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	<title>Piscia Contro Vento</title>
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	<description>Feng Shui In Supposte</description>
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		<title>Piscia Contro Vento</title>
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		<title>Life</title>
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		<dc:creator><![CDATA[EsseP]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Mar 2014 22:18:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[“Ieri ho buttato via un paio di jeans che avevamo comprato insieme. Si sono strappati e li ho buttati via. È come se ogni giorno qualcosa di lei sparisse dalla mia vita; piccole cose, un pezzettino alla volta, ed io mi tengo impegnato tutto il giorno per non pensare, corro per non pensare, ma non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Ieri ho buttato via un paio di jeans che avevamo comprato insieme. Si sono strappati e li ho buttati via.</p>
<p>È come se ogni giorno qualcosa di lei sparisse dalla mia vita; piccole cose, un pezzettino alla volta, ed io mi tengo impegnato tutto il giorno per non pensare, corro per non pensare, ma non si può scappare all’infinito dai propri pensieri e quando questi mi raggiungono mi ritrovo a cercare inutilmente un perché che non esiste.</p>
<p>Perché nella vita succede ciò che succede? Perché le cose iniziano e ad un certo punto finiscono? Ci illudiamo di poter trovare una ragione, un senso, ma ci facciamo solo del male nel cercarlo.</p>
<p>Non c’è una ragione. Funziona come la storia del quadro&#8230;”</p>
<p>“Quale quadro?”</p>
<p>“Hai presente ne ‘La leggenda del pianista sull’oceano’? Quando il trombettista sta raccontando il momento in cui Novecento decide di scendere dalla nave, e allora dice questa cosa del quadro, che se ne sta lì per anni attaccato ad un chiodo ed un bel giorno senza nessun motivo apparente il chiodo cede e il quadro cade”</p>
<p>“Sì ho presente”</p>
<p>“Funziona così, nella vita vera. Pensiamo di poter individuare il momento esatto in cui tutto è cambiato, e trovarci un motivo, ma non c’è, succede e basta. Le cose funzionano finché non funziona più. Punto. E non vale solo per quello: ‘sei giovane finché non lo sei più, ami finché non ami più, ci provi finché non ci riesci più, ridi finché non cominci a piangere e piangi finché non ricominci a ridere, e poi tutti quanti respirano finché non arrivano all’ultimo respiro’, così, per caso, senza un motivo preciso. Non c’è un momento, le cose si evolvono lentamente ed un giorno ti svegli e ti accorgi che tutto è diverso, come se il mondo si fosse rovesciato in una notte.</p>
<p>La cosa strana è che in cuor suo ognuno di noi si rende conto che la vita è così, arbitraria. Eppure quando sei innamorato credi che in mezzo a tutto quanto di contingente ed accidentale ti circonda, quel qualcosa che ti lega all’altra persona è inevitabile. E forse lo è, ma lo è anche la sua fine e tutto quanto gli sta intorno; forse tutto quanto in questa vita è inevitabile ed accade per un solo semplice perché: perché deve accadere”</p>
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		<title>Il paradosso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[EsseP]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 May 2013 19:42:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Purtroppo è vero (Diary)]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;assurdo è che temono il diverso, temono di essere diversi, eppure vogliono essere speciali. Sognano tutti di essere unici e non possono smettere di essere uguali agli altri. Il paradosso. Vogliono essere speciali tutti quanti allo stesso modo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;assurdo è che temono il diverso, temono di essere diversi, eppure vogliono essere speciali.</p>
<p>Sognano tutti di essere unici e non possono smettere di essere uguali agli altri.</p>
<p>Il paradosso.</p>
<p>Vogliono essere speciali tutti quanti allo stesso modo.</p>
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		<title>Altrove</title>
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		<dc:creator><![CDATA[EsseP]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Nov 2012 09:25:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[Per tutta la vita avevo desiderato essere altrove. Indipendentemente dal dove fossi, indipendentemente dal dove avrei potuto essere. Volevo solo essere altrove, cosciente del fatto che quello non era il mio posto, come tutti gli altri posti in cui ero stato del resto. A dire la verità in quel preciso momento c’era un punto esatto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per tutta la vita avevo desiderato essere altrove. Indipendentemente dal dove fossi, indipendentemente dal dove avrei potuto essere. Volevo solo essere altrove, cosciente del fatto che quello non era il mio posto, come tutti gli altri posti in cui ero stato del resto.</p>
<p>A dire la verità in quel preciso momento c’era un punto esatto in cui avrei voluto essere: nella casa di quel figlio di puttana che mi aveva clonato la carta di credito per via telematica lasciandomi praticamente a zero; volevo essere lì per bruciargliela la casa. Rubare a me&#8230; che cazzo, gli stronzi vanno sempre a bussare alla porta di quelli che già non hanno nulla. E non c’era il minimo dubbio che fosse un poveraccio costretto alla truffa per fame perché i soldi li aveva bruciati in mezza giornata su un sito di scommesse, e ovviamente, nonostante ciò risultasse dai movimenti bancari della carta, nessuna autorità aveva la benché minima intenzione di approfondire la cosa per andare a scovare il bastardo e prenderlo a calci nelle palle.</p>
<p>Comunque sia volevo essere altrove. Come sempre. Anzi, più del solito: la Città mi risultava ancora più ostile degli altri luoghi di questo squallido pianeta in cui avevo vissuto prima. La Città mi stava consumando; ero ingrassato, uscivo di casa alle 7 e ritornavo alle 10 di sera dopo lunghe giornate di traffico e lavoro, e tra il cucinare, il pulire e il farsi una doccia non mi restava neppure il tempo per accendere la televisione. Neppure la masturbazione era uno svago praticabile. La Città mi stava portando via il riposo, l’appetito e persino la voglia. Cazzo! Se avessi raccontato a qualcuno che solo qualche anno prima ero stato l’eroe di una regione mi avrebbero riso in faccia. D’altronde, anche se l’avessero saputo per certo, non avrebbero dato peso alla cosa comunque: ciò che succede fuori dalla Città è come se semplicemente non fosse accaduto. Strana percezione, ancor più strana del fatto di essere tutti quanti soli in mezzo a 20 milioni di persone.</p>
<p>Era giovedì sera e decisi di uscire, al diavolo quanto sarebbe stata dura svegliarsi all’indomani! Non avevo nessuno da chiamare, per cui scesi semplicemente le scale ed imboccai una dopo l’altra tutte le strade meno conosciute che mi capitava di vedere, fino a quando, a un certo punto, non ero più in grado di stabilire la direzione di casa.</p>
<p>Una battona mi chiamò ad alta voce dall’altro lato della strada: “ehi, tesoro, ti stavo aspettando, saliamo a casa mia?”. Era un trans, anche avessi avuto voglia di sudicio sesso a pagamento, mettermi a letto con una e ritrovarmi a fare il confronto del pene non era il mio genere di politica. Ti dovrai sbatacchiare un altro poveraccio per questa sera, “tesoro”.</p>
