe preferito chiamarsi John, e di cognome, invece che Bandini, Jones. La madre e il padre sono italiani immigrati, ma lui avrebbe preferito essere americano. Poi c’è nonna Toscana, che considera il genero Svevo, padre di Arturo, un fallito, e la figlia Maria una povera pazza perché l’ha sposato. Una famiglia non solo povera: proprio fatta di povertà.<br />
<span id="more-7093"></span><br />
Nel 1938, per la Stackpole Sons, viene pubblicato il romanzo di esordio di John Fante “<strong>Aspetta primavera, Bandini</strong>” in cui prende vita lo straordinario personaggio Arturo Bandini, alter ego dello scrittore, che ritroveremo in altri importanti romanzi, primo fra tutti “<strong>Chiedi alla polvere</strong>” del 1939, con cui il nostro autore acquistò grandissimo successo.<br />
Il libro corre su due binari paralleli, l’amore di Arturo per una compagna di classe, Rosa, che lui ha detto a tutti essere la sua fidanzata, e le liti violente tra la madre e il padre. In realtà, però, sarebbe molto restrittivo cercare di incastrare una storia così ricca di sfaccettature, in questi due soli binari, poiché la tematiche trattate e le emozioni che trapelano sono innumerevoli, dalla condizione di miseria della famiglia alla voglia di evasione di Arturo, dai sogni di una vita migliore di Svevo al rapporto tra Arturo e i suoi genitori, misto di ammirazione e timore per il padre e affetto e commiserazione per la “<em>povera</em>” madre.<br />
È un libro che ci commuove, ci fa arrabbiare, che ci confonde, e soprattutto che ha la capacità di liberare qualunque sentimento possibile; non si può non provare simpatia per Arturo e le sue sventure amorose, non si può provare tristezza per la condizione della sua famiglia, o compassione per la madre, o rispetto per il padre.<br />
Fante ci introduce in una “semplice” storia di famiglia, in molti aspetti la sua famiglia.<br />
Come ci dice <strong>Niccolò Ammaniti</strong> nell’introduzione del libro, la grandezza di Fante sta nella sua capacità di “<em>raccontare un piccolo mondo familiare, un paesino striminzito dal freddo con la stessa grandezza con cui Omero narrava le gesta dei greci e dei Troiani</em>“.</p>
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		<title>Battisti: Ordine avvocati Brasile rifiuta di sostenerlo</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 04:44:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Battisti: Ordine avvocati Brasile rifiuta di sostenerlo
Detenuto aveva chiesto loro di pronunciarsi contro estradizione
a cura di Iannozzi Giuseppe
ANSA &#8211; (14 giugno 2009) L’Ordine degli avvocati del Brasile si è rifiutato di emettere un documento a favore dell’asilo politico di Cesare Battisti. Lo ha reso noto un settimanale brasiliano, precisando che il testo era stato richiesto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/01/cesare-battisti1.jpg" border="1" alt="" hspace="4" vspace="4" align="left" /><strong>Battisti: Ordine avvocati Brasile rifiuta di sostenerlo</strong></h3>
<p><em>Detenuto aveva chiesto loro di pronunciarsi contro estradizione</em></p>
<p>a cura di <strong>Iannozzi Giuseppe</strong></p>
<p>ANSA &#8211; (14 giugno 2009) L’Ordine degli avvocati del Brasile si è rifiutato di emettere un documento a favore dell’asilo politico di <strong>Cesare Battisti</strong>. Lo ha reso noto un settimanale brasiliano, precisando che il testo era stato richiesto dall’ex terrorista rosso italiano. Secondo la rivista, il NO a Battisti è stato deciso dal <em>Consiglio federale dell’Oab</em>, che ha negato il proprio sostegno a Battisti, il quale aveva sollecitato all’Ordine di pronunciarsi contro la sua estradizione in Italia.</p>
<p>Seppur con immane ritardo, il Brasile comincia forse a svegliarsi! Pare che non tutta la giustizia brasiliana sia marcia fino al midollo, difatti L&#8217;Ordine degli avvocati del Brasile si è rifiutato di emettere documento a favore di <strong>Cesare Battisti</strong>, brigatista pluriomicida (O ex brigatista? Ma si può mai smettere di essere quel che si è?), che da circa 30 anni manca dall&#8217;Italia, e che dopo esser fuggito dalla Francia ha trovato l&#8217;appoggio del presidente Lula, scatenando com&#8217;è ovvio l&#8217;indignazione dell&#8217;opinione pubblica nonché quella dello Stato italiano tutto.<br />
<span id="more-7089"></span><br />
La notizia che l&#8217;Ordine degli avvocati del Brasile non sostiene il brigatista rosso<strong> Battisti</strong> è stata battuta il 14 giugno 2009 dall&#8217;ANSA, ma era passata quasi inosservata dai media italiani. In casi come quello di Battisti è sempre lecito e bene sospettare&#8230;</p>
<p><em>E&#8217; questo forse un piccolo passo affinché il pluriomicida possa tornare in Italia e in Italia scontare per intero la pena che gli è stata comminata.</em></p>
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		<title>Michael Jackson: la storia non è mai come quella che ci raccontano</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jul 2009 14:58:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Luisa Brandi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una vergine dalle corde illibate?
A cura di Maria Luisa Brandi


I geni non sono normali. Questo è assodato.
E Jacko era un genio.
La storia non è mai come quella che ci raccontano o alla quale superficialmente si crede. E parlo in generale, di tutta la Storia. Ammetto che sono giorni e giorni che spulcio notizie, cerco spiegazioni. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #ff6600;">Una <em>vergine</em> dalle <em>corde</em> illibate?</span></h2>
<p><span style="color: #ff6600;">A cura di <strong>Maria Luisa Brandi</strong><br />
</span></p>
<p><img class="size-full wp-image-7074 alignnone" src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/07/Michael-jackson3.jpg" alt="Michael jackson" width="400" height="600" /></p>
<p>I geni non sono normali. Questo è assodato.<br />
E Jacko era un genio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La storia non è mai come quella che ci raccontano </em></strong>o alla quale superficialmente si crede. E parlo in generale, di tutta la Storia. Ammetto che sono giorni e giorni che spulcio notizie, cerco spiegazioni. Comparo le diverse versioni per avere un&#8217;idea il più obiettiva possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile far finta di niente, credo che mezzo mondo si faccia le stesse domande. E&#8217; umano chiedersi chi era realmente  un uomo così famoso come il Re del Pop. Cosa si celava dietro le quinte patinate? Presto verranno pubblicati quintali di scritti sul suo conto, e non solo sulla sua bravura artistica. Ecco la mia traduzione del sito brasiliano<a href="http://www.atarde.com.br/cultura/noticia.jsf?id=1177063"> A tarde</a>, in proposito.<span id="more-7055"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Libri i&#8221;istantanei&#8221; su Michael Jackson&#8221; saranno presto nelle librerie. Le riviste nord americane &#8220;People&#8221; e &#8220;Life&#8221; stanno preparando edizioni commemorative, previste per agosto. Libri tributo delle case editrici Triumph Books e Whitman Publishing, entrambe denominate &#8220;Michael Jackson&#8221;, prevedono l&#8217;uscita in libreria per il fine settimana. Ian Halperin, che già scrisse su musicisti cme kurt Cobain e eline Dion, stava lavorando in un libro su M.J. quando è morto, la settimana passata. il libro di  Halperin &#8220;Unmasked: The Final Years of Michael Jackson&#8221; ha un lancio previsto per la fine di Luglio.<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, si scrive su di lui spinti anche dalle forti emozioni che continua ad esercitare sulla stragrande maggioranza degli individui: nel male e nel bene. Fan o non fan. Me compresa. Michael Jackson è ormai Leggenda, e se ne parla ovunque. Con tutto il rispetto per la sua precoce morte. Da lui accelerata o no, causa la continua ricerca della perfezione estetica, non ci è dato saperlo.</p>
<p style="text-align: justify;">In Africa si vendono prodotti sbiancanti, di dubbia provenienza, che creano tumori della pelle. <a href="http://www.reportafrica.it/articoli.php?categoriacod=ATT&amp;idarticolo=77">Leggere qui.</a> Il trattamento con l&#8217;acido glicolico è un potente esfogliante e sbiancante. Basta cercare un sito specifico, per farsi un&#8217;idea. Ora, analizzando <a href="http://www.youtube.com/watch?v=wB3JB8ZOJto">questo video</a>, cosa ci viene mostrato? Chiazze chiare che sembrerebbero vitiligine, ma. Potrebbero essere anche i primi segni di un processo -appunto- di sbiancamento. Faccio notare che a qui tempi, e cioè quando pare cominci a soffrire di vitiligine, Michael Jackson si sottopone anche ai primi interventi estetici, uno su tutti: il naso. La sua metamorfosi prende forma. Oppure, a causa della malattia dell&#8217;epidermide, M.J. decide di spingere il processo attraverso trattamenti estetici e/o chimici. Quindi entrambe le versioni sarebbero giuste. Non l&#8217;intenzione, ovviamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Black or white?</p>
<p style="text-align: justify;">Provo a fare l&#8217;avvocato del diavolo: un&#8217;infanzia tracciata dalle violenze subite, una crescita troppo prematura ( a cinque anni già <strong>doveva </strong>cantare ) una mente <em>disturbata </em>da diversi traumi -e perciò geniale nell&#8217;estro-, un bambino mai cresciuto con la sindrome di Peter Pan, che però si è trasformato in qualcosa di grottesco. Non si può negare la maniacale volontà di somigliare ad una donna glabra, diafana. Quasi asessuata. Certamente ambigua, dall&#8217;abbigliamento mascolino ma dalle movenze delicate e sembianze assolutamente femminili, e al contempo capace di provocare nelle giovani ragazze pulsioni sessuali, perpetuando il gesto nel toccarsi <em>il pacco</em>. Così come la sua voce, simile a quella degli eunuchi, come ad esempio lo fu Farinelli, castrato prima dello sviluppo per non perdere la <em>voce bianca</em>. Tipica dell&#8217;innocente e candido fanciullo. Pare da M.J. controllata attraverso cure a base di ormoni femminili. La sua pelle, appariva ormai candida, priva di pigmento, simile a quella degli albini, o come appunto accade con la vitiligine. Un pallore innaturale. Una vergine dalle <em>corde</em> illibate.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulle accuse di pedofilia, il mio sospetto è che la speculazione di molti, aggiunta all&#8217;interesse di qualcuno, vista la sua memorabile e probabile <em>disturbante </em>ricchezza, abbiano contribuito fondamentalmente all&#8217;autodistruzione. Vedi case discografiche e introiti derivati dalla sua geniale acquisizione <a href="http://it.reuters.com/article/entertainmentNews/idITMIE55Q03M20090627">del catalogo musicale</a> dei Fab Four &#8212; 267 brani scritti in gran parte da John Lennon e Paul McCartney. Speculazioni che, oggi, a distanza di pochi giorni dalla sua morte, si moltiplicano alla velocità della luce. Non ultima il dominio aperto sul web, subito dopo la sua scomparsa, <a href="http://www.domini.it/post/299/inmemoryofmichaeljacksoncom-venduto-a-10-milioni-di-dollari">inmemoryofmichaeljackson</a>, che pare sia stato venduto subito su ebay ad una cifra esorbitante, pari a 9.999.999 dollari.</p>
<p style="text-align: justify;">Però è anche testato che chi ha un&#8217;infanzia difficilissima, forse vittima a sua volta di incesto o pedofilia,  sicuramente di violenze subite, è una persona che molto probabilmente svilupperà disturbi simili. Ciononostante, le perizie psichiatriche, durante il processo, dichiarano che il suo non era un <em>profilo da pedofilo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; stato assolto da tutti i 10 capi di accusa. Sembra sicuramente tutta una montatura creata per dissanguarlo economicamente. I 20.000.000 di $ pagati alla famiglia di Jordan Chandler, ragazzo che ora confessa di avere mentito, perchè manipolato dal padre, ( padre tra l&#8217;altro invischiato in altri processi e quindi un losco figuro ), potrebbero davvero essere stati sborsati da Jacko solo perchè troppo fragile e incapace di subire un processo simile, deciso a chiudere velocemente un gossip che lo stava annientando. Ma, è anche vero che i potenti quasi tutto possono. Persino comprare figli in provetta. Sembra che nessuno dei tre provenga dal suo seme. E, in effetti, non si capisce come il dna di un nero non abbia minimamente influito sui tratti somatici di nessuno dei tre eredi. Tutti di razza bianca. Scientificamente è molto raro che ciò accada.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, sulla prevendita biglietti del tour che si sarebbe dovuto svolgere a Luglio in Inghilterra, nutro forti dubbi:  le condizioni di salute in cui versava, a detta di alcuni addirittura con un occhio quasi cieco e ridotto su una sedia a rotelle, il tumore alla pelle (?), le difficoltà respiratorie, l&#8217;assunzione di continui e potenti antidolorifici, psicofarmaci etc, avrebbero potuto materialmente permettergli di lavorare, ballare, cantare? Si è detto fosse addirittura completamente calvo, ma nell&#8217;ultima foto che circola, nel momento del trasporto in ospedale, non sembra così. Quindi? Il tour programmato potrebbe essere stata una strategia per cercare di colmare il grande debito pendente sul capo?  Un concerto venduto su false intenzioni in accordo con gli organizzatori? Oppure in salute stava bene e la sua morte resterà avvolta dal mistero?</p>
<p style="text-align: justify;">Tendenzialmente propendo per una innocente stravaganza dell&#8217;ormai mitologico Michael Jackson, al suo male di vivere, alla sua fragilità e bontà d&#8217;animo, fattori che rendono qualsiasi vita difficile, o che la complicano a dismisura. Nonostante il denaro. Ma la verità <strong>nuda e pura </strong>è indefinibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Io ne conosco una sola e indiscutibile: il suo unico e impareggiabile <strong>talento </strong>artistico.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La storia, sicuramente, non è mai come quella che ci raccontano.</em></p>
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		<title>Giulio Mozzi nel suo giardino – intervista all’autore</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jul 2009 13:26:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[autori]]></category>
		<category><![CDATA[autori contemporanei]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Questo è il giardino]]></category>
		<category><![CDATA[Sironi Editori]]></category>

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		<description><![CDATA[Giulio Mozzi
nel suo giardino
a cura di Giuseppe Iannozzi
L&#8217;intervista risale all&#8217;agosto del 2005. Da allora alcune cose sono cambiate: non è più in Sironi editore. Ciò non toglie che &#8220;Questo è il giardino&#8221; è un libro che merita, così come merita d&#8217;esser letta questa intervista, a mio avviso ancora attuale.
