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	<title>MenteCritica</title>
	
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		<title>Forse un Angelo Sei</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:51:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Comandante Nebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cuore di Tenebra]]></category>

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		<description><![CDATA[Sotto le finestre della mia casa c&#8217;è un incrocio molto pericoloso. Solo dopo aver installato dei semafori, incidenti e tamponamenti si sono rarefatti, ma mai scomparsi. Da un episodio alla settimana, si è passati ad un incidente ogni tre mesi, più o meno. Tutto sommato un risultato apprezzabile. Due o tre settimane fa c&#8217;è stato [...]


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<p>Due o tre settimane fa c&#8217;è stato uno schianto peggiore dei precedenti. Un ragazzo in motorino, probabilmente minorenne, ha investito la fiancata di un auto che stava attraversando l&#8217;incrocio. Gli esiti sono stati gravissimi. Il ragazzo, dopo qualche giorno, è morto.<br />
<span id="more-18219"></span><br />
Ieri sera, verso le 21.00, mentre mia figlia stava andando a letto, ho sentito un grande strombazzare di clacson di auto e di moto. Mi affaccio e vedo una cinquantina di ragazzi, con i loro motorini e con qualche auto, fermarsi sull&#8217;incrocio e stendere uno striscione con la scritta &#8220;Forse un angelo sei&#8230;, (disegno di un cuore) R.B.&#8221;.</p>
<p>Dopo il chiasso iniziale, il tutto si è svolto in silenzio. A parte le suonerie fantasiose dei cellulari che squillavano continuamente. Messo lo striscione e un grappolo di palloncini bianchi e azzurri, un po&#8217; alla volta i ragazzi sono andati via alla spicciolata. La maggior parte di loro senza casco.</p>
<p>La morte è una cosa seria. Quella di un giovane è cosa serissima e dovrebbe insegnare o lasciare qualcosa perché, altrimenti, ha ancora meno senso di quanto ne abbia normalmente.<br />
Mi sarebbe piaciuto che i ragazzi fossero arrivati in silenzio, senza striscioni e palloncini, con i cellulari spenti. Mi sarebbe piaciuto che si fossero fermati sul posto dove il loro amico è morto e gli avessero giurato, uno per uno, che una cosa del genere non accadrà mai a nessuno di loro perché il suo sacrificio li ha resi più adulti. Mi sarebbe piaciuto, ieri sera, andare a dormire pensando che i nostri ragazzi sono meglio di quello che tutti noi crediamo e che stanno già fuggendo questo sistema fatto di segnali ai quali corrisponde solo un vuoto significato standardizzato. Non è andata così. Come sa chi mi segue, questo è un brutto periodo per me, non ho fortuna.</p>
<p>Stamattina, quando sono uscito, i palloncini erano già quasi tutti sgonfi e lo striscione, parzialmente ricoperto dalla siepe, sembrava già una di quelle mille scritte prive di significato che brutalizzano le mura della mia città.</p>
<p>Per un attimo ho pensato a quel ragazzo ed ai suoi genitori e ho giurato che una cosa del genere non accadrà mai a me e alla mia bambina. Poi sono andato via, per la strada difficile che mi attende.</p>


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		<title>Lavoro Nuovo, Vita Nuova!</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 11:39:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Lavoro degli Italiani]]></category>
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		<description><![CDATA[Stento a crederci! Ho un nuovo lavoro, meglio ho un vero lavoro! Non che prima non lavorassi. Anzi. Factotum in una piccola impresa familiare come dire: lavorare senza orario, senza ferie e con poco guadagno. Per solidarietà, mettendo a servizio della famiglia l&#8217;esperienza maturata presso una grande società commerciale dentro la quale ho trascorso una [...]


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Ho un nuovo lavoro, meglio ho un vero lavoro!<br />
Non che prima non lavorassi. Anzi.<br />
Factotum in una piccola impresa familiare come dire: lavorare senza orario, senza ferie e con poco guadagno. Per solidarietà,  mettendo a servizio della famiglia l&#8217;esperienza maturata presso una grande società commerciale dentro la quale ho trascorso una parte della mia vita. Tranquillamente.</p>
<p>Fino a quando, per una serie di eventi, sono saltati  tutti gli schemi entro i quali credevo di aver stabilizzato la mia vita. Cambiamento, solitudine, paura, condizioni economiche precarie.<br />
Ricominciare è la parola d&#8217;ordine.</p>
<p>Si, ma da dove, come e infine perché?</p>
<p>Da dove? Da me, ancora, come tabula rasa sulla quale riscrivere tutto.<br />
Come? Rimboccandomi le maniche. Addio agli agi, affrontiamo le difficoltà, prima fra tutte trovare un vero lavoro. Perché? Per questi miei 40 anni che chiedono di essere vissuti!</p>
<p>Questo il preambolo.</p>
<p>Dopo è arrivata la fatica, il pessimismo, la sofferenza di non vedere possibilità di riuscita. Sono dell&#8217;idea che si debba lavorare per vivere e non vivere per lavorare ma&#8230;senza lavoro la vita si spegne, si cancellano le possibilità, la dignità dell&#8217;uomo è offesa.</p>
<p>Mi stavo spegnendo.</p>
<p>Tanti inutili colloqui, offerte di lavoro part time, con  poco time  (10 giorni al mese) per poter guadagnare il minimo necessario alla sopravvivenza;  proposte &#8220;alLETTANTI&#8221; naturalmente rifiutate e laddove si prospettavano lavori stimolanti (l&#8217;ultimo come coordinatrice di ufficio)il corrispettivo erano stipendi da fame (lavorare 50 ore settimanali per 500 euro al mese!). Ho considerato anche la possibilità di andare a fare le pulizie&#8230;o di suicidarmi (è ironico).</p>
<p>Sono tenace.<br />
Forse anche fortunata.</p>
<p>Ho trovato un lavoro serio, pagato il giusto, che mi piace presso un&#8217;azienda condotta con intelligenza da una donna che chiede il massimo a tutti noi ma è capace di contraccambiare.</p>
<p>Ho ricominciato a vivere, sperare, progettare.</p>
<p>Nel posso non provare un&#8217;incontenibile  rabbia nei confronti di una classe politica che, non solo non offre soluzioni ma neanche prova a cercarle e continua a godersela, di questo periodo in barca,  in barba ai nostri problemi.  E una grande pena nei confronti dei giovani che vedono inghiottite aspettative e speranze nel buco nero della disoccupazione,  di padri e madri di famiglia che vivono con il terrore, ripeto terrore di non poter garantire un futuro a loro stessi e ai figli.</p>


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		<title>Negazione della Libertà, della Donna o del Maschilismo?</title>
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<p>Nel testo si legge che &#8220;le persone saranno, non soltanto, costrette a  mostrare il volto all&#8217;ingresso dei servizi pubblici, ma anche durante  tutto il periodo della loro permanenza&#8221;.</p>
<p><span id="more-18210"></span>La legge prevede una  multa di centocinquanta euro per chi indossa il burqa e una multa di  trentamila euro più un anno di detenzione per chi costringe ad  indossarlo (il doppio in caso di minorenni).</p>
<p>Il velo non ha giustificazione nel Corano o nella Sunna (tradizione  islamica).</p>
<p>&#8220;Un attentato alla libertà di pensiero e di  religione!&#8221; grida qualcuno.</p>
<p>Per altri, che considerano il velo un  simbolo del maschilismo e della negazione della donna, è una presa di  posizione a favore del più debole; un voler promuovere, ancora e sempre,  i valori della libertà e dell&#8217;uguaglianza.</p>