<p>Vidi un gruppetto di ragazzini fare un po’ di casino sotto un’insegna luminosa; era un bar; entrai. Il posto era arredato in stile pub irlandese, in fondo alla sala c’erano un paio di tavoli da biliardo ed uno schermo su cui trasmettevano la partita casalinga della mia squadra: dieci minuti nel secondo tempo e sotto di 3 gol. Perfetto: se volevo distrarmi dai fallimenti della mia vita immedesimandomi nei successi sportivi, avevo decisamente sbagliato nella scelta dei colori. Un gruppo di bifolchi esultò urlando da pazzi al quarto gol della squadra della Città. Fanculo.</p>
<p>Passando sotto le lampade basse del corridoio attraversai una nuvola bianca di fumo che si stagliava su tutta la sala, era come superare le nuvole in una scarpinata d’altura, solo che respirare era un po’ più difficile, nel bar. Mi sedetti al bancone di fianco a due ciccioni intenti a guardare la partita birra in mano ed ordinai tequila e sale senza alzare la testa dalla ciotola di noccioline alla quale attingevo. Non era una supposizione immaginare il luridume di quegli arachidi passati di tavolo in tavolo, di mano sporca in mano ancor più sporca, magari cadendo anche sui tavoli imbrattati, eppure continuavo a buttarli giù, saporiti ma letali, come il cibo di strada della Città, del quale un pranzo costava meno della carta igienica che si sarebbe resa necessaria dopo.</p>
<p>Arrivò la tequila, il sale era sporco ma il lime, quello sì, nella Città era il migliore che si potesse trovare, alla faccia di quella merda che si trovava dai fruttivendoli più costosi delle città straniere. Staccai gli occhi dalla ciotola delle noccioline e la barista venne a prendere il bicchiere vuoto. Wow. Che occhi, che corpo mozzafiato in un gilet di pelle stretto a laccetti fino all’ombelico. Che ci faceva una ragazza del genere in un posto come quello?</p>
<p>“Un altro giro?”</p>
<p>“Conviene che porti qui il blocco dei biglietti, ce ne saranno un po’ di altri giri stasera”</p>
<p>Sorrise sotto il ciuffo biondo e sotto il bancone qualcosa mi fece capire che, dopo tutto, la Città non era ancora riuscita a portarmi via riposo, appetito e voglia. Non tutte e tre le cose, quanto meno.</p>
<p>Fece avanti e indietro per il locale tutta la sera, trasportando le birre su un vassoio in mezzo alla caciara come se fosse un equilibrista; beh, un equilibrista sexy con un sedere che sembra la prova che Dio esiste. Lei si faceva in quattro mentre l’altro tipo del locale, il proprietario probabilmente, non faceva altro che stare alla cassa e gridare cazzate insieme ai tipi del tavolo di fronte allo schermo, dei gran casinisti. Ricordo di aver pensato che la sua giornata di lavoro doveva essere faticosa almeno quanto la mia, solo che io ero uno scaricatore di 90 chili e lei un ragazzina con un avambraccio così sottile da poterlo stringere tra il pollice e l’indice. Di tanto in tanto si avvicinava a me per il re-fill mentre io ero assorto in non so quale complesso labirinto di idiozie mi stesse passando per la testa in quel momento; c’è da dire però che dopo il quarto bicchiere qualunque preoccupazione riguardo al mio misero lavoro ed al mio misero stile di vita erano spariti. Non so a cosa stessi pensando, ma ricordo di averle detto a un certo punto, quando era venuta a versarmi il sesto bicchiere: “Sai che persona è uno che esaudisce il proprio sogno?” e lei “uno fortunato immagino” ed io “Nah, è solo qualcuno che avrebbe dovuto averne uno più grosso”. Mi guardò in un modo particolare, non ricordo come, ma mi fece sentire trasparente, come se chiunque in quel momento potesse guardarmi dentro e come se lei l’avesse fatto ed avesse capito esattamente cosa volevo dire. Io non l’avevo mica capito cosa volessi dire.</p>
<p>Rimasi lì seduto ancora un bel po’. Pian piano il locale iniziò a svuotarsi, la partita era finita 6 a 1 per la squadra della città e con sempre meno clienti in giro lei si fermava sempre un po’ di più al bancone ed io bevevo sempre un po’ di meno. Bevve un paio di bicchieri con me. Parlavamo. Non so di cosa, nulla di importante immagino. A notte inoltrata nel locale eravamo rimasti soltanto io, lei e cinque dei gran casinisti del tavolo vicino allo schermo; persino il proprietario era andato via portandosi dietro l’incasso. Uno dei cinque, il più sboccato e ubriaco, chiamo la cameriera al tavolo. Lei si avvicinò, lui le disse qualcosa che non potei sentire e tutti risero mentre lei si mantenne fredda e scocciata. Lui le diede una pacca sul sedere e lei istintivamente reagì con uno spintone; a momenti il tipo cadeva dalla sedia. Si alzò e la bloccò per le braccia, la strinse, le toccò un’altra volta il sedere, questa volta afferrandolo a piene mani; io a quel punto ero arrivato al tavolo e richiamai la sua attenzione mettendogli una mano sulla spalla, la ragazza approfittò del momento per liberarsi con uno strattone e farsi indietro di due passi.</p>
<p>“Lascia stare” mi disse.</p>
<p>“Direi che abbiamo bevuto tutti quanti abbastanza per stasera, è ora di andare a casa” dissi io rivolgendomi ai cinque uomini. Quello di fronte a me, il porco che aveva messo le mani addosso alla ragazza, si mise a ridere, gli altri lo seguirono, poi rispose:</p>
<p>“Forestiero, ti sei per caso perso? Mi sa che sei parecchio fuori strada, qui non ci sono campi e vacche per chilometri”. Un’altra volta grosse risate dei cinque imbecilli, poi uno di loro aggiunse “sì, questo campagnolo parla come un vaccaro” e si strinse il petto per l’eccesso di ilarità.</p>
<p>Io ero troppo brillo per trattenere una risposta. “Io parlo la lingua che insegnano nelle scuole di questo Paese, scusate se non ho quella pronuncia fastidiosa e incomprensibile che avete tutti quanti in questa merda di Città!”</p>
<p>Le risate finirono all’istante. Due dei tizi mi vennero incontro spintonandomi e insultandomi, poi un altro tirò fuori un coltello. La ragazza lo vide mentre si avvicinava a me e lo spinse per fermarlo. Un suo compare si avventò su di lei e la bloccò contro il muro, le passò la lingua sulla guancia e poi la toccò tra le gambe con una mano mentre lei gli urlava di fermarsi.</p>
<p>La ragione andò in blackout.</p>
<p>Spinsi via i due che mi stavano addosso, poi mi scaraventai sul terzo che ora cercava di slacciare i jeans alla cameriera. Lo allontanai e gli spaccai il naso con un pugno. Gli altri mi si gettarono contro ma ne avevo in abbondanza per tutti: un colpo in faccia al grassone più taciturno dei cinque, uno in pancia al capobanda che aveva cominciato a importunare la cameriera, due ganci uno dietro l’altro al suo compare. Il tipo con il coltello tentò di colpirmi ma mi prese solo di striscio, facendomi un graffio; io gli bloccai la mano e gli sferrai tre pugni dritti in mezzo agli occhi che svenne senza nemmeno accorgersi da dove arrivassero. Era passato tanto tempo ma evidentemente il lavoro da scaricatore mi aveva mantenuto in forma.</p>
<p>In pochi attimi gli stronzi erano tutti a terra, inoffensivi. Lei era sulla porta: “Muoviti, presto, andiamo prima che arrivi la polizia”</p>
<p>“Cos’hai da temere? Sono stati loro ad aggredirci”</p>
<p>“E pensi che ci crederanno? Quello lì è un poliziotto fuori servizio”; indicava il gradasso che aveva attaccato per primo quel siparietto disgustoso. “Muoviti”.</p>
<p>Uscimmo di corsa. Tra l’alcool, la corsa e il trambusto di tutte quelle botte che avevo dato, il sangue mi pulsava in testa come un martello pneumatico.</p>
<p>“Dove andiamo?”</p>
<p>“A casa mia ti beccano di sicuro in un attimo: sono della zona, quelli sanno dove abito. Dov’è casa tua?”</p>
<p>“Boh, non so nemmeno in che quartiere siamo&#8230;”</p>
<p>“Cazzo. Vabbè seguimi, siamo vicini al parco, scavalchiamo la recinzione e ce ne stiamo qui fino a quando non sarai in grado di renderti conto di dove abiti”</p>
<p>“Buona idea”</p>
