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		<title>Avviso ai lettori</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Oct 2010 08:30:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questo sito cessa le pubblicazioni. Il commento settimanale su macroeconomia e mercati finanziari verrà da ora in avanti pubblicato su Phastidio.net. Grazie per averci seguito, ci auguriamo che continuerete a farlo anche su Phastidio. Nessun articolo correlato
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		<title>La settimana – 38/2010</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Oct 2010 11:02:23 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Mercati]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel corso della settimana è proseguito il <strong>movimento di rivalutazione di pressoché tutti i mercati</strong>, rischiosi e non, per effetto della speranza (ormai divenuta certezza) che le banche centrali siano indotte a compiere interventi di acquisto di asset su vasta scala nel tentativo di rivitalizzare l&#8217;economia. Le banche centrali stanno riconoscendo il rischio di deflazione, e sono pronte a fare quanto serve per spingere la crescita nominale dell&#8217;economia. Questa situazione riduce considerevolmente il rischio di ribassi dei mercati, aumentandone il potenziale rialzista di breve termine.</p>
<p><span id="more-2908"></span>La <strong>Bank of Japan</strong> in settimana ha annunciato che acquisterà 5000 miliardi di yen di attivi, di cui 3500 miliardi di debito governativo, 1000 miliardi di carta commerciale ed il rimanente in titoli immobiliari ed Etf. Un numero crescente di discorsi pubblici ed altri segnali suggeriscono che entro l&#8217;anno anche la <strong>Federal Reserve</strong> e la <strong>Bank of England</strong> si aggiungeranno alla Bank of Japan in quella che sarà la seconda fase di <em>easing</em> quantitativo. Non è chiaro se tali iniziative risulteranno efficaci, visto che i consumatori sono impegnati a ridurre il proprio indebitamento, ma l&#8217;azione della banca centrale giapponese, impegnata a spingere al rialzo il valore di attivi reali quali immobiliare ed azionario potrebbe segnalare una nuova tendenza prospettica anche per gli altri istituti di emissione, in caso le economie sviluppate dovessero scivolare in una deflazione manifesta quale quella giapponese.</p>
<p>La conseguenza di tali attese (pur se la <strong>Banca centrale europea</strong> al momento non partecipa al movimento) è un deprezzamento del dollaro ed una domanda in crescita per titoli di stato, materie prime, obbligazioni societarie ed emergenti e mercati azionari. I paesi emergenti beneficiano delle condizioni di politica monetaria molto lasca da parte dei paesi sviluppati, anche se sono destinati a trovarsi in un dilemma di politica economica: da un lato vogliono evitare di vedere le proprie valute rafforzarsi eccessivamente, per non perdere competitività, dall&#8217;altro si troveranno a ricevere forti afflussi di capitali in cerca di remunerazioni allettanti, con il rischio di surriscaldare ulteriormente una congiuntura già robusta.</p>
<p><strong>I rischi di una guerra valutaria appaiono tuttavia al momento sovrastimati</strong>: i movimenti di mercato potrebbero ridursi ad un accomodamento di fronte al deprezzamento del dollaro, senza che ciò implichi una rincorsa a svalutazioni competitive, anche per consentire ai paesi dotati di crescita più robusta di contrastare lo sviluppo di pressioni inflazionistiche. Possibile, in casi più problematici, anche l&#8217;introduzione di controlli sui capitali in ingresso, come fatto dal <strong>Brasile</strong> sul proprio mercato obbligazionario con l&#8217;imposizione di una tassa sugli acquisti, inasprita negli ultimi giorni. <strong>Resta problematica la situazione dell&#8217;Europa</strong>, con la crisi del debito che incombe sullo sfondo e l&#8217;apprezzamento dell&#8217;euro contro dollaro destinato a danneggiare le esportazioni dell&#8217;area, determinando l&#8217;equivalente di una stretta monetaria al momento piuttosto indesiderata.</p>
<p><strong>Anche le materie prime sono destinate a beneficiare di questa congiuntura</strong>, per effetto del deprezzamento del dollaro e di situazioni di mercato caratterizzate da forte domanda dei paesi emergenti, oltre ad avverse condizioni meteo per le materie prime agricole. L&#8217;oro continua a godere dello status di bene-rifugio, di fronte all&#8217;elevata incertezza sulla congiuntura ed al rischio di crescente svilimento delle monete cartacee, per effetto delle prassi di <em>easing</em> quantitativo, ma la probabilità di una correzione di breve periodo sono sempre più elevate, visto l&#8217;impressionante rally delle ultime settimane.</p>
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		<title>La settimana – 37/2010</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Oct 2010 13:59:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Settimana caratterizzata da andamento pressoché invariato dei mercati azionari, una pausa dopo il balzo delle precedenti settimane. Il credito ha evidenziato una robusta ripresa, dopo essere rimasto indietro rispetto al mercato azionario, mentre le obbligazioni hanno recuperato su speranze di un nuovo round di easing quantitativo da parte della Fed, ma non solo. Materie prime...