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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 16:01:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmario Felicetti</dc:creator>
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In effetti, si è consolidata da tempo una visione dicotomica “privato vs pubblico” che porta con sé inevitabili conflitti. Ancor più quando il diritto alla privacy è invocato da  persone che rappresentano le istituzioni della res-publica oppure da chi è coinvolto in procedimenti giudiziari.<br />
<span id="more-18202"></span><br />
La privacy ci è tanto cara al punto di essere considerata espressione privilegiata ed esclusiva dell’intimità personale. Ma in realtà intimo e privato non sono sinonimi. Se l’intimità è il  nucleo fondamentale dove è custodita l’integrità del nostro io (la nostra personalità), la Privacy è un modo – uno dei tanti modi – con il quale ogni persona può gestire ed essere padrone della propria intimità.</p>
<p>Perciò è erroneo ritenere la Privacy quale l’unico strumento salvifico a disposizione dell’individuo per valorizzare e tutelare la propria intimità. Se così fosse, la logica conseguenza ci obbligherebbe a privare “il contesto pubblico” di tutto quello che riguarda la nostra intimità &#8211; “privato” come participio passato del verbo privare.<br />
Per quanto erronea, questa mentalità è apparentemente logica, oltreché istintiva (quante mamme, per proteggere i figli, li escludono dal mondo esterno e dai suoi pericoli?). Motivo per cui viene facilmente assorbita dalla società in modo acritico e spesso inconsapevole.<br />
A ben rifletterci, però, l’intimità di ogni persona vive necessariamente di una sua dimensione pubblica. Facciamo alcuni esempi.</p>
<p>Nulla c’è di più intimo del nostro nome: quando lo sentiamo invocare da persone care o sconosciuti, vibrano dentro di noi le emozioni più forti, istintuali, spontanee. Non per questo penseremmo di celare il nostro nome per proteggerlo dagli altri: a che, infatti, pro avere un nome se nessuno potrebbe conoscerlo? La cosa più pubblica che abbiamo è la cosa più intima: il nostro nome! E per inciso, mi presento. Sono Gian Mario.<br />
Vale così anche per i nostri amori: nulla c’è di più intimo di un amore. Ma un amore che non può essere condiviso con gli altri, e che non può essere annunciato alla società, è un amore sofferente, menomato&#8230; “privato” della sua dimensione pubblica e perciò messo in difficoltà, minato nelle sue fondamenta, segreto e segregato. Si potrebbe vivere, d’altronde, di soli amanti e motel? Forse solo i politici italiani ci riescono bene.<br />
Ma non è un caso che poi, per fare questo, mettono in pericolo la gestione della Res-Publica. Perciò, lasciate che vi presenti il mio compagno, Riccardo.<br />
Vi ho presentato una parte importante della mia intimità per aiutarvi a pensare alla vostra: Immaginate se nessuno dovesse conoscere il vostro nome (perché una cosa privata da tutelare) né i sentimenti più intensi e genuini che provate per le persone care. Sarebbe una vita impossibile, una tortura. Vivere di sola privacy renderebbe la nostra intimità priva di valore, svuotandoci di ogni vitalità.</p>
<p>Ma allora, quale può essere un modo effettivamente migliore per valorizzare e avere cura della nostra intimità? L’immagine, per quanto semplicistica e apparentemente banale, è quella di una moneta d’oro – la più preziosa che ognuno di noi possa avere. La dimensione privata e la dimensione pubblica della nostra intimità altro non sono che le due facce di questa moneta. La testa e la croce. A tenerle unite una fitta zigrinatura, le innumerevoli interazioni sociali che ogni giorno stimolano un coinvolgimento “integrato” delle nostre dimensioni pubbliche e private.<br />
La cultura dominante vuole costringerci a fare testa o croce con la nostra intimità. Veniamo indotti a scelte coatte tra la dimensione pubblica e privata come fossero due alternative opposte. Ci convincono che per tutelare la Privacy, occorre erodere la Publicy. Per far splendere un lato della nostra medaglia, ci convincono a trascurare quello “opposto”. E così facendo ci ritroviamo con una moneta non più integra il cui valore diminuisce sempre più!</p>
<p>In realtà l’unica cosa che conta è essere effettivamente padroni della nostra intimità – tenere saldamente la moneta d’oro nel nostro pugno. Questa è l’unica garanzia dell’integrità personale. Questo è il nostro vero e unico diritto come cittadini di un libero stato democratico non totalitario. Se l’intimità ci appartiene effettivamente in egual modo e libertà nelle sfere pubblica e privata, i due diritti non appariranno mai contrapposizione.<br />
Ormai è chiaro: se si parla di diritto alla Privacy, allo stesso modo si deve parlare di diritto alla Publicy. Non solo non sono l’uno in contrapposizione dell’altro. Di più: il diritto alla Privacy non esisterebbe e non sussisterebbe se non ci fosse altrettanto diritto alla Publicy. E viceversa.<br />
La privacy come risorsa limitata da “rubare” alla invadente dimensione pubblica è una chimera, uno svarione al quale la cultura, ma soprattutto la politica italiana è particolarmente affezionata. La chiave di lettura della nostra libertà risiede nella possibilità di gestire in autonomia e libertà entrambi gli aspetti privato e pubblico della nostra intimità.</p>
<p>E’ così, dunque, che si spiega l’altrimenti inspiegabile successo di Facebook: immersi in una cultura dominante che idolatra la Privacy come unico bene assoluto della persona, milioni di persone desiderano vivere come un libro aperto al mondo. Nessuno si sente violato quando usa Facebook perché si sente padrona della propria intimità. Nonostante la privacy sia ai minimi pensabili, l’intimità può essere comunque tutelata in modo ragionevole.</p>
<p>Provando a riassumere:</p>
<ol>
<li>Esiste un diritto alla Publicy nella stessa misura in cui esiste un diritto alla Privacy: due facce della stessa medaglia.</li>
<li>Quando la propria Privacy è violata si vive male. Quando la propria Publicy è violata, si vive altrettanto male.</li>
<li>Se per tutelare il diritto alla Privacy, indeboliamo o addirittura disconosciamo il diritto alla Publicy, compiamo dei pericolosi passi indietro nella vita democratica, credendo di fare passi avanti.</li>
</ol>
<p>E’ vero quanto dicono alcune persone: il diritto alla Privacy sta evolvendo, non può essere più inteso come lo era dieci anni fa, nel frattempo tante altre cose (non solo il web) hanno continuato a cambiare.<br />
Tante cose, ma non la classe dirigente italiana, sempre più vecchia, sempre più attaccata alla Privacy come fosse una fortezza nella quale difendere i propri interessi personali (leciti o meno leciti che possano essere).</p>