[ g.i. ]


1. Chi è Giulio Mozzi? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Giulio Mozzi<br />
nel suo giardino</h1>
<p>a cura di <strong>Giuseppe Iannozzi</strong></p>
<p><em>L&#8217;intervista risale all&#8217;agosto del 2005. Da allora alcune cose sono cambiate: non è più in Sironi editore. Ciò non toglie che &#8220;Questo è il giardino&#8221; è un libro che merita, così come merita d&#8217;esser letta questa intervista, a mio avviso ancora attuale.</em></p>
<p><em>[ g.i. ]<br />
</em></p>
<p><strong><br />
<img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/07/giardino3iw.jpg" alt="" width="297" height="143" align="left" />1. Chi è <a href="http://vibrisse.wordpress.com" target="_blank">Giulio Mozzi</a>? Forse solo uno che al telefono risponde “Pronti”? Ti do del tu, spero non ti arrechi fastidio. Dunque, chi sei veramente, e ti prego di non esser avaro di parole?</strong></p>
<p>Giuseppe, alla domanda: &#8220;Chi sei veramente?&#8221;, non intendo rispondere. Credo di avere ottime ragioni per rifiutarmi. Il presupposto di una domanda come: &#8220;Chi sei veramente?&#8221; è che esistano, ben distinti, un mio &#8220;essere veramente&#8221; e un mio &#8220;essere non veramente&#8221;. Ora, io mi domando: sarei mai capace di &#8220;essere non veramente&#8221;? Mi domando anche: può mai un essere umano &#8220;essere non veramente&#8221;? Degli esseri umani che incrocio nell&#8217;esperienza, ho: i corpi, le parole, gli atti. In quei corpi, in quelle parole, in quegli atti, penso che tali esseri umani &#8220;siano veramente&#8221;. Non mi viene in mente di pensare che quegli esseri umani &#8220;siano non veramente&#8221;. Tutto è visibile, no? E se quel che è visibile è traccia di ciò che non è visibile – be&#8217;, è come dire che anche ciò che non è visibile è visibile (sia pure solo per tracce), no?</p>
<p><strong>2. E Giulio Mozzi scrittore? e il curatore della collana indicativo presente in Sironi, chi è, chi sono?</strong></p>
<p>Sempre lo stesso essere umano.</p>
<p><strong>3. E’ giusto dire che “Questo è il giardino” è la tua prova letteraria più felice? E se sì, perché, per quali ragioni (motivi)?</strong></p>
<p>Non so se sia giusto dirlo. Per me è soggettivamente vero: è la &#8220;prova letteraria&#8221; dalla quale ho ricavata più felicità (non solo felicità, peraltro).</p>
<p><strong>4. Sbaglio o il racconto è quella forma letteraria che prediligi, in cui riesci meglio a descrivere situazioni, personaggi, luoghi e sentimenti?</strong></p>
<p>Non &#8220;prediligo&#8221; il racconto. Mi pare che i racconti mi vengano generalmente bene; mentre i miei tre tentativi di romanzo (due gettati via, e il terzo ancora in corso) mi sembrano molto più scarsi.<br />
Non credo che Maradona &#8220;prediligesse&#8221; il gioco del calcio. Avrei voluto vederlo in una squadra di pallacanestro.<br />
(Non voglio paragonarmi a Maradona, per carità: lui ha molti più capelli di me).<br />
<span id="more-7057"></span></p>
<p><strong>5. “Questo è il giardino” si compone di otto racconti: quale la loro genesi? Se ti è possibile vorrei che per ognuno di essi spendessi almeno due parole.</strong></p>
<p>- &#8220;Lettera accompagnatoria&#8221;. E&#8217; l&#8217;inizio di tutto. La mia amica Laura Pugno era a Londra. Stava facendo l&#8217;Erasmus presso la London School of Economics. Ci scrivevamo, come facevamo da anni. Un giorno lei mi scrive: mi hanno rubata la borsetta con dentro portafoglio, documenti, chiavi eccetera; ma la cosa che mi è dispiaciuta di più è che mi hanno rubato due tue lettere, che portavo con me un po&#8217; come &#8220;amuleti&#8221;. Io allora (era la sera del 17 febbraio 1991) le scrissi una lunga lettera, immaginando di essere il ladro e di volerle restituire le due lettere (tenendomi però i soldi: perché un ladro, di quello, ci campa). Spedisco la lettera, e due settimane dopo lei mi risponde: però, carino quel racconto che mi hai mandato. Così realizzai di avere scritto un racconto, e pensai che avrei potuto scriverne, magari, degli altri.<br />
- &#8220;L&#8217;apprendista&#8221;. Dopo sette anni di lavoro nell&#8217;ufficio stampa regionale di un&#8217;organizzazione datoriale, sette anni nei quali ero passato dalla posizione di dattilografo-telefonista a quella giornalista con cospicue responsabilità, avevo piantato tutto; ed ero finito a fare il fattorino in una libreria. Una brillante carriera a rovescio. Dovevo fare un po&#8217; di ordine mentale, credo. Fattostà che gli anni di lavoro in libreria (altri sette) sono stati tra i più felici della mia vita.<br />
- &#8220;Per la pubblicazione del mio primo libro&#8221;. A me è successo quello che succede a pochi: ho avuta la certezza di pubblicare – un contratto firmato con le edizioni Theoria – prima ancora di aver finito di scrivere il libro; e prima ancora di avere ben concepito il desiderio di pubblicare. Così che mi trovai piuttosto disorientato. Scrissi un testo di qualche pagina nel quale immaginavo che cosa sarebbe accaduto dopo la pubblicazione del mio primo (e, per quel che potevo allora supporre, unico) libro. Lo mandai all&#8217;editore. Scoprii più tardi che, per l&#8217;editore, quello era un racconto come un altro, da inserire nel libro.<br />
- &#8220;L&#8217;unghia&#8221;. Io sono stato, da piccolo, un salgariano accanito. Sandokan, Marianna, Yanez e la sua ennesima sigaretta, Tremal-Naik, il fido Kammamuri e la sua tigre Dharma, il gigantesco Giro-Batol, eccetera, sono personaggi mitici che si sono installati nella mia mente tanto tempo fa. Mi pare naturale che, di tanto in fanto, uno faccia delle fantasie attorno ai propri miti. La prima invenzione venne, se non ricordo male, leggendo un libro di viaggi settecentesco, comperato per due soldi (gli avevano tagliate via tutte le illustrazioni) in un mercatino. Leggevo, e all&#8217;improvviso vidi una stanza bianca, vuota, con un uomo seduto al centro: l&#8217;immagine che apre il racconto.<br />
- &#8220;Treni&#8221;. Questo racconto è quasi un &#8220;primo capitolo&#8221;. Il secondo capitolo è il racconto &#8220;Roma&#8221; nel libro La felicità terrena (Einaudi 1996) e il terzo è il racconto &#8220;Bianca&#8221; nel libro Il male naturale (Mondadori 1998). La storia doveva concludersi nel romanzo Introduzione ai comportamenti vili, che provai a scrivere nel 1998 e che abbandonai dopo circa centoventi pagine. (Niente di progettato, in tutto questo, ovviamente). La storia di Bianca (e del suo analogo diabolico, cioè Santiago: un personaggio che compare sfuggentemente in diversi miei racconti) è una delle ossessioni della mia vita.<br />
- &#8220;Vetri&#8221;. Si tratta di una fantasia attorno ad alcune poesie di John Donne – una delle quali è citata quasi parola per parola nelle ultime righe.<br />
- &#8220;Tana&#8221;. Non è un racconto mio. E&#8217; un racconto di Marco Lodoli, casualmente scritto da me. La mia voce di narratore è in buona parte figlia della voce di Marco Lodoli; e Marco Lodoli fu colui che, avendo letto il mio primo racconto, decise generosamente di darsi da fare perché altri lo leggessero, perché uscisse in una rivista, perché degli editori si interessassero. Ora, &#8220;Tana&#8221; è un racconto che, secondo me, potrebbe tranquillamente stare, che so, nel libro di Marco Grande Raccordo: e nessuno, credo, se ne accorgerebbe.<br />
- &#8220;F.&#8221; Ero al Salone del Libro di Torino. Arrivò la notizia dell&#8217;ammazzamento del giudice Falcone, di sua moglie e degli uomini della scorta. Tornato a casa, scrissi il racconto: che non è una storia del giudice Falcone.</p>
<p><strong>6. Qual è il racconto che senti maggiormente tuo, quello che ti descrive di più? Perché?</strong></p>
<p>Sicuramente &#8220;Lettera accompagnatoria&#8221; (ma se interroghi i miei amici, sicuramente direbbero: &#8220;L&#8217;apprendista&#8221;). Quanto al perché: vedi come ho risposto alla tua prima domanda. Chi, se non uno che agisce come un ladro, risponderebbe a quel modo?</p>
<p><strong>7. La prima pubblicazione di “Questo è il giardino” fu nel lontano 1993: come mai hai deciso di ripubblicarlo dopo che era già apparso per più di una casa editrice?</strong></p>
<p>Perché l&#8217;edizione Theoria è esaurita da anni, e quella negli Oscar Mondadori è sostanzialmente esaurita da un anno. Io ovviamente sono contento se i miei libri &#8220;vivono&#8221;, e l&#8217;editore era contento di ripubblicarlo. Tutto qui.</p>
<p><strong>8. “Questo è il giardino” ottenne critiche favorevoli: vorrei che me ne parlassi, perché ammetto che, a suo tempo, io non ebbi la fortuna di leggere né il tuo libro né le critiche. E penso così tanti altri.</strong></p>
<p>Sì, fu molto lodato. Però non so che dirti. Io ero imbarazzato e contento, più imbarazzato che contento. Non capivo bene che cosa fosse, la critica letteraria dei giornali. Negli articoli leggevo spesso cose di cui non capivo il senso. Non voglio dire che fossero articoli insensati: se li leggessi ora, ora che sono un narratore &#8220;navigato&#8221;, penso che li capirei benissimo. Ma non li ho conservati.</p>
<p><strong>9. Riuscirai a (ri)trovare lo stile felice che ti fece grande in “Questo è il giardino”? La mia impressione, senza peli sulla lingua, è quella che in questo libro tu abbia saputo riversare proprio il meglio di te, l’anima, il cuore e il cervello.</strong></p>
<p>No, non ci riuscirò. Sì, la tua impressione è la stessa mia impressione.</p>
<p><strong>10. Sul Corriere della Sera, in data 27/07/2005, Carla Benedetti scrive: “Gli italiani sono sempre più noti all’estero come scrittori di noir e di thriller: si va non solo verso la clonazione biologica ma anche verso la clonazione dei modelli letterari, dell’immaginario secondo la richiesta del mercato. Al posto del realismo socialista oggi c’è il realismo thrillerista&#8221;. Qual è la tua opinione in merito?</strong></p>
<p>Ma: i generi letterari hanno i loro momenti di gloria, e le loro morti ingloriose. Vedi le tabelle (a me piacciono molto le tabelle) contenute nell&#8217;ultimo libro di Franco Moretti, &#8220;La letteratura vista da lontano&#8221;. Lì si vede che un genere dura quel tanto, massimo una ventina d&#8217;anni, e poi scompare. Certo: in questo momento quella che fu una delle grandi case editrici italiane, Einaudi, sta &#8220;pompando&#8221; una pretesa letteratura &#8220;thrillerista&#8221;. Vabbè: ma le campagne promozionali sono una cosa, il mondo reale è un&#8217;altra cosa. Tra sei mesi Einaudi (o chi per Einaudi) &#8220;pomperà&#8221; qualcos&#8217;altro.<br />
Detto questo: dire che i produttori d&#8217;immaginario (cioè non solo gli editori, ma tutti i produttori di beni che &#8220;portino con sé&#8221; un brandello d&#8217;immaginario &#8211; ossia, mi vien da dire, al giorno d&#8217;oggi, pressoché tutti i produttori di beni) si orientano secondo la richiesta del mercato, salvo lavorare per orientare secondo il loro utile la richiesta del mercato, è addirittura una banalità. Tutto sta (e questo Carla Benedetti non poteva certo farlo, nello spazio di un&#8217;intervista: ma lo ha fatto in altri suoi interventi saggistici) nell&#8217;indagare come funziona questo &#8220;orientarsi e orientare&#8221; che l&#8217;industria fa.<br />
In che modo veniamo convinti che il &#8220;thriller&#8221;, il &#8220;noir&#8221; o il &#8220;giallo&#8221; (eventualmente &#8220;all&#8217;italiana&#8221;), o in generale &#8220;la letteratura di genere&#8221;, è la letteratura che più adeguatamente serve al rispecchiamento della realtà? Questa è una domanda.</p>
<p><strong>11. In data 27/07/2005, su Vibrisse, appare un tuo intervento che ha per titolo “Non in crisi, cioè in passaggio: ma immobile”: “Poi ce ne sarebbero altre, di domande; ma mi fermo qui. Se qualcuno volesse interpretare questi miei interventi come una sorta di difesa d’ufficio della narrativa italiana (&#8221;giovane&#8221; o non &#8220;giovane&#8221; che sia), dico subito che s’inganna.” Si devono dunque considerare le domande delle risposte di per sé, un attacco spietato?</strong></p>
<p>No. E&#8217; che mi viene attribuita spesso, molto spesso, l&#8217;intenzione di difendere e glorificare ad ogni costo la narrativa italiana, in particolare quella scritta dai miei coetanei. E così, al termine di un intervento fatto tutto di domande, mi sono detto: &#8220;Vabbè, mettiamoci una chiusa un pochettino paracula&#8221;. Tutto qui.<br />
Le domande non sono risposte. Sono domande. Devo dire che nelle discussioni che leggo o sento a proposito della narrativa italiana trovo un sacco di gente che ha la risposta pronta, e assai sicura, a domande formulate malissimo (es.: &#8220;La narrativa italiana in crisi. Perché?&#8221;); mentre trovo decisamente poche persone disponibili a impegnarsi nella ricerca delle domande buone, o nella buona formulazione delle domande.</p>
<p><strong>12. In un tuo commento che è tra i tanti dell’articolo succitato: “Mi piacerebbe riuscire a parlare di letteratura con un minimo di precisione. In particolare, mi piacerebbe, quando si parla di letteratura, che si parlasse di letteratura: e non di sociologia della letteratura, di politica della letteratura, eccetera.” Credi dunque che non esista la “sociologia della letteratura” né “la politica della letteratura”? Perché?</strong></p>
<p>Ecco: questa è una domanda formulata malissimo. Mi viene attribuita un&#8217;opinione che non ho (da quando in qua io non crederei all&#8217;esistenza della &#8220;sociologia della letteratura&#8221; e della &#8220;politica della letteratura&#8221;?) e me se ne chiede conto.<br />
