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		<title>Monologhi del mito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2026 05:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[bompiani]]></category>
		<category><![CDATA[Dante]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>Marino Magliani</strong> intervista <strong>Giuseppe Conte</strong><br />  Sì, sapevo che avrei disturbato i manovratori della società letteraria italiana, certa critica, certi autori. Ma era una cosa oggettiva. Io non è che volessi disturbare loro, non me ne fregava niente di loro.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Marino Magliani</strong> intervista <strong>Giuseppe Conte</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-121982 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9788830110182_0_0_536_0_75.jpg" alt="" width="380" height="583" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9788830110182_0_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9788830110182_0_0_536_0_75-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9788830110182_0_0_536_0_75-274x420.jpg 274w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9788830110182_0_0_536_0_75-150x230.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9788830110182_0_0_536_0_75-300x461.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p>MARINO MAGLIANI Sul sogno, Giuseppe, ho letto narrazioni (non molte, sebbene anche io faccia dire qualcosa di simile a un mio personaggio) in cui una persona, interpellata, risponde a un’altra: ma c&#8217;è bisogno di avere dei sogni per vivere? Per svegliarsi il mattino e dedicarsi a un lavoro, pagare le bollette, correre o passeggiare lungo una riva, trascorrere serate in città sfavillanti o sedersi davanti a una balconata di montagna. A correre durante una partita di calcio o a Porto, nuotare tre volte dalla riva di Spiaggia d&#8217;Oro alla boa, innaffiare una fascia d&#8217;orto a Verdeggia e rispettare la legge, quel genere di codice che uno si fabbrica o lo trova, ma anche ciò che gli propone abbastanza presto una società civile&#8230; Amare una donna o un uomo, o semplicemente frequentare una persona e spartire con lei, o con un Breton o un bassotto, spartire con qualcuno del tempo&#8230; Una vita senza sogno o sogni, anzi, una vita e basta, bella e solitaria, con la scrittura, la lettura, le immagini, la musica, e basta, basta perché se il sogno non c&#8217;è, forse non se non se ne sente la necessità. E se non si ha un sogno è anche perfettamente inutile menzionarlo. Già, che sarebbe, una vita lo stesso possibile, forse. Ma ecco, il personaggio di questo libro, vecchio, che giunge su una spiaggia e si avvicina a un tronco spiaggiato per sdraiarcisi accanto, deporvi la testa, e guardare per aria mentre gli giungono le voci, non potrebbe essere un essere umano senza sogno.</p>
<p><em>GIUSEPPE CONTE Certo, caro Marino, che può esistere una vita fine a sé stessa, di chi vive lasciandosi vivere, guardando il mondo con occhi rispettosi, innocenti, accontentandosi di ciò che offre il presente e la realtà. Instaurando con gli altri rapporti appagati, quieti, elementari, giocando a calcio, nuotando, ascoltando musica&#8230; amando una donna, o un uomo, in totale abbandono e in totale semplicità, come si ama un bassotto o un cane lupo. Tutto questo è possibile, ed è il mondo in cui vivono gli esseri umani nella loro stragrande maggioranza. È augurabile che conoscano momenti di felicità. Ma non è detto. La vita, la realtà sono orribilmente più complicate. Ci sono condizioni materiali che delimitano e deformano, ci sono soprassalti di passione che esaltano e sfigurano, ci sono momenti di crisi che fanno implodere. Allora ti accorgi che la realtà e la tua condizione esistenziale non sono tutto, che devi scontrarti, fuggire, cercare altrove. Lontano. O vicinissimo dentro di te, in quei movimenti umani, così li chiama Dante giunto al culmine del Paradiso, che rappresentano tutte le pulsioni contraddittorie, tutta la tensione tra buio e luce dell’anima. La letteratura nasce qui, in una ferita, in una faglia che si apre nella realtà, che ti mostra in un momento di mancanza terrorizzante la verità della tua vita nella società e nell’universo. Il sogno nasce qui. Nella certezza della vanità. Nel regno dell’ombra. Nella ricerca di un senso. Sognare non vuol dire desiderare qualcosa di materiale. Quanti avviliscono i propri sogni nel possesso di qualche oggetto! Sognare vuol dire capire la propria natura di ombra, e volerne andare oltre, voler cogliere l’essenza delle cose e della esistenza delle cose, dunque interrogarsi sul divino, sulla sua assenza e sulla sua presenza. Prendere atto del vorticoso mistero che ci circonda. Si può vivere per vivere. Tutti abbiamo la tendenza a farlo. Per me, quanto è bello nuotare al mattino in un mare limpido e deserto sulla scia luminosa del sole, leggere un grande romanzo ma anche uno piccolo che sia divertente, ascoltare in cuffia Radio Swiss Jazz come sto facendo in questo momento, gustare un piatto della più semplice e suprema cucina ligure, come farò stasera con una torta di “trombette”. Ma poi torniamo scrittori. E allora viviamo per dare, nella scrittura, un senso alla vita. Proprio così. Sembra eccessivo, forse antidemocratico per la ipocrita idea di democraticità oggi imperante nel mondo intellettuale al potere. Ma la letteratura è nata per quello, per scavare nell’ombra, nel non detto, nel mistero delle cose. Io sono stupefatto che sia un dionisiaco pelandrone come Vasco Rossi a farlo (</em>Voglio trovare un senso a questa vita/anche se questa vita un senso non ce l’ha<em>) mentre il 99 % delle scrittrici e degli scrittori italiani rifiutano anche soltanto di ammettere che esiste la necessità di interrogarsi sul senso delle cose ultime, preferendo un realismo aristotelico ma cupo, cronachistico, sociologico, solipsistico, egoico, senza coscienza del simbolico. Anzi nemico del simbolico, con una specie di allergia piena di bruciori e pruriti di fronte al sacro e al divino. Il sogno è il motore di ogni viaggio e di ogni avventura spirituale. E una letteratura che non sia anche una avventura spirituale si impoverisce molto, perde status, diventa gioco per giocolieri e mestieranti. Il sogno è visione, capacità di trascendersi. Il senzatetto di </em>Della stessa sostanza dei sogni<em> è un uomo vinto, sconfitto, esule, che ha abbandonato tutto, tra cui l’amico Novembre (serio, raziocinante intellettuale novecentesco) e Libellula (un amore sessuale fine a sé stesso). In crisi con sé stesso, con il mondo, con il suo passato lavoro di scrittore, è rotolato giù per l’Italia sino alla spiaggia di Giardini Naxos, dove si è fermato in riva al mare. Ha ridotto la sua biblioteca a due libri. Omero e Ovidio. Sa che millenni prima dalla Calcide arrivarono proprio su quella riva le navi dei Greci che fondarono la prima colonia in Sicilia e costruirono un tempio di Apollo. Più la sua condizione si fa terribile e dura, portandolo a due passi dal morire, più i suoi sensi si aguzzano, il suo desiderio di ritrovare la luce diventa forte, vitale, sinché una mattina arrivano le visioni, le navi del Greci, questa volta con le eroine e gli eroi, le dee e gli dei del loro mito. Lui accetta la sua follia. Guarda, ascolta, trascrive. Sogna? E chi lo sa. Certo vuole uscire da sé stesso, non tornare quello di prima, tanto che alla fine dona al narratore il suo manoscritto, neppure essere scrittore gli basta più. È un mio alter ego? mi chiedono. Sì, mi sento un senzatetto sul piano intellettuale, non ho protezioni sul capo, non ho più radici nel Novecento, vivo al mare come in esilio. Ma a me scrivere basta. Non vorrei fare niente di meno o niente di più. Scrivere, realizzare il più fragile, assurdo, impensabile sogno della mia adolescenza, quando i sogni sono ustionanti e crudeli, e quando ho scritto centinaia di pagine di commedie, tragedie, poesie, romanzi. Quelle pagine le ho tutte perdute, finite chissà dove. Invece il sogno di diventare scrittore, quello tra mille tempeste e difficoltà, tra mille Scilla e Cariddi da varcare, è rimasto e si è realizzato. </em></p>
<p>MM Non è la prima volta che la narrazione inizia sulla riva del mare (ma di un mare parleremo), e stavolta è una spiaggia viva, anche il fatto di trovarci rovine di tronchi raccolti dalla furia di acque dolci e gettati sulla sabbia salata, la rende viva. Quell&#8217;essere umano, anziano, un maglione tarlato, di statura alta, e lì e avviene l&#8217;incontro. Non è uno studioso alla ricerca del mito, ma è lì perché su quella spiaggia avviene qualcosa di miracoloso, un contatto: sono le voci che provengono a una a una dagli dei. A un certo punto della vita, alcuni decenni fa, Giuseppe, hai sentito che la nostra civiltà si stava perdendo in qualcosa, e che qualcosa che contava se lo faceva portar via dal nulla. Hai cominciato un tuo percorso e una tua ricerca e forse prima ancora di cominciare (anche di questo potremmo parlare) sapevi che sarebbe stato difficile, che avresti “disturbato”, ne hai avuto conferma col tempo: tu e quanti si fossero dedicati al mito, alla natura, alla sua forza, avreste trovato l&#8217;ostacolo di ideologie, e questo, occorre dirlo, malgrado fossero dalla tua parte e percorressero i tuoi stessi sentieri alcuni intellettuali ben più avanti negli anni, come Italo Calvino. Quanto è amaro il sapore e il sapere della rivincita, ora che tanti si sono dovuti ricredere?</p>
<p><em>GC Sì, sapevo che avrei disturbato i manovratori della società letteraria italiana, certa critica, certi autori. Ma era una cosa oggettiva. Io non è che volessi disturbare loro, non me ne fregava niente di loro. Io volevo essere fedele a me stesso, condurre le mie ricerche di stile e di senso per sentieri non battuti, ed esplorare e rilanciare le idee di natura e di mito (profondamente connesse, il mito è quintessenza della natura, la natura è quintessenza del mito) che quando ho esordito io erano completamente dimenticate o avversate. Io conoscevo il sapere della Neoavanguardia, mi ero formato nel suo clima. Però per essere me stesso mi sono ribellato ad essa, che aveva ridotto la poesia a antipoesia e esperimento a freddo da “operatore poetico”. Sanguineti, con cui intrattenevo rapporti personali di simpatia, scrisse un giorno che ero il poeta che sentiva più lontano da sé. Io mi ero affrancato dal suo fascino, ma ancora oggi lo considero un autore importante. Invece i suoi tardivi seguaci li considero dei ringhiosi, maneggioni, insopportabili </em>laudatores temporis acti<em>. I nemici spuntavano anche da parti insospettabili. Bernardo Bertolucci, il grande (ma poi mi sono venuti dei dubbi) regista mise il veto alla assegnazione a me del Premio intitolato a suo padre, il caro, mite Attilio, perché io ero “il poeta del mito”. Oggi si vede sin troppo bene che sui temi della natura e soprattutto del mito, avevo ragione io. Naturalmente pochi lo riconoscono. Ma qualcuno sì, ogni tanto me ne arriva testimonianza. Allora ebbi la fortuna che notarono e sostennero il mio lavoro Italo Calvino e Pietro Citati. Devo a loro se ho potuto esordire. Devo ad Antonio Porta la pubblicazione del mio primo romanzo </em>Primavera incendiata<em>, che fu odiatissimo, soprattutto dai poeti miei coetanei. Porta notò in quel breve romanzo generazionale la mia ricerca di nuove dimensioni dell’esistenza. Colse nel segno, una delle più costanti caratteristiche del mio lavoro è proprio la ricerca di nuovi modi di intendere l’amore e la vita. Non ho mai odiato nessuno (disprezzato qualche volta), non ho mai coltivato l’amarezza né una forma di agonismo, di competitività. Dunque non c’è rivincita. C’è la coscienza di essere stato fedele alle mie passioni, e di avere visto in anticipo cose che sarebbero venute negli anni. </em></p>
<p><em> </em>MM La struttura, che poi è la sostanza. Rileggevo, su questa costa del Nord, bruciata d&#8217;estate e fra poco di nuovo inzuppata, come lo è dieci mesi all&#8217;anno, l&#8217;attacco di <em>Mensagem</em>, le poesie di Pessoa. <em>Ulisses</em>, il primo verso: <em>O mito é o nada que é tudo</em>. Io credo che la scelta di far giungere le voci degli dei a riva, di farsi raccontare da loro stessi, come durante una confessione, dove si ammettono amori e passioni, piaceri e rovine, fragilità (colpe?) sia stata la scelta che ha permesso alle voci di scegliersi anche l&#8217;interlocutore. Da quanto erano a ridosso della penultima onda, in attesa? Ora era ora, la loro voce assorbita dal sussurro del risciacquo, vicino e distante. Perché abbiamo avuto paura del mito e l&#8217;abbiamo sepolto come si sepelliva la pignatta con marenghi e mai più si ritrovava? Quale furto ha perpetrato la parte “che contava” nell&#8217;avvelenare la narrazione del mito e della natura? Un libro sui sogni, e come ne scrive molto bene Mario Baudino: <em>Che cosa resta dei sogni, allora? La risposta è: tutto.</em> <em>Quel tutto che è un richiamo a Pessoa.</em></p>
<p><em>GC I personaggi che parlano nel libro mi aspettavano al varco. Vedi, io non sono un grecista, un antichista. Il 90% dei libri sul mito sono scritti da loro. Io ho fatto il giro dei miti del mondo, prima di ritornare a quello greco, in cui sono nato. Così in parte è avvenuto per le religioni, sono stato taoista, induista, animista, zoroastriano, islamico prima di riavvicinarmi alla religione di mia madre, quella in cui sono nato e in cui intendo morire. Del mito greco, mi affascina la potenza teogonica, lo scavo nelle origini dell’universo e dell’anima umana, la sua connessione profonda con la natura. Ogni aspetto naturale era divino. Ogni movimento dell’anima era divino. I Greci, i più saggi e felici tra gli uomini, si sentivano molto simili ai loro dei, come i loro dei assomigliavano terribilmente a loro. Ogni pulsione, ogni passione, un movimento divino. Mi aspettava Gea per dirmi come dal Caos del nulla è nato il nostro mondo, giù via via sino a Pan, il Tutto, la natura nella sua selvatichezza vitale. Afrodite e Atena, passione e saggezza, slancio e equilibrio si scontrano. Medusa e Anfitrite accusano di stupro il dio del mare, Ifimedia e Amimone lo difendono con amore, tutto è contraddittorio e metamorfico nel mito, come nella vita. Mi aspettava Prometeo perché io gli ribadissi la mia accusa: è da lui, dal suo furto del fuoco celeste che parte il processo occidentale che approderà all’industria pesante, allo sfruttamento degli esseri umani e del suolo, delle foreste, delle acque, dell’aria e infine alla bomba H. Mi aspettava Antigone, la coraggiosissima eroina che sfida, in nome della legge dell’affetto, della giustizia, del sacro, la Legge ottusa, feroce del potere: mi aspettava perché anche io mi inchinassi davanti a lei, come il mio Senzatetto. L’uomo occidentale del XXI secolo ha perduto la connessione con i primi perché, con le origini, la tradizione, la conoscenza del mistero, la verità della carne: tutto questo glielo può ridare la energia inesausta del mito. Fai bene a ricordare Mario Baudino: a lui si deve l’organizzazione al Salone del libro di Torino di un convegno sul mito che vide tra i protagonisti James Hillman, Pietro Citati, Carlo Fruttero, oltre che chi scrive. Tanti anni fa, quando il Salone ragionava ancora senza influencer, tiktoker e autrici di romance, e non sembrava una proiezione del Foglio, con la sua prosopopea modaiola. Baudino è uno scrittore che ha una sua versione disincantata, ironica, non meno felice di momenti mitici. E fai bene a chiamare in causa Pessoa. Anche Borges ci starebbe, ma so che non è nelle tue corde. È nelle mie, lo adoro. Gli devo sempre qualcosa. </em></p>
<p>MM Ricordo un tuo romanzo, ambientato a Nizza, un altro anziano, e altri romanzi e poesie e quel mare. Ricordo una volta che ti hanno chiesto in mia presenza a Sanremo, mi pare, durante un&#8217;intervista: e le sue radici? E hai risposto in mare&#8230; Non perché nel fango si possono sporcare, ma in mare come scelta baudelairiana. E ancora: era da tanto che pensavi al verso di Shakespeare?</p>
<p><em>GC Ricordi bene, caro Marino. In </em>Il male veniva dal mare<em>, del 2013, era centrale il personaggio di un senzaterra, Marlon, anche lui accampato sulla spiaggia, in questo caso sulla spiaggia sotto la Promenade des Anglais di Nizza, città dove ho avuto casa per molti anni, e che ho vissuto con particolare intensità. Tra le mie poesie, ce n’è una che inizia: </em>Il mio demone è un senzatetto<em>. C’è una continuità tematica, il Senzatetto diventa un archetipo, un simbolo chiave. Non ho progettato io che lo diventasse. È lui che ha scelto me, veniva prima di me, ha deciso di abitarmi senza che io potessi farci niente. Anche il mare è cruciale come tema e come simbolo in tutta la mia opera. Un paese come l’Italia, dalla tradizione delle repubbliche marinare, con migliaia di chilometri di costa, non ha paradossalmente una letteratura di mare. Non la prevede neppure. Quando uscì il mio </em>Terzo ufficiale<em>, nessuno in Italia ne colse il lato marinaro, dovetti aspettare la traduzione francese e quella greca, perché il libro venisse inserito in quella corrente di libri di mare che comprende autori come Melville, Stevenson, Conrad. Ho detto che ho le mie radici nel mare? Ma nel mare niente è stabile e fermo, il movimento è la sua caratteristica prima, insieme all’infinito. Forse ho anche radici nel vento, nel cielo. Non so. Non sento di appartenere a niente. E guarda che non è bello. Avere un senso di appartenenza ti dà sicurezza, impegno, coraggio. Io mi sento solo radicato nella mia lingua italiana, nella sua tradizione magnifica. Siamo partiti parlando del sogno. E alle origini della letteratura italiana c’è il sogno di Dante. Prima di quello che lo porta a fare il più straordinario pellegrinaggio con la visione dell’Aldilà che mai essere umano abbia fatto (solo il Profeta Mohammed, pare, prima di lui), fa un piccolo viaggio magico, fantastico, intessuto di giovinezza, amicizia, avventura, gioco, piacere, amore condiviso, su un veliero inviato da Mago Merlino, il </em>buon incantatore<em>: la quintessenza, l’apoteosi del sogno. </em>Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io/fossimo presi per incantamento/ e messi in un vasel che ad ongi vento/per mare andasse al voler vostro e mio<em>. Io ho sempre quella nave in mente, e con essa l’amicizia, la giovinezza, il viaggio, l’eros, il </em>ragionar sempre d’amore<em>. Il titolo shakespeariano non è farina del mio sacco. Spesso gli editori scelgono il titolo, ma per esempio </em>Il male veniva dal mare<em> è un titolo sbagliato, io volevo un più modesto e diretto </em>Meduse assassine<em>. In questo caso invece è un titolo ben scelto, di cui sono grato a Bompiani editore. </em></p>
