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	<title>Popoff Quotidiano</title>
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	<title>Popoff Quotidiano</title>
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		<title>Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2026 23:13:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[consumare stanca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo in cui non si poteva morire di caldo in uno dei paesi più ricchi del mondo non tornerà più. È il momento del lutto, della rabbia e dell’azione</p>
<p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/30/dopo-la-canicola-limpossibile-ritorno-al-mondo-di-prima/">Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Il mondo in cui non si poteva morire di caldo in uno dei paesi più ricchi del mondo non tornerà più. È il momento del lutto, della rabbia e dell’azione</h3>
<pre>Joseph<a href="https://www.mediapart.fr/journal/france/280626/apres-l-orage-l-impossible-retour-au-monde-d-avant"> Confavreux</a> e Jade <a href="https://www.mediapart.fr/journal/france/280626/apres-l-orage-l-impossible-retour-au-monde-d-avant">Lindgaard </a>su<a href="https://www.mediapart.fr/journal/france/280626/apres-l-orage-l-impossible-retour-au-monde-d-avant"> Mediapart</a></pre>
<p>Finalmente la pioggia. E con essa l’oblio? I temporali e le masse d’aria più fresca che dovrebbero estendersi verso l’interno del Paese durante il fine settimana porteranno con sé anche un senso di sollievo e la voglia di voltare pagina.</p>
<p>Finalmente è finita l’ondata di caldo! La comunità nazionale potrebbe immaginare di tornare alla normalità: lavoro, famiglia, vacanze, campagna elettorale. Ma sarebbe un grave errore. Il tempo del mondo di un tempo, in cui non si poteva morire di caldo in uno dei paesi più ricchi del mondo, non tornerà più.</p>
<p>L’ondata di caldo del giugno 2026 in Francia è storica per la sua brutalità e la sua portata; ma costituisce anche la nostra nuova normalità. È fondamentale che alle nostre notti insonni segua un risveglio collettivo: siamo entrati nel vivo del cambiamento climatico. Ed è orribile.</p>
<p>Allora balliamo sotto la pioggia per qualche ora, ma teniamo ben presente che è tempo di lutto, di rabbia e di azione.</p>
<h3>Rendere omaggio al lutto</h3>
<p>Non dimentichiamo quei due fratellini di 2 e 4 anni morti di disidratazione in un’auto parcheggiata nel vialetto di una villetta a Carpentras (Vaucluse). Né quel bambino di 3 anni morto in Val-d’Oise dopo essere soffocato in un’automobile, bloccata dal “sistema di sicurezza per bambini”.</p>
<p>Non dimentichiamo le oltre cinquanta persone che sono annegate in una settimana nel tentativo di sfuggire al caldo: due giovani di 23 anni sul lago di Annecy (Alta Savoia), un bambino di 6 anni a Bègles Plage (Gironda), un giovane calciatore della Ligue 2 a Caluire-et-Cuire nel Rodano, un padre di famiglia di 50 anni nella Sarthe al termine di un picnic.</p>
<p>Ricordiamo Daniel S., morto durante la prima ondata di caldo, a fine maggio, per ipertermia nella Drôme, dopo aver lavorato tutto il giorno su un tetto. Pensiamo a quell’anziano in Gironda morto nella propria abitazione fin dal primo giorno dell’ondata di caldo, seguito da altre tre persone nel Pas-de-Calais.</p>
<p>Nel 2003 ci sono voluti mesi per stabilire un bilancio di 15.000 persone, per lo più di età superiore ai 65 anni, morte da sole durante l’ondata di caldo. Migliaia di persone anche nel 2022, così come nel 2025. Il caldo miete almeno 5.400 vittime all’anno in Francia, secondo uno studio di Oxfam.</p>
<p>Ricordiamo Eden, 18 anni, che vive negli edifici surriscaldati del Crous di Nanterre e non ha i mezzi per comprarsi un ventilatore portatile. Le infermiere della clinica Saint-Grégoire, a Rennes (Ille-et-Vilaine), che sono state vittime di ipertermia e hanno dovuto ricevere flebo.</p>
<p>O ancora gli insegnanti che appendono coperte termiche alle finestre delle scuole e si mettono collettivamente in sciopero dopo aver dovuto accogliere i bambini in condizioni indegne. Al punto che quando il ministro dell’education nationale ha deciso di confermare le prove d’esame, la segretaria generale del sindacato Snes-FSU s’è domandata se fosse «incoscienza o provocazione».</p>
<p>Non dimentichiamo nemmeno le centinaia di pesci morti per il caldo in uno stagno delle Côtes-d’Armor. Né quegli animali che muoiono a migliaia negli allevamenti della nostra industria alimentare spazzatura.</p>
<p>Ricordiamo che a volte abbiamo anche riso durante questa ondata di caldo. Quando il presidente della Repubblica ha postato sul social network X che bisognava ricordarsi di bere acqua. Ballando, il 21 giugno, durante la Festa della Musica che sembrava un’apocalisse gioiosa.</p>
<p>Stupendosi, davanti al parco giochi di Clichy-sous-Bois (Seine-Saint-Denis) durante la notte più calda della storia della Grande Parigi, quando i bambini, in preda alla follia, scivolavano dimenandosi su uno scivolo bagnato, in piena notte, e una domanda tormentava una bambina a cui raramente era stato permesso di stare sveglia così tardi: «A che ora arrivano i mostri?» Questi modi di non disperare di fronte a un mondo che ci sfugge sono anche punti d’appoggio per costruirne uno che possa rimanere vivibile.</p>
<h3>L’arma delle urne: punire e sorvegliare</h3>
<p>Il primo gradino del risveglio collettivo ha come arma le urne, mentre mancano ormai solo pochi mesi a un voto decisivo. Il Rassemblement National (RN), che oggi cerca di far dimenticare decenni di negazionismo climatico, deve essere respinto non solo in nome della sua eredità xenofoba, ma anche del suo DNA antiecologico.</p>
<p>Il centro-destra che governa la Francia da dieci anni, e osa ancora ostentare la propria autocompiacenza mentre il Paese soffoca, dopo aver gettato al secchio ogni politica climatica ambiziosa, non merita altro che disprezzo e scherno.</p>
<p>Ma, a meno di un anno dalle elezioni presidenziali, è in realtà ogni candidato che si rifiuterà di elaborare il proprio programma per rispondere a queste tragedie che dovrebbe subire tre misure politiche praticate per secoli e cadute troppo a lungo in disuso: la destituzione, l’ostracismo e la damnatio memoriae (la cancellazione dalla memoria collettiva).</p>
<p>Procedure che sarebbe legittimo estendere ai ministri che si rifiutano di prendere in considerazione un «congedo climatico» quando la temperatura sul posto di lavoro diventa insopportabile; agli architetti che hanno continuato a costruire edifici inadeguati e vietano di aggiungervi tende o persiane; ai rettori e alle rettrici che si sono rifiutati di chiudere gli istituti scolastici per evitare che l’economia rallentasse; ai prefetti e alle prefette che non hanno previsto il sovraffollamento degli ospedali e danno la caccia ai momenti di festa; ai decisori economici che sono pronti a farci bruciare pur di non mettere a rischio i dividendi.</p>
<h3>Soluzioni sul tavolo</h3>
<p>Il secondo livello del risveglio collettivo richiede di riaprire alcuni fascicoli e di applicare determinati rapporti. L’azione pubblica, le cui carenze sono oggi così evidenti, dispone di una moltitudine di piani, applicabili senza indugio, per invertire la tendenza mortale.</p>
<p>Alcuni rientrano addirittura nel quadro tradizionale della pianificazione economica e avrebbero potuto avviare la necessaria trasformazione senza attendere la grande rivoluzione. Il rapporto dell’economista Jean Pisani-Ferry e Selma Mahfouz, presentato a Élisabeth Borne nel maggio 2023, spiegava già che non serviva a nulla «ritardare gli sforzi» in nome del contenimento del debito pubblico, poiché «ciò non farebbe che aumentare il costo per le finanze pubbliche e lo sforzo necessario negli anni successivi» per raggiungere i nostri obiettivi climatici.</p>
<p>La Convention citoyenne pour le climat, le cui conclusioni erano state ampiamente smontate dal governo di Jean Castex prima di finire ridotte a una legge di compromesso, tracciava un quadro molto completo delle azioni da intraprendere con urgenza per attuare una politica climatica degna di questo nome.</p>
<p>Anche i rapporti del Segretariato generale per la pianificazione ecologica avevano delineato in lungo e in largo i possibili scenari d’azione per decarbonizzare il Paese nei settori dei trasporti, dell’edilizia abitativa, dell’agricoltura, dell’industria e dei consumi, nonché per proteggere la biodiversità – prima che tale segretariato venisse smantellato da Gabriel Attal e poi da François Bayrou.</p>
<p>Sotto le sue sembianze idealistiche, se non addirittura utopistiche, la tabella di marcia proposta dal Laboratorio sulle disuguaglianze globali per decarbonizzare l’economia, riducendo al contempo le disuguaglianze, si basa su una diagnosi di precisione chirurgica sulla distribuzione della ricchezza nel mondo.</p>
<p>Il suo strumento di punta, il «Fondo per la giustizia mondiale», finanziato dalla tassazione dei miliardari, ha anche il merito di ricordare un’evidenza: sebbene il «Titanic» climatico riguardi l’intero pianeta, noi non siamo tutti sulla stessa barca. La lotta contro il disastro ecologico ha senso e può essere efficace solo se è strettamente correlata a una massiccia ridistribuzione delle ricchezze accumulate, all’altezza delle vertiginose disuguaglianze attuali.</p>
<h3>La ragione dell’utopia</h3>
<p>Il «cerchio della ragione» che pretenderebbe di escludere alcune delle numerose proposte oggi sul tavolo deve fare i conti con una situazione sempre più evidente: la realtà non è più quella di un tempo. Di conseguenza, nemmeno «l’utopia». Oggi più che mai, è la realtà a essere invivibile e l’utopia l’unica via ragionevole.</p>
<p>In un mondo in cui l’uomo più ricco del mondo raccoglie miliardi di dollari per finanziare la colonizzazione di Marte, le coordinate del reale si invertono. «Se la distopia radicale è possibile, come si vede con Trump, Elon Musk e questa fusione tra l’epistemologia politica arcaica e le nuove tecnologie cibernetiche, allora solo un’utopia dei corpi viventi potrà tirarci fuori da dove ci troviamo», spiegava recentemente a Mediapart il filosofo Paul B. Preciado. In altre parole, «l’utopia è più necessaria che mai, perché è del tutto possibile. L’utopia nel senso di una radicalità nei progetti di trasformazione planetaria».</p>
<p>Partendo da qui, si possono effettivamente ribaltare i termini del dibattito e conciliare pragmatismo e radicalità. Perché non dovrebbe essere possibile smettere di pagare l’affitto se la temperatura della propria abitazione supera i 33 °C e che il proprietario non abbia avviato lavori di riqualificazione energetica?</p>
<p>Sì, EDF fa bene a stanziare 80 milioni di euro per dotare rapidamente le scuole di «soluzioni di raffreddamento». Ma nel nuovo mondo in cui siamo collettivamente catapultati, non dovremmo forse anche requisire i superprofitti di TotalEnergies per rendere più verdi tutte le scuole elementari e medie della Francia? E tassare molto di più i GAFAM e i loro data center ad alto consumo energetico per ristrutturare e isolare termicamente tutti gli edifici che lasciano passare il calore e quelli che lo generano in eccesso sul territorio?</p>
<p>Affinché queste soluzioni di emergenza non si riducano a un imperativo di adattamento al ribasso, continuando a sottomettere le nostre vite alle logiche del capitale, il terzo livello del risveglio collettivo consiste nel smentire un vecchio adagio: quello del professore di letteratura statunitense Fredric Jameson, secondo cui sarebbe più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo.</p>
<p>Come riuscirci quando non è mai stato così evidente che l’umanità fosse sull’orlo del precipizio? In realtà, le vie alternative, le zone di resistenza, le strategie di sabotaggio e i desideri di rivolta contro il sistema estrattivista, coloniale e patriarcale non sono forse mai stati così vivaci, combattivi e creativi come oggi.</p>
<p>Esistono molteplici «percorsi che possono contribuire a costruire una società più libera e appagante, più rispettosa del pianeta», come quelli, ad esempio, elencati in un’ambiziosa opera dedicata ai mondi post-capitalisti pubblicata di recente.</p>
<p>Come si poteva leggere nelle manifestazioni per il clima degli ultimi anni: «Anche i dinosauri pensavano di avere tempo».</p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/30/dopo-la-canicola-limpossibile-ritorno-al-mondo-di-prima/">Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/30/dopo-la-canicola-limpossibile-ritorno-al-mondo-di-prima/">Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>Austria, la “migliore sindaca del mondo” è una comunista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2026 23:10:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cronache sociali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I comunisti consolidano la loro presenza a Graz, seconda città del Paese dopo la vittoria a sorpresa di cinque anni fa. Merito del lavoro di prossimità di Elke Kahr</p>
<p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/30/austria-la-migliore-sindaca-del-mondo-e-una-comunista/">Austria, la “migliore sindaca del mondo” è una comunista</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>I comunisti consolidano la loro presenza a Graz, seconda città del Paese dopo la vittoria a sorpresa di cinque anni fa. Merito del lavoro di prossimità di Elke Kahr</h3>
<pre>Vianey<a href="https://www.mediapart.fr/journal/international/290626/autriche-les-communistes-confirment-leur-implantation-graz-seconde-ville-du-pays"> Lorin </a>su <a href="https://www.mediapart.fr/journal/international/290626/autriche-les-communistes-confirment-leur-implantation-graz-seconde-ville-du-pays">Mediapart</a></pre>
<p>Ancora una volta, la sorpresa era all’ordine del giorno. Se la rielezione di Elke Kahr, prima sindaca comunista di Graz, seconda città dell’Austria con oltre 300.000 abitanti, era stata annunciata, il risultato ottenuto dal suo partito, il KPÖ, lo era molto meno. I comunisti hanno raccolto quasi il 36% dei voti alle elezioni comunali di domenica 28 giugno. Un aumento di sette punti rispetto alle precedenti elezioni, cinque anni fa, dalle quali erano già usciti in testa, suscitando lo stupore tra i commentatori politici.</p>
<p>Questa ampia vittoria conferma la strategia del partito e della sua leader, Elke Kahr, che punta sulla vicinanza ai cittadini e coltiva la sua immagine di rappresentante accessibile. Ha così rinunciato a utilizzare l’auto di servizio del Comune e quando, un anno fa, la città è stata sconvolta da una sparatoria mortale in un liceo, si è precipitata sul posto al volante della sua vecchia Citroën, riporta il quotidiano Der Standard.</p>
<p>Secondo il giornale, due mesi fa, in occasione di un incendio, si è recata nuovamente sul posto e ha accompagnato personalmente un residente che aveva appena perso il proprio appartamento in un alloggio provvisorio. La rappresentante riceve regolarmente i cittadini per ascoltare i loro problemi: casa, difficoltà finanziarie, lavoro.</p>
<p>Cinque anni fa Mediapart aveva assistito a uno di questi incontri in cui Elke Kahr aveva aiutato un’anziana signora a trovare una nuova sistemazione o una ragazza a finanziare l’intervento chirurgico del suo cane. Infatti, a Graz, il KPÖ non si limita a fornire consigli, ma a volte può offrire un aiuto finanziario ai residenti, prelevato in parte dallo stipendio dei propri rappresentanti eletti.</p>
<h3>Oltre 300.000 euro devoluti</h3>
<p>Elke Kahr devolve così più di due terzi del suo stipendio di sindaco e si trattiene 2.300 euro al mese. Anche gli altri rappresentanti eletti del KPÖ fanno lo stesso e, ogni anno, il partito organizza una conferenza stampa per presentare l’importo totale di queste donazioni: oltre 300.000 euro nel 2025, a beneficio di più di 2.500 famiglie.</p>
<p>Un dato che fa digrignare i denti ad alcuni oppositori, che denunciano un approccio populista, se non addirittura un acquisto di voti. Questa pratica esiste tuttavia dal 1988 ed è ormai parte integrante del DNA del KPÖ a Graz. Dal 2005, Elke Kahr avrebbe così devoluto 1,3 milioni di euro.</p>
<p>Questa immagine di eletta vicina alla gente, consapevole delle difficoltà dei suoi amministrati, spiega in parte i successi elettorali dei comunisti: «La dimensione personale è importante. Elke Kahr riesce a raggiungere un pubblico che va oltre la consueta base elettorale del KPÖ», analizza Matthias Kaltenegger, politologo dell’Università di Vienna, in un’intervista a Mediapart.</p>
<p>La debolezza del partito a livello nazionale – il 2,4% dei voti alle ultime elezioni legislative del 2024 – può inoltre giocare a suo favore a livello locale, mobilitando i voti di protesta, secondo il ricercatore: «Il Partito Comunista non è più rappresentato in Parlamento dagli anni ’50. Nel suo programma critica il sistema politico, quindi può anche attrarre persone che guardano con sospetto alle istituzioni politiche».</p>
<p>Un altro pilastro dell’identità politica del partito è la questione abitativa. Nel 1992, Ernest Kaltenegger, artefice delle prime vittorie del KPÖ, istituì il Mieternotruf, «il numero di emergenza per gli inquilini», che esiste ancora oggi. Chiamando questo numero, gli abitanti di Graz possono ricevere consulenza dal KPÖ in caso di controversie con un proprietario, per problemi relativi alla restituzione della cauzione o anche per far verificare il proprio contratto di locazione e accertarsi che i vari costi accessori non siano eccessivi.</p>
<h3>La «migliore sindaca del mondo»</h3>
<p>Da allora, il partito non ha mai smesso di impegnarsi in questo ambito. Durante i suoi cinque anni alla guida della città, sono stati consegnati 420 nuovi alloggi comunali, ovvero alloggi sociali di proprietà del Comune. Il Comune ha acquisito terreni per costruire altri alloggi e per potenziare i trasporti pubblici. L’esecutivo comunale ha inoltre deciso di ridurre da cinque a un anno il periodo di residenza in città necessario per poter beneficiare di un alloggio comunale.</p>
<p>Questa politica sociale è valsa a Elke Kahr il titolo di «miglior sindaco del mondo» nel 2024, assegnatole da City Mayors Foundation, una fondazione londinese che ha sottolineato «la sua dedizione e il suo altruismo al servizio della sua città e dei suoi cittadini».</p>
<p>Si tratta tuttavia di misure che devono essere finanziate. Il Comune, però, è oggi indebitato per 2 miliardi di euro. Intervistata dall’emittente televisiva pubblica ORF su questo tema, Elke Kahr ha ricordato che la sua amministrazione aveva ereditato un debito di 1,6 miliardi, pur facendo fronte alle spese per l’edilizia abitativa e le infrastrutture pubbliche. Ha tuttavia ammesso di dover procedere a «adeguamenti strutturali», precisando: «Ma senza che ciò vada a discapito della popolazione. »</p>
<p>Un altro punto di tensione: la politica di sviluppo dei trasporti pubblici, percepita da una parte della popolazione come ostile agli automobilisti. In particolare, sono stati eliminati 1.500 posti auto. Ciò limiterebbe l’attrattiva del centro città e l’attività commerciale, secondo i critici. «Bisogna chiedersi chi fa questo genere di affermazioni e perché. In realtà, grazie allo sviluppo dei trasporti pubblici e degli spazi verdi, il centro città sta diventando più attraente», ha risposto la sindaca nella sua intervista all’ORF.</p>
<p>Un altro dato degno di nota di queste elezioni è il risultato modesto dell’FPÖ, il partito di estrema destra austriaco, che si è classificato al quarto posto con il 12% dei voti. Eppure governa la regione e rappresenta la prima forza politica del Paese.</p>
<p>Un risultato che si spiega con la tradizionale divisione elettorale tra grandi città e zone rurali, ma anche con un caso di corruzione che continua a pesare sull’FPÖ a Graz, secondo Matthias Kaltenegger.</p>
<p>Grazie a questo risultato, il KPÖ, che finora governava insieme ad altri due partiti, i socialdemocratici dell’SPÖ e i Verdi (Die Grünen), potrebbe limitarsi a un unico partner di coalizione, a priori gli ecologisti. Elke Kahr ha tuttavia promesso di avviare negoziati con tutti i partiti prima di prendere una decisione. Una cosa è certa: la prima sindaca comunista nella storia di Graz rimarrà tale.</p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/30/austria-la-migliore-sindaca-del-mondo-e-una-comunista/">Austria, la “migliore sindaca del mondo” è una comunista</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/30/austria-la-migliore-sindaca-del-mondo-e-una-comunista/">Austria, la &#8220;migliore sindaca del mondo&#8221; è una comunista</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>Francia, i partiti cercano di soffocare il richiamo degli Insoumis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2026 23:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[in fondo a sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le direzioni di Ecologisti, PCF e Place publique stanno moltiplicando le misure punitive contro i dissidenti che appoggerebbero Mélenchon</p>
<p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/30/francia-i-partiti-cercano-di-soffocare-il-richiamo-degli-insoumis/">Francia, i partiti cercano di soffocare il richiamo degli Insoumis</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/30/francia-i-partiti-cercano-di-soffocare-il-richiamo-degli-insoumis/">Francia, i partiti cercano di soffocare il richiamo degli Insoumis</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Le direzioni di Ecologisti, PCF e Place publique stanno moltiplicando le misure punitive contro i dissidenti che appoggerebbero Mélenchon</h3>
<pre>Sarah <a href="https://www.mediapart.fr/journal/politique/290626/gauche-les-partis-tentent-d-etouffer-en-interne-l-appel-d-air-insoumis">Benhaïda </a>e Pauline <a href="https://www.mediapart.fr/journal/politique/290626/gauche-les-partis-tentent-d-etouffer-en-interne-l-appel-d-air-insoumis">Graulle </a>su <a href="https://www.mediapart.fr/journal/politique/290626/gauche-les-partis-tentent-d-etouffer-en-interne-l-appel-d-air-insoumis">Mediapart</a></pre>
<p>A meno di un anno dalle elezioni presidenziali, i partiti di sinistra si dividono in due categorie: quelli che, come La France insoumise (LFI), si sono già schierati in ordine di battaglia dietro Jean-Luc Mélenchon e quelli che stanno perdendo terreno. Oltre al Partito Socialista (PS), che annaspa in un pantano strategico senza fine, è anche il caso di Place publique (PP), il cui «candidato» Raphaël Glucksmann si concede ancora tre mesi per decidere se si candiderà davvero.</p>
<p>La situazione è altrettanto complessa anche all’interno del Partito comunista francese (PCF), dove il segretario nazionale Fabien Roussel sembra sempre più deciso a lanciarsi nella corsa nonostante la riluttanza di una parte dei suoi sostenitori. E non è più semplice nemmeno tra gli Ecologisti, dove regna l’incomprensione di fronte alle velleità di Marine Tondelier di rimanere candidata in assenza di primarie a cui ormai nessuno crede più.</p>
<p>Finora incapaci di unirsi attorno a una prospettiva politica chiara e terrorizzate da una possibile fuga di militanti verso il sostegno al candidato di La France Insoumise, le direzioni di questi apparati di partito preferiscono stringere i bulloni per arginare le impazienze. Minacce, introduzione di nuove procedure per sospendere o espellere i dissidenti, moltiplicarsi delle commissioni disciplinari… In questo chiaroscuro strategico, i leader sono improvvisamente colti da una grave forma di «sanzionite».</p>
<p>Ultimamente, è all’interno di Les Écologistes che il clima si è deteriorato in modo particolarmente marcato. Nell’organizzazione di Marine Tondelier, le tensioni non sono una novità. Già a gennaio, la segretaria nazionale aveva subito un primo avvertimento con la defezione di un certo numero di dissidenti verso LFI, sotto la bandiera dei Verts populaires. Sebbene all’epoca la vicenda avesse dato adito a una serie di minacce e ad alcune sanzioni a titolo di avvertimento per i militanti tentati di seguire l’esempio, non ha sortito l’effetto sperato.</p>
<p>Per il momento, nessuna figura di spicco degli Ecologisti ha annunciato di voler sbattere la porta. Ma molti ci stanno pensando seriamente. Sull’ala sinistra, Sandrine Rousseau non nasconde più che alla fine potrebbe sostenere la candidatura di Jean-Luc Mélenchon, mentre all’altra estremità dello spettro ecologista, Yannick Jadot si mostra al fianco di esponenti socialdemocratici pubblicamente ostili alle primarie della sinistra.</p>
<h3>Febbrilità</h3>
<p>Temendo che una tale frammentazione possa portare all’implosione prima ancora del 2027, il Consiglio federale degli Ecologisti ha votato a larga maggioranza, a metà giugno, un ulteriore inasprimento delle misure, introducendo una sanzione finora senza precedenti: un’espulsione «definitiva» – in realtà di tre anni. Anticipando i fatti, l’ex candidato alle presidenziali Yannick Jadot ha recentemente espresso allarme per un tentativo di «epurazione» nei suoi confronti, sostenendo su L’Opinion che «escludere il candidato che ha ottenuto il maggior numero di voti nella storia dell’ecologia politica – 3 milioni alle elezioni europee del 2019», non risolverà nulla dei «problemi di Marine Tondelier».</p>
<p>Sandrine Rousseau, dal canto suo, critica aspramente «l’autoritarismo» del suo partito. «In mancanza di un vero dibattito interno, la nostra unica opzione è quella di far sentire la nostra voce all’esterno attraverso la stampa. E quando lo facciamo, ci sanzionano e ci cacciano!», si lamenta con Mediapart.</p>
<p>Se molti ritengono normale sanzionare i transfughi – nella storia recente del partito, numerose figure di primo piano si erano unite a Emmanuel Macron nel 2017 –, alcuni vi vedono tuttavia un segnale preoccupante di chiusura. «Questo può essere visto come un modo per cercare di unire il partito contro alcune personalità. Non mi sembra un buon metodo per garantire la nostra coesione», commenta Cyrielle Chatelain, presidente del gruppo all’Assemblea nazionale, preoccupata dal ritorno alla logica del “meglio un piccolo posto tutto nostro che un grande posto tra gli altri”.</p>
<p>Il nervosismo della dirigenza degli Ecologisti ha dato luogo a un nuovo episodio di gioco al bluff alla fine della scorsa settimana. Per avallare il mantenimento della candidatura di Marine Tondelier alle presidenziali – con o senza primarie –, la direzione ha messo su una consultazione diretta dei militanti ritenuti più favorevoli all’idea rispetto al Consiglio federale.</p>
<p>Ma invece di darsi per vinti dopo che gli organi interni hanno definito «irregolare» tale procedura, l’entourage della segretaria nazionale si è affrettato a pubblicare giovedì un comunicato in cui annunciava che la suddetta consultazione sarebbe stata «ben organizzata» all’inizio di luglio, «come confermato dal Consiglio statutario».</p>
<p>«Una manipolazione!», esclama indignato un ecologista che preferisce rimanere anonimo, denunciando una «distorsione della realtà». «I dirigenti di questo partito sono alle corde, sembrano dei pazzi rinchiusi nel loro bunker che sparano a tutti», afferma questa fonte. «Le questioni relative ai metodi e alle procedure servono a garantire che alla fine tutti rispettino la decisione. Invito tutti a seguire le regole», avverte con parole misurate il deputato Jérémie Iordanoff, ricordando che solo i 120 membri eletti del consiglio federale sono autorizzati a decidere in materia strategica.</p>
<p>Riconoscendo a Mediapart che la «formulazione» scelta avrebbe potuto prestarsi a «interpretazioni», François Thiollet, vice segretario nazionale per gli affari interni degli Ecologisti, respinge tuttavia qualsiasi intenzione di aggirare il Consiglio federale. «Fin dall’inizio sapevamo che questa consultazione non avrebbe avuto valore decisionale», afferma. «Ciò che ci interessa è il parere degli iscritti, che potrà orientare la decisione del Consiglio federale». Un modo per riconoscere che, senza l’influenza dei militanti sul parlamentino del partito, la validazione della candidatura autonoma di Marine Tondelier sarà tutt’altro che una formalità.</p>
<h3>«Puro dogmatismo»</h3>
<p>Anche per il PCF il percorso verso le presidenziali è costellato di ostacoli. Il 40° congresso deciderà alla fine di questa settimana sull’opportunità di una nuova candidatura di Fabien Roussel (2,28% dei voti nel 2022). Anche in questo caso, la scadenza si preannuncia delicata per la dirigenza uscente, il cui testo ha raccolto solo il 61% dei voti degli iscritti, ovvero 20 punti in meno rispetto al congresso precedente.</p>
<p>Quindi anche qui si sta stringendo la morsa, ritengono gli oppositori della dirigenza, che non hanno esitato a interpretare i procedimenti disciplinari avviati all’indomani delle elezioni comunali come «un’intollerabile strumentalizzazione a fini politici», secondo le parole della corrente «Alternative communiste». «La candidatura di Mélenchon crea un effetto ventosa, per cui si avverte che è in corso un inasprimento delle misure per eliminare le voci dissidenti», afferma il militante unitarista Robert Injey, che cita le turbolenze provocate nelle Alpi Marittime, nel Tarn o nelle Bocche del Rodano.</p>
<p>«Il moltiplicarsi delle riunioni della commissione per i conflitti è diventato un metodo per trattenere le persone. Ma questo comportamento è guidato esclusivamente dalla sopravvivenza dell’apparato», deplora ancora. Contattata da Mediapart, Marie-Jeanne Gobert, presidente della commissione per i conflitti e la mediazione del PCF, non ha dato seguito alle nostre richieste.</p>
<p>A «Place publique», è la questione della linea politica e delle alleanze a dividere. Anche in questo caso, le elezioni comunali hanno lasciato tracce e rancori. Nella Mosella, nel Rodano, nei Pirenei Orientali o ancora in Indre-et-Loire, le e-mail hanno cominciato a piovere per annunciare «sospensioni a titolo cautelare» nelle città in cui era stata presa in considerazione l’alleanza con LFI.</p>
<p>Una nuova raffica di lettere disciplinari è arrivata nel mese di maggio, accusando ancora una volta i responsabili di «mancato rispetto della posizione adottata dagli organi competenti del partito in materia di alleanze». Prima di dare ai militanti interessati la possibilità di scegliere: o porre fine volontariamente alla propria adesione al PP, oppure «presentare una memoria scritta e/o documenti giustificativi» per essere ascoltati da una commissione ad hoc.</p>
<p>Quante espulsioni sono state pronunciate da allora? Difficile dirlo. A Lione (Rodano), in primavera si è verificata una vera e propria emorragia. Dopo aver sospeso prima del primo turno i militanti che si erano schierati a fianco di Georges Képénékian, l’erede dell’ex sindaco Gérard Collomb, la direzione ha sospeso nel periodo tra i due turni un’altra parte delle proprie truppe: i candidati di «Place publique» presenti nella lista nata dall’alleanza tecnica tra gli Ecologisti e i «Insoumis» per contrastare la candidatura di Jean-Michel Aulas.</p>
<p>«In un primo momento siamo stati espulsi dai canali interni con l’accusa di antisemitismo. Poi non abbiamo più ricevuto alcuna notizia dalla sede nazionale», testimonia un eletto di Lione. Come una dozzina di altri membri di PP, anch’essi eletti su liste di unione della sinistra, l’interessato ha iniziato a redigere una memoria per presentare la propria difesa presso quella famosa commissione ad hoc, «di cui nessuno, dice, sa come funzioni».</p>
<p>Nel frattempo, traccia un bilancio amaro della sua esperienza: «Stavamo vivendo la nostra prima vera campagna locale, gli ecologisti hanno giocato la partita fino in fondo mantenendo l’accordo anche se non avevamo più un’appartenenza politica. Siamo riusciti a farci rispettare, a farci valere sul campo, a ottenere dei rappresentanti eletti… Ma come ringraziamento, verremo espulsi», sospira questo eletto, scettico nel vedere il suo partito lanciarsi nella campagna presidenziale tagliandosi fuori da decine di rappresentanti eletti – e dai finanziamenti pubblici che ne derivano – «per puro dogmatismo».</p>
<p>Un’opinione condivisa da un’attivista della Francia occidentale che ha recentemente lasciato il PP: «La regola di non stringere alleanze con LFI non è mai stata votata. Ok, a Raphaël Glucksmann non piace Jean-Luc Mélenchon, ma è una ragione sufficiente? Tanto più in occasione di elezioni locali in cui Mélenchon non è nemmeno candidato!» Nel suo comune, anche gli attivisti del PP che volevano stringere un’alleanza con LFI per opporsi a una candidatura di destra «che flirta con l’estrema destra» sono stati invitati a dimettersi dal partito. «Questo ha suscitato grande scalpore», riferisce.</p>
<p>Alla direzione del PP si minimizzano questi casi, assicurando che la stragrande maggioranza dei candidati alle elezioni comunali ha accettato di ritirarsi piuttosto che stringere un’alleanza con LFI. Jérôme Auslender, membro della direzione che ha perso a sua volta il posto di consigliere comunale a Clermont-Ferrand (Centro) ritirandosi, assume questa scelta: «Siamo una sinistra democratica nel proprio DNA, mentre LFI è autoritaria sia nel suo funzionamento interno che nel sostegno a regimi autoritari», sostiene. «Sappiamo che una parte dell’elettorato non ci seguirà mai se ci sarà la minima ambiguità».</p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/30/francia-i-partiti-cercano-di-soffocare-il-richiamo-degli-insoumis/">Francia, i partiti cercano di soffocare il richiamo degli Insoumis</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/30/francia-i-partiti-cercano-di-soffocare-il-richiamo-degli-insoumis/">Francia, i partiti cercano di soffocare il richiamo degli Insoumis</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>«Hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Nencioni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 14:56:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[quotidiano movimento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Moni Ovadia a Viareggio: «Il sionismo non ha niente a che fare con l'ebraismo. È un fenomeno colonialista»</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Moni Ovadia a Viareggio: «Il sionismo non ha niente a che fare con l’ebraismo. È un fenomeno colonialista»</h3>
<p>C’è una barca che attraversa il Mediterraneo e le coste italiane con un carico insolito: non merci, non turisti, ma testimonianze, solidarietà e una richiesta di giustizia. Si chiama <strong>Ghassan Kanafani</strong>, come lo scrittore e intellettuale palestinese assassinato nel 1972, ed è il simbolo del progetto nazionale <strong>“Cento porti, cento città”</strong>, la campagna promossa da Freedom Flotilla Italia per tenere alta l’attenzione sulla tragedia che si consuma in Palestina.</p>
<p>Dopo essere partita simbolicamente da Taranto il 2 maggio, la Flotilla sta risalendo la penisola affiancata da un camper che attraversa l’entroterra, con l’obiettivo di unire città, associazioni e cittadini in una mobilitazione permanente contro la guerra e l’assedio di Gaza.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-352021" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/723445077_122127470091205112_1670257700944872622_n-560x747.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Dal 19 al 21 giugno la Ghassan Kanafani ha fatto tappa a Viareggio, dove Freedom Flotilla Italia e il Coordinamento Versilia per la Palestina hanno organizzato tre giornate di incontri, dibattiti e iniziative culturali. Il momento più atteso è stato l’intervento di <strong>Moni Ovadia</strong>, attore, musicista e intellettuale da anni impegnato sui temi della pace e dei diritti umani.</p>
<p>Fin dalle prime battute Ovadia chiarisce la propria posizione senza lasciare spazio ad ambiguità. «Io sono un antinazionalista radicale, sono ebreo e sono anti-sionista. Il sionismo non ha niente a che fare con l’ebraismo. È un fenomeno colonialista». Una distinzione che attraversa tutto il suo ragionamento e che diventa la chiave di lettura storica e politica dell’attuale conflitto.</p>
<p>Per spiegare le origini del colonialismo moderno, Ovadia richiama la Conferenza di Berlino del 1884-1885, quando le potenze europee si spartirono il continente africano introducendo il principio della <em>terra nullius</em>, la “terra di nessuno”. «Nel 1884 a Berlino i colonialisti si incontrarono per spartirsi le terre. Dichiararono che esistevano <em>terrae</em> <em>nullius</em>, non perché fossero disabitate, ma perché abitate da selvaggi.»</p>
<p>Secondo l’artista, quella cultura coloniale costituisce il terreno storico sul quale si è sviluppato il progetto sionista, pur essendo nato ufficialmente alcuni anni dopo con il Congresso di Basilea del 1897.</p>
<p>Ma è sul piano etico e religioso che Ovadia costruisce la sua critica più radicale. Richiamando il <em>Levitico</em>, ricorda come nella tradizione ebraica la terra non appartenga agli uomini, ma a Dio. «C’è un passo del Levitico che racconta bene la differenza tra la realtà dell’ebraismo e la sua interpretazione sionista. Dio dice: “Questa terra è mia e voi l’abiterete come ospiti e stranieri”.»</p>
<p>E ancora: «La terra non verrà venduta in perpetuità perché la terra è mia. Tu abiterai quella terra come soggiornante straniero insieme allo straniero che godrà dei tuoi stessi statuti.»</p>
<p>Per Ovadia il principio fondamentale dell’ebraismo non è il possesso, ma l’ospitalità, il riconoscimento dell’altro, la memoria di essere stati a propria volta stranieri. Da qui nasce quella che definisce la più grande distorsione ideologica del nostro tempo. «I sionisti hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra.»</p>
<p>Una frase che sintetizza l’intero impianto del suo intervento e che il pubblico accoglie con un lungo applauso. L’attore non risparmia parole durissime contro quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, parlando di un processo di progressiva disumanizzazione del popolo palestinese e di una violazione sistematica del diritto internazionale.</p>
<p>«Non c’è mai stato un sionismo buono. Lo sarebbe stato soltanto se fossero state rispettate tutte le risoluzioni dell’ONU, a partire dalla 194 sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi.» Secondo Ovadia, il problema non riguarda soltanto il Medio Oriente.</p>
<p>L’impunità di cui avrebbe goduto il governo israeliano rappresenterebbe un precedente destinato ad avere conseguenze globali. «L’impunità concessa al governo sionista è cresciuta deliberatamente come laboratorio. Le azioni militari e politiche a Gaza e in Cisgiordania sono tollerate dall’Occidente e diventano un modello di controllo esportabile altrove».</p>
<p>Il suo sguardo si allarga quindi alle trasformazioni della società contemporanea, denunciando un sistema economico che sacrifica i diritti e la dignità delle persone agli interessi finanziari. «Dobbiamo prepararci a una lunga marcia. Non dobbiamo farci prendere dallo sconforto e non dobbiamo fermarci mai». E aggiunge: «Non dobbiamo accettare l’economia liberista ma lottare per un’economia umana, che anteponga il benessere sociale e la salvaguardia dell’individuo agli interessi finanziari».</p>