Non ho alcun dubbio sull&#8217;esistenza della &#8220;sociologia della letteratura&#8221; e della &#8220;politica della letteratura&#8221;.<br />
Quando parlo di cucina con il mio cugino cuoco, il nostro discorso ha per oggetto: verdure, carni, pasta, olii, sughi, intingoli, cotture, valori nutrizionali, giusti equilibri di grassi carboidrati vitamine, e così via. Non parliamo di sociologia dell&#8217;alimentazione (di cui potremmo parlare, il giorno in cui ci interessasse parlarne) né di mercato della ristorazione (di cui potremmo parlare, il giorno in cui ci interessasse parlarne).<br />
Esempio: se con la frase: &#8220;La narrativa italiana è in crisi&#8221; si intende dire che &#8220;la narrativa italiana vende poco&#8221;, allora si sta parlando non di letteratura, ma di mercato delle lettere; cioè di qualcosa che pertiene all&#8217;economia e alla sociologia culturale. Non stiamo parlando di letteratura.<br />
Io ovviamente non ho nulla contro la sociologia, l&#8217;economia, la politica della letteratura: discipline degnissime, interessantissime, utilissime; ho due scaffali pieni, nella mia libreria, di libri di sociologia, economia e politica della letteratura.<br />
Ma quando parlo di letteratura, desidero parlare di letteratura. Cioè non di vendite, di marketing, di funzionamento del mercato, di comportamenti del lettore, di comportamenti dell&#8217;autore, di comportamenti delle case editrici, eccetera, ma: di testi.</p>
<p><strong>13. I tuoi progetti per il futuro, quelli di Giulio Mozzi scrittore ma anche quelli di Giulio Mozzi in Sironi.</strong></p>
<p>Per me, un solo progetto: campare cent&#8217;anni, se si può.<br />
In Sironi ci sono diverse cose che bollono in pentola. L&#8217;avvio di una nuova collezione di narrativa, in modo da differenziare chiaramente due linee: la &#8220;ricerca&#8221;, affidata soprattutto a &#8220;indicativo presente&#8221;, e la &#8220;classicità&#8221;, affidata appunto a questa nuova collezione (che non sarà una collana di &#8220;classici&#8221;, ma una collana di narrazioni nuove nei contenuti, ma più &#8220;classiche&#8221; nella forma). Poi, forse (sto preparando in questi giorni il progetto) una collezione dedicata a &#8220;scrittura e animazione sociale&#8221;: con brevi opere di taglio manualistico-operativo dedicate, ad esempio, a &#8220;Come si fa un laboratorio di memoria con anziani&#8221;, &#8220;Come si conduce un gruppo di scrittura&#8221;, &#8220;Come si progettano laboratori di narrazione nelle scuole&#8221;, eccetera. E poi &#8211; ma è davvero troppo presto per parlarne &#8211; forse metteremo in piedi una collaborazione con la redazione di una rivista giovane e bella, per una collezione di brevi interventi sull&#8217;attualità artistica e culturale.<br />
Nell&#8217;immediato: in autunno usciamo con vari titoli importanti, tra cui &#8220;Come un atomo sulla bilancia&#8221;, in cui Luisito Bianchi (l&#8217;autore della &#8220;Messa dell&#8217;uomo disarmato&#8221;) racconta la sua esperienza di prete operaio; e &#8220;Lo Zar non è morto&#8221;, un grande romanzo d&#8217;avventure scritto da un gruppo di dieci narratori.</p>
<p><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<p><a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/07/01/lesperienza-la-narrazione-le-nude-cose-linvenzione-e-tutto-il-resto-compreso-il-dio/" target="_blank"><strong>L’esperienza, la narrazione, le nude cose, l’invenzione (e tutto il resto, compreso il dio) &#8211; di Giulio Mozzi</strong></a></p>
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		<title>Grimus: il primo lavoro di Salman Rushdie non delude le aspettative dei lettori più esigenti</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jul 2009 08:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Grimus
 Il primo lavoro di Salman Rushdie
non delude le aspettative dei lettori più esigenti
di Giuseppe Iannozzi
“Ero Joe-Sue, indiano axona, orfano, segnato alla nascita da un nome ambiguo perché il mio sesso era rimasto incerto fino a qualche tempo dopo, vergine, fratello minore di una femmina selvaggia che si chiamava Cane da Penna e aveva una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>Grimus</strong></h1>
<p><strong> Il primo lavoro di Salman Rushdie<br />
non delude le aspettative dei lettori più esigenti</strong></p>
<p>di <strong>Giuseppe Iannozzi</strong></p>
<p><em>“Ero Joe-Sue, indiano axona, orfano, segnato alla nascita da un nome ambiguo perché il mio sesso era rimasto incerto fino a qualche tempo dopo, vergine, fratello minore di una femmina selvaggia che si chiamava Cane da Penna e aveva una paura matta di perdere la propria bellezza: cosa ironica, perché non era bella. Era anche il mio ventunesimo compleanno, e stavo per diventare Aquila Svolazzante. E per smettere di essere qualche altra persona.” (da “Grimus” – di Salman Rushdie)</em></p>
<p><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/07/grimus.jpg" alt="Salman Rushdie - Grimus" align="left" /><strong>Salman Rushdie</strong> è nato a Bombay nel 1947 e si è trasferito a Londra quando aveva appena quattordici anni. Per anni, dopo la pubblicazione de “I versi satanici”, opera mirabile di fantasia, filosofia e religione, l’autore è stato un “fuggitivo” nel vero senso della parola; e se oggi ha ancora la testa attaccata al corpo, può ben dirsi fortunato perché in suo favore si sono mobilitati alcuni fra i più eminenti intellettuali. Per la cronaca, Bono Vox, si è adoperato non poco per aiutare Rushdie; il testo della bellissima canzone “The Ground Beneath Her Feet”, colonna sonora del film “The Million Dollar Hotel” di <strong>Wim Wenders</strong>, è stata scritta da <strong>Salman Rushdie</strong>. Un regalo d’amicizia al leader degli U2?<br />
<strong>Salman Rushdie</strong>, autore di grandissimi romanzi ricchi di fantasia e genuina spregiudicatezza investigativa intorno al panorama uomo, è forse il più grande scrittore contemporaneo vivente, un moderno Shakespeare che ha regalato alla nostra cultura romanzi importanti come “I figli della mezzanotte”, “La vergogna”, “I versi satanici”, “Harun e il mar delle storie”, “L’ultimo sospiro del Moro”, “Est Ovest”, “La terra sotto i suoi piedi”, “Il sorriso del giaguaro”, “Patrie immaginarie”, “Fury”.<br />
Rushdie ci dice che l’uomo è vittima delle furie che si agitano nell’anima, e che l’anima è costretta a seguire la loro volontà  (o quella degli dèi, se si preferisce) per tentare di scoprire l’identità che appartiene all’uomo. I personaggi di Rushdie si interrogano come Amleto. Non credo sia errore definire Salman Rushdie moderno Shakespeare. La fantasia di Rushdie è arte e virtuosismo allo stesso tempo, fantasia e dissacrazione dei common places: essere o non essere? I personaggi di Rushdie non possono fare a meno di essere amletici nelle loro scelte, nei loro comportamenti, e il mondo che gli ruota attorno è amletico pure esso. In “Fury”, l’autore disegna la lotta per la sopravvivenza in un mondo scevro di valori, ma anche l’uomo inteso come oggetto soggetto a una società solo virtualmente civile: la religione diventa filosofia e viceversa e poi si fa passare per necessaria politica, in definitiva una impossibile ricerca di una identità reale in un mondo di simulacri (bambole). Le furie agitano l’animo umano e tutti ne sono vittime (in)consapevoli.<br />
Volenti o nolenti, è dovere intellettuale riconoscere a Salman Rushdie di essere “eclettico” quanto Shakespeare, ma anche, moresco, lisergico, filosofico e ambiguo in una declinazione tutta intellettuale. A guardarlo bene in faccia, be’, non lo si può dire uomo affascinante o confortante: la genialità è in quel suo volto severo, quasi ebreo, dal naso aquilino, poi gli occhialini rotondi e la barba grigia completano la sua immagine. Ha sicuramente un debito di riconoscenza non indifferente nei confronti di tanti intellettuali e uomini di spettacolo; ciò non toglie che ogni sua storia ci scaraventa in un universo bastardo, tragicamente remoto e reale, magicamente reale e allo stesso tempo irreale. Dopo “I versi satanici”, Rushdie ha avuto non pochi guai, e usando le sue stesse parole parodiate si potrebbe dire che si attirò le “furie” addosso, e queste hanno tenuto duro veramente, ma il capo dal busto non sono riuscite a spiccarglielo. Forse qualcuno ricorda “The Ground Beneath Her Feet”, la colonna sonora a “The Million Dollar Hotel” di Wim Wenders: bene, il testo della canzone, l’ha scritto quel geniaccio di Rushdie, rivelandosi anche ottimo paroliere o poeta che dir si voglia. (Per i curiosi che poco masticano l’inglese, il testo tradotto de “La terra sotto i suoi piedi” di Rushdie è riportato in fondo a questa recensione.)</p>
<p><span id="more-7052"></span><br />
Scrive lo stesso <strong>Salman Rushdie</strong> a proposito di <strong>Grimus</strong>: “mi era stato rifiutato un romanzo, ne avevo abbandonati altri due e pubblicato uno, intitolato Grimus, che fu (a voler essere generosi) un vero fiasco.”  Accade a molti che un romanzo sia un fiasco, soprattutto quando si è agli esordi, poi, stranamente, per le leggi del mercato editoriale ma anche per quelle della fama, se si riesce a diventar famosi, quello che era un fiasco diventa un capolavoro, o nel migliore dei casi un romanzo da riscoprire che era stato sottovalutato. Purtroppo, il più delle volte, rilanciare sul mercato il primo lavoro di uno scrittore coincide con un quasi suicidio operato e concertato (forse inconsapevolmente) dall’autore. Per nostra fortuna, <strong>Grimus</strong> non è una bieca operazione commerciale o di rilancio dell’autore più maledetto e dandy di questi ultimi decenni: da questo romanzo, Signori, aspettatevi un Rushdie furioso, ottimamente in forma, capace di tradurvi all’interno di mondi paralleli, ma anche in mille vortici di incastri filosofici che si risolvono non tramite risposte, bensì tramite altri quesiti sempre insoluti. Ci troviamo di fronte ad opera che garantisce tutta la profondità del<strong> Michele Mari</strong> più “maturo”, quello di “Tutto il ferro della torre Eiffel”;<strong> Salman Rushdie</strong> non ci offre soluzioni, solo labirinti da scoprire nel vano tentativo di trovare una uscita. Ma anche quando fossimo fuori dal Dedalo, questo si ricompone e smonta tutte le nostre certezze.<br />
<strong>Rushdie</strong> gioca i miti e le leggende di diverse culture, rielaborando, con assoluta originalità profondamente dickiana, alcuni elementi tipici della science-fiction. Grimus è composito da universi che cadono a pezzi in declinazione dickiana, ma anche dal sogno mitizzato dell’immortalità in chiave umoristica, il cui sapore ci ricorda “I figli di Matusalemme” di <strong>Robert A. Heinlein</strong>. E il gioco filosofico che è <strong>Grimus</strong> si complica ulteriormente quando Rushdie inserisce visioni lisergiche à la Aldous Huxley per poi deformarle in un tributo tribale, che ci traduce nella crudeltà antropologica senza speranza d’un regno che pare appartenere a “Il signore delle mosche” di <strong>William Golding</strong>. <strong>Grimus</strong>, lo si potrebbe definire un “fantasy futuristico”, ma sarebbe ingiusto, perché il gioco che opera l’autore è di ben altro spessore: sfrutta sì alcuni stereotipi della letteratura di “genere”, ma li trascende in originalità shakespeariana. Il protagonista di questo romanzo è un giovane indiano appartenente alla fittizia tribù degli Axona: ha una sorella più grande che lo svergina e lo inizia all’amore, ma è misteriosa, non a caso il suo nome è Cane da Penna. Un giorno qualsiasi, la sorella di Aquila Svolazzante incontra un tipo strano che le fa dono di due fiale: una di esse concede il dono dell’immortalità. Aquila Svolazzante si decide, dopo non poche scaramucce con la sorella, a ingollare la fiala dell’immortalità, ma presto la vita eterna comincia a diventargli motivo di disgusto. Per settecento anni naviga, si perde tra le genti del mondo, cerca qualcosa da imparare, fa sue molte conoscenze, ma la conoscenza non è maturità, e Aquila Svolazzante lo capisce nel momento in cui il mondo perde ogni significato ai suoi occhi. L’unica maniera per trovare una giustificazione alla sua vita troppo lunga è di recarsi presso la montagnosa Calf Island, dove, forse, potrà tornare ad essere un uomo mortale. Peccato che ad ostacolarlo ci sia Grimus, una entità intelligente, aliena, astratta, che farà penare non poco Aquila Svolazzante. Ma chi è in realtà Grimus? Uno spirito, o piuttosto un’idea? Forse un gioco partorito dalla mente, ma di chi o di che cosa? Non si sa, ma certo è che Grimus comanda il destino di tutti.<br />
<strong>Grimus</strong> è opera che parla di ibridazione, sradicamento, esilio, in pratica dell’uomo e del Centro dell’Universo, che si presume debba esistere da qualche parte ma non si è certi, non si è certi di niente nell’Universo-puzzle senza Centro che Salman Rushdie disegna con dissacratoria intelligenza.</p>
<p><em>Salman Rushdie – Grimus &#8211; Traduzione di Vincenzo Mantovani &#8211; Mondadori &#8211; Collana: SIS &#8211; Scrittori italiani e stranieri &#8211; Pagine 340 &#8211; ISBN 8804524596 &#8211; € 18.00</em></p>
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		<title>L’uomo duplicato di José Saramago – L’impossibile era l’ultima illusione che ci restava – Einaudi, collana Super Et</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jul 2009 07:49:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’UOMO DUPLICATO
L&#8217;impossibile era l&#8217;ultima illusione che ci restava
Parola di José Saramago
di Giuseppe Iannozzi
“Le parole sono l&#8217;unica cosa immortale; quando uno è morto, ai posteri rimangono solo loro.”