<p><em> </em>MM Non mi sono addentrato nella specificità di ogni figura che si racconta. Vorrei però fossi tu a dirci &#8211; perché un&#8217;idea credo tu l&#8217;abbia &#8211; quale sia stata, o quali siano state, le voci che più di ogni altra, hanno fatto abbassare le palpebre al vecchio nel desiderio che non finissero mai.</p>
<p><em>GC Gea e Pan sono all’inizio e alla fine, chiudono il cerchio. Le figure che il senzatetto ascolta con più reverenza, lo dichiara, sono quella di Nausicaa (mia fonte di ispirazione, ho scritto su di lei e il suo rapporto con Ulisse un poema drammatico, intitolato proprio Nausicaa) e Antigone. Poi sorride con Ermes, con Pigmalione, altro gran sognatore&#8230;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Una storia italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 05:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[marcello luberti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marcello Luberti </strong> <br /> Intravedo nel vecchio compagno Gordiani la paura della vittoria più che della sconfitta. E dire che di sconfitte ne ha masticate abbastanza; sono dieci anni che è assente dal Parlamento]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_121387" aria-describedby="caption-attachment-121387" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-121387" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci.jpg" alt="" width="1280" height="1103" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci-300x259.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci-1024x882.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci-768x662.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci-487x420.jpg 487w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci-150x129.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci-696x600.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci-1068x920.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-121387" class="wp-caption-text"><a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bandiera_del_partito_comunista_italiano,_1900-25_ca._01.jpg">Sailko</a>, <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/3.0">CC BY 3.0</a>, via Wikimedia Commons</figcaption></figure>
<p>di <strong>Marcello Luberti</strong></p>
<p><em>Finalmente una persona come si deve</em>, mormora la gente che accorre in piazza credendo che si possa arrestare il declino della città, visibile a occhio nudo lungo le strade deserte del centro storico. Umberto Gordiani, attempato ex-ministro della Seconda Repubblica, si anima sul palco a motivare la sua candidatura a sindaco della città di C. È convincente, questa volta ci credo anch’io: è lui la persona che ci può risollevare, tirar fuori la città dal pessimismo atavico, vendicare le recenti amministrazioni guidate da reazionari e incapaci.</p>
<p>Non è mai stato uno showman, ma riesce a infondere la giusta energia. Si muove quanto basta per corroborare la retorica della rivoluzione che vorrebbe realizzare nella sonnacchiosa città della collina dalle pendici franose, senza dimenticare le contrade di campagna e la città di pianura, con lo scalo delle attività produttive. Perfino Cicerone farebbe fatica a tenere tutto insieme, ma Gordiani è bravo, è un figlio del vecchio Partito Comunista Italiano sopravvissuto a tutte le tempeste. La lezione l’ha imparata, e non l’ha accantonata. Anzi, il suo modo di fare ha un certo fascino retrò, per come si è trasformata la politica in Italia.</p>
<p>Ma mi viene un dubbio: lui ci crede?</p>
<p>Conosco Umberto da quando navigavamo nelle assemblee studentesche alla metà degli anni ’70, mi sembra ieri. Mentre illustra il programma della coalizione, vedo sul volto dell’uomo una piega amara, un segno, che non è solo il portato degli anni. Anzi, direi che non è invecchiato male: alto, distinto, un po’ stempiato, capelli grigi ma non bianchi come i miei, l’accento inconfondibile delle nostre parti, una cultura solida ma non intellettualistica, un eloquio sobrio, elevato e umile allo stesso tempo. Si aggira sul palco, senza cravatta, dentro un mini-trench grigio scuro fuori stagione, in un nuvoloso pomeriggio di maggio, a 330 metri sul livello del mare.</p>
<p>La campagna elettorale è un compito delimitato da portare a termine in maniera efficace, nulla di più. È come una partita di calcio, un mettersi il paraocchi senza dover guardare il prima e il dopo. La può vincere.</p>
<p>Forse ci crede, uno come lui che ha dedicato la vita alla politica, ci deve credere, per forza. Dicono che abbia attraversato una brutta malattia e che ora ne sia fuori. L’intonazione del volto non è quella di un uomo che presagisce la morte. No, mi sembra che lo pervada la dannazione a fare quello che ha sempre fatto, che lo ha reso vivo nella buona e nella cattiva sorte: la Politica. Con la coscienza della vana utilità a curare le ferite e i problemi di una comunità.</p>
<p>Sembra che sorrida col timore di rivelare una riserva mentale, è dominato dal pudore di chi sa che la vita non è sempre riassumibile in un sorriso.</p>
<p>Lui è da tempo consapevole dell’intima contraddizione dell’azione politica: fermi non si può stare, muoversi non serve poi a tanto. È per lui una missione esistenziale più che collettiva. Un destino. Che io non ho avuto la forza di seguire, pur facendo parte come lui della Ditta: mi proposero a vent’anni di diventare funzionario del grande partito comunista di Gramsci, Togliatti e Berlinguer, dissi di no.</p>
<p>Umberto divenne prima avvocato e poi disse sì. Da allora ha accumulato un discreto cursus honorum.</p>
<p>Ha di fronte una missione quasi impossibile: risollevare la sinistra depressa in un’intera città depressa, che potrebbe sopravvivere solo valorizzando il proprio grande passato. La modernità l’ha scavalcata, facendola passare dai 57 mila abitanti del 1991 ai 46 mila di oggi. Umberto cammina con disinvoltura sull’asse di equilibrio: deve sollecitare il demos senza però vendere fumo populista. A proposito di asse d’equilibrio, ora che ci penso, mio padre fu insegnante di educazione fisica del redivivo Gordiani, diceva che fosse bravo nella corsa a ostacoli.</p>
<p>Non so spiegare, ma vedo nel vecchio compagno Gordiani la paura della vittoria più che della sconfitta. E dire che di sconfitte ne ha masticate abbastanza; è assente dal Parlamento da dieci anni e non ha più incarichi. C. è la sua ultima stazione.</p>
<p>Vengono ora chiamati sul palco due giovani candidati per l’elezione al consiglio comunale che, nessuno lo dice ma molti lo pensano, stanno ad esorcizzare il declino e l’invecchiamento della popolazione di C.</p>
<p>«Io sono tornato perché credo in questa città» dice un rampantino molto simpatico dalla parlata contagiosa e un cognome di origine straniera, impegnato nel campo del web design e nell’innovazione digitale.</p>
<p>«La sfida più grande è quella di chi decide di restare, perché vuole vivere l’intera vita nella città che tutti amiamo», sentenzia accorata una ragazza neolaureata con un sorriso portatore di speranze che ho dimenticato. Io il problema lo risolsi individualmente: la mediocrità di C. mi stava stretta e preferii diventare un numero nella Capitale.</p>
<p>«Mai più partire» sintetizza Gordiani, consapevole della piaga dell’emigrazione di cervelli in una città che ha sempre vantato delle ottime scuole superiori.</p>
<p>Tutti applaudono, finalmente, pensando di aver trovato la sintesi per superare la mentalità così radicata in C., quella della denigrazione e dell’esaltazione al tempo stesso. Mio padre era un genio in questa specialità.</p>
<p>Quando mi sono permesso di chiamarlo per postulare la mia candidatura nella sua lista civica, Umberto mi ha apostrofato con <em>Egregio Cavaliere, ogni suo desiderio è un ordine. </em>E subito è scoppiato in una fragorosa risata come ai vecchi tempi, quando agli attivi di Federazione del Partito intervenivano certi personaggi del popolo minuto con la loro involontaria comicità.</p>
<p>«Valerio, non si dica che non raccolgo il tuo grido di dolore … ma ti interessa ancora la politica della tua città, tu che ormai sei cittadino di Roma da tanti anni? Devi sempre ricordare che il tuo cognome è il più diffuso nel piccolo paese in cui sono nato. Morganti e Gordiani, Gordiani e Morganti, a Monterto non si scappa. Vedi, la storia fa giri incredibili. Tu che sei nostalgico amante di C. vivi a Roma, mentre io mi candido a sindaco della città che a suo tempo mi ha adottato. Tu sei scappato e io sono rimasto, faccio l’ultimo giro proprio qui».</p>
<p>Pensavo che mi avrebbe liquidato in breve tempo, un uomo della sua rilevanza, e invece no. Aveva utilizzato proprio le parole di cui la nostra generazione conosce tutto il peso.</p>
<p>«Vuoi che ti metta come capolista?» disse senza piaggeria.</p>
<p>«Ti ringrazio, mi basta testimoniare il mio attaccamento alla città e darti una mano a raccogliere un po’ di voti. Mi ricordo che non eri credente, ma ti dico che la tua candidatura mi sembra come un dono proveniente da un’entità superiore, credimi».</p>
<p>Al telefono Umberto ricordò perfino quando nei primi anni ’90 gli mandai una lettera per spiegargli le motivazioni a sostegno di un nuovo partito della sinistra dopo la caduta del Muro di Berlino. Una lunga nota che si concludeva con l’incipit di un testo latino dei primi anni del V sec d.C., noto come Inno a Roma.</p>
<p>Si mise a recitare a memoria la frase che io invece dedicavo alla nostra città di C.</p>
<p>«Non c’è tedio in ciò che piace senza fine».</p>
<p>Proprio così conclude il comizio Gordiani, con quelle parole di Rutilio Namaziano che gli ha fatto conoscere il candidato Morganti. Mi indica col braccio spianato tra i suoi primi sostenitori davanti al palco e sorride, sornione. Tutti battono le mani, esilarati. Lui ha una pausa, non sa come continuare, mi commuovo, chino il capo e stendo anch’io la mano verso di lui. Sorrido, dopo tanti anni, per un nobile motivo.</p>
<p>Gordiani ha ancora un’anima, ho pensato, sono orgoglioso di salire anch’io sulla giostra, di dire alla mia città che non l’ho mai abbandonata.</p>
<p>Le nuvole afose che hanno sorvegliato il comizio ci hanno voluto bene: dal cielo non è piovuta nemmeno una goccia.</p>
<p>Si torna tutti a casa, per una notte i cattivi pensieri tornano in cantina.</p>
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		<title>Ipostatizzare</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/23/ipostatizzare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2026 05:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Silvano]]></category>
		<category><![CDATA[ipostatizzare]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Federico Silvano </strong> <br /> Le dico che non è colpa di nessuno, che semplicemente è venuta a mancare l’ipostasi.

«Eh?»

Il cameriere poggia sul tavolino due spritz. Alla vista di tutto quel liquido mi trema la gamba. Ho la vescica in fiamme, ma non ho intenzione di alzarmi finché non avrò finito di dirle ciò che ho da dire.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Federico Silvano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-121905" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-CamposantoPisa_Cosmographia_detalle_mapamundi-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-CamposantoPisa_Cosmographia_detalle_mapamundi-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-CamposantoPisa_Cosmographia_detalle_mapamundi-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-CamposantoPisa_Cosmographia_detalle_mapamundi-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-CamposantoPisa_Cosmographia_detalle_mapamundi-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-CamposantoPisa_Cosmographia_detalle_mapamundi.jpg 500w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></p>
<p>Le dico che non è colpa di nessuno, che semplicemente è venuta a mancare l’ipostasi.</p>
<p>«Eh?»</p>
<p>Il cameriere poggia sul tavolino due spritz. Alla vista di tutto quel liquido mi trema la gamba. Ho la vescica in fiamme, ma non ho intenzione di alzarmi finché non avrò finito di dirle ciò che ho da dire.</p>
<p>«Ipostasi. Dal greco: <em>hypòstasis</em>. Stare sotto. Dare concretezza a ciò che non ne ha».</p>
<p>Lei spalanca gli occhi per poi socchiuderli: lo sguardo di quando è senza occhiali e cerca di mettere a fuoco qualcosa. Gli occhiali però ce li ha.</p>
<p>«Mi stai lasciando?»</p>
<p>«Non ti sto lasciando. Tu mi piaci, lo sai. La prima volta che ti ho vista in foto mi sono venute le vertigini, giuro. Anch’io ti piacevo, suppongo. Altrimenti non saremmo qui. Poi ci siamo scritti e in un certo senso… già lì stavamo ipostatizzando il nostro rapporto. Stavamo dando concretezza alla cosa. Mi segui?»</p>
<p>«No. E per la cronaca, sei tu che mi hai scritto. Io all’epoca mi frequentavo con un altro».</p>
<p>«Fa niente. Quello che voglio dire è che… insomma, dopo quei messaggi siamo usciti, e se non sbaglio ci siamo dati anche un bacio che, seguendo il mio ragionamento, possiamo definire l’ipostasi di quell’uscita. Ora ci sei?»</p>
<p>«In realtà ti ho baciato io la seconda volta, perché al primo appuntamento tu me l’hai chiesto e me l’hai fatta asciugare».</p>
<p>L’inguine ha inizia a pulsarmi. Lo massaggio con una mano e accavallo strette le gambe.</p>
<p>«Va bene, era la seconda volta, non la prima. Comunque… dopo un po’ abbiamo iniziato a tenerci per mano. Non dico di avertela presa io per primo. Forse me l’hai presa tu, ok? In ogni caso, quel tenerci per mano dava ancora più concretezza alle foto, ai messaggi, al bacio. Poi siamo andati in gita a Garda, giusto? Ecco, per me quella è stata un’altra ipostasi. E poi c’è stato l’unicorno. L’unicorno viola che ho vinto alle giostre e ti ho regalato, quello che tieni sul cruscotto della macchina. Per come la vedo io anche quella è un’ipostasi. Ti chiederai: com’è possibile che un portachiavi di peluche dia concretezza a due persone in carne e ossa? Ti rispondo: perché no? Se ci pensi non è così assurdo. Quando mi sono fatto fare la ceretta da te, quando sono venuto al pranzo con la tua famiglia, alla serata karaoke coi tuoi colleghi, era per dare concretezza alla nostra relazione. Persino il nostro primo litigio, al cinese, ricordi?, quando ti ho detto che se non volevi dividere il dolce non l’avrei ordinato neanch’io, e da lì apriti cielo, mi hai detto che eravamo due entità separate e che dovevo imparare a scegliere per conto mio… anche lì io ci vedo l’ultima di una lunga serie di ipostasi, cominciata con una tua foto in bikini del 2018. Ma ecco, adesso ho la sensazione che quel ciclo si sia interrotto. Che non ci sia più niente da ipostatizzare. Questo e soltanto questo sto cercando di dirti, ok?»</p>
<p>«Senti, forse è meglio affrontare il discorso chiaramente».</p>
<p>«No guarda, ti fermo subito. So dove vuoi arrivare. Ti assicuro che non c’entra».</p>
<p>«Io invece credo che c’entri eccome. E forse dovremmo dirlo, una buona volta. Si chiama disfunzione erettile. Dal greco: non lo so. Ma so che dovremmo parlarne».</p>
<p>«Ecco. Vedi?»</p>
<p>«Mio padre mi ha dato il numero del suo andrologo».</p>
<p>«Cosa? Che? Perché tuo padre lo sa?»</p>
<p>«Come perché?»</p>
<p>«Perché gliene hai parlato? Chi ti ha dato il permesso?»</p>
<p>«Permesso? Dovevo chiederti il permesso? Questa è una cosa che riguarda tutti e due».</p>
<p>«Cristo Santo. Cristo Santissimo. Non posso crederci».</p>
<p>A questo punto levo la mano dall’inguine e do un colpo deciso al tavolino. Lei fa la bocca di  quando è senza occhiali e la cosa che cercava di mettere a fuoco è uscita dal suo campo visivo, e cioè una specie di ghigno strafottente. Poi mi risponde afferrando lo spritz e se lo scola tutto in una volta sola. Il risucchio della cannuccia sul fondo è la goccia che fa traboccare il vaso.</p>
<p>Mi alzo e corro in bagno.</p>
<p>Una volta tirata giù la patta, me ne sto lì e aspetto. Porta pazienza, mi dico. Adesso arriva. Intanto fa tempo a spegnersi la luce. Muovo la testa per riattivare la fotocellula. Poi le spalle. Non funziona. In quel limbo maleodorante penso all’etimologia delle prime parole che mi vengono in mente. Bagno (<em>balaneion</em>). Tazza (<em>t</em>ā<em>sa</em>). Urina (<em>oúron</em>). Etimologia. <em>Étymos</em>, <em>logos</em>, parola autentica. Sento una goccia che cade nell’acqua. Do una scrollata là sotto, fiducioso. Poi mi accorgo che sono solo io che piango nel buio. Da quant’è che sono in bagno? Cinque minuti. Forse dieci. Rimango in questa posizione finché la fotocellula non si riattiva da sè. Qualcuno bussa alla porta.</p>
<p>«Sì, occupato».</p>
<p>Tiro su col naso e tiro su la patta.</p>
<p>«Guarda che io me ne sto andando. Ho già pagato».</p>
<p>Non so cosa rispondere, quindi ripeto: «Occupato!»</p>
<p>Sento i suoi passi allontanarsi intanto che fisso la pozza del wc. Concludo che è meglio tirare l’acqua anche se non ho sporcato.</p>
<p>Quando ritorno al tavolino, il cameriere sta sparecchiando e al nostro posto si è già seduta un’altra coppia.</p>
