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 <title>Research Blogging - Research / Scholarship - Italian</title>
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 <updated>2013-06-19T22:00:01Z</updated>
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   <name>Research Blogging</name>
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   <title type="html"><![CDATA[Una spiegazione elementare del teorema sull&#039;equivalenza tra massa ed energia]]></title>
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      <author>
	  <name><![CDATA[Gianluigi Filippelli, DropSea]]></name>
	</author>
   <updated>2013-05-04T10:50:00Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Il 28 dicembre del 1934, Albert Einstein si trovava al Carnegie Institute of Technology dell'Università di Pittsburgh con una conferenza sulla relatività all'interno del programma delle prestigiose Josiah Willard Gibbs Lectures organizzate dalla American Mathematical Society(2). Alla conferenza, vista la fama di Einstein, erano presenti anche alcuni giornalisti e in particolare il reporter del Pittsburg Press, commentando l'evento, scriveva che le lavagne erano ricoperte da geroglifici di alta matematica, ovvero le equazioni necessarie al fisico teorico per spiegare l'equivalenza tra massa ed energia, riassunta nella nota e sintetica equazione $E = mc^2$.

Il titolo della conferenza era, infatti, An elementary proof of the theorem concerning the equivalence of mass and energy(1), e mostrava più o meno nel dettagli i calcoli, che oggi sono uno degli esercizi proposti agli studenti di fisica nel corso di laurea, necessari per giungere alla nota equivalenza.

L'idea di fondo è quella di confrontare l'energia in due distinti sistemi di riferimento, magari mettendosi nella situazione di una collisione tra due particelle a velocità differenti(1). Conti più o meno dettagliati li trovate nelle due immagini qui sotto che costituiscono la ricostruzione effettuata da David Topper e Dwight Vincent dell'Università del Winnipeg della foto panoramica, ma non di grandissima qualità, delle due lavagne utilizzate da Einstein per la sua conferenza:

Topper e Vincent, che per la ricostruzione si sono avvalsi di questa seconda foto ravvicinata di Einstein vicino a una delle due lavagne (quella, purtroppo, senza la nota equazione)

e dell'articolo ricavato dalla conferenza(1), di fronte alla questione del perché nessuno tra i giornalisti presenti o tra gli organizzatori della conferenza decise di fotografare il fisico teorico accanto all'equazione che rappresentava uno dei suoi più importanti risultati provano così a rispondere:

Alla fine ci furono diverse opportunità mancate e comprensioni fallite quel giorno - certamente certamente dai fotografi, in parte dal pubblico, e forse anche da Einstein stesso. Poiché egli posò vicino alla lavagna sbagliata, nessun fotografo scattò la foto che la posterità avrebbe voluto, ovvero catturare il famoso scienziato con la sua ugualmente famosa equazione dell'energia. Eppure sappiamo che anche se egli fosse stato messo accanto alla lavagna corretta, pochi spettatori (allora come ora) avrebbero immediatamente afferrato il significato di $E_0 = m$ (quanti nel pubblico generico conoscono la convenzione di porre $c=1$?) Comunque, questo problema è un sottoinsieme di uno più grande posto dallo stesso Einstein, ovvero la sua decisione di trascurare i non-matematici nella folla, e invece di centrare il suo discorso in modo consistente a un livello matematico alto e astratto. Probabilmente nessuno si aspettava che Einstein abbassasse il suo discorso: dopo tutto, egli teneva una Gibbs Lecture come richiesto dall'AMS(2).

L'articolo di Topper e Vincent con le foto e la ricostruzione è uscito nel 2007, ma i loro risultati sono stati recentemente riscoperti e ripubblicati da George Dvorsky. A questo proposito, però, doverosi i ringraziamenti a Massimiliano Tanzini per la segnalazione, via twitter, del post di George.

(1) Einstein A. (1935). Elementary derivation of the equivalence of mass and energy, Bulletin of the American Mathematical Society, 41 (4) 223-231. DOI: 10.1090/S0002-9904-1935-06046-X

(2) Topper D. & Vincent D. (2007). Einstein’s 1934 two-blackboard derivation of energy-mass equivalence, American Journal of Physics, 75 (11) 978-983. DOI: 10.1119/1.2772277 (pdf)...<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Einstein Albert. (1935) <a href="http://dx.doi.org/10.1090/S0002-9904-1935-06046-X" class="blue">Elementary derivation of the equivalence of mass and energy</a>. Bulletin of the American Mathematical Society, 41(4), 223-231. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1090/S0002-9904-1935-06046-X" class="blue">10.1090/S0002-9904-1935-06046-X</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1090/S0002-9904-1935-06046-X"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1090/S0002-9904-1935-06046-X">Elementary derivation of the equivalence of mass and energy</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Topper David, & Vincent Dwight. (2007) <a href="http://dx.doi.org/10.1119/1.2772277" class="blue">Einstein’s 1934 two-blackboard derivation of energy-mass equivalence</a>. American Journal of Physics, 75(11), 978-983. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1119/1.2772277" class="blue">10.1119/1.2772277</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1119/1.2772277"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1119/1.2772277">Einstein’s 1934 two-blackboard derivation of energy-mass equivalence</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[Gli insegnanti e le neuroscienze]]></title>
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      <author>
	  <name><![CDATA[Carmelo Di Mauro, Neuromancer]]></name>
	</author>
   <updated>2013-04-24T10:45:40Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Un&rsquo;interessante ricerca dimostra che le idee degli insegnanti sul funzionamento del cervello spesso non sono corrette e mette in guardia sull&rsquo;uso superficiale delle scoperte neuroscientifiche nella didattica scolastica.  ...<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Dekker, S., Lee, N., Howard-Jones, P., & Jolles, J. (2012) <a href="http://dx.doi.org/10.3389/fpsyg.2012.00429" class="blue">Neuromyths in Education: Prevalence and Predictors of Misconceptions among Teachers</a>. Frontiers in Psychology. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.3389/fpsyg.2012.00429" class="blue">10.3389/fpsyg.2012.00429</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.3389/fpsyg.2012.00429"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.3389/fpsyg.2012.00429">Neuromyths in Education: Prevalence and Predictors of Misconceptions among Teachers</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[Misura del calore specifico di un metallo]]></title>
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	  <name><![CDATA[Gianluigi Filippelli, DropSea]]></name>
	</author>
   <updated>2013-02-09T10:29:00Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Ritorniamo in laboratorio e ancora una volta con un'esperienza di termodinamica. In questo caso, utilizzando gli strumenti raccolti sul tavolo, vedremo come si misura il calore specifico di un metallo:

Degli strumenti che vedete, è stata utilizzata la bilancia per pesare il pezzo di metallo, il fornelletto con il contenitore d'acqua per riscaldare il metallo fino a 100°C, e il calorimetro:

L'idea dietro l'esperimento è semplice: si riscalda un pezzo di metallo, in questo caso immergendolo nell'acqua, e una volta raggiunta la temperatura di 100°C lo si immerge dentro l'acqua precedentemente versata nel calorimetro. A questo punto, utilizzando un termometro, si misura la temperatura del sistema fino al raggiungimento del punto di equilibrio: la misura della temperatura di equilibrio, e in generale di qualunque temperatura per gli esperimenti termodinamici, soprattutto quelli nei laboratori scolastici, sono operazioni estremamente delicate, da farsi con estrema attenzione poiché sono sempre accompagnate da errori e incertezze molto grandi dovute, ad esempio, alla repentina diminuzione di temperatura (come nei metalli o nelle transizioni di fase)(1). Per poter, però, sperare di misurare il corretto calore specifico del pezzo di metallo scelto, dobbiamo considerare un piccolo dettaglio: il calorimetro, strumento costruito per esserlo, non è in realtà un perfetto sistema adiabatico. Questo vuol dire che in qualche modo bisogna valutare il calore assorbito dal calorimetro, usualmente detto equivalente in acqua del calorimetro.