José Saramago
José Saramago, nato ad Azinhaga nel 1922, narratore, poeta e drammaturgo portoghese, ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Tra le sue opere pubblicate è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><strong>L’UOMO DUPLICATO</strong></h2>
<p><strong>L&#8217;impossibile era l&#8217;ultima illusione che ci restava<br />
Parola di José Saramago</strong></p>
<p>di <strong>Giuseppe Iannozzi</strong></p>
<p><em>“Le parole sono l&#8217;unica cosa immortale; quando uno è morto, ai posteri rimangono solo loro.”</em></p>
<p><em>José Saramago</em></p>
<p><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/07/uomoduplicato.jpg" alt="José Saramago - L'uomo duplicato" align="left" /><strong>José Saramago</strong>, nato ad Azinhaga nel 1922, narratore, poeta e drammaturgo portoghese, ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Tra le sue opere pubblicate è d&#8217;obbligo ricordare almeno <em>L&#8217;anno della morte di Ricardo Reis, La zattera di pietra, Storia dell’assedio di Lisbona, Viaggio in Portogallo, Cecità, Oggetto quasi, Tutti i nomi, Il racconto dell’isola sconosciuta, La caverna, Il Vangelo secondo Gesù Cristo, Manuale di pittura e calligrafia, L’uomo duplicato, Poesie e Teatro, Saggio sulla Lucidità.</em></p>
<p>Che la vita riservi delle impossibilità che all’improvviso si realizzano in realtà tangibili, non è una novità, anche se non sempre accade che i desiderata e la realtà corrispondano alle impossibilità immaginate. Ne sa qualcosa <strong>José Saramago</strong>, che in un’ottica perfettamente oggettistica ma umana, quella di “Oggetto quasi”, spiega che “l’impossibilità era l’ultima illusione che ci restava”. <strong>“L’uomo duplicato”</strong>, questa una delle ultime fatiche dello scrittore insignito nel 1998 del premio Nobel per la Letteratura, è romanzo come un giallo, la cui maestria è quella dello scrittore consumato capace di dar spessore nuovo di significati a quella che per altri colleghi sarebbe materia per una storia banale. Ma non si pensi a Saramago come ad un epigono di P.K. Dick che replica i suoi simulacri, non si pensi a Saramago come a un semplice parolière scevro di valori e sentimenti, si consideri piuttosto Saramago scrittore epico omerico pirandelliano in grado di disegnare la realtà moltiplicando ogni sua possibile ed impossibile sfumatura in coriandoli di casi possibili, di micro-realtà che si inseriscono nella nostra identità per proiettarla in un universo che è la realtà stessa, non semplice modello d’un mondo parallelo. La concretezza di Saramago non è metafisica sciorinata in parole e contenuti, è pragmatismo, anche se il libro è un oggetto e come tale si comporta anche se non toccato da mani umane, perché il libro è libero quindi suscettibile di mille incidenti di percorso, l’aria che ne ingiallisce le pagine, la polvere che si accumula su di esso, ma anche vittima delle azioni che l’uomo potrebbe operare nel tentativo di interpretarne i contenuti.<br />
<span id="more-7049"></span><br />
L’universo-uomo è il pragmatismo che Saramago sa: attraverso <strong>“L’uomo duplicato”</strong>, per l’ennesima volta, l’autore ci dimostra che non esiste l’alieno ma solo l’uomo che è animale, oggetto umano, duplicato e duplicabile, nelle azioni, nel corpo ma più difficilmente nell’anima. Il DNA non spiega l’esistenza e neanche la metafisica né le supposte religioni inventate dall’uomo per dirsi tale. Ne<strong> “L’uomo duplicato”</strong> assistiamo al grande dilemma in chiave epica che spinge l’uomo a domandarsi “chi è”. Accade per caso che Tertuliano Máximo Afonso, professore di Storia, un individuo non dissimile da tanti milioni che invadono città metropoli e deserti, si imbatta in una videocassetta dove scorge il suo duplicato, un attore che ricopre ruoli secondari, ma che è in tutto e per tutto uguale a lui, Máximo Afonso perché il nome-parola Tertuliano è per il protagonista una appendice inutile e fastidiosa non solo per se stesso ma per chiunque abbia a che fare con lui, l’unico Máximo Afonso. Eppure il protagonista scopre di non essere il solo ad avere la sua faccia, il suo corpo: è una folgorazione l’evidenza che gli si para di fronte, inopinatamente. Deve sapere, ma intanto l’amante non gli dà requie: lui è combattuto, vorrebbe lasciarla, con delicatezza, come un oggetto a cui ci si è sentiti attaccati per convenienza, ma quando se la trova davanti le parole gli muoiono in bocca, e in bocca i baci saporiti di lei fanno il resto, mettono a tacere quelle cose assurde che sarebbero parole su parole, un rotolamento, significati a raffica sparati a salve. Ma Máximo Afonso sa che prima o poi finirà anche il sapore dei baci, e rimarrà forse solo il pallido ricordo di un letto odoroso di loro a fare all’amore nel tentativo di compenetrare significati troppo reali perché siano comprensibili a due corpi distratti dalle carezze, dall’erotismo inventato per non staccarsi l’uno dall’altra. Ma la relazione di Máximo Afonso con Maria da Paz è un effetto quasi collaterale nel dramma del protagonista; la sua ossessione è il duplicato, o almeno, quell’uomo che lui crede essere un simulacro eppure esistente e che ha un nome, un nome da artista, Daniel Santa-Clara, mica l’insulto anagrafico che si trascina lui e che risponde al nome-parola di Tertuliano. Máximo Afonso, dopo non poche ricerche, scopre il nome del sosia e la sua vita, almeno quella che può essere percepita spiando di nascosto, ma comprende che Daniel ha un suo nome e cognome e anche una vita, forse migliore della sua. Ora che sa che un altro è lui, che replica Máximo Afonso, ma che è se stesso, come dovrebbe comportarsi? L’unica via per uscire fuori da questa claustrofobia di identità è incontrare Daniel vis-à-vis, vedere se è proprio così, se è uguale a Máximo Afonso che ha pure lui nomi e cognomi mal legati fra di loro, pasticciati, che sono vergogna per l’identità indelebile scritta all’anagrafe.  Il “doppio”, perché non può essere diversamente nell’innocenza speculativa di Máximo Afonso, non può che essere un doppio, reale quanto si vuole, ma comunque un doppio, un incidente dovuto al caso, non un teratoma, ma comunque un incidente che deve essere indagato, con discrezione, perché né lui, Máximo Afonso, né Daniel Santa-Clara direbbero mai di se stessi al mondo per finire sulle pagine dei giornali.<br />
Il tema del sosia, del doppio risale al mito della nascita di Ercole: Alcmena crede di avere accanto a sé nel letto il suo sposo Anfitrione, mentre a lui si è sostituito Giove che ha assunto le sue sembianze per sedurla. Da <strong>Plauto</strong> a <strong>Heinrich von Kleist</strong>, da <strong>Molière</strong> a <strong>Dostoevskij</strong>, a <strong>Luis de Camoes</strong>, la tragedia del sosia, del doppio, del simulacro, trova ne <strong>“L’uomo duplicato”</strong> un destino non solo letterario, ma anche, e soprattutto, una profondità espressiva umana che solo <strong>José Saramago </strong>poteva mettere in piedi senza scadere nel ridicolo. Ci ricorda il premio Nobel attraverso “Tutti i nomi” che &#8220;Tutte le risposte sono nell&#8217;aria. Le risposte ci sono tutte nel mondo, se non c&#8217;è la risposta è la domanda che è sbagliata&#8221;. Sappiamo che è praticamente impossibile che due persone siano perfettamente identiche, ma allora perché uno scrittore a partire da un&#8217;impossibilità dovrebbe dar corpo a una storia di sosia? Perché nell&#8217;impossibilità, nel qualcosa che non può accadere c’è una sorta di provocazione nei confronti della vita, del lettore, uno stimolo che non può essere ignorato.<br />
Par quasi un giallo<strong> “L’uomo duplicato”</strong>: l’atmosfera si condensa in mistero, una perfetta commistione di reale e irreale reale, e come ne “L’anno della morte di Ricardo Reis” dove il fantasma di Pessoa e il corpo reale del suo eteronimo d’invenzione coesistevano, i “doppi di sé” irrompono sulla scena, e nelle vite dei protagonisti. Il messaggio onirico è la straordinaria biografia di un uomo ir-reale che rinnova quell&#8217;impalpabilità tragica che è il vivere forse in un sogno o anche il sogno che vive il nostro Sé.</p>
<p><em>L’uomo duplicato &#8211; José Saramago – Traduzione di Rita Desti &#8211; Einaudi &#8211; Collana: ETsup &#8211; Tascabili Super ET &#8211; Pagine 286 &#8211; ISBN 8806174207 &#8211; € 10,50</em></p>
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		<title>T. Coraghessan Boyle è Amico della Terra, è il nuovo William S. Burroughs che l’America merita</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 08:46:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[T. Coraghessan Boyle è Amico della Terra
E&#8217; il nuovo William S. Burroughs che l&#8217;America merita
di Iannozzi Giuseppe
T. Coraghessan Boyle è originario di Peekskill, nello Stato di New York, ma vive a Santa Barbara e insegna al Southern California College, in un quartiere multietnico di Los Angeles. Ha esordito in  Italia con il bellissimo romanzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>T. Coraghessan Boyle è Amico della Terra<br />
E&#8217; il nuovo William S. Burroughs che l&#8217;America merita</strong></h3>
<p>di <strong>Iannozzi Giuseppe</strong></p>
<p><strong>T. Coraghessan Boyle</strong> è originario di Peekskill, nello Stato di New York, ma vive a Santa Barbara e insegna al Southern California College, in un quartiere multietnico di Los Angeles. Ha esordito in  Italia con il bellissimo romanzo mainstream, América (1997) a cui hanno fatto seguito <em>Amico della terra (2001)</em>. la raccolta di racconti <em>Se il fiume fosse whisky (2001)</em>, <em>Dottor Sex (2004)</em>, <em>Infanticidi (2006)</em> e <em>Identità rubate (2008)</em> .  I suoi lavori sono pubblicati in Italia da <em>Einaudi</em>. La sua bibliografia completa comprende:  A<em>fter the Plague, A Friend of the Earth, T. C. Boyle Stories, Riven Rock, The Tortilla Curtain, Without a Hero, The Road to Wellville, East is East, If the River was Whiskey, World&#8217;s End, Greasy Lake, Budding Prospects, Water Music, Descent of Man, Drop City, The Inner Circle e l’ultimissimo Tooth and Claw.</em></p>
<p><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/06/amico-della-terra.jpg" alt="T.C. Boyle - Amico della Terra" align="left" /><strong>T. Coraghessan Boyle</strong> è uno scrittore geniale che sa scrivere con abile maestria: i suoi romanzi, così come i racconti, sono grotteschi, affascinanti, romantici, disillusi, feroci, provocatori, impregnati di una genuina poesia on the road, quella tanto cara ai capiscuola della Beat Generation. Scoprire <strong>T. Coraghessan Boyle</strong> è stata una vera illuminazione: nelle sue pagine non c’è segno alcuno di supponenza dottorale, perché Boyle scrive facendo riferimento alla sua esperienza personale. T. C. Boyle è un giovanotto che veste alla mano e se lo incontri per strada non diresti affatto che è uno scrittore: ma è un artista, e che artista! Non esito a definire <strong>T. C. Boyle</strong> il nuovo <strong>William Burroughs</strong> che il mondo attendeva da troppo tempo. Peccato che in patria, per gli argomenti trattati, è forse un po’ snobbato, ma la critica più attenta non ha potuto fare a meno di evidenziarne le grandi doti artistiche e comunicative. La moda del momento ha proiettato un certo J. T. Leroy, autore di due stupidi romanzetti (Sarah e Ingannevole è il cuore più di ogni cosa), nell’olimpo degli autori americani più letti, paragonandolo addirittura a W. Burroughs; ma J. T. Leroy è solo una moda commerciale, mentre T. C. Boyle &#8211; scommetteteci pure quello che volete &#8211; è autore di tutt’altra statura, un autore che non morirà e che rimarrà a lungo nella storia della letteratura americana e non.<br />
«La passione per la scrittura non è nata con me, e non me l&#8217;hanno trasmessa col latte materno. Nessun angelo è venuto a visitarmi, e non andavo a nascondermi negli angoli bui con gli occhiali spessi due dita, l&#8217;apparecchio per i denti e in mano un libro, mio unico amico. Non mi rintanavo come una talpa borgesiana nella biblioteca di mio padre (per la cronaca, mio padre non aveva una biblioteca e non ha letto un libro in vita sua&#8230;) No, ero un bambino come tutti gli altri. Giocavo a palla; vagavo tra i miseri resti dei boschi nella periferia di Westchester, uccidendo quello che mi capitava; stringevo i denti a scuola, che per me era peggio dei lavori forzati. Ero un bravo bambino, facevo di tutto per piacere &#8211; come spessissimo accade ai figli degli alcolisti -, eppure, chissà come, verso i 15-16 anni mi sono trasformato in un ragazzino strafottente. Un punk. Un cinico. Un so-tutto-io. In parte è stata colpa dei libri &#8211; ma non tutti, non ancora. Le persone che frequentavo &#8211; ragazzini come me &#8211; erano figli di famiglie istruite, borghesi, a volte persino abbienti, ed erano svegli, furbi e insoddisfatti. Più tardi sarebbe arrivata la droga, ma all&#8217;inizio non volevamo altro che guidare come pazzi, cercare disperatamente di scopare, compiere i soliti, piccoli atti di vandalismo, prendere una sbornia dietro l&#8217;altra &#8211; e chissà come, per miracolo, leggere libri. Eravamo proto-hippies, ma non lo sapevamo. Sapevamo solo di essere a metà strada fra i teppisti e i primi della classe, e di saper apprezzare Aldous Huxley, George Orwell, J. D. Salinger, Jack Kerouac. Scrivere? Una cosa mai sentita. [...] A 17 anni sono finito a Potsdam, New York. [...] Non frequentavo le lezioni all&#8217;università. Ciondolavo insieme ad altri buoni a nulla. Ma leggevo. Ho scoperto Flannery O&#8217;Connor durante un corso di letteratura e mi sono riconosciuto, come di schianto; poi, fuori dalla classe, nei bar, in compagnia di una piccola schiera di gente come me, ho iniziato a leggere Updike e Bellow e Camus, poi Barth, Beckett, Genet, e Gide, Ibsen, O&#8217;Neill, Sartre, e Waugh. La biblioteca era nuova, si sentiva un odore di formaldeide salire dalla moquette; anche i libri erano nuovi, almeno quelli che leggevo io, e avevano quell&#8217;odore che i libri hanno ancora adesso, di colla inchiostro e cartiera, un odore che ho imparato ad associare al piacere &#8211; e alla conoscenza».<br />
<em>(T. Coraghessan Boyle da The Eleventh Draft, Harper Collins, 1999)<br />
<span id="more-7043"></span></em></p>
<p><strong>Amico della terra</strong> è un romanzo sofisticato, ricco di elementi fantascientifici: è il caso di dire che è opera di fantascienza umanistica. Boyle non si nasconde dietro a nessuna maschera: se deve sparare contro il governo americano e le sue istituzioni lo fa punto e basta, se deve protestare contro il disboscamento lo fa punto e basta, se deve parlare contro il razzismo americano e la Chiesa lo fa punto e basta. E non è un duro, è un uomo, un vero artista impegnato dalle idee ben chiare che non svende i suoi ideali per essere più commerciale. <strong>Nicolò Ammaniti </strong>ha detto di <strong>T. C. Boyle</strong>: “Mi sono seduto e ho aperto Se il fiume fosse whisky e l’ho finito tutto, poi ho alzato gli occhi e ho scoperto che il mio aereo era sparito. <strong>T. Coraghessan Boyle</strong> è uno degli scrittori più coinvolgenti, appassionati, spiritosi, fuori di testa che mi sia capitato di leggere. Ha un solo difetto: può produrre dipendenza.”  Ma state tranquilli, la dipendenza, in questo caso, è più giustificata: T. C. Boyle sarà anche fuori di testa, ma cavolo, sa scrivere come nessun altro!<br />