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Settimana caratterizzata da andamento pressoché invariato dei mercati azionari, una pausa dopo il balzo delle precedenti settimane. Il credito ha evidenziato una robusta ripresa, dopo essere rimasto indietro rispetto al mercato azionario, mentre le obbligazioni hanno recuperato su speranze di un nuovo <em>round</em> di <em>easing</em> quantitativo da parte della Fed, ma non solo. Materie prime in recupero di circa il 3 per cento in dollari, per effetto della debolezza della divisa statunitense e della ripresa dell&#8217;indice cinese dei direttori acquisti.</p>
<p><span id="more-2900"></span><strong>I dati macroeconomici pubblicati in settimana confermano che l&#8217;economia mondiale ha rallentato verso il tasso di crescita potenziale</strong>. I dati delle indagini condotte presso i direttori acquisti di imprese manifatturiere evidenziano la costante di una flessione nella crescita degli ordinativi industriali ed un incremento dei livelli di scorte, circostanze destinate a mettere pressione al ribasso ai dati sulla crescita del quarto trimestre, che in alcuni paesi (Giappone) potrebbe risultare negativa.</p>
<p>Le banche centrali (ad eccezione della Bce) segnalano che i livelli di attività ed occupazione restano inaccettabilmente bassi, e ciò pare destinato ad innescare nuove manovre monetarie espansive, che beneficeranno i titoli di stato ma anche altre classi di attivi rischiosi, come l&#8217;azionario e l&#8217;obbligazionario <em>corporate</em>. In settimana il presidente della Fed di New York, <strong>William Dudley</strong>, ha affermato la necessità di un nuovo <em>easing</em> quantitativo, ed ha aggiunto che 500 miliardi di dollari di acquisti di titoli governativi da parte della Fed equivarrebbero ad un taglio di 50-75 punti-base al tasso sui Fed Funds</p>
<p><strong>In Eurolandia, per contro, i rendimenti a breve termine sono cresciuti</strong>. Le banche si sono indebitate meno del previsto con la Banca Centrale Europea, drenando liquidità dal mercato monetario, anche per effetto della riduzione della durata delle singole operazioni di rifinanziamento della Bce (che riducono la domanda speculativa di finanziamento da parte delle banche) e spingendo al rialzo i rendimenti. I paesi periferici dell&#8217;Area Euro hanno generalmente visto una riduzione degli spread contro Germania e dei <em>credit default swap</em>, a seguito delle comunicazioni del governo irlandese sulla misura dei nuovi finanziamenti per <strong>Anglo Irish Bank</strong> e per il sistema bancario del paese, ma la situazione resta incerta e la volatilità è destinata a permanere anche nel breve-medio termine. Il governo di Dublino, infatti, presenterà un nuovo assestamento di bilancio su un orizzonte quadriennale per consentire il raggiungimento, nel 2014, di un valore del 3 per cento del rapporto deficit-Pil. Resta l&#8217;elevata incertezza sulla capacità della popolazione a sopportare crescenti sacrifici, oltre al più che probabile ulteriore deterioramento che la nuova manovra causerà alla congiuntura. Altri dati positivi della settimana, l&#8217;incremento di circa un miliardo di euro delle consistenze dei depositi presso le banche greche, in agosto che interrompe sette mesi di deflussi, e la stabilizzazione dei livelli di depositi delle banche spagnole e portoghesi, mentre quelli delle banche irlandesi subiscono solo una lieve flessione.</p>
<p><strong>Il miglior mese di settembre da 70 anni per le azioni statunitensi ha coinciso con la seconda peggiore performance per il dollaro da due decenni,</strong> con la divisa verde in calo del 4 per cento ponderato per i flussi commerciali. Il movimento è dovuto soprattutto alla posizione della Fed, e potrebbe accentuarsi in relazione all&#8217;affermarsi di uno scenario di minore avversione al rischio favorita da dati di continua crescita dei paesi emergenti e di assenza di ulteriori sorprese negative per la crescita dei paesi sviluppati. Materie prime (segnatamente oro) in ulteriore ripresa, soprattutto per effetto del deprezzamento del dollaro e di attese per una domanda maggiore del previsto.</p>
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		<title>La settimana – 36/2010</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Sep 2010 13:10:35 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Settimana dominata dall&#8217;annuncio della Fed, che conferma di essere pronta a procedere ad un <strong>nuovo round di <em>easing</em> quantitativo</strong>. Ciò ha causato, come prevedibile, un deprezzamento del dollaro, un rally dei <em>Treasuries</em> (lievemente ridimensionato a fine settimana, col recupero dell&#8217;azionario) e nuovi record storici per l&#8217;oro, sia pure espressi in dollari. La tempistica del nuovo intervento resta indeterminata, ma si scommette sulla seduta del Fomc di inizio novembre, praticamente contemporanea alle elezioni di <em>midterm</em>.</p>
