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	<title>NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La cultura offesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 12:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA['E Zezi]]></category>
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					<description><![CDATA[ a cura di <b>Francesco Forlani</b> <br />Ciro Marino, libraio ed editore di Wojtek è uno degli organizzatori del Flip Festival della Letteratura Indipendente di Pomigliano d'Arco. Ci conosciamo da anni e quando ho letto la notizia gli ho proposto di parlarne qui su Nazione Indiana]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La conversazione</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Francesco Forlani e Ciro Marino</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121924" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-03-à-20.05.23.png" alt="" width="597" height="297" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-03-à-20.05.23.png 597w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-03-à-20.05.23-300x149.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-03-à-20.05.23-150x75.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-03-à-20.05.23-324x160.png 324w" sizes="(max-width: 597px) 100vw, 597px" /></p>
<p>su <a href="http://Il FLIP è un festival della letteratura indipendente, promosso da editori e librai locali, che si tiene a Pomigliano d'Arco da diversi anni. Una rassegna che ha contribuito ad accrescere l'utenza di lettori nella città dove il numero di librerie è un record nazionale: ben sei per un Comune di 40 mila abitanti. Grazie al Festival sono arrivati a Pomigliano negli anni grandi nomi della letteratura, ed un pubblico sempre più vasto. Quest'anno però il Festival traslocherà ed il motivo è l'ostruzionismo del Sindaco di Pomigliano d'Arco, Lello Russo, nei confronti degli organizzatori. Dopo aver approvato il finanziamento al Festival il primo cittadino ha messo bocca sul programma, chiedendo esplicitamente all'associazione promotrice di escludere uno degli organizzatori del festival. La colpa sarebbe quella di &quot;aver parlato male&quot; di Russo, motivo per cui il Sindaco ha ripetutamente minacciato gli organizzatori di ritirare il supporto del Comune se non ci fosse stato un cambio di programma. Per gli organizzatori la richiesta è stata irricevibile, da qui la decisione di lasciare Pomigliano d'Arco e non voler avere più nulla a che fare con l'amministrazione comunale. continua su: https://www.fanpage.it/napoli/a-pomigliano-il-sindaco-blocca-il-flip-festival-i-promotori-voleva-cancellare-uno-degli-organizzatori-andiamo-via/ https://www.fanpage.it/">Fanpage</a> Antonio Musella scrive:<br />
Il FLIP è un festival della letteratura indipendente, promosso da editori e librai locali, che si tiene a Pomigliano d&#8217;Arco da diversi anni. Una rassegna che ha contribuito ad accrescere l&#8217;utenza di lettori nella città dove il numero di librerie è un record nazionale: ben sei per un Comune di 40 mila abitanti. Grazie al Festival sono arrivati a Pomigliano negli anni grandi nomi della letteratura, ed un pubblico sempre più vasto. Quest&#8217;anno però il Festival traslocherà ed il motivo è l&#8217;ostruzionismo del Sindaco di Pomigliano d&#8217;Arco, Lello Russo, nei confronti degli organizzatori. Dopo aver approvato il finanziamento al Festival il primo cittadino ha messo bocca sul programma, chiedendo esplicitamente all&#8217;associazione promotrice di escludere uno degli organizzatori del festival. La colpa sarebbe quella di &#8220;aver parlato male&#8221; di Russo, motivo per cui il Sindaco ha ripetutamente minacciato gli organizzatori di ritirare il supporto del Comune se non ci fosse stato un cambio di programma. Per gli organizzatori la richiesta è stata irricevibile, da qui la decisione di lasciare Pomigliano d&#8217;Arco e non voler avere più nulla a che fare con l&#8217;amministrazione comunale.<br />
&#8220;O togliete quel nome o sospendo il sostegno al Festival&#8221;</p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignright wp-image-121948" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05.png" alt="" width="373" height="442" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05.png 535w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05-253x300.png 253w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05-354x420.png 354w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05-150x178.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05-300x356.png 300w" sizes="(max-width: 373px) 100vw, 373px" />Ciro Marino, libraio ed editore di Wojtek è uno degli organizzatori del <a href="https://flipfestival.it/">Flip Festival</a> della Letteratura Indipendente di Pomigliano d&#8217;Arco. Ci conosciamo da anni e quando ho letto la notizia gli ho proposto di parlarne qui su Nazione Indiana. Non si tratta di una semplice, e per certi versi banale, per quanto catastrofica, questione personale. Quello che si evince dai fatti successi è la frattura, non risanabile, tra il mondo della cultura e quello della politica, che si sovrappone a quello ancora più tragico tra economia e creazione artistica e culturale. Che ne pensi tu?</em></p>
<p>Guarda, ancora oggi non è facile, per me e per tutti noi del FLIP, comprendere fino in fondo ciò che è accaduto.<br />
I nostri rapporti con il sindaco non sono mai stati idilliaci, questo è vero. Eppure, quando ci è stato chiesto di contribuire alla candidatura di Pomigliano d&#8217;Arco a Capitale Italiana del Libro, non ci siamo sottratti. Al contrario: abbiamo messo a disposizione tutto ciò che avevamo, il nostro lavoro, le nostre relazioni, il nostro tempo, le nostre energie. Lo abbiamo fatto perché abbiamo sempre pensato che una città venga prima delle differenze con chi la amministra.<br />
Forse qualcuno ha scambiato quella disponibilità per una forma di acquiescenza. Ha immaginato che fossimo pronti ad accettare anche richieste che, invece, abbiamo ritenuto fin dal primo istante irricevibili. È stato un errore di valutazione.<br />
A colpirci, oggi, non è soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che non è accaduto: nessuna risposta formale alle PEC che abbiamo inviato, nessuna presa di posizione della giunta, a cominciare dall&#8217;assessore alla Cultura. Un silenzio che pesa quanto le parole.<br />
Di contro, abbiamo ricevuto un abbraccio straordinario. Quello della città di Pomigliano, dei tanti cittadini che ci hanno scritto, dei consiglieri di opposizione e, naturalmente, dell&#8217;amministrazione di Casalnuovo di Napoli, che non ha esitato un solo istante ad accoglierci. Di questo saremo sempre grati, in particolare al sindaco Giovanni Nappi e al consigliere Mario Visone.<br />
Sul resto condivido la tua riflessione. Se la politica — o almeno una certa idea della politica — pensa che finanziare un festival indipendente significhi automaticamente comprarne la fedeltà, costruire clientele o allevare sudditi, allora il problema è molto più grande del FLIP. Noi abbiamo sempre pensato che il sostegno pubblico alla cultura serva a garantire la libertà, non a limitarla. Per questo raccontare pubblicamente ciò che è accaduto non è stata una scelta strategica: è stato, semplicemente, un dovere morale.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="0PdgwdSV1qM"><iframe loading="lazy" title="Nacchere Rosse, Gruppo Operaio &#039;E Zézi, Folk D&#039;Asilia - Documento Rai 1975 (La Canzone di Zeza)" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/0PdgwdSV1qM?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
<p><em>Devo la mia conoscenza di Pomigliano a Pasquale Avallone, conosciuto insieme alla sua vivacissima comunità <strong>Leggimi forte</strong>, agli incontri dei presìdi del libro alla Laterza di Bari in occasione dell&#8217;uscita del mio &#8220;Parigi&#8221;. Nell&#8217;immaginario diciamo culturale e politico di molti di noi Pomigliano d’Arco è soprattutto l’esperimento città-fabbrica che l’ha caratterizzata nel secondo novecento, il che mi ha sempre suggerito un accostamento a Ivrea, alla comunità creata da Olivetti. Come a Ivrea Pomigliano d’Arco rievoca vertenze e esperimenti di fabbrica e comunità legati alle lotte operaie. Negli anni settanta E Zezi, gruppo operaio, con la famosa Tammurriata dell’Alfasud promessa mancata del riscatto industriale del Mezzogiorno, hanno rappresentato un momento importante nell’emancipazione culturale e sociale. In una delle più belle canzoni, che trattavano di morte sul lavoro, ‘A Flobert, a un certo punto Colasurdo canta:</em></p>
<p><em>Ma nuje l&#8217;ajmm&#8217; capito</em><br />
<em>cagnamm&#8217; sti culuri</em><br />
<em>pigliammo a sti padrune</em><br />
<em>e mannammel&#8217; &#8216;affanculo.</em></p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-121949" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59.png" alt="" width="248" height="321" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59.png 345w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59-232x300.png 232w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59-325x420.png 325w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59-150x194.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59-300x388.png 300w" sizes="(max-width: 248px) 100vw, 248px" />Il vostro festival in questi anni ha svolto un’azione importante sul territorio, e sicuramente avete raccolto il testimone di quelle esperienze quasi trasformando la Flobert, fabbrica, in Flaubert letteratura. Guardando i dati anagrafici dell’attuale consiglio, per esempio L&#8217;assessore alla cultura del comune di Pomigliano d&#8217;Arco, il professor Giovanni Russo, che detiene le deleghe alla cultura, istruzione e politiche giovanili, con un curriculum di tutto rispetto, laureato in filosofia, è del 1963, dunque in qualche modo figlio di quel fermento culturale. Il sindaco attuale, Raffaele Russo era già assessore in quegli anni, eletto a maggio 2023 con oltre il 73% dei voti. Un consiglio composto da persone che dovrebbero avere quella sensibilità.</em></p>
<p>Si tratta di un&#8217;amministrazione nata, come accade in moltissimi comuni italiani, dall&#8217;intreccio di liste civiche, equilibri e interessi che raramente coincidono con una precisa identità ideale. Non credo che la chiave di lettura sia quella dell&#8217;appartenenza politica. La maggioranza che sostiene questa amministrazione va dai socialisti a Fratelli d&#8217;Italia, passando per la Lega e Forza Italia.<br />
Quanto all&#8217;eredità degli Zezi — ma ci metterei anche &#8216;A Sunagliera, le Nacchere Rosse e tutte quelle esperienze che hanno reso Pomigliano un luogo riconoscibile ben oltre i suoi confini — credo che il fermento culturale di oggi ne sia, in qualche misura, figlio. Non perché ne replichi i linguaggi, ma perché ne custodisce la stessa idea di comunità: la convinzione che la cultura non sia un ornamento, ma una forma di partecipazione civile.<br />
A Pomigliano non c&#8217;è soltanto il FLIP — o forse dovrei dire: non c&#8217;era soltanto il FLIP. C&#8217;è <a href="https://ilmanifesto.it/sguardi-ostinati">Sguardi Ostinati,</a> una rassegna di cinema d&#8217;autore preziosa; c&#8217;è <a href="https://www.camerafilm.eu/">Camera Film</a>; c&#8217;è il festival teatrale <a href="https://www.youtube.com/@inostrimitifestival">I nostri miti</a>; c&#8217;è <a href="https://www.itacacoloniacreativa.it/">Itaca – Colonia Creativa</a> e molte altre realtà che, spesso lontano dai riflettori, tengono viva la vita culturale della città.<br />
Anche il <a href="https://www.pomiglianojazz.com/">Pomigliano Jazz,</a> prima di noi, è stato costretto ad allontanarsi e a trasformarsi in un festival itinerante. Oggi, alla luce di quanto abbiamo vissuto, quel precedente assume un significato diverso e più doloroso.<br />
Personalmente non ho mai avuto una tessera di partito e non ho mai fatto politica partitica. Chi frequenta il FLIP o la mia libreria sa che i comizi restano sempre fuori dalla porta. Ho sempre dialogato con tutti, indipendentemente dalle appartenenze.<br />
<img loading="lazy" class="alignleft wp-image-121950" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.13.24.png" alt="" width="288" height="352" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.13.24.png 335w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.13.24-246x300.png 246w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.13.24-150x183.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.13.24-300x366.png 300w" sizes="(max-width: 288px) 100vw, 288px" />Il FLIP è nato come uno spazio indipendente e continuerà a esserlo. Indipendente dalla politica, ma anche da una certa idea della programmazione culturale che sembra ritenere obbligatorio parlare sempre e solo di periferie, degrado, camorra o emergenze sociali. Sono temi importanti, naturalmente, ma noi abbiamo scelto un&#8217;altra strada. Siamo convinti che la letteratura possieda una forza civile propria, che non abbia bisogno di giustificarsi attraverso l&#8217;attualità o di farsi ancella della politica. Leggere un romanzo, ascoltare una poesia, discutere di un libro è già un modo di immaginare una società diversa. E questo, qualche volta, è persino più radicale di uno slogan. Infine, la tua immagine della Flobert che diventa Flaubert mi sembra felicissima. Credo che il FLIP abbia provato, nel suo piccolo, a dimostrare proprio questo: che la cultura non è una parentesi rispetto alla storia industriale di Pomigliano, ma una sua naturale evoluzione. Cambiano gli strumenti, non il desiderio di emancipazione. Prima si costruivano automobili e si difendevano diritti; oggi si costruiscono comunità di lettori. Anche questo è un modo di produrre futuro.</p>
<p><em>Tantissima solidarietà ricevuta sia a mezzo stampa che sui social a livello locale e nazionale. Immagino anche da parte dei cittadini. Cosa vorresti dire ai lettori di Pomigliano, soprattutto ai ragazzi che non potranno « viversi » il festival come negli anni passati? Organizzerete delle navette? Dei presidi alle due librerie?</em></p>
<p>La prima cosa che vorrei dire ai cittadini di Pomigliano è semplicemente grazie. In questi giorni abbiamo ricevuto centinaia di messaggi, telefonate, mail. Il giorno dopo la nostra denuncia molte persone sono entrate in libreria senza nemmeno comprare un libro: volevano solo stringerci la mano, dirci che il FLIP appartiene anche a loro. Ed è forse questa la cosa più preziosa che abbiamo scoperto in mezzo a una vicenda tanto dolorosa: un festival indipendente non è soltanto di chi lo organizza, ma della comunità che negli anni lo ha riconosciuto come un luogo di incontro e di libertà.<br />
Ai ragazzi e le ragazze, soprattutto, vorrei dire di non leggere questa storia come una sconfitta. La letteratura ci insegna che anche gli spostamenti fanno parte delle storie: a volte i luoghi cambiano, ma non necessariamente cambia ciò che quei luoghi hanno generato. Il FLIP cambia città, ma non cambia anima. Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: invitare scrittrici e scrittori, discutere di libri, creare occasioni di confronto, difendere uno spazio in cui il pensiero possa restare libero.<br />
Naturalmente faremo tutto il possibile perché chi vorrà raggiungerci a Casalnuovo possa farlo con facilità. Stiamo lavorando anche all&#8217;idea di organizzare navette e ad altre soluzioni che permettano a chi ci ha seguito in questi anni di continuare a sentirsi parte del festival. E qui va ancora una volta ringraziato il comune di Casalnuovo che ha dimostrato fin da subito una sorprendente disponibilità. Dandoci la possibilità di dimostrare che i confini amministrativi non coincidono con quelli di una comunità culturale.<br />
E poi c&#8217;è una promessa che sento di poter fare: il FLIP non interrompe il suo rapporto con Pomigliano. È stato costretto a spostarsi, ma continuerà a considerare questa città il luogo da cui è nato e in cui ha messo radici. Continueremo a lavorare a Pomigliano, a organizzare incontri, a costruire relazioni intorno ai libri. Perché un festival dura pochi giorni, ma una comunità culturale si forma nel tempo, nelle conversazioni dopo una presentazione, nelle persone che si incontrano per la prima volta grazie a un autore, nei ragazzi che entrano in una libreria e scoprono che quel luogo può appartenere anche a loro.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-121951" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.16.54.png" alt="" width="686" height="437" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.16.54.png 686w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.16.54-300x191.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.16.54-659x420.png 659w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.16.54-150x96.png 150w" sizes="(max-width: 686px) 100vw, 686px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nuda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[laura mancini]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Laura Mancini</strong> <br />