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		<title>West &#8211; Eastwood: Rocco Sedona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Aug 2026 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano Della Starza]]></category>
		<category><![CDATA[Clint Eastwood]]></category>
		<category><![CDATA[I ponti di Madison County]]></category>
		<category><![CDATA[John Ford]]></category>
		<category><![CDATA[Robert James Waller]]></category>
		<category><![CDATA[Rocco sedona]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Rocco Sedona</b> <br />Ho con me il libro di Robert James Waller e quello di Adriano Della Starza su John Ford e Clint Eastwood. Li apro lì, accanto al ponte. Leggo davvero. Ogni tanto alzo gli occhi e ritrovo nelle pagine quello che ho davanti: il legno, l’acqua, gli alberi, la strada. Per qualche minuto il libro e il luogo coincidono.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-122127" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566.jpg" alt="" width="985" height="1335" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566.jpg 985w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566-221x300.jpg 221w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566-756x1024.jpg 756w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566-768x1041.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566-310x420.jpg 310w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566-150x203.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566-300x407.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566-696x943.jpg 696w" sizes="(max-width: 985px) 100vw, 985px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>L’ultimo dei cowboy</strong><br />
di<br />
<strong>Rocco Sedona</strong></p>
<p>È mattina presto a Des Moines, Iowa. Nonostante il jet lag, non sono stanco. Sono qui per onorare una promessa fatta a Derna, la madre di una mia amica. Derna. Nome residuo dell&#8217;esperienza coloniale? In Iowa suona come una parola di un&#8217;altra lingua, un frammento portato da un&#8217;altra sponda del Mediterraneo. Me la immagino come una di quelle città di palazzoni sul lungomare, lambite dal deserto, circondate da palme e viali che portano verso il nulla. Così distante da questa mattina continentale del Midwest.</p>
<p>Salgo sull&#8217;auto a noleggio e imbocco l&#8217;Interstate verso sud, direzione Kansas City. Supero l&#8217;aeroporto e, dopo una ventina di miglia, esco dall&#8217;autostrada. Comincia un saliscendi su una statale che non va mai dritta, tra campi e colline ancora avvolti nella nebbia. La strada è vuota, il cielo è un&#8217;assenza, e la radio, per lunghi tratti, non emette altro che musica country. Il traffico sparisce.<br />
Supero Winterset, prendo Elderberry Avenue e arrivo al ponte Roseman. Parcheggio in uno slargo. Non c&#8217;è nessuno.<br />
Qui Clint Eastwood girò <em>I ponti di Madison County,</em> interpretando Robert Kincaid, accanto a Meryl Streep nel ruolo di Francesca Johnson.<br />
Scendo. Il silenzio è fisico, interrotto soltanto dall’acqua del Middle River sotto le assi e dalle gocce della pioggia notturna che cadono ancora dalle foglie. Ho con me il libro di Robert James Waller e quello di Adriano Della Starza su John Ford e Clint Eastwood. Li apro lì, accanto al ponte. Leggo. Ogni tanto alzo gli occhi e ritrovo nelle pagine quello che ho davanti: il legno, l’acqua, gli alberi, la strada. Per qualche minuto il libro e il luogo coincidono.</p>
<p>Tiro fuori la macchina fotografica, una Nikon Zf digitale. Una discendente della Nikon F che Robert Kincaid portava al collo. La Kodachrome 25 è uscita di produzione all&#8217;inizio degli anni Duemila. I rullini, comunque, ho scelto di non portarli: troppi controlli, troppi aeroporti. Ma ho con me, insieme a un adattatore, una vecchia lente degli anni Sessanta.<br />
La giro tra le dita prima di montarla. Il barilotto porta i segni degli anni; la ghiera oppone una lieve resistenza, quasi ricordasse ancora le mani che l’hanno percorsa prima delle mie. È una cosa sciocca, certo, ma mi piace che almeno un pezzo della macchina venga da un tempo abbastanza vicino a quello che sono venuto a cercare. Il corpo macchina è nuovo, il sensore è digitale, l&#8217;immagine comparirà subito sullo schermo. La lente no, quella appartiene ancora a un mondo in cui bisognava aspettare, trattenere il respiro, sperare, senza sapere mai con certezza se ciò che si era visto sarebbe rimasto.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-122128" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-20-à-15.34.15.png" alt="" width="555" height="548" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-20-à-15.34.15.png 417w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-20-à-15.34.15-300x296.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-20-à-15.34.15-150x148.png 150w" sizes="(max-width: 555px) 100vw, 555px" /></p>
<p>Attorno, la nebbia sta appena cominciando a levarsi. Ha piovuto tutta la notte. Ci sono pozzanghere ovunque e, camminando nell&#8217;erba alta con i sandali, sento l&#8217;umidità della vegetazione sulle caviglie. Osservo, cerco la composizione giusta, scatto.<br />
L&#8217;interno del ponte è molto buio. Sul legno si leggono le scritte che mi immagino incise da molte coppiette: nomi, date, iniziali, cuori. Alcune sembrano incise in fretta, con la punta di un coltello; altre hanno una calligrafia lenta, solenne, come se chi le ha lasciate avesse pensato di poter durare più del legno. Quasi tutte prevedibili; un paio, però, riprendono le battute del film. Rimango a leggerle una per una. Alcune sembrano vecchie, vecchie abbastanza da chiedersi che cosa sia successo, dopo.</p>
<p>Questo è il luogo dove, alla fine, Robert e Francesca tornano insieme, per sempre. O meglio, non insieme nel modo in cui avrebbero potuto esserlo. Le ceneri di Robert vengono disperse al Roseman Bridge; Francesca, nel testamento, chiederà ai figli la stessa cosa per sé. Ci avevo pensato spesso, rileggendo il romanzo: due persone che non hanno vissuto insieme e che pure scelgono di condividere il luogo in cui non si è mai presenti, se non come cenere portata dal vento.</p>
<p>Guardo il legno del ponte, le assi umide, le scritte lasciate da ragazzini del luogo e da turisti che probabilmente non torneranno mai più tra le sterminate praterie dell&#8217;Iowa. È curioso che certe storie abbiano bisogno di un luogo proprio quando non hanno più un tempo. Un ponte coperto, il legno rosso mattone, le ringhiere bianche, i graffiti, l’acqua lenta, i moscerini. Mi viene da pensare a un tunnel, ma anche a una bara. Certi passaggi servono a questo: portarci dall’altra parte lasciando qualcosa indietro.</p>
<p>Il film, del resto, comincia quando tutto è già finito. I figli aprono cassetti, leggono quaderni e lettere, guardano fotografie. Scoprono che la donna che hanno conosciuto per tutta la vita ne conteneva un&#8217;altra, rimasta quasi interamente segreta. Quattro giorni che non avevano visto e che pure, in qualche modo, erano rimasti lì per decenni. Gli oggetti sopravvivono alle storie: non si scopre un amore, si scopre che l&#8217;amore ha lasciato una traccia, una scatola, una macchina fotografica, una lettera. E la traccia impone di essere guardata, anche quando non può più cambiare nulla.</p>
<p>Torno nella Chevrolet blu elettrico che ho noleggiato. Collego il telefono al Bluetooth e metto il Bhairavi, suonato dal flauto di Hariprasad Chaurasia. Poi prendo il quadernetto e una penna.<br />
«Roseman Covered Bridge, mattina. La nebbia si alza. I nomi restano sul legno. Almeno fino alla prossima mano di vernice.»<br />
Resto ancora un po’ con il quaderno appoggiato al volante, la penna in mano. Mi accorgo che, senza averlo deciso, anch’io sto mettendo insieme delle tracce: fotografie, un quaderno, qualche riga che chissà chi leggerà. È la prima volta, da quando sono partito, che scrivo qualcosa di non strettamente necessario. Anche le parole, come le fotografie, hanno bisogno di un tempo intermedio, di una camera oscura? Quando rialzo gli occhi, la nebbia si è quasi sciolta.</p>
<p>Mi rimetto in strada verso gli altri ponti: il Cedar, citato nel libro e l’unico che si può ancora attraversare in auto, e l’Holliwell, che compare invece nel film: è lì che Robert fotografa Francesca. Quando lascio il Roseman, è quasi pomeriggio. La mattina è rimasta da qualche parte tra il ponte, l’abitacolo dell’auto e le pagine del quaderno.<br />
Con il pomeriggio arrivano più visitatori. Coppie non più giovani camminano piano, si aspettano all’ingresso dei ponti, si fotografano a vicenda. Osservo soprattutto le donne. Qualcuna rimane a guardare il ponte un poco più a lungo dell’uomo che le sta accanto. O forse sono io a volerlo vedere.<br />
Poco più avanti, una donna con un abito chiaro si ferma davanti all’erba bagnata. Si sfila i sandali, li prende per i cinturini e continua a piedi nudi. Nell’afa quel gesto ha qualcosa di inatteso, una piccola libertà che dura pochi metri. Poi il marito la chiama. Lei si volta, i sandali ancora in mano. Gli risponde qualcosa che non sento e torna verso di lui, lentamente.<br />
Per un istante penso a Francesca. Non a quella del film, ma a quella che avrebbe potuto diventare molti anni dopo, in un altro pomeriggio d’agosto, mentre attraversa un ponte senza più sapere che cosa, una volta, un ponte aveva significato.</p>
<p>Mi torna in mente una frase di Francesca: «Non era ciò che avevo sognato da ragazza». Guardo ancora la donna con l’abito chiaro. Il marito le sta dicendo qualcosa, lei ride. Poi si rimette i sandali.<br />
Ma la giovinezza non c’entra. Francesca non ritrova la ragazza che è stata; intravede, piuttosto, la donna che avrebbe potuto essere. Ci avevo pensato una volta, non ricordo più quando di preciso, alla Villa dei Misteri di Pompei. Quelle figure sono ancora lì dopo due millenni, ferme sulle pareti, dentro un rito di cui abbiamo perduto il senso, eppure continuano a guardarci da un tempo che non è più il nostro. Davvero non lo è? Ad ogni modo, le vite non vissute fanno qualcosa di simile. Non scompaiono. Restano accanto a quella che abbiamo scelto.<br />
La vita di Francesca non è infelice. Ed è questo, in fondo, a rendere la sua storia così crudele. Il marito Richard non è un uomo cattivo, i figli non sono una prigione. Non c’è nessuno contro cui ribellarsi, nessun errore abbastanza evidente da poterlo correggere. Per quattro giorni, semplicemente, si apre accanto alla sua un’altra vita: altre strade, fotografie, un uomo che la guarda come se la vedesse per la prima volta. È intera quanto la prima, e proprio per questo impossibile. Alla fine non le chiede di scegliere fra due uomini. Le chiede quale delle due donne che è diventata dovrà continuare a vivere.</p>
<p>A vent&#8217;anni, una storia come questa parla dell&#8217;amore che si incontra. Più tardi parla anche delle vite che non abbiamo vissuto. Non necessariamente migliori. Soltanto possibili. E delle porte che non si sono aperte, e che restano lì, socchiuse, nel punto esatto in cui una mano ha esitato.<br />
La donna di prima appoggia la mano alla ringhiera del ponte mentre il marito la fotografa. Rimane così un istante, poi si volta verso di lui e sorride. Non so cosa stia pensando. Non so nemmeno se vorrei saperlo.<br />
Riparto verso Winterset, la città dove è nato John Wayne. Una ventina di minuti per strade sterrate, tra fattorie, silos, tralicci con le banderuole che segnano il vento e case dai grandi portici. Cerco l’incrocio dove, nel film, Francesca vede Robert per l’ultima volta. Per qualche minuto le due vite, appena separate, tornano ancora vicine. Parcheggio al distributore.<br />
È ancora lì, anche se non è più un Texaco. Nel film piove. Anche oggi è agosto, e il cielo si è chiuso quasi nello stesso modo. La luce è cambiata di colpo; tra poco pioverà forte. Entro a prendere un caffè. La donna dietro il banco riempie un bicchiere di cartone e me lo porge senza quasi alzare gli occhi. È bollente, devo tenerlo per il bordo. Per lei, penso, questo è soltanto un distributore.</p>
<p>Appoggio il caffè sul cofano e resto a guardare l’incrocio. Il semaforo cambia colore, passano poche auto. Un distributore, due corsie, un marciapiede in cemento. Nient’altro. Eppure proprio qui, per pochi secondi, un’intera vita resta ferma al rosso.<br />
Rivedo Robert sotto la pioggia, dall’altra parte della strada. Francesca è nell’auto del marito. Si guardano. Poi Robert torna al pickup. Poco dopo Francesca e Richard se lo ritrovano davanti al semaforo: lui nel pickup, loro nell’auto dietro.<br />
Robert si china verso il vano portaoggetti. È un gesto da nulla, ma Francesca lo riconosce: pochi giorni prima, facendo lo stesso movimento, il suo braccio le aveva sfiorato una gamba. Per un istante il tempo si confonde. Il pickup, la pioggia, Richard accanto a lei; e insieme quei quattro giorni, già lontani come un ricordo eppure non ancora finiti.<br />
Scatta il verde.<br />
Robert non parte.<br />
Rimane fermo ancora qualche secondo. Anche l’auto dietro di lui aspetta. Richard si spazientisce. Francesca guarda la nuca di Robert attraverso il parabrezza bagnato.<br />
Poi la sua mano cerca la maniglia.<br />
Si posa lì, le dita si stringono. Per andarsene basterebbero pochi centimetri. La mano avanza, esita, avanza ancora. Non abbastanza. In quel momento i quattro giorni sono scomparsi, il ponte è lontano, Robert stesso quasi non si vede più. Restano una mano, una portiera, quella distanza minima.<br />
Robert aspetta ancora.<br />
Poi parte.</p>
<p>Svolta all’incrocio e il pickup scompare nella pioggia. Francesca non ha aperto la portiera. Richard le chiede che cosa le sia successo. Lei gli chiede soltanto un momento.<br />
Quello che trovo più difficile nella scena è ciò che viene dopo: non accade niente di straordinario. La strada continua, il semaforo torna rosso, si torna a casa. Una decisione può dividere una vita in due senza lasciare, almeno all’inizio, nessun segno visibile.</p>
<p>Poi gli anni fanno il resto. Ciò che Francesca non ha scelto non scompare davvero. Resta nelle fotografie, nelle lettere, negli oggetti che sopravvivono a chi li ha toccati. I fantasmi sono anche questo: non presenze che ritornano, ma assenze che continuano a lasciare segni.<br />
Resto ancora un po’ davanti al semaforo. Adesso comincia a piovere. Le prime gocce sono larghe e scure sull’asfalto caldo.<br />
Robert se ne va lungo John Wayne Drive.<br />
John Wayne, a Winterset, ci era nato davvero. L’ironia è quasi perfetta. Robert sembra appartenere a un altro tempo: viene da altrove, viaggia leggero, non resta abbastanza a lungo da appartenere davvero a un luogo. L’ultimo dei cowboy. Ma un cowboy che non conquista nulla. Non porta Francesca con sé, non abbatte l’ostacolo, non forza il destino.<br />
Se ne va. E l’ultimo gesto da cowboy è sapere quando andarsene.<br />
Il western è tramontato qui, a Winterset, Iowa.</p>
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		<title>Un invincibile inverno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 05:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Nicoletta Bianconi]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>Gianni Biondillo</strong> intervista <strong>Nicoletta Bianconi</strong> <br />
Un invincibile inverno è una storia di depressione, dove ad ogni capitolo si scende di una spira verso l'inferno della solitudine. Le cose si ripetono, ma più dolorose.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><strong><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-121801" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/bianconi2.jpg" alt="" width="400" height="566" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/bianconi2.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/bianconi2-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/bianconi2-724x1024.jpg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/bianconi2-768x1087.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/bianconi2-297x420.jpg 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/bianconi2-150x212.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/bianconi2-300x425.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/bianconi2-696x985.jpg 696w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" />Gianni Biondillo</strong> intervista <strong>Nicoletta Bianconi</strong></p>
<p class="western" style="text-align: right;" align="center"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Nicoletta Bianconi,</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><i> Un invincibile inverno</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">, Manni editore, 2023</span></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>Un invincibile inverno </b></i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b>è una storia di depressione, dove ad ogni capitolo si scende di una spira verso l&#8217;inferno della solitudine. Le cose si ripetono, ma più dolorose. </b></span></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">È una storia di ossessione, di un pensiero così assillante da non lasciare spazio per altro, un pensiero così buio e profondo e con pareti così verticali e lisce da non lasciare nessuna possibilità di risalita. Man mano che i giorni passano e le cose si ripetono, necessariamente la protagonista si sfibra e perde lucidità e controllo. Contare, ripetere la stesse azioni continuamente sono atti che fanno parte della sua nevrosi, sono tentativi di tenere il controllo di una situazione che per sua natura non può averne.</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b>Il romanzo è scritto in seconda persona. Sembra che a parlare sia la protagonista, dissociata, che si guarda da fuori, con lucidità.</b></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Sì la scelta della seconda singolare è una scelta non per parlare ad un’altra persona, come in un dialogo o in una lettera, ma è una sorta di telecamera parlante che segue e descrive i movimenti esteriori e interiori della protagonista.</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">La fonte che mi ha ispirata è Georges Perec, in particolare con il suo romanzo </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Un uomo che dorme.</i></span></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b>Di tutti i personaggi a contorno, di grande dolcezza e umanità, è anche presente una Bologna che non è solo uno scenario.</b></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Bologna la protagonista la definisce “il mio cortile”, no, non è solo uno scenario, è un abbraccio, è un famigliare. È l’unico luogo dove riesce a stare bene e a stare male, non sente la necessità di spostarsi, di viaggiare. La protagonista poi cerca una Bologna che quasi non c’è più, una Bologna che sta sparendo come quella delle sale biliardo o dei vecchi negozi.</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b>Già dal titolo l&#8217;inverno è invincibile: non è contemplata alcuna primavera per la protagonista?</b></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">No, il romanzo è volutamente senza speranza, ho provato a descrivere una claustrofobia emotiva, un’ossessione senza via d’uscita.</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Il lieto fine non è contemplato semplicemente perché ho voluto raccontare i giorni del dolore, i giorni di buio quando non si percepisce nessuna via d’uscita.</span></span></p>