<p><span id="more-2888"></span>Restano intatti i timori per lo stato del debito di alcuni paesi dell&#8217;Eurozona, segnatamente <strong>Portogallo</strong> e <strong>Irlanda</strong>. Entrambi hanno collocato nuovo debito in settimana, assorbito con rendimenti in rialzo. Il maggior onere per il debito è destinato a mettere pressione sui conti pubblici, alimentando un circolo vizioso. Il governo di minoranza portoghese sta peraltro procedendo molto lentamente sulla strada del risanamento fiscale: la manovra finanziaria di quest&#8217;anno, che sarà presto integrata, prevedeva originariamente di portare il rapporto deficit-Pil dal 9,3 al 7,3 per cento nel 2010. Diverso il caso irlandese: il paese si è da subito sottoposto ad una cura molto severa di austerità fiscale che ha prodotto una deflazione, ma le pessime condizioni del sistema bancario nazionale mettono pressione al rapporto deficit-Pil per il 2010, che dovrebbe passare dal 12 al 20 per cento includendo ulteriori 25 miliardi di interventi pubblici a sostegno soprattutto di <strong>Anglo Irish Bank</strong>.</p>
<p>Il nervosismo dei mercati è stato accresciuto anche dalla <strong>possibilità che il governo di Dublino possa intervenire sui titoli subordinati emessi dalle banche irlandesi</strong>, decurtandone il valore di rimborso. Ciò potrebbe avvenire attraverso riacquisti sul mercato oppure con esplicita ristrutturazione. Il timore dei mercati è che tali misure, in caso di aggravamento della crisi, possano estendersi anche ai bond bancari senior (ve ne sono in circolazione 4 miliardi di euro, contro gli 1,7 miliardi dei subordinati). Il governo di Dublino ha concordato con la Commissione europea una proroga trimestrale delle garanzie sui debiti bancari, che questa volta tuttavia sarebbe limitata ai depositi. E&#8217; evidente che un&#8217;eventuale decurtazione del debito subordinato creerebbe forti tensioni sui mercati, che potrebbero interpretare la mossa come preliminare a manovre simili anche sui bond senior. Ciò sarebbe di fatto equivalente ad un default sovrano. Nel frattempo, nel secondo semestre l&#8217;economia irlandese si è contratta dell&#8217;1,2 per cento trimestrale.</p>
<p>Sul <strong>mercato valutario</strong>, voci non confermate di un nuovo intervento della <strong>Bank of Japan</strong> hanno causato un nuovo indebolimento dello yen contro dollaro, dopo che l&#8217;intervento della scorsa settimana era stato praticamente già riassorbito. Ma la tendenza a indebolire le valute nazionali contro dollaro si è estesa anche al Sud America, con un intervento della banca centrale brasiliana, che ha venduto real. Prosegue quindi una sorta di gioco globale, con l&#8217;utilizzo del cambio per recuperare competitività o non perderla. Un approccio che rischia di innescare tensioni protezionistiche.</p>
<p><strong>L&#8217;indebolimento del dollaro ha contribuito a spingere le materie prime</strong>, con l&#8217;oro che in settimana ha toccato la soglia dei 1300 dollari l&#8217;oncia. Anche l&#8217;argento continua a rivalutarsi, e si è portato ai massimi dal 1980. Recupero anche per i metalli industriali quali il rame, agevolato dal deprezzamento del dollaro ma anche da prospettive di riduzione temporanea di offerta emerse in settimana. In recupero anche platino e palladio.</p>
<p>Il mercato azionario statunitense ha rotto livelli tecnici che delimitavano l&#8217;ampio corridoio di oscillazione degli ultimi mesi: si attendono conferme del movimento, mentre inizia la <em>earnings season</em> del terzo trimestre. <strong>Nuovi massimi pluriennali per i mercati azionari in Asia</strong>: Sud Corea, Thailandia, Indonesia (al massimo storico di tutti i tempi), India, Singapore e Filippine.</p>
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		<title>La settimana – 35/2010</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Sep 2010 07:55:35 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Settimana iniziata con mercati ottimisti, grazie all&#8217;approvazione definitiva delle linee-guida di riforma della vigilanza bancaria note come <strong>Basilea III</strong>. Tali misure, che dovranno essere ratificate dal vertice del G20  di Seoul, a novembre, rappresentano un compromesso tra esigenze di singole aree nazionali, e prevedono un graduale aumento della base patrimoniale a partire dal 2013, con rafforzamento degli strumenti azionari puri e la progressiva dismissione di strumenti ibridi. Saranno soprattutto le banche tedesche, come risaputo, a dove procedere a ricapitalizzazioni e probabilmente ad aumenti di concentrazione.</p>
<p><span id="more-2882"></span>La prima a rompere gli indugi è stata <strong>Deutsche Bank</strong>, che ha annunciato un aumento di capitale da 9 miliardi di euro, finalizzato anche ad aumentare la posizione di controllo che essa già detiene in <strong>Deutsche Postbank</strong> (che era uscita non benissimo dagli <em>stress tes</em>t di luglio). Ma l&#8217;ottimismo, che poggia comunque su basi molto fragili, è rapidamente venuto meno nei giorni successivi, quando sono riemersi timori sulla condizione delle finanze pubbliche irlandesi e più in generale dell&#8217;Eurozona. Nel mese di ottobre, come noto, verranno definiti i prezzi di cessione degli attivi tossici da <strong>Anglo Irish Bank</strong> alla <em>bad bank</em> appositamente creata. L&#8217;incertezza sull&#8217;entità delle perdite ancora inespresse pesa sul mercato, ed ha determinato nel corso della settimana un forte aumento del rischio-paese, espresso dai <em>credit default swap</em> e dal differenziale di rendimento dei titoli pubblici irlandesi verso i Bund tedeschi. A metà settimana si è poi diffusa la voce dell&#8217;imminente annuncio da parte della Fed di una <strong>nuova iniziativa di <em>easing</em> quantitativo</strong>, che ha immediatamente spinto al rialzo le quotazioni dell&#8217;oro (a nuovi massimi storici) e di altre materie prime, oltre ad indebolire il dollaro.</p>
