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<?xml-stylesheet type="text/xsl" media="screen" href="/~d/styles/rss2full.xsl"?><?xml-stylesheet type="text/css" media="screen" href="http://feeds.feedburner.com/~d/styles/itemcontent.css"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearch/1.1/" xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:gd="http://schemas.google.com/g/2005" xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0" version="2.0"><channel><atom:id>tag:blogger.com,1999:blog-1060373388744474442</atom:id><lastBuildDate>Mon, 28 Nov 2011 00:59:53 +0000</lastBuildDate><title>Racconti a quattro mani alternate</title><description /><link>http://racconti4mani.blogspot.com/</link><managingEditor>noreply@blogger.com (Tanuccio)</managingEditor><generator>Blogger</generator><openSearch:totalResults>5</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="self" type="application/rss+xml" href="http://feeds.feedburner.com/Racconti4Mani" /><feedburner:info xmlns:feedburner="http://rssnamespace.org/feedburner/ext/1.0" uri="racconti4mani" /><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="hub" href="http://pubsubhubbub.appspot.com/" /><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1060373388744474442.post-733335827339805983</guid><pubDate>Thu, 03 Jul 2008 20:29:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-07-03T22:36:19.938+02:00</atom:updated><title>Supermercato</title><description>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il Supermercato stava per chiudere. Lo capì dalla luce flebile del crepuscolo che attraversava i vetri sporchi della porta finestra. Ormai il sole era calato ma un riverbero rossastro illuminava la rete rugginosa che delimitava il balcone.&lt;br /&gt;Gli piaceva quell’ora, si sentiva più leggero e meno solo, sospeso per un attimo insieme a tutto il resto, nella quiete più totale.&lt;br /&gt;Tornò in cucina, aprì il cassetto del tavolino, dentro c’erano alcuni oggetti appartenuti a suo padre: due vecchie pipe di radica, dei grossi elastici verdi, una scatola di sigari e una poltiglia di polvere e tabacco sparsa sul fondo. Gli piaceva quell’odore acre e nostalgico, gli ricordava quello di suo padre.&lt;br /&gt;Non riusciva ad odiarlo, nemmeno ad avercela con lui, anche se l’aveva lasciato solo, senza un soldo, senza la speranza di laurearsi, di avere un giorno una grigia vita da occupare in qualche Ministero.&lt;span style="display: block;" id="formatbar_Buttons"&gt;&lt;span class="" style="display: block;" id="formatbar_JustifyFull" title="Giustifica" onmouseover="ButtonHoverOn(this);" onmouseout="ButtonHoverOff(this);" onmouseup="" onmousedown="CheckFormatting(event);FormatbarButton('richeditorframe', this, 13);ButtonMouseDown(this);"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;In fondo era stato per amore se era fuggito per sparire nel nulla con la più bella cassiera che si fosse mai vista in un Supermercato.&lt;br /&gt;Già, il Supermercato. Il suo stomaco cominciava a farsi sentire, aveva fame. Si sdraiò per terra e appoggiò l’orecchio allenato sul gelido pavimento di marmo. Non si sentiva nessun rumore, i dipendenti erano usciti tutti, ormai aveva campo libero. Scese in fretta giù per le scale che conducevano alle cantine e si insinuò nel tunnel che suo padre aveva scavato per raggiungere la sua amante. Il luogo degli incontri del loro amore clandestino era diventato per lui la via per la salvezza da una sicura morte per fame o da una vita da barbone in una stazione di un’anonima città.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attraversò lo stretto e angusto tunnel con disinvoltura, lo aveva fatto molte volte e aveva acquisito l’agilità del caso.&lt;br /&gt;Oramai conosceva molto bene gli orari della ronda delle guardie giurate e sapeva di avere un’ora per poter prendere l’occorrente della cena di oggi. Un’eternità per chi come lui conosceva a memoria questo supermercato.&lt;br /&gt;Notò subito una cosa che non aveva mai visto prima: un negozio di vestiti. Si ricordò del cartellone che vide l’ultima volta, con scritto: “Prossima apertura fashion donna!” e riuscì a collegare il tutto.&lt;br /&gt;Incuriosito entrò dentro il negozio. Mancavano ancora cinquanta minuti al passaggio della ronda e quindi aveva tutto il tempo che voleva per scoprire questo nuovo angolo del suo micromondo.&lt;br /&gt;Così, in mezzo a jeans ultimi modelli e a canottiere che lasciavano poco all’immaginazione, vide lei: bellissima, bionda, pelle candida, occhi chiari e fisico perfetto. Rimase a contemplarla per alcuni minuti, era a bocca aperta, non poteva pensare di aver trovato il suo angelo in questo supermercato. Al primo sguardo fu subito amore, se lo sentiva, lo sapeva. Tutto questo lo rendeva felice.&lt;br /&gt;Non riusciva a muoversi, incantato com’era dalla bellezza di questo angelo biondo, ma il tempo stava scorrendo e di lì a pochi minuti sarebbe passata la ronda. Allora prese la decisione! Tornò nel supermercato a prendere al volo degli snack, rigorosamente per due, si avventò verso il manichino (perché quello che ai suoi occhi sembrava un angelo era solo un semplice manichino) e assieme a lei si incuneò nella stretta fessura con molta più fatica di come l’aveva attraversata durante il viaggio di andata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Entrò in casa affannato e felice, lanciò gli snack sul tavolo di cucina, rallentò il passo mano a mano che il cuore accelerava i battiti. Spalancò la porta della camera spingendola con un piede.&lt;br /&gt;La teneva in braccio come una sposa, la adagiò sul letto, non più il disperato giaciglio a una piazza e mezzo, ma un immenso lettone appoggiato alla parete che si era fatta di vetro per far entrare la notte. La finestra si era socchiusa, entravano profumi eccitanti e vitali.&lt;br /&gt;Si distese accanto a lei e mentre la accarezzava con lo sguardo imparò l’Amore.&lt;br /&gt;Tremò di passione, il corpo percorso da brividi caldi, gli occhi lucidi, riusciva a stento a controllare il battito del suo cuore e a respirare. Con un gesto lentissimo le sfiorò con la punta delle dita il viso, poi la nuca, dove trovò una fessura. La riconobbe, era la stessa dei carrelli per la spesa, la percorse, seguì il filo che pendeva fino a tastare un gettone. Guidato dall’istinto, lo inserì delicatamente dentro la fessura. L’angelo biondo si animò e ansimando gli si fece ancora più vicino, fino a sfiorarlo con la pelle calda e morbida. Sopraffatto dal piacere di quella sensazione sconosciuta e devastante la baciò sulla bocca. Le loro labbra premevano le une sulle altre e poi si staccavano lentamente fino a sfiorarsi soltanto.&lt;br /&gt;I loro corpi abbracciati ondeggiavano come i flutti che lambiscono la terra e ne restano travolti, mentre il mare fu percorso da una tempesta con onde altissime mai vista prima di quella notte e il vento soffiò più forte spingendo le tende che volteggiarono danzando.&lt;br /&gt;Diventarono un solo essere e tutte le cellule dei loro corpi cominciarono a chiamarsi l’un l’altra per nome.&lt;br /&gt;Durò un tempo senza tempo, poi restarono immobili, l’uno tra le braccia dell’altro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tommaso Delinghi era il responsabile della sicurezza del supermercato, stava seduto nel suo ufficio con un viso preoccupato. Dal giro mattutino le commesse del negozio Fashion donna lo avevano informato della mancanza di un manichino. Da quando si occupava della sicurezza di quel supermercato, non era sparito mai niente e questo lo turbava. Non gli importava che per la responsabile del negozio quello fosse un ammanco di poco conto, nel suo supermercato questo non doveva accadere.&lt;br /&gt;Era sempre inflessibile verso il taccheggio e ogni volta che beccava una persona a sgraffignare nel suo supermercato gli faceva passare i guai, chiamando sempre le forze dell’ordine. Ogni extracomunitario che entrava era sorvegliato a vista da lui, tramite l’ingente numero di telecamere che aveva fatto installare, rinunciando anche ad una parte del suo stipendio. Nessuno sfuggiva al suo occhio.&lt;br /&gt;Passò buona parte della mattina ad interrogare le guardie giurate assegnate al controllo notturno, ma loro non avevano visto nulla. Li congedò con disprezzo, convinto com’era che queste persone non avessero fatto il loro dovere. Si rammaricò che le telecamere all’interno del supermercato non prevedevano una registrazione notturna, aveva espressamente chiesto le telecamere con registrazione, ma dalla sede centrale fecero finta di non capire.&lt;br /&gt;Si recò per l’ennesima volta sul luogo del reato in cerca di prove, ma le uniche cose che trovò erano delle splendide magliette a metà prezzo. "No nel mio negozio", continuava a ripetere tra se e se.