<p>Nel corso dell’incontro viene ricordato anche il riconoscimento conferito a Moni Ovadia dal Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, che gli ha attribuito la cittadinanza palestinese honoris causa. Un riconoscimento che Ovadia interpreta come una responsabilità morale più che come un’onorificenza.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-352022" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/724606815_1646976480127734_6852767570627433209_n-560x699.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>«Sono solo un libero cittadino, ma credo che la liberazione del popolo palestinese e i suoi pieni diritti siano un valore che riguarda tutti.» E ancora: «Io, da ebreo, mi sento profondamente palestinese. Come ricordava Marek Edelman, un ebreo deve stare con gli oppressi.»</p>
<p>Il suo intervento si chiude con una riflessione che supera la politica e diventa una domanda rivolta a ciascuno dei presenti.</p>
<p>«Quella dei palestinesi è una delle più gravi ingiustizie della modernità. Se non contribuiremo alla loro piena dignità e ai loro diritti, saremo giudicati dalle generazioni future. Io non voglio che sputino sulla mia tomba».</p>
<p>Poi l’ultima esortazione, pronunciata quasi sottovoce ma destinata a rimanere impressa. «Siamo un popolo di partigiani, dobbiamo ancora esserci. Dobbiamo dire a tutti che stiamo rischiando di perdere il nostro statuto di esseri umani».</p>
<p>Ed è probabilmente questa l’immagine che resta al termine dell’incontro di Viareggio: una barca che continua il suo viaggio lungo le coste italiane, una folla che ascolta in silenzio e una domanda che attraversa il mare e raggiunge ogni porto.</p>
<p><strong>Perché il punto, alla fine, non è soltanto scegliere da che parte stare in un conflitto. Il punto è decidere se vogliamo ancora appartenere a un’umanità capace di riconoscere il dolore dell’altro. Se perdiamo questa capacità, nessuna vittoria politica potrà restituirci ciò che avremo definitivamente smarrito: la nostra coscienza.</strong></p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/20/hanno-scambiato-una-terra-promessa-per-una-promessa-di-terra/">«Hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra»</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/20/hanno-scambiato-una-terra-promessa-per-una-promessa-di-terra/">«Hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra»</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>Un sabato fascista, a Roma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Checchino Antonini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 19:06:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cronache sociali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Remigrazionisti, ProVita e vannacciani, ciascuno per sé, in un sabato romano. La città si ribella ma a compartimenti stagni</p>
<p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/14/un-sabato-fascista-a-roma/">Un sabato fascista, a Roma</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Remigrazionisti, ProVita e vannacciani, ciascuno per sé, in un sabato romano. La città si ribella ma a compartimenti stagni</h3>
<p>Si è conclusa con il coro “Boia chi molla è il grido di battaglia” e il saluto fascista, la manifestazione del 13 Giugno a Roma di “Remigrazione e riconquista”, dopo un corteo che ha percorso via Cola di Rienzo per chiedere l’approvazione di proposta di legge di iniziativa popolare che ha raccolto 150mila firme, il triplo del necessario. In piazza, a giudicare dalle immagini prese dall’alto c’erano forse 4-5mila persone che gli speaker hanno moltiplicato per quattro per galvanizzare un corpaccione militante che vive nel mondo immaginario della sostituzione etnica e nel terrore della crisi del maschio bianco occidentale ma che, con evidenza riesce a pescare in settori popolari smarriti dalla policrisi. “L’immigrazione non è solo un problema di sicurezza, ma di identità nazionale. È in atto una sostituzione del popolo italiano ed europeo – ha gridato durante un comizio finale a piazza Risorgimento, a pochi metri dal Vaticano, il presidente del Comitato, Luca  Marsella – e la soluzione non può essere importare qui nuovi italiani perché nuovi italiani non lo saranno mai”.</p>
<p>Marsella è il portavoce di Casa Pound Italia, sodalizio che si autodefinisce di “squadristi del III millennio” e vanta un cumulo di condanne per reati legati a episodi di squadrismo, la più recente è la condanna del Tribunale di Bari di 12 camerati della tartaruga frecciata (simbolo di CPI), nell’inverno di quest’anno, per l’aggressione al corteo antifascista nel capoluogo pugliese avvenuta nel 2018 (tra le persone aggredite anche l’allora europarlamentare Prc, Eleonora Forenza). Eppure sono loro a sentirsi vittime: per non essere riusciti a presentare la legge in una conferenza al Parlamento, per essere stati processati (così giurano) “per aver sventolato un tricolore”, e per essere vittime della censura dei media perché «non facciamo parte di questo sistema marcio».</p>
<figure id="attachment_352011" aria-describedby="caption-attachment-352011" class="wp-caption alignnone"><img decoding="async" class="size-full wp-image-352011" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/723527816_2434124023753255_6809737644597950011_n-560x844.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"><figcaption id="caption-attachment-352011" class="wp-caption-text">Ecco quanti erano i remigrazionisti su via Cola di Rienzo</figcaption></figure>
<p>I riconquistatori-remigrazionisti si dichiarano contro la “Società aperta” perché sarebbe questa a produrre solitudine, degrado e precarietà nelle periferie e denunciano quello che chiamano «senso di colpa europeo». Si rifanno a teorie che dalla Nouvelle Droite francese si sono riverberate nell’arco di una trentina d’anni sulle destre fascistoidi di tutta Europa, oggi ne sono alfiere esperienze naziste come gli identitari austriaci di Martin Sellner, i tedeschi di AfD, e gli autori del recentissimo pogrom di Belfast.</p>
<p>Nessuna bandiera di partito, nessun cartello fatto in casa, «porta solo un tricolore», chiedevano i promotori negli appelli sui social, rivolgendosi a «tutti gli italiani che vogliono rialzare la testa», «non vi sarà spazio per personalismi o sigle». Remigrazione e riconquista è la coalizione di scopo con cui la diaspora fascistoide brandisce la parola d’ordine della remigrazione per coagulare forze a destra dell’attuale destra di governo con cui ha comunque molti rapporti e “porte girevoli” dalle quali transitano esponenti locali dei vari gruppuscoli. I più riconoscibili, oltre a CPI, sono il Popolo delle mamme (no vax, la cui fondatrice, Simona Boccuti, nel 2024 aveva festeggiato il compleanno del Duce a Predappio), la Rete dei Patrioti (scissione di Forza Nuova), poi c’è Rinascita nazionale, l’associazione Evita Perón, vicina a Forza Nuova, il Veneto Fronte Skinheads e alcuni amministratori locali in quota Lega che, con Borghezio prima e Salvini poi, ha sempre flirtato con ambienti identitari il cui mood si condensa così: «I popoli europei hanno diritto a esistere, a restare sé stessi, a perseverare la propria continuità storica, antropologica e culturale», come tuona dai social un faccione corrucciato convocando questa manifestazione come primo passo della “riconquista”. Il secondo sarà quello di provare a rientrare in Parlamento per illustrare la legge in una conferenza stampa. E’ esplicita la pressione sui partiti di destra perché la proposta arrivi in Aula. Il messaggio agli eletti di Lega e FdI è che tutto ciò dovrebbe rappresentare lo “spartiacque” che svelerà chi tra loro è davvero “dalla parte della nazione”.</p>
<p>La prima volta gli è andata male: era il 30 gennaio e un parlamentare salviniano, Frugiele, aveva apparecchiato per loro la sala stampa di Montecitorio ma alcuni deputati di M5S, Pd, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa l’hanno occupata provocando l’annullamento della conferenza. Il 1° Aprile, l’Ufficio di presidenza della Camera dei deputati, ha sospeso per diversi giorni 32 parlamentari dell’opposizione.</p>
<p>Ma che cos’è la proposta di legge che ha raccolto 150mila firme intercettando un senso comune degradato da decenni di emergenza sicurezza enfatizzata per coprire i mandanti reali del massacro sociale? La remigrazione sarebbe, parole loro, un po’ meno di deportazione, ma molto più di un decreto sicurezza sui rimpatri, una «postura politica dello Stato» contro tre categorie di esseri umani. Primi della lista i “clandestini”: per loro tolleranza zero, registro nazionale delle espulsioni e blocco delle Ong. In secondo luogo i “regolari” che commettono reati e allora dovrebbero scontare la pena nel paese d’origine e, se già cittadini per naturalizzazione, dovrebbero perdere la cittadinanza. Infine i regolari “non assimilati” o che pesano sullo stato sociale, ossia chi vivrebbe in “comunità separate tentando di imporre usi incompatibili con le nostre leggi” o che “lavora e grava sui servizi pubblici”, per loro niente ricongiungimenti familiari e una remigrazione “non forzata” ma “incentivata”, oltre all’abolizione del decreto flussi. Una proposta insostenibile a tutti i livelli (etico, politico, economico, storico) ma che alle destre serve per spacciare paura tra i settori popolari per i quali non possono agire collanti di altro tipo visto che ogni risorsa sarà dirottata sul riarmo negli anni a venire.</p>
<figure id="attachment_352013" aria-describedby="caption-attachment-352013" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-352013" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/723197161_18594849115043840_2063518280009646971_n-560x747.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"><figcaption id="caption-attachment-352013" class="wp-caption-text">il corteo antirazzista si snoda lungo via Cavour</figcaption></figure>
<p>Tutto questo è avvenuto in un sabato italiano attraversato da altre manifestazioni: sul fronte destro quella dei Pro Vita, composito fronte antiabortista non meno reazionario dei remigrazionisti, e la kermesse di fondazione di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci (già intorno al 5% nei sondaggi). Quale sarà il rapporto tra i “futuristi” dell’ex europarlamentare leghista e i “riconquistatori”, futuristi anche loro nel senso dell’attitudine manesca e guerresca della tradizione marinettiana? Certo è che la remigrazione è una parola d’ordine che li accomuna dentro il medesimo milieu allucinato. Ma per adesso si profila una sorta di contesa dello spazio a destra della destra. Significative alcune parole di Marsella nel comizio finale: «Non ci servono generali, a noi servono combattenti e voi dovete esserlo – prosegue rivolgendosi ai manifestanti – noi non siamo qui per perdere ma per “vincere e vinceremo”».</p>
<p>Da sinistra la risposta c’è stata, ma per ora solo con due manifestazioni romane e rigidamente separate a sancire una difficoltà, che segnaliamo da tempo, nella costruzione di un movimento sociale all’altezza delle necessità, convergente sulle questioni cruciali della guerra, del riarmo, dell’opposizione sociale. Da un lato l’ombra lunga del “campo largo” su alcuni importanti settori della sinistra radicale legati ad AVS e a parte del Prc, dall’altro il richiamo autorenferenziale alla costruzione di un polo indipendente da parte di Pap e Usb su posizioni anti-Cgil e pure campiste sul piano internazionale. Un contesto deformato sia dalle strettoie del sistema elettorale, sia da una attitudine alla frammentazione politica che pare inarrestabile da almeno dieci anni.</p>
<p>Ai due cortei complessivamente hanno partecipato intorno alle 10mila persone: due terzi hanno sfilato tra il Colosseo a piazza Vittorio, nel quartiere più multietnico del centro cittadino, dietro uno striscione che diceva Fuck Remigration, i restanti (la galassia Usb) hanno raggiunto in corteo la sede del ministero dei trasporti guidato da Salvini.</p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/14/un-sabato-fascista-a-roma/">Un sabato fascista, a Roma</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/14/un-sabato-fascista-a-roma/">Un sabato fascista, a Roma</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>Con una gran voglia di ballare: il festival di Arci Roma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 01:06:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[culture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 16 al 21 giugno 2026 al Parco delle Valli Arci Roma presenta "Arci Roma Incontra il Mondo"</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 dir="ltr">Dal 16 al 21 giugno 2026 al Parco delle Valli Arci Roma presenta “Arci Roma Incontra il Mondo”</h3>
<p> </p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Calibri',sans-serif; color: red;">martedì 16</span><span style="font-variant-ligatures: normal; font-variant-alternates: normal; font-variant-numeric: normal; font-variant-east-asian: normal; white-space: pre-wrap;"> <b></b><strong>GIULIA MEI open SELTON</strong> </span></h3>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Calibri',sans-serif; color: red;">mercoledì 17</span><span style="font-variant-ligatures: normal; font-variant-alternates: normal; font-variant-numeric: normal; font-variant-east-asian: normal; white-space: pre-wrap;"><span style="font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;">  </span><b>99 POSSE / ASIAN DUB FOUNDATION</b> <b></b>(UK) </span></h3>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Calibri',sans-serif; color: red;">giovedì   18 </span><span style="font-variant-ligatures: normal; font-variant-alternates: normal; font-variant-numeric: normal; font-variant-east-asian: normal; white-space: pre-wrap;"><b>BANDABARDÒ open ALDOLÀ CHIVALÀ </b></span></h3>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Calibri',sans-serif; color: red;">venerdì 19 </span><strong><span style="font-variant-ligatures: normal; font-variant-alternates: normal; font-variant-numeric: normal; font-variant-east-asian: normal; white-space: pre-wrap;">FRANKIE HI-NRG MC </span></strong></h3>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Calibri',sans-serif; color: red;">sabato 20 </span><span style="font-variant-ligatures: normal; font-variant-alternates: normal; font-variant-numeric: normal; font-variant-east-asian: normal; white-space: pre-wrap;"><b><span style="font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;">PRISCILLA | SARAFINE </span></b></span></h3>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Calibri',sans-serif; color: red;">domenica 21 </span><span style="font-variant-ligatures: normal; font-variant-alternates: normal; font-variant-numeric: normal; font-variant-east-asian: normal; white-space: pre-wrap;"><span style="font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;"><b>47 SOUL (Palestine) / open FUCKSIA </b></span></span></h3>
<h3 dir="ltr">Con una gran voglia di ballare, dal fiume al mare</h3>
<pre><strong><a href="https://www.arciroma.it/festival/">qui il programma sera per sera</a></strong></pre>
<p dir="ltr">Lo storico appuntamento dell’Estate Romana si reinventa al Parco delle Valli intrecciando la storia del laghetto di Villa Ada con quella della Festa dei circoli Arci  della città metropolitana. 90 circoli, più di 100mila socз, 6 giornate di festa, 10 concerti live, incontri, dj set, laboratori artistici e tanta voglia di tornare a stare insieme</p>
<p dir="ltr">C’è un suono che non si è mai spento del tutto! Un’energia rimasta sospesa, in attesa del momento giusto: è Roma Incontra il Mondo, sei giorni concentrati, intensi, necessari.</p>
<p dir="ltr">Dal 16 al 21 giugno all’Arena Rino Gaetano del Parco delle Valli, senza biglietto d’ingresso – per questa edizione – e aperti a tutti coloro che vorranno far parte della rete Arci.</p>
<p dir="ltr">Un’edizione compatta, radicale nella forma e fedele nello spirito che ha contraddistinto le trenta edizioni di Villa Ada, con il patrocinio del III Municipio che ha accolto con entusiasmo il nostro storico format all’insegna dell’incontro fra le culture, dell’aspirazione alla pace tra i popoli e alla giustizia sociale. Un palco d’eccezione, un modello di convivialità e socialità attento alla relazione con il territorio, con l’ambiente, curioso della città, solidale con le vertenze sociali.</p>
<p dir="ltr"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351942" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/651658323_1484959363195716_4634617638190116780_n-560x747.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<h3 dir="ltr">Stessa attitudine, nuova Intensità.                    <wbr></wbr></h3>
<p dir="ltr">Tutto ciò accadrà intrecciando la scena con quella della Festa dei Circoli di Arci Roma, giunta alla terza edizione dopo aver risuonato festosamente a Parco Pallavicini e al Parco Marta Russo di Labaro.</p>
<p dir="ltr">Con i suoi 90 circoli e 100.000 sociз, più di 5mila iniziative l’anno, Arci Roma anima il territorio metropolitano promuovendo cultura, partecipazione e diritti. E’ un motore di produzione culturale diffusa: sostiene la nascita di associazioni e spazi indipendenti. I circoli sono sempre più protagonisti della scena artistica romana, del dibattito politico e culturale, delle attivazioni territoriali, ciascuno nella sua autonomia e secondo le rispettive vocazioni.</p>
<h3 dir="ltr">i dialoghi</h3>
<p dir="ltr">I temi che risuoneranno ad Arci Roma Incontra il Mondo sono quelli più cari allз sociз e ai circoli: la solidarietà con i popoli oppressi, la denuncia del neocolonialismo in ogni sua forma, l’attenzione alla Palestina (21 giugno), alla sua cultura, al suo popolo che resiste al genocidio.</p>
<p dir="ltr">Il 20 giugno, giorno del Roma Pride, il festival vibrerà in connessione stretta con le comunità lgbtqia+ e agli spazi del transfemminismo.</p>
<p dir="ltr">Particolare attenzione verrà posta sulle politiche giovanili (siamo la rete nazionale con l’età media più bassa) a partire dal grande tema della “città della notte” cancellato dall’agenda politica mainstream decisamente ignara dei nuovi modelli di aggregazione sociale e di fruizione culturale e per questo incapace di rispondere ai bisogni di socialità se non attraverso le lenti fuorvianti delle categorie decoro/degrado e con strette securitarie.</p>
<p dir="ltr"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351949" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/713984024_1020864153790661_6536100483566411890_n-560x700.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p dir="ltr">I dialoghi serali, immediatamente prima dei concerti, vedranno ogni sera sul palco intellettuali, esponenti politici, giornalistз. Si apre il 16 giugno con le “domande vere sulla sinistra” che Salvatore Cannavò (direttore di Jacobin) rivolgerà a Pier Luigi Bersani. Il giorno successivo, mercoledì 17, Sandro Medici e Christian Raimo si confronteranno su “A che punto è la città”, con loro il giornalista. Giuliano Rosciarelli. L’internazionalismo e il mutualismo conflittuale saranno al centro dei ragionamenti del dialogo del 18 giugno tra l’attivista fiorentina Antonella Bundu, già candidata governatorƏ della Regione Toscana, e la scrittrice Valentina Petrini. Il 19 giugno, Martina De Felice (Il Fatto Quotidiano) intervista il professor Alessandro Orsini: “Capire la guerra, immaginare la pace”.</p>
<p dir="ltr">Si chiude all’insegna della Palestina, domenica 21 giugno quando Francesca Fornario intervisterà Maya Issa, presidente del Movimento Studenti Palestinesi in Italia e, in collegamento, Enzo Iachetti. L’intervista sarà preceduta da una tavola rotonda sul boicottaggio culturale curata dalla rete del BDS Roma.</p>
<p dir="ltr">I progetti Sai Aida gestiti da Arci Roma nei Comuni di Roma e Monterotondo, il Progetto Sai Gea gestito da Arci solidarietà a Roma, promuoveranno una serie di attività nell’ambito del festival in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato: mostre, incontri, laboratori e momenti pubblici di confronto.</p>
<p dir="ltr">Già il 16 Giugno è previsto un momento inaugurale a cura di OMAR – Orchestra Multietnica Arcobaleno Roma – in versione acustica, progetto che vuole favorire l’integrazione e il dialogo interculturale, offrire spazi di espressione a musicisti migranti e rifugiatз e testimoniare la ricchezza delle diversità.</p>
<p dir="ltr">Per il 17 giugno si prevede l’inaugurazione dello spazio espositivo curato dai progetti Sai Gea e Sai Aida di Roma Capitale con varie mostre: “Andare, Abitare, Sognare”, “Geografie Ribelli”, “Radici in cammino”, “Abitare le distanze” “AIDALANDtrait”.</p>
<p dir="ltr"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351951" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/39172d38-b407-47bd-858a-716f4e39159a-560x700.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p dir="ltr">Di particolare rilevanza, giovedì 18 giugno, l’attività di formazione a cura di Papia Aktar, responsabile dello sportello immigrazione di Arci Roma, dal titolo “Il nuovo Patto Europeo sul diritto d’asilo: uno stravolgimento del sistema democratico che mette tutti a rischio”, dedicata all’analisi delle trasformazioni in corso nelle politiche europee sull’asilo.</p>
<p dir="ltr">Venerdì 19 giugno sarà la giornata Mondiale del Rifugiato. Si inizierà con il laboratorio di arti visive “Nuvole e Arcobaleni” in cui lз partecipanti verranno guidate attraverso una fiaba alla realizzazione di un manufatto artistico collettivo prodotto dall’inclusione dei singoli segni e dalla scoperta delle loro relazioni. Seguirà l’assemblea pubblica “Parlano loro: gli ostacoli all’integrazione raccontati da chi li ha vissuti. Praticare l’antirazzismo”, spazio di confronto collettivo e partecipazione. L’assemblea si concluderà con un momento conviviale dedicato allз ospiti dei progetti. Il concerto serale verrà introdotto da un cortometraggio “Abitare le distanze”, una restituzione delle aspettative di rifugiatз accolte a Roma, realizzato dal progetto Sai Gea. Attraverso questo percorso di sei giorni, il festival si configura come uno spazio pubblico di narrazione e restituzione del lavoro del SAI, con l’obiettivo di promuovere pratiche concrete e condivise di accoglienza e convivenza.</p>
<h3 dir="ltr">la musica</h3>
<p dir="ltr">Arci Roma Incontra il Mondo si muove nel solco dell’esperienza di Villa Ada stabilendo il contatto tra le tendenze artistiche internazionali e la rete dei circoli romani.</p>
<p dir="ltr">Si apre il 16 Giugno con il concerto di Giulia Mei, che proprio al Parco delle Valli inaugura il suo tour estivo con una nuova scaletta. Il pop d’autore di Giulia Mei intreccia la vocazione cantautorale, gli influssi elettronici e la formazione classica di questa giovane pianista palermitana. Travolgente ed ironica, Giulia porterà tutta la sua energia sul palco, dove incontrerà anche il sound dei Selton.</p>
<p dir="ltr">Nati a Porto Alegre, persi a Barcellona e ritrovati a Milano, i Selton mescolano pop, cantautorato e tropicália. Il loro live è una festa di qualità che sorprende. Oltre ai loro classici, i brani estratti dal doppio album Gringo per la prima volta sui palchi dei festival italiani.</p>
<p dir="ltr"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351946" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/674295303_1516497760041876_1753125453987106774_n-560x700.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p dir="ltr">Il 17 Giugno due band iconiche per un concerto unico, due progetti sonori che hanno segnato la storia della musica alternativa e la colonna sonora dei movimenti sociali: 99 Posse e Asian Dub Foundation. Lo storico gruppo napoletano, pilastro del rap/dub italiano, nato nel 1991 come espressione di un centro sociale occupato, e la band londinese fondata da artisti di seconda generazione, famosa per il sound unico che combina ritmi ragga jungle, linee di basso dub, chitarre punk e trascinanti liriche militanti.</p>
<p dir="ltr">Il 18 Giugno arriva al festival una delle band più amate della scena indipendente italiana: Bandabardò. Sarà la tappa romana del tour celebrativo di Se mi rilasso… collasso, lo storico album live che, a venticinque anni dall’uscita, torna a risuonare nella sua dimensione naturale: il palco. Il progetto continua a evolversi tra musica, parola e sperimentazione, mantenendo un’identità originale e riconoscibile. Una serata per ritrovarsi sotto palco, tra musica, memoria e la potenza di un live anticonformista che continua a parlare al presente.</p>
<p dir="ltr">Prima di Bandabardò salirà sul palco Aldolà Chivalà. Dai soliloqui provocatori di Aldo nei locali del centro di Napoli prende forma un progetto unico: parole recitate e slam si fondono con elettronica e sample, dando vita a una forma ibrida tra poesia orale e canzone. Le liriche, prevalentemente in dialetto napoletano, giocano con suono e significato, attraversando attualità, esistenzialismo e nonsense con ironia e provocazione. Dal primo disco “Discontinuo” (2011), il progetto cresce nella scena underground campana e nei live in Italia e all’estero, tra festival, club e palchi importanti.</p>
<p dir="ltr"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351945" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/672155591_1512413820450270_3816087333927105915_n-560x700.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p dir="ltr">Dopo anni di silenzio discografico, e a pochi mesi dal ritorno con un nuovo album, Frankie hi-nrg mc approda il 19 giugno sul palco del festival per una delle rarissime date italiane di “Voce e batteria”, un progetto essenziale, fisico e potentissimo. L’artista che ha riscritto le regole del rap italiano con brani entrati nella storia della scena sceglie di spogliarsi di tutto il superfluo e riportare la musica alla sua ossatura primaria: voce, batteria, ritmo. Un ritorno all’origine dell’hip hop, senza sequenze né loop, dove ogni suono nasce dal vivo attraverso le bacchette di Donato Stolfi, batterista e compagno di questo viaggio sonoro. Un confronto artistico nato dalla consapevolezza che i testi di Frankie continuano a parlare con impressionante lucidità al presente, conservando intatta la loro forza politica, ironica e visionaria. “Perché c’è bisogno di muoversi ragazzi – ricorda Frankie – altrimenti è un casino”: ed è proprio questa urgenza, viva e pulsante, a rendere “Voce e batteria” molto più di un concerto.</p>
<p dir="ltr">Al ritorno dalla parade del Pride, il sabato del festival, il 20 Giugno, proporrà una performance di Priscilla, attivista queer, antifascista e transfemminista. Si definisce “artivista” perché crede che l’arte possa essere uno strumento rivoluzionario, a disposizione delle lotte per l’autodeterminazione. Per Priscilla ogni lotta è internazionale e in ogni sua performance porta sul palco la Kefiah.</p>
<p dir="ltr">A seguire “Questo è il nostro show”, progetto live con cui Sarafine, cantautrice e produttrice calabrese, continua a ridefinire i confini della performance musicale contemporanea tra dubstep, techno, trap e pop una musica cruda, lucida, personale.</p>
<p dir="ltr">Dopo un primo percorso come cantante e chitarrista folk, vive per molti anni tra Belgio e Lussemburgo dove il suo stile si evolve contaminato dalle sonorità elettroniche tipiche del nord Europa. Nel marzo 2026 pubblica il nuovo singolo “Potevamo fare schifo insieme” e annuncia il “Tour estate 2026”, che la porterà con la sua band nelle città italiane e sui palchi dei principali festival.</p>
<p dir="ltr">Fucksia e 47 Soul saranno protagonistз della serata conclusiva, il 21 Giugno, dedicata alla Palestina.</p>
<p dir="ltr"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351943" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/662066477_1503798207978498_2335861603629970145_n-560x747.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p dir="ltr">Tra dj set e live experience, le Fucksia sono un trio italo-brasiliano transfemminista e queer che unisce attitudine punk, estetica rave e sonorità dance/rap, dando vita a una musica ad alta energia e fortemente politica con testi e pratiche artistiche esplicitamente schierate su temi femministi, queer e politici. Formate nel 2021 con il loro primo EP d’esordio “Twelve” hanno poi nel 2024 pubblicato il loro primo album “EXAGERATE”. Il 4 ottobre 2025 è uscito  il singolo” MURO DI CASSE” che diventa un simbolo delle lotte pro pal in tutta italia. Si susseguono poi la pubblicazione di “1312” condannando gli abusi di potere e la repressione, “BLOCCHEREMO TUTTO” fino all’ultimo singolo uscito ad aprile 2026 “BELLA MER” Un brano che parla di liberazione, resistenza e rifiuto delle narrazioni tossiche.</p>
<p dir="ltr">47SOUL è un collettivo nato nel 2013 tra Giordania, Palestina e Londra che ha creato lo “Shamstep”, un mix di elettronica, hip-hop e Dabke tradizionale. Strumenti e sonorità del Levante e influenze globali per un suono ibrido e testi politicamente inequivocabili. Sul palco si distinguono per live ad altissima energia e quasi sempre sold out nelle principali città globali.</p>
<p dir="ltr">Il loro nome allude al 1947, l’anno immediatamente precedente a quello della fondazione dello stato di Israele e della prima guerra arabo-israeliana, prima di confini che i 47 Soul vogliono cancellare, celebrando la memoria di quel 1947 a suon di musica.</p>
<p dir="ltr"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351944" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/666959858_1507638610927791_7262962774478309554_n-560x700.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<h3 dir="ltr">la logistica</h3>
<p dir="ltr">Il parco delle Valli fa parte della Riserva Naturale Valle dell’Aniene e si trova all’interno della zona urbanistica di Conca D’Oro del III Municipio. Una pista ciclabile lo collega con Villa Ada, la location in cui, tra il 1995 e il 2021, si è tenuta la storica manifestazione dell’Estate Romana.</p>
<p dir="ltr">Il festival è a pochi metri dalla fermata Conca d’Oro della linea B1 della metropolitana e non è distante dalla stazione ferroviaria di Roma Nomentana della FL2. Dopo le ore 24 funzionano i bus notturni MB1 e n92.</p>
<h3 dir="ltr">la socialità</h3>
<p dir="ltr">Lo spazio del festival sarà aperto dalle 15 alle due del mattino. Funzionerà un’area bimbi e ci saranno spazi a disposizione di ONG e associazioni del territorio. Stiamo selezionando i migliori food truck per un’offerta culinaria variegata. La mescita sociale riprodurrà l’atmosfera di socialità dei nostri circoli, con estrema attenzione all’impatto ambientale della festa a partire dalla messa al bando dei prodotti sotto boicottaggio da parte delle campagne contro sionismo e colonialismo e della plastica nelle bottiglie e nelle stoviglie. Prodotti e bevande verranno proposti anche sulla base dell’attenzione dei produttori alla sostenibilità socio-ambientale degli ingredienti e delle filiere. Sarà disponibile solo acqua pubblica e gratuita.</p>
<p dir="ltr">L’ingresso al festival, per questa edizione, è gratuito – sarà sufficiente mostrare all’ingresso la tessera Arci – così che chi frequentava Villa Ada possa incrociare la comunità dell’Arci e confrontarsi insieme su un modello alternativo di aggregazione sociale, capace di sottrarre i linguaggi dell’arte e della cultura a ogni logica consumista e restituirli alla città.</p>
<p dir="ltr">Non è intrattenimento. È spazio politico. È socialità che non si compra.</p>
<p dir="ltr"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351947" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/706971226_1543417454016573_7941798188480710656_n-560x700.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p dir="ltr"><a href="https://docs.google.com/document/d/14awNRw5-SFnbHupVCcDq3zntvVMONizx8Na1QaEawiA/edit?tab=t.0">pressikit </a></p>
<p dir="ltr">ARCI ROMA INCONTRA IL MONDO</p>
<p dir="ltr">Arena Rino Gaetano, Parco delle Valli</p>
<p dir="ltr">Via Conca d’Oro – Roma</p>
<p dir="ltr">Dalle ore 21.30 a mezzanotte concerti main stage a seguire djset.</p>
<p dir="ltr">Sito web: <a href="https://www.arciroma.it/" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.arciroma.it/&amp;source=gmail&amp;ust=1780672041983000&amp;usg=AOvVaw0U7iK3z9yAn3ZiKUsijy9g">https://www.arciroma.it/</a></p>
<p dir="ltr">Facebook: <a href="https://www.facebook.com/ArciRomaIncontrailMondo/" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.facebook.com/ArciRomaIncontrailMondo/&amp;source=gmail&amp;ust=1780672041983000&amp;usg=AOvVaw3ToQQof-y7OBLQYt8SdlN1">https://www.facebook.com/<wbr></wbr>ArciRomaIncontrailMondo/</a></p>
<p dir="ltr">Instagram: <a href="https://www.instagram.com/arci_roma_incontra_il_mondo/" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.instagram.com/arci_roma_incontra_il_mondo/&amp;source=gmail&amp;ust=1780672041983000&amp;usg=AOvVaw0IOFYLods8Q15lsT2gs8wn">https://www.instagram.com/<wbr></wbr>arci_roma_incontra_il_mondo/</a></p>
<p dir="ltr">media partner Rete No Bavaglio | Radio Rock</p>
<p dir="ltr">INFO PER IL PUBBLICO <a href="mailto:arciromaincontrailmondo@gmail.com" target="_blank" rel="noopener">arciromaincontrailmondo@gmail.<wbr></wbr>com </a>Info line (+39) 0641734712</p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/12/arci-roma-incontra-il-mondo-festival-parco-delle-valli/">Con una gran voglia di ballare: il festival di Arci Roma</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/12/arci-roma-incontra-il-mondo-festival-parco-delle-valli/">Con una gran voglia di ballare: il festival di Arci Roma</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>Messico, le madri dei desaparecidos irrompono ai Mondiali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Checchino Antonini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 23:22:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[consumare stanca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Desaparecidos, gentrificazione, accesso all'acqua, sfratti, iperturismo, corruzione e sportwashing: le magagne dei Mondiali Fifa 2026</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3>Desaparecidos, gentrificazione, accesso all’acqua, sfratti, iperturismo, corruzione e sportwashing: le magagne dei Mondiali Fifa 2026</h3>
<p>Le «madres buscadoras», le “madri in cerca” sono giunte giovedì 11 giugno allo Stadio Azteca di Città del Messico per denunciare la crisi delle sparizioni nel Paese e chiedere giustizia per i propri familiari dispersi, in occasione dell’inaugurazione dei Mondiali 2026. La Newsroom del sito Infobae racconta che le madri cantavano “México campeón en desaparición” (Messico campione di sparizioni), mentre la palla rotolava sul campo e le autorità cercavano di respingere le manifestazioni ai margini dello stadio che, con l’inaugurazione di questo pomeriggio della Coppa del Mondo, ha visto tre mondiali di calcio.</p>
<p>Durante la protesta si sono registrati arresti e momenti di tensione, quando alcuni manifestanti hanno cercato di impedire gli arresti tra spintoni, urla e colluttazioni. Al contrario, le madri in cerca dei propri cari invitavano con i megafoni a mantenere l’ordine ed evitare provocazioni.</p>
<p>Con striscioni che recitavano “¿La pelota vuelve a casa y nuestros desaparecidos cuándo?”, “Gobierno omiso, regresa a nuestros hijos”, “Con las buscadoras hasta la final” y “La sangre del país no se limpia con pintura” (“Il pallone torna a casa e i nostri dispersi quando?”, “Governo indifferente, restituisci i nostri figli”, “Con le madri alla ricerca fino alla finale” e “Il sangue del Paese non si lava via con la vernice”), i collettivi hanno cercato di portare al centro dell’attenzione internazionale la crisi delle sparizioni, più di 133.000 persone desaparecidos in Messico.</p>
<p>Le manifestanti hanno anche scandito un conteggio, fino a 43, in ricordo degli studenti di Ayotzinapa scomparsi a Iguala, Guerrero, nel settembre 2014, uno dei casi più emblematici di sparizione forzata in Messico, che include il coinvolgimento dello Stato in combutta con gruppi criminali.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-352003" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/encapuchados-buscan-irrumpir-en-estadio-azteca-arrojan-objetos-a-instalaciones-y-policia_cac96160-22e8-49ec-9cab-ea3d399eeedb_media-560x372.webp" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>«Tutti i soldi che vengono investiti per dipingere, realizzare decorazioni, abbellire la città in vista dei Mondiali. Tutta questa sicurezza che abbiamo qui dietro, tutte quelle risorse economiche, materiali e umane dovrebbero essere concentrate sulla ricerca delle persone scomparse”, ha denunciato Yoltzi Martínez, che da 16 anni cerca sua sorella Yatzil, scomparsa nella località balneare di Acapulco, e che ha contestato il dispiegamento di forze di sicurezza messo in atto in occasione della partita inaugurale. «Il governo ha cercato di abbellire una città, mentre il Paese è sommerso da fosse comuni», ha criticato.</p>
<p>Una delle manifestanti, Ted, ha criticato come “inverosimile che si stia organizzando una festa (per i Mondiali) nel Paese quando ci sono più di 130.000 dispersi”, definendo al contempo “brutale” il fatto che ci siano “un sacco di stranieri e nient’altro per uno spettacolo che avvantaggia economicamente le grandi aziende”. Ha anche definito “terribile” il fatto che le autorità si scontrino “con le madri in cerca dei propri figli” e con persone che manifestavano pacificamente.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-352002" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/encapuchados-buscan-irrumpir-en-estadio-azteca-arrojan-objetos-a-instalaciones-y-policia_c69fabac-eb38-4ae4-bb65-6963135e9b72_media-560x420.webp" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Più tardi, un altro gruppo di manifestanti, alcuni dei quali incappucciati, si è scontrato con centinaia di poliziotti che impedivano loro di avanzare verso lo Stadio Città del Messico. In risposta, i manifestanti hanno lanciato pietre e transenne metalliche contro le forze dell’ordine.</p>
<p>Scrive il quotidiano La Jornada che a Città del Messico un contingente di incappucciati del «blocco nero» è arrivato fino al retro dello stadio Azteca, in particolare all’ingresso del parcheggio presso il cancello 8, dopo aver percorso l’Avenida del Imán, il che ha provocato il ritiro del personale di supporto e dei volontari che si trovavano agli accessi per timore di subire aggressioni. I manifestanti sono riusciti a raggiungere gli edifici poiché in quel tratto della strada non era presente alcuna forza di polizia.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-352001" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/encapuchados-buscan-irrumpir-en-estadio-azteca-arrojan-objetos-a-instalaciones-y-policia_c5fd52f3-2f28-4a0b-8b81-4ca15c3df540_media-560x373.webp" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Una volta giunti nelle immediate vicinanze dell’area, i manifestanti incappucciati hanno dato il via a uno scontro contro un gruppo di agenti della polizia antisommossa (granaderos) che presidiava uno degli accessi. I manifestanti hanno lanciato transenne di plastica verdi, pietre e oggetti vari contro la linea di sicurezza, colpendo gli scudi degli agenti in divisa che effettuavano il contenimento sul posto.</p>