<p align="justify">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione<em>, gennaio 2024</em>)</p>
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		<title>Il sonno, forza di liberazione</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/20/il-sonno-forza-di-liberazione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Haytham el-Wardany]]></category>
		<category><![CDATA[il libro del sonno]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Vernaglione Berardi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Paolo Vernaglione Berardi </strong> <br /> Nella sobrietà di una prosa distesa <em>Il libro del sonno </em>rende preziosa la contemporaneità di un passato recente (la cacciata di Mubarak e le ‘primavere arabe’),  di ricordi veri e di memorie immaginate.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Paolo Vernaglione Berardi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-121843" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Il-libro-del-sonno-bis-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Il-libro-del-sonno-bis-196x300.jpg 196w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Il-libro-del-sonno-bis-275x420.jpg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Il-libro-del-sonno-bis-150x229.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Il-libro-del-sonno-bis.jpg 278w" sizes="(max-width: 196px) 100vw, 196px" /></p>
<p>Haytham el-Wardany, scrittore e traduttore egiziano dissidente vive a Berlino ed è autore di prose filosofiche di rara bellezza. <em>How to Disappear </em>(2018) è un manuale su come rimanere ‘ascoltatori’ e sottrarsi alle luci accecanti della presenza pubblica; <em>Jackals and The Missing Letters </em>(2023) è un mix di espressioni saggistiche, fiabe e prose brevi che si spera di poter presto leggere anche in italiano. Per ora è <em>Il libro del sonno </em>(2016) l’unico suo testo apparso per merito di Timeo edizioni (<a href="http://www.timeo0.zone/">www.timeo0.zone</a>), casa editrice che ha intrapreso un puntuale percorso di sperimentazione dell’intera filiera editoriale, pubblicando, distribuendo e promuovendo libri selezionati con cura che restituiscono un profilo acuminato ed essenziale, ormai raro, del lavoro dell’editore. Tradotto con eleganza da Fernanda Fischione, ricercatrice e docente specializzata di letteratura araba, il testo compone in una tessitura sottile brevi prose che generano il movimento tematico del sonno nella superficie colorata del sogno, della memoria e dell’invenzione.</p>
<p>Il libro è sepolto in una profondità relativa e per questo è un tesoro di maggior valore rispetto ad un canone della finzione ‘filosofica’ che obbliga a scavare fino al centro della terra, per scoprire al fondo l’inanità della ricerca. Invece, nella sobrietà di una prosa distesa <em>Il libro del sonno</em> rende preziosa la contemporaneità di un passato recente (la cacciata di Mubarak e le ‘primavere arabe’),  di ricordi veri e di memorie immaginate.</p>
<p>Nella sequenza dei racconti il progetto alchemico ha successo. La realtà trasmuta in alterità possibili gesti e forme delle cose. Assenze e anime dei morti si fanno concrete presenze fino alle luci dell’alba, quando fuggono negli interstizi del tempo diurno. Kafka e Walter Benjamin sono convocati, perché all’inizio si annuncia che il vero lavoro è il lavoro di scrittura.</p>
<p>Nell’abisso “che chiamiamo sonno” le forme si compenetrano, i limiti si sciolgono, le stanze sono invase dal fluido della notte: “Non incontrano le cose sulle linee del potere, bensì nel cuore del divenire della materia prima.”. Il momento dell’abbandono è il momento della liberazione. Qui tutto diviene, l’accesso al sonno è garanzia di indistinzione di sé e del mondo, realtà e possibilità. Ma qui tutto mantiene la propria differenza, nel mutare degli oggetti in singolarità fluttuanti, degli ambienti in luoghi che vibrano, di persone in figure che dal sogno, dal passato e dagli affetti, trapassano in soggetti quasi estranei e in profili liminari.</p>
<p>Lo spazio dormiente, scrive el-Wardany, è quello in cui il binarismo sonno/veglia imposto dalla produzione è sospeso. Interno ed esterno si mischiano ed è l’oscurità interna a fuoriuscire nel tempo della notte e ad invadere l’esterno, al punto che la stessa dimensione spaziale diviene un fuori inaccessibile. L’indice di questo stato è un tempo flesso in cui presente e passato si incontrano perdendo il loro proprio ricordo. La toponomastica domestica diviene una psicogeografia straniera, i fantasmi dell’infanzia si aggirano in camere da letto separate dagli spazi usuali della vita diurna. D’altra parte, il sonno è l’alternativa vivente al tempo diurno dello spazio pubblico, del lavoro, della precarietà e del controllo sociale. Allestire, in spazi sottratti al profitto e alla speculazione immobiliare, ambienti per dormire, addormentarsi in luoghi pubblici, abbandonarsi al sonno nei giorni collettivi in cui si è lottato, nei presidi di protesta, nel contrasto alla violenza dei poteri, è il gesto destituente che, con e nella prassi conflittuale, realizza altre possibilità di esistenza.</p>
<p>Nella memoria attiva di el-Wardany ci sono gli esiti nefasti delle ‘primavere arabe’, le operazioni sporche della NATO nel maghreb e in Asia occidentale nel primo decennio del nuovo secolo, la repressione in Egitto e la caduta di Al-Hasad. Ma la storia trucida dell’ ‘occidente’ è contrastata dal sogno, evento magistrale del sonno, che la sopravanza.</p>
<p>La scrittura onirica sopporta almeno due modi: quello surrealista in cui il sogno diviene scrittura che si accampa nello spazio del giorno per lottarne la sua logica miserabile, e quello del racconto in cui la realtà si popola di figure e situazioni che ne dissolvono i piani.</p>
<p>Il sonno è parte di un mondo senza capitalismo e di una terra senza sfruttamento, per questo sognare è pericoloso, come aveva intuito André Breton. Ma il problema del surrealismo fu che se anche fosse esistito un inconscio collettivo, i sogni sarebbero comunque personali, indirizzati ‘ad personam’ da un desiderio anonimo che è lo stesso nel sonno e nella veglia. Il processo manifesta la sua origine non umana: né individuale, né collettivo, la materia del sogno è espressione del movimento di un autore di gruppo, di una muta, di un branco.</p>
<p>Il sonno è rivoluzionario perché fa esplodere la realtà. Dall’interno del desiderio il tempo onirico del sonno se ne separa e vaga nella terra incognita di una psiche liberata. Durante un’ondata di proteste “&#8230;potrebbe diffondersi un sogno che consiste nel fuggire la polizia per poi entrare in un palazzo sconosciuto da soli, oppure in compagnia di gente stramba&#8230;Il gruppo afferma di essere ciò che plasma l’esperienza collettiva ripetuta dal sogno e ciò che gli dà la capacità di perdurare e proliferare…”.</p>
<p>Battaglie familiari e arresti arbitrari, macchine kafkiane per pulire le strade che diventano mostri inesorabili, gesti segreti per sottrarsi alla repressione, rivelati in reti spontanee di solidarietà che li trasformano in senso comune, storie della buonanotte in cui gli occhi senza palpebre dei pesci fanno affogare la vista servile degli umani. Ecco perché “il sonno è ciò che protegge dalla follia o dalla morte”; l’individuo che non dorme essendo ossessionato da ‘sé’, nel momento del sonno in cui si arrende al fallimento, compie “l’atto di una soggettività che si libera del tempo del controllo”, per svegliarsi ispirato da un nuovo sogno.</p>
<p>Vale l’assenza nel racconto di tal Ibn Qushair in cui uno degli amici di tal Bayazid Bistami arriva in città e scopre che Bayazid, “presente nella Verità e assente nel Creato” non sapeva più chi fosse e dove si trovasse. A differenza dei presenti nel giorno, i mistici sufi ‘cadono’ da svegli nel Creato, mentre sono presenti nella notte, laddove il sonno è vera Verità. Per i presenti infatti, passare la notte svegli non è l’utopia in cui si realizza ciò che fallisce nella città del lavoro, ma è il rogo di pensieri e desideri, terra bruciata del ‘sé’ nel buio bianco che trafigge:</p>
<p>“&#8230;l’insonne cerca una lingua che spezzi l’isolamento del suo dolore e sappia fonderlo nel dolore degli altri&#8230;Quando la stanchezza lo vince, smette di cercare di coinvolgere gli altri e dorme il proprio dolore&#8230;Il sonno è l’unica lingua in cui è possibile condividere il dolore: quando dormiamo, infatti, smettiamo di aggrapparvici e lo lasciamo andare&#8230;ed è così che il nostro dolore torna a essere il dolore del mondo, così come era all’inizio di tutto…”.</p>
<p>Il mondo mostra la sua schiena di rovine quando i panorami dell’infanzia sono visti dal tetto di una casa in una terra che diviene palude. Così el-Wardany tesse la tela scintillante di schegge di realtà con la perizia del miniaturista. Ogni frammento è al suo posto nel giusto disordine di un’immagine più vera di qualunque esperienza. Vera perché creata, raccontata, scritta e assunta nella finzione.</p>
<p>Ciò è possibile perché la scrittura soggettiva il giorno e la notte. Ogni soggetto è per la produzione: allora, il giorno che si vuole eterno dimentica il buio che lo intralcia, forse perché sa che la diuturna forza-lavoro nel sonno diviene solo forza che demolisce il lavoro. Il soggetto della notte è anonimo, la sua forza è dissolvente perché è già dissolta, è un corpo in cui non si cela alcun ‘sé’. La notte dunque, non è un soggetto proprio perché vi rimane la forza del sonno in cui il corpo non è parte del mondo ma è il “mondo incarnato”.</p>
<p>Limite della veglia è il delirio, limite del sonno è la distrazione, l’uno eccedente, l’altra soggiacente.</p>
<p>La veglia continua raffina la realtà fino ad una trasparenza cristallina. Il senso vi è già esaurito nel delirio; questo diventa il suo sonno per l’abbagliante lucidità di cui è fatto. La natura del sonno invece è la distrazione. Contrario alla produzione, il cuore distratto del sonno provoca o sogni o rivoluzione. Quella che in Egitto ha fatto ‘primavera’ era l’intarsio di entrambi, espresso nelle immagini caricate su Facebook e nelle scadenze informate tramite ‘Blackbarry’, utile modello di cellulare criptato.</p>
<p>Nella distrazione c’è l’esito di una catena associativa che è un’altra forma di liberazione. Ci si perde nel canto delle sirene. Ulisse è preso nella lotta della concentrazione, la malìa del canto devia la rotta e il ritorno non è replica che risale quanto si è vissuto ma è ripetizione di possibilità di vita. Ciò a cui si ritorna è una virtuale uscita dal mondo. Ulisse è trasformato, non è più volontà concentrata, inscalfibile, che ha percorso il viaggio all’indietro, ma distrazione.</p>
<p>Chi divaga viene cacciato via dal giorno. Chi sono dunque i dormienti? Non un individuo ma un gruppo sociale che ha sciolto i legami con la società, ­- una e un sopravvissuto della grande perdita. Chi dorme appartiene alla storia parallela delle incrinature, delle ferite aperte e dei vuoti vicini. Il sonno affronta questa storia che la veglia non potrebbe sopportare e che al risveglio si rimargina. Ogni desiderio proviene da un abbandono, quando il volto dell’amante è perfetto e si sa che il giorno lo farà scomparire. Persone morte si affacciano con i loro tratti di estrema gioventù o di vecchiaia ma non parlano a chi li sogna.</p>
<p>In ogni caso il sogno registra il divenire e la scrittura lo fa rinvenire nella differenza con quanto è accaduto. Scrivere i sogni al mattino è esercizio terapeutico ma quando la pratica entra nel dominio dell’utile e diventa prosa letteraria la guarigione è piegata alla prosa del mondo che il mercato editoriale, anche quello più indipendente, divora per erogare reddito.</p>
<p>La poesia si sottrae a questa cattura e rimane, rivendicandola, parte della fonte anonima del delirio, del sogno e del desiderio. Da ora in poi allora, il compito della scrittura sarà sottrarre il romanzo e il racconto all’intento predatorio della selezione editoriale, non sognando un altro mercato ma provando a lavorarlo, a investirlo, ad usarlo e ad esserne usate e usati – in vista del sogno e del piacere, laddove Kafka, Benjamin, Foucault, Deleuze e Guattari, insieme a el-Wardany godono la felicità maggiore di un sapere comune.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Madri morte madri vive / Mrtve matere žive majke / Umbilical Cord</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/19/madri-morte-madri-vive-mrtve-matere-zive-majke-umbilical-cord/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Darja Betocchi]]></category>
		<category><![CDATA[Nina Kodrič]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[Snježana Vračar Mihelač]]></category>
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					<description><![CDATA[<em>Madri morte madri vive</em><em></em> è un lavoro sull’eredità materna: ciò che del corpo, delle ferite e dei silenzi passa da una generazione all’altra. Scritto in due lingue e a quattro mani, da <strong>Nina Kodrič</strong><strong></strong> per lo sloveno e <strong>Snježana Vračar Mihelač</strong><strong></strong> per il croato, appare qui per la prima volta nella traduzione di <strong>Darja Betocchi</strong><strong></strong>. "<em>il collasso del corpo</em><em></em> / il collasso del sistema"]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Nina Kodrič</strong> (sloveno) e <strong>Snježana Vračar Mihelač</strong> (<em>croato</em>)<br />traduzione di <strong>Darja Betocchi</strong></p>
<p> </p>
<p>la notizia del giorno ha inciso così a fondo<br /><em> le madri cominciano a rifiutare il cibo</em><br />da poter essere vera<br /><em> non è una decisione avventata</em><br />scuote la nostra indifferenza<br /><em> loro non hanno più nulla da perdere</em><br />si scaglia oltre<br /><em> se non la propria voce</em><br />l&#8217;apatia dilagante<br /><em> oppongono corpi invalicabili</em><br />la perenne ipocrisia non ha limiti<br /><em> sparsi come un carico</em><br />invece di una quotidianità gestibile<br /><em> indispensabili come il respiro</em><br />portiamo il peso delle strade<br /><em> salvano il mondo</em><br />non siamo mere spettatrici<br /><em> annientando se stesse</em><br />è per lei che ci siamo strette insieme<br /><em> negando il proprio corpo</em><br />la trasformazione del sistema sullo schermo<br /><em> ce l&#8217;abbiamo nel sangue</em><br />ridiamo vita a corpi fragili<br /><em> ce l&#8217;abbiamo nella ferita</em><br />sentiamo un dolore acuto<br /><em> inevitabile come il crollo del glicogeno</em><br />rifiutiamo la stretta di mano<br /><em> come la disidratazione</em><br />non dobbiamo distrarci da ciò che è stato promesso<br /><em> il rancore immagazzinato nella clavicola</em><br />il respiro si fa attesa<br /><em> la degradazione del tessuto muscolare</em><br />dichiarazione di stato d&#8217;emergenza<br /><em> il polso rallentato e la nausea</em><br />abbiamo bisogno di più di quanto possediamo<br /><em> fanno ciò che pensano di dover fare</em><br />noi donne in prima linea<br /><em> già una volta si sono sdoppiate</em><br />cancellate dalla storia<br /><em> ora negheranno al corpo anche quell&#8217;altra cosa</em><br />stiamo in mezzo<br /><em> entrano nella fase della sopravvivenza</em><br />alla città inquieta<br /><em> la voce dei figli nella gola delle madri</em><br />passaggio vietato<br /><em> crollo</em><br />alle ribelli<br /><em> potassio fosfato sodio</em><br />un ciclo senza fine<br /><em> le madri dei figli morti, i loro cuori inutili</em><br />i segnali si esauriscono<br /><em> di dimensioni sproporzionate alla funzione</em><br />frastuono della città<br /><em> si riducono, si restringono</em><br />sul telefono chiamate senza risposta<br /><em> anche il fegato rallenta</em><br />dove sono i limiti<br /><em> i reni riducono la filtrazione</em><br />delle capacità del corpo<br /><em> le madri aprono la strada alle infezioni</em><br />ridotto allo stremo<br /><em> le madri dei figli morti</em><br />ma la volontà non cede<br /><em> i corpi senza vita sono tutti loro</em><br />scudo vivente<br /><em> cominciano con l’autodistruzione</em><br />respiro superficiale<br /><em> la fame mastica il silenzio lenta come una domenica</em><br />violenti attacchi d&#8217;ansia<br /><em> madri strette come alloggi operai</em><br />rovina disturbo interno<br /><em> mai pronunciati</em><br />resti mai pronunciati<br /><em> legati dal cordone ombelicale</em><br />iniettano