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	<title>NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Dylan, Mercurio e Giano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Adriano Ercolani</strong> <br />

Dylan è il Bagatto dei Tarocchi. Avendo goduto di una connessione in fibra ottica con l'Inconscio Collettivo per i primi anni della sua carriera, Dylan ha passato ormai sessant’anni di carriera a sfuggire la condanna di divenire il poeta alessandrino di se stesso.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Adriano Ercolani</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-119973 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-15-at-15.38.12.png" alt="" width="517" height="501"/></p>
<p class="p1">Bob Dylan è il più grande artista popolare del Novecento. Non lo dico io e non mi avvarrò della facile argomentazione che lo vede unica figura mondiale ad aver compiuto il triplete accademico, avendo vinto Premio Oscar, Premio Pulitzer, Premio Nobel. Da sempre, è il considerato il più grande dai più grandi, il più influente, il modello e l’ispiratore di autentici creatori di cosmi artistici, da John Lennon a Jimi Hendrix, da David Bowie a Paul McCartney, dai Rolling Stones a Lou Reed, da Leonard Cohen a Tom Waits. Tutti i cantautori successivi, anche coloro che come Syd Barrett lo contestavano o come Paul Simon e Frank Zappa potevano parodiarlo, hanno dovuto fare i conti con la sua mastodontica grandezza. Dylan è un artista universale. Intendo universale anche nel senso che ha scritto canzoni per tutti, da Michael Bolton ai Kiss. E quindi ha scritto di tutto. Perché ha attraversato, e testimoniato, ogni fase dell’esperienza umana. Dylan è il Bagatto dei Tarocchi. Avendo goduto di una connessione in fibra ottica con l&#8217;Inconscio Collettivo per i primi anni della sua carriera (in pochi mesi tra il &#8217;63 e il &#8217;64 ha sfornato un numero di capolavori tali da riempire 7 carriere gloriose), Dylan ha passato ormai sessant’anni di carriera a sfuggire la condanna di divenire il poeta alessandrino di se stesso. Un&#8217;intera carriera passata a sputare sul proprio mito, a spezzare le catene delle etichette, delle diverse definizioni, guadagnate dopo un anno di carriera, che lo indicavano quale assoluta icona generazionale. Definizioni da lui divertitamente elencate nello stupendo primo capitolo del suo vero ultimo capolavoro, la sua autobiografia Chronicles: &#8220;Leggenda, Icona, Enigma (Buddha vestito alla Europea era il mio favorito), Profeta, Messia, Redentore&#8221;. Dylan per sfuggire a questa prigione concettuale inscenerà la famosa apparizione elettrica del&#8217;65 a Newport, tempio del folk di cui era l&#8217;eroe e il dio: gesto più eversivo della storia, perché rivolto non all’autorità altrui, ma alla propria. In Paura e disgusto a Las Vegas, il romanzo di H.T.Thompson, tra l&#8217;altro, dedicato proprio a Dylan, a un certo punto l’autore chiosa con una battuta:</p>
<p class="p1">&#8220;Era come se Dylan fosse andato in Vaticano a baciare l&#8217;anello del Papa.&#8221; Come dire, la cosa più assurda del mondo. Sappiamo tutti che ciò è successo, nel &#8217;97, a Bologna. Non un tradimento, ma la testimonianza del superamento di ogni limite e condizionamento. Dylan è Mercurio, l’artista Gemelli per definizione. Dylan è, dunque, anche Giano. Come Bowie, ma in maniera più interiore e meno spettacolarmente evidente, ha continuamente cambiato pelle (il serpente è animale sapienziale) pur rimanendo sempre perennemente se stesso. L’omaggio whitmaniano (e blakeano) di I Contain Multitudes non è che il manifesto mercuriale di una carriera vissuta incarnando il Doppio: “I fought with my twin, that enemy within, &#8216;til both of us fell by the way”, aveva già cantato in Where Are You Tonight? (Journey Through Dark Heat), conclusione del sottovalutato Street Legal, aperto dalla grande visione iniziatica di Changin’of the Guards. L&#8217;intuizione del film I&#8217;m not there di rappresentarlo con sei personaggi differenti, in quanto personalità troppo molteplice e sfuggente per essere inscatolata in una figura unica, è forse l’unica corrente per accostarsi alla sua Sfinge. Dell’immenso canzoniere dylaniano è impossibile scegliere una gemma definitiva. Lasciando perdere i brani celebratissimi in lizza per i titoli di più importanti classici della storia del Rock (Like a Rolling Stone), inni generazionali (Blowin’in the Wind) o canzoni con più alto numero di cover (Knockin’on Heaven’s Door), la messe è sterminata e accecante per splendore: lo splendore dell’epifania estatica di Chimes of Freedom (“The sky cracked its poems in naked wonder”), il canto dell’ebbrezza visionaria di Mr.Tambourine Man (“I&#8217;m ready to go anywhere, I&#8217;m ready for to fade/ Into my own parade”), la veggenza dell’albatro baudelairiano in It’s alright, Ma, i’m only bleeding (“And if my thought-dreams could be seen/ They’d probably put my head in a guillotine”), il legame tra amore e sapienza di Love Minus Zero/No Limit (“She knows there&#8217;s no success like failure And that failure&#8217;s no success at all”)&#8230; Un Nobel è miseria rispetto alla folgorante manifestazione dell’archetipo poetico in un buffo ventenne del Minnesota.</p>
<p class="p1">Perfino dal periodo più oscuro e infelice della sua carriera (i famigerati anni’80) si potrebbbe estrarre un Greatest Hits da far vendere l’anima al diavolo anche ai più grandi cantautori: dal monumento al blues di Blind Willie Mc Tell alla summa mistica e blakeana di Every Grain of Sand, dall’epopea metanarrativa di Brownsville Girl allo splendore visionario di Dark Eyes, dalla summa gnostica di Jokerman al proclama apocalittico di Ring Them Bells. E pensare come nei festeggiamenti del trentennale della sua carriera (vertiginoso realizzare che ormai quel momento di celebrazione che vedemmo svegli di notte a tredici anni appartenga alla PRIMA fase di una carriera giunta al sessantaquattresimo anno), Dylan abbia scelto tre commoventi brani:dopo la carrellata di leggende viventi giunte a omaggiarlo al Madison Square Garden, entrerà in scena da solo, chitarra e armonica, con l’omaggio al mentore Guthrie, Song to Woody, e uscirà con la prima grande canzone d’amore che abbia mai scritto, Girl from the North Country. Per l’acme della serata (in un immaginaria replica del finale trionfal di The Last Waltz), accompagnato dalla superband di ospiti stellari (da Springsteen a Reed, da Harrison a Clapton, da Neil Young a Tom Petty, da Mc Guinn a Kristofferson) sceglierà un brano supremamente rivelatorio: My back pages. Scelta ovvia, visto il momento di crocevia? In realtà, quella canzone andrebbe messa in calce all’intero opus dylaniano. Perché, se ha senso cantarla a cinquant’anni, dopo essere stato il mito della generazione che ha sognato di cambiare il mondo, non scordiamoci il dato impressionante: quelle parole Dylan le verga nel 1964, smentendo in diretta l’esplosione di quel suo stesso mito. Ad appena ventitré anni Dylan, che ha già raggiunto lo status di venerazione intellettuale di Bardo della sua generazione, di cui da Cassandra gemellina intuisce l’ulteriore amplificazione a livello globale, gioca formidabilmente d’anticipo, incarnando millenni di sapienza stoica, zen, gnostica nella saggezza spontanea dell’esperienza di strada, in uno spettacolare contropiede profetico, formale e concettuale. Una serie di strofe solo apparentemente oscure e contorte, ma che appaiono quasi didascalicamente preveggenti lette à rebours, sancite puntualmente da un ritornello meravigliosamente iniziatico nella sua memorabile semplicità: “Ah, but I was so much older then, I&#8217;m younger than that now.”. Con l’intelligenza profetica di una mente mercuriale, Dylan analizza (avendole già in nuce vissute, testimoniate, attraversate e superate in se stesso) tutte le dinamiche dialettiche del fallimento ideologico delle grandi utopie del Novecento. Leggiamola insieme, nella traduzione di Michele Murino: “Fiamme cremisi attraverso le mie orecchie Che srotolavano trappole alte e possenti. Piombavano bruciando su strade fiammeggianti usando le idee come mie mappe. &#8220;Ci incontreremo sulla sponda, presto,&#8221; dicevo fiero sotto il ciglio ardente. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.”</p>
<p class="p1">La costante consapevolezza gemellina della coesistenza di due piani di realtà perennemente contemporanei e in solo apparente contrasto dona a Dylan la capacità di testimoniare con sapiente autoironia laa trasfigurazione retorica, degli “inni di battaglia”, in una formidabile sintesi della scissione tra realtà ideologia (l’idea non è la realtà come la mappa non è il territorio). “Pregiudizi a metà distrutti balzavano fuori &#8220;Strappate tutto l&#8217;odio,&#8221; gridavo, bugie che la vita è bianca e nera parlavano dal mio teschio. Sognavo romantiche gesta di moschettieri con radici profonde, in qualche modo. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” La coscienza dell’ipocrisia (i pregiudizi distrutti a metà), l’ingenuità irenica di debellare il Male con un annuncio, la perfetta condanna dello schematismo idiota manicheo, ancora una volta il ritratto autoironico che inchioda se stesso (e i suoi stanchi epigoni) alla puerile immaginazione letteraria da adolescente sognante. E nuovamente il rintocco sapienziale sul vecchiume che infesta le menti giovani. “Visi di ragazze tracciavano le strade da seguire lontano da false gelosie apprendendo le politiche della storia passata impartite da evangelisti cadavere non pensate nonostante tutto. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” Lo splendore innocente e al contempo il fremente desiderio contrapposto, appunto, alle false gelosie degli “evangelisti cadavere” (quale miglior definizione dello stupido indottrinamento moralista dell’attuale puritanesimo pseudo-progressista?), appunto “non pensate”, ovvero scevre da logiche, mere formule vuote applicate a forza sul divenire inafferrabile del Reale. E ancora il memento, che si fa compassionevole e sorridente rispetto al superamento dei goffi inciampi giovanili. “La lingua di un sedicente professore troppo serio per ingannare sentenziò che la libertà è solo l&#8217;uguaglianza nelle scuole &#8220;Uguaglianza,&#8221; io pronunciai la parola come fosse un voto matrimoniale. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” Strofa che sembra scritta stamane: la spocchia ridicola della seriosità (“too serious to fool”), l’epitaffio, con cinquant’anni d’anticipo sul fallimento delle identity politics (divide et impera, una volta era il mantra del Potere, non delle minoranze ribelli!), la poetica ironia sul voto matrimoniale (contrapposto alla spontaneità dell’innamoramento giovanile nella strofa precedente), Ah, ma si era molto più vecchi allora, siamo molto più giovani adesso. “In posa militare, puntavo la mano verso quei cani bastardi che insegnavano senza preoccuparmi del fatto che sarei diventato il mio nemico nel momento stesso in cui avrei cominciato a pontificare La mia esistenza guidata da battelli in confusione ammutinati da poppa a prua. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” Forse, la più strofa più riuscita, il verso definitivo, la conquista della saggezza socratica: si diventa il proprio nemico nel momento in cui si comincia a pontificare. Se le forze “progressiste” avessero compreso questa lezione, non avremmo una banda di cialtroni fascistoidi a giocare a Risiko con le nostre vite. La confusione, l’ammutinamento, ovvero il tradimento della propria natura mercuriale, scaturiti proprio dal non accettare l’Ombra, il Caos (mantra della successiva fase visionaria dylaniana). Non è un caso che proprio questa sarà la strofa cantata da Dylan (e reincisa perché, come e più durante l’incarnazione chapliniana del meme a venire delle incisione di We are the World, l’apice della goffaggine del Nostro sarà proprio nel momento di massima celebrazione, stordito nel suo essere venerato pubblicamente, lui che fa del suo “non essere qui” di I’m not there la cifra ontologica della sua impermanenza).</p>
<p class="p1">“Sì, restavo in guardia quando minacce astratte troppo nobili per essere ignorate mi ingannarono portandomi a pensare che avevo qualcosa da proteggere Bene e male, io definivo questi termini in maniera chiara, senza dubbi, in qualche modo. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” “Minacce astratte, troppo nobili per essere ignorate”: perfetta definizione del virtue signaling a cui si è ridotta la militanza, in una trappola reciproca di ricatti e sensi di colpa. La sapienza è al di là delle definizioni illusorie di Bene e Male: lì, in quel campo, ci attende Rumi nei suoi celebri versi, lì sorge l’Übermensch. Ed è meravigliosamente ironico che la vera sapienza dell’Oltreuomo sia stata incarnata, nell’immaginario di massa, da un ragazzino ebreo, basso e goffo, dalla voce nasale e la risata di un Fool shakespeariano. Dylan è un archetipo vivente. Onoriamolo finché abbiamo il privilegio di essere suoi contemporanei.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Questo testo è apparso, in formato cartaceo, nella collana Isola e isole delle <strong>Edizioni Volatili</strong></p>
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		<title>&#8220;La donna della domenica&#8221;, ogni domenica: perché leggere Fruttero e Lucentini oggi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 05:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[centenario]]></category>
		<category><![CDATA[Fruttero Lucentini]]></category>
		<category><![CDATA[La donna della domenica]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[paolo rigo]]></category>
