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	<title type="text">Paolo Rodari</title>
	<subtitle type="text">Altro che Vaticano</subtitle>

	<updated>2013-05-17T11:00:17Z</updated>

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			<name>Paolo Rodari</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Francesco contro i «cristiani da salotto». Bruno Forte: «Ce l&#8217;ha con chi cerca carriera e privilegi»]]></title>
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		<published>2013-05-17T11:00:17Z</published>
		<category scheme="http://www.paolorodari.com" term="REPUBBLICA" />		<summary type="html"><![CDATA[Dice l’Apocalisse che Dio vomiterà «i tiepidi», perché non sono né «freddi» né «ferventi». Più o meno la medesima “accusa” formulata ieri da Papa Francesco che ha chiesto di guardarsi dai «cristiani da salotto». Bruno Forte, teologo di pregio, arcivescovo di Chieti &#8211; Vasto consacrato dal cardinale Joseph Ratzinger, già membro della commissione teologica internazionale, [...]]]></summary>
		<content type="html" xml:base="http://www.paolorodari.com/2013/05/17/francesco-contro-i-cristiani-da-salotto-bruno-forte-ce-lha-con-chi-cerca-carriera-e-privilegi/">&lt;p&gt;Dice l’Apocalisse che Dio vomiterà «i tiepidi», perché non sono né «freddi» né «ferventi». Più o meno la medesima “accusa” formulata ieri da Papa Francesco che ha chiesto di guardarsi dai «cristiani da salotto».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Bruno Forte, teologo di pregio, arcivescovo di Chieti &amp;#8211; Vasto consacrato dal cardinale Joseph Ratzinger, già membro della commissione teologica internazionale, chi sono i «cristiani da salotto»?&lt;br /&gt;
«L’ha detto il Papa. Sono coloro che non hanno il coraggio di dare fastidio. Che vivono per la comodità e gli agi, appiattendosi sulle logiche del potere e della convenienza, le logiche proprie del mondo. Sono coloro che rifiutano lo scandalo della vita cristiana: la croce di Cristo, Dio che si fa servo dell’uomo».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un richiamo anzitutto a Roma e alla sua curia?&lt;br /&gt;
«Un richiamo a tutta la Chiesa. Affinché si torni alla radicalità del Vangelo. Non è questo il tempo di una Chiesa che cerchi nella comodità dei salotti il proprio tornaconto, una Chiesa che rinunci allo Spirito nel nome del potere o della convenienza politica».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La Chiesa vive troppo di carrierismo e privilegi?&lt;br /&gt;
«Il Papa chiede che si abbandoni ogni autoreferenzialità. Chi vive riferendo tutto a se stesso non ama, e vive quindi per la carriera, per i privilegi. Questa Chiesa non è la Chiesa di Gesù Cristo. Il Papa chiede che ogni fedele &amp;#8211; e l’intero popolo di Dio &amp;#8211; esca da se stesso e abbracci ogni periferia del mondo e anche del cuore, geografica e spirituale».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Insomma, non vuole una Chiesa tranquilla?&lt;br /&gt;
«Esatto. Vorrei citare qui san Bernardo che dice che “Amaritudo Ecclesiae sub tyrannis est amara; sub haereticis est amarior; sed in pace est amarissima”. E cioè: “È amara la vita della Chiesa quando è perseguitata dai tiranni; di più lo è quando è divisa a causa degli eretici; ma raggiunge il suo culmine quando se ne sta tranquilla e in pace”. Se la Chiesa è tranquilla significa che c’è qualcosa che non va…».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’arrivo di Francesco ha cambiato e sta cambiando molte cose.&lt;br /&gt;
«Il suo arrivo chiede un rinnovamento certamente anche interno. È il tempo della Chiesa dei poveri, della Chiesa che sappia servire tutti gli uomini, a cominciare dagli ultimi. Se le priorità sono altre, la Chiesa non è fedele alla sua vocazione e missione».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per essere aiutato in questo servizio il Papa ha chiamato accanto a sé otto cardinali di continenti diversi. Una svolta anche qui, affinché si conduca la Chiesa più collegialmente e ascoltando tutti?&lt;br /&gt;
«Già la sera dell’elezione, affacciandosi dalla loggia delle benedizioni, Francesco aveva citato sant’Ignazio d’Antiochia, che all’inizio del II secolo si riferisce alla Chiesa di Roma come a quella “che presiede nella carità”. La convocazione del consiglio dei cardinali risponde alla logica della Chiesa unita nella fede, capace di tenere presente e valorizzare ogni diversità nella comunione collegiale dei vescovi intorno al vescovo di Roma e con la sua guida. Veramente una e cattolica».&lt;/p&gt;
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			<name>Paolo Rodari</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Il point break dell&#8217;anima. Dopo anni di declino i fedeli tornano a confessarsi. Più che espiazione delle colpe, un nuovo inizio]]></title>
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		<updated>2013-05-16T18:46:09Z</updated>
		<published>2013-05-13T08:48:16Z</published>
		<category scheme="http://www.paolorodari.com" term="REPUBBLICA" />		<summary type="html"><![CDATA[Punto di rottura. O nuovo inizio. Da un anno a questa parte le chiese italiane, in testa i santuari mariani, registrano un fenomeno che pare senza sosta: il ritorno della confessione. Uomini, donne, soprattutto quaranta-cinquantenni, tornano a inginocchiarsi davanti a un sacerdote che, come scrisse nel XIII secolo il chierico inglese Tommaso di Chobham, «siede [...]]]></summary>
		<content type="html" xml:base="http://www.paolorodari.com/2013/05/13/il-point-break-dellanima-dopo-anni-di-declino-i-fedeli-tornano-a-confessarsi-piu-che-espiazione-delle-colpe-un-nuovo-inizio/">&lt;p&gt;Punto di rottura. O nuovo inizio. Da un anno a questa parte le chiese italiane, in testa i santuari mariani, registrano un fenomeno che pare senza sosta: il ritorno della confessione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Uomini, donne, soprattutto quaranta-cinquantenni, tornano a inginocchiarsi davanti a un sacerdote che, come scrisse nel XIII secolo il chierico inglese Tommaso di Chobham, «siede nel confessionale come Dio e non come uomo».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tornano a chiedere perdono perché – spiega il padre gesuita Francesco Occhetta – vedono soltanto in questo sacramento l’appiglio per rompere col passato, per ricominciare daccapo, fare nuova la propria esistenza».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non si tratta, dunque, di mera espiazione delle colpe. Anche, ma non solo. Né di trovare «una nuova etica» dentro il vivere quotidiano. Si tratta, soprattutto, «di cambiare cammino una volta per tutte». Spesso, dice Occhetta, «i peccati sono dolori che macerano nel profondo. Aborti mai confessati, ad esempio. Il sacramento permette di ricominciare, nonostante il dolore permanga. Ma i peccati sono diversi. E oggi, come secoli fa, è sempre il decalogo a essere disatteso».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dice monsignor Gianfranco Girotti, per anni numero due della Penitenzieria apostolica: «Al di là delle colpe gravi del passato – fra questi anche i tradimenti, le menzogne pronunciate a danno di altri, i torti comminati con l’intento di ferire e fare male – i fedeli cadono principalmente sui sette vizi capitali. È così da sempre: superbia, avarizia, lussuria (qui c’è la dedizione al piacere e al sesso), l’invidia, la gola, l’ira, e l’accidia (che non è depressione, quanto lasciarsi andare al torpore dell’animo fino a provare fastidio per le cose spirituali) albergano nella maggior parte delle confessioni di oggi».