L'equivalente in acqua può essere valutato in maniera qualitativa, come è stato fatto per l'esperimento che con Bruno Martemucci abbiamo proposto a fine gennaio alla quarta classe, oppure realizzando un esperimento a parte. Un semplice esperimento che può essere realizzato è quello descritto su it.wiki (ho modificato la notazione delle formule per adattarla a quella che utilizzerò più avanti):

Per la sua misura si introduce dentro il calorimetro una quantità di acqua nota, $m_1$, che una volta raggiunto l'equilibrio termico con il calorimetro si trova a temperatura $T_1$. Successivamente si aggiunge un'altra quantità di acqua nota, $m_2$, a temperatura $T_2$, e si aspetta il raggiungimento del nuovo equilibrio termico a temperatura $T_{eq}$. Le quantità di calore scambiate devono essere uguali:

\[\left ( m_1 c_{H_2 O} + C_c \right ) \left ( T_1 - T_{eq} \right ) = m_2 c_{H_2O} \left ( T_{eq} - T_2 \right )\]

dove $C_c = m_{eq} c_{H_2O}$ è la quantità di calore assorbita dal calorimetro. Quindi, sostituendo:

\[\left ( m_1 + m_{eq} \right ) \left ( T_1 - T_{eq} \right ) = m_2 \left (T_{eq} - T_2 \right )\]

si ricava l'equivalente in acqua del calorimetro:

\[m_{eq} = \frac{m_2 \left ( T_{eq} - T_2 \right ) - m_1 \left ( T_1 - T_{eq} \right )}{T_1 - T_{eq}}\]

Fatto questo è quindi semplice determinare il calore specifico del metallo riscaldato: basta, infatti, uguagliare la quantità di calore guadagnata dal sistema acqua-calorimetro con quella persa dal metallo:

\[\left ( m_{H_2O} + m_{eq} \right ) c_{H_2O} \left (T_{eq} - T_{H_2O} \right ) = m_M c_M \left (T_M - T_{eq} \right )\]

dove $m_M$ è la massa del metallo, $c_M$ il suo calore specifico, $T_M$ la temperatura iniziale del metallo.

Dalla formula precedente è semplice ricavare il calore specifico del metallo, o anche il calore specifico relativo (in questo modo non bisogna, necessariamente, utilizzare il calore specifico dell'acqua con le unità di misura del Sistema Internazionale):

\[\frac{c_M}{c_{H_2O}} = \frac{\left ( m_{H_2O} + m_{eq} \right ) \left ( T_{eq} - T_{H_2O} \right )}{m_M \left (T_M - T_{eq} \right )}\]

E' ad ogni modo interessante notare come si può determinare il calore specifico di un metallo anche senza utilizzare un calorimetro, ma semplicemente versando l'acqua all'interno di un recipiente metallico dello stesso tipo del metallo di cui si vuole determinare il calore specifico. Questo sistema risulta molto semplice da portare a termine utilizzando un pezzo di alluminio e immergendolo in una lattina piena di acqua(2).

In questo caso si terrà conto della temperatura del sistema acqua-lattina, $T_C$ e della temperatura della stanza $T_S$. Il calore specifico dell'alluminio sarà allora dato da:

\[c_{Al} = \frac{m_{H_2O} \left ( T_C - T_{eq} \right )}{m_{Al} \left (T_{eq} - T_S \right ) - m_{lattina} \left ( T_C - T_{eq} \right )} c_{H_2O}\]

Ovviamente utilizzare questo sistema porta all'uso delle medesime accortezze che vanno poste anche nell'esperimento che Bruno ha realizzato con la classe: trasferimenti veloci, dovuti a modifiche rapide, se non istantanee, della temperatura. Questo vuol dire che si dovrebbero prendere più misure di temperatura nel tempo e studiare con gli opportuni metodi statistici le due regioni osservate.

Questo vuol dire che, al di là dello specifico esperimento proposto dai ricercatori brasiliani(2), gli esperimenti termodinamici possono essere condotti con finalità differenti: mostrare da una parte i principi alla base della termodinamica e delle trasformazioni termodinamiche; permettere di utilizzare delle tecniche di elaborazione dei dati più o meno avanzate in base al livello degli studenti che si ha di fronte.

Approfonidmenti: Calorimetry, Misura dell'equivalente in acqua del calorimetro (pdf)

(1) A titolo di esempio, osservare questa figura relativa alla determinazione dell'equivalente in acqua del calorimetro:

(2) Silva, W., Precker, J., Silva, D., & Silva, C. (2004). A low-cost method for measuring the specific heat of aluminium Physics Education, 39 (6), 514-517 DOI: 10.1088/0031-9120/39/6/008...<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Silva, W., Precker, J., Silva, D., & Silva, C. (2004) <a href="http://dx.doi.org/10.1088/0031-9120/39/6/008" class="blue">A low-cost method for measuring the specific heat of aluminium</a>. Physics Education, 39(6), 514-517. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1088/0031-9120/39/6/008" class="blue">10.1088/0031-9120/39/6/008</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1088/0031-9120/39/6/008"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1088/0031-9120/39/6/008">A low-cost method for measuring the specific heat of aluminium</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[Vademecum cognitivo I. Perché la gente crede ciò in cui crede?]]></title>
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      <author>
	  <name><![CDATA[Leo A., Tempi Profondi]]></name>
	</author>
   <updated>2013-01-04T09:56:05Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Le Penseur, Auguste Rodin 1902 (Musée Rodin, Paris. Fonte:&nbsp;Wikipedia, autore:&nbsp;Daniel Stockman).

Ultimo giro di boa prima della pubblicazione del mio volume, e ultime anticipazioni. A grande richiesta ho deciso di proporre un conciso&nbsp;vademecum su scienze cognitive e dintorni,&nbsp;rimodellando e semplificando alcuni estratti dal testo in modo tale da poter proporre un discorso generale sulla cognizione e i suoi rapporti con l'evoluzione. Il prossimo post (l'ultimo della serie di anticipazioni) sarà invece incentrato su alcuni aspetti salienti della psicologia evoluzionistica e dell'etologia cognitiva.

«Come è possibile che esista il cervello, un organo strutturato in modo da risolvere il problema di come sia possibile che esista un organo strutturato in modo da risolvere problemi? […] il problema deve essere qui, sulla Terra, e la soluzione al problema del problema deve essere anche lei qui, sulla Terra».

Michele Luzzatto, Preghiera darwinana [1]

Nell'ambito della cognizione umana una delle domande più interessanti dalle quali partire è "come e perché la gente possa credere in ciò in cui crede". Le prime risposte&nbsp;dotate di validità scientifica (così come della possibilità di ripetibilità sperimentale dei risultati), e&nbsp;che non fossero mere speculazioni filosofiche, sono giunte dalle scienze cognitive e dalla psicologia evoluzionistica.

In questi due ambiti disciplinari l'analisi delle credenze, di tipo religioso e non, si è sovente distinta come un campo privilegiato per studiare o spiegare determinati meccanismi soggiacenti alla cognizione umana.

Un primo confronto tra scienze cognitive e psicologia evoluzionistica

Le scienze cognitive vengono normalmente divise tra classiche o computazionali, con l’accento posto sul funzionamento della mente in quanto sistema di elaborazione di dati, e post-classiche, ossia maggiormente incentrate sul rapporto tra corpo e ambiente e sull’interazione delle reti neurali [2]. Abbiamo fatto riferimento all'esistenza della psicologia evoluzionistica. Rimarchiamo subito una differenza essenziale tra l’approccio cognitivista e quello psicologico-evoluzionista:&nbsp;semplificando, le scienze cognitive tendono a considerare la religione come un effetto secondario (by-product) delle naturali capacità cognitive, mentre la psicologia evoluzionistica la ritiene un adattamento funzionale sottoposto e modellato dalla selezione naturale a favore degli ipotetici benefici a livello di cooperazione sociale. In realtà la questione è molto più complessa; le posizioni degli studiosi di entrambe le discipline possono talvolta convergere oppure allontanarsi a seconda dei casi specifici [3]. Ad ogni modo, nella storia recente delle due discipline la psicologia evoluzionistica si è distinta per un approccio talvolta avvertito come troppo deterministico e difficilmente verificabile [4], mentre le scienze cognitive hanno tentato di offrire una spiegazione della religione come effetto secondario che si è prestato ad una modellizzazione maggiormente euristica  [5].