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		<title>Aspettando la Rivoluzione</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 10:35:20 +0000</pubDate>
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Ne la “Critica all’economia Politica” Marx sostiene che una costruzione sociale non perisce finché non abbia sviluppato tutte le forze produttive a cui può dare corso.<br />
In altre parole che non vi può essere rivoluzione finché i rapporti di forza, che hanno prodotto l’ordine sociale esistente, non siano mutati tanto da renderlo inattuale, dunque instabile.<br />
La Rivoluzione Francese può considerarsi a buon titolo il paradigma di tutte le rivoluzioni.<br />
Nella Francia dell’epoca la Borghesia deteneva già il potere economico, ma non aveva ancora accesso al potere politico, che restava appannaggio della Nobiltà e del Clero.<br />
Erano le condizioni oggettive per una rivoluzione.<br />
<span id="more-18199"></span>Dal canto loro “les Philosophes”, da decenni, andavano fornendo i lieviti atti a montare nell’opinione pubblica la consapevolezza della situazione.<br />
Ma la rivoluzione non è l’unica azione possibile contro il potere. Esistono anche la ribellione e la rivolta, che sono un’altra cosa.<br />
Le ribellioni e le rivolte sono dirette a sostegno di interessi più circoscritti sul piano economico, sociale, geografico. Spesso non hanno il fine primario di sostituirsi all’ordine esistente, ma quello più circoscritto di scrollarsi di dosso un giogo troppo pesante: tasse troppo alte, salari troppo bassi, condizioni di vita difficili.<br />
Si dice rivolta e vengono in mente i Ciompi, Masaniello, Cola di Rienzo.<br />
Ma ci sono state anche la Comune di Parigi del 1871, o la rivolta Spartachista di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg del 1919. I movimenti di lotta armata negli stati centro americani degli anni sessanta (Cuba è un caso a sé), o i partiti armati fioriti nell’Italia degli anni settanta. In questi ultimi casi lo scopo perseguito era dichiaratamente il sovvertimento dell’ordine sociale, ma, evidentemente (sono sfociati in altrettanti fallimenti) la lettura delle condizioni oggettive era sbagliata.</p>
<p>Quel che deve essere chiaro, a chi voglia fare la rivoluzione, è che sono necessarie due cose: le condizioni oggettive e la risolutezza di un’opinione pubblica consapevole. In assenza della prima il risultato garantito è il fallimento. Se manca la seconda si offre il destro a chi detiene il potere di adeguare la struttura politica alle mutate condizioni economico-sociali, scongiurando la soluzione violenta.<br />
È ciò che avvenne in Austria, regnanti Maria Teresa e suo figlio Giuseppe, o in Prussia con Federico il Grande, monarchi coevi di Luigi XVI, ma assai più lungimiranti di lui.<br />
Abbiamo così scoperto  una terza condizione che serve per fare la rivoluzione: chi detiene il potere non deve fare abbastanza per evitarla, dev’essere sufficientemente ottuso da non capire che sta seduto su un barile di polvere, con la miccia accesa.</p>
<p>Posto che spesso leggo e sento dire, da almeno cinquant’anni, che questa è in una situazione che non può durare, che prima o poi qualcosa dovrà pur succedere, ho provato a chiedermi (lo chiedo anche a voi) se, nella situazione attuale, le tre condizioni che ho detto sussistano, oppure no.<br />
Partiamo dalle ultime due, le più facili da verificare; circoscrivendo il discorso all’Italia, il paese in cui viviamo, che ci interessa più da vicino.</p>
<p>Coloro che oggi detengono il potere, Berlusconi e banda, sono coscienti di stare seduti su un barile di polvere sul punto di deflagrare? Guardando a come si comportano, a come trascurano i problemi della nazione per badare ai propri, si direbbe di no, che somigliano più a Luigi e a Maria Antonietta, che a Maria Teresa e a Federico il Grande.<br />
Da questo punto di vista siamo a cavallo.<br />
La seconda condizione: l’opinione pubblica ha la percezione d’essere sulla soglia di un trapasso epocale? Esistono le condizioni soggettive per una rivoluzione?<br />
Parrebbe di si, a dar retta ai blog, ad ascoltare la gente nei bar. Ma non va dimenticato che sentimenti simili serpeggiano da sempre tra la popolazione, proclive per natura a pensare che uno schifo così non s’è mai visto, che non esistono più le mezze stagioni, che è ora di prendere i forconi e di infilzarli tutti. Bisogna considerarli per quel che sono, sentimenti dettati in larga misura dal bisogno di spiegare la propria condizione ascrivendone le cause ad altri, piuttosto che a sé   stessi. Una cosa sulla quale il bravo rivoluzionario deve sì lavorare, per volgerla dalla sua parte, ma senza farci grande affidamento.<br />
Non vedo Philosophes in giro, né Encyclopédie. Nessun Gobetti, nessun Gramsci. Neppure i loro nipotini. Soltanto assenza.<br />
La terza condizione, la più ardua da decifrare riguarda le condizioni oggettive. Esistono, qui e ora, le condizioni oggettive per rovesciare le classi dominanti e sostituirle con una classe nuova, che bussa prepotentemente alle porte? un Terzo Stato che reclama il ruolo che gli spetta?<br />
Non so voi, ma io, per quanto mi sforzi, non la vedo proprio questa classe nuova, motore della nazione, alla quale è negato l’accesso alla stanza dei bottoni.<br />
I metalmeccanici della FIOM, i terremotati de L’Aquila, i precari della scuola, i pensionati al minimo, i giovani con contratto a tempo determinato? Sarebbero questi la nuova classe sociale?<br />
Se devo trovare, in questi ultimi trent’anni, una categoria sociale che si è conquistata, tramite la normale prassi democratica, una rappresentanza politica che non aveva, ma alla quale aveva diritto, mi pare la piccola piccolissima impresa del Nord. So che mi sto attirando molte antipatie, ma credo corrisponda al vero. Cosciente che Bossi e Miglio non sono Diderot e D’Alembert.</p>
<p>Naturalmente questo non mi impedisce di concordare con chi dice che non stiamo attraversando un periodo di grandi soddisfazioni. Aggiungo soltanto che il constatarlo non basta per postulare che ne seguirà a breve una rivoluzione.<br />
Bisogna cambiare, risalire la china, su questo siamo tutti d’accordo. Il problema è come.<br />
Se fossimo in un regime autoritario la rivoluzione sarebbe l’unico modo. Ma in democrazia il potere già viene rimesso dai governanti, alla fine d’ogni mandato, nelle mani del popolo. Basterebbe che questi, ove fosse realmente scontento di come i suoi rappresentanti hanno gestito la cosa pubblica, li sostituisse con altri.<br />
Ci vedo una sola controindicazione: per poterlo fare bisognerebbe poter contare su una classe dirigente alternativa, <em>une nouvelle génération de Philosophes,</em> capace di immaginare e proporre una nuova meta, un orizzonte. Che consideri il potere un mezzo, piuttosto che un fine e dunque, in questo senso e solo in questo, rilanci una visione etica della politica.</p>
<p>La domanda allora diventa: come si fa a dotarsi di una classe dirigente?<br />
Non è facile dirlo in positivo.<br />
Ma possiamo provare a inventariare ciò che abbiamo fatto negli ultimi cinquant’anni, che probabilmente è anche ciò che ci ha portato nelle condizioni in cui siamo: un paese senza una classe dirigente.<br />
Per lo meno scopriremo ciò che non bisogna fare.<br />
Sarebbe già qualcosa.<br />
L’unico modo per selezionare una classe dirigente, posto che questa debba raccogliere i migliori, è il metodo impiegato nei cinodromi. Far correre la lepre fuori dalla portata di qualsiasi cane, in modo che dalla muta, matematicamente, si stacchino i migliori. È una brutta immagine, ma ha il pregio d’essere chiara.<br />
Il primo antropodromo per antonomasia è la scuola.</p>
<p>Negli ultimi quarant’anni l’abbiamo amputata, riconoscendole unicamente i compiti di istruzione e formazione, negandole quello di selezione. Bisognerà tornare al merito, alla selezione dei migliori. Una selezione metodica, determinata, senza sconti, abbandonando le teorie egualitaristiche secondo cui qualsiasi selezione equivale a una discriminazione. Detto come se discriminazione fosse una brutta parola. È di questi giorni la notizia secondo cui la Germania erogherà un ministipendio di trecento euro ai suoi studenti migliori, senza distinzione di censo. Mi sembra un passo nella direzione giusta.<br />
Il secondo antropodromo è la vita, il mondo del lavoro e delle professioni. Un’agorà che s’è andata sempre più specializzando nell’arte di selezionare a rovescio. Di premiare non i migliori, dai quali emergerebbe naturalmente l’antagonista del capro dominante, dunque il ricambio generazionale, ma i femminielli, usi a trascorrere la vita contendendosi i favori del loro mentore e protettore.</p>
<p>Le due cose si tengono.<br />
Per cambiare la seconda bisogna cominciare dalla prima.<br />
Ma per farlo bisogna essere tutti d’accordo, anche quando a essere discriminati sono i nostri figli.</p>


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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 19:07:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Comandante Nebbia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alla fine le cronache narrarono che quella del 2010 fu l&#8217;estate più fredda della storia. Mentre i bambini correvano sulla battigia schizzando i loro costumini con la sabbia brillante del mare, mentre le ragazze ricoprivano i loro corpi asciutti e morbidi di profumata crema solare, mentre gli uomini scoprivano il petto glabro e lo offrivano [...]