La signora Russo avanza come un battello sbattuto dai mari. A sostegno della sua oscillazione è il solo carrello, sbrindellato ma perfettamente efficace, al pari delle sue anche e della sua intera persona. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Laura Mancini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-121866" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036.jpg 1333w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>La signora Russo avanza come un battello sbattuto dai mari. A sostegno della sua oscillazione è il solo carrello, sbrindellato ma perfettamente efficace, al pari delle sue anche e della sua intera persona. Lo riempie fino all’orlo con l’aiuto di un ragazzo del banco della frutta, paga il conto, lascia la mancia al ragazzo e si rimette sulla strada di casa. <em>Guardami pure</em>, dice con gli occhi al portiere che la scruta sulla soglia del palazzo e si sente tanto superiore a lei nonostante zoppichi a sua volta. <em>Ma io sono anziana</em> <em>e tu no</em>. Al mercato la conoscono tutti, controlla che i peperoni abbiano quattro punte, che la buccia delle arance sia ruvida, che le foglie così e la polpa colà, non gliela si fa. Ma nessuno se la prende, ormai si sono compresi, lei e il mondo, quindi è sì concesso schernirla ma sempre restando nei limiti del gioco e usandole il dovuto rispetto. La signora Russo accetta quel tipo di umorismo poiché è una donna di spirito e antepone l’umanità al resto, è in grado di dirne quattro a sua volta, ma con affetto. Ha imparato che a Roma funziona così molti anni fa, quando è giunta dalla Sicilia per accudire dei bambini che ora sono adulti e la chiamano zia al telefono.</p>
<p>Suo marito è stato un uomo per certi versi simile a lei, ha saputo godersi la vita, sostituire un paesaggio all’altro all’occorrenza, apprezzare la musica e l’arte, lavorare con calma, senza mai cedere a manie carrieriste. Nel tempo libero si è occupato della campagna e circondato di amici a cui amava offrire situazioni simpatiche, in cui ognuno era benvenuto e si mangiava bene, si tirava tardi. Il loro matrimonio, che per lui era il secondo, è stato allegro e spensierato, molto contagiato dal canto e dal ballo, molto desiderato e a volte sbandierato, ma per pura ilarità, senza volontà di sfoggio. Quando la signora Russo torna con la mente a quegli anni – non nel banale discorrere con chi capiti a tiro, ma come è solita fare quando è sola e riflette a fondo sulla loro alleanza, ricordandola con tutta la tenerezza e la serietà che le sono proprie – non nutre alcun rimpianto, si sente in pace col passato e grata per aver condiviso con la persona giusta un’esperienza sincera e priva di ombre.</p>
<p>Le ombre però ci sono e sono i figli del primo matrimonio di lui. Pretendono di vendere la nuda proprietà della casa: appartiene a loro. Sembrano averle concesso fin troppo lasciandovela abitare indisturbata per tutti questi anni, o forse è stata la legge ad averle fatto il favore? L’immobile va ristrutturato, <em>disinfestato</em>, ridacchia la signora Russo pensando alle spese che dovrà sostenere il nuovo inquilino quando lei tirerà le cuoia. Tra i danni evidenti, due pareti fradicie di umidità, perdite ovunque dovute a infiltrazioni della guaina del terrazzo condominiale, persiane letteralmente a pezzi – una è precipitata sulla strada, di notte, senza colpire altro che il marciapiede – e le mattonelle tutte rotte, le crepe, la muffa, l’impianto elettrico da corto circuito quotidiano. Nonostante il freddo d’inverno e il caldo d’estate, la signora Russo continua ad abitare tra quelle quattro mura senza alcun impianto di riscaldamento o areazione, col solo aiuto di una stufetta che porta con sé di stanza in stanza d’inverno e il trucco della nudità integrale d’estate. Quando i vicini bussano inaspettatamente alla sua porta per offrirle una cassa d’acqua o chiederle se abbia bisogno di qualcosa in farmacia, si copre con un asciugamano e si affaccia alla finestrella che dà sul pianerottolo esibendo il mezzo busto semi-nudo. Loro la conoscono e la capiscono, forse le vogliono bene.</p>
<p><em>A ognuno il suo paradiso e il mio è la campagna</em>, dice spesso, peccato non possa più andarci a proprio piacimento da quando le hanno ritirato la patente e l’anca le dà tutti quei problemi. Di solito chiede aiuto alla nipote ma solo se la sa libera dal lavoro e dal fidanzato, non indaffarata con l’arredamento della casa e i matrimoni delle colleghe, gli aperitivi, le gite, i pranzi e le cene, le attività tipiche delle persone della sua età che non hanno ancora costituito un nucleo stabile (così vede la cosa sua zia). Nelle brevi pause dalla fitta agenda pre-coniugale la nipote può portarla in campagna. Durante il tragitto chiacchierano, ma è la signora Russo a dominare la conversazione, riversa addosso alla nipote tutti i pensieri che ha tenuto in serbo per l’incontro e pur volendole bene ed essendo curiosa di comprendere come si evolverà la sua vicenda sentimentale – è questo il suo principale cruccio – è sempre lei a enumerare le cose fatte durante la settimana appena conclusa, i buoni propositi per quella a venire e, nel tratto più velenoso del discorso, le piccole ripicche rivolte alla sorella (madre della giovane donna) e al cognato, colpevoli di snobbarla e abbandonarla a sé stessa.</p>
<p>Tutt’altro personaggio rispetto a quello della vittima, però, la signora Russo, che accetta la sorte, la vedovanza, la vecchiaia, la coxartrosi, la perdita della mobilità, l’imposizione della nuda proprietà coltivando brevi ma costanti momenti di edonismo. Ogni giorno al risveglio, dopo la doccia e la colazione, si mette il rossetto, acconcia i capelli, spruzza il profumo ed esce nel mondo col suo carrello, niente affatto intimidita. Trascorre la serata e parte della notte su una poltrona recentemente ritappezzata con un fresco tessuto a rose e guarda la televisione. Ha scoperto un canale del digitale terrestre su cui danno tutti i film che sono stati insigniti dell’Oscar e in quello trova una riserva perfetta per le sue ore notturne, riesce a vedere anche due o tre film consecutivi prima di coricarsi intorno alle tre. Il salotto non confina con la camera da letto dei vicini e il palazzo, uno stabile degli anni Trenta, vanta mura incredibilmente spesse, dunque nessuno protesta per il volume, tenuto al massimo. Almeno una sera a settimana si concede una pizza nel ristorante sotto casa, spesso in compagnia di un’amica. Poiché la signora Russo è un’abile panificatrice e negli anni ha consolidato un gusto esigente in materia di lievitati, si prende la licenza di sovrapporre due pizze dal sottilissimo impasto e di costruire così un piatto che ritiene di piena soddisfazione per il suo palato e la sua fame – nel giorno della pizza, salta il pranzo in vista dello strappo serale. Il pizzaiolo, sottomettendo un’irascibilità quasi leggendaria all’eccezionale carattere della cliente, preimposta la situazione in modo tale che gli ingredienti delle due pizze non confliggano. Il gesto dell’accoppiamento è eseguito dal vivo, dalla stessa signora Russo, sotto lo sguardo esterrefatto dei vicini di tavolo.</p>
<p>Un giorno le viene comunicato telefonicamente dall’avvocato che la nuda proprietà è stata venduta ai nuovi condomini. Sono due ragazzi appena arrivati nel palazzo, hanno il macchinone, parlano ad alta voce, salutano e non salutano. Lui fa l’avvocato, lei l’agente di commercio, aggiunge la vicina del primo piano che scandaglia meticolosamente le identità di tutti gli inquilini del lotto. Ronzano intorno al palazzo da tempo, si informano su chi venda, su chi ristrutturi, vengono dalla provincia, hanno le loro mire.</p>
<p><em>Venduta, venduta con me dentro, mia non più, mia neanche prima, ma ora già di altri, in attesa della mia morte</em>. Alla signora Russo vacilla l’umore, annulla l’appuntamento dal parrucchiere e si chiude in casa a fare poco, sapendosi spogliata dell’unico scudo che l’ha finora protetta, dell’unico luogo in cui lo spirito del marito sa di poterla trovare, dello scenario che ha testimoniato il loro amore adulto, inaspettato e poetico, la vita bella che lei sente ancora pulsare, sotto a tutto, ma che ora qualcuno col macchinone intende strapparle. Non è così, si dice, ma è così eccome, e lei lo sa.</p>
<p>Quando incontra la ragazza della coppia di acquirenti la saluta cordialmente aspettando che l’altra dica due parole sul fatto. L’altra invece dopo un sorriso un po’ ebete e un silenzio di qualche secondo continua a fare ciò che sta facendo, scegliere i peperoni, li prende tutti a tre punte. La signora Russo attende che se ne vada per farsi servire, come se il cibo possa essere intossicato dalla sola presenza nemica. Molto peggiore è lo scambio col marito. La sorprende alle spalle, per le scale che dividono l’ingresso dall’ascensore e che lei sta percorrendo senza fretta di arrivare a meta. Le strappa il carrello di mano rischiando di farla ruzzolare a terra, lo trascina a passi isterici e sbatacchiati fino al gabbiotto e chiama l’ascensore con fare agitato. Si mostra entusiasta, iper-gioviale, le grida aspettavo di presentarmi, speravo ci fosse anche lei all’atto! <em>E invece c’erano solo quei mostri</em>, valuta la signora Russo senza dire altro che: piacere, Pia. Lui replica con un cognome che lei non capisce né ricorda – l’amica del primo piano gliel’ha ripetuto più volte ma invano, non le entra in testa. Finalmente l’ascensore arriva e lui le dice prego, scusi, prima lei, enfatizzando la banalità di dare la precedenza a un’anziana, chiedendole infine se abbia bisogno di una mano in casa, nel riporre la spesa. È abbronzato, basso, ha i capelli scuri, gli occhi neri, il ventre protratto, sembra un castoro in giacca e cravatta. La signora Russo risponde no grazie, arrivederci.</p>
<p>Poi una febbre la schianta sul letto per giorni. Appena guarisce va in campagna a seminare, ma l’anca le duole e il lavoro richiede il doppio del tempo consueto, la nipote si offende per certe sue considerazioni sul passaggio dalla fase della convivenza a quella del matrimonio, non è detto che dopo tanto sermone la vorrà accompagnare con particolare slancio, nei prossimi tempi. Quando torna a Roma la città è chiassosa e il resto tutto uguale, solo: la casa sembra più cadente del solito, le pesa pulirla e ad aggiustarne le pecche le pare di fare un favore ad altri e un po’ stronzi. La signora Russo moltiplica i film e le ore di sonno, dimezza le uscite, di pizze una sola e da asporto.</p>
<p>Dopo qualche mese incontra la ragazza e scommette che nella sua pancia a punta stia crescendo un piccolo castoro, dopo aver visto nascere uno stuolo di fratelli in sequenza può darlo per certo. Cerca la luce negli occhi della giovane donna e trova il vuoto cosmico, <em>io non vorrei averti in antipatia, ma tu sei piatta come una piastrella</em>, considera senza amore. <em>E sì che un bambino, un bambino è tutto ciò che c’è di bello</em>. A lei e al marito non è venuto in dono, forse per un intoppo delle ovaie, visti i risultati pregressi di lui – quei tre uccelli rapaci che da quando la nuda proprietà è andata non l’hanno più cercata e staranno ora sperando che sia lei a dare notizie, ma dall’oltretomba. Che cosa debba sperare, anche questa ragazza alle prese con una cameretta provvisoria da tirar su nei sessanta metri quadri a disposizione, può ben immaginarlo, ma imponendo uno stacco tra sé e il mondo lascia che le ruote del carrello vi scivolino sopra dicendo: buongiorno, come sta?</p>
<p>L’amica del primo piano va incontro alla signora Russo urlando quelli che ti hanno rubato la casa vogliono comprare un pezzo del terrazzo condominiale! Poi scruta il resto della platea come stordita, si aspetta una reazione. Oh, ma siamo impazziti!, erompe in un moto di rabbia che le fa ballonzolare i seni. I residenti storici siedono riuniti in una specie di pre-assemblea condominiale nei locali lavanderia, ma tra chi si fruga nelle tasche e chi ha perso il filo del discorso si intende che in pochi sono infervorati quanto lei, ci dovrà lavorare. Aderiscono all’indignazione da posizioni distinte la donna che ha convertito l’appartamento dei genitori in una casa vacanze e nel luogo conteso suggerisce aperitivi al tramonto ai suoi ospiti e un uomo alto e solitario, in pensione da un pezzo. Sommo fruitore del terrazzo, vi stende le lenzuola, legge il giornale e porta a spasso il gatto – in molti malignano sul fatto che l’animale, ingobbito e alienato rasente il muro, abbia in realtà paura, che preferisca il salotto. La signora Russo ragiona tra sé e sé su un trasferimento in campagna, più per cartoline intuitive che seguendo una vera e propria sintassi. Sente già la voce della nipote negare ogni logica all’iniziativa – con la tua anca, in quel posto isolato! E poi la casa: vorrebbe dire abbandonarla, arrendersi prima del previsto.</p>
<p>Il castoro all’assemblea seguita al consesso dei vecchi condòmini avanza la sua proposta e l’assemblea vota contro compatta, ad eccezione di una famiglia di nuovi residenti e dell’unico inquilino che il terrazzo lo ha in casa. La signora Russo può esprimere la sua preferenza nonostante gli iniziali timori di estromissione e quando il suo sguardo incrocia quello del ragazzo scatta una questione da Ulisse contro i Proci, ma con la finezza di una monaca lei riesce a sorridere enigmaticamente e alzare la mira, porre un quesito tecnico e inaspettato all’amministratore cogliendo l’interpellato e il pubblico intero alla sprovvista. Il giovane richiedente reagisce con nonchalance all’arresto dell’arrampicata condominiale, lasciando intendere di averci provato come il culto tutto italiano del piccolo sopruso quotidiano insegna. Nessuno accetta l’ironia, le sedie scricchiolano sotto movimenti che denunciano fretta di rincaso. Vedendosi accerchiato da un certo scetticismo il ragazzo si riduce ad accennare ad alcune novità private che lo avrebbero indotto a cercare più spazio, più aria, e la signora Russo decide di non morire mai. Sbarrerà le violenze verticali, vendicherà la gentilezza maritale, dirà la sua, mangerà ancora milioni di pizze. L’amica del primo piano, mentre defluiscono dalla sala parrocchiale che ha ospitato la riunione le dà di gomito come per dire hai visto, abbiamo vinto! Ma lei finge di non aver visto, di non aver vinto. Incede maestosa verso la casa in cui abita, pronta alla sua maratona di film, alla notte di cui resta padrona indiscussa. E non c’è anca che le dolga né vento che la inclini.</p>
<p>Non aspetta di vedere il fiocco sul cancello per sferruzzare le babbucce, azzurre a colpo sicuro e infatti è un maschio: benvenuto Leonardo. Alla comparsa della coccarda la signora Russo le impacchetta e lascia di fronte alla porta dell’appartamento dei vicini, ma proprio mentre si allontana, forse per il cigolio delle ruote del carrello, la porta si apre di scatto, è la giovane mamma, estatica per via degli ormoni. Le mostra il castorino, un sosia come c’era da aspettarsi, ha gli occhi chiusi, molti capelli e tutta la vita davanti. La signora Russo si emoziona come sempre al cospetto di un neonato. Toccandogli piano i piedi respira la sua aria nuova, pregando in senso lato per il suo futuro e per il proprio, così stranamente consecutivi, così estranei a ogni cupidigia. Sotto la coperta che lo avvolge è la sola pelle del bambino, <em>nuda</em>, pensa la signora Russo. <em>Nuda</em>, ripete ancora tra sé e sé, sulla via del mercato.</p>
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		<title>Tra inferni e paradisi. Vita e teatro di Dario Bellezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 05:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dario bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Beltrame]]></category>
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		<category><![CDATA[teatro]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Beltrame<br /></strong><strong></strong>
A trent’anni dalla scomparsa di Dario Bellezza, Marco Beltrame ne ripercorre vita e teatro in <em>Tra inferni e paradisi. Vita e teatro di Dario Bellezza</em> (prefazione di Elio Pecora, Il Simbolo, 2026), di cui proponiamo l’introduzione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Beltrame</strong></p>