Gli ostacoli principali che venivano rimproverati al programma della psicologia evoluzionistica corrente erano due: la difficoltà di rendere conto di caratteristiche non adattative (o malamente adattative) e il riferimento costante ad una preistoria durante la quale tutti i comportamenti umani oggi noti erano (positivamente) adattativi (qui sorge un problema tautologico: in che modo provare che qualcosa in merito al comportamento non ha mai avuto una funzione specifica e/o specificamente selezionata?).

Patternicity, Agenticity e&nbsp;credenze

Limitiamoci per il momento al contesto cognitivo. In questo ambito,

«le credenze religiose si innescano su alcune esperienze che, nella vita quotidiana, tutti possono aver provato, fedeli e infedeli. Meccanismi cognitivi ed emotivi condivisi generano quelle [possono essere chiamate] “esperienze prereligiose”. Si tratta di tutte quelle esperienze in cui noi ci domandiamo se l’uomo possa avere un destino trascendente» [6].

La concezione di un «destino trascendente» (ovvero, la continuità della mente e della personalità in assenza del corpo) si basa in primo luogo sull’assunzione naturale (ma fallace) del dualismo corpo/mente (anima) [7], derivata da esperienze quotidiane come i sogni o determinate istanze neurofisiologiche. Se si vuole andare in profondità il primo nodo da sciogliere è invece la definizione stessa del “credere” (ad esempio nel caso citato, basare una serie di convincimenti sulla credenza nel dualismo tra mente/anima e corpo), ossia il fare affidamento su (e seguire incondizionatamente) fatti o convinzioni, senza pretendere necessariamente una verifica sulla quale poter basare la fiducia concessa, sospendendo il giudizio sull’attendibilità dell’eventuale convinzione o delle testimonianze in merito, oppure scartando le prove discordanti [8]. Quella che segue è la definizione di credenza proposta da Justin L. Barrett e da Jonathan A. Lanman: la credenza è

«lo stato di un sistema cognitivo che considera vera un’informazione (non necessariamente in forma proposizionale o esplicita) per la generazione di ulteriori pensiero e comportamento» [9].

La credenza così definita può essere classificata in due tipologie: riflessiva e intuitiva. La prima è il frutto della riflessione su certi fatti o argomenti, o dell’accettazione dell’autorità di qualcuno (non ha importanza ora la verifica fattuale o scientifica di tali credenze). La seconda «giung[e] automaticamente, non richied[e] un’attenta ponderazione e sembr[a] sorgere istantaneamente» [10]. Un processo che si compone dunque di un’azione inconscia (o automatica) che ha alle spalle la medesima evoluzione biologica e che, semplificando al limite consentito, si spiegherebbe con il reperire schemi soggiacenti e carichi di significato attraverso l’associazione di più elementi (quale che sia il significato, o la veridicità, risultante dall’unione di questi elementi: dal rilevare la presenza di un predatore nascosto nella foresta al credere all’esistenza degli alieni) e l’attribuzione di intenzionalità ad agenti esterni e naturali (o sovrannaturali).

Queste peculiarità cognitive sono state sinteticamente etichettate da Michael Shermer come patternicity, ossia la «tendenza a trovare schemi (patterns) carichi di significato in un contesto di disturbo significativo o insensato» [11], una propensione cognitiva non limitata agli esseri umani [12], e agenticity, ossia la «tendenza ad infondere i pattern con significato, intenzione e agency (o agentività)» [13].&nbsp;Si tratta di impostazioni naturali dei meccanismi cognitivi, già presenti fin dall’infanzia [14].&nbsp;Curiosamente, il&nbsp;processo cognitivo di riconoscimento di agenti si attiva anche in assenza di entità reali: come ha sintetizzato in modo efficace l’antropologo Pascal Boyer facendo riferimento ad uno studio di J.L. Barrett [15],

«in una specie che si è evoluta avendo a che fare simultaneamente con prede e predatori, il costo di falsi positivi (vedere agenti quando non ci sono) è minimo, se siamo in grado di abbandonare rapidamente queste maldestre intuizioni. Al contrario, il costo relativo alla mancata rilevazione di agenti quando sono realmente presenti (siano essi predatori o prede) può essere molto alto. In questo senso, i nostri sistemi cognitivi funzionano sul principio “meglio salvi che dispiaciuti” che conduce all’ipersensibilità del meccanismo di rilevamento dell’azione di un agente [Hyperactive Agency Detection Device, o&nbsp;HADD]» [16].

Data la propensione a creare falsi positivi riguardo all’attribuzione dell’intenzionalità di agenti intorni a no...<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Sosis, R. (2009) <a href="http://dx.doi.org/10.1163/156770909X12518536414411" class="blue">The Adaptationist-Byproduct Debate on the Evolution of Religion: Five Misunderstandings of the Adaptationist Program</a>. Journal of Cognition and Culture, 9(3), 315-332. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1163/156770909X12518536414411" class="blue">10.1163/156770909X12518536414411</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1163/156770909X12518536414411"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1163/156770909X12518536414411">The Adaptationist-Byproduct Debate on the Evolution of Religion: Five Misunderstandings of the Adaptationist Program</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Pyysiäinen I, & Hauser M. (2010) <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20149715" class="blue">The origins of religion: evolved adaptation or by-product?</a>. Trends in cognitive sciences, 14(3), 104-9. PMID:&nbsp;<a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20149715" class="blue">20149715</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?pmid=20149715"></script> <noscript><a href="http://pubget.com/paper/20149715">The origins of religion: evolved adaptation or by-product?</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Boyer, P. (2004) <a href="http://dx.doi.org/10.1086/420914" class="blue">Religion, Evolution, and Cognition.</a> Current Anthropology, 45(3), 430-433. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1086/420914" class="blue">10.1086/420914</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1086/420914"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1086/420914">Religion, Evolution, and Cognition.</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Barrett, J. (2010) <a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.religion.2009.11.002" class="blue">The relative unnaturalness of atheism: On why Geertz and Markússon are both right and wrong</a>. Religion, 40(3), 169-172. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.religion.2009.11.002" class="blue">10.1016/j.religion.2009.11.002</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1016/j.religion.2009.11.002"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1016/j.religion.2009.11.002">The relative unnaturalness of atheism: On why Geertz and Markússon are both right and wrong</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Barrett, J., & Lanman, J. (2008) <a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.religion.2008.01.007" class="blue">The science of religious beliefs</a>. Religion, 38(2), 109-124. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.religion.2008.01.007" class="blue">10.1016/j.religion.2008.01.007</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1016/j.religion.2008.01.007"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1016/j.religion.2008.01.007">The science of religious beliefs</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Kelemen, D. (1999) <a href="http://dx.doi.org/10.1016/S1364-6613(99)01402-3" class="blue">Function, goals and intention: children’s teleological reasoning about objects</a>. Trends in Cognitive Sciences, 3(12), 461-468. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1016/S1364-6613(99)01402-3" class="blue">10.1016/S1364-6613(99)01402-3</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1016/S1364-6613(99)01402-3"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1016/S1364-6613(99)01402-3">Function, goals and intention: children’s teleological reasoning about objects</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Kelemen D, & Rosset E. (2009) <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19200537" class="blue">The human function compunction: teleological explanation in adults.</a> Cognition, 111(1), 138-43. PMID:&nbsp;<a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19200537" class="blue">19200537</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?pmid=19200537"></script> <noscript><a href="http://pubget.com/paper/19200537">The human function compunction: teleological explanation in adults.</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Lisdorf, A. (2007) <a href="http://dx.doi.org/10.1163/156853707X208549" class="blue">What's HIDD'n in the HADD?</a>. Journal of Cognition and Culture, 7(3), 341-353. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1163/156853707X208549" class="blue">10.1163/156853707X208549</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1163/156853707X208549"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1163/156853707X208549">What's HIDD'n in the HADD?</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Barrett JL. (2000) <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10637620" class="blue">Exploring the natural foundations of religion.</a> Trends in cognitive sciences, 4(1), 29-34. PMID:&nbsp;<a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10637620" class="blue">10637620</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?pmid=10637620"></script> <noscript><a href="http://pubget.com/paper/10637620">Exploring the natural foundations of religion.</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Bulbulia, J. (2004) <a href="http://dx.doi.org/10.1007/s10539-005-5568-6" class="blue">The cognitive and evolutionary psychology of religion</a>. Biology , 19(5), 655-686. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1007/s10539-005-5568-6" class="blue">10.1007/s10539-005-5568-6</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1007/s10539-005-5568-6"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1007/s10539-005-5568-6">The cognitive and evolutionary psychology of religion</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Lisdorf, A. (2004) <a href="http://dx.doi.org/10.1163/156853704323074796" class="blue">The Spread of Non-Natural Concepts</a>. Journal of Cognition and Culture, 4(1), 151-173. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1163/156853704323074796" class="blue">10.1163/156853704323074796</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1163/156853704323074796"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1163/156853704323074796">The Spread of Non-Natural Concepts</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Boyer P. (2003) <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12639693" class="blue">Religious thought and behaviour as by-products of brain function.</a> Trends in cognitive sciences, 7(3), 119-124. PMID:&nbsp;<a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12639693" class="blue">12639693</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?pmid=12639693"></script> <noscript><a href="http://pubget.com/paper/12639693">Religious thought and behaviour as by-products of brain function.</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[Research Blogging in Italia e non solo: uno stato di salute]]></title>
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	  <name><![CDATA[Gianluigi Filippelli, DropSea]]></name>
	</author>
   <updated>2012-12-14T10:59:00Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Ricordate quando con Moreno abbiamo scritto quel contributo a Comunicare Fisica sulla rete dei blog scientifici italiani vista attraverso le maglie di Research Blogging? In quell'occasione proponemmo anche un po' di statistiche sull'edizione italiana del progetto italiano, osservando come la fisica fosse uno dei punti di forza della comunità italiana, in evidente controtendenza rispetto alle altre edizioni (almeno in termini percentuali):