		<category><![CDATA[perché leggere Fruttero e Lucentini oggi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Rigo </strong> <br /> Insomma, questo è il finissimo universo della Donna della domenica, questo è l’universo di Fruttero e Lucentini, che meriterebbero di essere studiati, ricordati, omaggiati. Ancora di più? Meriterebbero semplicemente di essere letti, centenario o meno.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-118680 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La_donna_della_domenica_-_Mastroianni_Trintignant.jpg" alt="" width="457" height="306" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La_donna_della_domenica_-_Mastroianni_Trintignant.jpg 330w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La_donna_della_domenica_-_Mastroianni_Trintignant-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La_donna_della_domenica_-_Mastroianni_Trintignant-150x100.jpg 150w" sizes="(max-width: 457px) 100vw, 457px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Paolo Rigo</strong></p>
<p>In un articolo apparso sul Foglio a inizio gennaio e poi ripreso sul suo <a href="https://claudiogiunta.it/2026/01/a-cinquantanni-da-la-donna-della-domenica-il-film/">blog</a>, Claudio Giunta si soffermava sul cinquantenario di un film. Si trattava di <em>La donna della domenica </em>di Luigi Comencini. Il film è splendido, uno dei miei preferiti, uno di quelli che guardo e riguardo a ripetizione, e lo faccio da anni. Un comfort film, si potrebbe dire; dove si registra, forse, una delle migliori prove di Marcello Mastroianni – assieme magari a quella de <em>I compagni </em>(1963). Mastroianni anima il suo personaggio, il commissario Santamaria, dotandolo di un’<em>allure</em> complessa: malizia, goffaggine, arguzia e capacità si mischiano l’un l’altra. Non si può rimanere indifferenti, ma non c’è solo Mastroianni, però. Il cast è superbo: da Jean-Louis Trintignant a Jacqueline Bisset, che dà vita a una Anna Carla Dosio algida, sfidante e desiderabile. Il pezzo forte sono i “minori”, come dice Giunta: Giuseppe Gora, Ennio Antonelli e Giuseppe Anatrelli, gli altri, ogni personaggio funziona. E funziona magnificamente. Non soltanto il cast è lodevole, lo è la pellicola nel suo complesso: perché molte, tante, cose girano in modo perfetto. L’atmosfera, per esempio, con il caldo e il sudore che invadono, rompono lo schermo e sembra quasi di sentirsi addosso le macchie della camicia del collega di Santamaria, il commissario De Palma, che, bloccato dai reumatismi, si muove meccanicamente, macilento, mentre si lascia asciugare la camicia dal ventilatore in quasi ogni scena in cui compare.</p>
<p>Scrive Giunta che il film è anche un tuffo nel passato. Ed è vero. Non solo per l’oggettistica e il resto, per una Torino che non c’è più. Lo è per vari aspetti, a iniziare dal politicamente non corretto: per esempio, c’è la relazione tra il Campi e il Riviera, tenuta nascosta dal primo, il quale, pur di non rivelare la verità al Santamaria e così autodenunciarsi come omosessuale, è disposto a suggerire che il proprio amante altro non fosse se non un frequentatore di prostitute. C’è poi il mistero che gira attorno a una gigantesca statua fallica, prodotta per le turiste straniere, e chiave del delitto; e c’è la messa in ridicolo dei meridionali, dalla coppia di domestici al ragazzo che parla male e veste pure peggio.</p>
<p>Se il film è pregevole, molto lo si deve, però, al romanzo da cui è stato tratto, uscito nel 1972, a firma di Fruttero-Lucentini. Una coppia di scrittori tali è difficile immaginarla, oggi; una coppia in grado di fare letteratura e di vendere. E il tempo è passato così tanto velocemente che il 2026 è il primo centenario dalla nascita di Carlo Fruttero. Al lettore medio e contemporaneo, questi nomi diranno poco. Ma tanto per dirne una, la coppia diresse per venticinque anni la collana Urania della Mondadori, portando in Italia classici come Dick o Heinlein. Certo, spesso le traduzioni subirono dei rimaneggiamenti gravissimi. Tagli, riduzioni, riscritture, eppure spetta a Fruttero e Lucentini, comunque, il merito di aver sfondato un muro. La premiata ditta compose diversi romanzi. Nella lista spiccano titoli come <em>La verità sul caso D</em>., <em>A</em> <em>che punto è la notte</em> e, ancora, <em>Il palio delle contrade morte.</em> L’ultimo è un romanzo sospeso, dove un fantino viene ucciso per partecipare a un palio di fantasmi, a un evento oltremondano; <em>A che punto è la notte</em>, forse complice anche la miniserie Rai, ha creato un’espressione entrata nel modo comune di dire; <em>La verità sul caso D.</em> si serve di un’espediente letterario, di inserire, cioè, tra le pagine del romanzo un’altra opera – espediente ritornato in auge con <em>La ricreazione è finita </em>di Dario Ferrari, dove tra i capitoli trova spazio il romanzo (inesistente, altrimenti) la <em>Fantasima.</em></p>
<p>Un’ampia produzione, e di questa ampia produzione <em>La donna della domenica </em>è il capolavoro. Non si tratta solo di un romanzo giallo ma di qualcosa di più. Fruttero e Lucentini si muovono con grazia tra le pieghe dell’uomo moderno, e lo ritraggono nella sua eterna insoddisfazione, nelle pause dei giochi di seduzione, nelle trame interiori fatte di incompiutezza e di desiderio, ma soprattutto lo ritraggono nelle piccole meschinità; Santamaria che si vanta di conoscere il latino e di non fumare nazionali per fare colpo sui due inquisiti appartenenti all’alta borghesia. Si pensi ancora all’agente Ruffo che «di fronte alla contestazione […] aveva imparato a subire» e che, per una volta, intento nella scrittura di un verbalino, pensò – male – di alzare la testa:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">«Vede», cominciò a spiegare con pazienza, «lei ha scritto: “la sottoscritta Bertolone Teresa…”.»</p>
<p style="text-align: left;">«Lo credo,» disse il donnone in tono di sfida. «<em>Sono </em>Bertolone Teresa.»</p>
<p style="text-align: left;">«No,» disse l’agente, «dicevo…“Bertolone Teresa, nata a Villanova d’Asti, il 3/11/1928, e…»</p>
<p style="text-align: left;">«E con questo?»</p>
<p style="text-align: left;">«Ma mi lasci parlare!» si spazientì l’agente, che alla fine era un uomo anche lui. «Nata a Villanova d’Asti il giorno tale anno tale, <em>e ivi residente a Torino</em> in via Bogino 48”! L’“ivi” non ci va!&#8230;» gridò. «È uno sbaglio!&#8230;lo vuole capire?»</p>
<p style="text-align: left;">La Bertolone lo guardò a bocca aperta. Poi si voltò alla coppia seduta nell’angolo, come per prenderla a testimone dell’enormità del sopruso. Infine rimise il foglio davanti all’agente Ruffo, puntando l’indice sulla cancellatura.</p>
<p style="text-align: left;">«A Villanova abbiamo sempre messo così, e ai carabinieri gli è sempre andato bene. Perché a voi no?»</p>
<p style="text-align: left;">L’agente Ruffo si sentì correre un brivido nella schiena. Aveva trasceso un istante contro un cittadino, ed eccolo già intrappolato nel micidiale paragone tra gli abusi della polizia e la classica correttezza, l’ineccepibile comportamento dei carabinieri. Frugò tra le carte e i timbri, trovò la gomma, cancellò con lenta deliberazione per la precedente cancellatura. Ecco fatto.</p>
<p style="text-align: left;">«Come vuole lei, signora,» disse freddo. «E arrivederla».</p>
<p style="text-align: left;">(p. 37 dell’edizione Mondadori 2022, da cui si cita)</p>
</blockquote>
<p>La comunicazione nel brano scatena l’ironia e la risata, ma essa è la chiave del libro. La comunicazione è alla base degli equivoci che si generano in qualsivoglia intreccio relazionale. Diversi quelli del romanzo, e tutti contribuiscono a mettere a nudo le piccole miserie di ogni personaggio e, va da sé, di ogni lettore. Dosio e il marito, che tradisce la moglie più giovane, Dosio e Santamaria, con l’ansia dell’attesa, Lello e Massimo, con l’oppressione e la fuga, Bonetto l’americanista e l’americana, che mente sulle sue origini. Questi non sono soltanto personaggi ben disegnati, ma nella loro intimità – vissuta, chi più chi meno in profondità e in modo diverso – si mostrano tra frustrazioni e conferme, tra rassicurazioni e lanci mentali; e danno forma a uno dei drammi dell’uomo moderno, dramma impossibile da risolvere e sempre sempre attuale; mi riferisco alla passione, all’amore. Nessuna delle coppie è perfetta, anzi esse sono l’esatto contrario della perfezione: Dosio si rincuora della cortesia del marito nel non dirle apertamente che ha una o più amanti; Bonetto trova nella sua americana una dea che lo innalza al godimento fisico e che, però, pur dandogli l’opportunità di esprimersi nella lingua che ama, l’inglese, è in verità lontanissima da ogni interesse dell’altro; Dosio e Santamaria vivono una relazione extraconiugale, in cui entrambi hanno paura di compiere il primo passo e preferiscono servirsi di scuse e occasioni per conoscersi; Lello e Massimo, diversi per ceto sociale e abitudini, sono il prototipo di quello che oggi si identifica come “relazione tossica”. Entusiasta il primo, riservato e intimo il secondo, il loro rapporto precipita tra non detti e disattese. Una vera e propria forma di tragico disamore. Finissimo è, per esempio, lo scambio di battute sulla meta delle vacanze estive da scegliere assieme:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">«Ah,» disse, «la Grecia.»</p>
<p style="text-align: left;">«Eccola qui,» disse Lello. «Guardiamocela un momento.»</p>
<p style="text-align: left;">Aprì con mani esperte la doppia fisarmonica, e la stese sopra le altre carte.</p>
<p style="text-align: left;">«Solo a vedere com’è fatta, ti viene voglia di mare. Non sembra una medusa?»</p>
<p style="text-align: left;">A lui faceva piuttosto venire in mente uno straccio sbrindellato, non disse niente.</p>
<p style="text-align: left;">[…]</p>
<p style="text-align: left;">«Si può vedere…» disse adagio. Esitò, con vergogna, rendendosi conto della slealtà che c’era a usare con Lello, dipendente comunale, lo stesso espediente che gli aveva permesso tempo prima, con altri, di scongiurare una gita alle Bahamas. «Si può vedere,» ripeté. «Certo che c’è un sacco di gente che ci va, in Grecia…»</p>
<p style="text-align: left;">Lello non capì. La prese come una specie di conferma, frutto di informazioni riservate, del fatto che Gneo Pompeo aveva sbloccato dai pirati le rotte del Mediterraneo.</p>
<p style="text-align: left;">(p. 100)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: left;">E ancora una pugnalata è il momento della pausa relazionale, prima della morte di Lello, con Massimo incapace di dire quanto vorrebbe e non riesce:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">«Senti, Lello…»</p>
<p style="text-align: left;">«Sì?&#8230;» disse con voce strangolata.</p>
<p style="text-align: left;">«Niente…facciamo tardi…»</p>
<p style="text-align: left;">«Ah, no! Adesso me lo devi dire!» scoppiò. «Perché se sono io che non ti vado bene, e alla tua villotta non mi ci vuoi, tanto vale che me lo dici subito!»</p>
<p style="text-align: left;">«Ma che c’entra…»</p>
<p style="text-align: left;">«Altroché, se c’entra!»</p>
<p style="text-align: left;">«Ma no…volevo soltanto dire che le luci ci sono già. Anche alla porta e al cancello. Ecco tutto.»</p>
<p style="text-align: left;">[…]</p>
<p style="text-align: left;">«Ma non m’avevi detto…»</p>
<p style="text-align: left;">Si mise improvvisamente a ridere.</p>
<p style="text-align: left;">«Ma non m’avevi detto che l’impianto elettrico…»</p>
<p style="text-align: left;">Scosse la testa due o tre volte, con una piccola smorfia di rimprovero. Poi ricominciò a ridere così forte che il signor Vollero, arrivando dal vicolo delle reti, alzò gli occhi con apprensione e deviò bruscamente per cercare riparo dietro l’angolo.</p>
<p style="text-align: left;">«E dire che io…» balbettò ridendo convulso, «e dire che io lo sapevo!&#8230;dire che l’avevo capito subito!&#8230;»</p>
<p style="text-align: left;">[…]</p>
<p style="text-align: left;">Alla fine si calmò, cercò il fazzoletto, ma asciugandosi gli occhi rideva ancora.</p>
<p style="text-align: left;">«L’avevo capito subito, sai?» ripeté in conclusione, con una specie di disperata dolcezza.</p>
<p style="text-align: left;">Massimo s’era appoggiato al muro, accanto al mucchio delle tele, e fissava tetro l’orlo del marciapiede. Rialzò la testa a fatica.</p>
<p style="text-align: left;">«Ma capito che cosa?» mormorò.</p>
<p style="text-align: left;">Lello scattò furioso, forsennato di colpo.</p>
<p style="text-align: left;">«Tutto!!!&#8230;» urlò. «Tutto!!!&#8230;»</p>
<p style="text-align: left;">(p. 344)</p>
</blockquote>
<p>Ma c’è anche altro: il politicamente scorretto del film – a dir il vero appena accennato nella pellicola – nel libro è un mantra costante. Ha un sapore di critica, non vuota, ma ricca, nostalgica, complessa. Ha qualcosa della malinconia di Gozzano la visita di Santamaria nella casa della vittima, l’odioso architetto Garrone, un <em>gratteur</em> che, in qualche modo, si scoprirà, è il primo carnefice di se stesso:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Non una di quelle sferzate, non uno di quei sarcasmi, di quei rinfacciamenti, doveva essere stato risparmiato all’architetto. Uno stillicidio di male parole, di grugniti, di allusioni velenose, di cupi silenzi, e ogni tanto l’esplosione furibonda, isterica, con cucchiai scaraventati nel piatto, porte sbattute, la madre che cercava piangendo di metter pace. No, non era certo stata un letto di rose, la vita del Garrone in via Peyron; e si poteva ragionevolmente sospettare che il famoso “studio” se lo fosse messo su non solo per “le sue porcherie”, ma in buona parte anche per avere un buco dove rifugiarsi quando in casa la sorella si scatenava. Tutto a un tratto, il morto gli faceva quasi pena; la gente non aveva idea del prezzo che pagavano, giorno per giorno, i fannulloni, gli scrocconi, i parassiti autentici. (p. 125)</p>
