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 <title>Research Blogging - Social Science - Italian</title>
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 <updated>2013-05-19T03:00:02Z</updated>
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   <name>Research Blogging</name>
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   <title type="html"><![CDATA[Gli insegnanti e le neuroscienze]]></title>
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	  <name><![CDATA[Carmelo Di Mauro, Neuromancer]]></name>
	</author>
   <updated>2013-04-24T10:45:40Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Un&rsquo;interessante ricerca dimostra che le idee degli insegnanti sul funzionamento del cervello spesso non sono corrette e mette in guardia sull&rsquo;uso superficiale delle scoperte neuroscientifiche nella didattica scolastica.  ...<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Dekker, S., Lee, N., Howard-Jones, P., & Jolles, J. (2012) <a href="http://dx.doi.org/10.3389/fpsyg.2012.00429" class="blue">Neuromyths in Education: Prevalence and Predictors of Misconceptions among Teachers</a>. Frontiers in Psychology. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.3389/fpsyg.2012.00429" class="blue">10.3389/fpsyg.2012.00429</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.3389/fpsyg.2012.00429"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.3389/fpsyg.2012.00429">Neuromyths in Education: Prevalence and Predictors of Misconceptions among Teachers</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[I bambini autistici copiano di meno]]></title>
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	  <name><![CDATA[Carmelo Di Mauro, Neuromancer]]></name>
	</author>
   <updated>2013-04-11T13:10:13Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[I bambini imitano fedelmente le azioni dell&lsquo;adulto mentre utilizza un oggetto nuovo, cio&egrave; riproducono sia le azioni necessarie sia quelle inutili. Se i bimbi &ldquo;iperimitano&rdquo;, i bambini autistici invece imitano soltanto l&rsquo;essenziale....<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Marsh, L., Pearson, A., Ropar, D., & Hamilton, A. (2013) <a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.cub.2013.02.036" class="blue">Children with autism do not overimitate</a>. Current Biology, 23(7). DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.cub.2013.02.036" class="blue">10.1016/j.cub.2013.02.036</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1016/j.cub.2013.02.036"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1016/j.cub.2013.02.036">Children with autism do not overimitate</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[Scienza, nuovi media e pubblico. Un nuovo mondo]]></title>
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	  <name><![CDATA[Marcoscan, Microbiomi]]></name>
	</author>
   <updated>2013-01-07T09:08:55Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Un mondo in cui una persona su sette usa attivamente Facebook, e più di 340 milioni di tweet sono pubblicati ogni giorno, non è più il futuro della comunicazione della scienza. È la realtà di oggi. Realtà che impone, secondo un recente articolo pubblicato sulla rivista Science ([1]), una nuova analisi dei rapporti tra scienziati, [...]...<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Brossard, D., & Scheufele, D. (2013) <a href="http://dx.doi.org/10.1126/science.1232329" class="blue">Science, New Media, and the Public</a>. Science, 339(6115), 40-41. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1126/science.1232329" class="blue">10.1126/science.1232329</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1126/science.1232329"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1126/science.1232329">Science, New Media, and the Public</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[Il naturalista e lo scrittore: Darwin secondo McEwan]]></title>
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	  <name><![CDATA[Leo A., Tempi Profondi]]></name>
	</author>
   <updated>2012-10-05T09:22:37Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Charles R. Darwin, presso il Natural History Museum di Londra. Fotografia dell'autore, estate 2012 [licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia&nbsp;(CC BY-NC-ND 3.0)]

Il parere dello scrittore

Lo scrittore britannico Ian McEwan, già apprezzato autori di romanzi (pubblicati in Italia da Einaudi e, ahimè, a me ignoti) e membro di Edge, scrive sul numero di luglio de&nbsp;Le Scienze&nbsp;[1]:

«Il pensiero scientifico del XIX secolo aveva indugiato per decenni al margine di idee evoluzionistiche, e se Darwin - o Wallace - non avesse espresso compiutamente l'idea dell'evoluzione per selezione naturale, altri lo avrebbero fatto. Le stesse realtà biologiche erano sotto gli occhi di tutti, e la tassonomia era in uno stadio avanzato» (ibid., p. 45)

Più avanti annuncia quanto segue:&nbsp;

«Una teoria secondo cui tutte le specie sono imparentate, compresi gli esseri umani, era una sfida alla dignità, e all'inizio la chiesa trovò molto difficile accettare l'idea che le specie non fossero fisse, immutabili, create da Dio non molto tempo fa» (ibid., p. 46).