&lt;br /&gt;Finita l’ennesima ispezione uscì dal supermercato, si accese una sigaretta e mentre fumava ripeteva tra se e se: "tanto ti prendo". Ad un tratto alzò lo sguardo verso il palazzo adiacente al supermercato e fu allora che vide una ciocca di capelli biondi che sbucava da una finestra dell’ultimo piano. Riconobbe subito i capelli: erano quelli del manichino mancante. Buttò la sigaretta e si recò di corsa nel suo ufficio ad escogitare il modo per entrare in quell’appartamento, senza creare imbarazzi alla direzione del supermercato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si svegliò e in un lasso di tempo indefinito, forse nell’attimo stesso in cui la vide, forse in un condensato di anni, nella finitezza di quell’abbraccio infinito, sentì la morte nel cuore ora che i suoi polpastrelli la percepivano di plastica mentre i suoi sensi ricordavano con un crampo allo stomaco la donna che aveva amato per una notte, una notte lunga una vita.&lt;br /&gt;La morte nel cuore. Continuava a stringerla tra le braccia, forte forte, avvolgendola, aggrappandosi a lei. -Che ne sapevo io di cos'era veramente la sofferenza?! Pensavo al fatto che non aver soldi per comperarsi pasta e riso potesse essere la sofferenza, ma in realtà quanti abissi esistono sotto questo? Credevo di trovarmi sul fondo di un baratro e m'accorgo che sotto i miei piedi se ne sta aprendo un altro che sono convinto di non riuscire a sopportare Ho perso tutto sì, non è solo un'impressione, il peggio è arrivato.&lt;br /&gt;“Ha senso alimentare il dolore?- continuava a chiedersi - io qui non sto facendo che questo. Non ne posso più, comincio seriamente a non saper gestire tutto ciò - ormai mi soverchia. È come se avessi un coltello infilzato in pancia ed un mantello bagnato addosso. Ero senza lavoro e ogni barlume di prospettiva sembrava, di giorno in giorno, venir meno. Ma ora ho perso l’unica ragione di vita.”&lt;br /&gt;Senza perdere il contatto fisicocon il suo angelo biondo, si spostò verso l’altra sponda del desolato lettino a una piazza e mezzo e la prese in braccio con tutta la delicatezza che l’amore gli aveva insegnato.&lt;br /&gt;La portò vicino alla finestra, da dove entrava la luce di un giorno che sembrava notte. La nebbia come un lago li isolava dal resto del mondo. In quella luce albina la guardò, estasiato dalla sua bellezza, le accarezzò con una speranza inconsolabile i capelli, mentre cercava la fessura. Le sue carezze si fecero spasmodiche, ma la nuca era liscia e compatta. Prese i capelli, li scaraventò sul davanzale della finestra. La loro ombra proiettò nella stanza una ka'ba di luce.&lt;br /&gt;Con lentezza la distese sul pavimento, si mise a giacere sopra di lei, la strinse ancora tra le braccia e chiuse gli occhi. Intanto i suoi pensieri si allontanavano leggeri, volavano lontano lasciandogli solo la sensazione eccitante di esserle vicino, sempre più vicino, di penetrare nel suo mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Francesca era una cassiera del supermercato, bionda, alta 1,70 e con due splendidi occhi nocciola. Quel giorno fece tardi al lavoro, doveva accompagnare la bambina all’asilo e le mattine, quando la figlia, anch’essa bionda come la madre, faceva capricci Francesca arrivava sempre tardi al lavoro. Il direttore conosceva la situazione e, spesso e volentieri, chiudeva un occhio, anche perché Francesca era un’ottima cassiera e spesso si tratteneva al lavoro anche più del dovuto.&lt;br /&gt;Quella mattina, dato il suo ritardo non seppe subito della scomparsa del manichino, c’erano clienti da servire e lei non poteva perdere tempo in chiacchiere, ma più tardi, durante una pausa, fumando una sigaretta assieme alle colleghe seppe del fatto. Erano tutte divertite dall’atteggiamento investigatore di Dalinghi, ma Francesca era stranamente seriosa.&lt;br /&gt;Seriosa, perché lei sapeva dell’uomo che ogni notte si procurava del cibo nel supermercato, l’aveva visto una volta che fece molto tardi al lavoro, seriosa perché aveva forti sospetti su di lui, seriosa perché non aveva la più pallida idea di cosa se ne facesse quell’uomo di un manichino.&lt;br /&gt;Fu allora che vide davanti il supermercato, Dalinghi che con lo sguardo e una sigaretta in mano ispezionava il palazzo adiacente al supermercato. Alzò lo sguardo anche lei e, da una finestra del secondo piano, notò una ciocca di capelli biondi. Abbassò lo sguardo e vide Dalinghi correre dentro il supermercato. Era sicura: quella ciocca di capelli apparteneva al manichino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non ci pensò due volte, lasciò la cassa con una scusa e uscì nella nebbia. Il portone era aperto, entrò nella gabbia dell’ascensore , premette il pulsante dell’ultimo piano sperando di non restare imprigionata in quell’aggeggio cigolante e malsicuro. Sul pianerottolo non ebbe esitazioni, l’appartamento doveva essere quello con la porta socchiusa. Entrò come una furia pur non avendo la minima idea di cosa l’aspettasse. Si infilò dentro e fu presa dall’ angoscia alla vista di quelle stanze oscurate dalle persiane chiuse, dove l’ombra scura delle pareti penetrava dentro l’anima portandovi scie lumacose di tristezza, una bava vischiosa che faceva confluire i pensieri in un unico nodo doloroso che stringeva la gola.&lt;br /&gt;Fu con quello stato d’animo che si diresse verso la stanza e li vide, uno sopra l’altro, abbracciati.&lt;br /&gt;Doveva agire in fretta. Si inginocchiò, lo prese per le spalle e cominciò a scuoterlo, a pizzicarlo, a schiaffeggiarlo. Per un attimo pensò che fosse morto, poi lui si riscosse e si girò verso di lei. Era bellissimo, con quell’espressione trasognata e sorpresa, il suo corpo nudo le dette un capogiro. _Chi sei? _ Le chiese con un filo di voce. _ Chi sono? Sono una povera cretina che sta rischiando di perdere il posto di lavoro per salvarti dalla galera, ladruncolo pervertito che non sei altro!_ Così dicendo prese il manichino, la parrucca e li nascose nell’armadio. _E tu rivestiti, ma sei proprio fuori, lo sai che ti stanno cercando, ti hanno scoperto!_ Lui si sentì scosso come se una corrente da 10000 watt lo avesse infilzato e si alzò in piedi, si infilò i pantaloni, mentre la sua mente cominciava a riprendere il filo degli avvenimenti, a collegarsi con la realtà. _Non è come pensi! Non puoi capire, lei non è un manichino qualsiasi, io non sono un delinquente, né un pervertito! Vai via, me la saprò cavare da solo, non voglio che tu perda il lavoro per causa mia!:_ Così dicendo le si avvicinò, e fu in quel modo che Dalinghi li trovò, in piedi uno di fronte all’altra che si guardavano, muti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Cosa ci fai qui?” – disse Dalinghi a Francesca.&lt;br /&gt;Francesca non rispose, non sapeva cosa dire.&lt;br /&gt;“Ho detto cosa ci fai qui?”, Dalinghi si avvicinò ai due e camminando estrasse la pistola, questo fece raggelare Francesca che rimase immobile nella sua posizione.&lt;br /&gt;Dalinghi, con la pistola in mano, continuava ad avvicinarsi lentamente ai due. Fu allora che rivolse la parola a quello strano uomo nudo: “Non voglio farvi niente. Dimmi solo dov’è il manichino!”&lt;br /&gt;”Non c’è nessun manichino qui” – rispose con voce ferma…&lt;br /&gt;Dalinghi lo spostò con una manata che lo fece cadere e si diresse in stanza da letto, cercò prima sotto le coperte, poi sotto il letto ed infine dentro l’armadio, dove trovò il manichino che quasi aveva un’aria triste. Non appena lo vide, prese dalla tasca il cellulare, aveva l’intenzione di chiamare i carabinieri.&lt;br /&gt;Francesca vista la scena, rinsavì e chiese a Dalinghi cosa avesse intenzione di fare.&lt;br /&gt;“Chiamo la polizia e faccio mettere dentro questo ladruncolo” e detto questo uscì il manichino dall’armadio e lo appoggiò alla finestra.&lt;br /&gt;“Non puoi! E’ solo un povero disgraziato!”&lt;br /&gt;“E’ un ladro e questo mi basta!”&lt;br /&gt;Resosi conto dell’intenzione di Dalinghi, prese una decisione, non poteva vivere lontano dal suo angelo biondo, era sicuro che con lei sarebbe volato in cielo. Così con uno scatto felino si alzò, si diresse velocemente alla finestra, abbracciò il suo angelo e si gettò nel vuoto dall’ultimo piano.&lt;br /&gt;Dalinghi bestemmiando, uscì velocemente dall’appartamento e scese gli scalini a quattro alla volta, non poteva permettere che un cadavere maciullato sostasse davanti al suo supermercato, ne andava della sicurezza del negozio!&lt;br /&gt;Francesca dopo aver urlato, si affacciò alla finestra.&lt;br /&gt;Dovette stropicciarsi gli occhi più di una volta. Che cavolo! Non poteva credere a ciò che vedeva, anzi non poteva credere a ciò che non vedeva, non poteva credere che in strada non ci fosse nessun corpo spappolato con accanto un manichino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Autori:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;ul&gt;&lt;li&gt;&lt;a href="http://tanuccio-diariodibordo.blogspot.com"&gt;Lupo Sordo&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;&lt;li&gt;&lt;a href="http://blog.libero.it/omniamundamundis/"&gt;Cristina&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1060373388744474442-733335827339805983?l=racconti4mani.