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ancora prima dell’elezione al soglio di Pietro di Jorge Mario Bergoglio, le chiese italiane hanno registrato un aumento di persone che chiedono di confessarsi attestabile circa intorno al venti per cento. Numeri certi non esistono, perché non esistono registri in merito nelle diocesi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo scorso febbraio, però, la Civiltà Cattolica – la storica rivista italiana dei gesuiti – chiudeva un numero con un articolo intitolato proprio “Il ritorno della confessione”. Lo spunto era l’aumento dei penitenti riscontrato nelle principali basiliche romane, e insieme nei santuari italiani. Un aumento circoscrivibile all’ultimo anno, visibile a occhio nudo semplicemente contando le ore che i confessori hanno dovuto trascorrere chiusi all’interno dei confessionali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«La crisi economica è anzitutto crisi di valori», spiegano i gesuiti della Chiesa del Gesù, in centro a Roma. «Viviamo in una società in cui manca la figura del padre. Negli ultimi mesi la sofferenza causata da questo vuoto si è acuita inesorabilmente. E i nostri confessionali sono tornati a riempirsi. Dietro questo fenomeno c’è una nuova domanda di spiritualità. La domanda preme, finché rompe gli argini e implora risposte». Point break, lo chiamano i surfisti. «Il punto di rottura di un’anima alla ricerca di Dio», la definisce padre Occhetta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dice san Gregorio di Narek, poeta, monaco, teologo e filosofo mistico armeno che «anche nella più oscura cisterna, brucia sempre una piccola fiamma. Voluta da Dio». È questa fiamma che spinge a uscire di casa e a entrare in un confessionale. Ma per dire cosa? Quali i peccati ricorrenti? La risposa non è semplice. Qualche giorno fa Papa Francesco ha ricordato che il confessionale «non è una lavanderia». Molti, evidentemente, la usano così. Un luogo in cui lavare le proprie colpe indicando uno dopo l’altro quali dei dieci comandamenti sono stati disattesi. «Tante volte – dice Bergoglio – pensiamo che andare a confessarci è come andare in tintoria per pulire la sporcizia sui nostri vestiti. Ma Gesù nel confessionale non è una tintoria. Confessarsi è un incontro con Gesù, ma con questo Gesù che ci aspetta, ma ci aspetta come siamo».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non per tutti confessarsi è smacchiare i vestiti sporchi in una tintoria a gettoni. Esiste anche una tendenza opposta: la confessione come se fosse una seduta di analisi dallo psicologo. Scrisse anni fa in merito più pagine monsignor Mario Canciani, ai tempi confessore di Giulio Andreotti, spiegando che i penitenti parlano soprattutto di «stress, impazienza e depressione». Dice: «Quasi ne chiedono scusa. Senza rendersi conto che non sono peccati».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ancora Girotti spiega che «sempre più il confessionale viene usato come luogo in cui parlare di sé, dei propri problemi, in effetti un po’ come se si fosse a una seduta di analisi. Ma al di là di questi casi, e ai casi di coloro che confessano i peccati che potremmo impropriamente definire “classici”, noto che si offende Dio anche per altre vie, ad esempio con azioni di inquinamento sociale, rovinando l’ambiente, compiendo esperimenti scientifici moralmente discutibili. Per non dire poi della sfera dell’etica pubblica dove pure entrano in gioco nuovi peccati come la frode fiscale, l’evasione, la corruzione».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma quel è il peccato più confessato? Girotti non ha dubbi: «Sempre lui, il peccato contro il sesto comandamento: non commettere atti impuri. La sfera sessuale sembra essere quella più difficile da domare, o forse rode la coscienza più di altre offese». Lo disse ancora Canciani: «Al di là di tutto, il peccato più disatteso resta quello relativo al sesto comandamento. È un peccato che si riferisce alla vita privata della gente. In questo campo, purtroppo, si nota un distacco tra ciò che insegna la Chiesa e il disordine nel quale vivono tante persone. Mi riferisco quindi non solo alla sfera sessuale, ma anche ai divorziati o a situazioni familiari complesse. La Chiesa deve però accogliere tutti con amore».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Recentemente il Centro Studi sulle Nuove Religioni ha pubblicato un’indagine sul sacramento della penitenza a seguito dell’elezione di Papa Francesco. L’insistenza del Papa sulla parola «misericordia» ha spinto molti a tornare a confessarsi, in scia al trend precedente all’elezione. Fra questi, dice l’indagine, tante coppie per la Chiesa «irregolari» che spinte dal “fuoco” di Bergoglio si sono decise per un nuovo cammino.&lt;br /&gt;
Aumentano i penitenti, certo, ma diminuiscono i confessori. La crisi di vocazioni sacerdotali rischia sempre più di far sì che la Chiesa non sappia rispondere alla domanda.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Così, in alcune diocesi, c’è chi abbozza nuove soluzioni. Una di queste, molto discussa ma prevista dal canone 961 del codice di diritto canonico, è l’assoluzione a più penitenti insieme senza la previa confessione individuale. Il codice dice che essa non può essere impartita se non vi sia imminente pericolo di morte e al sacerdote o ai sacerdoti non basti il tempo per ascoltare le confessioni dei singoli penitenti. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Insieme, può essere concessa se «vi sia grave necessità, ossia quando, dato il numero dei penitenti, non si ha a disposizione abbondanza di confessori per ascoltare, come si conviene, le confessioni dei singoli entro un tempo conveniente». La pratica comunitaria nacque in Belgio, nel 1947-48, in una comune parrocchia di operai. Durante la messa i fedeli, su invito del sacerdote, riflettevano sui propri peccati, se ne pentivano e venivano collettivamente assolti. Poi il Concilio Vaticano II ricalibrò la spinta, ribadendo che la confessione auricolare resta l’unica via di remissione dei peccati gravi. Ma intanto il ritorno alla confessione individuale da parte di molti fedeli lascia in secondo piano altre dispute. Anche perché, come scrive sempre Civiltà Cattolica, coloro che tornano a confessarsi lo fanno dopo aver dialogato «con la propria coscienza». Dice la rivista: «Si assiste a un ritorno silenzioso ma significativo alla confessione da parte della generazione dei quarantenni e cinquantenni, che ridanno valore al sacramento, a volte dopo anni di lontananza. Coloro che ritornano a confessarsi dichiarano di averlo fatto dopo aver riletto il Vangelo, dialogato con la voce della propria coscienza, incontrato testimoni credenti e credibili».&lt;/p&gt;
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		<title type="html"><![CDATA[Giulio Andreotti, &#8220;il segretario di stato vaticano permanente&#8221;]]></title>
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		<published>2013-05-06T15:15:47Z</published>
		<category scheme="http://www.paolorodari.com" term="REPUBBLICA.IT" />		<summary type="html"><![CDATA[Giulio Andreotti e il Vaticano. Più che una lunga amicizia, un feeling strutturale. &#8220;Per anni ha vissuto come fosse un segretario di Stato Vaticano permanente&#8221;, disse di lui Francesco Cossiga, volendo significare che tutto si può dire di Andreotti ma non che si muovesse senza cercare sempre e costantemente il confronto con il Vaticano, la [...]]]></summary>
