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	<title>NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sulle tracce di un ribelle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Oct 2026 06:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Pantaleo]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
		<category><![CDATA[Sebastiano Gernone]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Nicola Fanizza e Sebastiano Gernone </strong> <br /> Un'anticipazione del saggio dedicato alla vita e all'opera dell'anarchico pugliese Michele Pantaleo, perseguitato sia nell'Italia giolittiana sia in quella fascista]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nicola Fanizza e Sebastiano Gernone</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-122710" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Pantaleo-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Pantaleo-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Pantaleo-297x420.jpg 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Pantaleo-150x212.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Pantaleo-300x424.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Pantaleo.jpg 424w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></p>
<p>( presentiamo qui un brano del saggio di Nicola Fanizza e Sebastiano Gernone <em>Michele Pantaleo. Vita e scritti di un ribelle</em>, edizioni dal Sud, Bari, 2026. Purtroppo Sebastiano Gernone è mancato improvvisamente lo scorso 17 agosto, G.M.)</p>
<p>Non crediamo di sbagliarci se diciamo che probabilmente, a tutt’oggi, pochi conoscono veramente chi è stato Michele Pantaleo, vissuto tra la fine della seconda metà del XIX secolo e la fine della prima metà del XX secolo: per l’esattezza, dal 1887 (c’era ancora la Sinistra storica al potere, con Francesco Crispi capo del governo) fino al dicembre 1944 (il governo era guidato allora da Ivanoe Bonomi).</p>
<p>Eppure la sua figura merita di essere studiata e ricordata. Molteplici furono le attività in cui Pantaleo profuse il suo impegno in difesa delle classi subalterne, come giornalista militante, come teorico del pensiero anarchico, come critico letterario, come novelliere e financo come poeta.</p>
<p>Ciò detto non deve precluderci la via per individuare gli aspetti poco convincenti o persuasivi della sua opera. Lungi da noi qualsiasi intento agiografico, non è nostra intenzione fare di Pantaleo un <em>santino anarchico.</em></p>
<p><em> </em>Diciamo subito che l’immagine dell’<em>anarchico impulsivo</em>, con cui di solito viene rappresentato, non dà ragione della sua variegata personalità; evoca solo una <em>parentesi</em> della sua vita, ossia quella</p>
<p>della sua prima giovinezza. Coglie, infatti, uno dei tratti della sua personalità, che in seguito lo stesso Pantaleo proverà a tenere sotto controllo. La sua tendenza a reagire d’impeto, stando a quello che egli stesso dirà all’anarchico dott. Francesco Ippoliti nel confino di Lipari, aveva comunque la sua ragion d’essere: era il «prodotto della malattia alla testa che ebbe da ragazzo<em>»</em></p>
<p>Ciò che, invece, lo caratterizzava era la sua spiccata curiosità. Cosa che emerge in particolare dalla testimonianza autobiografica di Juarès Busoni in merito al periodo della sua vita in cui aveva vissuto, come confinato politico, nell’isola di Lipari.</p>
<p>Mentre il padre Gaetano era un falegname, la madre Domenica Dragone era una casalinga. Figlio unico, era nato a Bari il 17 dicembre 1875. La sua era una famiglia di modeste condizioni sociali6. I</p>
<p>suoi genitori, pertanto, non potevano assicurargli una minima formazione culturale. Infatti, dopo il secondo anno della scuola elementare, decisero di ritirarlo dagli studi. Da qui il suo inserimento, come falegname, nella bottega del padre.</p>
<p>Tuttavia, grazie alla sua fervida curiosità, Pantaleo continuò gli studi da autodidatta. È probabile che la sua formazione sia proseguita, come garzone, nell’ambito di una tipografia.</p>
<p>Questo lo si evince dai documenti che in seguito Pantaleo sarà chiamato a produrre: là dove doveva declinare la sua professione, troviamo scritto «correttore tipografico». Non sappiamo chi sia stato il suo maestro. Una cosa, però, è certa. Pantaleo conseguì una cultura di ampio respiro: pervenne, infatti, alla padronanza delle lingue classiche e, insieme, del francese nonché all’acquisizione di notevoli competenze nell’ambito letterario, storico, filosofico e artistico. Pantaleo è uno scrittore di notevole spessore; per declinare i suoi concetti ricorreva al punto e virgola. L’esito è una scrittura avvolgente, una scrittura che spesso assume un’inflessione poetica.</p>
<p>Michele Pantaleo manifestò la sua intolleranza nei confronti di qualsiasi forma di ingiustizia. comincerà a militare. Da qui nel 1905 la  sua iscrizione al PSI. Quella, tuttavia, fu solo una breve <em>parentesi. </em>A partire dal febbraio del 1906 abbandonerà il Circolo giovanile socialista per associarsi al «gruppo anarchico di Bari», fondato nel 1905 da Andrea Roncone, insieme ad alcuni militanti del Partito socialista italiano.</p>
<p>Pantaleo non sopportava i soprusi, le vessazioni da parte dei dominatori e nel luglio 1906 reagì d’impeto alla lettura della sentenza contro l’anarchico Sabino Sassanelli. Lanciò una sedia contro i giurati. Da qui il suo arresto e l sua condanna alla «pena della reclusione per mesi trenta, a tre anni di sorveglianza speciale ed a 700 lire di multa».</p>
<p>Gli accidenti inerenti alla vita di Michele Pantaleo offrono uno spaccato prezioso delle vicende sociali, politiche e culturali del tempo, in Puglia e nella città di Bari in particolare. Da qui il concomitante modificarsi della sua visione del mondo. Il <em>primo passo </em>di questa metamorfosi, come abbiamo già visto, si era realizzato presto con lo studio. Pantaleo, infatti, già dall’adolescenza aveva iniziato a scoprire l’immensità infinita dell’universo, la grandezza della natura, la sua vita palpitante, il suo flusso vitale incessante, la sua bellezza. Quando in seguito perverrà alla consapevolezza dei conflitti che signoreggiavano nella società civile, il canto di lode delle <em>armonie </em>della natura farà da contraltare ai <em>contrasti </em>e al disordine che egli coglieva nello spazio sociale. Pantaleo pertanto decise di scrivere e di prendere la parola per stigmatizzare i conflitti di classe e soprattutto per raccontare la <em>storia dei senza storia</em>.</p>
<p>Ciò che in particolare lo caratterizzava era la passione per la politica, l’idea di cambiare la società in cui viveva e operava al fine di promuovere le relazioni degne. Allo stesso modo dei socialisti libertari, degli eretici e degli utopisti, l’anarchico Pantaleo ha condiviso il sogno di un mondo diverso, più giusto e più libero. Nelle sue opere troviamo, infatti, il sogno di una palingenesi sociale e politica e, insieme, un netto rifiuto delle forme burocratiche e totalitarie della politica (il fascismo, lo stalinismo) della società capitalistica, dei valori dominanti. Per tutto questo Pantaleo ha pagato un prezzo molto alto (quattro anni di carcere e dodici di confino). Ha pagato, infatti, più degli altri per la sua appartenenza alla cultura anarchica con l’emarginazione, l’isolamento e, soprattutto, con l’oblio.</p>
<p>Pantaleo probabilmente conosceva il passaggio che più degli altri riassumeva il senso profondo delle <em>Memorie di un rivoluzionario </em>di Kropotkin: «Tutti gli uomini sperano in una vita dopo la morte, ma</p>
<p>spesso si spengono senza rendersi conto che il ricordo di una persona veramente buona vive per sempre». Chi leggerà questo libro non potrà che prendere atto di aver incontrato un uomo buono, un uomo le cui idee si aggirano tuttora tra noi, sussurrando con dolce risolutezza: «È l’impossibile che bisogna realizzare»23.</p>
<p>Da qui l’esigenza di far conoscere le sue opere e le sue vicissitudini.</p>
<p>Riprendiamo, pertanto, il racconto della sua vita là dove l’avevamo lasciato.</p>
<p>Terminata la pena presso il penitenziario di Turi, Michele Pantaleo cominciò a rendersi conto che a Bari cominciava a <em>mancargli l’aria</em>: non trovava lavoro. Pertanto, nel giugno del 1909, avanzò la richiesta per ottenere il passaporto per l’estero. Il documento, tuttavia, non gli venne rilasciato per la sua precedente condanna. Sicché, venuta meno tale possibilità, il mese successivo – sempre seguito dalla polizia – si recò prima a Napoli, poi a Firenze, poi ancora a Bologna e, infine, a Milano. Tuttavia, non riuscendo a trovare lavoro, fu costretto a ritornare a Bari.</p>
<p>La disoccupazione che aveva costretto Pantaleo a intraprendere il suo viaggio continuava a crescere. La crisi agraria che aveva investito la Terra di Bari spingeva molti braccianti verso la città, saturando così il mercato del lavoro. Da qui l’aumento della miseria e il peggioramento delle condizioni di vita. Tali condizioni a Bari vecchia erano già peggiorate a partire dal primo lustro del Novecento: la densità abitativa era aumentata in modo spaventoso, mancava l’igiene e il colera era sempre in agguato. Ciò nondimeno i proprietari avevano continuato ad alzare i prezzi degli affitti.</p>
<p>Questo spiega perché la reazione alla delibera del Comune di Bari del 10 giugno 1910 fu così violenta. In quella data, l’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Sabino Fiorese,</p>
<p>aveva deciso di applicare un aumento sul <em>dazio di consumo </em>per le farine e altri generi di prima necessità. Questa decisione fu esiziale. Fu percepita, infatti, come una provocazione inaccettabile dalle classi più povere della città (operai, fornai e braccianti), che già faticavano a garantire il pane quotidiano alle proprie famiglie: per molti baresi, quell’aumento significava letteralmente la morte per inedia.</p>
<p>Dopo dodici giorni dall’aumento del dazio sulle farine, iniziarono i primi scioperi e le manifestazioni popolari contro l’aumento del costo della vita. La protesta, nata spontaneamente, vide i lavoratori e soprattutto le donne di Bari vecchia scendere in piazza. Queste ultime non furono semplici spettatrici. Furono proprio loro, infatti, le prime a protestare contro il rincaro del pane e dei fitti, assumendo così un ruolo di <em>avanguardia </em>nella lotta contro il decreto.</p>
<p>Il 24 giugno la protesta degenerò in sommossa. La folla tentò l’assalto al Municipio e alle barriere daziarie. Il governo dell’epoca, guidato da Giovanni Giolitti, rispose con il pugno di ferro. Le forze di polizia e l’esercito intervennero pesantemente: aprirono il fuoco contro i manifestanti che chiedevano pane e lavoro. I manifestanti che persero la vita furono due (secondo alcune fonti tre), in più si contarono una cinquantina di feriti.</p>
<p>Pantaleo, pur partecipando alla lotta, evitò l’arresto. Cosa che, invece, non gli riuscirà due mesi dopo in occasione di un’altra insurrezione. Il fuoco da cui si originò la rivolta del 10 agosto fu l’insorgenza</p>
<p>dell’<em>epidemia di colera</em>, un’epidemia che si ripresentò a Bari e in diversi centri del Nord barese, in particolare ad Andria, Trani e Barletta. Il governo e le autorità locali cercarono, inizialmente, di negare l’epidemia per non danneggiare i commercianti, parlando genericamente di «gastroenterite».</p>
<p>La tensione esplose proprio nei primi giorni di agosto: la popolazione, stremata dalla fame e dalla mancanza di igiene, assisteva impotente nel vedere morire i propri cari senza assistenza adeguata.</p>
<p>Il 10 agosto vi fu una vera e propria insurrezione. Gli abitanti di Bari vecchia e degli altri quartieri poveri chiedevano la verità in merito all’epidemia e soprattutto pane e acqua pulita. Il Prefetto, tuttavia,</p>
<p>rifiutò di accogliere le istanze dei dimostranti. Da qui l’invio dell’esercito per porre fine ai disordini. Fu un vero e proprio eccidio: furono uccisi quattro manifestanti e vi furono 42 feriti31. I giornali locali</p>
<p>a loro volta subirono una fortissima censura: il governo voleva evi-tare che la notizia della rivolta e dell’entità del colera si diffondesse nel resto del Paese.</p>
<p>Un mese dopo – il 7 settembre – Pantaleo fu arrestato e deferito all’autorità giudiziaria in quanto responsabile di «lesioni e oltraggio ai funzionari della forza pubblica<em>»</em>. Il processo a suo carico fu celebrato otto mesi dopo, con la condanna – in data 18 marzo 1911– a cinque mesi e giorni 27 di reclusione e al pagamento di una multa di lire 4633.</p>
<p>Scontata la pena presso il carcere di Bari, Pantaleo pubblicherà su «La Conquista<em>»</em>, in data 13 agosto 1911, l’articolo <em>Alla memoria degli assassinati del 10 agosto</em>, in cui stigmatizzava con un linguaggio accorato il comportamento esecrabile delle forze dell’ordine:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8216;Ad un tratto, per degli evviva echeggianti nella gloria immensa del sole e dell’azzurro – scrive Pantaleo – fummo assaliti, percossi, sciabolati, mitragliati, inseguiti e dispersi da una forza belluina da parte della forza pubblica, incoscientemente e tragicamente asservita alle classi dominanti, ignara delle nostre aspirazioni, che pur vogliono il bene, il progresso, la civiltà indistintamente per tutti. Fu una scena disgustosa, spaventevole, ripugnante; fu una rappresaglia senza nome, fu un assassinio più dell’idea che delle persone, in una repressione sanguinosa della coscienza umana, una brutale distruzione di affetti, fu la ignominiosa soppressione della vostra balda esistenza che si compì quel giorno. O poveri morti! E come se non fosse stato sufficiente lo scempio dolorante della nostra vita, i superstiti designati alla rappresaglia, colpevoli solo di avere un alto concetto ed una luminosa idealità dei destini furono incatenati e sepolti nelle tombe dei vivi, per essere poi trascinati alle autorità costituite, accusati di aver provocato l’eccidio con grida inneggianti a una idealità dell’avvenire, che noi pensiamo debba liberare il mondo dalla putredine e dal fango che lo avvolge.&#8217;</p>
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		<title>La crosta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Oct 2026 05:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Serena Iaconis]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Serena Iaconis</strong><br />