<p>Il parco&#8230; chiamarlo parco è riduttivo per chi non è mai stato in Città. In una distesa sterminata di prati e alberi come questa si potrebbe pensare che ci siamo mille posti in cui nessuno possa trovarti neppure di giorno, ma la gente in Città è talmente tanta che in una domenica di primavera saresti fortunato a trovare un metro quadro d’erba tutto per te.</p>
<p>Quella notte però saranno state le quattro e a parte qualche spacciatore e qualche barbone, non c’era nessuno in circolazione oltre noi. Ci sedemmo sul prato (cioè lei si sedette, io mi accasciai completamente intontito).</p>
<p>“Come diavolo hai fatto a mettere ko cinque uomini da solo?”</p>
<p>“Erano ubriachi”</p>
<p>“Anche tu”</p>
<p>“Sì, bè, diciamo che ho un talento naturale, anche se non mi ha portato molto lontano a dire il vero”</p>
<p>Stette in silenzio ed alzò lo sguardo verso il cielo. Dio, era bellissima nella luce azzurra della luna. Si rigirò verso di me e mi disse semplicemente grazie, poi tacque. Io sentivo che avrei dovuto dirle qualcosa di significativo, perché mi sembrava uno di quei momenti clou dei film, ma ero troppo annebbiato e non riuscivo a pensare, e più esitavo più mi sembrava che si stesse creando un silenzio imbarazzante e più avevo questa impressione, più non sapevo cosa dire. Poi la sua mano sul mio viso mi distolse da tutti i pensieri; mi baciò, la baciai, ci spogliammo e facemmo sesso nudi sotto la luna, ebbri della tequila e della lotta come in un antico rituale ancestrale; avevo persino un po’ di sangue che mi scendeva dal taglio e dalle nocche. Cazzo se fu la migliore notte della mia vita. Ci addormentammo lì, nudi nella notte.</p>
<p>Un paio di giorni dopo alcuni giornali della Città riportarono in sesta-settima pagina la triste caduta di un ex pugile originario del Sud del Paese che era stato l’orgoglio della sua regione vincendo il titolo pesi medi a soli 19 anni e che in settimana era stato arrestato per ubriachezza molesta ed aggressione in seguito ad una rissa da bar scoppiata in un malfidato sobborgo del centro; io mi svegliai con un gran mal di testa dietro le sbarre del peggior penitenziario della Città, senza sapere come ci fossi arrivato, che ora fosse e che fine avesse fatto quella ragazza fenomenale, ma era ok: almeno per una notte ero finalmente riuscito ad essere altrove.</p>
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		<title>L&#8217;ultimo giorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[EsseP]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 01:42:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[Ci svegliamo non prima delle nove. Ci guardiamo, ci abbracciamo, ci baciamo, facciamo l&#8217;amore, ma ogni gesto ha il retrogusto amaro di un imminente lungo addio ed allo stesso tempo il fascino immenso del vivere ogni momento fino in fondo perché è un momento vissuto, ancora per un po&#8217;, insieme. La mattinata scorre velocemente, o [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci svegliamo non prima delle nove.</p>
<p>Ci guardiamo, ci abbracciamo, ci baciamo, facciamo l&#8217;amore, ma ogni gesto ha il retrogusto amaro di un imminente lungo addio ed allo stesso tempo il fascino immenso del vivere ogni momento fino in fondo perché è un momento vissuto, ancora per un po&#8217;, insieme.</p>
<p>La mattinata scorre velocemente, o forse molto lentamente, o forse a momenti addirittura si blocca: non lo so, adesso che scrivo a qualche giorno di distanza stento a ricordarlo.</p>
<p>Ciò che ricordo sono tanti passi messi in fila sotto il sole battente mentre andiamo a fare il biglietto del pullman per l&#8217;aeroporto della capitale e la preoccupazione costante di non perdere mai la sua mano, o il suo abbraccio.</p>
<p>Ciò che ricordo sono immagini sfocate del centro della città e del mercato con mille souvenir; immagini sfocate, perché in primo piano c&#8217;è il suo viso ed è su quello che la mia vista mette a fuoco.</p>
<p>E poi un ristorante, una sala particolare e caratteristica, una cameriera impacciata, una birra, un piatto di cibi piccanti, un altro piatto questa volta di carne e formaggi, un dolce, l&#8217;hotel, le valige, il taxi, la stazione dei pullman, la cassa del bancomat, il controllo dei bagagli, lei che passa il metal detector dopo l&#8217;ultimo di una serie infinita di abbracci, la voce che chiama la partenza, le che mi saluta, lei che si gira e mi saluta una seconda volta, una terza, una quarta, un&#8217;ultima volta prima di sparire dietro i vetri scuri dell&#8217;autobus.</p>
<p>E poi una sala d&#8217;attesa vuota ed un pullman in retromarcia annebbiati da due lacrimoni che proprio non vogliono saperne di stare al loro posto.</p>
<p>Apnea.</p>
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		<item>
		<title>carrefour</title>
		<link>https://pisciacontrovento.wordpress.com/2011/06/17/carrefour/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[EsseP]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 18:24:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[Tiro fuori il cellulare dalla tasca e guardo l&#8217;ora. 18.26: sono uscito dall&#8217;ufficio un&#8217;ora e mezza fa! Stupida pioggia ininterrotta che sta mandando in tilt la città; stupida settimana di merda; stupida cassiera del supermercato che conta le monete una ad una impiegando un sacco di tempo e lasciandomi qui in questa stupida coda a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tiro fuori il cellulare dalla tasca e guardo l&#8217;ora. 18.26: sono uscito dall&#8217;ufficio un&#8217;ora e mezza fa!</p>
<p>Stupida pioggia ininterrotta che sta mandando in tilt la città; stupida settimana di merda; stupida cassiera del supermercato che conta le monete una ad una impiegando un sacco di tempo e lasciandomi qui in questa stupida coda a rimuginare su questa stupida settimana di merda.</p>
<p>In dipartimento le cose non vanno affatto bene: a quanto pare i tagli previsti dal ministero per il prossimo semestre saranno confermati e le borse di dottorato si ridurranno sensibilmente. Strano modo di fare: hanno investito tempo e risorse per formare una generazione cui ora voltano le spalle e negano un futuro. Laura dice che da noi verranno confermate al massimo tre persone, ed ha anche il coraggio di dirlo con la voce preoccupata di chi teme di non essere tra quelle tre; proprio lei che è la pupilla del dottor Masilli. Io mi sto spaccando la schiena ma non vedo risultati; questa maledetta settimana non ho ottenuto altro che insuccessi, l&#8217;anno prossimo non avrò un lavoro ed anche la mia partecipazione a quel progetto in Corea che sembrava cosa fatta ormai è saltata di sicuro perché c&#8217;è qualche problema burocratico che non può essere risolto. E questa stupida fila alla cassa ancora non si muove.</p>
<p>Quello che mi precede è un uomo sulla cinquantina, robusto, con una pancia vistosa ed i capelli grigi. Mi colpisce il suo naso grosso e rotondo; sembra quello di mio nonno. Ha un pessimo odore e questo di certo non allevia la mia insofferenza per le code, ma d&#8217;altronde con questa umidità pazzesca che non lascia tregua tutti quanti in città non hanno fatto altro che sudare tutto il giorno, anche solo stando fermi: sicuramente neanche io profumo di fiori di campo!</p>
<p>L&#8217;uomo estrae la roba dal sacchetto e la posa sul rullo della cassa. Fisso il mio cesto e penso che finalmente è quasi il mio turno, poi uscirò, arriverò a casa e potrò lasciarmi alle spalle questa maledetta settimana.</p>