</blockquote>
<p>C’è molto in questo brano, c’è il disprezzo e l’amore per la meschinità, c’è la disperazione da cui Garrone ha provato a fuggire, c’è la sua speranza che ricade in un altro antro, non oscuro ma a tinte grigie come i protagonisti del recente ed acclamato <em>Le città di pianura</em>, film che disegna l’epica del perditempo.</p>
<p>L’architetto Garrone, indolente dalla nascita, avrebbe voluto arricchirsi facilmente e in quella sua audacia, più cattivo di Fantozzi ma ugualmente goffo, si fa strada l’errore. Il personaggio ha provato a fare quello che non poteva e, forse, non doveva fare. La mossa su cui si basa il suo rischiare, il ricatto, è poco più di un bluff; un cavillo, neanche troppo complesso, che consegue l’unico risultato di mettere l’assassino – non farò spoiler – in un’allerta esagerata. Anche l’assassino è un disperato a suo modo, un peccatore; peccatori entrambi, lui e il Garrone e peccatori tutti; ognuno è in grado di trasmettere – ma per ragioni diverse – la stessa umanità dei dannati di Dante e a scatenare nel lettore un po’ di simpatia.</p>
<p>Dante. Ecco un altro intreccio, un altro gioco intellettualistico degli autori. Un gioco che fa capire l’alto livello di letterarietà del libro: non solo il cameriere della taverna dove vanno a mangiare Lello e i suoi colleghi si chiama Dante («Ah, finalmente! Cosa c’è di buono, oggi, Dante Alighieri?»); ma, stante le regole del <em>Dante popolare</em> di Pertile, ecco che la <em>Commedia</em> e Dante si nascondono tra i pertugi della testa del Riviera e del <em>Balùn</em>, il mercato popolare di Torino, dove l’intreccio si scioglierà:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Traversò ancora due o tre volte la strada, da una bancarella all’altra, ma edizioni non commentante non c’erano. E il commento dello Scartazzini, che gli proposero in due, lo disgustò […]. Vecchie e scontate banalità, in cui la poesia andava a farsi benedire.</p>
<p style="text-align: left;">“Tutti gli antichi sono d’accordo che la selva figura il vizio e l’ignoranza. Invece alcuni moderni credono che essa figuri la miseria di Dante, privato d’ogni cosa più cara nell’esilio (<em>Marchetti</em>), o il disordine morale e politico d’Italia”.</p>
<p style="text-align: left;">Già meglio, i moderni. Avrebbe cercato questo Marchetti in libreria, nel pomeriggio, e avrebbe passato anche la serata a leggerlo. Se poi lui avesse telefonato. (p. 331)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: left;">Qui si realizza un doppio gioco letterario: quella che sembra una citazione da Scartazzini, semplicemente non lo è, non esiste; ma il Marchetti citato in corsivo nel testo, se è Giovanni Marchetti, è più vecchio di Scartazzini di quasi un secolo, altro che moderno. Qual è, dunque, l’intento dei due autori? Semplicemente quello di prendere in giro il lettore; perfino quello più aduso ai classici, anche lui, come i loro personaggi, è condannato a una sorta di gogna, perché non ha dubitato e ha voluto credere al narratore, perché siamo tutti piccoli e meschini e fieri.</p>
<p>Insomma, questo è il finissimo universo della <em>Donna della domenica</em>, questo è l’universo di Fruttero e Lucentini, che meriterebbero di essere studiati, ricordati, omaggiati. Ancora di più? Meriterebbero semplicemente di essere letti, centenario o meno.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Sotto la stessa luna gialla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[pio quinto]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pio Quinto</strong><br />
Ell'ùll'è molto giulivo, giulivo assai poicch'ella l'ha chiamato per dìgli "vabbè vabbè" in risposta e in ragione al fatto della proposta che luill’è aveva fatto quaqque giorno prima]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_119054" aria-describedby="caption-attachment-119054" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119054" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/topo.jpg" alt="" width="1280" height="960" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/topo.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/topo-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/topo-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/topo-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/topo-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/topo-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/topo-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/topo-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/topo-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/topo-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-119054" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/falco-81448/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=229820">falco</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=229820">Pixabay</a></figcaption></figure>
<p>di <strong>Pio Quinto</strong></p>
<p>Ell&#8217;ùll&#8217;è molto giulivo, giulivo assai poicch&#8217;ella l&#8217;ha chiamato per dìgli &#8220;vabbè vabbè&#8221; in risposta e in ragione al fatto della proposta che luill’è aveva fatto quaqque giorno prima. Una proposta ch&#8217;era di andare da lui una sera; un proposta che aveva fatto, non da persuaso, anzi subito pentendosi perlui illuso che una così figurattì. Envece adesso, varda qua varda là, ella stava venendo (verbo da intendersi transitivo) e trallull&#8217;era felicissimo. Preparava la casa e si preparava anco gliù stesso, perben&#8217;accogliergliela, anche ad esempio sbiancandosi i denti con il bianchetto da inchiostro.</p>
<p>DRIIIN&#8230;N&#8230;N.</p>
<p>Occhecca&#8217; chill&#8217;è, pensa lui, chill&#8217;è che ven a disturbà propio quando sta per esser&#8217;il moment incù vien&#8217;ella?</p>
<p>E&#8217; ella.</p>
<p>L&#8217;emozione.</p>
<p>Ella è, e sale le scale, e arriva.</p>
<p>Lui non proferisce alcunchè: l&#8217;emozione.</p>
<p>Ella neanco: le scale.</p>
<p>Ella entra.</p>
<p>Lui esce: l&#8217;emozione.</p>
<p>Rientorna e si fà precedere lungo il corridoio che porta alla porta aperta del salotto, ov&#8217;entrano e siedono poltonizzandosi.</p>
<p>Scambiano per divagar sorrisi, scontatezze d&#8217;approccio, divaghi su comuni friends, sguardi di valutazione anatomico-dimensionale. Po&#8217; adduncert punt, ella dadd&#8217;intendere d&#8217;aver fame, esplicitandosi con una mano in bocca e fandanc&#8217;un verso gutturale d&#8217;inequivocabile senso tipo: &#8220;Anghaaghaaaaa&#8221;. Lul và immantinente alla cucina. Di questa n&#8217;apre il frigo, ma WUOOTISWEIIV CAAASSUSCLEEEII! v&#8217;è solo burro e pane. S&#8217;impressiona. Nunsachefà. Possibile che non possa servirla e riverirla in maniera quantomeno degna così anche da propiziarmi l&#8217;averla? Poi un&#8217;iddèa gliè viè, VUAL BOYS! e lo sospira di sollievo. Prende del pane, eddinsullo, spalmal burro. Mette quindi mano alla vaschetta dei pesciolini rossi e se ne mena seco sei. Li fetta, onde farli simil-salmone. Poi anco rompe il barometro del nonno, per il mercurio, mercurio che sul burro sul pane, ben fungefinge da caviale.</p>
<p>Eella embè, eggià, s&#8217;assai appaga nel vedersi portare salmone e caviale sul burro sul pane. Pensa ch&#8217;è duopo l&#8217;esser &#8216;sì servita. Dunque mangia. Mangia sì, ma sente che forse qualcosa è strano. Elello dice, senza però farlo sembrarlo lamentarsi. Dice solo: &#8220;Chettrano gusto&#8221;, colla sua vocetta stridula (che seno mica era da lui quella sera, senon&#8217;era per quella vocetta ch&#8217;allaltro, quello a cui, lei, avrebbe portato salmone e caviale, all&#8217;altro, non piace quella vocetta stridula chell&#8217;a ha, merita, ecceterà). Edl&#8217;è forse anche per quella vocetta, per quel &#8220;Chettrano gusto&#8221; eccessivamente stridente, che i due non sentono, uno &#8220;STACK&#8221;, uno &#8220;STACK&#8221; che viene da due piani sotto&#8230;</p>
<p><em>&#8230;da due piani sotto, dall&#8217;umidità fredda della cantina, da tralle polveri, muffe, damigiane, vecchiezze varie, da tra ‘ste cose è che vien quello &#8220;STACK&#8221;. Quello &#8220;STACK&#8221; che comunque forse ugualmente non avrebbero sentito, uno &#8220;STACK&#8221; di legno e metallo; metallo e legno rapidamente venuti a quasi contatto. Quasi, perchè v&#8217;è a dividerli, un collo. Un collo. Un minuto collo d&#8217;un&#8217;innocente ingenuo topolino</em>,<em> il cui esil&#8217;esofago deformato a convergere, a tratti si congiunge da parte a parte. E il misero topolino, al mancar dell&#8217;aria, s&#8217;affanna colle zampette in cerca del respiro, del respiro che poi trova, così di modo chel petto torna veloce a riempirsi e svuotarsi, riempirsi e svuotarsi. E la mente anche torna a pensare, a pensare all&#8217;impietoso destino suo. Destino d&#8217;animali zannuti e piedidinosaurici cal solo vederlo lo fuggono terremotificando il tutt&#8217;intorno. Destino di bipedi gonnuti che sisterizzano balzando su alberi morti squarciati, piallati e intavolati, urlando al vederlolo. Destino ch&#8217;è quella sbarra di metallo fredda sul collo, che soffoca senza sentimento.</em></p>
<p>Ma lor su, lor sì, su, stavan&#8217;avendo ogni tutto. Col lento ritmo d&#8217;un disco soave, colle luci soffuse di candele qua e là sapientemente diffuse, e con anco i massaggi che luì le fà e cheella permette; colla camicia che luì le chiede di togliere, eccheella toglie.</p>
<p>Poi quando senza neanco più proporre, lu le slaccia l&#8217;elastiseno, colle mani che già gli fornicano, ella ormai più nulla obietta. E va lui, delicato e deciso, pressando giusto, ampliando sempre più i gesti, sulla pelle liscia, soffermandosi sui punti che sente essere più sensibili, e sfiorandola talvolta appena, fino a farla rabbrividire. Poi, all&#8217;unisono con il respiro di lei, e col desiderio d&#8217;entrambi, curva, al di là della schiena, e fà piene le mani di seni. I vestiti vanno a sformarsi or qui or là. I sessi ci sono. Lui si rallegra nel veder ch&#8217;eella, oltre che di bocca prensile, è anco una di quelle a cui giova l&#8217;esser nuda. Edd&#8217;ella, al veder il di lui effervesciuto totem, troneggiar alto e sacro, va in estasi, e si prostrae devota.</p>
<p>Or lui però s&#8217;accorge impròvviso di n&#8217;avere roba tipo membrana un poco adiposa missione anticoncepimento; dunque come anche prima in cucina, lull&#8217;è bastevelmente colto da panico torbido, ma vualà, un&#8217;altra iddèa gliè viè, cioè piglia il totem suo (che per il pensare già s’è dimezzato in dimensioni meno sacre), edd&#8217;in sullo fa colare della cera che c&#8217;è sciolta sulle candele che stanno lì, quasi beatificanti, intorno ai due finalmente copulanti.</p>
<p>Edd&#8217;è tensione corpica, respirar imprevedibile, vocalizzare incontrollato.</p>
<p>Ell&#8217;aria è densa, calda.</p>
<p>Edd&#8217;è silenzio, sotto la luna.</p>
<p>C&#8217;è una luna alta nel cielo.</p>
<p>C&#8217;è una luna gialla, quella notte.</p>
<p><em>Notte diversa, per il topolino speciale. Cos’altro gli serve da questa vita, ora che il metallo, al collo l’ha colpita. </em></p>
<p><em>Ora è là, come in croce che tende a quel bugiardo latte salato.</em></p>
<p><em>La zampetta senza più forze, si piega. L&#8217;incattivitosi metallo, chiude il suo percorso verso il basso.</em></p>
<p><em>Senza più respiro, dimenandosi sempre meno, dopo qualche ultima contrazione, tra la muffa nel buio freddo della cantina, il piccolo innocente topolino, lancia il suo ultimo sguardo sul mondo distratto e crudele.</em></p>
<p><em>Poi gli occhi gli si fan fissi. Fissi sulla finestra a sbarre al là delle quali, nel cielo stellato, nel silenzio assordante, sta la luna: la stessa luna gialla.</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>I poeti appartati: Lorenzo Foltran</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Foltran]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Lorenzo Foltran</b> <br />Una smorfia deturpa il volto umano
di chi ha compreso cosa voglia dire
essere uomo e ne ha colto il controsenso]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119233" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-14-à-12.39.12.png" alt="" width="351" height="561" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-14-à-12.39.12.png 351w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-14-à-12.39.12-188x300.png 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-14-à-12.39.12-263x420.png 263w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-14-à-12.39.12-150x240.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-14-à-12.39.12-300x479.png 300w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Tre poesie</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Lorenzo Foltran</strong></p>
<p>L&#8217;eterno non contempla l&#8217;esistenza<br />
di passato, presente e di futuro.<br />
I secondi, i minuti, i giorni e gli anni<br />
sono fissi, non passano perché<br />
sincroni, non iniziano e finiscono.<br />
Insieme, gli anni sono un giorno solo<br />
e il nostro giorno è il giorno che viviamo.<br />
È oggi che non diventa mai domani<br />
e che mai ha conosciuto l&#8217;essere ieri.<br />
Noi siamo prima di ogni tempo e il tempo,<br />
senza tempo, non scorre né si perde.<br />
Che tutto questo possa continuare<br />
e che mai possa dire: «Sono stati».<br />
L&#8217;eternità sia il nostro oggi per sempre.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>
<p>lo non voglio programmi, calendari,<br />
