<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<?xml-stylesheet type="text/xsl" media="screen" href="/~d/styles/rss2full.xsl"?><?xml-stylesheet type="text/css" media="screen" href="http://feeds.feedburner.com/~d/styles/itemcontent.css"?><rss xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0">

<channel>
	<title>n o a n t r i - un blog.</title>
	
	<link>http://noantri.net</link>
	<description>Questo è un blog.</description>
	<pubDate>Thu, 17 Sep 2009 16:36:21 +0000</pubDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.6.2</generator>
	<language>en</language>
			<atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="self" href="http://feeds.feedburner.com/NOANTRI-LaFactoryDelDissenso" type="application/rss+xml" /><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="hub" href="http://pubsubhubbub.appspot.com" /><item>
		<title>Perché non verserò una lacrima.</title>
		<link>http://noantri.net/2009/09/17/perche-non-versero-una-lacrima/</link>
		<comments>http://noantri.net/2009/09/17/perche-non-versero-una-lacrima/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2009 16:34:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefano havana</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[quotidianismi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://noantri.net/?p=2708</guid>
		<description><![CDATA[Dov&#8217;eravate, voi, ieri sera o quattro ore fa? Dov&#8217;era Ignazio La Russa, Giorgio Napolitano? Dov&#8217;eravate tutti? Dov&#8217;era la vostra indignazione, il vostro dolore pret a porter, la vostra commozione in saldo? Dov&#8217;era la vostra cognizione di &#8220;guerra&#8221;, solo ieri sera, dove avevate messo, allora, stanotte o ventiquattro ore fa, dove stava il vostro significato intrinseco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;">Dov&#8217;eravate, voi, ieri sera o quattro ore fa? Dov&#8217;era Ignazio La Russa, Giorgio Napolitano? Dov&#8217;eravate tutti? Dov&#8217;era la vostra indignazione, il vostro dolore <em>pret a porter</em>, la vostra commozione in saldo? Dov&#8217;era la vostra cognizione di &#8220;guerra&#8221;, solo ieri sera, dove avevate messo, allora, stanotte o ventiquattro ore fa, dove stava il vostro significato intrinseco di &#8220;strage&#8221;? Che ne stavate facendo, voialtri, favoreggiatori della lacrima all&#8217;italiana, della rabbia e del cordoglio, quando questi sei ragazzi stavano ancora in piedi, giocando a carte sotto le tende o scrivendo alla fidanzata a Brindisi? Che parola articolava la vostra bocca, mentre i migliaia di civili afghani crepavano sotto le vostre bombe democratiche? Quale parola gonfiava le guance perdute dei vostri visi rossi e borghesi? Ve lo dico io: <em>nessuna</em>. In silenzio, stavate. Muti, tutti quanti. A fare quello che fanno le persone come noi, legittimamente. Le persone che hanno avuto il culo di nascere lontano da uno scenario di guerra: a bere, a scopare, a guardare le tettone di chicchessia, a sentire i rumori spicci della vita quotidiana, il tonfo di un pallone calciato da Messi, il tintinnio di un bicchiere nel lavandino.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Dov&#8217;eravate voi, esegeti della rabbia e portatori sani di dissenso, quando l&#8217;Italia firmava per finanziarie ancora (ancora! Ancora!) le missioni di guerra in Afghanistan? Dov&#8217;erano le vostre Scosse Coscienze Del Giovedì Mattina quando certi documentari che raccontavano le barbarie degli eserciti a Kabul, o laddove si spara sulla gente, finivano in quarta serata o a notte fonda, seguiti da quattro sonnambuli e due intellettuali froci? Dormivano, forse? Si rannicchiavano dentro un libro di Dan Brown? Cosa facevano le vostre coscienze? Ditemelo! Che fate voi, italiani piccoli piccoli, quando sulla riga tratteggiata dei morti, alla voce &#8220;nazionalità&#8221;, non c&#8217;è scritto &#8220;italiana&#8221;?</p>
<p><span style="font-size: large;">Perché balzate in piedi quando qualcuno vi viene vicino, oggi, per dirvi che non gliene frega niente se sono morti sei militari italiani della Folgore? Come mai non lo volete sentire? Avete paura di scoprirvi tanto pusillanimi? Avete paura di confrontarvi col fatto che tre ore fa non lo sapevate nemmeno che c&#8217;era la Folgore in Afghanistan? E che farete domani, fatemi sapere ché sono curioso? Dove andrete ad emettere i peti del vostro cordoglio? Ostenterete dai balconi i tricolori? I vostri residuati da Campioni del Mondo? Farete, al supermercato, una spesa più proletaria per rispetto di? Eviterete parolacce, fornicazioni, imprecazioni nel traffico? Vi ricorderete, per una volta, che la corsia d&#8217;emergenza non serve per arrivare prima degli altri a casa? Che fine faranno le vostre coscienze stordite dal dolore, al primo rigore sbagliato da Francesco Totti? Perché vi risentite se oggi qualcuno si azzarda a dire che in guerra non muore soltanto il nemico?</p>
<p><span style="font-size: large;">Borghesucci. Infami.<br />
Questo siete. Io vi disprezzo, disprezzo il vostro modo d&#8217;essere: vi accorgete delle finestre rotte solo quando avete una casa vostra. Vi mettete a parlare di diritto al lavoro solo quando l&#8217;avete perduto. Amate una donna quando s&#8217;è allontanata quel passo di troppo. Si chiama guerra, idioti. Una parola, guerra, che finora ancora non ho MAI visto scritta, o sentito detta. Da nessuno. <em>Morti sei militari in guerra</em>: e adesso riempiteci le prime pagine dei giornali, se ne avete il coraggio. La verità è fatta da piccole parole, la verità è fatta di senso. Di senso. Il senso della guerra, per esempio. Vi vergognate di dire che noi, italiani, celeberrimi performer del &#8220;volemose bene&#8221;, siamo in guerra? Vi infastidisce? Avreste preferito che sei dei nostri valorosi militari fossero morti sulla Salerno-Reggio Calabria? O in uno stadio! Così avreste potuto dare tutta la colpa agli Ultras! Almeno avreste avuto più argomenti che i soliti lemmi del dolore effeminato e compassionevole!</p>
<p><span style="font-size: large;">Non vorrei essere nei vostri panni, <em>domani</em>, quando vi ritroverete disoccupati, orfani della vostra professione preferita.</p>
<p class="akst_link"><a href="http://noantri.net/?p=2708&amp;akst_action=share-this"  title="Invia il post via mail o salvalo in uno dei servizi di bookmarking sociale..." id="akst_link_2708" class="akst_share_link" rel="nofollow">Condividi</a>
</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://noantri.net/2009/09/17/perche-non-versero-una-lacrima/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>[6] No es fàcil - ritratti dall’Isla Grande [Ciao, ciao, ciao]</title>
		<link>http://noantri.net/2009/08/12/6-no-es-facil-ritratti-dallisla-grande-ciao-ciao-ciao/</link>
		<comments>http://noantri.net/2009/08/12/6-no-es-facil-ritratti-dallisla-grande-ciao-ciao-ciao/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2009 10:57:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefano havana</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[quotidianismi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://noantri.net/?p=2667</guid>
		<description><![CDATA[Ultima spiaggia, ultimo mare, se non si sono fatti male i conti. Abbiamo quell&#8217;espressione un po&#8217; così. Anche Jon è partito, è tornato a Londra e compagnia cantante. L&#8217;abbiamo salutato davanti l&#8217;Hotel Colina che non era al massimo della forma: in ritardo, pieno di Imodium e carico di avocado in regalo. Ciao amico, grazie per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;">Ultima spiaggia, ultimo mare, se non si sono fatti male i conti. Abbiamo quell&#8217;espressione un po&#8217; così. Anche Jon è partito, è tornato a Londra e compagnia cantante. L&#8217;abbiamo salutato davanti l&#8217;Hotel Colina che non era al massimo della forma: in ritardo, pieno di Imodium e carico di avocado in regalo. Ciao amico, grazie per aver voluto condividere quest&#8217;esperienza con noi. Maledizione, perdiamo pezzi: la fine di una vacanza, di un viaggio, di un&#8217;esperienza, è come l&#8217;invecchiamento, però concentrato in pochi giorni. Perdiamo scaglie emotive come la pelle s&#8217;accresce in rughe d&#8217;espressione e via dicendo. A ben pensarci è una tristezza, però è una tristezza che gonfia il cuore. Dico sempre che la morte è il contrario della passione, non della vita. La vita non ha questo gran senso: siamo come vermi, striscianti, insignificanti, però con un falso in bilancio all&#8217;attivo, come minimo, che a un certo punto prendono e muoiono. Il punto è: <em>appassioniamoci</em>. Nel frattempo, dico. Tra l&#8217;inizio e la fine. Appassioniamoci. senza di questo non è vita. Senza di questo, che resta? Lavoro, traffico, polemiche sociali, incazzature e grigiume. Passiamo tutto il tempo a sentirci migliori degli altri, senza accorgerci che siamo noi, <em>gli altri</em>.</p>