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://racconti4mani.blogspot.com/2008/07/supermercato.html</link><author>noreply@blogger.com (Tanuccio)</author></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1060373388744474442.post-6545098080687928784</guid><pubDate>Tue, 11 Mar 2008 21:02:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-03-11T22:11:18.864+01:00</atom:updated><title>Concorso pubblico</title><description>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Tre giorni.&lt;br /&gt;Gli restavano soltanto tre giorni.&lt;br /&gt;Ancora tre giorni e poi… poi sarebbe finito tutto: la fame, le difficoltà monetarie, la vita difficile condotta sino a quel momento: aveva vinto il concorso pubblico per un posto da impiegato negli uffici comunali di quell’elegante città emiliana.&lt;br /&gt;Pensava al vecchio padre, solo, laggiù a Pantelleria: un povero pescatore che gli aveva permesso di studiare all’Università; a quando, con la sua voce roca, gli diceva al telefono: “Non preoccuparti, Biagio, qui è tutto a posto… io sto bene, sì… a lavoro? Al solito… ieri c’è stato mare, perciò oggi c’era poco… la mamma? Sì, sono andato a trovarla ieri…”.&lt;br /&gt;Già, sua madre. Se n’era andata che lui era ancora un bambino, ma se la ricordava perfettamente. Rammentava il suo profumo, le sue carezze. E la sua voce che, ogni sera, lo accompagnava a letto. Donna Lucia era una donna d’altri tempi…&lt;br /&gt;Ripensava alla laurea, alle lacrime del padre, a quanto era felice quel giorno.&lt;br /&gt;Guardava verso il basso, dal finestrino dell’aereo che lo stava portando a destinazione e rifletteva su ciò che gli si parava sotto gli occhi, nella penombra di quella sera di fine Settembre. “Quante luci, laggiù… quante auto… tutti che corrono, s’affannano… mentre io, quassù, fermo e tranquillo, che li osservo”.&lt;br /&gt;Credeva fosse più o meno simile alla sensazione che si ravvisasse dal Paradiso. “Forse è così che gli occhi di Dio si posano sul mondo – seguitava -. Forse è questa la visuale che Nostro Signore ha delle sue creature…”. Poi, improvvisamente, un pensiero lo inquietò: se per lui era così difficile, anzi impossibile, riuscire a osservare bene tutto ciò che, là in fondo, si muoveva, come faceva Dio a occuparsi di tutti noi? Non gli sarebbe venuto difficile, tutta quella gente? Anche solo ascoltarci…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se ne andava via dalla fame, ma questo nonostante fosse un ottimo motivo per la sua partenza, non lo soddisfaceva del tutto.&lt;br /&gt;Si guardava indietro e non sopportava l’idea di allontanarsi dal mare, aveva sempre vissuto in simbiosi con esso. La mattina, quando poteva, si imbarcava col padre. Gli piaceva il sole, il suo profumo e gli occhi di gioia del suo papà quando la pesca era buona.&lt;br /&gt;Sin da piccolo avrebbe voluto fare il pescatore, sin da piccolo diceva che il suo futuro era il mare, sin da piccolo vedeva il suo vecchio come una sorta di eroe moderno. Ma i suoi sogni erano osteggiati dallo stesso padre che era ben consapevole della dura vita che comportava quella scelta. Non voleva che il figlio sacrificasse la sua vita a quel mostro azzurro che sembrava calmo, ma che in realtà ti consumava piano a piano. E, quando raggiunse il diploma e il padre gli disse che avrebbe avuto piacere che frequentasse l’università, lui acconsentì, anche se avrebbe voluto rimettere a nuovo la loro vecchia barca e ogni giorno navigare in cerca di pesce, ma non ebbe mai il coraggio di dire questo al padre. E fu una vera sorpresa quando, prima di partire per l’Emilia, il padre gli disse che sapeva dei suoi progetti post-diploma e che, secondo lui, sarebbe diventato un bravo pescatore. D’altronde il sangue era lo stesso…&lt;br /&gt;Ripensava a tutto ed era convinto che nonostante la sua nuova vita gli avrebbe dato qualcosa che il mestiere di pescatore non poteva, era ben consapevole che diventava uno come tanti. Ricordava suo padre che laggiù a Pantelleria era considerato il migliore del suo campo, ricordava il rispetto che gli altri gli portavano, i consigli che chiedevano solo a lui e la solidarietà che tutte le famiglie di pescatori gli avevano dato alla morte della madre.&lt;br /&gt;Così le donne dei pescatori, quando il padre stava fuori per molti giorni, gli preparavano il pranzo, la cena e lo trattavano come un loro figlio; gli piaceva tutto ciò, aveva avuto molte mamme nella sua infanzia e tanti padri.&lt;br /&gt;Mentre il solo pensiero di andare in una città sconosciuta e di fare un lavoro dove sarebbe stato considerato uno dei tanti lo preoccupava, lo preoccupava la ricerca di un tetto dove stare e la lontananza dalla compagnia dei suoi paesani, burberi e attaccabrighe, ma con un grande cuore. Si lasciava alle spalle tutto ciò e davanti a lui vedeva una vita sconosciuta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fissava immobile il nastro sul quale scorrevano le valigie del volo che l’aveva portato in quella nuova terra. Pensava. Adesso doveva andare in quella pensioncina vicino il centro – non poteva permettersi un hotel – per sistemarsi un attimo. Poi si doveva rinfrescare. E dopo sarebbe uscito a mangiare qualcosa – chissà come sarà la cucina? – ma prima aveva deciso di telefonare a suo padre, per dirgli che era atterrato e che poteva stare tranquillo.&lt;br /&gt;La pensione era davvero piccina, ma a conduzione famigliare e, a una prima impressione, gli sembrava confortevole; certo, dopo una giornata così intensa, avrebbe dormito pure sui sassi… uscito dal bagno con l’asciugamano legato alla vita, si era seduto sul letto della sua stanzetta, rivestito del solo copri-materasso, e si divertiva a “testarlo”, facendoci rimbalzare sopra il suo posteriore. Dopo un paio di quei movimenti sussultori, s’era sdraiato, aveva mollato una sonora scoreggia e, improvvisamente e senza neppure rendersene conto, s’era appisolato.&lt;br /&gt;Mentre sognava di Pantelleria, di sua madre e dei suoi amici gli era sembrato di sentire qualcuno bussare. Dopo un attimo d’incertezza, aveva aperto gli occhi: niente. Tutto taceva; doveva essersi sognato anche quello. Notato che s’erano ormai fatte le nove meno dieci, si era sbarazzato dell’asciugamano con un rapido movimento e stava per iniziare a vestirsi, prima che rischiare di rimanere a digiuno. E, proprio in quel momento, la porta della sua stanza s’era aperta. “Permesso, chiedo scusa, ecco le lenzuola pulite che… OMMIODDIO!”. Era Vania, la figlia dei padroni.&lt;br /&gt;Era una graziosa fanciulla di ventun’anni, dagli occhi nocciola e i capelli castani, lunghi e lisci, che parevano usciti da un quadro per come lucevano. Studiava all’università, facoltà di Scienze della Comunicazione; di tanto in tanto, tra una lezione e un esame, aiutava i suoi alla locanda. Quando sua madre gli aveva detto di salire al primo piano, che c’era un ragazzo sprovvisto di lenzuola, non pensava fosse sprovvisto anche di indumenti intimi…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo un attimo di sbigottimento, si coprì le parti intime con il primo indumento che gli capitò sotto mano: il suo maglione preferito. Vania invece si girò quasi subito di spalle per evitare ulteriori imbarazzi.&lt;br /&gt;“Chiedo scusa – seguitava a giustificarsi lei –, avevo bussato più volte, ma nessuno rispondeva e allora…”.&lt;br /&gt;“Non si preoccupi, signorina, cose che capitano”, replicava lui. E, con fare da vecchio “don Giovanni”, approfittava del momento d’intimità creatasi tra di loro, dicendo: “Non faccia così, suvvia! In fondo. non credo che abbia visto uno spettacolo così orrendo…”&lt;br /&gt;La sfrontatezza del ragazzo faceva sorridere Vania che cercando subito di calmare i suoi bollenti spiriti, sentenziava: “Ho visto anche di meglio…”&lt;br /&gt;Ma guarda questa! Ma come si permette, pensò subito lui... Quella semplice frase lo aveva ferito nel suo orgoglio mascolino.&lt;br /&gt;“Comunque io sono Biagio, piacere”, Vania, fece un inchino, onde evitare di avvicinarsi all’uomo mezzo nudo di fronte a lui.&lt;br /&gt;“Lavori qui?” Che domanda idiota, pensò, certo che lavora qui…&lt;br /&gt;“Che domanda idiota, certo che lavoro qui!”. Stava collezionando una serie di magre figure e l’unica cosa che riuscì a fare era quello di congedare la ragazza.&lt;br /&gt;Vania fu felicissima di togliersi da quella situazione imbarazzante e solo quando lei uscii, Biagio si accorse di quello che aveva fatto.&lt;br /&gt;“Porca troia! Il mio maglione preferito!” Non gli piaceva l’idea che il suo maglione era rimasto avvinghiato alle sue parti intime per tutto quel tempo.&lt;br /&gt;Decise di affrettarsi a scendere e si fece una doccia veloce.&lt;br /&gt;In strada, più avanti, svoltato l’angolo vide Vania che pareva aspettare qualcuno. Le si avvicinò, con l’unico intento di ritemprare il suo orgoglio ferito.&lt;br /&gt;“Cosa fai?” le disse, convinto che il suo fascino mediterraneo sarebbe stato irresistibile per la ragazza.