Nel dormiveglia, Silvia si muove tra le lenzuola calde. Uno scatto improvviso la risveglia: si gratta il basso ventre. Inizia a grattare sotto l’ombelico]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_122424" aria-describedby="caption-attachment-122424" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-122424" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-james-lee-932763-4723038.jpg" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-james-lee-932763-4723038.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-james-lee-932763-4723038-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-james-lee-932763-4723038-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-james-lee-932763-4723038-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-james-lee-932763-4723038-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-james-lee-932763-4723038-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-james-lee-932763-4723038-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-james-lee-932763-4723038-1068x712.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-122424" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/rosso-arte-spazio-trama-4723038/">James Lee</a></figcaption></figure>
<p>di <strong>Serena Iaconis</strong></p>
<p>Nel dormiveglia, Silvia si muove tra le lenzuola calde. Uno scatto improvviso la risveglia: si gratta il basso ventre. Inizia a grattare sotto l’ombelico. Mentre lo fa la sua faccia si distende. Le unghiate violente lasciano strisce rosse e pellicine sulla pancia. Ma il prurito non si è ancora sopito. Silvia tocca la zona con i polpastrelli, cercando una puntura d’insetto. La pelle è liscia. Dopo poco inizia a fare pressione con i polpastrelli sull’epidermide per poi passare nuovamente alle unghie che strisciano sul lembo di pelle martoriata.</p>
<p>A lezione Silvia strofina il bordo della camicetta di cotone contro il punto che prude. Il tessuto sfrega continuamente sulla pelle. Senza abbassare lo sguardo, continua a fissare il professore che parla in fondo all’aula. Ogni tanto prende la biro in mano e scrive qualche frase sconnessa sul quaderno, poi porta la penna sull’addome e inizia a sfregare anche con quella.</p>
<p>A lezione il telefono vibra. Sullo schermo, l’app del ciclo: <em>cinque giorni di ritardo.</em></p>
<p>Poi una frase: <em>“C’è qualcosa che non va?” </em>Faccina triste a fine frase.</p>
<p>Il prurito sotto la stoffa si spegne di colpo. Non sparisce: cambia posto. Si ritira sotto la pelle, nelle viscere degli intestini, senza più forma.</p>
<p>Lo schermo si illumina: <em>“C’è qualcosa che non va?”</em></p>
<p>Le ovaie tacciono. Nessun dolore familiare. Nessun fastidio viscerale le comprime le membra. Silvia pensa a quando è stata l’ultima mestruazione. Le erano venute nel weekend in montagna. Si era macchiata in treno e non aveva cambi né assorbenti. Nel bagno del treno aveva radunato in colonna un fascio di fazzoletti che aveva riposto sulle mutandine fradice di sangue e aveva fissato i fazzoletti alle mutandine con la carta igienica. Aveva lavato le mani sporche di sangue nel lavello. Senza sapone. Era finito. Era rimasta a guardarsi le mani per tutto il viaggio. Sulle cuticole restava sangue rappreso.</p>
<p>Dopo averci pensato, si guarda le cuticole perfettamente pulite. Nessuna traccia di sangue rappreso. Era passato più di un mese. Aveva ancora i capelli lunghi. Adesso non più. Era passato troppo tempo.</p>
<p>Silvia torna a casa. Non ha voglia di fermarsi in università per la prossima lezione. Si stende sul divano e il prurito continua a premere. Silvia raschia voracemente quella pelle ormai nuda. Da sotto la camicetta strofina nervosamente. Un calore umido e appagante fa cessare il prurito. Abbassa lo sguardo. La camicetta ha una macchia di sangue che si sta dilatando sempre di più. La pelle ha ceduto sotto la pressione. Silvia osserva le sue dita. Sono di nuovo sporche di sangue. Pulisce il sangue con rammarico e disinfetta la pelle scorticata.</p>
<p>Dopo qualche giorno si forma una crosta sottile, scura e irregolare.</p>
<p>Non copre la ferita: la trattiene appena. Ai bordi la pelle resta viva, il tessuto non è quieto: pulsa ancora, ma il prurito resta. Silvia continua a grattare intorno alla crosta.</p>
<p>A lezione fissa il professore e pensa alle sue mestruazioni fantasma. Le dita, sotto il banco, toccano la superficie della crosticina ruvida e gonfia. La ragazza seduta davanti tira fuori un tampax e se lo mette in tasca. Silvia distoglie lo sguardo dal professore e osserva quella scenetta. Guarda la ragazza con il tampax in tasca. Ha i capelli crespi e le unghie mangiate. Poi torna a guardare il professore e la mano torna sotto il banco. La crosta è ancora lì. I bordi sono leggermente sollevati. Le dita restano ferme un secondo. Poi iniziano a muoversi lungo il bordo. Lo misurano. Inizia a fare una leggera pressione con le dita come per togliere un cerotto. I polpastrelli iniziano a fare più pressione e il cerchio di crosta si solleva lentamente. Silvia si ritrova la crosta tra le dita. Sotto è liscia sopra è grumosa e secca. Il corpo è fermo. Non c’è più niente da toccare. Solo pelle liscia. La crosta è aperta. Ma non sanguina.</p>
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		<title>La Terra e la terra (La gaia cecità #5)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 05:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[agronomi]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[la gaia cecità]]></category>
		<category><![CDATA[suoli]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong> <br /> Cosa pensare, di fronte a questa tracotante ostinazione a seguire solo gli interessi dei capitali, che non sono quelli della stragrande maggioranza degli umani?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-123183" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Image26_rid.jpg" alt="" width="420" height="286" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Image26_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Image26_rid-300x204.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Image26_rid-617x420.jpg 617w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Image26_rid-150x102.jpg 150w" sizes="(max-width: 420px) 100vw, 420px" /></p>
<p>I suoli sono una minuscola pellicola, in molti casi inferiore al metro, sulla superficie della crosta terrestre. Questa sottile buccia di terra possiamo rappresentarcela come una spugna, perché la metà del suo volume è costituita da vuoti. Nei pori più grandi circola l’aria, fondamentale per fare respirare le radici e gli abitanti microscopici e non, mentre in quelli capillari viene conservata l’acqua, che le piante riescono a succhiare fuori. Essa è essenzialmente di natura minerale, visto che deriva da materiali inorganici, rocce o sedimenti che siano. Amalgamata alle particelle minerali c’è però anche una piccola frazione organica, rappresentata per la maggior parte da resti di piante più o meno trasformati. Questa ridotta componente consente la vita dei microrganismi e dei piccoli animali, i quali sono gli artefici dei fondamentali processi che in essa avvengono.</p>
<p>È questa buccia complessa e formicolante di vita che fa vivere le piante, e quindi gli animali che mangiano le piante, tra i quali noi. La nostra esistenza dipende da lei, direttamente ma anche indirettamente, perché essa è la principale sede della diversità biologica indispensabile al mantenimento degli equilibri nei quali noi umani siamo incastonati. Nonostante sia prevalentemente minerale, a livello planetario immagazzina inoltre più carbonio delle piante, ci si è accorti, limitando le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. E sappiamo che la maggior parte dei nostri antibiotici derivano da sostanze prodotte naturalmente da suoi batteri e funghi.  Da un po’ meno di un secolo è però sotto un attacco senza precedenti, perché la seppelliamo per costruire le nostre città e le nostre infrastrutture, e perché la nostra agricoltura l’aggredisce e erode, spesso pure lei la annienta. Quando va bene la fiacca.</p>
<p>Bruno Latour ha usato il termine <em>vernice</em>, ancora più incisivo. È il modo di vedere di noi contemporanei, che ci figuriamo la Terra come l’hanno osservata per la prima volta gli astronauti della missione Apollo dal loro oblò, prospettiva ormai accessibile con una pressione del polpastrello sul nostro telefono. Una palla non poi così grande, e un po’ gracilina. Da questa visuale la terra, quella con la t minuscola, ha una presenza ancora più ridicola, ci appare quasi una pelle di zigrino, che a forza di soddisfare i nostri desideri è ridotta a ben poca cosa.</p>
<p>Gli antichi, ma anche solo i nostri immediati predecessori, avevano una percezione completamente diversa: la terra era solidamente sotto i loro piedi, si spingeva lontano fino a che non cominciavano i mari, e chissà fino a che profondità scendeva. Io stesso, quando da bambino mi aggiravo per le balze attorno alla villa dove eravamo andati a abitare, la vedevo così. Era interrotta da muretti e stradine, e se ne stava spesso nascosta sotto l’erba o i mucchi di letame, ma era la padrona assoluta, e sapeva fare ruotare tutto quel mondo di contadini e animali attorno a lei. Mai più avrei potuto pensare che era in pericolo, e che andava salvata. Nemmeno quando mi sono iscritto alla Facoltà di Agraria, con quella briosa incoscienza che accompagna molte svolte delle nostre vite. Durante gli anni del liceo ero passato attraverso una larvata depressione, mi sembrava che quell’aria aperta e quel verde potessero essere la salvezza. Non intuivo che quelle poco differenziate sensazioni sarebbero sbocciate, come succede in tante storie d’amore, in un duraturo legame.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Per quello che si può presumere fino al Neolitico gli umani non si sono preoccupati in modo particolare della terra. Quando hanno cominciato a coltivarla, si sono subito accorti che avevano a che fare con un soggetto assai suscettibile, e tendenzialmente permaloso. Certo poteva dare bei raccolti, a mano a mano che le piante venivano migliorate, però spesso si impuntava o faceva le bizze. Per lavorare bene non le piaceva che ci fosse troppa acqua, ma neanche troppo poca, e men che meno che fosse troppo salata. E in pendenza aveva il vizio di scivolare a valle, lasciando dietro di lei rocce e sterili prietrami. Ma in generale tendeva a stancarsi, e bisognava trovare il modo di ovviare. Proprio di <em>stanchezza</em> parlavano i Romani, che sapevano bene che dopo aver ospitato un cereale aveva bisogno di fare una lunga siesta, quello che chiamiamo maggese.</p>
<p>Aveva insomma bisogno di molte cure e attenzioni. Il problema principale è però che c’erano tipi estremamente differenti fra loro, e ognuno sembrava avere il suo carattere e le sue esigenze e propensioni. La vera difficoltà era quella, capire cosa poteva e cosa non poteva ogni fattispecie diversa. Ecco allora che già le civiltà mesopotamiche, amanti delle liste, elencavano puntigliosamente i tipi diversi. Questi cataloghi ci fanno sorridere, ma certo avevano una ben precisa utilità, vista l’efficienza delle coltivazioni dei loro ideatori.</p>
<p>Le prime classificazioni cinesi dei suoli, le più antiche in assoluto, risalgono a quattromilacinquecento anni fa, e sono state via via perfezionate. Ma anche i Greci avevano le loro puntigliose tassonomie, come pure i cartaginesi e più lontano da noi gli Aztechi. Quelle dei Romani saccheggiano com’era loro costume tutte le conoscenze pregresse, e sono a loro volta riprese e migliorate dai validissimi agronomi arabo andalusi. I quali vengono riscoperti, in Italia, dall’ottima scuola agronomica rinascimentale. Poi con la svolta del sedicesimo e diciassettesimo secolo anche la terra finisce sotto la lente d’ingrandimento degli scienziati, in particolare i chimici, e degli economisti, i quali cercano di stabilire il suo valore soprattutto a fini impositivi, problematica assai cara ai governi dell’epoca.</p>
<p>Durante tutto il diciannovesimo secolo si svolge un aspro braccio di ferro tra i geologi, che consideravano che i suoli fossero materia loro, viste le loro conoscenze più ampie e più ancorate nella geografia, e i chimici, centrati sui problemi agronomici. I primi, partendo dalla distribuzione dei vari tipi, portano fondamentali contributi alla comprensione dei fattori ambientali in gioco, i secondi sullo stoccaggio e la cessione dei vari elementi chimici alle radici. Sul fronte della biologia, come è noto Darwin studia accanitamente per tutta la vita i lombrichi, mentre nell’ultimo quarto del secolo si comincia a aprire il vaso di Pandora della vita microbiologica. Solo all’inizio del Novecento la scienza del suolo si afferma come disciplina indipendente, sebbene frammentata in sotto-discipline che hanno spesso difficoltà a dialogare. Nelle campagne le tradizioni contadine continuano però a resistere, opponendosi all’introduzioni dei concimi chimici come a molte altre innovazioni.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>È negli ultimi ottant’anni anni che il mondo accademico e della tecnoscienza si impongono come unici dispensatori dei protocolli di coltivazione, trasformando i coltivatori in ignari esecutori. Sprezzando i saperi tradizionali, essi reindirizzano le conoscenze sulla terra verso alcune problematiche molto specifiche<strong>, </strong>e in particolare l’assimilazione degli elementi minerali necessari alla pianta. Quello che era stato per millenni l’assillo della tradizione agronomica, l’adeguamento del tipo di colture e delle pratiche colturali alle tipologie di suolo, comincia a passare in secondo piano, e viene completamente spazzato via dopo il secondo conflitto mondiale. Al centro di quella che viene chiamata <em>rivoluzione verde</em> sono infatti la concimazione chimica, le lavorazioni meccaniche e l’irrigazione, le caratteristiche dei terreni non vengono più considerate determinanti. L’assunto implicito, è che un impiego massiccio dei nuovi mezzi tecnici può supplire a qualsiasi difetto delle terre. Ed è vero che questi possono fare meraviglie, soprattutto nel breve periodo. La concimazione chimica di una terra naturalmente povera, in particolare, gonfia le sue produzioni, anche se non la migliora, e anzi alla lunga le fa male. Sull’onda dei successi ottenuti si sottostimava sempre di più la varietà di fattori in gioco: ci si illudeva insomma di essersi liberati dalle costrizioni della natura.</p>