		<content type="html" xml:base="http://www.paolorodari.com/2013/05/06/giulio-andreotti-il-segretario-di-stato-vaticano-permanente/">&lt;p&gt;Giulio Andreotti e il Vaticano. Più che una lunga amicizia, un feeling strutturale. &amp;#8220;Per anni ha vissuto come fosse un segretario di Stato Vaticano permanente&amp;#8221;, disse di lui Francesco Cossiga, volendo significare che tutto si può dire di Andreotti ma non che si muovesse senza cercare sempre e costantemente il confronto con il Vaticano, la Chiesa, i suoi governanti. Non solo, negli anni della grande Ostpolitik verso i regimi del blocco comunista, Andreotti faceva sul fronte laico ciò che i cardinali Casaroli e Silvestrini facevano sul fronte ecclesiale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;#8220;Andreotti ascoltava la Santa Sede e la Santa Sede ascoltava lui&amp;#8221;, disse in occasione dei suoi novant&amp;#8217;anni il cardinale Ersilio Tonini, che raccontò delle tante amicizie che Andreotti poteva vantare oltre il Tevere. &amp;#8220;Il suo più grande amico in Vaticano fu il cardinale Fiorenzo Angelini. Nacque a campo Marzio, nel cuore della vecchia Roma. Forse per questo Andreotti lo sentiva particolarmente amico&amp;#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Già, la vecchia Roma. È qui che Andreotti tesse i primi rapporti coi monsignori d&amp;#8217;oltre il Tevere. Impara a conoscerli, a stimarli, a capire che per lui, per il suo modo d&amp;#8217;essere, la loro amicizia era importante. Conobbe il futuro Pio XII, allora monsignor Pacelli, in casa della sorella di quest&amp;#8217;ultimo, Elisabetta sposata Rossignani. Disse Andreotti: &amp;#8220;Abitavamo vicini in via dei Prefetti. Pacelli vi portava del cioccolato per le nipoti. E me lo offriva pure a me sul loro terrazzo. Per la verità, l&amp;#8217;allora monsignor Eugenio mi diceva poco. Nella zona di via dei Prefetti ero molto più interessato ai giocatori della Roma che mangiavano da sora Emma&amp;#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&amp;#8217;amicizia con Pacelli continuò per anni. Per lui Pacelli, al di là delle accuse di non aver fatto abbastanza per gli ebrei nel corso della seconda guerra mondiale, &amp;#8220;era un sant&amp;#8217;uomo&amp;#8221;. Disse: &amp;#8220;Metteva un po&amp;#8217; soggezione. Era ieratico. Trasmetteva austerità ma anche regalità. Era insieme sacerdote e sovrano. Non credo che amasse molto i preamboli nelle conversazioni. E poi voleva sempre risposte molto precise. Era un Papa innovatore, seppure attaccato alla tradizione. Per lui la tradizione era una forza a cui aggrapparsi. Insieme non amava le devianze. Una devianza che combatté con forza fu quella dei comunisti cattolici di Franco Rodano. Un giorno la polizia fascista arrestò Rodano perché anti-fascista. Poco tempo dopo Pio XII dovette fare un discorso rivolto agli operai. Gli scrissi: &amp;#8220;Per favore, non parli di Rodano. È in prigione e la considererebbe una pugnalata alle spalle&amp;#8221;. E, infatti, Pio XII, non ne parlò. Qualche giorno dopo andai col consiglio superiore della Fuci dal Papa. Mi guardò con occhi severi e mi chiese: &amp;#8220;Andava bene il discorso?&amp;#8221;".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ricordi appesi al filo della memoria. Parole che dicono quanto stretto fosse, per Andreotti, il legame con il Vaticano. Ma più che con il Vaticano, coi Papi. Disse di lui ancora Tonini: &amp;#8220;Assieme a Giorgio La Pira, Aldo Moro, Luigi Gedda e altri fu tra i primi a rispondere all&amp;#8217;appello di Pio XII rivolto ai politici: &amp;#8220;Fatevi valere&amp;#8221;. E quella classe di nuovi dirigenti politici si fece davvero valere nell&amp;#8217;immediato dopo guerra&amp;#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Prima di Pacelli, Andreotti conobbe Pio XI. A dodici anni si trovò in un&amp;#8217;udienza nell&amp;#8217;aula concistoriale. Raccontò: &amp;#8220;Quando lo vidi rimasi di stucco. Gridava e si mise pure a piangere. Ero atterrito tanto che svenni e finii dietro una tenda bianca. Piangeva perché tutti lo accusavano di aver sbagliato a fare il concordato con Mussolini tanto che, nonostante l&amp;#8217;accordo, i circoli cattolici erano ancora perseguitati&amp;#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dopo Pacelli invece, Giovanni XXIII. I due s&amp;#8217;incontrarono un giorno a Venezia. &amp;#8220;Mi trattenne a colazione e mi disse: &amp;#8220;Riposati un po&amp;#8217;. Ti faccio fare la pennichella nel letto di Pio X&amp;#8221;. E così fu&amp;#8221;, raccontò ancora lo stesso Andreotti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Montini, futuro Paolo VI, fu invece assistente alla Fuci, l&amp;#8217;associazione dei giovani cattolici della quale Andreotti fu presidente. Con Montini, dunque, egli aveva una certa familiarità. Disse: &amp;#8220;Ricordo un discorso al Campidoglio in cui disse che fu una provvidenza per la Chiesa la caduta dello Stato Pontificio: piovvero critiche inverosimili&amp;#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poi Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Il primo Andreotti non fece a tempo a conoscerlo. Wojtyla invece lo conobbe bene. Disse: &amp;#8220;Quando compii ottant&amp;#8217;anni mi chiamò. Pensai fosse lo scherzo di qualcuno e invece era lui. Mi disse: &amp;#8220;Non dica ottanta ma dica che è entrato nel nono decennio di vita&amp;#8221;".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poi Joseph Ratzinger. Quando era cardinale andò al Senato, in quel momento presieduto da Marcello Pera. Andreotti ricordava sempre quel giorno: &amp;#8220;Alla fine tutti dissero: &amp;#8220;Abbiamo ascoltato il cardinale Pera e il presidente Ratzinger&amp;#8221;. Fece, infatti, un discorso di alta politica&amp;#8221;. Dopo l&amp;#8217;elezione i due s&amp;#8217;incontrarono e Ratzinger gli disse: &amp;#8220;Lei non invecchia mai&amp;#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E con Bergoglio. Un&amp;#8217;amicizia &amp;#8220;filtrata&amp;#8221; da don Giacomo Tantardini. Andreotti per anni ha diretto 30Giorni, il mensile che Tantardini ispirava e sul quale Bergoglio è stato più volte intervistato. Ma il legame fu anche precedente l&amp;#8217;esperienza di 30Giorni, riconducibile agli anni in cui Pio Laghi, amico di Casaroli e Silvestrini (e dunque indirettamente di Andreotti) era nunzio in Argentina.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Certo, non sempre i rapporti col Vaticano furono idilliaci. Nel 1978 fu Andreotti a firmare la legge sull&amp;#8217;aborto. Disse in merito Tonini:&amp;#8221;Non lo critico per questo. Credo non avesse altra scelta. E così molti hanno pensato in Vaticano. Abdicare come probabilmente avrebbe voluto fare, avrebbe voluto dire consegnare il paese non si sa a chi. Ne eravamo tutti consapevoli. E la cosa andava evitata. Fu un grande dolore consumato in anni difficilissimi. Ma quella firma non intaccò la stima vaticana nei suoi confronti&amp;#8221;. E ancora: &amp;#8220;Insomma, ha sempre saputo come muoversi oltre il Tevere. Diciamo che sapeva come tenere i rapporti senza compromettere nessuno. In tanti anni non ha mai compromesso nessuno della Santa Sede. Cosa non da poco e non da tutti. Non è stato con la Santa Sede un &amp;#8220;furbetto&amp;#8221;, uno che faceva i propri interessi alle spalle altrui. Tutt&amp;#8217;altro. Consigliava e si lasciava consigliare&amp;#8221;.&lt;/p&gt;
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		<title type="html"><![CDATA[Donne diacono nella Chiesa tedesca. Ritorno alle origini del cristianesimo]]></title>
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		<updated>2013-05-06T14:33:49Z</updated>
		<published>2013-05-05T14:31:10Z</published>
		<category scheme="http://www.paolorodari.com" term="REPUBBLICA" />		<summary type="html"><![CDATA[Un ritorno alle origini. Senza strappi né salti in avanti. Tanto che questa volta in Vaticano non si sono registrati particolari malumori. Si tratta dell&#8217; ultima richiesta avanzata da una delle Chiese ritenute fra le più anti-romane d&#8217; Europa, quella tedesca. Anche oltre il Tevere, insomma, sembrano aver compreso che Robert Zollitsch, vescovo di Friburgo [...]]]></summary>
