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	<title>NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Les Nouveaux Réalistes: Cristina Pasqua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Pasqua]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Cristina Pasqua</b> <br />Aveva il ventre gonfio. S’aspettava per dicembre, forse anche prima, ma la gravidanza s’era fatta aspra nelle ultime settimane. Ubaldo poco si fidava a lasciarla a casa da sola.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120787" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7.jpg" alt="" width="1024" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Benedizioni</strong><br />
di<br />
<strong>Cristina Pasqua</strong></p>
<p style="text-align: left;">
<p><em>Così mi lasciai indietro le case e lo stagno, e poi la locanda, e poi camposanto e torbiera, e dopo un poco ero solo, e attorno a me non c’erano che gole e calanchi e più in là qualche pascolo e più in là ancora il costone dei monti.</em><br />
Silvio D’Arzo, <strong>Casa d’altri,</strong> Feltrinelli, Milano 2023</p>
<p>Eppure intorno s’era fatto grigio. Offuscato dalla cinta dei monti, a Rimedio arrivava solo un’ombra d’aria, spifferi che s’insinuavano tra le case basse e le spesse mura. Limetta scostò la porta e lasciò passare il Curato, che sciancato e guercio com’era, prima che annottava s’aggirava pe’ vicoli. I suoi anni ce li aveva, il pelo arruffato, la zampa offesa, e il manto, un tempo lucido, che s’era fatto fuliggine. L’aria, sciacquata di pioggia, s’ammischiava col fumo che dai comignoli s’inanellava in lingue nere, insozzando il bianco slavato delle nubi. Il Curato, girato l’angolo, seguì dritto fino alla scesa che conduceva ai giardini. Mentre imbruniva e oltre il cancello scolorivano gli alberi e la sfilza di mezzi busti, attraversò il viale preferendo la ghiaia all’erba fradicia. Arrivato alla fontana, si fermò come per riflettere. Durò poco, ché già s’incupiva e una pioggia senza peso era tornata a cadere lieve. Infeltrito, il Curato si sprimacciò il pelo e prese a sinistra, risalendo pigro verso la piazza. Nel fragore di tuono che seguì, arrivò davanti alla casa del Soavi e di nuovo s’arrestò. Un refolo di luce si faceva largo attraverso gli scuri, già serrati a quell’ora presta. Dall’interno, s’insinuò tra gli stipiti un lamento lungo e il pianto delle donne lì riunite. Insieme alla Nilde, la comare dei buchi che girava di casa in casa con il vetro e l’ago nella latta, c’erano Elsa e Maresa, le figlie grandi. Avevano tirato giù la saracinesca del forno all’ora di pranzo, a bottega per quel giorno non sarebbero tornate. Elide, la smemorata moglie del Soavi, girava per casa ciabattando che pareva una sonnambula. «Un pasticcino, un confetto» chiedeva non si sa a chi, mentre apriva a turno madia e credenza, l’armadio e i cassetti tutti del trumeau. Poi si fermava ad attizzare il fuoco e tornava a cercare qualcosa per addolcire il trapasso del vecchio. L’odore di spirito e acqua di colonia pizzicò il naso del Curato. Prima di lui doveva essere arrivato il condotto. Il gatto s’arrucciolò sul primo gradino e lì rimase fino a che la coltre di buio non fu tirata via dall’impertinenza del mattino. Solo allora, quando il dottore si scambiò di posto col prete e l’aria s’impregnò d’incenso, fece ritorno a casa.</p>
<p style="text-align: left;">«Alla buonora» disse Limetta prima di sversare un altro secchio d’acqua sulla soglia imbrattata d’impronte. Il Curato la seguì in casa, prese dalla ciotola due linguate di bianco e, sfiancato dalla nottata, si mise a dormire non lontano dalle braci del camino.<br />
Il venerdì successivo presto presto prese a grattare la porta di casa. Limetta si alzò e gli mandò un colpo. «Che ti pigliasse un accidente! Già a quest’ora sei di turno?» Girò la chiave e scostò l’uscio quel tanto per permettergli di sgusciare fuori. «Già sei storpio, non mi tornare peggio» si raccomandò mentre la bestiola s’allontanava trascinando la zampa sinistra.<br />
A Rimedio c’erano i cani, giravano in branco, prima solo col buio, ma negli ultimi tempi capitava di incontrarli a tutte le ore. Capitava pure che dal fitto del bosco si facesse largo un cinghiale. Con le automobili pericolo non se ne correva, erano in pochi a circolare. Il farmacista, che era pure il condotto, guidava un’utilitaria, c’era la motoretta del postino e l’Ape che scarrozzava Trivulzi al podere, oltre a sparuti automobilisti di passaggio che s’attardavano alla pompa di benzina o parcheggiavano sotto i platani per recarsi a piedi al corso per i tabacchi, le cartoline e il caffè al vetro.<br />
Limetta tirò fuori una sedia e l’appoggiò al muro. Poco dopo la raggiunse l’Iva. «È già partito?» chiese mangiandosi le mani.<br />
«Purtroppo, sì».<br />
«Di nuovo?»<br />
«Così pare. Pochi ne siamo, in meno resteremo», che era poi la frase che pronunciava ogni volta che il Curato prendeva per via.<br />
Era ottobre avanzato, e Liberti era sceso al campo per vestire la vigna di verderame. Le foglie s’erano mezze accartocciate per chissà quale malanno e sperava di porvi rimedio. Suo figlio s’era arrampicato sul fico per tagliare certi rami che battevano contro il casotto degli attrezzi, e intanto Silvana, tra le zucche dell’orto, saggiava se i gobbi s’erano già inteneriti nell’incarto. Fu la prima a vedere il Curato. «Madonna santissima!» le scappò di bocca e si portò subito dopo una mano a coprire.<br />
«Che farnetichi, Vana?» disse Liberti scostandosi il fazzoletto che gli copriva a mezzo la faccia.</p>
<p style="text-align: left;">In cima all’albero, il figlio sembrò vacillare. «Via, bestiaccia! Sciò sciò!» Agitò le mani che per poco di nuovo non cadeva. Silvana si fece il segno della croce, per scaramanzia Liberti fece sparire la destra sotto la cintola dei calzoni. Il figliolo stava per fare un balzo e scendere, ma poi cacciò un urlo che pareva il guaito di una bestia. L’Alberta, sua moglie, era rimasta a casa e bruciava di febbre dal giorno prima. «Vai» lo aveva pregato al mattino con un filo di voce. «Prendi aria. Staremo bene».<br />
Aveva il ventre gonfio. S’aspettava per dicembre, forse anche prima, ma la gravidanza s’era fatta aspra nelle ultime settimane. Ubaldo poco si fidava a lasciarla a casa da sola.<br />
Suo padre bussò che appena rischiarava. I rami bisognava tagliarli prima che il vicino tirasse fuori lo schioppo. Era stato gentile l’ultima volta, ma lo conosco, è uno che tante volte alza il gomito, dà di matto. «Dorme male da quando è allettata, alla mamma basta che respiro che eccola: “Franchi’, sei tu. Taglia quei rami. Di notte, col fitto del silenzio, sbattono forte».<br />
E sia, si era detto Ubaldo tirandosi dietro la porta. Ora che il Curato era lì e lo fissava gramo, fece uno zompo e, senza aggiungere altro, corse a scapicollo fino a casa.<br />
Quando Limetta lo vide tornare, tirò un sospiro. «Chi se n’è andato stavolta?» disse mentre si incollava la sedia per riportarla all’interno.<br />
«Te ne rientri?» strillò l’Iva dalla finestra.<br />
«Tu sei bella che salita» rispose Limetta a mezz’uscio.<br />
«A chi sarà toccato stavolta?»<br />
«Cosa vuoi che ne sappia. Il Curato non parla».<br />
Il gatto, finito di pulirsi le zampe di lingua, s’apprestò a seguirla all’interno.<br />
«Poveri noi, domani sapremo».<br />
«Io alla messa non vado più. Il Curato ce l’ho in casa» disse Limetta e rientrò.<br />
Il giorno dopo l’Iva bussò allo scuro che erano da poco passate le sette.<br />
«Non vieni, allora?»<br />
«No che non vengo, sono stufa delle prediche. Hai saputo niente del morto?»<br />
«Non ancora. Penso al vecchio Alfieri. Dopo passo e t’aggiorno».<br />
«La vita sua l’ha bella che fatta» disse aprendo del tutto gli scuri. Il Curato ne approfittò e saltò di nuovo fuori. «Pochi ne siamo, in meno resteremo» concluse Limetta alla vista del gatto.<br />
«Signore benedetto! Eccolo, ve’, che riparte» e mentre il gatto s’incamminava pigro verso una nuova benedizione, l’Iva si segnò il petto.</p>
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		<title>Dissonanze ballardiane nella poetica dei This Heat</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[j.d. ballard]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[punk]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Spataro]]></category>
		<category><![CDATA[this heat]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Stefano Spataro</strong><br /> Ballard aveva capito che il mondo del dopoguerra era diventato un flusso di eventi impossibile da mettere a fuoco. Horizontal Hold lo traduce in forma sonica]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Stefano Spataro</strong></p>



<h2>Desincronizzazione permanente</h2>



<div class="wp-block-image wp-image-120294 size-full"><figure class="alignleft is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/This_Heat_1979_artwork.jpg" alt="" class="wp-image-120294" width="480" height="425" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/This_Heat_1979_artwork.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/This_Heat_1979_artwork-300x266.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/This_Heat_1979_artwork-768x680.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/This_Heat_1979_artwork-474x420.jpg 474w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/This_Heat_1979_artwork-150x133.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/This_Heat_1979_artwork-696x616.jpg 696w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /><figcaption>Di This Heat &#8211; <a class="external free" href="https://www.amazon.fr/This-Claviers-Basse-Gareth-Williams/dp/B000CQKY2G" rel="nofollow">https://www.amazon.fr/This-Claviers-Basse-Gareth-Williams/dp/B000CQKY2G</a>, Pubblico dominio, <a href="https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=163717554">Collegamento</a></figcaption></figure></div>



<p>C’è un piccolo controllo sul retro delle vecchie televisioni analogiche: horizontal hold (“controllo di frequenza orizzontale”). Serve a stabilizzare l’immagine sullo schermo. Quando fallisce, l’immagine rolla, scorre in un loop verticale infinito, sempre visibile ma mai ferma. Vedi la scena ma non riesci ad agganciarla, a sincronizzarti con essa. L’informazione arriva, ma il tuo sistema di ricezione non può processarla. I This Heat registrano esattamente questo malfunzionamento. <em>Horizontal Hold</em> è musica impossibile da stabilizzare. Ogni volta che il cervello cerca di costruire un pattern, di afferrarne il ritmo, di aggrapparsi alla melodia, il brano slitta via senza sincronizzazione. Il suono rotola su sé stesso come l’immagine TV difettosa, passa e ripassa ma sempre sfasato, sempre irraggiungibile.</p>



<p>Ballard aveva capito che il mondo del dopoguerra era diventato esattamente questo: un flusso di eventi impossibile da mettere a fuoco. Vietnam trasmesso in diretta ma percepito come “sfondo mentale”. Kennedy assassinato, Oswald ucciso due giorni dopo in diretta televisiva. La realtà è una trasmissione difettosa; sai che sta succedendo qualcosa di cruciale ma non riesci a sincronizzarti con l’evento. Il cervello non tiene il passo. Nei suoi romanzi descriveva questa condizione: la velocità autostradale che rende illeggibile il paesaggio, il trauma che fa slittare la percezione temporale, la tecnologia che procede più veloce della capacità umana di elaborarla. Il mondo come istituto psichiatrico squilibrato, non perché abitato da pazzi, ma perché è il sistema stesso di percezione a essere guasto.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></p>



<p><em>Horizontal Hold</em> traduce questa condizione in forma sonica. La chitarra attacca, poi deraglia. Il synth emerge, poi affonda. Il ritmo si stabilizza per diverse battute, poi perde aderenza. Complessità musicale e impossibilità di ancoraggio percettivo. Il brano mima il malfunzionamento del tuo apparato ricevente. Se <em>Testcard</em> era il vuoto organizzato, il sistema in stand-by perfetto, geometrico, efficiente, <em>Horizontal Hold</em> è il pieno che cerca disperatamente di organizzarsi e fallisce continuamente. La macchina che tenta di allinearsi con sé stessa ma non ci riesce mai del tutto. L’immagine continua a scorrere, l’informazione continua ad arrivare, ma tu resti lì, incapace di fermare il flusso.</p>



<p>Ballard localizzava questa condizione nello “spazio interiore”.<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> I This Heat ne fanno la struttura stessa del suono: una civiltà che ha perso sincronizzazione con la propria realtà. L’<em>horizontal hold</em> che non tiene è il sintomo preciso. Non riusciamo più ad agganciare il presente. Possiamo solo guardarlo rotolare via, frame dopo frame, sempre leggermente fuori fase, sempre mal trasmesso.</p>



<p>Il brano finisce senza concludere. L’immagine continua a rollare da qualche parte, in qualche schermo, in qualche frequenza. Il controllo è rotto. Non si aggiusterà.</p>



<h2>Termodinamica del collasso</h2>



<p>Il nome stesso della band è una trappola termica. This Heat non indica la temperatura ambientale ma uno stato di emergenza climatica permanente. Ballard aveva costruito la sua cosmologia su due poli: il mondo sommerso dall’acqua (The Drowned World) e il mondo prosciugato dalla siccità (The Drought). Non sono scenari opposti, ma la stessa catastrofe vista da angolazioni diverse. In entrambi i casi, la liquidità della civiltà che evapora o straripa.</p>



<p>I This Heat del primo disco abitano quella stessa instabilità termodinamica. <em>Not waving</em> è una trasmissione dal liquido amniotico, un rifiuto di nascere nel mondo materico. La voce affoga nel riverbero, il suono cola come condensa su vetro. Non vuole solidificarsi in forma. Ballard l’avrebbe riconosciuto subito: la regressione psichica verso l’ambiente originario, il grembo-oceano dove la coscienza può finalmente dissolversi. La strumentale <em>Water</em> conferma quest’attitudine.</p>



<p>L’idea di<em> cold storage</em> – la cella frigorifera adibita dal trio a studio di registrazione – è l’allegoria del ribaltamento di questa polarità: congelamento, ibernazione, la promessa criogenica del futuro che non arriva mai. Ballard scriveva di corpi cristallizzati in stasi temporale; i This Heat del freddo che conserva, che congela il trauma. Il suono è ghiaccio opaco, frequenze sotto zero che bruciano quanto il fuoco.</p>



<p>La <em>climate fiction</em> ballardiana non riguardava mai soltanto il clima, ma anche la psiche che collassa insieme all’ambiente. Anche nel più recente Millennium People i personaggi benestanti innescano rivolte domestiche non per disperazione, ma per noia entropica: hanno bisogno del calore della distruzione per sentirsi ancora vivi. I This Heat misurano la temperatura corporea di una civiltà in delirio.</p>



<p>Acqua che sommerge, caldo che brucia, freddo che conserva cadaveri. Ballard e i This Heat condividono la stessa ossessione: gli stati di transizione. L’accento è sul momento del passaggio, il soffocamento della morale, la terra riarsa bagnata dalle prime gocce di una pioggia di là da venire, la condensazione vetrosa della natura. È lì che la realtà si rivela costruzione instabile. È lì che il suono dei This Heat ti trascina, in quello spazio liminale dove non sai più se stai annegando o evaporando. C’è solo ciclo termico senza uscita. Il caldo genera vapore, il vapore condensa in acqua, l’acqua congela in ghiaccio, il ghiaccio si scioglie in acqua. E ricomincia. Climate fiction sonica: non il racconto della catastrofe, ma la sua frequenza perpetua.</p>



<p><em>Non c’è domani</em><br /><em>Annegare, non fluttuare.</em><br /><em>Annegare nell’oceano. Annegare nel liquido amniotico, non volerne uscire.</em><br /><em>Acqua.</em><br /><em>La realtà come una forma incapsulata dell’ambiente in cui abbiamo vissuto in precedenza e a cui restiamo aggrappati come embrioni riluttanti.</em><br /><em>Non salvateci. </em><br /><em>La circolazione si ferma.</em><br /><em>Acqua che ti congela fino al midollo.</em><br /><em>Impara ad amare l’acqua, fino a emergere alla luce brillante del sole archeopsichico interiore.</em><br /><em>L’acqua ti amerà come se non ci fosse un domani.</em><br /><em>Il legame con il futuro, fino a quel momento tormentato da tanti dubbi ed esitazioni, è ora assoluto.</em></p>



<h2>Geometria dell’occupazione domestica</h2>



<p>Ballard immaginava il futuro come il paesaggio lunare, spigoloso, geometrico, privo di ornamenti. Uno spazio dove l’isolamento sarebbe diventato libertà; la libertà di stare soli davanti alla televisione, lontani dalla folla rinascimentale delle piazze. Un deserto climatizzato dove ogni oggetto avrebbe svolto un ruolo estetico preciso, stilizzato, necessario.<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a></p>



<p>I This Heat mostrano cosa accade quando questa geometria viene militarizzata. Nel testo di <em>Twilight Furniture</em>, l’arredamento domestico diventa arsenale. Penna stilografica e calibro .35 sono sinonimi. La macchina da scrivere si carica come una Tommy gun. Il telescopio preme su un occhio bendato – strumento ottico o mirino? Ogni superficie, ogni angolo, ogni mobile è simultaneamente funzione domestica e tattica militare. La fissione nucleare, cantano alla fine, è nostra amica. Dobbiamo stringerle la mano. Nella stanza vuota, spigolosa, efficiente, resta solo questo: il patto con la tecnologia che ci sorveglia mentre finge di servirci.</p>



<p>Ballard parlava di bambini autistici ipersensibili ai contorni delle stanze, che entravano in panico se una poltrona veniva spostata. In<em> The Atrocity Exhibition</em>, Traven si chiede se l’angolo tra due pareti ha un lieto fine. Per lui – e per l’autore – è una domanda seria; la realtà come costruzione mentale che può sgretolarsi in qualsiasi momento, rivelandosi scenografia inutile.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> Nei This Heat la risposta è netta: no. L’angolo è il punto cieco, il settore non coperto dal proiettore, lo spazio dove si nasconde il nemico. La geometria domestica non è neutra, è già campo di battaglia. Il coprifuoco inizia alle dieci, il cessate il fuoco termina a mezzanotte. Lo spazio privato ballardiano, quella stanza vuota, lunare, dove finalmente stare soli, è già sotto assedio.</p>



<p><em>24 Track Loop</em> costruisce esattamente quello spazio lunare promesso: ripetizione meccanica, angoli retti, superfici metalliche. Il loop gira su se stesso come un dispositivo di sorveglianza instancabile. Non c’è melodia, solo architettura sonora, un ambiente che ti contiene, ti misura, ti controlla. Il suono del loop ti ipereccita. Ogni variazione minima diventa trama e trauma. Il nastro gira identico per sei minuti ma tu non ti abitui mai, sei in allerta permanente, in attesa della detonazione. L’ambiente stesso è diventato frequenza ostile.</p>



<p>Ballard sosteneva che le persone cercassero la propria psicopatologia come via d’uscita dalla noia, che volessero rompere i mobili, scatenarsi, entrare in uno stato di rabbia come scimpanzé stanchi di masticare ramoscelli.<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a> I This Heat registrano il momento successivo: i mobili sono già rotti, già trasformati in strumenti bellici. La rabbia è mutata in sorveglianza permanente.</p>



<p>Il pezzo finisce senza concludere, il loop semplicemente si interrompe, ma sai che continua da qualche altra parte, in un’altra stanza, in un altro nastro. La geometria lunare promessa da Ballard è qui, ma non porta libertà. Solo isolamento armato, ogni angolo un possibile fronte, ogni mobile un potenziale complice.</p>



<h2>Decomposizione e cristallizzazione</h2>



<p>Al di là del riferimento storico, Diet of Worms evoca disturbanti immagini alimentari. Chi mangia chi? I vermi mangiano il cadavere o il cadavere si nutre di vermi? Ballard aveva scritto del gigante annegato sulla spiaggia, corpo colossale colonizzato da parassiti e curiosi. La decomposizione come spettacolo pubblico, la carne morta che attira le folle, anche se per brevissimo tempo. Il brano strumentale procede per infiltrazioni, suoni che si insinuano come larve sotto la pelle della composizione, divorandola dall’interno. Non c’è melodia da seguire, solo processo organico di disfacimento. Il suono si autofagocita, si nutre della propria struttura fino a restare scheletro.</p>



<p>In <em>Music Like Escaping Gas</em> c’è il contatto ballardiano più chiaro: “datemi gli strumenti del desiderio / progettati per incendiare la mia faccia”. È The Atrocity Exhibition condensato in due versi, la richiesta esplicita di violenza tecnologica come unica via d’accesso al sentire. La nazione che ottiene le nuvole che merita, idrogeno, nitroglicerina, monossido di carbonio. Non inquinamento passivo ma chimica del desiderio, l’atmosfera come arsenale che abbiamo scelto consapevolmente. Ballard mostrava atrocità come eventi estetici: incidenti d’auto, assassinii presidenziali, esplosioni nucleari trasformate in installazioni mentali. I This Heat sublimano l’atrocità in arte. Il suono-cilindro-filtro-pompa che eroga veleni mentre cantiamo preghiere silenziose per ottenerli.</p>



<p><em>Rainforest</em> chiude il cerchio. Ballard aveva scritto sia del mondo sommerso dall’acqua sia della foresta cristallizzata, la natura che si mineralizza, diventa geometria morta, superficie riflettente. I This Heat sovrappongono le due catastrofi in un unico brano, in una foresta pluviale che si configura come archivio sonoro del collasso. Il patchwork di nastri, charleston frantumati, piatti esplosi è solo apparentemente caos, ma è piuttosto stratificazione geologica. Ogni layer sonoro è un’era differente compressa nello stesso istante: la foresta che cresce, si indurisce e rifulge di luce. I loop di chitarra sono liane sonore che si avvolgono su se stesse, soffocano, si pietrificano.</p>



<p>Nel Crystal World di Ballard il tempo si ferma, la foresta diventa museo di se stessa, ogni foglia un diamante, ogni insetto un gioiello immobile. Ma continua a esistere, intrappolata nella propria perfezione mortale.<em> Rainforest </em>è il suono di quella trasformazione: la vita organica che collassa in pattern minerale, il battito che diventa ritmo meccanico, il respiro che si fa frequenza atemporale. Il noise ultra-denso è compressione di tutte le foreste possibili, quella sommersa, quella bruciata, quella congelata, quella cristallizzata, quella interiore, suonate simultaneamente. Ballard ti faceva scegliere quale catastrofe visitare. I This Heat te le scaricano tutte addosso in tre minuti di crollo sedimentato.</p>



<p>Alla fine resta solo il riverbero, lo spazio vuoto dove la foresta esisteva, ora cristallizzato in eco perpetuo.</p>



<p>Anche i vermi si sono vetrificati.</p>



<h2>Trasmissioni dalla catastrofe amministrativa</h2>



<p>La guerra come intrattenimento domestico. Ballard lo aveva capito: il Vietnam non era un conflitto geografico ma uno spettacolo elettrico consumato in diretta dal salotto di casa. La violenza tecnologica non disgustava, eccitava. Dieci anni di cinegiornali serali avevano trasformato la catastrofe in sfondo mentale, in tappezzeria psichica.<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a> I This Heat registrano il momento della caduta con la precisione di un sismografo: il drone funebre che apre<em> The Fall of Saigon </em>è la frequenza residua, quello che resta nell’etere quando l’ambasciata si svuota. Il suono avanza lento, narcotizzato, atonale, una nausea fredda che non cerca risoluzione. Nel testo, qualcuno cucina il gatto dell’ambasciatore. Poi mangia la televisione, la poltrona, il telefono, il polistirolo. Cannibalismo della civiltà. L’Occidente che divora i propri residui, i propri elettrodomestici, i propri schermi. Ballard l’avrebbe chiamata autodigestione mediatica; quando la realtà diventa indistinguibile dal suo simulacro televisivo, cosa resta da consumare se non il dispositivo stesso?</p>