<p>Io ho assistito in prima persona a questa metamorfosi che in quattro e quattr’otto ha uniformato le campagne e ha eliminato i custodi che le conoscevano centimetro per centimetro, tanto determinanti nel mio percorso. Perché se sono finito alla Facoltà di Agraria, dopo i mortificanti anni del liceo classico, era perché in quel rapporto tra umani e paesaggio avevo intravisto un senso anche per la mia esistenza. Un unico trattore con i cingoli ha rimpiazzato i buoi, gli arnesi manuali sono rimasti impiccati ai loro pioli. E monotoni vigneti hanno fagocitato il variegato mosaico di mais, patate e altre colture. Un cavaliere solitario, che peraltro faceva anche i turni in fabbrica, bastava a svolgere il lavoro di diverse famiglie. Nessuno più zappava o voltava il fieno o seminava, nessuno chiacchierava o lanciava richiami, per molti mesi l’unico frequentatore era lui, con i pennacchi di micidiali veleni &#8211; all’epoca non si andava per il sottile – che accompagnavano l’incedere del suo drago meccanico: non lo sapeva, ma sarebbe poi morto di tumore. Solo per la vendemmia le uniformi calligrafie di viti si rianimavano per qualche giorno.</p>
<p>Nei fatti la cosiddetta rivoluzione verde ha dato risultati notevolissimi, per quanto riguarda il traguardo che sotterrava tutti gli altri, le rese a ettaro, nelle aree con suoli profondi e naturalmente fertili, per i quali le nuove varietà molto produttive erano state create. Ha fallito invece completamente dove i terreni erano sottili o cumulavano diverse debolezze, dove quelle stesse esigenti varietà stentavano o facevano cilecca. Ce se ne è accorti, o insomma ci si è voluti accorgere, solo molto più tardi, spesso quando i danni alla terra erano irreparabili, e i territori erano ormai fuori gioco. Con le sue vallate dissestate e invase dalle boscaglie, l’Italia appenninica e prealpina ne è uscita profondamente stravolta. Solo le colline che hanno potuto rifugiarsi nelle monocolture redditizie, come quelle attorno a casa mia, si sono salvate dall’incuria.</p>
<p>Il nuovo approccio, diventato a poco a poco egemone dentro e fuori il mondo agricolo, ha concorso alla propagazione di un modo di ragionare nel quale i suoli e le loro peculiarità non contavano nulla. Non stava scritto da nessuna parte, ma essi uscivano dai fattori considerati prioritari delle coltivazioni. Negli stessi decenni nei quali la scienza forniva fotografie più precise dei loro funzionamenti e delle complesse interconnessioni in gioco, li si rappresentava con una visione ultra-semplificata, consona agli interessi dei colossi dell’agrochimica. Senza curarsi del fatto che si isterilissero e che fossero irrimediabilmente devastati dall’erosione idrica, dai ruscellamenti causati dall’accorpamento dei campi.</p>
<p>La poca considerazione dei suoli dell’agricoltura industriale, uno dei pilastri della sua visione riduzionista, rompeva una tradizione millenaria, con la sua costante ricerca di soluzioni durature nel tempo per mantenere la terra in buona salute. Sotto il suo dominio le discipline attinenti ai suoli sono state di fatto marginalizzate nella maggior parte dei Paesi. O si sono trincerate nelle inoffensive problematiche genetiche e tassonomiche, come è successo alla migliore scuola italiana, quella fiorentina, alla quale io mi sono formato. Ancora oggi nella quasi totalità delle facoltà italiane si insegna la <em>chimica del suolo</em>, focalizzata su azoto fosforo e potassio, non la scienza del suolo, o pedologia che dir si voglia, che collega le dinamiche di quei principali elementi della fertilità a quelle microbiologiche, ecologiche e geografiche. Gli agronomi sanno quindi pochissimo di suolo, così come la maggior parte degli addetti al mestiere.</p>
<p>Tutta la mia esperienza lavorativa si è svolta in questa zona d’ombra, dove noi specialisti non avevamo voce in capitolo nella realtà delle coltivazioni e nelle politiche riguardanti i paesaggi. Vedevamo e studiavamo le degradazioni, ma nessuno ci dava retta. Eravamo rassegnati che così fosse, ci sembrava per certi versi normale, o per così dire tragicamente divertente. Più volte mentre mi davo da fare sul terreno mi è stato chiesto se il mio era un hobby. Quegli agricoltori che me lo domandavano non potevano pensare che si perdesse tempo a osservare e analizzare il suolo così in dettaglio. E tanto meno che proprio quel mio rapporto cerebrale ma anche fisico con la terra fosse così importante per il mio equilibrio personale. Fra di noi ci scherzavamo sopra, dicendoci che se si cercava un mezzo sicuro per non fare carriera nelle istituzioni, e di guadagnare poco, era scegliere il nostro mestiere. Che peraltro amavamo.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Per effetto degli implacabili risultati di vari studi di monitoraggio, che mostrano l’ubiquità di varie forme di degradazione, alcune delle quali irreparabili, visti i tempi millenari di formazione, nell’ultimo quindicennio è aumentata la consapevolezza che i suoli sono estremamente fragili. Sempre più si afferma la necessità di preservarli e di rigenerarli: quello che era uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori delle agricolture olistiche, sta diventando un discorso condiviso. Nei fatti dominano però ancora incontrastate le pratiche agronomiche dannose che si sono imposte nell’ultimo cinquantennio. Basandosi sulla consulenza di ottimi specialisti le istituzioni europee hanno delineato in tempi recenti chiari obiettivi per una gestione più ecologica delle coltivazioni, sebbene i percorsi restassero fumosi. Questa apertura s’è scontrata come si sa con la feroce opposizione delle organizzazioni degli agricoltori e di molti governi nazionali, con queste conniventi. Tutti i tentativi di introdurre metodi più rispettosi si scontrano con le resistenze cavalcate dalle destre, le quali non esitano a prendere di petto la scienza, e ancora più gli organismi, come la francese Ademe, che ne traducono i risultati in proposte concrete.</p>
<p>Si fa un gran parlare delle nuove tecnologie, si strombazza che potrebbero risolvere ogni problema. <em>Agricoltura di precisione</em> e <em>agricoltura 4</em>.<em>0</em> sono slogan sempre più martellanti anche sui media. Le trionfalistiche soluzioni proposte, nei fatti sempre vaghe, vengono da una nuova alleanza tra i produttori di macchine agricole, quelli di composti chimici, che finanziano e orientano la ricerca, e i fornitori di sistemi digitali di gestione dei dati. Le costose proposte, alla portata solo delle forme di agricoltura a alto reddito, e che aumenteranno ancora la dipendenza dai combustili fossili, restano nella credenza di stampo meccanicista del rimedio puntuale, a dispetto della maschera di ecocompatibilità. Ne è un esempio la trovata faro, la somministrazione di concimi chimici calibrata spazialmente, mediante tecniche di telerilevamento del rigoglio dei campi e di geolocalizzazione degli interventi, quando le difficoltà della pianta non sono un problema unicamente di disponibilità di elementi minerali nel terreno, e riguardano anche il comparto organico e biologico, e quello idrico. La reale finalità dei potentati agrochimici sembra essere quella di monetizzare la nuova consapevolezza ambientale, proponendo per i problemi che essi stessi hanno creato i palliativi che permettono loro di guadagnare più quattrini possibile.</p>
<p>Cosa pensare, di fronte a questa tracotante ostinazione a seguire solo gli interessi dei capitali, che non sono quelli della stragrande maggioranza degli umani? E della cinica abilità di indossare le vesti della svolta ecologica, di creare adepti consenzienti? Ora che il clima olocenico è partito per la tangente la Terra ci appare come una fragile palla spersa nel cosmo, circondata da una cagionevole aureola. E la terra una vulnerabile membrana in equilibrio con quest’ultima, e che per causa nostra si riduce via via. Ma in realtà è della nostra sopravvivenza che ci preoccupiamo, la Terra e i suoli esistevano e esisteranno anche senza gli umani, sanno reagire e adattarsi. Diventa difficile non cadere nello sconforto, quello stesso che io ho evitato per tanti anni proprio frequentando la terra. Chi viene più ascoltato, invece di moderarsi esprime ancora nuovi desideri, avidi come i precedenti, che fanno ulteriormente contrarre la pelle di zigrino. Ma naturalmente non è detta l’ultima parola, la storia è ondivaga e imprevedibile, e noi ci battiamo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdA Ho letto questo scritto &#8211; in una versione lievemente ridotta &#8211; nel corso del (terzo) convegno/ritrovo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/10/07/la-repubblica-dei-terrestri/">La Repubblica dei terrestri</a>, che si è tenuto a Tricase, in Salento, dal 9 all&#8217;11 ottobre;</em></p>
<p><em>i pezzi precedenti di questa serie si possono leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/09/01/le-citta-la-gaia-cecita-1/">qui</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/09/12/lecatombe-dei-paesaggi-la-gaia-cecita-2/">qui</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/09/26/discordi-montagne-la-gaia-cecita-3/">qui</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/10/10/la-rimozione-delle-campagne-la-gaia-cecita-4/">qui</a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Renata Prunas e lui (e lei)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/22/renata-prunas-e-lui-e-lei/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2026 05:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabesca]]></category>
		<category><![CDATA[MLAC Museo Laboratorio di Arte Contemporanea della Sapienza Università di Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Renata Prunas]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziana Gazzini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Tiziana Gazzini</b> <br />Il MLAC Museo Laboratorio di Arte Contemporanea della Sapienza, per la mostra di Renata Prunas. Materia risorta, a cura di Alice Guzzetti  oggi pomeriggio ospiterà la prima lettura pubblica delle filastrocche di Fiabesca con la voce dell’attrice Emma Marconcini.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-123157" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Rossilda-Dama-Rossa.jpg" alt="" width="1397" height="2002" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Rossilda-Dama-Rossa.jpg 1397w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Rossilda-Dama-Rossa-209x300.jpg 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Rossilda-Dama-Rossa-715x1024.jpg 715w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Rossilda-Dama-Rossa-768x1101.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Rossilda-Dama-Rossa-1072x1536.jpg 1072w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Rossilda-Dama-Rossa-293x420.jpg 293w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Rossilda-Dama-Rossa-150x215.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Rossilda-Dama-Rossa-300x430.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Rossilda-Dama-Rossa-696x997.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Rossilda-Dama-Rossa-1068x1531.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1397px) 100vw, 1397px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>LUI</strong><br />
di<br />
<strong>Tiziana Gazzini</strong></p>
<p style="text-align: left;">
<p>Erano i primi anni Ottanta quando un’amica giornalista la invitò a partecipare a un laboratorio di scrittura femminile intitolato Esercizi di pornografia. Lei, matura signora pudica e artista visiva che non si era mai sottratta alle sperimentazioni più spericolate, pensò &#8211; che sarà mai! – e accettò subito con curiosità e leggerezza. Non aveva mai avuto paura dello scandalo.<br />
La richiesta le era arrivata perché nelle sue opere visive era presente un inquietante erotismo e tra i suoi talenti c’era anche la scrittura.</p>
<p>Presto, però, si rese conto che questa volta non avrebbe potuto usare il linguaggio realistico delle opere materiche di arte visiva uscite dalle sue mani in più di vent’anni. Non poteva essere diretta, nemmeno in quel modo unico che l’aveva distinta per i suoi giochi acrobatici con sugheri e collant. L’educazione e il pudore lo impedivano perchè le parole, sì, le parole, sono un’altra cosa.<br />
Dubbiosa su come superare l’impasse, era china sul foglio bianco, quando un pensiero, lieve come un sussurro di fate, arrivò: “continua a giocare!”.<br />
E cominciò.</p>
<p style="text-align: left;">“C’era una volta un Mondo, un Mondo di Fate, un Mondo Fatato.” Erano le prime parole di Fiabesca, una favola dove si narra di tre Castelli Incantati, di una Principessa prigioniera, di Principi impotenti e di Umani fatati. Giocando scrisse una favola per adulti. Solo che, parola dopo parola, sussurro di fate dopo sussurro di fate, la favola prese una strada più pericolosa del previsto. Non solo un sesso fatato, inibito, cancellato, praticato, ma anche indicibili crudeltà rese soavi dalle parole giocose dell’autrice.<br />
Mentre scriveva, d’improvviso, le mille e mille fate di Fiabesca si misero a parlare in coro in una forma poetica a lei congeniale: la filastrocca. Lei le ascoltò e di filastrocche ne scrisse quattordici, disseminate nei punti cruciali della sua favola per adulti.<br />
L’artista visiva interveniva nel racconto con i blu e i rossi, i gialli e i verdi e una gamma cromatica del tutto immaginata che richiedeva nuove parole. A ogni riga, a ogni immagine del gioco fiabesco, a volte perverso, i colori diventavano protagonisti.<br />
Allo scoccare della quarantesima pagina, l’artista visiva lasciò cadere la penna. Aveva finito l’esercizio e non era andata fuori tema. Fiabesca, favola per adulti, era un porno-soft di genere fantasy.<br />
Ma non le bastava. Il suo gioco preferito era un altro. Così andò a prendere un collant e un telaio rettangolare, strumenti di lavoro per lei abituali in quegli anni, e disse al collant – E adesso cosa sai fare per diventare pornografico?</p>
<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-123158" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-20-à-21.29.08.png" alt="" width="470" height="652" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-20-à-21.29.08.png 470w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-20-à-21.29.08-216x300.png 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-20-à-21.29.08-303x420.png 303w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-20-à-21.29.08-150x208.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-20-à-21.29.08-300x416.png 300w" sizes="(max-width: 470px) 100vw, 470px" /></p>
<p>Attraverso le mani dell’artista visiva che si muovevano con gesti automatici, il collant color carne e il telaio dettero vita a un sesso maschile realistico, molto realistico. Nacque così LUI (1983), un’opera tridimensionale e cinetica, realistica anche per la consistenza data dal collant. Bastava ruotarla e il membro passava alla posizione attiva.<br />