		<content type="html" xml:base="http://www.paolorodari.com/2013/05/05/donne-diacono-nella-chiesa-tedesca-ritorno-alle-origini-del-cristianesimo/">&lt;p&gt;Un ritorno alle origini. Senza strappi né salti in avanti. Tanto che questa volta in Vaticano non si sono registrati particolari malumori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Si tratta dell&amp;#8217; ultima richiesta avanzata da una delle Chiese ritenute fra le più anti-romane d&amp;#8217; Europa, quella tedesca. Anche oltre il Tevere, insomma, sembrano aver compreso che Robert Zollitsch, vescovo di Friburgo e presidente dei vescovi di Germania, vuole sì portare la Chiesa su nuove strade, ma senza rompere con la dottrina. I vescovi tedeschi vogliono «un diaconato specifico per le donne», titolavano pochi giorni fa i quotidiani del Paese, in scia appunto a una richiesta formalizzata dallo stesso Zollitsch. Dove nella parola «specifico» viene espressa la volontà di concedere il diaconato alle donne senza necessariamente prevedere l&amp;#8217; imposizione delle mani. E, dunque, senza equiparare questo nuovo diaconato alla &amp;#8220;classica&amp;#8221; ordinazione diaconale alla quale sono ammessi solo gli uomini.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Disse non a caso già tre mesi fa il cardinale Walter Kasper &amp;#8211; grande innovatore ed &amp;#8220;elettore&amp;#8221; di Papa Francesco nell&amp;#8217; ultimo conclave &amp;#8211; durante l&amp;#8217; assemblea generale di primavera dei vescovi riunita a Treviri: occorre riflettere «su una specifica funzione diaconale femminile, una specie di &amp;#8220;diaconessa di comunità&amp;#8221; come era nelle comunità primitive».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La richiesta è chiara: una qualifica nuova e «specifica», che però ha il sapore dell&amp;#8217; antico. Era in epoca apostolica che diverse forme di assistenza diaconale agli apostoli e alle comunità erano esercitate da donne. Non a caso, San Paolo raccomandò alla comunità di Roma «Febe, nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cencre».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma anche più avanti, a partire dal III secolo, in alcune regioni è attestato un ministero ecclesiale specifico attribuito alle «diaconesse». In Siria orientale e a Costantinopoli, il vescovo era capo di una comunità che egli dirigeva soprattutto con l&amp;#8217; aiuto di diaconi e diaconesse.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È qui che vogliono arrivarei vescovi tedeschi. È a questo livello che il presidente di un episcopato fra i più autorevoli e indipendenti al mondo intende portare la Chiesa. Dice non a caso il portavoce dell&amp;#8217; episcopato Robert Eberle: Zollitsch siè espressoa favore di «nuovi servizi e incarichi ecclesiali, che siano aperti anche alle donne, come ad esempio un diaconato specifico per le donne». Ma egli vuole fare ciò «sulla base della dottrina della Chiesa cattolica».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Certo, qualche malumore nei settori più tradizionalisti l&amp;#8217; annuncio di Zollitsch l&amp;#8217; ha provocato. Il vescovo di Ratisbona Rudolf Voderholzer, ad esempio, ha reagito dicendo sul sito internet della sua diocesi che «non c&amp;#8217; è nessuna possibilità per l&amp;#8217; ordinazione di donne a diaconesse». Ma proprio qui sta il punto, spiega Eberle. Ciò che Zollitsch dice di volere è un diaconato «specifico», che sorpassa lo scoglio dell&amp;#8217; ordinazione. Un concetto sostenuto anche da diversi fedeli in Germania che hanno celebrato il &amp;#8220;giorno della diaconessa&amp;#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La vicepresidente del Comitato centrale dei laici cattolici tedeschi Claudia Lucking-Michel, infatti, ha fatto riferimentoa Papa Francesco per sostenere l&amp;#8217; idea della necessità di diaconesse nella Chiesa cattolica. Dice che il Papa ha esortato i cattolici già nelle prime dichiarazioni ad accogliere «con amore e tenerezza l&amp;#8217; intera umanità, specialmente i più poveri, i più deboli, i più piccoli». A suo avviso, Francesco vuole una Chiesa orientata più fortemente «in senso diaconico e caritativo». L&amp;#8217; ammissione di donne al diaconato «rafforzerà questa funzione e quindi anche la Chiesa».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ieri a Santa Maria Maggiore, a Roma, il Papa ha chiesto che tutti, a iniziare dagli adolescenti, non siano «eterni adolescenti» ma si mettano in gioco «con responsabilità. «Quanto è difficile nel nostro tempo prendere decisioni definitive, ci seduce il provvisorio, come se desiderassimo rimanere adolescenti per tutta la vita».&lt;/p&gt;
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			<name>Paolo Rodari</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Ratzinger (coi suoi libri) torna in Vaticano. Da un mese Bergoglio ha in mano la sua enciclica]]></title>
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		<updated>2013-04-30T08:01:24Z</updated>
		<published>2013-04-30T08:01:24Z</published>
		<category scheme="http://www.paolorodari.com" term="REPUBBLICA" />		<summary type="html"><![CDATA[Mancano poche ore al ritorno di Benedetto XVI in Vaticano. Da quando il Papa emerito metterà piede nel suo nuovo alloggio, il monastero Mater Ecclesiae, inizierà entro le mura leonine l’inedita “coabitazione” col suo successore Papa Francesco. S’incontreranno i due? Bergoglio, quando ne sentirà il bisogno, lascerà la residenza di Santa Marta per andare dall’altra [...]]]></summary>
		<content type="html" xml:base="http://www.paolorodari.com/2013/04/30/ratzinger-coi-suoi-libri-torna-in-vaticano-da-un-mese-bergoglio-ha-in-mano-la-sua-enciclica/">&lt;p&gt;Mancano poche ore al ritorno di Benedetto XVI in Vaticano. Da quando il Papa emerito metterà piede nel suo nuovo alloggio, il monastero Mater Ecclesiae, inizierà entro le mura leonine l’inedita “coabitazione” col suo successore Papa Francesco.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;S’incontreranno i due? Bergoglio, quando ne sentirà il bisogno, lascerà la residenza di Santa Marta per andare dall’altra parte dei giardini vaticani a trovare il suo predecessore? Difficile rispondere. Di certo c’è che una certa collaborazione fra i due è già iniziata, almeno sul piano teologico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Infatti, come Ratzinger scrisse la sua prima enciclica, la “Deus caritas est”, nel Natale del 2005, rimodellando un testo sul quale stava lavorando il suo predecessore Giovanni Paolo II, così Papa Francesco potrebbe dare presto alle stampe – si dice entro il prossimo autunno – la sua prima lettera enciclica intervenendo su una bozza dedicata la tema della fede che Benedetto XVI gli ha consegnato durante il loro ultimo incontro avvenuto a Castel Gandolfo il 23 marzo. Se la pubblicazione avverrà, potrebbe essere l’inizio di una collaborazione, seppur discreta, anche su altri temi. Ratzinger, infatti, entra al Mater Ecclesiae insieme alla maggior parte dei suoi libri – altri rimarranno nell’archivio segreto – per i quali è stato creato un ampio studio, e seppure non si dedicherà a scrivere, consigli anche teologici al suo successore sarà ben attrezzato per darne.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La “bozza Ratzinger” di questa nuova enciclica, un testo di circa 30-40 cartelle, ha avuto una genesi fulminea. Lo scorso ottobre Benedetto XVI, aprendo un anno dedicato alla fede, ha chiesto all’ufficio dottrinale dell’ex Sant’Uffizio di lavorare su una prima bozza che avesse al centro il tema della fede alla luce dei suoi interventi in merito, non soltanto i testi papali ma anche i libri, su tutti il volume del 1968 “Introduzione al cristianesimo”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I teologi vaticani, dopo poche settimane, gli hanno inviato un testo che egli ha rimandato indietro chiedendo un ulteriore lavoro. La seconda bozza gli è stata consegnata circa un mese prima dell’annuncio della rinuncia al soglio di Pietro. Egli l’ha tenuta con sé, per poi consegnarla a Bergoglio – evidentemente soddisfatto del lavoro dei teologi vaticani – dicendogli di decidere lui cosa farne. Dicono oltre il Tevere: «Il testo è completo. Non è stato scritto di suo pugno da Ratzinger ma è ratzingeriano in tutto. Dottrinalmente è ineccepibile e ben fatto».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La fede è stato il tema principale del pontificato di Ratzinger. “Dove c’è Dio, là c’è futuro”, fu non a caso il titolo che egli volle dare alla sua terza visita in Germania, nel 2011. Il programma del pontificato aveva al centro il tentativo di riavvicinare gli uomini a Dio. Ma la sfida riguardava e riguarda anche la Chiesa, nella consapevolezza più volte esplicitata che la crisi profonda della Chiesa odierna «è una crisi di fede». È anzitutto la Chiesa ad aver perso la bussola, quasi a non conoscere più l’abc della fede. Di qui un anno dedicato al tema. Di qui un’enciclica ora nelle mani di Bergoglio che, dopo un suo intervento, potrebbe renderla pubblica.&lt;/p&gt;