stricnina<br /><em> nella notte abitata dal silenzio</em><br />dissolvono le membrane delle cellule<br /><em> crollate e bruciate</em><br />sature e intrise di fumo<br /><em> ostinate come cimici</em><br />da entrambe le parti<br /><em> come pilastri portanti</em><br />da che parte stai<br /><em> come un orario ferroviario</em><br />la prognosi è chiara<br /><em> diritte come un faro</em><br />il battito della vena sul collo<br /><em> luminose come palmi aperti</em><br />le espressioni del volto<br /><em> pure come acqua buona</em><br />non rivelano nulla<br /><em> alberi fieri protesi verso l&#8217;alto</em><br />il segnale di stop arde<br /><em> ardono più che mai</em><br />sta cambiando<br /><em> meglio che mai</em><br />affamate all&#8217;ombra<br /><em> madri contro il regime</em><br />della macchina mediatica del potere<br /><em> grave ipoglicemia</em><br />decompressione distruttiva<br /><em> aritmia cardiaca</em><br />invito all&#8217;agonia<br /><em> danni multipli</em><br />raccogliamo le forze<br /><em> perdita di coscienza</em><br />sfiancate ci riverseremo nelle strade<br /><em> rischio di morte</em><br />siamo consapevoli delle conseguenze<br /><em> ma cos&#8217;è la morte</em><br />ci sosterremo a vicenda<br /><em> per le madri di figli morti</em><br />l&#8217;aria si addensa in un presagio<br /><em> per i figli senza occhi</em><br />sepolti sul podio<br /><em> per gli occhi senza figli</em><br />dissepolti nel vuoto<br /><em> per la fame dei figli altrove</em><br />loro guardano sazi<br /><em> da mense altrui</em><br />da tavole coloniali imbandite<br /><em> tintinnio di ossa</em><br />per una vista senza futuro<br /><em> per avere una spina dorsale</em><br />le madri aprono le porte<br /><em> per le madri sazie di dolore</em><br />comprendono<br /><em> le madri affamate di giustizia</em><br />proteggono<br /><em> come avvoltoi</em><br />con il filo della lama<br /><em> che beccano pecore bianche</em><br />feriscono attaccano<br /><em> mentre crollano le tettoie</em><br />calpestano fino in fondo<br /><em> città come vetro</em><br />guance infossate<br /><em> viali di rabbia e insensatezza</em><br />pelle troppo tesa<br /><em> e ospedali senza incubatrici</em><br />non smetteremo di pensare<br /><em> seminano morte le corporazioni</em><br />alle corporazioni dagli appetiti insaziabili<br /><em> corruzione, occupazione, avidità</em><br />sanzioni insensate da quattro soldi<br /><em> economia del genocidio</em><br />noialtre da sole fermeremo<br /><em> l’infrastruttura del femminicidio</em><br />la mania bellica del patriarcato<br /><em> colpisce più precisa di un coltello</em><br />un&#8217;ascia o una caduta dalle scale<br /><em> di un drone o di un cecchino</em><br />non chiudiamo<br /><em> uomo accanto a uomo</em><br />gli occhi indifferenti<br /><em> sparge pugni ai confini del mondo</em><br />ogni cellula morta del corpo<br /><em> le donne non vogliono partorire abusatori</em><br />lotta per sopravvivere<br /><em> soldati morti</em><br />una soluzione temporanea non basta<br /><em> trascorrono il loro tempo ai margini</em><br />una comunità connessa salva<br /><em> rifiutano le geografie personali</em><br />ciò che è guasto<br /><em> il razzismo europeo</em><br />le false speranze non saranno eterne<br /><em> la storia coloniale</em><br />il male<br /><em> la glorificazione dei crimini di guerra</em><br />il male<br /><em> sempre la violenza</em><br />IL M A L E<br /><em> il collasso del corpo</em><br />il collasso del sistema<br /><em> le donne morte</em><br />il suono fra noi due<br /><em> a forza di digiuno</em><br />è un grido<br /><em> le madri morte di figli morti</em><br />finalmente un respiro senza paura<br /><em> fanno saltare in aria il meccanismo</em><br />quando si dissolvono le asperità<br /><em> le madri morte le madri vive</em><br />che contribuiamo a creare<br /><em> le donne vive</em><br />la finzione si tramuta<br /><em> illuminano il buio</em><br />in inesauribile speranza<br /><em> con tenacia</em><br />che finalmente un giorno ci sia fra noi<br /><em> come un sole al neon</em><br />uno spazio sicuro</p>
<p>______________________________________</p>
<p class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" data-start="216" data-end="471"><em data-start="216" data-end="241">Madri morte madri vive</em> è un lavoro sull’eredità materna: ciò che del corpo, delle ferite e dei silenzi passa da una generazione all’altra. Le madri vi appaiono insieme come perdita e presenza, e continuano a lasciare tracce nella lingua e nella memoria. La dimensione intima del testo si intreccia a una riflessione più ampia sulla possibilità della scrittura di dare voce a ciò che è stato rimosso o taciuto. Il progetto bilingue si è poi aperto al lavoro di traduttrici, fotografe e artiste visive. Il cordone ombelicale diventa in esso immagine ricorrente: un simbolo di separazione, continuità e trasformazione.</p>
<p data-start="854" data-end="919" data-is-last-node="" data-is-only-node="">La versione inglese è stata pubblicata su <a href="https://www.versopolis.com/initiative/poetry-expo-26/content/1901/mrtve-matere-zive-majke-umbilical-cord" target="_blank" rel="noopener"><em data-start="906" data-end="918">Versopolis</em></a>.</p>
<p><strong>Snježana Vračar Mihelač</strong> (nata a Pola) vive e lavora a Lubiana. È poetessa, autrice, giornalista e traduttrice; la sua attività si muove tra la scena letteraria slovena e lo spazio culturale post-jugoslavo. Ha pubblicato le raccolte poetiche <em>Kad zatvorim oči vidim modro</em> (<em>Quando chiudo gli occhi vedo il blu</em>), vincitrice del concorso Presing per la migliore raccolta poetica del 2022, e <em>Srce na baterije</em> (<em>Cuore a batterie</em>), pubblicata nel 2025 dall’Associazione degli scrittori croati (HDP) e selezionata per il premio letterario Jovan Popović, con menzione speciale della giuria del premio Drago Gervais. Le sue poesie sono state tradotte in sloveno, inglese, albanese e macedone.<br />https://snjezanavracar.com/en/</p>
<p><strong>Nina Kodrič</strong> (NinaBelle) è musicista, autrice di testi, compositrice, DJ e produttrice con sede a Lubiana. Lavora inoltre come accompagnatrice musicale per programmi letterari di Radio Slovenia (Ars e Prvi). Dal 2017 sviluppa il duo elettronico Warrego Valles con la produttrice Nina Hudej; il progetto ha pubblicato quattro album per l’etichetta indipendente slovena Kamizdat e si esibisce in festival e club in Slovenia e all’estero. È membro del collettivo DJ queer Ustanova, co-organizzatrice del festival Grounded di Lubiana e produttrice di eventi musicali presso il centro culturale Pritličje. La sua pratica artistica nasce da collaborazioni e collettivi guidati da donne.<br />https://linktr.ee/warregovalles</p>
<p><strong>Darja Betocchi</strong> è nata a Trieste e si è diplomata presso il liceo sloveno Prešeren. Dopo essersi laureata in Italianistica ha conseguito un dottorato di ricerca con una tesi sul tema della traduzione. Affianca all’attività di insegnante quella di traduttrice di poesia e narrativa per cui è molto apprezzata.</p>
<p>______________________________________</p>
<p><strong>Mrtve matere žive majke</strong></p>
<p>verzi v slovenščini: <strong>Nina Kodrič</strong><br /><em>stihovi na hrvatskom jeziku</em>: <strong>Snježana Vračar Mihelač</strong></p>
<p> </p>
<p>novica dneva je tako zarezala<br /><em>majke počinju odbijati hranu</em><br />da bi bila lahko resnična<br /><em> nije to ishitrena odluka</em><br />vznemirja našo ravnodušnost<br /><em> one nemaju više što izgubiti</em><br />izstreli se čez<br /><em> osim svoga glasa</em><br />razraščeno apatijo<br /><em> zaustavljaju neprohodna tijela</em><br />nenehno sprenevedanje nima mej<br /><em> rasute kao teret</em><br />namesto obvladljivega vsakdanjika<br /><em> neophodne kao disanje</em><br />nosimo bremena ulic<br /><em> spašavaju svijet</em><br />nismo samo opazovalke<br /><em> poništavanjem sebe</em><br />zaradi nje smo se stisnile skupaj<br /><em> odricanjem vlastitog tijela</em><br />prenova sistema na zaslonu<br /><em> to nam je u krvi</em><br />oživljamo šibka telesa<br /><em> to nam je u rani</em><br />začutimo ostro bolečino<br /><em> neminovno kao pad glikogena</em><br />zavrnemo rokovanje<br /><em> kao dehidracija</em><br />ne smemo prezreti obljubljenega<br /><em> zamjerka skladištena u ključnoj kosti</em><br />vdih postaja pričakovanje<br /><em> razgradnja mišićnog tkiva</em><br />razglasitev izrednih razmer<br /><em> usporen puls i mučnina</em><br />potrebujemo več kot imamo<br /><em> rade što misle rade što treba</em><br />ženske v prvih vrstah<br /><em> već su se jednom podvojile</em><br />izbrisane iz zgodovin<br /><em> sad će tijelu uskratiti i ono drugo</em><br />stojimo sredi<br /><em> ulaze u fazu preživljavanja</em><br />nemirnega mesta<br /><em> glas djece u grlu majki</em><br />prepovedan prehod<br /><em> urušavanje</em><br />za upornice<br /><em> kalij fosfat natrij</em><br />cikel ki se ne konča<br /><em> srca majki mrtve djece uzaludna</em><br />izčrpana signalizacija<br /><em> veličine nesrazmjerne funkciji</em><br />hrup mesta<br /><em> skupljaju se reduciraju</em><br />na telefonu neodgovorjeni klici<br /><em> i jetra usporavaju</em><br />kje so meje<br /><em> bubrezi smanjuju filtraciju</em><br />zmogljivosti telesa<br /><em> majke otvaraju put infekcijama</em><br />z zadnjimi močmi<br /><em> majke mrtve djece</em><br />a volja ne popušča<br /><em> beživotna tijela sva su njihova</em><br />živi ščit<br /><em> pokreću samorazgradnju</em><br />plitvo dihanje<br /><em> glad žvače šutnju sporo kao nedjelja</em><br />intenzivni napadi tesnobe<br /><em> majke tijesne kao stanovi za radnike</em><br />ruševina notranja motnja<br /><em> neizgovorena tijela</em><br />neizgovorjeni ostanki<br /><em> zavezana pupčanom vrpcom</em><br />injicirajo strihnin<br /><em> u noći naseljenoj šutnjom</em><br />raztapljajo strune celičnih membran<br /><em> srušene i spaljene</em><br />nasičene in pokajene<br /><em> uporne poput stjenica</em><br />obojestransko<br /><em> poput potpornih stupova</em><br />na kateri strani stojiš<br /><em> poput reda vožnje</em><br />prognoza je jasna<br /><em> uspravne kao svjetionik</em><br />zatip žile na vratu<br /><em> svijetle kao dlanovi</em><br />izrazi na obrazu<br /><em> čiste kao dobra voda</em><br />ničesar ne razkrijejo<br /><em> prkosna stabla koja streme uvis</em><br />stop znak gori<br /><em> gore nikad jače</em><br />se spreminja<br /><em> nikad bolje</em><br />sestradane v senci<br /><em> majke protiv režima</em><br />oblastnega medijskega stroja<br /><em> teška hipoglikemija</em><br />rušilna dekompresija<br /><em> srčana aritmija</em><br />vabilo na agonijo<br /><em> višestruka oštećenja</em><br />zbiramo moči<br /><em> gubitak svijesti</em><br />zgarane se bomo pognale na ulice<br /><em> rizik od smrti</em><br />zavedamo se posledic<br /><em> ali što je smrt</em><br />druga drugi bomo opora<br /><em> za majke mrtve djece</em><br />zrak se zgosti v slutnjo<br /><em> za djecu bez očiju</em><br />zakopani na podiju<br /><em> za oči bez djece</em><br />odkopani v vakuumu<br /><em> za glad djece drugdje</em><br />oni gledajo nažrti<br /><em> iz tuđih blagovaonica</em><br />iz obloženih kolonialnih miz<br /><em> zveckanje kostima</em><br />za vid brez prihodnosti<br /><em> za imanje kičme</em><br />matere odpirajo vrata<br /><em> za majke site boli</em><br />razumejo<br /><em> majke gladne pravde</em><br />ščitijo<br /><em> kao bjeloglavi supovi</em><br />z ostrino rezila<br /><em> koji zoblju bijele ovce</em><br />ranijo napadajo<br /><em> dok padaju nadstrešnice</em><br />gazijo do konca<br /><em> gradovi poput stakla</em><br />potlačena lica<br /><em> bulevari bijesa negacija smisla</em><br />pretesna koža<br /><em> i bolnice bez inkubatora</em><br />ne bomo nehale misliti<br /><em> siju smrt korporacije</em><br />na korporacije neskončnih apetitov<br /><em> korupcije okupacije pohlepa</em><br />nesmiselne sankcije drobiža<br /><em> ekonomija genocida</em><br />same bomo ustavile<br /><em> infrastruktura femicida</em><br />orožarsko manijo patriarhata<br /><em> bolje gađa od noža</em><br />sekira ali padec po stopnicah<br /><em> drona i snajpera</em><br />ne zatiskajmo<br /><em> muškarac do muškarca</em><br />brezbrižnih oči<br /><em> rasipaju šake po obodu svijeta</em><br />vsaka mrtva celica v telesu<br /><em> žene odbijaju rađati zlostavljače</em><br />se bori za preživetje<br /><em> mrtve vojnike</em><br />začasna rešitev ne zadostuje<br /><em> provode vrijeme na rubovima</em><br />prepletena skupnost rešuje<br /><em> odbacuju osobne geografije</em><br />kar je zavoženo<br /><em> europski rasizam</em><br />ni neuničljivo lažno upanje<br /><em> kolonijalnu povijest</em><br />zlo<br /><em> veličanje ratnih zločina</em><br />zlo<br /><em> uvijek nasilje</em><br />Z L O<br /><em> kolaps tijela</em><br />kolaps sistema<br /><em> mrtve žene</em><br />zvok med nama<br /><em> gladovanjem</em><br />je kričanje<br /><em> mrtve majke mrtve djece</em><br />končno izdih brez strahu<br /><em> miniraju mašineriju</em><br />ko se razpustijo ostrine<br /><em> mrtve majke žive majke</em><br />ki jih soustvarjamo<br /><em> žive žene</em><br />sprenevedanje se spreminja<br /><em> svijetle nam u mraku</em><br />v nenehno upanje<br /><em> ustrajno</em><br />da bo vendar enkrat med nami<br /><em> kao neonsko sunce</em><br />varen prostor.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-122080" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/covercb_ang-4-1-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="1908" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/covercb_ang-4-1-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/covercb_ang-4-1-300x224.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/covercb_ang-4-1-1024x763.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/covercb_ang-4-1-768x572.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/covercb_ang-4-1-1536x1145.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/covercb_ang-4-1-2048x1526.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/covercb_ang-4-1-564x420.jpg 564w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/covercb_ang-4-1-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/covercb_ang-4-1-150x112.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/covercb_ang-4-1-485x360.jpg 485w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/covercb_ang-4-1-696x519.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/covercb_ang-4-1-1068x796.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/covercb_ang-4-1-1920x1431.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/covercb_ang-4-1-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>


<p></p>
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		<title>Avvocata nostra (Letteratura e diritto #7)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/18/avvocata-nostra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 05:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[avvocate]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura e diritto]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti femminili]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano</strong>  <br /> La prima donna in assoluto ad esercitare la professione di avvocato in Italia fu Giustina Rocca, discendente da una ricca e nobile famiglia di Trani.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-122067" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/avvocate.jpg" alt="" width="380" height="494" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/avvocate.jpg 392w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/avvocate-231x300.jpg 231w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/avvocate-323x420.jpg 323w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/avvocate-150x195.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/avvocate-300x390.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p>Le serie tv hanno fatto conoscere la figura di Lidia Poët. È stata la prima donna ad essere iscritta all’albo degli avvocati. In realtà, il procuratore generale del Regno mise in dubbio la legittimità dell&#8217;iscrizione e impugnò la decisione ricorrendo alla Corte d&#8217;Appello di Torino. L&#8217;11 novembre 1883 la Corte di Appello accolse la richiesta. Il 28 novembre Lidia Poët presentò ricorso in Cassazione e questa confermò quanto già deciso in appello, cioè che “La donna non può esercitare l&#8217;avvocatura” in quanto non ammessa dalla legge. La tesi si fondava sulla qualificazione della professione di avvocato quale “ufficio pubblico”. E qui stava il punto: la legge escludeva le donne dai pubblici uffici. Poté iscriversi ufficialmente solo nel 1920, dopo che un anno prima era stata approvata la legge Sacchi (da Ettore Sacchi, il deputato che la propose). Per questo fu anticipata dall’americana Arabella Mansfield, che si iscrisse all’albo degli avvocati dello stato dell’Iowa nel 1869.</p>
<p>In realtà, la prima donna in assoluto ad esercitare la professione di avvocato in Italia fu Giustina Rocca, discendente da una ricca e nobile famiglia di Trani. Secondo alcuni, addirittura, Giustina avrebbe ispirato William Shakespeare per il personaggio di Porzia di Belmonte nel Mercante di Venezia. Giustina, tuttavia, non si è dovuta travestire da uomo quando l’8 aprile 1500 a lei si rivolsero due suoi parenti per chiedere una sentenza arbitrale che ponesse fine a una loro controversia. L’episodio viene ripreso da Cesare Lambertini nel <em>De iure patronatus</em> stampato, appunto, a Venezia nel 1533 e ristampato con successo nel 1584. Un particolare importante fu la richiesta di liquidazione delle competenze professionali stabilite dalla legge per gli arbitri con apposita tariffa (la così detta <em>trigesima</em>). Il soccombente – il nipote della stessa arbitra, Angelo – fu citato per l&#8217;adempimento presso il Governatore, e dovette pagare l&#8217;intera somma.</p>