<p>La chitarra scava solchi irregolari sulla superficie del drone, come unghie su una lavagna. Il ritmo ostinato sembra mettere ordine, insieme alla melodia dei cori, ma questo non preserva dalla cupezza generale del brano, che in sé suona come passi in ritirata ed elicotteri sovraccarichi che faticano a sollevarsi. L’evacuazione – quella vera, quella storica – fu un atto di selezione brutale: prima tutti, poi solo gli americani. La vita vietnamita pesata contro quella statunitense, trovata più leggera. I This Heat trasmettono questo bilancio, il calcolo freddo, la nausea burocratica.</p>



<p>Ballard sosteneva che la guerra soddisfacesse bisogni precisi. Che fossimo tutti combattenti grazie alla copertura televisiva. Che dovessimo essere onesti riguardo al fascino di quegli eventi.<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a> I This Heat lo sono. Il brano non denuncia, non piange, non protesta, abita lo spazio psichico della catastrofe, ti tira dentro, ti ci lascia crogiolare.</p>



<p>Quando il pezzo finisce non c’è sollievo. Solo il ronzio dell’amplificatore, il rumore di fondo che continua dopo lo spegnimento. La guerra è finita ma la frequenza rimane. Continueremo a trasmetterla – e a riceverla – forse per sempre.</p>



<p>Torna il vuoto organizzato della <em>Test Card.</em></p>



<h2>Note</h2>



<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cfr. “2006: Jonathan Weiss. ‘Not entirely a journey without maps’: J.G. Ballard on The Atrocity Exhibition”. In S. Sellars, D. O’Hara (eds.), <em>Extreme Metaphors. Interviews with J.G. Ballard 1967-2008</em>, London, Fourth Estate, 2012. (Edizione digitale).</p>



<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cfr. J.G. Ballard, “Which Way To Inner Space?”, <em>New Worlds</em> n.118, 1962, pp. 2-3; 116-118.</p>



<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cfr. “1974: Carol Orr. How to Face Doomsday without Really Trying”. In <em>Extreme Metaphors</em>, cit.</p>



<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cfr. “2006: Jonathan Weiss. ‘Not entirely a journey without maps’…”, cit.</p>



<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cfr. “2006: Toby Litt. ‘Dangerous bends ahead. Slow down’: J.G. Ballard on Kingdom Come”. In <em>Extreme Metaphors</em>, cit.</p>



<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cfr. “1974: Carol Orr. How to Face Doomsday…”, cit.</p>