L’esercizio di pornografia, adesso era davvero completo.</p>
<p>Un paio d’anni prima, nelle mani dell’artista visiva, materica e realista, un altro collant color carne e una tela bianca avevano dato vita a LEI (1981), un sesso femminile in primo piano velato dal collant, un sesso vissuto, sporcato e imperfetto dal rovente erotismo, molto lontano dall’idea “platonica” che abita l’immaginario maschile per il quale Gustave Courbet dipinse L’origine du monde (1866) .<br />
Dai tempi di Courbet la rappresentazione del sesso femminile non desta più scandalo. Rientra nell’erotismo accettato dalla società e dalla censura. La rappresentazione del sesso maschile in primissimo piano e in erezione è invece considerata pornografia, al di là delle intenzioni degli autori. L’opera LUI di Renata Prunas, l’artista visiva spregiudicata, è intenzionalmente pornografica e prudentemente mai esposta, fino ad oggi.</p>
<p>Il MLAC Museo Laboratorio di Arte Contemporanea della Sapienza Università di Roma, nell’ambito della mostra RENATA PRUNAS. MATERIA RISORTA, ampia retrospettiva dell’artista a cura di Alice Guzzetti aperta fino al 5 novembre, oggi pomeriggio ospiterà la prima lettura pubblica delle filastrocche di Fiabesca con la voce dell’attrice Emma Marconcini.<br />
Per l’occasione, faranno una fugace apparizione le opere LUI, LEI e Rossilda (Dama in rosso), dedicata alla protagonista femminile di Fiabesca, favola per adulti ancora inedita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
]]></content:encoded>
					
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		<title>Dopo &#8220;NAZA&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2026 12:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Fiorillo]]></category>
		<category><![CDATA[cinema contemporaneo]]></category>
		<category><![CDATA[documentario]]></category>
		<category><![CDATA[esercito israeliano]]></category>
		<category><![CDATA[Genocidio a Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Naza]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Alessandro Fiorillo </b> <br />  Il fascismo estetizza la politica e la guerra è la sua opera d’arte. L’accelerazione tecnologica ha dispiegato un arsenale estetico senza precedenti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Fiorillo</strong></p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p>Il fascismo estetizza la politica e la guerra è la sua opera d’arte.</p>
<p>L’accelerazione tecnologica ha dispiegato un arsenale estetico senza precedenti.</p>
<p>Dopo NAZA, mi chiedo:</p>
<p>qual è la funzione estetica dello sterminio?</p>
<p>che cos’è quest’opera, accolta dalla più lunga standing ovation nella storia della mostra del cinema di Venezia?</p>
<p>a chi parlano le voci degli assassini?</p>
<p>NAZA è un film che inchioda: quando le luci ci portano fuori dalla notte di Tel Aviv e la memoria rimane inquieta su quelle immagini conclusive, sature di rovine e di lutto.</p>
<p>Dentro NAZA non ci sono le vittime, non ci sono i loro corpi e le loro voci.</p>
<p>Dentro NAZA ci sono le ombre dei carnefici che si stagliano contro le luci di una città insonne. Ombre contro il traffico, i palazzi, le case illuminate: ombre che raccontano la forma domestica dell’orrore.</p>
<p>Le voci cadono dall’alto: è il punto di vista di chi vede senza essere visto.</p>
<p>È la prospettiva dei droni che uccidono, degli schermi che indicano gli obiettivi e misurano gli effetti collaterali.</p>
<p>NAZA è l’interfaccia del genocidio, il filtro algoritmico dello sterminio.</p>
<p>Non c’è follia nella necropolitica; non c’è la forza irrazionale che alimenta un culto di morte, ma la logica crudele della gestione militare dell’esistente.</p>
<p>La scelta di perpetuare un genocidio ha una funzione: superare ogni limite per fare di ogni superamento la norma.</p>
<p>Dentro NAZA facciamo esperienza di un limite che diventa polvere, come gli ospedali e le scuole.</p>
<p>Un limite che si estingue, come quando uno degli assassini dice:</p>
<p>«Vedo ancora i nazisti come il male. Ma se loro sono il male, io chi sono?».</p>
<p>Uomini e donne nate in un sistema culturale votato al dominio.</p>
<p>Uomini e donne nate dentro una macchina di distruzione e di propaganda.</p>
<p>Uomini e donne che il 7 ottobre hanno percepito la crepa dentro il racconto coloniale.</p>
<p>Un limite che si dissolve; come quando un assassino dice che si sono sentiti superati in astuzia, e ora sono molto arrabbiati.</p>
<p>Scrive Abdaljawad Omar: il 7 ottobre ha infranto il tessuto simbolico che reggeva alcuni tratti centrali dell’identità israeliana. Il sogno dell’invincibilità dell’esercito, il culto del sistema di difesa più sicuro al mondo, il mito dell’intelligence.</p>
<p>La risposta è stata una strategia dell’annientamento che stride con l’immagine di eccellenza militare.</p>
<p>NAZA ci mostra una politica che ha smesso di celebrare l’estetica della guerra: il campo di battaglia è un campo di sterminio.</p>
<p>NAZA ci parla di una potenza di distruzione indifferenziata: macchina bellica che penetra ogni telefono, immagina obiettivi, disegna le stanze degli edifici ancora in piedi.</p>
<p>NAZA ci parla di uno Stato dove la tattica è l’assunzione di una percentuale di errore, il massacro è strategia militare.</p>
<p>Satelliti, algoritmi, sensori, modelli di intelligenza artificiale che deresponsabilizzano il gesto del soldato e, contemporaneamente, realizzano la logica punitiva del terrore: uso sproporzionato della forza, distruzione di infrastrutture civili.</p>
<p>Come si sopravvive a tutto questo?</p>
<p>L’anarchia del genocidio è fatta di procedure, calcoli, avvertimenti.</p>
<p>Falsa coscienza degli assassini.</p>
<p>Come quando informano la popolazione di un bombardamento imminente, poco prima di scaricare la furia omicida.</p>
<p>Come quando considerano il fabbisogno minimo calorico per ogni fascia di età e sesso.</p>
<p>Come quando prescrivono i generi alimentari che non possono entrare.</p>
<p>Forse il senso ultimo della soluzione finale nei confronti del popolo palestinese non è solo l’annientamento fisico. Non si può sterminare un’idea di resistenza, ma si può inchiodare un popolo nel panico.</p>
<p>Forse il senso ultimo della soluzione finale nei confronti del popolo palestinese è dimostrare che non esiste un limite alla forza distruttiva del potere.</p>
<p>Forse il senso ultimo della soluzione finale nei confronti del popolo palestinese rivela la paura che si nasconde nel potere: è nel popolo che rinascono sempre le rivolte e le insurrezioni.</p>
<p>NAZA ci inchioda nel panico che non fa fuggire. Alla fine delle tenebre scendiamo all’inferno: la voce di un padre che cerca i figli tra le rovine, i piedi nudi delle vittime.</p>
<p>NAZA è la crepa che si allarga nel racconto dentro cui viviamo.</p>
<p>È un privilegio vivere nel mito.</p>
<p>La distruzione della Palestina è la distruzione del mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>Immagine: &nbsp;<i>Palestina </i>di Mario Schifano (acrilico su stampa digitale su PVC, 1990)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>E son qui che aspetto Bortoli  #1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2026 05:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[E son qui che aspetto Bortoli]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Bortoli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Silvia Bortoli </strong> <br /> E poi c’eravamo noi, gli occidentali, convinti che la nuova apertura sarebbe stata l’inizio di un’era di collaborazioni virtuose, di affari reciprocamente vantaggiosi, di rapporti con una nuova Russia ansiosa di diventare capitalista....]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-123068" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-13-à-21.20.52.png" alt="" width="686" height="459" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-13-à-21.20.52.png 686w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-13-à-21.20.52-300x201.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-13-à-21.20.52-628x420.png 628w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-13-à-21.20.52-150x100.png 150w" sizes="(max-width: 686px) 100vw, 686px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Rus&#8217;</strong><br />
di<br />
<strong>Silvia Bortoli</strong></p>
<p>«Mi scusi» dice, sollevando la testa verso il grosso passeggero che continua ad arrivarle alle spalle, sporgendosi sopra di lei per parlare con il suo vicino di posto, «è il settore non fumatori». Lui non le risponde nemmeno, anzi lascia apposta, le sembra, che il fumo le avvolga la testa accecandola.<br />
«Per favore!» ripete con il suo tono più secco, ma un altro da dietro dice distintamente: «ma che rompicoglioni!»<br />
Se ancora non ha capito cos’è la Russia, sa ormai cosa sono i viaggi per arrivarci, corse precipitose verso una nuova frontiera, anche se questi che la assediano non sono pionieri, ma tecnici di una qualche azienda, e non corrono verso il lavoro, che già hanno, bensì verso il bere molto, il molto mangiare, il sentirsi più gente di mondo, più occidentali e moderni del paese che li ospita. E il fraternizzare con le giovanissime prostitute di cui stanno fantasticando sopra la sua testa, senza risparmiarle nessun dettaglio di un rudimentale kamasutra da viaggio, convinti, si direbbe, che a loro si accompagnino grazie a robuste e virili virtù. Sanno già tutto, non c’è dubbio, l’incertezza non è cosa loro.</p>
<p>Quando arrivano all’aeroporto è pomeriggio. Il tempo è grigio, i loro compagni di viaggio accolti rumorosamente da sosia inquietanti. Nell’atrio un gentile Volodja in blue jeans che gli ciondolano dai fianchi magri divide per tre e distribuisce tra le signore impreviste l’unico mazzo di fiori, garofani rossi, cercati, lo sa, nei posti più improbabili, interni di stabili, baracchette che sembrano depositi di attrezzi. Lo ha seguito una volta, lui o un altro dei molti Volodja che sempre li accompagnano, alla ricerca di rose per un invito a cena. Allora le avevano trovate nell’atrio di un palazzone dove si era diretto con sicurezza. Il negozio qui sembra inessenziale.<br />
Questo dividere i fiori davanti a loro, fiori presi direttamente da un vaso, nudi, senza carta, perché nessuno ne resti privo, le sembra un gesto di squisita cortesia, un gesto non formale, diretto a lei. È di nuovo in Russia.<br />
Attraversano la periferia della città su un pulmino che schizza ai lati due spruzzi giallognoli di fanghiglia, fa caldo, dieci gradi sopra lo zero. L’enorme edificio dell’albergo impedisce di vedere il delta, ma dietro, nella nebbia, sente fischiare il vento che arriva dal Baltico, lo riconosce, non perché le sia già abituale, piuttosto come un rumore che la situa in quello spazio.</p>
<p>Accompagnata da una cameriera di cattivo umore trascina le valigie nella stanza che le hanno assegnato. Una suite a due piani con le vetrate sul golfo di Finlandia, una scala hollywoodiana, o svedese, che sale con un giro ampio, e dappertutto una moquette color senape e poltrone e divani in velluto giallo, segni di un’improbabile grandeur. In un angolo, un televisore che trasmetterà in russo, pensa, o vecchi film americani con sottotitoli in cirillico. Ma non lo saprà mai anche se per giorni, nonostante le sue proteste, un elettricista dell’albergo si ostinerà ad aggiustarlo, bussando caparbio alla sua porta.<br />
Sul letto a sacco il lenzuolo ha un buco di sigaretta, un foro da cui con la forbice è stata tagliata via la parte bruciata, ben stirato, ma aperto, come un foro di pallottola. E dopotutto forse lo è.<br />
Poiché li ha già visti, i monumenti della città, le residenze degli zar, i palazzi dei principi e il Nievskj Prospekt con i suoi piccoli commerci e le finestre stondate e si è già bagnata sotto i giochi d’acqua dei giardini di Pietro e ha infilato infinite volte sopra le scarpe enormi babbucce per scivolare lungo i pavimenti di legno intarsiato, questa volta non salirà nel pulmino alle ore previste per le previste destinazioni.</p>
<p>Non salirà? Le giovani Olghe addette alla loro cura e protezione scuotono la testa contrariate. Della vecchia Russia che non ha conosciuto pare sia rimasto questo senso della costrizione collettiva, sia pure ai piaceri dell’ospitalità. E pericoloso girare da soli, lo sa? Ci sono molti briganti, pronti a fare ai turisti cose terribili, lo sa? Lo sa, lo sa, anche a casa sua non scherzano, cerca di rassicurarle, non ha intenzione di uscire, si è portata del lavoro da fare, guarderà l’acqua da dietro i vetri e se vorrà uscire si accoderà a loro, promesso. La più giovane delle giovani Olghe scuote la testa, è delusa e lo lascia capire, è il suo primo incarico e dovrà dire a qualcuno che un’ospite le è sfuggita, è arrabbiata, anzi è furiosa, vorrebbe farsi ubbidire e non sa come. Sandra non intende evitarle questa prima sconfitta della sua giovane vita di moderna piccola russa efficiente.<br />
Lasciandola in piedi nell’enorme atrio, gli occhioni azzurri incupiti, rientra nella sua improbabile suite, sorride alla cameriera e chiede in tutte le lingue a lei note un caffè. La cameriera sorride senza capire, come farà mitemente per tutti i giorni seguenti, accettando le mance con frenetici movimenti del capo. Si chiede come sia arrivata a lavorare in questo posto ambito, luogo di mance e privilegi, quella donna sparuta che sembra sorpresa e spaventata di essere al mondo. Lei tuttavia è soddisfatta della sistemazione. Del calore eccessivo delle stanze, delle poltrone in finta pelle, poltrone color marrone in cui si può sprofondare appoggiando i piedi sul tavolino, poltrone di svedese praticità. E soddisfatta dell’uomo col cane che vede correre lungo la riva e le dà l’impressione che questo sia il vero fronte dell’albergo, rivolto a un mondo ulteriore, e non l’ingresso mastodontico, aperto verso la città. È soddisfatta dei libri che ha sistemato sul piano della scrivania, della città che già conosce e non può più attirarla con le sue seduzioni e infine del pallido buio della sera che avanza. Starà lì, lavorando un poco, ma soprattutto abbandonandosi felicemente alla pigrizia, lontana da ogni obbligo, chiusa in questo studio giallo e marrone, silenzioso e privo di virtù, uno studio per uomini d’affari, dalla protettiva bruttezza.</p>
<p>Quasi distesa nella scivolosa poltrona marrone, sola nella stanza buia, sotto il cono di luce della lampada, succhia lentamente, un quadrato alla volta, le tavolette di cioccolato che ha comprato in viaggio. Fuma e legge e aspetta che qualcuno venga a prenderla per la cena. Alle sue spalle, dal golfo di Finlandia il vento si abbatte fischiando contro le vetrate.<br />