<p>Sento un rumore ed alzo lo sguardo mentre l&#8217;uomo davanti a me ritrae il braccio dalla alta pila dei cesti della spesa; sembra che gli sia caduto qualcosa. Facendo un passo avanti do&#8217; un&#8217;occhiata rapida ma non vedo il fondo del cesto in alto. L&#8217;uomo è straniero, probabilmente dell&#8217;est Europa, mi dice qualcosa del tipo &#8220;no arrivo&#8221; e allora penso che magari per qualche motivo non può alzare il braccio e non riesce a prendere ciò che gli è caduto nel cesto. Guardo meglio e ci trovo un pezzo di speck confezionato.</p>
<p>Glie lo porgo; lui lo prende e lo lascia sul tavolino di fianco alla cassa, non sul rullo.</p>
<p>&#8220;No arrivo&#8221; ripete l&#8217;uomo mostrandomi un paio di banconote di piccolo taglio che tiene in mano: non mi stava dicendo che lo speck gli è caduto e non riusciva a prenderlo, mi stava dicendo che non può permetterselo con i soldi che ha.</p>
<p>Penso che è un mondo triste quello in cui un uomo deve rinunciare a qualcosa di essenziale perché non può permettersi neppure il necessario.</p>
<p>Mentre la cassiera passa al lettore laser i suoi acquisti noto ciò che è stato per lui tanto indispensabile da costringerlo a rinunciare allo speck: quattro lattine grandi di birra.</p>
<p>Per un attimo non sono più triste per lui e penso che se l&#8217;è cercata.</p>
<p>Poso la mia roba sul rullo, metto mano al portafogli per prendere la carta di credito su cui ancora, dopo sette anni che vivo fuori casa, la maggior parte dei soldi versati non sono miei ma di mio padre, e penso. Penso che magari quell&#8217;uomo non se l&#8217;è cercata; penso che dal suo sguardo di rassegnazione nel mostrarmi i 10 euro che non bastano per quattro birre ed un pezzo di speck mi è sembrato un uomo buono; penso che dal suo modo di rivolgersi alla cassiera mi è sembrato un uomo gentile; penso che magari la birra è più importante dello speck per lui perché è un uomo solo e lontano da casa; penso che magari è in Italia perché ha provato a prendere in mano la sua vita e rischiare di partire per ottenere qualcosa di meglio per se e per la sua famiglia ma gli è andata male e si è ritrovato solo e povero, e lontano da casa; oppure penso che magari invece nel suo paese di origine ha avuto tutte le possibilità che ho avuto io, tutto il supporto dei genitori che ho avuto io, tutto l&#8217;impegno che ho avuto io, ma lo stesso ad un certo punto della sua vita si è ritrovato ad essere soltanto uno straniero schiavo dell&#8217;alcool e con null&#8217;altro che 10 euro in tasca. Penso che la gente fallisce, spesso senza avere colpe, semplicemente da il meglio di sé ma fallisce lo stesso e si ritrova nella posizione in cui mai avrebbe immaginato di trovarsi. Penso che possa succedere a chiunque.</p>
<p>Mentre ritiro la carta di credito dalle mani della cassiera e prendo la busta in cui c&#8217;è la mia spesa, giro lo sguardo verso l&#8217;uscita e per un attimo rivedo il viso di quell&#8217;uomo dietro le porte scorrevoli di vetro, prima che si volti e sparisca per sempre nel grigiore di questo giorno piovoso. E&#8217; strano, ma ora che ci faccio caso, i suoi occhi sembrano identici ai miei.</p>
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		<title>Conversazione con la mia D.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[EsseP]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Dec 2010 11:55:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[Joe era seduto ad un banale pranzo domenicale, di fronte al suo piatto ormai vuoto ed alle sue posate sporche; seduto lì, ai margini del tavolo ed ai margini della conversazione; come sempre, del resto. Ad un tratto avvertì la sua presenza, ruotò lo sguardo quel tanto che bastava per vederla e lei era lì, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Joe era seduto ad un banale pranzo domenicale, di fronte al suo piatto ormai vuoto ed alle sue posate sporche; seduto lì, ai margini del tavolo ed ai margini della conversazione; come sempre, del resto. Ad un tratto avvertì la sua presenza, ruotò lo sguardo quel tanto che bastava per vederla e lei era lì, materializzata all’improvviso al suo fianco, seduta ad un posto libero che Joe non aveva neppure notato esserci; era lì, bellissima e mostruosa come il ritornello di quella canzone che Joe non riusciva a togliersi dalla testa da giorni; bellissima e mostruosa; come sempre, del resto.</p>
<p>&#8211; Cosa ci fai tu qui?<br />
&#8211; Come cosa ci faccio? Questo è il mio posto.<br />
&#8211; No, non lo è. Credevo di essermi liberato di te.<br />
&#8211; Ahah, liberato di me … andiamo, non puoi mica “liberarti di me”. La verità è che ti sono mancata e non hai il coraggio di ammetterlo.<br />
&#8211; Non mi sei mancata affatto.<br />
&#8211; Farò finta di crederci se ti fa piacere.<br />
&#8211; Si può sapere perché sei tornata? Non sarà per colpa di quella ragazza …<br />
&#8211; “Quella ragazza”? Ma dai! Stai solo facendo un po’ lo stupido con una ragazzina che conosci da neanche due settimane e sembra che lei non abbia interesse. Non sai nulla di lei, non sai nemmeno quanto davvero ti piaccia. Non dare troppo peso a questa cosa, non è per così poco che mi sarei scomodata a tornare, non sono mica gelosa.<br />
Piuttosto, cos’è questo mortorio? Chi è questa gente?<br />
&#8211; Sono i miei familiari, lo sai benissimo.<br />
&#8211; E quei due?<br />
&#8211; Parenti della nonna, non ho capito bene in che modo sono siano imparentati; sinceramente non mi interessa. Dicono che li ho conosciuti, quando ero piccolo. Mah, a me sembrano dei perfetti estranei.<br />
&#8211; E dicevi di essere cambiato, di aver capito l’importanza della famiglia e di esserti impegnato a darle più valore … Stronzate. Te ne frega meno che prima.<br />
&#8211; Sono qui e sono contento di esserci. È questo il modo in cui do valore alla mia famiglia.<br />
&#8211; Farò finta di credere anche a questo, sempre se ti fa piacere; resta il fatto che non ti è nemmeno passato per la testa di sforzarti di scambiare due chiacchiere con quel tipo.<br />
&#8211; Lui! La sua voce. Non sarà mica per colpa sua che sei qui? C’è qualcosa che mi infastidisce nella sua voce, come se mi ricordasse qualcosa del mio passato. Magari mi ha rievocato inconsciamente un episodio della mia infanzia. È così? È per questo che sei venuta?<br />
&#8211; Oggi sei veramente ridicolo. Adesso provi anche a psicanalizzarti da solo? Neppure ci credi nella psicanalisi!<br />
&#8211; Credo in te. Devo capirne il perché.<br />
&#8211; Smettila di cercare un motivo. Hai già avuto la ragione che volevi: sono qui perché questo è il mio posto. Punto.<br />
&#8211; E allora perché eri sparita negli ultimi tempi?<br />
&#8211; Ti sei concesso una vacanza, no? Beh me la sono concessa anch’io. E poi volevo vedere come te la saresti cavata senza di me. Non particolarmente bene, devo dire.<br />
&#8211; Troverò il modo di sbarazzarmi di te, te lo assicuro.<br />
&#8211; No, non lo troverai. Perché non c’è. Io ti completo, io ti definisco; non potresti vivere senza di me, e in fondo questo tu lo sai. Adesso me ne starò seduta qui in silenzio al tuo fianco, quando andrai via da qui ti seguirò come un ombra e ti abbraccerò stretto ogni volta che dentro di te sentirai il bisogno che io lo faccia. Sono qui per te, sono parte di te. Non ti abbandonerò mai.</p>
<p>La madre di Joe era nell’altra stanza a preparare il caffè. Entrata nella sala da pranzo si sedette di fronte a lui e lo vide assorto nei suoi pensieri, lo sguardo perso e le dita al volto che nervosamente si agitavano intorno alla sua barba; come sempre quando era sovrappensiero, del resto.</p>
<p>“Tutto ok? A cosa stai pensando?” gli chiese.</p>