&lt;br /&gt;“Aspetto il mio moroso…”&lt;br /&gt;Biagio annui, pur non sapendo cosa volesse dire la parola moroso. Si accorse del suo significato quando comparì un armadio a muro di due metri che baciò Vania e lanciò a lui un’occhiataccia.&lt;br /&gt;“Questo è il signor Puglisi, un nostro cliente. Ci siamo fermati a chiacchierare”.&lt;br /&gt;“Piacere”, disse l’armadio, mentre stritolava la povera mano di Biagio…&lt;br /&gt;Vania fece un sorriso, salutò e i due si congedarono veloci nelle sera e mentre Biagio contemplava la coppia allontanarsi, cercava d’immaginare le parti intime del tipo paragonandole alle sue…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Tzè! – ripeteva a sé stesso – ‘Ste donne del Nord non hanno proprio umiltà! Ma che credono? Che tutto sia loro dovuto?”. Non sopportava l’idea d’aver collezionato magre figure una dietro l’altra e pensava che, come prima sera nella sua nuova città, aveva avuto parecchia sfortuna. Nonostante l’arrabbiatura c’era in lui la curiosità di vedere il posto in cui avrebbe iniziato, dal giorno dopo, a condurre la sua vita. S’era deciso a fare un giretto per il centro e, in poco tempo, l’aveva visto quasi per intero: il Duomo, il Battistero, la Piazza, le vie più importanti. E gli piaceva. Di tanto in tanto gli ritornava in mente l’armadio a muro, l’arroganza con cui gli si era presentato e la spocchia con la quale aveva fatto montare Vania sulla propria Mercedes quando stavano per andarsene, sgommandogli praticamente in faccia. “Eh, certo – rimuginava –: c’ha il macchinone, lui…”.&lt;br /&gt;Intanto, poco fuori dalla città, Bruno (questo era il nome dell’armadio a muro) aveva deciso di “parcheggiare”, per il consueto “menage” con Vania. Questa volta, però, la ragazza pareva non aver proprio intenzione di concedersi. “Ma insomma, mi vuoi dire cosa cazzo ti prende stasera?”, sbottava esasperato il gorilla. Vania restava in silenzio.&lt;br /&gt;La faccia nel finestrino, gli occhi ben oltre quel vetro. Così come la mente, attraversata da dieci, cento, mille pensieri, tutti differenti, tutti in un momento: anche stasera vuole la stessa cosa ma che ci faccio qui però mi eccita quando fa il duro non sono una troja vorrei fare l’amore non solo sesso perché mi tratta così domani ho lezione solo due ore che fortuna ma perché penso a quel ragazzo nudo di oggi?&lt;br /&gt;In mezzo a quel marasma, a quello status confusionale, a quella matassa così ingarbugliata che era il suo cervello in quel momento, Vania trovò una motivazione plausibilmente veritiera: “No, niente amore, è solo che domani inizio lo stage in Comune come Addetta Stampa e sono un po’ nervosa. Te l’avevo detto, ricordi?”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mattina dopo Biagio si svegliò di buon’ora. Doveva iniziare il lavoro quel giorno e ciò lo elettrizzava.&lt;br /&gt;Sbagliò strada un sacco di volte, nonostante il percorso studiato nella cartina gli era sembrato facile, e rischiò di venire investito un paio di volte da allegre vecchiette in bicicletta. Chiese la strada a quattro passanti, nell’ordine: un inglese che non parlava una parola di italiano, un extracomunitario sul posto da pochi giorni, un vecchio che raccontò che quando era giovane non c’erano tutte queste macchine e un signore già ubriaco di prima mattina…&lt;br /&gt;Nonostante la sveglia mattutina di buon’ora, riuscì ad arrivare in ufficio con 10 minuti di ritardo. Non appena il capoufficio lo vide, disse: “Tu sei quello nuovo?”&lt;br /&gt;“Sì!”&lt;br /&gt;“Oè, nani! Se fai ritardo già il primo giorno, non voglio immaginare cosa farai fra due anni”. Biagio si guardò intorno e pensò “Cu spacchju è ‘stu ‘Nani’? ‘U jucaturi ‘i palluni?”.&lt;br /&gt;Il capoufficio lo mise a sedere sulla sua scrivania e disse: “Ora ti mando qualcuno che ti dice cosa devi fare. Sta buono, eh…” Rimase per ben 2 ore da solo a non far niente, finché arrivò una signora bionda e leggermente soprappeso.&lt;br /&gt;“Tu sei quello nuovo?”&lt;br /&gt;“Sì”&lt;br /&gt;“Allora ’scolta, nano: io vado un attimo a fare la spesa. Sta’ buono, che quando torno ti dico cosa devi fare”.&lt;br /&gt;Biagio si guardò intorno e pensò: “Nano!?!? Ma se sugnu ‘n metru e sittantascingu!”.&lt;br /&gt;Passarono altre tre ore di noia mortale. Vide un sacco di volte il capoufficio vicino alla macchinetta del caffè a discutere di calcio con i colleghi, ma non si azzardò ad alzarsi per fare amicizia.&lt;br /&gt;Ritornò la signora, che smorzò subito la sua felicità dicendogli: “Manca solo un’ora alla fine del turno. Sta’ buono lì, che in un’ora non t’insegno niente.”.&lt;br /&gt;E così Biagio passò l’intera giornata a non far niente e non disse neanche niente, quando sentì dire al capoufficio che domenica prossima la loro squadra doveva andare in Sicilia per i tre punti…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Per me, non ci sarà partita: i tre punti me li sento già in tasca”. Il capoufficio appariva molto sicuro di sé, ma l’orgoglio e l’amore di Biagio per la sua terra lo portarono a replicare: “Lei pensa? Io non ne sarei così sicuro…”. A quel punto, il gruppetto di persone che attorniava il capo finì di ridere e fece per disperdersi lasciandoli soli, uno di fronte all’altro. Il capo squadrò Biagio per bene, poi gli disse: “Sa, Puglisi… lei è qui solo da un giorno e forse, proprio per questo motivo, ci sono molte cose che non comprende ancora nella giusta maniera…”. La risposta del giovane fu pronta e secca: “Signor Direttore, se la sua squadra dovesse vincere, sarò ben lieto d’offrirle il caffè, lunedì prossimo”. E il capo: “Già… e se, malauguratamente, vincesse la sua?”.&lt;br /&gt;Non sapeva più che dire. Era chiaro che s’era cacciato in trappola con le sue stesse mani. Proprio quando tutto sembrava perduto, dal corridoio Biagio vide arrivare Vania. Col suo incedere lesto ma elegante, la ragazza stava uscendo dagli uffici per tornare a casa. Lo stupore nell’incontrarsi fu grande per entrambi.&lt;br /&gt;“Ciao! Che ci fai qui?”, esordì lei?&lt;br /&gt;“Ci lavoro!”, rispose lui.&lt;br /&gt;“Parola grossa…”, intervenne il capo e fece per ritirarsi nel suo ufficio.&lt;br /&gt;“Non m’avevi detto che lavoravi qui…”, riprese Vania.&lt;br /&gt;“Eh, tu non me l’hai chiesto!”, seguitò Biagio.&lt;br /&gt;“Bè, ora è meglio che vada o arriverò tardi alla locanda – disse Vania un po’ imbarazzata – Il mio ragazzo dovrebbe già esser giù ad aspettarmi…”.&lt;br /&gt;Stava per chiederle se poteva accompagnarla. Stava per avanzarle la proposta d’uscire una sera. Udite le parole “ragazzo” e “aspettarmi” la sola cosa che stava per riuscirgli era imprecare. Vania lo salutò e uscì fuori, ad attendere l’armadio a muro con la sua Mercedes.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dalla finestra dell’ufficio vide allontanarsi Vania in compagnia dell’armadio a due ante. “Bel bocconcino!” disse il capoufficio, che si era insinuato dietro Biagio senza farsene accorgere”. Biagio saltò per aria e disse in dialetto “Matri, cchi scantu!”. Il capoufficio sorrise e gli disse: “Venga con me, che le offro un bianchetto!”&lt;br /&gt;Non sapeva cos’era un bianchetto (sulle prime pensò alla scolorina), ma gli pareva scortese rispondere di no e insieme andarono in un bar lì vicino. Il capoufficio bevve ben quattro bicchieri di vino (sì, perché da quelle parti la Malvasia veniva anche chiamata “Bianchetto”), Biagio si fermò a due, ma era già brillo. Non beveva spesso.&lt;br /&gt;Lasciato il bar il nostro eroe tornò in albergo; nella Hall (anche se definire “hall” quella stanzetta di 2 metri per 2 era un’esagerazione) incontrò Vania… Si guardò intorno e non vide armadi, così approfittò del suo stato alticcio per fare due chiacchiere con lei e testare il suo fascino mediterraneo.&lt;br /&gt;“Allora? Il tuo ragazzo dov’è?”.&lt;br /&gt;“Se ne andato. Deve organizzare la trasferta in Sicilia”.&lt;br /&gt;“Trasferta? Sicilia?”.&lt;br /&gt;“Sì, è capo ultrà della squadra della nostra città.”.&lt;br /&gt;“E tu non vai con lui?”&lt;br /&gt;“A me il calcio fa schifo…”&lt;br /&gt;“Ahi – pensò Biagio – c’è disaccordo…”, non immaginando che per una coppia è anche normale non avere degli interessi in comune.&lt;br /&gt;“Quindi ti lascia sola sabato?”&lt;br /&gt;“Lo sai meglio di me che la Sicilia non è dietro l’angolo”.&lt;br /&gt;Cominciava a piacerle quel fare un po’ scontroso, cominciava a piacerle quella ragazza. Doveva provarci. Voleva provarci.&lt;br /&gt;Vania sin dall’inizio si immaginava dove il giovane voleva andare a “parare” e a dir il vero un po’ cominciava a stargli simpatico…&lt;br /&gt;“Allora cosa fai sabato sera? No, perché io sono libero”, disse Biagio, non prima di essersi assicurato per l’ennesima volta che “l’armadio” non stesse in giro…&lt;br /&gt;Vania sorrise e, inaspettatamente sia per lui che per lei, rispose: “Ma hai bevuto?