Il giorno dopo scende a far colazione. Che gruppo? chiede sbrigativa la ragazza alla reception. Non sa qual è il suo gruppo, sempre che ne abbia uno, spiega nel suo inglese da viaggio, c’è un pulmino da qualche parte, in cui non è salita. La ragazza si illumina cupamente, dunque è lei quella che ha rifiutato il pulmino, la guastatrice, l’elemento che porta scompiglio e disturba il lavoro, e allora peggio per lei, il pulmino, le fa capire quasi con soddisfazione, mangia altrove, nessun gruppo, nessun pasto. Anche la sua collega scuote la testa con aria di compatimento.</p>
<p>Diventata uno scarto inutilizzabile, un avanzo che può solo far danno, rifiutata da ogni ristorante dell’albergo, trova per caso, solo perché si è persa, la cafeteria del suo piano, c’è un tavolino che blocca l’accesso, pausa pranzo, o semplicemente pausa, ma a gesti la cameriera la manda più su. E così scopre la vita parallela dell’albergo, dove le dimensioni si riducono e c’è posto anche per gli eccentrici. Negli anfratti di quell’edificio smisurato si mangia e si beve al di là delle relazioni organizzate o di gruppo, l’organizzazione retrocede e le relazioni umane si intrecciano.<br />
Assicurate le retrovie, passa il primo giorno di volontaria reclusione leggendo Tolstoj per capire la Russia, ha questa presunzione. Perché la Russia non è come il resto del mondo, questo lo intuisce dai sorrisi vaghi, misteriosi, di compatimento, di chi ne sa più di lei. Non è ancora l’Oriente, del quale si intuiscono i primi segnali nelle facce caucasiche che incontra a volte nei corridoi, e non è più l’Occidente o, se lo è, lo è in una versione del tutto nuova e inattesa.</p>
<p>Visti i luoghi, ascoltate le persone, cerca illuminazione nella memoria dei russi, legge per ore, con il ritmo tranquillo di un fondista, infilando ogni tanto la mano sotto la carta lilla della tavoletta di cioccolato, e le sembra che dal tempo dei goffi e intensi tentativi di Levin per capire se stesso non sia cambiato molto, ma che tutto si sia mantenuto in qualche modo uguale, non vivo però, pietrificato, come il corpo del giovane minatore nelle miniere di Falun. Alle sue spalle sente la rete leggera dei caffè aperti, della gente che si infila nei corridoi, nelle stanze, l’energia ronzante dei loro traffici, e quando Levin va a falciare con i contadini, lei alza gli occhi e chiude il libro.<br />
Nei giorni seguenti non scende a colazione con gli altri, si alza tardi, lavora, legge e quando ha fame mangia pane scuro e pesce affumicato alla cafeteria del piano, dove può mostrare col dito quello che vuole. Le cafeterie sembrano microscopiche mense aziendali a beneficio dei lavoratori dell’albergo, si paga infatti esclusivamente in rubli. A volte invece, improvvisamente, equivoci luoghi di incontro in cui giovanotti con magliette quasi occidentali (occidentali, si chiede, rispetto a cosa?) si chinano abbassando rapidamente la voce sulle tartine al caviale o su mezze uova rese molto barocche da ornamenti enigmatici, annuiscono con aria efficiente, si danno rapide e pesanti manate sulle spalle, si accordano. Poi di nuovo innocenti famigliole, facce patibolari, giovani prostitute. Quella che domina è però un’aria domestica, le cameriere li conoscono, sembra quasi che li conoscano da sempre, e a lei che è nuova e non ha biglietti da un rublo, il caffè viene offerto. Dalle porte esce nei corridoi un odore di mele e stanze sovraffollate. Ogni tanto si apre uno spiraglio su immobili facce russe, facce che non ha visto su nessuna rivista o giornale o televisione, e rozze facce europee, queste sì conosciute e tuttavia sorprendenti. E poi all’improvviso pallidi turisti belgi dall’aria sperduta e per bene, un ragazzo abbandonato per terra nell’atrio, senza che nessuno lo guardi. Un tedesco barcolla ubriaco strisciando la spalla lungo il muro del corridoio e parla da solo.</p>
<p>Le cameriere della cafeteria la trattano con gentilezza, lei sorride e mostra col dito questo e questo e questo, porta al tavolo il piatto e mangia con il libro davanti, piccola finzione per poter spiare in pace le facce intorno a sé.<br />
Nei giorni seguenti non riesce a evitare un’ennesima favola delle tre melarance, né un balletto di grasse ballerine dalle carni bianche, che ricadono pesanti sul tavolato del palcoscenico. La Russia offre di tutto, senza discernimento, mette sul tavolo ogni genere di cose, cibi sopraffini e indigesti, con la certezza che verranno consumati. Durante l’intervallo file ordinate di spettatori con tristi abiti della domenica cercano di procurarsi un rinfresco: due caramelle offerte su un piattino, simboli di piaceri forse mai conosciuti, ritualità di eventi sociali. Anche loro avranno letto Tolstoj pensa crudelmente, dev’esser quella la loro memoria, quella a cui fanno ricorso per agganciare al vestito di tutti i giorni un merletto industriale, o per infilare sotto il golf una camicia di nylon color albicocca. Lo stesso pubblico numeroso applaude con lo stesso entusiasmo la bellissima favola delle melarance e l’informe balletto. Saranno persone diverse, pensa, dovrebbero esserlo. Eppure non ha questa impressione, le sembra quasi di riconoscere, nella fila che si muove lentamente in circolo, gli stessi volti dalle carni pallide che ha visto nei giorni precedenti in un altro teatro. Sono loro il popolo russo? Le sembra che solo qui, forse, ci potrebbe essere ancora un popolo, questa parola desueta, che le dà l’impressione di ricadere, per il solo fatto di usarla, in una specie di nostalgia per tempi più semplici che la mette a disagio.</p>
<p>Al bar del quinto piano merce quindicenne esposta sugli sgabelli, gli occhi vuoti e assieme spasmodicamente attenti, braccine minute, pallide e molli, un generale senso di miseria e malnutrizione. Attorno a loro, già su di loro, uomini occidentali, e qui improvvisamente non le sembra di doversi chiedere &#8220;rispetto a cosa&#8221;. Chiassosi, eccitati e quasi sorpresi. Ci sono proprio, sembrano dire, non è una fola, eccole qui. Gli abitués confermano con gli occhi, cosa vi avevamo detto? Sugli sgabelli ragazze assurdamente composte tengono le gambe incrociate e si sistemano le spalline di quelli che cercano di essere vestiti da sera, o eleganti, o forse addirittura provocanti<br />
Nei giorni seguenti osserva affascinata la Russia che mangia.<br />
La sala da pranzo di un albergo nel centro della città ha una sopraelevazione direttamente collegata a un office. Sono le nove del mattino e la ressa è grande. La lunga coda di gente silenziosa e determinata passa in silenzio davanti ai tavoli su cui sono esposti i cibi e accumula sui piatti polpette di carne piene d’aglio, bicchieri di latte cagliato, burro e cibi che non riconosce, fritti, dorati, grassi, e focacce e pile e pile di pane scuro e fragrante.<br />
La cosa che più la colpisce è il silenzio. Mangiare, in questo paese in cui di recente, a un angolo di strada, una vecchia ha cercato di venderle cinque carote molli, annerite e ordinatamente disposte in fila per terra su un pezzo di carta, le sembra un’attività di impressionante importanza, un lavoro che richiede impegno e concentrazione. Capisce che le cafeterie non offrono in fondo che leggeri spuntini tra una riunione e l’altra, ha l’impressione che i digiuni siano altrettanto lunghi e concentrati, altrettanto seri e impegnativi. Sa che è difficile trovare da mangiare, forse soltanto le organizzazioni degli alberghi e dei ristoranti ci riescono. La gente che arriva fin qui, gente certamente privilegiata, che dispone di valuta o di relazioni, mangia con serietà.<br />
A cena, di fronte a cibi che mantengono la forma dell’opulenza ma avvolgono le loro dorature su misere porzioni di carni di qualità disperante, conosce una nuova Olga, un’aristocratica personcina con un taglio di capelli sofisticato e un tailleur sorprendentemente elegante, fuori posto quasi tra quei calorosi espansivissimi russi che infatti tiene a bada con occhiate severe. Controllata e sottile, rappresenta la Russia che dovrebbe esserci, la Russia che c’è, ma per il momento si è persa. Siede con la schiena diritta dove tutti si protendono rumorosamente sul tavolo, fulmina il suo accompagnatore ormai ubriaco che si piega verso di loro baciando a turno la mano di tutti e dichiarando la sua amicizia, anzi, il suo amore. Non è così che si fa, sembra dire stringendo le labbra, lei mantiene il distacco, non li aggredisce con la sua emotività, non si aspetta nulla da loro. Bisogna non nascondere il disastro, sembra dire la sua schiena diritta, del resto è evidente, e tuttavia tirarsene fuori, dissociarsi con controllata intensità, esprimere sorpresa.<br />
I gomiti stretti contro il busto esile, la nuova Olga si passa rapidamente la punta delle dita sulla frangia appena sfilata dei capelli, lancia un solo, secco, imperioso battito di ciglia e con scientifica obiettività spiega che sopra la Russia si è aperto un grande buco nel cielo, un buco misterioso che aspira e risucchia ogni cosa venga fabbricata e prodotta. Perché tutto viene ancora fabbricato e prodotto, ma misteriosamente sparisce. La giovane Olga, nonostante sia un’economista, non vede altra spiegazione per l’improvvisa, generale scomparsa dei ferri da stiro.</p>
<p>Quando il ferro di sua madre si romperà, spiega, non potranno più stirare, semplicemente questo, e lei sa che il paese trabocca, da qualche parte, di nuovissimi ferri da stiro, perfettamente efficienti, appena scodellati dalle fabbriche di ferri da stiro di cui la Russia è piena. E questo, aggiunge, vale per tutto. Poi tace e guarda il suo piatto con occhi severi, dando piccoli, diffidenti colpi con la forchetta alla coscia di pollo. E l’unica che abbia col cibo un rapporto distaccato, quasi disgustato. Per rompere il silenzio e interrompere quella manovra inquietante, Sandra si offre, nel caso la catastrofe si avveri, di procurare a sua madre un ferro da stiro occidentale. Con un gesto regale la giovane Olga abbandona la forchetta sul piatto e rifiuta. Lei si rende conto dell’errore grossolano. Ha scambiato una metafora sulla Russia per una banale necessità domestica, si merita tutto il disprezzo di quella elegante persona.<br />
Nel silenzio che segue un tedesco ubriaco che per qualche ragione cena con loro reagisce in ritardo al nome della sua città. Venezia? chiede aggressivo. Sì, dice lei. Mafia! grida il tedesco.</p>
<p>Nei giorni seguenti continua a perdersi nei corridoi seguendo i turni delle cafeterie. Oltre una porta, seduti sul letto, fianco e fianco, un uomo e una donna guardano immobili il muro, facce asiatiche, in qualche modo dolenti. Di piano in piano sente voci dietro alle porte, si siede allo stesso tavolo di facce slave che la sorprendono, non ospiti dell’albergo, ma abitanti di questo sito artificiale e dotato forse di dignità territoriale. Immagina una sigla di provincia che lo rappresenti, non riesce a immaginare invece che questa gente sia di passaggio, ha l’aria di abitare qui da molto e di volerci o doverci restare. L’albergo è carissimo, lo sa, non un caravanserraglio per viandanti, ma un centro di incontri per gli affari più strani, estremamente istituzionali e insieme estremamente loschi. Un luogo privo di identità, separato, che pure accomuna tutti artificiosamente e li fa sembrare ambiguamente di casa.<br />
A ogni piano assaggia fiduciosa polpette misteriose, addenta tartine con appiccicoso caviale rosso dalla superficie leggermente raggrinzita e asciugata per l’esposizione nelle vetrine. La cosa migliore è sempre il pane, grandi, spesse fette di pane scuro che lei spalma di burro e che nonostante tutte le suggestioni delle migliaia, dei milioni di addetti alla produzione industriale, le cui cifre sempre le vengono snocciolate per convincerla senza necessità, poiché lo è, della grandezza e importanza del paese, forse con la complicità della quotidiana lettura di Tolstoj, rendono la Russia ai suoi occhi un paese soprattutto agricolo, ancora antico, in cui qualcosa si è rotto proprio lì dove dovrebbe trovare conferma, impacciato dalla propria modernità che lo rende goffo e arrogante. Il pane russo, l’unica cosa che ancora si trova, uguale nel tempo, ancora in rassicurante abbondanza, rappresenta per lei, più efficacemente della giovane Olga, l’unione della Russia scomparsa e di quella a venire.<br />
E forse per questo che, lasciata Leningrado per Mosca, non più accompagnati minuto per minuto dalle ansiose cure dei loro ospiti, mentre passeggiano oziosamente nelle strade della capitale, incrociando una panetteria, un vecchio negozio grande e spoglio nel quale dietro le vetrine non vede nient’altro che file di pagnotte marrone chiaro, dalla forma regolare, allineate sugli scaffali, decide di entrare e comprarne una per sé.<br />
Entra e si mette in fila con i russi che fanno la spesa, l’uomo davanti a lei si gira a guardarla e sorride, una turista dal fornaio, ha l’aria di dire, se ne vedono di tutti i colori, lei sorride a sua volta e quando arriva il suo turno indica una pagnotta con il dito. Voglio quella, fa cenno alla commessa.</p>
<p>La piccola donna russa, una donna di mezza età, robusta, con solidi bicipiti sotto il grembiule, la guarda in silenzio come se non capisse. Quella, indica di nuovo lei, puntando il dito verso la forma di pane. La donna allora spinge il mento in avanti, stringe le labbra e fa un secco no con la testa, non vuole darglielo, il pane russo. La gente intorno a loro si ferma a guardare. La donna risponde allo sguardo e incrocia le braccia. La gente guarda lei, la turista, e guarda la donna che non vuol darle il pane, qui, a Mosca, dove tutti vendono tutto, e ride di entrambe.<br />
Anche lei allora si ostina, vede un cartello con un prezzo, va alla cassa e mette il denaro davanti alla cassiera che lo prende ridendo e grida qualcosa alla donna che ancora la fissa con rabbia, dalle quello stupido pane, grida la cassiera.<br />
Alla donna dietro il banco deve sembrare che tutti scuotano la testa e la compatiscano, perché alla fine ostilmente si gira, prende un pane e lo sbatte sul banco come se volesse far danno, lo getta lì nudo, con rabbia, come se lei, la straniera, avesse abusivamente spalancato la porta di casa sua e si fosse seduta nel suo salotto, avesse appoggiato i piedi sul suo tavolo e si fosse bevuta il suo tè.<br />