<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cfr. “1970: Lynn Barber. Sci-fi Seer”. In <em>Extreme Metaphors</em>, cit.</p>
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		<title>Ombre dell’autenticità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 05:00:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Andrea Inglese</strong><br /> Oggi ognuno è chiamato a produrre prove sempre maggiori e sempre più rassicuranti della sua singolarità, in contesti ibridi tra la sfera privata e quella pubblica, come nel caso dei social. Non si tratta di una scelta spontanea, ma di un imperativo sociale.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo saggio fa parte di un volume collettivo curato da Maria Borio e Laura Di Corcia, dal titolo:</em> Un altro vero. Poesia e autenticità come dialogo e ricerca, <em>Mimesis, 2026. Esso raccoglie saggi di taglio teorico e storico, scritture di poetica e interventi di critica letteraria. Il progetto è nato da un questionario che ha coinvolto diverse voci ed è stato diffuso in rete grazie a </em>Le parole e le cose<em> e la stessa </em>Nazione Indiana<em>.]</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-121177" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/zzzzi__id19414_mw600__1x.jpg" alt="" width="500" height="750" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/zzzzi__id19414_mw600__1x.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/zzzzi__id19414_mw600__1x-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/zzzzi__id19414_mw600__1x-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/zzzzi__id19414_mw600__1x-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/zzzzi__id19414_mw600__1x-300x450.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p><strong>Scrivere nell&#8217;epoca dell&#8217;individualismo digitale</strong></p>
<p>di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dell’articolato e denso questionario proposto da Maria Borio e Laura Di Corcia, ho selezionato alcuni spunti, che mi hanno permesso di ritornare in modo più organizzato sull’argomento centrale dell’autenticità e delle forme letterarie a esso associate. Essendo stato elaborato da due poetesse, il questionario ha messo in prima piano la poesia, ma l’ottica proposta da Borio e Di Corcia ha proficuamente fornito alle loro domande un’apertura di campo che tocca questioni anche d’ordine narrativo, oltreché filosofico, sociale e politico. Ho quindi io stesso, nel mio intervento, mantenuto questo intreccio di molteplici prospettive. E allo sguardo del poeta, ho affiancato quello del romanziere e del filosofo.</p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p><em>Il romanzo al di là del realismo tra tardo moderni e post-moderni (</em><em>Kiš-Volodine e Beckett-Coover)</em></p>
<p>Secondo alcuni, con l’attentato dell’11 settembre 2001 e il trauma collettivo che ne è conseguito, almeno per il mondo occidentale, sarebbe suonata la campana a morto del “realismo” romanzesco e delle sue poetiche. Il XXI secolo si sarebbe inaugurato all’insegna di una realtà che non solo supera la finzione, ma la rende definitivamente <em>sorpassata</em>. Secondo altri, invece, si è imposto un richiamo alla serietà del “reale”, del “referente”, che in Italia è sfociato sul dibattito intorno al “New Italian Realism”.</p>
<p>Rispetto a considerazioni di questo tipo è importante precisare un punto. Ben prima dell’attentato dell’11 settembre, era chiaro per alcuni di noi che l’immagine di un mondo pacificato e di una storia giunta al suo culmine evolutivo, grazie a un capitalismo universalmente accolto in ogni angolo del pianeta, erano fasulle. La prima guerra del Golfo e le guerre nella ex-Jugoslavia avevano già annunciato, in realtà, che il collasso dell’Unione Sovietica e dei suoi Stati satelliti non avrebbe aperto un periodo di pace e prosperità per il più gran numero di esseri umani. Chi guardava agli eventi, senza aver preso per buoni i ritornelli sulla fine delle ideologie, si rendeva conto che l’offensiva neoliberista, nata con Thatcher e Reagan, si stava consolidando, con l’obbiettivo di mettere brutalmente in discussione il compromesso tra capitale e lavoro, realizzato nel Secondo Dopoguerra.</p>
<p>Tale precisazione non vuole liquidare la questione del realismo. Ma le tesi di Maurizio Ferraris e di Walter Siti “sull’impossibilità delle poetiche del realismo e della fiction”, citate da Borio e Di Corcia, non credo siano esclusive del XXI secolo. La crisi del realismo attraversa per certi versi tutto il Novecento<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Non solo, ma intorno a tale nozione si addensano diversi equivoci, che durano ancora tutt’oggi. Ma se guardiamo cosa dice Brecht nella seconda metà degli anni Trenta, appare chiaro che il realismo è una forma d’arte e di letteratura che combatte innanzitutto una visione ideologica, mistificata, della realtà. In un intervento del 1938, leggiamo: “D’altro canto, le opere che non mettono in luce nessun lato <em>nuovo </em>della realtà difficilmente sono grandi opere realistiche: nessun realista si accontenta di ripetere ciò che già si sa; ciò significa esser privi di un <em>vivo rapporto</em> con la realtà” (<em>Contributo pratico al dibattito sull’espressionismo</em>, corsivo mio). In altri termini, secondo Brecht non è “realista” ciò che conforta un’immagine della realtà ampiamente condivisa e costruita secondo il punto di vista della classe dominante. Vi è un moto innovativo e distruttivo nelle poetiche del realismo, che le rende paradossalmente vicine sia a certe sperimentazioni moderniste che a certe distruzioni avanguardistiche. Ma Brecht era un comunista, e il suo realismo implicava una forma di critica sia della società sia delle leggi profonde che la strutturano. Ciò non toglie che tutta una serie di autori e autrici del secondo Novecento, proprio in ragione di “un vivo rapporto con la realtà” a loro contemporanea, hanno messo in discussione anche i presupposti politici ed epistemologici del realismo brechtiano.</p>
<p>In <em>Volodine in Italia e la questione dei generi</em>, un saggio apparso sul sito “alfabeta2” nel 2016 (non più accessibile), mettevo in luce il filo conduttore che unisce uno scrittore tardo moderno come Danilo Kiš (esordio negli anni Sessanta) e uno post-moderno come Antoine Volodine (esordio negli anni Ottanta), entrambi ossessionati dal problema di come scrivere “finzioni” dopo Auschwitz, Hiroshima e i Gulag. (Non solo i poeti, insomma, si sono misurati con la crisi del loro “genere” di fronte all’estrema disumanizzazione degli eventi storici.) Danilo Kiš affronta la questione in modo esplicito in <em>La lezione d’anatomia</em> (Čas anatomije, 1978), pamphlet e saggio di poetica romanzesca ancora inedito in Italia. Kiš riprende un aforisma di Borges – “La forma moderna del fantastico è l’erudizione” – e lo riformula secondo una diversa “politica della letteratura”. In sintesi, per Kiš la forma moderna del fantastico è l’<em>archivio</em>. Ciò va inteso, però, non nel senso incontestabile e assai diffuso, secondo cui il romanziere lavora spesso su documenti, inserendo la sua immaginazione nelle pieghe oscure degli eventi storici. Come Manzoni c’insegna, non vi è in questo atteggiamento nulla di inedito. L’interesse della tesi di Kiš sta tutto nell’ossimorica tensione tra “fantastico” e “archivio”. Leggiamo un passo decisivo di <em>Lezione d’anatomia</em> (mia traduzione dall’edizione francese del 1983, pp. 64-65).</p>
<p>Lo scrittore, nella maniera di concepire i suoi eroi, non ha più come scopo d’interpretare le loro azioni grazie alla chiave psicologica della trasgressione del divieto o del rispetto della morale, ma tenta piuttosto di raccogliere, come fa Truman Capote nel suo libro <em>A sangue freddo</em>, la massa di documenti e di fatti la cui combinazione frenetica e imprevedibile produce un massacro insensato, nel quale entrano indifferentemente dei motivi sociologici, etnologici, parapsicologici, occulti e ancora diversi, che sarebbe del tutto vano analizzare come un tempo, dal momento che sullo sfondo troviamo il comportamento schizo-psicologico dell’uomo, una realtà paranoica, ossia fantastica: il dovere dello scrittore sta nel fissare questa realtà paranoica, di studiare grazie al documento, all’investigazione, all’inchiesta questo demente concorso di circostanze, e non di tentare, di sua propria iniziativa e arbitrariamente, di stabilire delle diagnosi e di proporre dei rimedi.</p>
<p>La dimensione paranoica caratterizza ormai la letteratura “post-esotica” di Volodine, così come l’archivio storico del Novecento, con le sue guerre, le sue rivoluzioni mancate, le sue istituzioni totalitarie, i campi di sterminio, le dottrine millenaristiche, fornisce la materia prima di tutte le sue narrazioni fantastiche.</p>
<p>Ho voluto ricordare le riflessioni di Kiš, perché credo che anticipino quelle poi diffuse all’inizio del XXI secolo. E tutto ciò è avvenuto a margine di certe mode intellettuali (“Il pensiero debole”) o di certi slogan ideologici (“La fine della storia”). La vera questione ancora oggi, allora, non mi sembra quella dell’”impossibilità della fiction”, ma dell’impossibilità di distinguere, in molti casi, narrazione realistica da narrazione fantastica, verosimile da inverosimile. I film, come i romanzi, che invece rivendicano il loro legame essenziale con “una storia vera”, vogliono essere a modo loro rassicuranti, e rinunciano a entrare in quel territorio che, supportato o meno da documenti storici, rischia di cancellare i contorni tra realtà e allucinazione.</p>
<p>All’asse Kiš-Volodine bisognerebbe poi associare l’asse che si costituisce tra un altro tardo moderno, Samuel Beckett (esordio anni Trenta), e un altro post-moderno, Robert Coover (esordio anni Sessanta). Anche in questo caso abbiamo il rifiuto sia di forme verosimili, coerenti e realistiche di finzione, sia di testimonianze autentiche che, in virtù della loro dimensione autobiografica e confessionale, sarebbero in grado di dare un respiro nuovo al genere romanzesco. Sono questi, però, riferimenti assai alieni al contesto italiano. Difficile trovare una riflessione di narratori o poeti riguardo a questa eredità. D’altra parte, tutto ciò che, nella nostra narrativa, è tangente a quelle esperienze, è stato sia premurosamente imbalsamato dagli studiosi universitari sia vigorosamente ignorato dalla maggior parte degli odierni scrittori: Morselli, Malerba, Volponi, Manganelli, il Sanguineti e il Di Ruscio narratori, oltre a tutta quella tribù di autori editi nella collana rossa della Ricerca Letteraria, per Einaudi. Ma si potrebbe citare anche una narratrice “anomala” come Marosia Castaldi o chi, come Cavazzoni, assume ancora oggi una strategia umoristica, basata più sulla deformazione che sulla rappresentazione realistica degli eventi. Non pretendo minimamente in queste poche righe di delineare panorami plausibili del contemporaneo, ma constatare che il partito preso anti-realistico (antimimetico), in Italia, se davvero esiste, ha rimesso al centro l’immediatezza dell’esperienza individuale (la vicenda <em>vera</em>) o la storicità delle biografie (la vicenda <em>documentata</em>). L’obiettivo, però, di sfuggire agli stereotipi della finzione attraverso i “fatti realmente accaduti” forniti dal “referente”, non garantisce minimamente quella penetrazione nelle oscurità dei comportamenti umani e nel caos degli eventi storici, che invece è il portato della migliore letteratura narrativa e romanzesca.</p>
<p>Per quanto riguarda la poesia, le esperienze più interessanti si muovono in direzione opposta rispetto alle tendenze della narrativa. Ci sono dei poeti che sentono o hanno sentito la necessità di uscire dal paradigma lirico, ossia dal legame forte che l’enunciato poetico si presume abbia con l’enunciatore reale. Questo legame, ovviamente, non è neutro e mobilita tutta un’ideologia dell’enunciato, del soggetto che ne costituisce l’origine e dell’atto comunicativo poetico. E se il concetto di “autenticità” ha un’applicazione in poesia, essa riguarda in modo privilegiato quegli autori che s’inscrivono nel paradigma lirico, ossia nella linea dominante del genere poesia nel corso del Novecento. Al di fuori del paradigma lirico, l’opposizione tra “autentico” e “inautentico” perde grandemente il suo carattere morale. Allo stesso modo, il riferimento a esperienze dirette, vere,<em> intime</em> non offre garanzie di rilevanza maggiori rispetto a esperienze indirette, ipotetiche, <em>estranee</em>. Ma su questo punto, tornerò meglio più avanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Trauma e invenzione. Su di un progetto romanzesco.</em></p>
<p>Se torniamo all’ambito del genere romanzo, è innegabile che la “letteratura come menzogna” oggi piace meno, convince meno, anche quando si pretende di giungere attraverso l’immaginazione romanzesca a una maggiore comprensione delle persone e del mondo. Alla verità espressa per il tramite di personaggi immaginari si preferisce l’autenticità di un resoconto che si presenti come reale. Confesso che questa tendenza rimane per me in parte enigmatica. Innanzitutto è un fatto paradossale se si guarda alla politica editoriale dominante. Siccome ciò che si vende, secondo gli editori, è il genere “romanzo”, allora qualsiasi cosa deve essere ridotta a “romanzo”. Questo significa che la storia “autentica” che uno racconta in prima persona, “basata su fatti realmente accaduti”, deve comunque presentarsi in libreria come “romanzo”. Diventa per altro impossibile contrapporre il realismo romanzesco della “vecchia” <em>fiction</em> con le scritture narrative dell’autenticità. Il problema è che, nell’uno come nell’altro caso, rischiamo di trovarci di fronte a forme di rappresentazione stereotipate e a significati preconfezionati che vengono a coronare lo scioglimento dell’intreccio. Per me la scelta di un genere come il romanzo si pone su di un piano diverso. Esso riguarda innanzitutto il rapporto tra la vicenda individuale e quella collettiva e il modo in cui il caos della storia si manifesta su scale differenti di eventi.</p>
<p>Dopo aver scritto due romanzi (<em>Parigi è un desiderio</em>, 2016 e <em>La vita adulta</em>, 2021), sono impegnato nella sfida di scriverne un terzo, che vorrebbe trattare della mia infanzia. Per certi versi, una tale scelta mi situa sul terreno dell’autenticità: la narrazione riguarderebbe qualcosa di “realmente accaduto”. E c’è qualcosa in quei “fatti realmente accaduti” che costituisce un vero interesse per me dal punto di vista letterario: ho avuto un’infanzia anomala, costellata di situazioni traumatiche. Queste situazioni traumatiche, proprio perché vissute in prima persona e perché aberranti, esigono per me la serietà e la responsabilità di una forma di <em>testimonianza</em>. La motivazione che mi guida è quella tipica di chi ha avuto esperienze traumatiche: bisogna uscire dal silenzio e rivelare certi fatti agli altri, bisogna mettere nel linguaggio certi eventi che, anche su un piano collettivo, si fanno fatica a vedere, si fanno fatica a descrivere e, in definitiva, si fanno fatica a <em>capire</em>. Proprio quest’ultimo aspetto, mi sollecita però a posizionarmi su di un terreno che non sia solo quello della testimonianza “fedele”. Tutte le zone opache della vicenda, irrimediabilmente opache, chiedono di andare oltre l’autenticità, oltre la testimonianza, chiedono un lavoro dell’immaginazione e dell’invenzione, così come chiedono il distacco umoristico. Il trauma è un’esperienza mancata, che non riesce a produrre significato, così come la violenza sociale che l’ha provocato non trova una ragione una motivazione legittima. Un trauma è un buco nel tessuto (auto)biografico, ed esige quindi un lavoro d’immaginazione, di creazione,<em> di finzione.</em></p>
<p>Se considero, invece, la poesia, mi è del tutto chiaro che i componimenti in versi, per quanto mi riguarda, non sono adeguati a trattare un soggetto così intimo e problematico. Si tratta di una forma troppo rigida, perentoria, scorciata, per entrare nella complessità e pluridimensionalità di certe situazioni, di certi eventi. Per altro, da un punto di vista più generale, quello che m’interessa nelle scritture nate nel campo poetico o in prossimità di esso è precisamente un movimento di abbandono degli ideali espressivisti e del paradigma lirico in cui s’inseriscono. Questa fuoriuscita dall’orizzonte lirico avviene innanzitutto con un distacco, uno sfasamento, tra l’enunciato poetico e il presunto soggetto d’enunciazione, che inevitabilmente si tende a identificare con l’autore reale del libro di versi. Questo distacco non è di genere puramente finzionale: non si tratta di far parlare un personaggio fittizio (la ragazza Carla) al posto dell’autore reale. Si tratta di fare entrare nell’enunciazione una serie di flussi linguistici dallo statuto incerto, in cui l’opposizione autentico-inautentico, ad esempio, non funziona più come criterio selettivo. Questo procedimento è riconducibile al concetto di non-assertività. Non lo tratterò, qui, in poche righe, ma è senz’altro una delle proposte teorico-concettuali più interessanti, per analizzare scritture che sono fuoriuscite o mai entrate nel paradigma lirico, pur posizionandosi in prossimità con il campo poetico da un punto di vista puramente sociologico (case editrici, riviste, iniziative collettive, ecc.).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ascesa e declino degli ideali di autenticità</em></p>
<p>Borio e Di Corcia hanno sollevato, grazie a un riferimento al filosofo canadese Charles Taylor, una questione che sembra situarsi persino a monte delle loro preoccupazioni “letterarie”. Alludo al destino degli ideali espressivisti e di autenticità nella società contemporanea, a cui un individualismo estremo avrebbe fornito un’interpretazione caricaturale. L’individuo non subirebbe più la violenza dell’atomizzazione sociale, come si diceva un tempo, ma la cavalcherebbe convinto, facendo della propria singolarità l’orizzonte ultimo di ogni suo interesse.</p>
<p>Di questi temi specifici mi sono occupato con una certa assiduità in una vita precedente, quella dello studioso che si è mosso, durante gli studi del dottorato, a cavallo tra teoria della letteratura e filosofia. Il mio direttore di tesi è stato il filosofo francese Vincent Descombes, amico e interlocutore dello stesso Taylor. L’esito di questo lavoro di ricerca è un volume intitolato <em>L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalle confessioni al solipsismo</em> uscito nel 2003 (collana “trame”, Dipartimento di letterature comparate, Università di Cassino). Già nel titolo risuona la constatazione di Borio e Di Corcia: vi è un’evoluzione, o un’involuzione, da indagare rispetto alle pretese espressive (autobiografiche) dell’individuo moderno. Per quanto mi riguarda, il terreno privilegiato di questa indagine è stato il rapporto tra le forme discorsive letterarie e quelle extraletterarie, nella costituzione di un paradigma narrativo dell’autenticità.</p>
<p>L’autenticità è connessa con la nascita dell’autobiografia moderna (radicalmente diversa dalle scritture del sé precedenti), ossia con Jean-Jacques Rousseau. Ma con <em>Le Confessioni</em> di Rousseau non nasce solo un genere letterario “nuovo”, che per altro feconderà in modo irreversibile la storia del romanzo moderno dall’Ottocento in poi, ma nasce anche un modello narrativo che, stratificandosi e complicandosi nel corso degli anni, diventerà una componente importante dell’ideologia individualistica, soprattutto nella fase della modernità<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Dalla modernità in poi, l’individuo occidentale (e il personaggio-uomo che lo segue o precede come un’ombra) ha subito una progressiva – la chiamo io – <em>tentazione del solipsismo</em>. Sulla tendenza dell’individuo novecentesco e occidentale – oggi possiamo aggiungere: maschio e bianco – a concepirsi sciolto da ogni appartenenza, eredità, lingua comune, si è scritto molto. Norbert Elias è stato l’autore che ha fornito forse la descrizione più compiuta di questa sorta di “patologia” nel suo saggio del 1987 <em>La società degli individui</em>. In quell’occasione, egli formula il concetto di <em>homo clausus</em>. Un membro delle società moderne aspira, raggiunto un certo grado di socializzazione, a elaborare un percorso che lo individualizzi, che lo distingua cioè dagli altri e dia valore a tratti singolari della sua persona. In questo processo, però, egli corre il rischio di spezzare il legame con la società in cui vive e con il mondo di significati condivisi. Tutto questo ha anche a che fare con il concetto di “autenticità”.</p>
<p>Nel corso del Novecento l’autenticità si presenta come una nozione ambivalente: da un lato essa nasce per rivendicare l’autonomia morale dell’individuo nei confronti dei valori collettivi, dall’altro finisce per presuppore e sacralizzare un percorso d’<em>individualizzazione</em> che non solo implica un mandato sociale, ma anche si rivela come inevitabilmente accidentato, e quindi esposto a fallimenti, errori. Charles Taylor ha utilizzato il concetto di <em>self-expression</em> per parlare del modello moderno della soggettività, che vede per la prima volta nella storia l’individuo impegnato in un lavoro di “espressione di sé”. Ed è qui che la nozione di autenticità entra in gioco: l’individuo, nella scelta di occupare un posto nel mondo storico-sociale che lo circonda, deve rimanere comunque fedele à sé, a certe sue particolarità, a certe sue inclinazioni. Il suo destino non è più determinato (unicamente) da modelli eroici, appartenenze di gruppo, norme trasmesse. Il paradosso di questa situazione, che Taylor però sottolinea sempre, è che l’espressione di sé implica la mediazione attraverso il linguaggio, e non può avvenire che <em>nel linguaggio</em>, se vuole essere accolta, compresa, riconosciuta dalla collettività. L’espressione di sé presuppone quindi un <em>lavoro espressivo</em>, che avviene attraverso il linguaggio comune o eventualmente altri tipi di linguaggio, come quello artistico o musicale. Non esiste quindi una singolarità del soggetto già data prima di questo lavoro, una qualche esperienza interiore o un qualche vissuto individuale che precede ogni atto di comunicazione e condivisione. La singolarità, allora, è frutto di un impegno, di una creazione, e come tale essa può riuscire oppure no, può persuadere gli altri oppure no. Questa incertezza sugli esiti del lavoro espressivo – e si consideri a questo proposito tutta la parabola degli scritti autobiografici di Rousseau – è ciò che rende l’espressione di sé una scommessa, un rischio, una serie di tentativi, che possono avere successo, ma anche esiti fallimentari o addirittura tragici.</p>
<p>La letteratura moderna è diventata un terreno privilegiato per vagliare ed esplorare questi ideali “espressivisti”, e quindi un terreno privilegiato anche per inscenare, a seconda dei casi, percorsi autentici oppure inautentici. Quello che è accaduto nel corso del secondo Novecento, però, è la comparsa di una singolarità considerata come un dato acquisito, come presupposto; oggi, addirittura, ognuno è chiamato a produrne <em>prove</em> sempre maggiori e sempre più rassicuranti, in contesti ibridi tra la sfera privata e quella pubblica, come nel caso dei social. Nel novecento, l’espressione di sé era considerata un ideale esigente, sia sul piano politico che letterario e artistico. Comportava scelte forti, rischi e sacrifici. Con il nuovo secolo, l’espressione di sé è un dovere-diritto per tutti; il mercato, le piattaforme elettroniche, persino i media generalisti non sollecitano altro che <em>prove di singolarità</em>. Ma stavolta sono spariti i cammini tortuosi e incerti attraverso cui si conquistava l’autenticità. Ognuno è chiamato alla prestazione, bisogna sbandierare il proprio sé come un prodotto attraente e caratteristico. Siamo passati, come ho già scritto altrove, da un regime dell’espressione di sé (lavoro sul linguaggio e sugli enunciati), al regime di promozione di sé (lavoro sui canali di comunicazione e sui segni di sé – sul proprio logo autoriale/autobiografico).</p>
<p>Questo cambiamento di regime dovrebbe, come lamentano molti, implicare una perdita di qualità delle opere letterarie o artistiche? Non credo. Penso che continuino a esistere opere valide e sorprendenti. Il problema è semmai un altro: vi è tutta una produzione di singolarità più o meno “riuscita”, più o meno “convincente” con cui siamo confrontati a tutti i livelli, e in cui siamo anche coinvolti intimamente, nel doppio ruolo di produttori e consumatori. Noi abbiamo bisogno di emettere prove di singolarità intorno a noi, e nello stesso tempo ne siamo anche i destinatari. Ovviamente la <em>tentazione del solipsismo</em> è oggi favorita ulteriormente dalle piattaforme digitali. “I confini del mondo”, dice il solipsista, “sono i confini del <em>mio </em>mondo”. E la <em>filter bubble</em>, in cui ognuno è comodamente sistemato grazie al servizio di selezione prodotto dagli algoritmi, non fa che rafforzare questa tentazione. Ma sarebbe interessante considerare anche le forme di “solipsismo di gruppo”, che è ben rappresentato dai terrapiattisti, dai negazionisti climatici, e da altre forme del cosiddetto complottismo. In molti casi, frammenti degli ideali espressivisti si trovano nei loro discorsi: alla menzogna sociale, bisogna contrapporre la verità, che il piccolo gruppo d’individui coraggiosi è in grado di cogliere.</p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p><em>Gli individui non nascono individualisti, ma lo diventano (in una data società)</em></p>
<p>Il paradosso dell’individuo nella modernità consiste nell’obbedire a quello che è un’ideale <em>sociale</em>. Esso può essere formulato in due modi: uno monco e oscuro, e uno completo e intelligibile. La formulazione monca sarebbe la seguente: “sii te stesso”. La formulazione completa: “sii te stesso <em>rispetto agli altri</em> <em>in un dato contesto sociale</em>”. Se qualcuno mi esorta, senza fornirmi nessun contesto specifico, ad essere me stesso, ovviamente non so neppure da che parte cominciare. Se qualcuno, invece, di fronte a un mio disagio nell’interpretare un ruolo sociale (quello di padre, di insegnante, di marito, di consumatore, ecc.), mi esorta a essere me stesso, vuol dire che sta lanciandomi una sfida a cui non è detto che sappia rispondere.</p>
<p>Tale paradosso è al centro di un magnifico saggio di Descombes del 1987, <em>Proust. La philosophie du roman</em> (Minuit). In questione non è la poesia lirica, come genere “confessionale” per eccellenza, ma la <em>Recherche </em>in quanto romanzo autobiografico (anche se potremmo applicarle retrospettivamente la categoria di <em>autofiction</em>). Per Descombes, come per altri filosofi come Cornelius Castoriadis o Ferruccio Rossi-Landi, l’ideologia della nostra società è individualistica ma la sua struttura profonda è olistica<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Se vogliamo allora comprendere l’enigma moderno dell’espressione di sé non possiamo pensare che riguardi dapprima l’individuo, e che poi cerchi sul piano dell’intersoggettività un terreno di verifica nel confronto con gli altri, con la società nel suo complesso, con qualche significato universale. Bisognerebbe, quindi, riconoscere almeno due cose: 1) l’<em>individualizzazione</em> (il lavoro “morale” di espressione del vero sé) si situa a una certa soglia del necessario percorso di <em>socializzazione </em>dell’individuo empirico; 2) il mandato “morale” di <em>individualizzarsi </em>non è una decisione sovrana dell’individuo, in quanto gli viene appunto dal tipo di società occidentale e individualistica in cui vive. A ciò bisogna aggiungere una dimensione che ho già evocato. Se quanto detto in precedenza è vero, allora significa che l’espressione di sé non può essere giudicata dal semplice individuo che la realizza (ricadremmo nella prospettiva <em>solipsistica</em>), ma deve affermarsi attraverso una <em>negoziazione sociale</em>, una sfida per il <em>riconoscimento</em>, a partire da un “luogo comune”, in cui <em>ognuno può situarsi</em>. (Il “luogo comune” è la seguente domanda: chi sei <em>al di là </em>delle attribuzioni sociali?) In questa relazione per il riconoscimento tra l’individuo e la società, o tra soggetti minoritari e soggetti maggioritari, il linguaggio ha un ruolo decisivo, e quindi la <em>letteratura stessa</em>. Ma come Descombes mostra a proposito della <em>Recherche</em>: ripudiare le appartenenze e le identificazioni sociali, implica un lavoro espressivo arduo e radicale; al successo mondano Proust oppone la paziente, solitaria e incerta creazione di un’opera letteraria.</p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p><em>Ideologia della lirica e soggetto poroso</em></p>
<p>Oggi la “singolarità”, il “vero sé” hanno mutato di statuto. Sono merci tra le altre, sono prodotti da esibire, anche nella forma più elementare, ripetitiva e stereotipata, sulle piattaforme digitali, nelle azioni sportive, negli stili di vita, quindi la poesia è confrontata a un nuovo contesto, a un nuovo orizzonte. Tale situazione corrisponde all’avvento di quello che io chiamo <em>soggetto poroso</em>, un soggetto in cui è davvero difficile distinguere cosa è <em>proprio </em>e cosa non lo è, cosa è autentico e cosa no, ciò che viene dall’esterno, dalla società, e ciò che viene da sé, dalle proprie inclinazioni irriducibili. Chi si occupa dell’impatto attuale delle nuove tecnologie, delle varie applicazioni dell’intelligenza artificiale attraverso gli algoritmi, ad esempio, fa un enorme fatica a distinguere soggetto da oggetto, volontà da automatismo, intimità da estraneità. Proprio nelle nostre bolle digitali, là dove rischiamo l’accusa di solipsismo, di narcisismo, di autoreferenzialità, l’<em>estraneo </em>già agisce in noi, oscuro e inavvertito: preseleziona le informazioni, le organizza, modella le nostre reazioni emotive, ecc.</p>
<p>Secondo l’ideologia della lirica, il soggetto poetante soffrirebbe di una fondamentale dicotomia, che oppone esperienza individuale e linguaggio comune. All’interno del paradigma lirico, l’esperienza individuale è vista come una forza centripeta (autentica), che spinge verso il sé autentico, e il linguaggio comune, ossia il discorso ordinario che si articola attraverso le situazioni della vita di tutti giorni, assume il ruolo di forza centrifuga (inautentica). Secondo questo schema, il conflitto principale si pone tra il discorso poetico (linguaggio al servizio del vissuto singolare) e il discorso comune (linguaggio al servizio della collettività). Fin da subito, insomma, s’instaura una gerarchia che fa del discorso poetico una sorta di super-discorso, rispetto a quello della vita ordinaria, dove si utilizzerebbe un linguaggio di serie B, inautentico, vuoto, ossificato, ecc. Ora da dove salta fuori il super-discorso, con tutte le sue componenti? Non certo dalla vergine interiorità del singolo, ma dal bacino dell’eredità letteraria: forme, figure retoriche, metafore, organizzazione metrica o ritmica, ecc. E il soggetto si costituisce inevitabilmente sotto l’influsso di questa duplice eredità: lingua letteraria e lingua comune. L’inautenticità, quindi, si situa a livello di entrambi gli affluenti del soggetto: lingua letteraria e lingua comune, entrambe intessute di componenti ideologiche, che inevitabilmente sono in parte inconsapevoli. Quando si parla di ricerca letteraria, d’innovazione e rottura formale, si parla di uno sforzo per mettere a distanza entrambe le eredità, che premono sul soggetto che scrive. Questo, si dirà, avviene in tutti i casi. La poesia “moderna” in definitiva richiede proprio questa attitudine. L’innovazione formale, la presa di distanza, si misurerà allora sugli esiti che questo processo ha avuto nell’opera. Quello che mi sembra rilevante nel campo poetico contemporaneo (in Italia e altrove), è la presenza di pratiche di scrittura che, pur rifacendosi alla poesia da alcuni punti di vista, <em>assomigliano molto poco </em>alla raccolta di testi in versi, a cui ci ha abituato il genere lirico novecentesco. Ma bisogna subito precisare che la lirica, pur essendo stato il genere dominante della poesia novecentesca, non è stata l’<em>unico</em> genere. Ancora oggi la maggior parte degli studi accademici sull’argomento fanno fatica a integrare non tanto delle inevitabili tendenze “anti-liriche”, ma pratiche ben distinte, come la poesia sonora, la poesia visiva, la poesia concreta, la <em>poésie-action</em>, la poesia concettuale, ecc. Si è relegata all’eccezione fornita dalle avanguardie e dalle neo-avanguardie tutta una produzione, che in realtà ha continuato, pur essendo extra-canonica, a irrigare ogni ambito della poesia, anche quello più tradizionale e lirico.</p>
<p>Concludo con un riferimento personale alla postura del soggetto entro una cornice lirica e una scrittura confessionale. <em>Commiato da Andromeda </em>(Valigie Rosse 2011 e 2022) sarebbe, in principio, uno dei mie libri più apertamente confessionali e lirici. È un prosimetro, il cui tema è una catastrofe amorosa, la conclusione violenta e sofferta di una storia d’amore. La presenza della prosa elude piuttosto che temperare con una dimensione narrativa la cornice lirica. In effetti, la prosa si pone al servizio innanzitutto di un saggismo “furioso”. E qui interviene la prima rottura rispetto al modello “confessionale”. Per raccontare un evento intimo, per esprimere la sofferenze che mi ha provocato, ho scelto un diaframma <em>estraneo</em>, ossia un mito greco (Perseo e Andromeda) <em>espresso</em> da un pittore rinascimentale (Piero di Cosimo). All’interno di questo diaframma già composito risuonano poi ulteriori elementi legati alla cultura pop contemporanea. Il mito greco e le sue versioni pittoriche rinascimentali sono divenute così occasione di esegesi della rottura amorosa, attraverso un processo d’ibridazione testuale, che ha mescolato prosa ecfrastica, saggio sull’arte pittorica, trattato umoristico sull’amore, e ovviamente testi sia allegorici che lirici. Questo “pluralità disordinata” delle forme è nata in virtù di una diffidenza nei confronti, appunto, della postura confessionale. È nata per aggirare le tentazioni dell’autenticità, e per controbilanciare gli enunciati che hanno una forma lirica. In <em>Commiato da Andromeda</em>, però, non si è trattato solamente di sbandierare lo slogan avanguardistico: “il linguaggio non è trasparente”. Ho voluto – ho dovuto – mostrare che anche l’<em>amante ferito </em>non è trasparente. E questo in un duplice senso: l’amante in questione è inevitabilmente affabulatore (e affabula a partire dalla sua identità di maschio etero) e gli eventi più intimi e traumatici hanno bisogno dell’<em>altro da sé</em>, hanno bisogno della più “remota esteriorità” per rendersi anche solo in parte <em>leggibili</em>. All’opacità assoluta della catastrofe amorosa si sovrappone l’opacità relativa di una superficie pittorica creata alcuni secoli fa. Solo attraverso questa triangolazione è possibile dire qualcosa al lettore su di sé e sulla propria esperienza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Note:</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> In una relazione del 1974, tenuta a un Convegno sul Neorealismo, il critico Gianni Scalia dice: “Il dibattito “secolare”, che dico?, bimillenario, non termina, anzi si riassume e si esplica, si rende esplicito “dialetticamente”. La realtà è <em>produzione</em>, <em>unità</em> di soggetto e oggetto, essere e pensiero, ragion e storia. Ma comincia con Marx (“ogni inizio è difficile”) la <em>critica </em>della “realtà” come “feticcio”, <em>reificazione</em>”. In Gianni Scalia, <em>Signor capitale e signora letteratura</em>, Dedalo Libri, Bari, 1980, p. 202.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Nozione che io uso nella specifica accezione che ne dà da Marshall Berman nel suo ormai classico saggio del 1982, <em>L’esperienza della modernità</em> (trad. it., il Mulino, 1985).</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> In termini più precisi Descombes, riferendosi ai lavori di Marcel Mauss e di Louis Dumont (ma anche di Castoriadis), parla di olismo strutturale. Tale concezione nega tutte le fantasie di costruzione di un ordine sociale sul modello del contratto e dell’incontro intersoggettivo tra coscienza già formate. In ogni società una totalità di senso è data attraverso le istituzioni prima delle singole significazioni. In altri termini, impiegando i concetti del secondo Wittgenstein, quando entro in società (in seguito alla nascita), le forme di vita e i giochi linguistici sono già lì ed è solo assumendoli, facendoli miei, che io posso misurare la mia autonomia ed eventualmente contestarli o inventarne di altri.</p>
<p>*</p>
<p>Immagine. Dettaglio di Sun Yuan et Peng Yu: &#8220;Old peoples home&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>I poeti appartati: Pablo Andrés Rial</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 05:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
		<category><![CDATA[Pablo Andrés Rial]]></category>
		<category><![CDATA[Simona Adivíncula]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Pablo Andrés Rial</b> <br />
Mia madre è morta/in un giorno come oggi/
/un giorno come un altro qualsiasi/poteva essere/un lunedì/un mercoledì/o una domenica d’estate/d’inverno o di primavera/in un’ora come un’altra qualsiasi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121071" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Capture-décran-2026-06-09-à-16.59.31.png" alt="" width="381" height="541" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Capture-décran-2026-06-09-à-16.59.31.png 381w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Capture-décran-2026-06-09-à-16.59.31-211x300.png 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Capture-décran-2026-06-09-à-16.59.31-296x420.png 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Capture-décran-2026-06-09-à-16.59.31-150x213.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Capture-décran-2026-06-09-à-16.59.31-300x426.png 300w" sizes="(max-width: 381px) 100vw, 381px" /></p>
<p><strong>Cinque poesie dal libro <em>Costretto a viaggiare</em></strong></p>
<p>traduzione in italiano di Simona Adivíncula</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>1.</strong></p>
<p>Mia madre è morta<br />
in un giorno come oggi<br />
un giorno come un altro qualsiasi<br />
poteva essere<br />
un lunedì<br />
un mercoledì<br />
o una domenica d’estate<br />
d’inverno o di primavera<br />
in un’ora come un’altra qualsiasi<br />
potevano essere<br />
le quattro del pomeriggio<br />
mezzogiorno<br />
o le tre del mattino</p>
<p>Quando mia madre è morta<br />
ho coperto la sua casa di fango<br />
ho inondato la sua stanza<br />
e anche il suo giardino<br />
ho strappato i fiori<br />
che curava con tanto amore<br />
ho bruciato la tovaglia<br />
su cui cenavamo<br />
e ho rotto le porte<br />
ho portato via i suoi cani<br />
e li ho nutriti</p>
<p>è stato un giorno come oggi<br />
un giorno come tanti<br />
che non è mai esistito<br />
e che non potrò dimenticare.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>Mi madre murió<br />
un día como hoy<br />
un día como cualquier otro<br />
podría haber sido<br />
un lunes<br />
un miércoles o un domingo en verano<br />
invierno o primavera<br />
en una hora como cualquier otra podrían haber sido<br />
las cuatro de la tarde<br />
las doce del mediodía<br />
o las tres de la madrugada.</p>
<p>Cuando mi madre murió<br />
cubrí su casa de barro<br />
inundé su habitación<br />
y también su jardín<br />
arranqué las flores que tanto cuidaba<br />
quemé el mantel<br />
donde cenábamos<br />
y rompí las puertas<br />
me llevé a sus perros<br />
y les di de comer</p>
<p>fue un día como hoy<br />
un día como cualquiera<br />
que jamás existió<br />
y no podré olvidar.</p>
<p><strong>2.</strong></p>
<p>Mi emozionano le capitali,<br />
i fedeli che fumano<br />
e il vino.</p>
<p>Mi emozionano le mance sui tavoli,<br />
la mia camicia arrotolata,<br />
i violini che interpretano Vivaldi,<br />
gli inviti che mi restano lontani,<br />
il materasso sottile del mio letto,<br />
la cortesia dei brindisi<br />
in tempi di guerra.</p>
<p>Mi emozionano le mie mani<br />
che si salvano con me<br />
quando scrivono.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>Me emocionan las capitales<br />
los feligreses fumando<br />
y el vino.</p>
<p>Me emocionan las propinas en las mesas<br />
mi camisa arremangada<br />
los violines interpretando a Vivaldi<br />
las invitaciones que me quedan lejos<br />
el colchón flaco de mi cama<br />
lo cortesano de los brindis<br />
en tiempos de guerra.<br />
Me emocionan mis manos<br />
salvándose conmigo<br />
cuando escriben.</p>
<p><strong>3.</strong></p>
<p>Da mesi<br />
aspetto una buona notizia.</p>
<p>Che qualcuno me la porti<br />
e mi dica<br />
“ho una buona notizia per te”<br />
e io sorrido e gli rispondo<br />
“sapevo che sarebbe arrivata, lo sapevo”.</p>
<p>E che quando se ne va<br />
pianga e sorrida di nuovo<br />
e mi senta quasi salvato<br />
dai pericoli.</p>
<p>Più leggero<br />
meglio preparato<br />
per ciò che<br />
verrà dopo.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>Hace meses<br />
espero una buena noticia.</p>
<p>Que alguien me la traiga y me diga<br />
“te tengo una buena noticia”<br />
y yo me sonría y le conteste<br />
“sabía que iba a llegar lo sabía”.</p>
<p>Y que cuando se vaya<br />
llore y sonría de nuevo<br />
y me sienta casi como salvado<br />
de los peligros.</p>
<p>Más liviano<br />
mejor preparado<br />
para lo que<br />
después venga.</p>
<p><strong>4.</strong></p>
<p>Sei morta<br />
guardando dalla finestra<br />
io sono seduto<br />
dietro di te.</p>
<p>Fuori<br />
si vede sempre lo stesso albero<br />
– un salice –</p>
<p>La tua sedia ora è vuota<br />
ma tu sei ancora lì, morta<br />
guardando dalla finestra<br />
dove ora c&#8217;è solo<br />
un cortile di cemento.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>Estás muerta<br />
mirando a la ventana<br />
yo estoy sentado<br />
detrás tuyo.</p>
<p>Afuera<br />
se puede ver el mismo árbol de siempre<br />
-un sauce</p>
<p>Tu silla ahora está vacía<br />
pero vos seguís ahí muerta<br />
mirando a la ventana<br />
donde ahora solo hay<br />
un patio de cemento.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>Nora e noi genitori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Bagnasco]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[pallavolo]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[sport]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Claudio Bagnasco </strong>  <br /> In quell’attimo Nora tiene il peso del mondo intero nello sguardo, proprio a me doveva capitare la responsabilità di essere la più forte, sembra che si domandi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudio Bagnasco</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-121148" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed.jpg" alt="" width="380" height="391" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed.jpg 415w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-292x300.jpg 292w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-408x420.jpg 408w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-150x154.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-300x309.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Nora cammina a passi lenti verso la zona di servizio facendo rimbalzare la palla in terra una, due, tre volte, sempre tre, poi si volta verso il campo, l’arbitro fischia e c’è un attimo, prima di lanciare la palla verso l’alto e prendere la rincorsa per battere, in cui osserva il piazzamento delle avversarie ma no, non è così, Nora nel silenzio del palazzetto, con le compagne, l’allenatrice, le avversarie e noi genitori che attendiamo l’esito della sua battuta, e quanto sa essere micidiale la sua battuta, in quell’attimo Nora tiene il peso del mondo intero nello sguardo, proprio a me doveva capitare la responsabilità di essere la più forte, sembra che si domandi, e nello sguardo di Nora, assieme alla paura di sbagliare, c’è quella di riuscire, perché se fa un <em>ace</em> noi genitori ne vogliamo un altro, e un altro, e un altro ancora, così da poterci immedesimare il più a lungo possibile nella sua bravura e nei suoi quattordici anni, e chissà se Nora ne è consapevole o se è soltanto una ragazzina introversa oltre che una promessa della pallavolo, chissà cosa esiste davvero e cosa proviene dalla fantasia fuori allenamento di noi genitori, comunque ogni volta che Nora fa un punto sorride ma dà l’impressione di chiedere scusa, scusa se non ne farà un altro subito dopo, o magari scusa se il punto fatto da lei è un punto sottratto alle avversarie, e quando sbaglia una palla eccolo di nuovo il peso del mondo intero nello sguardo, come mai già tutta quella malinconia, da dov’è che arriva, ma è la tua, Nora, o la nostra, e il motivo per cui nella rappresentativa regionale hanno convocato Lucia e non Nora è che Lucia è più appariscente, mica più forte, esulta senza ritegno dopo ogni punto, incita le compagne, tenta salvataggi impossibili, secondo un padre che durante le partite introduce un nuovo argomento di discussione ogni due minuti, è il suo modo di gestire la tensione, <em>Lucia ha gli occhi della tigre</em>.<br />
Nora, invece, ha gli occhi del cucciolo abbandonato, un cucciolo che per non soccombere alla solitudine ha imparato a difendersi meglio di chiunque altro però quel difendersi dà l’idea di non bastarle, anche dietro i colpi eseguiti con più maestria si intravede un’insoddisfazione, e dietro l’insoddisfazione la tentazione di arrendersi, come se Nora giocasse aspettando l’attimo in cui le sue battute, le sue schiacciate, i suoi muri, le sue finte non saranno più sufficienti a proteggerla oppure l’attimo in cui non riuscirà più a battere schiacciare murare fintare alla sua maniera, o siamo noi genitori a saperlo, a sapere che le cose finiscono, che i quattordici anni muoiono, e poi i sedici, e i venti, e i quaranta, finché rimane la sopravvivenza, sei tu o siamo noi, Nora, e cosa è successo veramente quella domenica pomeriggio, stava per iniziare il terzo set della finale del torneo estivo, avrebbe dovuto esserci lei in battuta, mentre le cinque compagne rientravano in campo Nora è andata con i suoi soliti passi lenti ma non verso la zona di servizio, è scesa per le scale che conducono agli spogliatoi, ai bagni e all’uscita posteriore del palazzetto, qualcuna ha fatto rotolare la palla laggiù dove Nora comincia a prendere la rincorsa per battere ma Nora non rispuntava, l’allenatrice e un paio di compagne sono andate a cercarla e la palla stava sempre là, quanta desolazione esprime una palla a terra in fondo a un campo di pallavolo, no, non una palla, la palla che avrebbe dovuto fare tre rimbalzi, che avrebbe dovuto essere colpita da Nora, ancora un <em>ace</em>, Nora, ancora un <em>ace</em>, torna, Nora, batti, regalaci altri punti dei tuoi, ma Nora non sarebbe rientrata in campo e non l’avremmo più ritrovata, tra noi genitori c’è chi sostiene che abbia fatto una brutta fine, chi giura che ha firmato per una squadra professionistica del Brasile, chi incolpa non si capisce bene di cosa la madre stravagante, mai che gli adulti riescano a mettersi d’accordo sulla verità, e intanto la tua bravura e i tuoi quattordici anni, Nora, figlia perduta, eroina sognata, non ci sono più, non ci saranno mai più.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Della mancata genealogia femminile in alcune opere di Beatrice Hastings</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/06/19/della-mancata-genealogia-femminile-in-alcune-opere-di-beatrice-hastings/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 05:50:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Beatrice Hastings]]></category>