<p><span style="font-size: large;">Ultima spiaggia, ultimo mare. Mi ricorda una canzone. Eccomi qui, presente. A letto. A ben pensarci questa è l&#8217;ultima notte. Cioè, l&#8217;ultima mattina, vista l&#8217;ora. Scrivere a mano è un&#8217;atroce tortura: non sono capace. Il fatto è che io penso troppo velocemente: questa cosa si ripercuote sul parlato, per esempio. Quando il mio cervello sta già all&#8217;ultima parola della frase, la mia bocca, fisicamente, è ancora impelagata ad articolare la prima sillaba. E&#8217; una frustrazione di noi geni, lasciateci stare. Lo stesso problema, se non vado errato, ce l&#8217;avevano Socrate, Einstein e Dante. No, dico. Lo stesso vale per la scrittura a mano. Potete non crederci, se volete, ma in questo preciso momento, in QUESTO momento, cioè appena terminato di scrivere la parola <em>&#8220;parola&#8221;</em>, io già so dove andrò a parare, ho già tutto in mente, pulito, cristallino, sillaba per sillaba, eppure devo rallentare, assecondando le mie necessità fisiche, quelle delle dita, che corrono pianissimo sul moleskine a righe. Col rischio di perdere il ritmo, di dimenticare il resto. Ho il callo del dito medio rigonfio, come al liceo. Qui, a Cuba, sono diventato Hemingway. Gli amici cubani, fomentati da Patrizio, maledetto, mi prendono per il culo. Dicono: no, stasera Stefano non viene a divertirsi. Deve scrivere. Deve pensare. Si mettono con la mano stretta a pugno sulla fronte, come in un atto di concentrazione assoluta. Al che io imito il gesto della scrittura a mano e tutto finisce in una vaccata complessiva, a seconda di quello che stiamo bevendo. Amo tutto ciò. Amo essere preso in giro. Amo l&#8217;ironia, soprattutto se dopo sfocia in un abbraccio. Vaffanculo anche a voi: Jorge, Sergio, Raul, Suani, Leslie: mi mancherete da morire.</p>
<p><span style="font-size: large;">Ci stanno tutti i sensi allertati all&#8217;ennesima potenza, oggi. Sarà che siamo agli sgoccioli. Secondo me la fine di una vacanza si capisce quando uno fa la cernita delle &#8220;Cose del Bagno&#8221;. Io odio le &#8220;Cose del Bagno&#8221;. Quando arrivano le &#8220;Cose del Bagno&#8221; significa che siamo alla frutta. Quell&#8217;esercizio per il quale si lasciano nella doccia il bagnoschiuma avanzato, il poco shampoo residuo, oppure il gel, il dentifricio, il liquido delle lenti a contatto. A Carlo abbiamo regalato un rasoio, la schiuma da barba e il sapone liquido. Si è messo lì a leggere le etichette di tutto, come se avesse scoperto il Graal. Roba da matti. Sapone del GS, buttato nel carrello all&#8217;ultimo momento: qui diventa una specie di Sacra Sindone, vallo a capire.</p>
<p><span style="font-size: large;">Ultima spiaggia, ultimo mare. Ultima notte.<br />
Almeno credo. I conti dovrebbero essere esatti: sento i rumori di quella che per il momento considero &#8220;casa mia&#8221;: li riconosco, li avverto, so discernerli, non mi spavento. Unico letto al mondo in cui so prendere sonno in secondi quattro. Maledizione: è la parola chiave, ora come ora. Tuttavia mi manca casa, questa è la prova definitiva che la mia vita è Giusta. Non voglio scappare, non ho esigenze di fuga. Mi manca casa, mi mancano certi odori, mi mancano alcune persone, mi manca la pizza, il Cocco Loco, i supplì, la pastasciutta, il tonno in scatola, le sette di sera a Roma, dal Conidi, con Pat, il Negroni di Katia, le notizie via radio sulla Lazio, il traffico della Tangenziale, i Porsche Cayenne maleducati sulla corsia di sorpasso. Amo Roma. Fatta eccezione per Totti.</p>
<p><span style="font-size: large;">Stamattina - sono passate alcune ore dal precedente paragrafo: poteri della letteratura - siamo andati a salutare Jorge. Da una settimana, o giù di lì, passavamo il tempo domandandoci se ce l&#8217;avremmo fatta. Timorosi, un poco, della nostra scarsa attitudine al distacco, abitudinari come siamo. Perciò abbiamo fatto quello che dovevamo fare: ce ne siamo andati con una foto di Maradona, un Ipod in meno, un paio di cd e un abbraccio che ci ha fatto male. Qui a Cuba vanno di moda gli abbracci, accipicchia. Jorge si è battuto un pugno sul cuore, sull&#8217;uscio, e ci ha detto le parole &#8220;Un anno, un anno e mezzo&#8221;: questa cosa significa che entro un anno, un anno e mezzo, ci vedremo a Roma. L&#8217;ha detto lui, ci sta lavorando, è il sogno della sua esistenza. C&#8217;è un che di melodrammatico, perciò me lo godo appieno, io che amo il dramma, nella sua istanza estetica rivelantissima. Non me lo ricordo, in vita mia, un addio tanto gravoso, pesante, secco. Scendiamo le scale tenendo in mano i regali di Jorge e incrociamo Bernardo, il suo papà. Non ci voleva. &#8220;Dove andate?&#8221;, ci chiede. Non lo sa che stasera partiamo. &#8220;Bernardo, torniamo a Roma&#8221;. &#8220;A Roma!?&#8221;, così, ci fa. Tiene ancora quelle penne nel taschino. Non aggiunge una parola. Ci abbraccia, a turno, sulle scale, al caldo, a lungo. Vaffanculo: non ci andate a Cuba, se deve capitarvi in sorte di affezionarvi alla gente. Andateci come ci vanno i turisti normali: visitate Varadero, Cayo Largo, punto e basta. E&#8217; una maledizione, così. Mi sembra di lasciare la gente dentro una prigione, dietro una rete elettrificata o una cosa simile.</p>
<p><span style="font-size: large;">Fuori so cosa ci aspetta. Lo sa anche Pat. Lo sappiamo benissimo. Il balconcino. Stanno tutti e tre affacciati. Jorge, madre e padre. Alziamo al testa, come abbiamo fatto tutti gli altri giorni precedenti, TUTTI i giorni sacrosanti, solo che stavolta è per sempre. Che ne sai la vita che giro fa: potremmo precipitare in aereo, potremmo morire in un incidente stradale, Cuba potrebbe venire invasa dai cosacchi. La bomba atomica. Stanno lì, la famiglia Carbonell al completo, e lo facciamo perché lo dobbiamo fare, perciò alziamo la testa e li salutiamo, con tutte e cinque le dita di una mano aperte, come tanti punti cardinali, ciao, ciao, ciao, grazie di tutto, voi non sapete nemmeno quant&#8217;è il bene che ci avete fatto, durante questi 18 giorni, a me e a Pat, al giro di boa di un anno che è forse stato tra i più difficili della nostra esistenza. Ciao, ciao, ciao, porcoddio, la verità è che uno non dovrebbe mai provare amore, mai, in tutta la sua esistenza, perché quello che fa, l&#8217;amore, a un certo punto, è fotterti sul più bello, pungerti sul costato, farti fare un salto all&#8217;indietro. Ciao, ciao, ciao: eccoli qui, i cento metri a cui siamo abituati, quelli che separano la casa di Jorge dalla nostra. I cento metri più caldi del mondo, ci siamo detti in tutti questi giorni, senza un pizzico di ombra, mai. Li percorriamo pure questa volta, a casa ci aspettano i bagagli già fatti, le Cose del Bagno già riposte, ma alle nostre spalle sentiamo ancora i loro sguardi piantati tra le scapole, come punture di spillo, è ovvio che siano ancora lì, affacciati, sul balconcino, stretti stretti, in tre, a dirsi cose in cubano che né Patrizio né io, possiamo sentire e sentiremo mai. E&#8217; triste, triste in una maniera scontata, com&#8217;è scontato lo zucchero a velo, le macchie sul manto di un dalmata, l&#8217;odore dell&#8217;asfalto bagnato dopo la pioggia. Perciò succede così, all&#8217;improvviso, a metà di questi cento metri, più o meno, che le parole finiscono e si piange, senza il movimento di un muscolo, dietro gli occhiali da sole, ci sono queste lacrime che scendono lungo la forma degli zigomi e basta, nient&#8217;altro, scontato, torno a dire, due uomini grandi e grossi che camminano e ogni tanto tirano su col naso e si mordono l&#8217;interno delle guance per ricacciare dentro quello che sta provando a uscire fuori. Davanti alla porta, Patrizio mi dice: &#8220;Aspetta un attimo&#8221;. Così aspettiamo. Ci fermiamo. Su ci sono Carlo e Marylin, anche loro da salutare, un altro strazio. Perciò aspettiamo un attimo. Respiriamo. Un paio di colpi di tosse di preparazione. Respiriamo l&#8217;aria del Vedado e poi saliamo su. Altro giro altra corsa. In camera, finalmente, appartati, ognuno fa quello che deve fare, uno in bagno, l&#8217;altro sul letto: rimettiamo a posto le cose, dentro la testa, da soli, ciascuno per conto proprio, le emozioni dentro i cassetti, ordiniamo gli impeti, fustighiamo i sentimenti. Quando ci ritroviamo, Patrizio ed io, siamo tornati quelli di sempre e io penso che sarà esattamente così che lo vedrò, a Roma, rientrati a casa, vestito con questi vestiti, identico, e questa cosa mi regala fiducia e mi sgomenta. Sono felice di non essere da solo, in questo momento. Fossi solo, forse mi precipiterei di nuovo a casa di Jorge a fare una di quelle scene madri. Balbetterei. Invece succede quello che deve succedere, cioè un decollo e un atterraggio.</p>
<p><span style="font-size: large;">Così queste righe finiscono fuori dal moleskine, fino a questo Mac. Sono parole nuove, quelle che sto scrivendo, mai vergate a mano, interrotte, appunto, da un addio, da una fine. L&#8217;ultima spiaggia, l&#8217;ultimo mare: i conti erano stati fatti bene, come volevasi dimostrare. Il callo del dito medio s&#8217;è sgonfiato, l&#8217;abbronzatura si è asciugata come acqua sotto il sole. Restano le solite cose: le fotografie, i racconti agli amici, le forzature che pure si devono dire, perché non sei credibile se racconti in giro che Cuba è il posto più triste e amaro dove andare in vacanza, tra tutti quelli possibili. Allora è un segreto che decido di tenere per me, ben nascosto dietro il mio volto rilassato e asciutto di chi è appena tornato dai Caraibi pregno di storie goliardiche da raccontare. E&#8217; il dito di un genitore, quello che sta indicando la pinna dello squalo, rassicurando il figlioletto: &#8220;Stai sereno, è un bel delfino&#8221;.</p>
<p><span style="font-size: large;">Ciao, ciao, ciao, Isla Grande.<br />
Questo è il massimo che ho saputo fare.</span></p>
<p class="akst_link"><a href="http://noantri.net/?p=2667&amp;akst_action=share-this"  title="Invia il post via mail o salvalo in uno dei servizi di bookmarking sociale..." id="akst_link_2667" class="akst_share_link" rel="nofollow">Condividi</a>