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Se ti dico sì, ci esci con me?”, disse Biagio in modo sciocco. Lei a quel punto gli si avvicinò fino a fermarsi a tre centimetri dal suo naso; estrasse un fazzolettino dalla tasca e, con fare dolce, dopo avergli scostato i lunghi capelli lisci dalle tempie, gli asciugò la fronte perlata per il sudore. Essendo abbastanza vicina da percepire il respiro del ragazzo, fece per annusargli l’alito. E ne ravvisò il tasso alcolico, manco fosse stata uno di quegli apparecchi per i test che la polizia esegue al sabato sera.&lt;br /&gt;Restò a quella distanza per qualche secondo ancora. Alzò lo sguardo, puntando i suoi occhioni dritti in quelli di Biagio e, con aria scherzosa e un po’ dimessa, portando le braccia dietro la schiena rispose: “Signor Puglisi, non uscirei con un “terrone” neppure se mi giurasse che fosse completamente astemio”. E sorrise.&lt;br /&gt;Il vino gridava vendetta e Biagio iniziava a barcollare. Si sentiva la testa scoppiare, le gambe molli e le palpebre pesanti. Per continuare a reggersi in piedi, dovette iniziare a farsi forza anche con le braccia, poggiando le spugnate mani sulle proprie ginocchia; ma il sudore era tale che i palmi gli scivolarono e rischiò seriamente di finire a terra. Fu Vania che, prontamente, glielo evitò. E, a quel punto, pensò fosse meglio portarlo in camera per farlo stendere un po’ sul letto a riposare.&lt;br /&gt;Una volta seduto sul materasso, il giovane si lasciò andare, crollando miseramente all’indietro con le spalle. Amorevolmente, Vania gli tolse le lucide scarpe nere e gli adagiò le gambe sul morbido talamo. A Biagio girava tutta la stanza. Fissava il soffitto e gli pareva d’essere sul galeone dei pirati di Gardaland. Solo che lui non c’era mai stato, a Gardaland.&lt;br /&gt;La ragazza aprì l’armadio e vi estrasse una coperta leggera, di quelle di cotone; la adagiò con dolcezza sulle gambe di Biagio, preoccupandosi di tenergli al caldo i piedi e infine, con passo leggiadro, quasi insonorizzato, afferrò la maniglia della porta con la mano destra e spense la luce con la sinistra. Mentre si tirava la porta dietro le spalle, udì la voce del ragazzo, strascicata e flemmatica: “Io non ti ci lascerei sola alla domenica, sai Vania… per una partita di pallone…”. Poi più nulla.&lt;br /&gt;Sorrise. Guardò dentro la stanza da quello spiraglio di luce che l’uscio socchiuso nel buio della stanza concedeva alla sua vista. E sorrise ancora, un’ultima volta, prima di chiudere la porta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mattina dopo Biagio arrivò a lavoro in ritardo di mezz’ora, ma nessuno se ne accorse. Gli faceva male la testa e aveva solo voglia di dormire.&lt;br /&gt;La signora bionda del giorno prima appena lo vide disse: “Oggi non scappi, ti faccio affiancamento”, e detto questo uscì a prendere un caffè.&lt;br /&gt;Passò un’ora prima che lei tornò e Biagio con fare simpatico le disse: “E il caffè come l’ha preso? LUNGO?”.&lt;br /&gt;“Signor Puglisi non faccia lo spiritoso!”, rispose scocciata la signora bionda. Prese una sedia, si sedette accanto a lui e cominciò a spiegargli i suoi compiti.&lt;br /&gt;Biagio non capiva niente di quello che diceva la signora e la testa gli doleva sempre più, ma stoicamente cercava di darsi un aspetto quasi professionale.&lt;br /&gt;Dopo 15 minuti la signora bionda si accorse del suo stato e rinunciò ad ogni insegnamento: “Puglisi, mi pare che oggi sto perdendo tempo con lei. Rimandiamo tutto a domani”. E detto questo lo abbandonò a sé stesso.&lt;br /&gt;Era contento di rimanere solo e decise di alzarsi e andare a prendere un caffè, ma non appena fece per alzarsi, Vania entrò nell’ufficio.&lt;br /&gt;“Allora? Come va?”&lt;br /&gt;Biagio si bloccò e rimase in una strana posizione: con il sedere leggermente scostato dalla sedia, la schiena piegata e le mani appoggiate nella scrivania. Passarono dei secondi interminabili. Poi disse: “Bene…”&lt;br /&gt;“Bene? E come mai hai quella posizione?”&lt;br /&gt;Biagio recuperò subito una posizione più consona e disse: “Quale posizione?”&lt;br /&gt;“Lasciamo perdere…” e detto questo si sedette nella sedia che fu della signora bionda.&lt;br /&gt;I due così, rotto il ghiaccio, cominciarono a chiacchierare allegramente. Ogni secondo che passava Biagio si invaghiva sempre più di quella ragazza. Era simpatica, intelligente e molto bella.&lt;br /&gt;Dal canto suo anche Vania cominciava ad interessarsi a quello strano ragazzo, gli sembrava dolce e sensibile, cosa che non aveva mai visto in un uomo, specialmente nel suo attuale ragazzo.&lt;br /&gt;Così, molto piacevolmente arrivò la fine del turno, i due videro assieme l’orologio e Vania disse: “E’ ora che andiamo”. Biagio annui e si alzò dalla sedia e nel mentre che si alzò si affacciò il capoufficio e disse sorridendo: “Vedo proprio che si lavora! Allora Puglisi, viene a prendere un bianchetto?”&lt;br /&gt;Un brivido di terrore lo attraversò lungo la schiena.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che fare? Declinare l’invito del capo (proprio ora che l’aveva preso a simpatia) o rischiare di fare un’altra figuraccia con Vania? Biagio era in preda al panico. Poi, come avviene spesso in questi casi-limite, l’ansia riesce a illuminarti la mente. Con fare rapido, Biagio si girò verso Vania e le disse “Scusami un attimo”; poi si diresse verso il suo capo, gli mise una mano sulla spalla e gli sussurrò da distanza ravvicinata “Signor Dalmazzi, le spiace se rimandiamo a lunedì? Avrei un impegno con la signorina e…” .&lt;br /&gt;Non ebbe nemmeno bisogno di terminare la frase che il capo lo guardò rispondendogli “Aaah, ho capito… bravo Puglisi! Lei sì che ha capito come ambientarsi! Poteva dirmelo subito che c’aveva della figa per le mani! Certo che rimandiamo a lunedì… e mi raccomando: gli faccia sentire di che pasta sono fatti gli uomini del sud! Eh! Eh!”. Detto questo, Dalmazzi gli diede due belle pacche sulle spalle, salutò entrambi i ragazzi e se ne andò.&lt;br /&gt;Mentre scendevano giù per le scale, Vania chiese a Biagio cosa mai si fossero detti lui e il capo poco prima; la risposta del ragazzo fu uno di quei classici “Niente, niente…” buoni per tutte le occasioni.&lt;br /&gt;Giunti all’uscita, Biagio si fermò, guardò la ragazza e disse: “Senti, io volevo… volevo ringraziarti per ieri sera… sai, non conosco nessuno, qui… il capo m’ha invitato a bere con lui… non ci sono abituato e così… ho esagerato…”. Vania lo guardò e rispose: “Figurati. Diciamo che non è stato peggio di quando t’ho visto la prima volta”. Risero entrambi.&lt;br /&gt;Ma la loro allegria fu interrotta dallo strombazzare di clacson della Mercedes di Bruno. “Ah, allora torni con lui…” disse sconsolato Biagio. “Sì – ammise Vania – sai, domani parte per la trasferta e non ci vedremo fino a lunedì, perciò…”. Non terminò la frase.&lt;br /&gt;I due si salutarono molto freddamente e con un po’ di magone. Biagio vide sfrecciargli sotto al naso la Mercedes e se ne tornò alla locanda da solo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel mentre si avviava alla locanda venne fermato da una voce: “Allora Puglisi! La credevo con la ragazza?”. Era il capoufficio che con fare curioso aveva visto tutta la scena.&lt;br /&gt;“Lei è dappertutto, signor Dalmazzi” disse Biagio sorridendo.&lt;br /&gt;“Mi devo preoccupare dei miei sottoposti, no?” disse Dalmazzi sorridendo, “comunque lo conosco quello…”&lt;br /&gt;“Chi?”&lt;br /&gt;“Il padrone della Mercedes. E’ Bruno, il capo dei nostri gloriosi ultras”&lt;br /&gt;“No!”&lt;br /&gt;“Sì, quelli che domenica vi faranno quattro gol…”&lt;br /&gt;“Lasciamo perdere il calcio…”&lt;br /&gt;“Se vuole l’accompagno al club degli ultras. E’ qui vicino. Potrà parlare con il suo contendente…”&lt;br /&gt;Biagio, voleva dire no. D’altronde cosa avrebbe detto a quell’armadio a quattro ante? Ma il capoufficio lo prese sottobraccio e lo accompagnò sin davanti al club ultrà.&lt;br /&gt;“Questo è il luogo. Io non entro perché vado a prendere un bianchetto al bar di fronte. Mi raccomando tenga alto l’onore del nostro ufficio!”&lt;br /&gt;Biagio, non sapeva cosa stava facendo lì, ma senza accorgersene era già dentro a quel club. All’interno trovò una serie di persone poco raccomandabili. E in fondo alla stanza vide l’armadio a quattro ante che dava indicazioni a due ragazzi intenti a creare uno striscione.&lt;br /&gt;L’armadio alzò lo sguardo e disse: “Buonasera signor Puglisi, come mai qui?” Biagio non rispose… E l’armadio approfittò per continuare a parlare: “Ragazzi! Questo qui è siciliano e uno di quelli che domenica prenderà quattro gol, senza storie.”&lt;br /&gt;Il campanilismo del nostro eroe uscì con tutta la sua forza e pur essendo circondato da tipi poco raccomandabili disse: “Senti, con quella squadra che vi ritrovate penso proprio che pagherete dazio.”&lt;br /&gt;Ci fu una risata fragorosa e di scherno verso l’ospite. L’armadio zittì tutti e disse: “Non perderemmo con voi terroni neanche se facessimo scendere in campo la primavera!” Altra risata. “Potrei giocarmi la donna!”&lt;br /&gt;Gli occhi di Biagio si illuminarono e in senso di sfida disse: “Allora se domenica vince il Palermo, mi concedi di uscire con la tua donna”.