		<category><![CDATA[chiara serani]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Tortora]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Luce Irigaray]]></category>
		<category><![CDATA[Luisa Muraro]]></category>
		<category><![CDATA[Maristella Diotaiuti]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Chiara Serani</strong><br /> Mentre in Italia ancora quasi si fatica ad andare in questa direzione, soprattutto quando si parla di donne, nel mondo anglosassone si discute attivamente di canoni e contro-canoni da più di trent’anni...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Chiara Serani</strong></p>
<p><strong>Premessa</strong></p>
<p>Mentre in Italia ancora quasi si fatica ad andare in questa direzione, soprattutto quando si parla di donne, nel mondo anglosassone si discute attivamente di canoni e contro-canoni da più di trent’anni, tanto che nel 1994 Harold Bloom sentì di dover scrivere un testo controverso come <em>Il canone occidentale</em>,<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> pensato in difesa della centralità inamovibile, a suo dire, di una presunta superiorità <em>estetica</em> tramandata dal passato letterario euro-americano contro l’azione di smantellamento di quelle che allora egli definiva “scuole del risentimento”, latrici, in chiave rivendicativa e inclusiva, di istanze <em>politiche</em> varie, soprattutto etniche e di genere – istanze che, va detto, nei casi peggiori sarebbero poi travalicate negli aspetti più beceri della cosiddetta <em>cancel culture</em>. Il canone, tuttavia, non va né abrogato né difeso a oltranza, e men che meno riscritto – il che significherebbe, va da sé, sostituirne uno con un altro – ma <em>aperto </em>e lasciato tale; nondimeno tenendo conto che in fondo, entro certi limiti – di canone femminile non si parla che a partire dal secondo Novecento, per esempio, e non nell’ambito delle nostre patrie lettere fino a tempi recentissimi – aperto e mutevole il canone lo è da sempre: ogni epoca, inevitabilmente, avvalora o pregiudica certi autori a scapito di altri in base alla propria <em>Weltanschauung </em>e alle proprie assiologie, sia estetiche (Dante e Shakespeare per gran parte del Settecento? Orrore! con buona pace di Bloom) che politiche, e dunque non esiste un merito letterario concesso o revocato una volta per tutte.</p>
<p>Ora, premesso questo, problematizzare e dilatare il canone significa certamente, tra le altre cose, portare all’attenzione dei lettori nomi in passato trascurati od ostracizzati proprio perché in contrasto con quella visione del mondo e quegli schemi assiologici di cui si diceva; e però l’auspicio è che ciò non si verifichi, come invece talora avviene, in virtù della sola <em>political correctness</em> né a furia di sfornare “casi letterari” di ripescaggio forzoso e volatile che si rivelano poi fruttuosi solo per qualche stagione del mercato editoriale <em>mainstream</em>. La revisione costante del canone deve invece passare attraverso un’attività di ricerca rigorosa e assidua, come quella intrapresa da Maristella Diotaiuti con la collaborazione di Federico Tortora, anime del caffè letterario <em>Le cicale operose</em>, di base a Livorno, in relazione all’opera di Beatrice Hastings, che da tempo si dedicano a far riemergere e diffondere con pubblicazioni ed eventi vari.<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> Caso curioso, peraltro, questo, perché laddove nei paesi anglofoni gli studi sulla letteratura femminile hanno una tradizione relativamente lunga, Hastings non solo era pressoché sconosciuta da noi, ma tutto sommato anche nella sua terra d’origine e in quella elettiva, Sud Africa e Inghilterra (sparutissimi i contributi a lei dedicati), così che la riscoperta di Diotaiuti e Tortora è doppiamente apprezzabile, sia perché ricolloca Hastings nel perimetro di quella cultura modernista dai cui contemporanei era stata ingiustamente estromessa e contribuisce così ad arricchirne il quadro generale, sia perché consegna alla tradizione della scrittura e del pensiero femminile l’ulteriore tassello di una genealogia ancora in larga misura da ricostruire.</p>
<p>«Non dimentichiamo», scriveva Luce Irigaray, «che abbiamo già una storia, che certe donne, anche se era culturalmente difficile, hanno segnato la storia, e che troppo spesso noi non ne abbiamo conoscenza».<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> Aggiungeva Luisa Muraro, proprio a commento delle parole della filosofa francese, che tale «riferimento alle donne che ci hanno precedute nella nostra ricerca simbolica [&#8230;] è necessario all’idea di una possibile genealogia femminile, in quanto costituisce il complemento della genealogia di sangue»:<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> la discendenza della donna dal corpo-<em>corpus</em> della Madre, nei termini anche della trasmissione di un patrimonio di esperienze e saperi comuni, è stata storicamente negata, e le donne stesse, volenti o nolenti, hanno dovuto ricusare la filiazione materna per partecipare, fin dalla nascita, all’ordine simbolico-sociale paterno, tanto a livello familiare quanto culturale. Dunque, ancora secondo Irigaray letta da Muraro:</p>
<p>[…] l’instaurarsi di genealogie femminili serve a marcare simbolicamente e socialmente il genere femminile. […] La verticalità […] è sempre stata tolta al divenire donna […]. Infatti, la genealogia femminile nelle società patriarcali viene soppressa, deve essere soppressa, per esaltare la genealogia maschile, il rapporto Padre-Figlio, scritti con lettera maiuscola, con chiaro riferimento alla religione cristiana. […] L’inesistenza di genealogie femminili fa sì che il mondo delle donne sia come risucchiato da quello degli uomini.<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a></p>
<p>Si tratta di un’evidenza purtroppo ancora cogente, quando molte delle nostre contemporanee che occupano posizioni di grande potere, per esempio, si dichiarano apertamente “non femministe” (se non addirittura “anti-”), obliando o tacendo che se oggi possono, tanto per dirne una, governare e decidere delle sorti del mondo è anche e soprattutto grazie al movimento femminista e alle donne che le hanno precedute lottando per conquistare diritti (come quello di decidere del proprio corpo) che, appunto, sembrano ora essere nuovamente sotto attacco.</p>
<p>Ed è proprio questo il principale nucleo tematico della <em>novella</em> (secondo l’uso anglofono) <em>Sepolcri imbiancati</em>:<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a> l’appartenenza indotta di una giovane donna, Nan Pearson, al mondo valoriale maschile attraverso il magistero materno, in tutto complice, compiacente, aderente al sistema patriarcale. La modernità di Hastings, sempre in anticipo sui tempi, risiede anche in questo: aver intuito l’importanza delle genealogie femminili ed esservi ricorsa spesso in chiave provocatoria, persino, all’apparenza, antifemminista. La questione del femminismo di BH, non immediatamente classificabile, appare comunque sfaccettata e complessa, non da ultimo perché attraverso i suoi numerosi <em>nom de plume</em> – se ne contano almeno quattordici, alcuni pure di genere maschile, e d’altra parte Beatrice Hastings era al secolo Emily Alice Beatrice Haigh – l’autrice ha operato una moltiplicazione finanche contraddittoria – ma sempre all’insegna di una fertile disseminazione – dei punti di vista, sia per animare il dibattito suo coevo che per coltivare, infine, come scrive in proposito Diotaiuti, un femminismo «libertario, di matrice anarchica»,<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a> forse memore anche della lezione politica e morale di Emma Goldman, che BH aveva forse avuto modo di incontrare a New York tra il  1904 e il 1905 e il cui lavoro, questo sappiamo con certezza, conosceva e apprezzava.</p>
<p>La <em>novella</em> esce nel 1909 sul periodico d’impronta socialista <em>The New Age</em>, cui BH collaborerà a lungo con dedizione assoluta, ed è cronologicamente incastonata in mezzo a due scritti tra i più dirompenti della sua produzione, ovvero <em>La donna come creditrice dello Stato</em><a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a> (1908) e <em>Woman’s Worst Enemy: Woman</em><a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a> (1909), in cui l’autrice, con lo pseudonimo di Beatrice Tina, lo stesso usato per <em>Sepolcri imbiancati</em>, dà pieno sfogo giornalistico e saggistico alle sue idee contestatarie. Se i testi appena nominati rappresentano un trittico coerente, una tessitura politicamente coesa nonché una sorta di <em>pars destruens</em> rispetto a temi quali quelli del rapporto tra donna e Stato, dell’identità femminile e della maternità, il successivo, <em>La commedia delle fanciulle</em><a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a> (1910-11), si offre come un’evoluzione costruttiva di quegli stessi temi, una <em>pars construens</em> che porta a superamento la critica vitriolica condotta da Hastings nei confronti dell’ammuffita morale tardo-vittoriana facendola esplodere in un racconto gioioso di autodeterminazione femminile.</p>
<p><strong><em>La donna come creditrice dello Stato</em></strong></p>
<p>In questo breve ma nodale articolo BH critica le poche e insignificanti concessioni promulgate dal Parlamento britannico dell’epoca a favore delle donne maritate e le proclama <em>sempiterne</em> “creditrici dello Stato”, in quanto quest’ultimo, secondo Hastings, non avrebbe comunque mai potuto ripagare adeguatamente quelle stesse donne per il loro fondamentale ruolo riproduttivo (un punto, questo, insieme all’invocazione di un salario per le donne di casa, antesignano di future riflessioni, ad esempio quelle del Collettivo internazionale femminista o di Silvia Federici sulla naturalizzazione del lavoro domestico e sulla riproduzione) e, men che meno, per quello che viene definito «il peso della maternità» e «la maledizione di Eva».<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a> Fin da questo scritto la maternità si configura dunque per BH come un terribile gravame, che si traduce in una crudele «disability», un’invalidità, una minorazione la quale, insieme al vincolo matrimoniale, impedisce alle donne di godere della «libertà della mente e del corpo» al pari degli uomini.<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a> Solo un parlamento al femminile, si legge, potrebbe comprendere appieno le sofferenze e gli obblighi della maternità e dunque legiferare di conseguenza: «[q]uanto esattamente questa disabilità colpisca le donne, e come si possa alleviarne l’angosciante pressione, solo le donne possono comprenderlo. Anche solo su tali basi l’intera pretesa di uno Stato guidato solo da uomini si dimostra indifendibile».<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a> BH sembra quindi invocare un’alleanza tra donne, una complicità orizzontale che si tramuterebbe poi, evidentemente, in eredità genealogica, così come più avanti, in <em>Woman’s Worst…</em> rivendicherà il ricorso genealogico a una conoscenza ancestrale usurpata dal maschio, quella legata al travaglio e al parto, giudicando aspramente la preclusione della medicina del suo tempo – ma persino di tante donne agiate, corresponsabili di quell’esonero – nei confronti di ostetriche e levatrici.</p>
<p>Fatto sta che con l’argomento di una rappresentanza parlamentare femminile BH si allinea in parte agli ideali egalitari e quindi alle istanze del movimento suffragista, che in chiusura del pezzo viene anzi indicato come punto di riferimento per una militanza mai docile e asservita. E però, il testo contiene <em>in nuce</em> varie stoccate che cominciano a delineare quel pensiero divergente che costerà ben presto ad Hastings le critiche feroci e la mancanza di sostegno da parte dello stesso movimento<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a> e che farà di lei, come ha scritto Erin M. Kingsley, «a shimmering chimera»,<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a> cioè una figura polimorfa dal punto di vista politico e letterario, dotata di una voce plurima, continuamente disappartenente, sempre fedele e diseguale a sé stessa. Perché, sostiene BH in chiave apparentemente antifemminista, e con grande radicalità, «[a] lungo le donne si sono accordate per mentire sulla maternità», aggiungendo che «[l]a tortura del parto è l’aspetto più ripugnante della vita umana» e che «[p]er una donna dalla mente acuta e immaginativa, la maternità significa mesi di odiosa ignominia, e infine una lotta con la morte attraverso ondate di fuoco. [&#8230;] La maternità non è né avventurosa, né stimolante, né divertente».<a href="#_ftn16" name="_ftnref16">[16]</a></p>
<p>Naturalmente tali affermazioni vanno contestualizzate e ricondotte al periodo storico in cui prendono forma, tra la quasi totale mancanza di indipendenza per tutte, altissimi tassi di mortalità per le partorienti e condizioni di vita insostenibili soprattutto per quelle donne indigenti a cui il movimento suffragista, quale fenomeno in prevalenza <em>middle-</em> e <em>upper- class</em>, non guardava forse con sufficiente attenzione, a differenza di BH, socialista e anticapitalista. Ad ogni modo, al di là del loro contesto socioculturale, affiora nelle parole di Hastings una nucleare concezione della <em>specificità</em> e dunque della <em>differenza</em> femminile, correlata a un certo determinismo biologico che sembra quasi anticipare alcune considerazioni di Simone de Beauvoir ne <em>Il secondo sesso</em>:<a href="#_ftn17" name="_ftnref17">[17]</a> il dato corporeo, il suo (presunto) destino biologico di madre congiurerebbe apertamente contro la donna, la sua libertà, la sua affermazione individuale e intellettuale. Ma simile congiurare è colpevolmente aggravato, secondo BH – ed ecco la pietra dello scandalo destinata ad alienarle il favore delle suffragiste, e non solo – da una silenziosa cospirazione tutta femminile delle donne contro le altre donne, ovvero di quelle che, come di qui a poco metterà in intreccio in <em>Sepolcri imbiancati</em>, pur di godere dei privilegi e delle sicurezze dello <em>status</em> matrimoniale sacrificano di generazione in generazione sé stesse e le proprie figlie, impedendo loro di emanciparsi, sull’altare del patriarcato. Allo stesso tempo comincia a sagomarsi, seppur in maniera non ancora del tutto definita, quella precisa figura di «motherwoman», la “donna-madre”,<a href="#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a> che diverrà il maggiore idolo polemico di Hastings in questi anni, e che andrà ben distinta da altre tipologie di donne (per esempio, già qui, quelle più intraprendenti e autonome e che, consapevoli dei possibili legacci del matrimonio e dei rischi della maternità, «consegn[a]no i mariti e le loro conseguenze al limbo delle cose sopravvalutate»<a href="#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a>). Si tratta di una figura che non solo, come si vedrà, salvaguarda appieno il femminismo di Hastings, ma persino lo proietta verso un orizzonte da seconda e terza ondata, facendo di lei, per molti aspetti, sia una nostra progenitrice che una nostra contemporanea.</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>Sepolcri imbiancati</em></strong></p>
<p>La trama di <em>Sepolcri imbiancati</em> è presto detta: Nan Pearson, ignara sotto ogni profilo della realtà coniugale che l’aspetta, è stata cresciuta dalla madre con l’unico scopo di accasarsi e vivere nell’angusto recinto della rispettabilità e del perbenismo tardo-vittoriani. La conosciamo alla vigilia delle nozze come una vaporosa e rosea fanciulla intrisa di vacuo romanticismo, intenta a sognare e imitare le pose dei soggetti femminili (perlopiù estetizzati e limitati al ruolo di beatifiche dame e di muse) dei preraffaelliti Edward Burne-Jones e Dante Gabriel Rossetti, con particolare sua predilezione per il componimento <em>The Blessed Damozel</em>, in cui Rossetti descrive una disincarnata fanciulla – una <em>damigella</em>, si prenda nota – che dall’alto del paradiso piange il suo perduto amore terreno. Non avendo ricevuto non solo nessun tipo di educazione sessuale da parte materna ma nemmeno alcun insegnamento scevro da conformismo, Nan va incontro a un matrimonio infelice e disastroso, al quale tenterà di sfuggire prima con la religiosità e poi col vagheggiamento di una possibile <em>liaison </em>amorosa, cui tuttavia si sottrarrà in nome della reputazione e del quieto vivere, pianificando a questo scopo, dopo alcuni anni di serrato rifiuto, una gravidanza, la quale la isolerà sempre di più e, infine, dopo la morte del figlio ancora piccolo, la lascerà precocemente invecchiata, distrutta nel corpo e nello spirito.</p>
<p>Il titolo della <em>novella</em>, col suo caustico richiamo biblico, anticipa la natura più o meno farisea e bigotta di tutti i personaggi e dell’ambiente in cui si svolge la vicenda; e invero, sotto la superficie a prima vista drammatica del testo riluce una satira sferzante dell’irrespirabile morale vittoriano-edoardiana e dei suoi protagonisti, così come sotto l’apparente realismo da <em>tranche de vie</em> si nasconde la struttura di una fiaba nera. L’intero <em>récit</em> di <em>Sepolcri imbiancati</em> si dà infatti, peraltro, come il rovescio grottesco dell’andamento ascendente da commedia – “primaverile”, avrebbe detto Northrop Frye, con ciò implicando l’inevitabile <em>happy ending</em> e il trionfo di eroi ed eroine di turno – e degli ideali familiari di un tipico romanzo dickensiano, di quel Charles Dickens che non solo viene citato proprio ne <em>La donna come…</em>,<a href="#_ftn20" name="_ftnref20">[20]</a> ma che appare qui imitato nello stile (si pensi al ricorso al narratore onnisciente, per esempio, già abbastanza desueto nel primo decennio del Novecento e certamente per una sperimentatrice come Hastings, per quanto alle sue prime prove letterarie; o anche alla <em>vis comica</em> caratteristica del romanziere inglese) e parodiato nei valori familiari.<a href="#_ftn21" name="_ftnref21">[21]</a> Il riferimento, in particolare, è a quello scrigno di virtù femminine rappresentato dal cosiddetto <em>angel-in-the-house</em>, “l’angelo del focolare” così caro a Dickens e stampo esemplare nella costruzione vittoriana di genere, tanto che Virginia Woolf, tra le altre autrici del suo tempo, lo prenderà notoriamente a bersaglio per la ridefinizione di una nuova identità femminile, distante dalle sue qualità di abnegazione e domesticità.<a href="#_ftn22" name="_ftnref22">[22]</a> Ed è proprio questa creatura angelica che in <em>Sepolcri imbiancati</em> subisce un tragicomico <em>scoronamento</em> – come appunto si addice allo spirito “invernale” della satira, sempre secondo la tassonomia di Frye.</p>
<p>Significativo, dal punto di vista stilistico già solo al livello delle microstrutture, è l’utilizzo tutto dickensiano dei nomi propri in chiave simbolica, rispondente al paradigma del <em>nomen omen </em>a partire dalla stessa Nan Pearson. Se “Nan” è infatti nel parlato inglese un diffuso diminutivo informale per “nonna” – elemento che anticipa, con moto circolare, la fine della <em>novella</em>, in cui la fatata futura sposa dell’<em>incipit</em> si è tramutata nel «witch-like “angel”» («l’“angelo” dall’aspetto di strega»)<a href="#_ftn23" name="_ftnref23">[23]</a> dell’<em>explicit</em>, e ciò a indicare come il suo destino di vittima sacrificale sia segnato <em>ab origine</em> lungo un ciclico passaggio generazionale – “Pearson” è un patronimico in cui “pear” /peər/ è ironicamente omofono di “pair” (“coppia”, “accoppiare”) e “son” significa “figlio”.<a href="#_ftn24" name="_ftnref24">[24]</a> A dispetto dell’(ironica) implicazione intralinguistica di una coppia genitoriale nel cognome “Pearson”, la discendenza che esso va a denotare, ci suggerisce Hastings, è segnatamente solo quella <em>paterna</em>, e l’identità di figlia <em>femmina</em> di Nan è negata sin dalla nascita e da prima, dal momento in cui le mogli e madri, secondo un uso secolare, hanno abbandonanato il proprio cognome per quello del marito. Non a caso, la genitrice di Nan è quasi sempre comicamente denominata “Mamma Pearson”,<a href="#_ftn25" name="_ftnref25">[25]</a> come d’altro canto si addice a una donna che, si legge nel testo, ammantato di una corrosiva irrisione, «Amava descriversi quale “madre, moglie, cristiana, e nient’altro”»<a href="#_ftn26" name="_ftnref26">[26]</a>  (!)  e che nondimeno la penna di Hastings sguarnisce di ogni dote di vera amorevolezza e carità, allontanandola incommensurabilmente, come poi Nan dopo di lei, dall’ideale dei pii campioni materni dickensiani.</p>
<p>Altrettanto evocativo e sagace è il toponimo del sobborgo in cui è destinata a trasferirsi la protagonista della <em>novella</em> e in cui si muove la cerchia “pearsonic” (secondo la buffa aggettivazione di Hastings): “Crone”, col significato di “megera”, “vecchiaccia”, “befana”. La parvente misoginia di questo appellativo si stempera nella denuncia di un determinato <em>habitat</em> sociale e dei suoi frequentatori – quello ingessatamente borghese e devoto dei Pearson – e, al contempo, riconduce ancora a un modulo struttivo fiabesco, in cui però i tre classici archetipi femminili (vergine/fanciulla, moglie-madre, strega/vecchia), che Hastings più volte evoca e manipola consapevolmente, come dimostrano prima lo stesso suo nome di penna “D. Triformis”, probabilissimo omaggio alla <em>diva triformis</em> Diana/Artemide, e i brevi racconti <em>Feminine Fables</em><a href="#_ftn27" name="_ftnref27">[27]</a> poi, rappresentano qui tutti un paradigma nefasto. Vale a dire che all’asfissiante altezza sociale in cui viene al mondo Nan, presieduta da un’ortodossia e un moralismo strenuamente puntellati dalla tradizione confessionale (notevole è l’ironico <em>fil rouge</em> con cui nel testo si rincorre l’isotopia della “madonna”, icona artistica maschile, preraffaelliti compresi; e in <em>Woman’s Worst</em>… BH scriverà a chiare lettere che con il cristianesimo le donne sono state costrette a praticare una fede maschile) non vi è spazio alcuno per rappresentazioni o incarnazioni di una qualsiasi forma di <em>reale </em>potere femminile. E tuttavia, centro e perno di questa triade interamente negativa è la matrona, la moglie-madre che condanna scientemente la figlia a diventare una <em>vecchia strega impotente</em> essendosi allineata al sistema patriarcale e avendole negato l’accesso a un più veritiero elemento materno, cinghia di trasmissione non già di quella genealogia femminile cui la giovane avrebbe avuto titolo ma della sua <em>assenza</em> o, peggio, della sua distorsione e perversione.</p>
<p>Al contrario di quel che avviene a Crone, e in questo BH si rivela lungimirante osservatrice di come non possa e non debba esistere un’unica forma di femminismo ma di come fosse già allora necessaria una sorta di intersezionalità <em>ante litteram</em> che tenesse conto non solo del genere, ma anche di altri fattori, come quello della provenienza sociale, «Le ragazze di estrazione popolare hanno le idee ben più chiare sulla vita che le aspetta da adulte rispetto alle sciocche fanciulle allevate dalle classi più abbienti. Un’operaia che si fidanza sa perfettamente quel che l’aspetta, ma la figlia del suo datore di lavoro arriva all’altare innocente come un agnello».<a href="#_ftn28" name="_ftnref28">[28]</a> Da qui al successivo <em>Woman’s Worst…</em> il passo è breve, e comincia a chiarirsi meglio la posizione hastingsiana sulla maternità, che non è unica e irrevocabile ma articolata e molteplice, un misto di universalismo-essenzialismo, come si vedrà, e di storicismo, tra interpretazione biblica e critica anticapitalistica.</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>Woman’s Worst Enemy: Woman</em></strong></p>
<p>BH inaugura il testo con coraggiosa esposizione, partendo dalla propria esperienza personale (“il personale è politico”, avrebbe affermato decenni dopo Carol Hanisch) rivelando nella “Dichiarazione” con cui esso si apre, senza infingimenti né veli retorici, un vissuto giovanile molto simile a quello di Nan Pearson (tanto che <em>Sepolcri imbiancati</em> assume in quest’ottica una certa patina autobiografica), lei stessa alle prese con una gravidanza indesiderata frutto di ingenuità e disinformazione, indotta a credere, anche per parte materna, che procreare fosse il percorso segnato per ogni donna.</p>
<p>Se fossi stata educata riguardo a ciò che era mio diritto sapere – l’imminente sviluppo dell’impulso sessuale e la prevenzione scientifica del concepimento – mi sarei risparmiata buona parte dello smarrimento dell’anima e il cieco ateismo che nega qualsiasi gioia, e vede nei piaceri dell’amore solo un inganno imperdonabile. Se avessi saputo che la maternità, come la lotta libera, l’esplorazione, e così via, <em>non è un obbligo, bensì una scelta</em>, sarei stata libera di vedere la dignità sia di Dio che della Donna, che invece fui costretta a dichiarare Tiranno e Vittima. L’Uomo, cominciai a vederlo come nient’altro che l’insignificante strumento della crudeltà.<a href="#_ftn29" name="_ftnref29">[29]</a></p>
<p>Chiamare in causa Dio, più che l’uomo, significa naturalmente guardare al creato e alla <em>natura naturata</em> che, da un punto di vista deterministico, rende la donna schiava della sua propria fisiologia; e difatti il primo capitolo del <em>pamphlet</em>, “Le due maledizioni”, si affaccia sullo scenario della Genesi richiamando in vita una Eva tiranneggiata e schiavizzata non tanto da Adamo quanto dalla sottomissione al richiamo della carne e dell’utero – «l’utero […] plasmato per soffrire, ma […] plasmato anche per bramare la propria sofferenza».<a href="#_ftn30" name="_ftnref30">[30]</a> Pochi paragrafi dopo, BH concluderà, indi, che «lo scontro, in ultima analisi, è tra donna e natura» e non già tra i sessi:<a href="#_ftn31" name="_ftnref31">[31]</a> con ciò si spiega anche la sua sfiducia ultima e reciproca nei confronti del movimento suffragista, giacché conquistare il voto o parificarsi agli uomini non avrebbe potuto modificare granché, a suo modo di vedere, questo immutabile dato di realtà. Ciononostante, sin da subito BH chiarisce che grazie alla possibilità di scegliere e decidere del proprio corpo e della propria vita, la natura potrebbe essere vinta, non fosse che essa ha dalla sua parte un’alleata potentissima: nella medesima iniziale “Dichiarazione”, BH indica l’esecrata dedicataria del suo testo:</p>
<p>Questo libro è stato scritto per il piacere di denunciare quel tipo di femmina la cui modestia impone un silenzio tombale su questioni così importanti come il sesso e la maternità. Quella che racconta alle proprie figlie che sono nate sotto a un cavolo o che sono state portate dalla cicogna, occultando così la propria sessualità. Quando le figlie si preparano all’altare ha già pronto un altro repertorio di menzogne, insieme al velo e ai fiori d’arancio, e ai suoi auguri fasulli, così che possano giungere mansuete all’altare, come la made prima di loro, prima di scoprire l’inganno. Sicuramente non andrebbero così serenamente di fronte al prete, se sapessero ciò che le attende.<a href="#_ftn32" name="_ftnref32">[32]</a></p>
<p>In altre, parole, trattasi di “Mamma Pearson”; ma laddove in <em>Sepolcri imbiancati </em>l’oppressione della «motherwoman», qui detta anche «wife-woman»<a href="#_ftn33" name="_ftnref33">[33]</a> si esercitava principalmente lungo l’asse madre-figlia, in questo libello BH passa in rassegna una più folta schiera di figure angariate dal credo di questo tipo di donna che, trincerandosi dietro la propria supremazia sociale, avrebbe preteso, <em>ab imis fundamentis</em>, l’umiliazione e la persecuzione delle sue “sorelle”, da cui si sarebbe nel tempo vieppiù separata allo scopo di assoggettarle o farne della paria, e, nella maggior parte dei casi, per ragioni intrinsecamente economiche, giacché «le antenate di queste stolte hanno umiliato tutte le donne che non hanno riposto la loro fiducia economica in un marito»:<a href="#_ftn34" name="_ftnref34">[34]</a> in sequenza, la donna sterile, la donna nubile, la donna artigiana e lavoratrice (spesso sottoposta, come domestica, proprio alla <em>wife-woman</em>), la madre inadatta, la prostituta. Arrivando in ciò a reclamare, prosegue Hastings, persino l’aggiogamento del marito, “costretto” a mantenerla economicamente, a vedere il proprio buon nome affidato alla sua condotta e a dipendere dal suo grembo per la propria discendenza. In quest’ultimo, paradossale caso, l’uomo viene presentato, come d’altro canto già in <em>Sepolcri imbiancati</em>, quale ulteriore vittima dell’inganno silenzioso della <em>motherwoman</em>, che tace anche a lui della crudezza e della violenza del parto per preservare ai suoi occhi la propria imperturbabile immagine angelica, poiché, si chiede ironicamente BH, «cos’hanno a che fare gli angeli o il paradiso con le donne urlanti?».<a href="#_ftn35" name="_ftnref35">[35]</a> Tutto, al fine di assicurarsi o conservarsi una posizione finanziariamente vantaggiosa e l’onorabilità sociale (e “il femminismo è per tutti”, sembrerebbe suggerire BH, ovvero per tutti i possibili asserviti alla sua idea di “patrimatriarcato”).</p>
<p>Ne consegue che gli strali di Hastings non sono affatto indistintamente diretti a tutte le madri – anzi, quelle donne che «per inclinazione, complessione fisica e vastità d’intelletto»<a href="#_ftn36" name="_ftnref36">[36]</a> provano questa disposizione d’animo sono nel testo incoraggiate a seguirla senza indugi – né alla maternità di per sé, ma a quella matrona della buona società che ha reciso ogni contatto con la propria stirpe femminile per essere divenuta una «greed-driven sister» («una sorella guidata dall’avidità»)<a href="#_ftn37" name="_ftnref37">[37]</a> e aver <em>mercanteggiato</em> e <em>capitalizzato</em> sulla propria capacità riproduttiva. La <em>motherwoman/wife-woman</em> non sembra insomma nemmeno più essere, alla lettura di Hastings, una donna reale, ma l’ipostasi umana di una <em>mater terribilis</em> che divora o castra la propria progenie, e, quel che è più rilevante, <em>mutatis mutandis</em>, la controparte femminile di un patriarca, di un padre-padrone, personificazione muliebre di quello sfruttamento capitalistico e delle classi dominanti che schiavizza ed emargina lavoratori, proletari e reietti nonché, nell’ampia visione politica di BH, nata a Londra ma cresciuta in Sud Africa, anche le altre etnie.</p>
<p>Il femminismo di BH ne esce dunque non azzoppato ma potenziato, incompreso dalle sue connazionali dell’epoca perché troppo radicale, parte di una più estesa critica all’istituzione matrimoniale eteronormativa prevista dalla “vecchia morale” (di cui la <em>motherwoman/wife-woman</em> è cariatide portante, «una persecutrice vecchia come il mondo»<a href="#_ftn38" name="_ftnref38">[38]</a>), morale la quale si delinea infine come l’unica e vera “peggiore nemica della donna”, che Hastings vorrebbe invece liberata, lei bisessuale,<a href="#_ftn39" name="_ftnref39">[39]</a> già a partire dalla pratica dell’amore libero, censurato dalle decadenti nazioni europee ma appannaggio dei paesi “più giovani” e meno gravati da rigidi codici di comportamento:</p>
<p>C’è un unico modo in cui questo Stato potrebbe recuperare la propria forza: imitando l’istinto delle giovani nazioni, trascurando i legami matrimoniali e restituendo libertà sessuale alle proprie donne, così che quelle dotate di un istinto materno più forte possano seguire liberamente il genio della maternità. Ma una nazione decadente è una nazione incatenata di titoli e proprietà, ed essendo breve la vita di ogni generazione, la cupidigia individuale impedisce l’allentamento delle norme, finché non arrivi un invasore e i potenti di una volta non finiscano in schiavitù.<a href="#_ftn40" name="_ftnref40">[40]</a></p>
<p>Quel che Hastings auspica e caldeggia è alfine la sconfitta della «perversa cospirazione contro la gioventù»,<a href="#_ftn41" name="_ftnref41">[41]</a> intendendo la parola “gioventù” sia alla lettera – le giovani donne – sia simbolicamente il rinnovamento socioculturale, il sorgere di principi nuovi e, persino, di una nuova civiltà, prossimo argomento de <em>La commedia delle fanciulle</em>.</p>
<p>Concludendo, quel che infine emerge da <em>Woman’s Worst…</em> è una breve ma eloquente elegia alla madre ideale, colei che, avendo avuto la facoltà di scegliere e lungi dall’aver vissuto l’esperienza procreativa come traumatica, assurge, nobilitata da un’aura quasi mitica, ad accogliente e benigno grembo universale:</p>
<p>Immaginiamoci la nostra vera madre. Tutti la vogliamo, e lei vuole tutti noi. Il suo corpo è puro per farci crescere nel suo grembo. Il suo cuore è placido. La sua mente è aperta e la sua compassione abbraccia i figli del prossimo suo.</p>
<p>Più rara di qualsiasi mortale è questa madre.</p>
<p>Il suo travaglio è rapido e non estorce lacrime. La nostra nascita non è per lei una mutilazione, e assaporiamo il nostro primo alimento, una fresca essenza che ci esorta alla vita.</p>
<p>Conosce la scienza della nascita e preserva la propria castità. Lascia passare anni tra un figlio e l’altro. Ogni figlio rivendica il suo corpo immacolato, come fu dato a suo fratello prima di lui.</p>
<p>Sceglie il padre dei suoi figli, come si confà alla sacerdotessa di un così solenne rito.<a href="#_ftn42" name="_ftnref42">[42]</a></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>La commedia delle fanciulle</em></strong></p>
<p>Se ora veniamo all’opera del 1910, da una parte si assiste a una ragguardevole sterzata letteraria, dato che <em>La commedia…</em> nasce come un <em>pastiche</em><a href="#_ftn43" name="_ftnref43">[43]</a> il cui palinsesto-ipotesto (per dirla con Gérard Genette) è nientemeno che il <em>Don Chisciotte</em> di Cervantes – e, di conseguenza, l’intero genere del romanzo epico-cavalleresco, parodie comprese – ma dall’altra vi si ritrovano molti dei <em>Leitmotiv</em> dei testi già affrontati. Rispetto a <em>Sepolcri imbiancati</em>, poi, siamo strutturalmente agli antipodi, poiché lo svolgimento del romanzo segue una progressione contraria rispetto alla <em>novella</em>, qualificandosi fin dal titolo come “commedia” e ribaltando perciò il carattere declinante, “invernale”, della narrazione che lo precede. La vicenda è ambientata in Sud Africa, nella catena montuosa dello Stormberg all’epoca delle guerre boere, tra fine Ottocento e inizio Novecento, e attacca con un <em>incipit</em> fiabesco dominato proprio da un’immagine notturna e invernale («l’Inverno del Vento s’impossessò dello Stormberg […]. E la notte c’erano i caroselli delle streghe»),<a href="#_ftn44" name="_ftnref44">[44]</a> in cui le forze della Natura e quelle buie stregonesche – esattamente l’immagine femminile con cui si chiudeva <em>Sepolcri</em> <em>imbiancati</em>, ma lì depotenziata e ridicolizzata – sussumono allegoricamente, nel pieno delle loro energie distruttive, gli orrori bellici, da cui la narrazione prende congedo rapidamente per seguire le avventure giocose di una schiera di personaggi più meno eccentrici e strampalati. Ben fa Diotaiuti a richiamare il modello di Boccaccio e della peste fiorentina,<a href="#_ftn45" name="_ftnref45">[45]</a> e ancor più addietro si potrebbe risalire a Sherazade e <em>Le mille e una notte</em>: raccontare allontana la morte e amplia il tempo della vita, principio di cui Hastings si dimostra qui grande padrona, anche a livello formale, articolando infatti un vero e proprio <em>entrelacement</em> ariostesco, che avrebbe potuto conoscere di prima mano oppure attraverso la rielaborazione di Edmund Spenser nel suo grande poema epico-cavalleresco <em>The Faerie Queene</em> (1590).</p>
<p>La <em>fabula</em> è quella di un padre locandiere che, comicamente ossessionato dalla figura del Chisciotte, spedisce le due eroine del romanzo in giro per il mondo (una, Dorothea, ne è la figlia biologica, l’altra, Dota, una trovatella allevata dalla governante di casa) convinto com’è che la cavalleria sia tramontata per la scomparsa di damigelle in pericolo. Compito delle due fanciulle, che vengono significativamente allontanate dalla dimora paterna al compimento dei sedici anni di Dorothea, cioè alla sua maturazione sessuale, è dunque quello di andare alla ricerca di cavalieri erranti (leggi: mariti) impersonando un ruolo, per Hastings, chiaramente obsoleto e improponibile. Emerge fin da subito l’ironia che sottende il testo, e se in <em>Sepolcri imbiancati</em> l’autrice mirava a demistificare il modello dell’<em>angel-in-the-house</em>, qui il bersaglio è quello di un altro tipico <em>cliché</em> letterario femminile, quello della <em>damsel-in-distress</em>, particolarmente affermato nella tradizione anglofona, tanto da generare poi tutto un lignaggio di eroine perseguitate da romanzo gotico. E il cui modello ultimo, tuttavia, è da ricercarsi nelle beatifiche dame medievali tanto care proprio ai preraffaelliti, ovvero figure idealizzate di donne che, attraverso la sofferenza d’amore o il compimento dell’impresa eroica, garantiscono a poeti e cavalieri l’elevazione spirituale e la gloria.<a href="#_ftn46" name="_ftnref46">[46]</a></p>
<p>È quindi nuovamente il sistema patriarcale, per mano del locandiere De Villiers,<a href="#_ftn47" name="_ftnref47">[47]</a> che ha allevato le due ragazze negli ideali di un romanticismo fatuo e irrealistico quasi quanto quello in cui è cresciuta Nan Pearson, a imporre alle giovani donne la strada da perseguire. Tuttavia, Dorothea e Dota sono, non a caso, <em>orfane della madre</em>; ciò, con un duplice portato, al contempo negativo e positivo. Negativo perché manca loro, <em>ab origine</em>, quel magistero materno – anche letterario – che il femminismo è andato faticosamente costruendo proprio a partire dall’epoca di Hastings, e le due fanciulle vivono dunque, recuperando le parole di Muraro, l’«imprigionamento della donna in un ordine simbolico che le è estraneo e […] [l]a paralisi in cui si trova di conseguenza il mondo delle donne»,<a href="#_ftn48" name="_ftnref48">[48]</a> «quel simbolico in parte ormai muto, ormai sopraffatto dall’ordine patriarcale»,<a href="#_ftn49" name="_ftnref49">[49]</a> ovvero «un mondo femminile privo di eticità propria».<a href="#_ftn50" name="_ftnref50">[50]</a> Nel secondo caso perché l’assenza della madre – intesa come <em>motherwoman/wife-woman</em> – equivale, entro il sistema narrativo e speculativo di BH, a una maggiore possibilità di emancipazione, via dall’opprimente peso di un <em>ethos</em> materno tutto antifemminista. Ciò è particolarmente vero per Dota, la quale non ha, in fondo, nemmeno il padre, e personifica infatti la parte più istintuale, selvatica, carnale della nostra coppia di eroine, è insomma il corrispettivo di Sancho Panza, intrisa di una sapienza popolare che le deriva dagli insegnamenti della <em>madre putativa</em> e governante dei De Villiers, Tante Kinkje, laddove Dorothea, più cerebrale e contenuta, si avvicina maggiormente all’allampanato e utopista Don Chisciotte.</p>
<p>La coppia vivrà molte e rocambolesche (dis)avventure, al termine delle quali le due giovani donne si ritroveranno cambiate, e sarà proprio Dota a esprimere a chiare e buffe lettere il rifiuto di qualsiasi modello precostituito, esprimendo la sua disillusione non solo verso il ruolo affibbiato a lei e a Dorothea di “damigelle in pericolo”, ma anche verso quello autoimposto di “damigelle erranti”, per concludere infine che la cosa più difficile da fare è essere semplicemente delle fanciulle – dotate di una nuova consapevolezza – in un mondo di uomini che nega loro ogni giusto diritto, persino quelli di nascita, Proclama dunque Dota:</p>
<p>Questa faccenda d’essere una damigella d’ogni sorta – in pericolo, errante, incantata – è un affare che nessuno vorrebbe intraprendere ad occhi aperti! È come vivere per anni senza pensare, e poi all’improvviso ci si aspetta che capiamo tutto! È essere alla mercè dei cavalieri, siano essi buoni o cattivi, e dover riconoscere un cavaliere da un mago, per quanto essi abbiano tutti lo stesso aspetto all’inizio; ja, è così! […] È dover lottare per ciò che è nostro di diritto, e trovare magia nera nei doni. A conti fatti, è cosa assai pericolosa essere una fanciulla […].<a href="#_ftn51" name="_ftnref51">[51]</a></p>
<p>Ma soprattutto, pur essendo ancora incline al matrimonio, Dota avrà infine compreso come l’amore possa essere un inganno che conduce al contratto coniugale quale pericoloso incantamento, in cui la donna diviene niente più che una scimmia ammaestrata;<a href="#_ftn52" name="_ftnref52">[52]</a> innamoratasi del personaggio del Mago, diverrà temporaneamente un’animalesca creatura circense:</p>
<p>Aveva una fune legata attorno alla vita, e una cuffia da notte rossa in testa. “Chi vuol vedere la mia scimmia ammaestrata?” Il mago continuò a gridare finché non gli si radunarono tutti attorno: “può parlare, cantare e recitare le preghiere&#8230; parla, scimmia! Dì ai signori e alle signore se mi sposerai!” “Un’offerta, comunque”, rispose la povera Dota; “un’offerta, comunque”, mormorò la folla […]<a href="#_ftn53" name="_ftnref53">[53]</a></p>
<p>Dorothea, dal canto suo, è spinta dalla volontà di tornare alla casa paterna proprio per riconquistare le proprie prerogative di nascita, ovvero per vedere riconosciuto il diritto suo e di Dota all’esistenza senza l’obbligo di essere cacciate nel mondo in cerca di marito e, finalmente, per poter vivere secondo un proprio <em>ethos </em>personale. Innamoratasi del Cavaliere Viola, Dorothea respingerà qualsiasi incoraggiamento alle nozze da parte di terzi, in particolare dal personaggio della signora Myrburgh, per godere invece con lui dell’amore libero e, conseguentemente, <em>rifiutandosi di invecchiare</em>: fuor di metafora: rifiutando la vecchia morale. È lo stesso narratore extradiegetico a specificarlo: «lettore, torniamo alla nostra Lady, la bambina cresciuta col Romanticismo. Affrettiamoci, poiché, in nostra assenza, qualcuno ha tentato di farla invecchiare».<a href="#_ftn54" name="_ftnref54">[54]</a> Viene così sovvertito il destino segnato di Nan Pearson e celebrato il trionfo degli eroi (la coppia giovanile) secondo lo schema tipicamente primaverile dell’affermazione del nuovo sul vecchio, col Cavaliere Viola portatore di un’etica dell’azione e del rinnovamento che soppianta infine nel cuore di Dorothea il padre De Villiers, espressione di un romanticismo superato e di un idealismo libresco, non rivoluzionario. Respingendo inoltre l’idea del matrimonio tradizionale, Dorothea afferma la necessaria possibilità di una nuova e diversa maternità: <em>quella del Sé</em>. Sia lei che Dota infatti, avendo attraversato peripezie avventurose, stimolanti e divertenti,<a href="#_ftn55" name="_ftnref55">[55]</a> ribaltano il quadro della maternità biologica quale era stato tracciato da BH in “La donna come creditrice dello Stato” e mettono al mondo sé stesse, non solo reinventando le proprie vite daccapo secondo le esperienze e le scelte compiute ma, si intuisce, dando il via a una nuova futuribile genealogia femminile. Del resto, BH non chiude il racconto ma, manipolando sapientemente generi e convenzioni letterarie, conclude l’opera con un finale ironicamente aperto:</p>
<p>In verità, ritengo sia fuori dalla portata della natura mortale, e quindi proibito, realizzare una commedia con un finale rotondo. […] considerate le difficoltà di quei vecchi romanzieri che han dovuto forzare lieti fini ai loro racconti! I racconti subivano metamorfosi sotto gli occhi degli scrittori e potevano a stento esser distinti da volgari tragedie. Riflettete sugli eroi dai capelli dorati e sulle eroine abbandonate dai loro inetti narratori all’altare nuziale, gettate nel dimenticatoio per non esser più menzionate nemmeno per uno starnuto!<a href="#_ftn56" name="_ftnref56">[56]</a></p>
<p>Allo stesso modo, apparentemente indefinita rimane la “morale” dell’opera, ma di quell’apertura antifrastica che si ottiene negando qualcosa che si intende affermare:</p>
<p>Sottolineate soprattutto i Difetti di questo mio lavoro. Egli è un essere morale, ricordate! Quindi fategli scoprire, negandolo, che qui c’è qualche sorta di morale strampalata – “Sorridere e svergognare Satana” – più adatta, forse, ai pagani che ai cristiani, ma, seppur utile solo ai pagani, sempre meglio che nessuna utilità affatto.<a href="#_ftn57" name="_ftnref57">[57]</a></p>
<p>Presa di mira ancora una volta l’ortodossia cristiana, così come proselitismo e colonialismo (tutto il racconto abbonda di strali contro gli inglesi, la loro impresa di conquista e amministrazione), BH sembra voler sottolineare che la storia raccontata nella <em>Commedia</em> possa svolgersi solo in un paese come il Sud Africa, non ancora del tutto addomesticato dal dominio culturale europeo: è qui, invero, che BH tratteggia, tramite i suoi personaggi, una visione utopica dell’umano e della società, in cui Città del Capo prefigura «una nuova Atene».<a href="#_ftn58" name="_ftnref58">[58]</a> Per bocca del Cavaliere Viola, BH propone il proprio credo universalista:</p>
<p>Ora, […] ho avuto una visione. La terra si trasformava in un giardino dove, ampiamente intervallate, c’erano delle case ben fatte e con dei bei colori, e non c’erano alti edifici a parte delle torri, sulle quali le persone salivano lungo sentieri a spirale che percorrevano i muri; e queste torri erano case dell’arte, ognuna circondata da piacevoli foreste e ruscelli che giungevano lì da bacini irrorati dai fiumi che scorrevano tutt’intorno, abbondanti nella stagione delle piogge. E in tutta la terra non veniva compiuto un singolo atto sciocco; e i bambini andavano e venivano a loro piacimento. Tutti gli uomini e le donne lavoravano come artisti, per amore del lavoro; e condividevano ogni cosa. […] Sapevo d’aver visto uno stato che forse non sarebbe mai esistito. Eppure, nonostante la malinconia che provo all’idea che provare a realizzare uno stato simile mi causerebbe l’appellativo di sognatore tra gli uomini, altrettanto certamente morirei deriso se non faccio almeno un tentativo. […] Come fare in modo che anch’essi [<em>i.e.</em> gli altri uomini] sentano, come me, che la terra come un giardino-mercato o una serie di fattorie-azioni è indegna dell’uomo, che le città sono abomini e il commercio la maledizione di Adamo?<a href="#_ftn59" name="_ftnref59">[59]</a></p>