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<p>Mentre i bambini correvano sulla battigia schizzando i loro costumini con la sabbia brillante del mare, mentre le ragazze ricoprivano i loro corpi asciutti e morbidi di profumata crema solare, mentre gli uomini scoprivano il petto glabro e lo offrivano virilmente ai raggi feroci del sole, il freddo ghiacciava i tubi dell&#8217;acqua, attaccava i frutti odorosi marcendoli, penetrava nel profondo delle macchine e faceva polvere del loro cuore d&#8217;acciaio.</p>
<p>In quelle chiare notti d&#8217;estate, umide di corpi avvinti, quando le stelle si mostravano senza infingimenti e le cicale segnavano il tempo frinendo, il freddo penetrava silente e severo nelle case degli uomini creando piccoli ghirigori di cristallo trasparente sui vetri, sulle pareti e sulle lucide superfici di metallo.</p>
<p>Venne, infine, settembre. Gli amori passeggeri finirono. Gli ombrelloni si chiusero. I bimbi tornarono a scuola. Sulle spiagge deserte rimasero solo i rifiuti bruciacchiati dal sole.<br />
Il mare si fece scuro e silente. Blu come non era mai stato prima. Lontano echeggiava l&#8217;autunno. A lui sarebbe succeduto l&#8217;Inverno.</p>
<p>E allora, si disse, si sarebbero fatti i conti.</p>


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		<title>Ad reprimendam audauciam aquilanorum</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jul 2010 18:10:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>buscialacroce</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronache Italiane]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel 1527, sotto la dominazione spagnola degli Aragonesi, gli aquilani osarono ribellarsi agli invasori, per rappresaglia il viceré Filiberto d&#8217;Orange devastò la città la separò dal suo contado ed inflisse una multa pesantissima ai suoi abitanti. Gli Aragonesi usarono quei soldi per contribuire alla costruzione dell&#8217;immenso Forte spagnolo sul cui portale, per scoraggiare ogni possibile [...]


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<a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/itIchISThZiBaw1nU3AFGyfYSVw/1/da"><img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/itIchISThZiBaw1nU3AFGyfYSVw/1/di" border="0" ismap="true"></img></a></p><p>Nel 1527, sotto la dominazione spagnola degli Aragonesi, gli aquilani osarono ribellarsi agli invasori, per rappresaglia il viceré Filiberto d&#8217;Orange devastò la città la separò dal suo contado ed inflisse una multa pesantissima ai suoi abitanti. Gli Aragonesi usarono quei soldi per contribuire alla costruzione dell&#8217;immenso Forte spagnolo sul cui portale, per scoraggiare ogni possibile futura ribellione fecero mettere la scritta <em>Ad reprimendam audaciam aquilanorum</em>, cioè &#8220;per  reprimere l&#8217;audacia degli aquilani&#8221;.</p>
<p>L&#8217;altro giorno, 7 luglio 2010, a 483 anni di distanza, gli aquilani finalmente hanno osato ribellarsi di nuovo e Silvio I da Arcore chiuso nel suo palazzo ha fatto finta di nulla del tipo: “sire il popolo non ha più pane&#8230; beh che mangino brioche”. Contro i “ribelli” sua bassezza ha mandato poliziotti, carabinieri, finanzieri, giornalisti leccaculo e qualche mazzata tanto per gradire è partita.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://data.kataweb.it/storage/quotidiani-locali/testate/copertina_ilcentro_pescara_w510.jpeg" alt="" width="510" height="701" /></p>
<p>Hanno tentato di scatenare la violenza per poter avere la scusa, come al g8 di Genova, per  picchiare tutto e tutti senza scrupoli, ma anche se hanno ferito 3 persone e spintonato e <em>scetteccato</em> il sindaco de L&#8217;Aquila gli aquilani non hanno abboccato come trote non fornendogli alibi. Le alte sfere della polizia per coprire le malefatte hanno detto che le violenze sono state causate da componenti dei centri sociali, certo che poi a L&#8217;Aquila non ci siano centri sociali tipo leoncavallo chissene frega. Poi scusate se uno vuole andare a devastare tutto e a picchiarsi con gli sbirri che fa ci va a mani nude, con bandiere, gonfaloni o si porta caschi, passamontagna, spranghe, bastoni e bombe molotov? Siamo seri&#8230;. A pochi metri dai manifestanti aquilani davanti al parlamento manifestavano i disabili contro il governo, bene signori miei anche L&#8217;Aquila può essere considerata disabile e i governanti vogliono staccargli la spina contro il suo consenso, mettendo in luce tutta l&#8217;arroganza di Berlusconi e la sua banda del buco forti con i deboli, ma deboli con i forti. Come direbbe il buon Vasco:</p>
<p>“Se siete &#8220;quelli comodi&#8221; che &#8220;state bene voi&#8221;&#8230; Se altri vivono per niente perché i &#8220;furbi&#8221; siete voi&#8230;.vedrai che questo posto, questo posto&#8230; IS BEAUTIFUL! […] Voi abili a tenere sempre un piede qua e uno là avrete un avvenire certo in questo mondo qua però la DIGNITÀ! Dove l&#8217;avete persa! E se per sopravvivere&#8230;.. qualunque porcheria lasciate che succeda&#8230; e dite non è colpa mia”.</p>
<p>Concludo con il dire che noi aquilani non pretendiamo favoritismi, ma non siamo i figli della serva e vogliamo essere trattati come tutte le altre vittime di catastrofi: vogliamo pagare, come avvenuto per il terremoto in Umbria e Marche, il 40% delle tasse arretrate spalmate su 10 anni e non il 100% ed infine come si è fatto in tutte le catastrofi precedenti vogliamo che il governo metta una tassa di scopo che faccia arrivare soldi in maniera certa e renda possibile la RICOSTRUZIONE di una delle 20 città d&#8217;arte italiane e non mandi a puttane 781 anni di storia. La lotta è appena cominciata, come insegna il rugby quando cadi e prendi le mazzate ti rialzi e continui a giocare e anche se hai la certezza di perdere una cazzo di meta la vuoi segnare lo stesso.</p>


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		<title>L’ipocrisia di Chiamarsi Giorgio</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 17:39:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilBuonPeppe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Censura dell'Informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Cuore di Tenebra]]></category>
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		<category><![CDATA[Il Bello della Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Diciamo la verità: nessuno si è sorpreso di vedere i rappresentanti del governo e i suoi sostenitori applaudire alle dimissioni di Aldo Brancher, come se avesse fatto chissà quale nobile gesto. Certo, le dimissioni in Italia sono un evento di tale rarità da risultare sempre e comunque eccezionale; ma le dimissioni di Brancher dalla carica [...]