&lt;br /&gt;L’armadio, visto l’andamento della sua squadra in quelle ultime domeniche era sicuro di una facile vittoria e disse: “Quando si tratta di umiliare gente come te, sono ben contento di giocarmi la mia donna…” Ci fu un acclamazione dei presenti.&lt;br /&gt;“Allora?” disse Biagio “affare fatto?”&lt;br /&gt;“Affare fatto!” replicò l’armadio che incuteva sempre più timore al nostro impiegato statale siciliano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Piccoli, su azione personale.&lt;br /&gt;Ameori, di testa su calcio d’angolo.&lt;br /&gt;Parzegli, in fotocopia all’azione precedente.&lt;br /&gt;Bresciera, su calcio di rigore.&lt;br /&gt;Per gli ospiti, rete della bandiera di Gasparro, con un secco destro da fuori area.&lt;br /&gt;Risultato finale: 4 a 1 per la squadra siciliana.&lt;br /&gt;Biagio aveva seguito la partita al bar in compagnia di Dalmazzi che, a ogni gol subito dalla sua squadra, annegava il dispiacere in un bianchetto. Toccò al ragazzo accompagnarlo a casa.&lt;br /&gt;Tornato alla locanda, si ritrovò di fronte una scena che non avrebbe mai voluto vedere: in una delle due poltroncine della hall c’era Vania che, con le mani sul volto, singhiozzava.&lt;br /&gt;“Vania! Cos’è successo? Cos’hai?”, le chiese Biagio con fare apprensivo mentre, accorso immediatamente da lei, tentava di capirci qualcosa.&lt;br /&gt;“Sei uno schifoso!”, gridò lei.&lt;br /&gt;“Io? Ma che dici?”, chiese Biagio spaesato e colto di sorpresa.&lt;br /&gt;“Bruno mi ha appena raccontato tutto, al telefono! – disse Vania con veemenza – E così, io dovrei uscire con te per una scommessa, eh? Al diavolo!”&lt;br /&gt;“Ma… ma Vania… aspetta, lascia che ti spieghi…”, balbettò Biagio.&lt;br /&gt;“Non voglio sapere nulla – lo interruppe lei – Per quel che mi riguarda, mi fate schifo! Tutti e due! E ora, vattene!”.&lt;br /&gt;“Ma Vania, io…”, tentò ancora di prender parola Biagio.&lt;br /&gt;“Vatteneeee!”, urlò isterica lei.&lt;br /&gt;Biagio si chiuse in camera a riflettere. Era chiaro che l’aveva fatta grossa: quando accetti certe sfide da persone moralmente “basse”, non puoi non scivolare in basso anche tu. E a Biagio era accaduto proprio così.&lt;br /&gt;Il giorno dopo, appena uscito dall’ufficio, iniziò a cercare casa: pagare un B&amp;amp;B iniziava a pesargli e poi voleva sistemarsi definitivamente.&lt;br /&gt;In una settimana la trovò: in centro, a pochi minuti di strada dal Municipio: un bilocale arredato e con vista sul Duomo. In quel lasso di tempo, non incontrò più Vania, né Bruno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quel giorno Biagio si trattenne di più al lavoro, per terminare alcune pratiche.&lt;br /&gt;Dalmazzi lo vide chino sulla scrivania a lavorare e disse: “Allora!? Puglisi, ancora a lavoro? Dai vieni che andiamo in un localino nuovo che mi hanno detto che ha un buon vino!”&lt;br /&gt;Biagio alzò la testa dal computer e rispose: “Capo… Lasciamo perdere… L’ultima volta mi ha fatto ubriacare”.&lt;br /&gt;“In questo ufficio non voglio gente astemia! Dai, vieni con me!”, si avvicinò lo fece alzare, se lo mise sottobraccio e a forza lo portò nel locale.&lt;br /&gt;Si sedettero assieme in un tavolino e ordinarono due bianchetti, Dalmazzi bevve il suo tutto d’un fiato, Biagio sorseggiava lentamente. Era triste e Dalmazzi se ne accorse subito: “E’ da una settimana che non sorridi. Mi vuoi dire cosa è successo?”&lt;br /&gt;“Niente di importante.”&lt;br /&gt;“Allora finisci il tuo bianchetto che ci facciamo un altro giro” Si voltò in cerca di un cameriere, ma non trovò nessuno, “Il locale è bello, ma il servizio lascia a desiderare…” e dicendo così si alzò a recuperare un cameriere.&lt;br /&gt;Proprio mentre Dalmazzi, se ne andò, Biagio si accorse di una presenza in quel locale e vicino al proprio tavolo. Era Bruno, l’armadio a quattro ante, che con fare minaccioso si avvicinava al tavolo.&lt;br /&gt;Biagio si accorse subito dell’armadio. “Questo ce l’ha con me…”. Cominciava ad avere paura. Non era molto bravo a fare a pugni e quando Bruno si fermò vicino a lui temette il peggio. I due ormai erano l’uno contro l’altro. La rissa stava per iniziare.&lt;br /&gt;Biagio recuperando un po’ di coraggio, alzò la testa e guardò in faccia l’armadio, che proprio in quel momento, con un fil di voce che poco si adattava ad un uomo della sua stazza, disse: “A te che ha detto?”. E mentre diceva questo si sedette e mise la testa tra le mani…&lt;br /&gt;Biagio quasi impietosito gli diede una pacca sulla spalla per incoraggiarlo e disse: “Che sono uno schifoso…”&lt;br /&gt;“Anche a me.”&lt;br /&gt;I due rimasero qualche secondo in silenzio, poi Biagio disse: “Beh, ha ragione…”&lt;br /&gt;Bruno si voltò verso il nostro eroe e con un sorriso amaro disse: “Effettivamente…”&lt;br /&gt;Nel mentre Dalmazzi, che ben nascosto aveva seguito tutta la scena si sedette anche lui. Il cameriere si avvicinò: “Cosa vi porto?”&lt;br /&gt;Dalmazzi osservò bene i due ragazzi, distrutti, si rigirò verso il cameriere: “Per me un bianchetto, per i due ragazzi uno schotch… Doppio!”.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Autori&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;ul&gt;&lt;li&gt;&lt;a href="http://tanuccio-diariodibordo.blogspot.com"&gt;Lupo Sordo&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Albe direttore dell'&lt;a href="http://ecodidionisio.spaces.live.com"&gt;Eco Di Dionisio&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1060373388744474442-6545098080687928784?l=racconti4mani.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://racconti4mani.blogspot.com/2008/03/concorso-pubblico.html</link><author>noreply@blogger.com (Tanuccio)</author></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1060373388744474442.post-6060223892266038814</guid><pubDate>Sat, 24 Nov 2007 00:12:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-11-24T01:39:13.008+01:00</atom:updated><title>ISS pro</title><description>“Vaffanculo!” – urlò forte. Per la decima volta cercò di far partire quella dannata playstation e quel maledetto “ISS Pro”, ma non ci fu verso… Avrebbe voluto continuare quel torneo, la Master League, con la sua squadra del cuore che militava, mestamente, in serie C; l’aveva dotata dei più grandi campioni di sempre per potersi giocare, dopo esser riuscito a giungere nella massima serie, Campionato e Champions League al tempo stesso, ma… quella dannata consolle non ne volle proprio sapere.&lt;br /&gt;Diede un pugno sul muro, e cacciò un terribile urlo per il dolore: quasi non sentì più la mano destra… Quel dannato gioco decise che non avrebbe funzionato, decise che la sua formazione non doveva giocarsi quei prestigiosi trofei contro le migliori squadre del mondo. Visto l’andazzo, si vide costretto ad uscire, anche se non avrebbe voluto. Era stufo. Stufo del solito bar, stufo dei soliti amici, stufo del solito “cazzeggio” bevereccio… tutto ciò che avrebbe voluto fare quella sera era rimanere in casa a veder trionfare la sua squadra. Invece, niente. Nemmeno la tele, requisita dai suoi genitori per vedere la moglie di un noto calciatore tentare di diventare famosa in un’isola deserta al largo del Pacifico.&lt;br /&gt;Uscito di casa senza neppure salutare la famiglia, si diresse verso quello che sapeva essere l’unico bar del paese, dove (di sicuro) gli amici stavano parlando di donne che, a memoria d’uomo non si erano mai viste in quel locale; a parte forse Cettina, la moglie del titolare della cui appartenenza al sesso femminile, però, un po’ tutti dubitavano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Svoltato l’angolo, una folata di vento gelido si fece strada verso l’interno del suo giubbotto appena un po’ aperto, penetrandogli fin dentro nelle ossa e costringendolo, con una smorfia di disappunto, a fargli voltare la testa verso il lato sinistro della strada. Proprio in quel momento vide per la prima volta un nuovo bar di cui non conosceva l’esistenza e che per lui poteva essere lì da un giorno come da un anno. Decise che era ora di provare un posto nuovo e vi si diresse risoluto, deciso a dare una svolta alla sua vita.&lt;br /&gt;Una volta dentro, una bellissima ragazza dalla fisionomia latina lo accoglieva da dietro il bancone; lui strabuzzò gli occhi come avesse visto d’improvviso la luce dopo ore in una stanza buia e mentre era lì, immobile sulla soglia della porta con lo sguardo tra l’ebete e l’incredulo, la donna accennò un sorriso: d’improvviso avvertì come una vampata di calore, talmente forte da fargli dimenticare il gelo provato pochi istanti prima. Tolti allora il giubbotto e la sciarpa con un unico gesto, si appollaiò ad uno degli sgabelli vicino al bancone. “Ciao! Sei nuova di qui? Che bel posticino… cosa mi puoi portare da bere?” disse sforzandosi di mantenere l’aria dell’uomo sicuro di sé. ”Come ti chiami?” le chiese con un sorriso a sessantaquattro denti da far invidia ai testimonial dei dentifrici. “Mi chiamo Lola e son spagnola, per imparare l’italiano vado a scuola…”. Una filastrocca per bambini: che sciocchezza aver immaginato una risposta del genere. “Me chiamo Marisol” fu la risposta vera, ma nella sua voce gli parve d’udire qualcosa di mascolino: il sorriso, mantenuto sino a quel momento, gli si bloccò sul viso quasi fosse una paresi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si ridestò dal suo sorriso ebete, girò la sedia e cominciò a scrutare i clienti… Tutti uomini come al suo solito bar ma, al contrario dell’altro, qui vide gente gaia e allegra e non ravvisò interminabili discussioni sul calcio o partite a carte senza fine; notò che la birra Peroni era rimpiazzata da strane bevande colorate adornate da frutti tropicali e l’immancabile gara di rutti sostituita da una strana gara di risolini.