La cassiera scende dalla predella, gira intorno al bancone, prende un sacchetto e gentilmente lo porge all’eccentrica turista occidentale perché incarti il suo pane e se lo porti via, un pane vecchio, duro e gommoso, scelto apposta per lei, come scoprirà in albergo quando cercherà di mangiarlo senza riuscirci, finendo per buttarlo nel cestino, con la sensazione di compiere un gesto empio, sprezzante, uno spreco che la donna ha previsto, che le ha attribuito con lungimirante esattezza, come non ci si potesse aspettare altro che questo e avesse cercato di limitare il danno.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-123150" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Leningrad_1991_4387699303.jpg" alt="" width="960" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Leningrad_1991_4387699303.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Leningrad_1991_4387699303-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Leningrad_1991_4387699303-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Leningrad_1991_4387699303-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Leningrad_1991_4387699303-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Leningrad_1991_4387699303-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p><strong>Nota per Rus</strong></p>
<p>All’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso sono stata più volte a Mosca e a San Pietroburgo, che proprio nel 1991 aveva cambiato per la terza volta nome tornando all’antico, grazie a un referendum popolare promosso dall’allora sindaco, Anatolij Aleksandrovič Sobčak, mentore di Putin, che aveva appena lasciato il KGB e iniziava quella carriera politica di cui oggi vediamo i frutti.<br />
Erano gli anni della grande crisi economica, i negozi erano vuoti, il cibo circolava grazie all’economia non ufficiale, la verdura e la frutta solo nelle case dei ceti privilegiati che potevano procurarselo e in qualche nuovo ristorante georgiano appena nato. Tutto quello che era stato statale era desolatamente vuoto e abbandonato.<br />
E poi c’eravamo noi, gli occidentali, convinti che la nuova apertura sarebbe stata l’inizio di un’era di collaborazioni virtuose, di affari reciprocamente vantaggiosi, di rapporti con una nuova Russia ansiosa di diventare capitalista, di riabbracciarci, noi che dopotutto eravamo una sua parte fraterna, l’altra Europa. Non è andata propriamente così. La Russia non era particolarmente desiderosa di copiare il nostro stile di vita, ma soprattutto non aveva nessuna intenzione di farsi portare per mano dall’Occidente laico e capitalista, aveva la sua propria secolare grandezza, il suo orgoglio di grande potenza, di Terza Roma, la sua spiritualità e la sua capacità di resistenza.<br />
Mentre le persone intorno a me progettavano, io osservavo gli anfratti, le cose in apparenza minime, la vita che si svolgeva nei corridoi degli alberghi, e rileggendo oggi il breve racconto in cui ho descritto quei viaggi, penso che fosse tutto già lì, ben visibile, perché dietro a Putin c’era e c’è ancora oggi la fornaia moscovita.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Qualche appunto sulle occupazioni degli studenti</title>
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					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/20/qualche-appunto-sulle-occupazioni-degli-studenti/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2026 12:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Demetrio Paolin]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Demetrio Paolin </strong>  <br /> Potrebbe sembrare che il loro nichilismo sia negativo, distruttivo, eppure se lo guardo, se provo a guardarlo anzi, mi pare che quel nulla sia un luogo, nel quale i miei alunni riescono a trovare qualcosa.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Demetrio Paolin</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-123146" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Imagoeconomica_2829045-1792313366236.jpg-la_protesta_degli_studenti_si_allarga_al_canavese__dopo_chivasso__in_piazza_anche_a_caluso_e_ivrea_1.jpg" alt="" width="400" height="349" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Imagoeconomica_2829045-1792313366236.jpg-la_protesta_degli_studenti_si_allarga_al_canavese__dopo_chivasso__in_piazza_anche_a_caluso_e_ivrea_1.jpg 871w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Imagoeconomica_2829045-1792313366236.jpg-la_protesta_degli_studenti_si_allarga_al_canavese__dopo_chivasso__in_piazza_anche_a_caluso_e_ivrea_1-300x262.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Imagoeconomica_2829045-1792313366236.jpg-la_protesta_degli_studenti_si_allarga_al_canavese__dopo_chivasso__in_piazza_anche_a_caluso_e_ivrea_1-768x670.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Imagoeconomica_2829045-1792313366236.jpg-la_protesta_degli_studenti_si_allarga_al_canavese__dopo_chivasso__in_piazza_anche_a_caluso_e_ivrea_1-481x420.jpg 481w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Imagoeconomica_2829045-1792313366236.jpg-la_protesta_degli_studenti_si_allarga_al_canavese__dopo_chivasso__in_piazza_anche_a_caluso_e_ivrea_1-150x131.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Imagoeconomica_2829045-1792313366236.jpg-la_protesta_degli_studenti_si_allarga_al_canavese__dopo_chivasso__in_piazza_anche_a_caluso_e_ivrea_1-696x607.jpg 696w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" />Questo pezzo nasce da un video, dopo averlo visto ho provato una strana sensazione, che in qualche modo ha a che fare con me, con le proiezioni di me rispetto ai miei studenti e alla loro esperienza legata, alle occupazioni e le manifestazioni di questi giorni. Partiamo dal video; sono pochi minuti divertenti: è la mattina di mercoledì scorso. I ragazzi sono dentro il cortile della scuola, hanno chiuso con il lucchetto le entrate e hanno deciso di occupare e di non far entrare i professori. Nel video ci sono io che parlo con i miei alunni e ridendo dico loro: “Ma come farete senza di me che vi spiego Dante! Fatemi spiegare Dante!” Il video finisce con noi che ridiamo e io che dico: “Lunedì prossimo, canto III del Purgatorio” (ho poi mantenuto la promessa).<br />
Se penso a quel video, adesso, provo una sensazione come di rimorso, mista a una sorta di pudore, come se fossi un ospite indesiderato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come molti docenti ho vissuto i giorni della scorsa settimana non tanto come insegnante, ma come educatore dei ragazzi, che hanno deciso di mettere in atto un’occupazione; ci sono stati momenti di svago e leggerezza (quello che ho raccontato ad esempio); altri invece sono stati di profonda tensione, altri di confusione, di incomprensione e con gli alunni e con gli altri membri del corpo docente.</p>
<p>L’occupazione nella mia scuola è stata pacifica, nessun danno alle cose, in un clima abbastanza sereno, ma forse per questo, forse in virtù di questa tranquillità, ho potuto guardare alcune dinamiche dall’interno, che mi pare di non aver letto da altre parti.</p>
<p>*</p>
<p>Parto da una breve testimonianza di una mia alunna che era alla manifestazione di venerdì. Stamane, mentre camminavo in corridoio, lei mi raggiunge, mi prende sotto braccio e mi dice: Prof, venerdì ci hanno caricato. Ho visto, dico, come stai? Bene, fa lei, i lacrimogeni non sono piacevoli, mi sono spaventata, però sono riuscita coprirmi gli occhi. Hanno usato anche gli idranti? Eh prof, sì, però. Però cosa?, le chiedo. Però un po’ di casino per farli innervosire l’abbiamo fatto. Pausa mia. Ci sta vero, prof? Ci sta, le ho detto.</p>
<p>Quando l’ho vista andare verso la sua classe, dentro di me ho tirato un sospiro di sollievo, perché le cose potevano mettersi male, ma infine spero che questo sia per lei un primo passo verso una riflessione sul suo agire politico e/o sociale. Oppure temo che non sarà così, mentre la vedo di spalle, inghiottita dai compagni che escono per l’intervallo.</p>
<p>Appena elaboro questo pensiero, mi rendo conto che nutro nei suoi confronti una sensazione vaga, l’idea che in questi quattro anni lei mi sia sfuggita, che non sia riuscito a comprenderla del tutto, mi lascia una certa amarezza.</p>
<p>*</p>
<p>Ora in questi giorni, appunto, mentre stavo fuori da scuola a parlare con i ragazzi, mi è capitato di leggere diversi articoli, diversi documenti, diverse descrizioni dei ragazzi, e così mi sono deciso di parlare dei miei.</p>
<p>Ho letto diverse testimonianze che raccontavano le attività delle occupazioni, alcune volte scritte di prima mano da colleghi. Leggevo con una gelosia crescente di come gli alunni avevano prodotto documenti, fatto assemblee, in cui avevano avviato confronti. Certo, mi dicevo, questo avviene in licei più politicizzati del mio, quelli in centro, o quelli con un certo nome, ma noi a Mirafiori Sud siamo più “maranza”, poco inclini al ragionamento, immuni dall’impegno politico, monadi sociali e egoistiche che non hanno idea di comunità. Siamo una realtà in cui si teme e nel contempo si desidera essere branco, dai “miei” insomma non ci si aspettava un comunicato e/o assemblee.</p>
<p>Bisognerebbe, poi, chiedersi se sia un bene che abbiano scritto comunicati e interrogarsi su come li abbiano scritti. Per curiosità ne ho letti alcuni, e ho pensato che quelle parole erano solo una versione più presentabile, più giornalistica, dei miei alunni. In realtà, nel disimpegno dei miei così come nei comunicati degli altri, si può leggere facendo bene attenzione il progressivo svuotamento degli organi e luoghi deputati al confronto e alla politica nella scuola; un esempio tra i tanti, in questi anni ho visto la figura del rappresentante di istituto trasformarsi da agitatore di idee politiche a organizzatore di prom e di eventi di fine anno (una parabola perfettamente berlusconiana: dove il politico è colui che organizza “feste galanti” e dice “barzellette” perché è simpatico).</p>
<p>Qualche collega potrebbe obiettare: invidia? (di solito gli alunni del vicino sono sempre più bravi dei nostri). Qualcun altro potrebbe dire che sono io a non averli saputi preparare, e ci sta: è una riflessione che prendo sul serio. Ma ho letto quei comunicati, e vi chiedo: avete fatto caso alla lingua in cui sono scritti? È una lingua stantia, che sa di Novecento: stessi periodi, stesso lessico, stesse istanze dei nostri comunicati di allora. Ci si lamenta di un sapere nozionistico, lontano dal vissuto reale dei ragazzi, e lo si fa con parole di un’altra epoca. L’unica differenza è il femminile sovraesteso.</p>
<p>*</p>
<p>Torniamo alla mia scuola. Nei giorni dell’occupazione gli alunni non hanno interrotto il dialogo con alcuni docenti, spesso le loro domande potevano riassumersi così: Ecco abbiamo occupato, ma ora cosa dobbiamo fare? Alcuni miei colleghi hanno provato a guidarli: mail, messaggi audio su telegram o whatsapp in cui spiegavano come si fa un’assemblea, come si produce un documento, come organizzare tavoli di lavoro.</p>
<p>Io sono stato invece contrario a tutto questo. Io volevo osservarli, capire dove e se sarebbero andati da qualche parte. Non è mio compito dare senso alla piattaforma delle loro rivendicazioni. Se una volta passata la fase di euforia iniziale &#8211; viva l’occupazione, riprendiamoci la scuola etc etc! &#8211; ci si trova a non saper come riempire questa scatola vuota,  chiedendosi “cosa dobbiamo fare?”, significa che qualcosa di ben più interessante sta per accadere. Quando ci accorgiamo che la nostra protesta ha come fondo il nulla, cosa ce ne facciamo? Questa domanda è per me interessante.</p>
<p>Il nichilismo, l’ospite inquietante per dirla non Nietzche, non invitato, si presenta così davanti a cancelli chiusi della scuola, tuta sintetica dai colori acetati, capellino, borsello palesemente contraffatti, suona per entrare e partecipare alla occupazione. Così noi docenti e alunni lo incontriamo.</p>
<p>I ragazzi si sono trovati senza una idea precisa per fare ciò che facevano. Certo c’erano le parole d’ordine, c’erano i documenti che altre realtà condividevano, c’erano le piattaforme di rivendicazione scritte alcune con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e altre con l’ausilio del prof di filosofia, ma, come dicevo, i miei studenti sono disabituati a tutto questo, e questa disabitudine ha prodotto una sorta di miracoloso disvelamento, che nei loro compagni delle altre scuole non è arrivato altrettanto repentino e lucido.</p>
<p>In quei giorni, parlando con loro, mi pareva sentire queste parole: “Noi agiamo non per qualcosa, neppure contro qualcosa, noi lo facciamo, perché a guardare dentro la nostra vita, dentro ai giorni, agli impegni, ai legami di amicizia e di banda, alla famiglia, alla società, guardando dentro a noi stessi, troviamo nulla.”</p>
<p>Il nichilismo, che contraddistingue i miei alunni, è un nichilismo attivo, nutrito da una rabbia che non fa particolare differenza tra assaltare una libreria, un negozio di scarpe o una profumeria, è una rabbia che cela il desiderio di lasciare un segno, ma insensato. Mai come in loro il nichilismo si presenta così in purezza: non c’è mai nelle loro riflessioni un senso, non esiste una idea parziale di futuro: non c’è una visione, spirito di palingenesi e rinnovamento. Quando parlo con loro, e ci parlo continuamente, perché mi prendo cura dei loro percorsi di vita e di studio per come e per quanto posso,  rimango stupito dalle loro parole, dove anche grammaticalmente, il futuro è abolito.</p>
<p>Eppure, come posseduto dallo stesso paradosso di cui pare nutrirsi questo scritto (Sei a loro favore? Sei contro di loro?), io penso che questo nichilismo sia più utile dei trattati di sociologia che vorremmo che leggessero; più utile della letteratura che vorrei amassero; questa nullificazione della loro vita è in qualche modo la molla per buttare all’aria tutto, compresi quelli come me.</p>
<p>*</p>
<p>Venerdì, nella mattinata, quando l’occupazione era giunta alle fasi conclusive ho chiesto loro: quando tutto sarà finito cosa farete? Prof, mi hanno detto, torneremo a scuola. Fine? Fine.</p>
<p>Come se tutto ciò che era accaduto (l’occupazione, la manifestazione, i lacrimogeni, la polizia, le cariche) non avesse lasciato segno. Il loro nichilismo è un nichilismo di chi non vuole giocare ma rovinare il gioco agli altri. Così li ho guardati, infine, seduti in palestra alcuni, altri fuori nel campo da calcio, altri a camminare per i giardini, e mi sono sembrati tanti piccoli Joker, ma  sono nuovamente io a proiettare, a domandarmi cose, che a loro non interessano, dovrei leggere loro questo pezzo che sto scrivendo? Che mi direbbero? Sarebbe sensato?</p>