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La  fanfara, tanto ipocrita quanto scontata, che ha accompagnato le  dimissioni del non-ministro ha però ottenuto un risultato non da poco:  far dimenticare ai più il nome del vero responsabile di questa vergogna.  <strong>Giorgio Napolitano</strong>.</p>
<p><span id="more-18181"></span>Quello che sta combinando il governo,  tolti gli struzzi, lo sanno tutti; ma la nomina dei ministri è  competenza esclusiva del Presidente della Repubblica (Costituzione, art.  92, c. 2) e non è soggetta ad alcun controllo, né subordinata alle  decisioni di altre istituzioni. Il capo del governo &#8220;indica&#8221; i ministri,  il Presidente della Repubblica decide se accettare l&#8217;indicazione oppure  no, e nessuno può dire nulla; <strong>la responsabilità è tutta la sua</strong>.<br />
Intendiamoci:  che la vergognosa legge sul legittimo impedimento sia stata creata dai  notabili governativi non c&#8217;è dubbio; che per Brancher sia stato  letteralmente &#8220;inventato&#8221; un ministero unicamente per strapparlo dalle  grinfie dei giudici lo hanno capito anche i ricci di mare; che Brancher  dovesse evitare il tribunale per <strong>salvare la Lega Nord</strong> pure è  chiaro. E come è chiaro a noi, tutto questo era chiaro anche a  Napolitano, ma la firma sotto il decreto di nomina è la sua, per cui a  meno che non sia banalmente rincoglionito (eventualità che dovrebbe  farci preoccupare ancora di più) la responsabilità di quello che è  successo è la sua.<br />
La nota che il Quirinale ha poi diffuso per  sostenere che Brancher non poteva utilizzare il legittimo impedimento  per evitare il processo, è solo un patetico, tardivo e ipocrita  tentativo di recuperare al danno fatto.<br />
Se non fosse l&#8217;ennesimo  scivolone di un presidente che sempre più ci fa rimpiangere i suoi  predecessori (il che è tutto dire), si potrebbe liquidare la cosa con  poche parole e qualche pasticca contro la nausea.</p>
<p>Ma siccome al  peggio non c&#8217;è mai fine, ecco che a pochi giorni di distanza giunge  un&#8217;altra bomba, piazzata direttamente dentro il Quirinale da chi <strong>ha  dimenticato da tempo il significato del termine &#8220;opposizione&#8221;</strong>; il PD  presenta una norma che andrebbe a mettere il Presidente della  Repubblica al sicuro da qualsiasi iniziativa giudiziaria, in maniera  ancora più ampia di quanto già previsto dalle scandalose leggi a cui ci  ha abituato questo governo. Due giornali se ne accorgono e, logicamente,  si chiedono &#8220;a che serve?&#8221;, lasciando trapelare il dubbio che ci possa  essere <strong>qualche scheletro nell&#8217;armadio di Napolitano</strong>, un motivo  ben preciso per cui potrebbe avere la necessità di difendersi &#8220;da&#8221;  qualche processo.<br />
Apriti cielo! Il presidente si indigna (come se per  lui questo termine avesse ancora un senso) e <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Notizia&amp;key=8991" >risponde pubblicamente</a>: e invece di disinnescare la  bomba riesce ad amplificarne il botto. Si chiama fuori da quello che  succede in Parlamento, se la prende con i giornalisti per aver dato una  notizia vera ed essersi fatti delle domande (per una volta che fanno il  loro lavoro&#8230;), e protesta la sua innocenza. Sembra un film già visto.<br />
E  pensare che per chiudere la bocca a tutti sarebbe bastato affrontare il  problema nella sostanza, senza alzare polveroni. La dichiarazione  avrebbe potuto suonare così: &#8220;<em>Le ipotesi apparse su alcuni quotidiani  sono del tutto infondate, e a riprova della mia buona fede e della mia  assoluta tranquillità mi impegno fin d&#8217;ora a non utilizzare alcuno  strumento che possa evitare, ritardare o rendere comunque difficoltoso  il mio coinvolgimento in eventuali procedimenti giudiziari che mi  dovessero riguardare.</em>&#8220;.</p>
<p>Una dichiarazione di questo tipo lo  avrebbe ricollocato all&#8217;interno di quel <strong>principio di uguaglianza tra i  cittadini</strong> (Costituzione, art. 3) che questo governo, con l&#8217;aiuto  della non-opposizione, sta facendo a pezzi, e avrebbe dato  rispettabilità sia alla persona che all&#8217;istituzione. Invece ha preferito  tacciare di ipocrisia chi ha semplicemente fatto il proprio lavoro: il  toro che dice all&#8217;asino &#8220;cornuto&#8221;.</p>
<p>In Blade Runner, il replicante  Roy Batty dice &#8220;<em>io ne ho viste cose, che voi umani non potreste  immaginarvi</em>&#8220;; ma da questa parte della galassia la fantasia e  l&#8217;immaginazione sono state da tempo superate dalla realtà. E questo  gruppetto di umani ne vede di cose&#8230;<br />
Evidentemente gli autori di  Blade Runner non conoscevano l&#8217;Italia.</p>


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		<title>Il business della precarietà nel regno del Ministero della (In)Giustizia: la situazione dei verbalizzatori in Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 08:44:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lidia Undiemi</dc:creator>
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<p>Come già messo in evidenza in alcuni miei scritti sul caso Eutelia, dovrebbe essere proprio la pubblica amministrazione a dare il buon esempio attraverso l&#8217;attuazione di buone pratiche  idonee a contrastare tali meccanismi, che si traducono, di fatto, in sfruttamento del lavoro. E&#8217; chiaro che anche in questo caso la crisi economica, la Cina e la globalizzazione non c&#8217;entrano assolutamente nulla. Si tratta, infatti, di una precisa scelta politica da parte del Governo, che anziché assumere tramite procedure concorsuali lavoratori che svolgono funzioni pubbliche, nel rispetto dell&#8217;art. 97 della Costituzione, affida a ditte esterne la gestione dei rapporti di lavoro. Ancora una volta, inoltre, si mettono nelle mani dei privati dati giudiziari, dato che le registrazioni dei tribunali passano agli appaltatori per poi ritornare sotto forma di trascrizioni all&#8217;operatore pubblico. In questo senso, è evidente che l&#8217;operazione, oltre ad essere socialmente ingiusta per i lavoratori ed antieconomica per la collettività, potrebbe anche risultare pericolosa per i cittadini.</p>
<p>La soluzione? Semplice, la pubblica amministrazione assume il personale con concorso pubblico mettendo a disposizione pc e macchinette per la stenotipia. In questo modo, la collettività risparmia i soldi pubblici impiegati negli appalti (profitto delle ditte private, costi derivanti dall&#8217;attuazione di bandi di gara, ecc.) e non c&#8217;è alcun rischio legato al passaggio di informazioni legate a dati giudiziari in favore dei privati.</p>
<p>Perché il Ministero non attua una politica di gestione dell&#8217;attività di verbalizzazione orientata a tutelare se stessa, i lavoratori  e il sistema giudiziario?</p>
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		<title>Nozioni di Teoria della Simultaneità</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 07:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cuore di Tenebra]]></category>