giorni segnati in rosso sulle agende<br />
per scongiurare l&#8217;<em>horror vacui</em> dentro<br />
l&#8217;ordine numerato dei riquadri.<br />
Voglio tornare dove sono stato<br />
e vivere il vissuto.<br />
Imprigionare il tempo carceriere<br />
con le sue stesse chiavi.<br />
Costringere al silenzio<br />
il tintinnio costante dei suoi passi.<br />
Fuggire dalla ronda sempiterna.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>
<p>Conoscendo, imparando con il tempo,<br />
il saggio lascia che la barba cresca<br />
per celare alla vista la vergogna.<br />
Una smorfia deturpa il volto umano<br />
di chi ha compreso cosa voglia dire<br />
essere uomo e ne ha colto il controsenso</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Da &#8220;Frontiere erranti&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/13/da-frontiere-erranti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 05:30:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[arte del romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Edward W. Said.]]></category>
		<category><![CDATA[Hermann Broch]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[orientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Massimo Rizzante</strong> <br /> Due saggi brevi: uno su Hermann Broch, in mano agli impietosi filologi della posterità, e un altro su Edward W. Said, che fa sua la lezione di Vico e di Nietzsche, per comprendere come siano complesse e instabili le identità dei popoli e delle culture, disegnate inevitabilmente da “frontiere erranti”.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblichiamo due saggi tratti dall&#8217;ultimo volume di Massimo Rizzante</em>, Frontiere erranti. Autoritratto di un erede senza eredi, <em>pubblicato da </em><em>Effigie nel 2025. In esso, l&#8217;autore ha raccolto una quarantina di testi per lo più saggistici usciti su riviste o in rete. Si tratta di un&#8217;attraversata della letteratura &#8220;del mondo&#8221;, da Keith Botsford a Miguel Torga, da Ornella Vorpsi a Kenzaburō Ōe. Qui compaiono Hermann Broch (e i suoi filologi) e Edward W. Said.]</em></p>
<p>di <strong>Massimo Rizzante</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-119948" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere.jpg" alt="" width="368" height="517" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere.jpg 368w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere-299x420.jpg 299w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere-150x211.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere-300x421.jpg 300w" sizes="(max-width: 368px) 100vw, 368px" /></p>
<p><em>Non</em><em> c’è nulla di peggio della posterità!</em></p>
<p>Bisognerebbe fare in modo che le opere rifiutate da un autore e quelle che, per una ragione o per un’altra, non è riuscito a portare a termine non fossero più pubblicate. Pio desiderio! Non c’è nulla di peggio della posterità! I morti non hanno nessun potere rispetto a quei vivi che, riesumando i fallimenti altrui, non desiderano che mostrare tutto il loro amore. Ma di che amore si tratta? Non si tratterà forse di rivalsa? Di vendetta? Di indiscrezione vestita da furore filologico? Ah, l’umiltà dei filologi, questi pesci rossi dai denti di piranha! Perché sacrificare il loro tempo a ciò che l’autore ha rifiutato? Certo, in nome del “tutto”. Ma non “tutto” quello che un autore ha scritto ha per lui lo stesso valore.</p>
<p>L’anno scorso si è ripubblicato un romanzo di <strong>Hermann Broch</strong>, <em>L’incognita</em>, edito la prima volta nel 1933, subito dopo l’uscita della trilogia de <em>I sonnambuli </em>(1932). La nuova traduzione è molto bella (molto più esatta e ispirata di quelle precedenti del 1962 e del 1981). Tuttavia, lo stesso traduttore (che è anche il curatore dell’opera) deve ammettere nell’introduzione che, nei confronti del romanzo in questione, Broch sviluppa prestissimo “una violenta idiosincrasia che giunge fino all’abiura”. Cita anche una lettera in cui l’autore confessa di averlo scritto per denaro e di considerarlo “un fallimen- to”. Non ne vuole più sentir parlare. Perché? Broch si è reso conto che Richard Hieck, il giovane matematico protagonista del romanzo, dedito alla conoscenza scientifica del mistero della vita, non è altro che una debole variante dei tre personaggi protagonisti de <em>I sonnambuli</em>? Forse. Forse, l’esplorazione e la rivelazione dei fondamenti irrazionali dell’agire razionale dell’uomo, tema dominante della trilogia, ritorna ne <em>L’incognita </em>in modo fin troppo smaccato e privo di quella novità formale che ha fatto esclamare all’autore, al termine de <em>I sonnambuli</em>, di aver scoperto una nuova forma romanzesca.</p>
<p>La storia della letteratura è fatta da pochi grandi scrittori che portano a compimento una forma e da una moltitudine di imitatori che cercano in tutti i modi di gettare discredito su quella perfezione, fino a quando giunge di nuovo un grande scrittore che porta un’altra forma a compimento. Broch lo sapeva. Per Broch scrivere un’opera letteraria è voler ottenere la conoscenza per mezzo della forma e una nuova conoscenza non può essere colta se non attraverso una forma nuova.</p>
<p>Non è soddisfatto della forma de <em>L’incognita</em>. Si tratta di un passo indietro e di una ripetizione. E l’artista non ama ripetersi. E se lo fa, ha tutto il diritto di abiurare la sua opera. Chi siamo noi, posteri, per abiurare la sua abiura?</p>
<p>Quest’anno la stessa casa editrice ha ripubblicato con il titolo <em>Il sortilegio </em>(<em>Die Verzauberung</em>) un altro romanzo di Broch, uscito per la prima volta in Italia nel 1982. Un romanzo incompiuto e la cui storia editoriale, lunga circa quindici anni, dal 1935 al 1950, anno della morte dell’autore, meriterebbe un noioso <em>excursus</em>. <em>Excursus</em> che il curatore dell’opera fa, senza poi interrogarsi sulla liceità della sua pubblicazione. Del resto, il romanzo è stato pubblicato una prima volta in Germania già nel 1953 con il titolo <em>Il tentatore </em>(<em>Der Versucher</em>) e una seconda nel 1969 con il titolo di <em>Romanzo della montagna </em>(<em>Bergroman</em>). Dopo aver concluso <em>I sonnambuli</em>, Broch, che sin dal 1927, a circa quarant’anni, aveva abbandonato la sua attività di industriale e di ingegnere tessile per dedicarsi alla letteratura e allo studio della filosofia e della matematica, si mette in testa di scrivere un’altra trilogia.</p>
<p>Nel 1933 Hitler si impadronisce della Germania. L’esistenza dell’ebreo viennese Broch, sebbene nel frattempo convertitosi al cristianesimo, si fa difficile. Il suo umanesimo radicale, condito dallo studio di Platone e dei Padri della Chiesa, è messo a dura prova. In ogni caso pensa a un “romanzo della montagna”, a un “romanzo rurale”, a un “romanzo religioso” ambientato in un villaggio alpino dove i ritmi naturali di una comunità vengono sconvolti dall’arrivo di un certo Marius Ratti, tempestiva rappresentazione, come un celebre critico ha affermato (Steiner), dell’hitlerismo, il quale, attraverso i suoi discorsi propagandistici, insinua nella comunità tali paure ancestrali da renderla succube dei suoi diktat. La prima stesura del romanzo è portata a termine nel 1936 (è il romanzo che leggiamo in italiano). Tuttavia, Broch non è contento e decide di riscriverlo. Mentre sta scrivendo la seconda versione, Hitler si annette l’Austria. Broch non riesce a fuggire in tempo e viene fatto prigioniero. Per una volta (forse l’unica) la fortuna è dalla sua parte. Dopo circa un mese viene liberato e si imbarca per l’Inghilterra da dove raggiungerà New York. Siamo nel 1939. Dal 1940 alla morte l’autore abiterà a New Haven, nel Connecticut. Si impegnerà per dieci anni a riscrivere il romanzo senza terminarlo. Nel frattempo pubblica <em>La morte di Virgilio </em>(1945), romanzo in quattro movimenti, e, in extremis, <em>Gli incolpevoli </em>(1950), romanzo in undici racconti, dove Broch crea una nuova forma di romanzo in grado di comprendere quell’aspirazione alla totalità che secondo lui né la religione, né la filosofia, né la scienza sono più in grado di soddisfare. Sentite cosa scrive alla fine dei suoi giorni:</p>
<p>La richiesta di totalità rivolta all’arte ha acquisito un carattere radicale, fin qui sconosciuto e, per soddisfarla, il romanzo ha bisogno di una complessa stratificazione, per fondare la quale non è senza dubbio sufficiente la vecchia tecnica naturalistica: si tratta di rappresentare l’uomo nella sua interezza, l’intera scala delle sue possibilità di esperienza, dal piano fisico ed emozionale all’elemento lirico.</p>
<p>Ancora una volta: non sarà che Broch abbia abiurato <em>L’incognita </em>e non sia mai riuscito a terminare <em>Il sortilegio </em>perché altro di ben più importante e di formalmente ben più innovativo gli stava a cuore?</p>
<p><strong> ⊗</strong></p>
<p><em>Tramonto a Oriente</em></p>
<p>Sono passati venticinque anni dalla prima edizione del 1978 di <em>Orientalismo</em>, opera dell’intellettuale americano di origine palestinese <strong>Edward W. Said</strong>.</p>
<p>Quel libro, diventato oggi un libro di testo nelle università, a causa del suo presunto antioccidentalismo, fu molto criticato da diverse discipline accademiche che, se avallarono il suo punto di partenza – l’Oriente è stato per secoli e secoli una versione dell’Occidente e l’orientalismo uno strumento culturale di dominio politico ed economico dell’Occidente sull’Oriente – misero altresì in rilievo molte carenze storiografiche. L’orientalismo, insomma, come campo di studi specifico, soprattutto nel XX secolo e soprattutto in Europa, era riuscito ad affrancarsi dal peccato originale e a far conoscere realtà spesso trascurate. In molti settori del mondo arabo, poi, questa interpretazione è stato letta come una difesa dell’Islam e dei popoli arabi: una sorta di apologia dei vinti contro i vincitori, nonostante Said in molte occasioni avesse ripetuto di non aver avuto interesse, né tanto meno le capacità, di mostrare cosa fossero il vero Oriente o l’Islam. Said, nel suo saggio, utilizza alcuni concetti cari a Gramsci e a Foucault, ma il suo giudizio ideologico non prevale su quello più profondamente conoscitivo. Il richiamo originario di Said è a Giambattista Vico e a Nietzsche. Del primo riprende l’osservazione basilare che “la storia umana è fatta da esseri umani”. Gli uomini sono gli artefici della loro storia e perciò tutto ciò che possiamo conoscere è stato fatto dall’uomo: la guerra per il controllo di un territorio, così come la lotta conseguente per imporvi un modello sociale e culturale che non gli appartiene. Del secondo assorbe l’intuizione genealogica fondamentale per cui l’identità non è altro che una costruzione umana che cambia e fluttua nel tempo e che, per definirsi, ha continuamente bisogno di qualcun altro, di altri, di realtà diverse, perfino opposte, senza le quali nessuna identità potrebbe sussistere.</p>
<p>Che cosa sono il nazionalismo, la xenofobia, il provincialismo culturale se non manifestazioni di questa difficoltà di accettare l’essenziale instabilità dell’identità umana, le sue frontiere erranti?</p>
<p>È difficile vivere nella consapevolezza di tale instabilità. Così come è difficile vivere nel dubbio o, meglio, fare del dubbio la propria passione. Spesso è la paura che vince. Ora, chi ha paura è solo in un modo completamente diverso da chi, come dice Said a proposito di Genet, è “innamorato dell’altro”: chi ha paura, vede o immagina intorno a lui sempre un intruso che ci spia e gracchia parole incomprensibili e che, il più delle volte, è un nemico.</p>
<p>Così, quasi tutto il male che viene commesso è commesso per paura&#8230;</p>
<p>Questo ci ha insegnato Said: che, per quanto da secoli l’Occidente, con i suoi scrittori, conquistatori, politici, storici, abbia voluto imporre un’immagine interessata e minacciosa dell’Oriente, non c’è nessuna essenza islamica, non c’è nessun Oriente, ma ci sono tante sue costruzioni storiche del passato e del presente che attendono di essere interpretate e perfino inventate&#8230;</p>
<p>Said che, come il titolo della sua autobiografia ricorda, si è trovato “sempre nel posto sbagliato”, sempre in bilico tra due culture e in nessun posto a casa, conosceva il valore dell’identità, ma, come ogni spirito lucido e antiromantico, non ne cercava l’origine, ben sapendo che la sua stessa ricerca è un prodotto della nostra coscienza storica. Preferiva pensare, al contra rio di Bergson, che l’uomo è libero nella misura in cui non coincide mai con sé stesso&#8230;</p>
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		<title>Contro la scuola neoliberale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/12/contro-la-scuola-neoliberale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[mimmo cangiano]]></category>
		<category><![CDATA[riforme della scuola]]></category>
		<category><![CDATA[scuola neoliberale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> Una recensione su questo libro collettivo che cerca di rendere conto delle trasformazioni della scuola italiana nel quadro dell'egemonia politica neoliberale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-119287" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-210x300.png" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-210x300.png 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-294x420.png 294w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-150x214.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-300x428.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari.png 500w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></p>