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			<name>Paolo Rodari</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Come fa il Papa un gesuita? Inchiesta nella Compagnia alla scoperta delle origini della spiritualità di Bergoglio. Azione e contemplazione in scia a de Lubac e ai padri della Chiesa]]></title>
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		<updated>2013-04-28T21:28:36Z</updated>
		<published>2013-04-28T16:28:34Z</published>
		<category scheme="http://www.paolorodari.com" term="BLOG" />		<summary type="html"><![CDATA[«Buonasera, mi passa padre Miguel Yáñez per favore?». «Chi devo dire?» «Sono Papa Francesco». Docente di teologia morale alla Gregoriana, padre Yáñez è stato il secondo gesuita che Jorge Mario Bergoglio ha voluto chiamare appena eletto al soglio di Pietro. Prima di lui, ha telefonato a suo nipote, padre José Luis Narvaja, anch’egli gesuita, direttore [...]]]></summary>
		<content type="html" xml:base="http://www.paolorodari.com/2013/04/28/come-fa-il-papa-un-gesuita-inchiesta-nella-compagnia-di-santignazio-alla-scoperta-delle-origini-della-spiritualita-di-bergoglio-azione-e-contemplazione-in-scia-a-de-lubac-e-ai-padri-della-chiesa/">&lt;p&gt;«Buonasera, mi passa padre Miguel Yáñez per favore?».&lt;br /&gt;
«Chi devo dire?»&lt;br /&gt;
«Sono Papa Francesco».&lt;br /&gt;
Docente di teologia morale alla Gregoriana, padre Yáñez è stato il secondo gesuita che Jorge Mario Bergoglio ha voluto chiamare appena eletto al soglio di Pietro. Prima di lui, ha telefonato a suo nipote, padre José Luis Narvaja, anch’egli gesuita, direttore dell’Istituto Thomas Falkner per lo studio delle fonti, e docente di teologia e patristica in Salvador, in Germania e alla stessa Gregoriana.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non si è trattato semplicemente di un saluto, piuttosto della volontà di marcare il terreno, di ricordare anzitutto ai propri confratelli che della Gregoriana, l’università dei gesuiti ritenuta da sempre la più prestigiosa fra quelle pontificie, egli non intende fare a meno.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La sfida, infatti, è improba. Primo Papa religioso dai tempi del camaldolese Gregorio XVI (1831-’46) che seppe respingere gli assalti dei «lupi rapaci» e cioè della stampa che, disse, «divulgava scritti di qualunque genere», Papa Francesco deve fare di più: non solo respingere l’attacco alla fortezza da parte dei lupi più duro di sempre – nessuno ricorda, in tempi recenti, nulla di paragonabile all’affaire Vatileaks – ma anche ribaltare le carte in tavola, rilanciare una Chiesa in affanno anche a motivo di inadeguatezze e scandali di coloro che, per citare Joseph Ratzinger, «nel sacerdozio dovrebbero appartenere completamente a lui».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ce la farà? «Non ho dubbi in merito», dice padre Rogelio García Mateo, gesuita spagnolo, non soltanto docente fra i più preparati alla Gregoriana di spiritualità ignaziana, ma anche testimone diretto degli esordi di padre Bergoglio in quel di Buenos Aires oltre trent’anni fa: era rettore del «collegio massimo», la facoltà di filosofia e teologia dei gesuiti argentini, il primo incarico di pregio del futuro Papa. Dice: «Allora Bergoglio guidava il collegio come oggi guida la Chiesa. Non era un manager, ma rettore e insieme compagno di cammino dei suoi alunni. Azione e contemplazione nello stesso tempo, in questo del tutto discepolo di sant’Ignazio di Loyola».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sempre in itinere il rapporto dei gesuiti col papato. Dice Rogelio García: «Pio XII, alunno della Gregoriana, ci amava, anche grazie al suo segretario “nascosto”, il gesuita tedesco Robert Leiber, professore di storia della Chiesa sempre in Gregoriana. Giovanni XXIII forse meno: quando prese possesso del Laterano non si fermò a salutare i padri schierati davanti alla Chiesa del Gesù a Roma: “Che schiaffo!”, commentarono i cronisti del tempo. Paolo VI fu anch’egli alunno della Gregoriana. Molto sostenne la spinta del preposito generale padre Pedro Arrupe verso l’essenzialità e la povertà ignaziana. Giovanni Paolo I avrebbe voluto addirittura farsi gesuita. Era seminarista a Vittorio Veneto quando venne folgorato da una predicazione di un padre. In fila dietro ai futuri padri gesuiti Busa e Strim, chiese al vescovo di poter entrare nella Compagnia. Questi gli disse: “Due sì, tre no, mi spiace”. Prima di Benedetto XVI, col quale abbiamo tutt’ora un rapporto di grande cordialità, Giovanni Paolo II. Con lui fu un riconosciuto rapporto d’incomprensione. Sembra che non capisse la Compagnia, così il suo entourage».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Anni di missione in terre ostili quelli di Wojtyla. La fede conficcata come spada in un mondo chiamato a risorgere dalle grandi ideologie che negavano il divino. Tempi non semplici per padre Arrupe e i suoi gesuiti: il loro modello di Chiesa, infatti, povera ed essenziale, sembrava non piacere al Papa polacco. Prediligeva i Legionari di Cristo, che spesso non mancavano di dire di essere loro «i veri gesuiti», perché retti in modo militare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Arrupe, invece, aveva preso il vento del Concilio e, riscoprendo il carisma ignaziano, provava a far veleggiare la Compagnia verso lidi al cui centro vi fossero abbassamento evangelico e beatitudini, bisognosi ed ultimi. La Santa Sede, anche per colpa degli stessi gesuiti che non si espressero nei modi migliori, interpretò la svolta come un’apertura alle istanze marxiste vicine a una certa teologia della liberazione e chiuse le porte ad Arrupe che pensò di dimettersi, ma Giovanni Paolo II non accettò le dimissioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dice ancora García Mateo: «Fu un momento difficile. Dopo la malattia che immobilizzò Arrupe, Wojtyla commissariò la Compagnia affidandola ai gesuiti italiani Paolo Dezza e Giuseppe Pittau. I due delegati pontifici furono abili nel “traghettare”, in soli due anni, la Compagnia fino allo svolgimento della trentatreesima Congregazione generale, che il 13 settembre ’83 elesse Peter Hans Kolvenbach preposito generale il quale, successivamente, fu anche il primo “Papa nero” a dimettersi nella storia dei gesuiti. Che dire? Forse in Vaticano non avevano compreso che la svolta di Arrupe, sebbene rischiosa, non mirava ad altro che ad applicare l’opzione preferenziale per i poveri secondo il Vangelo, come missione della Compagnia oggi, senza per questo dimenticare l’apostolato intellettuale nei collegi e nelle università».