Amico della terra, la trama in breve, giusto per abituarvi alla dipendenza. Siamo nel 2025 e il mondo è al collasso ambientale: a nulla sono valsi gli sforzi di Ty Tierwater, ecoterrorista  settantenne, ormai in disarmo, per tentare di dare all’umanità una coscienza ecologica e sociale. Tuttavia, un giorno, inaspettatamente, si presenta alla sua porta, dopo tanti anni di assenza, la sua seconda moglie, Andrea. Ty Tierwater vedendola comprende che i guai per lui non sono finiti, perché è ancora profondamente innamorato di Andrea. E Andrea lo spinge a ricordare quando la Terra poteva ancora essere salvata: Ty Tierwater torna ad essere giovane e ricorda ogni sua azione, ogni suo pensiero, ogni sua lotta, ogni sopruso subito. E ricorda la morte della figlia, un dolore che anche nel 2025 è indelebile nel suo cuore di padre. Nel 2025 il vecchio ecoterrorista, Ty Tierwater, vive in modo malinconico le proprie sconfitte ideologiche e affettive: molte specie animali si sono estinte, nuove malattie ammorbano l’umanità, uragani prodotti dall’effetto serra arrivano con spaventosa regolarità, insomma il mondo è andato a rotoli, e la vita di Tierwater non ha funzionato molto meglio. Il ritorno improvviso, dopo tanti anni, di Andrea lo sospinge a ricordare le tante battaglie per difendere l’ambiente, i tanti guai in cui Andrea lo ha cacciato, i tradimenti, ma anche tanto sesso. Tuttavia il ricordo della figlia morta per difendere la vita degli alberi, della Terra, è un dolore che riaffiora pulsante e nitido ad ogni momento: il dolore si sposa ai momenti felici passati e diventano un sentimento nuovo che Tierwater non sa spiegarsi. Ma Andrea cosa vuole da lui? Perché è tornata? Andrea vuole che l’ecoterrorista di “Salviamo la Terra” torni ad essere quello di un tempo, ma desidera anche che ricordi la figlia scomparsa, che racconti tutto di lei, affinché una comune amica possa scriverne la storia e consegnarla ai posteri. Ty non può far a meno di trovare ancora tanto, tanto attraente Andrea: nonostante la chirurgia estetica, Andrea ha negli occhi la stessa luce buona, genuina, di quando era giovane. E Ty l’ama ancora e fare sesso con lei, di nuovo, dopo tanti anni, se non lo fa sentire giovane, almeno lo convince che non potrà resistere alle richieste della donna. E lui, Ty Tierwater, ex ecoterrorista, non vuole resistere ad Andrea, perché in lei c’è tutta quella giovinezza di spirito che lui ha dimenticato e che vuole tornare a possedere. L’effervescente e ancora sexy signora allontana Ty dalla routine del suo lavoro di guardiano in uno zoo di animali rari creato da una ricchissima rock star, la “iena umana”, soprannome meritato sul campo delle lotte ecoterroriste. Ty rievoca così gli avvenimenti che lo hanno visto protagonista di tante perdite: la perdita della libertà, del patrimonio ereditato, della prima moglie e della figlia, Sierra. Andrea, alla fine, riuscirà a convincere Ty a riprendere le sue battaglie per salvare la Terra? Io non ve lo dico: pretendete troppo, ragazzi. Scopritelo da soli, scoprite da soli il grottesco futuro disegnato dalla penna di T. C. Boyle. E’ un romanzo fantastico, un vero romanzo come raramente capita di leggere.<br />
Lo stile brillante di<strong> T. Coraghessan Boyle</strong>, la sua vena grottesca &#8211; caratteristiche ben note ai suoi ammiratori -, non risparmiano abili stoccate né al popolo variegato degli ecologisti né a quello più piatto e qualunquista degli “stupratori della terra”. Quando si inizia a leggere<strong> T. C. Boyle</strong>, è impossibile abbandonare la lettura. Lo stile di questo autore americano è qualcosa di stupefacente: nella sua scrittura non troverete clichè letterari di genere e non, troverete solo l’anima di un artista vero, originale, spietatamente originale. <strong>T. Corraghessan Boyl</strong>e ha pelo sullo stomaco da vendere: non esita a sparare feroci, intelligenti, stoccate contro la politica americana, contro George W. Bush, contro tutti quelli che si sono adoperati per fare del nostro pianeta un immondezzaio.<br />
Il romanzo di <strong>T. C. Boyle</strong>, tradotto da Margherita Crepax, rispetta ampiamente la sana ferocia dell’originale. Una grande storia, uno stile innovativo, messaggi sociali e politici precisi: cosa si può chiedere di più ad un libro? <strong>Amico della terra</strong> è un capolavoro che dovrebbe essere letto più e più volte: da un grande come T. C. Boyle non si smette mai di imparare. E se fossi in voi, mi procurerei anche tutti gli altri suoi scritti: sono tutti altissimi esempi di letteratura, di stile, di coscienza sociale e politica. Meritano davvero di essere letti con profonda attenzione. Siete liberi di credermi o no, ma <strong>T. C. Boyle</strong> è assolutamente fantastico. E non esagero: so quello che dico. Se non vi piacerà, venite pure a lamentarvi da me.</p>
<p><em><br />
T. Coraghessan Boyle &#8211; Amico della terra  &#8211; Traduzione di Margherita Crepax &#8211; Collana: Supercoralli &#8211; Einaudi &#8211;  pp. 334  &#8211; 17.56 Euro</em></p>
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		<title>Jonathan Ames. Io e Henry. Un capolavoro di comicità – Einaudi – collana Stile libero</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 08:32:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Jonathan Ames
Io e Henry
Un capolavoro di comicità
di Iannozzi Giuseppe
«Una voce autentica della sofferenza giovanile. Il giovane eroe antisociale di Ames è un incrocio tra Jean Genet e Holden Caulfield nell&#8217;era dell&#8217;Aids. Lo stile è la reale conquista: solido, pulito, e impassibile». (Philip Roth)
«Cinematografico nelle sue rapide, essenziali riprese, stupefacente per la sua autorevolezza, questo romanzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>Jonathan Ames<br />
Io e Henry<br />
Un capolavoro di comicità</strong></h3>
<p>di <strong>Iannozzi Giuseppe</strong></p>
<p><em>«Una voce autentica della sofferenza giovanile. Il giovane eroe antisociale di Ames è un incrocio tra Jean Genet e Holden Caulfield nell&#8217;era dell&#8217;Aids. Lo stile è la reale conquista: solido, pulito, e impassibile». (Philip Roth)</em></p>
<p><em>«Cinematografico nelle sue rapide, essenziali riprese, stupefacente per la sua autorevolezza, questo romanzo è un ritratto spiazzante e divertente di un uomo senza illusioni. Un debutto sorprendente». (Joyce Carol Oates)</em></p>
<p><em>«Era dai tempi di Harold e Maude che non si vedeva una coppia tanto bizzarra e divertente come Louis Ives e Henry Harrison». (Jeffrey Eugenides)</em></p>
<p><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/06/jonathan-ames-io-e-henry.jpg" alt="" align="left" />Dobbiamo fare i conti con “Le vergini suicide” di <strong>Jeffrey Eugenides,</strong> ma prima ancora con “Middlesex”, per poter parlare di “The Extra Man” di <strong>Jonathan Ames</strong>. E poi, con occhio colto, guardare a <strong>Scott Fitzgerald</strong>, al suo capolavoro “Il grande Gatsby”, al decadentismo signorile che Fitzgerald diceva della middle class prima di dire di “The Extra Man”. Perché “Io e Henry” &#8211; questo purtroppo il titolo italiano del romanzo di Ames &#8211; è la ricostruzione fedele e ironica della middle class moderna, di una società ormai avviata ad estinguersi nel fuoco delle sue vanità. “The Extra Man” risale al 1998, quindi prima di “Middlesex” di Eugenides, ma senza il lavoro di Ames probabile è che Eugenides non avrebbe mai dato alle stampe il suo Middlesex.<br />
Ames ed Eugenides, pur essendo lontani l’uno dall’altro, sono più vicini nelle speculazioni intorno alla società di quanto la critica possa credere; infatti entrambi evidenziano il decadimento, forse precoce, della società americana, quella indaffarata a correre dietro ai suoi istinti nel vano tentativo di riconoscerli e consegnarli alla storia. Anche J.T. Leroy ha un grande debito di riconoscenza nei confronti di Ames: se Leroy ha scritto romanzetti come “Sarah” ed “Ingannevole è il cuore…” è perché Ames aveva già detto, con consumata maestria, quanto Leroy mette nero su bianco senza grazia alcuna nei suoi romanzetti &#8211; falsamente descrittivi d’una sessualità disperata. La grandezza di Jonathan Ames sta nel disegnare un ironico Holden Caulfield che veste il reggiseno, per scherzo quasi, in cerca, sempre, di una riconciliazione con sé stesso, con una identità smarrita che mai ha avuto né nello spirito né sul passaporto: Louis Ives, personaggio principale di “Io e Henry”, è un po’ come Holden Caulfield, come lui è un ribelle, ma è soprattutto un disperato ironico che all’arte del facile travestimento preferisce opporre sé stesso. Con pulizia chirurgica, Ames rifiuta la violenza del sentimentalismo e del vittimismo, o la volgarità falsamente controcorrente di Leroy, per riallacciare un dialogo ideale con la grande tradizione letteraria americana, quella di<strong> Salinger</strong>.<br />
<span id="more-7038"></span><br />
<strong>Jonathan Ames</strong> mette in scena una sorta di attore, Louis Ives, uno che non ha né arte né parte, ma che sa che la vita, indipendentemente da cosa possa significare, dev’essere comunque vissuta e provata così come tutte le cose belle e brutte che essa sa riservare all’uomo, anche quando è semplice animale &#8211; segno antropologico &#8211; incapace di declinare sé stesso nel costume della società imperante. Ives non è un rivoluzionario, o un accorto miglioratore del mondo: probabilmente è “nessuno”, ma non nega il “nessuno” che c’è in lui per dirsi appartenente a una qualsiasi classe sociale solo per essere accettato dall’umanità imbelle, che scorrazza tranquilla lungo le strade di una America furbescamente pulita nell’abito da sera, ma intimamente sporca nelle mutande imbollettate. Ives è anche un po’ una specie di Orlando, un gentiluomo demodè, ma senza il pessimismo speculativo tipico di Virginia Woolf: Jonathan Ames oppone alla speculazione nichilista il virtuosismo leggero di un falso gentiluomo à la Oscar Wilde,   riuscendo bene a fotografare l’importanza di chiamarsi (ed essere) Ernesto e Onesto.<br />
La storia messa in piedi da <strong>Jonathan Ames </strong>è la sfrenata, eroicomica (dis)educazione sentimentale del giovane Louis sedotto da una Manhattan invasa da transessuali, fintamente libera nei peep show; Louis, ammiratore sfegatato di Scott Fitzgerald, è, soprattutto, un gentiluomo in ogni occasione, anche quando, goffamente, prova l’ebbrezza di indossare un reggiseno. E’ sempre onesto con sé stesso: si guarda allo specchio e comprende che è ridicolo tentare di essere una donna a tutti i costi. Ma questa sua onestà allo specchio non è completa quando è inserito nella società, in quella porzione di microcosmo che lo ospita, trattandolo da parassita; infatti è incapace di ammettere che ha dei problemi, o meglio, che la società ha dei problemi nel riconoscere la sua vera identità che neanche lui sa.<br />
Louis Ives è un giovane professore di provincia romantico, colto, quasi fascinoso: suo unico peccato vizioso è quello di una naturale fissazione per il look e i vestiti da donna. La sua vita sarebbe stata tranquilla se non si fosse fatto sorprendere in sala professori con addosso un reggiseno sottratto a una collega. E’ costretto a lasciare la città, ad andare altrove, per tentare di disintossicarsi da sé stesso, dal suo peccato. E sulla sua strada è Henry Harrison, un ex attore, un commediografo fallito che fa da accompagnatore a miliardarie ottuagenarie newyorkesi cui scrocca inviti e favori di ogni tipo. Henry Harrison nasconde la sua età, si tinge i capelli col mascara, anche se Louis non sa come faccia, e se la spassa con decrepite squarquoie mezzo avvelenate dalla poca vita che gli resta prima di calare entrambi i piedi nella fossa. Da queste signore, Henry riceve da mangiare, qualche volta gli riesce pure di farsi vedere a teatro frequentando così l’alta società, ma nulla di più. Non chiede di più: solo accompagnare le squarquoie a cena, in ristoranti di lusso, e satollarsi pure lui. Si vende per poco, e di tentare l’azzardo d’innamorare una vecchia vedova inconsolabile non ci pensa affatto: non vuole i soldi delle vedove, perché il sacrificio sarebbe troppo grosso, sarebbe impegnare la libertà con una donna più vecchia di lui, che creperà sì, ma che non sarà immediatamente. Henry è per “meglio un uovo oggi che una gallina domani”, e le galline spelacchiate le accompagna dove loro vogliono, raccoglie le uova senza troppi inchini, e fa ritorno alla sua povertà di sempre, quella di tutti i giorni che lo vede costretto a dividere l’appartamento con Louis per riuscire a sbarcare il lunario. E Louis è una vergine suicida al contrario che Henry non sospetta, una vergine che non si dice tale e che non ci pensa affatto a tirarsi il collo per… per chi? O che cosa? No, Louis non ci pensa a far la parte del suicida, al massimo quella della vergine, ma di nascosto da Henry, perché Henry è uomo tutto d’un pezzo, un tipo vecchia maniera che non sopporta neanche Scott Fitzgerald e la sua arroganza di gentiluomo troppo perbene per esser tale.</p>
<div>Louis si adegua, o almeno ci prova, alla puzzolente dimora, conquistato dalla bizzarra personalità del proprietario: Henry si tiene in forma ballando pezzi di Cole Porter, lava le camicie pestandole sotto la doccia mentre si lava pure lui, adora la famiglia reale inglese e scrive opere teatrali che continua a smarrire nel caos della sua casa. A Louis piacciono le donne, ma gli piace vestirsi anche da donna, il che è un problema.</div>
<div>A loro modo, Louis e Henry sono due personaggi donchisciotteschi, irresistibili, perfettamente disegnati dall’autore delle “Notti newyorchesi”, Jonathan Ames, che, a mio avviso, ha superato in abilità descrittiva le nevrosi sessuali che Eugenides ha evidenziato in “Middlesex”. Eugenides ha scritto un ottimo romanzo, ma le emozioni-sensazioni da lui descritte, alla fine, hanno preso il sopravvento tracimando, abbozzando un secondo romanzo all’interno di Middlesex, un romanzo che è rimasto incompiuto e che è perfettamente inutile. Jonathan Ames è invece riuscito a concentrare in un corpo narrativo unico il corpo stesso dell’ossessione sessuale americana e dei problemi ad essa correlata.<br />
<strong>“The Extra Man” (Io e Henry) </strong>di <strong>Jonathan Ames</strong> è il Romanzo che meglio disegna le ossessioni sessuali dell’America, il decadimento sociale ed economico dell’America, la paura di vivere ed essere sé stessi. Con ironia. Con cattiveria.<br />
Un romanzo, per una volta tanto, politicamente (s)corretto. Da leggere, assolutamente, perché Jonathan Ames è meglio di Jeffrey Eugenides. Credetemi!</p>
<p><em>Jonathan Ames &#8211; Io e Henry &#8211; Traduzione di Gioia Guerzoni &#8211; Einaudi &#8211; Collana: Stile libero n. 976 &#8211; Pagine 357 &#8211; ISBN 8806161504 &#8211; € 15.00</em></div>
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		<title>Lorenza Ghinelli e il Divoratore – edizioni il Foglio letterario</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 07:47:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lorenza Ghinelli non mantiene la promessa avanzata da Valerio Evangelisti. Il divoratore, opera prima insignificante
di Iannozzi Giuseppe
“Il divoratore”, opera prima di Lorenza Ghinelli, non è un libro di quelli che si possono dire brutti. Però non è un bel libro, nonostante la superflua introduzione di Valerio Evangelisti che tira le somme senza fare i conti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/06/ildivoratorelorenzaghinelli.jpg" border="1" alt="Lorenza Ghinelli, Il divoratore" hspace="4" vspace="4" width="180" height="255" align="left" /><strong>Lorenza Ghinelli non mantiene la promessa avanzata da Valerio Evangelisti. Il divoratore, opera prima insignificante</strong></h3>
<p>di <strong>Iannozzi Giuseppe</strong></p>