<p>Nella giornata di mercoledì, dopo tante esitazioni, la <strong>Bank of Japan</strong> è intervenuta sul mercato valutario vendendo yen per impedire l&#8217;eccessivo apprezzamento della propria valuta, che sta contribuendo ad inasprire le condizioni di deflazione del paese e a danneggiare gli esportatori. Alla rivalutazione dello yen hanno contribuito anche gli acquisti da parte della <strong>Cina</strong>, che sta tentando di diversificare la gestione delle proprie riserve valutarie. Sull&#8217;efficacia dell&#8217;azione giapponese prevale lo scetticismo: l&#8217;assenza di azioni concordate tra banche centrali, anche perché il Giappone resta un paese in forte surplus commerciale, la portata comunque ridotta dell&#8217;intervento, rispetto alla dimensione del mercato dei cambi e l&#8217;aver annunciato una &#8220;soglia del dolore&#8221; oltre la quale la probabilità di interventi della banca centrale aumenta, sono tutti elementi che fanno ipotizzare un fallimento dell&#8217;iniziativa.</p>
<p>Negli <strong>Stati Uniti</strong> un <a href="http://blogs.wsj.com/economics/2010/09/18/number-of-the-week-defaults-account-for-most-of-pared-down-debt/">recente dato</a> ha evidenziato che le famiglie stanno riducendo il proprio grado di indebitamento non attraverso l&#8217;aumento del tasso di risparmio bensì attraverso il <em>default</em> su mutui e prestiti personali, mantenendo quindi il livello di consumi quasi inalterato rispetto a prima della crisi, utilizzando (per chi non ha mutui il cui valore eccede quello della proprietà immobiliare) il rifinanziamento a tassi più bassi; in alcuni casi anche la presenza di accordi con la banca creditrice (le <em>modifications</em> del mutuo, che molto spesso si traducono solo in un rinvio del <em>default</em>) servono a liberare risorse destinate ai consumi. <strong>Il profondo squilibrio del mercato immobiliare americano appare lungi dalla risoluzione</strong>.</p>
<p>Malgrado le incertezze, i mercati azionari si sono portati in prossimità dei massimi di periodo, e stanno per approcciare importanti resistenze tecniche, mentre la borsa cinese di Shanghai prosegue nel proprio movimento riflessivo, ed è ai minimi da tre settimane.</p>
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		<title>La settimana – 34/2010</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Sep 2010 12:28:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Settimana caratterizzata dalla ripresa delle quotazioni azionarie e da un rimbalzo dei rendimenti sui titoli obbligazionari. In Europa, l&#8217;Irlanda ha deciso di procedere allo sdoppiamento di Anglo Irish Bank in due entità: una banca di deposito pienamente garantita dallo stato e l&#8217;equivalente di una bad bank, a cui saranno conferiti i titoli dell&#8217;attivo della banca....
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Settimana caratterizzata dalla <strong>ripresa delle quotazioni azionarie</strong> e da un <strong>rimbalzo dei rendimenti sui titoli obbligazionari</strong>. In Europa, l&#8217;<strong>Irlanda</strong> ha deciso di procedere allo sdoppiamento di <strong>Anglo Irish Bank</strong> in due entità: una banca di deposito pienamente garantita dallo stato e l&#8217;equivalente di una <em>bad bank</em>, a cui saranno conferiti i titoli dell&#8217;attivo della banca.</p>
<p><span id="more-2866"></span>Si tratta di una misura estrema, dopo le forti perdite che stanno emergendo sull&#8217;attivo di AIG e che mettono a costante rischio il rating sovrano irlandese, e malgrado la cessione di parte del medesimo all&#8217;agenzia pubblica a cui era stato originariamente conferito il mandato di rimuovere i titoli tossici dal sistema bancario irlandese. I mercati hanno accolto positivamente la notizia, ma non si dovrebbe sottovalutare il fatto che l&#8217;entità dei trasferimenti alla <em>bad bank</em> ed il relativo prezzo saranno decisi solo nel mese di ottobre, e per ora restano indeterminati.</p>
<p>Sempre riguardo le banche, dopo la <a href="http://www.bis.org/press/p100912.htm">definizione</a> delle nuove regole di <strong>Basilea III</strong> si attende un periodo di ricapitalizzazioni (e probabilmente anche fusioni) per il sistema bancario europeo. <strong>Deutsche Bank</strong> ha annunciato un aumento di capitale per 9 miliardi di euro, finalizzato sia ad aumentare la quota di controllo di <strong>Deutsche Postbank</strong> (oggi al 30 per cento), che a rafforzare la base patrimoniale dell&#8217;istituto. Curiosamente, un articolo di questa settimana del <em>Wall Street Journal,</em> nel quale si confermava ciò che tutti sapevano (le maglie larghe dei criteri utilizzati nello <em>stress test</em> sulle banche europee) è riuscito a preoccupare comunque il mercato. In settimana, il <strong>Portogallo</strong> ha collocato propri titoli pubblici con buon interesse da parte degli investitori ma con rendimenti in forte rialzo, circostanza destinata a mettere pressione sui conti pubblici del paese.</p>