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’opzione per i poveri come un ritorno alla purezza dei primi tempi, al fondatore, a Sant’Ignazio. Spiega Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica: «Bergoglio ha il piglio tipico gesuitico. Colpisce subito la sua retorica, plasmata dagli “Esercizi Spirituali” di Ignazio. Ogni suo discorso è diviso in tre punti, spesso tre parole. Le sue omelie in genere sono così, come erano così quelle del cardinale Martini. “Non multa sed multum”. Poche cose ma dense, insomma. E sempre riferite a un interlocutore non generico, ma a un “tu” personale. Nella pedagogia ignaziana il vero criterio è la “cura personale”. Un’altra dimensione ignaziana che mi sembra ben presente in questi primi giorni di papato è legata al fatto che il superiore prima di prendere una decisione si consulta a lungo e ad ampio raggio, ma poi l’ultima parola è sua. È una struttura di governo essenziale e dinamica, molto utile per un “corpo apostolico” come il nostro inviato in missione. Il gesuita è abituato a partire e stare in frontiera, a volte anche in solitudine. I nostri grandi modelli sono Francesco Saverio e Matteo Ricci, abitatori di frontiere fisiche e metaforiche. L’obbedienza per la missione è poi al Papa perché Ignazio vedeva in lui la persona che nella chiesa ha una visione più universale e sa dove sono le urgenze più impellenti. Di qui il nostro quarto voto di obbedienza al Papa, appunto».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Obbedire al Papa, dopo i voti di castità, fedeltà ed obbedienza. Quattro voti che segnano l’adesione a una vita di sacrifici. Si lascia tutto per Cristo, si diventa poveri fra poveri. Un tema, quello della Chiesa povera, che non a caso ritorna spesso nelle parole di Papa Francesco e che magari potrà tornare in futuro in nuovi testi. Così l’ecclesiologia del Vaticano II con quel teologo gesuita citato più volte Henri de Lubac. Questi fu maestro di Hans Urs Von Balthasar, il teologo fondatore di Communio, grande “amore” di Ratzinger. Con Jean Daniélou, altro gesuita poi divenuto cardinale, fondò la collana Sources Chrétiennes, un modo per fomentare lo studio dei padri della Chiesa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dice padre Giacomo Costa, gesuita, direttore della rivista Aggiornamenti Sociali che fu di padre Bartolomeo Sorge: «Il riferimento a De Lubac ci riporta soprattutto ai padri della Chiesa, a un’epoca in cui spiritualità e teologia non erano ancora separate. Anche per Papa Francesco, come per molti gesuiti, è vitale far dialogare fede vissuta e teologia, perché la riflessione teologica stia “con i piedi per terra” e l’esperienza di chi crede sia rafforzata e aiutata a dare ragione di sé. Del resto Papa Francesco dice di aver molto imparato dalla fede delle persone semplici che ha incontrato, prime fra tutti sua nonna o la vecchina ricordata in una delle sue prime omelie. Analogamente, ci sono altri due elementi in tensione che Bergoglio mette insieme “in carne e ossa”, anche con la scelta del proprio nome: carisma e istituzione. Scegliere da papa il nome Francesco comunica la volontà di trasformare la tradizionale separazione, e talvolta opposizione, tra Chiesa carismatica e Chiesa istituzionale in una sorgente di fedeltà creativa alla propria missione. La vera sfida non è tanto quella di essere carismatico, ma rendere carismatica l’istituzione. È questo il compito di ogni autentica leadership. La potenzialità irrinunciabile delle istituzioni è, infatti, quella di attivare delle dinamiche in grado di coinvolgere un numero di persone che nessuno, da solo, sarebbe in grado di raggiungere. Alcuni primi segni di come i gesti carismatici possono avere portata istituzionale sono già intuibili e toccano il modo di concepire la Chiesa come sempre in movimento e decentrata da se stessa, le prospettive di un governo maggiormente collegiale, il rapporto con le altre confessioni cristiane non cattoliche e con le altre religioni».&lt;/p&gt;
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			<name>Paolo Rodari</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Il silenzio dei vescovi nella sfida del colle. Con Bergoglio finisce l&#8217;“interventismo&#8221;]]></title>
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		<updated>2013-04-18T14:21:01Z</updated>
		<published>2013-04-17T14:17:24Z</published>
		<category scheme="http://www.paolorodari.com" term="REPUBBLICA" />		<summary type="html"><![CDATA[Le ultime parole, pronunciate ieri, disegnano un profilo vago: «Per il Quirinale serve una persona di grande livello, di grande onestà, riconosciuta a livello nazionale e internazionale». Qualche giorno fa, un accenno ugualmente timido. «Vede la possibilità di una donna al Quirinale?», gli hanno chiesto a margine di un convegno a Genova. «Perché no? L’importante [...]]]></summary>
		<content type="html" xml:base="http://www.paolorodari.com/2013/04/17/il-silenzio-dei-vescovi-nella-sfida-del-colle-con-bergoglio-finisce-linterventismo/">&lt;p&gt;Le ultime parole, pronunciate ieri, disegnano un profilo vago: «Per il Quirinale serve una persona di grande livello, di grande onestà, riconosciuta a livello nazionale e internazionale».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Qualche giorno fa, un accenno ugualmente timido. «Vede la possibilità di una donna al Quirinale?», gli hanno chiesto a margine di un convegno a Genova. «Perché no? L’importante è il livello, la capacità personale, il profilo intellettuale e morale», ha risposto il capo della Conferenza episcopale italiana pensando alle uniche due candidate al Colle che non dispiacciono alla Chiesa, il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri e la guardasigilli Paola Severino.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per il resto silenzio. La volontà di restare fuori dalla mischia. E di alzare la voce soltanto per chiedere che il Paese si dia in fretta un governo che permetta di uscire dall’«incomprensibile stallo».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una posizione prudente che riflette però anche un certo timore di sbagliare, di andare oltre il consentito soprattutto agli occhi di Papa Francesco che ancora, rispetto alla Cei, non ha sciolto le riserve: cosa intende fare il nuovo Papa del titolo di “primate d’Italia” che gli permette di indirizzare a suo modo la politica dell’intero episcopato? Quale Cei nascerà nell’era Bergoglio? Si tornerà alla Chiesa di Ruini che, battendo sui valori, restava al centro di un quadro di sostanziale pluralismo politico? Si adotterà il modello del segretario di Stato Bertone nel quale – con Berlusconi premier grazie al lavoro di Gianni Letta, con Monti grazie al supporto di Federico Toniato – la cosa importante era stringere legami con chi aveva il potere per dare, e soprattutto per ricevere, benefici? Oppure nascerà qualcosa di diverso, una Cei il cui capo, come ha auspicato ieri il cardinale Coccopalmerio, non sarà più eletto dal Papa ma dai vescovi stessi?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La risposta ancora non c’è. Ed è per questo che nessuno, nella Chiesa italiana, si sbilancia. E così in Vaticano dove, dicono, la candidatura del cattolico adulto Romano Prodi non è vista dal segretario di Stato Bertone, ma anche da Bagnasco, come il massimo dei sogni possibili. Ma quanto contano oggi Bertone e Bagnasco?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Di certo non come una volta. Sono lontani, infatti, i tempi degli editoriali dell’Osservatore Romano (era il 2008) che spiegavano ai fedeli come i «due colli del Quirinale e del Vaticano» fossero «molto vicini». O quelli in cui lo stesso quotidiano (era il 2006), nel giorno in cui si aprivano le votazioni per il Quirinale, addirittura si spinse a tracciare un identikit del candidato ideale che costituiva una clamorosa bocciatura di Massimo D’Alema e l’indicazione esplicita di una figura in tutto identica a Giorgio Napolitano. Ora tutto questo non c’è più.