<p>“Niente” rispose Joe. Gli parve che fosse la risposta migliore da dare, o comunque ritenne che sarebbe suonata molto meno assurda di “Stavo solo avendo una conversazione immaginaria con la mia Depressione, mamma. Tutto ok un cazzo”.</p>
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		<title>Quattro nomi sulla lista (9a parte &#8211; finale)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[EsseP]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Dec 2010 09:38:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[(clicca qui per leggere la 1a parte) (clicca qui per leggere la 2a parte) (clicca qui per leggere la 3a parte) (clicca qui per leggere la 4a parte) (clicca qui per leggere la 5a parte) (clicca qui per leggere la 6a parte) (clicca qui per leggere la 7a parte) (clicca qui per leggere la 8a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Quattro nomi sulla lista (1a parte)" href="../2010/11/19/quattro-nomi-sulla-lista-1a-parte/">(clicca    qui per leggere la 1a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (2a parte)" href="../2010/11/25/quattro-nomi-sulla-lista-2a-parte/">(clicca    qui per leggere la 2a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (3a parte)" href="../2010/12/01/324/">(clicca qui per leggere la 3a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (4a parte)" href="https://pisciacontrovento.wordpress.com/2010/12/04/quattro-nomi-sulla-lista-4a-parte/">(clicca    qui per leggere la 4a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (5a parte)" href="https://pisciacontrovento.wordpress.com/2010/12/09/quattro-nomi-sulla-lista-5a-parte/">(clicca    qui per leggere la 5a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (6a parte)" href="https://pisciacontrovento.wordpress.com/2010/12/12/quattro-nomi-sulla-lista-6a-parte/">(clicca     qui per leggere la 6a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (7a parte)" href="https://pisciacontrovento.wordpress.com/2010/12/16/quattro-nomi-sulla-lista-7a-parte/">(clicca      qui per leggere la 7a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (8a parte)" href="https://pisciacontrovento.wordpress.com/2010/12/18/quattro-nomi-sulla-lista-8a-parte/">(clicca       qui per leggere la 8a parte)</a></p>
<p>Dentro la busta c&#8217;è una lettera; è scritta a mano.</p>
<p><em>Caro Francesco,</em></p>
<p><em>se stai leggendo questa lettera vuol dire che sono morto, e sei stato tu ad uccidermi, lo so.</em></p>
<p><em>Io non sono stato il padre che avrei dovuto essere e tu non sei diventato l&#8217;uomo che tua madre avrebbe voluto diventassi, di questo ero consapevole, ma fino a qualche giorno fa non avrei mai immaginato che saresti arrivato a tanto.</em></p>
<p><em>Ho saputo dei tuoi gravi debiti perché c&#8217;è ancora il mio nome come referente sul primo conto in banca che hai aperto quando ti sei trasferito; una settimana dopo esserne venuto al corrente ti sei presentato qui, senza preavviso e senza una spiegazione. Non tornavi a casa da quattro anni, non hai pensato che mi sarei insospettito? Ho trovato la pistola nascosta nella tua valigia, ti ho visto andare alla mia assicurazione; non so di preciso come hai in mente di cavartela, ma so che mi ucciderai per riscuotere la mia polizza.</em></p>
<p><em>Ti starai chiedendo perché non ho provato a fermarti se sapevo cosa avevi intenzione di fare. La verità è che questa era la mia ultima opportunità di fare il padre, l&#8217;ultima possibilità per provare ad educarti, insegnarti ad essere un uomo.</em></p>
<p><em>Per prima cosa ti voglio dire che non ti odio. Non ti ho mai odiato, anzi, ti ho sempre voluto bene. Non è perché ti odiassi che non sono più riuscito a comunicare con te dopo la morte di Chiara, o perché vederti mi facesse pensare a lei; il motivo è che non sapevo come fare perché tu eri diventato un&#8217;altra persona, una persona che mi faceva paura.</em></p>
<p><em>Francesco, la morte di tua madre ti ha rotto. Ti ha cambiato. Non so come dirlo in altre parole ma ti ha letteralmente rotto, come una macchina che non funziona più e nessuno sa come aggiustare. Puoi sembrare normale dall&#8217;esterno ma io ho vissuto con te quel momento e ti ho guardato dentro. E ci ho visto il buio assoluto. Sei diventato incapace di amare, ossessionato da cose che non hanno a che vedere con la vita vera; io non ho saputo fare qualcosa per tempo ed ora non posso che sperare che tu capisca queste mie parole e provi a guarire, ad aggiustarti da solo.</em></p>
<p><em>Un genitore deve saper dare una lezione al proprio figlio. Può sembrare cattiveria a volte, ma è una lezione mossa sempre dall&#8217;amore, mai dall&#8217;odio.</em></p>
<p><em>Io ho il cancro, Francesco. Me lo hanno diagnosticato tre mesi fa; è al cervello e non è operabile. Se tu non mi avessi ucciso avresti dovuto aspettare probabilmente non più di un paio di mesi che sopraggiungesse la mia morte naturale. Invece quei soldi dell&#8217;assicurazione non li avrai mai.</em></p>
<p><em>Sono andato all&#8217;assicurazione e ho liquidato la mia polizza. Ho venduto la casa; l&#8217;acquirente ha acconsentito di lasciarmi vivere lì i miei ultimi mesi in cambio di un grosso sconto sul suo valore effettivo. Inoltre ho ritirato tutti i soldi che avevo sul mio conto in banca. Ho dato tutto ad una fondazione per la cura dei tossicodipendenti.</em></p>
<p><em>Non è rimasto niente, Francesco, neanche un centesimo.</em></p>
<p><em>Come ti dicevo questa è la mia ultima possibilità di fare il padre ed insegnarti ad essere un uomo. Paga le conseguenze dei tuoi debiti; accetta la galera se questa sarà l&#8217;unica alternativa, passa con dignità i tuoi anni in prigione e quando ne esci ricomincia da zero; torna in paese, questa è casa tua; trova un lavoro onesto e fallo con dedizione; apri il tuo cuore alle persone, fatti una famiglia e prenditene cura. Sii uomo.</em></p>
<p><em>E se ti riesce, non odiarmi.</em></p>
<p><em>Addio Francesco.</em></p>
<p style="text-align:right;"><em>Con affetto,</em></p>
<p style="text-align:right;"><em>papà</em></p>
<p>C&#8217;è una lacrima sul viso di Francesco. Stavolta non sta fingendo.</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Quattro nomi sulla lista (8a parte)</title>
		<link>https://pisciacontrovento.wordpress.com/2010/12/18/quattro-nomi-sulla-lista-8a-parte/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[EsseP]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Dec 2010 15:12:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[(clicca qui per leggere la 1a parte) (clicca qui per leggere la 2a parte) (clicca qui per leggere la 3a parte) (clicca qui per leggere la 4a parte) (clicca qui per leggere la 5a parte) (clicca qui per leggere la 6a parte) (clicca qui per leggere la 7a parte) &#8220;Due appuntamenti d&#8217;affari ed un funerale&#8221;. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Quattro nomi sulla lista (1a parte)" href="../2010/11/19/quattro-nomi-sulla-lista-1a-parte/">(clicca   qui per leggere la 1a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (2a parte)" href="../2010/11/25/quattro-nomi-sulla-lista-2a-parte/">(clicca   qui per leggere la 2a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (3a parte)" href="../2010/12/01/324/">(clicca qui per leggere la 3a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (4a parte)" href="https://pisciacontrovento.wordpress.com/2010/12/04/quattro-nomi-sulla-lista-4a-parte/">(clicca   qui per leggere la 4a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (5a parte)" href="https://pisciacontrovento.wordpress.com/2010/12/09/quattro-nomi-sulla-lista-5a-parte/">(clicca   qui per leggere la 5a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (6a parte)" href="https://pisciacontrovento.wordpress.com/2010/12/12/quattro-nomi-sulla-lista-6a-parte/">(clicca    qui per leggere la 6a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (7a parte)" href="https://pisciacontrovento.wordpress.com/2010/12/16/quattro-nomi-sulla-lista-7a-parte/">(clicca     qui per leggere la 7a parte)</a></p>