Ciò nonostante, secondo McEwan,

«la cosa più interessante sulla pubblicazione di L'Origine delle specie è la rapidità con cui venne accettata» (ibid.) [NOTA: come emerso durante una conversazione informatica con&nbsp;Andrea Cau, qui "accettazione" si riferisce all'approvazione del manoscritto da parte dell'editore o alla diffusione della teoria colà espressa? In entrambi i casi la frase è contenutisticamente e sintatticamente ambigua]

e poco oltre, associando la teoria della relatività a quella elaborata da Darwin, scrive che «l'accettazione accelerata dei lavori di Darwin e Einstein nel 1858 e nel 1915 non si può spiegare del tutto con la loro efficacia, o verità», quanto piuttosto - rifacendosi ad una definizione di E.O. Wilson - «con l'eleganza [...] [o] bellezza di una specifica generalizzazione scientifica» (ibid.).

I punti principali e i nodi del contendere

Sono affermazioni che disorientano per la loro leggerezza, e per il fatto di essere state ospitate sull'edizione nazionale di una delle più note e diffuse riviste internazionali di divulgazione scientifica, nonché uno dei periodici ad ampia tiratura più antichi e rispettabili degli Stati Uniti (Scientific American&nbsp;festeggerà&nbsp;il 26 agosto di quest'anno il 167° anniversario dalla fondazione). Anticipo immediatamente che non è mio interesse giudicare l'opera letteraria di McEwan, che non conosco. &nbsp;Sottolineo inoltre che non rientra nelle finalità di questo post esprimere un giudizio sulla qualità letteraria dell'articolo da lui firmato. La sola preoccupazione del presente contributo è di fornire alcuni strumenti di base per contestualizzare e correggere alcune affermazioni di McEwan su Darwin e sulla storiografia dell'evoluzionismo biologico.

Dunque, i principali&nbsp;punti&nbsp;di nostro interesse contenuti nel saggio di McEwan &nbsp;sono riassumibili come segue:

la teoria di Darwin è implicitamente rappresentata come un insieme compatto e un modello monolitico piuttosto semplice;&nbsp;

per lo scrittore britannico, la teoria dell'evoluzione per selezione naturale di Darwin sarebbe stata accettata in toto&nbsp;quasi immediatamente dopo la comunicazione congiunta delle relazioni di Wallace e Darwin presso la Linnean Society nel 1858. Darwin, che stava lavorando privatamente al suo progetto da una ventina d'anni, «arriv[ò] prim[o]» e fu&nbsp;«travolt[o] dalla celebrità e da profondo rispetto», mentre&nbsp;«Wallace fin[ì] per languire in una relativa oscurità» (ibid., p. 45). Eccettuando&nbsp;una certa originalità di Darwin (non specificata), nessuna differenza viene delineata tra le proposte dei due studiosi;

McEwan interpreta il processo che soggiace alla storia delle idee come unilineare, teleologico e quasi prestabilito: possiede una sola direzione (paradossalmente stabilita a posteriori) - ciò che è accaduto doveva accadere per forza, qualcuno avrebbe compiuto prima o poi quella particolare azione in quel particolare momento storico;

secondo McEwan,&nbsp;«arrivare primi, essere originali, è di grande importanza nella scienza» come nell'arte (ibid., p. 45). Ciò nonostante,&nbsp;eccettuando il merito dell'originalità artistica anche nella scienza, «non dovrebbe [...] essere tanto importante, in termini di pura razionalità e di progresso scientifico, chi [...] arrivò per primo» alla formulazione di una teoria convalidata dai dati o da una particolare scoperta; detto altrimenti, «in termini del bene comune, potrà mai essere importante se sia stato Joseph Priestley o Antoine Lavoisier a scoprire l'ossigeno, se sia stato Isaac Newton o Gottfried Leibniz a inventare l'analisi matematica?» (ibid., p. 44).