<p>Se Giustina-Porzia è stata la prima donna avvocato, Atena è stata il primo giudice quando fonda nell’Areopago il Tribunale dove svolgere il processo contro Oreste che ha ucciso sua madre Clitennestra e il suo amante Egisto, ponendo fine alla giustizia del taglione e trasformando le Erinni in spiriti benevoli. Tutto ciò non farebbe pensare ad un tratto femminile intrinseco nel diritto? Infatti, Giorgio Galli in un saggio davvero interessante, <em>Cromwell e Afrodite. Democrazia e culture alternative</em> (1995) coglie un nesso costante tra la nascita delle forme della democrazia e i movimenti femminili, le resistenze nei confronti delle une sono state accompagnate dalla repressione di questi ultimi. Un esempio su tutti si ha nel XVII secolo quando la Rivoluzione inglese (atto fondativo della democrazia moderna) è anche il periodo della grande caccia alle streghe.</p>
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]]></content:encoded>
					
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		<title>Una fame che non c’era stata</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/17/una-fame-che-non-cera-stata/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2026 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[daniele macuglia]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Daniele Macuglia</strong><br />
Il furgone non portava farina. Lo si caricava prima che il sole rendesse l’aria difficile da respirare: la bilancia appesa al treppiede, il metro per la mezza apertura delle braccia, le scatole delle fettucce e i moduli.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_121725" aria-describedby="caption-attachment-121725" style="width: 2560px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-121725" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Immagine_Una-fame-che-non-cera-stata-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="1707" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Immagine_Una-fame-che-non-cera-stata-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Immagine_Una-fame-che-non-cera-stata-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Immagine_Una-fame-che-non-cera-stata-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Immagine_Una-fame-che-non-cera-stata-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Immagine_Una-fame-che-non-cera-stata-1536x1024.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Immagine_Una-fame-che-non-cera-stata-2048x1366.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Immagine_Una-fame-che-non-cera-stata-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Immagine_Una-fame-che-non-cera-stata-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Immagine_Una-fame-che-non-cera-stata-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Immagine_Una-fame-che-non-cera-stata-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Immagine_Una-fame-che-non-cera-stata-1920x1280.jpg 1920w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /><figcaption id="caption-attachment-121725" class="wp-caption-text"><a href="https://www.pexels.com/photo/ink-spots-on-wrinkly-paper-10526889/" target="_blank" rel="noopener">Fotografia di Ron Lach, da Pexels</a></figcaption></figure></p>
<p>di <strong>Daniele Macuglia</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">La fame è la condizione di alcune persone che non <em>hanno</em> abbastanza da mangiare. Non è il fatto che non <em>ci sia</em> abbastanza da mangiare.<br />
— Amartya Sen, <em>Poverty and Famines: An Essay on Entitlement and Deprivation</em>, Oxford: Clarendon Press, 1981, p. 1<br />
(traduzione dell’autore; corsivi nell’originale)</p>
</blockquote>
<h2>Mandato</h2>
<p>Il furgone non portava farina. Lo si caricava prima che il sole rendesse l’aria difficile da respirare: la bilancia da campo, il metro per la mezza apertura delle braccia, le fettucce e i moduli. La statura, ai vecchi, non la prendevamo in piedi: la schiena, passati certi anni, non rende più l’altezza che è stata, e allora la si ricavava dal braccio teso di lato, che invecchia più lentamente della schiena, leggendo dall’incavo della gola fino alla punta del dito medio. La prima volta che entrai in una tenda con quegli arnesi addosso, una donna mi guardò le mani per capire che cosa portassi. Vide il metro e la fettuccia, e abbassò gli occhi. Avevo in tasca il manuale, in inglese, stampato chissà dove e uguale in ogni campo del mondo, e in quel manuale ciò che a quella donna stava accadendo aveva un nome esatto, lo stesso che in quel momento un altro come me scriveva sotto un altro telo, a migliaia di chilometri; una parola che a lei non sapevo dire, perché per la fame le lingue che si parlano nelle tende hanno molti nomi, e nessuno era quello. La sapevo soltanto segnare nella casella giusta. Avevo studiato a Khartum e fatto i corsi; sapevo l’inglese che si scrive nei rapporti. Ero del Darfur, e questo mi serviva per le parole che la gente si diceva nelle tende, non per la firma in fondo alla scheda, che restava identica a quella di un caposquadra venuto da fuori. Ci avevano mandati a raccogliere una prova. Correggo, perché la parola è importante e voglio scriverla giusta: non andavamo a raccogliere una prova, andavamo a vedere se una prova si potesse raccogliere. Non andavamo a sfamare nessuno. A mandarci era un’organizzazione che teneva i suoi uffici a Roma, e per una volta voleva sapere che cosa la fame facesse ai vecchi, che le altre rilevazioni non contavano: si misurano i bambini e le madri, e i vecchi restano fuori. Da qualche centinaio di anziani sarebbe uscita una cifra, e da quella cifra una percentuale; ma la parola grande, quella che dichiara la carestia di un posto, non si pesava sui vecchi, e la nostra percentuale, a Roma, sarebbe finita in coda a un rapporto che nessuno aveva fretta di riaprire. Mezzo milione di persone, a Zamzam. Alcune erano lì da vent’anni, da quando il campo era nato, una guerra prima di questa, e nel tempo gli erano cresciuti intorno mercati e scuole come a una città vera; altre erano arrivate nelle ultime settimane, in fuga dai combattimenti, e dormivano dove trovavano. Nel mio conto erano la stessa cifra. Circa quindici chilometri più a nord c’era El Fasher, e fra noi e la città passava il fronte: di là restavano il grande mercato del grano e la pista degli aerei, e non potevamo raggiungerli. A scuola ci avevano insegnato che da El Fasher, un tempo, un sultano governava il Darfur tenendone i registri, e ce lo insegnavano come una cosa finita molto tempo prima. Di quei registri non avevo mai visto una pagina; e pensai, aspettando una mattina a un blocco, che la sede da cui una volta si teneva il conto di tutto era là, a una quindicina di chilometri, chiusa nel suo assedio, e che noi eravamo venuti a tenere il conto del campo che le stava sotto, dove non arrivava più nessun registro; e che anche le nostre schede, prima o poi, sarebbero diventate altrettanto introvabili, e qualcuno, molto dopo, avrebbe imparato a scuola che un tempo, lì sotto, si era tenuto il conto di una fame. Ogni mattina, per entrare in un settore, si contrattava il passaggio. Lo facevo io, perché mandare avanti una delle donne a parlare con quegli uomini non si poteva. Stavo davanti a un ragazzo con il fucile, gli dicevo chi eravamo e dove dovevamo arrivare, lui guardava il furgone e non me, e a un certo punto si scostava dalla strada, o non si scostava. Al pomeriggio la strada si richiudeva a un’ora che nessuno annunciava e che imparavi a leggere da come, ai blocchi, smettevano a un tratto di rispondere. Quello che restava fuori da quell’ora restava fuori. Da alcuni di quei settori—quelli in cui non ci avevano lasciato entrare, o che l’ora aveva chiuso—la mattina dopo saliva il fumo e non veniva alcun suono. Lì si moriva almeno quanto dove arrivavamo noi, soltanto che lì non lo contava nessuno.</p>
<h2>Il campionamento</h2>
<p>Per dire qualcosa dei vecchi di un campo se ne misurano qualche centinaio. Non si sceglie chi sembra più magro: sarebbe il modo più rapido per avere il numero che si teme, e il più disonesto. Si sceglie a caso, per gruppi di tende che il programma chiama grappoli, perché il caso, almeno in teoria, non sa chi favorire. Questo è il mestiere fatto come si deve, e ci credo ancora. Prima ancora di misurarlo, di un vecchio bisognava sapere l’età: dai cinquant’anni in su entrava nel conto, sotto no; la soglia l’aveva fissata il protocollo apposta per questi campi, ché la vecchiaia, da queste parti, comincia presto, e chi aveva compilato quella riga lo sapeva. Carte non ce n’erano quasi mai. Allora lo chiedevo a chi avevo davanti, o a chi stava lì intorno—c’era già, all’anno della grande fame? e al tempo degli inglesi, era nato?—e tenevamo un foglio con gli anni in fila e accanto, a ogni anno, ciò che in quell’anno era successo. Vicino a quasi ogni riga c’era una cosa che aveva bruciato o che era mancata, e le righe dei più vecchi scendevano fino agli anni in cui erano arse o mancate cose che io conoscevo soltanto dai racconti. Gli davamo un’età misurandola dalle carestie che aveva già attraversato. Hiba misurò la prima vecchia dell’ottavo grappolo. Le tese prima il braccio di lato. Era la sola parte di lei che avesse conservato la lunghezza di un tempo, e la statura che ne ricavammo fu quella della donna che era stata, non di quella che ci stava davanti; di questa il corpo diceva soltanto di quanto si fosse consumata. Solo dopo le girò intorno al braccio, a metà fra la spalla e il gomito, la fettuccia, una striscia di plastica graduata, e mi disse centocinquantotto millimetri. Ripetei la cifra ad alta voce, perché i numeri si ripetono prima di scriverli. La donna teneva il braccio fuori dalla veste perché Hiba lo misurasse, la mano ferma, e guardava la fettuccia come si guarda una cosa che si lascia fare senza capirla; non so che cosa aspettasse. Centocinquantotto, in una donna ridotta così, voleva dire un corpo che aveva consumato quasi tutto; ma dove per un bambino la linea cadeva nello stesso punto in tutto il mondo, e sotto la linea un nome, per i vecchi le linee c’erano soltanto nei manuali, che le tracciavano in punti diversi e non s’erano mai messi d’accordo, e lei stava sotto tutte, anche la più bassa. Caso grave, dunque, qualunque linea si scegliesse, e la gravità fruttava almeno una nota in fondo alla scheda, perché dal centro venissero a prenderla; quello che nessuna linea poteva fare, per quanto in basso la si tracciasse, era pesare sulla parola grande. E nei giorni in cui i gravi erano più dei posti al centro, chi segnalare per primo lo decidevamo a occhio. Lo scrissi, e mentre lo scrivevo lei smise di essere la donna dal braccio scoperto e diventò una frazione di quel mezzo milione, un braccio per le migliaia che non avremmo toccato. Poi disse piano una parola, a se stessa più che a noi. La conoscevo: me la diceva mia nonna, che di questa donna avrebbe avuto l’età, in un Darfur che non era ancora questo, mentre il bastone girava nella pentola e l’<em>asida</em> di sorgo si addensava. <em>Sabr</em>. Abbi pazienza. Quello che quella parola le costava non era cosa mia; sapevo soltanto che quella parola la conoscevo, e che lì, con la scheda in mano, conoscerla non mi serviva a niente. Una volta un vecchio disse di no. Samia gli spiegò che era soltanto una misura; lui tenne il braccio sotto la veste e non lo scoprì. Samia abbassò la fettuccia e non insistette, e restammo così un momento, io con la scheda, lei con la striscia arrotolata in mano, lui che guardava la parete di tela. Su quel braccio, poco sopra il punto dove la fettuccia si chiude, le persone della sua età portano spesso la stessa cicatrice tonda, il fiore lasciato dall’ago che tanti anni prima era passato di tenda in tenda a vaccinare contro il vaiolo, un male che oggi non esiste più: l’unica volta che da fuori erano venuti a quel braccio per lasciare qualcosa, e non per prenderne un numero. Quel fiore non me lo mostrò. Segnai <em>rifiuto</em>. Nel conto pesava come una tenda in cui non eravamo entrati, ma lui restava vivo, fuori dalla percentuale; e quella sera mi pesò meno degli altri vuoti, e non so se fosse giusto. Del resto, non tutte le braccia si stendevano fino in fondo: una donna aveva il gomito irrigidito, e il braccio non arrivava dove il metro lo voleva. Per quel caso il modulo aveva la sua casella, <em>misura non valida</em>, e io non la usai: il pezzo che mancava lo aggiunsi a mente e lo scrissi come se l’avessi letto. Quella misura me la porto ancora, perché non saprò mai se la statura che le ho dato era la sua o quella che mi serviva per chiudere la riga. La sera ricontrollavo le schede del giorno. Verso le ultime ore troppe misure finivano per zero e per cinque: la mano, dopo troppe ore e con quel caldo, smetteva di leggere il millimetro esatto e arrotondava. Il programma aveva un punteggio per quello, e con un punteggio abbastanza brutto il coordinamento poteva rimandarci indietro, a rifare il grappolo. Ma tornare voleva dire riattraversare il blocco, che non si riapriva due volte nello stesso giorno; così certe giornate restavano come erano, con i loro zeri e i loro cinque di troppo, e io le firmavo sapendo che erano sbagliate, ma non di quanto: il millimetro esatto, ormai, non lo sapeva più nessuno. C’era un controllo anche dall’altra parte: le misure troppo lontane da tutte le altre il programma non le cancellava, le segnava, perché una misura così estrema era più probabilmente uno sbaglio—una mano che aveva letto male, o una cifra battuta storta—che il segno di un corpo ancora in vita, e per ognuna chiedeva di tornare alla scheda, e se non bastava alla tenda, a controllare. La regola era buona, teneva gli errori fuori dalla prova; solo che alla tenda non si tornava quasi mai, e all’analisi, se nessuno era riuscito a verificarle, le misure segnate restavano fuori, e un vecchio arrivato davvero a quel punto e una mia svista, sulla riga, diventavano quasi la stessa cosa: un numero che non si riusciva a credere. Quando riguardavo una misura segnata, non sapevo mai se avevo davanti un mio errore o qualcuno che il metodo si rifiutava di credere vivo.</p>
<h2>Le tre soglie</h2>
<p>Le soglie che decidevano la carestia non erano le mie, anche se due delle tre passavano pure dai nostri moduli, in coda alle misure. Erano tre, e le ripetevamo sempre nello stesso ordine: prima i bambini, poi le case, poi i morti. Tre bambini su dieci troppo magri, una casa su cinque con la pentola vuota, e i morti, che si contavano in un altro modo: così le dicevamo fra noi, per tenerle a mente, e il manuale le diceva più lunghe. Dentro le tre soglie la mia gente c’era e non c’era: i vecchi mangiavano nella conta delle case e morivano nella conta dei morti, ma in nessuna delle tre entravano da vecchi; la loro fame, presa sul braccio, non faceva soglia e non spostava la carestia di un millimetro, e li misuravo lo stesso. C’era un segno che aveva una casella tutta sua, e che nei vecchi tornava spesso e diceva meno chiaro che nei bambini. Premevi i pollici sul dorso dei piedi, uno per piede, e contavi fino a tre; se, tolte le dita, la conca restava e tardava a riempirsi, era l’acqua sotto la pelle, e quella conca bastava da sola: caso grave, qualunque cosa dicessero la bilancia e la fettuccia. Da dove venisse, l’acqua, la casella non lo chiedeva—dalla fame arrivata al punto in cui invece di consumare gonfia, o dal cuore stanco, o dai reni—e il medico che avrebbe saputo distinguerle stava di là dal fronte. Hiba misurò una donna che le altre dicevano ancora in carne, il viso pieno, e nei piedi le restò la conca dei suoi pollici per tutto il tempo che ci misi a scriverlo. La bilancia, di lei, diceva un numero tranquillo, e a tenerglielo tranquillo era la stessa acqua che le gonfiava i piedi: il peso le cresceva proprio di quello che la stava consumando. Quello che restava in certe case lo riferivano le donne della squadra, e qualche volta lo vedevo io. Una madre mostrò a Samia il sacco da cui prendeva da mangiare: <em>ambaz</em>, il panello che resta quando dai semi hai spremuto l’olio e che si dà alle bestie. Prima lo raccoglievano per terra ai margini del mercato e non costava niente; poi qualcuno aveva cominciato a venderlo, e ormai lo pagavano a peso. Lo cuocevano a lungo perché smettesse di sapere di mangime. Lo scrivemmo anche questo: una crocetta nella casella che chiedeva come le famiglie si arrangiassero contro la fame. La casella per l’<em>ambaz</em> c’era; il sapore che restava in bocca non aveva nessuna casella. E i morti: più di due ogni diecimila persone, ogni giorno, purché fossero morti che la guerra non aveva toccato, perché il modulo distingueva, i morti ammazzati si segnavano e poi si toglievano dal conto della fame, che vuole soltanto i suoi, e tutti gli altri il conto li teneva, anche quando la causa non si riusciva a stabilire. Quello non si misurava con la bilancia; si andava tenda per tenda e si rifaceva la famiglia com’era stata alla fine di Ramadan, chi c’era allora e chi c’era adesso, chi era arrivato, chi se n’era andato, chi era nato; e per ognuno che mancava il modulo aveva una riga intera, il nome, gli anni, il come e il dove, e da quelle righe, pesate sui giorni che ciascuno aveva passato nel campo, usciva la velocità con cui la fame, e ciò che alla fame teneva dietro, se li portava via mentre noi eravamo lì a contarli. La riga dunque c’era, e c’era perfino il nome; era la sera, quando le righe diventavano la somma da dettare, che i nomi cadevano, e dei morti restava un numero al giorno ogni diecimila vivi. C’era una cosa di cui non parlavo con nessuno. Lo stesso anziano lo si poteva misurare in due modi—la fettuccia al braccio, oppure l’indice ricavato dalla mezza apertura delle braccia e dal peso—e i due modi, in un corpo vecchio, quasi mai dicevano la stessa cosa: la fettuccia misurava quello che al braccio restava, l’altro dipendeva da un peso che l’acqua poteva alzare e da braccia che non si stendevano più dritte. A Roma, però, andava una percentuale sola, e quale dei due modi dovesse valere l’aveva deciso il protocollo prima che vedessimo un solo vecchio; l’altro restava nelle colonne dietro, con tutte le volte in cui aveva detto una cosa diversa. Della stessa fame esistevano due nomi. Dentro una tenda non li usava nessuno: si diceva che non c’era farina, che l’<em>ambaz</em> era finito, e che qualcuno non si alzava più. <em>Carestia</em> cominciava più lontano, quando abbastanza tende diventavano un’area; <em>catastrofe</em> era il nome che restava addosso a una famiglia sola; chi stava nella tenda non aveva bisogno di nessuno dei due.</p>