</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://noantri.net/2009/08/12/6-no-es-facil-ritratti-dallisla-grande-ciao-ciao-ciao/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>[5] No es fàcil - ritratti dall’Isla Grande [Insieme a noi]</title>
		<link>http://noantri.net/2009/08/10/5-no-es-facil-ritratti-dallisla-grande-insieme-a-noi/</link>
		<comments>http://noantri.net/2009/08/10/5-no-es-facil-ritratti-dallisla-grande-insieme-a-noi/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2009 12:09:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefano havana</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[quotidianismi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://noantri.net/?p=2665</guid>
		<description><![CDATA[Leslie mi accompagna alla CaDeCa. E&#8217; molto gentile da parte sua: oggi fa un caldo insopportabile. Tutti i cubani a dire &#8220;mucho calor, mucho calor&#8221;. Quelli con cui ho più confidenza li prendo per il culo: ma calor di che, gli dico, mica stai in Svizzera. Nel senso: fattene una ragione e vivi sereno. Robaccia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;">Leslie mi accompagna alla CaDeCa. E&#8217; molto gentile da parte sua: oggi fa un caldo insopportabile. Tutti i cubani a dire &#8220;mucho calor, mucho calor&#8221;. Quelli con cui ho più confidenza li prendo per il culo: ma calor di che, gli dico, mica stai in Svizzera. Nel senso: fattene una ragione e vivi sereno. Robaccia da occidentale: io presto me ne andrò, siamo agli sgoccioli, e per quanto Roma sia calda in questi giorni, inesorabile e provvidenziale arriverà la soglia dell&#8217;inverno. Parlo facile.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">&#8220;CaDeCa&#8221; sta per Caja De Cambio, in sostanza un luogo dove si va per cambiare il denaro. Funzionano malissimo, queste CaDeCa, perché a gestirle, dietro il vetro, c&#8217;è sempre un dipendente statale mediamente dell&#8217;intelligenza di un muflone, lento, impacciato, annoiato, sottopagato, senza scampo, come tutti. Sono oscene, davvero, queste CaDeCa: è osceno tutto, a ben pensarci. Sono osceno io, con questi 200 euro in mano, col costume da bagno e la canottiera rossa, io che mi impegno visceralmente per apparire il meno turista possibile, oggi non posso farne a meno, per quanto mi sforzi. E&#8217; osceno tutto, sul serio. Davanti alla porta, già capisco che le cose si metteranno male: dentro c&#8217;è un&#8217;infinità di persone. In una saletta di tre metri per tre senza aria condizionata. Leslie mi stringe il braccio come se la stessi per lasciare sulla soglia di una camera operatoria, però entra con me. C&#8217;è un tizio in divisa, armato, con una fronte poco spaziosa e folte sopracciglia: anche lui, ad occhio e croce, si è fermato alla seconda elementare, a volergli dare fiducia. Ci fa cenno, un cenno accomodante e significativo, con una mano aperta a ventaglio e un gesto d&#8217;apertura del braccio, come a dire: ma prego signori, accomodatevi pure, accomodatevi e fate come foste a casa vostra. Il problema è che non c&#8217;è casa nostra, non c&#8217;è niente, a parte un divano rachitico, a forma di ferro di cavallo, completamente strapieno di gente, ma strapieno, tutti cubani e qualche stupido nordeuropeo con le Birkenstock, il posto meno invitante al mondo dove sedersi, eppure il tizio all&#8217;entrata insiste con quel gesto, come se non vedesse, cristo santo, che non c&#8217;è lo spazio nemmeno per il culo di Giselle Bundchen. Lo vorrei scuotere con forza, fino a fargli uscire il sangue dalle orecchie.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Non so come, ma ci sediamo. Leslie, che è cubana, pure troppo per i suoi gusti, resiste giusto dieci minuti. Mi dice all&#8217;orecchio che mi aspetta fuori: dopo un po&#8217; la scorgo appoggiata su un muretto che fuma una delle sue Hollywood al mentolo. Si sventola con l&#8217;altra mano. Dentro, la fila procede a stento: è arrivata una funzionaria dello Stato per depositare dei contanti in cassa. L&#8217;operazione richiede mezz&#8217;ora: ogni volta, tutti e due, la funzionaria e il tipo dietro al vetro della CaDeCa, ricominciano il conteggio delle banconote. Ci saranno un milione di gradi o una cosa simile. Il cretino all&#8217;entrata continua ad aprire la porta alla gente e continua, imperterrito, ad indicare il divano, come se non ci vedesse. Come se non vedesse tutta quella gente GIA&#8217; seduta. Lo prenderei, giuro, e lo porterei a Fidel Castro. Glielo metterei davanti, al Lider Maximo, in uno di quei saloni che mi immagino, e gli direi, cristo di un dio, Fidel, non si poteva proprio fare meglio di così? Indica il divano, lui. Lo odio. Mi sembra che rappresenti perfettamente tutto quello che aborro di quest&#8217;isola caraibica. Uno così, penso, troverebbe immediatamente un lavoro statale in Italia: glielo dovrei suggerire, caso mai un giorno o l&#8217;altro volesse tentare la fortuna del migrante.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Leslie rientra. La adoro per questo. Io non l&#8217;avrei mai fatto. Rientra e si risiede, ovviamente invitata dallo Stupido, vicino a me. Scambiamo due battute sul tutto e poi taciamo. Finalmente la funzionaria finisce di fare quello che doveva fare e la guardia all&#8217;ingresso fa cenno al prossimo di avanzare. Non manca molto: saranno quaranta ore che sto dentro questo posto assurdo. Mi guardo intorno: è veramente pazzesco. Siamo nell&#8217;albergo più lussuoso di tutta l&#8217;isola, l&#8217;Hotel Nacional: qui c&#8217;è stato ospite Chris Cornell con tutti gli Audioslave, Rocco Barocco, Cavalli col suo botulino, gli attori di Hollywood, Benicio del Toro, Andy Garcia. Eppure questa CaDeCa farebbe schifo a un cavallo: le pareti sono spoglie, non c&#8217;è un ventilatore. Mi viene in mente, di nuovo, per l&#8217;ennesima volta, che il fallimento della Rivoluzione sta dentro le piccolissime cose. E&#8217; qui che ci sono le prove: non serve fare grandi discorsi politici. Quelli non li capisce nessuno, manca sempre la voglia di sentirli. C&#8217;è traffico, il prezzo della benzina, la disoccupazione: chi è che ha voglia di tutte queste grandi parolone?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Mi scivola il sudore dal viso, mi prudono le basette, le banconote nella mia mano sono perfettamente bagnate, come se le avessi tenute in bocca due ore. La fila è invereconda. Capisco di aver sbagliato, prima: non porterei il tizio stupido da Fidel. Porterei Fidel qui. Ecco come farei. Lo porterei esattamente qui. Seduto insieme a noi in questa CaDeCa. Lo farei rimanere per un&#8217;ora, così, al caldo. Lo vorrei invitare qui dentro, Fidel, però come dico io, cioè in silenzio, così come siamo, a sentire i rumori liquidi dell&#8217;esistenza umana, la deglutizione, il fruscio osceno delle unghie delle persone sul collo sudato, i flap flap dei fazzoletti di stoffa che il cubano accanto a me sta usando per sventolarsi, il ronzio delle mosche nelle orecchie, tra i capelli. Gli farei posto, a Fidel, senza grosse tribune politiche o esegeti del socialismo: lo aiuterei a sistemare il catetere sul pavimento e gli farei il cenno dell&#8217;indice sulle labbra, shhhh, stai a sentire, vecchio mio, senti questa specie di rivestimento felpato del divano che ti scioglie le cosce, guarda le formiche che si arrampicano verticalmente lungo gli angoli della parete di destra, ascolta attentamente il respiro grasso, dove non cianotico, delle persone qui presenti, coordinate da un pezzo di cretino che continua a far affollare gente negli stessi due metri quadrati, guarda tutto questo e poi dimmi se non ti viene un&#8217;altra volta voglia di imbracciare quel fucile. Secondo me è così che si dovrebbe fare: un&#8217;ora dentro questa CaDeCa, niente di più, insieme a noi. Non che cambierebbero le cose. Non cambierebbe niente: è solo che l&#8217;odore pesante di carne umana accalcata, secondo me, può fare molto di più che le parole, certe volte.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">La ragazza seduta davanti a me, che non è neanche brutta, ha le unghie dei piedi tutte sporche. Sfortunatamente non è un quadro di Caravaggio: è solo la persona che meno fra tutte vorresti avere nei paraggi con un caldo così. Tocca al cubano che si sventola col fazzoletto: quando si alza, una scia di cattivo odore lo accompagna e ci avvolge tutti. Ha la camicia, sulla schiena, completamente fradicia: quella schiena, due secondi fa, era a contatto aderente col mio corpo. Vedi, Fidel? Tocca qui, hai dormito nella Sierra Maestra in situazioni ben peggiori di questa. Hai messo le mani dove la maggior parte di noi stenterebbe e a poggiare le scarpe, perciò zero problemi amico mio: tra poco 200 preziosissimi euro finiranno nelle casse della tua repubblica socialista per il bene comune, quindi fai un bel sorriso sdentato e attento a non pisciarti sotto. Con rispetto parlando, beninteso.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Quando tocca a me, penso che qualcosa andrà storto. Non ci saranno i soldi. Sverrò prima di arrivare. Un&#8217;inondazione. Invece tutto fila: il tipo dietro il vetro è un mastodontico negro. Sta in piedi, credo da giorni, in un ambiente condizionato a una temperatura di 6 gradi, una specie di scatola un metro per un metro, piena di cartastraccia e raccoglitori di monetine. Fa quello che deve fare, mi consegna lo scontrino e dopo un istante sono fuori di lì. Leslie mi fa un cenno: &#8220;No es fàcil&#8221;, mi dice, riprendendo un tormentone che ci ripetiamo spesso in questi giorni. Troviamo un bel taxy rosso, una Peugeot modernissima, con l&#8217;Arbre Magique e l&#8217;aria condizionata a manetta. Dico al tizio la destinazione e mi appoggio allo schienale fresco. C&#8217;è un buon profumo: dal cd dello stereo parte &#8220;Dust in the wind&#8221; dei Kansas. Leslie la canta sottovoce. Ci sorridiamo. Fuori c&#8217;è un bel sole e stasera ci aspetta la Grande Festa a casa di Raul. &#8220;Puede aumentar un poco el volumen?&#8221;, domando.</span></p>