Di seguito, quindi, trovano spazio le precisazioni storiografiche in merito alle opinioni espresse da McEwan.

Organizzazione del modello teorico darwiniano

Per quanto sia sostanzialmente vero che l'idea dell’evoluzione all'epoca non fosse né nuova né particolarmente innovativa di per sé (per quanto formulata sovente in chiave teologica), ciò che si rivelò essere determinante per la proposta darwiniana fu la sua configurazione particolare, che rappresentò effettivamente uno spartiacque storico.&nbsp;Lungi dal rappresentare una teoria monolitica, come McEwan sembra prospettare, il pensiero di Darwin si compone dall'articolazione di cinque tesi autonome, così sintetizzate dal biologo evoluzionista Ernst Mayr (1904-2005):&nbsp;

l'evoluzione in quanto tale, ossia la modificazione delle specie nel corso del tempo,&nbsp;

la discendenza a partire da una antenato comune,&nbsp;

la speciazione popolazionale, ossia la discendenza delle specie da specie preesistenti,&nbsp;

la gradualità dell'evoluzione e, infine,&nbsp;

la selezione naturale.

Questi cinque punti, combinati con il rifiuto dell'idea di progresso assoluto e con l'affermazione del ruolo dei processi stocastici (ossia casuali), rappresentarono una sfida nei confronti di...<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Kevin Padian. (2009) <a href="http://dx.doi.org/10.1525/bio.2009.59.9.10" class="blue">Ten Myths about Charles Darwin.</a> BioScience, 59(9), 800-804. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1525/bio.2009.59.9.10" class="blue">10.1525/bio.2009.59.9.10</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1525/bio.2009.59.9.10"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1525/bio.2009.59.9.10">Ten Myths about Charles Darwin.</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[Dinosauri e tuatara. I fossili viventi nella biospeleologia di Emil  Racoviţă]]></title>
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      <category term="Social Science" />
      <author>
	  <name><![CDATA[Leo A., Tempi Profondi]]></name>
	</author>
   <updated>2012-09-11T04:17:04Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[<table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;"><tbody>
<tr><td style="text-align: center;"><a href="http://1.bp.blogspot.com/-wA8M7Vfy2Us/UEB2fg41QRI/AAAAAAAAAEE/BPxIbK_UAt4/s1600/Tuatara_Wikipedia.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;"><img border="0" height="320" src="http://1.bp.blogspot.com/-wA8M7Vfy2Us/UEB2fg41QRI/AAAAAAAAAEE/BPxIbK_UAt4/s320/Tuatara_Wikipedia.jpg" width="247" /></a></td></tr>
<tr><td class="tr-caption" style="text-align: center;">Henry, il tuatara in cattività più vecchio al mondo, ad Invercargill, Nuova Zelanda. Età dichiarata: 111 anni al 2009. <i>Immagine</i>: autore KeresH, fonte <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/File:Henry_at_Invercargill.jpg">Wikipedia</a>.</td></tr>
</tbody></table>

<span style="float: left; padding: 5px;"><a href="http://www.researchblogging.org"><img alt="ResearchBlogging.org" src="http://www.researchblogging.org/public/citation_icons/rb2_large_gray.png" style="border:0;"/></a></span>