<p><em>Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza</em> a c. di Mimmo Cangiano, Milano, Nottetempo, 2026, euro 15,20</p>
<p>Il titolo militante di questo libro collettivo trae ispirazione dall’impegno di molti degli autori nella pluridecennale lotta per la difesa della scuola pubblica dall’offensiva neoliberista, ma esso non è solo un testo polemico perché risulta allo stesso tempo un’eccellente introduzione per un non addetto ai lavori desideroso di capire le dinamiche in atto grazie al livello politicamente e culturalmente alto, ma non specialistico, dei contributi e alla varietà degli argomenti trattati. Si passa così da interventi di ordine più generale, che affrontano la crisi della scuola nell’ambito della cultura postmoderna con riferimento allo sdoganamento all’interno delle didattiche di aspetti e pratiche dell’ideologia neoliberale (Lo Vetere), le modifiche, ossia gli ostacoli, al lavoro del docente portati dall’autonomia scolastica e la trasformazione della didattica come esercitazione al lavoro subordinato (Maurizi), la mercificazione dell’insegnamento universitario e secondario (Zinato) e il discorso pubblico (mediatico) sulla scuola e in particolare all’attacco alla figura del docente (Contu) per passare a messe a fuoco rigorose di vari aspetti decisivi della realtà scolastica attuale. Possiamo così vedere la crisi dell’istruzione professionale (Polacco), i meccanismi che stanno dietro alle cosiddette valutazioni oggettive dell’efficienza del sistema scolastico (Latempa), i disastri della riforma dell’accesso alla professione docente tramite i famigerati CFU (Scuderi) e la ricostruzione della vicenda dei finanziamenti PNNR come tentativo di compiere un’ideologica informatizzazione della scuola anziché cercare di usarli produttivamente per i bisogni reali (Bandini). Forse sarebbe valsa la pena di dedicare un intervento anche agli effetti selettivi che produce il mercato della scuola tramite la competizione, dalla fiera degli open day a certe innovazioni burocratiche come il RAV (rapporto di autovalutazione, un documento disponibile sul sito di ogni scuola, in cui si presentano i livelli dell’utenza dell’istituto, in modo da orientare le scelte dei genitori, particolarmente significativo nel passaggio dalla scuola elementare alla media inferiore).</p>
<p>Uno dei meriti fondamentali di questo libro è di proporre in tutti i suoi interventi una lettura di classe delle trasformazioni della scuola di questi ultimi trent’anni, siano esse riforme o ‘buone pratiche’, innovazione lessicale di epoca renziana che è coincisa con la contestuale scomparsa della riflessione su come e per chi sia buona una pratica. Oggi infatti assistiamo a un dibattito politico sulla scuola che, come nota Mimmo Cangiano nell’introduzione, è una vera e propria guerra culturale tra sinistra e destra ossia un dibattito tanto feroce quanto sovrastrutturale. Cosa vuol dire questa espressione? Che in fondo tanto destra quanto sinistra sviluppano un discorso idealizzato, se non mitico, caricando di valore smisurato misure simboliche del tutto secondarie (per esempio la questione dell’obbligo per gli alunni di alzarsi in piedi quando entra in aula il docente), trascurando i processi materiali che intervengono a modificare radicalmente la struttura della scuola. In particolare domina a destra lo stereotipo del declino della scuola abbattuta dal permissivismo sessantottino e dall’altro lato la negazione di qualsiasi declino tramite la retorica dell’inclusione. Quindi “la destra fa il gioco che ha sempre fatto: spiritualizza i processi capitalistici. Mentre lascia intatte (e anzi difende) le dinamiche strutturali che hanno condotto a un tale stato di cose, ammanta questi processi con la sue parole d’ordine (identità, tradizione ecc.)” (p.11); la sinistra invece “legge queste dinamiche strutturali come propedeutiche a una scuola che, lontana dalle secche disciplinariste del gentilianesimo, miri alla formazione di un cittadino sanamente empatico e inclusivo” (p.11). Insomma destra e sinistra si scontrano su simboli culturali, ma non intervengono sui processi materiali, economici, cha hanno un’origine sistemica, di trasformazione e di annichilimento della scuola pubblica.</p>
<p>Gli ultimi trent’anni sono stati caratterizzati da una miriade di riforme e innovazioni che ricevono il loro impulso iniziale dalle grandi istituzioni economiche del capitalismo (OCSE, UE, Banca Mondiale, fondazioni e think tank privati) con il duplice obiettivo, non sempre armonizzato, di creare un mercato nella scuola e di formare l’individuo neoliberale tramite l’interiorizzazione degli obiettivi e delle qualità necessarie a diventare un soggetto acquiescente a qualsiasi richiesta del mondo del lavoro. Una parte significativa della pedagogia universitaria sia progressista sia conservatrice ha collaborato fattivamente a questo processo, di cui la cosiddetta didattica delle competenze è l’aspetto più noto, presentandosi come tecnoscienza dell’insegnamento, probabilmente nel tentativo di ricollocarsi a favore di sole in un’università che a sua volta subisce l’offensiva postmoderna contro i saperi non performativi o inutili, ossia quelli non immediatamente spendibili sul mercato o non funzionali al discorso ideologico neoliberale. Possiamo vedere un sintomo di queste dinamiche nell’allergia del discorso pedagogico a qualsiasi storicizzazione, cioè  il docente e gli studenti sono considerati in una classe totalmente avulsa da qualsiasi contesto, quasi in vitro, come si può evincere dagli interventi di Lo Vetere e Maurizi in particolare. Da questo deriva una sorta di feticizzazione di determinate pratiche scolastiche, per esempio certe metodologie, sentite per loro stessa natura come progressive e, ça va sans dire, risolutive senza riflettere sul paesaggio sociale e storico in cui la scuola opera e senza prendere in esame la possibilità che il valore di una determinata pratica non sia assoluto, ma relativo e fortemente condizionato dal quadro generale.</p>
<p>In questo senso il dibattito sulla valutazione assume aspetti grotteschi o, come scrive Latempa, è inesistente perché prescinde sistematicamente dal significato politico, economico e sociale delle prove standardizzate, come quelle INVALSI, e dal loro impatto sulla scuola nel suo complesso. La pretesa di misurare oggettivamente le performance degli insegnanti tramite quelle degli studenti, essenzialmente con quiz, banalizza il lavoro scolastico e non serve a spiegare certo le difficoltà di apprendimento, ma è funzionale a creare tabelle e classifiche che, pretendendo di misurare un’astratta efficienza, mettono in competizione tra loro gli istituti. Non a caso il documento istitutivo delle prove INVALSI venne redatto da tre economisti totalmente estranei alla scuola.</p>
<p>In molti interventi emerge la questione degli insegnanti: l’attacco mediatico a cui sono sottoposti, ricordato da Contu, che li ritrae come depositari di un sapere inutile che comunque non sanno comunicare  e dall’altro la miriade di nuovi incarichi e obblighi di tipo essenzialmente burocratico, che Maurizi descrive puntualmente, non sono un effetto collaterale delle riforme o una questione eminentemente sindacale, perché l’attacco alla figura del docente come lavoratore della conoscenza e la sua trasformazione in un facilitatore o assistente senza particolare autonomia didattica e culturale, di cui si può scorgere un riflesso anche nella vicenda del PNNR raccontata da Bandini e, ancor di più, nell’incredibile riforma del sistema di reclutamento dei docenti tramite l’abilitazione professionale a pagamento offerta dalle università on line, analizzata da Scuderi, è un aspetto centrale della scuola neoliberale. Se si vuole trasformare la scuola in una cinghia di trasmissione delle idee neoliberali, occorre avere insegnanti culturalmente deboli e quindi incapaci di creare un rapporto educativo con i ragazzi. Ciò è particolarmente visibile nella questione del reclutamento dei nuovi docenti, che non deve essere considerata una delle tipiche inefficienze italiane, ma una scelta politica consapevole: cioè la possibilità di ottenere i crediti tramite cui si accede all’abilitazione professionale sostanzialmente pagando, anziché  vincendo concorsi abilitanti o, al limite, facendo scuole in presenza tenute da università pubbliche come in passato, è mirata a rendere più difficile l’assunzione di personale preparato dal punto di vista didattico e disciplinare, con buona pace della retorica della meritocrazia, perché lavoratori dequalificati sono più facilmente manovrabili e più deboli nella loro relazione con gli studenti.  La scuola che mira alla formazione del capitale umano per il mercato del lavoro non solo deve guardare con sospetto a qualsiasi forma di trasmissione culturale, potenzialmente critica verso l’esistente, ma osteggia quella relazione umana tra docente e studente, che è alla base dell’idea stessa di scuola, quello scambio necessariamente asimmetrico, specie all’inizio, ma pur sempre umano, senza il quale non si insegna né si impara nulla.</p>
<p>Si impara invece molto da questo libro, e non alludo soltanto alle analisi puntuali dei meccanismi di distruzione della scuola pubblica in una società e in un mondo, che ama dipingersi come il più civile e illuminato di sempre, ma al richiamo morale e politico, che implicitamente e talvolta anche esplicitamente comunica al lettore, di non accettare di essere governati, ma di criticare con coraggio l’esistente perché una scuola democratica è premessa irrinunciabile di una vita democratica.</p>
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		<title>Anna Voltaggio &#8211; La santa degli altri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Voltaggio]]></category>
		<category><![CDATA[neri pozza]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[santa rita]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
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					<description><![CDATA[Primo capitolo dal nuovo romanzo di Anna Voltaggio "La santa degli altri" (Neri Pozza, marzo 2026)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Anna Voltaggio</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-119391 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-181x300.jpg" alt="" width="255" height="422" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-181x300.jpg 181w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-253x420.jpg 253w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-150x249.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-300x498.jpg 300w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" /></p>
<p style="text-align: center;">Primo capitolo de</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La Santa degli Altri</strong></p>
<p style="text-align: center;">di Anna Voltaggio</p>
<p>Nica mi ha lasciato, e per due settimane non me ne sono accorto. Un giorno mi ha fatto trovare un biglietto nella nostra stanza. L’ha scritto sulla carta di un cioccolatino,lo ha mangiato e poi ha scritto: Sapevamo entrambi che il trop po è per poco.<br />
Io mi sono messo seduto, dal lato in cui si sdraiava lei, e ho cercato di ricordare cosa fosse successo nelle ventiquattro ore precedenti, alle volte sono distratto.<br />
Anche a considerare dettagli senza importanza, non c’era niente che anticipasse una decisione così drastica, non trovavo segnali che facessero sospettare che quella sera avrei aperto la porta e trovato il suo passaggio e la sua fuga.<br />
Aveva anche quantificato il nostro tempo. Era stato davvero «poco»?<br />
Non avevo mai ragionato su quanto potesse durare la nostra relazione, come non ragiono su quanto possa durare la mia vita. Le cose finiscono, si sa, non ha senso starci a pensare.<br />
Di tanto in tanto era stato argomento delle nostre conversazioni, perché invece Nica, su questa cosa del tempo, ci ragionava eccome.<br />
Aveva ordinato un chinotto con ghiaccio e limone, al chiosco improvvisato sulla stradina sterrata davanti agli scogli. Il tavolo in alluminio era ricoperto di salsedine e avevo l’impressione che l’ombrellone dell’Algida sopra di noi creasse l’unico quadrato d’ombra di tutta la Sicilia.<br />
«Per quanto mi sforzi, non riesco a vederci nel futuro» disse all’improvviso, incastrando il bicchiere ghiacciato tra le cosce nude.<br />
«Da quand’è che cerchi di vedere il nostro futuro? Io non ci penso mai».<br />
«Ah, ecco. Sarà per questo che non lo vedo».<br />
«Sei di cattivo umore?»<br />
«No, affatto».<br />
«Non si direbbe».<br />
«Ti comporti come se ti avessi chiesto qualcosa…»<br />
«Ho solo sottolineato che non ci penso».<br />
«Ho detto che non riesco a immaginarci. È ridicola la tua reazione».<br />
«Va bene. Non mi va di litigare con trenta gradi».<br />
«Ti piace così tanto assumere questa posa?»<br />
«Di che stai parlando? Tu pensi troppo, diventi intrattabile quando pensi troppo».<br />
«Secondo te dove arriveremo?»<br />
«Suppongo che arriveremo fino alla fine».<br />
«Dunque, abbiamo una fine».<br />
«Non fare la bambina, anche l’amore eterno ha un tempo finito».<br />
«Noi bambine crediamo ai miracoli e all’amore infinito. Voi bambini fate la guerra, fate finire le cose».<br />
«Ce la stiamo vivendo, Nica. Quando finisce, finisce».<br />
«La stiamo vivendo a tentoni come un cieco».<br />
«A essere onesti, è l’unico modo».<br />
Si alzò e rimase in piedi davanti al tavolo, come fanno i ragazzini impazienti di fare qualcosa di meglio. L’uomo del chiosco si avvicinò presentandomi lo scontrino con aria vagamente solidale. Nica era generosa. Generosa nel senso che mi faceva continuamente regali, piccoli o costosi, nei limiti dei suoi guadagni, eppure non pagava mai. Mai al bar,<br />