<p class="akst_link"><a href="http://noantri.net/?p=2665&amp;akst_action=share-this"  title="Invia il post via mail o salvalo in uno dei servizi di bookmarking sociale..." id="akst_link_2665" class="akst_share_link" rel="nofollow">Condividi</a>
</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://noantri.net/2009/08/10/5-no-es-facil-ritratti-dallisla-grande-insieme-a-noi/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>[4] No es fàcil - ritratti dall’Isla Grande [Cuba è il mondo]</title>
		<link>http://noantri.net/2009/08/07/4-no-es-facil-ritratti-dallisla-grande-cuba-e-il-mondo/</link>
		<comments>http://noantri.net/2009/08/07/4-no-es-facil-ritratti-dallisla-grande-cuba-e-il-mondo/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 13:12:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefano havana</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[quotidianismi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://noantri.net/?p=2663</guid>
		<description><![CDATA[Per quanto io conosca bene questo posto e le emozioni che può dare - una è sicuramente quella offerta dal credito residuo del cellulare, quando si va a scoprire che si pagano anche i messaggi in entrata - non riesco mai ad abituarmi al fatto che qui, come niente, ti può scappare da piangere.
E&#8217; una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;">Per quanto io conosca bene questo posto e le emozioni che può dare - una è sicuramente quella offerta dal credito residuo del cellulare, quando si va a scoprire che si pagano anche i messaggi in entrata - non riesco mai ad abituarmi al fatto che qui, come niente, ti può scappare da piangere.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">E&#8217; una specie di commozione bulimica, come se il corpo non ne potesse più, a un certo punto, di assumere e gettasse via, cioè fuori. Giusto ieri, quando stavamo a casa di Jorge, per il solito aperitivo di scarico, m&#8217;è capitata quella cosa che, in genere, assottiglia la dimensione specifica delle cose e che invece a Cuba la triplica: voglio dire che ho cominciato ad immaginarmi visto dall&#8217;esterno, dall&#8217;alto, </span><em><span style="font-size: large;">in terza persona</span></em><span style="font-size: large;">.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Stefano è seduto per terra a gambe incrociate perché sono finite le sedie: sta guardando gli interstizi tra una mattonella e l&#8217;altra e sta pensando, precisamente, che questo, proprio questo, sarà un momento che gli resterà nella memoria, quando la vacanza sarà finita, la mezzanotte arrivata, la carrozza trasformata in zucca eccetera eccetera. Le Nike macchiate sulla punta, il rumore del ventilatore, le voci di tutti, il bicchiere posato sul pavimento e gli interstizi tra le mattonelle marroncine. E&#8217; al terzo Cuba Libre, la &#8220;medicina&#8221;, perciò le cose funzionano alla grande: nella stanza, a parte lui, Pat e Jonatan, stanno solo cubani, cioè tutta la famiglia di Jorge. La signora, dalle cui mani è partorito il drink che stanno suggendo, gli dice che il fatto di vivere a Cuba almeno un vantaggio ce l&#8217;ha, per esempio che la crisi economica mondiale, nell&#8217;Isla, non sembra poi questo grande problema, perché loro, i cubani, nella &#8220;crisi mondiale&#8221;, ci stanno &#8220;mas o meno&#8221; da 50 anni. &#8220;Bienvenidos en la crisi mundial!&#8221;, fa la signora allargando le braccia. Sembra il Papa affacciato su San Pietro, però lei è anche sorridente e sincera.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Non è questo, naturalmente, che fa piangere. E&#8217; solo l&#8217;ennesima forchettata di un contesto bulimico che gonfia lo stomaco. Il papà di Jorge, Bernardo, più tardi raggiunge Stefano fuori, sul balconcino, quello del campo di baseball, mentre sta prendendo un po&#8217; d&#8217;aria sul viso e nel frattempo pensa che il mondo finirà fiammeggiando e questa mamma starà ancora spingendo la figlioletta sull&#8217;altalena. La semplicità dei divertimenti di questa gente - lanciare palline da tennis da un lato all&#8217;altro della strada, schizzarsi dentro una pozzanghera durante o dopo un temporale, il domino in mezzo alla via, rincoglionirsi di televisione monotematica a un volume inconcepibile - tale semplicità è la cifra della rovina di un Paese Fantasma. Quello che le guide turistiche chiamano &#8220;voglia di vivere&#8221;, a Stefano sembra una &#8220;condanna a resistere&#8221;.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Il papà di Jorge si appoggia con gli avambracci al davanzale. Porta gli occhiali e una camicia a scacchi. Nel taschino ha tre penne. Dentro, Pat, Julio e Jorge stanno cantando in piedi &#8220;Black&#8221; dei Pearl Jam: tra tutti e tre non c&#8217;è la speranza di sentire una parola in inglese correttamente pronunciata a pagarla oro. Patrizio imita il gesto del chitarrista, Jorge fa oscillare i capelli lunghi. Nella televisione Eddie Vedder fa il resto: è un buon momento per bere un altro sorso di &#8220;medicina&#8221;. L&#8217;uomo sul balcone comincia a parlare degli uragani, così, senza una ragione precisa: improvvisamente si parla di uragani. E&#8217; l&#8217;argomento del giorno. Gli uragani di Cuba, quelli che sulle cartine geografiche dei telegiornali appaiono come una specie di spirale grigia con delle freccette gialle tutt&#8217;intorno. Ecco di cosa si parla, ora, nel balconcino di casa di Jorge. Stefano lo segue concentrato, odiando la sua ignoranza alla voce &#8220;spagnolo&#8221;. E&#8217; tutto un bellissimo discorso, molto </span><em><span style="font-size: large;">fisico</span></em><span style="font-size: large;">, perché quando alcune parole, da una parte e dall&#8217;altra, non si riescono a fare intendere, c&#8217;è bisogno di </span><em><span style="font-size: large;">imitarle</span></em><span style="font-size: large;">, come in uno di quei giochi dei mimi. Stefano si vuole molto bene, mentre si sbraccia su un balconcino stretto stretto del Vedado, così stretto che bisogna fare i turni per starci, parlando di uragani con un uomo dell&#8217;età di suo padre.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">La conversazione arriva in Abruzzo, ai terremoti. Stefano mette a parte Bernardo della riunione di famiglia alle 3.32 di quella notte d&#8217;aprile, dopo che anche a Roma era tremato tutto. Lui ricambia indicando le punte degli alberi e imitandone il movimento convulso e violento durante l&#8217;ultimo ciclone, qualche mese addietro. In effetti, guardando bene, ci sono ancora delle corde, legate intorno alle maniglie di alcune finestre. E l&#8217;altalena? Stefano vorrebbe chiedere. Che fine fa quando arriva il Vento? Quanti giri riesce a fare su se stessa prima di arrestarsi sui propri cardini? E&#8217; tutto là quello che questi due uomini possono darsi: su quel balconcino. Non c&#8217;è nient&#8217;altro, in nessun luogo, che potrebbero offrirsi: una conversazione sui disastri naturali, una chiacchierata sulle sensazioni emotive. Bernardo ogni tanto si tocca le penne nel taschino: si vede che è abituato a sentirsele scivolare via, qualunque sia il loro scopo durante la giornata. Sono due uomini adulti, uno più dell&#8217;altro, che vivono due vite talmente diverse che non sarebbe nemmeno possibile significarlo: parlano lingue diverse, nell&#8217;autentico senso della parola, eppure entrambi percepiscono evidente il fatto che giammai potrebbe mancare un argomento di conversazione. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">E&#8217; normale: non si piange neanche per questo. E&#8217; solo qualcosa che succede dentro, quando ogni cosa che capita, la più ovvia, non è mai successa prima, almeno non in quel modo. E&#8217; che a un certo punto non ce la fai più. E&#8217; un continuo bombardamento di contenuti. Arriva Suani: percorre il vialetto sotto casa, quello vicino al parco col baseball e le altalene e saluta con la mano gli uomini sul balcone. Non ha avvisato, non ha telefonato: è solo arrivata. Esattamente come Stefano e i suoi amici: persone in carne ed ossa scorti da un balcone e accolti a casa. Qualcuno va già ad aprire la porta e torna a fare quello che stava facendo, cioè niente, probabilmente. Suani è vestita di rosso: ha una gonna jeans e Patrizio è lì che la guarda quel secondo in più del normale. Vede i cioccolatini che ha portato Jonathan: un bel tubo da un chilo e </span><em><span style="font-size: large;">impazzisce</span></em><span style="font-size: large;"> - ma impazzisce! - come certaltre impazziscono davanti le vetrine di Tiffany. Prende un Mars e lo manda giù come se fosse un boccone di Gualtiero Marchesi. E&#8217; di gran lunga la persona più felice di mangiare un Mars che si sia mai vista. Secondo lei è il cioccolato &#8220;più buono del mondo&#8221;. Lo dice proprio testualmente, però in spagnolo, al che, di nuovo, si sollevano detriti di disillusione come alghe dopo una mareggiata. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Cuba muore ogni volta che una Suani qualsiasi, bella, intelligente e con una carriera promettente davanti, asserisce che un Mars è il cioccolato più buono del mondo. Il fatto è che per Cuba, Cuba è il mondo: chissà che non sia anche per questo che ogni tanto, come niente, a Stefano viene da piangere.</span></p>