<p>&#8220;Due appuntamenti d&#8217;affari ed un funerale&#8221;. Francesco è di ritorno dal funerale, quello di suo padre, ed è diretto al secondo appuntamento d&#8217;affari, quello con il notaio che formalizzerà il passaggio di proprietà dei beni del defunto.</p>
<p>Fingere cordoglio al funerale di Ugo è stata forse la parte più difficile di tutto il piano: al confronto il colloquio di ieri con la polizia è stato una passeggiata. I poliziotti avevano provato a contattarlo sin da mezzogiorno della mattina del decesso, dopo essere giunti sul luogo del delitto ed aver interrogato i vicini di casa di Ugo nonché la persona che aveva riportato la segnalazione al 113. Francesco non era in casa, non poteva esserci: era di ritorno da quella stessa scena del crimine e non sarebbe arrivato a Bologna prima delle quattro del pomeriggio; per questo aveva lasciato la segreteria telefonica di casa inserita ed aveva spento il cellulare. Alle cinque ha richiamato il comando di polizia al numero che gli era stato lasciato in un messaggio in segreteria e, quando l&#8217;agente dall&#8217;altra parte della cornetta gli ha riferito l&#8217;accaduto, ha risposto:</p>
<p>&#8220;Prenderò il primo treno diretto in Puglia stasera stessa. Sarò da voi domani mattina appena possibile&#8221;.</p>
<p>Così ieri mattina Francesco, ancora stordito dal quarto viaggio sull&#8217;asse nord-sud nell&#8217;arco di 36 ore, si è presentato al comando di polizia del paese alle dieci del mattino.</p>
<p>&#8220;Perché non ha risposto alle nostre chiamate e ci ha ricontattato solo nel pomeriggio?&#8221; è stata una delle domande del commissario.</p>
<p>&#8220;Ero appena tornato a Bologna dopo un viaggio in treno durante il quale non ho chiuso occhio. Prima di buttarmi sul letto ho spento il cellulare e inserito la segreteria al telefono di casa perché volevo dormire senza che nessuno mi disturbasse&#8221;</p>
<p>&#8220;A che ora è arrivato a Bologna?&#8221;</p>
<p>&#8220;Le sette del mattino&#8221;</p>
<p>Non si può dire che sia stato un interrogatorio, almeno non nel senso in cui lo si intende quando si pensa ad un indiziato agitato messo sotto torchio da uno sbirro con la pistola nella fondina ben in vista che gli punta una lampada in faccia. Francesco non era sospettato di nulla, la polizia aveva solo bisogno di confermare alcuni particolari di un caso che sembrava già chiuso.</p>
<p>Un quarto d&#8217;ora dopo che era uscito dalla stanza dicendogli di aspettare lì, il commissario è tornato.</p>
<p>&#8220;Abbiamo controllato la sua deposizione e tutto coincide con le informazioni che avevamo raccolto. Pensiamo di avere un quadro completo di quello che è accaduto e se vuole penso sia giusto che sappia come è morto suo padre&#8230; Altrimenti è libero di andare&#8221;</p>
<p>&#8220;No, la prego, mi dice cosa è successo. Che ci faceva quell&#8217;uomo in casa di mio padre?&#8221; ha risposto Francesco con una finta aria di dolore che gli è riuscita piuttosto bene.</p>
<p>&#8220;Beh, ecco, è una storia piuttosto singolare e suo padre è stato davvero sfortunato. L&#8217;assassino si chiamava Walter Commero, era un ragazzo di ventinove anni, tossicodipendente, già noto alla polizia per possesso di stupefacenti ed altri crimini minori. Era molto in debito con il suo spacciatore: nella sua abitazione abbiamo trovato la stanza sottosopra ed un biglietto anonimo di minaccia; lo spacciatore voleva i suoi soldi e Walter è andato nel panico. Aveva una pistola, non sappiamo dove l&#8217;abbia presa, fatto sta che si è travestito alla buona ed ha improvvisato una di quelle rapine di cui si sente ogni tanto alle Iene o a Striscia: citofonava alle abitazioni dicendo di essere del servizio tv e di dover controllare l&#8217;antenna, per poi minacciare il malcapitato con la pistola e derubarlo. Deve essere andato al condominio di suo padre sapendo che la maggior parte degli inquilini sono anziani. Aveva già provato a citofonare ad altri nel palazzo, ma non si sono fidati, suo padre invece si è lasciato trarre in inganno perché per pura coincidenza&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Oh mio dio, lui stava aspettando l&#8217;antennista ieri mattina!&#8221;</p>
<p>&#8220;Esatto. Infatti è stato il vero antennista, Marco Ferletti, il primo sulla scena del delitto. Ha bussato al citofono di suo padre ma nessuno rispondeva; il portone però era aperto perché nella serratura c&#8217;era la chiave di qualcuno che si era spezzata. Il signor Ferletti è entrato, è salito al secondo piano ed ha visto la porta dell&#8217;appartamento parzialmente aperta, l&#8217;ha spinta ed ha visto i corpi sul pavimento ed il sangue, così ha chiamato la polizia&#8221;</p>
<p>&#8220;Conosco Marco. Ero stato io a chiedergli di passare&#8230;&#8221; Francesco si era portato le mani al volto e fingeva addirittura qualche lacrima.</p>
<p>&#8220;Doveva passare alle dieci; quando Commero è arrivato suo padre deve aver pensato che fosse in anticipo. Secondo la nostra ricostruzione Commero teneva la pistola puntata al petto di suo padre mentre gli diceva di prendere tutti i soldi che aveva in casa; suo padre ha avuto un attimo di panico ed ha spinto Commero per provare a scappare. Nella caduta Commero ha urtato violentemente la testa contro un mobile ed è morto poco dopo per emorragia ma prima di cadere gli è partito un colpo che ha centrato suo padre nel cuore e gli è stato fatale. Mi dispiace molto, signor Marchi&#8221;</p>
<p>&#8220;Se fossi partito un giorno dopo sarei stato lì in quel momento e tutto questo non sarebbe successo&#8221;. La disperazione di Francesco era davvero convincente.</p>
<p>Adesso Francesco è nell&#8217;ufficio notarile. Il notaio si è allontanato per prendere dei documenti e lui fa fatica a trattenere una grossa risata. Nella sua testa sta ripassando mentalmente questi ultimi giorni: il piano, la lista, il pedinamento, le farse, la faccia tosta di mentire di fronte alla polizia e di fronte ai parenti che gli offrivano le condoglianze; è filato tutto liscio, il piano è stato perfetto, lui è stato perfetto. In questo momento prova un senso di soddisfazione assoluta, certamente più grande di quella che proverà quando firmando qualche foglio, tra pochi minuti, diventerà proprietario dell&#8217;appartamento di suo padre e del suo seppur misero conto in banca; forse più grande persino di quella che proverà quando tra qualche giorno l&#8217;agenzia accrediterà sul suo conto corrente il grosso del bottino ossia il premio dell&#8217;assicurazione sulla vita di Ugo, quasi un milione di euro! Una tale soddisfazione richiede una grossa risata liberatoria, ma non è ancora il momento. Ora bisogna chiudere con le scartoffie burocratiche e lasciare per sempre questo maledetto paese di provincia nel sud dell&#8217;Italia che gli ha portato solo dolore per tutta la vita. Qualche firma e in questo fottuto posto non ci metterà mai più piede.</p>
<p>Il notaio torna alla scrivania. Si siede e porge a Francesco una busta da lettera.</p>
<p>&#8220;Qui dentro c&#8217;è tutto quello che le spetta&#8221;</p>