&lt;br /&gt;In quel locale gli parvero tutti contenti. Si divertivano al ritmo della musica del momento, pareva che si volessero bene tutti: lì era come se l’alcol non portasse depressione e risse, ma gioia e felicità.&lt;br /&gt;In un angolo notò De Franceschi, politicante noto anche per essere strenuo difensore della famiglia. Non era solo, ma in compagnia di un ragazzo bellissimo, più giovane di lui, dal viso d’angelo e femminile; ma un viso caratterizzato come da un velo di tristezza… Al contrario degli altri, lui non sorrideva mai, teneva la testa abbassata e nei suoi occhi era possibile leggere la consapevolezza di chi sa come dovrà terminare la serata, una volta uscito dal locale.&lt;br /&gt;“Che bello, – pensò – anche i politicanti di una certa fama riescono a divertirsi portando con sé elettori sconosciuti…” Gli piacque, quel locale. Per la musica, per gli intrugli colorati e per i clienti. Fu felice d’averlo scoperto e l’indomani era già pronto a consigliarlo ai suoi amici, nella speranza che la frequentazione di quel posto magico gli facesse perdere quell’alone provinciale e grezzo tipico della gente del suo paese, per lui come dimenticato da Dio.&lt;br /&gt;Lo ridestò da quel sogno la voce di un ragazzo che si era avvicinato a lui: “Ciao” disse “mi chiamo Gago. E tu?”&lt;br /&gt;Sorpreso non seppe come rispondere, ma questo non impedì ai due di fare amicizia e cominciare a chiacchierare. Era simpatico Gago: intelligente, spiritoso e aveva i suoi stessi gusti musicali e le medesima idea del mondo. Pensò a quanto fosse simpatico quel ragazzo che, allegramente, dissertava della magia dei vestiti da sposa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eppure era convinto che il locale fosse vuoto quando vi era entrato. E dov’era finita la ragazza del bancone? Diede un’altra occhiata in giro e che anche le dimensioni del locale sembravano cresciute. “Scusa, devo allontanarmi un attimo” fu la scusa che rifilò a Gago, il quale continuava a tirare in ballo velette, strascichi e diademi, e fece un giro per il locale aguzzando la vista in cerca di Marisol. C’era qualcosa che non quadrava ma non capiva cosa, continuava a girare per il bar, che si faceva sempre più grande, incrociando centinaia di facce sorridenti e ammiccanti, mentre il sottofondo musicale diveniva sempre più forte e assordante. Si girò verso l’uscita e la vide mentre indossava il suo spolverino di pelle color cremisi; cominciò a urlare “Marisool!!” ma la sua voce si perdeva nel frastuono, era come un pesce in un acquario: la bocca gli si spalancava, ma sembrava non uscisse nessun suono. Provò un senso di oppressione, cominciò a spintonare e mandare a terra chiunque si trovasse nella sua traiettoria e, proprio prima di uscire lei si girò, lo vide e gli regalò un malizioso sorriso accompagnato da un ‘blink’ dell’occhio sinistro. A fatica giunse all’uscita ma, una volta fuori, lei non c’era più. Fece qualche passo di corsa per vedere se avesse svoltato l’angolo: niente, era come inghiottita dal buio. Decise allora di tornare al locale, si voltò ma si accorse che era sparito anche quello, al suo posto una saracinesca abbassata, “possibile che abbiano chiuso così d’improvviso?”. Si incamminò, turbato e perplesso, finché giunto vicino casa la vide lì, davanti al suo portone.&lt;br /&gt;“E tu che ci fai qui? Abiti qui vicino? Prima ti ho persa nella confusione...”, ”quale confusione? Eravamo solo io e te, mi hai dato il tuo indirizzo e sei uscito di corsa… ti aspetto da un po’… saliamo?”, “sì, ma facciamo piano che i miei dormono” e si diressero verso l’ascensore. Non capiva, ma in quel momento non gli importava di capire, né di fare domande. L’ascensore incominciò a salire, i loro sguardi s’incrociarono per un tempo che pareva infinito, prese a due mani tutto il coraggio di cui era capace, chiuse gli occhi e lentamente avvicinò le sue labbra verso quelle di Marisol.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fu un bacio intenso. Uno di quei baci che si ricordano per sempre e si portano pure nel letto di morte. Era felice e decise di aprire gli occhi per rivedere in volto la sua amata, ma non appena li aprii si accorse di non essere più nell’ascensore, ma in uno studio televisivo.&lt;br /&gt;Marisol stava alla sua sinistra, qualche metro distante a lui, e non si faceva chiamare più così, bensì Maria. Aveva con se una cartelletta e gli stava chiedendo se voleva aprire la busta.&lt;br /&gt;All’inizio non capii quella domanda, ma subito dopo si rese conto che davanti a lui c’era una grossa busta di lettere con un piccolo schermo al centro dove era proiettata la sua playstation con ISS Pro che “girava”. Maria gli ripeteva che se avesse aperto la busta avrebbe avuto la possibilità di continuare a giocare col suo gioco preferito e di acquistare il grande campione che in ogni torneo gli era sempre sfuggito per questioni di bilancio.&lt;br /&gt;Non sapeva come rispondere, era realmente arrabbiato con la sua consolle e con quel dannato gioco che quella sera non era voluto partire, non gli poteva perdonare di averlo costretto ad uscire di casa.&lt;br /&gt;Si guardò attorno e vide uno stuolo di vecchie bizzoche che, con urli di scimmie selvagge, lo spingevano ad aprire la busta e a riappacificarsi con la compagna di tante serate.&lt;br /&gt;Era in stato confusionale e continuò a guardarsi attorno con la sua faccia da ebete, finché la sua attenzione non venne attirata da ciò che vide all’interno di telecamera: il vecchio bar, con gli amici, intenti a giocare a carte e Antonio, l’ubriaco del paese, intento a trattare il prezzo dell’ennesima birra Peroni con Cettina.&lt;br /&gt;Si avvicinò alla telecamera e gridò con tutta la voce che poteva, per farsi sentire dagli amici, chiedendoli di liberarlo da quell’incubo; ma Maria, conscia che il comportamento del suo ospite era antitelevisivo, annunciò la pubblicità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Aiutoo! Liberatemi! Maria mi tiene in ostaggio! Chiamate Maurizio!” e incominciò a correre come un forsennato per lo studio. Si diresse verso le quinte, attraversò lo stretto corridoio dove si trovavano uffici e camerini per divi, giunse all’uscita e spinse il maniglione antipanico oltre il quale era appostato Sandrone, il responsabile della security; fintò di andare a destra e scartò a sinistra evitando il placcaggio di quella montagna umana e dopo pochi metri era fuori dal cancello, si voltò per controllare di non essere seguito e invece del cancello c’era di nuovo quel bar affollato di gente strana e cocktail colorati. Sudato oltre ogni limite della decenza, con l’aria stravolta, entrò e vide Marisol dietro al bancone. La musica era ancora più assordante di come la ricordava, “Marisool!”. Tirò due pugni a casaccio davanti a sé per farsi largo, ma quella gente era come le sabbie mobili, continuava a stringersi davanti a lui impedendogli di proseguire, “Marisoool!!!” riprese più forte ”Marisooool!!!!”…&lt;br /&gt;Sentì uno schiaffo in pieno viso. “Ma cosa urli? Chi è sta Marisol? Sveglia che tocca te!”. Stava seduto sul divano di casa sua, era in corso il consueto torneo di ISS Pro settimanale con i suoi amici. Due di loro armati di birra avevano appena finito la loro partita, la Playstation funzionava benissimo. Aveva sognato tutto: il bar, lo studio televisivo di Maria, Sandrone, De Franceschi, Gago… e soprattutto lei, Marisol. Anche il bacio in ascensore: tutto un sogno. Si alzò dal divano, due gocce di sudore gli scendevano dalle tempie. Si infilò il giubbotto e si avvolse il collo con la sciarpa. “Oh! Tutto a posto? Stai bene? Che stai facendo? Gago ci sei? Tocca a te!”. “No, ragazzi: stasera non ho voglia di giocare, esco a fare due passi, magari hanno aperto qualche locale nuovo…” E, mentre si chiudeva la porta alle spalle, si sentì pervadere da un senso di benessere, di speranza, di ottimismo, di libertà, che non provava ormai da tanto tempo e che, a esser sinceri, non ricordava bene se l’avesse mai provato davvero: si sentiva (di nuovo?) vivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Autori&lt;br /&gt;&lt;ul style="text-align: left;"&gt;&lt;li&gt;&lt;a href="http://tanuccio-diariodibordo.blogspot.com/"&gt;Lupo Sordo&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Peppe, vice direttore in (angina) pectore dell'&lt;a href="http://ecodidionisio.spaces.live.com/"&gt;Eco Di Dionisio&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1060373388744474442-6060223892266038814?l=racconti4mani.