<b>Biospeleologia e ortogenesi</b><br />
<br />
<div style="text-align: justify;">
<a href="http://brianswitek.com/">Brian Switek</a>, giornalista scientifico e blogger <i>extraordinaire</i>, ha recentemente offerto una sua <a href="http://www.wired.com/wiredscience/2012/08/a-rant-about-living-fossils/">vivace riflessione</a> in occasione della pubblicazione di un&nbsp;<a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22905810">articolo di Carlo Meloro e Marc Jones</a>, nel quale viene smontato (nel caso non fosse ancora chiaro) l'argomento sempreverde dei tuatara come fossili viventi [<b>1</b>]. Dato che nell'articolo dei due autori citati la storiografia del caso in oggetto non trova molto spazio (e considerando che che le fonti storiografiche&nbsp;più risalenti&nbsp;citate da Meloro e Jones &nbsp;risalgono solo agli anni '50 del Novecento), con questo contributo (che rappresenta anche un'anticipazione,&nbsp;opportunamente modificata e semplificata, di un mio libro all'ultima fase di&nbsp;<strike>preparazione</strike>&nbsp;<strike>revisione</strike>&nbsp;<strike>ricerca di contatti editoriali</strike>&nbsp;stasi editoriale&nbsp;<strike>?!</strike>)*,&nbsp;cerco di scavare più a fondo nelle pieghe della storia per cercare le radici novecentesche della controversa definizione di «fossile vivente». Un’indagine che mi ha portato a concentrarmi su un nome in particolare, lo studioso di origine romena <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Emil_Racovi%C8%9B%C4%83">Emil Racoviţă </a>(1868-1947) [<b>2</b>].</div>
<div style="text-align: justify;">
Promotore della biospeleologia (scienza che si occupa dello studio degli organismi che trascorrono la loro esistenza nelle caverne e nelle cavità ipogee, da lui battezzata <i>biospeologia</i>),&nbsp;Racoviţă&nbsp;si distingueva per un sistema eclettico all’interno del quale trovavano spazio una concezione neolamarckiana (comprendente l’ereditarietà dei caratteri acquisiti), un ridimensionamento della selezione naturale nel processo evolutivo e una visione ortogenetica [<b>3</b>]. Racoviţă non fu solamente uno studioso da poltrona: partecipò al viaggio di esplorazione antartica a bordo della nave <i>Belgica </i>(1897-1899), al quale prese parte tra gli altri il celebre esploratore norvegese Roald Amundsen (1872-1928). A partire dal 1920, Racoviţă fu a capo del primo istituto di biospeleologia al mondo, a Cluj in Romania.</div>
<br />
<div style="text-align: justify;">
<span style="font-size: x-small;">*: Per la revisione della presente sezione del capitolo dal quale è tratto il seguente estratto devo ringraziare in particolare <a href="http://prehistoricminds.it/">Simone Maganuco</a> e <a href="http://www.geomodel.it/dinosauri-in-carne-e-ossa/firenze.php">Stefania Nosotti</a>, entrambi afferenti al <a href="http://www.comune.milano.it/dseserver/webcity/Documenti.nsf/webHomePage?OpenForm&amp;settore=MCOI-6C5J9V_HP">Museo di Storia Naturale di Milano</a>.</span></div>
<br />
<b>Un modello di storia naturale</b><br />
<br />
<div style="text-align: justify;">
Per quanto riguarda le concezioni naturalistiche dello studioso romeno si rileva innanzitutto l’accettazione delle idee del naturalista tedesco Moritz Wagner (1813-1887) [<b>4</b>]. In «un’accanita discussione» con Darwin, Wagner sostenne (cito da Ernst Mayr) «che l’isolamento geografico era assolutamente indispensabile per la speciazione. Sfortunatamente Wagner rese confusi i termini della discussione affermando anche che la selezione naturale era inoperante se la popolazione non era isolata» [<b>5</b>]. Oggi l’idea della speciazione allopatrica, riveduta e corretta dai tempi di Wagner, è diventata parte integrante dell’evoluzionismo grazie anche alla conoscenza dei meccanismi genetici coinvolti in questo processo [<b>6</b>]. All’epoca però, Racoviţă, poneva in secondo piano l’importanza della selezione naturale e, sulla scorta della ricezione del lavoro di Wagner, attribuiva il processo della speciazione <i>tout court</i> all’isolamento: «Se l’isolamento venisse a mancare, i mutanti si abbandonerebbero a degli incroci tra di loro e il risultato sarebbe un ritorno al tipo primitivo» [<b>7</b>].<br />