<p class="akst_link"><a href="http://noantri.net/?p=2663&amp;akst_action=share-this"  title="Invia il post via mail o salvalo in uno dei servizi di bookmarking sociale..." id="akst_link_2663" class="akst_share_link" rel="nofollow">Condividi</a>
</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://noantri.net/2009/08/07/4-no-es-facil-ritratti-dallisla-grande-cuba-e-il-mondo/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>[3] No es fàcil - ritratti dall’Isla Grande [Hasta la patata siempre]</title>
		<link>http://noantri.net/2009/08/06/4-no-es-facil-ritratti-dallisla-grande-hasta-la-patata-siempre/</link>
		<comments>http://noantri.net/2009/08/06/4-no-es-facil-ritratti-dallisla-grande-hasta-la-patata-siempre/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 09:39:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefano havana</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[quotidianismi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://noantri.net/?p=2658</guid>
		<description><![CDATA[Qui sembra che tutti debbano scopare. E&#8217; una specie di rito: puntualmente, la gente a cui rivelo la mia destinazione prende a darsi di gomito e a fare stranissimi occhiolini, neanche fossimo in un torneo del cazzo di briscola. Non che voglia fare l&#8217;ipocrita: una vecchia barzelletta cubana racconta di Fidel a bordo di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;">Qui sembra che tutti debbano scopare. E&#8217; una specie di rito: puntualmente, la gente a cui rivelo la mia destinazione prende a darsi di gomito e a fare stranissimi occhiolini, neanche fossimo in un torneo del cazzo di briscola. Non che voglia fare l&#8217;ipocrita: una vecchia barzelletta cubana racconta di Fidel a bordo di un aereo con alcuni giornalisti. Il viaggio, sopra Cuba, è atto a dimostrare, con un apposito e rivoluzionario macchinario, la diminuzione, in percentuale, della prostituzione nell&#8217;Isla. A un certo punto, sorvolando la Havana, il monitor rivela un 9% di puttane, al che Fidel, entusiasta, indica il macchinario ed esclama: &#8220;Avete visto? Che vi dicevo? Solo il 9%!&#8221;. Lì uno dei giornalisti si gira e fa: &#8220;Sì, ma era puntato su </span><em><span style="font-size: large;">un asilo</span></em><span style="font-size: large;">&#8230;&#8221;. Tanto per dire: lo sappiamo noi e lo sanno loro. Il problema è che le ragazze, laggiù, si guadagnano così la sopravvivenza e, in molti casi, la ricchezza: non lavorano per nessuno, non hanno protettori o robaccia simile. Vanno per locali, semplicemente, si vestono bene, quasi mai volgarmente, e quando incrociano uno di loro gradimento, lo corteggiano, il che è facilissimo, visto che stiamo parlando di Bellezze Sesquipedali, capaci di desalinizzare il mare con uno sguardo.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Il sesso a Cuba è come una tassa in Italia: un fatto ineluttabile. Ieri siamo andati in una discoteca molto bella dove si è pagato l&#8217;equivalente di 3 euro per entrare, compresa la consumazione, il che è ridicolo a ben pensarci. Sergio mi ha detto che il locale in questione ha riaperto da poco in seguito ad alcune vicende legate allo sfruttamento della prostituzione: anche questo è abbastanza ridicolo, il fatto che abbia riaperto, intendo, come se la cosa fosse stata risolta, visto che non si fa neanche in tempo a sollevare gli occhi da terra che delle FATE di una apparenza cinematografica, fanno quello che devono fare, cioè ti abbordano. Il &#8220;problema&#8221;, lo scrivo tra virgolette, intendiamoci, è che, potenzialmente, sono tutte nostre: è sabato sera e sono più i cubani, all&#8217;interno, che i turisti. Senza contare che quei pochi che ci sono ci fanno un baffo: siamo nettamente i ragazzi non autoctoni più &#8220;normali&#8221; e piacevoli della sala, il che è una questione non indifferente se da un momento all&#8217;altro può darsi che ti rivolga la parola la Madonna.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Ci afferrano per i gomiti, per la vita; è una specie di copione, sperabilmente remunerativo per loro, fino alla domanda delle domande: </span><em><span style="font-size: large;">stai in albergo o in casa particular</span></em><span style="font-size: large;">? </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Le buone notizie sono una specie di dentifricio sbiancante che allarga i sorrisi, perciò quando si dà loro la risposta giusta (casa particular, cioè privata), tutto diventa un bel vedere. Ce ne sono certe che non le ho viste mai nemmeno in un cinepanettone di Vanzina: eppure sono semplici, sul serio, fate quest&#8217;atto di fiducia e credeteci. Sono </span><em><span style="font-size: large;">semplicissime</span></em><span style="font-size: large;">. La cosa meravigliosa - o almeno la cosa che colpisce me - è che queste ragazze, giovani, bellissime, eppure totalmente disincantate, non hanno alcun modello estetico a cui ispirarsi. Non ne sanno niente delle </span><em><span style="font-size: large;">modelline</span></em><span style="font-size: large;"> a cui le nostre femminucce italiane vogliono per forza assomigliare: nessuna di loro ha una frangetta come Tizia, un portamento come Caia, le scarpe o gli orecchini come Vattelapesca. Parlo con una, che si chiama Yenifer, e che è la copia esatta di Paris Hilton (per la verità ha anche moltissimo di Marilyn Monroe, tanto per rendere l&#8217;idea del livello). Il problema è che quando glielo dico lei non ha la più pallida idea di chi sia Paris Hilton e a me questa cosa qui fa venire immediatamente voglia di sposarla, di prenderla e portarla a vedere agli amici. Avanti, ripeti! Ripeti, le direi: fai sentire ai ragazzi che non sai chi sia Paris Hilton. Una che non sa chi sia Paris Hilton, e tutto l&#8217;annesso, deve essere per forza una persona superiore a tutte le altre. Pure se per pagarsi le spese, il telefonino e la casa (gli studi sono gratuiti) fa la mignotta.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">E&#8217; una specie di Paradiso senza morte, questa discoteca, veramente. Eppure non è che io sia proprio di primo pelo: alcune sono così belle che fanno appannare i bicchieri. Ti parlano a un centimetro dalle orecchie e dalle labbra e se un minimo ci sai fare, le addolcisci come si fa scintillare l&#8217;argento. Quelle che mi piacciono di più hanno i jeans e i capelli biondi raccolti (io, che ho occhi solo per le more&#8230;): quando andiamo via, con Sergio, Jorge e le rispettive fidanzate, mi domando cosa pensino loro, le ragazze, di tutto ciò, loro che studiano, loro che si fanno un mazzo tanto, loro che sono bellissime, ma non COSI&#8217; belle, loro che guadagneranno 10 euro al mese tutta la vita, se non accadrà un miracolo. Non ho il coraggio di domandare, anche perché sono le tre di notte e sono stanco, fisicamente, mentalmente. No es fàcil: stavolta lo dico io.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Mentre scendo le scale mi viene immediatamente da pensare che niente abbia trionfato, in questa Isola assurda, men che meno la Rivoluzione, se dei mulatti alti 190 cm, fisicamente geniali, devono restarsene da soli da una parte, al limite con gli amici, mentre le più belle donne possibili passano la serata in compagnia di vecchi, sfigati, rachitici o del sottoscritto, al limite.<br />
Hasta la patata. Siempre.</span></p>
<p class="akst_link"><a href="http://noantri.net/?p=2658&amp;akst_action=share-this"  title="Invia il post via mail o salvalo in uno dei servizi di bookmarking sociale..." id="akst_link_2658" class="akst_share_link" rel="nofollow">Condividi</a>
</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://noantri.net/2009/08/06/4-no-es-facil-ritratti-dallisla-grande-hasta-la-patata-siempre/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>[2] No es fàcil - ritratti dall’Isla Grande ["Qualcosa in meno"]</title>
		<link>http://noantri.net/2009/08/05/2-qualcosa-in-meno/</link>
		<comments>http://noantri.net/2009/08/05/2-qualcosa-in-meno/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2009 12:04:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefano havana</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[quotidianismi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://noantri.net/?p=2654</guid>