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tanto che se è vero che la stessa Cancellieri è stata invitata a Messa nella residenza Santa Marta da Papa Francesco, ciò non costituisce un’indicazione preferenziale da parte del Pontefice che, fra l’altro, si è limitato a porre al Ministro un breve saluto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Bagnasco conosce Cancellieri dai tempi in cui il ministro era prefetto a Genova. «Sicuramente aiuterà anche Bologna», disse non a caso il porporato nel 2010 quando Cancellieri divenne commissario prefettizio sotto le due torri.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma la realtà è che come Cancellieri, anche altri possono vantare solide entrature nei sacri palazzi. Oltre a Severino, avvocato dello Ior, Giuliano Amato può contare su forti legami con maggiorenti di curia che risalgono addirittura agli anni nei quali fu la mente della revisione del Concordato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E poi il costituzionalista Sabino Cassese, stimato e in più occasioni consultato oltre Tevere per questioni giuridiche controverse in virtù della sua specializzazione di internazionalista. Nomi, dunque, apprezzati e che scavalcano quei due canali istituzionali – dalla Cei alla Segreteria di Stato – che mai come oggi paiono fuori dalla grande partita per il Quirinale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non così nei tempi passati. Ricorda Gianni Gennari – teologo romano alle cui messe negli anni ’70, i tempi del compromesso storico, partecipavano tutte le domeniche Franco Rodano e Tonino Tatò – che nel ’78 il Pci di Berlinguer propose Pertini per il Quirinale e che Benigno Zaccagnini, segretario della Dc, era rammaricato del fatto che i Dc non lo volevano votare, e incontrandolo quasi per caso, data la loro amicizia e vicinanza nel periodo della tragedia Moro, gli chiese cosa si pensasse di Pertini in Vaticano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La risposta fu che era considerato un galantuomo, anche se non credente, e che godeva simpatie negli ambienti della Segreteria di Stato del cardinale Casaroli. Zaccagnini dunque volle insistere, e quasi impose alla Dc il voto favorevole. Infatti, il giorno dopo quel colloquio, Pertini fu Presidente della Repubblica.&lt;/p&gt;
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		<title type="html"><![CDATA[La Chiesa e la politica nel discorso di Scola]]></title>
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		<published>2013-04-16T14:14:29Z</published>
		<category scheme="http://www.paolorodari.com" term="REPUBBLICA" />		<summary type="html"><![CDATA[Non vuole «fornire soluzioni preconfezionate» quanto «sollevare problemi». Far emergere, insomma, quella ferita che taglia non senza dolore il cuore del mondo contemporaneo. La ferita che lo Stato provoca «alla libertà religiosa» che oggi, espunta dall’apice della scala dei diritti fondamentali, rischia di far crollare ogni cosa. È il senso dell’ultima fatica del cardinale Angelo [...]]]></summary>
		<content type="html" xml:base="http://www.paolorodari.com/2013/04/16/la-chiesa-e-la-politica-nel-discorso-di-scola/">&lt;p&gt;Non vuole «fornire soluzioni preconfezionate» quanto «sollevare problemi». Far emergere, insomma, quella ferita che taglia non senza dolore il cuore del mondo contemporaneo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La ferita che lo Stato provoca «alla libertà religiosa» che oggi, espunta dall’apice della scala dei diritti fondamentali, rischia di far crollare ogni cosa. È il senso dell’ultima fatica del cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, che ampliando il suo ultimo discorso rivolto alla città in occasione della festa di sant’Ambrogio – patrono di Milano che «prima di essere eletto vescovo fu uomo di Stato e di governo – ha scritto per Rizzoli “Non dimentichiamoci di Dio. Libertà di fedi, di culture e di politica”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La riflessione cade nel diciassettesimo centenario di quell’Editto di Milano che ha sancito la nascita della libertà di professare il proprio credo. Una svolta, quella del 313 d. C., che però, nei fatti, rischia di passare alla storia come «un inizio mancato».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nella Milano dove un anno davanti al Papa Giuliano Pisapia aveva rivendicato l’autonomia d’azione delle istituzioni pubbliche, Scola, ricorda invece come il pericolo viene proprio dallo Stato quando nel nome della propria autonomia e neutralità di fatto affossa ogni libertà confessionale: l’evoluzione che gli stati democratico-liberali hanno perseguito affossa la svolta dell’Editto di Milano e non garantisce alcuna libertà.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il presupposto teorico di questa evoluzione, infatti, si rifà al modello francese di laïcité che a sua volta si basa sull’idea dell’indifferenza, definita come neutralità, delle istituzioni statali rispetto al fenomeno religioso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma i risultati sono opposti: più che neutralità lo Stato adotta «un modello maldisposto verso il fenomeno religioso», con conseguenze pericolose. Scola cita il caso statunitense, dove la riforma sanitaria di Obama «che impone a vari tipi di istituzioni religiose di offrire ai propri impiegati polizze di assicurazione sanitaria che includano contraccettivi, aborti e procedure di sterilizzazione» altro non è che «una ferita alla libertà religiosa».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un esempio, per ricordare come oggi il dissidio nelle nostre società non sia tanto fra credenti di religioni diverse, quanto fra «la cultura secolarista e il fenomeno religioso». Dice l’arcivescovo: misconoscendo questo dato, «la giusta e necessaria aconfessionalità dello stato ha finito per dissimulare, sotto l’idea di ‘neutralità’, il sostegno dello stato a una visione del mondo che poggi sull’idea secolare e senza Dio».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Come ovviare «a questo grave stato di cose»? La proposta di Scola è quella di uno Stato che non interpreti la sua aconfessionalità con distacco, ma porti la libertà religiosa a essere «libertà realizzata posta in cima alla scala dei diritti fondamentali». In questo senso va recuperato ciò che l’Editto di Milano ha iniziato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Come scriveva Gabrio Lombardi: «L’Editto del 313 ha un significato epocale perché segna l’initium libertatis dell’uomo moderno». Questo significato lo deve recuperare anche la chiesa. Sulla cattedra che fu di Dionigi Tettamanzi e di Carlo Maria Martini, che qui inaugurò il suo dialogo con i non credenti, Scola invita ora i cristiani, superati i decenni della contestazione «che annunciavano la fine di ogni forma pubblica del cattolicesimo, a testimoniare l’importanza e l’utilità della dimensione pubblica della fede».&lt;/p&gt;
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			<name>Paolo Rodari</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Più impegni per Gänswein in Vaticano. Ratzinger assistito da un diacono tedesco]]></title>
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		<published>2013-04-13T15:45:19Z</published>
		<category scheme="http://www.paolorodari.com" term="REPUBBLICA" />		<summary type="html"><![CDATA[Un diacono tedesco per Benedetto XVI. A Castel Gandolfo Joseph Ratzinger continua il proprio ritiro monacale iniziato lo scorso 28 febbraio. E, oltre alle quattro Memores domini che già nell’appartamento del palazzo apostolico sbrigavano le faccende domestiche, è coadiuvato da un diacono di lingua tedesca scelto per lui dal prefetto della Casa Pontificia Georg Gänswein. [...]]]></summary>