In secondo luogo, nell’opera di Racoviţă fu determinante l’influenza dell’ortogenesi formulata da un altro naturalista tedesco, Theodor Eimer (1843-1898), secondo la quale il principio di perfezione immanente nell’evoluzione traccerebbe un percorso obbligato in una direzione più o meno rettilinea [<b>8</b>]. Eimer, in particolare, pose l’attenzione sul fatto che le serie rettilinee della filogenesi si potevano tracciare anche per caratteri non utili o persino dannosi [<b>9</b>]. Infine, dato che in questo tipo di pensiero si riteneva che la storia evolutiva fosse guidata da leggi finalistiche che determinano lo sviluppo degli organismi, secondo Racoviţă – e altri studiosi dell’epoca – sarebbe stato inoltre possibile prevedere le direzioni evolutive del futuro, ossia «spiegare la vita di oggi tramite la trasformazione di quella di ieri, e […] dedurre ciò che sarà domani della direzione evolutiva della storia dei fenomeni attuali» [<b>10</b>].</div>
<br />
<b>Tuatara, caverne e dinosauri</b><br />
<br />
<div style="text-align: justify;">
Era opinione di Racoviţă che «[…] la correzione delle nostre idee sui relitti [ossia, i “fossili viventi”. NdA] [fosse] dovuta in gran parte alle ricerche speleologiche, e il ruolo di questa disciplina […] si annuncia della più grande rilevanza. Solo nelle caverne, negli anfratti, nei pozzi, nei dirupi […], esplorate dai collaboratori […] e da me, è stato scoperto un numero considerevole di relitti terziari e persino mesozoici. Le creature portate alla luce, studiate con spirito “storico” […], si sono dimostrate molto spesso “straniere” in mezzo ai loro contemporanei che vivono in superficie, benché alcune siano imparentate con specie che abitano ora in lontanissime zone biogegrafiche, contraddistinte da climi diversi, mentre altre con stirpi estinte da tempo più o meno lontano» [<b>11</b>].</div>
<div style="text-align: justify;">
Oggetto degli studi di Racoviţă erano difatti i <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Troglobite">troglobi</a>, termine con il quale si definiscono tutti gli animali (crostacei, artropodi, pesci, anfibi urodeli, etc.) che trascorrono l’intera esistenza nelle caverne, in genere contraddistinti da scarsa pigmentazione cutanea e da vista ridotta o assente [<b>12</b>].&nbsp;Racoviţă si era convinto che questi animali, in una forma (quasi) perennemente identica, risalissero <i>sic et simpliciter</i> al Mesozoico. La speleologia sarebbe quindi diventata «lo strumento per eccellenza che, tramite le “vestigia sotterranee”, testimoni di uno sviluppo che si estende per milioni di anni, [avrebbe permesso] di rintracciare il cammino e l’incontestabile evoluzione degli esseri viventi sulla Terra» [<b>13</b>].</div>
<div style="text-align: justify;">