<p>Alla visionarietà del Cavaliere Viola si contrappone il pensiero del Professore, espressione, come De Villiers per altri versi, di un sapere retrivo, nonostante la sua raffinatezza antiromantica e scientista, perché patriarcale: esprimendo al Cavaliere la sua ammirazione per un’idea(le) convincente ma non del tutto originale, il Professore suggerisce di continuare a escluderne le donne: «Il vostro tentativo non è nulla di meno che una Crociata della Bellezza. Non è una visione nuova, la vostra, molti grandi uomini l’hanno avuta e i poeti l’hanno di continuo. […] Se ascolterete un buon consiglio, lascerete le donne fuori dalla vostra Crociata. Lasciatele sole a contrattare per quello che amano chiamare i loro diritti!».<a href="#_ftn60" name="_ftnref60">[60]</a> E invece, laddove la visione del Professore è parziale (riservata al genere maschile) e superata, ciò che in fondo si oppone al cambiamento perché non sufficientemente radicale, quella del Cavaliere Viola inedita lo è eccome, in quanto esposta da un uomo che include le donne nel proprio progetto utopico e in un romanzo scritto da una donna. Dorothea, infine, libera dal nefasto magistero materno e liberatasi da quello paterno, ci appare come il prototipo di una donna nuova, compagna di un uomo nuovo. Emerge ancora la peculiarità del femminismo di BH, incline anche a un certo senso di cameratismo fra i generi – come, per esempio, nella sua poesia <em>Comrades</em> – poiché conscia della necessità di un’alleanza politica in nome della fratellanza universale, una “Crociata della bellezza”, la sua, tesa a ribaltare l’essenza stessa della spedizione militare-religiosa in senso storico e della campagna morale in senso figurato e, quindi, dello sbilanciamento di potere a favore delle culture e delle classi dominanti: a farsi largo, grazie a quella nuova alleanza e a discapito del passato, dovranno essere le nuove nazioni, le etnie minori, i giovani, le donne. E ciò che in conclusione di questo <em>excursus </em>lungo la prima fase della produzione di BH si delinea senza incertezze è un quadro filosoficamente coerente, oltre che letterariamente sfaccettato, a dimostrazione sia della sistematicità della riflessione politica hastingsiana sia della sua poliedricità autoriale, la stessa che negli anni successivi la porterà a confrontarsi continuamente con nuove forme e nuovi argomenti.</p>
<p>*</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Cfr. H. Bloom, <em>The Western Canon: The Books and School of the Ages</em>, Harcourt Brace, New York 1994; <em>Il canone occidentale. </em><em>I libri e le scuole delle età</em>, a cura di F. Saba Sardi, CDE, Milano 1997.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Di particolare rilievo il convegno dedicato ad Hastings e sfociato poi nella pubblicazione, a cura del Caffè letterario Le Cicale Operose, degli <em>Atti del primo convegno di studio “Beatrice Hastings </em>in context<em>, alla ricerca del segno”</em> (Le Cicale Operose, Livorno, 17 aprile 2021).</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> L. Irigaray, <em>Sexes et parentés</em>, Les Éditions de Minuit, Paris 1987; <em>Sessi e genealogie</em>, tr. it. L. Muraro, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007 [1989], p. 30.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> L. Muraro, “Il concetto di genealogia femminile”, in Id., <em>Tre Lezioni sulla differenza sessuale e altri scritt</em>i, a cura di R. Fanciullacci, Orthotes Editrice, Napoli 2011, p. 39.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Ivi, pp. 42, 43.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> B. Hastings, <em>Sepolcri imbiancati</em>, a cura di M. Diotaiuti, trad. it. M. Cini, Terra d’ulivi edizioni, Lecce 2023; Id., <em>Whited Sepulchres</em>, originariamente pubblicato in otto capitoli su «The New Age» tra aprile e giugno del 1909.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> M. Diotaiuti, “Introduzione”, in M. Diotaiuti, F. Tortora (a cura di), <em>Beatrice Hastings. </em>in full revolt, Caffè letterario Le Cicale Operose, Livorno 2020, pp. 11-41:23.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> B. Hastings, “La donna come creditrice dello Stato”, in Id., <em>Woman’s Worst Enemy: Woman</em>, a cura di M. Diotaiuti, trad. it. C. Paolicchi, con testo a fronte, E. Alibrandi, Astarte Edizioni, Pisa 2022, pp. 84-91; Id., <em>Woman as State Creditor</em>, originariamente pubblicato su «The New Age», il 27 giugno 1908.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> B. Hastings, <em>Woman’s Worst…</em>, cit.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> B. Hastings, <em>La commedia delle fanciulle</em>, a cura di M. Diotaiuti, trad. it. R. Valli, Terra d’ulivi edizioni, Lecce 2025; Id., <em>The Maids’ Comedy</em>, originariamente pubblicato in dodici capitoli su «The New Age tra il novembre 1910 e il gennaio 1911.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> B. Hastings, “La donna come creditrice dello Stato”, cit., pp. 85, 89.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Ivi, pp. 84, 85.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Ivi, p. 87.</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> Per questo e altri aspetti del rapporto di BH con il femminismo del suo tempo si veda la monumentale biografia di S. Gray, <em>Beatrice Hastings: A Literary Life</em>, Penguin Books (South Africa), 2004, come anche E.M. Kingsley, “Beatrice Hastings and the War on Maternity”, in B. Johnson, E.J. Brown (a cura di), <em>Beatrice Hastings. </em><em>On the Life &amp; Work of a Lost Modern Master</em>, Pleiades Press &amp; Gulf Coast, University of Central Missouri, Warrensburg (MO)-University of Houston, Houston (TX) 2016, pp. 188-203. Si vedano inoltre M. Diotaiuti, F. Tortora (a cura di), <em>op. cit.</em>, nonché gli apparati critici contenuti in <em>Woman’s Worst…</em>, di M. Diotaiuti (“Introduzione”, pp. 7-26), S. Tarantino (“L’ascesa della donna contro la <em>tirannia</em> della più potente passione al mondo, pp. 107-122) e G. Bonu (“Postfazione. Il mondo prima di Beatrice Hastings”, pp. 123-141).</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> «Una scintillante chimera» (trad. mia), E.M. Kingsley, <em>op. cit.</em>, p. 199.</p>
<p><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> B. Hastings, “La donna come creditrice dello Stato”, cit., p. 89.</p>
<p><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> Cfr. S. de Beauvoir, <em>Le deuxième sexe</em>, Gallimard, Paris 1949.</p>
<p><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> B. Hastings, “La donna come creditrice dello Stato”, cit., pp. 86, 87.</p>
<p><a href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> Ivi, p. 89.</p>
<p><a href="#_ftnref20" name="_ftn20">[20]</a> Il riferimento è al racconto <em>The Baron of Grozwig</em>, contenuto in <em>Nicholas Nickleby </em>(1839), e al suo misogino protagonista.</p>
<p><a href="#_ftnref21" name="_ftn21">[21]</a> Si tenga conto, in questo senso, anche della felice inclinazione di BH per la parodia: tra il 1913 e il 1914, per esempio, scriverà imitazioni canzonatorie di Ezra Pound e dei futuristi, ma già nel travestimento quasi ludico e polifonico dei suoi diversi pseudonimi Hastings non di rado mima e porta a forzatura voci e linguaggi facilmente riconoscibili estremizzandone in maniera iperbolica registri e posizioni, come nel caso della “radicale” veemente Beatrice Tina o, successivamente, dell’“antifemminista” D. Triformis. Su questo aspetto cfr., per esempio, S. Stalter-Pace, “<em>The English Talent for Adopting</em>: Imitation, Translation, and Parody in Beatrice’s Hastings New Age Essays”, in B. Johnson, E.J. Brown (a cura di), <em>op. cit.</em>, pp. 204-218.</p>
<p><a href="#_ftnref22" name="_ftn22">[22]</a> Cfr. V. Woolf, “Professions for Women” (1931), in Id., <em>The Death of the Moth, and Other Essays</em>, Hogarth Press, London 1943.</p>
<p><a href="#_ftnref23" name="_ftn23">[23]</a> B. Hastings, <em>Sepolcri imbiancati</em>, cit., p. 71.</p>
<p><a href="#_ftnref24" name="_ftn24">[24]</a> Anche altri personaggi della <em>novella</em> hanno cognomi evocativi rispetto alle proprie caratteristiche, quali, per esempio, <em>Heck</em> (un’imprecazione colloquiale, come “diavolo!”, per l’irascibile e violento marito di Nan) o <em>Cattle</em> (“bestiame”, per il volgare spasimante).</p>
<p><a href="#_ftnref25" name="_ftn25">[25]</a> In italiano nel testo.</p>
<p><a href="#_ftnref26" name="_ftn26">[26]</a> B. Hastings, <em>Sepolcri imbiancati</em>, cit., p. 25.</p>
<p><a href="#_ftnref27" name="_ftn27">[27]</a> B. Hastings, <em>Favole femminili</em>, in M. Diotaiuti, F. Tortora (a cura di), <em>op. cit.</em>, pp. 218-231; Id., <em>Feminine Fables</em>, originariamente pubblicate su «The New Age» nel gennaio 1916.</p>
<p><a href="#_ftnref28" name="_ftn28">[28]</a> B. Hastings, <em>Sepolcri imbiancati</em>, cit., p. 28.</p>
<p><a href="#_ftnref29" name="_ftn29">[29]</a> B. Hastings, <em>Woman’s Worst…</em>, cit., p. 35, corsivo mio.</p>
<p><a href="#_ftnref30" name="_ftn30">[30]</a> Ivi, p. 43.</p>
<p><a href="#_ftnref31" name="_ftn31">[31]</a> Ivi, p. 37.</p>
<p><a href="#_ftnref32" name="_ftn32">[32]</a> Ivi, p. 31.</p>
<p><a href="#_ftnref33" name="_ftn33">[33]</a> Ivi, <em>passim</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref34" name="_ftn34">[34]</a> Ivi, p. 73.</p>
<p><a href="#_ftnref35" name="_ftn35">[35]</a> Ivi, p. 65.</p>
<p><a href="#_ftnref36" name="_ftn36">[36]</a> Ivi, p. 51.</p>
<p><a href="#_ftnref37" name="_ftn37">[37]</a> Ivi, pp. 46, 47.</p>
<p><a href="#_ftnref38" name="_ftn38">[38]</a> Ivi, p. 61.</p>
<p><a href="#_ftnref39" name="_ftn39">[39]</a> Tra le sue molte relazioni amorose si annoverano quelle con Katherine Mansfield e Amedeo Modigliani.</p>
<p><a href="#_ftnref40" name="_ftn40">[40]</a> B. Hastings, <em>Woman’s Worst…</em>, cit., p. 37.</p>
<p><a href="#_ftnref41" name="_ftn41">[41]</a> Ivi., p. 33.</p>
<p><a href="#_ftnref42" name="_ftn42">[42]</a> Ivi, p. 47.</p>
<p><a href="#_ftnref43" name="_ftn43">[43]</a> Si consideri, peraltro, che il <em>The New Age</em> conteneva una colonna intitolata proprio “Pastiche”, in cui si pubblicavano imitazioni parodiche di vari autori. Cfr. S. Stalter-Pace, <em>op. cit. </em></p>
<p><a href="#_ftnref44" name="_ftn44">[44]</a> B. Hastings, <em>La commedia delle fanciulle</em>, cit., p. 31</p>
<p><a href="#_ftnref45" name="_ftn45">[45]</a> M. Diotaiuti, “La crociata della bellezza di Beatrice Hastings”, in B. Hastings, <em>La commedia delle fanciulle</em>, cit., pp. 5-26. Sappiamo inoltre che BH conosceva Boccaccio: cfr. M. Diotaiuti, F. Tortora (a cura di), <em>op. cit.</em>, pp. 225-226.</p>
<p><a href="#_ftnref46" name="_ftn46">[46]</a> In questa luce, risulta interessante la scelta da parte di BH del suo terzo nome di battesimo, quasi a voler rivendicare direttamente per sé stessa un’identità in trasformazione, dal tradizionale ruolo passivo della <em>beatrix</em> per l’uomo a quello femminile attivo/attivista.</p>
<p><a href="#_ftnref47" name="_ftn47">[47]</a> È curioso notare come nel numero del <em>The New Age</em> in cui esce la prima parte della <em>Commedia</em> vi fosse un articolo dedicato a Villiers de l’Isle-Adam, autore, tra le altre opere, di <em>Eva futura</em>, romanzo fantascientifico (o meglio, distopico, almeno per le lettrici) del 1886. Qui, uno scienziato crea un’androide pensata per sostituire e perfezionare una donna in carne e ossa secondo un modello di femminilità tradizionale, maschilista e retrogrado. Dunque, per tornare ai nostri palinsesti genettiani, troviamo forse nel cognome De Villiers, magari proprio suggerito a BH dalla lettura dell’articolo coevo, un’allusione intertestuale in chiave ironica, con fare tipicamente modernista, proprio a <em>Eva futura</em>, di cui la <em>Commedia</em>, col suo orizzonte femminista, rappresenta un rovesciamento ideale.</p>
<p><a href="#_ftnref48" name="_ftn48">[48]</a> L. Muraro, <em>op. cit.</em>, p. 44.</p>
<p><a href="#_ftnref49" name="_ftn49">[49]</a> <em>Ibid.</em></p>
<p><a href="#_ftnref50" name="_ftn50">[50]</a> Ivi, p. 45.</p>
<p><a href="#_ftnref51" name="_ftn51">[51]</a> B. Hastings, <em>La commedia delle fanciulle</em>, cit., p. 131</p>
<p><a href="#_ftnref52" name="_ftn52">[52]</a> Lo racconterà mirabilmente Marco Ferreri ne <em>La donna scimmia</em> (1964), con la sua critica feroce all’istituzione matrimoniale secondo l’<em>homo oeconomicus</em>. A ispirare il film fu il caso della messicana Julia Pastrana, artista <em>freak</em> molto nota nell’Ottocento come “la ragazza scimmia” a causa della sua ipertricosi; e chissà che anche BH non avesse in mente, nello scrivere di Dota, la stessa triste stessa vicenda di Pastrana, ben conosciuta in Europa e in Inghilterra.</p>
<p><a href="#_ftnref53" name="_ftn53">[53]</a> B. Hastings, <em>La commedia delle fanciulle</em>, cit., p. 95.</p>
<p><a href="#_ftnref54" name="_ftn54">[54]</a> Ivi, p. 131</p>
<p><a href="#_ftnref55" name="_ftn55">[55]</a> Cfr. <em>supra</em>, n. 16.</p>
<p><a href="#_ftnref56" name="_ftn56">[56]</a> B. Hastings, <em>La commedia delle fanciulle</em>, cit., pp. 145-146.</p>
<p><a href="#_ftnref57" name="_ftn57">[57]</a> Ivi, p. 146. Si consideri che “Pagan” era stato, significativamente, il primo tra i nomi di penna usati da BH.</p>
<p><a href="#_ftnref58" name="_ftn58">[58]</a> Ivi, p. 113.</p>
<p><a href="#_ftnref59" name="_ftn59">[59]</a> Ivi, pp. 104-105.</p>
<p><a href="#_ftnref60" name="_ftn60">[60]</a> B. Hastings, <em>La commedia delle fanciulle</em>, cit., p. 105.</p>
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		<title>L’artista e la poetessa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Avalle]]></category>
		<category><![CDATA[Helma Maessen]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Romano A. Fiocchi </strong> <br />
Questa è una storia vera che merita di essere raccontata. Siamo nella seconda metà degli anni Sessanta. Due giovani, un ragazzo e una ragazza, si incontrano per la prima volta in Inghilterra, poi si ritrovano in Olanda. Lui si chiama Filippo Avalle, lei si chiama Helma Maessen.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">di <b>Romano A. Fiocchi</b></span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><i>Helma Maessen. Attraverso le sue poesie</i></span><span style="color: #000000;">, Collezione Libri d’Arte Casa Museo, 2025.</span></span></span></p>
<p><figure id="attachment_120617" aria-describedby="caption-attachment-120617" style="width: 2528px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120617" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina.jpg" alt="" width="2528" height="1816" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina.jpg 2528w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-300x216.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-1024x736.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-768x552.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-1536x1103.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-2048x1471.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-585x420.jpg 585w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-150x108.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-696x500.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-1068x767.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-1920x1379.jpg 1920w" sizes="(max-width: 2528px) 100vw, 2528px" /><figcaption id="caption-attachment-120617" class="wp-caption-text">Helma Maessen &#8211; copertina</figcaption></figure></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Questa è una storia vera che merita di essere raccontata. Siamo nella seconda metà degli anni Sessanta. Due giovani, un ragazzo e una ragazza, si incontrano per la prima volta in Inghilterra, poi si ritrovano in Olanda. Lui si chiama </span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.filippoavalle.it/" target="_blank" rel="noopener">Filippo Avalle</a></u></span><span style="color: #000000;">, è nato da padre italiano e da madre svizzera nei pressi di Ginevra, nel 1947. Alle spalle ha un percorso di studi artistici sino all’Accademia Albertina di Torino. Lei si chiama Helma Maessen, nata nel 1946, è una poetessa ma non sa ancora di esserlo. È di nazionalità olandese. Insieme, in sella a una moto, visitano musei in Germania, Francia, Paesi Bassi. Si sposano e si stabiliscono a Torino. Avalle organizza mostre personali e collettive, passa dalle opere polimateriche all’impiego del metacrilato, meglio noto come plexiglass.</span></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Con la piccola figlia Saskia vanno ad abitare a Milano, dove Avalle entra in contatto con l’ambiente culturale della città, firma un manifesto artistico con il filosofo Giovanni Bottiroli, espone nella galleria di Philippe Daverio e Paolo Baldacci. La sua opera </span><span style="color: #000000;"><i>Incendio al Beaubourg</i></span><span style="color: #000000;"> va in trasferta per un anno e mezzo al Lehmbruck Museum di Duisburg. Negli anni Ottanta, dopo un soggiorno in Canada, la famiglia si trasferisce nella casa-studio di Brienno, sul lago di Como. Qui nascerà il figlio Jacopo Zeno. Intanto Avalle approfondisce la sua ricerca sul metacrilato, inventa gli ‘olotratti’, realizza su committenza quello di Ezra Pound per l’editore Vanni Scheiwiller. Parallelamente coltiva l’architettura, l’illuminotecnica e il design, collaborando con aziende, gallerie e musei. Per quasi vent’anni affianca anche l’attività di docente presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.</span></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Helma si dedica invece all’insegnamento delle lingue e alla traduzione, collabora a cataloghi e a presentazioni di mostre, è consulente e musa del marito. Nonostante si sia da sempre occupata di parole, solo in età avanzata incomincia a scrivere versi. Sono poesie di ‘scrittura speculare’, ora in neerlandese con traduzione italiana, ora viceversa. Una lingua è sempre specchio dell’altra. Helma le ama entrambe: la prima perché lingua del Paese nativo, mai dimenticato, l’altra perché lingua del Paese scelto per amore. Nei primi anni Duemila incomincia a pubblicare varie raccolte poetiche: </span><i>Scrittura speculare/Spiegelschrift</i> (2004), <i>Riprese di interni ed esterni/Binnen en buitenopnamen</i> (Galleria Il Salotto, 2005), <i>Rifrazioni di luce/Brekend licht</i> (Mobydick, 2009), <i>Punti di fuga</i>/<i>Verdwijnpunten</i> (LietoColle, 2016). Ha problemi agli occhi, la malattia degenera fino alla cecità. Avalle passa allora a incidere più profondamente le lastre di metacrilato per renderle leggibili ai polpastrelli di Helma, come una sorta di arte Braille. Poi avviene l’irreparabile: nel 2024 Helma Maessen si spegne.</span></span></p>
<p><figure id="attachment_120619" aria-describedby="caption-attachment-120619" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" wp-image-120619" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-scaled.jpg" alt="" width="300" height="330" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-scaled.jpg 2331w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-273x300.jpg 273w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-933x1024.jpg 933w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-768x843.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-1399x1536.jpg 1399w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-1865x2048.jpg 1865w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-383x420.jpg 383w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-150x165.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-300x329.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-696x764.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-1068x1173.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-1920x2108.jpg 1920w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-120619" class="wp-caption-text"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">Filippo Avalle alla Libreria Cardano (2026) – foto scattata da me</span></span></span></figcaption></figure></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia la storia non si ferma qui. Filippo Avalle pubblica un libro interamente dedicato a lei: <i>Helma Maessen. Attraverso le sue poesie</i>. È un libro bellissimo. Copertina cartonata a colori, 118 pagine di carta vergata, esce in 350 esemplari edito dalla Collezione Libri d’Arte Casa Museo, Brienno. In prima di copertina è riprodotto un particolare dell’opera <i>Helma del labirinto mio</i>, in quarta l’interpretazione grafica della lirica <i>Non era il caso</i>. All’interno ci sono ventisei poesie ‘speculari’ italiano-neerlandese tratte dalle ultime due raccolte di Helma Maessen. Si alternano ovviamente a una quarantina di riproduzioni di opere di Avalle, tra dipinti, disegni, schizzi, particolari di grandi opere, tavole di manoscritti, tutti su materiali vari tra cui l’immancabile metacrilato. Ma la cosa più suggestiva sono i contributi di trentatré amici di famiglia di varia nazionalità, per lo più artisti, intellettuali, insegnanti. Sono ricordi di lei, delle sue poesie, dipinti, ritratti, fotografie. Avalle ha dato spazio a chiunque volesse dedicarle qualcosa. Ne esce un macroritratto della poetessa italo-olandese fatto di frammenti di esistenza, dove tutto è retto dalla simbiosi umana e artistica tra lei e il compagno di una vita. Lo testimonia un appunto emblematico della stessa Helma: «Filippo-io, controcanto, sì; dialogo con stimoli; poesie nate da opere, opere nate da poesie».</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Come ho conosciuto questa storia. È stato il caso fortuito di trovarmi alla presentazione del libro <i>Helma Maessen </i>organizzata presso la Libreria Cardano di Pavia, nell’aprile scorso. Le storie belle esistono ancora e sono sotto i nostri occhi più di quanto possiamo credere. La casa-studio di Brienno è intanto diventata una Casa Museo visitabile su appuntamento. Anche questa è una bella storia che continua.</span></span></p>
<p><figure id="attachment_120618" aria-describedby="caption-attachment-120618" style="width: 816px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120618" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973.jpg" alt="" width="816" height="612" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973.jpg 816w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 816px) 100vw, 816px" /><figcaption id="caption-attachment-120618" class="wp-caption-text"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">Helma Maessen e Filippo Avalle (1973) – foto estratta dal libro </span><span style="font-size: small;"><i>Helma Maessen</i></span></span></span></figcaption></figure></p>
<p class="western" align="justify"><em><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Due liriche ‘speculari’ di Helma Maessen:</span></span></em></p>
<blockquote>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Il bosco sacro</b></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Verrà il momento in cui la casa risuonerà vuota</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">quando le scavatrici avanzeranno</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">un martello perforerà la roccia, e gli alberi</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">piangeranno, a terra</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">camere nude osservano impotenti</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">il mondo materiale scatenarsi là dove</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">nel bosco regnava un silenzio solenne</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">ammutolita la natura, non dice una parola</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">così come noi</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">quando lasceremo</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">quel che non si può trasferire</span></span></p>
<p align="justify">.</p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Het gewijde bos</b></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Straks zal het huis leeg zijn, hol klinken</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">als graafmachines oprukken</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">een drilboor in de rots dringt</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">bomen uithuilen op de grond</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">naakte kamers zien machteloos toe</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">hoe werelds woelen tekeer gaat</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">in het bos waar een gewijde stilte hing</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">verstomd zwijgt de natuur in alle talen</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">evenals wij</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">als we achterlaten</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">wat niet verplaatsbaar is</span></span></p>
<p align="justify">.</p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Una mano d’artista</b></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Nella mia immaginazione</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">saltai nella sua mano</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">dove lui mi osservò attento</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">prima di venir incisa senza provare dolore</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">su lastre trasparenti</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">felice ero di essere immersa</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">in bagni di meravigliosi colori</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">che divennero i miei.</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">e lui mi costruì</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">in spazi con luminose prospettive</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">per giorni futuri</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">lì vissi tante vite</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">guarda…</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">non ho che parole per raccontare</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">ascolta…</span></span></p>
<p align="justify">.</p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Een kunstenaarshand</b></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">In mijn verbeelding</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">sprong ik in zijn hand</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">waar hij me aandachtig observeerde voordat ik</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">zonder pijn te voelen</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">in transparante platen werd geëtst</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">vreugdevol liet ik me onderdompelen in verfba-</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">den met prachtige kleuren</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">die de mijne werden, hij bouwde me op</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">in ruimtes met lichtperspectieven voor dagen die gingen komen</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">vele levens leefde ik er</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">kijk…</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">slechts woorden heb ik om te vertellen</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">luister…</span></span></p>
<p align="justify">
</blockquote>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Les nouveaux réalistes: Francesco Forlani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 05:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[banllieue]]></category>
		<category><![CDATA[diego armando maradona]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Francesco Forlani</b> <br />E accade che perfino ai più pavidi baleni l'idea in grado di ribaltare il risultato, di rompere le catene della fatalità, del destino che non ammette eccezioni, con un semplice gesto, una parola che trasforma le cose da come stanno in come potrebbero andare altrimenti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="x6s0dn4 x3nfvp2 xl56j7k"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120532" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n.jpg" alt="" width="1200" height="800" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n-1068x712.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></div>
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<div dir="auto" style="text-align: center;"><strong>Autres directions</strong></div>
<div dir="auto" style="text-align: center;">di</div>
<div dir="auto" style="text-align: center;"><strong>Francesco Forlani</strong></div>
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<div dir="auto">La banlieue non esisterebbe se non ci fossero treni e per ogni variazione, gradazione di periferia ne esiste un solo tipo di convoglio in grado di rompere la barriera del &#8220;sono&#8221; che separa il centro dal resto del mondo. Soltanto in quella banda larga di case popolari e massa scorgi il cartello &#8220;autres directions&#8221; quasi a rivendicare un diritto all&#8217;ascensore sociale, guasto da tempo immemorabile, il solo in grado di farti superare il determinismo sociale che il mondo ti incolla con un post-it sulla fronte per rendere ben conoscibile il verdetto: pauvres. La linea Paris St.Lazare- Mantes la Jolie, per esempio, è un treno che si snoda attraverso milioni di destini intrappolati in eterna transumanza, nomadismo coatto che ti fa macinare chilometri senza spostare di un centimetro il destino dal punto di partenza. Ecco perchè, se è possibile, se gli orari te lo permettono, ti becchi un transilien che almeno ti scarica all&#8217;inferno senza troppi preamboli. O in paradiso.</div>
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<div dir="auto">Come quella volta che di ritorno alla capitale in orario più serale che pomeridiano, m&#8217;ero imbracciato una copia di Repubblica dietro alla quale potere scomparire senza che alcuna Ligue, nessun parentato o gerarchia pretendesse di sapere dove fosse finito un desaparecido uguale a un milione d&#8217;altri penultimi bloccati nel gran giro di giostra. Una fermata dopo, a Mantes, che non era più jolie erano saliti in cinque, caïd di quel quartiere Le Val Fourré che nel 1991 s&#8217;era incendiato dopo un grave caso di violenza poliziesca. Un collega che veniva da li&#8217; mi aveva raccontato che una notte ci fu una sparatoria tra un abitante della Rue Camus e una famiglia della Rue Sartre &#8211; forse qui la memoria mi gioca brutti scherzi sui nomi- e proprio a causa di quell&#8217;enorme rivolta Il 26 septembre 1992 fu decisa la demolizione delle &#8220;quatre tours des Écrivains. E già, perché gli urbanisti che alla fine degli anni settanta s&#8217;erano inventati il sogno della cité avevano dato alle strade i nomi degli intellettuali e degli artisti.</div>
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<div dir="auto">Prima che treno facesse il suo stop a Mantes, era salito con me un ragazzino di tredici anni, ben vestito, ben educato che nonostante gli scompartimenti fossero alquanto deserti mi chiese di potersi sedere vicino, in quel comparto generalmente un poco sopraelevato dove in sedute da quattro il &#8220;passegggiere&#8221; può per il tempo del tragitto appartarsi dall&#8217;open space delle distese di sedili sui due piani del vagone. Così quando i cinque erano saliti a bordo, senza chiedere alcunché e malgrado la desertitudine del treno s&#8217;erano messi a sedere esattamente dove eravamo noi; tre a sinistra e due a destra, di fatto chiudendoci ogni via d&#8217;uscita, ogni spazio libero dal finestrino a cui avevo incollato una guancia per chiudere gli occhi al corridoio.</div>
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<div dir="auto">I minuti che erano seguiti parevano non finire mai e per quanto mi avessero lasciato fuori dalla rappresaglia affibbiandomi il solo ma insostenibile ruolo di testimone, ogni volta che s&#8217;inventavano un&#8217;angheria ai danni dell&#8217;innocente &#8211; perché si può essere borghesi e insieme innocenti- provavo un dolore fisico oltre che mentale che di fatto mi trascinava al centro dell&#8217;arena. La cosa che mi aveva colpito di più era che la loro rappresaglia si avvaleva degli stessi codici di coloro che ritenevano essere i propri persecutori. &#8211; Caccia i documenti! gli aveva sibilato il più grande di loro, probabilmente il capo della banda e il ragazzino aveva eseguito l&#8217;ordine come se a darlo fosse stato un poliziotto. -Palliduccio eh! aveva sentenziato un altro digrignando i denti e facendo ridere gli altri, tutti gli altri tranne me e il ragazzino. Io ero dietro al mio giornale che mi aderiva al volto come il sudario al Cristo velato della Cappella San Severo.</div>
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<div dir="auto">Non ho mai avuto nè la stazza nè lo stato mentale del guerriero e dunque ero ben consapevole che la paura che mi attraversava lo spirito, questa volta, non era un riflesso della paura del giovane compagno di viaggio che mi aveva chiesto protezione come un tempo i contadini facevano con il proprio signore; quella paura era tutta mia.</div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Dopo i documenti era stata la volta dello zainetto che si passavano di mano in mano trattenendolo a sé quando l&#8217;altro- assai timidamente invero- tentava di riacciuffarlo. Mi ricordava quell&#8217;azione detta del torello per cui un calciatore rimane nel mezzo di una cerchia a tentare di intercettare un passaggio che quelli che gli stanno intorno, con finte e risa vere, si fanno l&#8217;uno con gli altri.</div>
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<div dir="auto">E accade che perfino ai più pavidi baleni l&#8217;idea in grado di ribaltare il risultato, di rompere le catene della fatalità, del destino che non ammette eccezioni, con un semplice gesto, una parola che trasforma le cose da come stanno in come potrebbero andare altrimenti.</div>
<div dir="auto">Con un gesto secco e una parola ferma e decisa avevo chiuso di botto il giornale per attaccare senza fronzoli il discorso.</div>
<div dir="auto">&#8211; Eggià! Perché voi mica c&#8217;eravate a Napoli il 29 aprile del &#8217;90. Voi, Diego Armando Maradona, lo avete visto solo in tivvù. Io no, io c&#8217;ero e ho le prove.</div>
<div dir="auto"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120536" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1.jpg" alt="" width="2560" height="1250" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-300x146.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-1024x500.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-768x375.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-1536x750.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-2048x1000.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-860x420.jpg 860w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-150x73.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-696x340.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-1068x521.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-1920x938.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-533x261.jpg 533w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></div>
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<div dir="auto">A partire da quel momento avevo cominciato a raccontare ogni dettaglio della grande festa che per tutto il mese di maggio aveva dipinto d&#8217;azzurro mare e cielo di Napoli mare e cielo che azzurri da tempo non lo erano stati più. Delle scene di cui ero stato testimone percorrendo la città in lungo e in largo insieme ai compagni d&#8217;università e di vita bruciata nelle settimane delle occupazioni della Pantera. Ogni singola scritta, da quella del cimitero: <em>non sapete che vi siete persi</em>, a quella ancora più definitiva: <em>Marado&#8217; ssi meje e &#8216;o raù e mammà</em>. E poi ogni singola azione, di tacco, di punta, spalla testa, alla Don Lurio, e ogni gol mimato ad arte, marchiato a fuoco nella memoria poetica come quelle vignette nell&#8217;Almanacco del Calcio che ritraevano tutti i gol più spettacolari dell&#8217;anno, con le frecce, le corse sulle fasce e la faccia attonita e glaciale dei portieri. A un certo punto, facendomi aiutare dal giovane assistente che a quel punto non ci credeva affatto di essere stato tirato su dal fossato in cui era caduto, li avevo schierati in barriera per rifare la leggendaria punizione in area juventina in cui il Pibe de oro sfidando ogni legge della fisica l&#8217;aveva infilata nella <em>lucarne</em> con buona pace degli Agnelli a cui il lupo, per una volta, era riuscito a fare la pelle.</div>
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<div dir="auto">Quando la voce del capotreno fino ad allora rimasta silenziosa aveva annunciato che saremmo entrati nella Gare Saint Lazare, il giovane si erà già catapultato sulle porte non senza avermi prima ringraziato, prendendo le mie mani tra le sue. I Caïd, invece, avevano preso tutto il loro tempo. Il racconto, la Belle Époque del Santo Lazzaro li aveva sottratti per un&#8217;ora al sonnambulismo violento in cui la storia li aveva relegati lasciando che almeno per una sera la Leggenda, il<em> Te Diegum</em> facesse capolino nell&#8217;anfratto di tempo sospeso del mondo che solo il Mito si gode alla faccia di tutti noi, lazzari ma salvi, in un viaggio senza fine.</div>
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		<title>Provare a capire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[T.T.]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>T.T.</strong><br />
Il fatto è questo: non c'è nessuna storia se non quella di un silenzio. Non parlare, non ricordare, non tramandare. Arrivando in Italia mio padre ha tentato di ricostruirsi, di essere altro, di dimenticare]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-120092" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi.jpg" alt="" width="1472" height="808" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi.jpg 1472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-300x165.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-1024x562.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-768x422.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-765x420.jpg 765w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-150x82.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-696x382.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-1068x586.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1472px) 100vw, 1472px" /></p>
<p>di <strong class="gmail_sendername" dir="auto">T.T.</strong></p>
<p>Il fatto è questo: non c&#8217;è nessuna storia se non quella di un silenzio. Non parlare, non ricordare, non tramandare. Arrivando in Italia mio padre ha tentato di ricostruirsi, di essere altro, di dimenticare. Sono nato nel solco di questa amnesia, uno spazio nuovo e salvifico in cui semplicemente poter cominciare da capo. Così questa stanza bianca, appena intonacata e ridipinta è stata coperta e agghindata da pezzi sparsi, frammenti e stracci appesi alle pareti: qualche parola in libanese, alcune immagini familiari, i sapori della cucina mediorientale e poco più. Sono coperture, pezzi di un tutto che manca all’appello, superfici senza sostanza, cocci che uniti insieme non producono senso, ma nascondono – questa è la loro funzione – un passato che mi è stato lasciato in eredità.</p>
<p>Non parlo arabo, non sono arabo; non sono libanese, non mi sento libanese. Il seme di mio padre nel ventre di mia madre, un innesto.</p>
<p>Eppure ci sono memorie e forme che non possono essere offuscate. Nei gesti, nei sospiri, nei non detti, in ciò che non ci si rende conto di fare o agire, probabilmente si stratificano e si miscelano storie implicite e somatiche, millenarie, contatti tra corpi, carezze e aggressioni, ricordi trasmessi che hanno la forma della sensazione. Così insieme al precetto che imponeva di non chiedere, non nominare, non toccare, e di negare, è passato qualcosa di tattile e sordo, silente e non rappresentabile, ruvido e materico come la pietra. Non basta imbiancare le pareti, non è sufficiente fingere che nulla sia accaduto, ortopedizzare le memorie svuotandole di profondità. Se qualcosa esiste, ritorna.</p>
<p>Luglio 2025. I miei erano alla stazione Termini, sul finire di una vacanza romana. In attesa, nel caos ferroviario, un grosso tonfo, probabilmente una valigia caduta a terra, attira l’attenzione dei viaggiatori. Mio padre (diamogli un nome, il suo nome, qualcosa che non può cancellare), Rami, inizia a correre a più non posso, mentre mia madre (diamole un nome, il suo nome, che costituisce a sua volta una storia e un’eredità, che al momento non è il caso di disturbare), Cristina, cerca di stargli appresso, chiamandolo preoccupata. Rami sale sul primo vagone del treno che gli capita a tiro, è visibilmente agitato, fuori di sé. Si siede affannato e si addormenta. A poco sono serviti i tentativi di mia madre di ottenere una spiegazione.</p>
<p>L’accaduto mi viene raccontato il giorno successivo, a casa, mentre Rami riposa a letto. È supino, smagliato, con le mani conserte sul petto brizzolato; il sole pomeridiano illumina la sottile ricrescita del cranio liscio. Mi guarda sereno, circondato dal candore delle lenzuola appena sfatte. Non ascolta ciò che mia madre, seduta poco più in là, sul bordo del materasso, cerca di descrivere.</p>
<p>Non ascolta o non sente. È sempre stato un mistero per me. È parzialmente sordo, forse per una semplice degenerazione genetica, forse a causa di una bomba, esplosagli quarant’anni prima a pochi metri di distanza. Nessuna spiegazione attendibile, nessun senso, solo pezzi sparsi. Coprire il vuoto con stralci di ricordi e non guardarlo, evitarlo. È una sordità che grida di voler essere lasciata in pace, dimenticata.</p>
<p>Cade il silenzio. Le valigie del viaggio sono ancora sparse per la stanza, testimoni di quanto è accaduto. Senza nemmeno rendersene conto Rami prende parola. Non gli era mai successo qualcosa di simile dice, se non qualche mese prima in aeroporto. Era seduto sulle poltroncine d’attesa del gate, quando ha notato un tizio che correva trafelato. Immediatamente si è buttato a terra, stringendo gli occhi e coprendosi la testa. Solo dopo si è accorto che era un semplice turista in ritardo per il volo di ritorno. Cos’è successo? Nessuna spiegazione, nessun senso. Pezzi sparsi.</p>
<p>Mettere assieme i pezzi, invano tentare di chiudere il puzzle. Perché erano a Roma? In vacanza dicevo, ma non una vacanza qualsiasi. Era un ritrovo, una rimpatriata, con un amico di gioventù, che non vedeva da almeno 20 anni. Charbel Karam, diamogli un nome e un cognome, compagno fraterno di Rami nell’infernale Beirut degli anni ’80. A differenza di mio padre ha scelto il Canada come meta di espatrio, trovando lì fortuna e una moglie di origini calabresi. Una vacanza in Italia, ha pensato allora Charbel, per rivedere un amico, con lui ricordare, con lui forse dimenticare. Ciascuno però dimentica a modo proprio, i pezzi sparsi rischiano di non rimanere così isolati, di sfiorarsi, innescare connessioni: non ricordare, non guardare, non tramandare.</p>
<p>Charbel era presente quando scoppiò quella famosa bomba che forse, e dico forse perché “non si sa”, e dico forse perché è solo un pezzo sparso, ha innescato l’ipoacusia di mio padre. È una storia che so, ma che sono convinto di non aver mai sentito uscire da nessuna bocca. È qualcosa che ho scritto addosso, proprietà del mio essere innesto, inciso tra i tessuti dei muscoli, irrimediabilmente parte di me. La conosco non essendoci stato, non avendo mai saputo, non avendola vissuta, sempre presente e sempre assente, materia invisibile che fa da sfondo ad ogni interpretazione delle azioni di mio papà.</p>
<p>La storia in questione vuole che Rami, Charbel e un terzo amico, diamogli il suo nome, Jean, fossero per le strade di Beirut, a fine serata, pronti per tornare a casa. Cade una bomba. Un’auto esplode. Jean viene travolto, mentre Charbel e Rami, sufficientemente distanti dalla zona di impatto ne escono intatti seppur frastornati. I due trasportano il terzo amico in ospedale. Jean viene salvato. Lieto fine. La storia si ferma qui, stop. Pezzo staccato e isolato. Non farsi altre domande, andare avanti.</p>
<p>C’è una seconda inedita versione dei fatti. Esce direttamente dalla bocca di mio padre, sdraiato sul letto, proprio dopo gli eventi di Roma, ancora circondato dalle valigie del viaggio. La racconta a me e mia madre come se non l’avessimo implicitamente incamerata, senza averla mai nemmeno sentita. Rami, Charbel, Jean e un quarto amico, a cui non darò un nome perché non c’è più un nome, sono per le strade di Beirut, precisamente ad Achrafieh, quartiere storicamente maronita della città. Giocano a basket assieme, evitano il dramma della guerra, cazzeggiano e si danno manforte, sono amici in un mondo in piena rovina. Dal cielo una bomba impatta direttamente sul quarto amico, di cui non dirò il nome perché non c’è un nome, perché non c’è mai stato modo di nominarlo e pensarlo, non c’è mai stato e se c’è stato è stato polverizzato, cancellato, muro bianco. Rami non pensa, non capisce. Si volta e corre fino a casa senza mai fermarsi, chilometri e chilometri in direzione Nord-Est, tra strade e vicoli, chilometri senza sosta, non provando alcuna sensazione, alcuna emozione, gambe da cestista veloci su per le scale, gradini a due a due, fino al terzo piano, dove entra in casa e annuncia a chi è presente: “non so se qualcuno è ancora vivo”.</p>
<p>Ha poi scoperto dopo che Charbel era uscito incolume dall’esplosione, mentre Jean era gravemente ferito. Rami non ha salvato nessuno. Qualcuno, di cui non dirò il nome, è morto.</p>
<p>Mio padre tace, ha gli occhi vivi di un adolescente, brillano e si interrogano senza saperlo, mentre il pomeriggio si avvia verso sera. Durante la cena, per la prima volta da quando esisto, papà racconta della sua infanzia. Storie spensierate, tra piante di melograno e corse nei prati. Storie per non pensare. Mangiamo tabbouleh e manousheh di kishik e zaatar, lo facciamo da sempre.</p>
<p>Il giorno dopo sono in auto per le vie del centro. Un vecchio marocchino si getta in strada per attraversare; inchiodo. Mi sorride e con un cenno si scusa. Lo guardo attentamente mentre si allontana svelto. Ha le stesse fitte borse sotto gli occhi che aveva mio nonno Ibrahim; baffi spessi e grigi, carnagione color cuoio, un certo modo di tendere le gambe nel passo.</p>
<p>Scoppio a piangere.</p>
<p>Sento un vento polveroso e violento soffiare dietro di me, il colpo di un’onda d’urto che non ho mai esperito. Qual è il mio ruolo ora?</p>
<p><strong>(Immagine: <em>Da sinistra a destra: Rami, Jean, Charbel e basta</em>)</strong></p>
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		<title>La parola prodromi</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 05:00:31 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[davide rigiani]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Rigiani</strong><br />
Ecco una storia ispirata a fatti che mi sono realmente accaduti. È una cosa ambientata nel mondo della sanità italiana, quindi è comunque un po’ fantasy]]></description>
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<p>di <strong>Davide Rigiani</strong></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="678" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1024x678.jpg" alt="" class="wp-image-120345" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1024x678.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-768x509.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1536x1017.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-2048x1356.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-634x420.jpg 634w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-150x99.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-696x461.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1068x707.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1920x1272.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/ds_30-1795490/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4842049">Dmitriy</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4842049">Pixabay</a></figcaption></figure>