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://racconti4mani.blogspot.com/2007/11/iss-pro.html</link><author>noreply@blogger.com (Tanuccio)</author></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1060373388744474442.post-2271824558942336485</guid><pubDate>Sat, 24 Nov 2007 00:06:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-11-24T01:37:16.764+01:00</atom:updated><title>L'Usciere</title><description>&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il numero zero, da dove è partita l'idea&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'usciere era nervoso, quella mattina anche il caffè gli aveva lasciato la mente annebbiata. Si voltò e la vide..&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vide il nuovo sindaco: capelli rossi, snella, alta in tailleur e con auto reggenti nere. Era accompagnata da un uomo basso e calvo che sorrideva e si atteggiava a napoleone. L'usciere sospirò e pensò che se avesse avuto i soldi dell'uomo basso e insolente, ora lui avrebbe accompagnato il sindaco.&lt;br /&gt;Rientrò nella sua gabbiotta, aprii le parole crociate e bestemmiò, perché non ricordava il nome del politico fondatore del partito chiamato Forza Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si sentì chiamare. Si alzò di malavoglia e si fece ancora più cupo quando riconobbe il tipo che voleva iscrivere il proprio blog...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Odiava questi blogger che venivano a chiedere dov'era il ROC. Da quando avevano messo questo nuovo ufficio il suo lavoro era raddoppiato e tutto ciò lo distoglieva dal suo cruciverba giornaliero.&lt;br /&gt;Prese la focaccia alle olive comprata al forno dietro all'angolo e addebitata all'ex sindaco, accusato di sperperare il denaro pubblico e la riscaldò nel suo fornetto, nel frattempo il tipo venuto a iscrivere il suo blog stava in posizione interrogativa e lui non lo degnò neanche di uno sguardo...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cominciò ad addentare la sua focaccia, buttò un’occhiata al giornale destinato a un Ufficio dove non sarebbe mai arrivato. Sentì i passi del tipo del blog che si allontanava e un mezzo sorriso gli passò come un’ombra di soddisfazione sul viso da duro. Si sentiva un vero usciere quando qualcuno, esasperato, se ne andava. Ora aveva deciso che la storia di questo ROC doveva finire una volta per tutte. I blogger proprio non li poteva soffrire, erano brutti spiritati, bianchi, con la gobba, le mani artritiche, le gambine magre magre, lo sguardo febbrile. I peggiori erano quelli che mentre gli chiedevano Dov’è il ROC non la smettevano di battere sui tasti del portatile con una furia degna di una migliore causa, ma ora basta, ci avrebbe pensato lui.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il suo piano era semplice e geniale, si sarebbe avvalso di suo nipote, diplomato all'Industriale per eliminare la rete. Senza rete non ci sarebbero più i blogger, non ci sarebbe più il ROC, non ci sarebbe più l'economia dell'informazione e tutti i cittadini che vorranno avere informazioni su quell'ufficio pubblico dovranno passare da lui e questo aumenterà il suo potere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sapeva che suo nipote era la persona giusta. Aveva lasciato da poco la sua ragazza, una che si credeva una blogstar, il giorno che gli disse Linkami ancora in un raro momento di intimità. Lo mise al corrente del suo piano e il ragazzo in men che non si dica con la furia del suo amore ferito in una sola notte fece a brandelli la rete.&lt;br /&gt;L’usciere e il nipote aprirono un Ufficio Unico Informazioni e lo chiamarono Raccontiamo Ogni Cavolata, purché pagata profumatamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma senza rete l'ufficio non fece molta strada, la gente non sapeva della sua esistenza e dopo poco anche i suoi amati cruciverba divennero costosi, era costretto a compilarli con la matita e una volta conclusi, a cancellarli e riscriverli... Si annoio presto. Gli mancava il suo gabbioto, i blogger con gli occhi spiritati, il sindaco colluso e l'autorizzazione a costruire a 10 metri dal mare la sua nuova casa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Affranto, assisteva al reimbarbarimento dell'informazione, che senza la rete era stata fagocitata da megacoccodrilli ex-neoimperialisti. La notte faceva sogni spaventosi di blogger mefistotelici che scarabocchiavano insanguinatissimi post sul retro di vecchie fotocopie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una notte in cui gli incubi erano particolarmente reali, venne ridestato da un ragazzino spiritato, bianco e con la gobba. Lo riconobbe subito era uno di quei blogger che tanto aveva odiato... Il ragazzino gli fece cenno di seguirlo entrarono in auto e si recarono in un hangar in periferia.&lt;br /&gt;Era il nascondiglio dei blogger, lì si riunivano per poter continuare la loro nobile arte, lì si commentavano creavano community, gelosie e classifiche... L'assenza della rete gli aveva costretto al contatto fisico e visivo, ma ora avevano bisogno dell'usciere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando entrò e vide l’allucinante agglomerato barricato nel bunker capì che solo lui avrebbe potuto aiutarli, usando il suo Potere, e quello del club degli uscieri e dei loro amici influenti. Si fece riportare di corsa nel suo gabbiotto, il suo animo generoso, afflitto, abitudinario, aveva troppo desiderio di tornare alle pace, alle parole incrociate, al sindaco colluso, bramava uscire dall’empasse esistenzialmente estraniante, sarebbe tornare ad essere un uomo, un Usciere.&lt;br /&gt;Usciere dopo usciere, palazzo dopo palazzo, ordì un tam-tam che dai capi uscieri ai vice direttori, dai vice direttori ai direttori, dai direttori ai responsabili dei direttori, dai responsabili dei direttori ai vice presidenti dei capi dei sotto ministri, dai vice presidenti dei capi dei sotto ministri ai vice sotto ministri, dai vice sotto ministri ai pusillanimi portaborse, dai pusillanimi portaborse ai ministri arrivò al Ministro Ultimo che firmò la legge che aboliva il ROC e la Riforma dell’editoria e di bocca in bocca la notizia felice giunse in un lampo all’Usciere. Si era giocato il tutto per tutto quella sera ma finalmente, senza i blogger tra i piedi avrebbe potuto riassaporare tutti i gusti del suo esercizio pubblico. Il nipote obbediente e competente in un’oretta ristabilì tutte le funzionalità della Rete, che libera da bavagli inaugurò l’era del web8 instancabilmente, appassionatamente, libera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Autori:&lt;br /&gt;&lt;ul&gt;&lt;li&gt;&lt;a href="http://blog.libero.it/omniamundamundis/"&gt;Cristina&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;&lt;li&gt;&lt;a href="http://tanuccio-diariodibordo.blogspot.com/"&gt;Lupo Sordo&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1060373388744474442-2271824558942336485?l=racconti4mani.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://racconti4mani.blogspot.com/2007/11/lusciere.html</link><author>noreply@blogger.com (Tanuccio)</author></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-1060373388744474442.post-4026873301758060935</guid><pubDate>Fri, 23 Nov 2007 23:47:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-11-24T01:36:52.863+01:00</atom:updated><title>Presentazione</title><description>&lt;div style="text-align: left;"&gt;Nato da un'idea, messa in pratica nel &lt;a href="http://tanuccio-diariodibordo.blogspot.com/"&gt;Diario di bordo&lt;/a&gt; e nell'&lt;a href="http://ecodidionisio.spaces.live.com/"&gt;Eco Di Dionisio&lt;/a&gt;, quella di scrivere racconti a distanza dove gli scrittori blogger, si alternano a scrivere una storia, un pezzo alla volta.&lt;br /&gt;L'esperimento è semplice: si inizia con una parola, un'oggetto o una frase con cui far cominciare il racconto, vengono assegnati rispettivamente ad un autore l'inizio e all'altro il finale e questi si alterneranno a scrivere.  Così da alternare diversi stili e diverse fantasie.&lt;br /&gt;Ogni pezzo deve avere all'incirca tra le 200/300 parole così da evitare pezzi che siano solo di passaggio e altri che diano un'impronta definitiva alla storia.&lt;br /&gt;Questo blog è un contenitore dove mettere tutti i racconti che nasceranno da questo esperimento. Il blog per scelta mia non ha commenti. Se qualcuno vorrà partecipare, basta che mandi una &lt;a href="mailto:chiasventuratenasceafflittemore@yahoo.it"&gt;mail&lt;/a&gt;.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1060373388744474442-4026873301758060935?l=racconti4mani.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://racconti4mani.blogspot.com/2007/11/presentazione.html</link><author>noreply@blogger.com (Tanuccio)</author></item></channel></rss>