		<description><![CDATA[Questa completa mancanza di formalismi mi piace. Fatico, di solito, a discernere l&#8217;autentico &#8220;piacere&#8221; dalla retorica del relax proprio di ogni vacanza: qui, però, dopo tanti anni di esperienza, credo di poter dire le cose come stanno, o almeno con onestà, secondo quello che mi dicono i miei occhi, e cioè che l&#8217;assenza completa - [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;">Questa completa mancanza di </span><em><span style="font-size: large;">formalismi</span></em><span style="font-size: large;"> mi piace. Fatico, di solito, a discernere l&#8217;autentico &#8220;piacere&#8221; dalla retorica del relax proprio di ogni vacanza: qui, però, dopo tanti anni di esperienza, credo di poter dire le cose come stanno, o almeno con onestà, secondo quello che mi dicono i miei occhi, e cioè che l&#8217;assenza </span><em><span style="font-size: large;">completa</span></em><span style="font-size: large;"> - è questo il punto: </span><em><span style="font-size: large;">completa</span></em><span style="font-size: large;"> - di formalismi sia ciò che a Cuba mi rende la persona che non sono praticamente mai, durante la Vita Vera: una persona </span><em><span style="font-size: large;">rilassata</span></em><span style="font-size: large;">.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">La mamma di Jorge ci passa davanti mentre parliamo e in mano tiene mutande e magliette da portare a stendere in balcone. La guardo - non so se ne accorge - per la semplice ragione che </span><em><span style="font-size: large;">voglio</span></em><span style="font-size: large;"> farlo: ho necessità di sapere com&#8217;è fatta, fisicamente, una donna, una madre, una moglie che passa tra i suoi ospiti, sprezzante, come Gesù tra i mercanti del tempio, recando calzini di spugna e pantaloni e reggiseni, con la naturalezza del vento. Non si è nemmeno degnata di domandarci scusa, né niente. Fa quello che deve fare. Fa quello che farebbe se non ci fossimo e questo è l&#8217;indirizzo del relax. Ogni tanto si prende una pausa, questa donna, questa madre, questa moglie, perché semmai il discorso la sta interessando e allora si ferma, sedendosi su quella che ha tutta l&#8217;aria di essere la SUA poltrona e un po&#8217; dice la sua, un po&#8217; finisce di risvoltare i calzini con gesti calmissimi. La guardo, questa donna - che lavora in una distilleria di rum e guadagna una decina di euro al mese - perché </span><em><span style="font-size: large;">così</span></em><span style="font-size: large;"> sono le donne di Cuba, assai prima che puttane, jineteras o salsere. Si alza, quando è stanca o non ha più voglia di sentire e non si spreca in chiacchiere, </span><em><span style="font-size: large;">conpermessi</span></em><span style="font-size: large;"> e via dicendo: va, punto e basta.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Ecco qualcosa da esportare, non la Rivoluzione.<br />
E&#8217; orgogliosa dei suoi figli, passa accanto a Julio spolverandogli via qualcosa dalla manica della maglietta. Dice che Bernardo, il marito, ha vinto una lotteria, sposandola. Non si tira mai indietro dal dibattito, dalla conversazione: guai a lei se fa uno sforzo per rallentare un po&#8217; il suo spagnolo a favore degli ospiti italiani. Questa donna fa quello che le madri e le mogli fanno, tutti i giorni, in tutti i posti del mondo, ma fa anche qualcosa in più. Anzi, </span><em><span style="font-size: large;">in meno</span></em><span style="font-size: large;">. Dev&#8217;essere per questo che mi sento felice qui.</span></p>
<p class="akst_link"><a href="http://noantri.net/?p=2654&amp;akst_action=share-this"  title="Invia il post via mail o salvalo in uno dei servizi di bookmarking sociale..." id="akst_link_2654" class="akst_share_link" rel="nofollow">Condividi</a>
</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://noantri.net/2009/08/05/2-qualcosa-in-meno/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>12] No es fàcil - ritratti dall’Isla Grande ["Baseball"]</title>
		<link>http://noantri.net/2009/08/04/baseball/</link>
		<comments>http://noantri.net/2009/08/04/baseball/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2009 14:19:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefano havana</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[quotidianismi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://noantri.net/?p=2649</guid>
		<description><![CDATA[Jorge - scrivo il suo nome ordinatamente, una lettera dopo l&#8217;altra, su un quadernino a righe e già questa cosa qui è la cifra della mia distanza da casa - ha la stessa canottiera gialla da quando lo conosco, cioè dal 2005. Da allora non ha cambiato nulla di sé, nemmeno la fidanzata, Suany, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;">Jorge - scrivo il suo nome ordinatamente, una lettera dopo l&#8217;altra, su <em>un quadernino a righe</em> e già questa cosa qui è la cifra della mia distanza da casa - ha la stessa canottiera gialla da quando lo conosco, cioè dal 2005. Da allora non ha cambiato nulla di sé, nemmeno la fidanzata, Suany, che ha un sorriso così e un desiderio di fuga che è lo stesso di tutti quelli della sua generazione. Jorge abita in una vecchia casa, al Vedado, <em>&#8220;circa de l&#8217;universidad&#8221;</em>, che si è ritinteggiato da solo. Con lui vivono la madre, il padre e il fratello che da poco si è laureato ingegnere - lo sappiamo perché c&#8217;è stato tutto un rito, a nostro favore, con il quale la famiglia ci ha srotolato davanti al naso il prezioso attestato, talmente prezioso che s&#8217;è faticato mezz&#8217;ora per trovarlo. (alla fine stava tutto buttato sul tavolo della cucina)</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Quando s&#8217;arriva a casa di Jorge, c&#8217;è sempre qualcuno affacciato al balcone che ci vede arrivare: tipo gli scugnizzi di Casal di Principe che fanno i &#8220;pali&#8221; e avvisano i corrieri quando c&#8217;è aria di sbirri. Non ho mai ben capito cos&#8217;abbiano da guardare tanto da lassù: quello che si vede non è granché. C&#8217;è un parco sgangherato, dove giocano bambini negri e secchi come cani. Perlopiù  giocano a baseball con mazze da baseball che non sono mazze da baseball e che non vedranno mai un campo da baseball migliore di quello. Questo c&#8217;è. Questo si vede dal balcone di casa di Jorge. Delle altalene arrugginite.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Nel saloncino, dove siamo seduti a bere la <em>&#8220;medicina&#8221;</em>, cioè il Cuba Libre - <em>&#8220;Libre&#8221;</em> detto facendo così con gli indici e i medi di entrambe le mani, le virgolette, capito come?, perché di &#8220;libre&#8221; Cuba non ha proprio più niente - ci arrivano i rumori del gioco, di quel baseball improvvisato. Un vociare sommesso, quasi mai accompagnato dal rumore secco della palla che impatta il legno della mazza: non è il loro sport, non si nasconde nemmeno un futuro campione tra quei ninos. Lo fanno come i brasiliani usano un pallone. Lo fanno perché sono cubani e non hanno cuore, forse, di prendere pestoni su di un ring. Lo fanno perché non hanno compiti per il giorno dopo, né parchimetri in scadenza.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Il secondo giro di <em>&#8220;medicina&#8221;</em> allenta i discorsi, aliena le sensazioni e tutte le cose, per paradosso, diventano più chiare. Come sempre, quando si tratta di voler capire, occorre <em>allontanarsi</em>, non avvicinarsi. E&#8217; un segreto, un trucco, che un sacco di gente si ostina ad ignorare, a non fare proprio. Stanno tutti lì, io li vedo, col naso attaccato alla pagina del libro, al punto che le lettere sembrano una patina unita di inchiostro: magari danno la colpa al libro. Mi verrebbe da prenderli per le spalle e scuoterli: allontanatevi, per dio! A che vi servirà mai osservare tutto da così vicino?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Jorge è un ottimo &#8220;medico&#8221; e quando va in cucina a riempire i bicchieri, sento il pestare del martello sul ghiaccio. E&#8217; un rumore che mi ricorda casa di Jorge, come il rumore dell&#8217;anello nuziale di mia madre sui piatti mi ricorda quello di casa mia.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Nel parco, dabbasso, i ninos giocano e, senza guardarli, capisco quando un colpo è andato a segno: l&#8217;aumentare delle grida me lo dice, l&#8217;appuntirsi dell&#8217;entusiasmo. Non è mai un gran tiro: la palla ha giusto il tempo di una breve parabola prima di ripiombare tra le cacche e le bucce di banana. Ma almeno è qualcosa: almeno serve ad entusiasmare qualcuno quel tanto che basta. E&#8217; la stessa cosa che succede a tutti, qui a Cuba: non capita mai niente di niente però, volendo, ci si può entusiasmare lo stesso e pure quando capita finalmente qualcosa, il tutto non dura che il tempo di una stupida, breve, insignificante parabola.</span></p>
<p class="akst_link"><a href="http://noantri.net/?p=2649&amp;akst_action=share-this"  title="Invia il post via mail o salvalo in uno dei servizi di bookmarking sociale..." id="akst_link_2649" class="akst_share_link" rel="nofollow">Condividi</a>
</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://noantri.net/2009/08/04/baseball/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>L’Aldilà refrattario.</title>
		<link>http://noantri.net/2009/06/29/laldila-refrattario/</link>
		<comments>http://noantri.net/2009/06/29/laldila-refrattario/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 12:27:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefano havana</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[quotidianismi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://noantri.net/?p=2646</guid>