<p><strong><em><i>Vita e teatro</i></em></strong></p>
<p>Se non “il miglior poeta della nuova generazione”, come Pier Paolo Pasolini lo aveva definito, Dario Bellezza è stato di certo il poeta che con maggiore originalità ha interpretato aspirazioni e ansie di un periodo come quello che dal Sessantotto attraversa gli anni Ottanta e giunge alla soglia del nuovo millennio. Prima dell’opera, è la sua stessa biografia a sembrare perfettamente inscritta in quel complicato secondo Novecento le cui giovani generazioni, infiammate dalle idealità della Contestazione, sono poi costrette a vivere il drammatico ritorno all’ordine degli anni Ottanta, con quel surplus di sofferenza rappresentato dalla comparsa dell’AIDS che, se dagli ambienti cattolici più sessuofobici viene letta come la giusta punizione per gli omosessuali dalle vite disordinate, si rivela poi trasversale infliggendo una dura sconfitta a tutti coloro che avevano sperato nella libertà sessuale come chiave d’accesso per una più totale trasformazione dell’individuo e delle relazioni umane.</p>
<p>«Rimbaud di Monteverde» [1] precocemente consapevole della propria omosessualità e del proprio essere poeta, Bellezza si racconta come adolescente autodidatta e lettore compulsivo. La vocazione poetica gli imporrà scelte drastiche: presto interrompe l’università e lascia la famiglia, prendendo le distanze da ogni ambiente sentito come costrittivo nel suo carattere piccolo-borghese. Questo inquieto <em><i>enfant prodige</i></em>&nbsp;ha però la fortuna di essere subito riconosciuto come un talento, ed è accolto in quella cerchia di grandi nomi che hanno inventato e abitato forse l’ultima età dell’oro della cultura italiana. Sarà tra loro che Bellezza ritrova genitorialità più congeniali. In primo luogo, c’è Pasolini, quel <em><i>padre</i></em>&nbsp;e <em><i>maestro</i></em> a cui il giovane poeta è ben felice anche solo di leggere la corrispondenza e scrivere qualche risposta. «Gli ho fatto da segretario, per tre anni, dal ’69 in poi. Prima non avevo mai avuto una lira, campavo con le ripetizioni, le traduzioni […]. Quando ho conosciuto Pasolini, vivevo da solo. […] Eravamo amici. Lo siamo rimasti fino alla fine». [2]</p>
<p>Alberto Moravia invece ne segue da vicino il debutto editoriale firmando la prefazione del romanzo <em><i>L’innocenza</i></em> (De Donato, 1970). «Siamo stati amici per più di venticinque anni. L’ho conosciuto quando ne avevo venti. Con lui non ho mai avuto problemi… era talmente intelligente!» [3]. Pasolini e Moravia sosterranno il loro pupillo in più modi, procurandogli collaborazioni con stampa e radio, committenze per il teatro, quindi un posto fisso nella redazione di «Nuovi Argomenti».</p>
<p>Fondamentali, ma per motivi più privati, sono poi le madri. In diverse fasi della vita questo fanciullo in disperata ricerca d’affetto materno lo chiede e lo trova in amorose amicizie con alcune delle maggiori scrittrici del suo tempo: Amelia Rosselli, Anna Maria Ortese e soprattutto Elsa Morante. Con quest’ultima il poeta intreccia un rapporto complesso, ardente, la cui fine lo tormenta a lungo.</p>
<p>&#8220;Io credo che questi scrittori, fra i tanti meriti, avevano quello di vivere in funzione della letteratura […]. Penso che la letteratura sia un sacerdozio, sia qualcosa a cui ci si deve dedicare completamente.&#8221; [4]</p>
<p>Nel 1971 Bellezza ottiene un immediato riconoscimento da parte della critica con <em><i>Invettive e licenze </i></em>(Garzanti): la sua poesia è giudicata tra le più singolari del panorama letterario. Se la nuova generazione di poeti si definisce in polemico contrasto con gli sperimentalismi della Neoavanguardia, l’esordio di Bellezza è partecipe di questo “ritorno all’io” («Il mare di soggettività sto perlustrando / immemore di ogni altra dimensione» [5]) ma declinato in modo personalissimo: l’irrompere della sua voce sorprende per vitalità e franchezza estrema, in una lingua altamente riconoscibile. «Folle è ritrovarti. Folle è / l’abiezione di cercarti. Stolte / vendemmie del Vendicatore / i tuoi baci malati danno / ancora sapore alla mia bocca; / e non mangio per non perderli / del tutto, non inghiotto e / m’aggiro nell’odore della / stanza tua e le parole usate / dell’amore mi fanno una triste / compagnia» [6]. Da lì in poi l’opera di Bellezza sarà una continua disamina del proprio privato, diario in versi di un omosessuale sfacciatamente messo in pubblico. Se dagli anni Cinquanta è nella borgata che Pasolini cerca vite e amori incorrotti, Bellezza si muove in un paesaggio tutto urbano, lì dove Roma esibisce tra le sue ferite più dolorose una gioventù sconfitta dalla tossicodipendenza e avviata alla prostituzione del corpo e dei sentimenti, angeli-demoni idealizzati nei versi ed enigmatici protagonisti attorno a cui ruotano le vicende di romanzi e testi teatrali. È poi con <em><i>Lettere da Sodoma</i></em> (Garzanti, 1972) che Bellezza fa un impetuoso affresco della condizione omosessuale di quegli anni. «Il tentativo è stato quello di dare uno spaccato della società dei cosiddetti ‘diversi’ […]. ‘Amori irrisolti e avventure senza speranza’, come ha scritto Goffredo Fofi, che si intersecano a storie di droga e di sesso» [7].</p>
<p>Se negli anni Settanta la poesia ha ancora un suo posto di pregio nel sistema editoriale – si pensi a iniziative come le antologie <em><i>Il pubblico della poesia</i></em>&nbsp;(Lerici, 1975) a cura di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, e <em><i>La parola innamorata</i></em>&nbsp;(Feltrinelli, 1980) di Giancarlo Pontiggia ed Enzo Di Mauro –, è con la morte di Pasolini e poi con i rocamboleschi esiti del Primo Festival Internazionale dei Poeti, organizzato nell’estate 1979 sulla spiaggia di Castelporziano dagli animatori della cantina romana Beat 72 Simone Carella, Ulisse Benedetti e Cordelli, che da più parti si iniziano a percepire i segnali di un progressivo, irreversibile disincanto del pubblico nei confronti della poesia.</p>
<p>Con gli anni Ottanta e il definitivo imporsi della società dei consumi, le cui ripercussioni travolgono anche il sistema culturale, le reazioni degli autori sono tra le più varie. Rifiutando marginalizzazione e silenzio, Bellezza risponde con una attività frenetica: sono di questi anni le maggiori raccolte di versi, i romanzi, i saggi (ne sono prova <em><i>Morte di Pasolini</i></em>, Mondadori, 1981, e <em><i>Il poeta assassinato</i></em>, Marsilio, 1996). Con spiccato eclettismo esplora anche le possibilità del giornalismo e del cinema, fino a reinventarsi come irriverente e controverso personaggio del piccolo schermo, in un momento in cui anche in Italia nascono i primi salotti televisivi: impressi nella memoria rimangono la polemica con Aldo Busi a “Mixer Cultura” nel 1988 e negli anni Novanta la sua presenza al “Maurizio Costanzo Show”.</p>
<p>&#8220;Io sono tentato sempre tra queste due anime: il sacerdozio della poesia, il sacrificio di ogni altra cosa come hanno fatto Penna e altri poeti del Novecento, Saba, Ungaretti, oppure questa prolificazione di gesti, questo manierismo pasoliniano per cui si fanno tante cose, come faceva Cocteau, che manifesta grande vitalità senza fare le cose però allo stesso livello. Sono atteggiamenti letterari diversi; e oggi tutti vogliono fare poesia, il romanzo, il saggio, il professore, la regia, nessuno ha più la pazienza di sacrificare la vita.&#8221; [8]</p>
<p>L’intensa prolificità artistica porta Bellezza ad affrontare, in un trentennio di attività, diversi generi letterari tra cui a più riprese quello teatrale, dalla traduzione alla <em><i>performance</i></em>, dal dramma in prosa fino a un originalissimo, autobiografico teatro in versi.</p>
<p>È nel vivace ambiente romano degli ultimi decenni del Novecento, suggestionato dalle sperimentazioni di un nuovo teatro anche internazionale, che si inscrive la traiettoria drammaturgica di Bellezza. La sua è una generazione di scrittori che verifica le potenzialità della dimensione fonica della poesia: prima ancora di “Un poeta a settimana”, storico ciclo di performance ideato nel 1977 da Carella, Cordelli e Benedetti al Beat 72, preludio al risonante Festival di Castelporziano, i nuovi poeti percepiscono fortemente i limiti della tradizionale forma libro e si provano a stabilire nuove forme di comunicazione, intanto con delle letture pubbliche. Il passo successivo è la produzione di vere e proprie drammaturgie, che pare sia un’entusiasmante occasione di confronto con un genere prima inesplorato, ma anche pretesto per la ricerca di un pubblico diverso e più ampio per la loro poesia. Da sottolineare che, nell’approcciarsi al teatro, Bellezza non indossa le vesti di drammaturgo puro, ma anche in quel genere afferma e rivendica la propria natura di poeta, dichiarando il genere teatrale una naturale estensione della propria parola poetica.</p>
<p>A riguardo scrive Stefano Crespi in una recensione di <em><i>Testamento di sangue</i></em>&nbsp;(Garzanti, 1992):</p>
<p>&#8220;La poesia di Dario Bellezza ha sempre avuto un rinvio a uno spazio teatrale dove erano impliciti gesti, toni, artifici sensuali, e soprattutto una presenza autobiografica: come se sulle tavole corrose e tra i falsi ori di un palcoscenico potessero aver corso luci, lusinghe, dannazioni, languori fuori storia, potessero essere declinati versi perfetti e toccanti.&#8221; [9]</p>
<p>Il <em><i>corpus</i></em>&nbsp;teatrale di Bellezza è costituito da sette testi compiuti, la cui genesi è riconducibile a tre distinte stagioni. La prima, giovanile e immersa nel clima di contestazione sessantottesca, è rappresentata dal dramma in prosa <em><i>Apologia di reato</i></em>, scritto nel 1969 e apparso l’anno successivo su «Nuovi Argomenti»; segue una fase liminale, nella seconda metà degli anni Settanta, con <em><i>Morte funesta</i></em>&nbsp;(1979): testo spartiacque in cui l’autore non solo approda definitivamente alla forma del teatro in versi, scelta stilistica a cui rimarrà fedele per tutta la produzione maggiore, ma per la prima volta opera una compiuta teatralizzazione della propria poetica, trasponendo motivi e figure del suo mondo lirico in materia drammaturgica; infine l’ultima stagione comprende i lavori non originali <em><i>Donna malata</i></em>&nbsp;(1987) e <em><i>Turbamento</i></em>&nbsp;(1995) e culmina nella trilogia dei drammi in versi, <em><i>Salomè</i></em>&nbsp;(1991), <em><i>Testamento di sangue</i></em>&nbsp;(1992) e <em><i>L’ordalia della croce</i></em>&nbsp;(1994). È in questa fase che il teatro di Bellezza raggiunge il suo apice creativo.</p>
<p>Tale ripartizione è meramente cronologica, non tanto tematica o stilistica, dal momento che nell’intera opera drammaturgica Bellezza si mostra coerente pur nella varietà di vicende e personaggi affrontati. Se da un lato è sicuramente leggibile il confronto con alcuni modelli letterari – l’esempio delle tragedie pasoliniane, l’idealizzazione del giovane criminale di matrice genettiana, o il prototipo della Salomè wildiana –, predominante nel teatro di Bellezza è la forza del suo universo poetico: così come in versi, romanzi e racconti, anche quello del dramma è spazio in cui dare corpo e voce ai fantasmi del privato.</p>
<p>Già in <em><i>Apologia di reato</i></em> il drammaturgo esordiente affida ai giovani detenuti in un carcere minorile il proprio spirito violentemente contestatario e antiborghese: «Ci vogliono convertire: al perbenismo, al conformismo, ad essere dei gregari potenziali, carne da macello» [10]. Con i più maturi <em><i>Salomè</i></em>, <em><i>Testamento di sangue</i></em>, <em><i>L’ordalia della croce</i></em>, Bellezza recupera i grandi archetipi del mito e della storia, scolpendo figure di elevata statura lirica, a cui affida alcuni dei momenti più intensi di tutta la sua produzione. Ma dalla principessa Salomè al sanguinario barone Gilles de Rais, protagonista de <em><i>L’ordalia della croce</i></em>, fino alla figura dolente del Poeta di <em><i>Morte funesta</i></em>&nbsp;e <em><i>Testamento di sangue</i></em>, non si tratta che di moltiplicazioni dell’autore, che indossa le più diverse maschere, gridando viscerali, strazianti confessioni autobiografiche. «O amore / perdonami di averti trascurato: / ora mi inginocchio davanti a te, / mi prostro; ti supplico, resta: / non sparire con la tua bellezza. / Uccidimi magari, nella tua forza / che mi dà vigore, m’irrobustisce, / e mi rende tremendamente succube, / finito» [11].</p>
<p>La malattia interrompe troppo presto una storia umana e artistica tra le più originali della nostra letteratura. Il 31 marzo 1996, all’età di cinquantuno anni, Bellezza si spegne a causa di complicazioni legate all’AIDS, lasciando una straordinaria opera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em><i>Alcune riflessioni metodologiche sul teatro di Dario Bellezza </i></em></strong></p>
<p>Quella di Dario Bellezza è una teatrografia di cui non si aveva completa concezione. A questa contribuisce la limitata fortuna editoriale delle sue opere: di sette suoi lavori sono apparsi in volume <em><i>Apologia di teatro</i></em>&nbsp;(Pellicanolibri, 1985), <em><i>Salomè</i></em>&nbsp;(LIBRiA, 1991), <em><i>Testamento di sangue</i></em>&nbsp;(Garzanti, 1992) e <em><i>Donna malata</i></em>&nbsp;(Il Segnale, 1997). Il resto della sua drammaturgia (<em><i>Morte funesta</i></em>, 1979; <em><i>L’ordalia della croce</i></em>, 1994; <em><i>Turbamento</i></em>, 1995) è affidato a rari copioni o disperso tra contributi in rivista.</p>
<p>Fino ad ora l’attività di Bellezza drammaturgo non era stata esplorata nella sua continuità, né riconosciuta nel suo valore, dunque mai collocata al suo giusto posto nel più ampio contesto del Nuovo Teatro italiano. La ricerca qui presentata invece offre il quadro più completo dell’intero <em><i>corpus</i></em>&nbsp;drammaturgico di un poeta che non si è mai sottratto alle regole della scrittura per la scena e nel teatro si è espresso alla medesima altezza artistica della sua produzione in versi. Subito necessaria si è rivelata una capillare ricognizione di materiale documentario, avviata con un lavoro di mappatura dei fondi e degli archivi privati che si supponeva potessero conservarne tracce.</p>
<p>Messo all’asta nel 2009 – asta andata deserta per mancanza di offerte sia dallo Stato che da privati – l’archivio personale di Dario Bellezza è stato in seguito acquisito dal collezionista e curatore Giuseppe Garrera, che lo ha così salvaguardato dalla dispersione. Questo archivio è un’importante testimonianza del suo laboratorio di scrittura segnatamente per l’opera poetica e narrativa, l’impegno politico e poi per quella documentazione più privata come diari e lettere. Vi si conservano anche alcune rarissime prove giovanili, in forma sia manoscritta che dattiloscritta, verosimilmente inedite. Di difficile decodificazione, questi testi retrodatano alla metà degli anni Sessanta l’interesse di Bellezza per la drammaturgia e forniscono dettagli del tutto nuovi su un momento ancora in ombra del suo profilo letterario, quello dell’esordio. A questi frammenti si aggiungono poi testimoni manoscritti e bozze di stampa, riferibili però al solo <em><i>Apologia di reato</i></em>.</p>
<p>Una ricerca presso gli archivi SIAE ha permesso il rinvenimento di dattiloscritti autografi, in cui compaiono correzioni e interessanti varianti dell’autore, documenti necessari per comprendere l’iter di sviluppo dei progetti. Ma è sul fronte degli inediti – o presunti tali – che l’indagine ha portato agli esiti più significativi. A lungo considerato disperso, il dramma <em><i>Morte funesta</i></em>&nbsp;è stato rintracciato in una pubblicazione del 1979, rivelandosi la prima stesura del successivo <em><i>Testamento di sangue</i></em>. Del testo non solo è stata individuata la prima versione apparsa sulla rivista «Autobus», ma è stata ritrovata nell’archivio privato di Simone Carella una singolare traduzione in lingua inglese; nell’archivio di Francesca Benedetti invece è emerso un altro esemplare dattiloscritto, con molta probabilità risalente agli anni Ottanta, significativo testimone di un processo di riscrittura durato oltre dieci anni.</p>
<p>È stato poi recuperato il copione di un testo invece mai dato alle stampe, <em><i>L’ordalia della croce</i></em>&nbsp;(1994), il dramma più maturo della sua intera drammaturgia. È un testo intenso, estremamente personale, a cui l’autore affida gli ultimi bilanci di un’esistenza giunta a conclusione, tra ultime riflessioni sul senso di una vita dedicata alla poesia, mentre angosciante appare la minaccia dell’AIDS.</p>