<h2>La voce di Roma</h2>
<p>A sera chiudevo i conti e collegavo il telefono satellitare. Leggevo le cifre dei miei vecchi a una voce che stava a Roma, in uno di quegli edifici dove arrivano, una sopra l’altra, le fami di mezzo mondo. La parola non usciva da quella stanza: quella la pesava altrove un comitato indipendente, una procedura fatta da gente che non avrei mai sentito, e la pesava sui bambini e sulle case e sui morti, non su chi misuravo io. Quella stanza riceveva e archiviava. Ma era il primo orecchio fuori dal campo, e di notte bastava quello. Io ero al buio quasi sempre, perché la corrente se ne andava presto e il caldo del giorno restava sotto il telo per ore; di là dal filo, nello stesso momento, c’era una stanza con la luce accesa. La voce pronunciava il nome del campo con l’accento sulla sillaba sbagliata, sempre la stessa. Sotto le parole c’era un rumore di tastiera, e a volte diceva, ripeta, prima che avessi finito, perché stava scrivendo e io andavo più svelto della sua mano. Leggevo numeri e qualcuno, di là, li ricopiava; e fra il mio foglio e il suo c’erano quasi tremilaquattrocento chilometri e nessun ostacolo. Quello che a noi era proibito attraversare di giorno—le strade coi loro blocchi, e il fronte—il numero lo passava di notte, e arrivava a El Fasher, e oltre, fino alla pista, dove noi non saremmo mai arrivati. Una volta sola, a metà di una cifra, la voce si fermò. Per un attimo parve volesse dire qualcos’altro, una domanda, o forse soltanto un saluto. Poi tornò indietro e ripeté la cifra dal principio. Quell’esitazione di un secondo, in una voce che non commentava mai, me la ricordo più di tutto il silenzio che di solito veniva da quella stanza.</p>
<h2>Le aree non raggiunte</h2>
<p>Andavamo nel campo da sei giorni quando, una mattina, la strada si chiuse prima del previsto, mentre eravamo a metà di un grappolo. Mancava un’ora al coprifuoco che nessuno dichiarava. La squadra era stanca, l’autista aveva già girato il furgone nel verso del ritorno, e al blocco un ragazzo con il fucile aveva smesso di rispondere. Fui io a decidere che il grappolo si chiudeva lì. Nessuno mi obbligò, ed era la decisione giusta: trattenere la squadra oltre quell’ora voleva dire rischiare i vivi che avevo con me per finire di misurare chi, là dentro, forse non lo era già più. Raccogliemmo la bilancia e le fettucce, e le schede le contammo a metà. Scrissi <em>non raggiunto</em>. Non scrissi che dal settore, quella mattina, era salito il fumo. Il metodo aveva un nome perfino per il settore in cui non eri entrato—lo chiamava <em>non raggiunto</em>, e il suo vuoto<em> dato mancante</em>—e non lo trasformava in niente; aveva perfino le riserve, grappoli estratti in anticipo e tenuti da parte per quando una strada si chiudeva, come la ruota di scorta nel furgone. Nessuno scriveva zero morti là dentro; dirlo sarebbe stato falso, e non voglio comprarmi la coscienza a così poco prezzo. Il settore entrava nel rapporto con il suo nome e con la stima di quanta gente ci vivesse, e da lì in avanti ogni nostro numero valeva per un campo un poco più piccolo del campo vero; pesare come un esito, però, non poteva: nessuna delle sue tende entrava nella prova e, dentro il numero finale, non spostava una soglia di un millimetro. Il campo, intanto, non taceva mai; da certi settori semplicemente non arrivava nessun dato, e l’assenza di un dato, sulla mappa, restava bianca. Quel bianco lo facevamo noi, che misuravamo con cura tutto quello che gli stava intorno. Quei settori non li ho mai visti da dentro; li ho visti dalla strada, mentre tornavamo, file di teli che continuavano oltre il punto in cui ci era stato detto di fermarci, e il fumo che si alzava più in là, sempre alla stessa ora. Non sapevo da che cosa venisse. Di quei settori avevamo soltanto i numeri di popolazione, stimati prima della guerra, e quante di quelle persone fossero ancora vive non lo sapeva nessuno.</p>
<p>La parola arrivò davvero, settimane più tardi: un comitato indipendente riesaminò i numeri e scrisse che nel campo a sud di El Fasher la carestia era presente con ragionevole evidenza. Ragionevole, non solida: le prove bastavano per due delle tre soglie, e la terza si resse su tutto quello che si era riusciti a vedere, da vicino e da lontano, compreso il cimitero accanto al campo, che nelle fotografie dal satellite continuava ad allargarsi. Quel giorno io ero già in un altro campo, e lo lessi in una riga d’agenzia. Ma non cercavo questo, nella riga. Cercavo gli altri due campi, quelli per cui non si era riusciti a chiudere nessun conto. Erano lì, in fondo: le condizioni vi erano probabilmente simili, diceva, ma mancavano i dati sugli esiti e non si sapeva più con sufficiente certezza quanta gente vi abitasse; perciò non concludeva. Quella prudenza, che dentro il metodo era una virtù, fuori li lasciava dove la guerra li aveva messi. La loro gente continuava a morire, e di quella morte restava, in fondo a un rapporto, una stima fra parentesi. Una fame che, per il mondo, non c’era stata.</p>
<h2><span lang="DE">Note</span></h2>
<p>In fondo a ogni scheda c’è uno spazio per le note. Serve a segnalare i casi gravi, quelli da mandare subito al centro, che sta dentro il campo e ha i letti contati: il numero della tenda e l’ora, perché qualcuno vada a prendere chi non si alza più. Quella sera, prima di collegare il telefono, cercai fra le scatole che viaggiavano ancora con noi una scheda di Zamzam, di un altro grappolo e di un altro giorno, e ritrovai una riga. Un uomo, a centocinquantasei: sotto tutte le linee che i manuali non si accordavano a tracciare nello stesso punto, e sotto la più bassa di tutte. La nota l’aveva scritta Hiba, di sua mano, con l’ora e il numero della tenda; la controfirma, in fondo, era mia. La scheda era ancora lì, con la sua riga e la sua data; di quell’uomo non sapevo altro, e ignoravo se fosse ancora vivo. Poteva darsi che quel rettangolo di carta fosse rimasto l’unico posto in cui di lui restasse qualcosa di esatto, il numero della tenda e l’ora; quello che di lui restava altrove, in chi l’aveva conosciuto, non era esatto, e non era mio da sapere. Quando l’avevamo scritta, sapevamo già che fra quella nota e quell’uomo c’era la stessa striscia di terra che ci fermava ogni mattina, e che sarebbe arrivata a Roma molto prima che alla tenda. Il dato è leggero, viaggia di notte. Il pane no. Nello spazio per le note non c’era un campo per la parola che la vecchia, quel giorno, aveva detto a se stessa. Non avrei saputo in quale lingua scriverla, e nemmeno in quale casella metterla, o a chi sarebbe servita. Restò fuori dalla scheda, con tutto il resto che la scheda non prevedeva. Poi composi il numero e cominciai a leggere le cifre. A un certo punto la voce di Roma, rifacendo la somma per controllo, disse un totale diverso dal mio; tornai alle righe, e lo sbaglio stava nel mio foglio, nella somma fatta al lume della torcia: barrai il numero con un tratto solo, che lo lasciava leggibile, scrissi accanto quello giusto e ci misi la sigla, come vuole il modulo, che non fa sparire nemmeno gli errori. Per un attimo, sulla linea, i due numeri furono veri tutti e due. Poi ne restò uno. Quella notte pensavo a uno di quei settori che avevamo lasciato bianchi sulla mappa, e che nel conto non pesava niente. Da qualche parte, là dentro, a quell’ora una vecchia diceva a se stessa di avere pazienza, di sopportare, in un posto dove non saremmo mai entrati. La stessa parola che diceva mia nonna, e per cui nessuna scheda aveva mai avuto una casella. Per i registri, lì, non stava succedendo niente che si potesse firmare. La scrivo qui.</p>
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		<title>Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera G &#038; H</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Aug 2026 05:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[abécédaire comique]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Ciacci]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Gelati]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120172" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2.png" alt="" width="1034" height="735" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2.png 1034w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-300x213.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-1024x728.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-768x546.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-591x420.png 591w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-150x107.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-696x495.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 1034px) 100vw, 1034px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong>effeffe</strong></p>
<p>Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.</p>
<p><strong>Abécédaire comique</strong><br />
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-122060" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/G.png" alt="" width="831" height="597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/G.png 831w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/G-300x216.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/G-768x552.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/G-585x420.png 585w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/G-150x108.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/G-696x500.png 696w" sizes="(max-width: 831px) 100vw, 831px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>GLENDA</strong></p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Alessandro Ciacci</strong></p>
<p align="justify">Non sto dicendo che da quando ho iniziato a esibirmi come comico mi capitano solo situazioni assurde e ai limiti del reale, ma in confronto a me un racconto di Kafka è la brochure di una spa rilassante. L&#8217;ultima disavventura mi è capitata a Rimini poco prima di uno spettacolo. Sono tutto concentrato in un training autogeno, roba da Actors Studio, che consiste nel tracannare ogni cosa contenga alcool io abbia a portata di mano, ivi comprese le boccette di igienizzante per le mani. Tutto concentrato, quando all&#8217;improvviso mi sento battere sulla spalla.</p>
<p align="justify">Primo pensiero: è la Vecchia Signora che mi dice: “È arrivata la tua ora”. Direte, la Morte!? Magari, la vecchia titolare del locale, sig.ra Scannapieco, che mi dà il “chi è di scena”. Ma lo fa brandendo una falce in mano.</p>
<p align="justify">Secondo pensiero: è la mia dignità. Sa cosa dirò e farò una volta salito su quel palco, per cui preferisce andarsene per avere un alibi. “Ciacci, vado a comprare le sigarette. In Guatemala, sotto falso nome”.</p>
<p align="justify">Terzo pensiero: è Penelope Cruz, si è scapicollata dalla Spagna, mi ha cercato disperatamente, è lì per dichiararmi il suo amore folle e darmi appuntamento alla Pensione Esedra, dopo lo spettacolo, per una notte di sesso selvaggio. Ma siccome di fianco a lei c&#8217;è Javier Bardem, per non farsi sgamare me lo comunica con il linguaggio navale delle bandierine. Sto per risponderle: “Aspettami a letto vestita solo della tua lussuria…”, quando mi giro e invece di Penelope mi trovo davanti&#8230; una sconosciuta.</p>
<p align="justify">Per età potrebbe essere mia madre, ha un sorriso da spot Colgate e mi dice: “Ti ricordi di me?” Fa quello che in gergo si chiama “Approccio Bill Cosby”. Penso: dovrei? Chi è? La rappresentante di una nuova droga dello stupro e sta facendo il test di efficacia? Mi vede in difficoltà “Davvero non mi riconosci?”, penso “Dove cazzo siamo, in una puntata dei Soliti Ignoti con Amadeus, quando la ordini su Wish?” E lei: “Sono Glenda”. Ora, l&#8217;unica Glenda che ho conosciuto in vita mia era un notorio mignottone con cui ho limonato selvaggiamente alla festa di Carnevale dell&#8217;autogrill Bevano Est nel 2009, ma dubito possa riconoscermi visto che indossavo la maschera da Jimmy Il Fenomeno.</p>
<p align="justify">“No&#8230; Glenda&#8230;<i> </i>la tua maestra dell&#8217;asilo”. Ho capito, la droga dello stupro me l&#8217;ha messa nel biberon!, era evidentemente l&#8217;extasy della Plasmon 0-6 anni, tagliata con merluzzo ricco di omega3. Confessa! Poi, un attimo dopo, mi viene in mente Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti. Simon “l&#8217;acchiappa-nazi” Wiesenthal. Lo Swiffer delle SS, “Il gerarca non dura/ perché Simon lo cattura”, un ebreo cazzutissimo che ha inseguito i nazisti per decenni, li ha trovati e mandati in galera perché pagassero per le loro colpe. La maestra Glenda soffre della sindrome di Wiesenthal? Forse 30 anni fa ho preso un peluche, non l&#8217;ho rimesso a posto e adesso è lì per farmela pagare? Le ho pestato il piede con il trenino e sono scappato senza soccorrerla? È per quella volta che ho fatto la spia a nascondino e ho detto dov&#8217;era nascosta Anna, l&#8217;amichetta che sul grembiule aveva il segnetto a forma di stella? No, niente di tutto questo. “Ho visto la locandina, ti ho riconosciuto sono qui per fare il tifo per te”.</p>
<p align="justify">Per un attimo ritorno il bimbo ribelle che ero e mi vien voglia di pulirmi la caccola con la manica della camicia, così a sfregio! Poi&#8230; la guardo negli occhi e mi prende una gran tristezza, una gran pietà per il merdone “formato: Pearl Harbor” che sta per pioverle addosso. L&#8217;ultima volta che la maestra Glenda mi ha visto ero timido, impacciato, evitato come la peste dai miei compagni, potevo essere l’ottavo nano: Schifalo. Paffutello, come quei puttini delle fontane che fanno il getto d&#8217;acqua dal pistulìno. 30 anni dopo sono il Venom di quel bambino, il suo ritratto di Dorian Gray custodito nella soffitta dell&#8217;aula verde, continuo a fare il getto dal pistùlo ma solo durante le gang bang.</p>
<p align="justify">Povera maestra Glenda, magari le rimane poco tempo da vivere e ha detto: “Voglio fare il bilancio della mia vita, sarò stata una buona maestra?” E si mette a cercare gli ex alunni per vedere cos&#8217;hanno combinato. Uno è diventato il più giovane presidente di Confindustria e se tanto mi dà tanto diventerà anche il più giovane inquisito per sfruttamento della prostituzione minorile, di Confindustria. Un&#8217;altra, ex ballo delle debuttanti, ex reginetta di bellezza, futura ex eroinomane ed ergastolo per infanticidio. Poi viene a vedere uno dei siparietti di Ciacci, che fa alla pubblica decenza e alla morale quello che hanno fatto le 7 piaghe all&#8217;Egitto.</p>
<p align="justify">Ha fallito la sua missione, spero che muoia. Non fraintendetemi, che decida volontariamente di farsi fuori. Magari con i leoni. Tipo gladiatori, Moritura te salutat! E si fa sbranare da un leone. Solo che a Rimini dove lo trovi un leone?, la bestia più feroce è tutt&#8217;al più il buttafuori del Cocoricò. Oppure con la capsula di cianuro. Come i nazi, che si impiantavano la capsula di veleno nei denti per non farsi prendere vivi. Si alza durante lo spettacolo: “Ciacci, il bis vieni a farmelo all&#8217;inferno!”. Ma a Rimini dove lo trova il cianuro? Al massimo una capsula di squacquerone andato a male. Quello che ci vuole è una katana, un hara kiri come ai vecchi tempi, così se ne va in modo onorevole. Però è pur sempre una maestra d’asilo, quindi sarà una katana con la punta arrotondata, che è un casino poi per squarciarsi…</p>
<p align="justify">O magari chissà, anche lei si sentirà battere sulla spalla ed è Javier Bardem, che le dice: “Ti aspetto tra 5 minuti per una partita a strip-uno due tre stella, alla Pensione Esedra.”</p>