<p>Il Dipartimento di Sicurezza Civica ha dispiegato agenti della polizia a cavallo e personale dei servizi segreti per controllare la situazione. Le forze di polizia hanno effettuato manovre di ripiegamento, costringendo il contingente a ritirarsi dalle porte dello stadio verso il Circuito Azteca e l’Avenida del Imán.</p>
<p>Dopo l’operazione, le forze di sicurezza pubblica mantengono la sorveglianza degli accessi allo Stadio Azteca, mentre il gruppo di persone incappucciate rimane concentrato sulle strade adiacenti sotto la sorveglianza della polizia.</p>
<p>Le contestazioni ai Mondiali FIFA 2026 in Messico non sono arrivate da un unico soggetto politico, ma da una costellazione di movimenti sociali, sindacati, collettivi territoriali e organizzazioni per i diritti umani. Le critiche principali riguardano la gentrificazione, l’accesso all’acqua, gli sfratti, la turistificazione delle città, la gestione delle risorse pubbliche e il tentativo di “ripulire” l’immagine del paese mentre persistono problemi sociali irrisolti.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-352000" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/encapuchados-buscan-irrumpir-en-estadio-azteca-arrojan-objetos-a-instalaciones-y-policia_c3f55d0a-dd9f-4829-b8bd-7dbaca10cc18_media-560x395.webp" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Solo una settimana fa, il Guardian ha riportato la protesta degli insegnanti del sindacato CNTE, il 5 giugno, che chiedono migliori condizioni di lavoro: hanno bloccato il traffico, mentre altri gruppi hanno fatto irruzione in edifici governativi e hanno organizzato una partita di calcio su una strada bloccata. All’inizio della settimana, la polizia antisommossa aveva lanciato gas lacrimogeni contro un gruppo di insegnanti in manifestazione che aveva sfondato una delle barriere metalliche che bloccavano lo Zócalo (in pieno centro, fin dall’epoca coloniale luogo delle grandi manifestazioni popolari, delle celebrazioni nazionali e delle proteste politiche) mentre era in corso l’allestimento dell’arena del fan festival. In occasione dei Mondiali, infatti, lo Zócalo è stato trasformato nel principale FIFA Fan Festival del Messico. Si tratta di una gigantesca area pubblica gratuita dove i tifosi possono seguire le partite su maxischermi, assistere a concerti, partecipare ad attività sportive e vivere eventi culturali legati al torneo. Qui gli insegnanti dissidenti hanno allestito un accampamento per chiedere salari e pensioni più alti. il sindacato ha protestato contro ogni governo indipendentemente dal partito guida, ma il governo attuale lo accusa di azioni violente, la FIFA che esige operazioni di sportwashing e l’inquitante figura di Ricardo Salinas Pliego, una sorta di Berlusconi messicano (possiede tv e un impero economico diversificato), noto per le sue posizioni liberiste e per la forte presenza sui social network, dove interviene frequentemente su economia e politica. Mexico Solidarity Media, sito collegato con The Nation e Jacobin, lo definisce un mix esplosivo.</p>
<figure id="attachment_351998" aria-describedby="caption-attachment-351998" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-351998" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/1032940_Planton-indefinido-de-la-CNTE-en-el-Zocalo_impreso-560x374.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"><figcaption id="caption-attachment-351998" class="wp-caption-text">CIUDAD DE MÉXICO. 20MAYO2025.- Se amplio el plantón de maestros de la CNTE, en el centro histórico de la Capital. Durante el día algunos profesores salen a protestar y otros se quedan con el resguardo del campamento. FOTO: VICTORIA VALTIERRA/CUARTOSCURO.COM</figcaption></figure>
<p>Già parecchi mesi prima dell’evento, i residenti dell’Assemblea di quartiere contro le megacostruzioni a Tlalpan e Coyoacán hanno lanciato un appello per la creazione di un piano d’azione contro gli effetti che i Mondiali del 2026 avranno su Città del Messico. I residenti dei quartieri circostanti lo stadio Azteca hanno espresso la loro preoccupazione per i progetti che l’amministrazione comunale ha portato avanti in vista dell’evento, accusando le autorità di opacità e negligenza.</p>
<p>Sostengono che, mentre la Coppa del Mondo andrà a vantaggio delle grandi aziende partecipanti, tra cui Airbnb, a Città del Messico si registrerà un aumento dell’accaparramento dei terreni e della gentrificazione. Il Piano d’Azione avrebbe dovuto includere gli impatti ambientali della Coppa del Mondo, principalmente per quanto riguarda l’acqua e la produzione di rifiuti.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351997" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/5472-560x373.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Il piano avrebbe dovuto inoltre considerare la pianificazione territoriale, gli effetti che avranno la nuova linea di filobus, la pista ciclabile e il Cablebús, il sistema di telecabine progettato per collegare le zone collinari e periferiche della metropoli con la rete dei trasporti urbani tradizionali.</p>
<p>Per quanto riguarda la turistificazione, si temono aumenti gli sfratti e la perdita di spazi pubblici e collettivi a causa del sovraffollamento turistico.</p>
<p>Loro lo hanno chiamato “un Piano d’Azione che nasca dalla nostra rabbia, dal nostro desiderio di costruire spazi per noi che li abitiamo, non per il grande capitale”.</p>
<p>Ora i sindacati degli insegnanti hanno chiesto la sospensione del Fan Fest; Pedro Hernandez Morales della CNTE ha dichiarato ad Al Jazeera che «il pallone non girerà» se le loro richieste non saranno soddisfatte, ma il governo si rifiuta di fare marcia indietro. La grande abbuffata di calcio è iniziata. Gran parte del centro storico della città, tra cui la Cattedrale Metropolitana e le rovine azteche del Templo Mayor, è stata chiusa al pubblico, ma l’amministrazione della presidente Claudia Sheinbaum è irremovibile: lo Zócalo rimarrà aperto per tutta la durata del torneo.</p>
<p> </p>
<p> </p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/12/messico-le-madri-dei-desaparecidos-irrompono-ai-mondiali/">Messico, le madri dei desaparecidos irrompono ai Mondiali</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/12/messico-le-madri-dei-desaparecidos-irrompono-ai-mondiali/">Messico, le madri dei desaparecidos irrompono ai Mondiali</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>Giacobini neri, fornelli in rivolta e altre storie working class</title>
		<link>https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/11/giacobini-neri-fornelli-in-rivolta-e-altre-storie-working-class/?utm_source=rss&amp;utm_medium=rss&amp;utm_campaign=giacobini-neri-fornelli-in-rivolta-e-altre-storie-working-class</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 15:52:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[culture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 12 al 14 giugno torna a Roma il festival Contrattacco di Edizioni Alegre </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>Dal 12 al 14 giugno torna a Roma il festival Contrattacco di Edizioni Alegre</strong></h3>
<div></div>
<p>Inizia venerdì 12 giugno e andrà avanti fino a domenica 14 il Festival di letteratura sociale Contrattacco, organizzato da Edizioni Alegre a Roma al <strong>Parco del Torrione al Pigneto</strong>, a Roma (via Prenestina 73), ospiti per tre giorni dell’Estate al Torrione organizzata dai circoli Arci del quartiere, Sparwasser e Trenta formiche, e dall’Associazione mutualistica Nonna Roma.</p>
<div>Nei tre giorni si parlerà di Giacobini neri in rivolta, fornelli da assaltare, letteratura working class femminista e senza patria, movimenti di resistenza al genocidio in Iran e in Palestina, Flotille di mare e Flotille di terra lanciate contro l’ingiustizia.</div>
<div>Tra gli altri interverranno il professor <strong>Alessandro Portelli</strong>, la storica fondatrice del <em>manifesto</em> <strong>Luciana Castellina</strong>, la scrittrice <strong>Giusi Palomba</strong>, il giornalista <strong>Gabriele Polo</strong>, l’attivista iraniana <strong>Negin Bank</strong>, la politologa <strong>Paola Rivetti,</strong> l’operaio dell’ex Gkn <strong>Dario Salvetti </strong>e gli attori <strong>Nicola Borghesi</strong> e <strong>Niccolò Fettarappa.</strong></div>
<div><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351990" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/708891403_1611885207609581_4487900920802058511_n-560x700.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></div>
<div></div>
<div><strong><a href="https://edizionialegre.it/notizie/contrattacco2026/">Clicca</a> per leggere tutto il programma</strong></div><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/11/giacobini-neri-fornelli-in-rivolta-e-altre-storie-working-class/">Giacobini neri, fornelli in rivolta e altre storie working class</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/11/giacobini-neri-fornelli-in-rivolta-e-altre-storie-working-class/">Giacobini neri, fornelli in rivolta e altre storie working class</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>Osservare l’inguardabile, sviluppare libertà</title>
		<link>https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/11/osservare-linguardabile-sviluppare-liberta/?utm_source=rss&amp;utm_medium=rss&amp;utm_campaign=osservare-linguardabile-sviluppare-liberta</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Nencioni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 15:42:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[culture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ruolo della fotografia militante nei percorsi di smantellamento del sistema manicomiale a partire dalla mostra in corso a Castelnuovo Magra</p>
<p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/11/osservare-linguardabile-sviluppare-liberta/">Osservare l’inguardabile, sviluppare libertà</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Il ruolo della fotografia militante nei percorsi di smantellamento del sistema manicomiale a partire dalla mostra in corso a Castelnuovo Magra</h3>
<p>“Non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragione d’essere”: questa le parole che Franco Basaglia pronuncia nelle conferenze che, tra il giugno e il novembre <em>del 1979,</em> tenne a San Paolo, Rio <em>de</em> Janeiro e Belo Horizonte, dove si era recato per dialogare con studenti, professori, medici, terapeuti e sindacalisti. Queste parole sono un po’ il suo testamento intellettuale un anno prima della sua scomparsa, ed è proprio la figura dello psichiatra Franco Basaglia (1924-1980) il motivo ispiratore della mostra fotografica <em>La liberazione possibile. Il manicomio, Franco Basaglia e noi</em>, inaugurata Venerdì 5 giugno a Castelnuovo Magra (SP).</p>
<p>La mostra, che è curata da Archivi della Resistenza, con la collaborazione di Tatiana Agliani, vede la partecipazione dei fotografi Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Luciano D’Alessandro, Uliano Lucas, Paola Mattioli, Emilio Tremolada e Enzo Umbaca, che con i loro scatti hanno dato visibilità al cammino che Franco Basaglia ha tracciato rivoluzionando l’assistenza mentale e promuovendo la progressiva abolizione dei manicomi con la Legge 180 del 1978, che porta il suo nome.</p>
<p>“La mostra offre uno sguardo sulla questione psichiatrica e sulla straordinaria storia di Franco Basaglia – scrive Agliani – Abbiamo scelto di concentrarci sul lavoro di sette autori particolarmente significativi che, in diversi momenti storici, hanno raccontato la riforma con scelte narrative diverse l’una dall’altra”.</p>
<p>Se Franco Basaglia fu indubbiamente il protagonista assoluto di quella straordinaria stagione, alla base ci fu una battaglia corale, che consentì di trasformare l’approccio alla malattia mentale da reclusione a cura, e i pazienti da malati a ospiti, restituendo dignità, diritti e libertà a chi era stato recluso ed emarginato. La chiusura di queste istituzioni totali disumanizzanti fu un atto rivoluzionario e trovò nella comunicazione, e in particolare nella fotografia, una alleata fondamentale, che consentì di denunciare la condizione dei malati reclusi, suscitare indignazione e creare consapevolezza. Accanto all’azione politica e scientifica dello psichiatra veneziano, un gruppo di fotografi italiani contribuì infatti a mostrare all’opinione pubblica la realtà nascosta dei manicomi. Nomi come Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Luciano D’Alessandro, Uliano Lucas, Paola Mattioli ed Emilio Mattioli documentarono le condizioni di vita delle persone internate, trasformando la fotografia in uno strumento di denuncia sociale. Le loro immagini restituivano i volti, i corpi e la dignità negata dei ricoverati, mostrando ambienti segnati da isolamento, contenzione e spersonalizzazione. Particolarmente influente fu il volume <em>Morire di classe</em> (1969), realizzato da Cerati e Berengo Gardin con testi di Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, che contribuì a scuotere la coscienza pubblica e a mettere in discussione l’istituzione manicomiale. Questi fotografi non si limitarono a registrare una realtà esistente, ma parteciparono attivamente a un processo di cambiamento culturale: le loro immagini divennero prove visive della necessità di superare una concezione della malattia mentale fondata sull’esclusione e sulla segregazione.</p>
<figure id="attachment_351986" aria-describedby="caption-attachment-351986" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-351986 size-full" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Senza-titolo8-560x859.png" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"><figcaption id="caption-attachment-351986" class="wp-caption-text">Gianni Berengo Gardin, Ospedale Psichiatrico Provinciale di Parma a Colorno</figcaption></figure>
<p>In questo senso, la fotografia fu parte integrante della battaglia che avrebbe portato alla Legge 180 del 1978, contribuendo a diffondere il messaggio basagliano secondo cui la persona affetta da sofferenza psichica doveva essere riconosciuta anzitutto come cittadino titolare di diritti e non come un soggetto da nascondere alla società.</p>
<figure id="attachment_351985" aria-describedby="caption-attachment-351985" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-351985 size-full" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Senza-titolo7-560x377.png" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"><figcaption id="caption-attachment-351985" class="wp-caption-text">Carla Cerati, Ospedale Psichiatrico Provinciale di Gorizia</figcaption></figure>
<p>Come <em>Morire di classe,</em> <em>Gli esclusi</em> di Luciano D’Alessandro ha contribuito a rendere visibile una realtà che fino ad allora era rimasta nascosta agli occhi della società italiana. Attraverso la forza del linguaggio fotografico, D’Alessandro ha trasformato la macchina fotografica in uno strumento di denuncia civile, anticipando e sostenendo il processo di sensibilizzazione che avrebbe accompagnato le battaglie di Franco Basaglia per la chiusura dei manicomi. <em>Gli esclusi</em> è stato uno dei primi reportage fotografici italiani dentro un manicomio, mostrando al grande pubblico ciò che accadeva dietro le mura delle istituzioni totali denunciate dal Nostro psichiatra.</p>
<figure id="attachment_351984" aria-describedby="caption-attachment-351984" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-351984 size-full" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Senza-titolo6-560x760.png" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"><figcaption id="caption-attachment-351984" class="wp-caption-text">Manicomio Materdomini, Nocera Superiore, Salerno</figcaption></figure>
<p>Questo reportage, che appresenta ancora oggi una testimonianza storica di straordinario valore, capace di mostrare come l’esclusione dei malati mentali fosse prima di tutto una questione sociale e politica, oltre che sanitaria, adesso è integralmente in mostra a Castelnuovo Magra.</p>
<p>Il progetto fotografico <em>Tracce di creatività</em> di Paola Mattioli, anch’esso in mostra, documenta la trasformazione culturale avviata da Basaglia, concentrandosi sulle attività artistiche, espressive e creative sviluppate all’interno dei servizi di salute mentale e delle comunità terapeutiche. Le fotografie non mostrano più il malato mentale come vittima passiva della segregazione, ma come soggetto capace di esprimere emozioni, desideri e potenzialità creative. Attraverso laboratori di pittura, teatro, scrittura e attività manuali, Mattioli restituisce un’immagine della sofferenza psichica profondamente diversa da quella veicolata dall’istituzione manicomiale tradizionale. La creatività diventa così una forma di comunicazione, relazione e riconquista della propria identità, in piena sintonia con la visione basagliana che poneva al centro la persona e non la malattia.</p>
<p>Tra le testimonianze fotografiche più significative della stagione basagliana a Trieste si colloca la serie <em>Paradiso terrestre</em>, realizzata da Mattioli nel 1973 presso l’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Trieste. “<em>Paradiso terrestre</em> e un titolo meraviglioso dato a una mia fotografia da qualcuno negli archivi dell’ospedale […] L’ho assunto perché mi sembra un nome meraviglioso e che dà proprio il senso di questo grande stupore che ho provato quando ho aperto una porta, e mi sono trovata davanti un controluce magico di cose appese, un inno alla creatività, una cosa magica, meravigliosa. Poi sai, davanti alle immagini vedi il clima, capisci il clima che ci doveva essere stato” leggiamo nell’intervista all’autrice presente nel catalogo della mostra.</p>
<p> </p>
<figure id="attachment_351983" aria-describedby="caption-attachment-351983" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-351983 size-full" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Senza-titolo5-560x838.png" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"><figcaption id="caption-attachment-351983" class="wp-caption-text">Padiglione P, Ospedale Psichiatrico Provinciale di Trieste “Il Paradiso terrestre”</figcaption></figure>
<p>A differenza dei reportage di denuncia che avevano caratterizzato la fine degli anni Sessanta, il lavoro di Mattioli documenta una fase diversa della rivoluzione psichiatrica: non più soltanto la sofferenza prodotta dall’istituzione totale, ma i processi di liberazione, creatività e reintegrazione sociale promossi da Basaglia e dai suoi collaboratori. Le fotografie sono legate alle attività del <strong>Laboratorio P</strong>, coordinato da Giuliano Scabia, e ai progetti artistici che coinvolgevano pazienti, operatori e cittadini in uno spazio comune di espressione culturale. Il titolo <em>Paradiso terrestre</em> richiama proprio l’idea di un luogo in cui fosse possibile immaginare nuove forme di convivenza e di libertà, superando la separazione tra il “dentro” e il “fuori” del manicomio.</p>
<p>E a Trieste arrivò anche Emilio Tremolada, in mostra con due album. “Ho avuto la fortuna di conoscere Franco Basaglia. Nel 1975 sono stato al San Giovanni, l’ospedale psichiatrico di Trieste, prima a febbraio per alcuni giorni e poi per tutto il mese di agosto. È stata un’esperienza che ha segnato per diversi motivi la mia vita ed è stato il mio primo lavoro da fotografo”, ha dichiarato nell’intervista. Da questa esperienza nasce <em>La follia del posto, </em>una serie di scatti in cui ritrae il lavoro che l’artista Ugo Guarino teneva nell’ospedale psichiatrico, all’interno del padiglione Q, il cosiddetto “modulo Arcobaleno”, oltre a tanti ritratti delle persone incontrate lì dentro.<em> </em></p>
<p>“Mi ricordo molto bene di alcune persone, mi ricordo di Liubo, che suonava il pianoforte nel reparto Q, mi ricordo un altro tipo fantastico con cui non ho mai parlato, solo che lo incontravamo nei viali e lui ci faceva delle suonate con l’armonica a bocca. Una volta si mise a cantare una vecchia canzone con il suo accento friulano e con piccola modifica al testo: ‘Pino solitario ascolta… la canzone dell’alcolizà…’, da lì abbiamo iniziato a chiamarlo Pino Solitario. Poi c’era Regina che ci accompagnava, io e Alessandra arrivavamo di mattina nell’ospedale e cominciavamo a girare nel grande parco con i diversi padiglioni, Regina ci veniva incontro, ci salutava, chiacchierava, era una presenza bellissima, era talmente presente che poi l’ho vista in molte foto di altri fotografi, insomma era proprio una personalità”, ha raccontato Tremolada nell’intervista riportata nel catalogo.</p>
<figure id="attachment_351982" aria-describedby="caption-attachment-351982" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-351982 size-full" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Senza-titolo4-560x376.png" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"><figcaption id="caption-attachment-351982" class="wp-caption-text">Con Regina al bar il Posto delle Fragole, OPP Trieste (agosto 1975)</figcaption></figure>
<p>Nel secondo album, <em>Una perfezione manicomiale, </em>Tremolada riflette sull’eredità materiale e simbolica dell’istituzione manicomiale. Il suo lavoro si concentra sugli spazi rimasti dopo la chiusura dei manicomi, interrogando il rapporto tra architettura, controllo sociale e memoria. Le fotografie ritraggono padiglioni abbandonati, corridoi vuoti, cancelli, mura e ambienti ormai privi dei loro abitanti, ma ancora carichi delle tracce lasciate da decenni di internamento. L’espressione “perfezione manicomiale” richiama l’efficienza con cui l’istituzione totale organizzava e regolava ogni aspetto della vita dei ricoverati, secondo una logica di separazione dal resto della società. Tremolada affronta la decostruzione concettuale del sistema del manicomio per cui fotografa gli spazi manicomiali e li affianca in una serie di dittici alle cartelle cliniche dei pazienti, e ragiona sulla memoria e su quella che è stata la segregazione per i pazienti.</p>
<figure id="attachment_351981" aria-describedby="caption-attachment-351981" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-351981 size-full" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Senza-titolo3-560x418.png" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"><figcaption id="caption-attachment-351981" class="wp-caption-text">Cella di isolamento. Reparto Lombroso. Ospedale Psichiatrico San Lazzaro, Reggio Emilia, a fianco: Pazzo. Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso”, Torino</figcaption></figure>
<p>“In certo modo la stessa operazione la fa anche Enzo Umbaca – scrive la curatrice Agliani – che entra al Paolo Pini, dove ancora ci sono, negli anni ‘90, gli ultimi degenti, durante un laboratorio artistico dentro la struttura: dà la macchina fotografica in mano agli utenti e li lascia liberi di raccontare la propria quotidianità. E la casualità vuole che, all’interno dell’ospedale, trovi una serie di lastre di ritratti fatti ai pazienti fra gli anni ‘30 e ‘60, che e accosta a quelle degli utenti fotografi. Ne nasce una contrapposizione fortissima”.</p>
<p><span style="font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">Uliano Lucas affronta la malattia mentale dal 1975 proponendosi una nuova iconografia attenta a non stigmatizzarla. La sua fotografia non ha abbandonato questi temi, anche dopo l’abolizione del manicomio, ma ha continuato a lavorarci, fornendo così una testimonianza fondamentale per indagare le trasformazioni successive. “Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, egli si è focalizzato sull’essere umano, sulla sua riconquistata fisicità, sulle sue piccole storie vissute al di fuori delle mura delle strutture psichiatriche, sulle esperienze di integrazione sociale sperimentate dai nuovi indirizzi psichiatrici”, ha scritto di lui Gioacchino Toni. Lucas ha raccontato il momento di passaggio, l’apertura delle porte dei manicomi e ha seguito, nel corso di decenni, i vari momenti della nascita dei nuovi centri di assistenza, delle case alloggio, delle nuove forme di terapia, realizzando un reportage lungo 35 anni, come testimonia l’ultima foto in mostra che è del 2010. Sono scatti realizzati in varie parti d’Italia, da Trieste, che non poteva mancare visto che ha ospitato l’avventura di Basaglia, alla Puglia.</span></p>
<figure id="attachment_351980" aria-describedby="caption-attachment-351980" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-351980 size-full" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Senza-titolo2-560x372.png" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"><figcaption id="caption-attachment-351980" class="wp-caption-text">In una casa alloggio del Centro di salute mentale, Grosseto, 2010</figcaption></figure>
<p>Le sue fotografie testimoniano come la chiusura dei manicomi non abbia rappresentato soltanto una riforma sanitaria, ma anche un cambiamento culturale volto a restituire cittadinanza, dignità e possibilità di espressione a persone per lungo tempo escluse dalla vita sociale.</p>
<figure id="attachment_351979" aria-describedby="caption-attachment-351979" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-351979 size-full" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Senza-titolo1-560x372.png" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"><figcaption id="caption-attachment-351979" class="wp-caption-text">Utenti del centro diurno di Lequile ai corsi del laboratorio teatrale “Espressività e benessere”, Lecce, 1998</figcaption></figure>
<p>La mostra offre a tutti e a tutte noi una grandissima opportunità, quella di vedere in una sola volta i materiali di alcuni dei più importanti fotografi e artisti italiani che, nel corso degli anni, si sono occupati della salute mentale e della rivoluzione che in questo campo portò Franco Basaglia, dapprima denunciando la condizione di umiliazione e segregazione dei manicomi, poi documentando e interpretando mano a mano il fermento culturale e politico che riuscì promuovere quella presa di coscienza, con l’apertura delle strutture e il progressivo superamento dell’istituzione. Una straordinaria stagione culturale e sociale dell’anti-autoritasimo italiano, per certi versi irripetibile, a cui la fotografia ha dato un contributo di fondamentale importanza, ma una stagione che ci induce anche a riflettere sul presente e sul fatto che se una liberazione è stata possibile, allora anche altre liberazioni sono oggi possibili.</p>
<p>La mostra, purtroppo non accessibile ai disabili motori, sarà visitabile presso la Torre dei Vescovi di Luni a Castelnuovo Magra (SP), dal 5 giugno al 18 ottobre 2026.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351978" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Senza-titolo-560x560.png" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Il catalogo della mostra, a cura di Archivi della Resistenza, è uscito nella collana “Verba manent – Serie sguardi” presso Edizioni ETS di Pisa. Si può acquistare in loco o sulla grande distribuzione al prezzo di 25 EUR.</p>
<p>“La gente se lo dimentica, ma la liberazione è possibile, perché è stata possibile, perché è possibile sempre… e anche adesso è possibile. Basterebbe crederci ancora” (Uliano Lucas).</p>
<p> </p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/11/osservare-linguardabile-sviluppare-liberta/">Osservare l’inguardabile, sviluppare libertà</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/11/osservare-linguardabile-sviluppare-liberta/">Osservare l&#8217;inguardabile, sviluppare libertà</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>Scatti di liberazione: come si riuscì a chiudere i manicomi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Ruggeri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 12:38:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[culture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 5 giugno al 18 ottobre la Torre dei Vescovi di Luni ospita una delle più ampie ricognizioni fotografiche dedicate alla rivoluzione basagliana</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Dal 5 giugno al 18 ottobre la Torre dei Vescovi di Luni ospita una delle più ampie ricognizioni fotografiche dedicate alla rivoluzione basagliana</h3>
<p>Dal 5 giugno al 18 ottobre 2026 la Torre dei Vescovi di Luni, a Castelnuovo Magra (La Spezia), ospiterà <strong>La liberazione possibile. Il manicomio, Franco Basaglia e no</strong>i, una delle più ampie ricognizioni fotografiche dedicate alla rivoluzione basagliana e alla rappresentazione della malattia mentale nell’Italia contemporanea. Curata da Archivi della Resistenza con la collaborazione della studiosa Tatiana Agliani, la mostra riunisce per la prima volta opere di Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Luciano D’Alessandro, Uliano Lucas, Paola Mattioli, Emilio Tremolada ed Enzo Umbaca, autori che hanno documentato, interpretato e accompagnato il lungo processo che ha portato alla chiusura dei manicomi e alla trasformazione dell’assistenza psichiatrica italiana.</p>
<p>La mostra fotografica delinea un percorso storico e civile che attraversa uno dei passaggi più radicali della storia repubblicana: la messa in discussione dell’istituzione manicomiale e l’affermazione di una nuova idea di cura fondata sulla dignità e sui diritti della persona.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351972" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/709326046_1446222624210323_4893612327092836327_n-560x782.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Al centro del progetto c’è naturalmente la figura di Franco Basaglia, lo psichiatra veneziano che tra gli anni Sessanta e Settanta guidò una battaglia destinata a cambiare profondamente il rapporto tra società e sofferenza mentale. Il suo lavoro culminò nella Legge 180 del 1978, che sancì il superamento degli ospedali psichiatrici, ma fu il risultato di un movimento molto più ampio che coinvolse medici, infermieri, operatori sociali, intellettuali, artisti e fotografi.</p>
<p>Proprio la fotografia ebbe un ruolo decisivo. Se oggi le immagini dei manicomi sono entrate nella memoria collettiva del Paese, lo si deve soprattutto a due libri pubblicati nel 1969: Morire di classe di Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati e Gli esclusi di Luciano D’Alessandro. Le fotografie contenute in quei volumi mostrarono per la prima volta all’opinione pubblica le condizioni di segregazione, abbandono e privazione dei diritti all’interno delle istituzioni psichiatriche italiane. Furono immagini difficili da ignorare, capaci di trasformare una questione confinata agli specialisti in un tema politico e sociale nazionale.</p>
<p>La mostra prende avvio proprio da questi lavori fondamentali. Il percorso espositivo si sviluppa nei sei livelli della Torre dei Vescovi di Luni e segue una scansione cronologica e tematica. Al primo piano trovano spazio le fotografie di Gli esclusi di Luciano D’Alessandro; al secondo quelle di Morire di classe di Berengo Gardin e Cerati; al terzo il reportage realizzato da Paola Mattioli nel 1973 all’ospedale psichiatrico San Giovanni di Trieste, uno dei luoghi simbolo dell’esperienza basagliana. Il quarto piano è dedicato a Uliano Lucas, che dagli anni Settanta fino ai giorni nostri ha continuato a documentare le trasformazioni del sistema psichiatrico italiano. Seguono il progetto Una perfezione manicomiale di Emilio Tremolada e l’installazione Quasi 1000 – Archivio di Enzo Umbaca, realizzata nel 1994.</p>
<p>Accanto alle fotografie, installazioni audiovisive e materiali documentari accompagneranno i visitatori in un viaggio che non si limita alla denuncia del passato. Il titolo stesso, La liberazione possibile, suggerisce infatti una riflessione più ampia: se la chiusura dei manicomi fu una liberazione concreta e realizzabile, quali altre forme di esclusione e marginalità attendono oggi di essere messe in discussione?</p>
<p>La mostra si inserisce nel lavoro pluriennale di Archivi della Resistenza, associazione impegnata nella raccolta di testimonianze orali e nella gestione del Museo Audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo. Negli ultimi anni il gruppo ha realizzato esposizioni dedicate a figure centrali della fotografia italiana e internazionale – Letizia Battaglia, Tano D’Amico, Uliano Lucas, Vivian Maier ecc.. – trasformando Castelnuovo Magra in un osservatorio originale sui rapporti tra memoria, impegno civile e linguaggio fotografico.</p>
<p>L’apertura è stata accompagnata da una cena sociale al Museo Audiovisivo della Resistenza e dal concerto <strong><em>E ti chiamaron matta</em></strong> di Alessio Lega e Rocco Marchi, omaggio all’omonimo album pubblicato nel 1971 da Giovanna Marini e Gianni Nebbiosi, una delle prime opere musicali italiane dedicate alla denuncia della realtà manicomiale. Nei mesi successivi sono previsti incontri con gli autori ancora viventi, seminari, proiezioni, gruppi di lettura e laboratori dedicati ai temi della salute mentale, della fotografia e dei diritti.</p>
<p>A quasi cinquant’anni dalla Legge Basaglia, la mostra offre così l’occasione per tornare a interrogarsi non solo su ciò che è stato il manicomio, ma anche sull’eredità lasciata da quella stagione irripetibile di trasformazione sociale e culturale che contribuì a ridefinire il concetto stesso di cittadinanza.</p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/09/scatti-di-liberazione-come-si-riusci-a-chiudere-i-manicomi/">Scatti di liberazione: come si riuscì a chiudere i manicomi</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/09/scatti-di-liberazione-come-si-riusci-a-chiudere-i-manicomi/">Scatti di liberazione: come si riuscì a chiudere i manicomi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>I fantasmi di Antonio Gramsci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 11:14:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[culture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Roses for Gramsci di Andy Merrifield recensito da Aditya Bahl su The Nation</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Roses for Gramsci di Andy Merrifield recensito da <strong><a href="https://www.thenation.com/article/culture/rose-antonio-gramsci-andy-merrifield/?custno=&amp;utm_source=Sailthru&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=Weekly%206.5.2026&amp;utm_term=weekly">Aditya Bahl</a></strong> su The Nation</h3>
<p>A cinquant’anni dalla prima pubblicazione di Selezioni dai Quaderni dal carcere nel 1971, la battuta rimane popolare: Antonio Gramsci è un comunista che puoi portare a casa dai tuoi genitori. Non importa se sono liberali o maoisti, socialdemocratici o anti-imperialisti, populisti o pacifisti: tutti vanno d’accordo con Antonio.</p>
<p>Le ragioni della popolarità di Gramsci, così come della sua versatilità, risiedono nella forma unica della sua opera. I suoi temi, per esempio, sono sorprendentemente vasti: romanzi a puntate e teatro popolare, consigli di fabbrica e tenute contadine, cattolicesimo e comunismo, impaginazione dei giornali e grammatica comparata, folklore e opera. C’è qualcosa per tutti. Allo stesso tempo, gli scritti carcerari di Gramsci – oltre 3.000 pagine distribuite su 33 quaderni – sono costellati da una miriade di codici e termini “esopici”. Questi codici erano originariamente destinati a confondere i censori fascisti di Benito Mussolini, ma i loro significati diffusi hanno da allora scatenato una serie di accese polemiche. E così, oltre ad attrarre un pubblico insolitamente eterogeneo, l’opera di Gramsci ha anche generato interpretazioni diverse, spesso disparate.</p>
<p>“Subalterno” è un codice per indicare le classi lavoratrici? “Egemonia” è una forza economica o un potere culturale? Gli “intellettuali organici” sono intrinsecamente più progressisti? Le risposte a tali domande dipendono a seconda dello studioso che scegliete: che si tratti, per esempio, di un critico letterario foucaultiano o di un sociologo marxista, di uno storico dei subalterni o di un antropologo postumano. Nel corso degli anni, gli scritti di Gramsci sono stati rivisitati da critici di orientamenti così diversi che ora sono diventati uno specchio: si aprono i suoi libri solo per confermare le proprie convinzioni.</p>
<p>Non sorprende, quindi, che quando lo scrittore inglese Andy Merrifield è arrivato a Roma, sentendosi «intellettualmente svuotato», Gramsci sia venuto in suo soccorso. Nel giugno 2023, Merrifield ha seguito la moglie in Italia per il suo nuovo lavoro. Avendo scritto una dozzina di libri – su pestilenze, città, asini, magia – non era sicuro di avere ancora un libro da scrivere. Le “faccende pratiche” del trasloco lo avevano lasciato esausto, alimentando i timori di un pensionamento anticipato. Una visita al Cimitero Non Cattolico della città, tuttavia, ha presto risolto il suo blocco dello scrittore.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351965" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/61DlpYN3rzL._AC_UF10001000_QL80_-560x838.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Una splendida fioritura di fiori, cicale, uccelli e cipressi: questo cimitero “tropicale” non assomigliava affatto al resto di Roma. Nelle vicinanze si ergeva la piramide egizia di Caio Cestio, risalente a 2.000 anni fa. Le lontane mura aureliane, altrettanto antiche, torreggiavano sulle tombe. Questo “regno magico” era un luogo di riposo appropriato per i famosi abitanti del cimitero: i poeti romantici inglesi John Keats e Percy Shelley. Ma Gramsci? La rigogliosa serenità era in contrasto con le circostanze della vita del rivoluzionario. Gramsci aveva trascorso il suo ultimo decennio sulla terra marcendo, letteralmente, nelle prigioni fasciste. Soffriva di uremia, angina, gotta, lesioni tubercolari, arteriosclerosi e morbo di Pott. Quando morì nel 1937, all’età di 46 anni, la testa di Gramsci era talmente gonfia da assomigliare alle pietre di granito ultraterrene che costellano il paesaggio meridionale della sua Ghilarza natale sin dal Neolitico. In un appropriato ribaltamento di situazione, tuttavia, la sua tomba è diventata da allora un simbolo della liberazione dell’Italia dal regime fascista.</p>
<p>Negli ultimi anni, Merrifield si è guadagnato una reputazione per i suoi ritratti eleganti di marxisti occidentali: il situazionista francese Guy Debord; il critico, poeta e romanziere inglese John Berger; il filosofo e sociologo francese Henry Lefebvre; e, più recentemente, lo stesso Marx. Roses for Gramsci è un’aggiunta gradita, seppur prevedibile, a questa galleria di personaggi. Ciò che sorprende, però, sono i metodi non convenzionali e ludici di Merrifield. In precedenza, in The Amateur (2017), Merrifield aveva abbozzato una severa critica agli “intellettuali professionisti”, la cui ricerca rimane distaccata dal mondo al di fuori dei loro campus e uffici. Abbastanza appropriatamente, Roses for Gramsci non è interessato a riciclare esegesi accademiche dei testi di Gramsci. Merrifield cerca invece un Gramsci vivo, non più sepolto nei libri o nei musei, e tanto meno in un cimitero. Il suo viaggio alla tomba di Gramsci non è stato seguito da una visita in biblioteca. Al contrario, come si addice a un dilettante, Merrifield ha immediatamente iniziato un nuovo lavoro al cimitero.</p>