<p>In loro io vedo qualcosa di radicale, che ci spinge a domande radicali. Per questo, forse, quando leggo gli articoli o le testimonianze dei colleghi in cui si descrivono i ragazzi manifestanti come bellissimi e pieni di sguardi rilucenti sul futuro, provo fastidio. In quegli articoli, forse anche in questo?, non stiamo descrivendo gli studenti, ma stiamo descrivendo noi, proiettando in essi la malinconia della nostra generazione, la quale non ha quasi mai avuto il coraggio di arrivare a questo strato profondo di niente. Siamo troppo educati, troppo colti, troppo rispettosi, non violenti, con le mani bene in alto, in segno di resa, mentre veniamo picchiati.</p>
<p>I miei alunni sono poco colti, poco educati, poco “belli”, non sono neppure disperati o annoiati, sono semplicemente tanti nulla che per un attimo trovano una comune forma di vicinanza. Sono furbi e cinici, sanciscono la fine dei progetti, delle assemblee, delle forme di rappresentanza così come le abbiamo immaginate, obliterano la vita politica: producono il nulla, ce lo gettano in faccia.</p>
<p>Noi adesso li vorremmo aiutare, educare, scrivere in vece loro i comunicati, noi che li guardiamo come fossero che la nuova meglio gioventù, ma in realtà li temiamo, perché a loro di noi e del nostro non interessa nulla.</p>
<p>Sono tanti particulari, tanti nulla particulari che guardano al futuro come allo scroll dei telefoni, alla corsa sul monopattino, ai soldi guadagnati con lavoretti di poco, al pomeriggio a farsi il taglio dal barbiere. Consegnano la loro vita, né esaltante né deludente, al nulla.</p>
<p>Potrebbe sembrare che il loro nichilismo sia negativo, distruttivo, eppure se lo guardo, se provo a guardarlo anzi, mi pare che quel nulla sia un luogo, nel quale i miei alunni riescono a trovare qualcosa. Sembrano passivi, perché siamo abituati  pensare al nulla come qualcosa di immobile. Per loro, in verità, è una oscura forza di movimento, così mi domando se i miei maranza o se la mia alunna, che cammina per i corridoi, un giorno, annoiandosi durante una lezione di filosofia, si troveranno a dar ragione a Sartre e all’idea che il nulla corrisponda alla libertà, e a stupirsi di come loro l’abbiano messa in atto.</p>
<p>Per questo motivo li guardo ammirato, affascinato dal loro stesso nulla, e vorrei che la mia generazione, che ha avuto come unico compito l’autodistruggersi, li guardasse con lo stesso stupore: tutto era più semplice di quello che credevamo.</p>
<p>Così torno al sentimento che ho provato dopo aver visto il video, e a quel disagio, preoccupazione, sentimento di inquieta cura, verso la mia alunna che veniva ingoiata dal corridoio e spariva con gli amici, ecco è l’invidia. Invidio i miei alunni per essere giunti lì,  dove noi ci abbiamo solo sperato, ma mai creduto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La leggenda del libero mercato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2026 05:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gianfranco Bologna</strong>  <br /> Oreskes e Conway analizzano in maniera molto attenta e documentata lo straordinario sviluppo di questa narrazione negli Stati Uniti, e preferiscono definire più precisamente questa “magia” come “fondamentalismo del mercato”.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianfranco Bologna</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-122960" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-694x1024.jpg" alt="" width="380" height="560" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-694x1024.jpg 694w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-768x1133.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-285x420.jpg 285w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-150x221.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-300x442.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-696x1027.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_.jpg 1017w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /><em>Quella che segue è l&#8217;introduzione (non completa) di Gianfranco Bologna alla traduzione de &#8220;Il grande mito&#8221; di Naomi Oreskes e Erik M. Conway, pubblicata dalle Edizioni Ambiente (2025) nella collana &#8220;Connessioni&#8221;, diretta dallo stesso Bologna, Presidente onorario della Comunità scientifica del WWF Italia; il libro ha una prefazione di Massimo Polidoro</em></p>
<p>Naomi Oreskes ed Erik Conway, due autorevoli docenti di Storia della scienza e della tecnologia, rispettivamente alla Harvard University e alla Purdue University, ben noti a livello internazionale anche per il loro famoso libro del 2010 <em>Mercanti di dubbi</em>, ristampato recentemente in questa collana, ci offrono uno studio chiaro e affascinante che approfondisce in maniera dettagliata quello che viene ritenuto il grande mito dell’umanità, il mito della “magia del mercato”. Un mito perseguito nel tempo con grandi capacità di convincimento e di formazione di classi dirigenti a questo fortemente fedeli.<br />
Oreskes e Conway analizzano in maniera molto attenta e documentata lo straordinario sviluppo di questa narrazione negli Stati Uniti, e preferiscono definire più precisamente questa “magia” come “fondamentalismo del mercato”.<br />
Fanno presente quanto questo mito si sia sviluppato come una convinzione quasi religiosa, “secondo la quale il modo migliore per affrontare i nostri bisogni – che siano economici o di qualsiasi altro tipo – è di lasciare che i mercati facciano il proprio dovere, e di non affidarsi ai governi”. Inoltre, ricordano che i fondamentalisti del mercato considerano il “Mercato” come se fosse un ente unico a sé stante, capace di grande saggezza, sottolineando quanto sia importante, per farlo funzionare al meglio, lasciarlo libero e senza regolamentazioni al fine di mantenerlo il più possibile indisturbato e imperturbato.<br />
E scrivono: “Il fondamentalismo del mercato non è solo la convinzione che il libero mercato sia il mezzo migliore per gestire un sistema economico, ma anche l’idea che rappresenti l’unico sistema che, in ultima analisi, non distrugge le altre libertà. È la certezza che la libertà economica abbia il primato non solo nel generare ricchezza, ma anche come baluardo della libertà politica, ed è la convinzione che i mercati esistano al di fuori della politica e della cultura, tanto da rendere logico il sostenere che vanno lasciati ‘da soli’”. Ovviamente, il fondamentalismo del mercato ritiene che i governi non siano affatto in grado di migliorarne il funzionamento o di essere più capaci a gestirlo, perché la loro funzione tende invece a ostacolarlo, e per questo motivo è bene che siano guidati da questa autentica “magia”.<br />
Ernst von Weizsacker e Anders Wijkman in un interessante rapporto al Club di Roma2 ricordano in questo modo la nascita nel 1947 della Mont Pelerin society, scaturita in un incontro organizzato presso il centro termale svizzero di Mont Pèlerin proprio allo scopo di promuovere il libero mercato; questa struttura è diventata un baluardo di tale visione economica richiamata in questo libro di Oreskes e Conway. I due scrivono: “Coloro che promossero il modello del libero mercato estremo si incontrarono a Mont Pèlerin, nei pressi di Vevey, un paesino della Svizzera. L’incontro fu organizzato da Friedrich von Hayek, un prestigioso studioso che aveva vinto il Nobel per l’economia. C’era anche Milton Friedman, insieme ad altri economisti e noti esperti della finanza. Erano tutti accomunati dalla paura dell’espansione del governo in ambito economico, specialmente del welfare, che giudicavano pericoloso alla pari dei sindacati, e consideravano invece il mercato come qualcosa di divino. Il gruppo si diede il nome di Mont Pelerin society (Mps). Hayek dichiarò che l’intenzione era quella di creare un luogo per uno scambio di idee libero e indipendente, senza interferenze politiche. Ralph Harris, però, un economista britannico che si unì all’Mps nel 1960, confessò che l’obiettivo del gruppo era ‘lanciare una crociata intellettuale con lo scopo di rovesciare il collettivismo del dopoguerra’. Negli anni Settanta, durante la crisi della stagflazione, le idee della Mps si diffusero nei circoli politici e accademici conservatori, e il pensiero economico neoliberale ebbe anche successo politico. Il termine stagflazione sta a indicare il contemporaneo aumento dell’inflazione e della stagnazione. Membri della Mps come Milton Friedman indicarono il modello keynesiano quale causa del problema, e raccomandarono una riduzione radicale dell’intervento dello Stato. Una volta che Margaret Thatcher salì al potere in Gran Bretagna e Ronald Reagan negli Stati Uniti, entrambi iniziarono rapidamente a dare spazio alle idee della Mont Pelerin. Tra i consiglieri economici del presidente americano, ventidue erano membri dell’Mps”.<br />
E successivamente affermano: “[…] il capitalismo si è fatto arrogante, una volta rimasto l’unico sistema in gioco. Il periodo che ebbe inizio nel 1989 fu anche quello in cui la finanza estese il proprio dominio sull’economia globale. Prima del collasso del comunismo, gli attori più potenti del settore privato erano le grandi industrie, le imprese di estrazione e di servizi, come anche le banche e le compagnie assicurative. Ma nel 2011, 45 delle 50 multinazionali più importanti del mondo non producevano affatto beni o servizi: erano banche o compagnie assicurative. Gradualmente, le imprese finanziarie sono diventate le maggiori azioniste nel settore della produzione, nonché le vere guardiane dell’economia”.<br />
Inutile dire che l’ideologia del fondamentalismo del mercato, trionfante negli Stati Uniti come documentano Oreskes e Conway, ha avuto evidenti e forti ripercussioni e fondamentali adesioni in pratica in tutti i Paesi del mondo ed è diventata un vero mantra, assunto come principio fondamentale dell’economia moderna che, di fatto, ha guidato e sta guidando le politiche economi che a livello internazionale.<br />
Gli autori sono comunque convinti che il problema non sia il capitalismo in sé. Fanno presente che i conservatori, i liberisti e i fondamentalisti del mercato contemporanei non stanno difendendo davvero il capitalismo, anche se pensano di farlo, ma stanno invece appoggiando una certa idea di libero mercato, la visione della crescita e dell’innovazione realizzate grazie a mercati senza vincoli, in cui il governo si fa da parte. Ciò sta avvenendo ancora di più ora, in maniera forte, brusca e repentina proprio negli Stati Uniti, con l’azione della seconda amministrazione di Donald Trump, che aggiunge a tutto questo un attacco incredibile, gravissimo e senza precedenti alla scienza, che proprio in quel Paese ha registrato da sempre progressi straordinari e strutture di altissimo livello e qualificazione.<br />
L’economia attuale, basata sul mito della crescita materiale e quantitativa e del fondamentalismo del mercato, ci ha così proiettato in una condizione globale planetaria contraddistinta da una gravissima situazione di deterioramento ambientale e da una spaventosa crescita di disuguaglianze sociali senza precedenti, fattori che minano alla base le capacità future delle società umane di tutto il mondo.<br />
È ormai evidente che l’umanità non può più proseguire su questa strada. E non a caso Oreskes e Conway scrivono: “La data di scadenza del grande mito è passata da un pezzo, e il nostro futuro dipende dal fatto di riuscire a respingerlo”.<br />
Abbiamo bisogno di una nuova economia, capace di una profonda relazione armonica con la natura da cui proveniamo e deriviamo, senza la quale non possiamo vivere, un’economia capace di porre rimedio a quanto di devastante è stato prodotto dal sistema economico attuale, cercando di gestire l’inevitabile degli effetti negativi sin qui prodotti ai sistemi naturali e sociali e di impedire, con tutti i mezzi possibili e con urgenza, situazioni che si fanno sempre più ingestibili. Gestire l’inevitabile ed evitare l’ingestibile.<br />
Ancora oggi il rapido deterioramento della situazione dei sistemi naturali del pianeta è a malapena riconosciuto da una società globale che sembra sempre più infettata dalla fede irrazionale nel mito che le economie possano fisicamente crescere per sempre.<br />
Oggi l’umanità si sta perciò avvicinando inevitabilmente a un bivio epocale, che riguarda soprattutto la reale capacità di costruire una sua sana sopravvivenza nell’immediato futuro.<br />
Un bivio che da una parte vede il continuo perseguimento della visione e della pratica operativa quotidiana di una società globalizzata che ha assunto come riferimento fondamentale quello di una crescita economica materiale e quantitativa senza limiti e, dall’altra, il prendere invece seriamente atto dei devastanti, pesantissimi effetti ambientali e sociali che ne derivano, straordinariamente documentati sempre più dalla conoscenza scientifica, e cercare quindi di invertire questa tendenza.<br />
Si tratta di un vero e proprio punto di svolta, che non può at tendere più a lungo.<br />
Oggi abbiamo una popolazione umana che ha superato gli 8,2 miliardi di individui (quando sono nato, nel 1953, non avevamo ancora raggiunto il terzo miliardo, cosa che è avvenuta nel 1959) e, secondo il più recente <em>World population prospect</em>, del 2024, rapporto che le Nazioni Unite pubblicano ogni due anni sull’andamento della popolazione mondiale, dovremmo raggiungere i 10,3 miliardi a metà degli anni 2080, per poi scendere gradualmente già prima della fine del secolo.<br />
Solo per fare alcuni esempi, secondo quanto ci dicono le più importanti ricerche scientifiche sin qui condotte sulla relazione antroposfera-biosfera, l’antropomassa, e cioè la quantità di materiali prodotta dagli umani nella nostra tecnosfera (acciaio, cemento, plastica, vetro ecc.), ha sorpassato quella di tutti gli esseri viventi (biomassa) presenti sulla Terra, proprio in questi anni a partire dal 2020, modificando inoltre la biomassa totale dei mammiferi che, a causa della nostra azione, è composta oggi per il 60% da specie che utilizziamo per i nostri scopi alimentari e agricoli, come bovini, caprini, suini, ovini ecc., e solo per il 4% da specie selvatiche, mentre il restante 36% è costituito da tutti gli esseri umani presenti sulla Terra e, per quanto riguarda gli uccelli, dal 30% di specie selvatiche e dal 70% di quelle che utilizziamo, come polli, anatre, oche eccetera. Inoltre, come dimostrano tutti i dati provenienti dagli ormai supersofisticati satelliti di telerilevamento e da tutte le ricerche sul campo, abbiamo trasformato, modificato e in molti casi distrutto oltre il 75% degli ecosistemi terrestri e abbiamo avuto un impatto significativo su oltre il 60% degli ecosistemi marini.<br />