Secondo la <i>Weltanschauung </i>evoluzionistica racoviţiana, dunque, alcuni organismi-relitti, che sono riusciti fino ad oggi ad attraversare il tempo profondo senza cambiamenti, sarebbero «testimoni per così dire oculari» dei diversi periodi che si sono succeduti nel corso della storia del pianeta. «Questi “relitti” sono, dal punto di vista cronologico e filogenetico, dei veri fossili a confronto dei loro attuali compagni di vita, ma “fossili vivi” […]» [<b>14</b>]. Nel passaggio riportato, tra gli esempi che l’autore elenca per dimostrare l’esistenza di «fossili viventi», viene citato il caso del tuatara neozelandese, che non appartiene al gruppo racoviţiano dei troglobi (<i><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Tuatara">Sphenodon punctatus</a></i>, erroneamente ricordato come «specie australiana»). Secondo il biospeleologo, il tuatara sarebbe il testimone vivente e «non modificato di quei tempi fiabeschi» in cui dominavano i dinosauri: quasi invidiando il piccolo animaletto immobilizzato nel tempo, Racoviţă ritiene sia stato uno spettacolo tremendo per il piccolo tuatara assistere alla «lotta tra bestie come il Tirannosauro, con fauci giganti armate con centinaia di coltelli appuntiti, ed erbivori sgraziati come il Brachiosauro che superavano i 30 metri di lunghezza» [<b>15</b>].</div>
<br />
<b>Un modello sbagliato</b><br />
<br />
<div style="text-align: justify;">
Come già era noto all’epoca, i due generi di dinosauro appena citati non hanno convissuto e sono separati da almeno una settantina di milioni di anni circa&nbsp;[<b>16</b>], ma forse lo speleologo li volle appaiare per sortire un grandioso effetto scenografico. La visione biologica che regge il pensiero dello speleologo romeno è certamente di origine romantica, e sottende alcuni pregiudizi iconografici allora tipici e in seguito abbandonati. In un’ep...<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Meloro C, & Jones ME. (2012) <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22905810" class="blue">Tooth and cranial disparity in the fossil relatives of Sphenodon (Rhynchocephalia) dispute the persistent 'living fossil' label.</a> Journal of evolutionary biology. PMID:&nbsp;<a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22905810" class="blue">22905810</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?pmid=22905810"></script> <noscript><a href="http://pubget.com/paper/22905810">Tooth and cranial disparity in the fossil relatives of Sphenodon (Rhynchocephalia) dispute the persistent 'living fossil' label.</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[L&rsquo;universit&agrave; e le sue crisi: una riflessione storica]]></title>
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      <author>
	  <name><![CDATA[Maria Chiara Pievatolo et alii, Bollettino telematico di filosofia politica]]></name>
	</author>
   <updated>2012-08-29T07:19:21Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[1. Universitas magistrorum et scholarium Mentre molte ricette d&#8217;“eccellenza” per l&#8217;università si pretendono senza tempo, l&#8217;articolo di Jean-Luc De Meulemeester, economista, pubblicato recentemente su “Pyramides”, invita a pensare in una prospettiva storica ampia, disciplinarmente inconsueta. Alle sue origini, nel Medioevo, l&#8217;università &#8211; come Universitas Magistrorum et Scholarium &#8211; era una corporazione dedicata all&#8217;insegnamento superiore (studium). Poteva [...]...<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Jean-Luc De Meulemeester. (2012) Quels modèles d’université pour quel type de motivation des acteurs ? Une vue évolutionniste. Pyramides. info:/    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[Tweetci&ugrave;! Ovvero come mappare l&#039;influenza con Twitter]]></title>
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	  <name><![CDATA[Chris82, Natura Matematica]]></name>
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   <updated>2012-08-01T06:15:02Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Quando ho letto questa news da New Scientist, confesso di aver pensato immediatamente alla frase "tra 7 giorni morirai" del film horror "The Ring" ^_^. La notizia non è proprio in questi termini, ma se leggerete oltre capirete il motivo.&nbsp;