Quella tendenza sembra sia stata non solo confermata ma addirittura accentuata da quello che risulta dai risultati di un lavoro di ricerca condotto da un gruppo di ricercatori brasiliani e basato sui dati completi della piattaforma raccolti fino alla fine del 2011(1):

Non solo: dopo i blog inglesi, quelli italiani sono quelli che discutono di più di fisica, ma battiamo gli anglosassoni nella matematica (e questo lo prendo come un successo personalissimo della coppia Barozzi-Filippelli, che poi sarei io: scusate l'attacco di vanagloria!)

La tendenza è ancora più evidente se confrontiamo le torte, quella realizzata da Moreno con quella recentemente pubblicata su Plos(1):

Ovviamente non siamo gli unici a presentare delle peculiarità negli argomenti trattati:

The general dominance of Biology is not the same in all languages. In Italian, there are more posts in Physics than Biology (174:141), in Chinese there are more posts about Chemistry (37), Psychology (36) and Computer Science/Engineering (24) than Biology (11). Polish demonstrated an equilibrated distribution of topic. These regional peculiarities show an interesting avenue for future comparisons in scientific communication among different cultures.(1)

Se consideriamo poi che il nostro gruppo è l'ultimo arrivato, siamo quello che è cresciuto più rapidamente: nelle statistiche fino al 2011 abbiamo quasi raggiunto i blog polacchi, che ci hanno preceduto di 8 mesi, e superato, insieme con loro, i blog cinesi, e questo, secondo me, nonostante l'uso sia diminuito nel tempo per poi stabilizzarsi, resta comunque un piccolo successo della nostra comunità.

Un'ultima annotazione sul lavoro di Munger (è tra gli autori dell'articolo) e compagni: dai dati da loro raccolti si rileva come la comunità dei blogger scientifici mondiali sia molto più attenta all'uso degli articoli Open Access rispetto alla comunità wikipediana. Nel dettaglio l'11,7% delle citazioni presenti sul database di RB sono verso articoli OA, mentre su wiki c'è solo un 2,8% di citazioni OA(2).

Una possibile ipotesi di questo comportamento potrebbe essere l'ipotesi avanzata da Evans e Krauthammer:

Our hypothesis is that journal articles with far-reaching implications or general importance are included in Wikipedia, and that other articles are ignored. In other words, users of Wikipedia add an article citation if the article either establishes a new research topic, and thus triggers the generation of a novel Wikipedia page, or reports novel and non-marginal findings that are added to an existing Wikipedia page.(2)

Da wikipediano direi che sono anche importanti i testi e gli articoli sui quali i wikipediani stessi hanno formato le loro conoscenze, e difficilmente provengono da materiale OA.

Lasciando però decantare queste considerazioni, che magari qualche lettore wikipediano potrà approfondire con la sua esperienza, direi che possiamo salutarci con questo bel passaggio dall'articolo di Plos che aggiorna le statistiche di RB:

On the other hand, we suggest that they perform an important social function by exposing and explaining scientific content that is inaccessible to the general public due to the constraints of paid access scientific journals in a transition context permeated by the effort to the greater access to scientific knowledge.(1)

(1) Fausto, S., Machado, F., Bento, L., Iamarino, A., Nahas, T., & Munger, D. (2012). Research Blogging: Indexing and Registering the Change in Science 2.0 PLoS ONE, 7 (12) DOI: 10.1371/journal.pone.0050109

(2) Evans P. & Krauthammer M. (2011). Exploring the use of social media to measure journal article impact., AMIA ... Annual Symposium proceedings / AMIA Symposium. AMIA Symposium,   374-381. PMID: 22195090...<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Fausto, S., Machado, F., Bento, L., Iamarino, A., Nahas, T., & Munger, D. (2012) <a href="http://dx.doi.org/10.1371/journal.pone.0050109" class="blue">Research Blogging: Indexing and Registering the Change in Science 2.0</a>. PLoS ONE, 7(12). DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1371/journal.pone.0050109" class="blue">10.1371/journal.pone.0050109</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1371/journal.pone.0050109"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1371/journal.pone.0050109">Research Blogging: Indexing and Registering the Change in Science 2.0</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Evans Perry, & Krauthammer Michael. (2011) <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22195090" class="blue">Exploring the use of social media to measure journal article impact.</a> AMIA .. Annual Symposium proceedings / AMIA Symposium. AMIA Symposium, 374-381. PMID:&nbsp;<a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22195090" class="blue">22195090</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?pmid=22195090"></script> <noscript><a href="http://pubget.com/paper/22195090">Exploring the use of social media to measure journal article impact.</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[Il posto della ricerca italiana nel mondo]]></title>
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	  <name><![CDATA[Gianluigi Filippelli, DropSea]]></name>
	</author>
   <updated>2012-12-05T11:27:00Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Nell'editoriale di Marco Cattaneo del numero attualmente in edicola de Le Scienze (condiviso da Peppe su twitter), il direttore ha un bel po' da che all'economista Luigi Zingales, fondatore del movimento politico Fermare il declino (per dettagli leggere libertNation). Cattaneo ovviamente non parla a vanvera, come si suol dire, ma dati alla mano è in grado di mostrare che la ricerca italiana nel mondo si difende e anche bene.