<p>Tra i dati macroeconomici, da segnalare la riduzione del <strong>deficit commerciale statunitense</strong> nel mese di luglio, dovuta soprattutto al contributo delle esportazioni di beni capitali, tendenza peraltro in atto da alcuni mesi. Un singolo dato non è mai rappresentativo di una tendenza, ma la riduzione del deficit suggerisce, se confermata, una revisione al rialzo della crescita americana (a parità di ogni altra circostanza) nel terzo trimestre. Altro dato pubblicato in settimana e che potrebbe influire sul Pil del terzo trimestre è quello delle <strong>scorte all&#8217;ingrosso</strong> in luglio, cresciute oltre le attese ed in misura pari all&#8217;1,3 per cento. Poiché le vendite nel mese sono cresciute di solo lo 0,6 per cento, il rapporto scorte-vendite aumenta da 1,15 a 1,16, dopo il minimo storico di 1,13 segnato in aprile. E&#8217; ancora presto per dire che si tratta di accumulo indesiderato, visto che le imprese potrebbero ritenere che la decelerazione rilevata nei dati macroeconomici recenti (e confermata anche nell&#8217;ultimo <em>Beige Book</em> della Fed, pubblicato in settimana) sia solo transitoria. Nell&#8217;attesa di ulteriori dati, occorre rilevare che si tratta comunque di un contributo di breve termine all&#8217;aumento del Pil. Alla positiva intonazione del mercato azionario americano nella parte finale della settimana ha contribuito il dato sui nuovi <strong>sussidi di disoccupazione</strong>, calati ben oltre le attese. Trattandosi di un dato ad altra frequenza e rumorosità statistica, la significatività di singole rilevazioni non dovrebbe tuttavia essere enfatizzata. E&#8217; peraltro probabile che il weekend lungo del <em>Labour Day</em> possa aver influito sul dato.</p>
<p>Tra gli altri dati macroeconomici, il <strong>Canada</strong> ha alzato il tasso d&#8217;interesse di riferimento di 25 punti-base, all&#8217;1 per cento, a conferma della ripresa dei paesi che hanno una rilevante presenza di industria estrattiva.</p>
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		<title>La settimana – 33/2010</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 08:34:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prosegue il comportamento bipolare di mercati ed analisti, che alternano momenti di profondo pessimismo ad altri di quasi euforia. Questa settimana il pendolo si è decisamente orientato sulla ripresa, grazie anche al dato sul mercato del lavoro statunitense di agosto, che in realtà non evidenzia nessun particolare vigore ma si limita e sconfessare le previsioni...
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Prosegue il <strong>comportamento bipolare di mercati ed analisti</strong>, che alternano momenti di profondo pessimismo ad altri di quasi euforia. Questa settimana il pendolo si è decisamente orientato sulla ripresa, grazie anche al dato sul mercato del lavoro statunitense di agosto, che in realtà non evidenzia nessun particolare vigore ma si limita e sconfessare le previsioni più pessimistiche, alimentando quindi quello che potrebbe dimostrarsi nulla più che un <em>relief rally</em>.</p>
<p><span id="more-2860"></span>Nel mese di agosto, il totale degli <strong>occupati nel settore non agricolo</strong> è diminuito per il secondo mese, in misura pari a 54.000 unità, ma le stime ipotizzavano un calo netto di 105.000 occupati. La flessione complessiva riflette una riduzione di 114.000 unità negli occupati temporanei del settore pubblico, a seguito della progressiva conclusione delle operazioni del censimento 2010. Il settore privato ha creato 67.000 impieghi netti, dopo i 107.000 di luglio, stima rivista al rialzo.</p>
<p><strong>Non ci sono particolari motivi per rallegrarsi, ove si allarghi lo sguardo ad un orizzonte temporale più esteso</strong>: da dicembre 2007, data di inizio della recessione secondo le stime del <em>National Bureau of Economic Analysis</em>, sono stati distrutti 7,6 milioni di posti di lavoro nel settore non agricolo, e 7,7 milioni in quello privato. In agosto, il <strong>tasso di disoccupazione</strong> è aumentato al 9,6 per cento, soprattutto per effetto di un aumento del tasso di partecipazione alla forza lavoro, in parte riconducibile al reingresso nella forza lavoro dei giovani con meno di 20 anni, la cui partecipazione in luglio si era abbassata considerevolmente, contrariamente all&#8217;abituale stagionalità.</p>
<p>Nello stesso mese, tuttavia, si è registrato un aumento (al massimo degli ultimi sei mesi) del numero di quanti lavorano <strong>part-time per motivi economici</strong>, ad esempio perché non riescono a trovare occupazione a tempo pieno, pur cercandola, oppure perché il proprio datore di lavoro ha ridotto l&#8217;orario ai dipendenti, a causa di bassi livelli di domanda per l&#8217;impresa. Anche il totale delle <strong>ore lavorate</strong> è rimasto complessivamente stabile, mentre il totale degli occupati in manifattura, che aveva evidenziato negli ultimi mesi una tendenza al recupero, è tornato a calare. Nel complesso, il mercato sembra aver letto questo dato scommettendo (almeno per questa settimana) sulla possibilità che non ci sia alcun <em>double dip</em> ma solo un rallentamento fisiologico nel corso della ripresa.</p>