<p>Gramsci è, a conti fatti, un pensatore incredibilmente popolare: ci sono oltre 23.000 riferimenti alla sua opera – opuscoli, tesi di laurea, articoli di giornale, saggi accademici, opere d’arte — secondo la biografia informale curata dalla Fondazione Gramsci. Solo negli ultimi due anni sono state pubblicate almeno tre nuove biografie. Gianni Fresu ha scritto una biografia intellettuale a tutto tondo, mentre Jean-Yves Frétigné ha messo sotto la lente d’ingrandimento il rivoluzionario (le appendici includono alberi genealogici e un elenco dei visitatori in carcere). George Hare e Nathan Sperber, nel frattempo, hanno ampliato la portata biografica esaminando l’eredità di Gramsci in un contesto contemporaneo di autoritarismo di destra.</p>
<p>Roses for Gramsci, tuttavia, non è una biografia, almeno non nel senso convenzionale del termine. È un libro breve; si è tentati di descriverlo come un ritratto in miniatura. I suoi otto capitoli – con titoli accuratamente curati come “Goblin” e “Una rosa” – danno certamente l’impressione di un raffinato letterato all’opera. Ma a uno sguardo più attento, Merrifield nutre un’aspirazione più alta: vuole ridefinire le nostre idee canoniche e sacrosante sul lavoro intellettuale. La narrazione di Merrifield consiste in appunti istintivi di studi d’archivio, analisi politiche, viaggi, fotografie e ricordi personali. Si avvicina a Gramsci come una persona potrebbe avvicinarsi alla cucina o al giardinaggio. Non sorprende che alcune di queste note diaristiche siano state inizialmente pubblicate sul suo blog.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351967" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/8H96yph8-560x353.jpeg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>La prosa di Merrifield è informale e, per questo motivo, accattivante. E non solo per i lettori generici: anche i gramsciani professionisti apprezzeranno il cambio di scenario. Al cimitero, Merrifield lavora al Centro Visitatori. Il suo ruolo di volontario influenza anche il suo ritratto di Gramsci: Merrifield avrà anche in mano il pennello, ma sono i visitatori a guidarlo. Ad esempio, se l’anziano seduto sulla «panchina di Gramsci» vuole parlare degli antagonisti di Antonio – gli ex hegeliani Benedetto Croce, che in seguito divenne un filosofo liberale, e Giovanni Gentile, che in seguito divenne ministro dell’istruzione fascista – allora quale scelta ha il custode? Dovrà tenere a freno la lingua questa mattina.</p>
<p>Questi vincoli tornano molto utili a Merrifield. Per prima cosa, gli impediscono di scrivere come un pedante o un predicatore, ruoli altrimenti tanto cari ai marxisti di una certa vecchia guardia. Sempre al nostro fianco, Merrifield non ci sta mai addosso. Allo stesso tempo, una dispersione casuale di estranei ravviva l’ambientazione del cimitero. Oltre al flusso costante di devoti locali, che periodicamente sistemano la tomba di Gramsci, incontriamo anche una folla molto più numerosa e internazionale in occasioni festive chiave (il compleanno di Gramsci e il Giorno della Liberazione). Queste celebrazioni tradiscono anche un’inaspettata contesa politica: risulta che, al di fuori del mondo accademico, l’eredità di Gramsci sia oggetto di dispute ancora più accese. L’International Gramsci Society e la Fondazione Gramsci, i cui membri non si rivolgono la parola, organizzano commemorazioni separate nel cimitero.</p>
<p>Merrifield fa spesso la spola tra il cimitero e i luoghi chiave della vita di Gramsci: alloggi, musei e cliniche. Qui, però, non ci si arrovella troppo sui «metodi di ricerca». Di conseguenza, i suoi cambiamenti di prospettiva mantengono la loro freschezza. Quando è pronto, Merrifield annuncia semplicemente: «Mi trovo sotto l’arco d’ingresso dell’Hotel Villa Morgagni». Cento anni fa, questa era una modesta pensione dove Gramsci fu arrestato dagli scagnozzi di Mussolini; ora è “un lussuoso hotel boutique a 4 stelle con 34 camere, dotato di vasche idromassaggio”. Poco dopo, Merrifield ci trasporta a New York, dove è andato a trovare David Harvey per discutere delle teorie economiche dell’amico di Gramsci, Pierro Sraffa. (Harvey era stato allievo di Sraffa a Cambridge e relatore di dottorato di Merrifield a Oxford.) Tra gli altri personaggi del libro – sia viventi che defunti – figurano John Berger (a cui il libro è dedicato), il pittore Renato Guttuso, la traduttrice Maria Nadotti e il regista Pier Paolo Pasolini, il cui lungo poema “Le ceneri di Gramsci” è, di fatto, ambientato al Cimitero non cattolico.</p>
<p>Ma questa è la storia di Gramsci e, come la maggior parte degli studiosi di Gramsci, anche Merrifield incentra la sua narrazione su due figure storiche chiave. Tatiana Schucht, cognata di Gramsci, gli forniva penne e libri, fungeva da contraltare intellettuale nelle loro lettere e alla fine riuscì a far uscire di nascosto i suoi quaderni di prigione. Sraffa, dal canto suo, era il partner di dibattito preferito di Gramsci nei circoli di sinistra: anche dopo essersi trasferito in Inghilterra, continuò a pagare le spese ospedaliere e librarie di Gramsci e condusse una campagna internazionale per la sua liberazione. Le altre relazioni di Gramsci, tuttavia, si rivelarono meno fortunate e furono definitivamente interrotte dalla sua incarcerazione: la sua padrona di casa, Clara, a Torino (non venne mai a sapere della sua morte); sua madre, Giuseppina, a Ghilarza (anche in questo caso non venne mai a sapere della sua morte); e il suo figlio minore, Guiliano, a Mosca (non lo vide mai). Sette decenni dopo, Guiliano, che si era ritirato dall’insegnamento al Conservatorio di musica di Mosca, era ancora alle prese con i costi personali del fascismo italiano:</p>
<p><em>Caro papà, sono invecchiato, ho ottant’anni. Tu sei sempre lo stesso: giovane, intelligente, acuto e bello. Non ti ho mai toccato con le mie mani, ma ti ho sempre accarezzato sulla carta e ti ho abbracciato nei miei sogni.</em></p>
<p>Anche i gramsciani più esperti troveranno nuovi dettagli nel ritratto di Merrifield. In particolare, sono i margini banali dell’opera di Gramsci a brillare di una vivace e ammiccante freschezza. Si pensi al suo pseudonimo preferito – Raksha – per alcuni primi articoli su Avanti! e Il Grido del Popolo. Perché un rivoluzionario dovrebbe prendere in prestito le sembianze di una lupa da Il libro della giungla di Rudyard Kipling? L’attrazione peculiare, persino problematica, di Gramsci per Kipling può essere interpretata in modo proficuo come una tattica machiavellica. Nei suoi Quaderni dal carcere, Gramsci sottolinea esplicitamente l’importanza di estrarre «immagini di potente immediatezza», specialmente dalle opere di un imperialista reazionario come Kipling. Ciononostante, Merrifield avverte che il fascino deviante dei lupi e delle manguste nella vita di Gramsci non può essere semplicemente sommato come gli zero e gli uno su un abaco politico.</p>
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<p>Le radici di questo fascino per gli animali affondano nell’infanzia sarda di Gramsci. Spesso vittima di bullismo a causa del suo aspetto gobbo (la sua colonna vertebrale era deformata a seguito di un incidente avvenuto in tenera età), gli unici amici di Gramsci da bambino erano gli animali: uccelli di ogni tipo (barbagianni, fringuelli, corvi, gazze), oltre a serpenti, lucertole, donnole e ricci. Scrivendo dal carcere al figlio maggiore, Delio, Gramsci mescolava spesso brani tratti da Il libro della giungla con le sue storie sugli amici animali; per i figli di sua sorella, Gramsci tradusse le fiabe dei fratelli Grimm. Sebbene queste favole tedesche avessero ormai 100 anni, Gramsci ipotizzò che avrebbero ancora trovato riscontro nei bambini delle zone più remote del Sud Italia, dove il folklore popolare era pieno di banditi, streghe e creature magiche di ogni genere.</p>
<p>Questa natura arcaica del suo sud natale – Gramsci la teorizzò notoriamente come la “questione meridionale” – era un prodotto storico del “colonialismo interno” dell’Italia. I contadini del sud erano costretti a estrarre materie prime, principalmente prodotti agricoli e minerali, per le fabbriche del nord, che, protette dai dazi all’importazione, godevano di un mercato interno pronto. Oltre ad essere sfruttati, quindi, i meridionali erano anche costretti ad acquistare i beni più costosi del nord. Ma questo squilibrio economico non era sostenuto solo dalla repressione politica. Secondo Gramsci, «un gruppo sociale può, e anzi deve, esercitare la “leadership” (cioè essere egemonico) prima di conquistare il potere governativo». In Italia, la base «egemonica» del «colonialismo interno» risiedeva nella formazione reazionaria della sua intellighenzia. Nel Sud, «intellettuali tradizionali» come Benedetto Croce servivano a legittimare il dominio del clero e dei proprietari terrieri, mentre nel Nord i sindacalisti diffondevano pregiudizi anti-meridionali come lubrificante essenziale per gestire le fabbriche in modo redditizio.</p>
<p>I meridionali si ribellavano periodicamente, ma le rivolte dei banditi e dei veterani di guerra rimanevano «disorganizzate ed episodiche», piene di ogni sorta di idee reazionarie e feudali. Ciononostante, Gramsci si astenne dal liquidare le ribellioni dei subalterni come semplici sintomi di una «falsa coscienza». «Tutti gli uomini», ribatteva, «sono intellettuali», anche se la divisione capitalistica del lavoro permetteva solo a una manciata di loro di diventare «intellettuali di professione». In questo contesto, la propensione di Gramsci per il folklore meridionale era più di un semplice attaccamento sentimentale da parte di un nativo: era una risposta tattica alle forze esistenti dell’egemonia politica. Invece di importare semplicemente una linea marxista “corretta” dall’esterno, Gramsci immaginava un “Manuale popolare del marxismo”, in sintonia con le culture popolari subalterne e in grado di trasformare i semi del malcontento meridionale in germogli organici di coscienza critica.</p>
<p>Come è ormai consuetudine nei cultural studies, Merrifield inquadra l’interesse di Gramsci per le culture subalterne come una critica implicita ai dogmi sovietici contemporanei, compresa la diffusa convinzione nel “primato dell’economia”. Le sue argomentazioni sono certamente convincenti. Né vi è alcun dubbio sull’ingegnosità di Merrifield come narratore. I suoi schizzi della vita di Gramsci scorrono fluidamente, anche se la sua devozione a volte sembra teatrale (a un certo punto, pontifica sull’«animalità» mentre accarezza «Il Generale», un gatto selvatico del cimitero a cui ha dato il soprannome di Engels). È però proprio la gestione maldestra dell’attivismo pre-carcerario di Gramsci a sminuire il suo ritratto, altrimenti vivace. Merrifield propone la consapevolezza culturale come un antidoto sicuro all’ortodossia economica. Ma la sua stessa fissazione sull’identità culturale di Gramsci — «un ragazzo del sud» — oscura i meccanismi sistemici della «questione meridionale».</p>
<p>Come diversi teorici critici nel corso degli anni, Merrifield sostiene l’idea gramsciana di «intellettuali organici» come contrappunto agli «intellettuali tradizionali» e ai «comunisti del nord». Ma come la maggior parte di loro, anche Merrifield rende questa opposizione in termini culturali, celebrando in particolare la capacità degli intellettuali organici di articolare le «passioni elementari» delle classi subalterne. Per Gramsci, tuttavia, un intellettuale organico era essenzialmente un attore politico, uno che svolgeva “funzioni organizzative” organiche al suo contesto. Nessuna delle attività politiche di Gramsci, tuttavia, trova qui menzione. Durante il biennio russo del 1919–20, organizzò attivamente i consigli operai nelle fabbriche metallurgiche di Torino. Sistematicamente trascurati dai critici, questi episodi pre-carcerari custodiscono la chiave non solo dell’enigma della «questione meridionale», ma anche della gamma insolitamente ampia dei testi di Gramsci. Fu proprio il trambusto settentrionale dei partiti socialisti e comunisti italiani – che gestivano giornali, circoli di lettura proletari e club culturali – a plasmare Gramsci in un intellettuale unico e mutevole, altrettanto abile nel recensire romanzi a puntate e la politica del lavoro.</p>
<p>A Torino, i consigli operai intendevano mandare all’aria il «compromesso nordico» tra i sindacati riformisti e gli imprenditori. Ma, non avendo alcun controllo sulle banche o sulla burocrazia, e tanto meno sull’esercito, la loro azione rimase fortemente limitata. Gli operai potevano occupare le fabbriche e persino dimostrare di essere in grado di gestirle autonomamente. Ma tali occupazioni non potevano durare, tanto meno trasformare i rapporti di potere esistenti in Italia. Sebbene fosse stato sonoramente sconfitto, Gramsci continuava a insistere sul fatto che una vittoria politica al nord fosse essenziale per costruire un fronte unico con i contadini del sud. Dati gli scarsi livelli di produttività agricola nel sud, la rigenerazione politica dei meridionali non era semplicemente un problema culturale. A meno che gli operai del nord non avessero conquistato in modo permanente le loro fabbriche, un trasferimento democratico di nuove tecnologie agrarie verso il sud era impossibile. In assenza di queste trasformazioni materiali, Gramsci avvertì che politiche progressiste come le riforme agrarie avrebbero solo alimentato gli «istinti da latifondista» dei compagni meridionali.</p>
<p>Tali riflessioni interconnesse sulla politica nazionale e di classe mancano nel ritratto di Merrifield. Queste omissioni, a loro volta, influenzano anche le sue ansie riguardo alla rilevanza contemporanea di Gramsci: «No, non è stato dimenticato, mi rassicurai; no, non è stato dimenticato». Come per sottolineare questo punto, quindi, ovunque vada, Merrifield vede solo Gramsci: nei musei, negli archivi, nelle cliniche, per le strade. È significativo, inoltre, che le sue escursioni etnografiche non ci presenta mai operai, contadini, pastori o rifugiati. Al contrario, Merrifield è sempre più ossessionato dal voler catturare le proprie impressioni sull’epoca di Gramsci: «un odore, la trama del paesaggio culturale e naturale… lo sguardo sui volti delle persone, la luce e il calore della regione, la sua aridità polverosa, il sole che picchia forte». La succulenza di queste dense descrizioni, tuttavia, non alimenta la visione politica di Gramsci.</p>
<p>Quando Merrifield occasionalmente alza lo sguardo da queste trame per valutare il mondo che lo circonda, anche le sue frasi, fino a quel momento crepitanti di arguzia e intuizione, cominciano a vacillare. Per spiegare l’attuale virata a destra del Paese, ricicla una serie di pallidi cliché, tra cui il «lavaggio del cervello diffuso». La gente, ci viene detto, soffre di «falsa coscienza». Gli intellettuali, nel frattempo, hanno «deluso il popolo, si sono ritirati nei nostri campus universitari, si sono dedicati ai comitati di gestione e alle valutazioni di ricerca». Queste critiche agli accademici sono curiose – non perché non siano vere, ma piuttosto perché, nonostante il suo vagare al di fuori dei campus, gli orizzonti politici del «dilettante» di Merrifield sembrano altrettanto limitati. Affascinato dalla figura storica di Gramsci, egli appare sempre più slegato dalle realtà politiche ed economiche contemporanee.</p>
<p>Lavorando a Torino, Gramsci ipotizzò che la “centralizzazione industriale” si sarebbe presto “diffusa all’intero mondo dell’economia borghese”. Eppure le industrie del Nord del mondo hanno da tempo chiuso i battenti, per poi riemergere sotto forma di fabbriche informali a condizioni di sfruttamento e impianti di assemblaggio nel Sud del mondo. Analogamente, la ristrutturazione dell’agricoltura mondiale guidata dagli Stati Uniti ha da tempo vanificato le speranze riposte da Gramsci nell’agricoltura meccanizzata. A partire dal dopoguerra, i programmi statunitensi di aiuti alimentari hanno diffuso nuovi macchinari e fertilizzanti in tutto il mondo postcoloniale, esponendo i contadini locali alla concorrenza delle aziende agricole capitalistiche altamente sovvenzionate del Nord del mondo. Nel corso del tempo, le crisi economiche ed ecologiche in queste zone interne del Sud hanno creato enormi masse urbane di lavoratori superflui. Di conseguenza, i “meridionali” contemporanei appaiono sempre più intrappolati nelle maglie globali delle catene di approvvigionamento e delle rotte migratorie. Anche se Merrifield punzecchia gli “intellettuali professionisti” nelle loro gabbie universitarie, dice poco della “questione meridionale” del nostro tempo, e ancora meno degli “intellettuali organici” che combattono queste nuove divisioni globali del lavoro.</p>
<p>Dato il suo evidente talento di scrittore, non sorprende che Merrifield sia in grado di superare questi limiti per evocare un finale, artistico volo di immaginazione. La sua narrazione si conclude con un’aria di contro-storia, indagatrice e forense: e se, nel 1937, Gramsci fosse sopravvissuto alla sua malattia a Roma, invece di morire pochi giorni prima di essere rilasciato dal carcere? E se fosse riuscito a tornare in Sardegna? È affascinante immaginare il nostro rivoluzionario appassito in modo diverso: dotato di una scintillante dentiera, mentre beve l’aperitivo con i suoi paesani, e fare tranquille passeggiate avvolti nel tipico scialle da pastore. Questa vacanza sarda, tuttavia, non poteva durare a lungo. L’esercito fascista di Mussolini avrebbe presto calpestato l’isola, pronto a gettare oltre il Mediterraneo una rete di imperialismo ancora più ampia.</p>
<p>Dove sarebbe andato Gramsci? Un traghetto da Porto Torres a Marsiglia? E da lì, un viaggio sulla famosa Capitain Paul Lemerle verso la Martinica? Sui ponti di questa famosa nave da carico, il nostro folklorista del comunismo si sarebbe scontrato con un gruppo chiassoso di dissidenti in fuga dalla Gestapo: i surrealisti André Breton e Wilfred Lam, la fotografa Germaine Krull, l’antropologo Claude Lévi-Strauss e l’anarco-bolscevico Victor Serge. Ma la Martinica, controllata dalle forze collaborazioniste di Vichy, non avrebbe offerto un rifugio sicuro. Né Gramsci avrebbe potuto seguire i suoi compagni di viaggio a New York: gli sarebbe stato negato l’ingresso negli Stati Uniti perché era stato membro del Partito Comunista Italiano. Come il compagno Serge, allora, Gramsci si sarebbe stabilito invece a Città del Messico? E gli apparatchik di Stalin, che gli negarono la richiesta di asilo prima della sua morte (pensavano che fosse un «trotskista nascosto»), lo avrebbero alla fine seguito nella sua nuova dimora?</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351969" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/tomba_g-560x420.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Queste speculazioni sono stimolanti. Ma mettendoci oggi nei panni di Gramsci, non è la favola di una partenza individuale, bensì la notizia di un arrivo collettivo a stimolare la nostra immaginazione. Se socchiudessimo leggermente gli occhi, probabilmente vedremmo una strana imbarcazione alla deriva al largo di Porto Torres, che trasporta decine di rifugiati provenienti da Tunisia, Iraq, Marocco, Siria, Afghanistan, Senegal e India. Una pattuglia della Guardia di Finanza intercetterà questa imbarcazione prima che possa attraccare? Oppure i membri di <strong><a href="https://www.arci.it/campagna/mediterranea-saving-humans/">Arci Mediterraneo</a></strong> (si riferisce a Mediterranea Saving Humans, ndT) accoglieranno i rifugiati con coperte e cibo? E che ne sarà di questi rifugiati nei prossimi giorni? Troveranno alloggio in un centro di accoglienza locale? O verranno prelevati dai famigerati caporali, che, sequestrando loro i documenti, li condanneranno al purgatorio delle campagne del Sud Italia? Raccoglieranno pomodori e angurie in Puglia o olive e agrumi in Sicilia? Intrappolati in una varietà di barracopoli e tendopoli, questi fuggitivi incontreranno mai un riferimento ad Antonio Gramsci, ad esempio, nei graffiti di strada o in <strong><a href="https://campagneinlotta.org/?s=radio">una stazione radio</a></strong> gestita da Campagna de Lotta (così nel testo, ndT)? E se sì, cosa ne penseranno della “questione meridionale”?</p>
<p> </p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/07/i-fantasmi-di-antonio-gramsci/">I fantasmi di Antonio Gramsci</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/07/i-fantasmi-di-antonio-gramsci/">I fantasmi di Antonio Gramsci</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>Fanculo il capitalismo, iniziando dai videogiochi</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 23:11:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Fuck Capitalism Jam», l’evento dedicato ai videogiochi che rifiuta di piegarsi all'industria, per «contribuire il più possibile a sviluppare un pensiero critico» </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>«Fuck Capitalism Jam», l’evento dedicato ai videogiochi che rifiuta di piegarsi all’industria, per «contribuire il più possibile a sviluppare un pensiero critico»</h3>
<pre><a href="https://www.mediapart.fr/journal/culture-et-idees/060626/fuck-capitalism-jam-l-evenement-de-jeu-video-qui-refuse-de-ceder-aux-patrons">Théo <strong>Dezalay</strong></a> per <a href="https://www.mediapart.fr/journal/culture-et-idees/060626/fuck-capitalism-jam-l-evenement-de-jeu-video-qui-refuse-de-ceder-aux-patrons">Mediapart</a></pre>
<p>Il mondo dei videogiochi è abituato alle jam (o jam-session), quei momenti in cui diversi team informali di sviluppatori e sviluppatrici si riuniscono per creare giochi su un tema comune. Alcune si svolgono in uno spazio fisico e seguono temi consensuali: «crescere» o «onde». La «Fuck Capitalism Jam» (FCJ), invece, si svolge online per un mese intero e il suo tema rimane lo stesso nel corso degli anni: «Fanculo il capitalismo».</p>
<p>Dal 2023, questa jam permette ogni anno la creazione di 70-110 videogiochi (o talvolta testi, musiche, giochi di ruolo da tavolo…) accomunati dall’odio per il sistema capitalista. Tra i titoli di punta degli ultimi anni: un <a href="https://coleyoung02.itch.io/la-danza">simulatore politico</a> in cui si cerca di condurre una campagna elettorale in America Latina nel 1972 sotto il naso della CIA, un <a href="https://polinasaurus.itch.io/bigcitylifeinberlin">gioco dell’oca</a> che esplora la rete solidale berlinese e un’appassionante riproduzione del <a href="https://molleindustria.itch.io/meet-me-at-the-workers-club">padiglione sovietico</a> dell’Esposizione Universale del 1925, con il suo «club dei lavoratori» di Alexander Rodchenko.</p>
<p>Per innovare nella forma, alcuni giochi si divertono anche a stravolgere i codici del genere. <a href="https://yo252yo.itch.io/centrist-simulator">Centrist Simulator</a> è un «idle game», quel tipo di gioco in cui solitamente si vince lasciando scorrere il tempo, solo che qui si tratta invece di agire il più rapidamente possibile per contrastare l’inazione climatica, che miete nuove vittime ogni secondo. Il curatissimo<a href="https://threefrogsgames.itch.io/fck-capitalism"> F&lt;3ck Capitalism</a> è un “dating sim”, un gioco di flirt – in questo caso con il capitalismo e il socialismo personificati. Mentre <a href="https://stabalarash.itch.io/the-tower-must-fall">The Tower must Fall</a> è una parodia del successo indipendente Slay the Spire, un gioco di combattimento con le carte, questa volta contro mostri che rappresentano il capitale, la televisione e la polizia.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351957" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/15qIUg-560x313.png" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Va precisato che i giochi sono pensati piuttosto per anglofoni a proprio agio con i videogiochi. D’altra parte, possono essere installati su qualsiasi computer e spesso sono persino giocabili direttamente dal browser.</p>
<h3>«Un semplice ingranaggio in una macchina»</h3>
<p>Naturalmente, la Fuck Capitalism Jam ha più da offrire di una manciata di giochi ben rifiniti. Come tutte le jam di videogiochi, assume la forma di un allegro caos in cui si mescolano piccoli progetti divertenti, prototipi incomprensibili, grandi creazioni curate e volantini dal potenziale ludico discutibile. Un’eterogeneità benvenuta: la diversità dei formati, dei temi, delle intenzioni e dei risultati permette proprio di esplorare in profondità la questione anticapitalista.</p>
<p>L’obiettivo è «creare un senso di comunità, fare rumore e aiutare il più possibile a sviluppare un pensiero critico», spiega a Mediapart il collettivo organizzatore dell’evento, «un piccolo gruppo di amici» che coltiva l’anonimato e di cui si ignora il paese di provenienza.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351959" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Gcee4E-560x147.png" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>«Eravamo tutti appassionati di jam e allergici al capitalismo, quindi l’idea della FCJ è nata in modo naturale», spiegano.<br>
I temi dei giochi creati durante la jam evolvono con l’attualità, dalla rielezione di Donald Trump all’ascesa dell’intelligenza artificiale. Quest’anno, la nota di intenti della FCJ ha adottato un discorso febbrile contro la guerra: «Il capitalismo sta crollando […]. Quei fottuti psicopatici che ci governano stanno cercando di trascinarci in una nuova guerra mondiale. […] Non possiamo farci cogliere di sorpresa, […] bisogna porre fine all’escalation della guerra.»<br>
Ma il cuore della Fuck Capitalism Jam è sempre consistito in un insieme di giochi personali, racconti intimi, saggi spietati sulla difficoltà del mondo del lavoro, della società della sorveglianza, dello stile di vita operaio. Una tradizione cara agli organizzatori e alle organizzatrici, convinti che «la condivisione di esperienze personali e commoventi» sia particolarmente incisiva.<br>
Le reazioni dei giocatori e delle giocatrici abbondano in questo senso, poiché, spesso, altri partecipanti alla jam o semplici passanti digitali lasciano un commento commosso quando il gioco è riuscito a toccare un punto sensibile. «Rende davvero bene l’impressione di essere un semplice ingranaggio in una macchina», commenta qualcuno sulla pagina di <a href="https://moreteethplease.itch.io/i-am-fortunate">I am Fortunate</a>, dove si discute con i colleghi durante un viaggio in ascensore lugubre e interminabile. «È allo stesso tempo «Deprimente e realistico», commenta con entusiasmo un altro internauta davanti a <a href="https://abnormalhumanbeing.itch.io/you-dont-have-to-smile">You Don’t Have to Smile</a>, dove bisogna sforzarsi di mantenere un grande sorriso mentre si preparano i caffè.</p>
<p>L’abbondanza di giochi molto critici nei confronti del mondo del lavoro è uno degli aspetti salienti della FCJ. Nei videogiochi, le critiche sociali vengono solitamente espresse in modo ironico e<a href="https://www.courrierinternational.com/revue-de-presse/jeux-video-outer-worlds-le-capitalisme-de-lavenir"> con molta cautela</a>. Gli eccessi delle multinazionali possono essere derisi, ma non attaccati frontalmente; in ogni caso, è raro che il mondo del lavoro venga preso di mira, forse perché la maggior parte dei giochi viene prodotta in spazi il cui nome incantevole di «studio» nasconde una banale realtà aziendale.</p>
<h3>Ritardo</h3>
<p>Ma all’interno della Fuck Capitalism Jam, senza scopo di lucro né criteri di ammissione, tutto è permesso. Così molti lavoratori e lavoratrici si prendono qualche ora o qualche giorno per dare vita a una testimonianza sull’alienazione che subiscono. La precisione chirurgica di <a href="https://yomissmar.itch.io/you-cant-win-this-game">You Can’t Win This Game</a>, gioco minimalista su un musicista che si logora in un lavoro di ripiego aggrappandosi al suo sogno di registrare un album, ha così suscitato una valanga di elogi da parte di utenti che vi si riconoscevano tristemente.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351958" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/o2e86O-560x444.png" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Per gli organizzatori e le organizzatrici della FCJ, questa emulazione comunitaria è solo la punta dell’iceberg. Introducendo l’anticapitalismo nell’ambiente dei videogiochi indipendenti, sperano che sempre più creatori e creatrici ne facciano proprio. «Ha funzionato per i movimenti femministi e LGBTQ+, almeno nel milieu da cui proveniamo», precisa il gruppo.</p>
<p>«Tra qualche anno, quando alcuni di questi sviluppatori e sviluppatrici ricopriranno posizioni influenti all’interno di grandi aziende, vedremo apparire un numero maggiore di giochi destinati al grande pubblico che veicolano messaggi anticapitalisti, anche se solo in modo indiretto», prosegue il collettivo. «Le persone che ci governeranno tra venti o trent’anni saranno cresciute giocando ai videogiochi, forse più che guardando film o leggendo libri. Non è così assurdo pensare che i giochi sviluppati nei prossimi decenni potrebbero gettare i semi di un futuro più benevolo», spera.</p>
<p>Va detto che, in materia di politica, i videogiochi sono in ritardo rispetto alle altre arti. Se basta entrare in una libreria o in un negozio di dischi per riempire una carriola di libri sovversivi o di dischi punk, il compito è più complesso con i negozi di videogiochi.</p>
<p>Mediapart ha già raccontato come la politica sia vista come un elemento repellente sia dagli editori che dagli sviluppatori: è un elemento che rischia di far perdere vendite e di attirare guai piuttosto che creare consenso attorno al videogioco. Le eccezioni esistono, <a href="https://www.mediapart.fr/journal/culture-et-idees/011125/citizen-sleeper-2-le-fer-de-lance-du-jeu-video-anticapitaliste-arrive-en-francais">e si distinguono</a> per la loro capacità di parlare della società senza mezzi termini, ma rimangono rare.</p>
<p>Anche se l’evento rimane semiclandestino, la proliferazione di rivendicazioni del Fuck Capitalism Jam è quindi preziosa. Lo si capisce ancora di più se lo si mette a confronto con il Summer Game Fest, il grande raduno annuale dei videogiochi.</p>
<p>Questo festival festoso, in combutta con l’industria, si è specializzato nel tacere o minimizzare le turbolenze del settore, nonostante sia stato colpito da <a href="https://www.mediapart.fr/journal/economie-et-social/110226/leur-demande-d-arreter-avec-leur-autoritarisme-forcene-trois-jours-de-greve-chez-ubisoft-geant">una valanga di piani di licenziamento</a> dal 2022. Si svolge proprio questo fine settimana, cinque giorni dopo la chiusura dell’edizione 2026 del Fuck Capitalism Jam. Cinque giorni di distanza, ma un mondo di differenza.</p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/07/fuck-capitalism-jam-videogiochi/">Fanculo il capitalismo, iniziando dai videogiochi</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/06/07/fuck-capitalism-jam-videogiochi/">Fanculo il capitalismo, iniziando dai videogiochi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>Teatro d’evasione per Le Donne del Muro Alto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Ruggeri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2026 15:30:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[culture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Rebibbia al Teatro Nazionale: il 4 giugno le detenute-attrici portano in scena “Desdemona” per la prima volta fuori dal carcere</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 data-start="0" data-end="99"><strong data-start="14" data-end="99">Da Rebibbia al Teatro Nazionale, </strong><strong data-start="14" data-end="99">per la prima volta fuori dal carcere</strong><strong data-start="14" data-end="99">: il 4 giugno le detenute-attrici portano in scena “Desdemona” </strong></h3>
<p class="isSelectedEnd">Per la prima volta nella storia del carcere femminile di Rebibbia, un gruppo di detenute varca i cancelli dell’istituto per salire sul palcoscenico del Teatro Nazionale. Il 4 giugno il Teatro dell’Opera di Roma presenta <em>Desdemona – Studio I</em>, spettacolo scritto e diretto da Francesca Tricarico, già rappresentato il 20 maggio all’interno della struttura penitenziaria, nell’ambito di un progetto promosso insieme all’Associazione Per Ananke con il sostegno della Chiesa Valdese, delle Officine di Teatro Sociale della Regione Lazio e di Fondazione Roma.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351939" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/000009122-560x380.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p class="isSelectedEnd">Protagoniste sono <em>Le Donne del Muro Alto</em>, la compagnia composta da detenute-attrici che da anni partecipa ai laboratori teatrali coordinati da Tricarico. Clizia, Dorota, Irina, Maria e Lucia condividono la scena con le attrici Luana Basilico e Bruna Arceri e con due artiste del programma “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma: il soprano Jessica Ricci e la pianista Elettra Aurora Pomponio. Le scene sono firmate da Sofia Sciamanna, le luci da Zofia Pinkiewicz, i costumi da Marina Sciarelli, realizzati dal Teatro dell’Opera di Roma, mentre le musiche originali sono di Gerardo Casiello.</p>
<p class="isSelectedEnd">Lo spettacolo intreccia tre piani narrativi: la tragedia dell’<em>Otello</em> di Shakespeare, la partitura verdiana e la storia della <em>Lady Juliana</em>, la nave che alla fine del Settecento trasportò circa 250 donne deportate dall’Inghilterra alle colonie australiane. Teatro, opera e storia si fondono così in una riflessione sulla condanna, sulla sopravvivenza e sui meccanismi di esclusione che attraversano la condizione femminile.</p>
<p class="isSelectedEnd">«È difficile accettare una Desdemona che diventa Otello – spiega Francesca Tricarico – ma è la stessa difficoltà che incontriamo quando non vogliamo confrontarci con la detenzione femminile e preferiamo vedere il reato anziché la persona. Non si tratta di giustificare, ma di comprendere: solo comprendendo le cause si può evitare che la storia si ripeta».</p>
<p class="isSelectedEnd">Regista e ideatrice del progetto <em>Le Donne del Muro Alto</em>, Tricarico lavora dal 2013 all’interno della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, dove ha sviluppato laboratori e produzioni teatrali nelle sezioni di Alta e Media Sicurezza, estendendo successivamente l’esperienza anche al carcere di Latina e alla sezione transgender di Rebibbia Nuovo Complesso. Nel suo percorso professionale figurano inoltre la collaborazione con i Fratelli Taviani per <em>Cesare deve morire</em> e quella con Mario Martone per il film <em>Fuori</em>.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351937" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/712005586_18400627876155881_4255330182271188938_n-560x747.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>In <em>Desdemona – Studio I</em> l’Otello non appare mai in scena. La sua assenza diventa il centro del racconto, lasciando che sia Desdemona a farsi figura simbolica e politica. Attraverso di lei emergono le dinamiche di controllo, giudizio e disciplinamento che segnano la vita delle donne. La storia delle deportate della <em>Lady Juliana</em> e quella delle detenute contemporanee finiscono così per dialogare, mostrando come il linguaggio e le istituzioni abbiano spesso il potere di definire, classificare e trasformare le persone, ma anche come il teatro possa restituire loro una voce.</p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/31/teatro-devasione-per-le-donne-del-muro-alto/">Teatro d’evasione per Le Donne del Muro Alto</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/31/teatro-devasione-per-le-donne-del-muro-alto/">Teatro d&#8217;evasione per Le Donne del Muro Alto</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>La Resistenza ricordata dai giovanissimi di oggi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2026 15:13:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[culture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 4 al 7 Giugno. Al via la IV edizione di La Resistente – Festival della memoria e della Liberazione. Laboratori, visite guidate, proiezioni all’aperto</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><b>Al via la IV edizione di La Resistente – Festival della memoria e della Liberazione. </b><b>Laboratori, visite guidate, proiezioni all’aperto</b></p>
<p class="p1">Roma, 4–7 giugno 2026 <b>Museo storico della Liberazione</b></p>
<p class="p1">Via Tasso. A Roma, nel luogo simbolo della memoria della Resistenza, quest’anno prendono la parola le persone giovani.</p>
<p class="p1">Dal 4 al 7 giugno 2026 torna <b>La Resistente – Festival della memoria e della Liberazione</b>, negli spazi del Museo storico della Liberazione di via Tasso, con una quarta edizione che segna un passaggio decisivo: affidare lo sguardo, il racconto e il dialogo a bambine, bambini e adolescenti.</p>
<p class="p1">L’iniziativa è a firma del Museo storico della Liberazione, in collaborazione con A.G. Di Donato, sotto la direzione artistica di Susanna Nicchiarelli. Per la prima volta, le persone under 18 saranno parte attiva del festival: condurranno presentazioni editoriali, dialogheranno con i cast dei film in programma e accompagneranno il pubblico nelle visite guidate del Museo, in un percorso realizzato in collaborazione con Associazione Genitori Di Donato e con le scuole del territorio. La curatela di questa edizione è affidata alla regista Susanna Nicchiarelli, che, sottolineando il valore di una memoria intesa come spazio vivo e condiviso, da attraversare e interrogare continuamente, afferma “Ho scelto di affidare il Festival alle nuove generazioni perché la memoria è un terreno vivo da attraversare e interrogare. Le ragazze e i ragazzi sono parte attiva di questo processo, e il loro sguardo ci obbliga a porre domande nuove anche alle storie che pensiamo di conoscere.”</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351929" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Card-Memoria-Giovane_La-Resistente_Festival-Museo-storico-Liberazione-560x560.png" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p class="p1">Il programma si sviluppa nell’arco di quattro giornate tra incontri, presentazioni, proiezioni, visite guidate e momenti di approfondimento, mantenendo quella dimensione interdisciplinare che negli anni ha reso il Festival uno spazio riconosciuto di riflessione civile. Accanto alla ricerca storica e al racconto letterario, il linguaggio audiovisivo assume un ruolo centrale, come dispositivo capace di attivare immaginari e aprire domande. In questa direzione si inserisce la proiezione di <i>C’è ancora domani</i> di Paola Cortellesi, scelto per la sua capacità di parlare a un pubblico giovane attraverso un racconto accessibile e insieme profondamente politico. La scelta del film celebra inoltre una ricorrenza fondamentale: gli ottant’anni dal riconoscimento del diritto di voto alle donne in Italia, una conquista che, nel 1946, ha ridefinito l’idea stessa di cittadinanza e partecipazione.Accanto al film, la serie <i>Fuochi d’artificio </i>di Susanna Nicchiarelli amplia questo sguardo, proponendo una narrazione capace di intercettare il linguaggio e la sensibilità delle nuove generazioni e di riattivare, attraverso il racconto per immagini, una riflessione sulla guerra di Liberazione, sui diritti e sulla costruzione della cittadinanza. In entrambi i casi, la visione si trasforma in occasione di confronto: saranno le ragazze e i ragazzi coinvolti nel progetto a dialogare direttamente con i cast, aprendo uno spazio vivo di discussione e interpretazione.</p>