La buona figura dell'Italia nel contesto mondiale della ricerca viene mostrata dalla versione italiana dell'articolo di John Sexton uscito a metà settembre per Scientific American(1). L'articolo di Sexton è l'introduzione a uno speciale, Lo stato della ricerca mondiale, composto da contributi di vari ricercatori, soprattutto economisti, e corredato da una raccolta dati elaborata da Martin Szomszor di Digital Science, da cui spicca questo grafico qui, che presenta i primi dieci paesi nel mondo per pubblicazioni: come potete notare è presente anche l'Italia:

Questa buona posizione è confermata anche dai risultati ottenuti da un gruppo di ricercatori finlandesi, Pan e Kaski, insieme con l'italiano Fortunato(2) (che però lavora in Finlandia, a quanto pare leggendo le affiliazioni) e pubblicati sulla rivista OA di Nature più o meno nello stesso periodo dello speciale di Scientific American. Vista l'uscita dell'edizione italiana dello speciale, credo valga la pena dare un'occhiata ad alcuni dei passaggi dell'articolo e ad alcuni dei grafici proposti, sia per provare a capire il lavoro dei tre ricercatori, sia per capire quale sia il posto della ricerca italiana nel mondo.

Il lavoro si basa su una estesa raccolta dati riguardante le citazioni e le collaborazioni tra i vari paesi (sul sito di Pan sono a disposizione i dataset) che vengono successivamente valutati con la matematica delle reti. Interessante poi notare, sin dall'abstract, che

the total research impact of a country grows linearly with the amount of national funding for research & development. However, the average impact reveals a peculiar threshold effect: the scientific output of a country may reach an impact larger than the world average only if the country invests more than about 100,000 USD per researcher annually.

Su questo torneremo in seguito, ora iniziamo a dare un'occhiata ai risultati dei tre ricercatori, partendo dalla mappa mondiale delle citazioni ricevute da ciascun paese:

Colored maps can be misleading as the value assigned to a large area gives an impression of a much greater impact of that color in the visualization. We thus created a cartogram, in which the geographic regions are deformed and rescaled in proportion to their relative research contribution.

E' abbastanza interessante notare come per realizzare la mappa si utilizzi l'equazione di continuità della conservazione della carica elettrica(3):

\[\vec \nabla \cdot \vec J + \frac{\partial \rho}{\partial t} = 0\]

dove, nel caso delle mappe a diffusione, $J$ è la densità di corrente dei flussi di popolazione e $\rho$ è la densità di popolazione.

Tornando alla mappa e ai risultati a essa collegati, si scopre che il Nord America e l'Europa ricevono rispettivamente il 42,3% e il 35,3% delle citazioni mondiali. Per il resto l'Asia è sul 17,7%, mentre il resto del mondo (Africa, Sud America, Oceania) è al di sotto del 5%. Come paesi il Leader sono gli Stati Uniti seguiti da Regno Unito, Germania, Giappone e Cina. L'Italia si difende molto bene: è infatti presente nella top 20, nonostante tutti i problemi noti del mondo universitario nostrano.

D'altra parte per stimare l'efficacia della ricerca di ciascun paese, basarsi sul numero di citazioni e pubblicazioni non fa emergere alcune caratteristiche che potrebbero spiegare molte cose sul sistema di ricerca specifico.

For instance, the number of researchers and facilities (instruments, laboratories, libraries and other resources) available are typically different in different countries. A key determinant is the funding available for research & development (R&D).

In questo caso i dati mostrano come una maggiore quantità di fondi permette di realizzare lavori che verranno maggiormente citati, così come lavori con più autori otterranno più facilmente lo stesso risultato. Ciò che però riveste un certo interesse è il legame tra il numero di citazioni medie per ciascun paese e la spesa media per ricercatore:

This figure shows that very rich countries like Kuwait and Luxembourg have high funding per researcher, still the average number of citations per paper is low. Countries like India, Brazil have high funding per researcher as well, but low average number of cites; this might mean they are investing more on infrastructure. Switzerland, Costa Rica, Panama, Germany, Austria, Netherlands, United States have high spending per researcher and their average number of citations is also high.

E' interessante notare come non ci sia alcun paese nel riquadro in grigio, ovvero quello che potremmo considerare ottimale: poca spesa-alte citazioni. Emerge quindi una dinamica ben precisa: per ottenere un alto numero di citazioni (e sperabilmente un alta qualità della ricerca) bisogna spendere di più. Bisogna però anche saperlo fare: come rilevano i tre ricercatori, India e Brasile investono di più in infrastrutture che in capitale umano. Sarebbe interessante capire se anche in Italia avviene qualcosa del genere, ma sicuramente c'è da tenere conto di un effetto diverso, che la accomuna con Norvegia e Spagna.

Nelle supplementary information il gruppo considera le prestazioni di ciascun paese in base al numero delle sue pubblicazioni, ovvero quelle di ricercatori che lavorano lì, senza collaborazioni con l'estero. In questo caso si nota come i tre paesi sopra citati scendano sotto la media mondiale, indizio di come gli articoli prodotti grazie alle collaborazioni con l'estero pesino molto di più a livello mondiale.

Come questo dato possa essere utilizzato per migliorare la qualità della ricerca per quel che riguarda l'Italia non saprei dirlo: da una parte bisogna certamente discutere della così detta fuga di cervelli (ad esempio Jacopo lo considero un ricercatore che lavora all'estero, pur se finanziato da fondi italiani, e contribuisce all'impatto della ricerca italiana, come ha fatto lo stesso Fortunato nel lavoro che ho qui parzialmente discusso), ma dall'altra ci sono problemi come il potere di attrarre ricercatori dall'estero o di permettere a quelli che restano di svolgere al meglio il loro lavoro (o di tenersi quelli che il lavoro di ricerca, quanto meno, sanno svolgerlo).

Una considerazione finale non specifica al caso italiano e secondo me doverosa anche per capire l'attenzione data dai tre ricercatori al loro studio: le citazioni tra articoli in città distanti decrescono con la distanza tra le città (e questo è anche scontato) ma con una legge di potenza e non con una esponenziale, come precedentemente scoperto. Queste differenze, suppongono gli autori, sono dovute da una parte all'insieme limitato di articoli considerato nel lavoro del 1994 e dall'altro al fatto che negli ultimi vent'anni la tecnologia ha permesso di comunicare più facilmente anche con ricercatori geograficamente distanti, che poi è anche il senso dello speciale Lo stato della scienza mondiale.

Allora forse è tempo di riflessioni un po’ più serie e profonde su come sono investiti i fondi in ricerca, prima di affermare – sempre Zingales – che non dobbiamo «buttare i soldi a fondo perduto…». È tempo di affrontare i nodi di un sistema imprenditoriale che non investe in innovazione, avendo campato per quarant’anni della falsa competitività garantita dalle periodiche svalutazioni della lira. O ancora di un sistema creditizio che ha scommesso sul patrimonio immobiliare piuttosto che sul sistema produttivo, come testimonia la preoccupante assenza di venture capitalist e business angel dagli schermi radar del paese. Con la complicità, naturalmente, di una politica avvilente, mai capace di favorire lo scambio di informazione e conoscenza tra enti di ricerca e industrie, di illuminare la strada del trasferimento tecnologico.