<p><strong>“Il divoratore”</strong>, opera prima di <a href="http://lorenzaghinelli.blogspot.com/" target="_blank"><strong>Lorenza Ghinelli</strong></a>, non è un libro di quelli che si possono dire brutti. Però non è un bel libro, nonostante la superflua introduzione di <strong>Valerio Evangelisti</strong> che tira le somme senza fare i conti con l’oste, cioè con la critica: “Lorenza Ghinelli è l’ulteriore esempio di un miracolo ricorrente. Lingua perfetta, lontanissima dai luoghi comuni dei generi noir e horror, cui pure si apparenta. Efficacia stilistica totale, con frasi talora elaborate che nulla tolgono alla scorrevolezza e al fluire della trama. Un crescere della suspense ottenuta evitando mezzucci ed espedienti di seconda mano. Sulle prime non si capisce nemmeno che ci troviamo dalle parti dell’horror o, per chi collega il genere a fiumi di sangue, dalle parti del thriller”.<br />
Diciamo allora che se si vuole leggere <strong>“Il divoratore”</strong> di <strong>Lorenza Ghinelli</strong>, la prima cosa da fare è di stralciare la prefazione di Valerio Evangelisti, che non si capisce davvero di che libro stia parlando, e se l’abbia letto sul serio con onesta attenzione critica. Diciamo che <strong>“Il divoratore”</strong> è una favola nera con tutti gli elementi tipici di questo genere: uomo nero, o dei sogni, compreso. Non c’è il parto di un Prometeo incatenato sulla falsariga di Mary Shelley, c’è però un pizzico dei fantasmi di Edith Warthon e c’è <em>la perdita dell’innocenza</em> così come l’aveva miracolosamente delineata in “Giro di vite” Henry James. Tuttavia <strong>Lorenza Ghinelli</strong> sfrutta male le argomentazioni strutturali della Wharton e di H. James, le imita in una coniugazione semplicistica e moderna, fin troppo moderna; e così il risultato a cui perviene è infelicemente ingessato. Si è ben lontani dalla perfida perfezione che Angela Carter ci ha trasmesso attraverso la rielaborazione delle storie fantastiche – si vedano<br />
Barbablù, Cappuccetto Rosso, La Bella e la Bestia.<br />
<span id="more-7035"></span><br />
Nel romanzo di <strong>Lorenza Ghinelli</strong> veniamo messi di fronte all’Uomo dei Sogni, che è coniugato in tutte le persone plurali, difatti ESSO è un NOI, un VOI e un ESSI. I suoi occhi divorano i ragazzini che lo guardano e che credono in lui. I giovani protagonisti disegnati dalla giovane autrice Ghinelli non sono esenti da malizie e cattiverie: sono sì dei bambini, ma hanno in sé il seme del Male, che un giorno ne farà degli uomini, non migliori non peggiori rispetto ai tanti milioni che popolano il pianeta.<br />
Noi nel “Divoratore” facciamo i conti con dei ragazzini, tra i nove e i quattordici anni, che ad un certo punto incontrano sulla loro strada un vecchio vestito in nero con scarpe da ginnastica ai piedi: l’Uomo dei Sogni. Un ragazzo scompare: è Filippo, il più grande di un gruppetto di quattro amici-nemici. Scompare e basta. Vengono ritrovati solamente i suoi vestiti ben piegati e la sua bicicletta. Gli inquirenti parlano di un pedofilo. La <strong>Ghinelli</strong> introduce la piaga della pedofilia nel suo “Divoratore”; tuttavia è solo un escamotage per far salire la tensione nell’animo del lettore: in realtà “Il Divoratore” non scruta negli abissi degli abusi sessuali, non parla di agnelli sacrificati alla perversione di vecchi porci, parla invece della paura di credere in qualche cosa, nell’Uomo dei Sogni, tanto tanto simile al sadico pagliaccio Pennywise di “It”, capolavoro fantasy-horror di Stephen King. Come si può ben arguire, la promessa di <strong>Valerio Evangelisti </strong>spiegata in una immersione “in girandole di virtuosismo” è poi solo una bestemmia dettata a voce alta, con l’impeto dello strillone di strada. Null’altro.<br />
<strong>“Il divoratore”</strong> di <strong>Lorenza Ghinelli</strong>, un libro non bello. Non brutto. Ma che ha lo spessore di cose già lette. Un libro adatto a chi ama emozioni collaudate e una scrittura infantile, disimpegnata e abbandonata a sé stessa. Libro adatto ad una fascia di lettori tra i 6 ai 9 anni, ed ai nonni ultraottantenni!</p>
<p><em>Il divoratore – Lorenza Ghinelli – edizioni Ass. Culturale Il Foglio –  Collana Autori Contemporanei &#8211; 192 pagine &#8211; ISBN: 8876061711 –  Prezzo 12 €</em></p>
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		<title>“Sciascia? Qua nessuno lo canusce” – di Andrea Camilleri</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 09:18:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Racalmuto per incontrare
lo scrittore. Ma tutto il paese
si prodiga per nasconderlo
al visitatore sconosciuto
ANDREA CAMILLERI &#8211; fonte: La Stampa.it
Una volta, leggendo il carteggio Pirandello-Martoglio, mi venne d’osservare che in Sicilia l’esercizio dell’amicizia è un’arte assai difficile da praticare. Infatti, tanto più profonda e sincera è l’amicizia siciliana e tanto è più fragile, basta un nonnulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>A Racalmuto per incontrare<br />
lo scrittore. Ma tutto il paese<br />
si prodiga per nasconderlo<br />
al visitatore sconosciuto</strong></h3>
<p><strong>ANDREA CAMILLERI &#8211; fonte: <a href="http://www.lastampa.it/" target="_blank">La Stampa.it</a></strong></p>
<p><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/06/sciascia.jpg" alt="" align="left" />Una volta, leggendo il carteggio Pirandello-Martoglio, mi venne d’osservare che in Sicilia l’esercizio dell’amicizia è un’arte assai difficile da praticare. Infatti, tanto più profonda e sincera è l’amicizia siciliana e tanto è più fragile, basta un nonnulla a romperla. Dopo anni d’intesa, di collaborazione, di aiuto reciproco, Pirandello rimprovera a Martoglio una parola. Una sola parola, non una frase, che non andava detta. E da quel momento non si scriveranno più, non si frequenteranno più.</p>
<p>In Sicilia non c’è bisogno di chiedere un favore a un amico, è a questo che spetta il compito d’intuire ciò che l’altro vuole e farlo sollecitamente senza dirglielo. Tra loro non possono esistere zone d’ombra, segreti, ci si è detto tutto come fanno gli innamorati. E tra i due amici, più che la parola, il mezzo di comunicazione più usato è sempre il linguaggio muto, fatto di sguardi e di gesti appena avvertibili.</p>
<p>In questo senso, posso tranquillamente affermare di non essere mai stato amico di Leonardo Sciascia. Tranne che per una cosa: il nostro linguaggio muto funzionò benissimo fin dal primo incontro. I suoi amici veri, quelli della cerchia più stretta, lo chiamavano «Nanà», io mi rivolgevo a lui con «Leonà». E Sciascia mi chiamò sempre per cognome, «Cammillè», con due emme, alla contadina.</p>
<p>Il primo contatto che ebbi con lui fu epistolare. Lavoravo con Angelo Guglielmi al servizio sperimentazione Rai, Angelo era fresco di successo per aver varato Candid camera ed ebbe l’idea di produrre uno sceneggiato su un tema allora ancora inedito, la mafia. Sciascia aveva appena pubblicato Il giorno della civetta e perciò gli scrissi se voleva lavorare per noi. Gli proponevo il soggetto e la sceneggiatura sul caso Notarbartolo, un delitto degli inizi del ’900, che per primo mise in luce il rapporto mafia-banche-politica. Mi rispose declinando l’invito, mi spiegò che la documentazione a lui indispensabile, e cioè la lettura dei vari atti processuali, gli avrebbe portato via troppo tempo.<br />
<span id="more-7028"></span><br />
Qualche mese dopo il Teatro Stabile di Catania mi propose la regia del Giorno della civetta, al cui adattamento stava lavorando Giancarlo Sbragia. Accettai con entusiasmo e cominciai a seguire il lavoro di trasposizione dal romanzo alla scena. Un pomeriggio Sbragia mi fece trovare a casa sua Sciascia che non avevo mai visto prima. L’adattamento era quasi terminato e Sbragia glielo lesse. Sciascia ascoltava in silenzio e ogni tanto mugolava o bofonchiava. All’epoca parlava pochissimo, si esprimeva più che altro con monosillabi. Sbragia, interdetto, a ogni bofonchio s’interrompeva, prima guardava lui e poi me.</p>
<p>Io gli sorridevo rassicurante. Perché, guardando a mia volta Sciascia e lui guardando me, avevo capito che l’adattamento lo soddisfaceva. In quell’occasione gli domandai cosa ne avrebbero pensato i mafiosi del nostro spettacolo. E lui: «Saranno seduti in prima fila ad applaudire, la mafia è vanitosa». Poi, con mio grande rammarico, dovetti rinunziare a quella regia. La portò a termine un altro.</p>
<p>Nella primavera del 1977 tornai per una decina di giorni al mio paese in Sicilia. Un giorno, Sciascia mi telefonò invitandomi ad andarlo a trovare a Racalmuto. Lui abitava fuori del paese, in aperta campagna, una località detta «la Noce». Mi accompagnò in macchina un amico. \ Ci venne ad aprire una signora che allora non conoscevo, ci domandò cosa volessimo. Mi presentai, risposi che ero stato invitato da Leonardo. Gentilissima, la signora, che era la moglie, mi disse che suo marito era andato in paese, ma che sarebbe tornato al massimo entro una mezz’oretta. Se intanto volevamo accomodarci…</p>
<p>Decidemmo di raggiungerlo in paese, che era poco distante. All’inizio del corso che attraversa Racalmuto, parcheggiammo e scendemmo. Erano le 11 di una mattina di maggio, splendida, luminosa, calda. Lungo i marciapiedi molti racalmutesi avevano sistemato delle sedie e stavano in silenzio a godersi il sole, ad «allucertolarsi».</p>
<p>Mi avvicinai a due quarantenni che parlavano fitto ridacchiando: «Scusino, hanno visto passare Sciascia?».</p>
<p>Alzarono la testa, mi guardarono stupiti. «Come ha detto?» domandò uno dei due.<br />
«Ho chiesto se avevano visto passare Sciascia».<br />
«Non lo conosciamo» mi rispose quello, troncando.<br />
Fatti alcuni passi, nuova fermata davanti a un gruppo di quattro anziani. «Scusino, conoscono Sciascia?».<br />
«Cu?» mi domandò stupito uno.<br />
«Leonardo Sciascia, lo scrittore».<br />
«Iu nun lo canuscio. E voi lo conoscite a un certu Sciascia?» chiese rivolto agli altri tre.<br />
Quelli risposero quasi in coro: «Nonsi, non lo canuscemo».<br />
Giungemmo tra i tavolini all’aperto di un caffè. Due o tre erano occupati. Ci sedemmo un pochino scoraggiati. Arrivò un cameriere.<br />
«Due caffè. Senta, per caso lei conosce Sciascia?» chiesi.<br />
Mi guardò allarmato. «No. Chi è? Perché?».<br />
«Vuole domandare per favore se qualcuno dei signori qui seduti lo conosce e se l’ha visto passare?».<br />
Il cameriere andò verso i tavolini occupati, parlottò a lungo, tornò allargando le braccia. «Non lo conosce nessuno».<br />
La situazione però era cambiata di colpo. Ora tutti ci stavano puntando gli occhi addosso. Era come se avessi fatto domandare loro se avessero visto transitare Oscar Wilde.<br />
Bevemmo il caffè, ci alzammo.<br />
«Torniamo alla Noce?» propose il mio amico dopo un po’.<br />
«Facciamo un ultimo tentativo».<br />
Passava un ragazzino, poteva avere un tredici anni, l’aria molto sveglia. «Senti, tu lo conosci a Sciascia?».<br />
«Sissi» rispose pronto.<br />
«Sai dove possiamo trovarlo?».<br />
«’N farmacia è. Chiddra» fece, indicandocela.<br />
Ci precipitammo nella farmacia. Entrammo, c’era una cliente, aspettammo il nostro turno.<br />
«Desiderano?».<br />
«Cercavamo Sciascia».<br />
Il farmacista non rispose subito. Stette un pezzo a squadrarci da capo a piedi. Infine dovette rendersi conto che non eravamo né killer né giornalisti importuni.<br />
«È andato alla posta».<br />
Ci spiegò dove si trovava l’ufficio postale. Arrivammo col fiatone. Era deserto. C’era un’impiegata dietro uno sportello.<br />
«Cerchiamo Sciascia».<br />
«È uscito ora ora».<br />
Guardammo nei paraggi, non lo trovammo.<br />
«Torniamo alla Noce» dissi, definitivamente sconfitto.<br />
E in quel momento mi sentii chiamare. «Cammillè!».<br />
Era Leonardo che arrancava col bastone verso di noi. Ci abbracciammo. «Andiamo a prendere un caffè» propose.<br />
C’era un bar a due passi. Mi mossi, mi fermò. «No, quello no».<br />
Mi prese sottobraccio e mi fece rifare, a lento, chiacchierando, tutto il corso.<br />
Quando passò davanti ai tavoli all’aperto del caffè, quelli che avevano negato cinque minuti prima di conoscerlo si alzarono e lo salutarono con rispetto. Lo conoscevano benissimo. E lo stesso fecero i quattro anziani e i due quarantenni.<br />
Allora capii che tutto il paese aveva voluto proteggere la privacy di Sciascia da due sconosciuti. E che Sciascia mi stava facendo ripercorrere il corso tenendomi sottobraccio per far sapere a tutti, in questo modo, che io ero un suo amico. Che io non gli portavo disturbo.<br />
Andammo assieme alla Noce. Al momento di accomiatarci, mi invitò a tornare da lui l’indomani, voleva farmi vedere uno scritto pirandelliano che aveva prestato a qualcuno.<br />
«Vengo qui o in paese?».<br />
«Vieni in paese».</p>
<p>Il giorno appresso il mio amico non poté accompagnarmi, presi un taxi. Lo feci fermare all’inizio del corso. I due quarantenni erano ancora lì, sulle loro sedie. Forse avevano passato la notte all’aperto.<br />
Appena mi videro, balzarono in piedi: «’U profissuri ora ora passò! È annato di là!».<br />
E stavolta, guidato dai racalmutesi, ci misi poco a incontrare Sciascia.</p>
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		<title>Bari, parla il trans: “Patrizia mi disse: o Silvio mi aiuta o lancio la bomba”</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 09:10:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bari, parla il trans: &#8220;Patrizia mi disse:
o Silvio mi aiuta o lancio la bomba&#8221;
Manila Gorio, amica della D&#8217;Addario:
«Riferirò al pm del ricatto al premier»
di GRAZIA LONGO &#8211; Fonte: La Stampa.it

BARI &#8211; E’ stata eletta «Miss Trans» e si vede. Sorriso smagliante, occhi verdi, fisico da sballo, Manila Gorio, da 10 anni amica del cuore di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Bari, parla il trans: &#8220;Patrizia mi disse:<br />
o Silvio mi aiuta o lancio la bomba&#8221;</h2>
<h3><strong>Manila Gorio, amica della D&#8217;Addario:<br />
«Riferirò al pm del ricatto al premier»</strong></h3>
<p>di<strong> GRAZIA LONGO &#8211; Fonte: <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200906articoli/45009girata.asp" target="_blank">La Stampa.it</a><br />
</strong></p>
<p><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/06/gorio.jpg" alt="" align="right" />BARI &#8211; E’ stata eletta «Miss Trans» e si vede. Sorriso smagliante, occhi verdi, fisico da sballo, Manila Gorio, da 10 anni amica del cuore di Patrizia D’Addario è impegnata su una spiaggia di Trani (poco distante da Bari) a coordinare un gruppo di belle ragazze per il suo reality su Teleregione. In mezzo a queste aspiranti showgirls in passato c’era anche Barbara Montereale, ospite del premier Berlusconi sia a Palazzo Grazioli sia a Villa Certosa. «Ma solo come accompagnatrice, a Patrizia gliel’ho presentata proprio io. E sempre io ho messo in contatto altre ragazze immagine con Nicola D., detto Nick o Fashion, che poi le portava da Giampaolo Tarantini. Giampi si affidava un sacco a Fashion (il quale, secondo indiscrezioni giudiziarie sta per ricevere un avviso di garanzia per detenzione di sostanze stupefacenti a fine di spaccio, ndr)».</p>
<p><strong>Patrizia le ha raccontato della notte trascorsa a Roma nella camera da letto del premier a Palazzo Grazioli?<br />
</strong>«Certo che sì. Siamo, anzi è meglio dire eravamo, amiche come sorelle. Ognuna conosce i segreti dell’altra. E posso dire che Patrizia non ha ancora detto tutta la verità».</p>
<p><strong>E che cosa secondo lei avrebbe omesso di dire quando è stata interrogata?</strong><br />