<p class="p1">Particolarmente significativa è la scelta di affidare alle persone adolescenti la conduzione delle visite guidate del Museo storico della Liberazione: un gesto che trasforma il museo da luogo di conservazione a spazio attivo di trasmissione, in cui la memoria viene riletta, tradotta e restituita da chi oggi abita il presente.</p>
<p class="p1">“In questo processo” continua Nicchiarelli “l’empatia diventa una leva centrale: quando le persone riescono a riconoscersi nelle storie, queste smettono di apparire lontane, e diventano materia viva. È in questo scarto che la memoria si trasforma in esperienza personale e condivisa. Affidando la parola alle nuove generazioni, il festival riconosce nelle ragazze e nei ragazzi non soltanto il pubblico di domani, ma soggetti culturali e politici del presente.”</p>
<p class="p1">Tra gli appuntamenti, oltre alle visite guidate al Museo, presentazioni di libri curate da Rosaria Marracino, laboratori musicali con Anonima Frottolisti, workshop di scrittura creativa con Andrea Bouchard e una speciale passeggiata domenicale al Casino Giustiniani Massimo al Laterano. Gli eventi saranno distribuiti tra gli spazi interni ed esterni del museo e culmineranno nelle ore serali con proiezioni gratuite aperte alla cittadinanza alle quali saranno presenti attori e attrici protagonisti. “Nel luogo che testimonia e racconta la violenza dell’occupazione nazista e la lotta per la Liberazione, la memoria diventa, grazie al Festival, esperienza condivisa e attraversamento generazionale, capace di costruire un ponte e mettere in relazione passato e presente.” chiude il Professor Roberto Balzani, Presidente del Museo storico della Liberazione.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351930" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/06/714765459_1007986525117435_7036127843942931154_n-560x700.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p class="p1">Il programma completo del Festival sarà annunciato sul sito e sui canali social del museo. L’ identità visiva di questa edizione del festival è a cura di Luisa Montalto. Il Comitato organizzativo del Museo è costituito da: Prof. Roberto Balzani, Valerio Balzametti, Francesca Castano, Ilaria Colarossi, Chiara Leporati, Claudia Panzica, Barbara Piccolo</p>
<p class="p1">Per info: www.museoliberazione.it ; festival@museoliberazione.it</p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/31/la-resistenza-ricordata-dai-giovanissimi-di-oggi/">La Resistenza ricordata dai giovanissimi di oggi</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/31/la-resistenza-ricordata-dai-giovanissimi-di-oggi/">La Resistenza ricordata dai giovanissimi di oggi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>La “generazione inquilina” come nuovo soggetto economico-politico</title>
		<link>https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/29/la-generazione-inquilina-come-nuovo-soggetto-economico-politico/?utm_source=rss&amp;utm_medium=rss&amp;utm_campaign=la-generazione-inquilina-come-nuovo-soggetto-economico-politico</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 19:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[consumare stanca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Francesco Biagi interviene sulla rendita immobiliare in Spagna e la nuova frattura sociale cui ha dato luogo: la cosiddetta "Generazione Inquilina"</p>
<p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/29/la-generazione-inquilina-come-nuovo-soggetto-economico-politico/">La “generazione inquilina” come nuovo soggetto economico-politico</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3>Francesco Biagi interviene sulla rendita immobiliare in Spagna e la nuova frattura sociale cui ha dato luogo: la cosiddetta “Generazione Inquilina”</h3>
<h3><strong>Dalla paura del comunismo al patto sociale proprietario</strong></h3>
<p>Il 2 maggio 1959, il ministro franchista della casa, José Luis de Arrese, si rivolgeva così ai presidenti dei “Collegi degli Agenti della Proprietà Immobiliare” in Spagna:</p>
<p><em>“Non vogliamo che abbia successo una dottrina che chiamò “proletarie” le masse, perché sosteneva che l’uomo nella società cristiana può possedere una sola cosa senza denaro: la prole; non vogliamo che la proprietà delle cose più intimamente legate all’uomo resti al di fuori della sua stessa esistenza; non vogliamo una Spagna di proletari, ma una Spagna di proprietari. E tra tutti gli sforzi che una dottrina sociale come la nostra, nata per elevare l’uomo alla dignità fisica e metafisica per cui è stato creato, può e deve realizzare, nessuno è più esigente e più bello di questo: far sì che tutti gli spagnoli si sentano proprietari della casa che occupano; di quella casa che non è solo le quattro mura che la compongono, ma anche la piccola storia che si nasconde in ogni angolo e persino l’aria che la riempie di ricordi”. (Discorso riportato da ABC, 2 maggio 1959, disponibile nell’Archivio J. Linz della Fundación Juan March, citato nel libro di Emmanuel Rodríguez López, El efecto clase media, p. 129; traduzione mia).</em></p>
<p>Partendo da presupposti diversi — presupposti fascisti che disprezziamo —, l’obiettivo di Franco era costruire una “società di proprietari” per combattere il comunismo, visto come il difensore della proletarizzazione di massa e non come un movimento politico e ideologico che cercava di porre fine alla miseria della vita proletaria sotto il dominio capitalista. Allo stesso modo, da una prospettiva totalmente opposta, Eric Hobsbawm sostenne che lo “stato sociale” non era solo frutto delle lotte operaie, ma una concessione necessaria delle élite che temevano una redistribuzione sociale ancora maggiore della ricchezza. A suo avviso, la paura del comunismo le aveva portate ad accettare il patto fordista-keynesiano come l’opzione migliore in campo. L’espansione dello stato del benessere in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale non fu semplicemente il risultato di riforme progressiste né di un “patto sociale con le élite illuminate”, ma nacque dal timore delle élite e dei governi occidentali di perdere il consenso e la stabilità sociale di fronte alla minaccia del socialismo promosso dall’Unione Sovietica e dai partiti comunisti e socialisti. I sindacati e i partiti politici esercitarono pressione dal basso, costringendo le élite a raggiungere un compromesso che, nell’ambito specifico della casa, si adattava alla cosiddetta cittadinanza proprietaria. Hobsbawm infatti così scriveva:</p>
<p><em>“Tutto ciò che rendeva la democrazia occidentale degna di valore per la sua gente — la sicurezza sociale, lo stato sociale, un reddito alto e crescente per i suoi salariati (…) — è il risultato della paura. Paura dei poveri e del blocco di cittadini più grande e meglio organizzato: i lavoratori; paura di un’alternativa che esisteva realmente e che poteva estendersi, vale a dire il comunismo sovietico. Paura dell’instabilità stessa del sistema. (…) Indipendentemente da ciò che Stalin fece ai russi, fu positivo per la gente comune in Occidente. Non è un caso che il metodo di Keynes e Roosevelt per salvare il capitalismo si concentrasse sul benessere e la sicurezza sociale, nel dare denaro ai poveri perché lo spendessero e nel principio centrale delle politiche occidentali del dopoguerra — e uno specificamente rivolto ai lavoratori —: la piena occupazione” (“October: Goodbye to all that”, Marxism Today, 1990, p. 21, traduzione mia).</em></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351924" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Javier-Gil-Generacion-inquilina-3edicion-scaled-1-560x874.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Queste due citazioni ci permettono di contestualizzare le conquiste sociali del XX secolo, ma anche la trappola in cui è stato generato quel tipo di benessere sociale. Javier Gil, autore di <em>Generación inquilina. Un nuevo paradigma de vivienda para acabar con la desigualdad</em> (Capitán Swing, Madrid, 2026; in italiano: <em>Generazione inquilina. Un nuovo paradigma della casa per farla finita con la disuguaglianza</em>), lo menziona, insieme ai costi che la sua formazione ha implicato: è stata fatta sulla base della disuguaglianza internazionale e dell’oppressione del Sud globale, e a scapito del lavoro non retribuito e sfruttato delle donne responsabili della riproduzione sociale (p. 17). Non c’è nostalgia per il modello statale della seconda metà del XX secolo, ma si riconosce che si trattò di un patto sociopolitico tra classi sociali antagoniste che, mai prima nella storia, aveva favorito il fiorire di un certo tipo di diritti sociali e benessere collettivo.</p>
<p>Ciò che risulta sorprendente, tuttavia, è come il neoliberalismo attuale costruisca il suo modello — brutale contro la maggioranza sociale — seducendola in modo diverso da come facevano il regime di Franco o le democrazie rappresentative occidentali protette dalla NATO. Non si tratta più dello spettro del comunismo, ma dell’attrattiva del “rentista” (colui che vive di rendita immobiliare) e dell’investimento facile che genera profitti sfruttando le opportunità del mercato. Evidentemente, si tratta di false “opportunità”, poiché dietro questo modello si nasconde una pianificazione precisa: una “pianificazione rentista” (p. 23). Non è vero che lo Stato non pianifichi la sua “mano invisibile”; lo fa, ma a beneficio di pochi privilegiati al vertice della piramide sociale. La “mano del mercato”, continuando con la metafora classica, si muove liberamente ed è accuratamente nascosta dalle politiche economiche dello Stato sottoposto al rentismo. Gil argomenta con precisione, dal punto di vista della sociologia economica, come il modello attuale sia progettato fin nell’ultimo dettaglio per favorire gli interessi rentisti, saccheggiare i salari dei cittadini spagnoli e concentrare sempre più la ricchezza in poche mani.</p>
<h3><strong>Il crepuscolo dello sforzo meritocratico e l’ascesa del rentismo</strong></h3>
<p>Nell’immaginario collettivo spagnolo del XX secolo, il racconto di vita era lineare e prevedibile: formazione, lavoro stabile, risparmio faticoso, acquisto di un appartamento e un mutuo trentennale che diventava la colonna vertebrale della pensione. Quel racconto, che definì la stabilità dei “baby boomers”, si è infranto fragorosamente. Oggi, per milioni di giovani e meno giovani, la casa non è un attivo per il futuro, ma un pozzo finanziario presente che prosciuga gli stipendi senza generare patrimonio. Gil ha dato un nome e un cognome a questo fenomeno che trascende l’economico per diventare una frattura sociale ed esistenziale: la “Generazione Inquilina”. Non si tratta solo del fatto che i giovani non possano comprare casa; si tratta che il modello di accumulazione della ricchezza è mutato alla radice, spostando il baricentro dallo “sforzo lavorativo” alla “capacità di ereditare”. Una delle tesi più devastanti è la rottura del patto meritocratico. La dura realtà è che prima aveva casa chi si impegnava per comprarla, mentre oggi conta molto di più la capacità di ereditare più che quella di lavorare. Questa è la constatazione di un cambiamento strutturale nel capitalismo spagnolo e internazionale.</p>
<p>Nel modello precedente, il salario medio permetteva, nonostante i sacrifici, di accedere alla proprietà. Oggi, un giovane avrebbe bisogno di destinare più del 90 per cento del suo stipendio al pagamento di un mutuo iniziale se volesse comprare una casa da solo. Il sistema finanziario glielo impedisce. Gil approfondisce il concetto economico che sta alla base di questa crisi: il rentismo. Per l’autore, la Spagna è diventata un’economia orientata a estrarre rendite dal suolo e dalla casa, a scapito dell’investimento produttivo e dell’innovazione. Non si tratta di un ciclo naturale del mercato, ma di un progetto politico e fiscale consolidato per decenni. Il rentismo si definisce come l’ottenimento di redditi non dalla produzione di beni o servizi, ma dalla mera possessione di un attivo.</p>
<p>Nel caso spagnolo, questo rentismo ha due facce: il grande proprietario (fondi d’investimento, SOCIMI, grandi proprietari) e il piccolo rentista (il proprietario di un secondo appartamento ereditato dalla nonna). Gil non demonizza individualmente il piccolo risparmiatore che cerca una pensione integrativa (anche se sottolinea che partecipa a questa egemonia culturale del modello rentista), ma segnala la responsabilità dello Stato nell’incentivare fiscalmente questo modello: le detrazioni per l’affitto per l’inquilino sono ridicole, mentre i proprietari godono di esenzioni fiscali significative. Gil insiste sul fatto che l’affitto ha cessato di essere un’opzione transitoria per giovani emancipati per diventare una condanna strutturale. La Generazione Inquilina si definisce per un’angoscia vitale costante: l’impossibilità di mettere radici.</p>
<h3><strong>Verso una politicizzazione della Generazione Inquilina come soggetto di cambiamento</strong></h3>
<p>Sorge necessariamente una domanda: chi è la “Generazione Inquilina”? È una generazione che a volte non ha età, al contrario degli stereotipi che sostituiscono il conflitto di classe con il conflitto generazionale. Include coppie di 45 anni con figli che sono state sfrattate per il mancato pagamento del mutuo nella crisi del 2008 e non hanno mai più potuto diventare proprietarie; include donne anziane divorziate o vedove con pensioni minime che non possono far fronte all’aumento degli affitti e sono destinate alla vulnerabilità abitativa; include la popolazione migrante, che subisce una doppia discriminazione nell’accesso alla casa per razzismo strutturale e precarietà documentale; e, naturalmente, include gli adulti over venti o trenta a cui è stato tolto il futuro con la precarietà lavorativa ed esistenziale. Questa generazione è stata etichettata come “la più preparata della storia”, ma è anche la prima che vivrà peggio dei propri genitori. La sensazione di truffa generazionale è schiacciante. A loro è stato richiesto di studiare, prendere lauree, master e imparare lingue per accedere a un mercato del lavoro che offre contratti temporanei e stipendi che non coprono il costo della vita vigente. Gil avverte del rischio politico di questa frustrazione. Quando un segmento così ampio della popolazione sente che il sistema è truccato, che non importa quanto ti impegni perché chi eredita ti batte senza nemmeno scalfirsi, il terreno fertile per populismi reazionari o per l’apatia politica è servito. E solo una via d’uscita emancipatrice, solo una nuova pedagogia degli oppressi — che si costruisce nel lavoro della presa di coscienza politica — può salvare la vita della Generazione Inquilina e la qualità del suo sistema democratico.</p>
<p>Vista come mero soggetto sociale ricevente di politiche sociali, alla Generazione Inquilina vengono offerti solo sussidi che alimentano il rentismo, senza che si pianifichi un cambiamento strutturale nel mercato dell’affitto e della casa. Gil non studia solo sociologicamente la Generazione Inquilina, ma propone anche una soluzione politica, attraverso il sindacalismo di base e la possibilità che essa si costituisca come una classe sociale con interessi specifici per cui lottare. Il libro di Gil è, inoltre, un appello alla mobilitazione per la costruzione politica della Generazione Inquilina, così come E. P. Thompson dimostrò che si costruì la classe lavoratrice in passato. Così come il Movimento dei Senza Terra in Brasile lotta per la riforma agraria, la Generazione Inquilina dovrebbe avere anche un piano politico e una “riforma della casa” per cui lottare (p. 231). Per Gil, il tema del diritto alla casa diventa una piattaforma chiave per la lotta per democratizzare la società in cui viviamo.</p>
<p>Sebbene un progetto politico a lungo termine di “riforma del diritto alla casa” sia necessario per orientare l’azione politica generale, nella vita quotidiana è imprescindibile costruire un’attività sindacale sempre maggiore tra coloro che condividono i problemi sociali legati alla casa. Superare l’individualizzazione della colpa è il primo passo per scoprirci come partecipanti attivi nella lotta, come nuovi sindacalisti di base del nostro futuro prossimo.</p>
<p>Il rentismo si basa sull’individualismo economico e proprietario, su un’antropologia politica e umana che nega la società e le comunità sociali secondo il motto di Margaret Thatcher, che esalta la competizione sfrenata tra gli esseri umani. Al contrario, la creazione di maggioranze sociali che partecipino politicamente in funzione delle proprie condizioni materiali e della propria economia morale della percezione dell’ingiustizia deve essere l’obiettivo quotidiano per sconfiggere la pianificazione rentista che si è diffusa nelle città di tutto il mondo.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351922" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/05/1_20221014230150-scaled-1-560x373.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Secondo l’autore, una mobilitazione per la casa capace di affrontare le sfide attuali non può più dipendere da piccoli collettivi di attivisti che si dedicano alla politica 24 ore al giorno, 7 giorni su 7. Questo modello di collettivo politico urbano di quartiere è esaurito. Per esempio, il sindacalismo degli inquilini rappresentato dal “Sindicato de Inquilinas” di Madrid rappresenta un salto qualitativo perché, oltre ad avere portavoce e leader riconosciuti che si esprimono nello spazio pubblico e mediatico, si sviluppa dando potere alle persone che soffrono la crisi della casa. L’obiettivo è politicizzare l’ingiustizia e uscire da un racconto individualizzante: in questo modo le persone oppresse diventano difensori di una nuova politica emancipatrice attraverso lo spazio politico e comunitario del sindacato di base per il diritto alla casa. La solidarietà, il sostegno reciproco e persino l’esperienza sindacale e giuridica hanno bisogno di crescere per far fronte a tutti i rentisti, dai piccoli proprietari di case avidi, fino ai grandi fondi immobiliari avvoltoio.</p>
<p>La scommessa è per un nuovo potere popolare e per un potere inquilino capace di cambiare la società, usando lo strumento dello sciopero degli affitti. È il caso del novembre 2021, quando il “Sindicato de Inquilinas” di Madrid ottenne una vittoria inedita contro il fondo avvoltoio “Blackstone”, il maggiore proprietario di case in affitto della Spagna e del mondo (pp. 133-134). Nonostante le minacce violente da parte del fondo, Blackstone alla fine cedette davanti alla campagna del sindacato e accettò la contrattazione collettiva, ammise il sindacato come interlocutore nel tavolo di mediazione e rinnovò tutti i contratti senza sfratti e senza aumenti dei prezzi.</p>
<p>Infine, l’autore insiste sulla necessità di un nuovo consenso sociale che smetta di vedere la casa come un attivo finanziario per vederla per quello che è: un pilastro dello stato sociale, come la sanità o l’istruzione. Finché non si assumerà che il rentismo immobiliare è un freno per l’economia produttiva e una fabbrica di disuguaglianza, la Generazione Inquilina continuerà a essere la protagonista di una distopia quotidiana: lavorare per pagare un posto dove dormire, aspettando un’eredità che forse arriverà troppo tardi, mentre la vita, letteralmente, scorre via.</p>
<p>***</p>
<p>Francesco Biagi è ricercatore post-dottorale in sociologia presso la York University di Toronto/Università di Lisbona, e il suo ultimo libro è <em>Renewing Urban Critical Theories: Rediscovering Thinkers, Reimagining Texts, and Reframing Questions</em> (edited by; Routledge, 2025).</p>
<p>Traduzione italiana curata dall’autore dell’articolo originariamente pubblicato in spagnolo <strong><a href="https://www.elsaltodiario.com/el-leon-dormido/generacion-inquilina-nuevo-sujeto-economico-politico">qui</a> </strong></p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/29/la-generazione-inquilina-come-nuovo-soggetto-economico-politico/">La “generazione inquilina” come nuovo soggetto economico-politico</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/29/la-generazione-inquilina-come-nuovo-soggetto-economico-politico/">La &#8220;generazione inquilina&#8221; come nuovo soggetto economico-politico</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>A Cuba, la vita quotidiana sempre più difficile sotto la pressione Usa</title>
		<link>https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/25/a-cuba-la-vita-quotidiana-sempre-piu-difficile-sotto-la-pressione-usa/?utm_source=rss&amp;utm_medium=rss&amp;utm_campaign=a-cuba-la-vita-quotidiana-sempre-piu-difficile-sotto-la-pressione-usa</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 00:28:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[consumare stanca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra le mobilitazioni organizzate dal regime e le strategie di sopravvivenza con due-tre ore di elettricità al giorno, la popolazione da lontano il ricatto dell’amministrazione Trump</p>
<p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/25/a-cuba-la-vita-quotidiana-sempre-piu-difficile-sotto-la-pressione-usa/">A Cuba, la vita quotidiana sempre più difficile sotto la pressione Usa</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Tra le mobilitazioni organizzate dal regime e le strategie di sopravvivenza con due-tre ore di elettricità al giorno, la popolazione da lontano il ricatto dell’amministrazione Trump</h3>
<pre><a href="https://www.mediapart.fr/journal/international/240526/cuba-la-vie-quotidienne-toujours-plus-difficile-sous-la-pression-des-etats-unis">Margot Davier</a> su <a href="https://www.mediapart.fr/journal/international/240526/cuba-la-vie-quotidienne-toujours-plus-difficile-sous-la-pression-des-etats-unis">Mediapart</a></pre>
<p>L’Avana (Cuba).– Sono alcune centinaia, nella penombra dell’alba, ad avanzare, entusiasti, lungo il Malecón dell’Avana, una passeggiata sul lungomare debolmente illuminata dalle calde luci dell’alba. Nelle loro mani, grandi manifesti con l’effigie di Fidel Castro, del Che Guevara, ma soprattutto di Raúl Castro. Il fratello di Fidel, oggi 94enne, ex capo di Stato ed eroe della rivoluzione, è raffigurato in uniforme militare.</p>
<p>«Sono qui per difendere la Rivoluzione e Raúl. Qui c’è un popolo, una rivoluzione, e non abbiamo paura», sussurra un sessantenne che rifiuta di rivelare la propria identità e si presenta come «un cubano», «un lavoratore». «Quello che sta succedendo è ingiusto, e direi anche di più, calunnioso», borbotta. Questo venerdì 22 maggio, migliaia di persone hanno risposto all’appello di diverse organizzazioni giovanili per manifestare il loro sostegno all’ex leader, incriminato due giorni prima dal Dipartimento di Giustizia statunitense.</p>
<p>Le accuse mosse contro di lui, così come contro altri cinque membri del governo, sono molteplici: omicidio, distruzione di aerei che sorvolavano l’isola e associati agli Hermanos al Rescate, una organizzazione di Miami dedita a supportare i migranti cubani in mare -, e cospirazione finalizzata all’omicidio di cittadini statunitensi. I fatti in questione, che hanno causato quattro vittime, risalgono al 1996, quando Raúl Castro ricopriva la carica di ministro della Difesa. Questa incriminazione appare come un ulteriore passo avanti nell’escalation delle minacce proferite dall’amministrazione Trump e dal suo segretario di Stato di origini cubane, Marco Rubio.</p>
<p>Raúl Castro, che rimane una delle figure più influenti del regime cubano, non ha partecipato ai festeggiamenti, a differenza di sua figlia, Mariela Castro, e del presidente del paese, Miguel Díaz-Canel. Non si è presentato, dalla tribuna presidenziale allestita davanti all’ambasciata degli Stati Uniti, davanti alle centinaia di soldati in servizio e alle migliaia di funzionari inviati sul posto, che urlavano slogan rivoluzionari.</p>
<p>«Raúl è Cuba. È il nostro leader, e credo che sia nostro dovere principale difenderlo dagli insulti del governo americano», afferma, dall’alto dei suoi 18 anni, Luis Ernesto López, presidente della Federazione studentesca delle scuole superiori per il settore dell’Avana. L’adolescente si appresta proprio a iniziare il servizio militare obbligatorio. «Non dobbiamo sottovalutare il nemico. Ma tutti noi, il popolo come il governo, dobbiamo mostrarci pronti a difendere la patria, questo è l’essenziale. Non succederà la stessa cosa che in Venezuela, perché Cuba non è il Venezuela».</p>
<p>Il giovane prevede, una volta terminato il servizio militare, di  terminare un cursus universitario in diritto internazionale per diventare avvocato. «Le tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti sono intense. Le lunghe ore di apagones [interruzioni di corrente – ndr], l’inasprimento dell’embargo commerciale e finanziario statunitense incidono sulla nostra vita quotidiana. Ma spetta a noi dare impulso a un cambiamento e migliorare la situazione. Dobbiamo valorizzare la nostra sovranità.»</p>
<h3>Intimidazioni crescenti</h3>
<p>Dall’operazione militare in Venezuela, che ha portato alla cattura illegale dell’ex leader chavista Nicolás Maduro il 3 gennaio 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha fatto mistero delle sue intenzioni di rovesciare il regime castrista, assicurando più volte che avrebbe «conquistato» Cuba. Ma le pressioni si sono recentemente intensificate.</p>
<p>L’incriminazione di Raúl Castro, il 20 maggio, costituisce il culmine di una settimana di intimidazioni e ricorda il modus operandi utilizzato a Caracas, considerato fruttuoso dalla Casa Bianca. Il 13 maggio, le autorità cubane ammettevano di aver esaurito le loro riserve di petrolio importato. Il giorno dopo, una delegazione statunitense, guidata dal direttore della CIA John Ratcliffe, è atterrata all’Avana per incontrare i dignitari cubani, in particolare Raúl Rodríguez Castro, detto «Raulito», nipote dell’ex presidente.</p>
<p>Si trattava di trasmettere il seguente messaggio: gli Stati Uniti avrebbero potuto impegnarsi su questioni economiche e di sicurezza, a condizione che Cuba intraprendesse cambiamenti fondamentali e rapidi. Uno degli obiettivi della visita consisteva nella richiesta di chiudere i posti di ascolto russi e cinesi presenti sull’isola. Gli Usa hanno reiterato le offerte di fornire di aiuti umanitari  per 100 milioni di dollari, da distribuire tramite la chiesa cattolica «e altre organizzazioni di fiducia», secondo il dipartimenti di Stato Usa.</p>
<p>«Si tratta di un tentativo di conquistare i cuori e le menti», spiega Peter Kornbluh, analista esperto di Cuba presso gli Archivi Nazionali degli Stati Uniti. Il 20 maggio scorso, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha cercato di giustificare ai cubani che la loro situazione sarebbe migliorata solo grazie agli Stati Uniti. Si tratta di accaparrarsi il sostegno della popolazione, che è al tempo stesso vittima collaterale delle pressioni americane». A questo punto, le autorità cubane hanno dichiarato pubblicamente di stare esaminando le proposte di natura umanitaria.</p>
<p>«Non vedo tuttavia come le cose potrebbero evolvere senza un’escalation da parte degli Stati Uniti, che implicherebbe l’uso della forza», aggiunge l’archivista. «Bisogna ricordare che i due paesi condividono una lunga storia, e Cuba è stata uno Stato vassallo di Washington per trent’anni. »</p>
<h3>«Impegnati a sopravvivere»</h3>
<p>Nella capitale, l’aumento delle temperature estive rende difficilmente sopportabili le interruzioni di corrente improvvise e prolungate, che superano le venti ore al giorno. Ogni giorno, le proteste risuonano nelle strade fatiscenti, dove giacciono cumuli di immondizia sempre più densi, al suono delle cazuelas, il rumore delle pentole.</p>
<p>«È tutto molto difficile, molto complicato. Siamo completamente sconvolti, tristi, stressati. Nonostante ciò che viviamo sull’isola, quando si ha una famiglia, beh, non si ha scelta, bisogna andare avanti», confida Mercedes, una cinquantenne che vive nei pressi del Capitolio Nacional, al centro dell’Avana. «Abito qui, all’angolo della strada», indica. «Restiamo tutto il giorno senza elettricità. Ne ho solo due o tre ore al giorno. Quindi non riesco quasi a seguire l’attualità. Sono completamente disinformata».</p>
<p>Casalinga, non sa che Raúl Castro è stato incriminato e si affida alla serena apparenza che avvolge la città. «Piangiamo tutto il giorno, soffriamo… A che serve intervenire? Non ci preoccupiamo di nulla, perché siamo impegnati a sopravvivere», esclama, mostrando l’interno della sua busta di plastica, che contiene una bottiglietta di olio e del riso, acquistati a caro prezzo. Alberto, uno dei suoi vicini, si unisce alla conversazione. «Non credo che gli Stati Uniti interverranno, e se è per fare la stessa cosa che hanno fatto in Venezuela, non ne vale la pena. D’altronde, se dipendesse da me, mi piacerebbe che cambiassero il regime domani stesso».</p>
<p>Nel frattempo, nonostante la crisi e l’incertezza, le autorità hanno tenuto a mantenere il festival Cuba Disco, una sorta di equivalente dei Victoires de la musique francesi. Il Pabellón Cuba, un centro espositivo situato nel Vedado, è diventato teatro di concerti quotidiani per una settimana. Questo sabato, il concerto di Wampi, un artista di reparto, un genere di musica urbana proveniente dai quartieri popolari, che mescola ritmi tradizionali, afro e reggaeton, ha attirato una folla di adolescenti.</p>
<p>Raccolti davanti al palco, conoscono i testi a memoria e ballano con allegria, a volte sotto lo sguardo dei loro genitori. Yuneisis, 37 anni, medico, racconta di aver fatto un’ora di viaggio in taxi collettivo. «È stato meraviglioso, Wampi è stato fantastico, lo adoro! Non me lo sarei perso per nulla al mondo. Ne è valsa la pena.»</p>
<p>Poco più in là, Yasiel Guin Zuniga, direttore generale di Cuba Disco, riassume lo spirito dell’evento: «È importante mantenere viva la spiritualità dei cubani. Bisogna continuare a celebrare la discografia cubana, con i suoi musicisti e le istituzioni dell’industria culturale. Bisogna portare gioia al popolo attraverso la cultura. » Precisa tuttavia che gli organizzatori si sono adattati alle condizioni, concentrando le attività in un unico luogo, scelto per la sua centralità e accessibilità.</p>
<p>«La musica ci ha sempre aiutato e nutre l’anima. Del resto, a partire dal 25 maggio, ospiteremo la festa del Corazón Feliz, dedicata ai bambini.» E conferma che gli apagones culturali, per il momento, non sono in programma.</p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/25/a-cuba-la-vita-quotidiana-sempre-piu-difficile-sotto-la-pressione-usa/">A Cuba, la vita quotidiana sempre più difficile sotto la pressione Usa</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/25/a-cuba-la-vita-quotidiana-sempre-piu-difficile-sotto-la-pressione-usa/">A Cuba, la vita quotidiana sempre più difficile sotto la pressione Usa</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>Come milioni di iraniani si son lasciati ingannare dalla fantasia di un cambio di regime</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 23:51:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[padrini & padroni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Perché così tante persone hanno pensato che questa guerra fosse una buona idea?»</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>«Perché così tante persone hanno pensato che questa guerra fosse una buona idea?»</h3>
<pre><a href="https://www.thenation.com/article/world/iran-regime-change-fantasy/">Alex Shams </a>su T<a href="https://www.thenation.com/article/world/iran-regime-change-fantasy/">he Nation</a></pre>
<p>«Non c’è nulla di cui preoccuparsi. Israele e gli Stati Uniti stanno colpendo solo obiettivi militari e basi della repressione governativa. Non è stata distrutta nemmeno una casa. Tranne forse qualche danno collaterale minore.»</p>
<p>Ho letto le parole di Amir una volta, e poi ancora una volta.</p>
<p>Era il 5 marzo, cinque giorni dopo che gli Stati Uniti e Israele avevano dichiarato guerra all’Iran. Mille persone erano già state uccise. Teheran era sfregiata dalle esplosioni delle bombe.</p>
<p>Le autorità iraniane avevano bloccato Internet, ma molti iraniani ricorrevano alle VPN per aggirare il blackout. Alcuni, come il mio amico Amir, un uomo d’affari sulla quarantina, usavano quell’accesso per festeggiare il bombardamento del loro Paese.</p>
<p>Non tutti condividevano il suo sentimento.</p>
<p>«Sembra di vivere l’apocalisse», mi ha detto al telefono la mia amica Maryam, un’attivista sulla cinquantina. (Il nome di Maryam, come quelli delle altre persone intervistate per questo articolo dall’interno dell’Iran, è stato cambiato per proteggere la sua sicurezza.) «Il primo giorno, i bombardamenti sono iniziati intorno alle 9:30 del mattino. I bambini avevano appena iniziato la scuola. Ma quando i missili hanno colpito, hanno chiuso e mandato tutti a casa. C’erano bambini ovunque, che urlavano con le lacrime agli occhi, mentre aspettavano che i genitori li andassero a prendere e forti esplosioni rimbombavano tutt’intorno. E in quel preciso momento, gli americani hanno bombardato una scuola a Minab, e più di 100 bambini sono morti. «Non auguro a nessuno gli orrori che abbiamo vissuto».</p>
<p>Nei primi giorni di guerra ho cercato di contattare tutte le persone che conoscevo in Iran, paese da cui proviene la mia famiglia e dove ho vissuto per diversi anni. La maggior parte dei messaggi che ho inviato su WhatsApp mostrava un solo segno di spunta, il che significava che non erano stati letti né recapitati.</p>
<p>Col passare del tempo, però, molti mi hanno risposto, tra cui il mio amico Kamyar, un architetto trentenne che vive nel nord-est di Teheran con i suoi genitori: “Il nostro appartamento è proprio accanto a una zona militare, e i missili ci colpivano tutt’intorno. Abbiamo dovuto andarcene.”</p>
<p>Il secondo giorno dei bombardamenti, si sono diretti in auto verso le montagne vicino al Mar Caspio, unendosi ai 3 milioni di iraniani sfollati. Era la seconda volta in meno di un anno che fuggivano dalle bombe statunitensi e israeliane.</p>
<p>Maryam mi ha mandato un messaggio ogni sera della prima settimana di guerra. I messaggi erano quasi identici: “La notte scorsa è stata la più spaventosa finora”.</p>
<p>Lo stesso ha fatto Amir. «Questa non è una guerra», mi ha detto, dicendomi di non preoccuparmi. «È una lotta per la libertà. È la vittoria della luce sulle tenebre».</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351913" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Shams-Iran-graveyard-1440x907-getty-560x353.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Le bombe hanno devastato scuole, ospedali, case e una palestra dove delle ragazze adolescenti stavano giocando a pallavolo. Hanno colpito ponti, università e moschee. Uccelli morti cadevano per le strade di Teheran e le piante appassivano dopo che i missili israeliani avevano colpito i depositi di petrolio, scatenando enormi esplosioni e una nube tossica che ha annerito il cielo e ha fatto piovere pioggia acida.</p>
<p>Sono riuscita a contattare Maryam il giorno degli attacchi ai depositi di petrolio; era bloccata a letto con l’emicrania, sopraffatta dall’odore di benzina che aveva invaso la sua casa nonostante le finestre fossero ben chiuse. La sua voce era un misto di rabbia, rassegnazione e dolore: «Perché così tante persone hanno pensato che questa guerra fosse una buona idea?</p>
<p>Dopo che Israele e gli Stati Uniti hanno sferrato un attacco a sorpresa contro l’Iran il 28 febbraio, il presidente Trump ha pubblicato dei video di iraniani che ballavano per festeggiare, i quali hanno poi avuto ampia diffusione nei media occidentali. Erano stati girati per lo più tra la diaspora iraniana. Ma anche in Iran alcune persone hanno gioito, tra cui Amir.</p>
<p>Dall’inizio di gennaio, quando le forze di sicurezza iraniane hanno risposto alle grandi proteste antigovernative uccidendo migliaia di persone, i social media in lingua persiana si sono infiammati di appelli da parte della diaspora iraniana affinché gli Stati Uniti attaccassero l’Iran. Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià, che gli iraniani hanno deposto durante la rivoluzione del 1979, ha guidato la carica. Presentandosi come il futuro leader dell’Iran, ha chiesto a Trump di «intervenire». È stato affiancato da celebrità come Googoosh, una cantante con 6,8 milioni di follower su Instagram, che ha esortato Trump a intraprendere un’azione “urgente e decisiva”, e attivisti come Roya Rastegar, cofondatrice dell’Iranian Diaspora Collective con sede in California, che ha esortato Trump a utilizzare mezzi ‘sofisticati’ per colpire la leadership iraniana e prepararsi a un “governo di transizione” che consentisse agli iraniani di tornare alla situazione precedente al 1979. Quando Trump ha dichiarato su Truth Social: «Siamo pronti a partire», hanno applaudito la sua minaccia.</p>
<p>Queste voci hanno trovato eco in canali tv satellitare della diaspora come Iran International e Manoto, entrambe con sede a Londra e seguite da un gran numero di famiglie in Iran. Hanno presentato la guerra come una «missione di salvataggio» che avrebbe permesso agli iraniani di rovesciare il proprio governo. Si è parlato ben poco di come, esattamente, gli attacchi militari avrebbero portato al crollo del governo iraniano. Ma questa possibilità ha suscitato aspettative irrealistiche all’interno dell’Iran. A milioni di persone ancora sconvolte dalle uccisioni di massa di gennaio, ha offerto la fantasia che gli Stati Uniti potessero intervenire, rimuovere il governo e sostituirlo con qualcos’altro, senza toccare il popolo iraniano.</p>
<p>Quasi dall’oggi al domani, gli iraniani che si sono espressi contro la guerra sono stati accusati di essere “apologeti” del governo.</p>
<p>“Dove eravate quando hanno massacrato 40.000 persone a gennaio?” era un ritornello frequente. (Sebbene il numero di persone uccise durante la repressione sia stato ampiamente dibattuto, si ritiene che la realtà sia più vicina a una cifra comunque spaventosa di 7.000 persone.)</p>
<p>“La guerra ucciderà meno persone del regime, quindi salverà vite a lungo termine. È semplice matematica” era un altro.</p>
<p>“Qual è la tua alternativa?” era un terzo.</p>
<p>Un coro più sommesso metteva in guardia contro il richiamo della guerra. «Noi siamo per la pace», ha scritto su Instagram Masoud Nikzadi, uno storico di Teheran. «Non abbiamo bisogno di spiegare un piano sul perché la pace sia necessaria. Chi sostiene la guerra deve spiegare esattamente come porterà la libertà».</p>