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		<title>Quattro nomi sulla lista (7a parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[EsseP]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 17:45:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[(clicca qui per leggere la 1a parte) (clicca qui per leggere la 2a parte) (clicca qui per leggere la 3a parte) (clicca qui per leggere la 4a parte) (clicca qui per leggere la 5a parte) (clicca qui per leggere la 6a parte) Il quarto nome sulla lista c&#8217;è già, c&#8217;è stato sin dall&#8217;inizio: La vittima: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Quattro nomi sulla lista (1a parte)" href="../2010/11/19/quattro-nomi-sulla-lista-1a-parte/">(clicca  qui per leggere la 1a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (2a parte)" href="../2010/11/25/quattro-nomi-sulla-lista-2a-parte/">(clicca  qui per leggere la 2a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (3a parte)" href="../2010/12/01/324/">(clicca qui per leggere la 3a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (4a parte)" href="https://pisciacontrovento.wordpress.com/2010/12/04/quattro-nomi-sulla-lista-4a-parte/">(clicca  qui per leggere la 4a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (5a parte)" href="https://pisciacontrovento.wordpress.com/2010/12/09/quattro-nomi-sulla-lista-5a-parte/">(clicca  qui per leggere la 5a parte)</a></p>
<p><a title="Quattro nomi sulla lista (6a parte)" href="https://pisciacontrovento.wordpress.com/2010/12/12/quattro-nomi-sulla-lista-6a-parte/">(clicca   qui per leggere la 6a parte)</a></p>
<p>Il quarto nome sulla lista c&#8217;è già, c&#8217;è stato sin dall&#8217;inizio:</p>
<p>La vittima: Ugo Marchi.</p>
<p>Alle sei del mattino l&#8217;auto di Francesco è ferma nel vicolo del centro storico in cui abita Walter e per arrivare fin lì ha dovuto ignorare almeno un paio di divieti d&#8217;accesso, ma sono le sei del mattino, i divieti d&#8217;accesso non contano davvero alle sei del mattino.</p>
<p>Francesco si infila i guanti. Forza la serratura della porta con un cacciavite ed entra. L&#8217;abitazione è un monolocale scarsamente arredato, il letto è diviso dalla zona giorno da una tenda. Francesco supera silenziosamente la tenda, mette un panno imbevuto di cloroformio davanti alla bocca di Walter che si agita per qualche secondo preso di sorpresa dall&#8217;aggressione, salvo poi addormentarsi sotto l&#8217;effetto del sonnifero. Usare il cloroformio è il solo vero rischio che Francesco non ha potuto evitare di correre: stando alla serie tv, Dexter Morgan avrebbe consigliato un&#8217;iniezione di M99 perché agisce più rapidamente e più a lungo e, soprattutto, non lascia tracce. Il cloroformio, invece, sarebbe probabilmente rintracciabile ad un esame di laboratorio, ma nel disegno di Francesco la polizia si troverà di fronte una scena così chiara che non dovrà condurre nessuna analisi di laboratorio. Inoltre, dove cazzo se la procura una iniezione di M99? E poi si tratta della polizia di un paesino nel cuore della Puglia, non siamo mica a CSI.</p>
<p>Walter ha perso conoscenza. Francesco mette a soqquadro la stanza, senza però fare troppo rumore, poi carica in spalla il corpo inerme di Walter e, dirigendosi verso la porta, lascia un biglietto sul tavolo, dopo di che esce e carica Walter nel bagagliaio. Sul biglietto c&#8217;è scritto, con caratteri ritagliati da fogli di giornale, &#8220;pagami quello che mi devi o la prossima volta ridurrò te come ho ridotto casa tua&#8221;.</p>
<p>Pochi minuti dopo l&#8217;auto di Francesco è parcheggiata nel garage del condominio del padre. Francesco porta Walter di sopra in ascensore, entra nella stanza di Ugo ed utilizza il sonnifero anche su di lui. E&#8217; troppo presto per procedere: dovrà aspettare le nove e assicurarsi che nel frattempo nessuno dei due si svegli. Intanto ha tutto il tempo per svestire Walter e suo padre e mettere addosso al primo una tuta da lavoro ed un cappellino con scritto &#8220;servizi tv&#8221; ed al secondo una camicia ed un pantalone tra quelli che abitualmente indossa ogni mattina. Guarda l&#8217;orologio, sono le sette e venti. Si siede e aspetta.</p>
<p>Alle nove è davanti al portone d&#8217;ingresso del palazzo. Scorre i nomi sul citofono; quando arriva al nome Ceglia si ferma e suona: è il signor Giuseppe Ceglia, un anziano scorbutico e diffidente, di certo non aprirà.</p>
<p>&#8220;Chi è?&#8221;</p>
<p>&#8220;Salve, sono del servizio tv, sono qui per un controllo, mi potrebbe aprire? Devo dare un&#8217;occhiata alla sua antenna&#8221;</p>
<p>&#8220;Non mi hanno comunicato nulla. Si rivolga all&#8217;amministratore!&#8221;</p>
<p>Il signor Ceglia non apre.</p>
<p>Scorre ancora i nomi sul citofono e si ferma a Burenga. La signora Antonietta Burenga vive da sola con tre cani e nel corso degli ultimi tre anni è stata scippata, truffata (due volte) e derubata; ora finalmente sua figlia le ha insegnato a non fidarsi assolutamente di nessuno a meno che non si tratti di lei o di suo fratello; non aprirà.</p>
<p>&#8220;Chi è?&#8221;</p>
<p>&#8220;Salve, sono del servizio tv, sono qui per un controllo, mi potrebbe aprire? Devo dare un&#8217;occhiata alla sua antenna&#8221;</p>
<p>Click. La signora Burenga non apre.</p>
<p>Francesco apre il portone con la sua chiave, poi la spezza all&#8217;interno della serratura e torna nell&#8217;appartamento del padre.</p>
<p>I due corpi giacciono ancora lì addormentati. Prende quello di Ugo e lo posiziona nel salotto, gli punta la pistola al petto e spara. Ha fatto in modo che ci siano le impronte di Walter su quella pistola. Adesso posiziona il corpo di Walter, giusto di fronte a dov&#8217;era quello di Ugo prima del colpo, quindi ne sbatte violentemente la testa contro lo spigolo d&#8217;acciaio del tavolino del salotto. Aspetta giusto un paio di minuti e controlla il polso ad entrambi: non c&#8217;è battito, sono morti.</p>
<p>C&#8217;è sangue dappertutto, deve stare attento a non lasciare tracce con le scarpe mentre esce dall&#8217;appartamento lasciando la porta socchiusa.</p>
<p>Sono le nove e mezza e Francesco è di nuovo in auto diretto a Bologna.</p>
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		<title>Luna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[EsseP]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 18:44:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[Ieri durante la lezione del professor Tibera ho passato tutto il tempo a guardarla. Domenico se n&#8217;è accorto. &#8220;Ma va. Stavo guardando nella sua direzione solo adesso, per caso. Ero un attimo sovrappensiero&#8221; &#8220;Un attimo sovrappensiero un cazzo! Guarda i tuoi appunti: avrai scritto due righe in tre ore. A cosa stavi pensando? Stavi riformulando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri durante la lezione del professor Tibera ho passato tutto il tempo a guardarla. Domenico se n&#8217;è accorto.</p>
<p>&#8220;Ma va. Stavo guardando nella sua direzione solo adesso, per caso. Ero un attimo sovrappensiero&#8221;</p>
<p>&#8220;Un attimo sovrappensiero un cazzo! Guarda i tuoi appunti: avrai scritto due righe in tre ore. A cosa stavi pensando? Stavi riformulando la teoria della relatività?&#8221;</p>
<p>Ultimamente gli è presa la fissa della fisica e delle teorie complesse sul funzionamento dell&#8217;universo. L&#8217;altro giorno ha provato a dimostrare con una palla ed un righello che lo spazio fisico in cui viviamo non si concilia affatto con la geometria euclidea. Si è perso dopo due passaggi.</p>
<p>&#8220;Miki, il tuo problema è che non hai il coraggio di buttarti&#8221;</p>
<p>&#8220;E&#8217; una vita che cerco il coraggio di buttarmi!&#8221;</p>