<p class="dropcapp2">Ecco una storia ispirata a fatti che mi sono realmente accaduti. È una cosa ambientata nel mondo della sanità italiana, quindi è comunque un po’ fantasy.</p>



<p>Sono svenuto due volte, nel giro di pochi giorni, tra Natale e Capodanno. Una volta, passi. La pressione bassa, mangiato poco. Chi lo sa. Ma due. Mia moglie esige che io vada dal medico di base. Anche io penso che sarebbe il caso, però non ci voglio andare. Ho paura che mi trovino qualcosa. O che mi prescrivano delle terapie, o degli esercizi che poi mi toccherebbe pure fare. E poi perché anche solo cercare la tessera sanitaria, prendere e andare, trovare il posto, capire a chi tocca, spiegare, stare a sentire: io non ne ho voglia. Variazioni di questo approccio alle cose definiscono il mio rapporto con il mondo. Ma se mia moglie esige, esige. Andiamo dal medico di base.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">A Rocchetta di Vara, settecento abitanti, in Val di Vara, in provincia di La Spezia, niente medici di base. I medici di Rocchetta sono due ma seguono già il numero massimo di pazienti. Ci siamo trasferiti qua da circa un anno. Prima abitavamo a Sarzana. Là ero seguito da un medico che andava per i novecento anni e riceveva al pianoterra di un palazzo dalle parti del Conad. Online i suoi orari, il numero di telefono e l’indirizzo dell’ambulatorio non erano aggiornati, per stanarlo bisognava andare al vecchio indirizzo, trovare su una bacheca zeppa di bigliettini quello con l’indirizzo nuovo, risolvere gli indovinelli della Sfinge e poi una caccia al tesoro. Oltretutto l’ambulatorio da fuori era mimetizzato da ristorante di pesce, uno non l’avrebbe mai detto. Dentro era minuscolo e condiviso da vari dottori. Macchinari medici parcheggiati dove c’era spazio. Si attendeva il proprio turno in mezzo a ecografi rotellati e altri apparecchi misteriosi. Sembrava uno studio medico fatto con i pezzi avanzati da altri studi, come un’automobile costruita con i pezzi di ricambio.</p>