<p><strong>In conseguenza, le borse hanno visto un marcato recupero</strong> (l&#8217;ennesimo) ed i rendimenti obbligazionari sono rimbalzati dai minimi storici raggiunti nei giorni scorsi. Tra gli altri dati, l&#8217;indice <strong>ISM manifatturiero</strong> statunitense ha mostrato in agosto un&#8217;accelerazione dell&#8217;espansione, contro attese per un suo rallentamento indotte anche dal fatto che ben sei degli otto sondaggi regionali della Federal Reserve prevedevano una frenata della manifattura. Per contro, l&#8217;indice <strong>ISM dei servizi</strong> ha mostrato nello stesso mese una vistosa decelerazione, in particolare la componente riferita all&#8217;occupazione, che segnala contrazione per la prima volta negli ultimi sei mesi.</p>
<p><strong>Prosegue nel frattempo la forte espansione del blocco dei BRIC e più in generale dei paesi esportatori di materie prime</strong>. Nel secondo trimestre l&#8217;<strong>economia brasiliana</strong> è infatti cresciuta dell&#8217;8,8 per cento rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, rispetto a stime poste al 7,9 per cento e dopo il 9 per cento del primo trimestre, confermando che il paese dovrà proseguire nella stretta monetaria già intrapresa. Anche il <strong>Pil indiano</strong> del secondo trimestre è cresciuto dell&#8217;8,8 per cento annuale, con spinta da manifattura, servizi e costruzioni, anche dopo una benevola stagione dei monsoni. Una spinta alla crescita potrebbe venire anche dagli aiuti alla ricostruzione delle zone del <strong>Pakistan</strong> devastate dalle inondazioni. In <strong>Australia</strong>, il Pil del secondo trimestre è cresciuto dell&#8217;1,2 per cento trimestrale e del 3,3 per cento annuale, con forte spinta dall&#8217;export di materie prime e la previsione di un boom degli investimenti. La banca centrale australiana dovrebbe quindi risultare la più aggressiva tra quelle del G20 nel restringere la politica monetaria.</p>
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		<title>La settimana – 32/2010</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 12:18:02 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Mercati]]></category>

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		<description><![CDATA[La seconda stima del Pil statunitense, pubblicata venerdì 27 agosto, ha confermato le attese di una marcata decelerazione della crescita americana. La variazione annualizzata è infatti passata dal 2,4 all&#8217;1,6 per cento. Si tratta di un dato comunque migliore del consenso, posto a più 1,3 per cento, ma resta una vistosa frenata rispetto al più...
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La seconda stima del <strong>Pil statunitense</strong>, pubblicata venerdì 27 agosto, ha confermato le attese di una marcata decelerazione della crescita americana. La variazione annualizzata è infatti passata dal 2,4 all&#8217;1,6 per cento. Si tratta di un dato comunque migliore del consenso, posto a più 1,3 per cento, ma resta una vistosa frenata rispetto al più 3,7 per cento annualizzato registrato nel primo trimestre. La componente del Pil che è migliorata rispetto alla prima stima è soprattutto la <strong>spesa dei consumatori</strong>, cresciuta al tasso annualizzato del 2 per cento, da 1,6 per cento della prima stima. Il miglioramento non deve tuttavia trarre in inganno, poiché imputabile in larga misura ai maggiori consumi di carburante nel periodo, a fronte di un aumento dei costi degli stessi.</p>
<p><span id="more-2851"></span><strong>Il dibattito politico ed economico, oltre che l&#8217;andamento dei mercati finanziari, restano dominati dai rischi di <em>double dip</em>, cioè di ricaduta in recessione degli Stati Uniti</strong>. Durante l&#8217;annuale simposio della <strong>Federal Reserve</strong> a Jackson Hole, Wyoming, <strong>Ben Bernanke</strong> ha detto che la Fed è pronta a fornire nuovo stimolo monetario, se necessario, ma ha anche riconosciuto che &#8220;i banchieri centrali, da soli, non possono risolvere i problemi economici del mondo&#8221;. Bernanke ha preso atto che il passo della crescita economica è meno vigoroso di quanto inizialmente atteso, e che molto del rallentamento è attribuibile al settore delle famiglie, dove la spesa dei consumatori e la domanda immobiliare residenziale sono cresciute meno di quanto inizialmente ipotizzato.</p>
<p><strong>Bernanke non ha tuttavia fornito modalità né tempistiche per una ripresa dell&#8217;<em>easing</em> quantitativo</strong>, dopo la decisione del FOMC del 10 agosto di utilizzare gli importi delle cartolarizzazioni detenute dalla Fed e giunte a scadenza per acquistare titoli del Tesoro statunitense nelle scadenza tra 2 e 10 anni. I mercati finanziari, dopo alcuni giorni di prevalenti ribassi, hanno reagito con un rimbalzo dell&#8217;azionario e, soprattutto, con forti vendite sui titoli governativi, causando un vistoso recupero dei rendimenti, anche di 15 centesimi su alcune scadenze, verosimilmente proprio per la delusione per il mancato annuncio.</p>