(Marco Cattaneo dall'editoriale di Le Scienze 532, dicembre 2012)

(1)...<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Sexton John. (2012) <a href="http://dx.doi.org/10.1038/scientificamerican1012-36" class="blue">State of The World's Science</a>. Scientific American, 307(4), 36-40. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1038/scientificamerican1012-36" class="blue">10.1038/scientificamerican1012-36</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1038/scientificamerican1012-36"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1038/scientificamerican1012-36">State of The World's Science</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Pan Raj Kumar, Kaski Kimmo, & Fortunato Santo. (2012) <a href="http://dx.doi.org/10.1038/srep00902" class="blue">World citation and collaboration networks: uncovering the role of geography in science</a>. Scientific Reports. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1038/srep00902" class="blue">10.1038/srep00902</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1038/srep00902"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1038/srep00902">World citation and collaboration networks: uncovering the role of geography in science</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Michael T. Gastner, M. E. J. Newman. (2004) <a href="http://dx.doi.org/10.1073/pnas.0400280101" class="blue">Diffusion-based method for producing density-equalizing maps</a>. Proceedings of the National Academy of Sciences, 101(20), 7499-7504. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1073/pnas.0400280101" class="blue">10.1073/pnas.0400280101</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1073/pnas.0400280101"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1073/pnas.0400280101">Diffusion-based method for producing density-equalizing maps</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[Scienza, insegnamento e fumetti]]></title>
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      <author>
	  <name><![CDATA[Gianluigi Filippelli, DropSea]]></name>
	</author>
   <updated>2012-10-31T08:55:00Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Un altro post dedicato ai fumetti e alla scienza, sempre in preparazione di Lucca Comics & Science 2012

Nel 2002 F. Javier Perales-Palacios e José M. Vílchez-González hanno studiato l'impatto dei fumetti e dell'animazione nello studio della fisica. Sono giunti alle seguenti conclusioni:

L'insegnamento della fisica con i cartoni animati costituisce un chiaro incentivo per l'attegiamento degli studenti nei confronti della disciplina.(1)

Le idee sbagliate degli studenti sulla fisica sono fino a un certo punto dovute ai cartoni. E' anche possibile che i cartoni hanno rinforzato questi errori fin da tenera età.(1)

L'uso della TV in classe per presentare immagini reali (ad esempio il comportamento di corpi in orbita intorno alla Terra, i movimenti dei passeggeri in un bus, e altro ancora) e il confronto tra realtà e finzione facilita il cambio concettuale.(1)

Questo genere di strategia può avvicinare l'insegnamento della fisica più vicino alla comunicazione dei media che maggiormente interessano agli studenti, e quindi riduce la barriera tra la scienza a scuola e le conoscenze quotidiane.(1)

L'immagine della scienza e degli scienziati presentata nei cartoni era tipica e anche gli studenti che hanno partecipato all'esperimento hanno mantenuto questa immagine stereotipata.(1)

C'era una grande diversità nei risultati tra gli individui e i gruppi. (...) Il gruppo di studenti chiaramente sorpassava gli insegnanti per il numero di fenomeni identificati.(1)

In particolare i punti 2. (la fisica errata nei cartoni animati) e 5. (gli stereotipi riguardo scienza e scienziati) sono approfonditi in un articolo recente degli stessi autori:

Siamo stati in grado di accertare che i cartoni animati distorcono l'immagine della scienza e del suo ambiente. Molto spesso è presentata come qualcosa di distante e lontana dalla vita di tutti i giorni, nascondendo così i suoi obiettivi di base (spiegare il mondo che ci circonda), utilizzando voci senza senso che fanno uso di termini strani (spesso errati) o espressioni matematiche enormi e senza senso. Ciò accade con coloro che sono familiari con la materia (rafforzando in tal modo l'immagine elitaria della scienza), e alcune volte anche presentando alcune delle idee preconcette che la bibliografia riconosce come caratteristiche degli adolescenti. Anche i fumetti forniscono un'immagine distorta di queste questioni, simile a quella che è presentata nei cartoni 'se questi fossero silenziosi'.(2)

I due ricercatori sono preoccupati riguardo l'influenza di questi due media, ma penso che hanno scordato (leggi per esempio il punto 1. dell'articolo del 2002) il ruolo chiave degli insegnanti nell'educazione dei ragazzi. I fumetti, infatti, possono diventare una grande opportunità per introdurre in un modo molto semplice la fisica in classe:

(...) gli educatori non dovrebbero sottostimare gli interessi dei discepoli. Questi interessi possono lavorare per noi in due modi. Possono fornire degli agganci, e spesso anche il contesto. Per molti insegnanti di fisica, la fisica è chiaramente una materia che esplora gli aspetti fondamentali della natura, che comprende le scale più piccole e quelle più grandi che possiamo immaginare, e che si occupa delle questioni e dei fenomeni più affascinanti. Alcuni dei nostri studenti provano lo stesso, e arrivano in classe con l'entusiasmo di imparare di più. Sfortunatamente, tuttavia, molti studenti non condividono inizialmente il nostro entusiasmo.

E' così più semplice imparare quando siamo interessati alla materia. L'apprendimento è più efficace quando siamo motivati ad apprendere e coinvolti nel processo di apprendimento.(3)

Introdurre i fimetti in classe è dunque una buona scelta: essi possono essere una buona fonte per introdurre esercizzi, ad esempio per verificare le affermazioni scientifiche dei cartoonist. Un esempio reale di questo utilizzo può essere trovato in Fisica e fumetti: Paperone ed il deposito sotterraneo, un preprint in italiano:

I fumetti, come i film, spesso utilizzano idee scientifiche "fantasiose". Non ci riferiamo qui alla violazione implicita delle leggi della fisica, cosa permessa in un mondo di fantasia, quanto piuttosto all'uso di spiegazioni fisiche errate che vengono usate in buona fede perché riflettono convinzioni molto diffuse, ma sbagliate, sull'interpretazione di fenomeni a partire dai principi fisici. D'altra parte questi errori possono servire a illustrare la corretta applicazione della fisica in una maniera molto più accattivante rispetto alla modalità tradizionale di presentazione. Analizziamo qui l'avventura Paperone ed il deposito sotterraneo di Pezzin e Cavazzano.

La trama dell'avventura può essere così riassunta:

Paperone, come al solito, cerca delle nuove soluzioni per rispondere agli assalti dei Bassotti, così dopo l'ultimo scontro (vedi pagina di apertura a lato) decide di costruire un deposito sotterraneo raggiungibile con un ascensore. Purtroppo i Bassotti progettano una contromisura: infiltrarsi tra i lavoratori del cantiere e programmare una grande esplosione.

E' proprio grazie a questa esplosione che Pezzin (che ricordo essere un ingegnere) mette in campo la fisica, facendole giocare un ruolo importante nella storia. Peccato che, come i due ricercatori hanno mostrato, presenta anche quattro errori:

Durante il volo in caduta libera, dopo l'esplosione, i paperi stanno ritti sul pavimento come se questo fosse in quiete.

L'ascensore si separa dalla massa dei dollari in virtù del suo peso.

Si teme che i dollari siano entrati in orbita.

Il punto di caduta si sposta verso ovest di 80 km a causa della rotazione terrestre.

Utilizzando questi errori, un insegnante potrebbe introdurre in classe alcuni concetti come il moto dei corpi, il principio di equivalenza, la rotazione della Terra, i sistemi di riferimento inerziali, e una applicazione dell'attrito a una situazione reale.

Concludendo: penso che i fumetti possano essere realmente un buon strumento per l'insegnamento della fisica e per trasmettere il nostro interesse e la nostra passione nella scienza, anche se nulla è meglio come rispondere (o provare a rispondere) a una buona domanda!

Recentemente uno [studente] di 13 anni mi ha ricordato che la fisica ha già di suo un sacco di agganci. Questo ragazzo ha chiesto informazioni sulla materia oscura, un argomento ancora più fantastico dei Fantastici quattro, e - vorrete concedermelo - molto più significativo per il futuro della galassia della Federazione dei Pianeti Uniti di Star Trek.(3)

(1) Perales-Palacios, F., & Vílchez-González, J. (2002). Teaching physics by means of cartoons: a qualitative study in secondary education Physics Education, 37 (5), 400-406 DOI: 10.1088/0031-9120/37/5/306

(2) Vílchez-González, J., & Palacios, F. (2006). Image of science in cartoons and its relationship with the image in comics Physics Education, 41 (3), 240-249 DOI: 10.1088/0031-9120/41/3/006