<p>A ogni modo questo signore, il quale una volta non fu in grado di aprire i file di una tac che egli stesso mi aveva prescritto, se n’è andato in pensione esattamente quando abbiamo traslocato. E quindi eccomi qua, a Rocchetta, settecento abitanti, due svenimenti, zero medici di base.</p>



<p>Dice: nei paesini piccoli di montagna può succedere: cerca un altro dottore a Sarzana. Anche a Sarzana niente medici di base. Ce n’è uno in un comune ancora un po’ più in là, piuttosto fuori mano. All’Anagrafe Sanitaria un impiegato logorato dalla sanità lascia intendere che, se questo medico è l’unico che ha ancora posto, un motivo ci sarà. Decidiamo di lasciar perdere.</p>



<p>Che milioni di italiani siano in questa situazione è cosa nota. Il motivo, a volerlo indagare, va indagato in un groviglio politicoamministrativo oramai impossibile da sciogliere, il quale può essere interessante quanto ti pare, ma io però sono svenuto due volte per davvero, sono qua e sono un po’ preoccupato. Che si fa? Si fa che a Rocchetta di Vara c’è l’ambulatorio medico di prossimità. L’hanno organizzato apposta per far fronte a tutta questa faccenda.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Una volta alla settimana, dalle alle, nel tal posto, è disponibile questo ambulatorio per i cittadini senza medico di base. Si va su appuntamento. Ovviamente io, all’ambulatorio medico di prossimità, non ci voglio andare. Ho un metodo per persuadermi a fare le cose che non voglio fare. Ce l’ho fin dall’adolescenza, ma è praticabile solo se si vuole scrivere. Mi dico che è tutta materia da romanzo. Le esperienze spiacevoli che nella vita tocca affrontare: materia da romanzo. Vado, le affronto, prendo qualche appunto, rimugino e filosofeggio. In seguito magari ci scriverò qualcosa. Soprattutto, così facendo, mi trasformo in un osservatore esterno della mia vita, e queste cose spiacevoli è come se capitassero a un altro.</p>



<p>E funziona? Macché. Assolutamente no. Se vado all’ambulatorio medico di prossimità è solo perché mia moglie esige.</p>



<p>In macchina mi prepara psicologicamente. Non ti piacerà il posto, dice. Lei non ha nessuna idea di come sarà il posto, ma sa che non mi piacerà. Non ti piacerà il loro modo di fare. Bisognerà aspettare una quantità di tempo offensiva. Dirai che sono incapaci e ostili.</p>



<p>È importante che lei mi ricordi tutte queste polemiche eventualità, così da non aggiungere, all’eventuale disagio, anche la sorpresa, la quale si applica alla misura del disagio come un moltiplicatore, e a quel punto il climax esponenziale è un attimo, come niente ti ritrovi in pubblico, in piedi su una sedia, a strillare questo paese è una vergogna e uno schifo. Partire con aspettative bassissime è fon da men ta le.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">E l’ambulatorio di Rocchetta com’é? Dipende. Il posto è uno spazio comunale in prestito, e non è sempre lo stesso. In questo caso si tratta di un’ex scuola elementare, credo, un paio di stanze vuote al piano superiore. Al piano di sotto c’è un negozio, ti vendono i trattori, i rastrelli e altra roba da giardinaggio. Ci avevamo portato il tosaerba quando mi era rimasta in mano quella corda che si tira per metterlo in moto. Ci avevano cambiato la corda in un attimo e ci era costato cinque euro. Cosa vuoi di più.</p>