<p><strong>Altre pessime notizie sono venute dall&#8217;immobiliare americano, con i dati sulle vendite di case nuove ed esistenti</strong>, a nuovi minimi storici e con forti aumenti delle scorte, cioè dello stock di invenduto, in termini di mesi necessari al suo esaurimento, al passo corrente delle vendite. Si è avuta ennesima conferma che il credito d&#8217;imposta di 8000 dollari per acquirenti di case nuove è servito solo ad anticipare decisioni di acquisto, come sempre accade nei casi di sussidi. Inoltre, la pressione sui prezzi degli immobili è destinata a continuare: circa 11 milioni di proprietari immobiliari sono &#8220;sott&#8217;acqua&#8221;, cioè hanno mutui di controvalore superiore al valore di mercato della proprietà. C&#8217;è quindi un elevato rischio di nuovi pignoramenti immobiliari, con l&#8217;arrivo delle proprietà sul mercato e nuove pressioni sui conti delle banche creditrici.</p>
<p><strong>In Europa, settimana caratterizzata da nuovi timori per la crisi di debito sovrano</strong>, anche a seguito del declassamento del debito irlandese da parte di <em>Standard &amp; Poor&#8217;s</em>, al livello di AA- ma con prospettive ancora negative, a causa soprattutto di un significativo aumento del costo del salvataggio governativo delle banche. Il successivo allargamento dei differenziali contro la Germania, sia dei titoli governativi che dei <em>credit default swap</em>, ha trascinato con sé tutti i paesi deboli di Eurolandia, Italia inclusa. Ancora buone notizie per la <strong>Germania</strong>, con l&#8217;indice IFO di fiducia delle imprese a nuovi massimi da giugno 2007 e fiducia dei consumatori ai massimi da ottobre 2009.</p>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 08:56:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Settimana dominata dal dato di luglio sul mercato del lavoro statunitense, pubblicato venerdì 6 agosto. Un dato piuttosto deludente, che evidenzia come nel mese siano stati distrutti 131.000 impieghi netti, contro una stima di 65.000. Rivisto in peggioramento anche il dato di giugno, primo mese di “deflusso” dalle file degli occupati dei rilevatori del censimento...
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Settimana dominata dal dato di luglio sul <strong>mercato del lavoro statunitense</strong>, pubblicato venerdì 6 agosto. Un dato piuttosto deludente, che evidenzia come nel mese siano stati distrutti 131.000 impieghi netti, contro una stima di 65.000.</p>
<p><span id="more-2846"></span>Rivisto in peggioramento anche il dato di  giugno, primo mese di “deflusso” dalle file degli occupati dei  rilevatori del censimento federale: persi 221.000 posti, da 125.000  inizialmente stimati. Nel settore privato, che è quello che interessa  per valutare la consistenza della ripresa, in luglio sono stati creati  solo 71.000 impieghi netti, a fronte di una previsione di 90.000.  Rivista al ribasso anche l’attività di giugno, con soli 31.000 nuovi  posti creati, dagli 83.000 inizialmente stimati.</p>
<p><strong>La disoccupazione resta ferma al 9,5 per cento, ma solo per  effetto di una riduzione della forza-lavoro che ha praticamente eguagliato il  numero di quanti hanno perso il lavoro nel mese</strong>. Continua la  brillante ripresa della manifattura, con 36.000 impieghi creati nel  mese, ma il settore è comunque troppo piccolo per riassorbire la  disoccupazione e trainare l’economia del paese, mentre il numero di  quanti sono fuori dal mercato del lavoro da oltre sei mesi rischia di  innalzare il tasso “naturale” di disoccupazione.</p>
<p>Per reazione alla notizia, <strong>il dollaro è tornato ad indebolirsi contro euro e yen</strong>, toccando i minimi da quattro mesi nel primo caso e avvicinandosi alla soglia di 85 contro il secondo, che rappresenta il minimo del dopo-crisi e degli ultimi 15 anni. Anche l&#8217;oro si è rivalutato, toccando il massimo da un mese e rivedendo il livello di 1200 dollari l&#8217;oncia. Apparentemente, sono aumentate le probabilità di una ripresa dell&#8217;<em>easing</em> quantitativo da parte della Fed, e di ciò si discuterà nel meeting del <em>Federal Open Market Commitee</em>, in programma a metà settimana. Non sembrano tuttavia esservi posizioni definite in seno alla banca centrale statunitense. Tra gli osservatori sembra prendere corpo l&#8217;ipotesi di una versione inizialmente &#8220;leggera&#8221; dell&#8217;intervento di monetizzazione, che consisterebbe nel reimpiego sul mercato del controvalore delle cartolarizzazioni ipotecarie detenute dalla Fed che giungono a rimborso. Si tratterebbe di un importo di circa 300 miliardi di dollari da qui a fine 2011. Il tutto in attesa di evidenze più robuste circa il rallentamento dell&#8217;economia statunitense nel secondo semestre.</p>