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<span id="more-17871"></span><br />
Comunque, anche senza prendere in considerazione la complicazione relativistica, il concetto fisico di simultaneità è evidente solo a livello macroscopico, come la gran parte degli eventi della fisica classica.</p>
<p>Per esempio, immaginiamo che l&#8217;evento A si verifichi simultaneamente all&#8217;evento B. Cosa vuol dire? Che entrambi, per esempio, sono stati rilevati intorno a mezzogiorno? Non è sufficiente, ovviamente. Possiamo definirli simultanei se diciamo che si sono verificati alle 12:13? No, specificare il minuto non basta. Come non è soddisfacente indicare il secondo, il centesimo di secondo o il millesimo, come ben sanno gli esperti di sport motoristici. Disponendo di un orologio adeguato è possibile individuare intervalli di tempo sempre più piccoli nei quali collocare l&#8217;evento A e l&#8217;evento B che possono definirsi simultanei se e solo se si collocano nello stesso intervallo di tempo qualsiasi sia la dimensione dell&#8217;intervallo stesso.<br />
Quindi, se la simultaneità esiste, praticamente non è rilevabile strumentalmente. E&#8217; un concetto che va affermato per via di fede.</p>
<p>Eppure, la percezione di tempo sequenziale porta inevitabilmente a concludere che, per quanto piccolo si consideri un intervallo, ci saranno infiniti fenomeni che si verificheranno contemporaneamente nell&#8217;universo. In pratica, la più naturale concezione del tempo porta da una parte la negazione della simultaneità, dall&#8217;altra la sua inevitabilità.</p>
<p>Una risposta a questo paradosso, analogo a quello di Zenone per lo spazio, viene dalla Meccanica Quantistica secondo la quale non ha più senso dividere quantità infinitamente piccole. Ad un certo punto, l&#8217;intervallo è identificato e non ulteriormente divisibile.  D&#8217;altra parte, la fisica quantistica presume che l&#8217;esperimento sia influenzato dalla conoscenza dell&#8217;osservatore e dalla classificazione semantica che dà della realtà<sup>(1)</sup>.</p>
<p>Un approccio del tutto alternativo alla fisica classica ed alla meccanica quantistica è quello che perviene dalla teoria della Simultaneità.<br />
Iterando l&#8217;analogia fra spazio e tempo, secondo Shevek l&#8217;estensore della teoria, se tutto lo spazio esiste simultaneamente, allora è possibile ipotizzare che anche gli eventi sono tutti simultanei.</p>
<p>Così come un punto nello spazio esiste anche prima che noi lo si raggiunga, un evento esiste già prima che si sia in grado di verificarne l&#8217;avvenuta manifestazione. Nessun passato, nessun futuro, ma solo un eterno ed interminabile presente simultaneo.</p>
<p>L&#8217;approccio, a prescindere dallo shock percettivo che comporta, ha un indubbio fascino e aiuta a giustificare</p>
<p><em>Il completamento di questo intervento, solo abbozzato, è stato sospeso per improvvisi problemi relativi alla stabilità professionale dell&#8217;autore.</em></p>
<p><em>Viene proposto come anticipazione, nella speranza che presto possa essere completato.</em></p>
Note<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_17871" class="footnote"> <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_della_doppia_fenditura" >Esperimento della doppia fenditura</a> </li></ol>Fine delle Note

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		<title>Pomigliano: Bere o Affogare</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 07:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiamiamola Economia]]></category>
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Mia madre mi zittiva così, se m’azzardavo a chiedere qualcosa che secondo lei era fuori dalla nostra portata. Fa conto un paio di scarpe nuove, o un pallone da calcio.<br />
Erano gli anni cinquanta. Galvani era il padrone della cartiera, chiunque avrebbe capito che era irrealistico pretendere ciò che solo lui poteva permettersi.<br />
Anche se a me non pareva giusto: perché lui si e io no? Domandavo stizzito.<br />
Mio padre alzava gli occhi e mi guardava come si guarderebbe un mentecatto. Scuoteva la testa e accendeva la radio.</p>
<p>L’unico che stava dalla mia parte era il nonno, per il quale Galvani era uno sfruttatore della classe operaia, che presto sarebbe stato spazzato via dalla Storia.<br />
Peccato che in casa nostra il suo parere non contasse nulla.<br />
La borsa la teneva la nonna e lui, come diceva mostrando le saccocce rovesciate, non ne aveva mai in tasca più di una lepre nella giacchetta.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-18174 aligncenter" title="Cartiera" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2010/06/Cartiera.jpg" alt="" width="588" height="388" /></p>
<p>Però potevamo andare alla “Casa del Popolo”, se ci faceva piacere. Dove tutti la pensavano come noi. Anche se in quel modo io ci rimettevo le cinquanta lire della mesata. Su questo mia nonna non transigeva, né io mi sentivo di biasimarla. Lei credeva di fare la volontà di Dio e dunque il mio stesso bene; io credevo di fare il mio dovere verso la Storia. Pari e patta.<br />
In quegli anni neppure degli spiriti liberi, quali mio nonno e io, arrivavano a pensare d’aver diritto di mangiare pollo tutti i giorni, o di avere il frigorifero, o il televisore.<br />
Il televisore non ce l’aveva neppure Galvani.</p>
<p>La coscienza di poter aspirare a una vita agiata, agli elettrodomestici e al riscaldamento, nacque un decennio dopo, con l’industrializzazione diffusa. I polli cominciammo a mangiarli quando si trovò il modo d’allevarli in batteria. Una conquista che cambiò la nostra vita, fondata fin allora sulla polenta, da così a così. Mentre per i polli fu una tragedia, posto che quella novità portò la loro speranza di vita dai sei mesi a un mese, poco di più. Mors tua vita mea. Chi ci è passato lo sa, i diritti vanno e vengono, non sono né sacri, né inviolabili. Né tanto meno immutabili ed eterni.</p>
<p>Mio padre lavorava anche al sabato. Malgrado la Costituzione fosse in vigore ormai da una decina d’anni le condizioni di lavoro erano regolate dal r.d.l. n.692 del 1923, <span> </span>che fissava <span> </span>in 8 ore l’orario giornaliero, per sei giorni alla settimana. A cui potevano sommarsi 2 ore di straordinario al giorno, per un massimo di 12 ore alla settimana.<br />
Peccato che non ci fosse abbastanza lavoro, diceva mia madre.<br />
Una disciplina che durerà fino al 1997, quando la legge n.196 recepirà la prassi in essere e porterà la settimana lavorativa a cinque giorni, per un totale di 40 ore, proseguendo la tendenza al miglioramento delle condizioni di lavoro ,in essere da oltre un secolo.</p>
<p>Qualcosa tuttavia dovette cambiare verso la fine del secolo, se nel ‘98 una richiesta di Bertinotti, di ridurre l’orario di lavoro a 35 ore settimanali, fece cadere il governo Prodi.<br />
C’è chi anziché Mercato preferisce chiamarlo Mondo del Lavoro, probabilmente gli stessi che chiamano Operatore Ecologico lo Spazzino, ma a me pare che nella realtà delle cose le condizioni di lavoro, nell’intero pianeta, soggiacciano alle leggi del Mercato. Nel senso che le retribuzioni e i diritti e i doveri dei lavoratori sono oggetto di contrattazione, singola o collettiva, e il risultato è ogni volta il punto di equilibrio attraverso il quale passa la risultante del sistema di forze che rappresenta la realtà economica, locale o nazionale, di quel momento. E siccome le forze mutano nel tempo, muta il punto di equilibrio e mutano le condizioni di vita dei lavoratori, e i loro diritti, tra cui la remunerazione, e i loro doveri.</p>
<p>Ignorarlo, invocando astratti vincoli etici, ai quali dovrebbero subordinarsi le forze animali che muovono i mercati, mi sembra non tanto giusto o sbagliato, quanto irrealistico.<br />
Che ricaduta politica concreta ha sostenere che i diritti non si possono barattare col posto di lavoro, come sosteneva l’altro ieri Rosi Bindi? Oppure che l’accordo con la FIAT non si deve considerare un paradigma, ma un puro accidente, come argomentava Enrico Letta?<br />
L’accordo di Pomigliano, che fissa condizioni assolutamente peggiorative rispetto alle preesistenti, recepisce i nuovi rapporti di forza tra capitale e lavoro quali si sono venuti delineando, nel mezzogiorno d’Italia, nel nostro paese, in Europa, negli ultimi vent’anni. In funzione dei mutamenti che sono avvenuti a livello mondiale dalla caduta del muro in poi.<br />
Che senso ha chiamarlo ricatto? O fingere che non esista?</p>
<p>L’unica cosa concreta che possono fare i lavoratori, in un frangente simile, è di mantenere il proprio posto di lavoro. Perché soltanto continuando a essere lavoratori, e non disoccupati, possono sperare di poter fare qualche cosa, in casa propria e fuori, per mutare in meglio la loro condizione.</p>