Sappiamo bene che nei periodi in cui si sviluppa un'epidemia influenzale, è a dir poco impossibile fare in modo di scansarla, perché prima o poi qualche portatore di microbi prima o poi ci passa accanto. E la situazione ovviamente peggiore all'aumentare del numero di abitanti di una determinata area geografica, perché le aree metropolitane spesso possono sovraffollarsi in determinate zone e, quindi, favorire il passaggio dei microbi tra le persone.

Non sarebbe un'idea attraente se invece riuscissimo a trovare un modo per conoscere quali zone della nostra città sono maggiormente colpite da un'epidemia, in modo da conoscere almeno la probabilità di contrarre un agente patogeno? Ed è così che un team di ricerca della&nbsp;University of Rochester ha voluto mettere a punto un metodo molto attuale e "social" per cercare di mappare un'epidemia influenzale, usando il secondo social network in ordine di importanza mondiale dopo Facebook, ossia Twitter.&nbsp;

©&nbsp;Adam Sadilek, University of Rochester&nbsp;

Il gruppo di ricercatori ha avuto l'idea di costruire una sorta di mappa geolocalizzando i tweet di abitanti della città di New York che contenessero parole chiave riguardanti le proprie precarie condizioni di salute, dalle prime avvisaglie fino ai sintomi da raffreddamento vero e proprio, sviluppando un algoritmo capace di prevedere quando un individuo sta per contrarre un'influenza circa 8 giorni prima di manifestare i primi sintomi.&nbsp;

Questo sistema può ricordare i "Google Flu Trends", ossia i trend influenzali di Google, un sistema di Big G che cerca di monitorare la diffusione di un'influenza sulla base del periodo e della frequenza con cui le persone di una certa area geografica cercano su Google parole chiave legate alle patologie interessate. Esso, tuttavia, cerca di andare oltre i "Google Flu Trends", in quanto l'algoritmo nuovo sa discriminare tra i tweet che contengono parole chiave espresse in un contesto di vera e propria patologia da quelli contenenti parole con differenti sfumature di significato; ad esempio si può parlare di "febbre" d'amore, oppure "influenza virale" legata al grado di diffusione di un'informazione tramite i social media e non soltanto di virus veri e propri. Analizzando oltre 4 milioni di tweets geolocalizzati nell'arco temporale di un mese, il gruppo di ricercatori è riuscito a costruire delle mappe con aree a maggiore e minore incidenza influenzale nella città di New York. Inoltre, una volta geotaggati gli utenti, è anche possibile seguirne gli spostamenti, così da riuscire ad avere un'idea, seppur vaga, sulla direzione della diffusione influenzale e capire quanti altri utenti di Twitter potessero trovarsi nei paraggi, con la possibilità di inviare agli utenti sani un tweet di avvertimento, del tipo: "sei a rischio di beccarti l'influenza entro una settimana" :-).&nbsp;

Ecco un video dell'app sviluppata dai ricercatori, applicata ad una giornata nella città di New York:

Ovviamente questo approccio va preso con la dovuta cautela, perché non è detto che tutti utilizzino Twitter, e anche quando ciò dovesse accadere, non è detto che i Tweeters ammalati vogliano comunicare al mondo le proprie condizioni di salute...&nbsp;Ciò significa che una fetta consistente di possibili ammalati rimane tagliata fuori, con il risultato che non ricevere un tweet di avvertimento non equivale a sentirsi al sicuro, mentre riceverne uno non è garanzia di un futuro peggioramento di salute, per quanto l'algoritmo abbia funzionato già nella prima fase con un buon 90% di utenti preavvisati.&nbsp;Inoltre intuitivamente si comprende come un sistema del genere sia applicabile quasi esclusivamente a città grandi e molto industrializzate, dove molti hanno già interiorizzato il meccanismo di funzionamento dei social network.Del resto, affidandoci al comune buon senso, nei periodi in cui circolano virus influenzali, sappiamo benissimo che prima o poi ne beccheremo qualcuno, e magari molti di noi avranno un sistema immunitario che saprà combattere bene gli agenti patogeni, e l'allarmismo si risolverebbe in una bolla di sapone. Proviamo però per un attimo a pensare ad algoritmo del genere applicato a patologie ben più serie di una comune influenza: se in qualche mo...<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Sadilek A., Kautz H., Silenzio V. (2012) Predicting Disease Transmission from Geo-Tagged Micro-Blog Data. Twenty-Sixth AAAI Conference on Artificial Intelligence, 2012. info:other/    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[Tagliarsi]]></title>
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	  <name><![CDATA[Carmelo Di Mauro, Neuromancer]]></name>
	</author>
   <updated>2012-07-01T11:21:39Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[L&rsquo;autolesionismo &egrave; un comportamento con il quale si procura un danno alla propria persona e le ricerche mettono in luce quanto stia diventando molto frequente tra gli adolescenti....<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Gregory RJ, & Mustata GT. (2012) <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22464283" class="blue">Magical thinking in narratives of adolescent cutters.</a> Journal of adolescence. PMID:&nbsp;<a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22464283" class="blue">22464283</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?pmid=22464283"></script> <noscript><a href="http://pubget.com/paper/22464283">Magical thinking in narratives of adolescent cutters.</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[Neuroscienza e Giornalismo]]></title>
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	  <name><![CDATA[Carmelo Di Mauro, Neuromancer]]></name>
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   <updated>2012-05-19T10:25:39Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Le nuove tecnologie di visualizzazione del cervello (neuroimaging) consentono di mostrare in modo inedito l&rsquo;attivit&agrave; cerebrale associata ad una funzione cognitiva. I risultati sono espressi in immagini ricche di macchie colorate che evidenziano strutture ipotetiche coinvolte in certi compiti mentali, oppure veri e propri filmati animati simulano l&rsquo;attivit&agrave; tra le connessioni dei neuroni cerebrali che richiamano il traffico stradale in un angolo caotico di una metropoli. Questa disponibilit&agrave; di immagini ha reso le neuroscienze delle superstar, il cervello un vero e proprio divo e la ricerca un&rsquo;anonima controfigura....<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    O'Connor, C., Rees, G., & Joffe, H. (2012) <a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.neuron.2012.04.004" class="blue">Neuroscience in the Public Sphere</a>. Neuron, 74(2), 220-226. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.neuron.2012.04.004" class="blue">10.1016/j.neuron.2012.04.004</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1016/j.neuron.2012.04.004"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1016/j.neuron.2012.04.004">Neuroscience in the Public Sphere</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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   <title type="html"><![CDATA[L&#039;Ultima Opzione]]></title>
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	  <name><![CDATA[Carmelo Di Mauro, Neuromancer]]></name>
	</author>
   <updated>2012-04-02T18:02:07Z</updated>
   <!-- 2003-12-13T18:30:02Z -->
   <summary type="html"><![CDATA[Circa un milione di persone si uccide ogni anno nel mondo, secondo l&rsquo;Organizzazione Mondiale della Sanit&agrave;, pi&ugrave; del 90% pu&ograve; essere ricondotto a sintomi depressivi dei disturbi bipolari, alla schizofrenia, alla depressione maggiore e a vari altri disturbi della personalit&agrave;. Nei soli Stati Uniti, pi&ugrave; di 36.000 persone si sono suicidate nel 2009 al punto che il suicidio rappresenta la decima causa di morte nel complesso e la terza causa tra coloro che sono sotto i 45 anni di et&agrave;, dietro soltanto agli incidenti e al cancro....<br><br><div style="background-color: #eee; padding: 6px; font-size: 11px;">

	    <p>
    Dolgin, E. (2012) <a href="http://dx.doi.org/10.1038/nm0212-190" class="blue">The Ultimate Endpoint</a>. Nature Medicine, 18(2), 190-193. DOI:&nbsp;<a href="http://dx.doi.org/10.1038/nm0212-190" class="blue">10.1038/nm0212-190</a>&nbsp;&nbsp;<script src="http://pubget.com/widgetizer/link_js?doi=10.1038/nm0212-190"></script><noscript><a href="http://pubget.com/doi/10.1038/nm0212-190">The Ultimate Endpoint</a></noscript>    </p>
</div><br>]]></summary>
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