<p>Ultimata la fase di raccolta dei testi, si è proceduto a ricostruirne la cronologia, indagando la genesi non solo di quei lavori licenziati in volume, ma anche dei testi inediti o poco noti. In tal senso, <em><i>Donna malata</i></em>&nbsp;(1975, 1987) e <em><i>Turbamento</i></em>&nbsp;(1984, 1995) sono due lavori nati inizialmente come opere narrative e solo in una fase successiva portati sulla scena: le due opere sono interessanti esempi di corrispondenze tra generi letterari.</p>
<p>Di primaria rilevanza sono risultati gli archivi privati di registi, attori e altri professionisti della scena, preziose fonti per il recupero di documentazione inedita, tra cui copioni, materiali a stampa come locandine e programmi di sala, raccolte di articoli e recensioni, audiovisivi e foto di scena. L’indagine ha quindi interpellato numerose personalità della scena che, oltre a preservare tali documenti d’archivio, si sono rivelate importanti testimoni del percorso teatrale di Bellezza. Si è scelto di condurre e raccogliere una serie di interviste affinché l’analisi delle fonti scritte potesse intrecciarsi con la memoria orale, restituendo un profilo più vivido e stratificato del Bellezza drammaturgo.</p>
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<p><strong><em><i>Struttura del volume </i></em></strong></p>
<p>La monografia si articola in tre sezioni: la prima, <em><i>Vita di poeta</i></em>, traccia un profilo di Dario Bellezza con una cronologia che, per lo più sulla base di interviste e scritti dello stesso autore, ne ripercorre il percorso biografico, l’attività letteraria e i fitti legami con la comunità intellettuale romana.</p>
<p>La seconda parte, <em><i>Teatro</i></em>, offre la ricostruzione dei rapporti di Bellezza con la scena, dagli anni Sessanta fino alla metà dei Novanta. Il primo capitolo affronta il debutto con il dramma <em><i>Apologia di reato</i></em>, analizzando il contesto in cui l’opera prende forma, in una fase in cui anche altri scrittori e poeti sono coinvolti nella critica di un sistema teatrale ormai considerato obsoleto, come testimonia l’inchiesta <em><i>Gli scrittori e il teatro</i></em>, apparsa su «Sipario» nel 1965. Sono gli anni in cui Pasolini scrive le sue tragedie e pubblica su «Nuovi Argomenti» <em><i>Il Manifesto per un nuovo teatro</i></em>; intanto, Moravia, Maraini e Siciliano sono impegnati in un piccolo teatro a via Belsiana a Roma con la Compagnia del Porcospino. Il secondo capitolo esamina i rapporti di Bellezza con la sperimentazione teatrale degli anni Settanta, focalizzandosi sulla sua vicinanza al Beat 72. È qui ricostruita la genesi di <em><i>Morte funesta</i></em>&nbsp;e analizzata la controversa installazione di Simone Carella che debutta nel gennaio 1979 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. L’ultimo capitolo abbraccia un arco temporale più ampio, trattando le opere in versi <em><i>Salomè</i></em>, <em><i>Testamento di sangue</i></em>, <em><i>L’ordalia della croce</i></em>, e i due lavori non originali, <em><i>Donna malata</i></em>&nbsp;e <em><i>Turbamento</i></em>. Si ricostruisce qui anche il rapporto del poeta con i registi e le committenze, nonché la ricezione critica delle opere teatrali.</p>
<p>Chiude l’opera il capitolo <em><i>Testimonianze</i></em>&nbsp;in cui vengono riportate conversazioni e ricordi, da Dacia Maraini ad Antonio Calenda, da Pippo Di Marca a Ulisse Benedetti, e ancora gli amici poeti Renzo Paris, Elio Pecora e Giorgio Manacorda, fino ai registi e gli attori che hanno portato in scena la sua drammaturgia: Renato Giordano, Agostino Marfella, Nuccio Siano, Mario Mattia Giorgetti, Federico Wardal, Massimo Fedele, Maria Libera Ranaudo, Enzo Saturni, Nunzia Greco, Franca Penone, Giorgio Crisafi.</p>
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<p><strong><em>Note</em></strong></p>
<p>[1] B. Alberti, in M. Gregorini, <em><i>Il male di Dario Bellezza. Vita e morte di un poeta</i></em>. Castelvecchi, Roma 2016, p. 158.</p>
<p>[2] D. Bellezza, in M. Latella, <em><i>«Io, Dario Bellezza, un vinto»</i></em>, in «Corriere della Sera», 3 aprile 1996, p. 15.</p>
<p>[3] D. Bellezza, in M. Gregorini, <em><i>Io e Moravia</i></em>, in «New Rock Magazine», II, n. 12, dicembre 1990, p. 69.</p>
<p>[4] D. Bellezza, in A. D’Agostini, G. Aletti, <em><i>Dario Bellezza, l’ultima intervista del poeta. Esclusivo</i></em>, disponibile online su poetidazione.it.</p>
<p>[5] D. Bellezza, <em><i>Invettive e licenze</i></em>, Garzanti, Milano 1971, p. 103.</p>
<p>[6] <em><i>Ivi</i></em>, p. 74.</p>
<p>[7] D. Bellezza, in I. Patruno, A. Veneziani, <em><i>Angelo o diavolo, comunque omosessuale</i></em>, in «Lotta Continua», 8 aprile 1980, p. 9.</p>
<p>[8] D. Bellezza, in G. Sica, <em><i>Conversazione inedita con Dario Bellezza</i></em>, a cura di M. Borio, disponibile online su nuoviargomenti.net.</p>
<p>[9] S. Crespi, <em><i>Deserti in Bellezza</i></em>, in «Il Sole 24 Ore», 17 maggio 1992, p. 26.</p>
<p>[10] D. Bellezza, Apologia di reato, in «Nuovi Argomenti», N. S., n.17, gennaio-marzo 1970, p. 98.</p>
<p>[11] D. Bellezza, <em><i>L’ordalia della croce</i></em>, copione dattiloscritto, Archivio privato Renato Giordano, p. 26.</p>
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<h6>(foto di Dino Ignani)</h6>
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		<title>La mia vita con Nolan. Un’Odissea personale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 12:00:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cesare Cherchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Cesare Cherchi</strong> <br />

Ma quest’Odissea risolve del tutto il problema semplicemente rifiutandosi di affrontarlo. Ogni cosa è banalizzata e appiattita su dei valori contemporanei; non c’è nessun interesse o tentativo di capire una cultura lontana. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Cesare Cherchi</strong></p>
<p style="text-align: right;"><img loading="lazy" class="wp-image-121913 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/161250814-5d74a0cf-0f45-4731-a0cf-ddd426865ea2.jpg" alt="" width="628" height="351" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/161250814-5d74a0cf-0f45-4731-a0cf-ddd426865ea2-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/161250814-5d74a0cf-0f45-4731-a0cf-ddd426865ea2-150x84.jpg 150w" sizes="(max-width: 628px) 100vw, 628px" /></p>
<p>Ho un problema con Christopher Nolan, ma non è sempre stato così. Quando ancora andavo a scuola ricordo che ne avevo un’opinione più positiva, da bambino penso di aver visto <em>The Prestige</em> almeno cinque volte. La frattura con i miei coetanei, e con tutti gli altri a quanto pare, iniziò con <em>Interstellar</em>: lo andai a vedere con dei compagni di Liceo e rimasi scandalizzato dalla stupidità del film: cosa avrebbero dovuto essere questi numeri di cui Michael Caine aveva bisogno per la sua teoria? La misurazione di una costante? E in che modo avere una teoria della gravitazione permette di iniziare semplicemente a levitare? Abbiamo una teoria della termodinamica, questo non significa che possiamo creare energia dal nulla… Ma soprattutto cosa significa che l’Amore è la quinta dimensione? Le domande si moltiplicavano.</p>
<p>Il film mi aveva lasciato infastidito e confuso; guardavo con sgomento signore di mezza età in lacrime che lasciavano la sala e l’entusiasmo dei miei compagni di classe – i quali non davano troppa importanza alle mie domande. Da quel giorno iniziava un nuovo capitolo della mia vita cinematografica, una vita fatta di solitudine in mezzo a un mare di conoscenti che continuavano a ripetermi come Nolan fosse il genio del nostro tempo. Ma più film uscivano e più erano brutti, e più erano brutti e insulsi e più vedevo spettatori stracciarsi le vesti (con la sola eccezione di <em>Tenet</em>, che tutti sembrano aver detestato. Anche lì lasciandomi perplesso, visto che a me pareva esattamente in linea con i film precedenti e quelli successivi). Addirittura molti non mi credevano, pensavano che l’unico motivo una persona potesse avere per dire che non le era piaciuto <em>Inception</em> fosse che stesse mentendo, per chissà poi quale motivo.</p>
<p>Scrivo tutto questo non perché pensi che queste note autobiografiche siano di qualche interesse, ma per mettere in chiaro che so bene quale sia la mia posizione. Sono in minoranza, una minoranza schiacciante, e so che tra me e una persona che si è commossa guardando <em>Dunkirk</em> c’è un divario antropologico incolmabile. So quindi che non convincerò nessuno a cambiare idea, voglio piuttosto far sapere a quei pochi là fuori che continuano a non capire cosa tutti ci trovino in Nolan che non sono soli, che c’è una società segreta e parallela di persone che la pensano come loro.</p>
<p>Ciò non ostante, per tutti i difetti che trovo in Nolan, gli ho sempre riconosciuto – troppa grazia, lo so – dei meriti pressoché indiscutibili, per quanto superficiali. I film di Nolan sono quasi tutti (a eccezione dei due veramente belli, <em>Memento</em> e <em>Insomnia</em>) costantemente gradevoli alla vista; c’è uno standard grafico, di sequenze, colori, fotografia e movimenti di macchina talmente rodato che rende impossibile scendere sotto un certo standard. Il secondo merito è che Nolan – sia per meriti o opportunità – ha sempre avuto la possibilità di fare un film solo se voleva farlo, dunque gli si deve riconoscere se non il talento, almeno l’intenzione dell’artista.</p>
<p>Rassicurato da questo plateau sono andato al cinema a vedere l’<em>Odissea</em> e mi sono rammaricato di scoprire che anche le piccole garanzie che mi aspettavo erano state infrante. L’<em>Odissea</em> non è solo uno dei film più brutti che abbia mai visto, ma anche uno dei film la cui bruttezza si estendo per più livelli. Per questo ho deciso di dividere le osservazioni per categorie.</p>
<p><strong>Dialoghi</strong>. I dialoghi sono orripilanti. Tutte le interazioni tra i personaggi servono a colmare (addirittura più di quanto il film stesso ne abbia bisogno) i problemi di scrittura generale e a fare il riassunto per gli spettatori (lo Spiegone di <em>Occhi del Cuore</em>), ogni persona o evento è nominato spiegando chi è, cosa fa, dove è, e quale è il suo ruolo nella storia. A volte la volontà di spiegare rompe i muri diegetici e porta a situazioni francamente incredibili, come Ulisse che deve spiegare a Penelope cosa siano i sacrifici umani e perché si facciano. Ogni dialogo suona come “Oh ma certo, il veleno! Il veleno per Cuzco. Il veleno scelto appositamente per uccidere Cuzco. Cuzco e il suo veleno. Quel veleno?” e questo è solo nei dialoghi con funzione didascalica, i dialoghi con funzione lirica sono, se possibile, ancor peggio. La descrizione che fa Ulisse del canto delle sirene è forse uno dei pezzi di prosa più brutti mai messi per iscritto nella storia umana. In generale quando questo film vuole apparire profondo utilizza la paratassi come succedaneo del pensiero. Non c’è bisogno di formulare un immagine e un pensiero da esprimere, basta giustapporre frasi solenni una accanto all’altra e qualcosa verrà fuori; il canto delle sirene è “esattamente come vorresti che fosse e poi tutto quello che non vorresti mai aver desiderato.” Significa qualcosa? A malapena, ma – come gli oroscopi – se la frase è abbastanza vaga si può far finta che non sia così.</p>
<p><strong>Effetti visivi</strong>. Il film è brutto, più di quanto non fosse lecito immaginarsi per un film di Nolan: la fotografia è stantia, stanca. Qualcuno che avesse visto <em>Oppenheimer</em> senza audio avrebbe potuto avere il dubbio fosse un bel film, questo rischio con l’<em>Odissea</em> non c’è. Tutte le scene in mare sembrano pubblicità di un profumo ma girate con un filtro blu, la scena del naufragio dopo la macellazione delle vacche del dio del Sole è di sconcertante bruttezza e trita banalità. Seppure alcuni effetti siano genuinamente belli (il volto dei ciclopi, o la sequenza della trasformazione degli uomini di Ulisse in maiali) ce ne sono altri che lasciano esterrefatti, come Scylla. Ovviamente molti non sono d’accordo, per alcuni una bella inquadratura è l’inquadratura di un bel paesaggio, ma purtroppo per queste persone non c’è nulla che possiamo fare per aiutarle.</p>
<p><strong>Paura del fantastico</strong>. Il film non sembra concettualmente attrezzato a mostrare qualcosa di sovrannaturale, quando il film è costretto a mostrare il fantastico, se ne vergogna. Polifemo (polì-pheme!) non parla, ma è solo un bestione inerte, lo stesso vale per il Lestrigoni. Sembra esserci un tentativo di rimuovere tutto ciò che è fantastico, con l’ovvio problema che non si può fare un film sull’<em>Odissea</em> senza mostri, streghe e giganti. Alla fine dunque appaiono, ma rimangono privi di senso e inconcludenti.</p>
<p><strong>Il cielo stellato sopra di me e la legge di Zeus dentro di me</strong>. A quanto pare la <em>Xenìa</em>, la “legge di Zeus” che viene nominata innumerevoli volte durante il film, consiste nel “trattare gli altri come vorresti essere trattato te stesso”(?). Il problema di questa invenzione non è tanto la sua poca fedeltà testuale, ma il fatto che renda tutta la storia priva di senso, se la legge di Zeus è l’imperativo categorico Kantiano allora per la legge di Zeus dovrebbe essere sbagliato anche mentire o uccidere. Qualcosa che ovviamente non era vero nella Grecia arcaica ma non pare essere vero nemmeno per i personaggi del film. Si suggerisce poi che l’inganno del cavallo infrangesse la legge di Zeus, non è ben chiaro se la versione originale o quella inventata da Nolan: se si riferiscono alla prima, la legge di Zeus non ha nulla a che fare con le guerre e gli inganni, se invece si riferiscono alla seconda allora dovrebbe proibire la guerra in generale (dal momento che dubito che qualcuno desideri essere assediato) dunque anche qui non si capisce quale sia il problema di Zeus. Tanta insistenza sulla legge di questo Zeus mi faceva almeno aspettare con trepidazione – per quanto possibile – il culmine simbolico dell’ospitalità nel poema. Quando Ulisse fintosi mendicante viene accolto da Eumeo in casa sua dove quest’ultimo, nonostante da anni sia vessato e razziato dai Proci, uccide due maiali per sfamare uno sconosciuto. Stranamente, il film – dopo aver insistito ossessivamente sulla legge di Zeus – taglia la scena in cui si spiega davvero cosa sia, forse perché il film per essere visto richiede che non la si capisca.</p>
<p><strong>Il pio Ulisse</strong>. Questo è uno dei difetti meno sorprendenti del film, ma non per questo è uno dei più lievi. Un eroe cinematografico americano contemporaneo è una persona <em>buona</em><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.0.1/72x72/2122.png" alt="™" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> e lo spettatore deve averne simpatia e sperare che <em>vinca</em>, e questo Ulisse non fa eccezione. Ci sono però due problemi, l’Ulisse del poema non è certo pravo, è una persona che rispetta gli Dei, ma altrettanto certo è che non è una persona buona nel senso che daremmo oggi alla parola. Questo non significa che il personaggio non possa essere cambiato, in fondo l’aderenza al testo originale non è un valore in sé, il punto è che se Ulisse non è un personaggio ingannatore, superbo e a tratti anche crudele quasi tutto quello che gli accade diventa privo di senso, come infatti è priva di senso la sua ultima interazione col Polifemo. Per lo stesso motivo Ulisse, dacché deve essere buono, non può massacrare i Proci inermi, o i servi e le serve che lo hanno tradito come Melanto. Questo costringe Nolan a scrivere un combattimento finale demenziale in cui Ulisse deve uccidere decine di persone da solo e nessuno può aiutarlo per via della legge di Zeus (?), che a questo punto inizia ad essere piuttosto nebulosa.</p>
<p><strong>L’impero del bene</strong>. Gran parte dei crucci di Ulisse, sia quello originale che quello del film, è il rammarico per la vana brutalità della guerra. Nel poema Ulisse piange alla coorte dei Feaci quanto sente i canti sulla guerra di Troia perché ricorda l’infanticidio di Astianatte. L’Odissea è, tra le altre cose, fatta di atrocità che già millenni fa erano riconosciute come tali. Nolan di queste atrocità ne parla, ma ha paura di farle vedere. Il film è sempre attento a rendere ogni scena di violenza innocua (si veda il “saccheggio” di Troia) in maniera tale che non turbi la signora che va al cinema due volte l’anno. Il risultato è che bisogna ascoltare due ore di lagna su una crudeltà che il regista non ha avuto il coraggio di mostrare davvero.</p>