		<description><![CDATA[A me Pasolini me l&#8217;hanno fatto odiare. Tutti lì a scendere in piazza per Pasolini, a tirarlo in ballo durante i cortei dei froci, quelle cagate in cartapesta e pailettes che ogni volta mi fanno venire voglia di starnutire napalm. Pasolini è il trucco tirato fuori dal cilindro da quei sedicenti maghi che non sanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;">A me Pasolini me l&#8217;hanno fatto odiare. Tutti lì a scendere in piazza per Pasolini, a tirarlo in ballo durante i cortei dei froci, quelle cagate in cartapesta e pailettes che ogni volta mi fanno venire voglia di starnutire napalm. Pasolini è il trucco tirato fuori dal cilindro da quei sedicenti maghi che non sanno più impressionare la gente a parole proprie: </span><em><span style="font-size: large;">come diceva Pasolini, come scriveva Pasolini, come documentato da Pasolini</span></em><span style="font-size: large;">. Se sei un politico, magari di sinistra, e stai su un palco, che ne so, magari ti chiami Franceschini, o uno di questi, che io voto, per carità, perché votare sarà un mio estenuante dovere finché avrò la forza di impugnare una matita, basta che tiri fuori un pizzico di Pasolini, una fogliolina di Togliatti, Berlinguer Q.B. e non è che ti puoi più tanto sbagliare. L&#8217;applauso è garantito, a scommetterci un femore. P.P.P. Pier Paolo Prezzemolino: povero cristo, morto steso a terra all&#8217;Idroscalo di Ostia col cuore scoppiato. Povero cristo, tirato in ballo dagli esegeti del pensiero moderno, quelli tutti ideologia e fondotinta, inginocchiatoio e bocchini, chiesa e viagra. Me l&#8217;hanno fatto odiare, Pasolini, questi tizi qui, che riempiono la speculazione intellettuale dell&#8217;oggi senza la parvenza di un contenuto proprio. Ogni volta che li vedo e li sento parlare, mi viene subito in mente che la gente come Pasolini non è morta a caso: la gente come Pasolini se n&#8217;è andata perché aveva intuito che lasciarci soli fosse la condanna che ci meritavamo.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Negli ultimi giorni ho scelto di riscoprire, a mio modo, Pasolini, uno che mi hanno fatto odiare. Ho visto un documentario, ho letto un saggio che ne ricostruiva la morte, ho visto un paio di film suoi che mi hanno reso difficile il sonno e, in un certo senso, mi sono scottato la fronte a forza di battermici sopra la mano nel gesto proprio delle prese di coscienza. Quelli come Pasolini sono una condanna per le generazioni a venire, se è destino che quest&#8217;ultime debbano essere povere di spirito: quelli come Pasolini hanno già detto tutto e consegnano agli intellettuali di domani un&#8217;eredità pesante, quella del silenzio. Chi parlerà sarà ridondante. Per questo, io credo, ci siamo abituati a ripetere, a citare, a rimodulare, a parafrasare. Al funerale di Pasolini, </span><strong><span style="font-size: large;">Moravia</span></strong><span style="font-size: large;"> disse, anzi strillò, che bisognerebbe lasciarli stare i poeti, in riferimento alla morte violenta che il suo amico e collega aveva trovato. Allora m&#8217;è toccato in sorte un pensiero, uno di quelli strani, che riportano l&#8217;umanità a quello che è, cioè un agglomerato senza senso di sacche di carne e di sangue: </span><strong><span style="font-size: large;">il sesso</span></strong><span style="font-size: large;">.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Il sesso è la cosa più vicina a Dio che si abbia la possibilità di toccare e considerare non dogmaticamente. Davvero, secondo me, ruota tutto intorno al sesso: pensare che i più grandi intellettuali e pensatori di questo sassetto chiamato mondo vivessero deviatamente, se non peggio, per ragioni legate al sesso, mi manda al manicomio. Siamo d&#8217;accordo, o almeno lo sono io, che la morte di Pasolini non fu una morte &#8220;sessuale&#8221;, perché ben altre componenti legate alla strategia della tensione vi entrarono, i cui veri contorni non conosceremo mai; tuttavia Pasolini era frocio, era frocissimo, era un appassionato di &#8220;ragazzi di vita&#8221;, bazzicava Piazza dei Cinquecento in quelle ore strane della notte, quando gli uomini che procedono lenti dentro le loro macchine si sa cos&#8217;è che vogliono. Pasolini, che quelli di sinistra mi hanno fatto odiare, è stato, tuttavia, anche uno dei più sommi pensatori e geni del secolo passato: questo colosso dell&#8217;ingegno, quest&#8217;uomo, la cui mente non era fatta per essere contenuta in spoglie mortali, vantava un&#8217;esigenza sessuale ben più invadente di quella espressiva, che pure era monumentale. Pasolini, diciamoci le cose come stanno, riponeva la penna solo per un cazzo.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Questo fatto, la cui ovvietà raggelante mi è stata suggerita dall&#8217;orazione funebre di Moravia, non so dire bene se mi sconcerti o mi conforti, ma credo più la seconda. Non c&#8217;è mente superiore che riesca a resistere all&#8217;aspettativa di una scopata. Non c&#8217;entra l&#8217;omosessualità, anche se, devo ammettere, Pasolini che sugge il membro di uno sconosciuto è esteticamente più rilevante di Pasolini che se lo fa succhiare da una bionda in abito tubolare: c&#8217;entra il fatto che al sesso nessuno sa voltare le spalle, se non in termini molto metaforici, </span><em><span style="font-size: large;">capisciammè</span></em><span style="font-size: large;">. Ciò mi perplime: è qualcosa che ci lega uniti più della morte, la quale è visibile da angolazioni plurime a seconda delle credenze, delle religioni, delle circostanze e  che per taluni non esiste affatto. Il sesso è sesso. C&#8217;è chi lo prende da una parte e chi lo mette in un&#8217;altra: ma comunque tutto finisce allo stesso modo, cioè in un aldilà refrattario da cui si risorge a seconda dei rispettivi tempi organici. Tutta questa evoluzione, tutto questo scrivere pazzesche opere d&#8217;arte, tutto questo girare film assoluti, tutto questo citare Pasolini dai comizi di sinistra, non ci salverà dalla prossima scopata, per la quale il migliore di noi sarà dispostissimo a interrompere l&#8217;attività più rigorosa.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Non vorrei sminuire niente ma ho motivo di pensare che sia proprio questo il lascito più interessante che i grandi pensatori sono soliti destinarci. Ci dicono, andandosene: voi siete come noi, insignificanti, umidi, sessuatissimi esseri mortali, eppure passerete la vostra esistenza a citarci dai palchi, anziché impegnarvi a coniare idee originali. Uno come Pasolini, che riesce ad &#8220;essere&#8221; Pasolini nonostante il limite dell&#8217;appartenenza al genere umano, mi riempie di fiducia.<br />
Certo, averi voluto vederlo oggi con YouPorn.</span></p>
<p style="text-align: right;">____________________________________________________</p>
<p style="text-align: right;"><span><span>se avete Facebook, potete contattarmi</span></span><span><span><span> </span><a href="http://www.facebook.com/stefano.sgambati?ref=profile">qui</a>, personalmente.<br />
oppure <a href="http://www.facebook.com/pages/n-o-a-n-t-r-i/24566922310?ref=ts">qui</a> per la pagina pubblica di noantri.</span></span></p>
<p class="akst_link"><a href="http://noantri.net/?p=2646&amp;akst_action=share-this"  title="Invia il post via mail o salvalo in uno dei servizi di bookmarking sociale..." id="akst_link_2646" class="akst_share_link" rel="nofollow">Condividi</a>
</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://noantri.net/2009/06/29/laldila-refrattario/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Ti dirò di quegli amici.</title>
		<link>http://noantri.net/2009/06/19/ti-diro-di-quegli-amici/</link>
		<comments>http://noantri.net/2009/06/19/ti-diro-di-quegli-amici/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2009 22:01:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefano havana</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[quotidianismi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://noantri.net/?p=2634</guid>
		<description><![CDATA[Ti racconterò, un giorno, delle notti con gli amici, dei ritorni a casa sotto il limite di velocità, per non farci beccare, per non dover soffiare dentro un tubicino. Ti racconterò di quando urlavamo le canzoni in macchina per sopravvivere all&#8217;indecenza di un ricordo: ti prenderò da parte, con delicatezza, con un sottile virtuosismo da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large;">Ti racconterò, un giorno, delle notti con gli amici, dei ritorni a casa sotto il limite di velocità, per non farci beccare, per non dover soffiare dentro un tubicino. Ti racconterò di quando urlavamo le canzoni in macchina per sopravvivere all&#8217;indecenza di un ricordo: ti prenderò da parte, con delicatezza, con un sottile virtuosismo da sala da ballo e ti racconterò dei gomiti che ci piantavamo nei fianchi quando passava una da otto e mezzo. Ti racconterò di quelle notti, ti racconterò del Filo Oscuro che ci teneva legati tutti quanti, ti dirò che quel certo mal di vivere era colpa tua e tu non capirai. Piegherai la testa da un lato in una maniera che so già mi piacerà e mi chiederai delucidazioni. Allora ti racconterò, quel giorno, delle notti con gli amici, le notti che s&#8217;allungavano insieme ai fari della macchina, ti farò entrare, per un momento solo, nei nostri abitacoli e tu ci sentirai parlare e scoprirai che tutto quel casino che stavamo facendo, lo stavamo facendo per te. Ti racconterò della nostra misoginia, delle nostre convinzioni antropologiche di superiorità, ti racconterò delle risate per la creatività delle bestemmie e tu mi darai un colpetto per dirmi: non si fa. Ti racconterò dei primi cassetti delle scrivanie, delle