(3)...<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Perales-Palacios, F., & Vílchez-González, J. (2002) <a href="http://dx.doi.org/10.1088/0031-9120/37/5/306" class="blue">Teaching physics by means of cartoons: a qualitative study in secondary education</a>. Physics Education, 37(5), 400-406. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1088/0031-9120/37/5/306" class="blue">10.1088/0031-9120/37/5/306</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1088/0031-9120/37/5/306"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1088/0031-9120/37/5/306">Teaching physics by means of cartoons: a qualitative study in secondary education</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Vílchez-González, J., & Palacios, F. (2006) <a href="http://dx.doi.org/10.1088/0031-9120/41/3/006" class="blue">Image of science in cartoons and its relationship with the image in comics</a>. Physics Education, 41(3), 240-249. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1088/0031-9120/41/3/006" class="blue">10.1088/0031-9120/41/3/006</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1088/0031-9120/41/3/006"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1088/0031-9120/41/3/006">Image of science in cartoons and its relationship with the image in comics</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Taber, K. (2006) <a href="http://dx.doi.org/10.1088/0031-9120/41/3/F01" class="blue">The physics education of superheroes</a>. Physics Education, 41(3), 202-203. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1088/0031-9120/41/3/F01" class="blue">10.1088/0031-9120/41/3/F01</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1088/0031-9120/41/3/F01"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1088/0031-9120/41/3/F01">The physics education of superheroes</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[United we stand: Siamo pronti per fare network?]]></title>
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	  <name><![CDATA[Gianluigi Filippelli, DropSea]]></name>
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   <updated>2012-10-11T08:33:00Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Nel mondo, in particolare in quello anglosassone, è forte lo stimolo dei blogger scientifici ad aggregarsi in vari network. Il capostipite è stato scienceblogs.com, dal quale poi sono partite molte e varie esperienze, come Field of Science o il recente network di Scientific American. Molti di questi blogger partecipano a più network o hanno anche un blog personale, spesso anche questo tarato sulla scienza. In Italia, invece, come in molti campi, siamo fermi da tempo al solo network degli autori de Le Scienze. Si prova a capire quali possono essere le possibilità di un network italiano e chi potrebbero essere i componenti di questo gruppo.

di Gianluigi Filippelli e Moreno Colaiacovo

Il fenomeno dei weblog o più comunemente dei blog è in continua espansione: ad esempio dall'ottobre 2006 all'ottobre 2011, il numero di blog si è quasi quintuplicato (dati nielsen). All'interno di questo mondo in espansione una nicchia, più o meno consolidata, è occupata dai blog scientifici.

In generale un blog è di facile definizione: una pagina web aggiornata periodicamente attraverso un software apposito che permette anche l'interazione con i lettori attraverso i commenti agli aggiornamenti (i post) scritti e pubblicati dall'autore. Quando però si cerca di classificare i blog in grandi categorie, ci si trova di fronte a tutta una serie di sfumature, e a queste non sfuggono nemmeno i già citati blog scientifici.

Già Walker, che, oltre ad essere uno dei primi blogger scientifici, ha scritto, insieme con Torill, il primo (o comunque uno dei primi) articoli dedicati allo studio di questa sottocategoria di blog(11), in Blogging From Inside the Ivory Tower(1) distingueva tra due distinte tipologie: public intellectuals, che si occupa soprattutto del dibattito politico, e research blogs, centrato essenzialmente sul mondo della ricerca. In particolare questa seconda tipologia è oggi quella maggiormente identificata come blog scientifico in senso stretto, e anche quella che presenta tutta una serie di sfumature cui si accennava poc'anzi, come rivelato da molti studi e ribadito da Bora Zivkovic, blog editor di Scientific American, nel suo articolo "Science Blogs: definition, and a history":

Usually it is meant to be a blog that satisfies one or more of these criteria: blog written by a scientist, blog written by a professional science writer/journalist, blog that predominantly covers science topics, blog used in a science classroom as a teaching tool, blog used for more-or-less official news and press releases by scientific societies, institutes, centers, universities, publishers, companies and other organizations.

Per gli scopi della discussione attuale, ha scarso interesse andarci ad occupare di blog scritti da scienziati ma che non trattano di scienza (vanno considerati blog scientifici anche questi?), ma potrebbe non essere così inutile distinguere il sottogruppo dei blog scritti da scienziati che però non si occupano della disciplina in cui si sono formati. Certo, in questi casi è buona norma, seguendo ad esempio i consigli di Peppe Liberti, avere come fonte preferenziale un bravo ricercatore che prova a raccontare ciò che succede nella sua disciplina, tuttavia il primo e più importante criterio per valutare se un blog è scientifico o meno sono l'approccio e il metodo scelti dal blogger.

Un buon modo per distinguere tra i vari blogger scientifici è l'aggregatore Research Blogging (RB), un progetto creato dal Seed Media Group, ora acquisito dal National Geographic, lo stesso del Seed Magazine e del famoso network di blog scientifici Science Blogs. RB è un aggregatore multilingue (a differenza di Scienceseeker, che è solo per i blog in lingua inglese, ma che funziona allo stesso modo se non meglio) che propone un portafoglio di blogger scientifici preventivamente valutati da una squadra di editor, che per l'Italia sono tre: il già citato Peppe Liberti insieme con Amedeo Balbi e Moreno Colaiacovo (coautore di queste note). Questa struttura dovrebbe garantire al lettore la serietà e la competenza del blogger innanzitutto nel trattamento degli argomenti strettamente legati con la disciplina di ciascuno degli iscritti, e più in generale imponendo agli autori delle norme e delle regole sul metodo e sull'approccio degli autori. Resarch Blogging, infatti, prevede che gli articoli aggregati siano dei commenti o degli approfondimenti strettamente legati alla letteratura scientifica accademica: in fondo a ogni post appaiono una o più citazioni ad articoli pubblicati su riviste scientifiche peer-reviewed, una caratteristica che rende RB sinonimo di serietà e professionalità.

Oltre agli aggregatori tematici, però, un'altra possibile garanzia di qualità e competenza dei blogger proviene dai network di blog scientifici, che possono a loro volta essere distinti in due grandi tipologie: quelli di supporto agli editori cartacei classici, come il network di Scientific American, o quelli per così dire indipendenti, come Science Blogs o Field of Science. In entrambi i casi i network sono realizzati, per quel che riguarda i contenuti, essenzialmente da dottorandi o giovani ricercatori o anche insegnanti delle scuole superiori e solo sporadicamente da professori.

D'altra parte utilizzare i blog per comunicare la scienza presenta degli indubbi vantaggi: permette una condivisione della conoscenza, che può essere sviluppata anche in modo collaborativo(2) (in questo caso attraverso ad esempio blog multi utente, network, o wiki), è un modo eccellente per comunicare la passione per il proprio campo di ricerca(2), permette di partecipare in qualche modo al dibattito pubblico e mantenere la cittadinanza informata(2), permette di restare in contatto con colleghi lontani o di stringere nuovi contatti(3), di migliorare la propria scrittura anche in funzione della stesura di un articolo di ricerca(3).

They are a perfect tool for informal interactive discussions by allowing the authors to post an article about any topic they want and having visitors interact through comments(4)

Nonostante tutti questi indubbi vantaggi, rilevati da vari studi basati più che altro su (poche) interviste a blogger scientifici che lavorano in ambito accademico, e malgrado il loro crescente successo, questa tipologia di comunicazione non sembra ancora riscuotere consensi all'interno delle istituzioni accademiche. Non è solo una questione legata al tempo che bisogna concedere all'attività di blogging e più in generale alla comunicazione (che già da sola non è una attività generalmente ben vista), ma probabilmente anche legata alla così detta caduta delle gerarchie che di fatto avviene con l'uso dei blog e la conseguente interazione(1):

In a well-known case study, Zuboff (1988) documented the tension created within a corporation when a computer-based electronic communication system was installed. The openness, inclusiveness, and anonymity of computer-mediated communication was antithetical to the organization’s hierarchical structure; it facilitated the rise of democratic dialogue among workers, thereby placing stress upon traditional hierarchical roles. (Stephen and Harrison 768-69)

In un certo senso i blog scientifici, che per comodità spesso vengono opposti ai soli giornalisti scentifici in una visione piuttosto semplicistica di una discussione più ampia(5), sono in effetti in contrapposizione anche con le stesse istituzioni accademiche non solo per le questioni poc'anzi accennate, ma anche per la preferenza di queste ultime a veicolare la comunicazione attraverso metodi standard come i comunicati stampa, senza prendersi quella responsabilità diretta ricordata nell'articolo di Ashlin e Ladle(2).