		<content type="html" xml:base="http://www.paolorodari.com/2013/04/13/piu-impegni-per-ganswein-in-vaticano-ratzinger-assistito-da-un-diacono-tedesco/">&lt;p&gt;Un diacono tedesco per Benedetto XVI. A Castel Gandolfo Joseph Ratzinger continua il proprio ritiro monacale iniziato lo scorso 28 febbraio. E, oltre alle quattro Memores domini che già nell’appartamento del palazzo apostolico sbrigavano le faccende domestiche, è coadiuvato da un diacono di lingua tedesca scelto per lui dal prefetto della Casa Pontificia Georg Gänswein.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ancora segretario particolare del Papa emerito, Gänswein è sempre più impegnato in curia romana e ha chiesto così l’arrivo a castello di un’altra persona. Il diacono seguirà Ratzinger anche quando egli tornerà in Vaticano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ufficialmente dovrebbe fare ritorno il prossimo mese, anche se vi è chi sostiene che rimarrà sui colli albani fino al termine dell’estate.&lt;/p&gt;
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		<title type="html"><![CDATA[Curia, la rivoluzione di Francesco. Un direttorio di cardinali governerà la Chiesa con lui]]></title>
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		<published>2013-04-13T13:25:42Z</published>
		<category scheme="http://www.paolorodari.com" term="REPUBBLICA" />		<summary type="html"><![CDATA[Un consiglio della Corona per Papa Francesco. Cinque cardinali in rappresentanza di ogni continente scelti per supportare Jose Mario Bergoglio nella sua azione di governo. Non si tratta di voci, ma di una svolta che, annunciata nelle scorse ore dallo stesso Papa ricevendo in udienza i vescovi della Toscana, sarà resa effettiva dal prossimo autunno. [...]]]></summary>
		<content type="html" xml:base="http://www.paolorodari.com/2013/04/13/curia-la-rivoluzione-di-francesco-un-direttorio-di-cardinali-governera-la-chiesa-con-lui/">&lt;p&gt;Un consiglio della Corona per Papa Francesco. Cinque cardinali in rappresentanza di ogni continente scelti per supportare Jose Mario Bergoglio nella sua azione di governo. Non si tratta di voci, ma di una svolta che, annunciata nelle scorse ore dallo stesso Papa ricevendo in udienza i vescovi della Toscana, sarà resa effettiva dal prossimo autunno. Certo, i nomi dei cinque cardinali sono ancora “in mente Dei” ma, come ha detto lo stesso Francesco, la decisione è presa e segue quanto molti cardinali hanno auspicato durante le congregazioni generali che hanno preceduto il recente conclave: il Papa non può più governare da solo. Troppi gli scandali, non poche le disfunzioni, ipertrofica la centralità romana.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Occorre, dunque, un nuovo inizio. Intervenire alla radice dell’esercizio del governo della Chiesa, così come già auspicò il Concilio Vaticano II quando parlò di fornire, tramite il sinodo dei vescovi (duecento presuli che si riuniscono periodicamente in rappresentanza dei circa cinquemila esistenti in tutto il mondo), «uno stabile sostegno collegiale alle decisioni ultime del successore di Pietro». Non a caso, i cinque cardinali che Bergoglio andrà a scegliere lavoreranno sostanzialmente in rappresentanza di questo stesso sinodo che oggi ancora non opera a pieno regime, e cioè secondo tutte le potenzialità auspicate dagli stessi padri conciliari. I suoi poteri, oggi, sono puramente consultivi, tanto che le sue ventotto edizioni si sono sempre risolte in documenti di fatto dimenticati. Da ottobre non sarà più così. I cinque cardinali rappresenteranno la Chiesa dei cinque continenti e, seppure l’ultima parola spetterà al Papa, governeranno «assieme».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il nuovo governo è figlio del Vaticano II, certo. Ma anche della Compagnia di Gesù, l’istituto religioso fondato da Ignazio di Loyola e del quale Francesco fa parte. La Compagnia fa capo al preposito generale il quale, nell’esercizio del governo, è assistito da dieci assistenti in rappresentanza di diverse lingue e nazionalità. Per un Papa che chiede insistentemente di «uscire dal recinto» per andare incontro «a ogni periferia del mondo», il nuovo consesso è uno strumento imprescindibile.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Inizialmente i prescelti saranno cinque, ma non è detto che stabilmente o anche di volta in volta il loro numero non possa ampliarsi. Già il sinodo dei vescovi elegge oggi, al termine dei suoi lavori, tre presuli per continente incaricati di traghettare l’episcopato verso il sinodo successivo. E fra questi dodici eletti nell’ultimo sinodo svoltosi in Vaticano in ottobre vi sono nomi che molto hanno inciso nel conclave. Probabile, quindi, che il Papa scelga i cinque fra loro. Ci sono Timothy Dolan di New York, Odilo Scherer di San Paolo del Brasile, Christoph Schönborn di Vienna, Peter Erdö di Budapest, George Pell di Sydney, Luis Antonio Tagle di Manila.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E la curia romana? E la segreteria di stato cono di bottiglia delle notizie “da” e “per” il Papa? Continuerà ad esistere, ma sarà in sostanza depotenziata. Ecco perché il problema, per il Papa, non è oggi tanto quello di scegliere il nome del nuovo segretario di stato, o cambiare i capi dicastero in carica. In cima alla sua agenda c’è piuttosto quella rivoluzione di cui avevano già parlato sia Carlo Maria Martini quando nel Sinodo dei vescovi del 1999 chiese un «confronto collegiale e autorevole tra tutti i vescovi su alcuni dei temi nodali», sia Camillo Ruini il quale, prima del conclave che elesse Ratzinger, all’interno di un bilancio del papato intitolato “L’unità profonda di un pontificato veramente universale”, spiegò che “con Giovanni Paolo II il primato papale ha toccato insieme il suo punto più alto e il suo punto finale”. E arrivò a esercitarsi sulla necessità di dare un governo nuovo alla Chiesa, «il cui compito sarà proprio di integrare il meglio dei due poteri, il collegiale e il primaziale».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In Vaticano c’è chi già ricorda l’era dei patriarchi. Il nuovo modello, in sostanza, potrebbe portare a un ritorno al primo millennio, a quando le chiese d’occidente e d’oriente erano ancora indivise. Cinque patriarcati governavano assieme l’ecumene cristiana: Roma, Costantinopoli, Antiochia, Gerusalemme e Alessandria d’Egitto. Il Papa, fra loro, era “primus inter pares” senza ordinario dominio sulle porzioni di chiesa non sue. Veniva chiamato a dire l’ultima parola solo nei momenti più difficili. Già Benedetto XVI aprì la strada rinunciando a farsi chiamare «patriarca dell’Occidente». Prima di lui Giovanni Paolo II, nella “Ut unum sint”, riconobbe che «la questione del Papa costituisce una difficoltà per la maggior parte degli altri cristiani». Dopo di loro Bergoglio che non a caso insiste nel farsi chiamare «vescovo di Roma».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In questo primo mese di governo Francesco ha ricevuto alcuni capi dicastero della curia romana e anche diversi vescovi. Le consultazioni non sono terminate, ma sempre di più prende corpo l’idea che le nomine avverranno con calma, senza stravolgimenti decisi. «Non è questione di nomi ma di struttura», hanno affermato durante le congregazioni generali alcuni cardinali. E il Papa ne ha preso atto. Come cambierà la forma della curia, così muterà la forma dei rapporti fra Chiesa e potere politico. Il modello, come scrive lucidamente il sociologo Luca Diotallevi nel suo ultimo volume intitolato “La pretesa. Quale rapporto tra Vangelo e ordine sociale”, si rifà al “De civitate Dei” di Agostino. Quello che tramonta è il modello di Stato (anche nella sua versione ecclesiastica) e la sua laicità. Quello che si riafferma è l’opzione della libertà religiosa come modo vivace e rispettoso che hanno la Chiesa e i cristiani di abitare e sostenere la civitas secondo l’ intuizione agostiniana tanto cara al giovane Ratzinger, da lui discussa nel 1954 in un convengo di studi agostiniani a Parigi, e ripresa nella parte finale del saggio di Diotallevi.&lt;/p&gt;
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