né al ristorante, né al cinema. Non faceva neanche il gesto e non mi ringraziava dopo che le porgevo il suo biglietto o ci presentavano il conto che ormai avevo preso l’abitudine di afferrare. C’era qualcosa di lieve in quella sua indifferenza, che m’inteneriva, perché<br />
per tutto il resto voleva controllo, come se potesse calcolare ogni variabile della vita senza farsi mai trovare impreparata.<br />
Queste cose posso dirle adesso, che passo i miei giorni incollando pezzetti di lei come se fosse un puzzle di cui cerco di costruire il disegno.<br />
L’unica ragione che quella mattina l’aveva trattenuta dall’impulso di andarsene era che stavamo con la mia macchina a nove chilometri dalla città. Sentivo distintamente il suo senso di repulsione per la mia ragionevolezza, e di quelle sue reazioni ero esausto ma<br />
anche appagato.<br />
A ripensarci adesso che non c’è più, mi viene il dubbio che con quella frase improvvisa, Non riesco a vederci nel futuro, volesse lasciarmi intendere qualcosa di più profondo che però fatico ad afferrare. Ma forse sto soltanto manipolando la verità di un fatto molto<br />
più semplice, forse sto soltanto rimuginando troppo. Da quando se n’è andata non faccio che vivisezionare il tempo per trovare il punto esatto che mi sono perso, quello in cui ha deciso di sparire, e inizio a credere che, più mi ostino a cercare lei, più perdo me stesso.<br />
Sulla via del ritorno, il caldo opprimente combinato alla conversazione ci aveva reso tristi e non parlammo più. Misi in moto senza allacciare la cintura e dopo pochi secondi l’avviso acustico di sicurezza azionò i suoi bip striduli, sempre più ravvicinati, che ostentavo<br />
di ignorare fissando la strada. Sentivo il suo sguardo addosso, una furia muta che riempiva tutto l’abitacolo. In uno scatto improvviso e rapido, come qualcosa che cade dall’alto, Nica sbatté con una violenza selvaggia entrambe le mani sul cruscotto, facendomi saltare in aria. Allacciai la cintura e accesi la radio, senza dirle una parola. Dopo un paio di chilometri partì un brano dei Clash con un ritmo irresistibile che mi spinse a tamburellare con le dita sul volante, e Nica spense la radio.<br />
La sua irritazione provocava la mia, in una spirale che si alimentava in sé stessa. Il sale mi bruciava addosso e m’infiammava la pelle, sentivo prudere dappertutto, ma non osavo grattarmi. La macchina intanto scivolava sul viale ombroso della Favorita e ci riportava verso la città.<br />
Da quando mi ero trasferito a Palermo, fantasticavo di prendere una villetta sotto le Grotte dell’Addaura. L’idea di vivere in una casa tra il mare e le montagne mi dava la convinzione che avrei potuto combinare qualcosa di buono e smettere di scrivere i sottotitoli dei film, che presto sarebbero stati tradotti da un’intelligenza artificiale velocissima ed efficiente,<br />
in grado di cogliere sfumature di linguaggio apprese in dodici minuti.<br />
Quando ho conosciuto Nica, devo ammettere, ero in quel momento fragile della vita in cui non è chiaro se il futuro che deve arrivare è ancora quel genere di futuro che cambia le cose o se invece è soltanto il tempo che resta. In questi momenti, in modo del tutto paradossale, le illusioni generano sicurezza.<br />
Per non lasciarmi sopraffare da certe inquietudini, comunque, mi limitavo ad allontanarle, considerando fatti che non avevano a che fare soltanto con me stesso, ma con me in relazione al mondo. Mi concentravo sull’insieme e mai sul dettaglio.<br />
Quando si affacciano domande scomode è bene spostare l’attenzione su cose di maggiore importanza, che rendono insignificanti le nostre piccole miserie. I Paesi in guerra, l’oscenità mediatica, la paura del vuoto, gli squilibri economici, le solitudini, il disincanto del mondo.<br />
Mi chiese di lasciarla al negozio della sua amica Teresa e quando fermai la macchina, prima di aprire lo sportello mi guardò con un ghigno.<br />
«E allora? Come andrà a finire tra me e te, visto che tutto finisce?»<br />
«Come vuoi che vada a finire?»<br />
«Come se fosse stato un sogno» disse.<br />
Quella frase mi sembrò naïf, ma piena d’amore. Ricordo di aver sentito qualcosa di profondo salire in superficie e poi espandersi. Avrei voluto abbracciarla, ma invece non feci niente. Lasciai le braccia tese sul volante e la macchina in moto.<br />
Nica allora scese spingendo indietro lo sportello con una certa forza e per due giorni non si fece più sentire.<br />
Comunque sia, anche a saperle, tutte queste cose, si va avanti lo stesso, e il futuro, quando ci sono di mezzo i sentimenti, sembra che non debba arrivare mai. Dopo quei giorni di assenza, infatti, abbiamo ricominciato a vederci come se quella giornata non<br />
avesse avuto nessun senso. Nessun significato. Siamo abituati a immaginare il futuro convinti che saremo come siamo nel momento in cui lo stiamo pensando. Come se non dovessimo mutare, come se, nel frattempo, le cose della vita non dovessero succedere. È stupefacente come siamo ostinati a rifiutare la morte.<br />
Ultimamente mi chiedo come avrei dovuto risponderle quel giorno in macchina e se avrebbe fatto una qualche differenza. Come volevo che andasse a finire?<br />
Ognuno ha le sue idee sul modo di finire le cose. Che Nica sparisse così, come in un gioco di magia, non mi sembrava il modo migliore, ma avrei preferito una cena al ristorante o una lettera? Avrei preferito lasciarla io. Ecco cosa avrei dovuto rispondere. Per quanto doloroso possa essere, scegliere di allontanarsi da qualcuno contiene l’idea di avere<br />
accettato una rinuncia, e non è roba da poco.<br />
Succede sempre tutto in primavera. Adesso che è luglio, non succede più niente, l’estate addormenta le cose.<br />
Sono andato al negozio della sua amica Teresa, ieri, ho fatto avanti e indietro davanti alla vetrina decorata di piccole luci gialle e gigantografie di modelle dall’ovale rassicurante, ho guardato le clienti circondate dalla carta da parati a fiori, le ceste di shampoo e gli scaffali con le creme azione d’urto. Sembrava che lì dentro le persone si muovessero più lentamente, come se l’aria fosse soffice e asciutta mentre fuori, dove ero confinato io, traboccava di umidità. Avevo l’impressione che la porta di vetro del negozio fosse l’accesso di un mondo che mi veniva precluso. Ho osservato per un po’ le mani di Teresa che si davano da fare sopra la testa della donna seduta, che le sorrideva attraverso lo specchio mentre lei ricambiava con indulgenza, districando pazientemente la massa di capelli ruvidi e ispidi. I suoi, al contrario, sembravano una decorazione, ricci stretti e lunghi che occupavano molto spazio intorno a lei. Ne ha raccolto un paio di ciocche appuntandole con qualcosa, sono così neri che il sole che filtrava dal vetro li faceva luccicare.<br />
Non so quasi niente di lei, se non che con Nica si conoscono dai tempi della scuola e che è orfana. Quella parruccheria del borgo l’ha ereditata dalla zia perché ci lavora dentro da quando è una ragazzina, e le sorelle, per questa ragione, dell’eredità adesso non<br />
le parlano più.<br />
Le amiche di Nica mi hanno sempre messo uno strano timore addosso. Ogni tanto mi parlava di loro e me le figuravo come amazzoni sempre pronte a colpire, ma Teresa più di tutte, e adesso che la vedo per la prima volta mi sembra di riconoscere la bellezza severa che avevo immaginato.<br />
Se fossi entrato a chiederle dove fosse finita la sua amica non mi avrebbe risposto; nel migliore dei casi mi avrebbe guardato con compatimento, nel peggiore mi avrebbe chiesto di andarmene, senza riconoscermi, guardandomi come un estraneo, un nemico, un infiltrato.<br />
Alla fine, ho passeggiato avanti e indietro senza fare niente, ripensando alla stanza più vuota che avessi mai visto, quella senza di lei.<br />
La sera in cui Nica è sparita era il 22 maggio. È una coincidenza, perché il 22 maggio è la festa di santa Rita. Mi chiedo se l’abbia scelto apposta, perché anche questo era un tema ricorrente nelle nostre conversazioni, e il giorno del nostro primo incontro, senza che le avessi chiesto un bel niente, mi si era seduta accanto e aveva cominciato a parlare di santa Rita. Ci siamo conosciuti a un funerale. Questo particolare grottesco avrebbe dovuto prepararmi, anziché divertirmi. Era morta Mimì Puglisi, proprietaria della libreria Le Volte, che frequentavo abitualmente da quando mi ero trasferito, una di quelle librerie che<br />
sembrano il salotto di casa, con un divanetto a due posti tappezzato in velluto verde oliva e un vecchio pianoforte addossato al muro dove, sopra, era appesa una bella stampa incorniciata con un disegno di Dino Buzzati. Ero fuori dalla chiesa perché volevo prendermi<br />
una pausa da quella messa lunga e faticosa, dal prete che parlava con tono cantilenante citando passi del Vangelo secondo Matteo, e non so perché fosse uscita anche lei, ma in quel momento pensai che fosse per la stessa ragione.<br />
«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».<br />
«Beati voi» mi era suonato ironico.<br />
Il prete pronunciava frasi brevi con un tono che invitava a completarle, e infatti tutti, in coro, finivano le frasi dietro di lui. Parole sempre uguali ritornavano fino a svuotarsi di significato, come un rituale ipnotico in cui non si chiede a nessuno di comprenderne il<br />
senso.<br />
Io non sono stato educato a frequentare le chiese da fedele, neanche da simpatizzante. Le ho sempre conosciute vuote e stratificate, perché entrambi i miei genitori erano architetti e mi raccontavano le piante a croce, il transetto e l’abside, ma nessuna storia che riguardasse i misteri o le leggende. Non sono neanche abituato a vedere le chiese piene di persone, né preti che dicono messa. Mio padre aveva deciso che non era il caso che facessi il catechismo come il resto dei miei amici e nel 1987 ero l’unico bambino della<br />
scuola, forse di tutta Pavia, a essere esonerato dall’ora di religione.<br />
A un certo punto della messa mi ero isolato e avevo perso il significato di tutte le parole, non pensavo più neanche a Mimì Puglisi. Ero abbandonato a un flusso di pensieri vaghi sulla colpa e il desiderio, e di tanto in tanto tiravo fuori il cellulare dalla tasca per lasciarmi<br />
distrarre dall’algoritmo e accertarmi che fosse ancora carico, anche se sapevo che lo era.<br />
L’odore intenso della chiesa mi aveva messo addosso un fastidioso senso di disagio ed ero uscito. Seduto su un gradino defilato, davanti a un vecchio portone di cui si intuiva il verde della pittura ormai scrostata, mi accesi una sigaretta nel mezzo del mercato chiuso e muto. Nica si avvicinò e venne a sedersi accanto a me come se fosse normale. Indossava pantaloni stretti e un maglione che sembrava fatto a mano, con le maniche troppo lunghe che lasciavano appena scoperte le dita affusolate. Era un maglione nero con<br />
due grandi narcisi azzurro polvere che sparivano dietro i fianchi; sopra portava un trench lungo fino alle caviglie che svolazzava appena mentre avanzava verso di me con i suoi stivaletti di pelle sottile. Era una figura elegante e determinata, con la vita stretta e il ventre incavato. Dalle mie parti non è abitudine sedersi accanto a un estraneo, per di più per condividere una cosa tanto intima come il fumo di una sigaretta. Mi chiese da accendere con un tono molto serio, ma d’altra parte eravamo a un funerale. Fissai la sua<br />
giacca leggera e scura che strisciava a terra.<br />
«Hai visto il santuario di Santa Rita?» disse mentre avvicinava la sigaretta incastrata tra le labbra alla fiamma.<br />
«No» risposi sorpreso.<br />
«Eri dentro la chiesa, però».<br />
«Mi sono fermato nelle ultime file».<br />
«È alla sinistra della navata, nel cortile del convento. È molto potente».<br />
«Non sono religioso» mi affrettai a dire con un’aria di superiorità. «Conosco giusto i fondamentali».<br />
«Sei milanese». Inclinò a destra la testa sorridendo, come se esserlo fosse stupido.<br />
«Pavia. Ma l’ho lasciata presto e sono stato un po’ qui e un po’ lì. Adesso vivo a Palermo da quasi tre anni».<br />
«Molte donne sono devote a santa Rita in questa città, cercano aiuto e lo chiedono, sentono una connessione forte».<br />
«Santa femminista…»<br />
Fece una risatina per compiacermi.<br />
«D’altra parte sei un uomo» disse.<br />
«È un insulto? Non sono un fan del patriarcato».<br />
«È un fatto con i suoi limiti; gli uomini non possono sapere queste cose, non fanno parte della loro storia. Voglio dire… a Palermo le donne dovevano farsi furbe per sopravvivere, cercare alleanze. Meglio se con una santa».<br />
Mi era parso che s’illuminasse, mentre parlava, quel tipo di luce che trafigge da dentro, che rivela un fuoco.<br />
Fece un lungo tiro dalla sigaretta e il fumo uscì così denso e azzurro che ebbi l’impressione di guardarla attraverso la nebbia.<br />
«Quando ero piccola mia nonna mi raccontava la sua storia per farmi addormentare. La conosci la storia di santa Rita? Ma più ancora dei miracoli, mi piaceva sentire le richieste che le venivano fatte, mi sembrava di entrare nelle vite degli altri».<br />
Parlava senza prendere fiato, come se avesse fretta di dirmi tutte quelle cose che ascoltavo senza capire.<br />
«Speravo sempre in un lieto fine» disse, «che il miracolo si compisse, che i desideri venissero esauditi.<br />
Anche io cercavo di fare miracoli. Una volta ho resuscitato Lola, la mia gatta, quando è caduta dal terzo piano. Ma non sono riuscita a resuscitare mia nonna».<br />
Questa volta risi io. Timidamente. E lei mi guardava e mi sembrava contenta.<br />
«Ho l’impressione che si raccontino volentieri le grazie ricevute e ci si dimentichi di quelle inascoltate. Io preferisco non credere ai miracoli».<br />