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		<title>Non Giudicare una Persona che Infondo Infodno a un Carattere Buono e voi lo Definite non Buono</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 17:48:37 +0000</pubDate>
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ke pallee!!!!!!!</p>
<p>stavo aggiornando il blog scrivendo una canzone&#8230;l&#8217;avevo modificata tt ci ho mess un ora, all&#8217;improvviso ho fatt un movimento strano cn la tastiera e si è cancellat tt&#8230;mamma mia ke nervi&#8230; grrrrr..<br />
Io nn ho molta pasienza, proprio ke stasera la tenevo si è cancellat tutto uffy&#8230;.<br />
Già sn nervosa x prob miei ci voleva anke il pc ma ke kazzo!!!!!!<br />
A proposito ragazzi cm va?? Nn vi state facendo+vivi ma ke kazzo di fine avete fatto?<br />
E&#8217; vero ke io nn svrivevo nel mio blog da molto,xò almeno nu commento si poteva lasciare&#8230;Vabbè tanto lo stesso dp letto questo intervento nn scrivete niente.. è inutile ke mi arrabbio tanto&#8230;..semb u stess sit&#8230;&#8230;. CATTIVONI!!!!!!! <img src='http://www.mentecritica.net/wp-includes/images/smilies/icon_sad.gif' alt=':(' class='wp-smiley' /><br />
ora me ne vadoo ciao a tt<br />
Fragolina; Stellì; Tweety; Sora; Tesò; Diavoletta VV TANTO BN&#8230;..<br />
Bye pisola (a scem haUIAHuia)</p>
<p><strong>Commenti (3)</strong></p>
<p><span id="more-18167"></span></p>
<p><strong>Nicola &#8211; 22 Ago., 2006<br />
</strong>weeee pisoletta sembra carina ha un difetto xrò qst blog&#8230;<br />
&#8230;usa caratteri + pikkoli sembra la scrittura x  nn vedenti<br />
skerzo bella.<br />
ora vado ciao!!!!<br />
Ah..juny stà bene cresce bello grosso</p>
<p><strong>alessandra &#8211; 13 Set., 2006</strong><br />
we sora! finalmente sto cesso di pc mi fa entrare nei blog!! sn appena tornata a casa dopo essere uscita cn te gaggo mimmo e gabriele&#8230;siamo stati bene, ma ki dimentika la nottata ke abbiamo passato a casa mia!!! a parlare fine alle 6.30 del mattino! e senza essere stanki! ma cm si fa!!!??? è stata una nottata incredibile, dormire io te gaggo e mimmo tt insieme, a casa mia! ancora nn ci credo!!! mi fa piacere ke stai passando MOOOLTO + tempo cn noi e, guarda cm te lo diko, nn farmi + cacare sotto cm oggi! mi sn preoccupata&#8230;infondo io ti voglio bene e x me 6 la mia migliore amika, anzi di +, sei una sorella x me!!! sai nn vedo l&#8217; ora ke ridormiamo tt insieme a casa mia!! amm pariat comm &#8216;e puork!!! + di quelli ke hanno dormito sopra s. maria! speriamo ke dmn nn piove, arriva anke il tedesco dall&#8217; austria!!! =D io dv anke fare allenamento alle 2 del pomeriggio&#8230;xò da una parte sn contenta, mi fa bene!!! vabbè sora io vado a fare ninna o&#8230;                         ci sentiamo dmni, tvttttttttttttbene! *********notte sorellina mia!!!</p>
<p><strong>Antonio Sbrogna &#8211; 15 Set., 2006</strong><br />
Weeee<br />
Sono perfettamente d&#8217;accordo con te, ma tranne su un fatto che mi hai dato del falso, questo non l&#8217;oho propio digerito&#8230;<br />
Vabbe tu puoi pensare quell oche vuoi perchè non mi conosic bene e non sacome sono fatto dentro ecc&#8230;..<br />
Poi sul fatto che tu mi avevi detto che ti avevo parlato indietro, a me degli altri non me ne frega niente..<br />
Vabbe or a me  ne vado&#8230; a Ricordati un a cosa e come l&#8217;ho scritto sulla frase di msn&#8230;<br />
&#8220;Il Carattere di Una Persona si scopre dentro no fuori e Soprattuto  si Scopre solo Se Lo conosci Bene&#8221;<br />
Perciò non giudicare una persona che infondo infodno a un carattere buono e voi lo definite non buono</p>
<p>Ciao&#8230;&#8230;<br />
***<br />
Stammi Bene TvB<br />
Byè</p>
<p><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://petta-peta.spaces.live.com/blog/cns!8B5C5C37667EAF0!633.entry#comment" >fonte</a></p>


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		<title>Pomigliano – Il Padrone e il Servo</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 09:39:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilBuonPeppe</dc:creator>
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Chi sosteneva le posizioni della FIAT nel confronto con il sindacato oggi? <strong>Maurizio Sacconi</strong>, ministro del welfare (lo so, non è bello ricordarlo) dell&#8217;attuale governo.</p>
<p><span id="more-18165"></span></p>
<p>Ma che c&#8217;entra Sacconi? Lui è un ministro, rappresenta il governo, non la FIAT che, fino a prova contraria, è una società privata. In una trattativa tra azienda e lavoratori <strong>il governo potrebbe semmai assumere il ruolo dell&#8217;arbitro</strong>, non certo quello di sponsor di una delle squadre.</p>
<p>Ma bisogna riconoscere una qualità a questo governo: <strong>la trasparenza</strong>. Non sto facendo dell&#8217;ironia, questo governo è davvero trasparente, tanto è evidente il suo sostegno incondizionato alla grande impresa, il suo servilismo verso i grandi interessi economici delle banche e delle multinazionali, il suo totale disinteresse per i problemi ambientali e sociali, la sufficienza con cui guarda i problemi di famiglie, giovani e lavoratori. Chi non vede queste cose ha problemi di vista, o difetti ben più gravi.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Così Sacconi, che in quanto ministro dovrebbe rappresentare la nazione intera, ha difeso a spada tratta le ragioni (o i torti) della FIAT contro le ragioni dei lavoratori</strong>. C&#8217;era da dubitarne? Ovviamente no.</p>
<p>Ezra Pound diceva “<em>I politici sono i camerieri dei banchieri</em>” e aveva ragione, ma il riferimento andrebbe rivisto o perlomeno precisato meglio, che il concetto di “banchiere” è ormai insufficiente. Parliamo di banchieri, finanzieri, amministratori di multinazionali, gestori di fondi di investimento; gente capace di muovere enormi masse di denaro in pochi minuti, che con un cenno del capo può decidere la sorte di aziende e persone. Qualche volta di intere nazioni.</p>
<p>Di queste persone solitamente non si conosce il nome, che non hanno alcun interesse a mettersi in mostra; loro <strong>agiscono da dietro le quinte, lasciando ad altri i lavori più sporchi</strong> e il rischio di esporsi al pubblico ludibrio. I politici, per l&#8217;appunto.</p>
<p>Ecco quindi che nel paese del sole <strong>si frena lo sviluppo degli impianti solari</strong> favorendo invece le centrali nucleari; con un&#8217;economia basata principalmente sulla piccola e media impresa <strong>si incentivano progetti faraonici, spesso insensati</strong>; con una dotazione immensa di beni artistici e culturali <strong>si spostano risorse sul finanziamento dell&#8217;industria di guerra</strong>; con un patrimonio naturalistico invidiabile <strong>si spingono gli industriali a costruire inceneritori e impianti altamente inquinanti</strong>. Ma sono scemi? No, non sono scemi: molto più semplicemente, <strong>ubbidiscono</strong>.</p>
<p>Così il fatto che un ministro si presenti come la controparte di un sindacato che lotta con un&#8217;azienda, è del tutto normale; soprattutto quando l&#8217;accordo (ma il termine è improprio) che l&#8217;azienda vuole imporre prevede <strong>la rinuncia a molte delle conquiste che i lavoratori hanno conquistato negli ultimi decenni</strong>.</p>
<p>Quando si è cominciato a parlare di <strong>globalizzazione</strong>, ormai diversi anni fa, si pensava che questo avrebbe significato maggiori opportunità per chi stava bene (noi) e un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro nei paesi sottosviluppati. <strong>La cosa si è realizzata esattamente al contrario</strong>, e ora che la favola sta finendo, ci accorgiamo che manca il lieto fine.</p>