«La molla che ha scatenato tutto sto’ pandemonio intorno a Berlusconi. Perché è vero che lei si è infilata nel suo letto per i 2 mila euro che le ha dato Tarantini. Altrettanto vero è che ha videoregistrato momenti di intimità col presidente del Consiglio. Lo ha fatto perché è furba e già a novembre, quando è stata Roma, pensava di poter sfruttare la situazione. Ma non è stata sua l’idea di denunciare la cosa alla Procura».</p>
<p><strong>E’ convinta che gliel’ha suggerito qualcuno di rivolgersi alla magistratura?<br />
</strong>«Non proprio: è stata direttamente lei a chiedere aiuto a dei politici pugliesi spiegando il materiale bomba che aveva tra le mani».</p>
<p><strong>Questa confidenza gliel’ha fatta direttamente Patrizia?</strong><br />
«Mi ha raccontato tutto per fila e per segno. Io l’ho sconsigliata perché mi pareva una follia, ma lei non ha voluto darmi retta».<br />
<span id="more-7025"></span><br />
<strong>A chi si è rivolta? A politici di sinistra, avversari di Berlusconi?<br />
</strong>«A questa domanda preferisco non rispondere».</p>
<p><strong>E’ disponibile a raccontare quanto sa ai magistrati?</strong><br />
«In qualsiasi momento. Anzi, le dirò di più: non riesco a capire perché mai il pm Giuseppe Scelsi non mi abbia ancora contattata. Anche solo come persona informata dei fatti. I giornali hanno parlato più volte di me e dell’amicizia con Patrizia. Eppure niente. E allora io adesso lancio un appello. Posso?».</p>
<p><strong>Prego.<br />
</strong>«Dottor Scelsi mi interroghi, perché ho cose interessanti da raccontarle».</p>
<p><strong>Lei crede che Patrizia D’Addario complotti con politici nemici del premier?<br />
</strong>«Ripeto: lo dirò solo al giudice, ma Patrizia mi aveva annunciato che se Berlusconi non l’avesse aiutata per quella storia della licenza edilizia sul terreno dove vuole fare il Bed and Breakfast, sarebbe andata a parlare con alcuni esponenti politici».</p>
<p><strong>Eppure Patrizia si è candidata con il Popolo della libertà.<br />
</strong>«Avrà avuto i suoi motivi. Di sicuro non è una di destra e poi non ha fatto un minimo di campagna elettorale: ha preso solo 7 voti».</p>
<p><strong>Manila, perché negli ultimi giorni ha maturato la decisione di farsi assistere da un legale?<br />
</strong>«Voglio tutelarmi dalle sorprese di Patrizia. Lei sa che io so. E io ho paura. L’avvocato Michele Cianci (di fronte al quale si svolge questa intervista, ndr) mi assicura la protezione di cui ho bisogno. Anche perché sembra che il fatto che io possa screditare l’immagine di Patrizia dia molto fastidio».</p>
<p><strong>Si riferisce a qualche episodio in particolare?</strong><br />
«Qualche giorno fa da Londra sono venuti due reporter del settimanale “News of the world”, di proprietà di Murdoch, grande rivale di Berlusconi. Mi hanno intervistato e fotografato per oltre due ore. Era presente un loro collega italiano, perché io l’inglese non lo parlo bene: mi hanno chiesto mille volte se ero stata anch’io ai festini a luci rosse da Berlusconi. Io ho detto di no, ho spiegato che Patrizia s’è decisa di fare il casino che ha fatto dopo aver parlato con qualcuno. E sa com’è finita?».</p>
<p><strong>No, mi dica lei come è andata a finire la storia della sua intervista.<br />
</strong>«Che non è uscita una riga. Persino l’avvocato Cianci c’è rimasto di sasso».</p>
<p><strong>Le hanno chiesto anche dell’uso della cocaina?<br />
</strong>«A voglia! Ma lo ribadisco anche a lei: Patrizia non ha mai sniffato e neppure ha visto gente sniffare da Berlusconi. Me lo ha detto lei in persona».</p>
<p><strong>Le ha confessato di essersi divertita a Palazzo Grazioli?</strong><br />
«Macché divertita, lei è una escort professionista. Solo che ora è diventata famosa. Ancora più famosa di Noemi. Non ho ancora capito se si è montata la testa o se ha paura di me, ma da due settimane evita di parlare con me come se avessi la peste».</p>
<p><strong>Crede davvero che sia possibile?<br />
</strong>«Come no! Non mi risponde neppure più al cellulare».</p>
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		<title>Un nuovo album e oltre 100 brani inediti il tesoretto di Michael Jackson</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 09:02:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Michael Jackson non è morto d&#8217;infarto
Un nuovo album e oltre 100 brani inediti
a cura di Iannozzi Giuseppe 
Michael Jackson non sarebbe morto a causa di un infarto ma, più verosimilmente, per i troppi medicinali che stava assumendo, in particolare il Demerol. L&#8217;autopsia ha rivelato il buono stato di salute del Re del Pop, e questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>Michael Jackson non è morto d&#8217;infarto</strong><br />
<strong>Un nuovo album e oltre 100 brani inediti</strong></h3>
<p>a cura di <strong>Iannozzi Giuseppe </strong></p>
<p><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/06/jackowhite.jpg" border="1" alt="" hspace="4" vspace="4" width="304" height="424" align="left" /><strong>Michael Jackson</strong> non sarebbe morto a causa di un infarto ma, più verosimilmente, per i troppi medicinali che stava assumendo, in particolare il Demerol. L&#8217;autopsia ha rivelato il buono stato di salute del Re del Pop, e questo fatto ha sorpreso gli stessi medici legali che parlano di &#8220;buono stato di salute generale del cantante&#8221;. La morte improvvisa sarebbe dunque da imputarsi a un mix di farmaci che avrebbero innescato una crisi cardiorespiratoria fatale. In ogni caso l&#8217;esame tossicologico approfondito non sarà disponibile prima di 4/6 settimane.<br />
Sul corpo di <strong>Jacko</strong> sono state rivelati solamente dei lividi dovuti al tentativo di rianimazione e alcune cicatrici al volto, frutto degli interventi correttivi a cui Michael si era sottoposto nel corso degli anni. Non ci sono segni di colluttazione né evidenti patologie che avrebbero potuto portare Michael Jackson a una così veloce e triste morte. L&#8217;ipotesi più accreditata è che un mix di medicinali l&#8217;abbia stroncato. Il sito web <em>Tmz</em>, il primo ad annunciare la morte del cantante, citando un familiare di Jackson, aveva indicato dal canto suo già durante la sera di giovedì che sarebbe stata proprio una iniezione di Demerol a provocare l&#8217;arresto cardiaco al cantante, finito in coma e poi morto poco dopo. &#8220;Il medico legale ha ordinato il test tossicologici, polmonari e neuropatologici&#8221; ha dichiarato <strong>Harvey</strong>. Il portavoce dello staff medico ha inoltre confermato la notizia secondo cui l&#8217;artista stesse assumendo dei farmaci, ma si è rifiutato di rivelarne la natura. I medici si dicono comunque ottimisti circa la possibilità di svelare il mistero di una morte che tiene con il fiato sospeso milioni di persone in tutto il mondo: &#8220;Possiamo affermare con certezza che i risultati dei test ci permetteranno di risalire alle cause del decesso&#8221;.</p>
<p>Per l&#8217;entourage di <strong>Jacko</strong> i dubbi sono pochi: il Demerol, che<strong> Michael Jackson</strong> prendeva combinato ad altri medicinali prescrittigli da &#8220;medici ciarlatani&#8221;, gli ha tolto la vita. In ogni modo gli inquirenti hanno disposto, insieme all&#8217;ufficio del coroner della contea di Los Angeles, una serie di esami supplementari.<br />
L&#8217;autopsia è durata circa tre ore e il portavoce dell&#8217;ufficio del coroner ha confermato che Jackson è morto nella Emergency Room dell&#8217;ospedale dell&#8217;Ucla. Gli esami autoptici sono terminati in serata, per cui il coroner ha autorizzato la famiglia a seppellire il cantante. La salma è stata restituita in tutta segretezza ai familiari. La consegna è avvenuta verso le 21 ora locale (le 6 in Italia), riuscendo a evitare le orde di paparazzi appostati davanti all&#8217;istituto medico-legale, ha precisato Winter. La destinazione delle spoglie del Re del Pop non è stata resa nota e, per fortuna, non ci sono state fughe di notizie circa la data.<br />
<em><span id="more-7023"></span><br />
Paparazzi senza scrupoli e medici cialtroni hanno fatto fin troppo con il loro morboso attaccamento a Jacko. Che si considerino i principali imputati della morte di Michael Jackson. </em></p>
<p>In una breve conferenza stampa a Los Angeles, il portavoce del coroner, <strong>Craig Harvey</strong>, ha indicato che le cause esatte della morte saranno conosciute soltanto tra quattro e sei settimane al termine di nuovi esami supplementari. Escludendo che la morte sia sta provocata da un trauma esterno o da una caduta, Harvey ha detto che i nuovi esami saranno soprattutto di carattere tossicologico e polmonare. Il primo a parlare apertamente della dipendenza dai medicinali di Jackson, in particolare dall&#8217;antidolorifico Demerol, è stato uno degli avvocati della famiglia, Brian Oxman.</p>
<p>Il <em>Sun</em> dice a chiare lettere che <strong>Michael Jackson </strong>è stato ucciso da un cocktail di otto farmaci che quotidianamente si somministrava. Il tabloid, che cita fonti dell&#8217;entourage del re del pop morto giovedì, ha anche pubblicato la lista dei farmaci che Jackson assumeva, tra cui figurano tre potenti antidolorifici che non andrebbero mai combinati tra loro, che e invece Jackson utilizzava nello stesso giorno. L&#8217;<em>Abc </em>che cita un ex video produttore, <strong>Marc Shaffel</strong> spiega che Michael Jackson era &#8220;dipendente dal Demerol da più di 20 anni&#8221; e &#8220;assumeva cocktail di altri farmaci tra cui l&#8217;Oxycontin&#8221;, un oppioide. &#8220;All&#8217;esterno nessuno sapeva ma la cosa era nota tra quelli che gli stavano intorno&#8221;. &#8220;La notizia mi ha colpito, ma sapevo che era solo una questione di tempo, che qualcosa del genere sarebbe accaduto. L&#8217;avevo detto, con questo ritmo sarebbe morto prima dei 50 anni&#8221;: così <strong>Shaffel</strong>.</p>
<p>A poche ore dalla morte di <strong>Jacko</strong> è già spuntato un album di inediti, prodotto in collaborazione con alcuni dei più famosi compositori di musica pop e hip hop del momento  Verosimilmente l&#8217;album avrebbe dovuto rilanciare la carriera del Re del Pop, dopo le previste 50 date di concerti. L&#8217;album  è stato registrato in parte a Las Vegas e include canzoni scritte da Akon, Ne-Yo e Will.I.Am dei Black Eyed Peas, i quali hanno prodotto hit per star come Justin Timberlake e 50 Cent. Ci sono voluti anni per produrre questo lavoro, che non ha ancora un nome, così scrive il <em>Guardian </em>che dà la notizia.</p>
<p><strong>Michael Jackson</strong> era stato abbandonato dall’etichetta <em>Sony</em> dopo che il suo ultimo album in studio, <em>Invincible</em> (2001), era stato attaccato dalla critica vendendo poco più di 8 milioni di copie nel mondo (nel 1982 Thriller ne vendette 100 milioni). Jackson aveva fatto dei tentativi di pubblicare il disco con la <em>Two  Seas</em><em> Records</em>, etichetta con sede nel Bahrein, dove il cantante viveva nel 2006. Nell’emirato arabo, <strong>Jackson</strong> era sostenuto dal principe <strong>Abdullah Bin Hamad Bin Isa Al-Khalifa</strong>, con cui aveva stretto una joint venture e che più tardi lo aveva denunciato per un debito da 7 milioni di dollari. Il <em>Guardian</em> riferisce anche che sarebbe molto altro materiale inedito, forse più di 100 canzoni, brani che secondo uno dei biografi del cantante, <strong>Ian Halperin</strong>, erano stati scritti per i figli. La notizia è riportata anche dal <em>Daily News</em>: sembra che il re del pop fosse in possesso di quello che il tabloid newyorchese ha definito “una miniera d&#8217;oro”: cioè un centinaio di inediti che verosimilmente i familiari sfrutteranno appena possibile.</p>
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		<title>Che fai qui, Elia? – Graphe.it edizioni – comunicato stampa</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 08:56:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Anastasia di Gerusalemme &#8211; C. Camilleri &#8211; N. Fioretto &#8211; E. Noffke
 
Che fai qui, Elia?
Lettura interconfessionale di 1Re 19,11-13
Codice ISBN: 978-88-89840-49-8 &#8211; Pagine: 80
prefazione di Maria Bonafede, Moderatrice della Tavola Valdese.
Postfazione di Mario Gnocchi, presidente del Segretariato Attività Ecumeniche
Prezzo: €10,00
Aquistalo dall&#8217;editore Graphe.it Edizioni 

 
Il Signore stava passando. Davanti a lui un vento fortissimo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/06/chefaiquielia.jpg" border="0" alt="Che fai Elia?" /></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: small;">Anastasia di Gerusalemme &#8211; C. Camilleri &#8211; N. Fioretto &#8211; E. Noffke</span></p>
<p><strong><span style="font-size: large;"> </span></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Che fai qui, Elia?</strong></p>
<p style="text-align: center;">Lettura interconfessionale di 1Re 19,11-13<br />
Codice ISBN: 978-88-89840-49-8 &#8211; Pagine: 80</p>
<p style="text-align: center;">prefazione di Maria Bonafede, Moderatrice della Tavola Valdese.</p>
<p style="text-align: center;">Postfazione di Mario Gnocchi, presidente del Segretariato Attività Ecumeniche</p>
<p style="text-align: center;">Prezzo: €10,00</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.graphe.it/vmchk/Pneuma/59-Che-fai-qui-Elia.html" target="_blank"><strong>Aquistalo dall&#8217;editore Graphe.it Edizioni </strong></a></p>
<hr />
<p><em> </em></p>
<p><em>Il Signore stava passando. Davanti a lui un vento fortissimo spaccava le montagne e fracassava le rocce, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento venne il terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto venne il fuoco, ma il Signore non era neppure nel fuoco. Dopo il fuoco, Elia udì come un lieve sussurro. Si coprì la faccia col mantello, uscì sull&#8217;apertura della grotta e udì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?»</em> (<em>1Re</em> 19, 11-13)</p>
<p>Una ri-lettura interconfessionale della teofania di Elia sull’Oreb per scandagliare il testo sacro al fine di coglierne gli aspetti più reconditi.</p>
<p>Anche a noi, come ad Elia, viene rivolta la domanda: «Che fai qui?» Sul limitare della grotta – luogo simbolico di quella condizione spaziale in cui può avvenire la rinascita – quale sarà la nostra risposta?</p>
<p><span style="color: #ff0000;"> </span></p>
<div><strong><span style="color: #ff0000;">Il ricavato della vendita di questo libro andrà</p>
<p>per l’allestimento di una sala parto a Buta in Burundi</p>
<p></span><em> </em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></div>
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		<title>Buona Domenica :)</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jun 2009 10:59:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romanticaperla</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-7002" src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2009/06/romanticavany10003.jpg" alt="romanticavany10003" width="400" height="437" /></p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/Jujol/~4/QFQBSQS9MR8" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>soupire-moon</title>
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		<comments>http://www.jujol.com/2009/06/27/soupire-moon/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2009 11:50:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romanticaperla</dc:creator>
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		<category><![CDATA[soupire-moon]]></category>

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		<description><![CDATA[



 di Romantica Vany &#38; King Lear
 


Nelle pieghe sottili
che le ombre lasciano
tra casolari e viali
c’è un cuore che batte,
che ogni notte batte
per te che non lo senti.Bianco di luna
impresso di sospiri
dei giorni sempre uguali
sento voce
di un cuore senza volto
che batte per me.