<p><strong>The crime of a wasted life</strong>. Il problema fondamentale di questo film, che forse è anche la causa di tutti gli altri, è la povertà di spirito con cui è stato realizzato. La cosa straordinaria di quando si adatta un’opera di migliaia (o anche solo centinaia) di anni fa è lo straniamento nel percepire di stare vivendo un tipo di arte, un tipo di letteratura, che aveva scopi totalmente diversi dalla nostra. È un effetto che si basa su un inganno (non possiamo mai veramente uscire dal nostro tempo) ma allo stesso tempo è una delle esperienze più interessanti che si possano vivere da lettore (o spettatore), un’esperienza che alcuni film hanno saputo cogliere. Non necessariamente essendo fedeli a un testo originale (come per il <em>Settimo Sigillo</em>) e non necessariamente portando a dei risultati totalmente felici (<em>The Northman</em>). Ma quest’<em>Odissea</em> risolve del tutto il problema semplicemente rifiutandosi di affrontarlo. Ogni cosa è banalizzata e appiattita su dei valori contemporanei; non c’è nessun interesse o tentativo di capire una cultura lontana. La storia è solo un canovaccio noto abbastanza da attirare il pubblico e a cui appendere una morale cenciosa (la guerra è brutta e la famiglia è bella). Dietro non c’è alcuna curiosità letteraria, antropologica o anche solo umana. C’è anzi un rifiuto di capire che è quasi esasperante. L’esempio più doloroso è forse la scena in cui il fantasma di Sinone parla con Ulisse. L’aldilà omerico è spoglio, non ci sono ricompense o contrappassi, è solo una landa di anime disperate che rimpiangono la vita. Come nell’Inferno di Dante l’unico sollievo per i morti è sapere cosa accade tra i vivi, per avere per pochi attimi l&#8217;illusione di essere ancora tra di loro. È un’idea di aldilà che ormai ci è lontana: non si viene puniti, non si viene ricompensati, si muore e basta. È forse uno dei pochi momenti in cui si ha un bagliore di cosa doveva essere la religione della Grecia arcaica, una delle cose più straordinarie di cui si può fare esperienza leggendo. Ecco, nel film si fa dire a Sinone una cosa superficialmente simile, ma sintomo di una volontà di non capire rovinosa: “I morti vogliono avere notizie dei vivi <em>che gli hanno fatto del male</em>”(!). Una piccola aggiunta fatta al solo scopo di eliminare ogni minima differenza e rendere Sinone un fantasmino vittoriano che si vuole vendicare.</p>
<p>Non posso commentare il finale. Sono uscito dal cinema quando ancora mancava qualche decina di minuti alla fine del film. Quando ho visto Matt Damon roteare con delle asce in mano come un derviscio ho deciso che ne avevo avuto abbastanza. All’uscita, mentre aspettavo i miei compagni di sventura, sentivo i commenti entusiasti di vecchi e ragazzini. Anche stavolta evidentemente non sono riuscito a capire un capolavoro del genio del nostro tempo. La sera stessa sono andato su <em>Letterboxd</em>, l’Odissea ha un punteggio medio di quattro stelle e mezza su cinque. Più di mezzo milione di persone hanno votato cinque stelle, ad aver dato il mio stesso voto (mezza stella) siamo in meno di cinquemila. A tutti loro voglio dire che so quanto stanno soffrendo, ma un giorno tutto questo finirà. Spero&#8230;</p>
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		<title>Il Libro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 05:00:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Silvano Panella</strong><br />
Il vento ha allontanato le nuvole. L'aria tersa, le pagine si sfogliano da sole. Il libro è voluminoso e non può cadere dal davanzale di nera pietra. Da quanto è qui?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_120815" aria-describedby="caption-attachment-120815" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120815" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico.png" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico.png 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico-300x200.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico-1024x682.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico-768x512.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico-630x420.png 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico-150x100.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico-696x464.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico-1068x712.png 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-120815" class="wp-caption-text"><a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/36878207/" target="_blank" rel="noopener">Foto di Zakhar Vozhdaienko</a></figcaption></figure>
<p>di <strong>Silvano Panella</strong></p>
<p>Il vento ha allontanato le nuvole. L&#8217;aria tersa, le pagine si sfogliano da sole. Il libro è voluminoso e non può cadere dal davanzale di nera pietra. Da quanto è qui? Forse qualcuno ha posto il libro sul davanzale per leggerlo davanti a una prospettiva di borgo medievale che ben si compenetra con la storia narrata.</p>
<p><em>        Strascicava la catena rinvenuta nel pozzo, diversi metri di tensione ferrosa, non una persona bloccata o a rischio di caduta, non una nei paraggi o affacciata alle finestre delle case, l&#8217;assoluta padronanza del luogo, l&#8217;idea di poter cingere, legare l&#8217;osteria per compiere uno scherzo al noto cuoco di piatti troppo ricchi in salse e condimenti&#8230;</em></p>
<p>Questo stesso cielo che ci avvolge cristallino per donarci la luce e l&#8217;aria respirabile, che sfuma il nero siderale in un improbabile azzurro – una piacevolissima finzione cromatica per non farci sentire al buio anche di giorno – era qui un secolo fa, quando fu stampato il libro, un libro che narra di protagonisti che compiono scherzi in un borgo che potrebbe essere proprio questo. I protagonisti potremmo essere proprio noi. La cosa è assai curiosa e merita un approfondimento. L&#8217;autore si chiama Agatone Delle Arci. Non lo conosco. Mia mancanza. E mancanza dei motori di ricerca. Lui e il libro sono svaniti. O forse nessuno ha mai pensato di inserirli nelle banche dati digitali. Forse è un&#8217;opera creata per confondere chi transita nelle sale, collocata su questa o quella superficie per attirare sguardi e curiosità, per turbare i sensi – odora di vainiglia. L&#8217;adagio sul tavolo.</p>
<p><em>        Smanie, conturbanze dovute ai freni autoimposti per galateo da ricevimento nel possente, tondo mastio che un tempo aveva funzione difensiva e oggi è una sala che fa girar la testa per via della sua levigatezza, per via dei volti sorridenti e dei proponimenti d&#8217;opulenza – carte da parati, cibi, regalie&#8230;</em></p>
<p>Avverto dei passi. Mi volto alla soglia. Entra Demetra, la direttrice del museo di antichità. Gironzola, cerca negli scaffali. Sono sicuro che le interessi questo libro ma il suo orgoglio le permette soltanto di carezzare le svariate coste telate accennando lievi stupori.</p>
<p>«Non li avete catalogati?», domando. «Non posso crederlo, siete così metodici»</p>
<p>Demetra sfila un libro, lo trae a sé, lo valuta senza aprirlo, lo ripone, incerta, fa per prenderne un altro.</p>
<p>«Non è lì, è qui», dico, battendo sul tavolo, ma lei va via.</p>
<p>Richiudo il libro, la seguo. Demetra entra in un cunicolo semibuio che collega il palazzo del governatorato al museo. Quando siamo nella sala delle frecce, dei dardi, delle verrette, delle balestre mi fa segno di serrare la porta. Obbedisco. La porta si mimetizza nella parete di legno ma la maniglia sporge. Chissà se si sfila. Sì, si sfila. La sfilo e raggiungo Demetra nel suo ufficio. Mi chiede la maniglia, la poggio su una pila di fascicoli assai morbida. Poi mi chiede il libro. Ricevutolo, mi ringrazia. Lo apre, lo sfoglia, si ferma, sorride. Legge a bassa voce.</p>
<p><em>        Vi è grazia nel suo incedere sbilenco, nel suo calpestare il vestito di seta finissima, a macule di fiori fantasiosi, non esistenti, che sfidano la gravità, nelle sue pause dense di dubbio nei confronti delle quotidiane incombenze – azioni destinate a non fallire mai seppur&#8230;</em></p>
<p>«Può fermarsi, ho capito. Ho capito. L&#8217;autore doveva essere un suo antenato. Non la aiuterò ad attuare il vostro piano. Il vostro, sì. Al limite posso tenerlo segreto, posso fare da spettatore. Posso anche tenere il libro, tenerlo in mano mentre lei predispone tutto. E tenere le chiavi del museo, la maniglia, altri oggetti. Attenderò tenendo in mano, e nelle tasche, quello che vuole. L&#8217;orologio? Terrò anche quello. L&#8217;orologio, questo marchingegno illusorio. È molto meno illusorio il telefono, se comprende quello che intendo. No, non mi spiegherò. Sì, è strano che l&#8217;orologio sia rimasto in sospeso, l&#8217;oggetto, il suo significato. No, non spiegherò. Parlare di orologi mi sembra così fuori dal tempo, se mi concede la trivialità. Specie quelli a carica. Perché, se non lo carico si ferma il tempo?»</p>
<p>Demetra annuisce.</p>
<p>«Lo immaginavo. Dunque faccia quello che deve fare e mi lasci l&#8217;orologio. La aspetterà, la ritroverà. La ritroverà?»</p>
<p>Non lo sa. Il loro piano è pericoloso. Sì, pericoloso. Avevo notato qualche macchiolina scura, sangue rappreso sulle pagine. Il libro è già stato testimone di un atto violento e ha l&#8217;abilità di influenzare, anticipare le mosse dei suoi lettori. Starebbe bene in una teca di cristallo.</p>
<p>«Lo chiuda sotto vetro. Si vedrà lo stesso. Lo tenga aperto sulle due pagine che più si riferiscono a lei. Molte possono riferirsi a lei, scelga quelle più attinenti al vostro piano. Nessuno capirà le parole dell&#8217;autore, nessuno fermerà lei. Ci vediamo più tardi, avrò le tasche vuote, mi darà i suoi effetti personali. Scriva una lettera d&#8217;addio, nel caso il piano la attirasse troppo al centro dell&#8217;attenzione», dico, e lascio l&#8217;ufficio, le sale, il museo meditando sulle esistenze che si fanno ispirare dai libri.</p>
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		<title>Di VitaVera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2026 05:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Tumminello]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Danilo Tumminello</strong><strong></strong><br />

“Lo faccio per te.”<br />
<br />
“Grazie, Papà.”<br />
<br />
Finito il saluto ci avviamo verso le nostre stanze e chiudiamo la porta. Ognuna di noi ha un tablet che ci aspetta. La prima e unica volta che siamo esposte alla luce di uno schermo durante la giornata.
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Danilo Tumminello</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Lo faccio per te.”</p>
<p>“Grazie, Papà.”</p>
<p>“Lo faccio per te.”</p>
<p>“Grazie, Papà.”</p>
<p>“Lo faccio per te.”</p>
<p>“Grazie, Papà.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Finito il saluto ci avviamo verso le nostre stanze e chiudiamo la porta. Ognuna di noi ha un tablet che ci aspetta. La prima e unica volta che siamo esposte alla luce di uno schermo durante la giornata.</p>
<p>Papà dice che questa breve esposizione non rovina la nostra capacità di concentrazione. Che lo dice MedicinaVera. E noi ci crediamo. Non potremmo fare altrimenti.</p>
<p>Le stanze al piano superiore sono disposte a cerchio. Una stanza è quella di Papà. Poi ci sono quella di Alma, quella di Victoria e la mia.</p>
<p>Papà le ha volute così. In modo che il dubbio che ci stia monitorando dallo spioncino ci faccia stare concentrate. Ce lo ha detto lui. Lui ci dice tutto. E noi questo lo apprezziamo.</p>
<p>La cucina è al piano di sotto, insieme al bagno, la sala lettura, la serra e la stanza chiusa. Quella che noi chiamiamo così.</p>
<p>In quindici minuti, dobbiamo leggere e comprendere le pagine a noi assegnate.</p>
<p>Papà sceglie una di noi tre per poi fare la verifica. Ogni sera. La verifica non va mai male. Solo a volte. Ma di questo preferirei non parlare.</p>
<p>Per rendere più giuste le operazioni noi aspettiamo al centro della stanza. Quando Papà suona la campana, saliamo le scalette del letto. Dobbiamo sempre partire col piede sinistro. Papà preferisce così.</p>
<p>Spero tanto che stasera la verifica tocchi a me.</p>
<p>E che Alma non faccia una delle sue solite cose. Le pareti delle stanze sono sottili e si sente tutto. E lei lo sa.</p>
<p>“In un’era in cui le nostre proprietà sinaptiche sono messe a repentaglio da un flusso continuo di informazioni e dispositivi che assalgono la nostra mente, allenare la memoria e la capacità di concentrarsi, è l’unica via per emergere dal Sistema mendace e vivere di VitaVera.”</p>
<p>Lo dico tutto d’un fiato e comunico i concetti in modo che si senta che li ho fatti miei.</p>
<p>Papà mi osserva. Si tocca la barba. Aspira una boccata dalla sigaretta al mirtillo. Mi piace sentirne l’odore. Mi piace inalarne il vapore. Mi piace vedere Papà provarne gusto.</p>
<p>Il tablet è adesso spento e dentro il cassetto dove deve stare. Siamo seduti una davanti l’altro, sulle sedie di legno in mezzo la stanza, come sempre per le verifiche. Io tengo le mani sulle ginocchia come quando meditiamo.</p>
<p>“Dimmi che ne pensi”, dice Papà con la sua voce profonda.</p>
<p>Rispondo subito perché non voglio dare l’impressione di titubare.</p>
<p>“Secondo me”, dico, “questo enunciato è importante perché rispecchia un nostro bisogno primario. Nostro degli esseri umani, nostro in quanto esseri pensanti e razionali. Senza memoria non può esistere coscienza e sviluppo, progresso e…”</p>
<p>Papà alza una mano per interrompermi e io mi fermo all’istante.</p>
<p>Mi guarda fisso, da sotto gli occhiali quadrati sento i suoi occhi che mi studiano.</p>
<p>“Sembri finta”, dice secco.</p>
<p>Tiene le gambe accavallate, così chiuse che sembrano prendere il volume di una sola. Appoggia il gomito sulle ginocchia e la mano sotto il mento con le dita che si pizzicano ancora la barba.</p>
<p>Devo guardarlo negli occhi, non posso abbassare lo sguardo come si fa quando si guarda uno schermo, ma vorrei tanto farlo.</p>
<p>Cerco quantomeno di avere l’espressione neutra che piace a lui, non quella di sfida che ha sempre Alma, ma quella mia, attenta e ricettiva che lui ama tanto.</p>
<p>Ha detto che sembro ‘falsa’ e mi fa male. Non so se dire qualcosa.</p>
<p>Lui resta fermo a guardarmi. Poi fa un leggero cenno con la mano, come a dire ‘Vai’ o ‘Tocca a te’ o ‘Vediamo che sai fare’.</p>
<p>Comunque sia, vuol dire che devo parlare. Cercando di essere meno falsa, certo.</p>
<p>“I dispositivi digitali causano dipendenza e ci hanno messo alle strette in senso evolutivo…”, dico.</p>
<p>“In che senso evolutivo?” mi incalza lui.</p>
<p>Sento le tempie pulsare. Mi focalizzo sul respiro.</p>
<p>“In senso Darwiniano, certo. Perché come il grande studioso inglese sosteneva…”</p>
<p>“Lo so cosa sostiene Darwin”, mi interrompe. “Voglio sapere cosa sostieni tu.”</p>
<p>Non mi do il tempo di pensarci troppo e parlo.</p>
<p>“Io penso che sia, che sia…” la mia voce ha un sussulto di pianto ma lo butto giù. “Chiedo scusa”, dico veloce. “Penso che sia giusto non utilizzare i tablet o i telefoni insomma, perché non va bene, perché fanno male alla memoria.”</p>
<p>Papà alza di nuovo il braccio. Poi lo lascia cadere sulle gambe. Mi guarda. Leggo la delusione nei suoi occhi.</p>
<p>“Perché non va bene? È questa la tua argomentazione?” dice.</p>
<p>“Non so cosa pensare, Vera. Anche tu, adesso? Usi un linguaggio basico e rozzo. Quando adotti un lessico più forbito non lo senti tuo, non lo sai argomentare.”</p>
<p>Si alza, armeggia con la sigaretta e non mi guarda, ma vorrei tanto che lo facesse.</p>
<p>“Devi alzare i tuoi standard e la tua capacità di analisi”, dice. “ Così non va bene, così non evolvi. Così sei come loro.”</p>
<p>Si volta a darmi le spalle. “Non aggiungo nient’altro”, dice a va verso la porta.</p>
<p>Resto ferma, come se avessi un masso sulle spalle che mi spinge a terra. Conto i respiri. Vorrei dire qualcosa ma so che non posso e Papà ha ragione. Devo alzare i miei standard. E so che devo capirlo io come. ‘Il percorso di arrivo e di interpretazione è esso stesso il traguardo’, mi dico.</p>
<p>Lo stesso però vorrei chiedergli di darmi una possibilità in più. E vorrei che si fermasse sulla soglia e mi dicesse che sono la sua preferita.</p>
<p>Ma non lo fa, non si ferma e chiude la porta dietro di sé, portandosi via la delusione come un mantello sulle spalle.</p>
<p>Quando va via sembra che sia finito l’ossigeno nella stanza. Sto ferma sulla sedia come devo. Conto i miei respiri, cerco di non piangere.</p>
<p>Adesso posso solo aspettare.</p>
<p>Guardo fuori dalla finestra senza muovere la testa, solo con gli occhi perché Papà potrebbe essere dall’altra parte della porta ad osservarmi.</p>