Da vari anni gli scienziati che si occupano delle scienze del sistema Terra, capaci cioè di analizzare l’evoluzione e il funzionamento delle varie parti del nostro pianeta (atmosfera, idrosfera, geosfera, pedosfera, criosfera, biosfera, antroposfera, tenendo presenti le loro complesse interrelazioni e connessioni), sono in grado di valutare lo stato di salute delle importanti componenti del sistema Terra stesso, analizzate per capire se hanno o meno sorpassato il limite planetario (Planetary boundary) che queste ricerche documentano come confine da non oltrepassare, essendo causa di effetti molto preoccupanti per l’intera umanità.<br />
Questi limiti planetari costituiscono nel loro insieme il sistema operativo della Terra, ovvero i processi interconnessi che sostengono la vita sul nostro pianeta, e devono rimanere entro i confini di sicurezza necessari per garantire la salvaguardia dell’umanità e la resilienza del mondo naturale. Gli scienziati monitorano questi limiti attraverso misure chiave, simili ai segni vitali che si registrano in un controllo sanitario, per tenere traccia delle condizioni del pianeta. I risultati derivanti da queste ricerche indicano un deterioramento accelerato e un rischio crescente di cambiamenti irreversibili, compreso quello più elevato, il raggiungi-<br />
mento di punti di non ritorno.<br />
Oggi l’umanità, come ha ribadito il recentissimo e fondamentale rapporto intitolato <em>Planetary health check 2025</em>, sta ormai superando i confini di uno spazio operativo sicuro complessivo per l’umanità, aumentando il rischio di destabilizzare il pianeta. Sui nove limiti planetari indicati dagli scienziati sin dal 2009, sette sono ormai stati superati e riguardano il cambiamento climatico, l’integrità della biosfera, i cambiamenti dell’uso del suolo, l’utilizzo dell’acqua dolce, i flussi biogeochimici (azoto e fosforo), le nuove entità antropogeniche e l’acidificazione degli oceani. Oltre ad essere stati superati, tutti e sette questi limiti mostrano purtroppo anche un trend in peggioramento.<br />
Insieme ai sette limiti planetari oltrepassati, vanno ricordati gli altri due, e cioè il carico di aerosol che favorisce l’inquinamento atmosferico e la riduzione dell’ozonosfera, limiti sotto osservazione che ancora non risultano aver raggiunto lo stato del superamento. Questi confini planetari costituiscono le spie rosse lampeggianti sul cruscotto della stabilità della Terra. Ignorare queste spie significa rischiare di far crollare le fondamenta stesse del nostro mondo vivente, grazie al quale l’umanità può vivere.</p>
<p>&#8230;</p>
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		<title>Plagio &#038; progresso, nonché altre piccole meraviglie del mondo contemporaneo (opinioni di un disadattato)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 05:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[chatbot]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[plagio]]></category>
		<category><![CDATA[Thélyson Orélien]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Giorgio Mascitelli </strong> <br /> La vicenda dell’esclusione dello scrittore canadese Thélyson Orélien dal più prestigioso premio letterario di lingua francese, il Goncourt, con l’accusa di plagio perché avrebbe fatto scrivere la sua opera a qualche chatbot appartiene più alla sfera del denaro che a quella della letteratura]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-122877" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/bevitore-300x290.jpg" alt="" width="300" height="290" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/bevitore-300x290.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/bevitore-1024x989.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/bevitore-768x742.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/bevitore-1536x1484.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/bevitore-2048x1978.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/bevitore-435x420.jpg 435w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/bevitore-150x145.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/bevitore-696x672.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/bevitore-1068x1032.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/bevitore-1920x1855.jpg 1920w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>La vicenda dell’esclusione dello scrittore canadese Thélyson Orélien dal più prestigioso premio letterario di lingua francese, il Goncourt, con l’accusa di plagio perché avrebbe fatto scrivere la sua opera a qualche chatbot appartiene più alla sfera del denaro che a quella della letteratura. Non sto sostenendo che i romanzi che partecipano ai premi letterari siano commerciali, questo non si può certo dire di tutti e soprattutto non è interessante per il presente discorso; affermo soltanto che il tipo di energie, strategie promozionali e pratiche che i premi letterari, perlomeno quelli maggiori, attivano sono quelle tipiche nella nostra società di manifestazioni che determinano dei movimenti di denaro in modo diretto o indiretto. Per esempio, se i celebri giudizi su Michela Murgia fossero stati pronunciati da Michele Mari non sul van del premio Strega, ma sul filobus circolare 90/91 di Milano, anche se fossero stati ascoltati e uditi con chiarezza da numerosi estimatori della scrittrice sarda e anche da testimoni neutrali, non avrebbero sortito quel clamore mediatico, che invece hanno suscitato quando il romanzo dell’autore milanese era candidato alla  vittoria, a parer mio meritata, del premio Strega, cioè alla trasformazione del suo libro in un potenziale bestseller. Analogamente penso che, qualora Orélien fosse ricorso all’intelligenza artificiale, questa scelta si spiegherebbe più che con ragioni letterarie con ragioni economiche di vario tipo e genere, che potrebbero andare dal desiderio di migliorare la leggibilità del proprio testo a una strategia di marketing mirante a suscitare curiosità sul suo libro. E immagino che casi simili si ripeteranno in futuro: si prospettano tempi duri per organizzatori e giurati dei premi letterari!</p>
<p>Vorrei invece prendere in questione dal punto di vista esclusivamente letterario la domanda che il caso Orélien pone sulla figura dell’autore e, conseguentemente, sul concetto di plagio. La figura dell’autore come creatore assoluto del testo letterario è già stata messa in crisi da alcune pratiche delle avanguardie novecentesche, per tacere del largo uso nell’Ottocento di ghost writer a cui si rivolsero molti scrittori di successo per far fronte alle forme di sfruttamento seriale a cui erano sottoposti dall’editoria del tempo. Il montaggio e il ricorso al computer nell’elaborazione dei testi porrebbero dal punto di vista della legittimità problemi analoghi all’uso dei chatbot, se non fosse che queste pratiche vengono rivendicate esplicitamente e dunque non costituiscono un plagio. Naturalmente ciò è possibile perché le poetiche dell’avanguardia sono caratterizzate da un lato da un’istanza di ricerca di nuove forme espressive e dall’altro da una di contestazione delle istituzioni letterarie tradizionali, tra le quali quella dell’autore. E’ probabile che anche in futuro ci saranno altri testi caratterizzati da poetiche della contestazione e della ricerca che ricorreranno apertamente all’IA, ma questa possibilità non riguarda né il caso Orélian né in generale la narrativa da premio letterario e nemmeno quella di genere, nelle quali è importante l’immagine dell’autore tradizionale come creatore, anzi nelle strategie promozionali odierne è largamente prevalente la presentazione dell’autore su quella dell’opera: esse sembrano puntare su una sorta di proprietà transitiva per cui una persona a vario titolo valida e interessante produrrà un testo analogo. In questi casi, allora, la funzione dell’IA sarà più vicina a quella degli scrittori fantasma ottocenteschi.</p>
<p>Ritengo, però, che questa pratica non avrà una diffusione così massiccia, come alcuni paventano, sia per ragioni pratiche (voci che circolano nel pubblico, denunce di concorrenti danneggiati ecc.) sia per quello che potremmo chiamare il paradosso di Cristiano di Neuvillette, la cui operatività non sarà certo impedita da un robusto editing autoriale su un testo generato da un chatbot. Infatti Cristiano di Neuvillette, nel <em>Cyrano</em>, è il cadetto di Guascogna innamorato, ricambiato, di Rosanna, giovane e bello, ma maldestro con le parole, per il quale Cirano, altrettanto innamorato, ma senza speranze, della stessa donna, si offre di scrivere le lettere d’amore che lui non saprebbe comporre. Ben presto Cristiano si accorge che Rosanna è innamorato dell’autore delle lettere, per quanto sia convinta che abbia il suo volto, e di quanto sia pesante l’assurdità della situazione, vorrebbe imporre così a Cirano di rivelarsi rischiando di perdere l’amore della donna che ama, pur di uscire dalla contraddizione. L’uscita per il povero Cristiano ci sarà, ma è tragica benché semplice perché morirà in battaglia, ma se fosse sopravvissuto avrebbe compreso che l’uscita da un simile paradosso per ritornare se stessi non è a costo zero. Ci sarà sicuramente qualche cinico che è indifferente al paradosso di Cristiano di Neuvillette, ma la maggioranza degli scrittori desidera essere sé stessa.</p>
<p>L’impatto maggiore dell’IA sulla produzione letteraria è probabilmente da cercarsi altrove, in un ambito ideologico anziché tecnologico. I chatbot infatti si addestrano sui modelli di scrittura più diffusi nei media cercando di selezionare un linguaggio efficace per tutti, che si potrebbe definire standard. Offrono un modello cioè in cui in luogo di tutte le performance linguistiche individuali, se ne avrà una standardizzata generata dai chatbot che realizzerà il sogno della piena comunicatività e l’incubo letterario di una lingua in cui non saranno possibili nuove connotazioni, nuove sfumature, nuovi accenti di ironia o di rabbia. E non è da escludere che avremo scrittori umani che cercheranno di scrivere come i chatbot imitando la loro lingua standard.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Anedda, Ginzburg, Levi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2026 05:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[antonella anedda]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Levi]]></category>
		<category><![CDATA[chitarra]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[george harrison]]></category>
		<category><![CDATA[Natalia Ginzburg]]></category>
		<category><![CDATA[The Beatles]]></category>
		<category><![CDATA[the entertainer]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Orecchio</strong><br />
Mi è venuta l'idea di associare brani che mi piace suonare a libri o autori che stimo. Ed ecco qui altri tre esempi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Strimpelling</em></h2>
<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-120894 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-e1790180031848.jpg" alt="" width="1030" height="697" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-e1790180031848.jpg 1030w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-e1790180031848-300x203.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-e1790180031848-1024x693.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-e1790180031848-768x520.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-e1790180031848-621x420.jpg 621w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-e1790180031848-150x102.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-e1790180031848-696x471.jpg 696w" sizes="(max-width: 1030px) 100vw, 1030px" /></p>
<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p>Da un po’ di tempo ho ripreso <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/06/28/beckett-cavazzoni-trevisan-blackbird-black-mountain-side/">a suonare la chitarra</a>. È poco più di uno strimpelling, e c’è gente, poverina, che mi ha tolto l’amicizia su Instagram per questo. Comunque mi fa stare bene e non credo di nuocere a nessuno. Poi mi è venuta l’idea di associare brani che mi piace suonare a libri o autori che stimo. Ed ecco qui altri tre esempi.</p>
<hr />
<h3>Antonella Anedda, <em>Amore</em></h3>
<p>Qui Anedda racconta l&#8217;amore allontanandosi da qualsiasi immagine cara alla nostra tradizione sentimentale (e poetica). Parole nuove seppure domestiche. Ho usato dei miei accordi in drop D, quindi non devo stare a spiegare crediti e arrangiamenti.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Anedda" src="https://youtube.com/embed/EWU4_JLL3Cg?si=Tl0_AzZgSmdpo8-7 " width="315" height="560" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questa poesia è “Amore”, in <em>Historiae</em>, ma io l&#8217;ho letta in <em>Tutte le poesie</em>, Garzanti 2023, p. 510.</span></p>
<hr />
<h3>Natalia Ginzburg, <em>Siamo adulti</em></h3>
<p>Per accompagnare questa pagina celebre, straziante e severa di Natalia Ginzburg ho usato un brano che suono quasi tutti i giorni, <em>While My Guitar Gently Weeps</em> di George Harrison. Non so di chi sia l&#8217;arrangiamento per chitarra <em>fingerstyle</em> (che io rallento molto, mi piace così) ma ho visto che lo adottano in molti. L&#8217;ho imparato guardando un video della chitarrista californiana Angela Petrilli.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Ginzburg" src="https://youtube.com/embed/2u2nQ82NGbg " width="315" height="560" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"><span data-mce-type="bookmark" style="display: inline-block; width: 0px; overflow: hidden; line-height: 0;" class="mce_SELRES_start">﻿</span></iframe></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><em>Le piccole virtù</em>, Einaudi 1962, p. 116.</span></p>
<hr />
<h3>Carlo Levi e il cielo di Roma</h3>
<p>Quanto è difficile citare una sola pagina da<em> L&#8217;Orologio</em> di Carlo Levi! Sono tutte indimenticabili. Per accompagnare quella che ho scelto (dove parla la voce dello scrittore e del pittore) ho usato qualche accordo mio venuto fuori mentre suonavo altri pezzi in DADGAD.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Levi" src="https://youtube.com/embed/SUe9h3IJ7Bg " width="315" height="560" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"><span data-mce-type="bookmark" style="display: inline-block; width: 0px; overflow: hidden; line-height: 0;" class="mce_SELRES_start">﻿</span></iframe></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Carlo Levi, <em>L’Orologio</em> (1950), Einaudi 1989, p. 24.</span></p>
<hr />
<p>Nella &#8220;puntata&#8221; precedente: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/06/28/beckett-cavazzoni-trevisan-blackbird-black-mountain-side/">Beckett, Cavazzoni, Trevisan</a></p>
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