fotografie della Thailandia maledetta, ti racconterò della rabbia che ci siamo raccontati, tutti i giorni, prima di incontrarti, ti racconterò dei &#8220;perché&#8221; che ci siamo soffiati a vicenda, tra un commento calcistico e l&#8217;altro, perché gli amici questo fanno, passano di palo in frasca senza nemmeno rendersi conto del miracolo che stanno compiendo: gli amici si </span><em><span style="font-size: large;">partoriscono</span></em><span style="font-size: large;"> a vicenda tutti i giorni. Si ridanno la vita a turno, ecco cosa fanno gli amici. Ti racconterò dei silenzi rotti da qualche stronzata puntuale e tu minimizzerai, dirai che anche tra voi donne è la stessa cosa e allora litigheremo, perché io sosterrò che l&#8217;amicizia è una cosa maschile, punto e basta, e tu replicherai che no, che le tue amiche, che le vostre cose, eccetera eccetera, e io proverò a chiuderti la bocca con un bacio, ma tu incrocerai le braccia e reciterai una parte, finché non accadrà qualcosa e finiremo con le lenzuola arrotolate nei pugni e i fiati corti. Ti racconterò, un giorno, di quelle notti lì, quando pensavamo che non ci sarebbe mai più stato un nuovo Amore. Ti racconterò, e tu riderai, dei significati che riuscivamo ad attribuire a un sondaggio di Facebook, dei segnali che leggevamo tutt&#8217;intorno; ti dirò di quando i bicchieri si svuotavano uno dopo l&#8217;altro e, sempre, puntualmente, il mondo diventava migliore, all&#8217;improvviso, come se sul vetro di quel fondo, ci fosse un varco segreto, un passaggio dimensionale, o che so io. Ti racconterò anche questo e tu storcerai le labbra, astemia del cazzo che non sarai altro, e rifiuterai per l&#8217;ennesima volta il mio tentativo di iniziazione. Un giorno te lo racconterò, tutto questo, magari seduti da una parte, o che ne so, vallo a dire dove il futuro ci vorrà piazzare; ti dirò i nomi dei miei amici, di quegli amici lì, che sanno stare zitti quando è il caso. Sarà come un appello senza assenti. Ti racconterò del Male che ci siamo fatti, del piacere del dolore, della consistenza di questa maledizione. Ti racconterò dei Montenegro con ghiaccio nei bar di quart&#8217;ordine, tra metronotte, cocainomani e rock star stonate; ti racconterò dell&#8217;eleganza con cui accettavamo la considerazione che tutti i nostri passati amori fossero andati a stare Meglio, senza noi. Ti racconterò delle occasioni andate perse per </span><em><span style="font-size: large;">l&#8217;abitudine</span></em><span style="font-size: large;"> al dolore: proverò a spiegarti che un uomo, dopo un po&#8217; che zoppica, va a finire che gli piace. Ti dirò di quegli amici e delle notti che ci capitava di passare insieme. Ti racconterò di noi e tu mi dirai </span><em><span style="font-size: large;">basta, basta così, ci sono io qui adesso</span></em><span style="font-size: large;">, e semmai ti crederò, finché non finirai, anche tu, dentro il primo cassetto della scrivania o nel fondo di un bicchiere. Ma andrà bene così, andrà bene così e saliremo in macchina e rallenteremo pensando che sia per sfuggire agli sbirri, mentre invece sarà l&#8217;ennesima scusa trovata per tardare il ritorno e l&#8217;impatto coi nostri pensieri e tutto quanto il resto.</span></p>
<p style="text-align: right;">____________________________________________________</p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-size: small;">[</span></span><span style="font-size: x-small;"><span style="font-size: xx-small;"><span style="font-size: small;">noantri non chiude. Almeno per me. Resterà per sempre la finestra aperta sul mondo dei miei pensieri. Però una cosa la voglio cambiare: se vi va, a chi va, c'è una appendice molto più personale e quotidiana su </span><strong><span style="font-size: small;">Facebook</span></strong><span style="font-size: small;">: veniteci, cercatemi </span><a href="http://www.facebook.com/stefano.sgambati?ref=profile"><span style="font-size: small;">qui</span></a><span style="font-size: small;">, e aggiungetemi ai vostri contatti. Così si parla lì, anche. Ma noantri continua, ho deciso.<br />
</span> </span></span><span style="font-size: x-small;"><em><span style="font-size: small;">Ste</span></em><span style="font-size: small;">]</span></span></p>
<p class="akst_link"><a href="http://noantri.net/?p=2634&amp;akst_action=share-this"  title="Invia il post via mail o salvalo in uno dei servizi di bookmarking sociale..." id="akst_link_2634" class="akst_share_link" rel="nofollow">Condividi</a>
</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://noantri.net/2009/06/19/ti-diro-di-quegli-amici/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Il mondo che vorrei.</title>
		<link>http://noantri.net/2009/06/08/il-mondo-che-vorrei/</link>
		<comments>http://noantri.net/2009/06/08/il-mondo-che-vorrei/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2009 22:01:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aNDy cAPp</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[quotidianismi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://noantri.net/?p=2624</guid>
		<description><![CDATA[Questo è il mio ultimo post su noantri.
Ci ho pensato parecchio e credo sia giusto così. Dare una fine dignitosa alla mia collaborazione con questo blog, così importante in questi cinque anni, era doveroso. Perché di cose ne sono successe da ogni punto di vista. Non si può dire che non sia stato un rapporto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;">Questo è il mio ultimo post su <strong>noantri</strong>.<br />
Ci ho pensato parecchio e credo sia giusto così. Dare una fine dignitosa alla mia collaborazione con questo blog, così importante in questi cinque anni, era doveroso. Perché di cose ne sono successe da ogni punto di vista. Non si può dire che non sia stato un rapporto intenso. Con noantri ho trovato lavoro, amore, amicizia, sesso.  Grazie a noantri ho superato paure, timori, pregiudizi; questo blog e tutti voi mi avete aiutato a crescere. Oggi però qualcosa dentro di me si è rotto, non ci penso più come prima e vederlo abbandonato lì mi fa stare peggio. Ho meno tempo, è vero, ma ho anche meno voglia. Di scrivere, urlare, progettare, dissentire, sognare. Ho scritto di tutto su noantri e non ho nemmeno un rimpianto.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Mi restano i post più sentiti, le discussioni con i lettori che oggi sono amici, le mail private ricevute, gli insulti, le querele, le cene, le birre buttate giù nel nostro bar virtuale, gli sguardi incrociati e poi persi. La lista delle persone da salutare è lunga, provo a fare qualche nome e chiedo scusa a quelli che magari non citerò: cubanite, carlos geros, montezuma, 3scalini, marcus, trentamalboro, ataru, giggimassi, twosister, diamonds, ninna_r, angela, giggi76, giovanni, jimmydixxx, il gianni, mari8anna, il palombaro, aluccia, maolina, emiliano, loska, dottortroy, pillow, parmachiara, jon, alessandra, marEtina, robilant, viceré, licenziamentodelpoeta, placidasignora, johnnydurelli, pakiko, maiaB, l&#8217;indignato, fulvialeopardi, davide, tedC, gregorj, ornella, laspostata, deepnoir. Che buffi questi nomignoli scritti così tutti di seguito. Però a ciascuno è legato un ricordo più o meno intenso.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Un paio di settimane fa sono stato a Barcellona, conosciuta prima attraverso i racconti di <strong>A.</strong> e poi in compagnia di <strong>S.</strong></span></p>
<p><span style="font-size: large;">Ho capito cos&#8217;è che mi fa impazzire di quella città; il fatto che puoi viverci in una dimensione quotidiana. Te ne puoi andare a Londra come a Parigi o all&#8217;Avana e staccare mentalmente grazie all&#8217;idea di vacanza. A Barcellona invece ti rendi conto che potresti viverci.  E&#8217; la bella copia di quella che dovrebbe essere una metropoli mediterranea e mitteleuropea al tempo stesso. Puoi camminare per la Rambla innamorandoti di occhi indiani, di una pelle marocchina, di uno sguardo catalano, di capelli castani iberici. Sulla spiaggia di Barceloneta puoi osservare corpi nudi, diversità e spensieratezza. Al Raval ascoltare dialetti mischiarsi e formare un sottofondo musicale mentre vieni rapito dai profumi e dai colori del mercato della Bouquerie. Le chiacchiere notturne hanno il sapore della marjuana di Graçia, un bacio al Porto ha quello dell&#8217;ultima cerveza mandata giù. Barcellona è un crocevia di culture, umori, persone, sentimenti, diversità. Barcellona è quel mondo che vorrei. Barcellona è quello che è stato <strong>noantri</strong>, e che voglio conservare in questa maniera nel mio cuore. Un pensiero particolare è per <strong>stefano havana</strong> con cui qui ho condiviso tutto: è stato maledettamente intenso, un blog superiore alla media. Grazie per quel fogliettino di carta straccia con la password e l&#8217;invito ufficiale, non potrò mai dimenticare quello che è stato.<br />
Ciao a tutti, mi mancherete. Ci si vede in giro.</span></p>
<p><strong>[aNDy cAPp] - patrizio<br />
</strong></p>
<p class="akst_link"><a href="http://noantri.net/?p=2624&amp;akst_action=share-this"  title="Invia il post via mail o salvalo in uno dei servizi di bookmarking sociale..." id="akst_link_2624" class="akst_share_link" rel="nofollow">Condividi</a>
</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://noantri.net/2009/06/08/il-mondo-che-vorrei/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
	</channel>
</rss>