<p style="text-align: center;"><strong>GOODBYE ENGLISH ROSE</strong></p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Il bacino della Principessa si inarcava sempre di più, colpito dalle scariche elettriche che le procuravano le leccate attente di Michele, la cui testa era oramai scomparsa sotto la gonna del vestito in velluto blu, confezionato per Sua Altezza Reale da Giorgio Armani in persona. Michele era venuto dieci minuti prima, ma non volendo congedarsi da Diana senza averla soddisfatta, si era prestato a quella sessione di sesso orale con l’abnegazione e l’onore che ogni suddito del Regno ci avrebbe messo. Certo, lui non era cittadino britannico, ma Diana era la Principessa del popolo, la Principessa di tutti. Da un po’ ti tempo, in effetti, più sua che di altri… Sembravano passati pochi giorni dal loro primo incontro al Gran Gala del GP di Monaco. Sguardi complici, una coppa di Cristal: un’ora dopo si rotolavano nudi su un letto coperto di pellicce costose. A questo ripensava Michele mentre, con le ultime linguate, riceveva l’orgasmo della Principessa dritto in faccia. Diana si alzò dal letto, tirò su le mutandine di pizzo e, giunta alla porta, lo baciò. “A domani Micky”, disse. Salì su un&#8217;auto e scomparve nella notte. “A domani Diana”, bisbigliò Michele. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Al mattino si risvegliò nel proprio letto, bagnato. Dopo settimane in cui lui e Diana non avevano saltato una notte, si era ormai abituato a quelle polluzioni notturne. Si alzò e scese in cucina da Marta. A breve avrebbero festeggiato un anno di matrimonio, ma da quando lui aveva iniziato quella tresca onirica, qualcosa aveva iniziato ad incrinarsi. Michele evitava lo sguardo della moglie per timore che gli leggesse in volto l&#8217;infedeltà. Alla tv, il telegiornale riportava che Re Carlo sarebbe presto giunto in visita in Italia. Gli faceva uno strano effetto vedere quell’uomo, dalla cui versione giovane stava attento a non farsi scoprire di notte, essere adesso coperto di rughe e sposato con Camilla. Allo stesso modo lo colpiva vedere i Principi Harry e William ormai uomini, privilegio di cui Diana non aveva potuto godere. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Marta qualche sospetto lo aveva. Alla freddezza mattutina, il marito alternava vari regali a sorpresa. Questo accadeva dopo le notti più infuocate, quando la Principessa, al culmine dell’eccitazione, gli faceva giurare che sua moglie era solo un ostacolo insignificante. Michele rispondeva “Sì” a tutto, ma il giorno dopo portava fiori alla moglie per pulirsi la coscienza; poi di sera, le si rifiutava per conservare libido. Una notte, svegliatasi, Marta notò l’erezione di Michele spingere contro il pigiama. Decise di accoglierla in bocca per fargli una sorpresa. Michele, che in sogno era al Ritz di Parigi intento a farsi servire da Diana, si svegliò venendo. Vedendo la moglie anziché la Principessa, cacciò un urlo che quasi la fece soffocare. Ci volle molto tempo per persuaderla che fosse stato solo uno spavento da risveglio improvviso, e ancor di più per farsi perdonare da Diana per l’improvvisa sparizione.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Una sera andarono letto presto (per Michele, da sempre animale notturno, ormai una nuova e piacevole abitudine) e si addormentarono all’unisono. Quella notte, Marta sognò di essere a Londra. Visto il marito sul marciapiede opposto a Carnaby Street, lo seguì in taxi fino a un motel di Brixton. Dette una mazzetta al concierge e salì fino alla stanza indicata. Accostò l’orecchio alla porta e sentì la spalliera del letto battere contro il muro, i versi animaleschi di un uomo in amore e la voce di una donna gridare in estasi: “Oh Mickey! You are the King!”. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">“Ho sognato che mi tradivi”, ghignò Marta al mattino. Nei giorni successivi calò un gelo tagliente. Michele, terrorizzato dal pensiero di perderla, cercò di intavolare conversazioni ma trovava un&#8217;armatura di mutismo. Per la prima volta da mesi tentò di restare sveglio la notte bevendo caffè di nascosto. Marta intanto passava il tempo sparandosi una maratona in tv. Ironia della sorte, era </span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><i>The Crown</i></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;">. Dopo l&#8217;ennesima lite furibonda in cui lui negò tutto, andarono a letto. Michele sognò. Ritrovò Diana in una camera parigina e trovò il coraggio di dirle che dovevano chiudere. La Principessa accolse la scelta con triste ed inevitabile consapevolezza. Fecero l’amore un’ultima volta, con la passione tipica degli addii, poi si congedarono, stavolta per sempre. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Michele proseguì passeggiando per le vie notturne di Parigi, la testa carica di pensieri. La sua concentrazione fu spezzata da un gran passare di volanti e ambulanze sfreccianti a sirene spiegate verso il tunnel del Pont de l’Alma. I suoni del sogno si mischiarono con la realtà, e Michele si svegliò ai trilli della sveglia del cellulare. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Confuso, si girò verso il letto, ma Marta non c’era. La cercò in cucina, in bagno, in salotto e nel ripostiglio, senza trovarla. Si affacciò alla finestra del cortile per controllare se fosse fuori. Stava per richiuderla quando il suo sguardo si posò sulla loro auto parcheggiata in giardino: una Fiat Uno bianca, con la fiancata completamente graffiata e macchiata di nero. </span></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-122061" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/H.png" alt="" width="831" height="597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/H.png 831w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/H-300x216.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/H-768x552.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/H-585x420.png 585w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/H-150x108.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/H-696x500.png 696w" sizes="(max-width: 831px) 100vw, 831px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>HO MOLTI AMICI BAMBINI</strong></p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Alessandro Ciacci</strong></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="color: #222222;">In piena pandemia Satana mi induce in tentazione con una telefonata. </span><span style="color: #222222;">È</span><span style="color: #222222;"> Paola, un&#8217;amica maestra elementare, che mi dice: “Abbiamo una collega in maternità: ho pensato a te per la classe terza, ti va di fare il maestro?”</span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="color: #222222;">Parliamone. </span>Non ho niente contro i bambini, ho molti amici bambini, non solo: ho 5 nipoti fichissimi, con cui passo un sacco di tempo: mi tengono compagnia quando sono sul vasino per la pupù, mi leggono il sonetto della buonanotte del Petrarca, mi fanno l&#8217;aeroplanino quando non voglio bere un mojito. Ma sempre attenti a non viziarmi troppo, se faccio i capricci a letto senza maratona di film di Kaurismaki.</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;">Amo i bambini sono fighissimi, è quel genere di persone che riesce a convincere un t-rex di gomma a farsi chiamare Squeeshy e mangiare i broccoletti. Putin? Mandiamogli mia nipote: non solo lo convince a fare pace-pace-mille-patate con l&#8217;Ucraina, ma tempo mezz&#8217;ora e lo troviamo insaccato in un pigiamino a mangiare marsh mallow e guardare Masha e Orso.</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="color: #222222;">Non ho niente contro i bambini, ma non posso trascurare un piccolo dettaglio, da anni pago l’affitto esibendomi in pubblico con dei monologhi che bloccherebbero la crescita a un esorcista idrofobo, una pacatezza di contenuti che sembra la fusione tra uno scaricatore di porto e Er Monnezza, quindi: quale persona sana di mente affiderebbe a me l&#8217;educazione del proprio pargoletto: se avete visto Gomorra, farei sui bimbi lo stesso effetto dell’Honduras su Jenny Savastano, prima degli angioletti innocenti, un po&#8217; tontoloni con i boccoli biondi, due ore con me il giovedì mattina e tornano a casa con la cresta da moicano e il machete nell&#8217;astuccio Invicta.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="color: #222222;">Eppure mi chiedono di diventare </span>“Il maestro Alessandro”, che fa molto Rai Fiction, un parto del demonio a puntate con protagonista Gassmann. <i>Prossimamente su Rai 1&#8230; “Il maestro Alessandro”,</i> con tanto di maglione griffato Caritas, col suo colorino cancrena fluo, morbido come la selce. Che non sai se deve spiegarti i congiuntivi o fare il sosia di una pietra abrasiva anticalli. Già mi vedo, ad ogni puntata, spiegare uno dei 7 re di Roma per motivare una classe di casi umani con la stessa emotività di un narcos di Sinaloa. <i>“</i>&#8230;vedete quindi, fanciulli, come Numa Pompilio ci insegna che le tempeste permettono agli alberi di mettere radici più forti. Ed ora da bravo piccolo Max, restituisci il pancreas che hai staccato a morsi all&#8217;amichetto Filippo.</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="color: #222222;">Dico, ci penso, Paola. Ci penso quei 7 secondi che separano uno stipendio fisso da un mutuo sulla casa e accetto il compromesso di vivere una doppia vita, Mago Zurlì la mattina, Charles Manson la sera. Che tipo di insegnante sarò? Anticonvenzionale, certo, gli faccio dire le parolacce, partiremo dalle basi, dal vero ABC (Alcool, Battone e Crack), ma sempre molto attento a farmi rispettare. Mi piazzo quindi tra il Robin Williams dell&#8217;Attimo Fuggente e Stalin: perché sì, in piedi sui banchi, carpe diem, ma la terza volta che ti riprendo perché chiacchieri ti sbatto in Siberia.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="color: #222222;">Vengo nominato maestro di italiano e storia, ottimo. Italiano già me lo vedo, </span>un bel corso monografico su Dante, la Divina Commedia versione bambini. Invece di Paolo e Francesca, Anna e Elsa di Frozen. Al posto di Lucifero quello di Cattivissimo me, che si puccia i Minions nel latte e Nesquik prima di mangiarseli. Invece dei diavoli, i Pokemon: un bel Pikachu incazzoso che scarica 3000 volt di corrente nel girone di quelli che hanno fatto la spia a nascondino.</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;">No, mi dicono, niente Dante, il programma prevede le vocali. a e i o u. Y solo in certe ricreazioni ad alto tasso alcoolico, dopo un&#8217;overdose di Tegolini.</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="color: #222222;">Arriva il primo giorno, chiedo ad ognuno di presentarsi. “Tu, come ti chiami signorina?” e la bimba: “Mia mamma dice che non devo parlare con gli sconosciuti&#8230;”. Il battutista in me vorrebbe uscirne bene, schiacciarla sotto il peso di un&#8217;arguzia, e risponderle: non sono uno sconosciuto, chiediglielo pure a tua mamma, sono quello che passa a trovarla tutti i giovedì in tangenziale&#8230; Ma ahimè l&#8217;umorista deve ingoiare il rospo e lasciar fare al maestro: “Ma no dai, è solo il primo giorno, è per conoscerci&#8230;” “Puoi chiamarmi Trisha, quello vero non te lo dico per tutelare la mia privacy&#8230;”. Va bene, raccontami qualcosa di te. Lei, giuro: “Non mi piace leggere. Mi piace il bubble tea. Mi piace molto fare i lavoretti con le mani.” Una frase che è un po’ la mia madeleine proustiana </span>e mi riporta a un tempo perduto tra regine del massaggio prostatico e impenitenti amazzoni del lingam. <span style="color: #222222;">Mi immagino davanti a quella affermazione con sta stessa faccia di Andreotti quando ha avuto lo schioppone dalla Perego. IN CHE SENSO LAVORETTI CON LE MANI?! </span>Per fortuna uno dei maschietti viene in mio soccorso, per solidarietà, e dice: “Maestro, lavoretti con le mani tipo origami. Purtroppo.”</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;">Questo, a dimostrazione solo ed esclusivamente della differenza <span style="color: #222222;">abissale </span>tra ieri, quando ero io alle elementari e oggi, una differenza evolutiva, noi eravamo australopitechi, accendevamo il televisore sfregando il telecomando, oggi invece sono sapiens sapiens con i pollici opponibili, che gli permettono contemporaneamente di interagire su Twich con uno, e con l’altro accendere lo Zippo per scaldare l&#8217;eroina.</span></p>
<p style="text-align: center;"><strong>HOTEL CALIFORNIA</strong></p>
<p style="text-align: center;">di<strong> Lorenzo Catalini</strong></p>
<p align="right"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">20 luglio 2026</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Ieri notte sono rientrato a casa alle tre del mattino. Stamattina, fresco come una rosa, ho iniziato un nuovo lavoro: libraio.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Mi hanno fatto indossare una divisa, una polo con su scritto il nome della libreria. È scomodissima. A fine turno mi accorgo di averne indossata una da donna. </span></p>
<p align="right"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">21 luglio</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Ho parlato per la prima volta con un oggetto. Ho detto “che bravo che sei” ad un mobiletto. Non ricordo cosa il mobiletto avesse detto o fatto per meritarsi il complimento. Un paio d’ore dopo, alla ricerca di una scala, ho ben pensato di chiamarla: “Scalaaaa! Squit squit”, come fosse uno scoiattolo. Ci ho messo due giorni soltanto a rincoglionire. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Mi cade l’occhio su “Acciaio”, di Silvia Avallone. L’ho letto a quindici anni. Lo ricordo con affetto, un po’ perché è ambientato a Piombino, nelle mie zone, e un po’ perché, da ragazzo, lo usavo per masturbarmi; in particolare lo facevo su un passaggio in cui le due protagoniste adolescenti si spogliano in bagno lasciando aperta la finestra, per essere guardate dai condomini. Ho pensato di raccontare l’aneddoto a qualche collega, ma non credo ci sia ancora la giusta confidenza.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Prime tracce di “umorismo da ufficio”. Riferendosi a non ricordo cosa, una collega commenta ridendo “AHAH, questo è un classico mistero da piano di sotto”. Ho riso a mia volta, fingendo di capire a cosa si riferisse.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Mi viene detto che ogni mese viene scelto un “libro del mese”, che va fortemente spinto nelle vendite. Annuisco. Non memorizzo il titolo.</span></p>
<p align="right"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">22 luglio</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Mi chiedono di prendere delle buste nella dispensa. Vado, e scopro che due torri di scatoloni erano cadute, rendendo il passaggio impossibile. Chiedo aiuto ad un collega, che vedendo le torri franate mi chiede se mi sia fatto male. Gli spiego (senza mentire) di averle trovate così, che non le avevo fatte cadere io. Palesemente non mi ha creduto. Gli ho detto di aspettarmi a mettere a posto, e che lo avremmo fatto insieme una volta che avessi portato le buste al piano di sopra. Quando sono tornato aveva già fatto da solo, ed era risentito del fatto che non lo avessi aiutato. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Oggi è indetta la gara a chi vende il maggior numero di copie del libro del mese. È un giallo (“ma un giallo particolare”, come ci tengono a specificare tutti i colleghi), motivo per cui viene chiesto “legge anche gialli?” a qualsiasi cliente, poco importa se questi sia arrivato in cassa con un romanzo, un saggio, una matita o se abbia semplicemente chiesto se nella libreria ci sia un bagno.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Un indiano mi ha chiesto se avessimo libri della Pimpa, e glieli ho indicati. Dopo averli visti e girato per mezz’ora fra gli scaffali, mi ha chiesto se avessimo libri di Dante o Petrarca, e gli ho indicato anche quelli. Dopo un’altra mezz’ora, ha acquistato un libro di Aldo Cazzullo.</span></p>
<p align="right"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">23 luglio </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Oggi ho “rimappato” alcuni libri negli scaffali. La macchinetta apposita somiglia molto ad uno smartphone, quindi, quando passa qualche collega, la esibisco in modo palese, per far capire che sto lavorando e non cazzeggiando col cellulare. Il gesto è così plateale che, visto da fuori, sembro Steve Jobs che presenta l’I Pod.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Mi hanno dato il cartellino, e l’ho timbrato per la prima volta in vita mia: immediata immedesimazione con Gian Maria Volontè in “La classe operaia va in paradiso”. Viva la Lotta!</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fra i clienti di oggi c’è stato un bambino cinese, che non conosceva l’italiano. Ho capito che gli piaceva Spiderman, così gli ho fatto vedere tutti i libri che abbiamo a riguardo: i pop up, quelli sonori, i puzzle. Gli sono piaciuti tutti. Non ne ha comprato nessuno.</span></p>
<p align="right"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">25 luglio</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Mi hanno chiesto di chiudere alcuni scatoloni con lo scotch. Quando ho chiesto dove fossero le forbici, mi hanno risposto “Non puoi fare con i denti?”. Io non riuscirò mai a staccare lo scotch con i denti, ok? È impossibile. E come fa a non appiccicarsi ai denti?</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">La compilation dello stereo è sempre la stessa, ogni giorno, nello stesso ordine. Il punto di morte, puntualmente trasmesso alle 16:12, è “Hotel California”. Impazzirò.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Alcuni libri stanno fermi per giorni, mesi o anni nel solito punto dello scaffale. Altri, che stanno vicino ai bordi, vengono invece spostati spesso, anche 10/15 al giorno. A questi libri di confine piace questa vita movimentata? O ne vorrebbero una più tranquilla?</span></p>
<p align="right"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">26 luglio </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Un ragazzino super serio mi chiede di consigliargli un libro super serio. Gli porgo un libro di Luigi Garlando su Giovanni Falcone. Il padre, siciliano, lo ammonisce: “Non si comprano i libri sulla Mafia”. Acquistano l’Odissea. </span></p>
<p align="right"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">27 luglio</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Giorno libero. In libreria c’era Elly Shline a presentare il suo libro, ennesimo segnale che io ed una certa fascia della sinistra camminiamo su strade parallele destinate a non incontrarsi mai.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Cena al ristorante cinese. All’uscita mi danno il biscotto della fortuna. In strada lo apro, mi cade a terra e si sfracella in mille pezzi. Raccolgo il biglietto, che recita: “Risolvete un problema con grande maestria”. Lo prendo alla lettera. Rientro nel ristorante, e chiedo un altro biscotto. Stavolta il biglietto dice: “Sapete conciliare pareri contrastanti con grande maestria”. A quanto pare, la “grande maestria” è una mia lampante qualità, almeno secondo i cinesi.</span></p>
<p align="justify">
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