<p>Un collettivo di donne della minoranza balochi, formatosi durante le proteste Woman Life Freedom del 2022, ha avvertito: «La guerra non dovrebbe essere venduta come un’opportunità per un popolo oppresso. «La militarizzazione… porta al collasso sociale e alla disintegrazione, proprio come è successo in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria».</p>
<p>Ma queste voci in Iran, prive di grandi piattaforme sui social media, sono state soffocate dagli influencer e dalle celebrità all’estero, il cui messaggio è stato fatto proprio da chi si trova all’interno del Paese.</p>
<p>«La guerra ne varrà la pena», mi ha detto Amir pochi giorni dopo l’inizio dell’attacco da parte di Stati Uniti e Israele, «perché quando sarà finita, arriverà la libertà».</p>
<p>La libertà non è arrivata. Nei più di due mesi trascorsi da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato la guerra, le loro bombe hanno ucciso più di 3.500 iraniani, ferito 25.000 persone e danneggiato 80.000 abitazioni o attività commerciali. L’Iran ha reagito con forza, smentendo le affermazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu secondo cui “il regime” era ormai agli sgoccioli. Nonostante l’assassinio dell’Ayatollah Ali Khamenei e di altri leader politici e militari, il governo rimane radicato come sempre – e ora ritiene di negoziare da una posizione di forza.</p>
<p>Per comprendere come così tanti attori della diaspora abbiano potuto sbagliare così tanto, è utile considerare un recente cambiamento critico all’interno della comunità forte di 5 milioni di persone (750.000 negli Stati Uniti). Mentre molte voci di spicco a favore della guerra si sono posizionate come rappresentanti del popolo iraniano, la realtà è più dinamica e complessa. La diaspora comprende monarchici fuggiti a causa della rivoluzione del 1979 — persone con stretti legami con il regime Pahlavi, come Parviz Sabeti, l’ex capo della polizia segreta SAVAK, che si sono nascosti in Florida per decenni, ma anche persone comuni che se ne sono andate semplicemente a causa dell’incertezza che ne è seguita. Ci sono persone come mio padre, arrivato negli Stati Uniti negli anni ’70 per frequentare l’università – una generazione che comprendeva molti oppositori dello scià – così come iraniani giunti più di recente per lo stesso motivo per cui arrivano persone da ogni parte del mondo: opportunità economiche e libertà personale. Il fatto che questi emigranti abbiano figli e nipoti nati e cresciuti negli Stati Uniti aggiunge un’ulteriore sfumatura.</p>
<p>All’interno di questo mix, c’è sempre stata una varietà di orientamenti politici e di prospettive, ma per anni la diaspora iraniana è stata una comunità decisamente progressista. Un sondaggio del 2008 ha rilevato che gli iraniani americani erano quattro volte più propensi a identificarsi come democratici piuttosto che come repubblicani. Un sondaggio del 2015 ha mostrato che quasi due terzi ritenevano che la diplomazia con l’Iran fosse preferibile alla guerra o alle sanzioni. Anche adesso, gli iraniani americani si oppongono alla guerra con un margine di 2 a 1.</p>
<p>Ma da quando Trump è salito al potere, ha favorito e amplificato le voci dell’estrema destra della diaspora iraniana – inclusa, in particolare, quella di Pahlavi. E questo ha contribuito a rimodellare l’opinione pubblica anche all’interno dell’Iran.</p>
<p>Per decenni, Pahlavi è stato oggetto di scherno nella comunità iraniana. Suo padre era così impopolare in tutto il mondo che persino gli Stati Uniti, suo ex protettore, non erano disposti ad accoglierlo dopo la sua fuga dall’Iran. Durante i suoi 47 anni di esilio, il figlio dello scià non è riuscito a costruire alcun tipo di movimento politico in grado di riunire le diverse correnti politiche nella diaspora. Per la maggior parte del tempo ha vissuto nel lusso, seppur in modo discreto, in un sobborgo recintato di Washington, facendo capolino di tanto in tanto per presentarsi come l’erede della monarchia iraniana, abolita da tempo.</p>
<p>Poi, nel 2018, Trump ha strappato l’accordo nucleare dell’amministrazione Obama con l’Iran, che aveva fornito un quadro per la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi. Al suo posto, ha istituito sanzioni di “massima pressione”. Pahlavi ha risposto posizionandosi come la voce internazionale dell’opposizione iraniana – uno sforzo in cui è stato aiutato dai governi statunitense, saudita e israeliano, che hanno investito milioni di dollari per promuoverlo. Ha iniziato a tenere conferenze nelle principali università e nei think tank come il Washington Institute for Near East Policy, un think tank ferocemente di destra e filoisraeliano. Nel 2023 ha consolidato pubblicamente il suo rapporto con Israele durante una visita di alto profilo che includeva un incontro con Netanyahu. E dopo anni passati a opporsi all’intervento militare in Iran, definendolo una “situazione perdente” che avrebbe minato la democrazia e rafforzato il governo, ha abbracciato l’idea di un attacco al Paese da parte di potenze straniere.</p>
<p>Mentre la stella di Pahlavi saliva, è stato ulteriormente aiutato da un panorama mediatico in rapida evoluzione. Una serie di eleganti canali televisivi satellitari è emersa dal panorama della diaspora, tra cui Manoto e Iran International, entrambi con una linea fortemente filo-monarchica e che spesso ospitano Pahlavi. Sebbene i due canali si siano rifiutati di rivelare le loro fonti di finanziamento, un’indagine del Guardian del 2018 ha rivelato che Iran International ha ricevuto consistenti ritorni finanziari dall’Arabia Saudita. Nel 2023, i suoi giornalisti sono stati fotografati in un meeting con il ministro israeliano dell’intelligence.</p>
<p>Allo stesso tempo, il panorama dei social media in lingua persiana è stato trasformato da una rete di migliaia di bot finanziati da Israele, insieme a una nuova classe di opinionisti della diaspora le cui voci sono state amplificate man mano che si spostavano drasticamente a destra. Pahlavi era l’unica speranza di democrazia per l’Iran, gridavano all’unisono.</p>
<p>Per questi sostenitori, non sembrava importare che Pahlavi si rifiutasse categoricamente di denunciare l’autoritarismo del regime di suo padre. O che si rifiutasse di tenere a freno i suoi seguaci, che si erano guadagnati la reputazione di essere aggressivi nei confronti di chiunque si rifiutasse di giurare fedeltà al loro leader. Mese dopo mese, anno dopo anno, il suo volto e le sue parole si sono moltiplicati su Twitter e Instagram. E a migliaia di chilometri di distanza, molti iraniani – di fronte a una legione di commentatori e all’illusione online di un consenso popolare – hanno iniziato a guardarlo con simpatia.</p>
<p>Durante il primo mandato di Trump, vivevo a Teheran e ho assistito in prima persona a questo cambiamento. Stavo conducendo una ricerca sul potere e la resistenza nel Medio Oriente contemporaneo per il mio dottorato in antropologia all’Università di Chicago. Fu mentre ero lì che Trump si ritirò dall’accordo nucleare con l’Iran, dichiarando di volere un accordo “migliore” e di essere disposto a mettere in ginocchio il Paese per ottenerlo. Nell’autunno del 2018, mesi dopo che Trump aveva annunciato che avrebbe reintrodotto le sanzioni, la valuta iraniana aveva perso due terzi del suo valore.</p>
<p>Durante i pranzi a Teheran, gli amici si lamentavano che i risparmi di una vita stavano svanendo e che le loro famiglie non potevano più permettersi di acquistare carne. Mentre le sanzioni bloccavano le forniture di ogni genere, dalle automobili ai materiali da costruzione, beni di prima necessità come l’insulina e i farmaci antitumorali diventavano difficili da reperire; nelle strade del centro, dove un tempo uomini con gli occhiali da sole vendevano droga, ora sussurravano «medicine» ai passanti. Ho anche sentito lamentele nei confronti della Guardia Rivoluzionaria, una forza militare parallela che aveva acquisito un ruolo dominante nell’economia iraniana e che stava realizzando ingenti profitti contrabbandando merci vietate dalle sanzioni.</p>
<p>Erano tutti arrabbiati. Ma gli oggetti della loro rabbia erano diversi.</p>
<p>Mi fu presentato Amir tramite un amico comune e ogni pochi mesi mi univo a lui e ai suoi amici per cena. Amir importava prodotti elettronici. Le fluttuazioni valutarie avevano reso gli affari imprevedibili, ma poiché lavorava principalmente con aziende dell’Asia orientale, stava sopravvivendo alla tempesta.</p>
<p>Amir era restio a dare la colpa a Trump. «Quel tizio sta solo facendo ciò che è meglio per il suo Paese», diceva. Sua moglie, Azita, andava oltre: «Trump deve colpire il regime il più duramente possibile, farlo soffrire», diceva. «Hanno reso le nostre vite un inferno».</p>
<p>Azita non entrava nei dettagli su come le sanzioni avrebbero portato al crollo del governo. Ma voleva vendicarsi di coloro che riteneva responsabili delle disgrazie del Paese, che andavano dalla situazione economica apparentemente irrisolvibile alla sensazione più diffusa che Khamenei trattasse il Paese come il suo feudo personale, limitando le istituzioni democratiche iraniane, mettendo in prigione i dissidenti e concedendo accordi economici vantaggiosi a persone con agganci con la Guardia rivoluzionaria.</p>
<p>Sia Azita che Amir erano assidui spettatori di Iran International e Manoto, dove potevano godersi reality show doppiati, documentari che offrivano un’immagine idilliaca della vita prima della rivoluzione e interviste a esponenti della diaspora che esortavano gli iraniani ad abbandonare ogni speranza di riforma e ad abbracciare le promesse di un cambio di regime. Come la maggior parte degli altri iraniani, Azita e Amir avevano votato per i riformisti che promettevano maggiore libertà sociale e politica. Ma da allora si erano disillusi. In fondo, sostenevano, il sistema rimaneva oppressivo e corrotto. Indipendentemente dal presidente che fosse eletto, Khamenei, non eletto, si rifiutava di consentire un cambiamento significativo. Quando Trump si offrì di punire Khamenei e rovesciare il suo governo, Azita e Amir pensarono che lui stesse offrendo loro una via d’uscita da quel vicolo cieco.</p>
<p>Ma non tutti gli iraniani hanno abboccato alla fantasia del cambio di regime che Trump – e Pahlavi – stavano vendendo. «Quel tizio non ha mai fatto nulla in vita sua», ha detto Maryam di Pahlavi mentre eravamo seduti nel suo salotto nel centro di Teheran, a discutere degli hashtag pro-Pahlavi. «Qui lottiamo da anni in condizioni difficili, costruendo organizzazioni e reti. Ma in America non ha costruito nulla per unire le persone, anche se vive in totale libertà. E ora pensa di poter tornare e governare questo Paese? Ma per favore».</p>
<p>Mi ero avvicinata a Maryam dopo essermi trasferita a Teheran. Ammiravo il suo lavoro di veterana delle lotte popolari iraniane: mentre altri parlavano in modo astratto di cambiamento, lei aveva dedicato la sua vita a lottare per ottenerlo. Si era fatta le ossa durante la rivolta studentesca del 1999, aveva partecipato alla campagna femminista «Un milione di firme» per riformare le leggi sessiste negli anni 2000 e aveva marciato insieme a milioni di persone per chiedere un riconteggio dei voti dopo le elezioni truccate del 2009. Era entrata e uscita di prigione e ora manteneva un profilo basso. Raccoglieva sempre fondi per una causa, spesso legata ai rifugiati afghani o ai giovani svantaggiati delle province emarginate dell’Iran. E vedeva in prima persona come le politiche statunitensi colpissero in modo sproporzionato i più vulnerabili.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351914" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Shams-Iran-King_PahlaviMARCH-getty-560x373.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>«Le sanzioni di Trump ci salveranno? Uccidendoci? No, grazie», disse.</p>
<p>I sostenitori di Pahlavi sembravano meno preoccupati di ciò che Trump stava facendo o dicendo rispetto a ciò che avrebbero voluto che dicesse. Consumati dalla rabbia verso il governo iraniano, trascuravano la storia discontinua degli interventi stranieri in Iran. Ma era proprio quella storia che Maryam invocava per spiegare la sua opposizione.</p>
<p>L’eroe di Maryam era Mohammad Mossadegh, il primo ministro immensamente popolare ed eletto democraticamente che nazionalizzò l’industria petrolifera iraniana nel 1953. Lo Scià vide le manifestazioni a sostegno di Mossadegh e fuggì dal paese in quello che avrebbe potuto preannunciare un’apertura democratica. Invece, la CIA finanziò un colpo di Stato per proteggere gli interessi imperialistici di Stati Uniti e Regno Unito, reinsediando lo Scià, che utilizzò una marea di finanziamenti statunitensi per lanciare una vasta repressione del dissenso. Egli governò per altri 25 anni fino alla Rivoluzione del 1979, affidandosi alla polizia segreta SAVAK per torturare i dissidenti.</p>
<p>Né il colpo di Stato contro Mossadegh fu il primo caso in cui potenze straniere intervennero per soffocare le aspirazioni democratiche popolari iraniane. Nel 1905, gli iraniani insorsero chiedendo di porre dei limiti alla monarchia assoluta dei Qajar e di porre fine alle concessioni alle potenze coloniali. Durante quella che divenne nota come la Rivoluzione Costituzionale, riuscirono a istituire un parlamento. Ma la Russia zarista e il Regno Unito invasero successivamente il paese per difendere il progetto monarchico, mettendo a tacere la rivoluzione nel 1911.</p>
<p>Più di 100 anni dopo, Reza Pahlavi ha cercato di cancellare il ricordo della lotta popolare degli iraniani e di sostituirlo con la sua antitesi: la restaurazione monarchica dall’alto.</p>
<p>Mentre una varietà di attori al di fuori dell’Iran promuove da anni il cambio di regime, numerose persone con cui ho parlato in Iran hanno descritto il rapimento da parte di Trump del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie a gennaio – sulla scia del peggioramento delle condizioni all’interno dell’Iran – come una ragione chiave per la rapida diffusione di questa fantasia in questo momento storico.</p>
<p>La storia inizia alla fine di dicembre, quando in Iran sono scoppiate le proteste a seguito del crollo del valore del rial dopo la Guerra dei Dodici Giorni con Israele, del fallimento di una grande banca e dell’imposizione di una nuova serie di sanzioni da parte degli Stati Uniti. Le proteste sono iniziate nel Grand Bazaar di Teheran e si sono rapidamente diffuse nelle città più povere, che raramente vedevano manifestazioni pubbliche ma subivano il peso maggiore delle sofferenze economiche. I manifestanti erano indignati per la crescente disuguaglianza, in particolare per il consumismo ostentato degli aghazadeh, i figli dei funzionari che hanno realizzato grandi fortune grazie alle connessioni con il governo.</p>
<p>Il governo del presidente Masoud Pezeshkian ha annunciato misure volte ad alleviare le difficoltà economiche, mentre le forze di sicurezza reprimevano le manifestazioni, causando la morte di decine di persone. All’inizio di gennaio le proteste si erano in gran parte placate, con solo sporadiche esplosioni qua e là. Poi Trump ha attaccato il Venezuela, rapendo Maduro e sua moglie, e accendendo l’immaginazione di alcuni iraniani che pensavano che quelle azioni potessero essere facilmente replicate nel proprio Paese.</p>
<p>Pochi prestarono attenzione alle 100 vite perse durante l’operazione statunitense, o a ciò che accadde dopo: Trump non ha rovesciato il governo venezuelano; al contrario, ha stretto un accordo con il braccio destro di Maduro, consentendo al regime di rimanere al potere. Ciononostante, in un caso di estremo pio desiderio, alcuni hanno visto l’attacco con ottimismo come un colpo contro un alleato dell’Iran. Sui social media iraniani sono circolate immagini che paragonavano Khamenei a Maduro. Quando Trump ha detto di essere “pronto a sparare”, molti hanno immaginato che un attacco fosse all’orizzonte.</p>
<p>A gennaio, Pahlavi ha ripetutamente lanciato appelli agli iraniani affinché scendessero in piazza; questi sono stati ripresi da gruppi all’estero come l’Iranian Diaspora Collective, che ha descritto le proteste come “la battaglia finale” per rovesciare il governo. Pahlavi ha detto ai suoi seguaci che decine di migliaia di soldati iraniani avevano dichiarato che avrebbero disertato per unirsi a una rivolta. Di ritorno da una vacanza alle Bahamas, ha invitato gli iraniani a preparare il terreno per l’imminente cambio di regime occupando gli edifici governativi. Quel fine settimana, centinaia di migliaia di persone hanno tentato di fare proprio questo.</p>
<p>Kamyar, l’architetto che era fuggito da Teheran verso la costa del Mar Caspio, osservava la scena dalla finestra di un hotel sull’isola di Kish, nel Golfo Persico. «Non avevo mai visto folle così immense prima d’ora», mi ha raccontato. «Erano tutti felici», ha aggiunto, «come se fosse una festa per la vittoria». Quell’atmosfera è però cambiata quando le forze di sicurezza si sono scontrate con i manifestanti. I video provenienti da tutto l’Iran mostrano scene di folle infuriate che attaccano le forze di sicurezza, abbattono statue e strappano bandiere. «Hanno dato fuoco a ogni stazione di polizia», ha detto Kamyar, che aveva assistito agli eventi, «e il giorno dopo era come se i manifestanti controllassero l’isola».</p>
<p>Ma i manifestanti non controllavano l’isola, e il regime non era sull’orlo del collasso.</p>
<p>Quando vivevo a Teheran, Kamyar mi aveva spesso messo in guardia dall’idea che il governo potesse cadere così facilmente. Aveva lavorato a progetti architettonici legati al governo e sapeva bene che “il regime” non era solo un paio di persone al vertice; erano i milioni di persone impiegate dal o per il governo e gli altri milioni che ne sostenevano l’ideologia. Sapeva che bruciare le stazioni di polizia non avrebbe fatto cadere il governo; al contrario, avrebbe potuto provocare una reazione ancora peggiore. Ed è esattamente ciò che è successo: le forze di sicurezza si sono riorganizzate e questa volta hanno eseguito l’ordine di sparare per uccidere. Hanno massacrato migliaia di persone con una ferocia senza pari nella storia moderna dell’Iran. Molti altri sono rimasti feriti e sono stati arrestati.</p>
<p>Nonostante ciò, Pahlavi continuava ad annunciare che la caduta del regime era vicina. E mentre circolavano video di sacchi per cadaveri negli obitori di tutto l’Iran, le vittime sono diventate il motore di un’altra campagna: sui social media hanno cominciato a comparire appelli per una «missione di salvataggio».</p>
<p>Quando ho parlato con Kamyar all’inizio di aprile, durante una fragile tregua, stava passeggiando in un parco nel centro di Teheran, godendosi il fresco clima primaverile e la tregua dai bombardamenti. Era tornato da poco dalla costa del Mar Caspio. Mi ha detto che aveva ritardato il ritorno, non tanto a causa delle bombe quanto piuttosto a causa dei posti di blocco.</p>
<p>«Sono ovunque», ha detto. «Ci sono i Basiji [membri delle milizie paramilitari filo-governative] con i kalashnikov che controllano ogni auto, e possono chiederti di mostrare il telefono quando vogliono. Se trovano qualcosa che non va, possono arrestarti sul posto. Non sai cosa ti succederà».</p>
<p>Prima della guerra, i posti di blocco erano praticamente sconosciuti a Teheran, tranne a tarda notte quando la polizia cercava di beccare i guidatori ubriachi. L’ultima volta che erano stati allestiti posti di blocco militari in città era stato negli anni ’80, durante la guerra Iran-Iraq, quando le autorità avevano represso ogni forma di dissenso politico in nome dell’unità nazionale contro un invasore straniero. Ora le forze di sicurezza controllano i telefoni per vedere se le persone pubblicano contenuti antigovernativi che celebrano la guerra e arrestano chi lo fa. E questi posti di blocco sono solo un elemento di una repressione molto più ampia del dissenso.</p>
<p>Durante la sera, membri delle forze di sicurezza pesantemente armati pattugliano le strade di Teheran, mentre le manifestazioni notturne esortano gli iraniani a difendere la loro patria dai nuovi invasori stranieri. Centinaia di persone sono state arrestate per aver pubblicato post antigovernativi sui social media. All’inizio di marzo, le autorità hanno annunciato che avrebbero iniziato a confiscare i beni degli iraniani della diaspora che avevano sostenuto la guerra.</p>
<p>Eppure, nonostante la repressione, la guerra ha spinto milioni di persone a sostenere il governo, rafforzandone la legittimità. Per anni, le autorità avevano messo in guardia dai complotti statunitensi e israeliani per distruggere il Paese, e molti iraniani li avevano liquidati come retaggi di un’altra epoca. Ma di fronte agli attacchi a sorpresa di un uomo che ha minacciato di riportare l’Iran “all’età della pietra” e ha avvertito che “un’intera civiltà morirà”, molti iraniani critici nei confronti del governo credono sempre più che sia l’unica cosa a impedire l’annientamento del loro Paese.</p>
<p>Tra questi c’è Maryam, che mi ha detto di essere orgogliosa di vedere il governo iraniano rispondere al fuoco contro Israele, le basi statunitensi e i paesi del Golfo che le ospitano. “Non possiamo arrenderci”, mi ha detto. “Altrimenti torneranno e ci colpiranno di nuovo. Odio la Repubblica Islamica, ma sono gli unici a difenderci dalla distruzione”.</p>
<p>Il Capodanno persiano cade il 20 marzo, il primo giorno di primavera. Tradizionalmente, gli iraniani scendono in strada e accendono grandi falò da saltare la notte di martedì prima del nuovo anno, un rituale che simboleggia il rinnovamento e la rinascita.</p>
<p>Quest’anno, Reza Pahlavi ha lanciato un altro appello agli iraniani affinché scendano in strada e rovesciare il loro governo. Non è successo nulla. Ma il governo ha avvertito i potenziali manifestanti che sarebbero stati trattati come membri della quinta colonna e puniti con durezza.</p>
<p>«Non abbiamo osato uscire di casa», mi ha detto Maryam.</p>
<p>Da allora, il messaggio di Pahlavi è diventato sempre più disperato. Ha esortato le forze armate a ribellarsi e i comandanti della Guardia Rivoluzionaria a tradire il governo. Si è offerto di aiutare Markwayne Mullin, il nuovo segretario alla sicurezza interna degli Stati Uniti, a identificare gli iraniani negli Stati Uniti da espellere in base alle loro convinzioni politiche, presumibilmente per farsi vedere utile a Trump. È sempre più distaccato dalla realtà.</p>
<p>Trump, tuttavia, ha rinunciato all’idea di un cambio di regime, puntando invece a un accordo. Secondo quanto riferito, ha iniziato a chiamare Pahlavi il “principe perdente”.</p>
<p>Anche gli influencer della diaspora che hanno invocato la guerra sono sempre più alla deriva. Masih Alinejad, un’ex attivista iraniana di base che ha ottenuto un lavoro presso il governo statunitense ed è diventata una sostenitrice della linea dura pro-Trump e pro-Pahlavi, ha esortato Trump a non negoziare con il governo iraniano. Moj Mahdara, membro fondatore dell’Iranian Diaspora Collective, la cui precedente impresa, una società di eventi chiamata Beautycon, è quasi fallita, appare regolarmente su Fox News esortando Trump a «portare a termine il lavoro».</p>
<p>Ma non è chiaro cosa significherebbe portare a termine il lavoro. Quando viene chiesto loro di spiegare come si aspettino che le bombe portino la libertà, molti dei sostenitori della guerra non sono in grado di articolare una chiara teoria del cambiamento.</p>
<p>Elica Le Bon, nata Mojtahedzadeh, un’avvocata e attivista britannico-iraniana, è stata una delle voci più autorevoli online a favore di un cambio di regime. Durante una recente partecipazione al podcast Triggernometry, ha chiesto perché la guerra non avesse ancora portato la libertà. «Gli attacchi di precisione sono davvero incredibili. Perché non possono colpire le armi che [il governo] sta usando contro i manifestanti?», ha ipotizzato.</p>
<p>«Perché sono solo fucili d’assalto», ha risposto l’intervistatore.</p>
<p>«Non possono prenderle di mira?»</p>
<p>«No. Non è possibile eliminare ogni singolo AK-47 in Iran.»</p>
<p>Non aveva perso la speranza in Pahlavi, ha detto, perché lui aveva molto sostegno in Iran: «Ci sono 150.000 persone tra le file [dell’esercito iraniano] che stanno cercando di disertare per passare a [Reza Pahlavi]».</p>
<p>«Su cosa si basa questa affermazione?» ha chiesto lui.</p>
<p>«Lo dice il suo team».</p>
<p>Il conduttore è rimasto in silenzio.</p>
<p>Anche coloro che in Iran hanno creduto a ciò che Pahlavi proponeva sono alla deriva.</p>
<p>Ho parlato con Amir durante il cessate il fuoco. Mi ha detto che lui e le persone intorno a lui erano in preda alla paura. «Tutti quelli che conosco prendono sonniferi ogni notte», ha detto, «perché temiamo che Trump permetta al regime di rimanere al potere».</p>
<p>Pahlavi e gli influencer della diaspora che lo hanno sostenuto vivranno per combattere un’altra battaglia. Ma sono gli iraniani all’interno del Paese che pagheranno il prezzo della guerra che hanno sostenuto. I lavoratori sono stati uccisi dai missili che hanno colpito raffinerie, fabbriche e altre infrastrutture. Centinaia di migliaia di persone hanno perso il lavoro. Il valore della moneta è crollato. La crisi economica è ben peggiore di prima della guerra.</p>
<p>Il giorno prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, un missile israeliano ha colpito una sinagoga non lontano da dove vivevo a Teheran, in un quartiere che il venerdì sera si riempiva di ebrei ortodossi iraniani diretti alle funzioni dello Shabbat, proprio a due passi dalla più grande chiesa cristiana di Teheran, un’elegante cattedrale in stile modernista degli anni ’70. La sinagoga è stata distrutta e una collezione di rotoli della Torah custoditi nel suo arco è rimasta sepolta sotto le macerie. Le foto hanno immortalato fragili brandelli di carta, frasi in aramaico troncate dai bordi frastagliati e bruciati. Un’altra bomba ha colpito l’Istituto Pasteur, polverizzando un archivio di ricerche epidemiologiche che risale a un secolo fa.</p>
<p>Tra coloro che nella diaspora hanno applaudito la guerra, sta nascendo la consapevolezza della distruzione che si sta diffondendo in tutto l’Iran. All’inizio, molti negavano la realtà, prendendo spunto dalla disinformazione israeliana, che etichettava le foto degli iraniani uccisi nei bombardamenti degli edifici come “Ayatollahwood”. Ma quando Trump ha chiarito che stava colpendo intenzionalmente i civili, le figure della diaspora hanno promosso un nuovo slogan: Behtaresho misazim. “Lo ricostruiremo meglio”.</p>
<p>«Chi lo ricostruirà meglio?» mi ha chiesto Kamyar al telefono. «Con quali soldi?</p>
<p>Mi sono chiesto: il Collettivo della Diaspora Iraniana avvierà una raccolta fondi? Pahlavi chiederà a Trump di esentarlo dalle sanzioni in modo da poter inviare il denaro? O era tutta una bugia, come la fantasia del cambio di regime che avevano venduto a così tanti iraniani?</p>
<p>Qualche giorno dopo, mentre Trump sembrava essere in trattative per un accordo con l’Iran, Pahlavi ha rilasciato un’altra intervista alla televisione francese. «Non ho mai chiesto un intervento militare», ha affermato.</p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/25/come-milioni-di-iraniani-si-son-lasciati-ingannare-dalla-fantasia-di-un-cambio-di-regime/">Come milioni di iraniani si son lasciati ingannare dalla fantasia di un cambio di regime</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/25/come-milioni-di-iraniani-si-son-lasciati-ingannare-dalla-fantasia-di-un-cambio-di-regime/">Come milioni di iraniani si son lasciati ingannare dalla fantasia di un cambio di regime</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>La sinistra e le teorie del complotto: perché non bisogna combattere con le armi altrui</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 14:56:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[in fondo a sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La teoria del complotto è una forma di superstizione che porta sempre vantaggi politici alla destra, mai alla sinistra. E risulta superflua per la critica politica a Israele.</p>
<p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/24/la-sinistra-e-le-teorie-del-complotto/">La sinistra e le teorie del complotto: perché non bisogna combattere con le armi altrui</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>La teoria del complotto è una forma di superstizione che porta sempre vantaggi politici alla destra, mai alla sinistra. E risulta superflua per la critica politica a Israele.</h3>
<pre><a href="https://www.elsaltodiario.com/opinion/teoria-conspiracion-efecto-carlson-izquierda-no-debe-combatir-armas-ajenas">Edmundo Artl</a> per <a href="https://www.elsaltodiario.com/opinion/teoria-conspiracion-efecto-carlson-izquierda-no-debe-combatir-armas-ajenas">El Salto</a></pre>
<p>Norman Finkelstein, noto per il suo vasto lavoro sul conflitto israelo-palestinese, ha suscitato polemiche nella sinistra antisionista. La sua posizione è critica nei confronti dell’uso delle teorie del complotto e del conseguente abbandono del rigore fattuale. Questa critica è rivolta in particolare alla destra MAGA, che ha strumentalizzato tali teorie come tattica per svincolare la politica estera degli Stati Uniti da Israele. Così, il politologo ha criticato aspramente idee assurde, come la tesi di Tucker Carlson sulla responsabilità israeliana nell’assassinio di Kennedy o l’affermazione di Candace Owens secondo cui i sopravvissuti all’Olocausto erano comunisti infiltrati. La tensione all’interno della sinistra nasce, proprio, quando Finkelstein denuncia che accettare questi alleati tattici implica importarne l’irrazionalità.</p>
<p>Sono pienamente d’accordo con Finkelstein per diverse ragioni. La prima è che la teoria del complotto è una forma di superstizione che porta sempre vantaggi politici alla destra, mai alla sinistra. Questo anche se ricerche empiriche indicano che le popolazioni incluse in entrambi gli spettri del panorama politico sono altrettanto inclini ad abbracciare le tesi di tali teorie. Tuttavia, è possibile osservare che nelle democrazie avanzate la sinistra si è mostrata in generale restia nei confronti del loro contenuto e del loro impiego politico. Per quanto possa sembrare anacronistico sottolinearlo, la caratteristica distintiva della sinistra è il suo impegno nei confronti della razionalità.</p>
<p>Le migliori argomentazioni a sostegno di questa posizione si trovano nel marxismo analitico e nell’anarchismo comunista. È questa ragione che permette di fondare l’uguaglianza umana non su criteri biologici o morali, ma sulla capacità universale di lavorare; una condizione ontologica da cui derivano obblighi collettivi nei confronti di coloro che non possono esercitarla. Per questo la sinistra si oppone tanto alle caste elette da Dio quanto alla mera riproduzione del capitale nei lignaggi familiari. Da qui deriva, ad esempio, la massima socialista: «Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni». E anche la massima anarchica della «massima libertà universale possibile accompagnata dalla massima ricchezza universale possibile attraverso l’aiuto reciproco». In base a questi principi, la distribuzione razionale dei frutti del lavoro mira a ottimizzare i rendimenti socio-tecnologici —sanità, istruzione, alloggio, ecc. Di conseguenza, risulta logicamente incompatibile dichiararsi razionali e, contemporaneamente, essere antivaccinisti o credere in complotti sui governi mondiali («i globalisti») guidati da George Soros.</p>
<p>Allo stesso modo, concordo con Finkelstein sul fatto che, da un punto di vista strettamente razionale, le teorie della cospirazione risultano superflue per la critica politica a Israele. I social media, nonostante la saturazione propagandistica delle parti in conflitto, hanno permesso di monitorare la politica interna israeliana con una vicinanza senza precedenti, diffondendo informazioni attendibili sui crimini di guerra e sulle violazioni dei diritti umani legati all’occupazione della Cisgiordania e, soprattutto, al genocidio a Gaza. Ho approfondito questo punto qui. Ricorrere alla teoria del complotto è, quindi, controproducente: quel “pacchetto” argomentativo non solo contiene un profondo antisemitismo, ma trascina con sé agende assolutamente estranee — e spesso antagoniste — a qualsiasi progetto di sinistra.</p>
<p>Mi permetto di spiegare quest’ultimo punto con un esempio concreto. Tucker Carlson ha sollevato due domande fondamentali per smontare la logica argomentativa dei difensori della politica israeliana. La prima è perché gli Stati Uniti debbano trattare Israele come un alleato speciale che, spesso, riesce a imporre i propri interessi su quelli americani; il sostegno al genocidio a Gaza o alla guerra contro l’Iran sarebbero esempi lampanti di Washington che appoggia un’agenda estranea ai propri interessi. Il momento decisivo di questa domanda si trova nell’intervista che Carlson ha realizzato al politico repubblicano Ted Cruz quasi un anno fa, il quale si autodefinisce «l’uomo» della lobby israeliana al Congresso americano.</p>
<p>Cruz si è comportato come chi ha potere ma non legittimità, trovandosi nell’impossibilità di articolare un’argomentazione logica per difendere la tesi secondo cui è un dovere considerare Israele come un alleato speciale. La seconda domanda riguarda il significato della tesi secondo cui Israele possiede un diritto inalienabile di esistere come Stato <em>etnosuprematista</em> — lo definisco così partendo dal presupposto che esso miri a mantenere una maggioranza etnica ebraica sulle popolazioni autoctone. Perché Israele possiede questo diritto, ed è forse esclusivo di questo Stato? Se si risponde che esso deriva dall’indicibile sofferenza dell’Olocausto, l’argomento non è universalizzabile: altri popoli hanno subito orrori equivalenti senza che venisse loro riconosciuto il diritto a uno Stato etnosuprematista. Se l’argomento è teologico – una promessa biblica sulla terra promessa che coinvolgerebbe paesi come Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq – risulta impossibile argomentare razionalmente come si attuerebbe tale espansione statale sotto una premessa di supremazia etnica. Ci troveremmo di fronte ad argomentazioni del tipo: Dio starebbe giustificando ciò che accade al popolo palestinese. Carlson ha utilizzato questa argomentazione negli ultimi mesi contro l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee; contro la direttrice del prestigioso giornale liberale The Economist, Zanny Minton; o, molto recentemente, contro la giornalista responsabile per Israele e Palestina del New York Times, Lulu Garcia-Navarro. In tutti i casi manca un’articolazione logicamente coerente per rispondere a entrambe le tesi. Essendo Carlson un eccellente comunicatore, è riuscito a sfruttare abilmente ciascuna di queste occasioni al di là del suo classico pubblico Maga.</p>
<p>A prima vista, l’argomentazione di Carlson sembra impeccabile; non è facile contrastare la sua logica interna quando si attiene all’evidenza della contraddizione liberale relativa all’etnosuprematismo. Tuttavia, il suo attacco non si limita alle dimensioni geopolitiche. Carlson porta avanti un programma tutto suo che la sinistra dovrebbe mettere radicalmente in discussione. Innanzitutto, sostenendo senza prove che Israele fosse dietro l’assassinio di JFK e/o che fosse la mente dietro la guerra in Iraq, ricorre a prove indiziarie talmente deboli da costituire un esempio da manuale del principio di esplosività: se si accetta come base una premessa irrazionale, qualsiasi conclusione successiva risulta convalidata.</p>
<p>Ma il punto più critico risiede nel modo in cui Carlson strumentalizza l’etnosuprematismo israeliano. Con acume, egli sottolinea che i liberali non riescono a risolvere la contraddizione di giustificare il controllo demografico in Israele mentre lo vietano negli Stati Uniti o in Europa. Tuttavia, Carlson non risolve la contraddizione esigendo che Israele abbandoni tali politiche, ma facendo appello alla necessità che l’Occidente le adotti per frenare il grande rimpiazzo demografico. In questo modo, la critica allo Stato etnico si trasforma in un’apologia della deportazione di massa, senza mai chiarirne i limiti giuridici o morali.</p>
<p>Prendendo le dovute distanze, è imperativo sottolineare che il grande rimpiazzo non è altro che un richiamo all’omonima teoria del complotto. Tale tesi sostiene che i cambiamenti demografici generati dalla migrazione siano una politica deliberata delle élite liberali — i globalisti — che cercano di sostituire le popolazioni autoctone per consolidare un progetto di capitalismo globale cosmopolita. I fondamenti della teoria sono stati esposti dal filosofo francese Renaud Camus, venendo rapidamente adottata dalle destre radicali europee. Nella versione tedesca, il libro di Camus è stato pubblicato dalla casa editrice di estrema destra Antaios, che pubblica anche il piano di remigrazione del leader neofascista identintario austriaco, Martin Sellner.</p>
<p>Concludo ribadendo la tesi iniziale: la destra utilizza le teorie del complotto come tattica nell’ambito di una strategia politica coerente che combina propaganda, superstizione e maldicenza. Si tratta di un’arma efficace perché, presentandosi come una verità nascosta, sembra priva di orientamento politico. Tuttavia, la sinistra che adotta questi schemi non solo tradisce il suo principio fondamentale di razionalità, ma cade in un infantilismo strategico nel tentativo di attaccare il nemico con armi altrui. Questa deriva deve essere un campanello d’allarme che invita alla riflessione, specialmente di fronte alla mercificazione delle idee su schermi interattivi generatori di dopamina, che erodono sistematicamente la capacità di sostenere un’argomentazione razionale.</p>
<p>In definitiva, la sinistra non può permettersi il lusso di abbracciare le teorie del complotto senza tradire la propria natura razionale. Ma la letteratura empirica ci impone un’onestà scomoda: non esiste una relazione sistematica e universale che colleghi la mentalità complottista a un unico orientamento politico. La differenza rilevante non è tanto chi crede, ma cosa si fa con quella credenza. Mentre la destra ha dimostrato più volte di saper sfruttare elettoralmente le voci e le superstizioni — trasformandole in mobilitazione, leggi e, all’estremo, in violenza — la sinistra che ricorre alle stesse armi riesce solo a minare il proprio prestigio epistemico. La questione, quindi, non è se la sinistra possa cadere nella cospirazione (può farlo, come qualsiasi altro estremo dello spettro politico), ma se debba farlo. E la risposta, alla luce dei fatti e della sua stessa tradizione, è un no categorico. La lezione di Finkelstein non è empiricamente indiscutibile, ma è strategicamente inappellabile: chi combatte con le armi altrui finisce sempre per spararsi sui piedi.</p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/24/la-sinistra-e-le-teorie-del-complotto/">La sinistra e le teorie del complotto: perché non bisogna combattere con le armi altrui</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/24/la-sinistra-e-le-teorie-del-complotto/">La sinistra e le teorie del complotto: perché non bisogna combattere con le armi altrui</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>Fumetto, Pablo Roca racconta il suo viaggio nella separazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 11:54:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[culture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella sua nuova opera, Paco Roca, il fumettista più letto di Spagna, torna ad approfondire le cicatrici lasciate dai ricordi </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Nella sua nuova opera, Paco Roca, il fumettista più letto di Spagna, torna ad approfondire le cicatrici lasciate dai ricordi</h3>