<p>Per trasformare uno spazio di proprietà del comune in un ambulatorio di prossimità servono: un paio di impiegate dell’ASL, un dottore, una porta che si possa chiudere, uno stetoscopio, un paio di portatili, una stampante, tavoli, sedie, un lettino, e in questo caso anche una stufetta elettrica portatile, perché comunque siamo in gennaio, sono le otto del mattino e hanno appena aperto l’ambulatorio.</p>



<p>Arriviamo e una delle due impiegate dell’ASL si sta appunto scaldando le mani sulla stufetta appena accesa. L’altra mi domanda il codice fiscale e tutta la tiritera. Non aspettiamo che cinque minuti, dopodiché ci riceve una dottoressa.</p>



<p>Una persona normale, bendisposta. E non ha nemmeno novecento anni. Le spiego e lei mi sta a sentire. Sta a sentire anche mia moglie. Mi domanda. Mi ausculta. Nel breve incontro non ho avuto tempo di farmi un’idea approfondita, ma ipotizzo che si tratti di una persona animata da un travolgente ottimismo perché con me ha usato almeno due volte la parola prodromi.</p>



<p>In caso di svenimento è rilevante stabilire se ci sono stati dei prodromi, cioè se hai sentito arrivare lo svenimento, o se invece no, sei caduto come una peracotta senza preavviso.</p>



<p>Ora. Realisticamente. Se fermassimo per strada uno a caso e gli domandassimo cosa vuol dire prodromi, che probabilità avremmo di sentire una risposta grosso modo sensata? Pensiamoci un attimo.</p>



<p>Però, prima di farci tutti sconvolgere dal contagioso ottimismo della dottoressa, rivediamo un attimo quelle disperanti statistiche che ogni tanto compaiono sui giornali a proposito di cultura, di scuola e di editoria. Quelle cifre dell’Istat che misurano i lettori in Italia, ad esempio. Sapete quali. Quelle in cui se uno legge un paio di libri in un anno è già un lettore forte. E, anche così, con questo ridicolo metro di giudizio, rimangono cifre risibili. Oppure quelle cronache dell’apocalisse che ci ricordano come un adulto su tre non sappia leggere e comprendere il senso di semplici frasi scritte. Tra l’altro molti di loro scrivono libri, spesso di successo. Poi ci sono i genitori che aggrediscono gli insegnanti perché hanno dato un brutto voto ai figli, le serie tv scritte in modo ridondante perché la gente le guarda scrollando con il cellulare, l’Università del Massachusetts che dice che non siamo più in grado di rimanere concentrati per più di tredici secondi. Insomma, tutte queste informazioni davanti alle quali non c’è speranza, percentuali ed episodi che mettiamo in un cassetto del cervello che non apriamo mai, perché comunque uno cosa può fare.</p>



<p>Bene. Tiriamo fuori queste nozioni e, anche stimando che magari una parte sarà allarmista, facciamoci un’idea realistica delle probabilità che una persona presa a caso sappia cosa vuol dire prodromi. Magari lo sa, eh. Magari non lo sa. Vogliamo fare un cinquanta percento? Io francamente dico di meno, ma facciamo un cinquanta. Ecco, anche in questo caso dare per scontato che un estraneo a caso lo sappia è comunque precipitoso. Per questo dico che la dottoressa sia una persona ottimista.</p>



<p>Se invece sono pessimista io e ho esagerato ad abbassare le aspettative allora, è chiaro, è colpa di mia moglie.</p>



<p>A ogni modo. I prodromi, dicevamo. I prodromi io ce li avevo avuti. Avevo sentito che stavo per svenire. Lo dico alla dottoressa. La dottoressa pensa. La dottoressa ipotizza: sindrome vasovagale. Vorrebbe dire che svengo se provo emozioni forti, o se vedo del sangue, cose del genere. Speriamo che sia così, perché la sindrome vasovagale non è una cosa grave. Per verificare l’ipotesi mi prescrive esami cardiaci e neurologici. Bisogna andare per medici.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Me ne esco, devo dire, abbastanza soddisfatto. L’ambulatorio improvvisato sopra al negozio di trattori non è una clinica avveniristica, ma sono stato visitato bene, senza perdere tempo e non ho speso un euro. Certo, se fossi uscito di casa aspettandomi di andare in un edificio superattrezzato me ne sarei andato dicendo questo paese è una vergogna e uno schifo. E invece. Merito di mia moglie.</p>



<p>Fuori, a due minuti dall’ambulatorio, ci sono il municipio di Rocchetta, l’ufficio postale, la chiesa, la farmacia. La farmacia di Rocchetta è una cosetta piccina picciò, con dentro un genovese abbastanza simpatico, che nel retro ha una stufa a pellet e un computer per prenotare gli esami. Lì, in quattro e quattr’otto, ci prende tutti gli appuntamenti che ci servono e nel giro di un paio di settimane. Ed è molto meno di quello che mi ero preparato ad aspettare, sempre per via di quella cosa delle aspettative basse.</p>



<p>Prima cosa: analisi del sangue e ECG, per i quali andiamo al poliambulatorio di Brugnato, una metropoli in confronto a Rocchetta: milletrecento abitanti. Arriviamo la mattina presto. All’entrata non si vede anima viva. Non c’è una segreteria o uno sportello. C’è un portone in alluminio, una scala, varie porte, tutte chiuse. Tutto è tappezzato di fogli A4 con stampate frecce e indicazioni in Arial corpo trecentocinquanta. Ufficio Tal dei Tali, Ufficio Talaltro. Entrare, Non entrare. Pediatria.</p>



<p>La segnaletica fatta con i fogli A4 attaccati con lo scotch è un indice importante, misura la precarietà del mondo. Più fogli A4: più precarietà. Sapete quei film in cui un cambio di uffici o di dirigenza viene sottolineato mettendo nella scena un operaio che con un raschietto stacca per benino le lettere dorate da una porta a vetri? Fantascienza. O magari cattivo cinema. Registi italiani che volessero fare il realismo oggi dovrebbero inscenare un infermiere che arriva, stacca un foglio dal muro, ne attacca un altro e se ne va. In un attimo ambienti privi di caratteristiche diventano avamposti comunali, regionali o statali in virtù di questa segnaletica provvisoria che più provvisoria non si può, e con altrettanta semplicità possono tornare a essere ambienti vuoti. Come niente il reparto di oncologia ti diventa l’anagrafe zootecnica, il catasto, il magazzino dei pompieri. Ecco qua un colpo di Stato: un uomo arriva, stacca dal portone di Palazzo Chigi il foglio A4 con scritto Repubblica Italiana, ne attacca un altro con scritto Gran Confederazione del Davide. No, davvero, niente grida solidità istituzionale come la solidità fisica, datemi retta. Delle belle lettere di pietra, grandi come utilitarie, costose da mettere, difficili da rimuovere. Avete visto qua fuori la nostra scritta gigante Gran Banca del Credito del Davide, tutta di marmo di Carrara? Significa che ci penseremo due volte prima di sostituire questi uffici con una lavanderia e scappare con i vostri soldi.</p>



<p>Comunque sia. Le indicazioni qua, oltre che precarie, sono anche abbondanti, ma non per questo esaurienti. Arriva un signore, un novantenne con berretto degli alpini. Anche lui non capisce dove deve andare. Il posto non è grande, procedendo per esclusione saliamo le scale. Al primo piano c’è un corridoio con sedie di plastica allineate lungo i lati. Ci sediamo. Arrivano altre persone. Si siedono. Un tipo con un braccio rotto parla ad alta voce, lui solo in mezzo a un gruppo di estranei che tacciono. Monologa. Non so, parla di Facebook.</p>



<p>Comunque di lì a poco un’infermiera mi preleva il sangue, poi arriva la cardiologa. Un’altra persona normale, bendisposta, un’altra che non ha novecento anni.</p>



<p>Trovo leggermente imbarazzante riferire l’ipotesi che io svenga a causa di un’emozione più forte del normale. In quanto figlio maschio del patriarcato sono conscio di respingere inconsciamente l’idea di essere svenevole. E poi comunque non sono mica svenuto mentre guardavo un film horror o cosa ne so. Stavo a casa, seduto a scrollare col telefono apocalittiche notizie in materia di editoria. Dunque riferisco sì la teoria della sindrome vasovagale, ma rilevando che comunque io boh. Mentre riferisco, immagino che la dottoressa immagini quanto sopra a proposito del fatto che sono un uomo, e dunque, almeno per quanto riguarda certe questioni, un imbecille. Cosa più che giusta, vi dirò.</p>



<p>Mi domanda se fumo. Ho smesso da 12 anni. Nel referto mi indicherà comunque come ex fumatore. Mi domanda dei prodromi. Ancora con questi prodromi. Sono sinceramente in ansia per la mia salute, un sacco di cose gravi possono incominciare con un paio di svenimenti, ma siccome sono anche uno scemo mi viene in mente che Davide e i Prodromi sarebbe un gran nome per una band. Se mi organizzo con l’alpino e quell’altro col braccio rotto possiamo fare delle serate, sul palco sveniamo, ci facciamo venire degli attacchi epilettici e degli infarti. Davide e i Prodromi, siore e siori.</p>



<p>Alla dottoressa dico solo che i prodromi, in effetti, li ho avuti. Mi ausculta. Mi fa questo ECG, cioè mi attacca degli elettrodi e io, modestamente, produco un grafico. L’esame durerà sì e no dieci minuti. Tutto normale, pare. Mi prescrive comunque un test da sforzo, un ecodoppler e un holter. Ecco che gli esami medici si moltiplicano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">A casa comincio a misurare pressione e battiti tutti i giorni, con la macchinetta, sempre alla stessa ora. Misuro tre volte e poi faccio la media, come mi hanno detto le dottoresse. Non l’avevo mai fatto prima, non con questa costanza, e ora che lo faccio sono preoccupato. Ho i battiti lenti, dicesi bradicardia. È normale negli sportivi, e io non sono uno sportivo. Cerco sull’internet e scopro che morirò. Bradicardia e svenimenti possono indicare cose gravi. Si parla come minimo di un pacemaker. Avevo uno zio col pacemaker. Ho quarantacinque anni. A quarantacinque anni si può già essere in condizioni di dover pensare a un pacemaker?</p>



<p>Veniamo all’holter. Io, che non so mai niente, credevo fosse chissà che. È un aggeggio che ti attaccano con una cinturina tipo marsupio e ti misura i battiti per ventiquattr’ore. Magari devi stare un po’ attento a non ingarbugliarti con i fili degli elettrodi mentre dormi, ma questo è tutto. La cardiologa me l’ha prescritto perché, quando un medico mi ausculta, i battiti mi salgono per l’ansia da prestazione, è più forte di me. Mia moglie sostiene che dovrei fare meditazione.</p>



<p>A ogni modo l’holter te lo mettono giù ad Arcola. Arrivo alla clinica di Arcola e non c’è neanche un singolo foglio A4 appeso da nessuna parte. È una struttura privata. C’è anche una reception, una saletta che biancheggia come i laboratori nelle pubblicità dei dentifrici. Videocamere discrete sorvegliano la sala d’attesa, peraltro vuota. Due dottori biancheggiano e bighellonano. Due segretarie fresche di parrucchiere. Io ne traggo subito conferma che una volta ancora le mie idee in materia di apocalisse sono valide: quando la società democratica si sbriciolerà le società private resteranno in piedi, e noialtri, we, the people, ci daremo guerra brandendo scudi con il logo di Google o della Nestlé. Una specie di monarchia medievale capitalistica, non mancano certo le narrazioni distopiche che ce lo spiegano.</p>



<p>Comunque sia, uno dei due dottori mi attacca gli elettrodi. È contento di avere qualcosa da fare e fa con calma. Intanto mi racconta che gli piace andare a caccia. Dice che dovrò tornare domani a riconsegnare l’holter. Tra l’altro domani è il mio compleanno. Quando avevo vent’anni festeggiavo con gli amici, mangiando e bevendo. Domani ne farò quarantasei e festeggerò andando a togliere l’holter. Magari dopo faccio colazione in pasticceria, dài.</p>



<p>L’esito degli esami del sangue si può scaricare online. L’interfaccia del Fascicolo Sanitario Elettronico, in questo mondo che da trent’anni sembra non fare altro che aggiornare le app per modificare leggermente un’icona o spostare un menù a tendina, mi fa tornare giovane perché sembra una cosa uscita dai miei ricordi di Prince of Persia o di Lemmings. Nondimeno fa il suo dovere e mi scarica un pdf con gli esami. I valori, da quel poco che capisco, che è poco, sono nella norma.</p>



<p>Bene, per l’elettroencefalogramma, il test da sforzo e l’ecodoppler bisogna andare al Sant’Andrea di La Spezia.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<figure class="wp-block-pullquote is-style-default"><blockquote><p>Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà.</p></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">In ospedale ti arrabbierai davvero, m’informa mia moglie. Ci sarà da aspettare. Ti passeranno davanti in fila. Saranno sgarbati. Non si capiranno le istruzioni. E poi ti perderai.</p>



<p>In effetti mi perdo subito. A quanto pare il Sant’Andrea è composto da nove edifici diversi, e io li provo tutti. Ovunque vado vedo anziani meglio orientati di me, in coppie o anche in triplette. C’è la solita vegetazione di istruzioni e frecce stampate su fogli A4 attaccati con lo scotch. Entrare, non entrare. Neurologia struttura complessa. Chissà che cavolo significa. Paginate fitte di informazioni sul trattamento dei dati personali durante la prestazione ambulatoriale. I signori utenti sono pregati di attendere in sala d’attesa. Offendere o aggredire verbalmente o fisicamente gli operatori di questa struttura è un reato. È obbligatoria la mascherina. Ecco, l’obbligo della mascherina è ribadito più e più volte, ma non ce l’ha quasi nessuno. </p>



<p>Mi domando se sono cartelli rimasti appesi lì dai tempi del covid. A prima vista questo potrebbe essere in contraddizione con la teoria sulla precarietà del mondo. Cioè. Come fa un’indicazione fatta con un foglio appeso con lo scotch a indicare precarietà, se poi rimane lì stabilmente per anni? Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà. E infatti ci contiamo, siamo abituati, viviamo così.</p>



<p>A ogni modo. Io son qua con in mano la cartellina delle mie scartoffie sanitarie assortite, che è già diventata un bel mazzetto, e sono vestito in tuta, perché per la prova da sforzo ti devi presentare vestito pratico. Non mi piace essere in tuta fuori di casa. Sotto sotto mi sento che sto già cominciando ad andare in giro vestito da ospedale. Come in quel racconto di Buzzati, i Sette piani, in cui un tizio viene ricoverato per un nonnulla e un po’ alla volta lo spostano sempre più vicino al reparto dei malati gravi. Alla fine, ora non mi ricordo bene cosa succede, ma, diciamocelo, probabilmente il tizio schiatta. E queste cose iniziano così, andando in giro in tuta. Come niente ti ritrovi a tuo agio in pubblico col camice aperto dietro e l’asta rotellata che ti regge la flebo.</p>



<p>Comunque forse ho trovato il posto. Un cartello dice che devo attendere e verrò chiamato. Sono italosvizzero, dunque in quanto svizzero il mio impulso sarebbe quello di rispettare l’indicazione come fosse un dogma della fede, ma in quanto italiano ho imparato che devo ignorarlo e domandare a qualcuno. Infatti l’infermiera che tiene le redini di tutta la situazione, che per inciso non è fresca di parrucchiere ma è precisa e paziente, non si turba. Lo ignorano tutti quel cartello. Mi conferma che l’elettroencefalogramma si fa lì, e mi dà da firmare cose che non leggo.</p>



<p>L’elettroencefalogramma è quello che tu ti sdrai e ti attaccano degli elettrodi sulla testa. Dura un quarto d’ora. Ti dicono tenga gli occhi chiusi. Ti dicono si rilassi. Io, mi dicono si rilassi, mi agito. Ho messo l’holter apposta perché mi agito. Non è che mi agito da smaniare, ma forse è comunque sufficiente ad alterare le mie attività cerebrali. Lo è? Non lo è? E io cosa ne so. Ora mi rilasso. A cosa penso per rilassarmi? A cose assolutamente pigre e piacevoli. Ai miei gatti che cercano la posizione per dormirmi addosso. A un racconto di Barthelme che ho letto e che non ci ho capito niente. A cosa c’è per cena. Risotto al pomodoro. Molto bene. Ti sei rilassato? Guarda che, se non ti rilassi, verranno fuori dei valori sballati. Vuoi essere operato d’urgenza al cervello perché non ti sai rilassare?</p>



<p>Mi fanno aprire e chiudere gli occhi. Fanno lampeggiare delle luci. Ecco Davide, di Davide e i Prodromi, che adesso si fa venire un attacco epilettico, siore e siori, rullo di tamburi. Ma tanto quale posto migliore al mondo per farsi venire un bell’attacco epilettico del reparto di neurologia del Sant’Andrea? Siamo in una botte de’ fero.</p>



<p>Bene, quanto il test è finito domando al tizio che mi sta staccando gli elettrodi dalla testa se, così, grosso modo, ha mica visto cose rilevanti. Siccome mi risponde che lui è solo un tecnico, io ne deduco che morirò, che lui questo lo sa perché lo ha visto nel mio encefalogramma, ma vuole che sia qualcun altro a dirmelo.</p>



<p>Venite che adesso andiamo tutti a farci fare un bell’eco color doppler al cuore. È tipo un’ecografia a colori, a quanto ne so. Alla parete della stanzetta è appeso un foglio A4 con stampata l’immagine di una scultura del Canova. Paolina Borghese, pare, una bianca signorina stesa sul fianco sinistro sul suo triclino, perché a quanto pare per fare l’eco doppler bisogna appunto stare a torso nudo stesi sul fianco sinistro.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Il dottore che mi ecografa è uno simpatico. Sarà sui cinquanta. Mentre mi ecografa, mi domanda cosa faccio. Ho una risposta strategica per questa domanda, di solito dico, molto genericamente, che lavoro in editoria. Se la circostanza lo richiede, spiego meglio: prima facevo il redattore, dico, cioè correggevo i romanzi degli altri, poi ne ho scritto uno io, ora magari ne scrivo un altro. Comunque evito, se posso, di usare la parola scrittore. La parola scrittore accende spesso nella fantasia delle persone due possibili idee, diametralmente opposte, entrambe problematiche. La prima idea: uno scrittore: certamente un saggio, un inarrivabile genio. Ma per favore. La seconda idea: uno scrittore: un cretino disoccupato.</p>



<p>Ecco, io non voglio rientrare in nessuna di queste due categorie, se possibile, quindi al dottore dico, molto genericamente, che lavoro in editoria.</p>



<p>Bello, dice lui.</p>



<p>Bello è bello, dico io.</p>



<p>Una volta leggevo, dice lui.</p>



<p>Non ho dubbi che sia vero. Tutti leggevamo quando i libri costavano undicimila lire, non c’era Netflix e non avevamo uno smartphone al posto della mano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p><p></p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<figure class="wp-block-pullquote is-style-default" style="border-color:#0693e3"><blockquote class="has-text-color has-vivid-cyan-blue-color"><p>E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa.</p><p>E come vanno. Ecco che sento i prodromi.</p></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p><p></p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa. <br /><br />E come vanno. Ecco che sento i prodromi. Al medico che in quel momento mi sta letteralmente guardando dentro al cuore con un ecocardiografo a colori, mi scappa di dire che l’editoria italiana, e dunque la letteratura italiana, è piena di problemi. Le cose vanno male, dottore, gli dico. E poi gli riassumo le solite cose, le cose che si sanno: le librerie indipendenti non ce la fanno, in classifica c’è spesso roba indegna o libri di cucina, i piccoli editori non pagano, i grossi editori monopolizzano, l’amichettismo, la siccità e le cavallette. Dico che l’unico che paga l’affitto alla fine del mese è probabilmente il distributore, cioè quello che sposta fisicamente il libro dalla tipografia al magazzino, dal magazzino alla libreria, dalla libreria di nuovo nel magazzino, dal magazzino al macero. Se conta il profitto, il libro produce profitto più che altro come oggetto fisico da spostare di qua e di là. Tanto varrebbe spostare dei manubri.</p>



<p>Mi rendo conto che mi sto agitando, ma non posso fare a meno di dire anche, a questo signore qua che in fin dei conti mi ha solo domandato come va, che, secondo me, quando ero un adolescente, la letteratura faceva bene al mio equilibrio mentale. Non solo per le cose su cui fare qualche bella pensata che si possono trovare nei libri validi, ma anche, banalmente, perché per leggere ti devi concentrare e chiudere fuori il mondo, il che mi faceva un gran bene. Eccola la meditazione che mia moglie dice che dovrei fare. All’epoca non sapevo nemmeno distinguere tra una casa editrice e l’altra ed ero più sereno, caro il mio dottore, mentre oggi mi sembra che le cose che so dello stato dell’editoria mi avvelenino l’atto di leggere e quello di scrivere. E tanti saluti alla meditazione e all’equilibrio mentale, dico. E poi svengo.</p>



<p>Dopo so solo che un’infermiera mi sveglia con una sberla, devo dire una sberla assolutamente competente. Sto bene sto benissimo, dico. Mi tengono lì sdraiato venti minuti, per sicurezza. Mi danno un succo di frutta.</p>



<p>Ho un’oretta prima del neurologo e del test da sforzo. Rimuginando e filosofando cerco la prossima stanza. In un incontro che dura credo tre minuti, un neurologo annoiato dalle mie condizioni di salute non interessanti guarda le mie scartoffie, si dichiara d’accordo con la sindrome vasovagale, mi congeda. Non ho fatto in tempo a sedermi, ma va bene così.</p>



<p>È quasi fatta. Cosa rimane? Rimane l’ultimo cardiologo, il terzo. Questo non mi domanda né dei prodromi né che cosa faccio. Anzi, non spiccica una parola. Risponde alle mie domande a proposito della bradicardia in modo appena rassicurante, ma senza una parola di troppo, non un avverbio, non un aggettivo in più del necessario. Mi piace. Un minimalista, lo chiameremo Raymond Carver.</p>



<p>Mi mette su una cyclette, mi attacca elettrodi da tutte le parti, mi fa pedalare per un quarto d’ora. Io non mi preoccupo, è un esame che capiterà di fare anche agli anziani, penso, o a gente meno in forma di me. Si pedalerà così, un po’ in scioltezza. Tipo scampagnata. Col cavolo. Il minimalista qua aumenta sempre di più la resistenza della cyclette, ogni paio di minuti i pedali diventano più duri. Ecco qua uno che, molto genericamente, lavora in editoria che arranca su una cyclette mentre tutti gli elettrodi del mondo misurano quando ci vuole per fargli venire un infarto. Ce la farà? Ci rimarrà secco? Tutto è contro di lui. Si pubblica sempre di più, sai, e si legge sempre di meno. I libri costano sempre di più, si viene pagati sempre di meno. E io che faccio? Io pedalo, siori e siore.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Come va a finire. Alla fine l’infarto non mi viene. Anzi. Raymond approva il mio sistema cardiorespiratorio. È soddisfatto, forse persino orgoglioso. Mi fa appena un impercettibile sì con la testa. Sembra niente, ma è un po’ questa l’essenza del minimalismo, no? In un sistema di espressioni trattenute, di rimozione del superfluo, un gesto minimo è una cosa enorme. Imparo che la felicità non sta nel coronamento del vero amore, ma nel sorriso del cardiologo che ti ha messo su una cyclette.</p>



<p>Questa storia termina qui. In totale ho fatto sei esami nel giro di tre settimane, e ho speso circa 230 euro di ticket, che non è tanto. Me ne torno a Rocchetta di Vara portando con me l’immagine del personale sanitario di tutta Italia che fa del suo meglio in questo mondo precario, come d’altro canto fa la gente dell’editoria.</p>



<p>Quanto a me, tutto ha confermato la diagnosi della dottoressa ottimista, ed è un sollievo. Grazie per l’interessamento. Sono uno che sviene, a quanto pare, un po’ come faceva Dante quando non sapeva come finire un canto.</p>
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