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		<title>Arrivederci</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 05:21:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Comandante Nebbia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cari lettori abituali di MenteCritica, In nome del reciproco rispetto che si è stabilito nel tempo, mi sembra giusto avvisarvi che per un po&#8217; non riuscirò a curare questo sito personalmente. C&#8217;è ancora qualche mio pezzo parziale che (forse) provvederò a completare e pubblicare, mentre conto di trovare il tempo di allestire e pubblicare vostri [...]


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<p>In nome del reciproco rispetto che si è stabilito nel tempo, mi sembra giusto avvisarvi che per un po&#8217; non riuscirò a curare questo sito personalmente. C&#8217;è ancora qualche mio pezzo parziale che (forse) provvederò a completare e pubblicare, mentre conto di trovare il tempo di allestire e pubblicare vostri eventuali contributi (<a href="http://www.mentecritica.net/mandaci-un-articolo/" >da inviare qui</a>) che mi aiutino a tenere vivo questo sito fino a quando ritroverò la concentrazione sufficiente per riportarlo a regime.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-18151 aligncenter" title="torno-subito" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2010/06/torno-subito.jpg" alt="" width="498" height="341" /></p>
<p>L&#8217;azienda con la quale collaboravo ha prima esternalizzato il mio settore ad  una società del suo stesso gruppo e, un paio di settimane dopo, dichiarato in esubero il 50% del  personale e, fra questi, il 100% dei personale direttivo (io sono uno di questi).</p>
<p>Le prospettive locali sono quelle che sono. La Campania non è la Silicon Valley, specialmente per un cinquantenne non disposto a mettere variegate competenze a servizio del crimine organizzato. Inoltre, a me non va di vivacchiare  per qualche anno di ammortizzatori sociali con la mia esperienza e la  mia intelligenza. Sto cercando una soluzione, anche drastica. Sarebbe stato bello vivere di scrittura, ma evidentemente non sono all&#8217;altezza.</p>
<p>Ringrazio anticipatamente chi vorrà offrirmi qualche suggerimento, anche in privato <a href="http://www.mentecritica.net/contatti/" >scrivendomi qui</a>.</p>
<p>Questa occorrenza, in unione al senso di apprensione per la mia famiglia che dipende esclusivamente da me, mi pone in una situazione emotiva inadatta a condividere riflessioni adeguate alla vostre aspettative.</p>
<p>Sono convinto che ci rileggeremo presto. Un  arrivederci a tutti.</p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>lello (comandante nebbia-dfc)<br />
</em></strong></p>
<p style="text-align: right;">


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		<title>Cristo si è Fermato a Pomigliano</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 10:11:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Comandante Nebbia</dc:creator>
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E questo, plausibilmente, non perché siano intimamente convinti che si tratti di un investimento per il futuro, ma più semplicemente per la consapevolezza che l&#8217;alternativa è la dissoluzione di una fonte di reddito necessaria ed insostituibile in un contesto sociale dove anche la criminalità organizzata ormai preferisce investire sugli immigrati. Impiegati meno cari, più ricattabili e, all&#8217;occorrenza, eliminabili senza che nessuno faccia domande.<br />
L&#8217;alternativa non è, quindi, tra sviluppo e stagnazione, ma tra sopravvivenza o estinzione. Non serve essere Jucas Casella per indovinare il futuro di questa vicenda.</p>
<p><span id="more-18143"></span><br />
La realtà dei fatti è che chi detiene il controllo della produzione ha anche il controllo politico. Questo in Italia come in ogni altro paese del mondo. Un tale monopolio di potere è una conseguenza piuttosto ovvia del capitalismo la cui componente liberista è rimasta cristallizzata come quei grandi ideali che è bello sbandierare, ma che subito dopo vengono riposti in vetrina a prendere polvere.</p>
<p>Il campo di gioco per l&#8217;impresa è il mondo, nella sua totalità. Si produce dove il rapporto tra competenze-mezzi-infrastrutture/costi è il più conveniente. Punto. Non c&#8217;è nessun altro criterio. Il campo di gioco per gli operai di Pomigliano è Pomigliano. Non c&#8217;è partita.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/lenin.jpg" alt="" width="493" height="649" /></p>
<p>Qualcuno, ragionevolmente, dice che un paese occidentale non può competere con i cinesi sul terreno della produttività di scarpe o magliette. Si dovrebbe competere con gli americani, per esempio, nel campo della progettazione di componenti elettronici o della biologia molecolare. Il ragionamento non fa una grinza. Peccato che la produzione, anche in questo caso, preferisca comprare brevetti piuttosto che investire nell&#8217;infrastruttura sociale ed educativa necessaria per crearli. Risultati immediati a costi più bassi. Chi non farebbe altrettanto?</p>
<p>La sostanza delle cose è che, se l&#8217;unico fine è il profitto immediato, non c&#8217;è spazio per nessun investimento perché i manager misurano i risultati nell&#8217;arco delle loro vite professionali e non hanno nessun interesse a seminare per le generazioni future.<br />
Questo è un compito che spetterebbe alla politica, se questa non fosse organica alla produzione. Un sistema imperniato esclusivamente sul profitto non investe sul futuro, si limita a divorare il presente.</p>
<p>A Pomigliano l&#8217;accordo passerà e si creerà un precedente che consentirà alla FIAT di estendere le condizioni a tutti i suoi stabilimenti in Italia tracciando una sorta di sentiero maestro per tutto il mondo produttivo italiano. Sentiero che conduce ad una condizione di &#8220;delocalizzazione a domicilio&#8221; che unisce il vantaggio economico a quello inestimabile di godere di infrastrutture avanzate e condizioni politiche stabili. L&#8217;Occidente, invece di esportare civiltà e cultura, importa condizioni umane e sociali degenerate.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/sciopero-falco1964.jpg" alt="" width="500" height="321" /></p>
<p>La storia insegna che se non c&#8217;è governo del cuore, la mente conduce inevitabilmente alla sopraffazione. La politica è stato il tentativo laico di imporre regole morali alla vita naturale. Una vera e propria religione illuminista, per coloro che amano gli ossimori. L&#8217;estremizzazione di questa tendenza religiosa si è concretizzata nei vari regimi sociocomunisti che, almeno teoricamente, hanno tentato di imporre il primato delle esigenze umane su quelle del capitale. L&#8217;esito di questo processo è sotto gli occhi di tutti. La Cina, il più grande paese comunista del mondo, è in prima fila nella corsa alla realizzazione di una società antitetica a qualsiasi considerazione di questo tipo.</p>
<p>Cristo si fermerà a Pomigliano. Non c&#8217;è da dolersene. Così è questo mondo, così siamo tutti noi, così è la vita.</p>


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