<p>Da un palazzo. E&#8217; una vita che cerco il coraggio di buttarmi da un palazzo! Così è come avrei voluto formulare la frase; ho evitato quell&#8217;ultima parte perché Domenico diventa insopportabile quando parlo così: mi fa una predica infinita sul fatto che sono un pessimista, mi piango addosso e non so reagire. E comunque in realtà non è proprio una questione di coraggio. Quando sei lì sul cornicione e senti in faccia il vento forte che da queste parti si sente solo in cima ad un palazzo di otto piani, non è il coraggio che ti viene a mancare e che ti impedisce di buttarti. Non serve neppure, il coraggio, perché non c&#8217;è la paura. Quello che ti frega è il dubbio. E&#8217; quando inizi a pensare che magari il momento in cui le cose cominceranno ad avere un senso sta per arrivare; allora ti persuadi all&#8217;idea che sarebbe stupido aver sopportato &#8216;sta vita del cazzo per ventidue anni solo per poi andarsene un attimo prima che smetta di fare schifo. Così scendi dal cornicione, ti risiedi alla scrivania e aspetti, aspetti ed aspetti. E intanto non cambia un cazzo e tutto continua a non avere senso.</p>
<p>Adesso lei è al bancone del bar con lo scontrino in mano e cerca in vano di farsi notare dalla barista.</p>
<p>Faccio il mio scontrino alla cassa e mi avvicino al bancone. La barista mi nota subito e mi chiede cosa prendo.</p>
<p>&#8220;No, c&#8217;era prima la ragazza&#8221;</p>
<p>Lei si avvicina a me per porgere lo scontrino alla barista e ordina un caffè macchiato.</p>
<p>&#8220;Grazie&#8221; dice girandosi verso di me.</p>
<p>&#8220;Ti ho vista disperata e bisognosa di un caffè, non potevo rubarti il posto&#8221;</p>
<p>Sorride. Ha un bellissimo sorriso.</p>
<p>&#8220;E tu cosa prendi?&#8221; mi chiede la barista. Ci metto un attimo a mettere a fuoco la domanda: per un istante mi ero dimenticato del bancone, della barista, dello scontrino e della folla di studenti e professori che sgomitano per riuscire ad ordinare il caffè col quale iniziare la giornata. C&#8217;era solo lei.</p>
<p>&#8220;Un cappuccino &#8230;.&#8221; la barista si gira &#8220;&#8230; ed un crafen&#8221;.</p>
<p>&#8220;Mi sa che il crafen non l&#8217;ha sentito&#8221; mi dice lei.</p>
<p>&#8220;Mi sa di no&#8221; le rispondo.</p>
<p>La barista si gira di nuovo e le porge il caffè. Io ne approfitto per ripetere &#8220;ed un crafen&#8221; e stavolta mi sente; ne prende uno dalla vetrina e me lo da.</p>
<p>&#8220;Mmmh&#8221; commenta lei storcendo il naso guardando quel concentrato di zucchero, crema e pastella fritta, &#8220;non ha l&#8217;aria di essere ipocalorico!&#8221;</p>
<p>&#8220;Scherzi? E&#8217; tutta salute. Come la reggi una giornata qua dentro senza una botta di calorie?&#8221;</p>
<p>&#8220;Già. A me però non piace. La mia brioche è il croissant alla marmellata&#8221;</p>
<p>&#8220;Old fashion!&#8221;</p>
<p>Sorride ancora.</p>
<p>&#8220;Comunque piacere, io mi chiamo Michele&#8221;</p>
<p>Le tendo la mano e mi trema la voce al pensiero che dopo due mesi che sospiro guardandola seduta tre file più in là ogni martedì mattina ed ogni venerdì pomeriggio, finalmente sto per scoprire che il suo nome è&#8230;</p>
<p>&#8220;Luna&#8221;</p>
<p>&#8220;Luna?&#8221;</p>
<p>&#8220;Luna!&#8221;</p>
<p>&#8220;Ma che nome è? Perché i tuoi ti hanno chiamata così?&#8221;</p>
<p>&#8220;Boh, volevano essere originarli&#8221;</p>
<p>&#8220;Anche guidare il volante con i piedi è una cosa originale, ma ciò non vuol dire che sia una buona idea&#8221;</p>
<p>Ride. Mi piace vederla ridere. Sembra che tutto abbia un senso quando lei ride. E mi piace ancora di più averla fatta ridere, sapere che quella risata è in parte merito mio, che se per un attimo tutto avrà senso sarà stato in parte per merito mio.</p>
<p>&#8220;Dai, a me piace&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;No, scherzavo, è un bel nome. Insolito, ma un bel nome&#8221;</p>
<p>Vedo nei suoi occhi che l&#8217;ha preso come un complimento, e le ha fatto piacere. E&#8217; una bella sensazione.</p>
<p>&#8220;A che anno sei?&#8221;</p>
<p>&#8220;Terzo. Sbaglio o sei al terzo anche tu? Credo di averti vista al corso di Tibera&#8221;</p>
<p>Credo? Da dove salta fuori questa nonchalance? Non &#8220;credo&#8221; affatto, ne sono più che convinto!</p>
<p>&#8220;Sì, sì, ho Tibera. Allora siamo nello stesso corso. Ma di laboratorio hai Massi?&#8221;</p>
<p>&#8220;No, ho la Pallisa&#8221;</p>
<p>&#8220;Ah, ok, quindi sei nell&#8217;altro gruppo&#8221;</p>
<p>&#8220;Già&#8221;</p>
<p>La conversazione ristagna. Prendo un sorso dalla tazza di cappuccino. Dì qualcosa Miki, qualcosa di sensato, però. Non lasciar cadere un silenzio imbarazzante o lei finirà il suo caffè, ti dirà ciao ed andrà via, ed il momento migliore della giornata (ma che dico della giornata, dell&#8217;intero mese) sarà durato meno di un minuto.</p>
<p>&#8220;Sei di qui o vieni da fuori?&#8221;</p>
<p>&#8220;No sono fuori sede. Vivo in un appartamento con la mia coinquilina siciliana ed il nostro pastore tedesco&#8221;</p>
<p>&#8220;Spero almeno che i sermoni ve li traduca in italiano&#8230;&#8221;</p>
<p>Ride.</p>
<p>Odio sorprendere me stesso a dare peso alle teorie assurde di Domenico sulle donne. Il test della battuta idiota ha come presupposto due teorie: quella dei sette secondi e quella dell&#8217;umorismo.</p>
<p>La teoria dei sette secondi prende il nome dal tempo che intercorre tra il momento in cui una donna conosce un uomo ed il momento in cui decide se ci andrà mai a letto o meno, sette secondi per l&#8217;appunto. &#8220;Dopo sette secondi lei ha già deciso e non c&#8217;è niente che tu possa fare per farle cambiare idea. Forse solo farla ubriacare, ma non è detto che funzioni&#8221;.</p>
<p>Secondo la teoria dell&#8217;umorismo, invece, le donne non hanno assolutamente il benché minimo senso dell&#8217;umorismo. &#8220;Zero. Le donne ridono ai pettegolezzi, sorridono ai complimenti, ridono di gusto di fronte alle scene imbarazzanti altrui, ma sono totalmente incapaci di comprendere la satira, l&#8217;ironia, il sarcasmo ed ogni altra forma di reale umorismo. Come mai allora ridono? Semplice, hanno imparato il tempismo. Capiscono dal nostro tono che ci aspettiamo che ridano e, se hanno interesse, ci accontentano&#8221;.</p>
<p>A corollario di queste due teorie nasce il test della battuta idiota. &#8220;Se hai appena conosciuto una tipa e vuoi capire se avrai mai qualche chance di portarla a letto, è molto semplice: fai una battuta totalmente idiota. Se ride le possibilità sono due: o ci sta, oppure è stupida&#8221;.</p>
<p>Sarà che a furia di ascoltare le sue cazzate sto iniziando a credere alle teorie di Domenico, ma ho l&#8217;impressione di piacerle. E poi, onestamente, la battuta del pastore tedesco è veramente idiota.</p>
<p>Ok Miki, è il momento di chiederle il numero di telefono. Trova un pretesto. Un pretesto decente, però, non fare figure di merda.</p>
<p>&#8220;LUNA&#8221;</p>
<p>Una voce che proviene dall&#8217;ingresso del bar la sta chiamando.</p>
<p>&#8220;Luna, vieni, andiamo in aula a prendere i posti&#8221;</p>
<p>&#8220;Arrivo. Scusa, vado, sono le mie compagne&#8230; Allora ci vediamo a lezione di Tibera. Ciao Michele!&#8221;</p>
<p>&#8220;Ciao&#8221;</p>
<p>Si gira e se ne va. All&#8217;improvviso il bancone esiste di nuovo, la barista esiste di nuovo, la folla al bar esiste di nuovo ed io sono in piedi da solo a fissare le ultime gocce di cappuccino rimaste nella tazza. Il suo sorriso non c&#8217;è più e tutto ha ricominciato a non avere un senso.</p>
<p>In fondo Domenico ha ragione: il mio problema è che non ho il coraggio di buttarmi. Oggi, dopo lezione, appena arrivo a casa salgo sul cornicione e mi butto.</p>
<p>Deciso!</p>
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