<pre><a href="https://www.elsaltodiario.com/comic/entrevista-paco-roca-nueva-novela-grafica-viaje">Pablo Ríos</a> per <a href="https://www.elsaltodiario.com/comic/entrevista-paco-roca-nueva-novela-grafica-viaje">El Salto</a></pre>
<p><a href="https://www.tunue.com/product_author/paco-roca/"> Paco Roca</a> (in Italia curato da Tunuè) pubblica un nuovo lavoro e questo, nell’ecosistema culturale, fa sempre notizia. L’autore di fumetti con il maggior numero di lettori sulla scena nazionale offre una storia intima sulle relazioni di coppia, le rotture e le loro conseguenze. <strong><em>El viaje (Astiberri, 2026)</em></strong> rappresenta un nuovo orizzonte nella carriera di un autore che torna a indagare sulle cicatrici lasciate dai ricordi, ma questa volta da una sfera di intimità personale poco frequente nella sua carriera.</p>
<p><em><strong>I due grandi temi attorno ai quali ruota El viaje, la memoria personale e il lutto, li avevi già affrontati in opere come La Casa o Retorno al Edén. Se in La casa il lutto è causato dalla morte del padre, qui è provocato da una rottura sentimentale, un’esperienza che credo sia più universale e con cui la maggior parte dei tuoi lettori e lettrici può trovare punti in comune indipendentemente dall’età. Pensi a questo quando inizi i tuoi progetti, al fatto di fare appello a sentimenti comuni che puoi condividere con il tuo pubblico?</strong></em></p>
<p>La verità è che no. Quando mi lancio in un nuovo lavoro, confido nel fatto che avrò lettori che mi seguiranno, qualunque cosa racconti. È una fortuna, e questo mi dà un’enorme libertà e sicurezza nel poter intraprendere qualsiasi storia abbia voglia di raccontare. Credo che il mio mestiere e la mia esperienza mi permettano di trovare gli strumenti per rendere interessante qualsiasi storia, anche se il lettore non ha alcun legame con essa, come nel caso, ad esempio, de *L’abisso dell’oblio*. Ma è vero che a volte pensiamo che la nostra sofferenza sia qualcosa di unico e molto personale e ci si rende conto che, alla fine, segue uno schema simile a quello di tutti. Anche in una rottura, che sembra qualcosa di molto personale, finiamo per attraversare determinate fasi che sembrano seguire uno schema standardizzato. Ma sì, anche se non era mia intenzione, credo che molte persone si identificheranno con ciò che racconto.</p>
<p><em><strong>L’idea del fumetto nasce dal tuo stesso processo di separazione. L’hai affrontata come qualcosa di catartico o sei semplicemente partito da lì come esercizio narrativo?</strong></em></p>
<p>Il fatto è che la mia materia prima è la realtà, e attingo da essa quando mi interessa. Ed è vero, tempo fa ho vissuto una rottura sentimentale e ho iniziato a prendere appunti al riguardo, anche se non sapevo bene se poi ne sarebbe uscito un fumetto. Prendere appunti mi aiutava a vedere tutto con distacco, a riflettere su ciò che stavo vivendo. Non avevo un’idea chiara se ne sarebbe venuto fuori un fumetto, ma, all’improvviso, tutte le persone che mi circondavano si trovavano in situazioni simili. I miei amici hanno tra i 40 e i 50 anni e qualcosa, che è proprio la fase in cui si verificano più separazioni, quindi ho pensato che fosse un buon argomento, quello delle relazioni di coppia e delle separazioni, e anche, come dicevi prima, il modo in cui gestiamo la memoria, come ci costruiamo una narrazione di ciò che è accaduto quando c’è una rottura. E mi ci sono messo.</p>
<p><strong><em>Nel fumetto ricorri alla figura di un sosia, Fran, uno scrittore che si ritrova perso in senso figurato e letterale: è bloccato in un remoto paesino argentino dove si è recato in tournée, in attesa di un volo di ritorno che è stato cancellato. In questo modo crei un confine di finzione che, immagino, ti concede maggiore libertà.</em></strong></p>
<p>Quando lavoro ho chiaro che non voglio fare un’autobiografia, quello che cerco di fare è una storia, anche se lavoro con materiale personale. Qui ho mescolato diverse relazioni che ho avuto nel corso della vita, diverse rotture e aggiungo anche esperienze di amici. Fino a dove arriva la realtà, la verità è che la lascio nelle mani del lettore, credo che sia interessante quel terreno ambiguo.</p>
<p><em><strong>Il tuo fumetto coincide con la recente pubblicazione di Islandia, l’ultimo libro di Manuel Vilas, in cui parla della sua separazione in chiave di autofiction. Penso che la letteratura ti permetta, in modo più organico, di inventare (anche di sbilanciarci), ma la natura analitica del fumetto come mezzo rende El viaje un’opera più misurata, serena.</strong></em></p>
<p>Sì, la pianificazione di un fumetto è diversa da come funziona la scrittura di un libro, dove non hai bisogno di quella struttura, di quell’equilibrio tra le parti. Dipende anche da come lavori, ma a me piace definire la sceneggiatura, pensare a come funzionerà con una determinata quantità di pagine. Tuttavia, guarda, questa volta ho aggiunto circa 40 pagine in più, cose su cui riflettevo a posteriori. È che, come dici tu, realizzare un fumetto ti porta quasi a ripensare le cose tre volte: una quando lo scrivi, un’altra quando disegni gli schizzi, e poi un’altra ancora durante tutto quel processo finale, in cui mi piace molto rifinire il tutto e cerco, soprattutto, di sintetizzare. In un fumetto devi cercare la parola giusta, che ci stia nello spazio che hai a disposizione, o raccontarlo in modo che funzioni in sintonia con il resto delle pagine.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351902" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Elviaje_20-560x397.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p><strong><em>Dopo quel processo di sintesi, credo che il risultato sia un tuo lavoro dal tono più serio.</em></strong></p>
<p>Diciamo che in tutti i fumetti che ho realizzato ho cercato di comprendere un tema, di trovare una risposta, una conclusione. Ma in questa storia, la verità è che mi sono reso conto che non c’era nessun posto dove arrivare. È l’accettazione della situazione e basta, una situazione che è triste. Non c’è nessuna grande rivelazione, al di là della complessità delle relazioni di coppia, e di come, ancora e ancora, cadiamo in un abisso quando le rompiamo o ne usciamo e arriviamo in paradiso quando scopriamo un nuovo amore.</p>
<p><em><strong>Riguardo a ciò che dici sulla tristezza, uno dei miei fumetti preferiti è Diario di New York, di Julie Doucet, dove parla dei motivi che l’hanno portata alla rottura sentimentale, che alla fine si rivela una liberazione, dato che il suo ex compagno era un vero e proprio imbecille. Credi che gli autori uomini che affrontano nelle loro opere il tema di una separazione si concentrino più sul dolore e le donne, invece, nella speranza?</strong></em></p>
<p>A prima vista penso che non ci sia una questione di genere in questo, anche se è vero che, parlando con alcune psicologhe, mi hanno detto che sta diventando sempre più comune che le separazioni rappresentino, per molte donne, una liberazione. Viviamo in una società piuttosto maschilista, quindi per le donne di una certa età una rottura conferma la ricerca della propria identità, al di fuori di quelle che sarebbero le convenzioni sociali, il matrimonio o qualsiasi altra cosa, quindi capisco che molte autrici raccontino proprio questo, il non vivere all’ombra di un uomo e l’aver trovato il proprio spazio, anche se ogni coppia è un mondo a sé stante. Ma sì, forse se la compagna di Fran nel fumetto raccontasse la propria storia, probabilmente sarebbe più simile a ciò che dici tu.</p>
<p><em><strong>In effetti, nel caso del tuo fumetto, le motivazioni di lei sono abbastanza chiare. Il punto di partenza è rivelatore. Dopo la separazione, ecco Fran, di nuovo, a promuovere il suo libro a migliaia di chilometri da casa. È inevitabile trovare una corrispondenza con la propria vita, con quei tour interminabili.</strong></em></p>
<p>A volte bisogna stare attenti a ciò che si desidera perché potrebbe avverarsi [ride]. A me, come al personaggio di Fran con i libri, capita che il mio desiderio fosse quello di poter vivere dei fumetti, e ti rendi conto che questo è associato a uno stile di vita che ti obbliga a sacrificare molte cose, a volte molto preziose, qualcosa di difficile da conciliare con una vita “normale”. Se partiamo dal presupposto che la vita di una persona creativa, che vive di questo tipo di lavoro, è molto impegnativo, e se a questo aggiungi il successo, una risonanza a livello mondiale, ti rendi conto che il tuo tempo viene assorbito da tante cose a cui non avevi nemmeno pensato. Sei in tour e ti dici: «Voglio restare qui a casa a lavorare, voglio continuare a creare», ma no, devi viaggiare, e queste due attività ti assorbono tantissimo tempo. Quindi per una coppia non è facile accettare questo tipo di vita. In fin dei conti, come dicevamo, non smette di essere anche un modo maschile di vedere il mondo, perché agli uomini creativi è permesso sacrificare certe cose.</p>
<p><em><strong>Soprattutto a certe età, quando sei madre e bisogna vedere come ci si comporta. Il machismo strutturale è ancora presente. Come hai affrontato il successo? Perché nel mondo del fumetto contemporaneo, tanto meno in Spagna, non è una cosa comune.</strong></em></p>
<p>Ho sempre pensato che fosse una cosa passeggera, che a un certo punto la situazione si sarebbe calmata. Ma da Arrugas ad oggi non si è mai fermato, anzi, ha accelerato. Se nel 2006 avessi saputo che la mia vita sarebbe stata questa, questa promozione continua, sicuramente avrei affrontato le cose in modo diverso. Non so esattamente in che modo [ride]. Immagino che mi sarei cercato un assistente, o, che so, un agente che mi aiutasse con tutto questo trambusto. È curioso, perché non riesci mai a godertela appieno: non hai la tranquillità di chi non ha bisogno di tutta questa promozione, perché non sei nemmeno arrivato a quell’altro stato di scrittore di best seller in cui ormai non ti importa più di nulla perché sei milionario e puoi fare quello che ti pare. Ti senti come se fossi rimasto lì, a metà strada.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351903" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/05/PacoRoca_Mikel_ponce-560x408.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p><em><strong>Tuttavia, sei una persona affabile.</strong></em></p>
<p>Grazie [ride].</p>
<p><em><strong>Voglio dire che mostri sempre il tuo lato migliore durante i tour, negli incontri con i lettori… Credo che ti sarebbe difficile staccarti completamente da quel contatto con il lettore.</strong></em></p>
<p>Sì, ne parlo spesso con amici di altre discipline, musicisti, per esempio. La fama nel mondo dei libri, per così dire, è una fama molto sopportabile, più gratificante. Chi ti riconosce è qualcuno che ha già fatto uno sforzo; ha comprato il tuo libro e l’ha letto, è un filtro molto importante, vuole condividere le emozioni che ha provato leggendo la tua storia, è molto emozionante. Mi piacerebbe che a un certo punto non ci fosse tutta questa fretta, poter chiacchierare con loro con più tempo a disposizione.</p>
<p><em><strong>Trovo significativo che tu abbia ottenuto questo successo di massa con dei fumetti caratterizzati da una certa complessità nella struttura narrativa. Ad esempio, di solito utilizzi un impaginato con una sequenza di tre vignette verticali, seguite da altre tre sequenze di vignette a lettura orizzontale; alterni situazioni temporali nella stessa pagina, giochi con il colore per il presente e per il passato…</strong></em></p>
<p>Senti, ho un sacco di lettori che non leggono altri fumetti, la cosa mi sorprende e spesso mi spaventa anche, quindi in un certo senso li stai educando al linguaggio, per così dire. Cerco di sperimentare, ma allo stesso tempo cerco di non perdere la leggibilità, cioè di renderli facili da seguire. Ma pensa che i miei fumetti parlano, fondamentalmente, di persone normali che fanno cose [ride], o di persone che parlano, provano emozioni e pensano a qualcosa, quindi come lo racconti? Questo ti porta a dover esplorare, a cercare nuovi strumenti. Ma mi piace farlo in modo che la storia scorra, senza che il lettore si fermi a notare quale risorsa ho utilizzato.</p>
<p><em><strong>Infatti, una delle scene più complesse di El viaje è composta da quasi cinquanta pagine in cui mostri una conversazione tra due personaggi seduti.</strong></em></p>
<p>È una sfida. Cerco di creare quell’intimità tra i personaggi in modo credibile, di mostrare come si avvicinino sempre di più, beh, emotivamente. Il lettore è un voyeur, in fin dei conti, è come se fosse seduto di fronte a guardare tutto ciò che sta accadendo. Ma come mantieni tutto questo per così tante pagine, visivamente e narrativamente? Non mi piace utilizzare soluzioni cinematografiche: un piano, un controcampo, ora un primo piano di uno, ora dell’altro… Credo che siano artifici, e forse mi sbaglio, che non si adattino bene alle mie storie. Quindi cerco altre risorse. E, d’altra parte, mi sono anche reso conto che con il disegno che faccio non si può competere con la sottigliezza di alcuni attori, non si può contare sul fatto che i primi piani del mio disegno raccontino grandi cose, e forse con due puntini e una linea, e se hai fatto bene il lavoro nel corso della storia, riesci ad arrivare altrove in modo più efficace. Insomma, non ci sono regole per questo, ma quei limiti, e tutti quegli strumenti che non appartengono al cinema, le metafore visive, funzionano nel fumetto, e credo che, se hai fatto bene il tuo lavoro, il lettore lo accetti, senza bisogno di aver letto altri fumetti. Per me funziona meglio raccontare poco piuttosto che raccontare molto: meno racconto, più spazio ha il lettore per colmare le lacune.</p>
<p><strong><em>E poi, al di là di quella che potremmo definire una neutralità espositiva, ti concedi alcuni espedienti grafici più espressivi.</em></strong></p>
<p>Perché a volte le parole, o i pensieri, sono legati a un turbinio di emozioni: amore, odio, rancore, affetto… E come si fa a disegnare tutto questo? Beh, in un modo che non è, diciamo, «realistico». Così posso anche giocare con qualcosa che un giorno mi piacerebbe approfondire, ovvero il fumetto astratto, e sperimentare come si possano raccontare delle storie attraverso, non so, linee, forme, e mostrare così le emozioni.</p>
<p><em><strong>Correggimi se sbaglio, ma ho visto momenti che mi hanno ricordato molto Chris Ware.</strong></em></p>
<p>Può darsi, anche se non ne sono consapevole. Condivido sicuramente con lui l’idea di esplorare la pagina, il mezzo, con le risorse del fumetto. La mia idea è cercare un equilibrio tra la parte narrativa e quella visiva del fumetto.</p>
<p>Noi autori siamo sempre alla ricerca di nuovi adepti alla causa [ride].</p>
<p>[Risate] È vero, ma fortunatamente, da circa 20 anni, il panorama è cambiato. Ora abbiamo cose che esulano un po’ dai canoni, abbiamo questo tipo di pubblico, che magari non legge fumetti dall’infanzia e ciò che cerca ora nel fumetto non è affezionarsi in generale a una serie o a un personaggio, ma vuole che gli vengano raccontate storie proprio come in un romanzo o in un film. Ma capisce che il fumetto è qualcos’altro, che per leggere un romanzo o vedere un film ci sono già i romanzi e i film, quindi non bisogna pensare ai fumetti come a qualcosa di diverso dai fumetti, e disegnarli allo stesso modo, perché lo capiranno.</p>
<p><em><strong>Perché il lettore è sempre intelligente, non c’è bisogno di “aiutarlo”.</strong></em></p>
<p>Sì, per fortuna è proprio così.</p>
<p> </p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/24/fumetto-pablo-roca-racconta-il-suo-viaggio-nella-separazione/">Fumetto, Pablo Roca racconta il suo viaggio nella separazione</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/24/fumetto-pablo-roca-racconta-il-suo-viaggio-nella-separazione/">Fumetto, Pablo Roca racconta il suo viaggio nella separazione</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>Il putinismo si orienta verso il modello iraniano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 14:44:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[padrini & padroni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il deterioramento della situazione economica mina la legittimità del Cremlino, ma la forza della repressione non lascia intravedere alcuna rivolta popolare</p>
<p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/23/il-putinismo-si-orienta-verso-il-modello-iraniano/">Il putinismo si orienta verso il modello iraniano</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Il deterioramento della situazione economica mina la legittimità del Cremlino, ma la forza della repressione non lascia intravedere alcuna rivolta popolare</h3>
<pre><a href="https://www.mediapart.fr/journal/international/220526/le-poutinisme-s-oriente-vers-le-modele-iranien">Ilia Budraitskis</a> su <a href="https://www.mediapart.fr/journal/international/220526/le-poutinisme-s-oriente-vers-le-modele-iranien">Mediapart</a></pre>
<p>Da alcune settimane, il regime di Vladimir Putin sembra trovarsi di fronte a una «tempesta perfetta». All’impasse sul fronte della guerra contro l’Ucraina e alla stagnazione economica si aggiunge la manifesta incapacità delle autorità di affrontare sfide come le inondazioni nel Caucaso settentrionale o l’epidemia di afta epizootica in Siberia.</p>
<p>Le interruzioni della connessione Internet mobile e i tentativi dei servizi di sicurezza di esercitare un controllo totale sui social network sono sempre più mal visti. Le dichiarazioni critiche di grande risonanza da parte di personalità pubbliche fedeli al Cremlino, come la video-blogger Victoria Bonya, hanno lanciato un chiaro segnale del crescente malcontento, sia all’interno dell’élite che negli strati della società fino ad allora depoliticizzati.</p>
<p>In questo contesto, i media occidentali hanno moltiplicato gli articoli sul calo di popolarità di Vladimir Putin, arrivando persino a evocare progetti di colpo di Stato militare. Lo stesso presidente ha rilasciato una serie di dichiarazioni assicurando che le restrizioni su Internet erano «temporanee» e che la guerra «stava volgendo al termine». Bisogna vedere in questo gli inizi di una crisi di regime? Una rassegna delle difficoltà del potere e degli scenari cupi che lasciano intravedere.</p>
<p>Il primo semestre in Russia è stato caratterizzato da un aumento dell’inflazione e da un calo del tenore di vita. È evidente che l’effetto del «keynesismo militare» (una crescita economica stimolata da massicci investimenti pubblici nel settore militare) ha ormai fatto il suo tempo. Il governo prevede che la crescita dei salari nel 2026 sarà solo del 2% (contro una previsione ufficiale di inflazione del 5%).</p>
<p>È importante notare che l’aumento della spesa di bilancio dal 2022 è stato dedicato esclusivamente alla produzione di armi, al sostegno dell’esercito in guerra e a ingenti pagamenti ai soldati a contratto, arricchendo solo i segmenti della popolazione direttamente coinvolti nel conflitto con l’Ucraina. Allo stesso tempo, la politica dei tassi di interesse elevati, condotta in modo costante dalla banca centrale, ha portato al deterioramento dei settori legati al consumo interno – edilizia, estrazione del carbone, industria automobilistica, ecc.</p>
<h3>Il ricordo della crisi degli anni ’90</h3>
<p>Questo calo del reddito delle famiglie si inserisce in un contesto di deficit di bilancio in rapido aumento (attualmente pari al 2,5%, superando già la soglia dell’1,6% prevista dal governo per quest’anno). Il regime può colmarlo solo a prezzo di nuovi aumenti delle imposte e di tagli nel settore pubblico. Questo deterioramento economico sta chiaramente infrangendo il mito della stabilità di Vladimir Putin, che per lungo tempo ha costituito uno dei principali pilastri della legittimità del regime.</p>
<p>Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, la propaganda non ha mai smesso di contrapporre l’età dell’oro di Vladimir Putin al caos delle «riforme di mercato» post-sovietiche degli anni ’90. Secondo questa narrativa, dopo la sua ascesa al potere, il capo dello Stato ha impedito personalmente il crollo del Paese e ha sollevato la popolazione dalla povertà. In questa costruzione ideologica, la rinascita della Russia come grande potenza era indissociabile dal miglioramento del benessere della maggioranza.</p>
<p>Anche dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, il mito della stabilità ha mantenuto tutta la sua portata, poiché la grande maggioranza dei russi non avvertiva le conseguenze economiche o umanitarie della guerra. Tuttavia, negli ultimi mesi, l’aumento dell’inflazione, la disoccupazione e un senso generale di incertezza sul futuro ricordano sempre più gli anni ’90.</p>
<p>Questo parallelo con la storia recente aiuta a spiegare perché la crisi economica non può trasformarsi automaticamente in una protesta di massa contro il sistema. Proprio come durante il periodo delle riforme degli anni ’90, quando la grande maggioranza della popolazione era preoccupata per la propria sopravvivenza elementare, un calo del tenore di vita rischia soprattutto di portare a una depoliticizzazione e a una passività ancora maggiori.</p>
<p>D’altra parte, oggi è impossibile immaginare scioperi legali o raduni di massa. Dopo il crollo dell’URSS esisteva almeno un minimo di libertà civili che permetteva di manifestare (come ha dimostrato lo sciopero nazionale dei minatori dell’estate 1998).</p>
<h3>Mancanza di utopie</h3>
<p>Un’altra differenza significativa con l’epoca contemporanea, anche nel pieno del massiccio impoverimento degli anni ’90, era l’esistenza di una certa visione del futuro presentata dal governo – in questo caso, un’utopia di prosperità di mercato, che avrebbe richiesto di sopportare un periodo di prove lungo il percorso che conduceva ad essa.</p>
<p>Nel 2026, quattro anni dopo l’inizio della guerra su larga scala in Ucraina, il regime non ha altro da offrire se non la propria perpetuazione. Mentre due anni fa la maggior parte delle persone poteva ancora sperare in un ritorno alla stabilità familiare dopo il completamento della «operazione militare speciale», un simile scenario sembra sempre più improbabile. L’intensificarsi degli attacchi dei droni ucraini sulle grandi città dimostra invece che la Russia non sta vincendo questa guerra.</p>
<p>Questo sentimento diffuso di paura del futuro, di impotenza e di fatalismo è sempre più in contraddizione con il tono militarista della propaganda ufficiale, che riferisce con entusiasmo dell’imminente avanzata dell’esercito russo e minaccia l’Europa di un attacco nucleare preventivo. La richiesta di una vita normale, cioè pacifica e prevedibile, diventa sempre più pressante, anche se ogni gruppo indipendente che tenti di esprimere questa rivendicazione si scontra con una repressione brutale.</p>
<p>La strategia dei servizi di sicurezza mira a distruggere ogni forma di auto-organizzazione che possa dare voce a un sentimento di malcontento generalizzato ma amorfo, che non costituisce di per sé una minaccia politica.</p>
<p>Ma i tentativi volti a stabilire un controllo totale sui social media stanno ormai invadendo la sfera della libertà personale. In questo modo, ribaltano le vecchie regole del gioco del regime, quando la rinuncia alle libertà civili e alla partecipazione politica dei cittadini era compensata dalla tutela della loro privacy.</p>
<p>Mentre in passato il regime traeva gran parte della propria legittimità dal ruolo di garante della stabilità, oggi, nel contesto di una guerra senza fine, fa sempre più affidamento sulla paura della polizia e dei servizi di sicurezza. In questo senso, il putinismo si sta chiaramente orientando verso il modello iraniano, in cui un regime privo di sostegno popolare mantiene il potere ricorrendo alla forza bruta.</p>
<h3>Le élite ancora asservite</h3>
<p>La perdita di fiducia della base nei confronti del regime coincide con un aumento del malcontento latente tra le élite, la maggior parte delle quali è evidentemente anch’essa perdente nel proseguimento della guerra. Lo scenario di un colpo di Stato, che secondo diversi media occidentali alimenterebbe i timori di Vladimir Putin, sembra tuttavia impossibile.</p>
<p>Una prima ragione è legata al timore della repressione, che rende le élite frammentate e diffidenti. Negli ultimi anni, decine di funzionari del ministero della Difesa (tra cui diversi ex vice del ministro Sergej Šoigu) sono stati arrestati, così come rappresentanti di altre agenzie. Nel 2024, il ministro dei Trasporti, Roman Starovoit, si è suicidato a causa di una minaccia di arresto. Più recentemente, il viceministro delle Risorse naturali, Denis Butsaev, è fuggito negli Stati Uniti per lo stesso motivo.</p>
<p>Un certo numero di uomini d’affari di primo piano, sospettati di slealtà politica, hanno perso i propri beni e la libertà (come nel caso, ad esempio, di Vadim Moshkovich, proprietario di uno dei più grandi gruppi agricoli del Paese). Queste misure repressive stanno diventando sempre più sistematiche e le loro vittime appartengono a una grande varietà di gruppi: la burocrazia statale, i vertici militari e le grandi imprese.</p>
<p>È risaputo che Vladimir Putin ha sempre adottato un approccio prudente nei confronti dell’élite di Stato. E a questo punto non si può affermare che abbia preso la decisione fondamentale di avviare una rotazione su larga scala delle élite. D’altra parte, molte delle sue dichiarazioni indicano chiaramente la sua delusione nei confronti dei suoi ex alleati e di coloro che ricoprivano posizioni politiche ed economiche chiave prima dell’invasione dell’Ucraina.</p>
<p>Già nel 2024, il presidente russo ha dichiarato che «la stessa parola “élite” si è ampiamente screditata per colpa di coloro che, non avendo reso alcun servizio alla società, si considerano una sorta di casta che gode di diritti e privilegi speciali», mentre una vera élite dovrebbe essere composta da «lavoratori instancabili e guerrieri che hanno dimostrato la loro lealtà». Di fatto, diversi partecipanti alla «operazione militare speciale» sono stati nominati a incarichi di alto rango, ad esempio alla guida di diverse regioni russe.</p>
<p>Per il momento, la principale forza motrice dietro la repressione della classe dirigente russa è il Servizio federale di sicurezza (FSB). Quest’ultimo ha rapidamente esteso i suoi poteri, al punto da diventare il maggior pilastro del regime putiniano. Contrariamente a quella del suo predecessore storico, il KGB, l’influenza del FSB non è controbilanciata dall’autorità dell’apparato del partito-guida. Si può affermare che oggi, in Russia, non esista più alcuna istituzione politica in grado di contrastare questo potente servizio speciale.</p>
<h3>La scomparsa dell’«Occidente»</h3>
<p>L’altro motivo che rende improbabile una rivoluzione di palazzo risiede nella natura molto vaga dell’agenda politica che potrebbe alimentare una cospirazione ai vertici. Le élite non hanno una visione chiara di un orientamento alternativo della politica estera, né delle condizioni per porre fine alla guerra. Se, all’inizio del conflitto, era ancora concepibile che Vladimir Putin potesse essere allontanato in cambio della revoca delle sanzioni e della normalizzazione delle relazioni con l’Europa e gli Stati Uniti, il mondo attuale è ben diverso.</p>
<p>La trasformazione della politica americana da parte di Donald Trump e l’aggravarsi della crisi dell’Unione europea (UE) hanno portato alla scomparsa di quell’«Occidente» con cui la classe dirigente russa avrebbe potuto riconciliarsi. Non meno importante è la crisi ideologica legata alla perdita del modello occidentale di democrazia liberale come standard di qualità a cui gli altri paesi dovrebbero aspirare.</p>
<p>Al termine di quattro anni di guerra, il «mondo multipolare» evocato nella retorica del capo di Stato russo è diventato una realtà in cui ogni paese non ha altra scelta che difendere i propri interessi e seguire i «valori» specifici della propria civiltà. Di conseguenza, la strategia di Vladimir Putin – esercitare una pressione militare sull’Europa con l’obiettivo di essere riconosciuto come una potenza a tutti gli effetti – non sembra più una follia, né una violazione delle regole.</p>
<p>In questo nuovo mondo, Vladimir Putin non appare più del tutto come un paria o un criminale di guerra, ma come un leader forte legato da un reciproco rispetto a Xi Jinping e Donald Trump. Il suo eventuale successore, salito al potere con un colpo di Stato militare, avrebbe poche possibilità di godere della stessa autorità personale sulla scena internazionale. Soprattutto, un tale successore non avrebbe altra scelta che tentare di riprodurre il sistema politico autoritario creato da Putin.</p>
<p>Infine, l’uscita di scena del presidente potrebbe scatenare lotte interne su larga scala per il controllo dei beni. Avendo completamente distrutto tutte le istituzioni politiche del Paese nel corso dei suoi venticinque anni al potere, Vladimir Putin è diventato egli stesso l’unico fattore che mantiene un relativo equilibrio di interessi tra i diversi gruppi all’interno della classe dirigente. Ed è per questo che l’élite russa teme attualmente la sua partenza ancora più del proseguimento di avventure militari distruttive.</p>
<pre>Ilya Budraitskis, attivista di sinistra e autore specializzato in teoria politica, 
è ricercatore presso l’Università della California a Berkeley. È autore di 
"Dissidents Among Dissidents: Ideology, Politics and the Left in Post-Soviet Russia" (Verso, 2022).</pre>
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		<title>Dario Salvetti: “Dalla Flotilla alla ex Gkn: costruire il ‘noi’”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 09:14:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[quotidiano movimento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lettera aperta al rientro della Flotilla: «Coltivare l'efficacia e non la testimonianza, interrogarsi sulla resistenza prolungata, sui rapporti di forza e non sull'evento singolo»</p>
<p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/23/dario-salvetti-dalla-flotilla-alla-ex-gkn-costruire-il-noi/">Dario Salvetti: “Dalla Flotilla alla ex Gkn: costruire il ‘noi’”</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Lettera aperta al rientro della Flotilla: «Coltivare l’efficacia e non la testimonianza, interrogarsi sulla resistenza prolungata, sui rapporti di forza e non sull’evento singolo»</h3>
<p>Ciao a tutte/i. Mi scuso se riemergo solo ora e con un testo lungo, ma si sono accumulate un po’ di cose da dire.</p>
<ol>
<li>Il primo ringraziamento va alla resistenza palestinese. Per essere il fronte principale, forse per alcuni aspetti l’unico, in grado di minare il sionismo. Per aiutarci a tenere gli occhi aperti. Il punto non è stabilire se l’ideologia sionista sia più o meno fascista di molte altre correnti reazionarie presenti su questa terra. Il punto è il ruolo chiave che gioca oggi nello spingere, sperimentare, mettere in pratica lo sterminio, l’escalation bellica mondiale, il riarmo e la società autoritaria.</li>
<li>Per questo il tema è esattamente il rapporto tra il sionismo e l’intero sistema mondiale. Provare ora a individuare Ben Gvir come unico responsabile di un sistema di impunità e complicità che è esteso, internazionale, radicato e prolungato nel tempo è semplicemente ridicolo. Non si è mai visto un circo con un solo clown. E nel circo di cui ci credete spettatori i clown sono almeno due: Ben Gvir e chiunque provi a presentarlo come unico responsabile di quanto accaduto.</li>
<li>Il secondo ringraziamento va a chi è stato a terra. A chiunque si è mobilitato, si è preoccupato, ha sostituito quello che non potevamo fare durante tutta la navigazione e poi il sequestro. Nel mio caso specifico devo ringraziare le compagne e compagni del Collettivo di Fabbrica e della Soms Insorgiamo e tutta la rete solidale. In particolare a chi ha tenuto botta nella campagna di reindustrializzazione dal basso e nel presidio. Dopo 5 anni di presidio permanente, è stata una fatica in più. So che in questo mese non sono state tutte rose e fiori ma a me da quelle barche siete sembrati semplicemente perfetti.</li>
<li>Ci chiedete come stiamo e non è facile rispondere a questa domanda. Innanzitutto perchè il pensiero che ti porti dietro e che ti scava dentro è questo: hai sopportato, sei passato da una esperienza traumatica nella consapevolezza che stava per finire. Mentre stanotte ho dormito in un letto pulito, mentre scrivo ora, c’è qualcuno in quelle prigioni sottoposto a trattamenti ben peggiori e senza nessuna prospettiva di vederne la fine.</li>
<li>E qualsiasi parola trovassimo per descrivere come stiamo sarebbe sbagliata. Io ad esempio dovrei definirmi “fortunato”. Non credo di avere riportato danni di nessun tipo (la formula condizionale è dovuta al tipo di sostanze chimiche che hanno usato e al lato psicologico), perchè mi hanno picchiato in punti dove non si generano fratture e solo punzecchiato e minacciato con il coltello senza affondare il colpo. Ma “fortunato” è esattamente la parola più sbagliata che si può usare, perché sminuirebbe lo stato di privazione, sequestro, umiliazione, tortura psicologica, e banalmente il fatto che la detenzione non può essere mai sinonimo nè di rapimento nè di privazione di uno stato di diritto.</li>
<li>Stiamo male per quello che abbiamo visto e la rabbia che ne consegue. Stiamo bene, perchè il livello di serenità, coraggio e fermezza delle attiviste e degli attivisti che abbiamo visto nelle ore di sequestro è una forza che nella vita non ti abbandonerà mai.</li>
<li>Per dovere di cronaca e di denuncia, continueremo a restituire ogni dettaglio e racconto di quanto ci è successo. Ma i riflettori non devono rimanere lì. Devono essere spostati immediatamente su una vasta campagna di boicottaggio, rottura di ogni rapporto, a ogni livello con il sionismo. A ogni organizzazione, istituzione, realtà economica va chiesto: cosa stai facendo per togliere terreno al sionismo. Non abbiamo nessuna intenzione che l’indignazione “per noi” diventi una forma emotiva usata per non agire oltre a quello che ci è accaduto.</li>
<li>Abbiamo usato la parola lager e campo di concentramento galleggiante e in miniatura senza alcuna esagerazione polemica o leggerezza. Non c’è solo un fatto “estetico”. Non esiste nessuna altra definizione tecnica per individuare il regime di privazione della libertà a cui siamo sottoposti sulla nave prigione. Sequestrati con un mitra puntato, portati su quella nave, fatti oggetti di violenza senza alcuna logica se non la violenza stessa, senza potere contattare nessuno, con il passaporto sequestrato e sostituito da un braccialetto con un numero, non eravamo coperti più da alcuna forma di diritto. Non sapevamo più cosa fossimo. Non era “carcere duro”, non era proprio carcere. Se qualcuno ha qualsiasi altra definizione che non sia appunto lager, si faccia avanti e ce la dia.</li>
<li>Il mar Mediterraneo è uno dei mari più pattugliati e controllati al mondo. Non c’è stato un solo momento che non avessimo droni sulla testa – non solo sionisti, ma di svariata natura – o navi all’orizzonte. E poi ci sono i radar, i satelliti ecc. Impossibile pensare che almeno 2 navi-lager e 3 navi da guerra possano rastrellare il Mediterraneo senza che questo sia noto e conosciuto alle autorità dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo.</li>
<li>Il dibattito su quello che è accaduto alla Flotilla è infatti un dibattito generale su cosa sia il Mediterraneo oggi: è quindi un dibattito sul Sea Rescue, le migliaia di morti nel tentativo di attraversarlo, il suo surriscaldamento ecc. La convergenza di tutte le “nostre forze” marittime è una priorità assoluta.</li>
<li>E il dibattito però è anche a terra. La priorità ovviamente è l’onda che la Flotilla ha generato nel riaprire il dibattito verso la società sulla questione palestinese. E lì vanno le nostre forze ed energie. Ma esiste anche l’onda generata verso il nostro interno. Prima della partenza della missione, il dibattito sui suoi limiti, i suoi rischi, le sue inopportunità è stato silenzioso ma corrosivo. Ora sarebbe il caso invece di trasformare tutto questo in un dibattito aperto e positivo sulla efficacia o meno dei metodi di lotta. Coltivare l’efficacia e non la testimonianza, interrogarsi sul processo e non sul singolo atto, sulla resistenza prolungata e non sull’evento singolo, sui rapporti di forza e non sulla mutevole opinione.</li>
<li>L’immagine più forte che mi porto dietro è quella durante la seconda intercettazione, quella del 18 maggio. Mentre il Don Juan, la barca su cui ero, cambia direzione nel tentativo diversivo di sfuggire ai gommoni dei reparti speciali della marina sionista, vedo all’orizzonte una scena che non sapevo se interpretare come un effetto ottico. Si stagliano una davanti all’altra una nave di guerra e una piccola barca a vela. E la barca a vela punta la prua dritto per dritto verso la nave da guerra. Evidentemente sono troppo vicini, non possono scappare, possono solo fare il contrario: andare sotto navigazione della nave da guerra e renderle la vita impossibile.</li>
<li>La barca a vela con gente comune disarmata che va contro la nave da guerra armata fino ai denti, che non scappa ma gira la prua esattamente nella direzione dove nessuno si aspetterebbe, credo simboleggi a pieno la situazione mondiale e globale in cui ci troviamo. E’ il Davide contro Golia. E’ il fatto che tra la catastrofe, la guerra, la violenza generalizzate e il nostro futuro, ci frapponiamo solo “noi”. Niente e nessun altro.</li>
<li>Cosa sia questo “noi”, allargarlo e definirlo allo stesso tempo è oggi la priorità e l’urgenza assoluta per arrivare prima che arrivino “loro”, con il loro fascismo e la loro guerra. Non sto parlando di definire questo “noi” nel senso militante del termine o in piccole cerchie organizzate. Non sto dicendo che bisogna riscrivere il primo capitolo del Manifesto del Partito Comunista, “Borghesi e proletari”, che ognuno può autonomamente leggere e apprezzare. Sto parlando del blocco sociale, del senso di appartenenza, comunitario, di interesse condiviso nella testa di milioni di persone. Noi, la classe, la gente, il popolo, “los de abajos”, un abbozzo di futura umanità, ambientaliste, transfemministe, antifasciste, con le proprie radici ben piantate e contemporaneamente a casa ovunque ci sia mondo, eterogenei e contraddittori ma guidati da una sensazione di comune appartenenza che dal basso si contrappone all’alto, all’oligarchia, allo sfruttamento, all’abbrutimento, alla classe “Epstein”.</li>