E quando dissi così lei si rifece seria all’improvviso.<br />
«Forse non hai mai sofferto» disse.<br />
«Non saprei».<br />
«Per dolori profondi sono necessarie difese forti».<br />
Non ero affatto sicuro di seguire il filo del suo discorso ma non volevo che smettesse di parlare, stavo scivolando dal mondo reale a quello delle possibilità, e il desiderio che nasceva bruscamente per lei mi dava una vertigine.<br />
«Era di Cascia, niente di più lontano da un’isola. Ma a Palermo le donne sognavano cose impossibili, soluzioni a vite disperate».<br />
«E tu preghi per i tuoi sogni impossibili?»<br />
«Sì, una specie».<br />
Lo disse con dolcezza e poi fece un sorriso incredibile che per un momento sembrò dissolvere tutta la tristezza del mondo.<br />
Mi rendevo conto di guardarla come un innamorato pazzo. Le fissavo il collo nudo e gli occhi screziati di arancione, contornati di nero. In certi istanti sembrava una fata o una sirena; qualcosa di soprannaturale, ma provai a non darci peso. Si sarebbe alzata e<br />
non l’avrei vista più, pensavo, come succede con le fantasie.<br />
Non ricordo bene il resto della conversazione ma, improvvisamente, senza tanti giri di parole, le chiesi il numero di telefono e lei mi illuminò con un’occhiata rapida e chiara.<br />
Tirò fuori dalla tasca della giacca una penna con l’inchiostro liquido rosso e lo scrisse sulla mia mano, insieme al suo nome. Nica. Senza fare nessun sorriso e senza chiedermi perché. Io dissi ad alta voce il mio nome, Tommaso, lasciandolo appeso nell’aria, poi rimanemmo qualche minuto uno accanto all’altra senza dire altro, con le cicche delle sigarette spente nelle mani.<br />
«Perché sei a questo funerale?» mi chiese, alla fine.<br />
«Era la mia libraia. Ho passato molte ore a parlare con lei, mi ero affezionato a quel suo modo polemico e tenero che aveva di guardare il mondo. Ogni tanto mi chiedeva di tradurre certe schede che presentavano i libri da ordinare, erano per la sua socia francese,<br />
aveva anche una libreria italiana a Parigi. Ma forse lo sai» dissi distrattamente, rivedendo per un momento il viso di Mimì che rideva.<br />
«Sei un traduttore?»<br />
Annuii e subito dopo, come preso da uno strano pudore, mi corressi.<br />
«Una specie: scrivo i sottotitoli dei film, finché i robot non lo faranno al posto mio». (Ma non aggiunsi che nei mesi peggiori traducevo anche i bugiardini delle medicine e le istruzioni per ogni genere di elettrodomestico).<br />
«Bello» disse, con un’indifferenza sincera.<br />
«Mimì Puglisi invece stava scrivendo un libro, chissà se è riuscita a finirlo. Diceva che me lo avrebbe fatto leggere. Era appassionata di piante, un giorno mi ha regalato dei bulbi di amaranto, ma ho dimenticato di piantarli».<br />
«E di che parlava? Il libro, dico».<br />
«Non lo so. Qualche tempo dopo ho saputo che si era ammalata e non l’ho vista più in libreria. Mi è dispiaciuto».<br />
«Già».<br />
«Tu la conoscevi bene?»<br />
«Anche io ho passato molte ore a parlare con lei».<br />
Poi era andata via e alla fine della funzione l’avevo cercata tra i capannelli di persone che indugiavano sulla strada. Guardandomi intorno chiesi di lei a uno sconosciuto con la barba che fumava la pipa e che aveva gli occhi lucidi di chi ha trattenuto il pianto.<br />
«È andata al cimitero, per la sepoltura» disse quell’uomo. «È la figlia».<br />
La notizia e il caldo, quella notte, non mi avevano fatto dormire.</p>
<hr />
<p><strong>Anna Voltaggio</strong> è nata a Palermo. Vive a Roma e lavora nel settore culturale. Ha esordito con La nostalgia che avremo di noi, pubblicato da Neri Pozza nel 2023.</p>
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		<title>Un carovaniere nel deserto del linguaggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Mattia Tarantino]]></category>
		<category><![CDATA[Sotirios Pastakas Larissa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mattia Tarantino e Sotirios Pastakas Larissa</strong> <br />
 
In occasione del premio al Campidoglio e dell'uscita, per Samuele Editore, della raccolta Sciababàb, ospito qui la nota introduttiva al libro di Mattia Tarantino realizzata da Sotirios Pastakas Larissa.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mattia Tarantino e Sotirios Pastakas Larissa </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="wp-image-119867 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-08-at-09.55.00-728x1024.png" alt="" width="515" height="863" /></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;otto aprile Mattia Tarantino ha ricevuto il premio speciale durante l’<em>Incoronazione dei Poeti </em>in Campidoglio, su segnalazione del poeta Valerio Magrelli. In occasione del premio e dell&#8217;uscita, per Samuele Editore, della raccolta <em>Sciababàb</em>, ospito qui la nota introduttiva al libro di Tarantino realizzata da <strong>Sotirios Pastakas Larissa</strong>.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Ho conosciuto Mattia ad aversa, quando aveva appena diciassette anni. L’anno prima aveva già pubblicato la sua prima raccolta di poesie: un esordio precoce che lasciava intuire una vocazione non comune. ma ciò che mi colpì subito non fu soltanto la scrittura. Fu la sua straordinaria capacità di riunire attorno a sé persone: musicisti, poeti, amici, curiosi. alla libreria Quarto Stato diedero alla mia lettura un tono festoso, quasi corale, che poi proseguì naturalmente nella bevuta e nel barbecue a conclusione della serata. in quell’occasione riconobbi immediatamente in Mattia un talento raro: quello di ammagliare le persone, di attrarle dentro un cerchio di energia e di entusiasmo. un vero incantatore di serpenti. Pochi mesi dopo ebbi anche il piacere di collaborare alla rivista Inverso, che Mattia aveva fondato insieme al compianto Gabriele Falloni. da allora sono passati dieci anni di amicizia sincera, e oggi mi sembra di vedere quella esperienza, quella generosità e quella tensione poetica cristallizzarsi in questo volume di poesie scelte. il libro appare come un dono: un’offerta generosa agli amici, ai compagni di viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">È come un braciere acceso attorno al quale ci si raduna per scaldarsi. siamo nel deserto – e nel deserto basta anche un piccolo punto di luce per orientarsi. i cammelli sono stati abbeverati, il campo è montato, e ora bivacchiamo dopo l’attraversamento del linguaggio: un viaggio in cui la parola nasce, si incrina, si ammala, ma continua ostinatamente a cercare una casa. Mattia, in fondo, ha fondato una tribù di poeti: una comunità di sognatori. i suoi testi sembrano muoversi in uno spazio sospeso tra visione, memoria familiare e una interrogazione quasi metafisica sul potere della lingua:</p>
<p style="text-align: justify;">chiedi in questa veglia la parola</p>
<p style="text-align: justify;">che ci salvi dall’inverno e faccia casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa raccolta è un libro da portare con sé, quasi fosse un amuleto sacro, un talismano per le prossime soste nel deserto. Come ci ammoniva l’amatissimo Joseph brodsky, la poesia non serve a consolare: serve a orientare il cammino. E, qualche volta, persino a farci ritrovare la strada.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Sotirios Pastakas Larissa, 11 marzo 2026</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-119923" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17.png" alt="" width="886" height="760" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17.png 886w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17-300x257.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17-768x659.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17-490x420.png 490w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17-150x129.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17-696x597.png 696w" sizes="(max-width: 886px) 100vw, 886px" /></p>
<p style="text-align: center;">Foto di Dino Ignani</p>
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		<title>Les nouveaux réalistes: Claudio Bellon</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 05:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Bellon]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Claudio Bellon</b> <br />Un ufficio di vetro dove svolgo un lavoro dal titolo complicato: Principal Business Development Manager. Un groviglio di parole che non significa niente.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119229" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/accc09925479a9f488709e9aa4551c67_t.jpeg" alt="" width="680" height="340" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/accc09925479a9f488709e9aa4551c67_t.jpeg 680w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/accc09925479a9f488709e9aa4551c67_t-300x150.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/accc09925479a9f488709e9aa4551c67_t-150x75.jpeg 150w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Rimprovero</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Claudio Bellon</strong></p>
<p>Avevo diciannove anni la prima volta che ho steso.<br />
Ero con Alice e Fergus, al primo anno di università.<br />
Temple Bar. Il bagno graffitato e caustico del Workman’s, locale che al martedì si riempie di studentelli alternativi; e con loro: tatuaggi, capelli viola, sguardi tristi, preservativi, spine dorsali, non-binari, biglietti dell’autobus, giacche di pelle, piercing al capezzolo, femministe.<br />
Accanto al lavandino, un ragazzo dal volto spigoloso ha estratto dal pube una pallina bianca, delle dimensioni di un dente. Dopo averlo pagato, abbiamo scartato l’involucro salmastro di sudore con le unghie, pescato la polvere con una chiave e infine l’abbiamo stesa su un iPhone. Fergus, che viene da Londra e come molti britannici ha provato buona parte delle droghe pesanti tra i quattordici e i sedici anni, si è occupato di tritare il composto adulterato fino a disegnare tre righe soffici e affascinanti. Ho arrotolato una banconota da dieci euro fino a formare un cilindro duro e ho sniffato metà della polvere con la narice sinistra e la seconda metà con la destra.<br />
Dopo abbiamo parlato con un sacco di turisti nella zona fumatori. Ho chiesto ad Alice se potevo fumare un po’ della sua sigaretta. Non solo perché sentivo gli incisivi intorpiditi dal gelo anestetico della cocaina, ma perché per la prima volta mi andava di assaggiare la sua saliva. Lei l’ha divisa con me.</p>
<p>Da quella sera sono passati: una laurea triennale, due appartamenti umidi, sei coinquilini, un master, nove colloqui, otto rifiuti, un’offerta.<br />
Oggi resto seduto in ufficio finché il sole non scompare dietro i palazzi. Un ufficio di vetro dove svolgo un lavoro dal titolo complicato: Principal Business Development Manager. Un groviglio di parole che non significa niente.<br />
Davanti a ciascun dipendente, sulla superficie laminata della scrivania, sono posizionati un laptop aziendale e un monitor aggiuntivo, in un setup studiato per ottimizzare la produttività e garantire un flusso di lavoro efficiente. Ogni mattina, gli utenti si collegano a stanze virtuali per comunicare attraverso lo schermo, anche se i corpi si trovano nello stesso identico spazio. Ogni tanto scendo a fumare una sigaretta, giocherello con il cordino del badge o interagisco con il programma di intelligenza artificiale messo a disposizione dalla ditta. Gli faccio domande del tipo: Si può morire di solitudine? È un presagio sinistro pensare sempre alla morte? Come si fa a vivere davvero le cose senza che la consapevolezza della fine le avveleni già mentre accadono?</p>
<p>Dopo il lavoro, Fergus mi aspetta al pub, anche se non sono sicuro che aspetti davvero me.<br />
Davanti a lui ci sono due bottiglie vuote di Hop House. Indossa cuffie enormi e guarda su YouTube un blogger che esplora le periferie più pericolose del pianeta. Ho la sensazione che la sua serata avrebbe la stessa intensità, con o senza di me. In fondo, non sono altro che un’entità di contorno; un eco nella solitudine. A volte mi chiedo quanti amici continuerebbero a vedersi se i bar smettessero di servire alcolici. Forse, eliminata la ritualità del consumo di alcol, caffè e droghe, molti scoprirebbero di non avere davvero bisogno della gente.<br />
Ci spostiamo dal Ferryman all’Hogan’s, dal Whelan’s al Bar With No Name, sotto i tavoli facciamo una chiavetta dopo l’altra. La coca non la prendiamo più al Workman’s: ce la recapita direttamente lo Special Deliveroo, un ragazzo in bicicletta vestito come un rider della nota multinazionale di consegne a domicilio. Prima di incontrarlo, scambio messaggi con il proprietario del coffee shop online, che mi manda regolarmente volantini disegnati con Canva raffiguranti i prodotti disponibili. Attraversiamo le strade elettriche della città, invase da: turisti, artisti di strada, fighe di legno, fighetti del Trinity, burocrati, ciglia finte, camerieri, abbronzature spray, garlic dips, dottorandi, stacanovisti, senza dio, rampolli, cervelli in fuga.</p>
<p>Questa è Dublino, e quelli là fuori sono loro, vogliosi di bere, scopare, ballare, divertirsi.<br />
Ma i pub cominciano a chiudere. La musica finisce. Le persone si riversano sui marciapiedi.<br />
Sotto casa ci facciamo geolocalizzare da un altro special Deliveroo.<br />
Chiusa la porta, Fergus toglie le scarpe e siede sul tappeto del salotto, gambe incrociate, il gomito appoggiato al tavolino anti-impronta sul quale fa cadere la polvere.<br />
&#8211; Hai saputo di Alice?<br />
Accenno un no senza dire niente.<br />
&#8211; Lo sai che si sposa con un vecchio?<br />
&#8211; Cioè?<br />
&#8211; Un manager che lavora con lei. Ha una quarantina d’anni.<br />