<p>Fuori dai vetri, le miliardi di stelle che mi guardano nel buio denso del bosco mi danno consolazione. Mi danno prospettiva. Della mia piccolezza, della piccolezza di questo momento nella vita dell’universo, del fatto che supererò tutto, lo so. Che evolverò.</p>
<p>Il campanello suona due volte come quando la verifica va male. Ma me lo aspettavo, me lo sono meritato. Alma e Victoria possono andare a letto. Io no.</p>
<p>Dopo un po’ sento bussare, mi irrigidisco pensando sia Papà.</p>
<p>Poi capisco che è Alma, che mi sta provocando come sempre dall’altra parte della parete.</p>
<p>“La stanza chiusa”, la sento sussurrare dietro il muro, piano in modo che solo io possa sentirlo.</p>
<p>“Andiamoci, stanotte”, dice ancora.</p>
<p>Resto immobile.</p>
<p>So cosa ha in mente ma non voglio pensarci. Ho ben altro a cui dedicare la mia attenzione.</p>
<p>Respiro. Il pensiero va osservato e lasciato andare e io cerco di farlo.</p>
<p>Io non sono i miei pensieri, mi dico, io sono molto di più. Io sono la migliore. Io non sono Alma. Io non sono ‘sbagliata’ come le dice sempre Papà. Ed è vero quello che dice Victoria cercando di giustificarla, da quando Lei è andata via Alma non è più la stessa.</p>
<p>Ma di questo preferirei non parlare.</p>
<p>Il rumore di tocchi sul vetro è sottile ma preciso. Apro gli occhi, guardo la finestra e un brivido mi paralizza, Alma è là. Fuori, al freddo, in pigiama. Vedo solo la sua sagoma nel buio che mi dice di avvicinarmi.</p>
<p>Guardo la porta e spero ancora che Papà non ci stia guardando dallo spioncino.</p>
<p>Cerco di stringere gli occhi per comunicare in qualche modo ad Alma di smetterla, di andare via, di non farsi beccare un’altra volta. La scorsa volta è stato terribile e anche Victoria ne ha pagato le conseguenze.</p>
<p>‘Il pensiero basta osservarlo e farlo passare’ mi ripeto. Riesco a concentrarmi sul respiro ma dura poco perché Alma batte ancora alla finestra e mi dice di avvicinarmi.</p>
<p>Guardo lo spioncino, poi la finestra. Alma è là che gesticola.</p>
<p>Papà avrà le sue buone ragioni per precluderci la stanza chiusa ma lei non lo accetta. La sua è una pazzia.</p>
<p>Come pure quello che inventa sui rumori che sente arrivare dal piano di sotto, e quello che dice su Papà, le cose terribili di cui lo accusa.</p>
<p>Alma tenta ancora di chiamarmi. Si avvicina al vetro.</p>
<p>“È stato lui”, dice. “Ti faccio vedere. Andiamo.”</p>
<p>Cancello la sua voce, la sua presenza, i pensieri e i dubbi che innesca in me. Chiudo gli occhi e decido di non aprirli più con la speranza che desista e mi lasci in pace.</p>
<p>E sembra funzionare, perché sento ancora bussare qualche altra volta, e poi niente. Sbircio la finestra e lei non c’è più.</p>
<p>Sarà andata a letto, penso. Allora mi rilasso, lascio scorrere il tempo. Mi concentro di nuovo su di me. Sul miglioramento che devo fare.</p>
<p>Ripenso alla verifica, mi dico che Papà forse era solo nervoso. Poverino con tutto quello che ha da fare, da solo, senza un aiuto. Senza di Lei.</p>
<p>Perché Papà non se lo meritava. E neanche noi.</p>
<p>Lei era importante per noi e noi lo eravamo per lei. Me lo diceva sempre, a letto quando avevo paura e stavo attaccata al suo ciondolo verde di pietra liscia fino a quando non mi addormentavo.</p>
<p>Sento la nostalgia afferrarmi la gola. Scuoto la testa, per mandarla via. Sento anche un dubbio farmi tremare. Il dubbio terribile che in fondo Alma abbia ragione.</p>
<p>Ma qualunque sia la verità non serve a niente ormai, mi dico. Chiudo gli occhi, butto in fondo ogni pensiero negativo, ogni cosa del passato. Ritorno al respiro.</p>
<p>Poi, improvviso e brutale, un grido spezza il silenzio. È così forte che mi fa sobbalzare sulla sedia. È Papà a gridare, è una furia. Sento poi Alma urlargli contro e correre e piangere. Sento vetri che si rompono e ancora grida e tonfi secchi sul legno.</p>
<p>Tutto è ovattato dalle pareti ma mi arriva dentro denso come un pugno.</p>
<p>Non mi muovo, sono paralizzata.</p>
<p>Qualcuno bussa alla mia porta. La apre. Victoria mi guarda impaurita. Le osservo la mano fasciata. Butto giù il senso di colpa.</p>
<p>“Che facciamo?” mi chiede.</p>
<p>“Non lo so”, rispondo.</p>
<p>Mi guarda in cerca di conferme, quelle che solitamente ha una sorella maggiore. Ma io non so che fare, vorrei soltanto che tutto tornasse normale. Pacifico e normale.</p>
<p>I rumori continuano ad arrivare dal piano di sotto ed è difficile ignorarli. Ma poi, d’improvviso, tutto si placa e il silenzio ricopre di nuovo Victoria e me come una valanga che sfida la gravità, per salire da sotto fino ad arrivare a noi e travolgerci.</p>
<p>Vengo assorbita dalla paura, risucchiata quasi dentro il mio stesso corpo.</p>
<p>Penso allora a Mamma e la sua voce dolce e limpida risuona in me da qualche parte della mia memoria, posso sentire i suoi capelli lunghi che mi cadono addosso ad accarezzarmi assieme alle sue mani, posso respirare il suo collo profumato di miele.</p>
<p>“Ti senti meglio?” mi chiedeva quando smettevo di piangere e mi ritrovavo le dita appese al suo ciondolo. E mi sentivo forte e leggera e protetta. E sapevo che Mamma era là per proteggermi. A proteggermi quando Lui si arrabbiava, quando non facevamo come voleva. Mamma c’era. A proteggere noi sorelle. Proteggere Vera, Victoria e Alma.</p>
<p>Proteggerci.</p>
<p>Guardo Victoria, ferma sulla porta. Lei nota che le sto osservando la mano bendata. Mi dice ‘Non ti preoccupare’ senza dirmelo.</p>
<p>Allora faccio leva sulle ginocchia e mi alzo e mi sembra di lasciare sul legno della sedia un pezzo di me, la voglia di credere a tutto, la paura di affrontare la verità.</p>
<p>“Andiamo”, dico poi senza più pensare, come se non fossi io a dirlo, ma Mamma.</p>
<p>Prendo la mano di Victoria, usciamo dalla stanza e cominciamo a scendere le scale. Piano. Uno, due, tre, diciassette scalini.</p>
<p>Quando tocchiamo il pavimento del piano di sotto il caos si spalanca davanti a noi. Il mobili a soqquadro, i bicchieri e i vasi rotti stonano con l’ordine maniacale a cui siamo abituate.</p>
<p>In fondo, la stanza chiusa ha la porta spalancata. Victoria stringe la mia mano.</p>
<p>La guardo.</p>
<p>Sono io Mamma adesso.</p>
<p>“Andiamo”, dico ancora. E lei mi segue.</p>
<p>I nostri passi ci portano uno dopo l’altro, all’unisono, verso l’uscio di quella porzione di mondo a noi solitamente preclusa.</p>
<p>Quando siamo sulla soglia della stanza ci fermiamo. Un odore rancido di chiuso ma anche dolce di miele ci arriva addosso.</p>
<p>E noi, quasi ad occhi chiusi facciamo un altro passo.</p>
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		<title>Quel che ho imparato quest’estate finora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:28:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[estate 2026]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio popolo palestinese]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Massimo Palma</b> <br />Sono tutti ricchi però. Come tutti i turisti che frequentano l’Italia che ho visto. Tutti i turisti sembrano benestanti mentre sorseggiano spritz ovunque – lo fanno mentre si affollano davanti a boutique e negozi. Ogni volta siamo tantissimi sugli stessi metri quadri di strada...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimo Palma</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Viaggio abbastanza spesso. Da giugno da quando è cominciata l’estate mi è capitato di soggiornare a Genova, a Salerno, in un’isola tirrenica, a Siena. Ovunque ho incontrato gente che parlava ebraico – credo di poter dire che in ciascuno di questi casi fossero cittadini israeliani. Mi sono sorpreso a sentirmi imbarazzato – negli ascensori degli hotel, nei negozi. A chiedermi come si sentano. E a ripetermi ogni volta non so, la risposta è non lo so non lo puoi dire certo tu. Erano sereni, all’apparenza sereni, in vacanza quindi gioviali. Contenti. Ho visto una coppia bere vino a bordo piscina.</p>
<p>Come ci si sente a essere cittadini di uno Stato che sta compiendo un genocidio, che attua politiche di apartheid, che continua a occupare territori a danno di comunità esistenti? Non lo so. Se non sei tu a farlo, perché dovresti sentirti colpevole, responsabile? Esiste qualcosa come la “corresponsabilità civica”, la “responsabilità politica oggettiva”? Molto difficile fare discorsi sensati al riguardo, se non si intavolano discussioni caso per caso, lunghe. Tutto resta un’ipotesi, un sentimento.</p>
<p>Anche le tante ricerche sugli anni Trenta non aiutano. Sappiamo che già allora il turismo esisteva, si praticava nelle classi alte. E italiani e tedeschi, pure i soldati in licenza, andavano liberamente in giro a curiosare in altri Stati nel 1936, nel 1937, nel 1938 – fino al settembre 1939.</p>
<p>Come ci si sente? Non lo so. Spero facciano tutti parte di associazioni della società civile che si oppone. Una minoranza non rappresentata in Parlamento. Magari è così o magari no: se non vai in guerra che ne sai dell’annientamento.</p>
<p>Sono tutti ricchi però. Come tutti i turisti che frequentano l’Italia che ho visto. Tutti i turisti sembrano benestanti mentre sorseggiano spritz ovunque – lo fanno mentre si affollano davanti a boutique e negozi. Ogni volta siamo tantissimi sugli stessi metri quadri di strada mentre l’aria condizionata degli esercizi commerciali combatte col caldo asfissiante dell’esterno.</p>
<p>Parlo da solo spesso. Anche tu fai parte di uno Stato formalmente di diritto in cui vige uno scudo penale se due poliziotti soffocano a terra una persona che sta male che lo grida e alla fine questa persona resta a terra uccisa.</p>
<p>A Roma prendo l’autobus abbastanza spesso. A fine giugno l’ho preso e avevo accanto a me due ragazzi, due maturandi – parlavano di come affrontare la preparazione per l’esame orale. Di un video da vedere sulla seconda guerra mondiale, di cui non si capiva granché. Perché era troppo breve, e invece la faccenda era più complessa. A un certo punto i ragazzi si sono distratti perché hanno visto degli amici. Hanno gridato “ma guarda sti froci, ma guarda sti ebrei”, due, tre volte, ridendo. Ho chiesto loro se riuscivano a capire che linguaggio stavano usando. Uno si è girato dall’altra parte, forse intimidito forse ridendo – non lo so. L’altro mi ha detto: lo dicevo agli amici, loro non si offendono. E poi ha aggiunto che se mi ero sentito offeso si scusava. Forse ero frocio forse ero ebreo.</p>
<p>Mi capita di andare in campeggio. Quest’anno appena arrivato ho incontrato un gruppo di ragazzi di Roma, di una scuola del centro. Mentre uno si faceva la doccia urlava “non fare l’ebreo” all’altro. Rideva moltissimo, l’ha ripetuto una decina di volte mentre l’acqua scorreva.</p>
<p>Sento molto spesso caldo, a volte caldissimo. Vorrei andare più a nord, dove fa più fresco, vorrei non accendere l’aria condizionata, non sudare non fetere non sentirmi svenire.</p>
<p>Sogno di muovermi verso nord.</p>
<p>Sento però spesso parlare di migrazione come crimine. Se ti sposti da un paese dove per esempio fa molto caldo e non c’è libertà politica ma lo fai senza molti soldi da spendere è probabile che tu sia un criminale. Così dicono molti per strada e molti account.</p>
<p>Mi sembra di capire che oggi se uccidi una persona che ha un cognome che non sai ripetere subito non è proprio come avere ucciso una persona. Se per esempio capita di uccidere uno che ha un cognome che per brevità diremo islamico forse non è davvero una persona.</p>
<p>Però sento di colleghi che vanno in Arabia Saudita perché lì si tengono convegni, e a volte capita di incontrare durante questi eventi strani soggetti sostenitori di Trump, israeliani ricchissimi con doppia cittadinanza che stanno proprio là a fare lobbying o a dire cose mentre ne intendono altre che è meglio non dire. Sento di gente che conoscevo da piccola che ora è negli Emirati Arabi a vivere, vengono filmati quando stanno per strada ogni momento e pure loro hanno filmato qualche drone militare che cadeva.</p>
<p>Invece mentre durante i mondiali vedevo Inghilterra Argentina al pub quattro cinquantenni romani che parlavano forte e chissà perché chiamavano Stuart Pearce camerata dicevano di prenotare Dubai a questo prezzo perché era imbattibile.</p>
<p>Quando capita di avere a che fare con quei paesi molte cose diventano imbattibili. Per esempio gli sponsor. Le squadre di calcio europee per esempio si dividono le sponsorizzazioni tra Qatar Airways e Emirates. Non le batte nessuno. Quindi tutti i bambini i ragazzi i maschi adulti a volte pure qualche donna si comprano le magliette vere o false delle squadre e portano sul petto una scritta che dice quali paesi islamici ci piacciono davvero, anche se le condizioni di lavoro nell’edilizia lì meglio non dirle anche se sui diritti meglio non sapere.</p>
<p>Tra l’altro nessuno di questi paesi che sono dell’area ha detto nulla vedendo l’evidenza di un genocidio in corso. Neanche i calciatori che hanno questi sponsor molto ricchi che magari giocano in questi campionati dicono nulla. In tre anni nessuno che rincorre una palla e guadagna molti moltissimi soldi ha parlato. Forse hanno paura di dire cose che magari offendono qualcuno. O forse non parlano perché non sono state uccise davvero persone, decine di migliaia di persone, ma altre specie viventi che non contano tanto.</p>
<p>Non tutti gli arabi non sono persone: quelli che hanno soldi sono persone.</p>
<p>Mi capita di girare a piedi per Roma. Vedo molto spesso gente migrata che dorme per strada e non lo vorrebbe. Leggo di gente che viene sfrattata di continuo. Ci sono dei fondi finanziari legati ai costruttori a Roma che vogliono far sgomberare le occupazioni abitative: d’estate è più facile, d’estate basta una scusa un pretesto è meno facile avere solidarietà.</p>
<p>Al supermercato compro pomodori ciliegini avvolti in plastica e li pago 1,79 euro per 500 grammi. Li raccolgono gli immigrati nelle campagne. Di loro non si sa niente. A volte muoiono di caldo nei campi. A volte vengono bruciati vivi in un furgone come ad Amendolara il primo giugno, perché hanno chiesto un salario. Però io i pomodori li pago poco. Sul perché vige un precetto di stare zitti che in pratica rispettano tutti e pure io.</p>
<p>In queste ore si parla di invasione dell’Europa perché dei marocchini che ormai è tornato a essere un insulto hanno sfondato le reti tra Marocco e Spagna in NordAfrica. Alcuni qualche decina di invasori muoiono in mare mentre invadono – degli invasi non muore nessuno.</p>
<p>Qualche giorno fa Netanyahu è passato sopra i cieli italiani. Da quando è stato riconosciuto criminale dalla corte penale internazionale che ha spiccato un mandato d’arresto il governo del mio paese gli permette sempre il transito. Lo fa ogni volta. Chi commette crimini contro l’umanità deve potersi muovere come si muovono i soldi. Tutti i soldi nascono liberi e uguali e devono potersi muovere liberamente.</p>
<p>Questo è ciò che ho imparato quest’estate finora</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>Immagine: Andrea Inglese, <em>Morvan</em>, estate 2023.</p>
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		<title>L&#8217;ombra del fratello argentino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 05:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[l'ombra del fratello argentino]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Nicola Fanizza</strong> <br /> Giovanni aveva finito di raccogliere le ramaglie nel podere dei suoi genitori, che si trovava in contrada «Ponticelli», a meno di trecento metri dal mare. Il suo lavoro, però, non era terminato: suo padre, infatti, gli aveva dato anche la consegna di bruciarle.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nicola Fanizza</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-121422" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1Claude-Monet-242x300.jpg" alt="" width="242" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1Claude-Monet-242x300.jpg 242w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1Claude-Monet-824x1024.jpg 824w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1Claude-Monet-768x954.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1Claude-Monet-1237x1536.jpg 1237w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1Claude-Monet-338x420.jpg 338w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1Claude-Monet-150x186.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1Claude-Monet-300x373.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1Claude-Monet-324x400.jpg 324w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1Claude-Monet-696x865.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1Claude-Monet-1068x1327.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1Claude-Monet.jpg 1280w" sizes="(max-width: 242px) 100vw, 242px" /></p>