<li>E senza che niente sia modello, niente sia idealizzato, si prenda quanto meno atto di una cosa: è attraverso una banale azione di mutualismo conflittuale, che 500 persone, di 70 nazionalità, religioni assai diverse, credi politici ben disparati, hanno trovato la via per essere “abbozzo di umanità” tanto da navigare a testa alta contro quelle 48-72h di violenza ed uscirne sereni e consapevoli. Forse non è questa la via, ma almeno qualsiasi proposta alternativa provi a produrre qualcosa di più avanzato. La critica all’imperfezione dell’azione non può diventare una perfetta inazione.</li>
<li>Per quanto mi riguarda, nel piccolo, il contributo a tutto questo dibattito avviene attraverso il tentativo di concretizzare 5 anni di lotta alla ex Gkn. Abbiamo un mese di azionariato popolare e un tenetevi libere e liberi per l’11-12 luglio. Stateci appiccicate e appiccicati come a una piccola Flotilla nell’economia. Forse non è il tempo della vittoria per come ce la aspettavamo, ma sicuramente non è tempo di lasciare la resistenza.</li>
</ol><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/23/dario-salvetti-dalla-flotilla-alla-ex-gkn-costruire-il-noi/">Dario Salvetti: “Dalla Flotilla alla ex Gkn: costruire il ‘noi’”</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/23/dario-salvetti-dalla-flotilla-alla-ex-gkn-costruire-il-noi/">Dario Salvetti: “Dalla Flotilla alla ex Gkn: costruire il ‘noi’”</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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		<title>La sorpresa anticapitalista di Adelante Andalucía</title>
		<link>https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/19/la-sorpresa-anticapitalista-di-adelante-andalucia/?utm_source=rss&amp;utm_medium=rss&amp;utm_campaign=la-sorpresa-anticapitalista-di-adelante-andalucia</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Checchino Antonini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 15:35:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[in fondo a sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stato spagnolo, alle elezioni andaluse vince il PP ma dovrà fare i patti con Vox. Psoe al minimo storico mentre una formazione ecosocialista di origine trotskista sfiora il 10%</p>
<p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/05/19/la-sorpresa-anticapitalista-di-adelante-andalucia/">La sorpresa anticapitalista di Adelante Andalucía</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 data-start="0" data-end="737">Stato spagnolo, alle elezioni andaluse vince il PP ma dovrà fare i patti con Vox. Psoe al minimo storico mentre una formazione ecosocialista di origine trotskista sfiora il 10%</h3>
<p data-start="0" data-end="737">Il voto andaluso consegna un quadro più instabile di quanto sperasse <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Juan Manuel Moreno Bonilla</span></span>. Il suo <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Partido Popular</span></span> resta primo partito con il 41,5% e 53 seggi, ma perde la maggioranza assoluta e dovrà negoziare con l’estrema destra di <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Vox</span></span>, che con il 13,8% e 15 deputati diventa ancora una volta decisiva per la governabilità. È il quarto caso consecutivo, dopo Estremadura, Aragona e Castiglia e León, in cui la destra spagnola non riesce a emanciparsi dall’abbraccio dell’ultradestra. Un colpo alla strategia della “via andalusa” moderata e centrista con cui Moreno Bonilla voleva presentarsi come modello nazionale del PP di <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Alberto Núñez Feijóo</span></span>.</p>
<p data-start="739" data-end="1459">Ma il dato politico più interessante emerge dentro il campo della sinistra alternativa. L’elettorato di sinistra che è tornato alle urne non ha votato a favore del PSOE, bensì per una ex componente di Podemos di origine trotskista, che si è separata da quel partito e ha superato l’altra lista della sinistra radicale, Por Andalucía. Il <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">PSOE</span></span> guidato da <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">María Jesús Montero</span></span> precipita al 22,8%, perdendo ancora terreno in quella che per quasi quarant’anni era stata la sua roccaforte storica. In alcune province, come Almería, scivola addirittura dietro Vox. È la prosecuzione di una crisi lunga: usura del potere, scandali di corruzione, perdita delle reti clientelari costruite durante decenni di governo e una frattura generazionale che ha spinto parte dell’elettorato popolare verso destra.</p>
<p data-start="739" data-end="1459"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351883" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/05/703658411_18322426801261674_2185727779253631585_n-560x700.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p data-start="1461" data-end="2018">Dentro questo vuoto cresce invece <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Adelante Andalucía, r</span></span>ifondata nel 2021 sotto la guida di Teresa Rodríguez, si definisce nazionalista andalusa, anticapitalista, femminista ed ecosocialista. Riunisce organizzazioni come Anticapitalistas Andalucía, Defender e Izquierda Andalucista, insieme a un numero crescente di membri indipendenti organizzati in assemblee locali.</p>
<p data-start="1461" data-end="2018">La formazione guidata da <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">José Ignacio García</span></span> sfiora il 10%, quadruplica i propri seggi passando da 2 a 8 e supera <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Por Andalucía</span></span>, la coalizione che unisce Izquierda Unida, Podemos, Verdes Equo e l’area post-Sumar. Non si tratta soltanto di uno spostamento interno alla sinistra radicale: Adelante Andalucía ha intercettato una domanda politica che PSOE e sinistra governista non sono più riusciti a rappresentare.</p>
<p data-start="2020" data-end="2905">Il punto decisivo è la natura del progetto politico di AA. García — militante di Anticapitalistas Andalucía (la sezione della Quarta internazionale che aveva lasciato Podemos), insegnante e deputato regionale dal 2018 — ha costruito una campagna centrata su due assi: autonomia andalusa e credibilità sociale. “Noi siamo un partito andalusista che risponde agli interessi della classe lavoratrice andalusa”, ha rivendicato durante la campagna, contrapponendosi a una sinistra percepita come troppo subordinata ai giochi politici di Madrid. Adelante Andalucía ha rilanciato un regionalismo di sinistra radicato nelle condizioni materiali della regione più povera della Spagna, segnate da precarietà, lavoro agricolo, emigrazione e marginalizzazione culturale. Anche la questione identitaria ha avuto un peso: l’orgoglio per un accento storicamente stigmatizzato e per una soggettività andalusa spesso trattata come periferica dentro lo Stato spagnolo.</p>
<p data-start="2907" data-end="3510">Secondo il politologo <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Guillermo Fernández Vázquez</span></span>, il successo di AA dipende anche dalla figura di García: “un candidato carismatico, una figura nuova lontana dalle vecchie battaglie elettorali”. Nei dibattiti televisivi, Adelante Andalucía è riuscita a presentarsi come forza fresca e conflittuale, mentre Por Andalucía appariva appesantita dalle divisioni tra Podemos, Izquierda Unida e l’universo post-Sumar. Il risultato è stato netto: AA diventa terza forza a Cadice e Siviglia, entra in nuove province come Malaga, Granada e Córdoba e conquista finalmente un proprio gruppo parlamentare.</p>
<p data-start="3512" data-end="4011">A Cadice il risultato assume un significato ulteriore. Adelante Andalucía supera Vox e riapre la prospettiva di una ricomposizione municipale simile a quella sperimentata negli anni di governo di <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">José María González</span></span>, “Kichi”, uno dei simboli della sinistra municipalista andalusa. Non è un caso che il partito insista tanto sulla dimensione territoriale e popolare: la sua forza nasce meno dalla macchina partitica e più da reti militanti, movimenti sociali e radicamento urbano.</p>
<p data-start="4013" data-end="4643" data-is-last-node="" data-is-only-node="">La crescita di Adelante Andalucía non basta però a invertire i rapporti di forza complessivi. Le destre restano maggioritarie in voti e seggi e il blocco progressista si ferma a 41 deputati, lontano dalla soglia dei 55 necessari per governare. Tuttavia il voto andaluso mostra qualcosa di rilevante anche su scala europea: mentre i grandi partiti storici perdono radicamento e credibilità, spazi politici più radicali, territoriali e identitari riescono talvolta a ricostruire un rapporto diretto con settori popolari disillusi. In Andalusia, almeno per questa tornata elettorale, quel ruolo lo ha interpretato Adelante Andalucía.</p>
<p data-start="4013" data-end="4643" data-is-last-node="" data-is-only-node=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351885" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/05/escuela-otono-6-80-copia-560x374.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p data-start="4013" data-end="4643" data-is-last-node="" data-is-only-node=""><strong>Di seguito un’analisi dell’avanzata di Adelante Andalucia pubblicata su El Salto</strong></p>
<h3>Dieci anni di ampliamento della identità andalusa: dal sole e dalle battute a un altro modo di intendere l’Andalusia</h3>
<h4>Il movimento culturale e sociale, che ha portato all’ascesa di Adelante Andalucía, ha iniziato ad ampliare la visione dell’identità andalusa dieci anni fa.</h4>
<p><strong><a href="https://www.elsaltodiario.com/opinion/diez-anos-ampliando-sujeto-andaluz-del-sol-chiste-otra-forma-entender-andalucia">Aurora Báez Boza</a> su <a href="https://www.elsaltodiario.com/opinion/diez-anos-ampliando-sujeto-andaluz-del-sol-chiste-otra-forma-entender-andalucia">El Salto</a></strong></p>
<p>Nel 2020 Teresa Rodríguez ha lasciato Podemos con un messaggio chiaro: costruire «un’identità andalusa propria». Un anno prima, il profeta Antonio Manuel apriva il primo disco dei Califato 3/4 con questa frase che è ormai cultura radicata in diverse generazioni: «L’Andalusia non è un’Arcadia a cui tornare, ma un orizzonte da perseguire; non voglio tornare a essere ciò che eravamo, rivendico il tornare a essere ciò che siamo».</p>
<p>Un paio d’anni prima, il malcontento nei confronti della realtà politica del PSOE si era insinuato nella musica underground attraverso la canzone “Anticrista” dei Narco, in cui la band tracciava un profilo critico di Susana Díaz. L’asse politico centrale a sinistra del Parlamento andaluso era la richiesta di Podemos Andalucía, ancora guidata da Rodríguez, a IU di rompere i suoi patti municipali con il PSOE, per dare vita a un’alleanza. Mentre cominciavamo a indossare senza vergogna le uniformi e gli stivali militari sotto i vestiti da gitana all’ingresso del Real, le strade di Siviglia erano ricoperte di graffiti con il volto di Teresa Rodríguez travestita da supereroina e, sotto di esso, un soprannome: Wonder Tere. Mar Gallego aveva alle spalle un anno di attività del suo progetto Feminismo andaluz.</p>
<p>Sono passati quasi dieci anni da quel momento in cui si cominciava a preparare il terreno per piantare i semi e, da allora ad oggi, potrei tracciare un ampio percorso musicale, letterario, culturale e politico (io e chiunque abbia vissuto in questa terra) fatto di segnali che hanno segnato un cambio di rotta.</p>
<h3>Comprendere il momento</h3>
<p>Non è una sorpresa: la società andalusa, in misura maggiore o minore, porta avanti da un decennio un lavoro nell’ombra, ritrovando se stessa, e sono stati pochi i partiti che hanno saputo cogliere quel momento.</p>
<p>A destra, un astuto Partido Popular che ha saputo modellare l’identità andalusa a proprio favore, legandola anche al concetto di Spagna —Moreno Bonilla dice nel suo libro che essere andalusi è un modo di essere spagnoli—, allontanandola dagli indipendentismi e dalle sovranità, e avvalendosi dell’immaginario dei cortijos, ma anche della distorsione della storica lotta andalusista.</p>
<p>E a sinistra, senza alcuna sorpresa, una delle poche formazioni che ha saputo non perdere il ritmo politico e accompagnare (sia per convinzione che per occupare uno spazio politico vuoto) la riflessione sociale delle andaluse nell’ultimo decennio è stata Adelante Andalucía.</p>
<p>Nella disputa per vibrare al ritmo del territorio, il PSOE non ha saputo inserirsi (forse da qui una delle ragioni della sua perdita di consensi). Negli ultimi 20 anni di governo socialista, la bandiera andalusa e l’identità propria sono state assolutamente abbandonate, e nei momenti in cui non rappresentate da un immaginario obsoleto: birretta, barzellette e “ole, ole”.</p>
<p>Il PSOE andaluso voleva essere, nell’era di Susana Díaz, un riflesso della Spagna “moderna” e democratica e, secondo i suoi calcoli, il folklore andaluso, l’accento e le questioni territoriali erano, in parole povere, una cosa da provinciali. Una decisione politica che si è rivelata miope col passare del tempo.</p>
<p>Per quanto María Jesús Montero si sia vestita da gitana durante la campagna elettorale, i socialisti avranno grandi difficoltà a ristabilire quella simbiosi che un tempo li legava al loro territorio preferito.</p>
<p>Nonostante l’innegabile radicamento storico di IU nel territorio, specialmente a livello comunale, e nonostante la candidatura di Por Andalucía nelle ultime due elezioni fosse composta da candidati estremamente esperti del proprio ambiente, il progetto ha difficoltà a penetrare nella presa di coscienza popolare che attraversa l’Andalusia da un decennio.</p>
<p>I partiti che compongono la coalizione si sono confrontati con questa realtà in ritardo o non hanno voluto nemmeno cavalcare quell’onda. Un’altra delle ragioni che spiegano la mancanza di radicamento nel territorio di Podemos e Sumar, seguendo inoltre un’analisi parallela a quella del declino del PSOE: ciò si spiega con l’interesse a mantenere le distanze e una certa diffidenza nei confronti di chi parla della Settimana Santa o del cante jondo.</p>
<h3>Ampliare l’Andalusia</h3>
<p>La situazione è più complessa di quanto sembri a prima vista. Dietro le vergini, i pellegrinaggi, i cristi e le palme si cela una grande varietà di espressioni culturali e politiche che non riesci a immaginare. Un immaginario infinito impossibile da intravedere se non ci si avvicina: dal banditismo, al recupero della cultura andalusí ancora viva nonostante i secoli, passando per i resti dell’anarchismo andaluso sopravvissuto alla violenza franchista, le espropriazioni popolari della terra, il sindacalismo dei braccianti, il break beat, il trovo andaluz, ecc.</p>
<p>È anche indispensabile comprendere il contesto che ci ha resi un territorio impoverito che basa la propria economia su attività estrattive: latifondismo, struttura sociale basata sul lavoro a giornata e un ruolo nell’industrializzazione come fonte di materie prime e non come territorio con produzione propria.</p>
<p>Non intendo dire “ah, mia Andalusia, quanto sei diversa e peculiare”, ma spiegare che è impossibile che, in un territorio composto da nove milioni di persone, con otto province con una storia propria, con due versanti così distinti come l’Andalusia occidentale e l’Andalusia orientale, non vi siano in alcune questioni differenze abissali rispetto al resto del territorio.</p>
<p>E queste differenze non hanno a che fare con le burle o il folklore. Hanno più a che fare con la precarietà, le reti di sostegno nelle carenze materiali, la campagna, Al-Ándalus, il deserto e le strutture storiche di disuguaglianza.</p>
<p>In questi dieci anni non si è costruita una nuova Andalusia perché è sempre stata lì, anche se la narrazione dominante non ha saputo vederla. Questo periodo culturale e sociale, che ha avuto come conseguenza l’incremento di Adelante Andalucía, non ha inventato niente: semplicemente ha iniziato ad ampliare lo sguardo sulla soggettività andalusa.</p>
<p>Il movimento, che negli anni è passato dall’essere underground a sfiorare la sfera istituzionale, ha reso l’Andalusia abbastanza ampia da poter accogliere ciò che è stata e ciò che è, anche se raramente ne è stato tenuto conto.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351882" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/05/701470650_18322264324261674_6807799605801772860_n-560x700.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p data-start="4013" data-end="4643" data-is-last-node="" data-is-only-node="">
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		<title>Memoria e giustizia dopo una dittatura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Nencioni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 13:55:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[culture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Né oblio né perdono di Nicholas Rapetti (Laterza) si inserisce nel dibattito sulla gestione dei passati traumatici in America Latina, con particolare riferimento al caso argentino</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3><em>Né oblio né perdono</em> di Nicholas Rapetti (Laterza) si inserisce nel dibattito sulla gestione dei passati traumatici in America Latina, con particolare riferimento al caso argentino</h3>
<p><em>Né oblio né perdono</em> di Nicholas Rapetti (Bari-Roma, Laterza 2026), si inserisce nel dibattito sulla gestione dei passati traumatici in America Latina, con particolare riferimento al caso argentino. Il volume offre una riflessione articolata sui rapporti tra memoria, giustizia e riconciliazione nel contesto post-dittatoriale, collocandosi all’intersezione tra storia contemporanea, <em>memory studies</em> e <em>transitional justice</em>.</p>
<p>Il titolo, fortemente programmatico, racchiude già il nucleo teorico dell’opera. La negazione tanto dell’oblio quanto del perdono segnala il rifiuto di due soluzioni apparentemente opposte ma ugualmente problematiche: da un lato la rimozione, dall’altro una riconciliazione prematura o imposta. Rapetti respinge entrambe le opzioni come soluzioni semplificatrici, sottolineando come i processi di elaborazione del passato siano intrinsecamente conflittuali e politicamente situati. In questo senso, il volume dialoga con una consolidata tradizione di studi sulla giustizia di transizione, pur evitando un’adesione normativa ai suoi modelli più codificati<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Rapetti si muove quindi in uno spazio intermedio, in cui la memoria non è pacificazione ma terreno di conflitto, e la giustizia non è mai completamente risolutiva. Il nodo centrale dell’opera — esplicitato già nel titolo — è la tensione tra l’esigenza di preservare il ricordo delle violenze e quella di costruire un ordine politico stabile dopo la fine della dittatura. In questo senso, il lavoro dialoga con una consolidata tradizione di studi sulle transizioni democratiche in America Latina, evidenziando le ambivalenze dei processi di elaborazione del passato<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Rapetti mostra come la dicotomia tra oblio e perdono non sia mai risolta, ma continuamente negoziata nello spazio pubblico.</p>
<p>Il libro prende avvio dal “terrorismo di Stato” in Argentina, già in parte attivo prima dell’istaurarsi della <em>Junta militar</em>, con la scomparsa di oppositori politici, tacciati di essere terroristi e guerriglieri di sinistra, per poi approfondire le azioni repressive, i crimini contro l’umanità, e quello che in alcuni casi si è configurato giuridicamente come genocidio, perpetrati dalla dittatura di Videla a partire dal colpo di Stato del 24 marzo 1976. Come dichiarato nel 1977 da Ibérico Saint Jean, governatore della provincia di Buenos Aires, la lotta al <em>nemigo interno </em>prevedeva: “prima uccideremo tutti i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, poi quelli che restano indifferenti e infine uccideremo i timidi” (p. 15). Attraverso il cosiddetto <em>Proceso de Reorganización Nacional</em>, lo Stato ha liberamente rapito, torturato, detenuto illegalmente, ucciso (anche attraverso i voli della morte), sottratto alle madri in fasce circa 30.000 persone, per lo più <em>desaperecidos.</em></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351876" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/05/9788858160459-560x840.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Il cuore del libro è rappresentato dall’Argentina post-1976. Rapetti ricostruisce con attenzione le diverse fasi della gestione del passato, partendo dalla caduta della dittatura e i primi tentativi di accertamento della verità attraverso le denunce dei <em>Familiares de Desaparecidos y Detenidos por Razones Políticas, </em>le raccolte di testimonianze da parte del <em>Centro de Estudios Legales y Sociales </em>e di vari <em>organismos </em>“che hanno sostenuto lo slogan <em>Juicio y Castigo </em>e che non smetteranno di rivendicarlo fino al suo definitivo adempimento” (p. 44).</p>
<p>Il secondo capitolo è dedicato ai processi ai militari iniziati sotto la presidenza di Raúl Alfonsín, che nel 1983 “a soli cinque giorni dal suo insediamento istituì la <em>Comisión Nacional sobre la Desapareción de Personas </em>(CONADEP) con l’obiettivo di indagare sui fatti accaduti durante la dittatura appena conclusa” (p. 51); questa redasse il vastissimo rapporto poi riassunto in formato libro con il titolo <em>Nunca más </em>e diede inizio al <em>Juicio a la Juntas, </em>il processo agli altri comandanti militari, che “a soli due anni dalla fine della dittatura condannò nove membri delle giunte militari che avevano governato fra il 1976 e il 1982” (p. 58), e “stabilì per sempre che l’Argentina non aveva vissuto una guerra sociale bensì  un progetto di sterminio messo in atto dei vertici dello Stato” (p.59).<em>  </em></p>
<p>In questo quadro, un nodo interpretativo centrale — affrontato implicitamente ma con chiarezza — è rappresentato dalla cosiddetta “teoria dei due demoni”. Tale paradigma, affermatosi nel contesto della transizione democratica e diffuso anche attraverso il rapporto della CONADEP, proponeva una lettura simmetrica della violenza degli anni Settanta, attribuendo responsabilità equivalenti tanto alle organizzazioni guerrigliere quanto allo Stato<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Rapetti si colloca in una posizione critica rispetto a questa interpretazione, evidenziandone i limiti analitici e le implicazioni politiche. Nel volume emerge infatti con forza l’asimmetria tra la violenza esercitata dallo Stato — sistematica, clandestina e organizzata — e quella dei gruppi armati. Il rifiuto di una narrazione simmetrica consente all’autore di decostruire l’idea della “guerra sporca” come conflitto tra due attori equivalenti, restituendo invece centralità alla nozione di terrorismo di Stato. In questo senso, la teoria dei due demoni appare non solo storiograficamente problematica, ma anche funzionale, nel contesto degli anni Ottanta e Novanta, alla legittimazione di politiche di limitazione della responsabilità penale dei militari<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>.</p>
<p>L’autore evidenzia come i passaggi legislativi non costituiscano una traiettoria lineare verso la giustizia, ma piuttosto una sequenza di avanzamenti e arretramenti, compromessi e rotture. La giustizia emerge così come un processo incompiuto, segnato da tensioni tra esigenze etiche, vincoli politici e pressioni sociali.</p>
<p>Particolarmente efficace è la discussione sul ruolo delle istituzioni giudiziarie e delle commissioni della verità. Il volume affronta criticamente le leggi di impunità (come le <em>leyes de obediencia debida</em> e <em>punto final </em>del dicembre 1986) che hanno comportato l’interruzione dei processi e la lunga stagione dell’oblio istituzionale, che si è protratto con i governi del neoliberista Carlos Menem e del radicale Fernando De la Rúa che, oltre ad assicurare la completa impunità si perpetratori in Argentina, “avevano bloccato la possibilità che militari fossero processati all’estero attraverso decreti che evocavano il principio di territorialità” (p. 84).</p>
<p>Significativa è anche la riflessione sul rapporto tra giustizia formale e percezione sociale: Rapetti mette in luce la distanza tra la dimensione giudiziaria e la ricezione delle sue conclusioni all’interno della società argentina, evidenziando come la verità processuale non coincida necessariamente con una memoria condivisa<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. Tale osservazione consente all’autore di interrogare criticamente i limiti della giustizia penale nel rispondere ai crimini di massa.</p>
<p>È proprio in questo contesto di impunità che assumono particolare rilevanza pratiche di giustizia “dal basso” come gli <em>escraches</em> – a cui è dedicato il terzo capitolo del saggio- promossi a partire dagli anni Novanta dal collettivo H.I.J.O.S., (<em>Hijos por la Identidad y la Justicia contra el Olvido y el Silencio</em>), formato da figli di desaparecidos. Gli <em>escraches, </em>azioni pubbliche di denuncia, <em>attraverso cartelli, vernice sui muri ed altre forme performative,</em> rendono visibili il passato nello spazio urbano e evidenziano l’identità dei responsabili dei crimini della dittatura nei loro spazi quotidiani, creando stigmatizzazione nei confronti dei responsabili dei crimini. Gli <em>escraches</em> rappresentano una risposta diretta all’assenza di giustizia istituzionale,  incarnano il rifiuto dell’oblio e contribuiscono a mettere in crisi la logica di equivalenza implicita nella teoria dei due demoni. Gli <em>escraches</em> possono essere letti come forme di memoria performativa e di pressione sociale, che trasformano lo spazio urbano in un luogo di conflitto memoriale In questo contesto, Rapetti evidenzia la distanza tra giustizia formale e percezione sociale, mostrando come la ricerca della verità e della responsabilità penale sia stata ostacolata da compromessi politici e resistenze istituzionali<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Queste forme di giustizia dal basso anticipano, in parte, la successiva riapertura dei processi<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>.</p>
<p>Infatti, a partire dagli anni 2000, i governi di Néstor Kirchner e Cristina Fernández de Kirchner (2003-2015) – cui è dedicato il quarto capitolo – “rappresentano per l’Argentina un profondo quanto inaspettato cambio di paradigma in materia di diritti umani” (p. 119), infatti, si assiste a una radicale trasformazione delle politiche della memoria e della giustizia: l’annullamento delle leggi di impunità, la riapertura sistematica dei processi per crimini contro l’umanità e la centralità assunta dai diritti umani nel discorso pubblico segnano una cesura rispetto al periodo precedente<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>.In questo contesto, istanze originariamente sviluppatesi “dal basso” — come quelle espresse dagli <em>escraches</em> e dai movimenti dei familiari delle vittime — vengono progressivamente incorporate nelle politiche statali, contribuendo a ridefinire il rapporto tra memoria e istituzioni.</p>
<p>La politica kirchnerista si configura inoltre come un superamento esplicito della teoria dei due demoni: attraverso il riconoscimento della responsabilità specifica dello Stato e la qualificazione delle violenze della dittatura come terrorismo di Stato, essa contribuisce a ridefinire il quadro interpretativo dominante. Tuttavia, come suggerisce implicitamente anche l’analisi di Rapetti, questo processo di istituzionalizzazione della memoria non elimina del tutto il conflitto, ma lo riorganizza su nuove basi, aprendo a sua volta interrogativi sul rischio di costruzione di narrazioni egemoniche.</p>
<p>Rapetti mette in luce la distanza tra la dimensione giudiziaria e la ricezione delle sue conclusioni all’interno della società argentina, evidenziando come la verità processuale non coincida necessariamente con una memoria condivisa<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>. Tale osservazione consente all’autore di interrogare criticamente i limiti della giustizia penale nel rispondere ai crimini di massa.</p>
<p>Uno dei contributi più significativi del volume, infatti, è l’analisi della memoria come pratica sociale, politica e come campo di conflitto. Rapetti insiste sul fatto che non esiste una memoria unitaria del passato dittatoriale, ma una pluralità di narrazioni in competizione: la memoria delle vittime e dei familiari, la memoria istituzionale, le memorie negazioniste o giustificazioniste. Questa pluralità rende evidente come la memoria sia inseparabile da rapporti di potere.</p>
<p>Un altro elemento centrale è l’attenzione alle pratiche sociali della memoria, in particolare al ruolo delle associazioni di familiari delle vittime, come le <em>Madres e Abuelas de Plaza de Mayo</em>, che hanno contribuito in modo decisivo a mantenere viva la memoria dei <em>desaparecidos </em>e a promuovere una cultura dei diritti umani. Le prime, dal 30 aprile 1977, crearono le <em>rondas </em>di fronte alla Casa Rosada, sede del governo, indossando i <em>pañuelos </em>sulla testa, come simbolo della loro maternità violata, e, benché più volte malmenate e aggredite e incarcerate, attraverso la loro tenacia, hanno fatto conoscere al mondo il dramma della <em>desaparición</em> dei loro figli. Le seconde hanno reso manifesto il crimine della <em>apropriación</em> e, attraverso lo sviluppo dell’<em>índice de abuelidad </em>hanno restituito il diritto all’identità a molti bambini sottratti.</p>
<p>Sotto le tre presidenze dei Kirchner, si assiste a un passaggio cruciale: le organizzazioni come le <em>Madres </em>e <em>Abuelas de Plaza de Mayo </em>e gli altri <em>organismos de derechos humanos</em>, da soggetti di opposizione e denuncia durante la dittatura e la transizione si trasformano in interlocutori privilegiati dello Stato, acquisiscono un riconoscimento istituzionale e partecipano attivamente alla definizione delle politiche della memoria, contribuendo alla costruzione di spazi commemorativi, alla promozione dei processi giudiziari e alla diffusione di una cultura dei diritti umani<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>.</p>
<p>L’autore approfondisce anche l’aspetto degli <em>Espacios de Memoria</em>, luoghi emblematici come centri clandestini di detenzione, in primis l’<em>Espacio Memoria y Derechos Humanos </em>(<em>ESMA), </em>divenuto patrimonio UNESCO nel 2023, risemantizzati e trasformati in memoriali. In linea con la letteratura sulla memoria culturale, Rapetti mostra come le pratiche commemorative – monumenti, commemorazioni, musei e discorsi pubblici – non sono semplici strumenti di trasmissione del passato, ma dispositivi di costruzione identitaria e di legittimazione politica, attraverso cui si costruiscono identità collettive e si definiscono i confini del dicibile <a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>.</p>
<p>Ma gli <em>Espacios de Memoria</em> diventano anche luoghi di competizione politica<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>, come testimonia il recente tentativo di Melei di restituire alla famiglia che ne fu proprietaria il terreno su cui sorgeva l’ESMA, che si è salvata solo grazie all’inserimento nella lista del Patrimonio dell’Umanità.</p>
<p>L’analisi di Rapetti acquisisce ulteriore rilevanza se letta alla luce degli sviluppi più recenti nel contesto argentino. In particolare, l’evoluzione delle politiche della memoria e della giustizia negli ultimi anni suggerisce la necessità di interpretare tali dinamiche attraverso la lente della <em>Regressione democratica</em>, ultimo, dolente capitolo del saggio.</p>
<p>Durante la presidenza di Mauricio Macri (2015-2019), le tensioni istituzionali e le trasformazioni socio-economiche hanno rappresentato una fase di stress all’interno di un quadro ancora riconducibile alla democrazia liberale. Un mutamento più significativo emerge con la presidenza di Javier Milei (dal 2023), che si configura come una rottura autoritaria, parte di un processo di <em>democratic backsliding</em>, caratterizzato da tensioni nei confronti dei meccanismi di bilanciamento istituzionale, da una ridefinizione dello spazio civico e da una messa in discussione del ruolo degli organismi per i diritti umani. In questo contesto, particolare rilievo assume la riemersione di narrazioni che tendono a relativizzare la specificità della violenza di Stato, riaprendo implicitamente il campo a interpretazioni riconducibili alla “teoria dei due demoni”. Parallelamente, le politiche della memoria — inclusa la gestione di luoghi simbolici — diventano terreno di conflitto politico, evidenziando la fragilità dell’istituzionalizzazione realizzata nei decenni precedenti.</p>
<p>Letta in questa prospettiva, l’opera di Rapetti non si limita a offrire una ricostruzione del passato, ma fornisce strumenti analitici fondamentali per comprendere il presente. Il suo rifiuto dell’oblio e del perdono come categorie risolutive si rivela particolarmente pertinente in un contesto in cui il conflitto sulla memoria non solo persiste, ma si riattualizza in forme nuove. La traiettoria argentina dimostra, infatti, come i processi di giustizia e memoria non siano mai definitivamente consolidati, ma restino esposti a trasformazioni politiche e a possibili dinamiche di regressione.</p>
<p>In ultima analisi, <em>Né oblio né perdono</em> invita a concepire la memoria non come un esito stabilizzato, bensì come un campo aperto di negoziazione e conflitto. È proprio in questa apertura — e nella consapevolezza della sua vulnerabilità — che risiede il contributo più duraturo del volume, capace di parlare non solo al caso argentino, ma più in generale alle sfide contemporanee delle democrazie di fronte ai propri passati violenti.</p>
<p>Come l’autore ammette nella <em>Introduzione,</em> la vicenda delle violenze perpetrate dal regime di Videla “mi attraversa personalmente: nato a Torino da due esiliati scappati dalla morte ho trascorso la prima metà della mia vita tra l’Italia il Messico e l’Argentina dove sono infine ritornato nel 1999 e ho cominciato il militare in H.I.J.O.S.” (p.11). Egli è poi stato capogabinetto e sottosegretario per i diritti umani durante la presidenza di Alberto Fernández (2019-2023) partecipando in prima persona a quella resa dei conti con il passato che ben analizza in questo saggio.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-351878" src="https://www.popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2026/05/f74c40f5456248cbfccaa90d21e23a552ac93bb9-560x322.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Dal punto di vista metodologico, il volume adotta un approccio interdisciplinare, combinando analisi storica, riflessione teorica e attenzione alle dinamiche politiche. Tuttavia, questa ampiezza costituisce anche un limite: la pluralità dei temi trattati comporta talvolta una certa dispersione argomentativa, e alcuni aspetti avrebbero beneficiato di un maggiore approfondimento, in particolare per quanto riguarda il confronto con esperienze analoghe in altri contesti latinoamericani, che avrebbe rafforzato l’inquadramento teorico del volume, soprattutto alla luce del crescente interesse per le forme di coinvolgimento pubblico nella costruzione della memoria storica.</p>
<p>Il volume si segnala per un approccio rigoroso ma accessibile, che non riporta in nota le fonti e la bibliografia per non appesantire la lettura ma le colloca in due apposite sezioni, alla fine del saggio, di ben 50 pagine. Lo stile si configura come fortemente saggistico-argomentativo, caratterizzato da una prosa densa e strutturata che privilegia la costruzione di una tesi interpretativa rispetto alla semplice esposizione dei fatti. L’autore adotta un registro linguistico formale e sostenuto, con periodi complessi e ricchi di subordinate, funzionali a sviluppare un discorso analitico di ampio respiro. Sul piano retorico, emerge una marcata dimensione valutativa, in cui la ricostruzione storica è costantemente filtrata da un’interpretazione critica che orienta la lettura degli eventi. Tale impostazione si accompagna a un lessico spesso connotato in senso etico e politico, che contribuisce a conferire al testo una tonalità polemica e interventista. Nel complesso, l’opera si colloca nella tradizione del saggio storico di tipo militante, in cui la narrazione si intreccia con l’elaborazione di un punto di vista esplicito e dichiaratamente orientato.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> N. Roht-Arriaza – J. Mariezcurrena (a cura di), <em>Transitional Justice in the Twenty-First Century</em>, Cambridge University Press, Cambridge 2006.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cfr. R. Teitel, <em>Transitional Justice</em>, Oxford University Press, Oxford 2000; C. Huneeus, <em>The Pinochet Regime</em>, Lynne Rienner, Boulder 2007.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> CONADEP, <em>Nunca Más</em>, Buenos Aires 1984; E. Crenzel, <em>La historia política del Nunca Más</em>, Siglo XXI, Buenos Aires 2008.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cfr. E. Jelin, <em>Los trabajos de la memoria</em>, Siglo XXI, Madrid 2002.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> D. Orentlicher, <em>Some Kind of Justice</em>, Oxford University Press, Oxford 2018.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> C. Nino, <em>Radical Evil on Trial</em>, Yale University Press, New Haven 1996; K. Sikkink, <em>The Justice Cascade</em>, W.W. Norton, New York 2011.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> S. Kaiser, <em>Postmemories of Terror</em>, Palgrave Macmillan, New York 2005.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> M. C. D’Araujo, <em>Military Courts in Transition: The Latin American Case, </em>“US-China Law Review”, 2019, vol. 16, n. 8, pp. 303-317</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> D. Orentlicher, <em>Some Kind of Justice</em>, Oxford University Press, Oxford 2018.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> F. Vecchioli, <em>Human Rights Activism and the State in Argentina. Transnational Advocacy Networks and the Transformation of the National Legal Field</em>, in Y. Dezalay, G. Bryant, (a cura di), <em>Lawyers and the Rule of Law in an Era of Globalization</em>, New York: Routledge, 2011, pp. 93-111.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> P. Nora, <em>Les lieux de mémoire</em>. Paris, Gallimard, 1984.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Cfr. J. Assmann, <em>La memoria culturale</em>, Einaudi, Torino 1997; E. Jelin, <em>Los trabajos de la memoria</em>, Siglo XXI, Madrid 2002.</p>
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