Voce che narra storie
di fuoco e di lame
per stupire gli occhi,
gli occhi miei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="background-color:#000000; text-align:center;">
<table border="0" cellspacing="1" cellpadding="1" align="center">
<tbody>
<tr>
<td align="center"><span style="color: #ffffff;"> </span><span style="font-size: small;"><strong><span style="font-family: Tahoma;"><span style="color: #ffffff;"><span style="color: #000000;">di</span> <a href="http://romanticavany.splinder.com/" target="_blank">Romantica Vany</a> <span style="color: #000000;">&amp;</span> <a href="http://biogiannozzi.splinder.com/" target="_blank">King Lear</a></span></span></strong></span><br />
<span style="font-size: x-small;"><strong><span style="font-family: Tahoma;"> </span></strong></span><img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" src="http://files.splinder.com/89a5f235a3690ab46d6acc6a9175fe0b_medium.jpg" alt="romanticavany123324a" width="210" height="265" /><img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" src="http://files.splinder.com/435fd2f83f461da4950eff8e8c5c00e5_medium.jpg" alt="romanticavany123324b" width="210" height="263" /></td>
<td>
<div style="text-align: center;"><span style="color: #ffffff; font-size: small;"><em><span style="font-family: Georgia;"><img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" src="http://files.splinder.com/c54cd90e183e023ed16d237bc242997b_small.jpg" alt="romanticavany219" /><span style="color: #ffffff;"><br />
<span style="color: #000000;">Nelle pieghe sottili<br />
che le ombre lasciano<br />
tra casolari e viali<br />
c’è un cuore che batte,<br />
che ogni notte batte<br />
per te che non lo senti.Bianco di luna<br />
impresso di sospiri<br />
dei giorni sempre uguali<br />
sento voce<br />
di un cuore senza volto<br />
che batte per me.</span></span><span style="color: #000000;"><br />
</span><span style="color: #000000;"><br />
</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;">Voce che narra storie<br />
di fuoco e di lame<br />
per stupire gli occhi,<br />
gli occhi miei grandi<br />
di fanciulla<br />
che dialoga di notte<br />
con la luna pensando<br />
a te.</span></p>
<p></span></em></span></div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
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		<item>
		<title>Il gruppo editoriale L’Espresso denuncia il premier Silvio Berlusconi</title>
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		<comments>http://www.jujol.com/2009/06/26/il-gruppo-editoriale-lespresso-denuncia-il-premier-silvio-berlusconi/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 08:13:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[comunicati stampa]]></category>
		<category><![CDATA[editori]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[in evidenza]]></category>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Il gruppo editoriale L&#8217;Espresso
avvia azioni legali nei confronti
del premier Berlusconi 
Su La Repubblica.it si legge:
Il gruppo editoriale L&#8217;Espresso ha dato mandato ai legali Carlo Federico Grosso e Guido Rossi di &#8220;avviare tutte le azioni a tutela della società, vista la rilevanza sia penale che civile individuabile nelle dichiarazioni&#8221; del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, rese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>Il gruppo editoriale L&#8217;Espresso</strong><br />
<strong>avvia azioni legali nei confronti<br />
del premier Berlusconi </strong></h3>
<p>Su <em>La Repubblica.it </em>si legge:</p>
<p>Il gruppo editoriale L&#8217;Espresso ha dato mandato ai legali Carlo Federico Grosso e Guido Rossi di &#8220;avviare tutte le azioni a tutela della società, vista la rilevanza sia penale che civile individuabile nelle dichiarazioni&#8221; del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, rese a Santa Margherita Ligure durante l&#8217;assemblea dei giovani di Confindustria.</p>
<p>In quell&#8217;occasione &#8211; spiega una nota &#8211; Berlusconi &#8220;ha accusato il quotidiano La Repubblica di un attacco eversivo nei suoi confronti e nel contempo ha istigato gli industriali a boicottare ed interrompere gli investimenti pubblicitari&#8221;.</p>
<p>A Santa Margherita Ligure, il 1 giugno, il premier aveva detto di non dare pubblicità a media &#8220;disfattisti e catastrofisti&#8221; e poi aveva parlato di &#8220;progetto eversivo&#8221; contro di lui. Una trama, secondo il Cavaliere, che vedeva il Gruppo Espresso e La Repubblica in prima fila. Un concetto, quello dell&#8217;eversione, che Berlusconi ha poi ribadito più volte nei giorni successivi.</p>
<p>Il Cavaliere insiste: &#8220;Sbagliato dargli pubblicità&#8221;. Bisogna rilanciare l&#8217;immagine dell&#8217;Italia anche per &#8220;rimediare&#8221; ad una &#8220;campagna, alimentata dall&#8217;odio e dall&#8217;invidia personale, che certamente non fa bene al paese&#8221;. Così oggi Berlusconi è tornato sulla vicenda presentando a Palazzo Chigi il logo Magic Italy. Per poi, commentando direttamente la notizia della querela, rilanciare: &#8220;Non tengono vergogna&#8230;&#8221;.</p>
<p>Il presidente del Consiglio poi ribadisce: &#8220;Non posso che ribadire quello che ho detto, e cioè che è masochista chi dà la pubblicità ai media che, a furia di parlare di crisi, diventano essi stessi fattori di crisi&#8221;.</p>
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		<item>
		<title>Paolo Negro. L’ultimo dei Templari. Liberamente editore</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/Jujol/~3/0Uti12mcaP8/</link>
		<comments>http://www.jujol.com/2009/06/26/paolo-negro-lultimo-dei-templari-liberamente-editore/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 08:10:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Iannozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[autori]]></category>
		<category><![CDATA[autori contemporanei]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[editori]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[in evidenza]]></category>
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		<category><![CDATA[recensioni libro]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[L'ultimo dei templari]]></category>
		<category><![CDATA[Liberamente Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Negro]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[Paolo Negro
L&#8217;ultimo dei Templari
di Iannozzi Giuseppe
Impossibile dire quanti libri, più o meno attendibili, siano stati scritti sui Templari nell’ultimo decennio. Ma è fuor di dubbio che il tema è risorto e l’epica dei Templari è tornata di prepotenza a popolare l’immaginazione di un po’ tutti, di scrittori e pubblico. Se Malcom Barber nella sua “Storia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>Paolo Negro<br />
L&#8217;ultimo dei Templari</strong></h1>
<p>di<strong> Iannozzi Giuseppe</strong></p>
<p><img src="http://www.jujol.com/wp-content/uploads/2008/11/paolonegro.jpg" border="1" alt="Paolo Negro - L'ultimo dei Templari" hspace="4" vspace="4" align="left" />Impossibile dire quanti libri, più o meno attendibili, siano stati scritti sui Templari nell’ultimo decennio. Ma è fuor di dubbio che il tema è risorto e l’epica dei Templari è tornata di prepotenza a popolare l’immaginazione di un po’ tutti, di scrittori e pubblico. Se <strong>Malcom Barber</strong> nella sua “Storia dei Templari” ci offre uno spaccato storico, <strong>Jan Guillou</strong> e <strong>Paul Doherty</strong> negli ultimi anni ci hanno rimpinzato di storie non poco fantasiose, che di realtà storica contengono poco o nulla, ma che di fatto hanno conquistato subito il pubblico costringendolo a sognare.<br />
L’idea che un templare sia sfuggito alla morte, l’idea ancor più balzana che i Templari avessero un tesoro da difendere e che il segreto ad esso legato sia in qualche modo arrivato sino a noi, è così tanto seducente che nel corso degli anni non ha mai mancato di presentarsi sotto varie forme: chi non ricorda ad esempio “Indiana Jones e l’ultima crociata”? o “Indiana Jones e i predatori dell’Arca Perduta”?<br />
Narrativa fantastica, cinema, musica sono decenni che nei Templari, o meglio ancora che nell’epica mistica basata sull’Arca, sul Santo Graal, sulle Crociate trovano terreno fertile per portare nei cuori e negli animi lo spirito dell’avventura. Poi poco importa che i Templari abbiano cessato di esistere nel 1307, quando furono accusati di sodomia, idolatria ed eresia. L’accusa più pesante fu però quello di adorare una divinità pagana, il Bafometto. Sotto tortura nelle carcere del re i Cavalieri Templari furono costretti ad ammettere l’eresia e il 22 novembre 1307, papa Clemente V – uomo che non eccelleva di certo per la forza di carattere – di fronte alle confessioni estorte emise la bolla Pastoralis præminentiæ con la quale si ordinava l’immediato arresto dei Templari in tutta la cristianità. Jacques de Molay fu l’ultimo gran Maestro dell’Ordine dei Templari. A Parigi, sull’isola della Senna detta dei giudei, nei dintorni di Notre Dame, il 18 marzo del 1314, Jacques de Molay venne condannato al rogo. Si dice che prima di bruciare sul rogo l’ultimo gran Maestro abbia invitato Filippo il Bello e papa Clemente V a comparire di fronte al tribunale di Dio. Papa e re morirono entro l’anno 1314: Filippo IV di Francia il 29 novembre 1314, Clemente V, nato Bertrand de Gouth, il 20 aprile 1314. Ciò convinse molti che Jacques de Molay fu vittima d’una grave ingiustizia e per questo Dio punì sia il papa che il re con la morte.<br />
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Nel 2003 <strong>Dan Brown</strong> con “Il codice Da Vinci” riporta in auge i Cavalieri templari e i loro presunti misteri; il Italia viene pubblicato nel 2005 ed è subito follia, per quello che è al momento il libro di narrativa popolare più venduto al mondo! Il romanzo ha venduto a tutt’oggi qualcosa come 120 milioni di copie ed è stato tradotto in ben 44 lingue. Mai libro ha venduto tanto, e nonostante le accuse di superficialità, Dan Brown oggi è il re della fiction. Nel 1988<strong> Umberto Eco </strong>usciva in libreria con “Il pendolo di Foucault”, romanzo che sollevò un vespaio di polemiche e di dibattiti, difatti, tra le altre cose, si parlava proprio dei Templari. Non sono pochi oggi i critici che hanno visto nel lavoro di Umberto Eco la versione più intellettuale e realistica del celeberrimo romanzo di Dan Brown “Il codice Da Vinci”; eppure la critica d’allora non risparmiò severe critiche al “Pendolo di Foucault”, dicendolo incomprensibile.<br />
Ma prima di Dan Brown, di Umberto Eco, prima di tutto, il sogno che <strong>Nikos Kazantzakis</strong> ritrasse nella sua ultima tentazione è l’Alfa e l’Omega d’un fortunato filone narrativo che mette sul tavolo oscuri complotti, fedeli invasati e Dio stesso. Con “L’ultima tentazione di Cristo” <strong>Kazantzakis </strong>incontra fortuna e sfortuna immense. Nel 1954 il Pontefice della Chiesa Cattolica mise “L’ultima tentazione di Cristo” nell’Index dei Libri Vietati; in risposta soltanto una frase telegrafata da Kazantzakis, ripresa dall’apologetico Tertulliano, “Ad tuum, Domine, tribunal appello.” Come dice Luciano Canfora, “la storia del libro è soprattutto la storia della sua distruzione” In questo senso si possono leggere i divieti o i rifiuti di pubblicazione dei suoi scritti, il fatto che per due voti Nikos non entrò nell’Accademia Greca, la perdita del premio Nobel nel ’56, e il gesto della chiesa ortodossa &#8211; sintomo di odio, di stupidità -, che non ha permesso l’esposizione della salma dell’autore ad Atene. In tutta la sua opera, partendo da “Il poverello di Cristo”, passando per l’”Ascetica”, arrivando infine a “L’ultima tentazione di Cristo”, Nikos Kazantzakis ci presenta non un Cristo di dolore, ma il dolore stesso, una felicità che è possibile solo attraverso “il Ciclo che non ha mai termine”: “Scosse la testa e bruscamente si ricordò dove si trovava, chi era e perché soffriva. Una gioia selvaggia e indomabile si impadronì di lui. No, no, non era un vigliacco, disertore, traditore. No, era inchiodato sulla croce, era stato leale fino alla fine, aveva mantenuto la sua parole. Lo spazio di un lampo, nell’attimo in cui aveva gridato: Eli! Eli! E in cui era svenuto, la Tentazione si era impossessata di lui e l’aveva sviato. Menzogne le gioie, i matrimoni, i figli: menzogne i vecchi decrepiti e avviliti che lo avevano trattato da vigliacco, da disertore, da traditore; tutto ciò non era altro che una visione suscitata dal Maligno! I suoi discepoli vivono e prosperano, hanno preso le vie di terra e di mare e annunciano la Buona Novella. Tutto è avvenuto come doveva, sia lodato Iddio! Levò un grido di trionfo: tutto s’è compiuto! E fu come se dicesse: Tutto comincia.”<br />
La fantasia che Gesù sia risorto; che sia al centro di un qualche oscuro piano dei suoi Discepoli; che possa non esser stato quello che andava dicendo di essere cioè il figlio di Dio; che in realtà non fosse figlio unico; che avesse un fratello gemello; che abbia avuto dei figli (forse con Maddalena) al pari di tutti gli uomini, tutte queste ipotesi – fantasiose sì, ma che non si possono annullare con un colpo di spugna, perché al momento non se ne può dimostrare la veridicità o la totale falsità – hanno solleticato lo spirito di più di uno scrittore, non da ultimo quello del più eretico <strong>José Saramago</strong>.<br />
<img src="http://files.splinder.com/a0631c2c50bab8872949bed3e638b101.gif" border="0" alt="Iannozzi raccomanda" hspace="4" vspace="4" align="right" />Nel suo romanzo, <a href="http://www.bol.it/libri/L-ultimo-dei-templari/na-Paolo-Negro/ea978886311041/" target="_blank"><strong>“L’ultimo dei templari”</strong></a>, <strong>Paolo Negro</strong> ci racconta di un tesoro, che sarebbe sotto la custodia dell’Ordine templare nonostante questo sia stato sciolto e represso nel sangue, una volta che non servì più agli scopi del Papa e del Re. Goffredo De Lor, fuggito dal mondo e dai suoi intrighi dopo una cocente delusione d’amore, diventato sacerdote, crede sul serio di essersi lasciato il passato alle spalle, anche la donna che invece di amarlo finì nel talamo del padre. Abbandonata la famiglia per abbracciare Cristo, a Querqueville, in Normandia, Goffredo trascorre le sue giornate noiose senza scossoni degni di nota. Poi, una sera d’autunno, nel 1313 dopo Cristo, viene chiamato ad assistere un moribondo. Che gli smozzica una verità tanto folle quanto ferale. Goffredo tace. Tace perché non sa a che santo votarsi, e ben presto si rende conto che a Querqueville, di punto in bianco, anche i muri hanno cominciato ad avere le orecchie. Per Goffredo De Lor inizia quello che si potrebbe definire un vero e proprio calvario, che lo porterà sì sulle orme dei Templari ma anche nei meandri della pazzia, sull’orlo della morte. E come se tutto ciò non bastasse, la donna creduta dimenticata è tornata e si accompagna a un nuovo amante, molto pericoloso. Il mondo che credeva saldo, la Chiesa che immaginava immacolata si rivela invece un ricettacolo di vizi e di segreti che potrebbe gettare in ginocchio l’umanità intera: il tesoro dei Templari è l’ultima verità su il Cristo crocefisso.<br />
Una gran bella avventura, fra realtà e finzione, quella che ci propone <strong>Paolo Negro</strong>: <strong>&#8220;L&#8217;ultimo dei Templari&#8221;</strong> ci proietta dentro agli intrighi sin dalle prime pagine, senza dar quasi la possibilità di renderci conto che siamo stati sbalzati nel 1300 d.C. Goffredo De Lor appare da subito come un personaggio solitario e tormentato, ma non per questo privo di spina dorsale. Tenebroso quanto basta, Goffredo è il tipico personaggio che si lascia amare da subito. Impossibile non accompagnarlo nelle sue peripezie, fino a svelare quello che dovrebbe essere l&#8217;ultimo segreto sui Templari. Su Gesù Cristo.</p>
<p><strong>Paolo Negro</strong>, torinese, ha 45 anni ed è giornalista professionista. Ha lavorato per quindici anni nei principali quotidiani italiani (<em>La Stampa-Stampasera, La Repubblica, Il Giornale</em>). Nel 2006 è stato responsabile mass media del <em>Medals Plaza Olimpico dei Giochi olimpici invernali di Torino 2006 </em>e della cerimonia di chiusura delle <em>Paraolimpiadi di Torino 2006</em>. Nell&#8217;ottobre 2008 è stato pubblicato da <em>Liberamente editore</em>, il romanzo storico<strong> &#8220;L&#8217;Ultimo dei Templari&#8221;</strong>.</p>
<p><em><a href="http://www.bol.it/libri/L-ultimo-dei-templari/na-Paolo-Negro/ea978886311041/" target="_blank">L’ultimo dei Templari</a> – <a href="http://www.bol.it/libri/L-ultimo-dei-templari/na-Paolo-Negro/ea978886311041/" target="_blank">Paolo Negro</a> &#8211; Liberamente editore – 232 pp. – prima edizione 2008 &#8211; EAN: 9788863110418 &#8211; € 15</em></p>
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