<p>Giovanni aveva finito di raccogliere le ramaglie nel podere dei suoi genitori, che si trovava in contrada «Ponticelli», a meno di trecento metri dal mare. Il suo lavoro, però, non era terminato: suo padre, infatti, gli aveva dato anche la consegna di bruciarle. Si recò pertanto nella casina di campagna, sicuro di trovare sul vecchio camino gli opportuni fiammiferi. Cominciò a cercarli nei posti più impensati e persino negli anfratti. Spostò infine, un pezzo di pietra intonacata e vide sbucare una busta. Si trattava di una missiva indirizzata a suo padre, presso un recapito diverso dal loro domicilio.</p>
<p>La busta conteneva una lettera e una fotografia formato tessera, in cui era raffigurato un ragazzo che aveva poco meno di vent’anni. Quando finalmente cominciò a leggere la lettera fu subito colpito dalle prime parole: «Caro papà». Il mittente scriveva da Buenos Aires, dove asseriva di aver trovato lavoro come fabbro. Diceva che era felice, poiché si era fidanzato con la figlia del proprietario dell’officina in cui lavorava; lo ringraziava per aver reso possibile il suo trasferimento in Argentina. La lettera, infine, terminava con «Un abbraccio. Vincenzo».</p>
<p>Giovanni non riusciva a crederci. Suo padre aveva dunque un altro figlio, un figlio che era nato fuori dal matrimonio con sua madre. Ma chi era questo Vincenzo? Chi era sua madre? La lettera lo aveva sconvolto a tal punto da non poter addormentarsi per diverse notti.</p>
<p>Giovanni, allora, aveva appena sedici anni. Non sapeva a chi chiedere, non sapeva con chi poteva parlarne. La <em>prossimità distanziante</em> che da sempre caratterizza le relazioni fra fratelli e sorelle, gli precludeva la possibilità di parlarne con Rosa e Laura, le sue sorelle maggiori. Né poteva parlarne con sua madre Teresa. Ne era a conoscenza? Come l’avrebbe presa?</p>
<p>Rimaneva suo fratello. Ma Mario allora aveva appena otto anni, non aveva l’età giusta per ricevere una rivelazione che poteva sconvolgerlo.</p>
<p>Giovanni rifletteva prima di agire, era uno che ponderava le sue azioni. Sapeva che sarebbe stato poco opportuno discutere in famiglia in merito all’esistenza di un loro <em>fratellastro. </em>Un argomento su cui di solito si stende un velo di silenzio. E quello non gli sembrava il momento opportuno per parlarne<em>. </em></p>
<p>Aveva ragione da vendere. Alcune cose – dicono i saggi – non vanno subito  dette a quelli che sono a noi vicini. Vanno dette solo a tempo debito. Ma chi ci dice che è arrivato quel tempo<em>? Forse</em>, quando fa il meno male possibile!</p>
<p>Giovanni era il più grande dei figli maschi, era forte come una quercia, ma soprattutto aveva le doti del combattente. Era freddo, non si lasciava mai tradire dalle emozioni e, nei momenti critici, non perdeva mai il controllo di se stesso.</p>
<p>Dopo aver terminato gli studi ginnasiali, fu costretto a lavorare in campagna, surrogando così in parte il ruolo che doveva spettare a suo padre Vitantonio. Quest’ultimo era aperto e disinibito, era in possesso di una vivida intelligenza. Era  ironico, ma di un’ironia che nell&#8217;intimo esprimeva il senso acuto di una tendenza alla riflessione. Ponderava i suoi giudizi e soprattutto aveva una spiccata curiosità. Era attento a tutto ciò che metteva in moto il suo cervello.</p>
<p>Poco prima che terminasse la quinta elementare, il direttore didattico era venuto a sapere che Vitantonio non avrebbe continuato gli studi. Il suo maestro gli aveva detto che Giovanni aveva delle buone doti di studio. Da qui l’incontro con suo padre. Il nonno di Giovanni, però, fu irremovibile. Disse al direttore che aveva un solo figlio maschio e che non poteva fare a meno del suo aiuto nella gestione dei suoi poderi.</p>
<p>Vitantonio si orientava nello spazio e nel tempo: guardando il sole, individuava con precisione l’ora e persino i minuti; la conoscenza dei venti a sua volta gli dava la possibilità di prefigurare i mutamenti del tempo.</p>
<p>Qualcuno sosteneva che fosse anche un incantatore di serpenti<em>. </em>Lo chiamavano per catturarli, ogni qualvolta questi ultimi, nascosti nelle fascine, erano entrati nelle case dei contadini.</p>
<p>Avvertiva inoltre la presenza dell’acqua nel sottosuolo e pertanto veniva chiamato spesso dai contadini ogni qualvolta bisognava scavare un pozzo o localizzare una vena d&#8217;acqua. Veniva chiamato anche per dirimere le questioni di confine fra i poderi o questioni di altro genere.</p>
<p>La sua condizione di rampollo di una famiglia di contadini benestanti gli aveva garantito la <em>bella vita: </em>era stato affrancato dal lavoro nei campi; aveva avuto a disposizione un calesse; e andava spesso a caccia, con un fucile di precisione belga, che riportava, incisa fra le due canne, la scritta in oro zecchino: «<em>Pour poudres blanches</em>».</p>
<p>Godeva di ottima salute, eppure obbligava suo figlio, che aveva appena sedici anni, a farsi carico di incombenze che spettavano proprio a lui in quanto padre. Stava in campagna il meno tempo possibile: dava le consegne; poi, attraversava in lungo e in largo il fondo per rendersi conto dello stato delle colture; e, infine, se ne tornava nel Paese per far fronte – così diceva – alle sue incombenze istituzionali (era Presidente dell’ECA!).</p>
<p>Giovanni, viceversa, rimaneva a lavorare nei campi. Quando si trovava da solo nella casa di campagna in contrada «Ponticelli», riprendeva la lettera e, dopo averla riletta, rivolgeva il suo sguardo alla fotografia di Vincenzo. Cercava di cogliere nel volto del suo fratellastro i tratti di una possibile somiglianza con suo padre. Ritornava con la mente agli anni della sua infanzia, ma non ricordava di averlo mai incontrato.</p>
<p>L’ombra del fratello argentino cominciò ad abitare, stabilmente, nei suoi pensieri. E ogni qual volta la sua immagine gli ritornava in mente giurava a se stesso che un bel giorno sarebbe andato a trovarlo in Argentina. Una terra in cui era facile emigrare, ma da cui era anche difficile tornare. Il costo del biglietto per recarsi nella <em>Terra dei fazzoletti</em>* con la nave, per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, rimase esorbitante. Da qui il detto dei migranti italiani: «L’Argentina è la terra del buon Gesù: si sa quando si parte, ma non si torna più!».</p>
<p>L’identità di suo fratello gli appariva come un <em>enigma</em>. La sua foto aveva per lui una valenza <em>simbolica</em>. Indicava per l’appunto una mancanza e, insieme, una promessa. Suggeriva l’esistenza di un corpo e di un’anima che, al momento, gli appariva distante e inafferrabile. Giovanni voleva sapere, era interessato alle vicende della sua vita. Voleva ricostruire la sua identità, voleva riannodare, attraverso il filo della memoria, il tessuto di un’esistenza che gli appariva vicina e, insieme, lontana. Chiedeva, pertanto, informazioni su di lui – conosceva il suo cognome – ai migranti che tornavano dall’Argentina. Nessuno degli interpellati, però, asseriva di averlo mai conosciuto.</p>
<p>La sua determinazione sortì qualche risultato alcuni mesi dopo, quando, casualmente, incontrò Filippo. Quest’ultimo era tornato da pochi giorni da Buenos Aires. Magro e scuro di carnagione, Filippo si guadagnava da vivere, facendo il <em>caporale</em>. Un «lavoro» che, comunque, non gli avrebbe consentito di pagarsi il viaggio in Argentina. Poteva andare nel Paese dei fazzoletti, grazie a suo fratello, il quale, essendo un dipendente della compagnia di bandiera argentina, aveva il diritto di disporre di alcuni biglietti gratuiti per i suoi familiari.</p>
<p>Filippo gli diede pochissime notizie sul conto di Vincenzo. Gli aveva detto di averlo conosciuto: abitava a Buenos Aires, ma non ricordava il suo indirizzo. Aggiunse anche che faceva il camionista, che aveva viaggiato con lui e che in quell’occasione il camion trasportava un carico di zucche ….</p>
<p>Con quei pochi accidenti, Filippo non era riuscito a rendere meno opaca la sua immagine. Si trattava di informazioni poco circostanziate, di situazioni che non gli consentivano di mettere a fuoco la sua identità.</p>
<p>Giovanni non riusciva a capire la sua reticenza. Riteneva che Filippo ne sapesse di più su Vincenzo. E tuttavia, per motivi che gli sfuggivano, non voleva parlarne.</p>
<p>Col passare del tempo l’interesse di Giovanni nei confronti del fratello argentino venne sempre più scemando. Gli veniva in mente solo quando sui giornali venivano riportate notizie in merito ai colpi di stato che di solito costellavano la vita politica dell’Argentina oppure quando in Tv, in occasione dei campionati mondiali di calcio, venivano trasmettesse le partite della nazionale biancoceleste.</p>
<p>Giovanni sentì parlare del suo fratello argentino solo dopo la morte dei suoi due genitori. Il giorno successivo alla morte di sua madre, avvenuta nell’agosto del 1996, ognuno dei fratelli e delle sorelle presenti asserì di essere venuto a conoscenza, in tempi e modi diversi, della sua esistenza.</p>
<p>Così Giovanni venne a sapere che verso la fine degli anni Venti, suo padre, dopo aver assolto il servizio militare, era tornato nel suo Paese. Qui aveva conosciuto Maria, una ragazza bellissima, che si guadagnava da vivere lavorando in campagna. Fra i due scoppiò la passione e ben presto Maria si trovò ad aspettare un bambino. Vitantonio manifestò, inizialmente, la sua volontà di sposarla, ma dovette fare i conti con l’ostilità dei suoi genitori.</p>
<p>Suo padre gli aveva detto che qualora avesse deciso di sposarsi con quella ragazza di ceto inferiore lo avrebbe diseredato. Per lui si trattava solo di un <em>amore ancillare</em> e in questo senso si sarebbe attivato per aiutare economicamente Maria.</p>
<p>Intanto, quest’ultima, nel settembre del 1930, aveva dato alla luce Vincenzo, il quale sin dai primi mesi aveva mostrato una salute cagionevole</p>
<p>Vitantonio visse allora un periodo di grande solitudine e, insieme, di grande inquietudine. Non sapeva cosa fare; non riusciva a decidere; era incapace di assumersi le sue responsabilità; viveva nell’attesa di un evento che sbloccasse la situazione e intanto l’ansia cresceva e lo prendeva alla gola.</p>
<p>Ciò che gli consentì di uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciato fu un intervento di sua sorella Caterina. Quest’ultima informò l’arciprete in merito alla vicenda che vedeva coinvolto suo fratello e alla sua indecisione. Da qui la determinazione del monsignore di convocare Vitantonio presso la Chiesa matrice. L’arciprete, grazie alla sua autorevolezza, lo convinse ad assecondare la volontà di suo padre e a trovarsi, al più presto, una moglie degna della sua condizione sociale.</p>
<p>I suoi genitori presero la palla al balzo. Si rivolsero subito ai sensali, i quali a loro volta contattarono la famiglia di Teresa, una ragazza che viveva a Rutigliano. Quest’ultima fu messa al corrente del fatto che Vitantonio era già padre di un bambino e ciò nondimeno diede una risposta interlocutoria. Prima di dare il suo assenso, però, voleva conoscerlo.</p>
<p>All’incontro Vitantonio si presentò con il calesse e, grazie alla sua bella e forte presenza, fece breccia nel suo cuore.</p>
<p>Appena seppero del fidanzamento, i parenti di Maria si attivarono per scongiurare il matrimonio. Si recarono più volte con il piccolo Vincenzo a Rutigliano per minacciare Teresa e i suoi familiari. Tuttavia, visto che Teresa non aveva alcuna intenzione di rompere il fidanzamento, decisero di ricorrere ad altri mezzi. Si affidarono ai maghi e alle fattucchiere, dilapidando così in poco tempo i soldi – diecimila lire! – che avevano ricevuto dal padre di Vitantonio.</p>
<p>I maghi in un primo momento avevano assicurato che, grazie ai loro incantesimi e alle loro fatture, il fidanzamento sarebbe saltato. Così non fu. Il matrimonio fu infatti celebrato nella cattedrale di Rutigliano. Tuttavia, anche dopo la celebrazione, i maghi perseverarono nei loro intrighi e raggiri. E spillarono furbescamente altro denaro alla famiglia di Maria.</p>
<p>Intanto, ciò che è sempre inatteso, ciò che è irreparabile arrivò come un ospite trascinato dal vento invernale. La madre di Vincenzo morì nel 1936, a causa della tubercolosi.</p>
<p>Dopo quel tragico evento, Teresa avrebbe potuto <em>anche</em> accogliere il piccolo Vincenzo nella sua famiglia, ma non se l’era sentita – così aveva detto alle sue figlie maggiori – per i tanti dolori che le avevano arrecato i suoi parenti. Pertanto Vincenzo, che allora aveva appena sei anni, andò a vivere con una sua zia.</p>
<p>Vitantonio avvertiva l’obbligo nei confronti di Vincenzo, nutriva nei suoi confronti una tenerezza tormentosa. Pertanto, con l’assenso di sua moglie, continuò e a prendersi cura di suo figlio: lo aiutava per quanto gli fosse possibile.</p>
<p>Dopo alcuni anni, Vincenzo aveva manifestato l’intenzione di trasferirsi in Argentina anche perché voleva a sottrarsi alle pressioni di sua zia. Quest’ultima premeva su di lui affinché si unisse in matrimonio con la cugina, ossia con sua figlia. Vincenzo nutriva affetto nei suoi confronti, ma il suo era un affetto che di solito si nutre per le sorelle.</p>
<p>Da qui la sua decisione di cambiare aria. Si rivolse pertanto a suo padre, il quale fu lieto di aiutarlo a partire, facendosi carico del costo del viaggio.</p>
<p>Questi erano i tasselli che riguardavano la vita di Vincenzo fino alla sua partenza per l’Argentina. Per quel che riguardava il periodo successivo, i suoi fratelli e le sue sorelle non sapevano nulla in merito alla sua vita. Non sapevano che lavoro faceva, se si era sposato, se aveva dei figli.</p>
<p>Nessuno di loro poteva immaginare, tuttavia, che in un tempo a venire, dopo più cinquant’anni, Vincenzo potesse tornare nel Paese che lo aveva visto nascere.</p>
<p>Nella tarda estate del 2006, verso l’imbrunire, Giovanni era seduto al tavolino di un bar sul lungomare e stava osservando il tramonto del sole, quando improvvisamente fu stupito dal lento intenerirsi del cielo. I riflessi della luce color verde-oro sull’acqua lo avevano costretto a chiudere per alcuni istanti i suoi occhi. Quando li riaprì, vide davanti a sé un uomo avanti negli anni, che somigliava vagamente a suo padre …!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* I migranti italiani chiamavano l’Argentina <em>Terra dei fazzoletti</em>, poiché gli abitanti del quel Paese erano soliti indossare un <em>fazzoletto </em>intorno al collo.</p>
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		<title>L&#8217;inclusione che esclude. Il paradosso normativo del &#8220;politicamente corretto&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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<p>di <strong>Omar Bellicini</strong></p>
<p>Ogni epoca produce il proprio lessico. Le parole, specie quelle di recente introduzione o viceversa quelle abbandonate, sono mezzi attraverso i quali una società stabilisce ciò che è dicibile, ciò che è interessante, ciò che viene considerato opportuno. Il «politicamente corretto» — definizione contemporanea di un fenomeno antico quanto gli esseri umani — si sviluppa in questa dinamica, talvolta spontanea, talvolta guidata, ma sempre morale. La sua manifestazione più recente non nasce come forma di oppressione, ma come tentativo di correggere un’asimmetria storica: lo scopo è rendere visibili categorie di persone e individui che il linguaggio comune aveva relegato ai margini, spesso trasformando la frequenza statistica in criterio implicito di normalità, quindi di superiorità.<br />
La lezione proveniente dagli studi dell’Otto-Novecento sul linguaggio, d’altra parte, è anche questa: da Ferdinand de Saussure fino alla pragmatica di John Austin, passando per il secondo Wittgenstein, il linguaggio è stato riconosciuto come dispositivo per organizzare le esperienze, per direzionare il pensiero, per conferire significati alla realtà, ben al di là di una chimerica descrizione neutrale. Parlare e scrivere sono azioni che comportano delle scelte, e non stupisce che la politica abbia individuato proprio nelle parole uno dei terreni più fertili di trasformazione, se non di manipolazione.<br />
Il linguaggio, insomma, contribuisce a edificare gerarchie — ne è un esempio discusso il maschile sovraesteso, che in idiomi come l’italiano si applica, in ipotesi di pluralità di persone di diverso genere, anche ai soggetti femminili, senza una corrispondenza di segno opposto —; e modificare quelle gerarchie non può prescindere da una contestazione del linguaggio. Perfino — e forse a maggior ragione — quando viene condiviso da chi ne è vittima, secondo quel processo di introiezione della «violenza simbolica» descritto da Pierre Bourdieu. Stimolare il cambiamento anche negli usi comunicativi, seguendo una traiettoria di superiore equità, è perciò lodevole.<br />