Ad ogni modo, una cosa è certa: l'efficacia dei blog sembra crescere quando questi riescono a fare rete, sia nel caso di un network vero e proprio, come quelli già descritti, sia nel caso di reti costruite attraverso interazioni basate sui link o sui carnevali scientifici (in Italia abbiamo i Carnevali della Matematica, Fisica, Chimica, e dei Libri di Scienza, oltre all'esperienza limitata nel tempo del Carnevale della Biodiversità) o sugli aggregatori.

Dei vari modi per creare una rete di discussione con altri blog, sicuramente l'utilizzo dei link è il più semplice e immediato. E' interessante notare com...<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Alison Ashlin, Richard J. Ladle. (2006) <a href="http://dx.doi.org/10.1126/science.1124197" class="blue">Environmental Science Adrift in the Blogosphere</a>. Science, 312(5771), 201. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1126/science.1124197" class="blue">10.1126/science.1124197</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1126/science.1124197"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1126/science.1124197">Environmental Science Adrift in the Blogosphere</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Eva Amsen. (2008) <a href="http://dx.doi.org/10.5779/hypothesis.v4i2.56" class="blue">Who Benefits From Science Blogging?</a>. Hypothesis, 4(2), 10-14. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.5779/hypothesis.v4i2.56" class="blue">10.5779/hypothesis.v4i2.56</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.5779/hypothesis.v4i2.56"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.5779/hypothesis.v4i2.56">Who Benefits From Science Blogging?</a></noscript>    </p>

	    <p>
    María José Luzón. (2009) <a href="http://dx.doi.org/10.1002/asi.20937" class="blue">Scholarly hyperwriting: The function of links in academic weblogs</a>. Journal of the American Society for Information Science and Technology, 60(1), 75-89. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1002/asi.20937" class="blue">10.1002/asi.20937</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1002/asi.20937"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1002/asi.20937">Scholarly hyperwriting: The function of links in academic weblogs</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Hadas Shema, Judit Bar-Ilan, Mike Thelwall. (2012) <a href="http://dx.doi.org/10.1371/journal.pone.0035869" class="blue">Research Blogs and the Discussion of Scholarly Information</a>. PLoS ONE, 7(5), 1-8. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1371/journal.pone.0035869" class="blue">10.1371/journal.pone.0035869</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1371/journal.pone.0035869"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1371/journal.pone.0035869">Research Blogs and the Discussion of Scholarly Information</a></noscript>    </p>

	    <p>
    Laura Bonetta. (2007) <a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.cell.2007.04.032" class="blue">Scientists Enter the Blogosphere</a>. Cell, 129(3), 443-445. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.cell.2007.04.032" class="blue">10.1016/j.cell.2007.04.032</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1016/j.cell.2007.04.032"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1016/j.cell.2007.04.032">Scientists Enter the Blogosphere</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[Le lapalissiane caratteristiche dei link nei blog]]></title>
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	  <name><![CDATA[Gianluigi Filippelli, DropSea]]></name>
	</author>
   <updated>2012-10-05T17:59:00Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Il grosso è stato fatto. Il contributo per Comunicare Fisica 2012, che quest'anno si terrà a Torino, al Museo di Scienze Naturali, è stato scritto nei suoi contenuti principali. Credo che ci saranno successivamente solo dei piccoli aggiustamenti e una stesura della bibliografia più puntuale. Ora, però, vorrei concentrarmi su uno degli articoli in particolare in cui mi sono imbattuto, Scholarly hyperwriting: The function of links in academic weblogs, dove la ricercatrice, María José Luzón Marco, cerca di capire la funzione dei link all'interno dei blog accademici:

Weblogs are gaining momentum as one of most versatile tools for online scholarly communication. Since academic weblogs tend to be used by scholars to position themselves in a disciplinary blogging community, links are essential to their construction. The aim of this article is to analyze the reasons for linking in academic weblogs and to determine how links are used for distribution of information, collaborative construction of knowledge, and construction of the blog's and the blogger's identity. For this purpose I analyzed types of links in 15 academic blogs, considering both sidebar links and in-post links. The results show that links are strategically used by academic bloggers for several purposes, among others to seek their place in a disciplinary community, to engage in hypertext conversations for collaborative construction of knowledge, to organize information in the blog, to publicize their research, to enhance the blog's visibility, and to optimize blog entries and the blog itself.

Dai risultati dello studio emerge che i link sono utilizzati per posizionarsi all'interno di una comunità e costruire delle relazioni; per distribuire e organizzare le informazioni; per collaborare nella costruzione della conoscenza; per creare una identità per il blogger e/o il suo blog; per conversare; per pubblicizzare la propria ricerca; per aumentare la visibilità del blog.

I link vengono poi classificati in varie categorie leggermente più tecniche: gli in-post link incorporati all'interno dei post (praticamente i link che rimandano ad altre pagine nella rete); i blog link, ovvero il menu di navigazione interno del blog; gli entry link, ovvero tutti i link che si trovano all'inizio del post, ma che in effetti si possono anche mettere alla fine, con le informazioni sull'autore, alle etichette e ai commenti; e infine i sidebar link, che non sono solo la classica blogroll, ma anche la tagcloud o qualsiasi altro collegamento che compare nella (o nelle!) barra laterale.

Se queste informazioni abbastanza lapalissiane non vi hanno fatto fuggire, aggiungo anche quest'altra osservazione che già sembra avere un carattere avanzato:

... only slightly more than half of the blogs linked to other blogs, the majority of the blogs received no comments, and fewer than a third of blog posts contained any links to external content.

E questo è certamente un male che affligge un po' tutti i blog in un po' tutto il mondo.

Ciò che però costituisce motivo di ulteriore stupore è come sia realmente difficile (se non impossibile) riuscire a trovare di articoli di questo genere una versione scaricabile, quasi come se i ricercatori che si occupano di blog, un sistema abbastanza aperto e pronto alla condivisione, non abbiano per nulla compreso questa importante caratteristica (o forse l'hanno compresa così bene che è in effetti il motivo principale della loro avversione).

María José Luzón (2009). Scholarly hyperwriting: The function of links in academic weblogs Journal of the American Society for Information Science and Technology, 60 (1), 75-89 DOI: 10.1002/asi.20937...<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    María José Luzón. (2009) <a href="http://dx.doi.org/10.1002/asi.20937" class="blue">Scholarly hyperwriting: The function of links in academic weblogs</a>. Journal of the American Society for Information Science and Technology, 60(1), 75-89. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1002/asi.20937" class="blue">10.1002/asi.20937</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1002/asi.20937"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1002/asi.20937">Scholarly hyperwriting: The function of links in academic weblogs</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[Psicoterapia al telefono]]></title>
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	  <name><![CDATA[Carmelo Di Mauro, Neuromancer]]></name>
	</author>
   <updated>2012-10-03T17:11:16Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Quanto &egrave; valida una terapia psicologica attraverso il telefono o una connessione internet? Ci sono delle ricerche interessanti che dimostrano l&rsquo;utilit&agrave; di tali tecnologie confermandone i potenziali benefici per i pazienti....<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Hammond GC, Croudace TJ, Radhakrishnan M, Lafortune L, Watson A, McMillan-Shields F, & Jones PB. (2012) <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23028436" class="blue">Comparative Effectiveness of Cognitive Therapies Delivered Face-to-Face or over the Telephone: An Observational Study Using Propensity Methods.</a> PloS one, 7(9). PMID:&nbsp;<a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23028436" class="blue">23028436</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?pmid=23028436"></script> <noscript><a href="http://pubget.com/paper/23028436">Comparative Effectiveness of Cognitive Therapies Delivered Face-to-Face or over the Telephone: An Observational Study Using Propensity Methods.</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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