<p><strong>L&#8217;ipotesi di nuovi allentamenti monetari e l&#8217;evidente tendenza disinflazionistica continuano a mettere le ali al mercato obbligazionario governativo</strong>, con il titolo del Tesoro a due anni che tocca il nuovo minimo storico di tutti i tempi, al livello di 0,5 per cento ed il decennale al nuovo minimo annuale di 2,82 per cento. Anche il mercato obbligazionario giapponese ha toccato in settimana nuovi record, con il rendimento del JGB decennale che scende sotto la soglia dell&#8217;1 per cento per la prima volta dal 2003. La deflazione giapponese non accenna a ridursi, le banche dirottano sui titoli governativi la liquidità che non riescono ad impiegare in prestiti al sistema produttivo, mentre le assicurazioni allungano la vita media dei titoli in portafoglio nel tentativo di controbilanciare gli impegni indotti dalle polizze.</p>
<p>In Area Euro il presidente della Bce, <strong>Jean-Claude Trichet</strong>, ha dichiarato nel corso della conferenza stampa di giovedì scorso che la crescita europea del secondo trimestre &#8220;è stata per molti versi eccezionale&#8221;, ma è probabile che la frase vada intesa nell&#8217;accezione di &#8220;non ripetibile&#8221;.</p>
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		<pubDate>Sun, 01 Aug 2010 08:32:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Si chiude un mese caratterizzato da forte volatilità ma anche dal recupero delle quotazioni azionarie, dopo la vistosa correzione del mese di giugno. L&#8217;ultimo dato settimanale in ordine cronologico, ma anche il più rilevante sul piano macroeconomico, è stata la <strong>prima stima del Pil statunitense del secondo trimestre</strong>, che è cresciuto del 2,4 per cento annualizzato, contro stime di consenso poste a più 2,7 per cento.</p>
<p><span id="more-2830"></span>Nel <strong>dettaglio</strong>, i consumi delle famiglie rallentano la loro crescita all&#8217;1,6 per cento annualizzato, mentre il commercio estero netto torna a sottrarre vistosamente crescita (ben 2,8 punti percentuali), a causa della ripresa delle importazioni. Le scorte, che negli ultimi due trimestri avevano prodotto ampia parte della crescita, contribuiscono per 1,1 punti percentuali al secondo trimestre, lasciando quindi la crescita delle vendite reali finali (cioè la differenza tra variazione del Pil e quella delle scorte) all&#8217;1,3 per cento, un dato che mostra che la persistente debolezza della domanda distingue questa fase di ripresa da quelle del passato.</p>
<p>Positiva la contribuzione alla crescita fornita dall&#8217;immobiliare residenziale (più 27,8 per cento annualizzato), ma frutto in ampia misura del credito d&#8217;imposta sull&#8217;acquisto della prima casa, per cui è verosimile attendersi un ripiegamento nel terzo trimestre. Anche il contributo della spesa pubblica è stato sostenuto: più 7,4 per cento per la Difesa, più 13 per cento per la spesa pubblica non legata alla Difesa. Bene, per contro, l&#8217;investimento in attrezzature aziendali e software. Le <strong>revisioni alla serie storica del Pil del biennio precedente</strong> mostrano che la contrazione è stata più severa di quanto inizialmente stimato: dello 0,2 per cento nel 2007 e nel 2009 e dello 0,4 per cento nel 2008. Il peggior trimestre è stato il quarto del 2008, con un calo del Pil di ben il 6,8 per cento annualizzato. Nel secondo semestre, come noto, il contributo dello stimolo fiscale alla crescita diverrà negativo.</p>
<p><strong>Tra gli altri dati della settimana, tra quelli positivi si segnala la continua espansione del commercio globale ed il positivo andamento della manifattura mondiale</strong>, con la produzione industriale nei paesi emergenti che oggi è su livelli superiori del 10 per cento al picco pre-recessione, mentre l&#8217;indice dei direttori acquisti di Chicago ha evidenziato in luglio un&#8217;espansione nell&#8217;attività: la manifattura (inclusi i nuovi ordini) continua ad espandersi nel Mid-West, anche per effetto della ripresa negli impianti automobilistici di <strong>General Motors</strong> e <strong>Chrysler</strong>. Vi sono inoltre dati positivi dalle trimestrali aziendali, con una crescita degli utili a cui si affianca anche una moderata ripresa dei fatturati.</p>
<p>Nell&#8217;<strong>Eurozona</strong>, dopo settimane di forti timori per il futuro dell&#8217;area della moneta unica, i differenziali di rendimento tra centro tedesco e periferia mediterranea continuano a restringersi, e l&#8217;euro è ai massimi degli ultimi due mesi e mezzo.</p>
<p><strong>Tra gli elementi non positivi</strong>, il <em>Chicago Fed National Activity Index</em> (composto da 83 indicatori nazionali, e che rappresenta una importante <em>proxy</em> del Pil) è diventato negativo nel mese di giugno, soprattutto a causa di produzione ed occupazione, a conferma del fatto che quest&#8217;ultima non sta godendo di un rimbalzo da ripresa e non sta sostituendo il ciclo delle scorte nel ruolo di motore della crescita. Anche il <em>Beige Book</em> della Fed conferma che, a metà luglio, i distretti della Federal Reserve segnalavano uno stallo o un rallentamento nella crescita mentre la <strong>fiducia dei consumatori</strong>, così come tracciata dal sondaggio dell&#8217;Università del Michigan, è tornata a scendere nel mese di giugno. La situazione delle economie sviluppate continua quindi a restare in chiaroscuro.</p>
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