Il pericolo si affaccia quando un progetto emancipatorio si tramuta, pur al netto dei propositi, in un dispositivo normativo eccessivamente severo — si pensi all’etichettamento retroattivo di opere cinematografiche e letterarie o alla loro revisione forzata, come nel caso dell’edizione Puffin de La fabbrica di cioccolato, di Roald Dahl. È lì che emergono le contraddizioni. L’inclusione, infatti, presuppone un ampliamento del perimetro della convivenza, ma ogni norma — anche sociale — che proclami quali parole siano lecite e quali no introduce invece un confine, con un dentro e un fuori; e se prima l’esclusione riguardava gli appartenenti a determinate categorie sociali, ora rischia di investire chi utilizza codici linguistici diversi da quelli ritenuti più aggiornati, magari per abitudine, ignoranza, appartenenza generazionale o finanche dissenso teorico.<br />
La questione, ovviamente, non riguarda gli insulti deliberati o i discorsi d’odio, il cui carattere discriminatorio è evidente. Concerne, piuttosto, quella zona grigia in cui le consuetudini vengono sovrapposte agli intenti offensivi, senza la volontà di discernere le effettive intenzioni. Quando ciò avviene, la critica del linguaggio smette di essere una proposta d’incontro e diventa un filtro di appartenenza: un codice settario. Le parole smettono di essere messe in discussione e vengono prescritte, con finalità di integrazione nella propria comunità di riferimento — come suggerisce Durkheim, parlando di «funzione integrativa della norma» — più che di miglioramento dell’ambiente circostante. Non è un caso che il dibattito attuale assuma spesso i tratti di una disputa canonica: si esamina la correttezza formale dell’enunciato prima ancora dei messaggi che intende veicolare. Cosicché, l’ortodossia lessicale prevale sull’argomentazione complessiva e la verifica dell’immediata conformità al dogma sostituisce la persuasione.<br />
In verità, sarebbe ingenuo ignorare quanto questo tema sia stato strumentalizzato: una parte del populismo contemporaneo ha costruito sull’avversione al politicamente corretto un seguito politico, alimentando caricature, elevando casi marginali a paradigma e dando corso ad autentiche campagne di disinformazione. Ridurre il dibattito a una fantomatica «dittatura woke» significa non comprendere la complessità storica delle discriminazioni, motore della revisione critica del discorso pubblico. Tuttavia, proprio perché la caricatura del fenomeno è intellettualmente povera, diventa ancora più importante problematizzare la sua articolazione reale.<br />
In termini generali, non è inconsueto che una pratica liberatrice si irrigidisca in una grammatica dell’affiliazione: ogni ordine simbolico produce i propri rigoristi e un senso di elitismo. Ogni regolamentazione aspira a costituire una nuova normalità, in opposizione alla precedente. Normare e normale condividono, del resto, la medesima radice etimologica. La domanda, allora, non è se sia giusto modificare il linguaggio — ogni società lo ha sempre fatto — bensì quale rapporto debba esistere tra trasformazione e imposizione. Forse, il limite di certa pedagogia linguistica — che può non essere maggioritaria, ma che è comunicativamente rilevante — consiste nell’inversione del processo di maturazione sociale: si promuove l’empatia attraverso imperativi di linguaggio, anziché favorire l’evoluzione spontanea del linguaggio incoraggiando l’empatia.<br />
Quando una comunità interiorizza davvero il valore della dignità altrui, infatti, le parole cambiano senza la necessità di spingerle; e, se non cambiano, assumono nuovi significati. Al contrario, quando la riforma lessicale precede quella emotiva, il rischio è che venga percepita come un obbligo esterno, producendo resistenze, prese di posizione identitarie e nuove polarizzazioni; generando nuovi esclusi, sulla base della dignità morale attribuita al modo di esprimersi.<br />
In questo senso, la vera inclusione richiederebbe qualcosa di più complesso e laborioso della sorveglianza linguistica: un impegno culturale capace di modificare gli approcci, prima ancora dei vocaboli. Perché le parole possono certamente educare, ma solo se varcano la soglia della sensibilità. Ed è questo il paradosso che merita di essere affrontato, senza contrapposizioni preconcette: una società pienamente inclusiva deve accogliere anche quanti non hanno ancora aderito al linguaggio d’inclusione. Per contro, se la difformità linguistica diventa motivo di riprovazione, il confine tra emancipazione e sostituzione dell’escluso diventa più sottile di quanto si sia disposti ad ammettere.</p>
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		<title>Breve antologia di Gianni Toti (a cura di Diaforia)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 05:30:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[daniele poletti]]></category>
		<category><![CDATA[diaforia]]></category>
		<category><![CDATA[editoria di poesia]]></category>
		<category><![CDATA[francesco muzzioli]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Toti]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=121666</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Gianni Toti</strong><strong></strong>, dall'edizione integrale dell'OPERA POETICA in due volumi a cura di <strong>Francesco Muzzioli</strong> e <strong>Daniele Poletti</strong>. Toti (1924 –2007) è stato un poligrafo di assoluta originalità, e la matrice del suo lavoro è stata la sperimentazione poetica a tutto campo. Grazie alle edizioni [dia•foria, disponiamo oggi della sua opera edita completa. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(I testi qui presenti sono trattti da:</em> <a href="https://www.diaforia.org/floema/2024/10/14/opera-poetica-1-gianni-toti/">Gianni Toti. Opera poetica</a>, <em>vol. 1 &amp; 2, a cura di <strong>Francesco Muzzioli</strong> e <strong>Daniele Poletti</strong>, per la collana &#8220;totale&#8221;, di [ d i a • f o r i a &amp; draembook edizioni.)</em></p>
<p>di <strong>Gianni Toti</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>VOL. I</strong></p>
<p>Da <em>Penultime dall’al di qua</em>, 1969</p>
<p><strong>(<em>fabile e</em>)</strong></p>
<p>appena cominciata da dichiarare ancora<br />
la vera guerra di tutti erga omnes<br />
finora insieme qui o là con le fronti e le frontiere<br />
domani già adesso sulla trincea delle spalle<br />
e l’occhio fucile la mitragliatrice d’unghia<br />
il silenzio velenoso i sogni allucin-altri<br />
quando nasci mi spari bambino brucia baby burn me<br />
questa pianeta immoto nell’orbita nel giro<br />
tondo da qui a meno chiglia che non salpa<br />
non ce ne andremo mai dobbiamo farci uno<br />
poi chi sa chi sarà il colui che<br />
partirà con tutta l’astronave di terra;<br />
uomo-pianeta-caravella alla cerca (uomonave ma sì)<br />
di spazio perduto nell’occhio cieco di dio<br />
a distruggerne anche la parola il verbo anzi<br />
dell’uomo non più centrico né fallo – detto ma ineffàto…</p>
<p>*</p>
<p><strong>(EPIGRABDEN)</strong></p>
<p>epicombi – in modo da scalfire appena – sfio[rando.<br />
: si era messo paura dei propri pensieri capite<br />
– si era avvelenato gli occhi con la sua la tua faccia<br />
– aveva sofferto persino per la tristezza dei sassi le loro vene bloccate<br />
(troppa gente: la specie è in trappola: aria<br />
aria ma non di quella – non basta più)<br />
e perché è sempre oggi e domani è ancora oggi<br />
(lo stesso giorno lo stesso giorno lo stesso giorno da svivere)<br />
e l’uomo perfettibile che crea un dio imperfetto<br />
che crea un uomo così che è sempre così<br />
io la gente che non mi è che mi muore sotto<br />
e gli inquietanti in pillole contro il troppo silenzio<br />
di tutto quanto l’universo sta zitto<br />
perché o accettiamo tutto o non accettiamo niente<br />
mentre siamo appena e non possiamo fare altro che eccetera<br />
allora si uccise a lungo un lentissimo suicidio infingibile</p>
<p>*</p>
<p>Da <em>Tre ucronie della coscienza infelice</em>, 1970</p>
<p><strong>irresistenza</strong></p>
<p>– ¿ in questo allora informiamoci:<br />
barcolla il tempo i secoli ubriachi cadono<br />
sopra i libri di storia riscritti denunciando le ucronìe<br />
il cielo si è spostato altri cieli si sono immossi<br />
misterificabili come sempre la sordità il silenzio<br />
la cecità tattile il malgusto disallarmano<br />
suoniamo parliamo vediamo tocchiamo gustiamo<br />
musiche libri pitture erotismi e più sensi ancora<br />
spazio su spazio anche nei corridoi conquistando<br />
vedendoci gli occhi ascoltando la mutità dei versi<br />
ma il tempo barcolla sempre allucinato di futuro<br />
– palpebre lacerate a Khe-sanh-Valle-grande-<br />
le epoche si ubriacano bevono progetti-destini<br />
ci vuotiamo l’un l’altro sempre prima dell’inizio</p>
<p>però non cederemo davanti e dietro a quelle palpebre<br />
le nostre<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</span>i nostri schermi<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</span>e forse questa nostra<br />
triste gloria di triste specie resistente a se stessa<br />
è la sola irragione che</p>
<p>*</p>
<p>Da <em>chiamiamola POEMETÀNOIA</em>, 1974</p>
<p><strong>3 &#8211; infuturitante</strong></p>
<p>condannato al futuro forzato sei<br />
stato e a torturarti al rispecchio<br />
dietro cui gli aspettattori<br />
si torturano le tòrtili<br />
tossilaggini con lo spettracolo doppio</p>
<p>tu non vivi ti dici tu abiti però muori anche<br />
ma tu non muori non te lo dici ti taci ti sposti<br />
da un occhio all’altro su ruote ciliari<br />
con le palpebre portiere svitabili<br />
su cerniere di guance incincignate</p>
<p>cerebrostuprazione a intervalli di tristitia<br />
kakeuanghelízzano gli spermologhi dell’uls<br />
tutti spettano il prillo pispillorio dei forse<br />
sul parapegma mentali impetigini le affiorescenze<br />
delle zediglie zinzilulanti gli ideologémi capisci ?</p>
<p>*</p>
<p>Da <em>PER IL PAROLETARIATO O DELLA POESICIPAZIONE</em>, 1977</p>
<p><strong>74</strong></p>
<p>la cipazione allora il cupero l’etcet’era<br />
la parte di chi occapare non può<br />
ha bisogno di apofonìe<br />
e occupa non capera ricapera<br />
partecapisci? cipabile sei?<br />
cipe adesso ma onnicipe?<br />
solo parte? o partiticipatore<br />
(prendi partito tutte le mattine?)<br />
particellipatore? ti vorremmo<br />
toticipiale e invece<br />
paucipiali paucibili pococuperanti</p>
<p>toticipiamo – all’ora?</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: center;"><strong>VOL. II</strong></p>
<p>Da <em>IL POESIMISTA</em>, 1978</p>
<p><strong>GLOSSOCOMIO?</strong></p>
<p>ti hanno timbrato fino dalla nascita<br />
con razza d’uomo prima identità e<br />
poi con nome connominato<br />
trasforandoti egoibile con le pinze<br />
ma non eri ancora svanito nella lusione<br />
bardato con tutti gli infinimenti e le cinture<br />
e le croate e i fili che pendono dai bottoni<br />
e viceversa le teste che ciondolano dai capelli<br />
vattene adesso rondinotto da briglia<br />
il prima non c’è stato ancora per te<br />
prima che ti insegnino a ricordarlo<br />
non ci sarà il dopo prima che ti postarghino<br />
ascòltati corri ma di fianco<br />
(dalla rosa la zolla – dalla zolla il pianeta)<br />
così potrai mostrarci l’adcanto l’ala sola<br />
che ha un parola sopra a surlinearlo e perchè<br />
lo pronunciamo parolato grave o acuto in-ad-cantatile</p>
<p>lallazione lalìa glossopea glossalgia<br />
tacere più forte</p>
<p>*</p>
<p>Da<em> COMPOETIBILMENTE INFUNGIBILE</em>, 1979</p>
<p><strong>MNIOMOLLÙGINE</strong></p>
<p>onfalo d’abisso sculatura inguinale<br />
frange spavalde pelurie inguainate<br />
sguainamento degli inguinabuli<br />
(les merveilleuses bagnavano i pumes<br />
per rivelare les merveilles – no?)</p>
<p>grigio topo verde spento cachecoeur<br />
ruggine sulle occhiaie neggiafumo<br />
briciole diamantifere pull-over-grounds<br />
raccontàti gatto-luna-comignolo<br />
mouchoir-da-buco orifizi alti da emungere</p>
<p>imperlàti dunque diamanti-sudore<br />
soprattutto sottoniente castimoniale<br />
Lisette Malidor con la gonnabanana<br />
spampinante bilancellula con i paleo-nei<br />
attorno attorno al tredicesimo buco</p>
<p>*</p>
<p>Da<em> STRANI ATTRATTORI</em>, 1986</p>
<p><strong>4</strong><br />
le parlallele su una superficie curva possono<br />
incontrarsi: è lo spazio-pagina che si distorce<br />
adesso anch’io tuteandomi e ioéndomi so<br />
che il tempo può esplodere andare in pezzi<br />
di istanteternànee trasecolamenti e tramillenni – è<br />
che cominciamo ad avere dimestichezza con lui:<br />
l’infinito diciamo disdicendolo non vuol dire<br />
vero e proprio infinito solo immensurabile</p>
<p>così lo abbiamo idealizzato tanto grande che è<br />
più che grande non ce la faremo a capirlo sembra<br />
ciossarebbe a prenderlo accettarlo-sottoportarlo<br />
come quel dio che soltanto lui infiniva e invece<br />
era solo quella parola a uscire dalla pagina se mai<br />
potenziale infinito era con l’aristoteleologia poteva<br />
continuare a crescere oltre è appena nato forse<br />
e infinirà – per ora è solo una promessa – sfinita.</p>
<p>L’infinito incompiuto sembra una sinfonia<br />
eterna incompiutezza se è infinito sfinisce<br />
e l’infinito attuale è anche transfinitudine puoi dirlo<br />
nessuno protesta è protestuale protestantualìzzati<br />
se ce la fai protestantestualmente protestantellettuale<br />
anche tu grande come una tua minima parte<br />
partito e tuttìto poemetotinimìa strania<br />
il minimo è massimo massiminimo&#8230;</p>
<p>*</p>
<p>Da <em>POSTREME COSMÀGONIE DAL DESERTRON</em>, 1990</p>
<p><strong>CANI RANDAGI</strong><br />
<strong><em>ANCORA AL CAFFÈ DEI POETI</em></strong></p>
<p><em>poemetto con poeteìna</em></p>
<p>Si era fermato per i futuriani<br />
alle tre e venti il cosmologio della Torre<br />
del Salvatore – non è vero Velimir?<br />
fu un progéttile il disorologiaio<br />
le finestre si chiusero le guance delle case<br />
e rari erravano i tram tremando sulle rotaie<br />
mezz’etto di pane poetidiano una lebbra di carne<br />
ma i poeti andarono al caffè<br />
dei Poeti-naturale la mente<br />
e il Cane Randagio trovò casa<br />
ancora e il muso gli si vellutò<br />
nerofumoso e si sgargió tutto<br />
s-gorgeando i capizioli dal busto<br />
le parole si svaginarono dalle guaìne e<br />
si leccarono le lábiule sillabulbàrono<br />
sopra rospi sposati e spossalizi<br />
e occhi di nessuno – nicevòki<br />
cavalli millezampe milleali leali<br />
poetistrelli che pipistrillavano<br />
a bassa voce a silenzio alto<br />
da gole-caverne da bucombelichiostri<br />
esalta – insulta – esulta – sussultando<br />
compoesione! e si compoetivano<br />
poetessendo coi flauti – vulcani – scatebrósi</p>
<p>le onde pizzicanti violin-arie<br />
le nuvole dipinte quinteatrali<br />
per ballerine da una guancia sola<br />
e un clune solo ma con due guaìne<br />
così così proprio cosìplicando<br />
l’arte per tutti democratizzarono<br />
il poetoscenico! il golfo poemistìtico!</p>
<p>poesia al caffè con poeteìna-e per<br />
gli spoetatori e anche per noi<br />
disaddetti ai lavori addetti agli ozi neg-ozi<br />
negoziatori di tempoesia</p>
<p>meno di cinque mesi a poeMosca<br />
leggend-aria-di-sogni-e-bis-sognissanti<br />
i rivelazionari del futuro interiore già intimo<br />
forse àntimo-e finì la prima fine</p>
<p>finì la fine e chi sa perché<br />
irricomincia sempre qui e subito<br />
confessi e poetaccia ma per sempre!</p>
<p>*</p>
<p>Da <em>UN EPITIMIO PER IL COSMUNISMO</em>, 2000</p>
<p><strong>POEMITIO PER IL CONSUMISMO</strong></p>
<p>&#8230; oh sì amaro è sapereche ancora lo spettràcolo<br />
dell’immondo per/eusopsìe si aggira<br />
monotono deserto d’orrore e d’inòdia<br />
che cancrilla lo YEM delle immagini “il doppio<br />
prodotto” dello spécere e che ouk sképtomai</p>
<p>&#8230; decosmunistiamo – eccoli !capri yòbeleláioi<br />
Facitori di Ponti zareàmi haschishins tontons –<br />
sacri furori a caccia di fasmasiessusìe<br />
tanatrònich aspérrime scienzaggioni pensiero unicó –<br />
ma ancora respira il cadavere di Karl – ricordate?</p>
<p>deserti gli inferni i paradisi i purgatori –<br />
e la preumanità neppure cominciata però<br />
forse è in arrivo il Sesto SOl Pachakuteq<br />
la Riconquista continua – ma la specie è compiuta? –<br />
O morte vecchio capiteano è tempo – e tu disàncorati</p>
<p>– la cerebroluzione brucia i neuròni ultimi!</p>
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