&#8211; Te l’ha detto lei?<br />
&#8211; No, l’ha detto a Joanna. E ovviamente Joanna non sa tenere un segreto.<br />
&#8211; Beh, &#8211; dico, abbassando lo sguardo &#8211; Buon per loro.<br />
-L’ho spiato su LinkedIn, sai? Un entusiasta che legge The Economist e altre riviste per persone senza una vita interiore. Eri meglio te.<br />
Annuisco e poi smettiamo di parlare. Continuiamo a bere e a fumare finché non arriva l’alba. Il cinguettio degli uccelli suona come un rimprovero di mia madre. Apro la portafinestra ed esco sul balcone, l’aria fredda mi punge i polmoni. Stringo le mani attorno alla balaustra per paura di lasciarmi cadere. Ripenso a una sera di Halloween di tanto tempo fa: Alice mi tinge i capelli in camera prima di una festa in maschera. Rivedo noi due sdraiati sul letto, il riflesso dell’insegna JP Morgan nel vetro della finestra e un angoscioso sentore di perdita che mi lega la lingua. Come si fa a vivere davvero le cose senza che la consapevolezza della fine le avveleni già mentre accadono? Mi soffio il naso e il fazzoletto è macchiato di sangue. Abbasso la tapparella. Un nuovo giorno è sorto, il futuro bussa alla porta e io non ho voglia di andargli incontro.</p>
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		<title>AzioneAtzeni – Discanto Trentaduesimo: Marcello Fois</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 12:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[podcast]]></category>
		<category><![CDATA[AzioneAtzeni]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Gigliola Sulis]]></category>
		<category><![CDATA[Lia Careddu]]></category>
		<category><![CDATA[marcello fois]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Marcello Fois</b> <br />Mì che non c’è niente di brutto in questo personaggio, anzi è una specie di eroe, ma eroe per modo dire. Di quelli che non sembrerebbero. Te lo dico subito: non ti devi offendere di nulla, perché quando si scrivono delle storie la cosa importante è capire che non è che sono vere.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="AzioneAtzeni  - Discanto XXXII : Marcello Fois" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/hixsVz9IcnA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>Credits</strong><br />
Testo e voce: Marcello Fois<br />
Incipit da <em>Il figlio di Bakunìn</em>: lettura di Lia Careddu</p>
<p style="text-align: center;"><strong>AzioneAtzeni – Discanto Trentaduesimo: Marcello Fois</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-116654" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/1691-3.jpg" alt="" width="224" height="313" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/1691-3.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/1691-3-215x300.jpg 215w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/1691-3-150x210.jpg 150w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Discanto XXXII</strong></p>
<p>Tullio Saba era un bambino vanitoso, l’ho scoperto molte volte che si specchiava nell’unico specchio di casa, sul comò in camera da letto di donna Margherita. Era uno specchio di lusso esagerato, con la cornice di stucco color d’oro e in alto un angioletto grasso, nudo. E anche donna Margherita si guardava troppo allo specchio per una donna costumata. Il bambino aveva sempre scarpe fini, nere e lucide; certo, il padre era calzolaio, ma nessun bambino in paese aveva scarpe così belle. E il padre non era sarto, ma nessun bambino in paese aveva vestiti così eleganti.<br />
da <a href="https://www.sellerio.it/it/catalogo/Figlio-Bakun/Atzeni/349">Il figlio di Bakunìn</a>, di Sergio Atzeni</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Lettera a Tullio Saba</strong><br />
di<br />
<strong>Marcello Fois</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Torino, 4 dicembre 1989</p>
<p>Tullio, ascò, c’ho in mente una storia di lotte operaie con un protagonista che nella mia testa, non so perché, c’ha la tua faccia, e così mi è venuta questa mattana di chiamarlo come te. Quindi dopo averne parlato con Paola mi è sembrato corretto avvisarti. Sempre che la cosa non ti dia fastidio.<br />
Mì che non c’è niente di brutto in questo personaggio, anzi è una specie di eroe, ma eroe per modo dire. Di quelli che non sembrerebbero. Te lo dico subito: non ti devi offendere di nulla, perché quando si scrivono delle storie la cosa importante è capire che non è che sono vere. Devono sembrare vere. Anzi, se sono proprio vere non sono storie. Però Tù qualcosa di vero ci sarà: ti ricordi di quel pomeriggio a casa tua, quanto avremo avuto: sì e no quindici anni, quando ti ho beccato che facevi i muscoli allo specchio? Questo vorrei metterlo, ma mica per prenderti in giro, solo perché, quando scrivi storie, perché sembrino vere bisogna mentire, ma perché sembrino proprio vere un pizzico di verità ce la devi mettere. E a me di te mi piace quella verità che sei uno che piace alle donne. Senza invidia eh? E che fai finta di niente ma lo sai bene. Cioè Tù il mio eroe, come te, c’ha questa cosa che possiamo definire chimica, questa capacità di attrarre come se fossi una carica negativa costantemente in presenza di cariche positive. Ah, non voglio certo dire con questo che tu sei una persona negativa, sto proprio parlando di scienza, come ne <em>Le Affinità Elettive</em>, che è il romanzo dove le regole dell’attrazione sovrastano qualunque ragionevolezza. Dunque chimica: niente di negativo in te. A volte davvero basta istruirsi, e leggere, per essere meno suscettibili. Il mio Tullio leggerà, tu leggi troppo poco, dici sempre che ti stanchi, e questo è un peccato davvero, perché leggere è anche meglio che scrivere, anche se non sembrerebbe. Comunque, e qui chiudo, se ti stanchi di leggere è solo perché non leggi abbastanza. Come correre. Mica per leggere ci vuole talento, bisogna allenarsi, come a calcio: vedi che quando fai le ore piccole e salti gli allenamenti alla partitella dopo un quarto d’ora sei fuori uso? Lo stesso è col leggere. Al mio Tullio Saba, nome e cognome eh, dunque gli piacerà leggere perché sarà uno di quelli che cerca di spiegare alle persone ignoranti che il più delle volte sono ignoranti perché le hanno convinte che istruirsi sia una perdita di tempo. Su questo punto preciso magari non ti riconoscerai, ma, ancora una volta, non per dire che sei ignorante, perché non lo sei, ma solo un po’ mandrone a studiare, perché per il resto, le donne in primis, accidenti a te, non ti batte nessuno.<br />
Hai presente il calzolaio di Uta, quello comunistone, compagno duro e puro, mì che lo chiamavano Bakunìn, te lo ricordi? Dai che aveva appeso il cartello sulla porta della bottega che diceva “Ai fascisti si fanno le scarpe, per tutti gli altri si risuola”. E quasi nessuno aveva colto il doppio senso di “fare le scarpe” come nella definizione del vocabolario: “compiere un’azione di tradimento finalizzata a scalzare l’altro”. E Tù, non è per tornare sempre lì, ma, a leggerlo il vocabolario, si capiva perfettamente cosa voleva dire Bakunìn. Nella storia che ho in mente Tullio Saba è uno che si oppone ai fascisti con la forza degli argomenti. Anche se sa bene di avere a che fare con gente che argomenti ne hanno pochissimi, e, si sa, quando mancano gli argomenti cominciano i pugni. Per questo sto studiando il ventennio fascista come periodo in cui ambientare questa storia. Nella finzione il mio Tullio Saba è figlio del calzolaio, non me ne voglia tuo padre, Bakunìn. Cioè, ribadisco, poche cose vere sparse, rendono più verosimili cose inventate.<br />
Altra cosa: uscire da questa dittatura agropastorale di questi scrittori nuoresi che si credono chissà che. Va bene, c’è un Nobel di mezzo, ma io di Barbagia e banditi e maestrale e querce o, peggio, canne piegate dal vento, non ne voglio proprio sapere. Per carità, tanto di cappello a Grazia Deledda, però bisogna proprio capire che la Sardegna è assai più grande di quella che lei ha imposto al mondo. Senza cattiveria beninteso, è chiaro che quando una vince il Nobel metta un’ipoteca seria sull’idea che uno si può fare del mondo che descrive nelle sue storie. E onestamente tutto quello che si sa letterariamente della Sardegna, lo si sa dalle pagine della Deledda. Perciò Tù, niente Barbagia, niente disamistadi, niente latitanti, ho pensato al territorio delle miniere, il Sulcis, che è poco raccontato e è rappresentativo di un vero ceto operario. Perché i pastori, diciamocelo, rispetto ai minatori sono dei signori. A questi nuoresi, maledetti in senso antifrastico, bisogna riconoscere che per scrivere sanno scrivere. Salvatore Satta per esempio, che, accidenti, quei pastori li ha fatti complessi peggio che se li avesse inventati Musil. Ecco lo stile è magnifico, ma io di quella spocchia identitaria mi sono rotto. A me interessa di più il racconto di quella purezza che nessuno ha mai visto realmente, la nostalgia, quasi una malinconia costante, che hanno i colonizzati di tutte le latitudini, quando devono concepirsi in un mondo che non hanno determinato e devono esprimersi con una lingua costantemente assediata, e devono costantemente mediare tra il pensiero di sé e lo sguardo altrui. Insomma scelgo l’urbano contro il rurale. E in Sardegna di città in senso stretto con tutte le commistioni e contraddizioni che ne conseguono, ce n’è solo una. Che è Cagliari. M’immagino le critiche, ma città ne ho viste abbastanza, e città come questa dove mi trovo ora che è il centro dei centri di qualunque mozione operaistica. Dunque, per me, questa storia di te, che diventi il figlio del calzolaio Bakunìn, e che, durante il fascismo, lotti per i diritti negati della povera gente, mi pare, tra le altre cose, un modo per raccontare che quella purezza millantata dal canone barbaricino noi sardi l’abbiamo persa da tempo. Ho in mente a questo proposito una storia cittadina di periferia cagliaritana con due ragazzine, ma per ora sono appunti.<br />
Finisco dicendoti che ho pensato di scrivere questa storia con un protagonista che non si vede mai. Eh, Tù, l’idea è che di Tullio Saba, figlio di Bakunìn, si sa solo quello che dicono gli altri. Un modo per liberarsi dalle responsabilità, così si può dire che la finzione arriva fino a un certo punto e che il risultato non è nient’altro che il resoconto della gente che parla, e quando la gente parla un motivo c’è. In verità questa idea che sembra tanto incredibile, e cioè usare come protagonista uno che non si vede, è antichissima e risale a Omero. Dei ventiquattro libri dell’<em>Odissea</em>, i primi quattro, la <em>Telemachia</em>, narrano di un figlio, Telemaco appunto, che cerca il padre, Ulisse, e questo padre non si vede mai, ma viene narrato di volta in volta da tutti coloro che per fortuna, o per sfortuna l’hanno incontrato. Senza presunzione anche io voglio fare la stessa cosa. Anzi con tutta la presunzione che uno scrittore deve avere, che cavolo!<br />
Hai detto mille volte che venivi a Torino, cerca di farti sentire e promettimi che almeno questo romanzetto, con Tullio Saba protagonista se accetti la cosa, lo leggi. Fammi sapere, io ci terrei davvero perché ormai fra me e me lo chiamo già così. Saluti a casa. Male che vada ci vediamo l’estate prossima. Asibiri, Tù.</p>
<p>Sergio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-115850 td-animation-stack-type1-2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata.jpg" sizes="(max-width: 1080px) 100vw, 1080px" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata.jpg 1080w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-420x420.jpg 420w" alt="" width="1080" height="1080" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>* Azione Atzeni- mode d’emploi</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Gigliola Sulis e Francesco Forlani</strong></p>
<p>‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. <a href="https://www.sellerio.it/it/catalogo/Figlio-Bakun/Atzeni/349">Sergio Atzeni, <em>Il figlio di Bakunìn</em></a> Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: <em>Texaco</em> di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come <em>Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri,</em> e di una cascata di racconti tra cui <em>Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca,</em> e <em>Bellas mariposas</em>. Come nel <em>Figlio di Bakunìn</em>, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno <a href="https://www.aladinpensiero.it/?p=47177">dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”</a>. Nasce così <em>il gioco del discanto*</em>, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. <strong>*</strong> Francesco Forlani ‘<a href="https://minimaetmoralia.it/letteratura/nella-sardegna-magica-in-cerca-di-sergio-atzeni/"><em>Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni</em>,</a> “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, <a href="https://www.leparoleelecose.it/chi-era-sergio-atzeni/">‘<em>Chi era Sergio Atzeni?</em></a>’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012</p>
<p class="has-text-align-center"><strong>Si può seguire il PODCAST su</strong>:</p>
<p class="has-text-align-center">⇨ <strong><a href="https://www.youtube.com/playlist?list=PLxTP1iuPPeRn437CtY5Pv9fKry9jJFy2I" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Youtube</a></strong></p>
<p class="has-text-align-center">⇨ <strong><a href="https://open.spotify.com/show/0UgUfvsNG220RzZnNEkq2V" target="_blank" rel="noreferrer noopener">SPOTIFY</a></strong></p>
<p class="has-text-align-center">⇨ <strong><a href="https://pca.st/vgzb9x8y" target="_blank" rel="noreferrer noopener">PocketCasts</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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